La polizia anti-terrorismo britannica ha fermato e trattenuto presso l’aeroporto “John Lennon” di Liverpool l’avvocato statunitense e attivista per i diritti umani Dan Kovalik. Il legale, noto ultimamente per aver difeso l’ex presidente colombiano Gustavo Petro davanti alle corti statunitensi per le sanzioni subite, è stato sottoposto a un serrato interrogatorio.
Il caso ha ovviamente sollevato un’ondata di condanne e riprovazione, riaccendendo i riflettori sull’uso ritenuto più volte arbitrario e politicamente discriminatorio della legislazione antiterrorismo da parte delle autorità di Londra contro figure di spicco del giornalismo indipendente e attivisti contro la guerra, per intimidire chi non si allinea alle linee di politica estera dei governi occidentali.
Lo stesso Kovalik ha scritto su X che è stato fermato per la sua “opposizione al genocidio a Gaza e alla guerra in Iran”. La polizia britannica ha sequestrato tutti i dispositivi elettronici dell’avvocato, che è stato anche costretto a fornire dati biometrici, incluse le impronte digitali e campioni di DNA.
Un livello di controllo allarmante rispetto alla tutela dei diritti fondamentali di Kovalik. Egli è solo l’ultima vittima del famigerato “Schedule 7” del Terrorism Act 2000, che concede poteri enormi alla polizia di frontiera, permettendo perquisizioni e trattenimenti anche in assenza di specifici indizi di reato.
Il fermo di Dan Kovalik non è un caso isolato, ma si inserisce in un modello sistematico di pressioni politiche attuate attraverso la forza pubblica ai punti di ingresso del Regno Unito per reprimere l’espressione del dissenso e la libera informazione, mentre vengono raccolti dati riservati degli attivisti.
La situazione, invece di fermarsi in questa deriva autoritaria, sta persino peggiorando. Una nuova proposta di legge, il National Security (State Threats) Bill è in fase di approvazione in Parlamento, ma ha sollevato pesanti critiche da parte di giuristi, organizzazioni per la libertà di stampa e non governative.
In sintesi, il provvedimento conferisce al ministero dell’Interno la possibilità di designare come “minaccia” qualsiasi organizzazione di cui viene riconosciuto il sostegno da parte di uno stato estero ritenuto come un pericolo per la sicurezza nazionale. L’obiettivo dichiarato è quello di colpire i gruppi che sono considerati proxy di governi stranieri ostili.
Tuttavia, la formulazione del testo è molto vaga ed estesa, e porta con sé un grave problema. La legge si rivolge a coloro che “sostengono, assistono e ottengono benefici materiali” da questi gruppi designati come minacce statali. Ma tra i “benefici materiali” è incluso anche lo scambio di informazioni. Secondo il testo attuale, commette un reato sia chi ottiene, accetta e conserva tali informazioni, sia chi si limita ad accettare di riceverle.
In sostanza, a rischiare fino a 14 anni di carcere potrebbero essere anche i corrispondenti esteri che hanno avuto contatti con fonti interne a questi gruppi. Ovviamente, solo su quei giornalisti che non adattano i propri servizi alla propaganda guerrafondaia di Londra. Inoltre, la mannaia della legge non si abbatterebbe solo sui media, ma anche sul mondo umanitario.
Di fronte alle critiche, il ministero dell’Interno ha respinto con forza ogni accusa, e ha inoltre “rassicurato” i cittadini che l’avvio di ogni azione penale richiederà sempre il via libera del procuratore generale. Ma questo significa che, appunto, i giornalisti dovranno svolgere la propria attività senza sapere mai per certo che il diritto all’informazione che perseguono possa essere poi valutato come pericolo alla sicurezza nazionale. È proprio così che si intimidirà qualsiasi espressione del dissenso.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/07/2026
Regno Unito - La libera informazione si sta trasformando in “terrorismo”
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