Elezioni di medio termine, è già battaglia legale
«Il contenzioso legale attorno al voto per posta negli Stati Uniti continua a produrre un groviglio di indicazioni contraddittorie. L’ultima in ordine di tempo è stata l’ingiunzione di una giudice federale di Boston», segnala il Manifesto. «La ‘honorable Indira Talwaniha’ ha bloccato ieri l’ordine esecutivo che Trump sta cercando di imporre a poche settimane dalle parlamentari del 3 novembre. La “riforma” consiste in un decreto con cui a marzo il presidente ha vietato agli stati di usare schede per posta se non avessero prima consegnato a Washington le proprie liste elettorali». Nel 2024 oltre 48 milioni di americani (il 31% del totale) hanno usato le poste per spedire la propria scheda. In alcuni stati come Washington si svolgono interamente per posta, altrove come in California vi fanno ricorso l’80% degli elettori. Vi sono inoltre cittadini all’estero e militari. Per posta vota anche lo stesso Donald Trump la cui scheda viene imbucata dalla Florida.
Labirintico sistema americano
Nel complesso sistema americano, l’organizzazione delle elezioni competono a ciascuno dei 50 singoli stati, regola su cui la costituzione è lapidaria. Questo non ha impedito a Trump di tentare in ogni modo di influire sul loro svolgimento, prima ordinando agli “stati amici” (come Texas e Florida) di riconfigurare la mappa dei propri collegi elettorali per favorire vittorie repubblicane. La rodata strategia del “voter suppression” prende storicamente di mira le minoranze propense a votare democratico come gli afroamericani e molti stati del sud, come la Louisiana e il Tennessee, hanno riattivato strategie in uso durante gli anni della segregazione. Poi il voto per corrispondenza a cui statisticamente ricorrono più elettori democratici che repubblicani.
Le trame del manipolatore
Il pretesto per abrogare o limitare l’uso del voto per corrispondenza è stato la solita teoria complottistica dei “vasti brogli” messa in campo già alla vigilia del tentato golpe del 6 gennaio 2021. A marzo Trump aveva dichiarato ai parlamentari del suo partito che se la riforma fosse passata, la vittoria nelle midterm «sarebbe stata garantita». Ed a questo scopo ha chiesto agli Stati di fornire alle autorità federali le liste degli iscritti al voto per un “vaglio”. Quando i tribunali hanno respinto l’ordine palesemente contrario alla costituzione che non assegna all’esecutivo alcun ruolo di controllo, Trump si è rivolto direttamente alla direzione delle poste, ordinando all’agenzia federale di non consegnare le schede per posta ad elettori che non compaiano su una lista preparata (in base ad ignoti criteri) dal dipartimento per la sicurezza nazionale.
Caos legale dietro cui nascondersi
Ogni manovra è stata accolta da numerosi ricorsi da parte delle autorità elettorali di 24 stati democratici, cittadini ed associazioni civiche. Virtualmente bloccate ad ogni ripresa, le misure sono giunte all’esame della Corte suprema che la scorsa settimana ha prodotto una ‘non’ sentenza. «Con fine acrobazia giuridica, il massimo tribunale ha scritto che i tempi ”non erano ancora maturi” per una sentenza definitiva dato che il progetto (sulla cui costituzionalità ha evitato di pronunciarsi direttamente) non aveva ancora prodotto danni». La maggioranza di quei giudici è stata nominata da Trump ed ora cerca di barcamenarsi tra l’ordine di scuderia e un minimo di dignità giuridica. Strategia codarda già spesso impiegata dalla Corte di permettere all’esecutivo di completare l’opera (esempio la demolizione di mezza Casa bianca, lo stanziamento di militari nelle città o altre palesi trasgressioni della legge) prima di intervenire, assicurando che il danno è ormai irreparabile. «Un assist palese alla strategia del caos messa in campo dalla Casa bianca».
La giudice federale svela il trucco
La giudice federale Indira Talwani ha notato che l’amministrazione non aveva fornito «alcuna prova relativa a frode comprovata dovuta a votazioni per corrispondenza». L’interesse del governo a «correggere un problema infondato attraverso mezzi probabilmente incostituzionali», ha aggiunto, «è sopravanzato dal rischio preponderante di una privazione generale del suffragio». Talwani ha affermato che gli stati «non hanno a questo punto né il tempo né i fondi per soddisfare i requisiti necessari, tra cui l’aggiornamento dei sistemi di gestione elettorale e la formazione del personale». Il confronto, il rinvio di un verdetto definitivo da parte del Corte suprema, insinua l’idea che vi sia qualche cosa di vagamente sospetto nel processo, incrementando la possibilità di astensione e preparando il terreno per eventuali ricorsi contro risultati non graditi al presidente.
Copione del prossimo tentativo di golpe
Il copione è quello seguito dall’estate 2020 al gennaio 2021, quando le ripetute infondate accuse di brogli, indussero migliaia di trumpisti a prendere d’assalto il Parlamento. È ancora possibile che una sentenza possa definitivamente cancellare la mossa di Trump, ma la paradossale confusione così prossima agli scrutini potrebbe già bastare per propagare dubbi sufficienti per il possibile rinvio della certificazione di vittorie “contese”. Non si tratterebbe a questo punto di fantapolitica ma della replica di una collaudata strategia di destabilizzazione potenzialmente definitiva.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
30/08/2026
Trump e la «strategia del caos»
25/07/2026
Minacce e richieste d’aiuto, ma intanto si ricandida
Ufficialmente gli Stati Uniti “non hanno bisogno di nessuno” per costringere l’Iran ad obbedire per quanto riguarda Hormuz o qualsiasi altra questione.
Praticamente stanno organizzando insieme al solito cagnolino scodinzolante – la Gran Bretagna ora affidata a quel bluff di Andy Burnham, l’ultimo sottoprodotto del Labour blairiano – l’ennesima “coalizione di volenterosi” disposti a lanciarsi nell’avventura di “riaprire lo Stretto di Hormuz a tutti i costi”, mentre già le navi saudite trovano difficoltà a passare anche da quello di Bab El Mandeb (sul fronte degli Houti yemeniti).
Eccesso di sicurezza verbale e difficoltà operative vanno insomma appaiati.
La fonte è sempre il sito Axios, che dispone di un ex ufficiale dell’Unità 8200 (l’intelligence dell’esercito israeliano) per diffondere notizie vere, manipolate o false a proposito dei conflitti in Medio Oriente.
La prima riunione della nuova coalizione dovrebbe avvenire e Londra la prossima settimana, perché gli Stati Uniti vorrebbero che i loro alleati inviino nella regione risorse navali per lo sminamento, unità militari e droni per “contribuire a garantire la sicurezza delle rotte marittime”. Rotte che, specie ad Hormuz, erano sicurissime e gratuite prima che Usa e Israele, cinque mesi fa, attaccassero l’Iran.
Anche dalle parti dei “volenterosi” disposti a farsi avanti c’è la consapevolezza che gli yankee stiano affidando loro una patata che non riescono più a gestire da soli. “Gli americani stanno cercando una via d’uscita e hanno bisogno del nostro aiuto”, avrebbe detto un diplomatico europeo coperto dall’anonimato.
Il passaggio dalle parole ai fatti non è però altrettanto semplice. Anche i volenterosi più assatanati, infatti, si rendono conto che intervenire militarmente nel bel mezzo di conflitto in atto significa entrare in guerra contro l’Iran. E, indirettamente, col resto del mondo che in vario modo sostiene Teheran in questo sforzo.
Non a caso la sospensione dei combattimenti – ossia degli attacchi statunitensi, cui l’Iran risponde sistematicamente “occhio per occhio” ma senza cercare un’escalation – è sempre stata invocata come la premessa necessaria per un intervento nello Stretto, che peraltro non trova affatto d’accordo il “padrone di casa”.
Un serpente che si morde la coda. Washington sta minacciando un incremento degli attacchi e cerca di coinvolgere gli europei che invece si attiverebbero solo a tregua raggiunta.
Più lineare invece l’indirizzo trumpiano sul fronte interno. All’annuale cena con i corrispondenti esteri ha di fatto annunciato l’intenzione di ricandidarsi per un terzo mandato presidenziale nel 2028, bruciando in un colpo solo le ambizioni silenti di “Narco” Rubio e J.D. Vance, ma soprattutto aprendo un conflitto istituzionale senza precedenti, visto che la Costituzione Usa sembra vietare questa possibilità.
L’unica eccezione è infatti quella di Franklyn Delano Roosevelt, presidente per ben quattro volte consecutive, ma solo grazie allo “stato di eccezione” prodotto dal coinvolgimento nella Seconda Guerra Mondiale dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbour.
Usare la guerra all’Iran (una scelta unilaterale Usa) come un equivalente del 1941 è azzardato quanto basta, specie per un presidente che a gennaio – quando entreranno al Congresso i nuovi senatori e deputati eletti con il voto di inizio novembre (metà del totale) – potrebbe ritrovarsi senza una maggioranza parlamentare e sotto minaccia di impeachment, proprio come Richard “Dirty” Nixon, che peraltro poteva almeno vantare il merito di aver messo fine alla guerra in Vietnam.
In estrema sintesi, ogni mossa di questa amministrazione – tanto sul fronte interno che su quello internazionale – appare rivolta a demolire regole e istituzioni che fin qui avevano permesso, nel male più che nel bene, agli Usa di governare il mondo dopo la caduta dell’URSS
Se non hai una visione strutturalmente solida puoi anche pensare che surfare sul caos sia un’idea migliore che negoziare nuovi accordi stabili col resto del mondo (a cominciare ovviamente dalle altre superpotenze), ovviamente facendo molte concessioni.
Ma il caos ha pur sempre il piccolo difetto di nutrire una miriade di variabili imprevedibili, ognuna delle quali – per vie altrettanto incalcolabili della famosa farfalla che, battendo le ali, genera un uragano altrove – può diventare l’inizio della fine. E l’Iran ha dimostrato di avere una consistenza decisamente superiore a quella delle farfalle...
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01/07/2026
USA - La Corte Suprema amplia i poteri del presidente, ma lo boccia sullo ius soli
Lunedì 29 giugno la Corte Suprema degli USA ha emesso due sentenze fondamentali: una con cui ha riconosciuto al presidente degli Stati Uniti ampi poteri di licenziamento dei vertici di circa due dozzine di agenzie federali indipendenti, e un’altra con cui ha però impedito a Donald Trump di estromettere Lisa Cook dal Consiglio dei governatori della Federal Reserve (mossa con la quale aveva tentato di influenza la politica monetaria).
Nel primo verdetto, legato al caso Trump contro Slaughter, la Corte – a maggioranza conservatrice – si è pronunciata con una maggioranza di 6 a 3 a favore della legittimità del licenziamento di Rebecca Kelly Slaughter, membro della Federal Trade Commission (FTC), l’autorità antitrust e di tutela dei consumatori.
Trump l’aveva rimossa dall’incarico nel marzo del 2025 per divergenze politiche, e non per gravi mancanze professionali, inefficienza o negligenza.
Il presidente della Corte Suprema, John Roberts, non ha accantonato il celebre precedente del 1935, “Humphrey’s Executor contro gli Stati Uniti”, che per quasi un secolo ha regolato i rapporti tra varie agenzie federali e la Casa Bianca.
Ha però ridefinito le funzioni della FTC come pienamente esecutive (e lo stesso può valere per molte altre istituzioni federali), e perciò sottoposte al ramo esecutivo dello stato, e dunque al presidente.
La portata di questa decisione è sistemica, e The Donald ha immediatamente esultato sul social media Truth per quella che considera una vittoria. I tre giudici di minoranza hanno espresso un duro dissenso, definendo la decisione come destabilizzante per la continuità e l’imparzialità della burocrazia federale.
Tuttavia, l’offensiva della Casa Bianca per estendere il proprio controllo sulla macchina statale si è fermata davanti alla Federal Reserve. Con un margine risicato di 5 voti contro 4, la Corte Suprema ha infatti respinto il licenziamento di Lisa Cook. L’economista è sotto accusa per l’ipotesi di una truffa riguardo a un mutuo, e tanto era bastato a Trump per tentare di estrometterla dalla FED.
In questa circostanza, la Corte ha riconosciuto alla banca uno statuto speciale rispetto ad altre agenzie, con la legislazione stelle-e-strisce che ne ha voluto garantire le prerogative rispetto alla determinazione della politica monetaria, senza sottostare al presidente USA.
Roberts ha sottolineato che “non solo il fatto dell’indipendenza, ma anche l’apparenza di indipendenza è fondamentale per il modello della Federal Reserve”.
In questo caso, appare chiaro che le preoccupazioni nell’emanare tale sentenza sono state anche politico-finanziarie, in senso lato: la FED ricopre un ruolo cardine nella stabilità finanziaria globale, e il riconoscimento dei poteri della Casa Bianca di revocare un suo incaricato di vertice in virtù di divergenze politiche avrebbe portato il panico sui mercati.
Cook rimarrà quindi al proprio posto, almeno finché la controversia legale non sarà sciolta in altre aule. Intanto, però, l’assetto delineato dalla prima decisione della Corte Suprema attribuisce alla presidenza un controllo gerarchico stringente su vari organismi che si occupano di regolamentazione commerciale, industriale e del lavoro.
Si tratta di una sentenza che riguarda il cuore dell’architettura istituzionale statunitense, con la quale vengono ridisegnati radicalmente i confini dei poteri presidenziali. Insomma, è parte di quella strategia di riassetto della “democrazia” statunitense che il tycoon non ha mai negato di perseguire esplicitamente, insieme al suo establishment.
Per ora, a salvarsi, è stata solo la Federal Reserve, considerata la specificità del suo ruolo globale e la delicatezza della politica monetaria.
Sconfitta piena, invece, con la terza sentenzia emessa nella stessa giornata. La Corte Suprema respinge il tentativo di Donald Trump di abolire lo ius soli con un decreto esecutivo. Il presidente, però, incassa il via libera a vietare alle atlete transgender di partecipare allo sport femminile, vincendo una battaglia che porta avanti da mesi ed è diventata simbolo della sua guerra contro la cultura ‘woke’.
Trump non l’ha presa bene, minacciando di spostare l’obbiettivo in sede parlamentare. “Non è necessario alcun emendamento costituzionale. Il Congresso dovrebbe iniziare oggi stesso a lavorare per” cancellare quella che lui – e i reazionari dei paesi occidentali che hanno una regola simile – considerano una “pratica costosa e ingiusta per il nostro Paese. Avranno il mio pieno e totale sostegno”.
Ma è una strada molto complicata. È improbabile infatti che i repubblicani a Capitol Hill si imbarchino in una battaglia di tale portata a pochi mesi dalle elezioni, anche perché molti conservatori sono favorevoli al riconoscimento del diritto di cittadinanza per nascita.
Per riuscirci, oltre a superare le divisioni interne, i repubblicani dovrebbero attendere l’esito delle elezioni di midterm e sperare di mantenere ancora la maggioranza al Congresso. Ma anche in quel caso, il dossier sarebbe un grosso ostacolo nella corsa alla Casa Bianca del 2028: la maggior parte degli americani, infatti, è favorevole allo ius soli, e quasi nessuno dei candidati rischierebbe di bruciarsi su questo tema.
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03/06/2026
USA - Aria da midterm: Trump fa liberare una funzionaria che manomise un server delle elezioni 2020
Tina Peters, ex funzionaria elettorale della contea di Mesa, in Colorado, diventata uno dei simboli del movimento trumpiano che negava i risultati elettorali delle elezioni presidenziali del 2020, è stata rilasciata lunedì 1° giugno dal penitenziario statale di La Vista. La sua scarcerazione arriva dopo una pesante e prolungata campagna di pressione politica esercitata dallo stesso presidente Donald Trump sul governatore democratico dello stato, Jared Polis.
Peters, 70 anni, era stata condannata nel 2024 a nove anni di prigione per aver consentito l’accesso non autorizzato ai server della Dominion Voting Systems, permettendo inoltre la copia di dati sensibili per dimostrare i presunti brogli con cui Biden avrebbe sconfitto il tycoon.
Peters diffuse poi online video, foto e password dei sistemi di voto del Colorado. Alla fine, una giuria l’ha giudicata colpevole di quattro reati, tra cui il tentativo di influenzare un pubblico ufficiale, cospirazione per sostituzione di persona e violazione dei doveri d’ufficio. Ma a metà maggio, dopo aver scontato meno di un quarto della sua condanna, la sua pena è stata commutata da Polis.
Il governatore si è trovato al centro di una dura campagna di pressione pubblica e istituzionale orchestrata da Trump, che non poteva concedere la grazia presidenziale a Peters, essendo i reati per cui era stata condannata di livello statale e non federale. The Donald non lo ha solo attaccato sui media, ma lo ha anche escluso dagli incontri formali alla Casa Bianca con gli altri governatori e ha minacciato ritorsioni economiche e logistiche per lo stato che amministra.
Polis ha difeso la scelta di commutare la pena di Peters affermando che 9 anni per i suoi crimini, per quanto gravi, erano un lasso di tempo sproporzionato. La decisione di Polis ha però sollevato un’ondata di polemiche, con critiche ricevute dal Procuratore Generale del Colorado, Phil Weiser, e dai senatori Democratici John Hickenlooper e Michael Bennet, candidato a succedere Polis.
Persino la sua Segretaria di Stato, Jena Griswold, ha detto che l’atto del governatore “invia un messaggio pericoloso in merito alla responsabilità di coloro che attaccano le elezioni”. Del resto, era proprio questo l’obiettivo di Trump. Griswold ha aggiunto: “la liberazione di Peters incoraggerà anche il movimento negazionista delle elezioni; da quando le è stata concessa la grazia, ha continuato a diffondere falsità e teorie del complotto sulle elezioni”.
Infatti, immediatamente dopo il suo rilascio, Peters è apparsa in un’intervista sul podcast di Steve Bannon, dove non solo non ha mostrato alcun segno di pentimento, ma ha rilanciato nuove accuse, sostenendo che i Democratici stiano già pianificando brogli per le imminenti elezioni midterm del 2026. Peters ha concluso l’intervista dicendo di aver già inviato una lettera di ringraziamento al presidente.
Visto il livello tragico dei consensi verso Trump, è chiaro che la Casa Bianca, impegnata non solo in un cambio di atteggiamento tanto in politica estera quanto in quella interna, ma in un vero e proprio tentativo di ridisegnare pesi e contrappesi del sistema istituzionale stelle-e-strisce, sta preparando il terreno per le votazioni di metà mandato, che potrebbero segnare il fallimento del nuovo establishment che sostiene l’attuale amministrazione dopo appena due anni. O una definitiva torsione autoritaria.
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20/04/2026
Ennesima sconfitta legale del governo USA sul controllo delle liste elettorali
La sentenza rappresenta l’ultimo di una serie di insuccessi legali per la Casa Bianca, impegnata in una battaglia campale per centralizzare il controllo sulle liste elettorali, gestite a livello nazionale. Il DOJ ha già citato in giudizio almeno 30 Stati, sostenendo che l’acquisizione di liste elettorali non oscurate sia necessaria per garantire la sicurezza delle elezioni, contro possibili brogli.
Al momento, almeno 12 Stati hanno ceduto alle richieste, ma molti altri si sono opposti, poiché ciò rappresenterebbe una grave violazione della privacy e dell’autonomia costituzionale riconosciuta ai singoli stati nella gestione del voto. Quello del Rhode Island è il quinto caso in cui la magistratura stelle-e-strisce si esprime contro le richieste di Washington, dopo quelli della California, del Massachusetts, del Michigan e dell’Oregon.
Il giudice distrettuale Mary McElroy si è schierata con i funzionari statali e le associazioni per i diritti civili, affermando che il DOJ non possiede l’autorità per condurre quella che ha definito una fishing expedition (una spedizione di pesca) nei database statali. Gregg Amore, Segretario di Stato del Rhode Island, ha accolto con favore la decisione, lanciando un duro monito contro quelli che definisce come sconfinamenti costituzionali dell’esecutivo federale.
L’amministrazione Trump ha alzato il tiro nelle ultime settimane con diverse mosse coordinate. Il 31 marzo The Donald ha firmato un ordine esecutivo per creare un database nazionale dei cittadini, incrociando i dati sull’immigrazione ottenuti dal Dipartimento di Sicurezza (DHS) con quelli della previdenza sociale.
A ciò si accompagna la pressione sul Congresso per l’approvazione del SAVE America Act: una proposta per rendere più severi gli standard di documentazione per l’iscrizione nelle liste elettorali e per dimostrare la cittadinanza al momento del voto. Bisogna riconoscere che il sistema di voto statunitense è tutto fuorché inattaccabile (alla faccia del cuore della democrazia...), ma Trump sta evidentemente portando avanti una battaglia strumentale.
Il tycoon continua a sostenere, senza prove, che il sistema sia piagato da frodi diffuse e dal voto di non-cittadini. Tuttavia, i dati sembrano smentire l’allarme: su 60 milioni di nomi controllati dallo scorso aprile, attraverso il sistema SAVE (Systematic Alien Verification for Entitlements) offerto dallo stesso DHS, solo lo 0,035% (21 mila persone) è risultato potenzialmente sospetto, con vari casi che sono stati poi attribuiti a mancanza di aggiornamenti o cambi di nome.
Insomma, il problema c’è, ma è marginale e non ci sono le condizioni perché possa incidere davvero sulle elezioni di metà mandato. Ma il vero obiettivo di Trump e compagnia non è “dire la verità”, quanto piuttosto costruire una narrazione che possa giustificare un intervento di Washington sulle liste elettorali in maniera preventiva, e inculcare un messaggio nell’opinione pubblica affinché, nel caso in cui alla fine i risultati non siano a proprio favore, poter denunciare l’illegittimità dei risultati.
Appare chiaro che queste manovre sono pensate come uno strumento utile per qualsiasi scenario si presenterà, e intanto servono per la ridefinizione dell’equilibrio tra i poteri statunitensi. Ma questo tipo di salti in avanti non sono facili da condurre mentre il consenso interno crolla, anche nel proprio elettorato MAGA a causa della fallimentare aggressione all’Iran. I risvolti futuri non si possono prevedere, ma quel che è certo è che l’ennesima sconfitta in tribunale polarizzerà ancora di più il panorama politico.
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06/03/2026
Per un NO di sana e robusta Costituzione
Come autorevolmente scritto dai docenti universitari di procedura penale della Associazione Gian Domenico Pisapia, (grandissimo e compianto avvocato, tra gli autori della riforma che introdusse in Italia nel 1988 il processo accusatorio) “... se la separazione delle funzioni di accusa, difesa e giudizio è un connotato di qualunque sistema processuale che voglia dirsi autenticamente accusatorio ... la modifica costituzionale insita in questa riforma rischia di portare ad un mutamento genetico del P.M., destinato a configurarsi sempre più come organo schiacciato su mere istanze di repressione ed ad un suo conseguente rafforzamento”.
Il dibattito che si è sviluppato a seguito della approvazione della Legge Costituzionale del 30.10.2025 sconta infatti proprio questa contraddizione: se dal punto di vista tecnico la fisiologia del giudizio accusatorio è fondata sulla parità delle parti processuali davanti ad un giudice terzo ed indipendente da accusa e difesa, la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti licenziata dal Parlamento non offre alcun contributo alla affermazione del giusto processo prevista dall’art. 111 della Costituzione.
In altri termini le garanzie e l’esercizio del diritto di difesa sono destinati a cedere inevitabilmente il passo davanti al progressivo consolidamento del diritto penale processuale e sostanziale del “nemico”, costituito dagli innumerevoli provvedimenti liberticidi in tema di negazione del diritto di manifestazione ed espressione del pensiero ed attacco alle pratiche collettive difformi rispetto all’indirizzo di governo.
È una visione reazionaria della società quella che sostiene la politica in tema di sicurezza promossa dal governo Meloni, anche sulla scorta di evidenti corresponsabilità del pensiero debole del centrosinistra: per i poteri forti ed il sottobosco di colletti bianchi legati alle varie consorterie politiche e finanziarie, varrà ancora di più il sistema di immunità/impunità, mentre per gli esclusi dal banchetto il processo penale avrà le caratteristiche dello strumento volto alla difesa sociale. Evidentemente la cosiddetta democrazia liberale non può tollerare il conflitto sociale e l’opposizione politica.
D’altro canto l’eccezione normativa trasformata in strumento ordinario di regolamentazione e risoluzione delle contraddizioni non è una novità nella storia repubblicana: il potere esecutivo e quello legislativo hanno in passato delegato la Magistratura per intervenire manu militari nel contrasto alle diverse emergenze ritenute pericolose per la tenuta dell’ordine costituito (dalla stagione della lotta alla sovversione ai maxi processi organizzati per reprimere la criminalità organizzata, dalla lotta alla delinquenza di strada fino al contrasto dello spaccio di droga).
Dal periodo di Mani Pulite in poi lo scontro tra i poteri dello Stato si è fatto tuttavia sempre più feroce, proprio in base alla necessità per il Potere Politico di sottrarre a quello Giudiziario le prerogative che avevano consentito a questo di elaborare in autonomia le proprie strategie, con le conseguenti resistenze della Magistratura intera a rientrare nell’ambito della subordinazione istituzionale.
Infatti al centro del contrasto di questi giorni non può certo essere considerata la foglia di fico della separazione tra P.M e Giudici. Volendo considerare solo i dati relativi alle modifiche dell’Ordinamento Giudiziario introdotte dalla riforma Cartabia nel 2022 (che prevedeva la possibilità di decidere il passaggio da una carriera all’altra una sola volta nel percorso professionale del magistrato e, comunque, con il cambiamento della sede distrettuale – regione –) negli ultimi anni la percentuale dei passaggi è stata solo dello 0,31%.
L’elemento cruciale, invece, che assume un rilievo dirimente per comprendere la finalità della riforma costituzionale Nordio/Meloni, è lo sdoppiamento dei Consigli Superiori cui dovrebbero far capo le due carriere – giudicante e requirente – con la novità rappresentata dalla introduzione di un terzo organo chiamato Alta Corte Disciplinare.
Se è già indicativo della finalità perseguita il paradossale sistema di ingresso dei membri togati in organi di rilevanza costituzionale, il quale dovrebbe avvenire tramite un’estrazione a sorte, sono davvero eloquenti i requisiti previsti per fare parte, sempre con sorteggio, della Corte Disciplinare: giudici e p.m. che hanno svolto o svolgono funzioni di legittimità – Cassazione – da sempre in maggioranza affini professionalmente ad una visione conservativa e verticistica dell’ordine giudiziario, diversa storicamente da quella espressa dai giudici di merito.
C’è poco da aggiungere. Se fosse stato effettivamente a cuore del Legislatore il rafforzamento del processo accusatorio le soluzioni sarebbero state diverse e più importanti. Tutte da adottare con legge ordinaria: ad esempio tornare allo spirito originario del codice di procedura penale, ripristinando la formazione della prova in modo orale e nel contraddittorio delle parti, impedendo l’ingresso nel fascicolo processuale delle attività investigative svolte dalla polizia giudiziaria e dal P.M. nelle indagini preliminari. Oppure limitare la rinnovazione degli atti processuali mediante lettura dei verbali delle prove testimoniali assunte in precedenza, rendere effettivo il diritto di difesa dell’imputato aumentando le facoltà esercitabili dall’avvocato anche in relazione alla possibilità di svolgimento di accertamenti con l’ausilio di consulenti qualificati.
Nulla di tutto questo è rinvenibile nella riforma Nordio/Meloni: la modifica costituzionale è diretta ad assicurare una sostanziale omogeneità tra i Poteri dello Stato, riconoscendo la supremazia del Potere Esecutivo rispetto agli altri; basta considerare quanto già avviene alle Camere con la decretazione di urgenza su temi sensibilissimi come la sicurezza ed i voti di fiducia con cui si tacita qualunque dibattito parlamentare.
Se il referendum su questo disegno autoritario dovesse confermare con il SI la tenuta della revisione costituzionale, non sono difficili da prevedere i passaggi successivi che saranno messi in campo sulla “Giustizia”: ridimensionamento con progressiva abolizione del principio di obbligatorietà dell’azione penale e sottrazione al P.M. della funzione di direzione e coordinamento delle indagini di polizia giudiziaria, che saranno svolte e concluse in piena autonomia dagli organi investigativi con relativa selezione di fatti, autori e contesti da perseguire.
Cosa ci separa a quel punto dallo stato di Polizia?
La vittoria del NO significa togliere alla deriva reazionaria uno strumento pensato per essere funzionale alla compressione dei diritti fondamentali, per riportare a fare prevalere i principi di eguaglianza e libertà rispetto a quello di autorità, contro la logica e le politiche di guerra e genocidio fondate sulla impunità dei poteri forti.
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21/02/2026
USA - Trump inciampa sui dazi (e i pieni poteri)
La Corte Suprema ha infatti bocciato i dazi imposti praticamente su tutte le importazioni dal resto del mondo. Da un minimo del 10% a molto di più.
Nonostante avesse nel tempo “blindato” la Corte nominando giudici molto conservatori – fino ad arrivare a 7 su 9 – il voto di ieri è stato netto: 6 a 3, con il presidente John Roberts e le giudici Amy Coney Barrett e Neil Gorsuch schierati contro Trump.
“Il Presidente rivendica lo straordinario potere di imporre unilateralmente dazi di ammontare, durata e portata illimitati. Alla luce dell’ampiezza, della storia e del contesto costituzionale di tale autorità rivendicata, egli deve individuare una chiara autorizzazione del Congresso per esercitarla”, ha scritto Roberts. La legge del 1977 citata da Trump per giustificare i dazi “non è all’altezza” dell’approvazione del Congresso, che sarebbe invece necessaria. Di fatto, si è trattato di “un’espansione trasformativa dell’autorità del Presidente in materia di politica tariffaria”.
Il pasticcio era stato creato dall’amministrazione stessa, interpretando al contrario quella legge – l’International Emergency Economic Powers Act – che era stata approvata proprio per limitare, e non estendere, il potere del Potus (President of the United States) in materia di economia.
Era, infatti, arrivata dopo lo sconvolgimento dei mercati creato dalla decisione di Richard Nixon di revocare la convertibilità fissa tra oro e dollaro, distruggendo di fatto il sistema di Bretton Woods. Di lì in poi, il voto del Congresso era diventato obbligatorio. Il presidente può decidere misure straordinarie, ma solo in circostanze straordinarie e col voto del Congresso. Punto.
Trump ha naturalmente reagito subito “alla Salvini” (“È una vergogna!”), annunciando che però andrà avanti con un misterioso “piano B”. Che subito dopo si è manifestato con l’annuncio di un’altra raffica di dazi per tutto il mondo di circa il 10%. Non è chiaro in base a quale legge statunitense ne avrebbe il potere, però (sul diritto internazionale è stata nel frattempo stesa una lapide...).
Ma il caos è comunque assicurato, anche se tutti i paesi che avevano stretto accordi con gli Usa per vedersi ridurre i dazi hanno detto già prima della sentenza che avrebbero rispettato i patti... fino a chiarimenti decisivi. Ricordiamo che tra le misure imposte (ad Europa, Corea del Sud e Giappone, fra gli altri) c’era anche l’obbligo di effettuare investimenti negli Stati Uniti, in una insolita pretesa di “importare capitali” da parte dell’imperialismo dominante.
A promuovere la causa erano state soprattutto le imprese Usa, sostenute da ben 12 stati (Arizona, Colorado, Connecticut, Delaware, Illinois, Maine, Minnesota, Nevada, New Mexico, New York, Oregon e Vermont) che avevano denunciato questi dazi per “motivi di sicurezza nazionale” come fattori di incertezza economica.
Ora si pone la questione – potenzialmente devastante – dei rimborsi che potrebbero venir richiesti dagli importatori statunitensi di merci straniere. “Gli Stati Uniti potrebbero essere tenuti a rimborsare miliardi di dollari agli importatori che hanno pagato i dazi IEEPA, anche se alcuni importatori potrebbero aver già trasferito i costi sui consumatori o su altri”, scrive Kavanaugh, uno dei tre giudici rimasti fedeli a Trump.
Nei fatti, i giudici, con la loro sentenza, non hanno ordinato all’amministrazione Trump di fornire rimborsi agli importatori per i dazi già pagati, né hanno specificato come dovrebbe funzionare la restituzione. Ciò lascia alla Corte di Commercio Internazionale degli Stati Uniti il compito di districare una serie complessa di questioni legali. Secondo la legge doganale, infatti, le richieste di rimborso per i dazi vengono solitamente gestite attraverso un tribunale specializzato con sede a New York e lavorate dall’Agenzia delle Dogane e della Protezione dei Confini degli Stati Uniti (CBP).
Una prima stima parla di forse 300 miliardi da sottrarre al bilancio federale, ma soprattutto si può aprire una stagione di cause e controricorsi che seminerebbe incertezza sistemica, perché bisognerà vedere caso per caso se le imprese “sovratassate” con i dazi hanno trasferito oppure no l’aumento ai consumatori finali tramite i prezzi. Le associazioni di categoria stanno già sollecitando l’amministrazione Trump a emettere rapidamente i rimborsi.
Non è una buona notizia, anche perché proprio ieri sono stati diffusi i dati sulla crescita del Pil nell’ultimo trimestre del 2025 – più bassa delle attese – e quelli dell’inflazione (di nuovo verso l’alto). Il giorno prima si era visto che anche il deficit commerciale – il rapporto tra importazioni ed esportazioni, il più sensibile ai dazi – è addirittura peggiorato invece di migliorare (come nelle promesse).
Soprattutto politicamente, però, è un colpo duro per la prassi trumpiana – procedere come se i “pesi e contrappesi” istituzionali non esistessero – che si somma ai molti problemi interni esplosi con la resistenza di Minneapolis, le elezioni perse a New York, Seattle e persino nel profondo Texas, da sempre repubblicano e forcaiolo, ma egualmente bisognoso di lavoratori immigrati a basso salario. Ossia quei “chicanos” inseguiti dall’ICE in ogni città...
Se gli Stati Uniti fossero una normale democrazia liberale in salute, si dovrebbe constatare che con questa sentenza le fondamenta dell’agenda economica dell’amministrazione – e indirettamente anche di quella geopolitica – sono improvvisamente venute meno. Trump non dovrebbe più avere a disposizione la pistola dei dazi per minacciare il resto del mondo come nell’ultimo anno, che aveva tra l’altro riacceso i timori sull’inflazione e che aveva un impatto sulle prospettive fiscali della nazione.
In teoria, insomma, si aprirebbe per lui una lunghissima stagione da “anatra zoppa” – quasi tre anni, fino alle prossime presidenziali – in cui ogni decisione rilevante, sia interna che internazionale, dovrebbe essere condizionata da una lunga dialettica tra i due partiti rappresentati al Congresso. Di fatto sarebbe la fine del trumpismo trionfante per come lo abbiamo conosciuto.
Ma non è facile credere che andrà così. E facciamo un esempio immediato.
Stabilito il principio che neanche Trump è onnipotente, e che i “pieni poteri” non se li può attribuire da solo a prescindere dalle necessità e dalle altre istituzioni, anche la sua disinvolta politica estera – di fatto una riedizione in salsa tecnologica della “politica delle cannoniere” – dovrebbe essere vincolata a voti parlamentari di assai dubbio esito e comunque a trattative in grado di stemperare gli aspetti più controversi.
Al momento, infatti, secondo le leggi americane, il presidente può decidere autonomamente “azioni militari” urgenti, ma non di aprire conflitti duraturi che comportano uno sforzo gravoso per tutto il paese. Ma l’annuncio di “nuovi dazi” fatto subito dopo la sentenza apre la strada ad un percorso invece avventuroso, pieno di scontri istituzionali duri tra potere esecutivo e tutti gli altri, al termine del quale gli Stati Uniti, se le loro contraddizioni interne non esploderanno arrivando a bloccare questa amministrazione “illimitabile”, saranno qualcosa che nessuno potrà definire “democrazia liberale”. Ma un mostro pericoloso e senza cervello. Un Frankenstein jr. che non fa ridere...
Temiamo che l’attacco all’Iran possa essere il test per stabilire se e fino a che punto la follia “Maga” potrà essere imbrigliata.
Fonte
14/02/2026
08/02/2026
La separazione delle carriere per addomesticare la giustizia
Scritto a due mani dal magistrato Piergiorgio Morosini, Presidente del Tribunale di Palermo e da Antonella Mascali, giornalista Giudiziaria de Il Fatto Quotidiano, il testo non si limita ad illustrare il tentativo in atto di separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri, ma prova ad affrontare il rapporto sempre più aspro, tra giustizia e politica. Un atteggiamento da resa dei conti, da parte del Governo Meloni, che affonda le sue radici nel pensiero di Silvio Berlusconi e della lobbie che rappresentava. Il vero ed unico padre politico della riforma.
Da subito si è compreso che, su questa riforma, la posta in gioco è alta. Soprattutto dagli esempi chiari e diretti spiegati dal magistrato Morosini e il conseguente vociferare tra il pubblico di alcuni avvocati. Gli stessi che durante l’intervento dell’avvocato Cosimo Zaccaria, hanno accusato che le sue affermazioni “danneggerebbero la categoria”. Nonché proseguite poi con uno scambio di frasi, per lo più privo di contenuti, con gli altri relatori.
La materia, è inutile nasconderlo, è da addetti i lavori. Precedentemente abbiamo provato a renderla più semplice (1) anche se resta assai difficile, ma doveroso, contrastare le ragioni del SI, quando queste sono sostenute con motivazioni che nulla hanno a che fare con il miglior funzionamento dei processi e della magistratura.
La legge di riforma costituzionale delle norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della corte disciplinare, “Ambisce – come è ben riportato nella sinossi del libro – a mutare l’equilibrio tra poteri dello Stato e a liberare la politica da ogni controllo. Smantella quelle garanzie volute dai costituenti nel 1948, per affrancare i magistrati da qualsiasi condizionamento e creare i presupposti per renderli imparziali”.
Una tesi contestata dal Governo e dai sostenitori della riforma, con l’accusa di voler usare strumentalmente la proposta di miglioramento, enunciando questioni che non sono scritte nel testo di Legge proposto. E una falsa preoccupazione perché in realtà, affermano, questa riforma non mette per iscritto che verrà toccata l’autonomia dei giudici e pubblici ministeri.
Ne consegue che la mobilitazione avversa al referendum proposto, rappresenterebbe una presa di posizione atta alla protezione della categoria dei magistrati che da troppo tempo restano impuniti rispetto alle loro persecuzioni giudiziarie.
Nulla di più assurdo, dato proprio che questa formula della separazione, era stata pensata dai padri costituenti perché, in un clima di forte instabilità e di forti preoccupazioni politiche, i partiti presenti prima delle elezioni generali del 1948, avevano il timore che risultando perdenti, avrebbero potuto subire la vendetta anche giudiziaria dei vincenti.
Per questo tutte le forze presenti nell’Assemblea Costituente, decisero per il Consiglio Istituzionale della Magistratura così organizzato, perché quella sarebbe stata la formula in grado di proteggere i perdenti alle elezioni del 1948 e tutti i cittadini in pari diritto e differente classe sociale.
Tutto il contrario dei sostenitori del “SI” che promuovono un’idea di magistratura, non solo allineata alla maggioranza di turno, ma che non sia neanche nella possibilità di poter indagare sui loro eventuali illeciti amministrativi, finanziari o fenomeni di corruzione.
Per i sostenitori della riforma, invece, tutto questo è falso perché, quanto dichiarato, non è presente nel testo della legge.
Esiste allora un pericolo democratico?
In verità, se passasse il SI al referendum, non si tratterebbe di una riforma ma bensì del puro abbattimento dello stato esistente delle cose. Quello è l’obiettivo. Lo conferma il testo delle legge che rimanda obbligatoriamente a successivi Decreti “organizzativi” emanati dal Governo.
Non rassicurano certo le parole del Governo, per voce del ministro Nordio, quando afferma che comunque “poi insieme ai magistrati definiranno le modalità d’applicazione e organizzative della modifica apportata”. In pratica una riforma d’accettare al buio, basandoci sulla fiducia.
In verità, come è possibile fidarsi quando il tenore degli appelli del Governo, anche nel caso degli scontri di Torino, sono direttamente imputabili alla superficialità dei giudici che scarcerano senza remore, vanificando così la credibilità delle forze dell’ordine?
Dobbiamo fidarci di una maggioranza che ormai dalla sua nascita esautora il parlamento, tanto da preparare una legge costituzionale che entrata in Parlamento a fine maggio del 2024 e ne esce nell’ottobre del 2025 dal Consiglio dei Ministri con un testo a firma Meloni-Nordio, dove con quattro passaggi parlamentari, non viene cambiato neanche una virgola?
Quando si cambia la Costituzione di un paese, è elemento di identità democratica che questa venga concordata con tutte le forze politiche presenti nella sfera parlamentare, debitamente e proporzionalmente rappresentate e non a colpi di maggioranza ottenuta grazie ad una riforma elettorale maggioritaria che vede oggi governare forze politiche numericamente poco rappresentative nel paese.
Un altra prova, è anche la negazione al voto agli oltre 5 milioni di cittadini fuorisede (2). Non è che questa decisione sia stata influenzata dal fatto che alcuni sondaggio li evidenziavano come una parte del nostro paese che era favorevole al NO?
Per non parlare poi della forzatura d’approvazione, nei modi e nei tempi, che il Governo ha attuato nella decisione della data del 22 marzo delle votazioni referendarie. Addirittura avanzando la proposta di votare in febbraio. Decisione imposta nonostante oltre 500mila firme erano in procinto di essere ormai raccolte.
Come possiamo giudicare tutto questo, se non comeun chiaro messaggio atto a non consentire democraticamente di poter informare adeguatamente i cittadini della pericolosa concentrazione dei poteri che si sta provando ad attuare?
Per fortuna, proprio ieri, l’Ufficio centrale della Suprema Corte ha riformulato il testo ammesso a novembre (3), una scelta che avrebbe dovuto costringere il governo a riconvocare le urne per il voto, ad aprile. Ma ciò non è avvenuto perché il CDM ha comunicato che integrerà il quesito ammesso ma non cambierà la data del referendum. Si annuncia ricorso dei 15 giuristi.
L’ammissione del nuovo testo, è bene ricordare, è nato dalla proposta dei 15 giuristi promotori della raccolta firme popolare, partita sotto Natale e che in appena 25 giorni ha raggiunto e superato le 500mila sottoscrizioni richieste.
Un ulteriore stop a questa riforma che non è solo inutile per i problemi legati alla giustizia, ma anche dannosa proprio per l’equilibrio e l’autonomia di quei poteri dello Stato, (legislativo, esecutivo e giudiziario) che hanno cercato di garantire al meglio, pari diritto e dignità a tutti noi. Punti fondanti di una Costituzione che ancora oggi, stenta ad essere integralmente applicata.
Un concetto assai difficile da comprendere per chi vede in modo affermativo, la possibilità di agire, da parte dei Governi verso i popoli di altre nazioni e i dissidenti interni, in modo aggressivo e con l’obiettivo inaccettabile di reinstaurare oligarchie libere dal vincolo democratico.
Un esempio lo cita proprio il magistrato Piergiorgio Morosini, durante la conferenza rispetto al progetto del ponte di Messina:
“Guardate, la scelta del ponte sullo stretto di Messina. Penso sia una scelta giusta perché secondo me proietta certe regioni nel futuro. Probabilmente può essere un volano per il nostro paese, ma se dobbiamo varare il ponte sullo stretto, però vogliamo attivare una procedura amministrativa che tiene conto dei tanti problemi per la costruzione di questo ponte, non fosse altro per la richiesta di tutti i pareri tecnici che ci devono essere prima di fare un’opera di quella portata e di quel tipo? Soprattutto in una zona che presenta tanti rischi ad esempio dal punto di vista sismico delle correnti etc. Allora perché, quando la Corte dei Conti ha fatto i rilievi a quella procedura nell’ottobre scorso a protezione di tutti, veniva considerato un atto di ostilità verso una scelta del governo? Era un doveroso controllo che consentiva di realizzare quel progetto a regola d’arte. Sono invece, stati considerati dei nemici del governo e questo vale sempre ogni volta che c’è una decisione sgradita da parte di magistrati”.Il caso Palamara, rafforza la riforma?
Durante l’esposizione si è anche affrontato il problema dello scandalo Palamara (4).
Salito alle cronache per aver cercato di influenzare delle nomine al Consiglio superiore della Magistratura ed utilizzata oggi dalla maggioranza di Governo per giustificare questa riforma, ha ricevuto la precisa spiegazione da parte della giornalista giudiziaria Antonella Mascali:
“Aggiungo un particolare sulla questione dell’hotel Champagne (ndr era l’Hotel dove si sono trovati per concordarsi sui nomi), perché i sostenitori del SI dicono che sono per la fine della casta dei magistrati e per la fine del male della correntocrazia. La sottoscritta ha scritto del male della correntocrazia e della spartizione che va stigmatizzata e che c’è stata al CSM, in tempi non sospetti, ma Morosini ha detto, – che alla fine della vicenda – i cinque consiglieri del CSM si sono dimessi dopo essere stati sanzionati dai giudici disciplinari del CSM. Palamara, ex consigliere, nonché magistrato, è stato radiato e i due parlamentari non hanno subito conseguenze. Uno dei due parlamentari in quel momento è il magistrato, Cosimo Ferri che è stato salvato dai politici, non dai magistrati. Perché è stata la maggioranza in Parlamento a non autorizzare il collegio disciplinare del CSM all’utilizzo delle intercettazioni e delle chat, per cui il collegio disciplinare del processo per le chat dell’hotel Champagne ha dovuto alzare le mani di fronte a un salvataggio della politica. Quindi cosa vanno raccontando?”Il ruolo trasparente dei giornalisti
Anche dal punto di vista della trasparenza dell’informazione, rispetto ai processi, per noi giornalisti c’è un ulteriore limitazione rispetto alla possibilità di pubblicare gli atti processuali anche se pubblici.
Certamente la nostra categoria non brilla per trasparenza e il connubio stampa-politica spesso ha consentito l’uso strumentale degli atti giudiziari a fine politico. Però l’impossibilità di poter pubblicare un’ordinanza di custodia cautelare o di altra misura restrittiva personale, anche se già a conoscenza delle parti coinvolti nel processo, non mette maggiormente in pericolo, rispetto all’opinione pubblica, l’imputato? Essere costretti a redigere solo un riassunto, che può essere interpretativo rispetto a chi scrive, non è più pericoloso rispetto al testo originale pubblicato virgolettato?
Ma la riforma Cartabia non è allora servita a nulla?
La magistratura ha molti problemi che sono emersi già nel 2019 con lo scandalo Palamara dell’hotel Champagne, ma dobbiamo ricordare che nel 2022 è stata varata la riforma Cartabia, che ha cambiato gli illeciti disciplinari, i criteri per nominare i capi degli uffici, il sistema elettorale del CSM.
Una riforma fatta insieme a parlamentari, avvocati, magistrati ed esponenti del mondo accademico, votata nel 2022 anche da due forze politiche, Forza Italia e Lega. Gli stessi partiti che oggi proseguono nella richiesta di riforma Meloni-Nordio, senza coinvolgere le parti in una preventiva analisi di ciò che quella riforma ha prodotto.
Necessario confronto, anche se a mio avviso quella riforma, sostenuta dal governo Draghi, non ha per nulla risolto il problema dello smaltimento dei processi verso i cittadini e della giusta pena. Risolvibile in verità, solo con una nuova organizzazione delle procure che tenga conto delle necessità dei magistrati e degli avvocati e soprattutto, di nuovi investimenti, che non a caso sono assenti da anni.
Note
[1] https://alkemianews.it/2025/12/06/la-contro-riforma-della-giustizia/
[2] https://www.ilsole24ore.com/art/niente-voto-i-fuorisede-referendum-perche-e-stato-bocciato-e-che-punto-siamo-la-legge-AI50yaGB
[3] https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/06/referendum-nordio-cassazione-quesito-data-notizie/8282891/
[4] https://www.penaledp.it/il-palamara-gate/
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02/02/2026
USA - Kevin Warsh alla FED: un colpo al cerchio e uno alla botte
L’investitura arriva in un momento di forte scontro istituzionale, con l’attuale presidente della FED posto sotto indagine dal Department of Justice, con evidente soddisfazione di Trump. Powell, che era stato nominato dallo stesso Trump nel 2017, ha resistito alle pressioni della Casa Bianca, che voleva un maggiore allentamento della politica monetaria.
Nel braccio di ferro in cui sono entrati Guarda Nazionale, ICE, sanctuary cities e approvazioni congressuali per atti di guerra, anche la FED è diventata parte di una possibile ridefinizione dell’assetto istituzionale che, per ora, rimane informale, strisciante, ma che il nodo delle elezioni mid term potrebbe rendere esplicita.
Tuttavia, forzature del genere, operate quando – anzi, proprio perché – si è la principale economia al mondo, generano risposte dei “mercati” che non si fanno attendere, e non possono essere ignorate. “Mercati” tra virgolette perché dietro questa entità dai confini indecifrabili ci sono, in realtà, una serie di grandi operatori finanziari che devono fare i conti tutti i giorni con il problema di mettere a profitto i propri capitali. Un problema che passa dalla fiducia della controparte, dalla sicurezza del dollaro, e così via.
Un segnale evidente era la corsa dell’oro, che era arrivato a sfondare i 5.500 dollari all’oncia, e anche dell’argento, arrivato oltre i 120. Poi, dopo la nomina di Warsh, nella seduta di borsa di venerdì 30 gennaio 2026 l’oro ha perso oltre il 12% (per vedere un crollo di questo tipo bisogna tornare al 1983) e l’argento è sprofondato di oltre il 30%.
In parte questo era una conseguenza attesa di una fiammate di valore che non poteva durare in eterno (con il prezzo di questi metalli preziosi che rimane comunque molto alto), ma in parte non si può ignorare la funzione rassicurante che sui “mercati” ha avuto l’annuncio di Trump in merito al successore di Powell, nel pieno dello scontro istituzionale tra Casa Bianca e FED.
La preoccupazione era che il prossimo presidente della FED – che gestisce la disponibilità del dollaro sui mercati – fosse eccessivamente disponibile a tagliare i tassi di interesse e a far dunque indebolire il dollaro. Invece, con la nomina di Warsh il dollaro si è subito rafforzato e ne hanno risentito gli altri beni rifugio: i metalli preziosi. Va dunque capito chi è questo Warsh.
Già membro del board della FED tra il 2006 e il 2011 (il più giovane di sempre all’epoca della nomina sotto Bush jr.), Warsh ha battuto al fotofinish la concorrenza di Kevin Hassett, fedelissimo di Trump e direttore del Consiglio Economico Nazionale. Il suo nome nasconde un paradosso che i mercati stanno già cercando di decifrare.
Sebbene vicino all’ambiente repubblicano, Warsh non è considerato una figura disponibile a tagliare i tassi a comando. Le sue posizioni critiche verso la gestione passata della FED e la sua propensione alla stabilità dei prezzi non sembrano essere in linea con le pressioni che The Donald ha esercitato fino a oggi sulla politica della banca centrale.
Questa scelta potrebbe permettere di far passare liscia la conferma della nomina al Senato, dove comunque i repubblicani hanno la maggioranza, ma di soli 3 voti. E allo stesso tempo, come si è visto, le esternazioni passate di Warsh hanno calmato i mercati, preoccupati per l’inflazione, il dollaro, e un vertice della FED accondiscendente con i desiderata della Casa Bianca.
Ma se Warsh è indipendente sul piano del pensiero economico, ha dato segnali di essere vicino alle idee di Trump rispetto all’assetto delle istituzioni stelle-e-strisce. Basta fare una rapida ricerca per trovare vari commenti che evidenziano come il futuro presidente della FED sia dell’idea di rinegoziare l’accordo stretto nel 1951 tra la banca centrale e il Tesoro per mantenere bassi i rendimenti dei Treasury in tempo di guerra, e che è in sostanza considerato come la base dell’indipendenza dell’istituto dalla politica.
Non si parla qui di cancellarla in toto, ma di un ridimensionamento della FED e di una maggiore integrazione tra le sue scelte e quelle del governo. Alla rassicurazione offerta ai mercati, Warsh associa la disponibilità a ragionare con Trump sulle forme istituzionali che hanno guidato il paese negli ultimi decenni.
Oltre a un interesse sul ruolo della IA (di cui molti magnati sono sostenitori di Trump) nello crescita della produttività che possa sostenere un adeguamento dei salari senza lo spauracchio di una fiammata inflattiva. Ciò permetterebbe di ridurre i tassi, ridurre i costi di servizio sul debito, e in generale soddisfare il presidente degli Stati Uniti.
Ci sono molte variabili prima di raggiungere questi obiettivi, ma una cosa è certa, e non ci dovrebbe essere più bisogno di ripeterla: viviamo in un cambio di epoca, in cui il mondo che ne uscirà sarà basato su nuove regole e alleanze.
Fonte
30/01/2026
USA - Perché il Minnesota è diventato il laboratorio del metodo trumpiano di governo
Da una parte l’evidente incapacità di svolgere le proprie funzioni senza seminare morti e feriti da parte di sgherri senza quel minimo di intelligenza/conoscenza da capire cosa si possa fare e cosa no, dall’altra le mobilitazioni popolari e la capacità di adattarsi da parte delle reti nate per opporsi all’ICE. Questo è valso per Minneapolis, ma in piazza sono scese centinaia di migliaia di persone in tutto il paese.
Questi elementi hanno costretto la Casa Bianca non a fare un passo indietro, ma sicuramente a tirare il freno, e anche a scoprire le carte: Pam Bondi, a capo del Dipartimento di Giustizia, ha inviato una lettera al governatore Tim Walz, lo scorso sabato, mettendo in chiaro i termini del ritiro dell’operazione “Metro Surge”, che ha portato 3mila agenti federali nell’area metropolitana di Minneapolis-Saint Paul.
Il primo nodo è la revoca dello status di “sanctuary city”, ovvero le giurisdizioni che limitano la collaborazione delle autorità locali nell’applicare le leggi federali sull’immigrazione. Non significa che lì tali leggi non valgono, ma che “le forze dell’ordine statali applicano le leggi statali”, come ha detto Walz.
È una scelta che riguarda molte città e interi stati: non è, insomma, un elemento “eccezionale” di Minneapolis. Tuttavia, Trump ha invocato la “supremacy clause”, che impone la supremazia delle norme federali sull’azione delle amministrazioni locali. Di conseguenza, sia Walz sia il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, sono stati messi sotto indagine dal Dipartimento di Giustizia per “ostruzione” degli agenti ICE.
Il secondo nodo è quello della fornitura a Washington delle liste di coloro che stanno ricevendo sussidi assistenziali pubblici. Il motivo è nell’attacco mosso alle comunità di immigrati sulla base di uno scandalo emerso anni fa intorno a un’organizzazione no-profit dal nome Feeding Our Future. Nonostante sia ormai chiusa da quattro anni circa, è diventato il cavallo di battaglia della destra più retriva.
In poche parole, un programma per l’acquisto di pasti per le famiglie povere ha riempito le tasche di chi era dietro questa organizzazione, ma il cibo che si dichiarava di distribuire semplicemente non esisteva. Le indagini hanno rivelato casi simili anche per vari servizi di psicoterapia e formazione professionale, per un totale di oltre un miliardo di dollari.
Degli 87 incriminati per frode, oltre sessanta sono già stati condannati: si parla, in sostanza, di un capitolo fraudolento che è però vicino a chiudersi. Ma il tema è che 78 di questi imputati sono somali. In Minnesota vive la più grande comunità somala degli States: oltre 80 mila persone di cui comunque oltre la metà è nata negli USA, mentre l’87% dei restanti ha già ottenuto la cittadinanza statunitense.
Ma l’occasione era troppo ghiotta per chi costruisce il proprio “capitale politico” sull’ipoteca del melting pot, un tempo vanto del paese. E così, il 13 gennaio, il governo ha deciso di revocare lo status TPS (Temporary Protected Status) esteso a tanti somali dopo lo scoppio della guerra civile nel paese africano, nel 1991. In questo modo, 4 mila somali regolarmente residenti si sono trasformati da un giorno all’altro in soggetti a rischio espulsione. Prede per i “cacciatori” dell’ICE...
È però la terza richiesta di Bondi a rivelare il vero obiettivo di Washington: “consentire alla divisione per i Diritti civili del dipartimento di Giustizia di accedere alle liste elettorali per confermare che le pratiche di registrazione degli elettori siano conformi alla legge federale”. Per quanto lo si voglia giustificare con la verifica che non ci siano brogli legati proprio all’iscrizione degli immigrati, il nodo è chiaro: le elezioni di mid term.
L’amministrazione Trump ha lanciato quella che ha definito “la più vasta operazione anti-immigrazione di sempre” non per combattere “la criminalità” (basta guardare la facilità con cui gli sgherri dell’ICE arrestano persone sulla base di colore della pelle e accento, a prescindere dal loro status giuridico), ma per far fronte alla perdita di consenso che potrebbe fargli perdere anche la maggioranza al Congresso, il prossimo novembre.
In questa prospettiva, il Minnesota si presenta come lo stato ideale per fare da laboratorio a un metodo di governo da sperimentare in vista di questo passaggio fondamentale. La comunità somala è la più grande del paese, come detto, ma oltre tre quarti della popolazione dello stato è bianca.
A livello politico, il Minnesota è un fortino dei democratici in maniera ininterrotta dal 1976. Il governatore Walz era stato indicato da Kamala Harris come suo vicepresidente, e ha annunciato che non si ricandiderà alle imminenti elezioni statali. Nel 2019, Ilhan Omar, nata a Mogadiscio e rifugiatasi negli States, è stata eletta alla Camera: è stata una delle prime due deputate musulmane del Congresso.
Da anni sotto attacco diretto e personale da parte di Trump, il clima di odio creato intorno alla sua persona ha portato all’aggressione con una sostanza non identificata proprio un paio di giorni fa, durante un incontro pubblico. Il tycoon ha addirittura insinuato che la deputata abbia inscenato l’accaduto, per sfruttare il momentum politico.
Il Minnesota è anche lo stato di George Floyd. L’omicidio avvenuto il 25 maggio 2020 scatenò il movimento Black Lives Matter, che infiammò gli USA negli ultimi mesi del primo mandato di Trump. Inoltre, portò a una dura critica della polizia, fino a promuovere il taglio dei fondi ad essa dedicati. Da allora a oggi, il numero di poliziotti di Minneapolis è diminuito da oltre 900 a circa 600.
È bene, dunque, unire i puntini di tutti questi elementi. Il Minnesota già nel 2020 ha rappresentato un’area di rivalsa sul problema strutturale e irrisolto del razzismo negli Stati Uniti, su cui i MAGA hanno costruito le loro fortune. Inoltre, questo ha portato a un ridimensionamento delle forze di polizia, con un duro colpo per tutti coloro che, come un Salvini nostrano, sono sempre “dalla parte della divisa”, anche quando questa si presenta come una squadraccia fascista fuori di cranio.
Un tale ridimensionamento ha inoltre permesso alla destra conservatrice di dipingere la città come un territorio fuori controllo, facendo leva sull’enorme scandalo di Feeding Our Future per rafforzare questa narrazione. Questo ha visto un preponderante coinvolgimento di figure di origine somala (nonostante il numero irrisorio rispetto alla totalità della comunità residente). Il modello dell'“immigrato che deruba gli Stati Uniti” è stato dato in pasto a un elettorato che non vedeva l’ora di “avere le prove” dei propri sospetti.
In questo modo, è stato preparato il terreno, nell’opinione pubblica, per un’imponente dispiegamento di agenti anti-immigrazione in uno stato per lo più “bianco”, e in cui anche la stragrande maggioranza dei somali è fatta di cittadini statunitensi. Allo stesso tempo, attraverso la modifica dello status di protezione, è stata creata una “riserva” di somali, grande all’incirca il doppio delle forze federali inviate, che da un giorno all’altro è passata dall’essere legalmente residente a oggetto di espulsione dal paese.
Un obiettivo – non l’unico, ovviamente, ma sicuramente il principale negli intenti politici – costruito per via amministrativa, controllabile da una forza massiccia ma non immersa in un contesto demografico largamente multietnico, in una di quelle che non è certo tra le metropoli strelle-e-strisce più grandi. Insomma, un bersaglio perfetto per un’operazione di polizia che doveva avere, in realtà, obiettivi prettamente politici.
E con questi, non va intesa semplicemente la strumentalizzazione di tematiche migratorie, giudiziarie e di sicurezza per mettere in cattiva luce uno dei più saldi governi “democratici” (che, è bene ricordarlo, sono stati promotori di deportazioni di fatto pari a quelle di Trump, ma senza le fanfare). Il tema che preoccupa la Casa Bianca, come detto, è quello delle elezioni mid term.
Ottenere le liste elettorali di una roccaforte democratica, gettando ombre sul ruolo degli immigrati per possibili brogli elettorali, è il quadro perfetto per addossare alla controparte politica (tra le cui fila un’esponente di punta è appunto somala) la responsabilità del rinvio, se non persino dell’eventuale annullamento della tornata elettorale.
Ad ogni modo darebbe maggiori strumenti per contestare i risultati, come fatto ai tempi dell’elezione di Biden: manipolare l’afflusso di votanti, facilitare la creazione di disordini ai seggi, rendere non certificabili i numeri delle urne, magari addirittura arrivando all’extrema ratio di sospendere le elezioni durante il loro svolgimento, se il sentore è quello di una sonora sconfitta in arrivo.
Ma anche in questo caso, bisogna provare ad analizzare ciò che potrebbe accadere il giorno dopo una scelta del genere, sforzandosi di ragionare su quali scenari si aprono negli States, visti i profondi riflessi che potranno avere per il mondo intero. Pensando al livello di scontro già raggiunto nel paese, è facile immaginare che la rottura con la legalità costituzionale, comunque mascherata, darà vita ad una nuova esplosione di mobilitazioni.
La risposta, Trump, ce l’ha pronta da tempo, e l’ha persino già evocata in riferimento alle proteste di Minneapolis: l’Insurrection Act. Una norma vecchia di 200 anni, usata 30 volte nella storia stelle-e-strisce, che permette di dispiegare l’esercito per imporre il rispetto della legge federale. Un provvedimento, inoltre, che affida poteri straordinari al presidente.
Potremmo dire: due piccioni con una fava. Bisogna però fare uno sforzo ulteriore per andare oltre alla semplicistica narrazione del pazzo che vuole diventare un sovrano assoluto. Perché anche la sfida aperta da The Donald sullo status di “sanctuary city” di Minneapolis non è solo una sfida a un’amministrazione democratica, ma è una sfida a una condizione legittimata negli emendamenti costituzionali.
È stato già detto ed è stata avvalorata da molte dichiarazioni l’ipotesi di una rottura costituzionale con le prossime elezioni mid term. A una tale rottura non può che seguire una ridefinizione dell’assetto di potere. Vari settori repubblicani (non, dunque, UN pazzo), alcuni tra quelli più reazionari, tempo fa avevano promosso il rafforzamento del ruolo del presidente, e una contemporanea compressione dei diritti civili e in particolare di quelli dei migranti.
Questa agenda politica l’avevano messa per iscritto: le 900 pagine del Project25 redatte dalla Heritage Foundation. Anche se Trump non ha mai pubblicamente aderito a queste linee, le idee perorate in quel testo sono perfettamente in linea con il suo agire politico, e con la ridefinizione dell’assetto costituzionale che sembra promuovere in maniera solo fintamente reattiva nel braccio di ferro degli eventi USA.
Non si tratta insomma di un “colpo di testa” da matto. Abbiamo visto come, anche tra le sue fila, ci siano state maretta e defezioni, e come anche il Congresso abbia votato per impedire qualsiasi ulteriore azione militare senza il suo consenso, dopo il rapimento di Maduro.
Per condurre una politica estera spregiudicata come quella delineata da Trump nell’ultimo anno serve velocità nel prendere le decisioni e un fronte interno incapace di opporre un dissenso efficace, vuoi per i meccanismi farraginosi della “democrazia” o per la diretta repressione.
Se la crisi economica ed egemonica statunitense ha prodotto Trump come tentativo reazionario di aggrapparsi al proprio ruolo di prima potenza mondiale, risulta logico pensare alle sue politiche come all’espressione assertiva – per dirla eufemisticamente – di questa forma particolare di deriva bellicista, incentrata sulle Americhe e non sulla NATO, con le altre potenze occidentali che devono investire negli USA e pagare l’industria delle armi stelle-e-strisce se non vogliono essere strozzate.
Questo tipo di scommesse politiche (come sono tutte le guerre, nelle loro varie forme) devono essere vinte anzitutto sul fronte interno, per avere la possibilità di risultare vincenti anche su campi di battaglia lontani. E le “noie” e “apparenze” della democrazia aiutano poco una bestia ferita che, persa la presa sul mondo, scalcia e azzanna per rimanere il “re della giungla” (altro che il “giardino” di Borrell!).
Certo, le variabili di questa scommessa sono anche altre (la bolla finanziaria e lo scontro con la FED, ad esempio), e lo abbiamo scritto: “l’America che si è affidata a Trump appare un gigante miope che avanza a tentoni, spostando cose e rompendo paesi, equilibri, consuetudini e regole... ma senza più un obiettivo condivisibile anche per buona parte del resto del mondo”.
Ovviamente, le organizzazioni politiche – o le redazioni dei giornali – non prevedono il futuro, ma possono ipotizzare gli scenari e preparare gli strumenti necessari a navigarli. Ragionare sui sintomi di quel che succede negli USA, e quali possano essere gli sviluppi, è oggi centrale per chi, nonostante tutto, deve ancora affrontare la NATO come principale vincolo esterno a qualsiasi ipotesi di alternativa.
Un ultimo appunto.
L’amministrazione Trump ha anche sollevato, senza prove, l’accusa per cui parte dei fondi sottratti nello scandalo della Feeding Our Future sia andata a finanziare Al-Shabaab, quella che è sostanzialmente la cellula di al-Qaeda in Somalia. Contro i gruppi terroristici islamici della Somalia, Washington ha ultimamente condotto vari attacchi.
Ma la cancellazione dello status di protezione per tanti somali, rinnovato proprio in virtù della guerra civile, può in un qualche modo essere preludio a un cambio di approccio? Può rappresentare anche uno strumento di pressione sulla questione del Somaliland, che tanto sta a cuore a Israele? Come detto, gli scenari statunitensi hanno un riverbero che va ben oltre l’emisfero occidentale.
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18/01/2026
USA - 30 le persone morte nelle mani dell’ICE. Cresce lo scontro interno
Il Washington Post ha riferito che la morte di Lunas Campos, un immigrato cubano di 55 anni, avvenuta in stato di detenzione, sarà probabilmente dichiarata omicidio, con “causa preliminare del decesso: asfissia dovuta a compressione del collo e del torace”. Secondo il quotidiano americano un altro detenuto racconterebbe di aver visto Geraldo Lunas Campos strangolato a morte dalle guardie di un centro di detenzione dell’Ice in Texas il 3 gennaio scorso.
L’Immigration and Customs Enforcement (ICE) è un’agenzia federale statunitense che si occupa di immigrazione irregolare e deportazioni. Negli ultimi anni è stata al centro di forti critiche, soprattutto durante la presidenza di Donald Trump, per le sue pratiche operative brutali, gli omicidi a sangue freddo e per l’espansione dei poteri di arresto e detenzione. Gli agenti dell’ICE, come è ormai rilevabile in tutti i video e le foto, agiscono mascherati per non farsi identificare e si comportano come un vero e proprio esercito di occupazione ma nelle proprie comunità.
Sulla scia della brutale uccisione di Renee Nicole Good, un informatore del Dipartimento della Sicurezza Nazionale ha rivelato che sono stati svelati i dati personali di circa 4.500 agenti e funzionari dell’ICE e della Border Patrol in quella che è stata descritta come la più grande violazione di dati della Sicurezza Interna personale di sempre.
Ma adesso i nomi, le email di lavoro, i loro numeri di telefono, i loro ruoli lavorativi e curriculum non sono più anonimi o riservati. Quasi 2.000 agenti di polizia in prima linea, proprio quelli che conducono raid, arresti e deportazioni, sono ora presumibilmente esposti.
I dati sarebbero stati consegnati a ICE List, un sito con dominio islandese che si definisce come una “iniziativa di responsabilità” gestita da volontari che traccia gli agenti e gli abusi. Il suo fondatore afferma che l’uccisione di Good è stata “l’ultima goccia” anche per molti all’interno dell’agenzia, e a giudicare dalla portata della fuga di notizie, il dissenso all’interno della stessa sta aumentando.
A Minneapolis intanto resta altissima la tensione, con nuovi scontri nelle strade, dopo che un agente dell’Ice ha sparato ad un immigrato venezuelano, ferendolo a una gamba, una settimana dopo che un altro agente ha ucciso la giovane donna Renée Good durante un’operazione per la deportazione di immigrati.
Il governatore del Minnesota, Tim Walz, ha annunciato che potrebbe schierare la Guardia Nazionale per opporla alle brutalità e agli abusi dell’ICE contro la popolazione, mentre nei giorni scorsi aveva invitato i cittadini a girare con il telefonino sempre pronto per documentarle con i video.
Venerdì, un giudice federale ha vietato agli agenti federali di Minneapolis di arrestare manifestanti pacifici o di utilizzare munizioni non letali e strumenti di controllo delle folle contro di loro.
Il giornale statunitense Politico riferisce che la sentenza di 80 pagine della giudice distrettuale statunitense Kate Menendez, si colloca in un clima sempre più conflittuale tra l’amministrazione Trump e i funzionari del Minnesota, che hanno accusato gli agenti dell’ICE di alimentare paura e violenza nelle strade locali.
L’ordine della giudice Menendez vieta ai funzionari della Sicurezza Interna e dell’ICE coinvolti nell’Operazione Metro Surge di “usare spray al peperoncino o munizioni non letali simili e strumenti di dispersione della folla contro persone che stanno svolgendo attività di protesta pacifiche e senza ostacoli”. Il giudice ha inoltre proibito agli agenti federali di fermare i veicoli che li seguivano, purché questi mantengano una distanza sicura e “adeguata”.
La decisione è arrivata in risposta a una richiesta d’emergenza da parte dei manifestanti che hanno citato in giudizio l’ICE a dicembre, sostenendo che le loro azioni sono avvenute con arresti incostituzionali e violenza.
Dura la reazione della Casa Bianca, la cui portavoce Abigail Jackson ha dichiarato: “Questa assurda sentenza abbraccia una narrazione disonesta e di sinistra. Ecco la verità: gli agenti federali hanno agito legalmente per proteggersi e garantire l’integrità delle loro operazioni quando individui tentano di intervenire. L’amministrazione Trump farà sempre rispettare la legge”.
Non solo. Il Dipartimento di Giustizia ha anche iniziato a mettere nel mirino due dei critici più severi di Trump in Minnesota – il governatore Tim Walz e il sindaco di Minneapolis Jacob Frey – per aver potenzialmente ostruito gli agenti dell’immigrazione.
Questa escalation ha visto Donald Trump minacciare per l’ennesima volta l’uso dell’Insurrection Act, una legge del 1807 che in condizioni di emergenza conferisce al presidente il potere di schierare a livello nazionale le forze militari contro i cittadini americani e di federalizzare le unità della Guardia Nazionale dei singoli Stati.
L’Insurrection Act fu invocato l‘ultima volta nel 1992 dall’allora presidente George Bush senior, su richiesta del governatore repubblicano della California, alle prese con una rivolte senza precedenti a Los Angeles dopo l’assoluzione dei poliziotti che avevano picchiato a morte Rodney King, un automobilista nero.
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14/01/2026
Un assassino a piede libero
Sebbene il Dipartimento della Sicurezza Nazionale (DHS) non abbia ufficialmente rilasciato il nome dell’agente, testate come il Minnesota Star Tribune, The Guardian e Associated Press lo hanno identificato come Jonathan E. Ross, un veterano con 10 anni di servizio nell’ICE e precedente esperienza militare.
Il caso è sotto la giurisdizione dell’FBI. Il DHS e l’amministrazione federale hanno difeso l’operato dell’agente, parlando di “legittima difesa” e sostenendo che l’agente temesse per la propria vita.
Esiste una forte tensione tra le autorità federali e lo stato del Minnesota. Il governatore Tim Walz e le autorità locali hanno espresso frustrazione per il fatto che l’FBI abbia limitato l’accesso ai documenti dell’indagine alla polizia statale (BCA), rendendo difficile per i procuratori locali valutare eventuali incriminazioni.
Jonathan Ross è il volto di un sistema che si autoprotegge dietro l’acronimo dell’ICE e le mura del Dipartimento della Sicurezza Nazionale. Sappiamo chi è grazie alla perizia dei cronisti, non per la trasparenza dello Stato. Dieci anni di servizio, un passato militare: le credenziali perfette per chi, in una mattina di gennaio, decide che la “paura per la propria vita” vale più della vita di una donna.
Ross, attualmente, non è un sospettato nei registri federali; è un “agente in missione” protetto da una dottrina che trasforma l’aggressione in difesa e la vittima in un tragico incidente di percorso. O addirittura “terrorismo interno”. Come spergiurato da quei due sociopatici di Kristi Noem e J.D. Vance.
Assistiamo a un paradosso grottesco. Da una parte, lo Stato del Minnesota che chiede risposte; dall’altra, l’FBI che chiude i faldoni. È una guerra di giurisdizione che serve solo a una cosa: far passare il tempo. Perché il tempo è l’alleato dell’oblio.
La storia ci insegna che il silenzio delle istituzioni è il rumore più assordante. E finché non ci sarà un’incriminazione, finché la trasparenza non vincerà sulla segretezza del DHS, Renee Nicole Good non sarà stata uccisa una sola volta, ma ogni giorno in cui il suo assassino camminerà libero nel sole gelido del Minnesota.
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13/01/2026
USA - Lo scontro istituzionale investe anche la FED
La procura del distretto di Washington DC ha ufficialmente aperto un’indagine penale nei confronti del vertice della banca centrale stelle-e-strisce. È stato lo stesso Powell, domenica, a riferire che il Dipartimento di Giustizia ha notificato alla Fed dei mandati di comparizione del grand jury, minacciando di incriminarlo per la testimonianza resa al Senato lo scorso giugno, riguardo alla ristrutturazione della sede centrale della FED.
Le accuse riguardano la gestione dei lavori, i cui costi sono lievitati ogni oltre previsione, e quella che viene indagata è la possibilità che Powell abbia fornito testimonianze mendaci al Congresso sulla portata del progetto. Infatti, il budget iniziale di 2,5 miliardi di dollari, per 5 anni di lavori dal 2022 al 2027, sarebbe lievitato di circa 700 milioni. La Federal Reserve ha chiarito che gli aumenti sono dovuti all’aumento dei prezzi dei materiali e della manodopera, oltre alle spese non previste per la rimozione di grandi quantità di amianto.
Powell, che nelle sue apparizioni pubbliche e in alcuni video al fianco di Trump (uno in cui il tycoon faceva domande proprio sui lavori di ristrutturazione) ha sempre mostrato un’inappuntabile pacatezza e diplomaticità, questa volta è stato molto esplicito nella sua risposta. Ha respinto ogni accusa, definendo i costi edilizi come un pretesto utilizzato dalla Casa Bianca per intimidire la banca centrale.
“Nessuno, e certamente non il presidente della Federal Reserve, è al di sopra della legge, ma questa azione senza precedenti dovrebbe essere vista nel contesto più ampio delle minacce e delle continue pressioni dell’amministrazione” riguardo alla politica tenuta dalla banca centrale statunitense sui tassi di interesse. È da tempo, infatti, che Trump chiede un taglio drastico dei tassi di interesse, ma la FED, nella sua indipendenza, si oppone per paura di una spirale inflazionistica.
Negli ultimi mesi, The Donald ha cercato a più riprese di influenzare la politica monetaria, arrivando a ordinare il licenziamento (poi sospeso dalla Corte Suprema) di Lisa Cook, parte del Consiglio dei governatori della banca, e minacciando allo stesso modo pure Powell. Il quale, però, è protetto dalla legge che garantisce l’indipendenza del presidente della FED. Trump ha affermato di non sapere nulla di come si muove il Dipartimento della Giustizia, ma che in sostanza capisce bene perché Powell è finito sotto accusa.
Il caso ha scosso anche le fila dei repubblicani. Thom Tillis, membro della Commissione bancaria del Senato, ha duramente criticato l’operato del Dipartimento della Giustizia, affermando che questa mossa ne compromette la credibilità. Tillis ha annunciato che si opporrà a qualsiasi nuova nomina di Trump per la FED, compresa la scelta del successore di Powell, finché la vicenda legale non sarà chiarita.
Difatti, il mandato di Powell come presidente scadrà a maggio. Trump ha detto di aver già pensato a chi lo sostituirà. L’attuale presidente, viste le recenti diatribe, potrebbe decidere di non seguire la tradizione che vede i presidenti uscenti lasciare anche il posto di governatore nel consiglio della banca (in questo caso, la scadenza è il 2028).
Ma maggio, e tantomeno il 2028, sono tempi che Trump può aspettare, in vista delle elezioni di mid-term e dell’apprezzamento in calo. Tuttavia, in gioco c’è anche la credibilità della FED e la reazione dei mercati, già nervosi di fronte a una crisi istituzionale che non ha eguali nella storia statunitense recente, con possibili effetti a cascata su tutto il sistema.
“È ormai un anno che il mercato sente minacce sull’indipendenza della FED e le ignora sistematicamente, ma a un certo punto ci sarà un punto di rottura”, ha dichiarato via email a Fortune Christopher Hodge, che in passato ha ricoperto il ruolo di principal economist presso la FED di New York. Hodge ha sottolineato che se Powell finisse sotto indagine, probabilmente accadrebbe lo stesso all’intero consiglio, portando all’erosione della credibilità della banca.
Il gioco duro nella ridefinizione interna dell’establishment statunitense e anche delle regole, scritte o meno, della dialettica politica, si presenta assai pericoloso. Soprattutto, mentre le strade sono piene di manifestanti contro le violenze poliziesche.
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10/01/2026
USA - La Casa Bianca impone la militarizzazione di Minneapolis
Secondo i sindacati e i testimoni oculari, gli agenti dell’ICE sono arrivati alla Roosevelt High School proprio mentre gli studenti se ne stavano andando.
Non hanno isolato una strada né fornito copertura: hanno placcato persone, usato spray al peperoncino o irritanti su spettatori, inclusi gli studenti, e hanno trattenuto almeno un membro del personale scolastico davanti ai bambini.
Un assistente all’istruzione speciale è stato portato in un edificio federale e rilasciato solo nella notte.
Genitori, insegnanti e studenti hanno descritto una scena in cui agenti mascherati trascinavano e ammanettavano personale e spruzzavano sostanze chimiche sulla folla. Le famiglie sono state costrette a prendere i figli in anticipo.
Tutto questo è avvenuto nel contesto di una sorta di invasione della città da parte della polizia federale che ha portato circa 2.000 agenti a Minneapolis, aumentando la tensione e rendendo ogni angolo della strada un potenziale punto di tensione.
I gendarmi dell’ICE si sentono spalleggiati e incentivati dalla Casa Bianca che la concepisce come una sorta di propria milizia da scatenare nelle città con operazioni e raid brutali contro la popolazione, in particolare gli immigrati. I vertici presidenziali hanno assicurato l’impunità sia all’agente dell’ICE che ha sparato sia agli altri agenti. Inoltre nessuno dimentica che proprio Minneapolis è la città dove nel 2020 la polizia uccise George Floyd scatenando un’ondata di indignazione e proteste in tutto il paese.
Quello che sta accadendo a Minneapolis appare però deliberato dall’alto. È una sorta di occupazione militare del proprio territorio che trasforma il Minnesota in un terreno di prova da parte della Casa Bianca per l’applicazione di politiche aggressive sull’immigrazione ma anche nei rapporti all’interno delle comunità.
Le manifestazioni contro l’uccisione di Renee Nicole Good proseguono intanto anche in altre città statunitensi. Più di 1.000 manifestanti si sono riuniti ieri sera nel centro di Providence contro le forze di polizia federali.
Il raduno è iniziato alle 17:30 fuori dal municipio di Providence, poi i manifestanti hanno marciato attraverso le strade del centro verso l’edificio del governo federale. A New York il concentramento era a Foley Square. Da lì i manifestanti newyorkesi hanno marciato verso il One World Trade Center, dove la segretaria alla Sicurezza Kristi Noem stava tenendo una conferenza stampa. Manifestazioni si sono svolte anche a Rhode Island e San Diego.
Per oggi pomeriggio è stata convocata una manifestazione a Milwaukee nel centrale Cathedral Square Park.
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09/01/2026
USA - A Minneapolis i gendarmi dell’ICE uccidono una donna. Si apre uno scontro istituzionale
Un video diventato virale sui social media mostra il momento in cui l’agente dell’ICE spara contro la sua auto mentre tenta di allontanarsi. Le immagini smentiscono la versione della legittima difesa fornite dalla polizia.
L’ex marito ha detto che Macklin Good aveva appena accompagnato il figlio di 6 anni a scuola mercoledì e stava tornando a casa con l’attuale compagno quando hanno incontrato un gruppo di agenti ICE in una strada di Minneapolis, dove si erano trasferiti l’anno scorso da Kansas City, Missouri.
Un video girato da passanti e pubblicato sui social media mostra un agente che si avvicina alla sua auto, ordinandole di aprire la portiera afferrando la maniglia. Quando lei inizia ad avanzare, un altro agente ICE davanti al veicolo estrae la sua arma e spara immediatamente almeno due colpi a distanza ravvicinata.
Il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, dopo aver visionato il filmato, ha respinto senza mezzi termini la tesi dell’autodifesa, definendola “una puttanata” e parlando di un uso sconsiderato della forza. Il capo della polizia Brian O’Hara ha chiarito che Renee Nicole Good non era oggetto di alcuna attività di controllo da parte delle forze dell’ordine.
Tim Walz, il governatore democratico del Minnesota, con una decisione senza precedenti, ha ordinato di preparare la Guardia Nazionale del Minnesota per contenere e arginare le operazioni degli agenti federali dell’ICE sul territorio dello Stato.
L’ICE è la polizia di una agenzia federale dipendente dal Dipartimento della Sicurezza interna degli Stati Uniti.
Negli ultimi mesi, sotto l'amministrazione Trump, l’ICE è stata trasformata di fatto in milizia paramilitare con raid nei quartieri, abusi di ogni genere, uso della forza contro civili, totale impunità politica pur di colpire le persone migranti.
I funzionari dell’amministrazione Trump hanno dipinto Macklin Good come autrice di un atto di “terrorismo interno” che aveva tentato di speronare agenti federali con la sua auto. Il suo ex marito ha detto che non era un’attivista e che non l’aveva mai vista partecipare a nessun tipo di protesta.
Walz ha rotto pubblicamente con Washington ed ha dichiarato che: “Non abbiamo bisogno di ulteriore aiuto dal governo federale. Donald Trump e Kristi Noem, avete fatto abbastanza”.
Infine ha emesso un ordine di preavviso per preparare la Guardia Nazionale del Minnesota: “queste truppe sono le nostre truppe. Il Minnesota non permetterà che la nostra comunità venga usata come pedina in una lotta politica nazionale” dando vita ad uno scontro istituzionale durissimo.
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31/10/2025
Il governo Meloni pensa a una scappatoia per salvare il ponte sullo Stretto
Bisogna dire subito una cosa: non c’è necessità di soluzioni da ‘azzeccagarbugli’ in casi del genere, perché anche con il parere negativo della Corte dei Conti, secondo la legge, l’amministrazione interessata può chiedere un’apposita delibera da parte del Consiglio dei Ministri per procedere, se quest’ultimo ritiene che l’atto risponda ad interessi pubblici superiori.
Politicamente, però, si tratterebbe di una forzatura di non poco conto nei confronti dei magistrati contabili, proprio a ridosso del via libera appena ottenuto sulla riforma della giustizia. Lo stesso ANM ha sottolineato come le reazioni governative siano state un ulteriore atto di delegittimazione nei confronti delle magistrature, verso cui Meloni e compagnia mostrano “totale insofferenza al controllo di legalità”.
Infatti, la presidente del Consiglio ha affermato che quello della Corte è un “ennesimo atto di invasione della giurisdizione sulle scelte del Governo e del Parlamento”, mentre il ministro Salvini ha detto che “la decisione della Corte dei Conti è un grave danno per il Paese e appare una scelta politica più che un sereno giudizio tecnico”.
Per quanto sappiamo bene che le scelte giudiziarie possano essere influenzate da vari fattori, in questo caso bisogna sottolineare che sono mesi e mesi che vengono fatti rilievi sostanziali al progetto, in primis dai movimenti che si oppongono a questa opera inutile. Rilievi che riguardano criticità che vanno dai costi in levitazione ai danni ambientali, e su cui le risposte del governo sono state spesso tacciate di superficialità.
Ad ogni modo, le motivazioni della Corte verranno depositate entro 30 giorni, perciò ad oggi si possono fare solo elucubrazioni su come i giudici sono arrivati al diniego del visto. Tra i punti emersi in passato ci sono: le coperture finanziarie, l’affidabilità delle stime di traffico, la conformità del progetto alle normative ambientali e antisismiche, nonché alle regole europee sul superamento del 50% del costo iniziale. Infine, dubbi sulla competenza del CIPESS sull’affare in questione sono già stati sollevati.
Fonti informate sui fatti hanno rivelato al Fatto Quotidiano che, nel vertice svoltosi ieri mattina, il governo starebbe valutando non solo di procedere con la delibera per imporre la registrazione della delibera del CIPESS, ma anche di presentarsi in Parlamento (Giorgia Meloni stessa o più probabilmente il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini) per spiegare le ragioni dell’atto e ribadire il valore politico, oltre che economico, che ha il Ponte sullo Stretto.
Infatti, al di là dei problemi che sorgeranno da questa scelta della Corte dei Conti, a partire dai ritardi nei lavori, il Ponte è sempre stato sostenuto per due motivazioni ulteriori: l’utilità per la mobilità militare e, ultimamente, la possibilità di inserirlo tra le spese infrastrutturali legate alla sicurezza previste dai nuovi target NATO. Ma su questa ipotesi, gli Stati Uniti avevano già messo una pietra tombale.
Per quanto il Ponte sarebbe un facile obiettivo militare, nella delibera governativa di qualche mese fa con la quale il progetto arrivava al CIPESS veniva accennata anche a una sua funzione dentro il Military Mobility Action Plan per la mobilità militare all’interno della UE. Insomma, anche questa grande opera inutile è pensata in prospettiva di una UE armata fino ai denti. Oltre, ovviamente, ad essere un pozzo senza fondo di soldi pubblici da cui potranno abbeverarsi varie cordate imprenditoriali.
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22/10/2025
USA - Sul “regno di Trump” tira una brutta aria
Secondo il giornale statunitense Politico, lo shutdown del governo sta per entrare nella quarta settimana. “La scadenza originale del 21 novembre si avvicina rapidamente e numerosi repubblicani hanno riconosciuto lunedì che sarà necessario un nuovo e più lungo disegno di legge provvisorio”.
Contro le manifestazioni all’insegna del “No Kings” (Nessun Re, ndt) si è scatenato il fuoco di fila degli esponenti dell’amministrazione Trump, i quali attaccano frontalmente il Partito democratico che pure appare ancora troppo “imballato” per mettere in campo una seria opposizione contro un’amministrazione presidenziale che ha fatto dell’autoritarismo la propria cifra.
La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha definito il gruppo del Partito Democratico al Congresso come composto da “terroristi di Hamas, immigrati clandestini e criminali violenti”. Mike Johnson, lo speaker della Camera, ha definito i cortei che hanno sfilato per le strade delle città statunitensi una “manifestazione di odio per l’America”.
Un linguaggio che ispira quello utilizzato in Italia dagli esponenti della destra al governo.
Lo stesso Trump sembra aver preso molto male le manifestazioni e in una intervista si è lamentato che i manifestanti “si riferiscono a me come a un re, mentre io non sono un re”. Ma poi non ha resistito al richiamo dello scontro politico ed ha postato un video creato con l’intelligenza artificiale che lo mostra, con tanto di corona in testa, a bordo di un jet militare che lancia letame sui manifestanti.
Dopo la seconda elezione alla Casa Bianca di Trump, il Partito democratico è apparso completamente stordito dalla sconfitta. Ma l’aria sembra ora essere cambiata. Si assiste ad risveglio da parte dell’opposizione a Trump, e le manifestazioni non sono l’unico indicatore.
Nei mesi scorsi erano state solo le comunità di immigrati e le reti solidali a scendere in piazza contro i rastrellamenti degli agenti dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement) verso tutti quelli con un colore di pelle diverso. Man mano altri settori sociali si sono aggiunti alle proteste contro l’autoritarismo dell’amministrazione Trump e l’arroganza dei suoi sostenitori.
Tra i principali soggetti dell’opposizione si registrano adesso anche studenti, giornalisti e addirittura sindaci. I dolorosi tagli dovuti allo shutdown, hanno visto entrare in campo di recente anche settori di lavoratori pubblici, mentre non si registrano ancora segnali di reazione tra la classe lavoratrice “classica”.
Nelle università, prese pesantemente di mira dalla nuova amministrazione presidenziale, gli studenti hanno avviato campagne di resistenza e boicottaggio contro le nuove regole imposte dalla Casa Bianca
C’è stata la clamorosa protesta dei giornalisti accreditati al Pentagono che hanno rassegnato le dimissioni per protesta contro le nuove norme che impongono “l’uso esclusivo di fonti ufficiali”, pena pesanti sanzioni.
E poi ci sono i sindaci del Partito democratico nelle città dove Trump ha spedito unilateralmente la Guardia nazionale in funzione di ordine pubblico, anche contro il parere dei sindaci stessi.
Secondo il giornale Politico, di area “dem”, “governatori e sindaci affermano che ci sono stati disordini minimi e Trump sta usando proteste in gran parte pacifiche come pretesto per espandere il suo potere”.
L’accusa dei sindaci a Trump è quella di voler militarizzare la vita pubblica e quella politica.
Il sindaco di Chicago, Brandon Johnson, intervenendo ad una delle manifestazioni ha affermato che l’amministrazione ha “deciso di volere una rivincita della guerra civile che la Confederazione suprematista bianca perse contro gli Stati dell’Unione nel XIX secolo”.
A relativo vantaggio di Trump, la maggioranza di una giuria della Corte d’appello federale ha legittimato l’autorità del presidente nell’inviare truppe della Guardia Nazionale a Portland, in Oregon, concludendo che – sebbene le affermazioni del presidente sui social media “possano esagerare” la violenza in città – ci potrebbe comunque essere una base valida per il dispiegamento dei soldati.
Lo scontro politico e sociale all’interno degli Stati Uniti è destinato ad acutizzarsi, anche e senza il protagonismo del Partito democratico, un po’ come avvenuto in Italia nelle ultime settimane. E questa è una buona notizia.
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