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01/07/2026

USA - La Corte Suprema amplia i poteri del presidente, ma lo boccia sullo ius soli

Lunedì 29 giugno la Corte Suprema degli USA ha emesso due sentenze fondamentali: una con cui ha riconosciuto al presidente degli Stati Uniti ampi poteri di licenziamento dei vertici di circa due dozzine di agenzie federali indipendenti, e un’altra con cui ha però impedito a Donald Trump di estromettere Lisa Cook dal Consiglio dei governatori della Federal Reserve (mossa con la quale aveva tentato di influenza la politica monetaria).

Nel primo verdetto, legato al caso Trump contro Slaughter, la Corte – a maggioranza conservatrice – si è pronunciata con una maggioranza di 6 a 3 a favore della legittimità del licenziamento di Rebecca Kelly Slaughter, membro della Federal Trade Commission (FTC), l’autorità antitrust e di tutela dei consumatori.

Trump l’aveva rimossa dall’incarico nel marzo del 2025 per divergenze politiche, e non per gravi mancanze professionali, inefficienza o negligenza.

Il presidente della Corte Suprema, John Roberts, non ha accantonato il celebre precedente del 1935, “Humphrey’s Executor contro gli Stati Uniti”, che per quasi un secolo ha regolato i rapporti tra varie agenzie federali e la Casa Bianca.

Ha però ridefinito le funzioni della FTC come pienamente esecutive (e lo stesso può valere per molte altre istituzioni federali), e perciò sottoposte al ramo esecutivo dello stato, e dunque al presidente.

La portata di questa decisione è sistemica, e The Donald ha immediatamente esultato sul social media Truth per quella che considera una vittoria. I tre giudici di minoranza hanno espresso un duro dissenso, definendo la decisione come destabilizzante per la continuità e l’imparzialità della burocrazia federale.

Tuttavia, l’offensiva della Casa Bianca per estendere il proprio controllo sulla macchina statale si è fermata davanti alla Federal Reserve. Con un margine risicato di 5 voti contro 4, la Corte Suprema ha infatti respinto il licenziamento di Lisa Cook. L’economista è sotto accusa per l’ipotesi di una truffa riguardo a un mutuo, e tanto era bastato a Trump per tentare di estrometterla dalla FED.

In questa circostanza, la Corte ha riconosciuto alla banca uno statuto speciale rispetto ad altre agenzie, con la legislazione stelle-e-strisce che ne ha voluto garantire le prerogative rispetto alla determinazione della politica monetaria, senza sottostare al presidente USA.

Roberts ha sottolineato che “non solo il fatto dell’indipendenza, ma anche l’apparenza di indipendenza è fondamentale per il modello della Federal Reserve”.

In questo caso, appare chiaro che le preoccupazioni nell’emanare tale sentenza sono state anche politico-finanziarie, in senso lato: la FED ricopre un ruolo cardine nella stabilità finanziaria globale, e il riconoscimento dei poteri della Casa Bianca di revocare un suo incaricato di vertice in virtù di divergenze politiche avrebbe portato il panico sui mercati.

Cook rimarrà quindi al proprio posto, almeno finché la controversia legale non sarà sciolta in altre aule. Intanto, però, l’assetto delineato dalla prima decisione della Corte Suprema attribuisce alla presidenza un controllo gerarchico stringente su vari organismi che si occupano di regolamentazione commerciale, industriale e del lavoro.

Si tratta di una sentenza che riguarda il cuore dell’architettura istituzionale statunitense, con la quale vengono ridisegnati radicalmente i confini dei poteri presidenziali. Insomma, è parte di quella strategia di riassetto della “democrazia” statunitense che il tycoon non ha mai negato di perseguire esplicitamente, insieme al suo establishment.

Per ora, a salvarsi, è stata solo la Federal Reserve, considerata la specificità del suo ruolo globale e la delicatezza della politica monetaria.

Sconfitta piena, invece, con la terza sentenzia emessa nella stessa giornata. La Corte Suprema respinge il tentativo di Donald Trump di abolire lo ius soli con un decreto esecutivo. Il presidente, però, incassa il via libera a vietare alle atlete transgender di partecipare allo sport femminile, vincendo una battaglia che porta avanti da mesi ed è diventata simbolo della sua guerra contro la cultura ‘woke’.  

Trump non l’ha presa bene, minacciando di spostare l’obbiettivo in sede parlamentare. “Non è necessario alcun emendamento costituzionale. Il Congresso dovrebbe iniziare oggi stesso a lavorare per” cancellare quella che lui – e i reazionari dei paesi occidentali che hanno una regola simile – considerano una “pratica costosa e ingiusta per il nostro Paese. Avranno il mio pieno e totale sostegno”.

Ma è una strada molto complicata. È improbabile infatti che i repubblicani a Capitol Hill si imbarchino in una battaglia di tale portata a pochi mesi dalle elezioni, anche perché molti conservatori sono favorevoli al riconoscimento del diritto di cittadinanza per nascita.

Per riuscirci, oltre  a superare le divisioni interne, i repubblicani dovrebbero attendere l’esito delle elezioni di midterm e sperare di mantenere ancora la maggioranza al Congresso. Ma anche in quel caso, il dossier sarebbe un grosso ostacolo nella corsa alla Casa Bianca del 2028: la maggior parte degli americani, infatti, è favorevole allo ius soli, e quasi nessuno dei candidati rischierebbe di bruciarsi su questo tema.

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