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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/07/2026

USA - La Corte Suprema amplia i poteri del presidente, ma lo boccia sullo ius soli

Lunedì 29 giugno la Corte Suprema degli USA ha emesso due sentenze fondamentali: una con cui ha riconosciuto al presidente degli Stati Uniti ampi poteri di licenziamento dei vertici di circa due dozzine di agenzie federali indipendenti, e un’altra con cui ha però impedito a Donald Trump di estromettere Lisa Cook dal Consiglio dei governatori della Federal Reserve (mossa con la quale aveva tentato di influenza la politica monetaria).

Nel primo verdetto, legato al caso Trump contro Slaughter, la Corte – a maggioranza conservatrice – si è pronunciata con una maggioranza di 6 a 3 a favore della legittimità del licenziamento di Rebecca Kelly Slaughter, membro della Federal Trade Commission (FTC), l’autorità antitrust e di tutela dei consumatori.

Trump l’aveva rimossa dall’incarico nel marzo del 2025 per divergenze politiche, e non per gravi mancanze professionali, inefficienza o negligenza.

Il presidente della Corte Suprema, John Roberts, non ha accantonato il celebre precedente del 1935, “Humphrey’s Executor contro gli Stati Uniti”, che per quasi un secolo ha regolato i rapporti tra varie agenzie federali e la Casa Bianca.

Ha però ridefinito le funzioni della FTC come pienamente esecutive (e lo stesso può valere per molte altre istituzioni federali), e perciò sottoposte al ramo esecutivo dello stato, e dunque al presidente.

La portata di questa decisione è sistemica, e The Donald ha immediatamente esultato sul social media Truth per quella che considera una vittoria. I tre giudici di minoranza hanno espresso un duro dissenso, definendo la decisione come destabilizzante per la continuità e l’imparzialità della burocrazia federale.

Tuttavia, l’offensiva della Casa Bianca per estendere il proprio controllo sulla macchina statale si è fermata davanti alla Federal Reserve. Con un margine risicato di 5 voti contro 4, la Corte Suprema ha infatti respinto il licenziamento di Lisa Cook. L’economista è sotto accusa per l’ipotesi di una truffa riguardo a un mutuo, e tanto era bastato a Trump per tentare di estrometterla dalla FED.

In questa circostanza, la Corte ha riconosciuto alla banca uno statuto speciale rispetto ad altre agenzie, con la legislazione stelle-e-strisce che ne ha voluto garantire le prerogative rispetto alla determinazione della politica monetaria, senza sottostare al presidente USA.

Roberts ha sottolineato che “non solo il fatto dell’indipendenza, ma anche l’apparenza di indipendenza è fondamentale per il modello della Federal Reserve”.

In questo caso, appare chiaro che le preoccupazioni nell’emanare tale sentenza sono state anche politico-finanziarie, in senso lato: la FED ricopre un ruolo cardine nella stabilità finanziaria globale, e il riconoscimento dei poteri della Casa Bianca di revocare un suo incaricato di vertice in virtù di divergenze politiche avrebbe portato il panico sui mercati.

Cook rimarrà quindi al proprio posto, almeno finché la controversia legale non sarà sciolta in altre aule. Intanto, però, l’assetto delineato dalla prima decisione della Corte Suprema attribuisce alla presidenza un controllo gerarchico stringente su vari organismi che si occupano di regolamentazione commerciale, industriale e del lavoro.

Si tratta di una sentenza che riguarda il cuore dell’architettura istituzionale statunitense, con la quale vengono ridisegnati radicalmente i confini dei poteri presidenziali. Insomma, è parte di quella strategia di riassetto della “democrazia” statunitense che il tycoon non ha mai negato di perseguire esplicitamente, insieme al suo establishment.

Per ora, a salvarsi, è stata solo la Federal Reserve, considerata la specificità del suo ruolo globale e la delicatezza della politica monetaria.

Sconfitta piena, invece, con la terza sentenzia emessa nella stessa giornata. La Corte Suprema respinge il tentativo di Donald Trump di abolire lo ius soli con un decreto esecutivo. Il presidente, però, incassa il via libera a vietare alle atlete transgender di partecipare allo sport femminile, vincendo una battaglia che porta avanti da mesi ed è diventata simbolo della sua guerra contro la cultura ‘woke’.  

Trump non l’ha presa bene, minacciando di spostare l’obbiettivo in sede parlamentare. “Non è necessario alcun emendamento costituzionale. Il Congresso dovrebbe iniziare oggi stesso a lavorare per” cancellare quella che lui – e i reazionari dei paesi occidentali che hanno una regola simile – considerano una “pratica costosa e ingiusta per il nostro Paese. Avranno il mio pieno e totale sostegno”.

Ma è una strada molto complicata. È improbabile infatti che i repubblicani a Capitol Hill si imbarchino in una battaglia di tale portata a pochi mesi dalle elezioni, anche perché molti conservatori sono favorevoli al riconoscimento del diritto di cittadinanza per nascita.

Per riuscirci, oltre  a superare le divisioni interne, i repubblicani dovrebbero attendere l’esito delle elezioni di midterm e sperare di mantenere ancora la maggioranza al Congresso. Ma anche in quel caso, il dossier sarebbe un grosso ostacolo nella corsa alla Casa Bianca del 2028: la maggior parte degli americani, infatti, è favorevole allo ius soli, e quasi nessuno dei candidati rischierebbe di bruciarsi su questo tema.

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22/02/2026

USA - Dazi nel caos, si naviga a vista

“Qui comando io!”. Poche ore dopo la pubblicazione della sentenza con cui la Corte Suprema (equivalente della nostra Corte Costituzionale) cancellava gli ordini esecutivi che imponevano dazi differenziati praticamente a tutti i paesi del Pianeta, Donald Trump ha deciso di alzare i dazi globali dal 10% al 15% con effetto dalla mezzanotte del 24 febbraio e per 150 giorni.

A prima vista sembra la reazione di un bambino frustrato dal vedersi negare qualcosa cui tiene molto, ma naturalmente stiamo parlando di un “bambino” che purtroppo guida quella che è ancora la principale superpotenza, almeno dal punto di vista militare.

Partiamo dai fatti. La senza della Corte Suprema di venerdì scorso demoliva il sostegno legale scelto da Trump per giustificare la raffica di dazi dello scorso anno, ovvero il ricorso all’International Emergency Economic Powers Act del 1977. La ragione tecnico-legale è inappuntabile: quella legge prevede che non avendo poteri assoluti – come in ogni “democrazia liberale” – il presidente può decidere misure straordinarie, ma solo in circostanze straordinarie e col voto del Congresso.

Le circostanze straordinarie – guerre, crisi economiche stile 1929, ecc. – non ricorrono oggi. Dunque non c’è alcuna ragione di “necessità e urgenza” che giustifichi scelte strategiche (i rapporti con il resto del mondo) compiute sulla testa del Congresso, ovvero del potere legislativo. O fai un golpe, mandando i killer dell’ICE dentro la Corte Suprema, oppure devi mandarla giù facendo di tutto per apparire comunque “vincente”.

Convocati i suoi azzegarbugli, Trump ha scovato un’altra legge – tutto il sistema legale statunitense è privo di coerenza interna perché “fondato sul precedente”, ossia su quanto accaduto in casi simili, come un abito fatto di toppe – ossia una disposizione di una legge commerciale separata, la Sezione 122, che consente al Presidente di applicare tariffe fino al 15% per affrontare problemi “ampi e gravi” della bilancia dei pagamenti per un massimo di 150 giorni. Per la proroga serve poi, anche in questo caso, il voto del Congresso. Entro luglio dunque.

Cosa cambia? Molte cose, come per ogni toppa messa su un buco. In primo luogo i dazi diventano – temporaneamente – uguali per tutti i paesi del mondo, di fatto svuotando gli accordi fatti bilateralmente con ogni paese o con l’Unione Europea. Si trattava di percentuali molto diverse (dal 10 al 41%, più contenziosi ancora aperti con Cina, Brasile, India), oltretutto differenziate per settori merceologici (50% su acciaio e alluminio o il 25% su auto e componenti).

Da dopodomani, invece, tutti uguali. Inevitabilmente ogni interlocutore commerciale straniero ed ogni operatore economico americano deve ora rifarsi i conti, anche sulla merce appena caricata su una nave. All’interno, oltretutto, stavano già partendo migliaia di cause per il rimborso dei danni subiti dalle aziende importatrici a causa dei dazi, con una pletora di istituzioni coinvolte e una prassi obbligata a valutare caso per caso (ogni azienda può aver trasferito più o meno interamente il peso di certi dazi sul prezzo finale della merce, e quindi aver diritto – oppure no o solo in parte – ad un risarcimento).

Anche qui, tutto da ricalcolare sul 15%, ma con la certezza che nessuna causa vedrà la conclusione entro i prossimi 5 mesi (la giustizia è lenta anche negli Usa, che vi credevate...).

Dicevamo che la reazione di Trump appare bambinesca e profondamente stupida, ma obbligata. Va ricordato che “il bambino” in questione non è questo vecchio truffatore puttaniere e pedofilo che siede alla Casa Bianca, ma la sua base elettorale, quel mondo “Maga” fatto di suprematisti bianchi, evangelici di varie sette, “sionisti cristiani” (come l’ambasciatore in Israele, Mike Huckabee) convinti che la Bibbia sia un testo divino su cui basare i titoli di proprietà e i confini territoriali, qui sulla Terra.

Questa base è stata convinta a considerare Trump imbattibile, inarrestabile, “unto dal signore”. Dunque non può vederlo mai sconfitto. Neanche una volta, se no si buca il palloncino della credulità e crolla tutto.

I problemi diciamo così “politici interni”, la gestione del consenso ultra-reazionario e fideistico, costituiscono però un’interferenza continua con la necessità di affrontare e risolvere problemi prosaicamente economici, politici, militari, nel rapporto col resto del Pianeta ed anche con il resto degli Stati Uniti stessi.

Abbiamo ricordato le sconfitte subite a Minneapolis (dove l’ICE è potuta restare solo a patto di diminuire drasticamente il numero degli effettivi sul campo e una radicale modifica delle “regole di ingaggio” con la popolazione), e quelle elettorali a New York, Seattle, Texas e città minori.

Si è parzialmente rifatto con il brutale attacco al Venezuela e il rapimento di Maduro e la moglie, ma – sproloqui a parte – non è risultato un “successo” capace di portare maggiori consensi, neanche tra le “sette sorelle” del petrolio. Anzi, persino nelle città Usa ci sono state manifestazioni di protesta che hanno visto insieme latinoamericani, neri, sinceri democratici, ecc.

Ma se le cannoniere sembrano uno strumento facile da utilizzare contro avversari militarmente assai meno potenti – ma per pochissimo tempo, altrimenti finisce come in Afghanistan – non servono praticamente a nulla in materia di economia.

Nella strategia trumpiana i dazi dovevano essere un corrispettivo altrettanto “persuasivo”, consentendo di variare l’entità dei colpi a seconda del grado di arrendevolezza del malcapitato di turno: “a te il 100%, e se reagisci il 200%, a te il 10”, ecc..

Ma se sono tutti uguali – al 15%, per ora e nei limiti di quella “legge commerciale” scovata negli archivi – quel potere magico scompare e diventa una semplice “tassa sulle importazioni” che va contabilizzata, magari bestemmiando, ma non ha alcun effetto differenziante sulla “competitività” nei rapporti con gli Stati Uniti.

In particolare, segnalano anche giornali Usa, diversi accordi commerciali hanno incluso impegni da parte dei partner per acquistare petrolio e gas naturale liquefatto negli Stati Uniti. Trump ha anche minacciato dazi per fare pressione su altri paesi per non acquistare petrolio russo o iraniano. Senza una leva tariffaria “arbitraria”, scalabile a piacimento, il ricatto non si può attuare.

Non è la fine di quest’arma, ma per impugnarla nuovamente Trump dovrà concordare col Congresso – e prima ancora con i repubblicani recalcitranti, legati ad interessi locali danneggiati dalle tariffe elevate – forme e tempi che non dipenderanno soltanto dalla sua volontà sintetizzata in “ordini esecutivi”. Una limitazione del suo potere, da misurare nei prossimi mesi.

Rompere un “sistema basato sulle regole” – se sei il “nuovo sceriffo in città” – è relativamente facile. Costruirne uno nuovo, che abbia un senso e sia gestibile “in automatico” da quasi tutti i partecipanti, tutt’altra cosa.

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21/02/2026

USA - Trump inciampa sui dazi (e i pieni poteri)

La sorpresa c’è, sia per la Casa Bianca che per i mercati. La dimensione degli effetti concreti è però incerta, anche se i dubbi – a questo punto – stano tutti sul groppone di The Donald e dei suoi consigliori economici.

La Corte Suprema ha infatti bocciato i dazi imposti praticamente su tutte le importazioni dal resto del mondo. Da un minimo del 10% a molto di più.

Nonostante avesse nel tempo “blindato” la Corte nominando giudici molto conservatori – fino ad arrivare a 7 su 9 – il voto di ieri è stato netto: 6 a 3, con il presidente John Roberts e le giudici Amy Coney Barrett e Neil Gorsuch schierati contro Trump.

“Il Presidente rivendica lo straordinario potere di imporre unilateralmente dazi di ammontare, durata e portata illimitati. Alla luce dell’ampiezza, della storia e del contesto costituzionale di tale autorità rivendicata, egli deve individuare una chiara autorizzazione del Congresso per esercitarla”, ha scritto Roberts. La legge del 1977 citata da Trump per giustificare i dazi “non è all’altezza” dell’approvazione del Congresso, che sarebbe invece necessaria. Di fatto, si è trattato di “un’espansione trasformativa dell’autorità del Presidente in materia di politica tariffaria”.

Il pasticcio era stato creato dall’amministrazione stessa, interpretando al contrario quella legge – l’International Emergency Economic Powers Act – che era stata approvata proprio per limitare, e non estendere, il potere del Potus (President of the United States) in materia di economia.

Era, infatti, arrivata dopo lo sconvolgimento dei mercati creato dalla decisione di Richard Nixon di revocare la convertibilità fissa tra oro e dollaro, distruggendo di fatto il sistema di Bretton Woods. Di lì in poi, il voto del Congresso era diventato obbligatorio. Il presidente può decidere misure straordinarie, ma solo in circostanze straordinarie e col voto del Congresso. Punto.

Trump ha naturalmente reagito subito “alla Salvini” (“È una vergogna!”), annunciando che però andrà avanti con un misterioso “piano B”. Che subito dopo si è manifestato con l’annuncio di un’altra raffica di dazi per tutto il mondo di circa il 10%. Non è chiaro in base a quale legge statunitense ne avrebbe il potere, però (sul diritto internazionale è stata nel frattempo stesa una lapide...).

Ma il caos è comunque assicurato, anche se tutti i paesi che avevano stretto accordi con gli Usa per vedersi ridurre i dazi hanno detto già prima della sentenza che avrebbero rispettato i patti... fino a chiarimenti decisivi. Ricordiamo che tra le misure imposte (ad Europa, Corea del Sud e Giappone, fra gli altri) c’era anche l’obbligo di effettuare investimenti negli Stati Uniti, in una insolita pretesa di “importare capitali” da parte dell’imperialismo dominante.

A promuovere la causa erano state soprattutto le imprese Usa, sostenute da ben 12 stati (Arizona, Colorado, Connecticut, Delaware, Illinois, Maine, Minnesota, Nevada, New Mexico, New York, Oregon e Vermont) che avevano denunciato questi dazi per “motivi di sicurezza nazionale” come fattori di incertezza economica.

Ora si pone la questione – potenzialmente devastante – dei rimborsi che potrebbero venir richiesti dagli importatori statunitensi di merci straniere. “Gli Stati Uniti potrebbero essere tenuti a rimborsare miliardi di dollari agli importatori che hanno pagato i dazi IEEPA, anche se alcuni importatori potrebbero aver già trasferito i costi sui consumatori o su altri”, scrive Kavanaugh, uno dei tre giudici rimasti fedeli a Trump.

Nei fatti, i giudici, con la loro sentenza, non hanno ordinato all’amministrazione Trump di fornire rimborsi agli importatori per i dazi già pagati, né hanno specificato come dovrebbe funzionare la restituzione. Ciò lascia alla Corte di Commercio Internazionale degli Stati Uniti il compito di districare una serie complessa di questioni legali. Secondo la legge doganale, infatti, le richieste di rimborso per i dazi vengono solitamente gestite attraverso un tribunale specializzato con sede a New York e lavorate dall’Agenzia delle Dogane e della Protezione dei Confini degli Stati Uniti (CBP).

Una prima stima parla di forse 300 miliardi da sottrarre al bilancio federale, ma soprattutto si può aprire una stagione di cause e controricorsi che seminerebbe incertezza sistemica, perché bisognerà vedere caso per caso se le imprese “sovratassate” con i dazi hanno trasferito oppure no l’aumento ai consumatori finali tramite i prezzi. Le associazioni di categoria stanno già sollecitando l’amministrazione Trump a emettere rapidamente i rimborsi.

Non è una buona notizia, anche perché proprio ieri sono stati diffusi i dati sulla crescita del Pil nell’ultimo trimestre del 2025 – più bassa delle attese – e quelli dell’inflazione (di nuovo verso l’alto). Il giorno prima si era visto che anche il deficit commerciale – il rapporto tra importazioni ed esportazioni, il più sensibile ai dazi – è addirittura peggiorato invece di migliorare (come nelle promesse).

Soprattutto politicamente, però, è un colpo duro per la prassi trumpiana – procedere come se i “pesi e contrappesi” istituzionali non esistessero – che si somma ai molti problemi interni esplosi con la resistenza di Minneapolis, le elezioni perse a New York, Seattle e persino nel profondo Texas, da sempre repubblicano e forcaiolo, ma egualmente bisognoso di lavoratori immigrati a basso salario. Ossia quei “chicanos” inseguiti dall’ICE in ogni città... 

Se gli Stati Uniti fossero una normale democrazia liberale in salute, si dovrebbe constatare che con questa sentenza le fondamenta dell’agenda economica dell’amministrazione – e indirettamente anche di quella geopolitica – sono improvvisamente venute meno. Trump non dovrebbe più avere a disposizione la pistola dei dazi per minacciare il resto del mondo come nell’ultimo anno, che aveva tra l’altro riacceso i timori sull’inflazione e che aveva un impatto sulle prospettive fiscali della nazione.

In teoria, insomma, si aprirebbe per lui una lunghissima stagione da “anatra zoppa” – quasi tre anni, fino alle prossime presidenziali – in cui ogni decisione rilevante, sia interna che internazionale, dovrebbe essere condizionata da una lunga dialettica tra i due partiti rappresentati al Congresso. Di fatto sarebbe la fine del trumpismo trionfante per come lo abbiamo conosciuto.

Ma non è facile credere che andrà così. E facciamo un esempio immediato.

Stabilito il principio che neanche Trump è onnipotente, e che i “pieni poteri” non se li può attribuire da solo a prescindere dalle necessità e dalle altre istituzioni, anche la sua disinvolta politica estera – di fatto una riedizione in salsa tecnologica della “politica delle cannoniere” – dovrebbe essere vincolata a voti parlamentari di assai dubbio esito e comunque a trattative in grado di stemperare gli aspetti più controversi.

Al momento, infatti, secondo le leggi americane, il presidente può decidere autonomamente “azioni militari” urgenti, ma non di aprire conflitti duraturi che comportano uno sforzo gravoso per tutto il paese. Ma l’annuncio di “nuovi dazi” fatto subito dopo la sentenza apre la strada ad un percorso invece avventuroso, pieno di scontri istituzionali duri tra potere esecutivo e tutti gli altri, al termine del quale gli Stati Uniti, se le loro contraddizioni interne non esploderanno arrivando a bloccare questa amministrazione “illimitabile”, saranno qualcosa che nessuno potrà definire “democrazia liberale”. Ma un mostro pericoloso e senza cervello. Un Frankenstein jr. che non fa ridere... 

Temiamo che l’attacco all’Iran possa essere il test per stabilire se e fino a che punto la follia “Maga” potrà essere imbrigliata.

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15/07/2023

USA - In metà del Paese, l'aborto è ormai illegale

Con l'Iowa, il 24esimo stato USA a limitare l’aborto, ormai l’interruzione di gravidanza è diventa difficile (se non impossibile) in quasi la metà degli Stati Uniti.

Il Washington Post rileva che oggi, sarà firmata dalla governatrice repubblicana dell’Iowa Kim Reynolds, la nuova legge licenziata martedì, nel corso di una sessione straordinaria del Parlamento, che introduce restrizioni all’aborto se praticato dopo le prime sei settimane di gravidanza.

“Una volta firmata questa legge – scrive il quotidiano – lo stato del Midwest andrà a ingrossare le fila degli Stati conservatori che, dopo l’annullamento del diritto costituzionale all’aborto da parte della Corte Suprema, hanno stretto le maglie sulla possibilità di abortire”.

Secondo il Washington Post, la sessione straordinaria del Parlamento è stata convocata dalla Reynolds al “solo scopo” di correggere una normativa che fino ad oggi considerava legale l’interruzione di gravidanza fino alla 22esima settimana.

Non sono esclusi, sempre a detta del giornale, una serie di ricorsi contro il provvedimento immediatamente bollato dai democratici come una “forzatura” che “non tiene conto della volontà della maggioranza dei cittadini dell’Iowa”.

L’“ondata” degli stati anti-abortisti sta ovviamente preoccupando l’opinione pubblica americana che punta il dito contro la nomina di “tre giudici oscurantisti” presso la Corte Suprema eseguiti dell’ex Presidente Trump.

Da quando la messa al bando dell'aborto è stata sancita dalla Corte Suprema, l’estate scorsa, molti Stati conservatori hanno inasprito le restrizioni e dichiarato illegale anche tentare di sottoporsi a intervento in un altro Stato. Il sito web del Washington Post tiene aggiornata una “mappa” degli Stati dove l’aborto è ancora legale, a rischio o vietato.

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26/06/2022

USA - La Corte Suprema ha revocato il diritto all'aboroto

La Corte Suprema statunitense ha cancellato la storica sentenza Roe vs Wade che per oltre 50 anni aveva protetto il diritto all’aborto. Ora gli Stati sono liberi di vietare l’interruzione di gravidanza.

Si tratta di un “terremoto costituzionale” che avrà conseguenze sugli anni a venire.

I tre giudici liberal – Stephen Breyer, Sonia Sotomayor e Elena Kagan – hanno votato contro: “Con dispiacere – per questa Corte, ma soprattutto per i molti milioni di donne americane che oggi hanno perso una fondamentale protezione costituzionale – dissentiamo“.

La cancellazione della sentenza è stata sostenuta da cinque giudici conservatori, tra cui i tre nominati dall’ex presidente Donald Trump.

Il presidente della Corte Suprema, John Roberts, non si è unito alla maggioranza, facendo presente di non volere il ribaltamento della sentenza Roe v. Wade, ma di sostenere la legislazione del Mississipi che vieta gli aborti dopo 15 settimane.

“La Roe vs Wade è stata sbagliata fin dall’inizio in modo eclatante“, scrive il giudice della Corte Suprema Samuel Alito nel dispositivo con cui è stata annullata la storica sentenza con cui nel 1973 si stabilì il diritto costituzionale all’aborto negli Stati Uniti.

“Il suo ragionamento – aggiunge – è stato eccezionalmente debole, e la decisione ha avuto conseguenze dannose“. “Ha infiammato il dibattito – continua – e allargato le divisioni“.

Con l’annullamento della sentenza storica ‘Roe vs Wade’, più di metà dei cinquanta Stati americani potranno immediatamente vietare il ricorso all’interruzione di gravidanza, impattando la vita di decine di milioni di persone.

Storicamente la Corte Suprema, quando ribaltava una sentenza, lo faceva per ampliare i diritti, mentre stavolta li riduce. Ma troverà molti Stati conservatori pronti a raccogliere l’invito.

Ventisei sono quelli che aspettavano il via libera, di questi tredici sono in grado di dichiarare subito illegale l’aborto. In maggioranza sono Stati del Sud e del Midwest.

La Louisiana, per esempio, ha una legge che può entrare in vigore subito. L’Idaho, tra trenta giorni. Il Michigan ne ha una che, al momento, è ferma in tribunale. Un altro gruppo di Stati vuole vietare l’aborto nei primissimi stadi, quando ancora le donne non sanno neanche di essere incinte.

Uno è la Georgia, dove l’aborto verrà vietato al sesto mese di gravidanza. Il Texas ha messo in campo una serie di divieti su più livelli, con la costituzione di una sorta di ‘stato di polizia’ per denunciare chiunque aiuti una donna a procedere all’interruzione di gravidanza.

Per abortire, milioni di persone dovranno affrontare viaggi di migliaia di chilometri o fare a casa, da soli, di nascosto, come negli anni ’50. Secondo il Centro per i diritti riproduttivi, più del 58 per cento delle donne in età fertile – una percentuale equivalente a quaranta milioni di persone – vive in Stati che sono contrari all’aborto.

La decisione della Corte non significa che, automaticamente, c’è una legge nazionale che ne stabilisce il divieto. Quella spetterà al Congresso, con la possibilità che, se le previsioni per le elezioni di Midterm a novembre verranno confermate, sia alla Camera sia al Senato i repubblicani anti-abortisti saranno maggioranza. Ma bisogna vedere con quali numeri.

Per essere approvata, una legge ha bisogno della maggioranza dei rappresentanti della Camera e di almeno 60 voti al Senato, e poi della firma del presidente degli Stati Uniti, in questo caso Joe Biden, un cattolico ma contrario a limitare i diritti delle donne. Al momento al Senato la situazione vede cinquanta Democratici e cinquanta Repubblicani.

I conservatori dovrebbero cercare di conquistare almeno una maggioranza di otto senatori, e poi puntare sull’appoggio di quei moderati incerti, tra cui Joe Manchin, che spesso ha oltrepassato il confine per votare assieme ai Repubblicani.

In ogni caso restano gli Stati in cui questo diritto persisterà, come California e New York. Rimane un dato statistico: con questa decisione gli Stati Uniti diventano una delle quattro nazioni al mondo ad annullare il diritto all’aborto dal 1994, e il più sviluppato.

L’unica possibilità che l’America progressista ha di salvare la ‘Roe vs Wade’ è di farlo attraverso una legge, vincendo nettamente le elezioni di novembre. Missione quasi impossibile, ma di fatto da oggi l’aborto sarà il tema centrale su cui i Democratici punteranno per rianimare un elettorato meno motivato di due anni fa.

Ma è anche chiaro che gli Stati Uniti “trumpiani” del prossimo futuro non potranno gestire l’immagine dell’imperialismo anglosassone come un “faro di civiltà”, come stanno facendo ancora oggi.

Sul piano culturale, in generale, si tratta infatti di un clamoroso passo indietro di quasi un secolo, che riporta gli Usa a un livello ormai superato da tutta l’umanità. E diventa quasi un simbolo – o un sintomo – di quanto l’imperialismo ad egemonia statunitense sia diventato allo stesso tempo reazionario, retrogrado e pericoloso per la propria stessa popolazione, oltre che per il resto del mondo.

Un sistema che non sa più dove andare – avendo fatto del profitto il proprio unico faro-guida – e che perde anche l’ultimo straccio di “progressismo”.

Ricordiamo sommessamente che proprio i “diritti civili” sono stati la bandiera agitata scompostamente nel mentre venivano aboliti tutti i diritti sociali (sanità e istruzione pubblica, welfare, salari decenti, ecc.). Caduto anche questo ultimo velo, non resta che la brutale realtà di un sistema – indifendibile – di sfruttamento dell’essere umano e del pianeta, disegnato per concentrare ricchezza e potere nelle mani di pochissimi.

Principalmente maschi, ma non solo...

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01/11/2020

USA - Amy Coney Barrett, o la fine della Corte Suprema

The killer awoke before dawn He put his boots on
He took a face from the ancient gallery
And he walked on down the hall
(Jim Morrison)


La Corte Suprema degli Stati Uniti d’America (in inglese: Supreme Court of the United States, a volte abbreviato SCOTUS) è stata istituita il 24 settembre 1789 ed è la più alta corte federale degli USA. È l’unico tribunale specificamente disciplinato dalla Costituzione.

È costituita da 9 membri: un presidente, Chief Justice of the United States, e otto membri, gli Associates Justices, nominati a vita. Quando un seggio diviene vacante, il Presidente degli Stati Uniti provvede alla nomina del giudice in sostituzione con il consenso del Senato; è invalsa la prassi di fare in modo che i nove giudici rappresentino, nel complesso, la pluralità delle anime sociali e geografiche del paese.

Pertanto, di norma, tra i nove membri dovrebbero essere rappresentate tutte le comunità più importanti del paese, le diverse aree geografiche e gli orientamenti sociali. Proprio per questa eterogenea composizione, la Corte Suprema ha mantenuto un grande prestigio, derivante dalla sua fama di indipendenza e autorevolezza.

La composizione della Corte diventa quindi di cruciale importanza per la vita politica del paese.

La funzione predominante svolta dalla Corte Suprema è quella di giudice della costituzionalità delle leggi statali e federali (cosiddetto judicial review). Si occupa, in parole povere, di verificare che le leggi che vengono proposte o seguentemente emanate non siano incostituzionali; in tal caso ha il potere di abrogarle.

Queste poche righe fanno intuire la rilevanza che potrà assumere la recente nomina a giudice associato della Corte Suprema statunitense, dell’avvocato Amy Coney Barrett, come dire, una “donna per tutte le stagioni”. Soprattutto durante l’ormai prossima tornata elettorale USA.

Fortemente voluta da Trump, potrebbe rivelarsi decisiva il prossimo 3 novembre, in sede di risultato elettorale a sfavore del Presidente uscente.

Un cambio di passo

Lo scorso 18 settembre muore, ad ottantasette anni, Ruth Bader Ginsburg, giudice associato nominata da Bill Clinton nel 1993, simbolo delle rivendicazioni delle donne e dei diritti civili. Una liberal, in fin dei conti. Per l’amministrazione uscente, praticamente una bolscevica da barricata.

La Ginsburg, poco prima di morire, aveva chiesto di essere sostituita solo dopo la tornata elettorale.

Il 26 settembre scorso invece, in tutta fretta ed in maniera completamente irrituale, Trump durante una cerimonia alla Casa Bianca, disattende le ultime volontà della giudice, e prima ancora della sepoltura della Ginsburg, sceglie di nominare Amy Coney Barrett, avvocato 48enne, ultraconservatrice cattolica: la Barrett verrà poi eletta dal Senato con 52 voti favorevoli e 48 contrari.

Una vittoria di misura, ma pur sempre una vittoria.

Ora la composizione della Corte Suprema è costituita da 6 giudici conservatori e 3 liberal: di fatto è fortemente sbilanciata verso destra.

Curriculum e “frequentazioni” dell’avvocato Barrett

Amy Coney Barrett nasce 48 anni fa a New Orleans, in Louisiana. Suo padre era un avvocato che lavorava per le aziende petrolifere; sua madre faceva, come da prassi in queste famiglie old american style, la casalinga.

Quando viene trasferito in Texas, Mr. Coney preferirà fare il pendolare piuttosto che allontanarsi dalla “comunità di alleanza” a cui appartiene. Questo esempio influenzerà fortemente le convinzioni etico-religiose della figlia.

A ventuno anni Amy sposa Jesse Barrett, anche lui avvocato e con una lunga carriera da procuratore alle spalle. Fra il 1998 e il 1999 la Barrett lavora come collaboratrice per il giudice della Corte Suprema Antonin Scalia, morto nel 2016.

Scalia è considerato il più influente giudice conservatore dell’ultimo mezzo secolo, accusato dai democratici di aver manipolato le elezioni del 2000 a favore del candidato Bush Jr.

Amy Barrett ne farà il suo mentore.

La famiglia Coney Barrett ora vive a South Bend, in Indiana; hanno sette figli.

La Barrett dichiara di essere una fervente cattolica e di seguire alla lettera, come la sua famiglia di origine, i precetti e le regole di un gruppo ultra tradizionalista cristiano cattolico, The People of Praise, una cosiddetta “comunità di alleanza” (letteralmente covenant community movement).

A primo impatto il gruppo può essere scambiato per una di quelle “sette” di cui è costellata da sempre l’America da un oceano all’altro, dedita a stili di vita oramai fuori tempo e guidate da leader a metà strada fra il predicatore ed il ciarlatano truffatore (con un forte sbilanciamento sul secondo termine).

Autorevoli testate, fra cui Newsweek e New York Times, hanno addirittura associato The People of Praise al romanzo distopico di Margareth Atwood The Handmaid’s Tale, dal quale è stata tratta l’omonima serie tv di grande successo. Ma basta scavare un poco più a fondo e si viene a scoprire l’equivoco: la comunità che ha ispirato la Atwood si chiama The People of Hope.

Un breve inciso per chiarire che la comunità di alleanza a cui la Barrett appartiene risiede in quella zona grigia che è diventata ancora più pericolosa, perché “sdoganata” in buona parte da mass media ed istituzioni politiche.

Per sue dichiarazioni, il gruppo è un’associazione neo confessionale, “dove i membri giurano fedeltà gli uni agli altri” e dove si insegna “che il marito è il padrone delle mogli e l’autorità in famiglia”.

Dopotutto già nel 2013 aveva affermato che “la vita inizia con il concepimento”, svelando le sue posizioni antiabortiste molto radicali. Sono altrettanto note le sue opinioni estremamente negative riguardo l’omosessualità ed il diritto a possedere armi: l’anno scorso criticò una legge federale che ne proibiva il possesso a persone condannate per alcuni crimini, sostenendo che il divieto dovesse limitarsi ai soli crimini violenti.

E linea dura sul fronte immigrazione, naturalmente.

Nonostante la sua fede ultra-cattolica, durante i suoi anni da giudice ha approvato la pena di morte nei confronti di diversi condannati.

“Questa è l’America, bellezza”, terra di opportunità e di contraddizioni.

Analizzando le regole del gruppo religioso di cui fa parte, non possiamo evitare comunque di sospettare che un giudice di Corte Suprema, che notoriamente è uso maneggiare il destino di leggi cardine per il proprio paese, e che, per definizione dovrebbe essere super partes, possa essere più che influenzato nelle proprie scelte da opinioni di un gruppo religioso di cui segue, secondo sua ammissione, pedissequamente le regole.

La vita di ciascuno nel gruppo, infatti, è strettamente inserita in quella degli altri; il rischio di condizionarsi l’un l’altro è altissimo, i membri anziani dominano spesso i comportamenti degli associati, che non rilasciano assolutamente interviste.

Molte delle persone che hanno abbandonato il gruppo lo hanno del resto fatto perché “ritenevano che il grado di impegno nella vita collettiva era esageratamente invasivo della propria vita privata e che erano quotidianamente sotto stretto controllo”.

Last but not the least: gli associati alla comunità hanno l’abitudine di condividere le proprie risorse finanziarie e di sottomettersi alle decisioni delle autorità designate nel gruppo.

Al netto dei moralismi, sembra uno stile di vita alquanto atipico per un giudice della Corte Suprema.

La Coney Barrett sa presentarsi tutta casa, chiesa e famiglia, ma se il quadro è pur ben dipinto, la cornice è un po’ troppo “nebulosa”.

Perché Donald Trump ha fatto carte false per sostenere la sua nomina?

Non solo per creare uno squilibrio in Corte Suprema a lui decisamente favorevole. Amy Barrett è una devota propugnatrice dei valori della tradizione americana, è vero, ma è soprattutto, seguendo le orme del suo mentore Scalia, una convinta originalista.

L’“originalismo” è una corrente interpretativa abbastanza diffusa nella dottrina costituzionalistica nordamericana: verte sull’assunto secondo cui l’interprete (in questo caso il giudice) dovrebbe attenersi fedelmente alla lettera del testo originale della Costituzione a stelle e strisce. Quella scritta dagli estensori alla fine del 1700. La Barrett ne è una fedele sostenitrice.

La tornata elettorale

I sondaggi elettorali odierni danno Biden super favorito con 12 punti di vantaggio sull’avversario repubblicano.

Finora hanno già espresso la loro preferenza oltre 84 milioni di persone, di cui quasi 50 per corrispondenza, una modalità usata in larga maggioranza dagli elettori democratici.

Secondo l’Us Election Project dell’Università della Florida, si stima che a causa del coronavirus quest’anno circa 150 milioni, pari al 65% degli aventi diritto, utilizzeranno il voto per posta. In tempi normali a ogni tornata elettorale gli errori nella firma o nelle procedure, le buste aperte, quelle che arrivano oltre il termine, causano l’annullamento di centinaia di migliaia di voti.

Ed è probabile che avere la neogiudice Barrett in Corte Suprema potrebbe essere il cavallo vincente per Trump, in caso di sconfitta acclarata o di misura.

Dentro il palazzo tra First Street e Constitution Avenue, sede appunto della Corte Suprema, altre volte si è decisa la corsa alla Casa Bianca. Non si risolve solo negli Stati-chiave, questo, stranamente, sfugge sempre agli americani.

Ciò avviene perché, rispetto a molte costituzioni occidentali, quella americana non contiene molti riferimenti alle elezioni, e questo vuoto normativo ha finito per dare ai tribunali un ruolo chiave.

Un esempio illustre è rappresentato dalla battaglia all’ultimo voto tra George W. Bush e Al Gore su chi avesse conquistato la Florida, nelle presidenziali del 2000. E la sentenza della Corte favorì Bush Jr.

Altro esempio, forse meno conosciuto, di contenuto “razziale”, fu quando la Corte Suprema, riconobbe la validità di una legge approvata in North Dakota, legge che stabiliva l’obbligo per gli elettori di presentare un documento con indicato l’indirizzo civico di residenza, penalizzando così i nativi americani che vivono nelle riserve.

La maggior parte delle dispute elettorali si sono risolte con uno scarto minimo; come ricordavamo il 5 a 4 dello scontro Bush-Gore. Quando i democratici accusarono il giudice conservatore, l’italoamericano Antonin Scalia (si, ancora lui), di aver manipolato l’elezione del 43° presidente, lui rispose con un secco: “Fatevene una ragione”.

Ma ora la Corte Suprema è decisamente a maggioranza conservatrice: 6 a 3.

Ergo, è una sicurezza per i repubblicani.

La nuova giudice, potrebbe fare la differenza per stabilire l’esito delle prossime elezioni. In caso di contestazioni, l’ultima parola spetta alla Corte Suprema.

Il 3 novembre potrebbe ripresentarsi una situazione simile: nel caso di vittoria di misura, la parola tornerebbe di nuovo ai giudici della Corte.

Il panorama per ora è il seguente.

Stando alle proiezioni della Columbia Journalism Investigation, quest’anno lo scenario migliore è che oltre un milione di persone potranno perdere il proprio voto. Secondo lo studio, se metà degli americani voteranno per posta, si prevedono almeno 1,03 milioni di voti annullati.

Se il 75% dei cittadini userà il voto postale le schede annullate per errore potrebbero arrivare a 1,55 milioni. Molti stati hanno modificato espressamente le leggi elettorali per ampliare la possibilità del ricorso al voto per corrispondenza.

L’ estrema confusione sulle normative e i problemi logistici si sommano all’inevitabile percentuale di errori, e le due cose insieme rischiano di creare una lunga lista di contenziosi proprio negli stati in bilico, come Wisconsin, Michigan, Pennsylvania, Ohio, Florida, North Carolina, Iowa, dove la sfida per la Casa Bianca si deciderà sull’ordine di poche decine di migliaia di voti.

Ripeto, con la Corte Suprema che avrà l’ultima parola.

Si rischia il caos elettorale anche perché l’annullamento di un singolo voto, oltre alla sfida presidenziale, annulla anche decine di altre nomine locali e nazionali che si decideranno nell’Election Day.

The Orange Man, se perde le elezioni, ha due scenari possibili.

Una reazione soft: niente brogli, niente ricorsi, nessuna denuncia, tutto regolare; accetta la sconfitta, o meglio è costretto a lasciare campo libero alla presidenza democratica e riconosce l’avversario politico.

Il programma elettorale di Biden però, per quel che ne sappiamo, è pieno di possibili leggi che l’amministrazione democratica dovrà mettere a punto per affrontare prima la battaglia contro la pandemia e poi quella per le sue conseguenze economiche.

Tutte queste leggi possono cadere sotto la scure della Corte, mettendo in seria ed eterna impasse la nuova amministrazione. Per Joe Biden potrebbe diventare una vittoria di Pirro.

Nella storia americana è accaduto già a Roosevelt con la legislazione del New Deal; solo uno scontro politico violentissimo, con la minaccia di mettere mano alla struttura della Corte, indusse poi i giudici, formati nella precedente epoca e di quell’epoca espressione, a lasciare passare quei provvedimenti che salvarono l’America dalla Grande Depressione.

Ma era il “secolo breve”. Lo scontro nel nostro tempo, flagellato dalla pandemia globale, potrebbe avere conseguenze imprevedibili.

Reazione hard: Biden è stato “favorito” dal voto per posta, ci sono stati brogli, ed il Presidente uscente non riconosce l’avversario politico. Insomma come si dice a Roma “la butta in caciara”. Denuncia la presunta frode alla Corte Suprema che, al solito, avrà l’ultima parola. Questa eventualità Trump la sbandiera già da tempo. Vedremo se The Orange Man si è trasformato nel frattempo in The Joker.

Risuonano infatti anche le parole di Trump di qualche settimana fa all’indirizzo dei Proud Boys...

Stand back... stand by.

Fonte

20/10/2020

USA - Chi vincerà le elezioni


“L’America era stata disegnata per essere una repubblica, non una democrazia”. (John Yoo)

Gli Stati Uniti entrano nel vivo del processo elettorale e nulla fa pensare che l’oliata macchina della democrazia “a stelle e a strisce” possa funzionare come un tempo.

Lunedì 19 aprile è stata la Florida ad inaugurare la possibilità di votare direttamente ai seggi in anticipo e sarà seguita da altri Stati.

Le precedenti elezioni statunitensi erano state vinte da Donald Trump sebbene Hilary Clinton avesse ottenuto più voti.

Trump aveva perso il voto popolare con quasi 63 milioni di voti, contro i quasi 66 di Hilary, cioè il 45% dell’attuale presidente contro il 48% della sfidante democratica uscita vincitrice dalle primarie del partito su Bernie Sanders.

Con 2,7 milioni in voti in meno, Donald Trump è diventato l’inquilino della Casa Bianca.

Un apparente paradosso che mostra la prima “stortura” del sistema di rappresentanza negli USA che garantisce ad ogni Stato – qualsiasi sia il numero dei suoi abitanti – due “grandi elettori” per il Senato più un numero di eletti proporzionale agli abitanti alla Camera.

La soglia per vincere le elezioni è quella di 270 eletti su 538 alla Camera.

È una eredità – come la Corte Suprema – di un sistema basato sull’equilibrio dei poteri, con una architettura frutto del compromesso costituzionale tra Stati possessori di schiavi e non, avvenuto più di 230 anni fa.

Un sistema di check and balance che al Senato, nell’attuale congiuntura, favorisce i repubblicani tradizionalmente radicati negli Stati meno popolati, rurali e conservatori.

La California, con i suoi 39,5 milioni di abitanti, al Senato conta quanto il Wyoming che ne ha 580 mila.

Il processo elettorale, già di per sé complicato, è reso ancora più difficile dalla situazione pandemica.

Questa ha costretto a spostare la campagna elettorale dai comizi veri e propri al piano della comunicazione televisiva, in cui a farla da padrone è la capacità di acquistare spazi pubblicitari.

L’emergenza sanitaria – 47.601 nuovi contagi il 18 ottobre, cioè il 30% in più di due settimane fa – amplierà senz’altro il voto per corrispondenza in anticipo, su cui vigono regole differenti per singolo Stato in un quadro notevolmente frammentato.

Vista l’importanza che assumerà in questa tornata elettorale, e la sua complessità – si tratta di un vero “rompicapo” per i non-addetti ai lavori – occorre spiegare come avviene il voto per corrispondenza nei singoli Stati.

Innanzitutto – secondo un sondaggio pubblicato dal Washington Post e l'emittente ABC – sono per lo più repubblicani coloro che sceglieranno di recarsi alle urne il 3 novembre (il 64% contro il 32% di coloro che hanno dichiarato che voteranno Biden), mentre chi ha votato o voterà per posta o in anticipo ha affermato in maggioranza che sceglierà lo sfidante democratico (70% contro il 26%).

Nel 2020, 9 Stati più il distretto della Columbia (la capitale Washington) hanno fatto la scelta di inviare automaticamente i bollettini di voto per posta a tutti gli iscritti alle liste elettorali. Solo 5 Stati l’avevano fatto in precedenza. Tranne lo Utah sono tutti “Blue State”, cioè tradizionalmente democratici.

In 36 Stati gli elettori devono fare richiesta senza fornire spiegazioni, mentre in 5 viene richiesto di fornire un motivo accettabile per giustificare il fatto di non recarsi alle urne.

Questi ultimi 5 Stati che di fatto disincentivano la partecipazione al voto sono tutti “Red State”, cioè tradizionalmente repubblicani: Indiana, Louisiana, Mississippi, Tennessee e Texas.

Metà degli Stati considereranno validi i bollettini di voto arrivati entro e non oltre il 3 novembre, mentre per l’altra metà farà fede il timbro dell’United States Postal Service – il servizio postale nord-americano – considerando validi e quindi conteggiati i bollettini che arriveranno anche dopo l’Election Day.

Un ritardo che in alcuni casi può raggiungere le tre settimane.

Questi Stati costituiscono i 2/3 dei “grandi elettori”, cioè il 66% degli eletti.

Ma i conteggi differiscono ulteriormente ed in 20 Stati potranno iniziare prima del 3 novembre, tra questi alcuni Stati-chiave, fondamentali nel 2016 per l’elezione di Trump: Florida, Arizona, Carolina del Nord, Ohio. Mentre nei tre “Swinging State” – Michigan, Pennsylvania, Wisconsin – lo sfoglio non potrà che iniziare dopo la chiusura dei seggi.

Tutto questo fa supporre che la chiusura delle urne non coinciderà affatto con la conoscenza del responso elettorale. Visto e considerato questo ginepraio di regole, non proprio concepito per incentivare la partecipazione, non è peregrino pensare che possano esserci contenziosi che aumentano il livello di insicurezza sull’esito del voto.

Vent’anni fa George W.Bush venne eletto dopo che la Corte Suprema – uno dei tre perni del potere politico statunitense – interruppe l’interminabile conta dei voti.

La media dei sondaggi monitorati dal New York Times dà Biden avanti di 10 punti – il più prudente, e britannico, Financial Times, che si affida a RealClear Politics, 9 punti – con lo sfidante democratico in grado di minacciare potenzialmente addirittura alcuni Stati che sono in genere punti di forza dei repubblicani.

Ma l’incertezza regna sovrana anche perché Trump non ha mai dichiarato esplicitamente che accetterà l’esito delle urne e le undici settimane che separano l’Election Day dalla presa in carica ufficiale non aiutano. Non è detto che ci debba essere una transizione pacifica o quanto meno non traumatica dei poteri.

Le milizie dell’alt-right potrebbero intervenire in una situazione di incertezza, come stanno facendo sempre più spesso su input di Trump, che infatti non si sogna di prenderne le distanze, neanche quando sono stati scoperti i piani avanzati per il sequestro di una governatrice – Gretchen Whitmer, del Michigan – colpevole di avere imposto misure troppo strette per contenere il contagio!

Un altre elemento rilevante è la Corte Suprema, a maggioranza conservatrice, con 3 membri su 9 nominati da Trump durante la sua amministrazione, tra cui l’ultima in ordine di tempo l’ultra-religiosa Amy Coney Barret, membro di People for Praise; 6 membri su 9 (il numero non è fissato da alcun codice legislativo) sono cattolici.

Bisogna ricordare che la Corte Suprema è stata determinante in passato nei casi di incertezza sull’esito del voto. Al di là della possibile sconfitta di Trump, essendo composta di membri incaricati “a vita”, deciderà su una serie rilevante di questioni per i tempi a venire, ipotecando non di poco le possibili scelte di Biden.

Ultimo ma non meno importante: il criterio di selezione del presidente, se non emergesse un verdetto chiaro, potrebbe favorire i repubblicani.

In quel caso – lo ha ricordato l’Associated Press – la Camera voterebbe per Stato e non per rappresentanti, con 26 Stati che sarebbero determinanti per il voto: nessuna autorità indipendente o federale convalida infatti i risultati nelle ore che seguono la chiusura delle urne elettorale!

Lo scorso anno la docente di diritto a Georgetown, Rosa Brooks, ha costituito un gruppo chiamato Transition Integrity Group per dare vita a simulazioni sullo stile dei “war games” sui possibili esiti di una ipotetica contesa sui risultati elettorali. In tutti gli scenari prefigurati, solo in un caso non porta alla conflagrazione degli Stati Uniti: un crollo di Joe Biden.

In questo quadro di imprevedibilità, la campagna elettorale si è concentrata sugli “Swinging State”; quelli dove l’esito del voto è più incerto ed il numero degli eletti è elevato, per la propaganda politica televisiva è stato spesa finora una cifra già tre volte superiore rispetto alle elezioni precedenti – 1,5 miliardi di dollari – con Biden che distanzia di parecchie lunghezze l’attuale presidente, in particolare proprio in questi Stati.

La Florida è lo Stato in cui i due sfidanti hanno speso di più, ma anche Michigan, Pennsylvania e Wisconsin, dove Trump si aggiudicò la vittoria per una manciata di voti.

La differenza tra lui e la candidata democratica in quegli Stati, nel 2016, era irrisoria: rispettivamente 0,3% (cioè meno di 10 mila voti di differenza), 0,7% (meno di 45 mila) e ancora 0,7% (poco più di 20 mila voti).

In Florida, il successo dell’attuale presidente era stato un poco più netto, con il 48,6% contro il 47,4%, con più di 110 mila voti di differenza.

In sintesi, meno di 200 mila voti, concentrati negli Stati “giusti”, avevano deciso la partita.

Anche Texas ed Arizona rappresentano dei fattori d’incertezza, nonostante siano tradizionalmente “red state”, per il cambiamento nella composizione etnica dei votanti. Qui i latinos – prima “minoranza etnica” per abitanti e votanti, avendo superato gli afro-americani – hanno assunto un peso maggiore.

I latinos nel complesso sono un raggruppamento non omogeneo, sia per collocazione (urbana o rurale), sia per orientamento elettorale e vivono per 2/3 in 5 stati: California, Texas, Florida, New York, e Arizona.

Ma i loro voti sono importanti anche nei tre Swinging State dove le elezioni presidenziali si decisero per 77.744 voti; la Pennsylvania ha 521 mila potenziali elettori latinos, 261 mila il Michigan e 183 mila il Wisconsin.

Durante le primarie, in alcuni Stati Bernie Sanders aveva fatto il pieno di voti tra di loro, in specie tra i più giovani, mentre in Florida un terzo degli ispano-americani è di origini cubane e tradizionalmente filo-repubblicana.

Secondo le statistiche, lo scorso anno erano diventati 60 milioni – di cui poco meno di un terzo con meno di 18 anni – cioè 24 milioni in più che nel 2000.

Secondo i sondaggi, le tre principali preoccupazioni dei latinos sono la pandemia, l’assicurazione sanitaria e, ben distanziata, l’immigrazione.

La pandemia non a caso è stato l’argomento principale della campagna pubblicitaria di Biden, che ipoteticamente può contare sul loro voto, specie fra i più giovani e le donne, ed è in generale certo di fare incetta di voti afro-americani.

I repubblicani al potere hanno cercato in tutti i modi quest’anno di annullare il voto afro-americano – nel 2016 solo l’8% votarono per Trump – cancellandoli dalle liste elettorali, sopprimendo seggi, imponendo criteri restrittivi nei confronti degli ex-detenuti, come in Florida, di fatto invertendo – grazie ad una decisione della Corte Suprema – una delle maggiori conquiste del periodo dei diritti civili, il Voting Rights Act del 1965, che aveva dato piena cittadinanza politica ai “Neri” sopprimendo le pratiche elettorali degli Stati segregazionisti ex-Confederati.

Sullo sfondo di una tripla crisi: sanitaria, economico-sociale e di legittimità politica, si stanno svolgendo le elezioni di quella che era la prima potenza mondiale oggi in declino.

Forse solo un periodo può sembrare più cupo, per il sogno americano: quando ad un anno dall’elezione di Franklin Delano Roosevelt, che traghetterà poi gli USA dalla Grande Crisi del ’29 al New Deal e poi alla partecipazione e la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, circa 100 mila cittadini nord-americani fecero richiesta per lavorare nell’URSS.

Per tornare alla metafora iniziale dell’oliata macchina che sembra in panne, occorre ricordare che, come dice l’adagio, se le cose non si possono aggiustare, probabilmente si romperanno...

Fonte

02/02/2017

Gorsuch, il falco di Trump alla Corte Suprema

di Michele Paris

Perfettamente in linea con lo spirito dei primi provvedimenti adottati dopo l’ingresso alla Casa Bianca, martedì sera il neo-presidente Donald Trump ha nominato ufficialmente il giudice federale ultra-conservatore Neil Gorsuch per occupare il posto alla Corte Suprema degli Stati Uniti lasciato vacante dal decesso di Antonin Scalia quasi un anno fa. Gorsuch è stato scelto fra tre giudici che avevano superato la selezione di Trump e che erano stati sostanzialmente proposti da ex membri Repubblicani del governo e organizzazioni e gruppi di ricerca in ambito legale con inclinazioni marcatamente conservatrici.

L’annuncio della nomina del 49enne giudice della corte federale d’appello di Denver, in Colorado, è avvenuto nel corso di un bizzarro evento alla Casa Bianca dai contorni da reality show. In un discorso di presentazione durato 15 minuti, Trump ha elogiato in maniera decisamente spropositata sia il nuovo candidato al più altro tribunale americano sia il suo predecessore, l’arci-reazionario Scalia, del quale Gorsuch sembra appunto il degno erede.

Quest’ultimo incarna tutti i “valori” della destra americana più estrema, essendosi distinto nel corso della sua carriera legale per l’impegno a favore dell’oscurantismo religioso, della difesa degli interessi del business privato e delle forze di polizia contro i diritti democratici della popolazione.

Gli ambienti di destra negli Stati Uniti sono andati in visibilio dopo la notizia della nomina di Trump e in molti hanno celebrato gli orientamenti “originalista” e “testualista” di Gorsuch nell’approccio alla Costituzione. La stessa attitudine denotava il defunto giudice Scalia e consiste sostanzialmente in un metodo di giudizio arbitrario e tendenzioso dei casi all’attenzione della corte, secondo il quale andrebbe fatto riferimento il più possibile al significato originario del testo costituzionale come concepito alla fine del XVIII secolo, senza troppo riguardo per i cambiamenti sociali registrati fino a oggi.

Per comprendere la predisposizione verso la legge di Gorsuch è utile ricordare il contesto familiare e giuridico, imbevuto di pseudo-ideali di destra, nel quale si è formato. La madre, Anne Gorsuch Burford, era stata ad esempio scelta nel 1981 dall’allora presidente Reagan per guidare l’Agenzia federale per la Protezione Ambientale (EPA), con il preciso compito di limitarne drasticamente le funzioni se non di smantellarla del tutto.

La madre del giudice Gorsuch aveva quasi dimezzato il bilancio dell’EPA nei primi due anni, ma il suo lavoro s’interruppe quando fu costretta alle dimissioni a causa del rifiuto di riferire al Congresso le modalità con cui erano stati spesi dei fondi speciali, assegnati all’agenzia da lei guidata, da utilizzare per lo smaltimento di rifiuti tossici.

Le personalità che Gorsuch ha invece citato nel suo discorso di martedì alla Casa Bianca e che avrebbero avuto la maggiore influenza sul suo pensiero sono lo stesso Scalia e un altro giudice dalle tendenze reazionarie, David Sentelle. Sponsorizzato dal senatore Repubblicano ultra-reazionario Jesse Helms, quest’ultimo era stato protagonista negli anni Novanta di almeno un paio di vergognose vicende legali.

Nel 1990 aveva fatto parte della maggioranza in un gruppo di giudici che aveva cancellato le accuse a carico dei due principali responsabili delle operazioni relative al caso “Iran-Contra” nell’amministrazione Reagan, Oliver North e John Poindexter. Qualche anno più tardi, Sentelle avrebbe invece rimosso dal suo incarico il “procuratore speciale” indipendente Robert Fiske, impegnato a indagare sul cosiddetto scandalo “Whitewater” che aveva coinvolto l’allora presidente Bill Clinton.

Fiske non aveva trovato nulla che potesse giustificare un’incriminazione e al suo posto venne nominato Kenneth Starr, fazioso ex membro dell’amministrazione Reagan che avrebbe dato il via a una vera e propria caccia alle streghe per giungere all’impeachment di Clinton.

Neil Gorsuch, da parte sua, era salito alla ribalta nazionale qualche anno fa per aver fatto parte della maggioranza di una giuria togata in un caso che metteva di fronte i proprietari, di religione cristiana evangelica, della catena di negozi Hobby Lobby e una loro dipendente. La famigerata sentenza, confermata dalla Corte Suprema, stabiliva che una compagnia privata ha il diritto di rifiutarsi di includere strumenti di contraccezione nei piani sanitari offerti ai propri impiegati se ciò va contro i principi religiosi professati dai proprietari.

Oltre che nelle sentenze, Gorsuch fin dai tempi del college ha espresso i propri orientamenti legali e il disprezzo per il progressismo in editoriali e articoli giornalistici. Sulla conservatrice National Review nel 2005 aveva ad esempio criticato l’istituto della “class-action”, definito un modo a disposizione di lavoratori e poveri per “arricchirsi rapidamente”. Il candidato di Trump alla Corte Suprema ha d’altra parte lavorato anche per studi legali privati, difendendo prevalentemente gli interessi di grandi aziende.

Il New York Daily News ha inoltre rintracciato una serie di opinioni espresse da Gorsuch su un giornale pubblicato dalla Columbia University, dove si laureò nel 1988. In esse, Gorsuch si lamentava tra l’altro per i “pregiudizi liberal” della maggior parte degli studenti, mentre, in altre occasioni, criticava un gruppo di manifestanti contro aziende americane che facevano profitti grazie all’apartheid in Sudafrica e applaudiva Reagan per i finanziamenti segreti ai Contras in Nicaragua.

La candidatura di Neil Gorsuch dovrà essere ora valutata e approvata a maggioranza dal Senato americano. Molti Democratici hanno promesso battaglia, visto che dopo la morte di Scalia la leadership Repubblicana si era rifiutata anche solo di considerare il giudice proposto da Obama per sostituirlo alla Corte Suprema. La scommessa dei Repubblicani era di attendere fino a dopo le elezioni di novembre, in modo da avere un nuovo candidato scelto da un presidente del loro partito.

Non tutte le reazioni dei senatori del Partito Democratico hanno avuto però un tono di sfida. Il senatore dell’Oregon, Jeff Merkley, ha promesso un ostruzionismo a oltranza per bloccare la nomina di Gorsuch a un seggio che ha definito “rubato” ai Democratici e a Obama. Su posizioni simili si sono subito attestati anche altri senatori considerati “liberal”, ma i centristi e quelli provenienti da stati vinti da Trump nelle presidenziali e attesi tra meno di due anni da un delicato appuntamento elettorale si sono dimostrati molto più cauti se non apertamente disponibili ad approvare Gorsuch.

Il leader della minoranza al Senato, Charles Schumer, ha ostentato un atteggiamento bellicoso in una dichiarazione rilasciata martedì, minacciando il possibile ricorso al “filibuster”, ovvero il meccanismo parlamentare per cui viene richiesta una maggioranza di 60 voti per dare il via libera alla nomina. Al Senato, i Repubblicani dispongono di 52 seggi, contro i 48 dei Democratici. Schumer, però, ha vincolato il possibile ostruzionismo Democratico al solo comportamento che terrà Gorsuch nelle audizioni di fronte ai senatori.

L’eventuale, anche se improbabile, ostruzionismo dei senatori dell’opposizione potrebbe comunque spingere i leader Repubblicani ad adottare una misura drastica, cioè il cambiamento delle regole di voto per abolire il “filibuster” sulle nomine presidenziali dei giudici della Corte Suprema. In questo caso basterebbero 51 voti per confermare i candidati.

Parecchi Repubblicani sono contrari a una misura di questo genere, nonostante Trump si sia dimostrato favorevole, più che altro perché si trasformerebbe in un’arma in mano ai Democratici se la maggioranza al Senato dovesse cambiare nel prossimo futuro. La disponibilità a modificare una norma che rappresenta un caposaldo del regolamento del Senato è però molto più diffusa oggi rispetto al recente passato, anche perché gli stessi Democratici qualche anno fa avevano abolito il “filibuster” per le nomine presidenziali dei giudici, ad esclusione di quelli della Corte Suprema.

Secondo le analisi dei media americani, la minaccia di ostruzionismo dei Democratici potrebbe alla fine lasciare posto a una certa collaborazione con i Repubblicani. La leadership dell’opposizione starebbe studiando una strategia per cui Gorsuch sia confermato senza particolari intoppi, mentre la vera battaglia verrebbe rinviata alla possibile prossima nomina di Trump di un altro giudice della Corte Suprema.

In ballo ci sono gli equilibri ideologici di questo tribunale. La morte di Scalia aveva messo a rischio la maggioranza conservatrice della corte e per questa ragione i Repubblicani avevano congelato la nomina di Obama del giudice moderato Merrick Garland. La conferma di Neil Gorsuch non cambierebbe però le cose rispetto al periodo precedente il decesso di Scalia, mentre sarebbe l’eventuale ritiro del giudice centrista Anthony Kennedy, ipotizzato da tempo, a scatenare un’autentica battaglia per il predominio ideologico della corte.

L’80enne Kennedy, solitamente di orientamento moderato nei casi che implicano la difesa dei diritti sociali e in genere conservatore in quelli che hanno a che fare con questioni economiche, è spesso l’ago della bilancia della Corte Suprema. Il suo ritiro potrebbe perciò decidere delle sorti del tribunale costituzionale americano, nonché dei diritti democratici, per i prossimi decenni, vista anche la predilezione dei presidenti a scegliere giudici sempre più giovani per un incarico che non prevede scadenze.

L’impressione, ad ogni modo, è che i Democratici finiranno per capitolare e consentire la conferma di Neil Gorsuch, a favore del quale, d’altra parte, il partito oggi all’opposizione al Congresso aveva votato unanimemente nel 2006 dopo che era stato scelto da George W. Bush come giudice federale in Colorado.

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22/03/2016

Corte Suprema USA: arriva Garland

di Michele Paris

Nonostante la ferma opposizione della maggioranza Repubblicana al Senato, qualche giorno fa il presidente americano Obama ha nominato ufficialmente il proprio candidato per la sostituzione alla Corte Suprema del giudice ultra-conservatore Antonin Scalia, morto improvvisamente il 13 febbraio scorso. La scelta del giudice capo della Corte d’Appello del District of Columbia, Merrick Garland, è stata dettata in larga misura da un calcolo politico ben studiato, il quale potrebbe però non essere sufficiente a superare le manovre che cercano di modellare gli equilibri del più alto tribunale degli Stati Uniti.

Secondo la Costituzione americana, il Senato deve confermare i giudici della Corte Suprema nominati dal presidente. Le tradizionali audizioni dei candidati di fronte ai senatori dovrebbero assodare le loro competenze oppure eventuali motivi di gravità tale da impedirne l’insediamento. Il voto al Senato dovrebbe essere perciò influenzato soltanto da questi fattori, essendo la scelta dell’orientamento ideologico dei giudici a discrezione del presidente in carica.

L’imminenza delle elezioni presidenziali, lo scontro in atto tra Repubblicani e Democratici, ma soprattutto la natura e la rilevanza politica del ruolo dei giudici della Corte Suprema hanno però avvelenato il clima dopo la morte di Scalia, tanto che le probabilità che il suo successore riesca ad assumere l’incarico entro il 2016 sono ad oggi pochissime.

I leader del Partito Repubblicano avevano fatto sapere da subito che il nono giudice della Corte scelto da Obama non sarebbe stato nemmeno preso in considerazione. Sul sostituto di Scalia, a loro dire, dovrebbe piuttosto esprimere il proprio parere il popolo americano. Per questa ragione, malgrado la Costituzione assegni unicamente al Presidente la facoltà di nomina e in passato ci siano stati esempi di giudici insediati alla vigilia di un’elezione, per i Repubblicani sarà necessario attendere la scelta di un candidato da parte del prossimo inquilino della Casa Bianca a partire dal gennaio 2017.

Di fronte a questa resistenza, Obama e il suo entourage hanno deciso di procedere ugualmente con la nomina, optando prevedibilmente per un giudice con un curriculum pressoché inattaccabile, dalle posizioni generalmente moderate e ampiamente gradito ai membri Repubblicani del Congresso.

La scelta è finita così sul giudice Garland, secondo la stampa USA già preso seriamente in considerazione nel 2009 e nel 2010, quando Obama fu chiamato a scegliere due nuovi membri della Corte Suprema. In entrambe le occasioni, a Garland erano stati preferiti altri candidati, rispettivamente Sonya Sotomayor ed Elena Kagan, le quali, in quanto donne e, la prima, ispanica, garantivano quel rispetto della “diversità” di genere e di razza che non poteva offrire un giudice maschio e bianco.

La posta in palio con il seggio vacante alla Corte Suprema è dunque enorme, non soltanto per i poteri di questo tribunale e la delicatezza delle cause su cui dovrà esprimersi nel prossimo futuro. Soprattutto, con la morte di Scalia, Obama e i Democratici si ritrovano a portata di mano l’occasione di alterare l’equilibrio tra giudici conservatori e “liberal” che è stato per anni sostanzialmente favorevole ai primi.

Il percorso verso la conferma di Merrick Garland, come già spiegato, appare però molto complicato. Secondo la maggior parte dei commentatori d’oltreoceano, quella di Obama sarebbe allora una mossa prevalentemente politica volta a favorire i Democratici nelle elezioni presidenziali e, soprattutto, per il Senato, mettendo in risalto l’ostruzionismo Repubblicano.

Il mero calcolo politico di Obama è apparso chiaro nel corso della presentazione pubblica di Garland alla Casa Bianca la settimana scorsa. Il presidente non ha fatto alcun riferimento alla possibilità che la nomina del suo candidato possa mettere in minoranza la maggioranza conservatrice alla Corte Suprema e quindi favorire la difesa dei diritti democratici, esposti a un processo di erosione in questi anni proprio per mano di questo stesso tribunale. Al contrario, Obama ha insistito nel ricordare come svariati membri del Congresso Repubblicani avessero in passato espresso pareri molto lusinghieri per Garland, facendo apparire perciò la loro opposizione di natura esclusivamente politica.

Merrick Garland era stato ad esempio confermato giudice della Corte d’Appello di Washington a larga maggioranza dal Senato nel 1997 e con gli elogi di alcuni Repubblicani che siedono oggi nella commissione Giustizia, di fronte alla quale devono testimoniare i candidati alla Corte Suprema.

Uno di questi ultimi è il veterano senatore dello Utah, Orrin Hatch, tra i pochi Repubblicani disposti finora ad appoggiare l’idea che Garland sia almeno preso in considerazione dalla commissione. I senatori Repubblicani possibilisti risultano essere più che altro quelli che a novembre saranno impegnati in un voto molto competitivo per la loro rielezione. Alcuni di essi settimana scorsa avevano ipotizzato anche un possibile voto sulla nomina di Garland dopo le elezioni di novembre in caso di vittoria del Partito Democratico.

Quest’ultima proposta è stata avanzata per evitare che il prossimo eventuale presidente Democratico possa finire col nominare un nuovo giudice di orientamento più “liberal” rispetto a quello scelto da Obama. Il leader di maggioranza al Senato, Mitch McConnell, ha però escluso un voto su Garland, prima o dopo le elezioni, ribadendo che il nono giudice della Corte Suprema dovrà essere scelto dal 45esimo presidente degli Stati Uniti, ovvero il successore di Obama.

In maniera significativa, McConnell ha anche denunciato apertamente le presunte posizioni ideologiche del giudice Garland, ritenuto a suo giudizio troppo “di sinistra”. Questo parere conferma ancora una volta il drastico spostamento a destra del baricentro politico americano negli ultimi anni, tanto da far apparire, almeno agli occhi del Partito Repubblicano, un giudice del tutto moderato e con alcuni precedenti di sentenze poco meno che reazionarie come una sorta di attivista “liberal”.

In effetti, la carriera giudiziaria di Merrick Garland, a detta di molti, sembra riflettere precisamente la sua ambizione di ascendere alla Corte Suprema, visto che quasi mai il giudice 63enne ha assunto posizioni che potessero far riconoscere un suo netto posizionamento ideologico e, di conseguenza, favorire critiche e accuse da parte della parte politica opposta nel corso di un possibile processo di conferma.

Pur tenendo un atteggiamento cauto per decenni, il passato di Garland è ben noto e include alcuni anni di praticantato prima al fianco di un noto giudice della Corte d’Appello di New York e del giudice della Corte Suprema, William Brennan, poi come assistente dell’ultimo ministro della Giustizia del presidente Carter, Benjamin Civiletti.

Con l’arrivo di Reagan alla Casa Bianca nel 1981, Garland si dedicò alla pratica privata, entrando in uno studio legale di Washington che rappresentava gli interessi di varie grandi aziende, tra cui Philip Morris. In seguito, durante l’amministrazione Clinton, diventò pubblico ministero, occupandosi di casi di grande impatto mediatico, come quello di “Unabomber” e l’attentato contro un edificio federale di Oklahoma City per mano di Timothy McVeigh che nel 1995 fece 168 vittime.

Da 19 anni, infine, Garland siede nell’influente Corte d’Appello del District of Columbia, tradizionalmente chiamata a valutare numerose cause che coinvolgono il governo e le sue agenzie. Gli esperti legali americani citati dai media riconoscono una sua tendenza a favorire queste ultime, mentre vi sarebbero poche tracce di servilismo nei confronti del mondo degli affari.

Garland viene anche talvolta elogiato per avere emesso sentenze favorevoli alle regolamentazioni relative al rispetto dell’ambiente. Allo stesso tempo, però, ha mostrato maggiore simpatia per l’accusa nei casi in cui sono in gioco i diritti degli accusati di un qualche crimine. Una delle cause di maggiore rilievo che ha presieduto si era conclusa inoltre con un verdetto favorevole all’amministrazione Bush in merito alla legittimità della detenzione di alcuni prigionieri del lager di Guantánamo.

Le vicende attorno alla nomina di Merrick Garland alla Corte Suprema, in ogni caso, accompagneranno tutta la stagione elettorale 2016 negli Stati Uniti. A riprova degli interessi in gioco e del livello di politicizzazione del tribunale costituzionale americano, i favorevoli e i contrari alla conferma del nuovo giudice stanno già affilando le armi e organizzando campagne pubbliche, durante le quali – come in un’elezione a una carica di spicco – saranno raccolti e spesi parecchi milioni di dollari.

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15/02/2016

USA, Scalia: Costituzione e reazione

di Michele Paris

Nel pieno delle primarie per le presidenziali, il mondo politico americano è stato scosso nel fine settimana dalla notizia della morte improvvisa del giudice della Corte Suprema, Antonin Scalia. Il decesso del 79enne giurista ultra-conservatore pone una serie di importanti questioni di natura politica, così come politica è stata l’impronta del più alto tribunale degli Stati Uniti negli ultimi anni dominati dalla maggioranza dei giudici che lo compongono e di cui lo stesso Scalia ha fatto parte.

Cattolico anti-abortista, favorevole alla pena di morte e all’ampliamento delle facoltà delle forze dell’ordine, promotore del diritto di possedere armi da fuoco, strenuo difensore dei poteri forti americani e spesso contraddistinto da posizioni ideologiche in odore di razzismo, Scalia ha incarnato per tre decenni l’anima più reazionaria delle élite d’oltreoceano, passando da un ruolo relativamente marginale a quello di protagonista nel quadro del drammatico spostamento a destra della classe dirigente registrato in questo inizio di nuovo secolo.

Antonin Scalia è morto nel sonno tra venerdì e sabato per cause ancora sconosciute mentre partecipava in Texas a una battuta di caccia, una delle sue passioni. Il giudice era stato nominato alla Corte Suprema da Ronald Reagan nel 1986 ed era noto per la combattività mostrata durante le udienze, soprattutto nei confronti dei legali che sostenevano cause anche vagamente “liberal”.

Le fondamenta saldamente conservatrici del suo pensiero legale derivavano da una interpretazione della Costituzione americana definita “testualismo” o “originalismo”, consistente nel rispetto del senso letterale della carta durante l’analisi dei vari casi. Scalia era guidato cioè dal riferimento costante alle intenzioni di coloro che avevano redatto la Costituzione degli Stati Uniti, respingendo assurdamente l’idea che un documento scritto più di due secoli fa possa essere adattato alle diverse condizioni storiche e sociali.

Scalia sarà ricordato, oltre che per le sue posizioni di estrema destra, per le numerose uscite, sia durante le udienze, sia nelle numerose apparizioni pubbliche, che rivelavano una disposizione retrograda e profondamente anti-democratica. Solo un paio di mesi fa, ad esempio, il giudice deceduto aveva affermato che gli studenti di colore avrebbero dovuto frequentare università di livello “inferiore”, poiché in quelle più prestigiose avrebbero potuto trovarsi in un ambiente inadatto.

Nonostante i precedenti, molti esponenti politici anche di orientamenti ufficialmente opposti a quelli di Scalia hanno avuto parole di elogio nel ricordare il giudice dopo la diffusione della notizia della morte. La reazione di Obama ha ad esempio mostrato il solito atteggiamento servile nei confronti della destra americana del presidente, il quale ha definito il defunto una “mente legale brillante” che “ha influenzato una generazione di giudici, avvocati e studenti”.

Come previsto dalla Costituzione USA, il presidente sarà chiamato ora a scegliere il sostituto di Scalia alla Corte Suprema e Obama ha già fatto sapere che la nomina, da sottoporre a ratifica del Senato, arriverà in tempi non troppo lunghi. La questione della successione a Scalia rischia però di diventare da subito molto complicata, visto che si inserisce in un clima politico del tutto particolare, caratterizzato dalle elezioni presidenziali di novembre e da un Congresso dove la maggioranza non è detenuta dal partito del presidente.

La leadership Repubblicana del Senato ha già indicato la scarsa disponibilità ad approvare qualsiasi candidato verrà proposto dalla Casa Bianca. Il calcolo Repubblicano è con ogni probabilità quello di ritardare la nomina del nono giudice della Corte Suprema fino al prossimo anno, quando sarà insediato il nuovo presidente americano, nella speranza che non sia Democratico.

Il numero uno dei Repubblicani al Senato, Mitch McConnell, sabato ha affermato apertamente che il sostituto di Scalia non siederà alla Corte Suprema prima del gennaio 2017. Questa presa di posizione è decisamente insolita, non solo perché è opinione condivisa che il presidente degli Stati Uniti abbia facoltà di scegliere – e quindi vedere approvato – il candidato che ritiene più adatto, ma anche perché le battaglie registrate in passato sulle nomine alla Corte Suprema hanno riguardato l’eventuale mancanza dei requisiti degli aspiranti giudici o episodi controversi nel loro passato.

L’avvertimento preventivo alla Casa Bianca da parte del leader di maggioranza al Senato sul probabile respingimento della nomina alla Corte Suprema è motivato dalla posta in gioco, particolarmente pesante dal punto di vista politico. Tutta politica è stata infatti l’attività dello stesso tribunale negli ultimi anni, intento –\ grazie alla maggioranza conservatrice, per non dire reazionaria – a smantellare molti dei diritti democratici consolidati, anche con sentenze precedenti della stessa Corte Suprema, e a promuovere gli interessi del business.

Proprio di qualche giorno fa è stata ad esempio una delle ultime sentenze sottoscritte da Scalia, con la quale la Corte ha agito con un intento interamente politico. La maggioranza conservatrice dei giudici ha imposto lo stop all’applicazione di una direttiva dell’Agenzia federale per la Protezione Ambientale (EPA) indirizzata ai singoli stati americani per ridurre le emissioni di gas serra.

La decisione è apparsa singolare per varie ragioni, a cominciare dal fatto che è giunta ancora prima che la causa legale contro l’EPA esaurisse il proprio percorso giudiziario nei tribunali inferiori, ma anche perché le regolamentazioni previste sarebbero entrate in vigore solo tra alcuni anni.

La morte improvvisa di Scalia ha così aperto la strada a un possibile ribaltamento degli equilibri politici all’interno della Corte Suprema USA. Come già anticipato, il giudice di origine italiana faceva parte della maggioranza conservatrice del tribunale, assieme al presidente, John Roberts, e ai colleghi Clarence Thomas, Samuel Alito e Anthony Kennedy, sebbene quest’ultimo sia considerato relativamente più moderato.

La scelta di Obama potrebbe allora ricadere su un giurista progressista, facendo pendere per la prima volta da anni la bilancia della Corte Suprema verso sinistra. Gli altri quattro giudici in carica sono considerati di orientamento “liberal”: Stephen Breyer, Ruth Bader Ginsburg, Sonya Sotomayor e Elena Kagan, queste ultime due già nominate da Obama rispettivamente nel 2009 e nel 2010.

Da sottolineare bene, in ogni caso, è che la propensione progressista di questi quattro giudici, o quanto meno di alcuni di loro, è limitata in larga misura alle questioni delle libertà individuali, mentre in molte occasioni si sono almeno in parte allineati alla maggioranza conservatrice nelle cause relative alle “libertà” di aziende e corporation.

L’ipotesi che la Corte Suprema possa restare con soli otto membri per parecchi mesi è comunque tutt’altro che improbabile. Storicamente sono infatti numerosi i casi di candidati respinti dal Senato o di procedure di conferma prolungate nel tempo, anche se nei limiti ricordati in precedenza, soprattutto quando le nomine vengono fatte da presidenti sul finire del loro mandato.

Ciò potrebbe influire in maniera decisiva su alcune cause delicate attorno alle quali il supremo tribunale dovrà esprimersi nei prossimi mesi e che riguardano vari ambiti, dal diritto all’aborto all’immigrazione, dalle quote riservate alle minoranze nell’ammissione alle università al finanziamento dei sindacati. Con soli otto membri, eventuali verdetti di parità lascerebbero intatte le sentenze dei tribunali inferiori.

Proprio ai primi di aprile, la Corte inizierà le udienze su uno dei casi con le maggiori implicazioni politiche, anche in relazione alla campagna per le presidenziali in atto, ovvero la legittimità costituzionale del decreto presidenziale emesso da Obama per offrire un (complicato) percorso verso la regolarizzazione a circa 4 milioni di immigrati. In ballo vi è la possibilità da parte del governo federale di imporre ai singoli stati le norme in materia di immigrazione e, se non dovesse emergere una maggioranza alla Corte Suprema, il decreto di Obama risulterebbe nullo.

Un’altra vicenda scottante è quella che riguarda la facoltà di un sindacato degli insegnanti in California di raccogliere contributi anche dai non iscritti come riconoscimento della propria attività di contrattazione. In questo caso, un’eventuale verdetto di 4-4 alla Corte Suprema favorirebbe le associazioni sindacali.

Al di là delle dispute dei prossimi mesi sul successore di Antonin Scalia, la Corte Suprema americana sarà interessata da un ricambio generazionale negli anni a venire. Ciò determinerà probabili scosse e cambiamenti degli assetti ideologici all’interno del Tribunale, senza che esso perda tuttavia la caratteristica di strumento legale supremo nelle mani della classe dirigente USA per plasmare o legittimare le proprie politiche, sia pure nell’ambito dello scontro per il predominio delle varie sezioni che la compongono.

Tre giudici sono infatti vicini o hanno superato gli 80 anni, così che la permanenza in un incarico che non ha comunque limiti di età potrebbe essere di breve durata. I giudici “progressisti” Ruth Bader Ginsburg e Stephen Breyer compiranno rispettivamente 83 e 78 anni nel 2016, mentre le primavere del moderato/conservatore Anthony Kennedy saranno esattamente 80 il prossimo mese di luglio.

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29/06/2014

USA, un mandato per spiare i cellulari

di Michele Paris

Con un’importante sentenza che ha in buona parte riconosciuto un sacrosanto diritto costituzionale, la Corte Suprema degli Stati Uniti questa settimana ha stabilito che le forze di polizia sono tenute a richiedere una specifica ordinanza di un giudice prima di esaminare il contenuto del telefono cellulare di un arrestato. Il parere espresso all’unanimità dal più alto tribunale americano è giunto in risposta a due cause, una delle quali aveva visto l’amministrazione Obama partecipare alle udienze preliminari in favore della polizia e contro il fondamentale diritto alla privacy dei cittadini.

Il verdetto è stato generalmente salutato dall’altra parte dell’oceano come una vittoria per i difensori dei diritti civili e un opportuno chiarimento circa l’applicazione di alcuni principi costituzionali nell’era degli smartphone e dei social network.

Secondo i media americani, inoltre, la sentenza potrà avere un impatto più ampio, includendo ad esempio le perquisizioni di tablet e computer portatili, ma anche di abitazioni e uffici, nonché i dati e le informazioni conservate dalle compagnie telefoniche.

A scrivere il testo della sentenza è stato il presidente della Corte Suprema, John Roberts, il quale ha affermato, tra l’altro, che i “vecchi principi” della Costituzione “richiedono l’esclusione del contenuto dei telefoni cellulari dalle perquisizioni di routine”.

Lo stesso giudice ha paragonato l’esame dei telefoni degli arrestati da parte degli agenti di polizia alle “ordinanze generalizzate” usate dagli inglesi prima dell’indipendenza americana per perquisire a piacimento le abitazioni private alla ricerca di prove di attività criminali. “Il fatto che la tecnologia consenta oggi a una persona di avere letteralmente nelle proprie mani simili informazioni”, ha aggiunto Roberts, “non rende queste ultime meno soggette alle protezioni per le quali i padri fondatori hanno combattuto”.

Il contenuto dei telefoni cellulari degli arrestati, quindi, è coperto dalle protezioni garantite dal Quarto Emendamento alla Costituzione americana, il quale impedisce perquisizioni e confische da parte delle autorità senza il mandato di un giudice.

Durante le udienze che hanno preceduto la deliberazione di mercoledì, i legali dell’amministrazione Obama avevano sostenuto che l’analisi dei cellulari era da considerarsi legittima anche senza il mandato di un tribunale, poiché i sospettati in stato di fermo potevano cancellare informazioni importanti in essi contenute o contattare i loro complici. La Corte Suprema ha invece respinto entrambe le tesi, proponendo alle forze di polizia di prevenire questi rischi estraendo la batteria o riponendo il cellulare in un apposito contenitore che impedisca la ricezione del segnale.

Secondo l’amministrazione Obama, poi, l’esame di un telefono cellulare non è in sostanza differente dalla perquisizione - consentita in caso di arresto - di una borsa o di un portafogli. Per i giudici, invece, questa operazione può essere effettuata solo per verificare se il cellulare nasconda un coltello o altri oggetti che rappresentino minacce materiali. Per il giudice Roberts, mettere sullo stesso piano le due perquisizioni è come affermare che “una gita a dorso di cavallo è materialmente indistinguibile da un volo sulla luna”.

Il primo caso all’attenzione della Corte Suprema che ha portato alla sentenza - “Riley contro California” - riguardava l’arresto di David Riley a San Diego nel 2009 dopo che la polizia a un normale posto di blocco aveva trovato armi cariche nella sua auto. Gli agenti avevano ispezionato lo smartphone di Riley, rilevando informazioni che lo collegavano a una sparatoria. Riley era stato alla fine condannato a 15 anni di carcere e una corte d’appello in California aveva stabilito che l’esame del suo cellulare non richiedeva l’ordinanza di un giudice.

Il secondo caso - “Stati Uniti contro Wurie” - era scaturito dall’arresto nel 2007 a Boston di Brima Wurie mentre spacciava crack. Tra gli oggetti confiscati c’era anche il suo telefono cellulare, dal quale la polizia ha potuto ricavare un indirizzo dove sono state poi rinvenute droga e armi. Nel processo di appello, tuttavia, i legali di Wurie avevano ottenuto il ribaltamento della condanna di primo grado proprio per l’utilizzo illegale delle informazioni reperite dal suo cellulare.

La sentenza definitiva della Corte Suprema è apparsa sorprendente a molti, soprattutto perché i tribunali inferiori negli ultimi anni sono più volte intervenuti a favore della polizia in casi riguardanti arresti e perquisizioni, spesso ritenute legali perché considerate necessarie a garantire la sicurezza degli agenti o a evitare la distruzione di prove. Gli stessi giudici supremi attualmente in carica, oltretutto, hanno ormai una lunga storia di sentenze favorevoli alle forze di polizia e volte a restringere i diritti dei sospettati.

Tuttavia, se il verdetto di mercoledì fissa senza dubbio un principio fondamentale, appare poco giustificato l’entusiasmo dei più importanti media “liberal” americani che hanno attribuito senza riserve una mossa, a loro dire, di impronta indubitabilmente progressista ad una Corte Suprema composta in maggioranza da giudici ultra-reazionari.

Infatti, tra le pieghe della sentenza vi sono alcuni aspetti che rendono la decisione meno rassicurante di quanto appaia a prima vista. I giudici, ad esempio, sembrano a un certo punto affermare la validità del Quarto Emendamento come semplice copertura per evitare ricorsi e battaglie legali prolungate. Ciò risulta evidente nel riferimento alla facilità con cui la polizia può ottenere l’ordinanza di un tribunale per esaminare il contenuto di un telefono cellulare, secondo Roberts addirittura “in 15 minuti” grazie all’uso di “e-mail e iPads”.

In una “opinione concordante” redatta dal giudice di estrema destra Samuel Alito, inoltre, viene chiesto al Congresso di intervenire sulla questione delle perquisizioni dei telefoni cellulari, così da bilanciare la garanzia della privacy dei cittadini con le necessità legate alla raccolta di prove delle forze dell’ordine.

Per il giudice nominato da George W. Bush, “sarebbe spiacevole se la difesa della privacy nel 21esimo secolo fosse lasciata principalmente alle corti federali”, costrette a decidere con il solo “strumento del Quarto Emendamento”. Quello che Alito intende, con ogni probabilità, è che il Congresso debba approvare delle regole che assegnino maggiori poteri alle forze di polizia durante gli arresti, in modo da restringere i casi di perquisizione per i quali si renda necessario richiedere un’ordinanza di tribunale.

Lo stesso testo della sentenza del presidente John Roberts, d’altra parte, cita le condizioni nelle quali le garanzie del Quarto Emendamento potrebbero venire meno, quando cioè le “circostanze lo richiedano con urgenza”. In tal caso, le forze dell’ordine avranno facoltà di violare liberamente la privacy dei cittadini, facendo riferimento a situazioni di emergenza spesso molto difficili da valutare.

Una simile eccezione ricorda sinistramente tutte le giustificazioni, legate alle presunte necessità della “guerra al terrore”, a cui si sono appellati i governi e i giudici americani nell’ultimo decennio per implementare e convalidare misure profondamente anti-democratiche.

A questa eccezione, perciò, ha subito fatto riferimento il Dipartimento di Giustizia di Washington nel commentare a caldo la sentenza di mercoledì, annunciando l’impegno del governo nell’individuare le “circostanze urgenti” che consentano di calpestare la Costituzione e di procedere con l’analisi dei telefoni degli arrestati senza il fastidioso coinvolgimento di un giudice.

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04/06/2014

USA, guerra alla libertà di stampa

di Michele Paris

L’assalto della Corte Suprema americana ai principali diritti democratici negli Stati Uniti ha fatto segnare un nuovo capitolo questa settimana, con la mancata accettazione da parte del tribunale stesso di un delicatissimo caso relativo ad un noto reporter del New York Times. La vicenda in questione è quella di James Risen, il cui lavoro nel rivelare alcune delle manovre segrete dell’apparato della sicurezza nazionale degli USA potrebbe costargli un lungo periodo dietro le sbarre.

Rifiutandosi di deliberare sul caso “Risen contro Stati Uniti”, la Corte Suprema ha in sostanza confermato la sentenza del luglio scorso di un tribunale d‘Appello della Virginia che si era rifiutato di annullare un ordine emesso nei confronti di Risen per costringerlo a identificare la fonte all’interno del governo americano che gli aveva fornito informazioni riservate.

Il giornalista del Times era entrato in possesso di materiale classificato che descriveva come la CIA avesse cercato di ingannare l’Iran, spingendo i suoi scienziati ad accettare da un doppio agente russo un progetto per un meccanismo di innesco nucleare appositamente alterato. Questa informazione era contenuta in un capitolo del libro di Risen “State of War” del 2006 ed aveva spinto il Dipartimento di Giustizia ad aprire un procedimento penale nei confronti della presunta fonte, identificato nell’ex agente della CIA Jeffrey Sterling.

La causa aveva subito coinvolto Risen ma nel 2011 un giudice federale aveva dato ragione a quest’ultimo, affermando che un processo criminale non rappresentava una sufficiente giustificazione per rivelare le fonti e, nel caso di Sterling, le accuse mosse dal governo potevano essere dimostrate anche senza la testimonianza del giornalista.

L’amministrazione Obama aveva però fatto appello e la già ricordata decisione del tribunale di Richmond, in Virginia, aveva ribaltato il verdetto di primo grado. Due dei tre giudici assegnati al caso avevano cioè sostenuto che il Primo Emendamento della Costituzione americana - che garantisce, tra l’altro, la libertà di parola e di stampa - non può essere applicato ai giornalisti che ottengono notizie riservate e la cui diffusione costituisce un atto criminale.

Risen, perciò, avrebbe potuto essere costretto a testimoniare di fronte ad un Grand Jury nel caso Sterling, dal momento che “un resoconto diretto e di prima mano... sulla condotta criminale oggetto di indagine... non può essere ottenuto con mezzi alternativi”.

La decisione della Corte Suprema di non intervenire nel caso in questione equivale ad un’approvazione sia della sentenza del tribunale d’Appello del 2013 sia della posizione del governo. A differenza dei tribunali inferiori, la Corte Suprema può infatti rifiutare le cause presentate alla propria attenzione senza offrire alcuna spiegazione. La maggior parte dei casi, anzi, viene trattata proprio in questo modo dalla Corte Suprema che può così approvare in maniera tacita i verdetti emessi dai tribunali inferiori senza apparentemente intervenire nel merito.

James Risen, da parte sua, ha sempre sostenuto di essere pronto a finire in carcere piuttosto che rivelare il nome della sua fonte. Di fronte alla Corte Suprema, il reporter premio Pulitzer ha affermato che l’attività giornalistica investigativa sulle questioni relative alla sicurezza nazionale potrebbe diventare impossibile se il governo avesse facoltà di costringere a rivelare l’identità delle fonti.

La decisione della Corte Suprema di lasciare inalterata la sentenza della Corte d’Appello di Richmond contro Risen contraddice inoltre una lunge serie di verdetti di vari tribunali americani che, al contrario, in passato hanno riconosciuto il diritto alla protezione garantita dal Primo Emendamento ai giornalisti in relazione alle proprie fonti.

Sia i precedenti verdetti che quello del luglio scorso della Corte d’Appello si sono basati su un’altra decisione della Corte Suprema: “Branzburg contro Hayes” del 1972. In quell’occasione, il supremo tribunale americano aveva in realtà respinto l’interpretazione che il Primo Emendamento possa proteggere tout court i giornalisti dall’obbligo di testimoniare imposto da un Grand Jury.

Tuttavia, uno dei giudici della Corte aveva stilato un parere nel quale invitava i tribunali a trovare “il giusto equilibrio tra la libertà di stampa e l’obbligo di ogni cittadino di fornire la propria testimonianza” se ritenuta “rivelante”.

Per oltre tre decenni, questa sentenza della Corte Suprema è stata interpretata quasi sempre a favore dei giornalisti e a sostegno di un principio democratico fondamentale. Poco dopo il lancio della “guerra al terrore”, però, il clima è cominciato a cambiare anche in questo ambito, così che la stessa sentenza è utilizzata ora sempre più dai tribunali e dal governo per perseguire quei giornalisti e le loro fonti segrete che rivelano notizie riservate, anche se di rilevante interesse pubblico.

Questa involuzione e il conseguente drammatico deterioramento del clima democratico negli Stati Uniti sono confermati anche dal fatto che l’amministrazione Obama continua a condurre una campagna senza precedenti contro le fughe di notizie dall’interno delle agenzie governative. A tutt’oggi, l’amministrazione democratica ha già avviato ben otto procedimenti giudiziari contro presunti responsabili di rivelazioni di informazioni segrete alla stampa, mentre tutte le precedenti amministrazioni combinate si erano fermate a tre.

Consapevole delle resistenze tra la popolazione e tra la maggior parte dei media contro un simile giro di vite la cui vittima è la libertà di stampa, il Ministro della Giustizia, Eric Holder, proprio la settimana scorsa aveva affermato pubblicamente che il suo dipartimento potrebbe non richiedere l’incarcerazione dei giornalisti che si riufiutano di testimoniare.

La dichiarazione è sembrata essere un tentativo di placare le polemiche che sarebbero esplose in seguito all’imminente decisione della Corte Suprema sul caso Risen, peraltro non citato esplicitamente da Holder, anche se essa è stata esposta come una semplice ipotesi e il governo continua a riservarsi il diritto di incriminare i giornalisti che intendono difendere le proprie fonti.

Secondo i principali media americani, comunque, il governo avrebbe mostrato un certo ammorbidimento negli ultimi mesi, come confermerebbe la pubblicazione lo scorso febbraio da parte del Dipartimendo di Giustizia di nuove direttive interne volte a limitare i casi in cui l’accusa nel corso di processi possa costringere i giornalisti a testimoniare.

Le nuove norme, in realtà, sono state soltanto l’ennesima manovra diversiva dell’amministrazione Obama, visto che prevedevano il solito compromesso tra le necessità della “sicurezza nazionale e la salvaguardia del ruolo essenziale della libertà di stampa”, concendendo quindi ampia facoltà di interpretazione di una direttiva ufficialmente implementata a favore di quest’ultima.

La battaglia del governo degli Stati Uniti contro giornalisti e fonti di rivelazioni spesso esplosive è d’altra parte risultata più che evidente in questi anni con persecuzioni ai danni, tra gli altri, di Bradley (Chelsea) Manning, Edward Snowden, Julian Assange o John Kiriakou, l’ex agente della CIA processato e incarcerato per avere ammesso pubblicamente il ricorso a metodi di tortura negli interrogatori di presunti terroristi.

La guerra di Washington alla libertà di stampa, infine, era stata palesata clamorosamente anche lo scorso anno, quando era circolata la notizia che il Dipartimento di Giustizia aveva disposto segretamente l’intercettazione delle comunicazioni telefoniche di decine di giornalisti della Associated Press nell’ambito di un’indagine sulla rivelazione di una notizia riservata relativa ad un attentato terroristico sventato dalle autorità.

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