Mentre in Italia il giornalismo mostra tutta la sua pochezza e, soprattutto, il suo asservimento, in merito alle polemiche intorno a Francesca Albanese e alla due giorni di mobilitazioni del 28 e 29 novembre, contro la finanziaria di guerra e per la Palestina libera, anche nel resto della UE la tendenza ormai è la stessa: l’informazione deve essere piegata alle esigenze strategiche delle capitali europee, e anzi è bene ampliare la sorveglianza indiscriminata e la schedatura, che in questi tempi di crisi il dissenso fa male ai mercati.
Avevamo già visto la nascita a Bruxelles di un vero e proprio “ministero della Verità”, di orwelliano sapore. Ora rincara la dose il presidente francese Emmanuel Macron, che ricordiamo aver cambiato più governi che cravatte, probabilmente, negli ultimi mesi. Il Napoleone dei nostri tempi (ahinoi!) ha lanciato una proposta controversa, ovvero quella di istituire un “marchio di qualità” per distinguere i siti di informazione “degni di fiducia” da quelli che non lo sono.
Sebbene Macron assicuri che tale potere non sarà in mano allo Stato ma a “professionisti dell’informazione” (come Reporters sans frontières e la sua Journalism Trust Initiative), la sostanza del problema rimane. Perché, dicono le voci critiche a questa proposta, che secondo il settimanale – di centrodestra, è bene ricordarlo – Le Point sono già più di 500 organi di stampa, non c’è garanzia rispetto alla neutralità di chi certifica il “marchio di qualità”.
E sia chiaro: è giusto avere opinioni sui fatti del Mondo. Noi pubblichiamo ogni giorno un giornale che indica in maniera ben chiara la sua posizione, già nella testata. Ma imporre un meccanismo di controllo amministrativo preventivo significa screditare a priori qualsiasi contenuto, etichettandolo come disinformazione.
Non a caso, questa misura sarebbe in contrasto persino con una legge francese del 1881, che garantisce la libertà di pubblicazione salvo specifici reati giudicati, come la cultura giuridica vuole, a posteriori. Macron sta insomma proponendo una misura che sarebbe in linea coi tempi di Napoleone III, non a caso.
A Bruxelles, invece, la recente approvazione del nuovo regolamento “Chat Control”, apre le porte al pericolo di espansione indiscriminata della sorveglianza preventiva, di violazione sistematica della privacy, di schedatura di massa. E infine, come è sempre più evidente in ogni atto della UE, di minare la libertà di espressione.
Quello a cui il Consiglio Europeo ha dato il via libera si presenta come uno strumento per una lotta nobile: si tratta del Regolamento per prevenire e combattere l’abuso sessuale dei minori, altrimenti detto CSAR. In realtà, si tratta del tentativo di definire un’infrastruttura permanente di verifica e scansione dei messaggi che gli utenti delle varie piattaforme digitali possono scambiarsi.
Il meccanismo tecnico si fonda sul client-side scanning, che permette l’analisi dei contenuti sul dispositivo dell’utente prima che questi vengano crittografati. La versione che dovrà essere votata in Parlamento Europeo nelle prossime settimane sembra edulcorata rispetto a quella iniziale. Infatti, non sarà più un funzionario pubblico a verificare i materiali, ma sarà alle piattaforme titolari dei diritti sulle chat che sarà affidato il controllo di ultima istanza.
Nei fatti, significa delegare i colossi digitali, il privato, alla verifica di ciò che inviamo o ci viene inviato, offrendo loro una leva ulteriore di potere, essendo legata a possibili incriminazioni. Inoltre, lo stesso European Data Protection Supervisor, l’autorità indipendente di sorveglianza per la UE, e diverse associazioni per i diritti digitali hanno sottolineato che le scansioni automatiche di messaggi privati sono una violazione della privacy garantita dall’articolo 7 della Carta dei Diritti Fondamentali UE.
Insomma, quella stessa architettura che viene millantata come garante della pace e dei diritti sta venendo picconata, giorno dopo giorno, per costruire una UE che sia adatta alla guerra, esterna e interna, che Bruxelles vuole condurre per riuscire a contare qualcosa nella competizione internazionale.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/12/2025
11/11/2025
La “democrazia in Israele”. Pena di morte su base razziale e chiusura di testate giornalistiche straniere
La Knesset ha approvato in prima lettura la proposta di legge sulla pena di morte per i “terroristi” che uccidono cittadini israeliani. Si tratta del primo di tre voti necessari all’approvazione definitiva.
Il disegno di legge stabilisce che i tribunali israeliani debbano imporre la pena di morte a coloro che hanno commesso un omicidio di matrice nazionalistica ai danni di un cittadino israeliano, consentendo anche ai giudici dei tribunali militari in Cisgiordania di condannare a morte i colpevoli con una maggioranza semplice, anziché con decisione unanime. La legge eliminerebbe la possibilità per i comandanti militari regionali di commutare tali condanne contro coloro che uccidono “con lo scopo di danneggiare lo Stato di Israele e la rinascita del popolo ebraico nella sua terra”, quindi di fatto solo agli arabi che uccidano ebrei e non a ebrei che uccidano arabi.
Inoltre, la Knesset ha approvato in prima lettura un disegno di legge che consentirà al governo di chiudere una testata giornalistica straniera senza la necessità di ottenere l’autorizzazione di un tribunale.
Il provvedimento mira a trasformare in legge permanente la cosiddetta “legge al Jazeera”, finora in vigore come ordine temporaneo che permetteva la chiusura di media stranieri operanti in Israele.
Il testo è passato con 50 voti a favore e 41 contrari, nonostante le obiezioni sollevate dai consulenti legali del parlamento. Intervenendo in Aula, il ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi, del Likud, ha spiegato che l’ordine temporaneo è scaduto e che, per questo motivo, la nuova normativa deve essere approvata rapidamente.
L’apartheid dunque si manifesta anche nella discriminazione razziale nell’applicazione della pena di morte e, contemporaneamente, viene anche minacciata la libertà di informazione per i corrispondenti e le testate giornalistiche straniere che operano in Israele.
I sostenitori di Israele come “unica democrazia in Medio Oriente” dovranno guardarsi allo specchio e procedere di conseguenza.
Fonte
Il disegno di legge stabilisce che i tribunali israeliani debbano imporre la pena di morte a coloro che hanno commesso un omicidio di matrice nazionalistica ai danni di un cittadino israeliano, consentendo anche ai giudici dei tribunali militari in Cisgiordania di condannare a morte i colpevoli con una maggioranza semplice, anziché con decisione unanime. La legge eliminerebbe la possibilità per i comandanti militari regionali di commutare tali condanne contro coloro che uccidono “con lo scopo di danneggiare lo Stato di Israele e la rinascita del popolo ebraico nella sua terra”, quindi di fatto solo agli arabi che uccidano ebrei e non a ebrei che uccidano arabi.
Inoltre, la Knesset ha approvato in prima lettura un disegno di legge che consentirà al governo di chiudere una testata giornalistica straniera senza la necessità di ottenere l’autorizzazione di un tribunale.
Il provvedimento mira a trasformare in legge permanente la cosiddetta “legge al Jazeera”, finora in vigore come ordine temporaneo che permetteva la chiusura di media stranieri operanti in Israele.
Il testo è passato con 50 voti a favore e 41 contrari, nonostante le obiezioni sollevate dai consulenti legali del parlamento. Intervenendo in Aula, il ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi, del Likud, ha spiegato che l’ordine temporaneo è scaduto e che, per questo motivo, la nuova normativa deve essere approvata rapidamente.
L’apartheid dunque si manifesta anche nella discriminazione razziale nell’applicazione della pena di morte e, contemporaneamente, viene anche minacciata la libertà di informazione per i corrispondenti e le testate giornalistiche straniere che operano in Israele.
I sostenitori di Israele come “unica democrazia in Medio Oriente” dovranno guardarsi allo specchio e procedere di conseguenza.
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26/09/2024
È morto Mario Albanesi, anima della libera informazione
Si è spento a Roma Mario Albanesi a 92 anni. Per una vita è stato voce e volto della libera informazione, prima nelle radio e poi nelle televisioni.
Tra i fondatori di Radio Città Futura negli anni Settanta e poi di Radio Spazio Aperto e di Spazio Radio, amico e collaboratore da sempre di Radio Proletaria prima e di Radio Città Aperta poi, Mario Albanesi era diventato il volto dei suoi editoriali sempre ficcanti anche se espressi in modo educato su Tele Ambiente.
Mario Albanesi ha condotto tutta la vita a difesa delle possibilità che le radio libere avessero i loro spazi riconosciuti e i loro diritti in un mondo dell’informazione monopolizzato dai poteri forti e dai gruppi privati. A tale scopo aveva dato vita al Conna-Nuove Antenne che per anni è stata una realtà e una pubblicazione ricca di informazioni utili a questa battaglia.
Mario Albanesi era comunista genovese vecchio stampo trapiantato a Roma, coerente fino al capello ma con una straordinaria capacità di dialogo. Una personalità gentile e amabile che mancherà a tutte e tutti coloro che nei decenni scorsi hanno lavorato nelle radio libere e nella libera informazione.
La Camera ardente per Mario Albanese ci sarà venerdi mattina dalle 8.30 alle 11.00 al Policlinino Gemelli.
Ciao Mario
Fonte
Tra i fondatori di Radio Città Futura negli anni Settanta e poi di Radio Spazio Aperto e di Spazio Radio, amico e collaboratore da sempre di Radio Proletaria prima e di Radio Città Aperta poi, Mario Albanesi era diventato il volto dei suoi editoriali sempre ficcanti anche se espressi in modo educato su Tele Ambiente.
Mario Albanesi ha condotto tutta la vita a difesa delle possibilità che le radio libere avessero i loro spazi riconosciuti e i loro diritti in un mondo dell’informazione monopolizzato dai poteri forti e dai gruppi privati. A tale scopo aveva dato vita al Conna-Nuove Antenne che per anni è stata una realtà e una pubblicazione ricca di informazioni utili a questa battaglia.
Mario Albanesi era comunista genovese vecchio stampo trapiantato a Roma, coerente fino al capello ma con una straordinaria capacità di dialogo. Una personalità gentile e amabile che mancherà a tutte e tutti coloro che nei decenni scorsi hanno lavorato nelle radio libere e nella libera informazione.
La Camera ardente per Mario Albanese ci sarà venerdi mattina dalle 8.30 alle 11.00 al Policlinino Gemelli.
Ciao Mario
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25/06/2024
Julian Assange è uscito dal carcere
Julian Assange fondatore di WikiLeaks è stato scarcerato ieri dalle autorità britanniche. Assange ha lasciato il penitenziario britannico di Belmarsh, ma – tramite il meccanismo del patteggiamento – dovrà proclamarsi colpevole del reato di cospirazione ai fini di ottenere e distribuire illegalmente materiali classificati relativi alla difesa nazionale. I termini dell’accordo di patteggiamento sono contenuti negli atti giudiziari depositati presso un tribunale distrettuale delle Isole Marianne Settentrionali.
Il giornalista infatti non si recherà direttamente in Australia, come inizialmente riferito dai media internazionali, ma dovrà prima comparire di fronte a un tribunale delle Isole Marianne Settentrionali – un territorio incorporato degli Stati Uniti nel Pacifico – per formalizzare l’accordo di patteggiamento con le autorità statunitensi che gli ha consentito di tornare in libertà.
Julian Assange era in attesa di una sentenza dopo più di 13 anni di battaglie legali contro le autorità Usa e britanniche, prima da recluso nell’ambasciata ecuadoriana, e poi da detenuto nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh.
Le autorità statunitensi intendevano processare il giornalista ai sensi dell’Espionage Act per la pubblicazione da parte di WikiLeaks di numerosi documenti riservati, i cui contenuti hanno rivelato i crimini di guerra Usa in Iraq e Afghanistan, le attività di spionaggio Usa ai danni dei Paesi alleati e le irregolarità delle primarie del Partito democratico Usa nel 2016. Assange diventato un simbolo della libertà di stampa e di espressione a causa della sua persecuzione per aver denunciato i crimini di guerra statunitensi.
La battaglia legale di Assange è iniziata nel 2010, quando il fondatore di WikiLeaks venne arrestato nel Regno Unito per presunte violenze sessuali in Svezia – rivelatesi infondate – sulla base di un mandato d’arresto spiccato da un tribunale di Stoccolma. Ottenuta la libertà provvisoria e per timore di essere arrestato, il dicembre di quell’anno, Assange si rifugiò nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, sostenendo che le accuse a suo carico fossero un pretesto per estradarlo negli Stati Uniti. Le accuse di stupro infatti vennero presto ritirate, ma Assange trascorse all’interno dell’ambasciata i sette anni successivi, prima di essere arrestato dalle autorità britanniche con l’accusa d’aver violato le condizioni della libertà vigilata che gli era stata concessa nel 2010.
Da allora Assange è rimasto recluso nel famigerato carcere di massima sicurezza britannico di Belmarsh. Durante la detenzione ha sposato la sua ex avvocata Stella Moris.
Nel 2022 le autorità britanniche avevano approvato l’estradizione di Assange negli Usa dopo il parere contrario inizialmente espresso da un giudice sulla base delle precarie condizioni di salute dell’uomo e del presunto rischio di suicidio. La battaglia legale era però proseguita fino alle scorse settimane per evitare l’estradizione negli Stati Uniti.
Fonte
Il giornalista infatti non si recherà direttamente in Australia, come inizialmente riferito dai media internazionali, ma dovrà prima comparire di fronte a un tribunale delle Isole Marianne Settentrionali – un territorio incorporato degli Stati Uniti nel Pacifico – per formalizzare l’accordo di patteggiamento con le autorità statunitensi che gli ha consentito di tornare in libertà.
Julian Assange era in attesa di una sentenza dopo più di 13 anni di battaglie legali contro le autorità Usa e britanniche, prima da recluso nell’ambasciata ecuadoriana, e poi da detenuto nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh.
Le autorità statunitensi intendevano processare il giornalista ai sensi dell’Espionage Act per la pubblicazione da parte di WikiLeaks di numerosi documenti riservati, i cui contenuti hanno rivelato i crimini di guerra Usa in Iraq e Afghanistan, le attività di spionaggio Usa ai danni dei Paesi alleati e le irregolarità delle primarie del Partito democratico Usa nel 2016. Assange diventato un simbolo della libertà di stampa e di espressione a causa della sua persecuzione per aver denunciato i crimini di guerra statunitensi.
La battaglia legale di Assange è iniziata nel 2010, quando il fondatore di WikiLeaks venne arrestato nel Regno Unito per presunte violenze sessuali in Svezia – rivelatesi infondate – sulla base di un mandato d’arresto spiccato da un tribunale di Stoccolma. Ottenuta la libertà provvisoria e per timore di essere arrestato, il dicembre di quell’anno, Assange si rifugiò nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, sostenendo che le accuse a suo carico fossero un pretesto per estradarlo negli Stati Uniti. Le accuse di stupro infatti vennero presto ritirate, ma Assange trascorse all’interno dell’ambasciata i sette anni successivi, prima di essere arrestato dalle autorità britanniche con l’accusa d’aver violato le condizioni della libertà vigilata che gli era stata concessa nel 2010.
Da allora Assange è rimasto recluso nel famigerato carcere di massima sicurezza britannico di Belmarsh. Durante la detenzione ha sposato la sua ex avvocata Stella Moris.
Nel 2022 le autorità britanniche avevano approvato l’estradizione di Assange negli Usa dopo il parere contrario inizialmente espresso da un giudice sulla base delle precarie condizioni di salute dell’uomo e del presunto rischio di suicidio. La battaglia legale era però proseguita fino alle scorse settimane per evitare l’estradizione negli Stati Uniti.
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21/06/2024
Allarme libertà di stampa in Ucraina
Reporter Senza Frontiere (RSF), organizzazione non governativa impegnata nel difendere la libertà di stampa e in attività di consulenza per le Nazioni Unite, ha lanciato un allarme intorno alla libertà di stampa in Ucraina. I primi mesi del 2024 hanno mostrato segnali preoccupanti di un ulteriore peggioramento.
Kiev è stata invitata a rispettare la roadmap presentatagli l’anno scorso. Si tratta di un documento elaborato da RSF nel maggio dello scorso anno, diviso in otto punti, e inviato ad alte cariche ucraine, tra cui lo stesso Zelensky.
La sostanza era la necessità di sostenere il pluralismo e l’indipendenza dei media, porre fine alle discriminazioni per i giornalisti che si occupano del conflitto con la Russia, implementare protocolli specifici per i domini digitali e combattere la propaganda che ha incitato a crimini di guerra.
È evidente che Kiev non ha ancora messo in atto alcun passo in questa direzione. Anzi, attraverso minacce di arruolamento nell’esercito e un più stretto controllo da parte delle autorità, sono cresciute pressioni politiche e ostacoli per i media ucraini.
Dall’inizio del 2024, almeno cinque giornalisti sono stati posti sotto sorveglianza o direttamente minacciati a causa di pubblicazioni sulla corruzione. Il 24 maggio un esponente del ministero della Difesa è stato posto a capo di Ukrinform, l’agenzia nazionale di informazione.
Si tratta di Serhii Cherevatyi, che ha servito come vice per le comunicazioni strategiche del comandante del gruppo operativo e strategico Khortytsia, Oleksandr Syrskyi. È poi stato anche portavoce del gruppo orientale delle forze armate ucraine.
Non si è dovuto attendere molto per il primo caso di censure interne. Il 29 maggio è stato diffuso un elenco di ospiti da escludere dalle trasmissioni, perché poco graditi al governo e all’esercito: una vera e propria ‘lista nera’.
Un decreto militare del 12 giugno impone che, d’ora in poi, le citazioni dei e le interviste ai membri delle forze armate debbano essere revisionate dal Centro per le comunicazioni militari strategiche con almeno tre giorni di anticipo sulla pubblicazione. Ciò ovviamente è sia uno strumento di pressione sia un limite alla copertura in tempo reale della guerra.
Il 6 giugno si è svolta a Kiev anche una conferenza sul ruolo dei media nella democrazia, organizzata da RSF, dal suo partner ucraino – l’Istituto per l’Informazione di Massa (IMI) e dalla delegazione UE in Ucraina. In quell’occasione le parole di Natalia Ligachova, redattrice del sito Detector Media, non sono state di certo lusinghiere per il presidente Zelensky.
“Non siamo nemici del governo”, ha detto la Ligachova. Ma ha specificato: “siamo al fianco delle autorità, ma siamo partner responsabili. E un partner responsabile dice sempre la verità”. Se una giornalista si sente trattata come nemica dall’esecutivo ucraino perché dice la verità, la situazione è grave.
Ciò è confermato da alcuni dei casi riportati. Il giornalista Yevhenii Shulhat ha pubblicato in aprile un’indagine su Illia Vitiuk, a capo della sicurezza informatica del Servizio di sicurezza ucraino (SBU), che ha portato al licenziamento di Vitiuk.
Shulhat, che aveva svelato guadagni e spese sospette della moglie dopo l’assegnazione dell’incarico, con un possibile caso di abuso d’ufficio, è stato successivamente preso di mira dagli ufficiali di arruolamento per ritorsione.
Minacce simili ha ricevuto Yurii Nikolov, che ha portato avanti indagini sui prezzi gonfiati delle forniture alimentari e delle giacche invernali di bassa qualità per i militari. Il risultato è stata la destituzione del precedente ministro della Difesa, Oleksii Reznikov.
Con la dichiarazione pubblica fatta il 19 giugno, dunque, RSF invita Kiev ad adottare le misure consigliate, e a farlo al più presto. L’informazione del paese sta diventando propaganda di guerra, e questa è una ferita mortale per la libertà di stampa.
Fonte
Kiev è stata invitata a rispettare la roadmap presentatagli l’anno scorso. Si tratta di un documento elaborato da RSF nel maggio dello scorso anno, diviso in otto punti, e inviato ad alte cariche ucraine, tra cui lo stesso Zelensky.
La sostanza era la necessità di sostenere il pluralismo e l’indipendenza dei media, porre fine alle discriminazioni per i giornalisti che si occupano del conflitto con la Russia, implementare protocolli specifici per i domini digitali e combattere la propaganda che ha incitato a crimini di guerra.
È evidente che Kiev non ha ancora messo in atto alcun passo in questa direzione. Anzi, attraverso minacce di arruolamento nell’esercito e un più stretto controllo da parte delle autorità, sono cresciute pressioni politiche e ostacoli per i media ucraini.
Dall’inizio del 2024, almeno cinque giornalisti sono stati posti sotto sorveglianza o direttamente minacciati a causa di pubblicazioni sulla corruzione. Il 24 maggio un esponente del ministero della Difesa è stato posto a capo di Ukrinform, l’agenzia nazionale di informazione.
Si tratta di Serhii Cherevatyi, che ha servito come vice per le comunicazioni strategiche del comandante del gruppo operativo e strategico Khortytsia, Oleksandr Syrskyi. È poi stato anche portavoce del gruppo orientale delle forze armate ucraine.
Non si è dovuto attendere molto per il primo caso di censure interne. Il 29 maggio è stato diffuso un elenco di ospiti da escludere dalle trasmissioni, perché poco graditi al governo e all’esercito: una vera e propria ‘lista nera’.
Un decreto militare del 12 giugno impone che, d’ora in poi, le citazioni dei e le interviste ai membri delle forze armate debbano essere revisionate dal Centro per le comunicazioni militari strategiche con almeno tre giorni di anticipo sulla pubblicazione. Ciò ovviamente è sia uno strumento di pressione sia un limite alla copertura in tempo reale della guerra.
Il 6 giugno si è svolta a Kiev anche una conferenza sul ruolo dei media nella democrazia, organizzata da RSF, dal suo partner ucraino – l’Istituto per l’Informazione di Massa (IMI) e dalla delegazione UE in Ucraina. In quell’occasione le parole di Natalia Ligachova, redattrice del sito Detector Media, non sono state di certo lusinghiere per il presidente Zelensky.
“Non siamo nemici del governo”, ha detto la Ligachova. Ma ha specificato: “siamo al fianco delle autorità, ma siamo partner responsabili. E un partner responsabile dice sempre la verità”. Se una giornalista si sente trattata come nemica dall’esecutivo ucraino perché dice la verità, la situazione è grave.
Ciò è confermato da alcuni dei casi riportati. Il giornalista Yevhenii Shulhat ha pubblicato in aprile un’indagine su Illia Vitiuk, a capo della sicurezza informatica del Servizio di sicurezza ucraino (SBU), che ha portato al licenziamento di Vitiuk.
Shulhat, che aveva svelato guadagni e spese sospette della moglie dopo l’assegnazione dell’incarico, con un possibile caso di abuso d’ufficio, è stato successivamente preso di mira dagli ufficiali di arruolamento per ritorsione.
Minacce simili ha ricevuto Yurii Nikolov, che ha portato avanti indagini sui prezzi gonfiati delle forniture alimentari e delle giacche invernali di bassa qualità per i militari. Il risultato è stata la destituzione del precedente ministro della Difesa, Oleksii Reznikov.
Con la dichiarazione pubblica fatta il 19 giugno, dunque, RSF invita Kiev ad adottare le misure consigliate, e a farlo al più presto. L’informazione del paese sta diventando propaganda di guerra, e questa è una ferita mortale per la libertà di stampa.
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19/06/2024
Von der Leyen ritarda un rapporto sulla libertà di stampa in Italia per avere l’appoggio della Meloni
Il giornale Politico ha rivelato che un rapporto della Commissione Europea sull’indice della libertà di stampa ha evidenziato un peggioramento della situazione italiana, da quando è in carica il governo Meloni. Ma la von der Leyen avrebbe ritardato la sua pubblicazione per non inficiare una possibile intesa per la sua rielezione.
Ogni anno viene pubblicata un’analisi dettagliata sulla misura in cui i 27 membri della UE rispettano i precetti dello stato di diritto. La data di approvazione del documento era stata fissata al 3 luglio, ma è stata poi rimandata a data da destinarsi, tra fine luglio e metà settembre.
Secondo quattro funzionari UE che hanno parlato con i giornalisti di Politico, si tratta di una tempistica insolita e “politicamente motivata“. La pubblicazione del rapporto avverrà infatti solo a nomina della nuova Commissione avvenuta, e per i funzionari questa scelta deriva dal tentativo della von der Leyen di non incrinare i rapporti con Meloni.
Durante la campagna elettorale, la von der Leyen è stata interpellata più volte sul rapporto che si poteva instaurare con la guida del governo italiano. Pur indicando delle divergenze, la presidente uscente della Commissione aveva parlato della Meloni come di una interlocutrice seria.
L’impegno più volte ribadito al rispetto dell’austerità e al sostegno militare all’Ucraina sono stati sostanzialmente gli unici due paletti per un’intesa: detto in altre parole, i vincoli euroatlantici. Tutto il resto, tra cui i diritti civili e delle donne, possono essere sacrificati.
Le rivelazioni dei funzionari di Bruxelles a Politico sono dunque solo una conferma di una posizione già resa esplicita. E nonostante la ‘maggioranza Ursula‘ che unisce popolari, liberali e socialisti abbia abbastanza parlamentari, i 24 eletti di Fratelli d’Italia sono un tesoretto che fa gola alla von der Leyen.
Anche solo per un’evidenza indiscutibile: pur non con i risultati sperati, conservatori ed estrema destra hanno rafforzato il proprio peso in Europa e in vari paesi. E accettare nella Commissione, o alla vicepresidenza, un nome apprezzato da una delle formazioni principali dei conservatori significherebbe semplicemente riconoscere lo spostamento a destra del quadro politico.
In questo modo, la von der Leyen potrebbe anche sperare in una più tenue opposizione a destra. Ovviamente, senza farsi troppi problemi nell’integrare i post-fascisti anche nella governance europea... in previsione di più ampi allargamenti che sembrano dati per scontati nel futuro del continente e di alcuni suoi paesi.
Il primo incontro esplorativo sulla composizione della prossima Commissione UE, avvenuto lunedì sera, si è svolto in un clima freddo e si è concluso senza certezze. Sembra dunque che ci si possa fidare delle rivelazioni di Politico, anche se smentite dal portavoce dell’organismo europeo, Eric Mamer.
Nelle sue dichiarazioni, il calendario diffuso è solo “indicativo“, e il ritardo nella pubblicazione deriverebbe dal fatto che il contenuto non è ancora stato messo a punto. Sempre secondo le ricostruzioni di Politico, ad ogni modo, quel che già c’è scritto non è di certo lusinghiero con Palazzo Chigi.
In esso sarebbe attestato un aumento delle interferenze sull’informazione da parte del governo. Questo sarebbe avvenuto in maniera particolare in Rai, dove più volte i giornalisti hanno protestato per il rispetto dell’indipendenza e dell’autonomia del loro lavoro.
Considerato che ogni espressione di dissenso verso il governo è stata chiamata “censura” e un disegno di legge prepara un’ulteriore stretta nel diritto a manifestare, ci si deve preparare a lottare perché la libera informazione non scompaia definitivamente.
Sapendo che, oggi come cento anni fa, i liberali saranno coloro che apriranno la porta ai fascisti, con la connivenza della sinistra compatibilista, quella che un tempo era chiamata socialdemocrazia e che oggi sarebbe come farle un complimento.
Fonte
Ogni anno viene pubblicata un’analisi dettagliata sulla misura in cui i 27 membri della UE rispettano i precetti dello stato di diritto. La data di approvazione del documento era stata fissata al 3 luglio, ma è stata poi rimandata a data da destinarsi, tra fine luglio e metà settembre.
Secondo quattro funzionari UE che hanno parlato con i giornalisti di Politico, si tratta di una tempistica insolita e “politicamente motivata“. La pubblicazione del rapporto avverrà infatti solo a nomina della nuova Commissione avvenuta, e per i funzionari questa scelta deriva dal tentativo della von der Leyen di non incrinare i rapporti con Meloni.
Durante la campagna elettorale, la von der Leyen è stata interpellata più volte sul rapporto che si poteva instaurare con la guida del governo italiano. Pur indicando delle divergenze, la presidente uscente della Commissione aveva parlato della Meloni come di una interlocutrice seria.
L’impegno più volte ribadito al rispetto dell’austerità e al sostegno militare all’Ucraina sono stati sostanzialmente gli unici due paletti per un’intesa: detto in altre parole, i vincoli euroatlantici. Tutto il resto, tra cui i diritti civili e delle donne, possono essere sacrificati.
Le rivelazioni dei funzionari di Bruxelles a Politico sono dunque solo una conferma di una posizione già resa esplicita. E nonostante la ‘maggioranza Ursula‘ che unisce popolari, liberali e socialisti abbia abbastanza parlamentari, i 24 eletti di Fratelli d’Italia sono un tesoretto che fa gola alla von der Leyen.
Anche solo per un’evidenza indiscutibile: pur non con i risultati sperati, conservatori ed estrema destra hanno rafforzato il proprio peso in Europa e in vari paesi. E accettare nella Commissione, o alla vicepresidenza, un nome apprezzato da una delle formazioni principali dei conservatori significherebbe semplicemente riconoscere lo spostamento a destra del quadro politico.
In questo modo, la von der Leyen potrebbe anche sperare in una più tenue opposizione a destra. Ovviamente, senza farsi troppi problemi nell’integrare i post-fascisti anche nella governance europea... in previsione di più ampi allargamenti che sembrano dati per scontati nel futuro del continente e di alcuni suoi paesi.
Il primo incontro esplorativo sulla composizione della prossima Commissione UE, avvenuto lunedì sera, si è svolto in un clima freddo e si è concluso senza certezze. Sembra dunque che ci si possa fidare delle rivelazioni di Politico, anche se smentite dal portavoce dell’organismo europeo, Eric Mamer.
Nelle sue dichiarazioni, il calendario diffuso è solo “indicativo“, e il ritardo nella pubblicazione deriverebbe dal fatto che il contenuto non è ancora stato messo a punto. Sempre secondo le ricostruzioni di Politico, ad ogni modo, quel che già c’è scritto non è di certo lusinghiero con Palazzo Chigi.
In esso sarebbe attestato un aumento delle interferenze sull’informazione da parte del governo. Questo sarebbe avvenuto in maniera particolare in Rai, dove più volte i giornalisti hanno protestato per il rispetto dell’indipendenza e dell’autonomia del loro lavoro.
Considerato che ogni espressione di dissenso verso il governo è stata chiamata “censura” e un disegno di legge prepara un’ulteriore stretta nel diritto a manifestare, ci si deve preparare a lottare perché la libera informazione non scompaia definitivamente.
Sapendo che, oggi come cento anni fa, i liberali saranno coloro che apriranno la porta ai fascisti, con la connivenza della sinistra compatibilista, quella che un tempo era chiamata socialdemocrazia e che oggi sarebbe come farle un complimento.
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15/04/2024
Il caso Assange irromperà al festival del giornalismo di Perugia
“Stop the war on journalism: Free Julian Assange” è il titolo dei tre eventi “off” che gli Attivisti per Assange porteranno al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia in programma nel capoluogo umbro dal 17 al 21 aprile.
I tre eventi “off” sono:
– quattro giorni di volantinaggio all’entrata della decina di sale che ospiteranno conferenze per le migliaia di giornalisti italiani e stranieri che parteciperanno a #ijf24; il campo base degli attivisti sarà in piazza IV Novembre davanti al Palazzo dei Priori;
– una conferenza stampa che si terrà il 19/4 alle ore 11 presso l’iconica edicola di giornali a Porta Pesa, ormai chiusa ma un tempo luogo di incontro tra i perugini del quartiere, che leggevano e commentavano le prime pagine dei quotidiani esposte dal giornalaio;
– un incontro presso la sede perugina dell’ANPI, sezione Bonfigli Tomovic, in via del Cortone 19 (una traversa di Corso Cavour) il 20/4 alle ore 17:30, durante il quale verrà proiettata l’intervista TED fatta nel 2010 a Julian Assange da Chris Anderson, in cui il co-fondatore del sito WikiLeaks offre un vividissimo ritratto a 360° di se stesso. Al filmato farà seguito un dibattito tra quattro esperti di giornalismo chiamati a rispondere alla domanda: “Julian Assange è un giornalista?”
Parleranno Vincenzo Vita, giornalista de Il Manifesto e Articolo 21; Sara Chessa, giornalista indipendente, autrice del libro “Distruggere Assange – Per farla finita con la libertà d’informazione”, Ed. Castelvecchi; Tina Marinari, Coordinatrice delle campagne di Amnesty International Italia per una stampa libera e indipendente; Mauro Volpi, Costituzionalista ed esperto del caso Assange. Modererà Gianni Magini di AllertaMedia.
Aderiscono all’iniziativa, oltre alla sezione ANPI di Perugia e Amnesty International Italia, Turba, AllertaMedia e Liberi Edizioni.
Perché tutte queste iniziative “off” durante le giornate del Festival del Giornalismo?
Il motivo è presto detto. Anche se il Festival ha offerto una sessione su Assange nel 2022, negli ultimi due anni ha deciso di lasciarlo nel dimenticatoio – come se non esistesse più lo scandalo dell’incarcerazione, nel democratico Occidente, di un giornalista investigativo reo soltanto di aver fatto il suo mestiere. Un’incarcerazione in isolamento, che oltretutto dura ormai da cinque anni nella temibile prigione londinese di Belmarsh, mentre i giudici britannici decidono se Assange deve o non deve essere estradato negli Stati Uniti dove l’attendono fino a 175 anni di carcere duro.
Le accuse contro Assange, mosse dagli Stati Uniti con un accanimento che sa di vendetta, s’incentrano sulla rivelazione, da parte del giornalista ed editore australiano, di materiale segretato che ha fatto conoscere al mondo i crimini di guerra commessi dagli Stati Uniti in Afghanistan e Iraq. È pur vero che la Corte Suprema nel 1971 autorizzò i giornalisti – inequivocabilmente – a rivelare documenti segretati quando ciò non compromette la sicurezza nazionale e viene fatto nell’interesse pubblico. Di conseguenza, Assange avrebbe semplicemente esercitato il suo diritto di cronaca. Ma il Procuratore USA ha aggirato la sentenza della Corte, scegliendo di incriminare Assange ai sensi di una vecchia legge contro lo spionaggio del 1917, l’Espionage Act, che non consente all’imputato di invocare il criterio dell’interesse pubblico. Si tratta di un palese escamotage, non c’è dubbio, ma l’astuzia giuridica potrebbe costituire un precedente pericolosissimo per ogni giornalista e per noi tutti.
Infatti, se Assange come giornalista (o semplice cittadino) non ha il diritto di far conoscere materiale segretato anche se di grande interesse pubblico, allora addio alla libertà di stampa e di espressione. In futuro nessun giornalista investigativo, in nessun paese del mondo, oserà rivelare fatti tenuti segreti dal governo statunitense; altrimenti, rischierebbe di essere estradato da Washington e rinchiuso a vita in una prigione a stelle e strisce.
Ecco dunque la grande rilevanza che il caso Assange ha ancora e sempre per i partecipanti al Festival del Giornalismo di Perugia – anche se gli organizzatori non sembrano vederla. Per rompere questa loro omertà, gli Attivisti per Assange porteranno a Perugia il caso di Julian Assange – giornalista pluripremiato eppure vergognosamente rinnegato da tanti suoi colleghi.
Fonte
I tre eventi “off” sono:
– quattro giorni di volantinaggio all’entrata della decina di sale che ospiteranno conferenze per le migliaia di giornalisti italiani e stranieri che parteciperanno a #ijf24; il campo base degli attivisti sarà in piazza IV Novembre davanti al Palazzo dei Priori;
– una conferenza stampa che si terrà il 19/4 alle ore 11 presso l’iconica edicola di giornali a Porta Pesa, ormai chiusa ma un tempo luogo di incontro tra i perugini del quartiere, che leggevano e commentavano le prime pagine dei quotidiani esposte dal giornalaio;
– un incontro presso la sede perugina dell’ANPI, sezione Bonfigli Tomovic, in via del Cortone 19 (una traversa di Corso Cavour) il 20/4 alle ore 17:30, durante il quale verrà proiettata l’intervista TED fatta nel 2010 a Julian Assange da Chris Anderson, in cui il co-fondatore del sito WikiLeaks offre un vividissimo ritratto a 360° di se stesso. Al filmato farà seguito un dibattito tra quattro esperti di giornalismo chiamati a rispondere alla domanda: “Julian Assange è un giornalista?”
Parleranno Vincenzo Vita, giornalista de Il Manifesto e Articolo 21; Sara Chessa, giornalista indipendente, autrice del libro “Distruggere Assange – Per farla finita con la libertà d’informazione”, Ed. Castelvecchi; Tina Marinari, Coordinatrice delle campagne di Amnesty International Italia per una stampa libera e indipendente; Mauro Volpi, Costituzionalista ed esperto del caso Assange. Modererà Gianni Magini di AllertaMedia.
Aderiscono all’iniziativa, oltre alla sezione ANPI di Perugia e Amnesty International Italia, Turba, AllertaMedia e Liberi Edizioni.
Perché tutte queste iniziative “off” durante le giornate del Festival del Giornalismo?
Il motivo è presto detto. Anche se il Festival ha offerto una sessione su Assange nel 2022, negli ultimi due anni ha deciso di lasciarlo nel dimenticatoio – come se non esistesse più lo scandalo dell’incarcerazione, nel democratico Occidente, di un giornalista investigativo reo soltanto di aver fatto il suo mestiere. Un’incarcerazione in isolamento, che oltretutto dura ormai da cinque anni nella temibile prigione londinese di Belmarsh, mentre i giudici britannici decidono se Assange deve o non deve essere estradato negli Stati Uniti dove l’attendono fino a 175 anni di carcere duro.
Le accuse contro Assange, mosse dagli Stati Uniti con un accanimento che sa di vendetta, s’incentrano sulla rivelazione, da parte del giornalista ed editore australiano, di materiale segretato che ha fatto conoscere al mondo i crimini di guerra commessi dagli Stati Uniti in Afghanistan e Iraq. È pur vero che la Corte Suprema nel 1971 autorizzò i giornalisti – inequivocabilmente – a rivelare documenti segretati quando ciò non compromette la sicurezza nazionale e viene fatto nell’interesse pubblico. Di conseguenza, Assange avrebbe semplicemente esercitato il suo diritto di cronaca. Ma il Procuratore USA ha aggirato la sentenza della Corte, scegliendo di incriminare Assange ai sensi di una vecchia legge contro lo spionaggio del 1917, l’Espionage Act, che non consente all’imputato di invocare il criterio dell’interesse pubblico. Si tratta di un palese escamotage, non c’è dubbio, ma l’astuzia giuridica potrebbe costituire un precedente pericolosissimo per ogni giornalista e per noi tutti.
Infatti, se Assange come giornalista (o semplice cittadino) non ha il diritto di far conoscere materiale segretato anche se di grande interesse pubblico, allora addio alla libertà di stampa e di espressione. In futuro nessun giornalista investigativo, in nessun paese del mondo, oserà rivelare fatti tenuti segreti dal governo statunitense; altrimenti, rischierebbe di essere estradato da Washington e rinchiuso a vita in una prigione a stelle e strisce.
Ecco dunque la grande rilevanza che il caso Assange ha ancora e sempre per i partecipanti al Festival del Giornalismo di Perugia – anche se gli organizzatori non sembrano vederla. Per rompere questa loro omertà, gli Attivisti per Assange porteranno a Perugia il caso di Julian Assange – giornalista pluripremiato eppure vergognosamente rinnegato da tanti suoi colleghi.
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23/02/2024
La posta in gioco sulla estradizione di Julian Assange negli Stati Uniti
Il 20 e 21 febbraio si è tenuta presso l’Alta Corte del Regno Unito l’udienza finale sulla richiesta di estradizione di Julian Assange negli USA. La Corte si è riservata di pronunciarsi nei prossimi giorni.
Se estradato, il co-fondatore di WikiLeaks (il sito che ha rivelato tanti illeciti commessi da governi e privati in tutto il mondo) rischia una condanna a 175 anni di carcere. Motivo: aver svelato i crimini di guerra commessi dagli Stati Uniti in Afghanistan e Iraq in base a documenti coperti da Segreto di Stato.
Ma la Corte Suprema USA e la Corte Europea dei Diritti Umani hanno stabilito che È legittimo rivelare segreti di stato quando ciò è nell’interesse generale. Altrimenti, se non fosse per questa possibilità, qualsiasi regime potrebbe nascondere impunemente i suoi misfatti, ponendoli sotto il Segreto di Stato.
Per la Giustizia USA e UK, le sentenze di queste corti non importano. Così, hanno già fatto trascorrere ad Assange 7 anni di reclusione da rifugiato politico e gli ultimi 5 di carcere duro nella prigione londinese di Belmarsh, subendo una costante tortura psicofisica – come ha riconosciuto Nils Melzer, Relatore Speciale dell’ONU sulla tortura. Il tutto senza processo. E adesso, con l’estradizione, vogliono che Julian finisca in una prigione statunitense ancora più dura e debilitante. Soltanto per aver svolto il mestiere di giornalista investigativo.
Colpire Assange non significa soltanto distruggere l’uomo, ma lanciare un messaggio intimidatorio a tutti coloro che vorrebbero fare del vero giornalismo, libero ed indipendente – “colpirne uno per educare cento”. Mentre, in realtà, ciascuno di noi avrebbe un gran bisogno di giornalismo indipendente per poter comprendere la realtà che ci circonda.
Al danno, poi, s’aggiunge la beffa: mentre lui che ha rivelato i crimini dei potenti viene perseguitato, coloro che li hanno commessi sono a piede libero.
Centinaia di migliaia di attivisti, da ogni parte del globo, sono confluiti su Londra il 20 e 21 febbraio per riempire la piazza davanti alle Royal Courts of Justice nei due giorni di udienza sul caso Assange. Più di 60 sono arrivati dall’Italia. Contemporaneamente, in 58 città del mondo, centinaia di migliaia di simpatizzanti si sono riuniti davanti alle rappresentanze diplomatiche di UK o USA – o in una piazza qualsiasi – in segno di solidarietà con la gigantesca manifestazione londinese.
Tutto questo perché siamo arrivati al fatidico “Giorno X”, in cui verrà deciso se Julian ha esaurito o meno ogni possibilità di opporsi all’estradizione negli Stati Uniti. Il termine “Day X” è stato lanciato da Stella Moris Assange, moglie di Julian e avvocato difensore dei diritti umani, per sottolineare la gravità del momento.
Ma attenzione: la posta in gioco non è decidere se Julian ha agito bene, cioè nell’interesse generale, o male, cioè illecitamente, quando ha rivelato certi documenti secretati che dimostrano crimini di guerra statunitensi – questa decisione, se Julian verrà estradato, spetta al tribunale statunitense di Alexandria, in Virginia, prenderla. Si tratta peraltro di un tribunale vicino alla CIA, geograficamente e non solo. Infatti, in tutti i processi per ipotetici reati contro la CIA giudicati da questo tribunale, il verdetto è stato la condanna in ogni singola istanza.
Per Julian, una condanna da parte del tribunale di Alexandria significherebbe passare il resto della vita in una cella di isolamento di una “supermax”, cioè in una prigione di massima sicurezza. In pratica, per Julian, vorrebbe dire la morte. Infatti, egli ha già fatto capire che piuttosto che subire un tale destino si toglierebbe la vita. Peraltro, nelle supermax statunitensi, le morti per suicidio sono il doppio rispetto alle prigioni normali.
Nelle udienze del 20 e 21 febbraio, dunque, i due giudici non sono entrati nel merito delle accuse fatte ad Assange dall’allora Segretario della Giustizia Mike Pompeo sotto l’amministrazione Trump. Dovranno decidere semplicemente se accogliere la richiesta degli avvocati di Julian e riaprire il caso oppure dichiarare esauriti i canali di ricorso e quindi spedire Julian negli Stati Uniti.
Riaprire il caso significherebbe soprassedere per ora alla richiesta di estradizione negli Stati Uniti e portare il caso davanti ad un nuovo giudice distrettuale, per valutare la fondatezza del verdetto di primo grado emanato nel gennaio 2021 (dall’allora giudice distrettuale Vanessa Baraitser).
I legali di Julian avevano avanzato 16 motivi per invalidare la richiesta di estradizione fatta dagli Stati Uniti; Baraitser invece non ha voluto esaminarli, giustificando poi giuridicamente le sue conclusioni; lei ha semplicemente deciso di opporsi all’estradizione di Julian negli Stati Uniti per gli evidenti rischi di suicidio che tale decisione comporterebbe. Tale decisione, tuttavia, è stata poi rovesciata undici mesi dopo dall’Alta Corte, dopo aver ricevuto promesse, da parte del Dipartimento di Giustizia USA, che Assange, se imprigionato, riceverebbe un trattamento carcerario meno severo di quello solito e che, pertanto, i rischi di suicidio sarebbero minori.
Ma quei 16 motivi per rigettare la richiesta di estradizione che Baraitser non ha considerato, sono validi o meno? Riaprire il caso significa far rispondere a quella domanda ad un nuovo giudice distrettuale.
Quindi vuol dire dare agli avvocati di Julian la possibilità di dimostrare – a prescindere dal merito delle accuse fatte ad Assange – che la pretesa di estradizione è irregolare e irricevibile e pertanto che Julian deve uscire dal regime di carcere preventivo nella prigione di Belmarsh e tornare uomo libero.
Non sappiamo quando i due giudici riuitisi il 20 e 21 febbraio emaneranno la loro decisione. Né sappiamo, qualora accettassero di riaprire il caso, quanto durerebbe il nuovo processo – sicuramente anni. E durante tutto questo tempo, Julian Assange rimarrebbe nella prigione di Belmarsh in una cella di isolamento di soli tre metri per due.
Certo, Julian avrà evitato l’incubo dell’incarcerazione in una prigione “supermax” statunitense. Ma rimane pur sempre ingiusto che il suo regime di carcere preventivo duri all’infinito. Infatti, ciò equivale alla detenzione senza giusto processo.
Nell’eventualità di una riapertura del caso, dunque, i sostenitori di Julian devono battersi perché le autorità britanniche sostituiscano la carcerazione preventiva con un regime di detenzione domiciliare – magari insieme alla famiglia. In fondo, l’hanno concesso al dittatore sanguinario cileno Augusto Pinochet mentre decidevano in merito alla sua estradizione – peraltro, domiciliari signorili in una villa di lusso con tanto di servitù.
E se invece i due giudici dell’Alta Corte rifiutassero di riaprire il caso?
In quella situazione diventerebbe subito valido l’ordine di estradizione firmato nel giugno 2022 dall’allora ministra degli Interni Priti Patel. Con il rischio che, prima che i legali di Julian possano ottenere una ingiunzione da parte della Corte Europea dei Diritti Umani in base alla regola 39, la polizia penitenziaria possa mettere Julian su un aereo militare con destinazione Alessandria, Virginia, USA.
In questa infausta eventualità, che potremmo chiamare Giorno Y, i sostenitori di Assange dovranno chiedersi cosa sono pronti a fare per contrastare l’ingiustizia commessa. Manifestare in massa di nuovo, come il 20 febbraio? Troppo poco.
Nelle ore (che probabilmente saranno giorni se non mesi) che precedono l’annuncio della decisione dei due giudici dell’Alta Corte, bisogna pensare seriamente ad azioni – sempre nonviolente – di disobbedienza civile di massa. In particolare azioni che costano danaro, non a chi ci governa (perché quei soldi sarebbero semplicemente quelli delle nostre tasse) ma a chi detta l’agenda di chi ci governa. Il Giorno Y deve significare una svolta nel tipo di attivismo per Julian Assange condotto finora.
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Se estradato, il co-fondatore di WikiLeaks (il sito che ha rivelato tanti illeciti commessi da governi e privati in tutto il mondo) rischia una condanna a 175 anni di carcere. Motivo: aver svelato i crimini di guerra commessi dagli Stati Uniti in Afghanistan e Iraq in base a documenti coperti da Segreto di Stato.
Ma la Corte Suprema USA e la Corte Europea dei Diritti Umani hanno stabilito che È legittimo rivelare segreti di stato quando ciò è nell’interesse generale. Altrimenti, se non fosse per questa possibilità, qualsiasi regime potrebbe nascondere impunemente i suoi misfatti, ponendoli sotto il Segreto di Stato.
Per la Giustizia USA e UK, le sentenze di queste corti non importano. Così, hanno già fatto trascorrere ad Assange 7 anni di reclusione da rifugiato politico e gli ultimi 5 di carcere duro nella prigione londinese di Belmarsh, subendo una costante tortura psicofisica – come ha riconosciuto Nils Melzer, Relatore Speciale dell’ONU sulla tortura. Il tutto senza processo. E adesso, con l’estradizione, vogliono che Julian finisca in una prigione statunitense ancora più dura e debilitante. Soltanto per aver svolto il mestiere di giornalista investigativo.
Colpire Assange non significa soltanto distruggere l’uomo, ma lanciare un messaggio intimidatorio a tutti coloro che vorrebbero fare del vero giornalismo, libero ed indipendente – “colpirne uno per educare cento”. Mentre, in realtà, ciascuno di noi avrebbe un gran bisogno di giornalismo indipendente per poter comprendere la realtà che ci circonda.
Al danno, poi, s’aggiunge la beffa: mentre lui che ha rivelato i crimini dei potenti viene perseguitato, coloro che li hanno commessi sono a piede libero.
Centinaia di migliaia di attivisti, da ogni parte del globo, sono confluiti su Londra il 20 e 21 febbraio per riempire la piazza davanti alle Royal Courts of Justice nei due giorni di udienza sul caso Assange. Più di 60 sono arrivati dall’Italia. Contemporaneamente, in 58 città del mondo, centinaia di migliaia di simpatizzanti si sono riuniti davanti alle rappresentanze diplomatiche di UK o USA – o in una piazza qualsiasi – in segno di solidarietà con la gigantesca manifestazione londinese.
Tutto questo perché siamo arrivati al fatidico “Giorno X”, in cui verrà deciso se Julian ha esaurito o meno ogni possibilità di opporsi all’estradizione negli Stati Uniti. Il termine “Day X” è stato lanciato da Stella Moris Assange, moglie di Julian e avvocato difensore dei diritti umani, per sottolineare la gravità del momento.
Ma attenzione: la posta in gioco non è decidere se Julian ha agito bene, cioè nell’interesse generale, o male, cioè illecitamente, quando ha rivelato certi documenti secretati che dimostrano crimini di guerra statunitensi – questa decisione, se Julian verrà estradato, spetta al tribunale statunitense di Alexandria, in Virginia, prenderla. Si tratta peraltro di un tribunale vicino alla CIA, geograficamente e non solo. Infatti, in tutti i processi per ipotetici reati contro la CIA giudicati da questo tribunale, il verdetto è stato la condanna in ogni singola istanza.
Per Julian, una condanna da parte del tribunale di Alexandria significherebbe passare il resto della vita in una cella di isolamento di una “supermax”, cioè in una prigione di massima sicurezza. In pratica, per Julian, vorrebbe dire la morte. Infatti, egli ha già fatto capire che piuttosto che subire un tale destino si toglierebbe la vita. Peraltro, nelle supermax statunitensi, le morti per suicidio sono il doppio rispetto alle prigioni normali.
Nelle udienze del 20 e 21 febbraio, dunque, i due giudici non sono entrati nel merito delle accuse fatte ad Assange dall’allora Segretario della Giustizia Mike Pompeo sotto l’amministrazione Trump. Dovranno decidere semplicemente se accogliere la richiesta degli avvocati di Julian e riaprire il caso oppure dichiarare esauriti i canali di ricorso e quindi spedire Julian negli Stati Uniti.
Riaprire il caso significherebbe soprassedere per ora alla richiesta di estradizione negli Stati Uniti e portare il caso davanti ad un nuovo giudice distrettuale, per valutare la fondatezza del verdetto di primo grado emanato nel gennaio 2021 (dall’allora giudice distrettuale Vanessa Baraitser).
I legali di Julian avevano avanzato 16 motivi per invalidare la richiesta di estradizione fatta dagli Stati Uniti; Baraitser invece non ha voluto esaminarli, giustificando poi giuridicamente le sue conclusioni; lei ha semplicemente deciso di opporsi all’estradizione di Julian negli Stati Uniti per gli evidenti rischi di suicidio che tale decisione comporterebbe. Tale decisione, tuttavia, è stata poi rovesciata undici mesi dopo dall’Alta Corte, dopo aver ricevuto promesse, da parte del Dipartimento di Giustizia USA, che Assange, se imprigionato, riceverebbe un trattamento carcerario meno severo di quello solito e che, pertanto, i rischi di suicidio sarebbero minori.
Ma quei 16 motivi per rigettare la richiesta di estradizione che Baraitser non ha considerato, sono validi o meno? Riaprire il caso significa far rispondere a quella domanda ad un nuovo giudice distrettuale.
Quindi vuol dire dare agli avvocati di Julian la possibilità di dimostrare – a prescindere dal merito delle accuse fatte ad Assange – che la pretesa di estradizione è irregolare e irricevibile e pertanto che Julian deve uscire dal regime di carcere preventivo nella prigione di Belmarsh e tornare uomo libero.
Non sappiamo quando i due giudici riuitisi il 20 e 21 febbraio emaneranno la loro decisione. Né sappiamo, qualora accettassero di riaprire il caso, quanto durerebbe il nuovo processo – sicuramente anni. E durante tutto questo tempo, Julian Assange rimarrebbe nella prigione di Belmarsh in una cella di isolamento di soli tre metri per due.
Certo, Julian avrà evitato l’incubo dell’incarcerazione in una prigione “supermax” statunitense. Ma rimane pur sempre ingiusto che il suo regime di carcere preventivo duri all’infinito. Infatti, ciò equivale alla detenzione senza giusto processo.
Nell’eventualità di una riapertura del caso, dunque, i sostenitori di Julian devono battersi perché le autorità britanniche sostituiscano la carcerazione preventiva con un regime di detenzione domiciliare – magari insieme alla famiglia. In fondo, l’hanno concesso al dittatore sanguinario cileno Augusto Pinochet mentre decidevano in merito alla sua estradizione – peraltro, domiciliari signorili in una villa di lusso con tanto di servitù.
E se invece i due giudici dell’Alta Corte rifiutassero di riaprire il caso?
In quella situazione diventerebbe subito valido l’ordine di estradizione firmato nel giugno 2022 dall’allora ministra degli Interni Priti Patel. Con il rischio che, prima che i legali di Julian possano ottenere una ingiunzione da parte della Corte Europea dei Diritti Umani in base alla regola 39, la polizia penitenziaria possa mettere Julian su un aereo militare con destinazione Alessandria, Virginia, USA.
In questa infausta eventualità, che potremmo chiamare Giorno Y, i sostenitori di Assange dovranno chiedersi cosa sono pronti a fare per contrastare l’ingiustizia commessa. Manifestare in massa di nuovo, come il 20 febbraio? Troppo poco.
Nelle ore (che probabilmente saranno giorni se non mesi) che precedono l’annuncio della decisione dei due giudici dell’Alta Corte, bisogna pensare seriamente ad azioni – sempre nonviolente – di disobbedienza civile di massa. In particolare azioni che costano danaro, non a chi ci governa (perché quei soldi sarebbero semplicemente quelli delle nostre tasse) ma a chi detta l’agenda di chi ci governa. Il Giorno Y deve significare una svolta nel tipo di attivismo per Julian Assange condotto finora.
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18/05/2023
Petizione per la libertà di Julian Assange
La malaugurata invasione dell’Iraq del 2003 ha provocato una serie di conseguenze negative e di gravi violazioni dei diritti umani di immediata percezione: iracheni torturati nelle celle di Abu Ghraib, rinchiusi illegalmente a Guantánamo, un Paese distrutto a tutto vantaggio dell’Iran. Ma anche episodi rimasti ignoti a lungo.
Uno per tutti. Il 12 luglio 2007 un elicottero Apache in sorvolo su Baghdad scorge nella strada sottostante alcuni civili, tra cui un fotografo munito di telecamera; dall’elicottero la scambiano per un lanciarazzi e sparano a raffica su di loro. Giunge in soccorso un furgone e viene centrato anche quello: 11 morti tra cui due bimbi.
Questo fatto sarebbe rimasto sepolto assieme alle sue vittime, se non l’avesse rivelato nel 2010 un giornalista australiano, Julian Assange, fondatore di WikiLeaks, coadiuvato da Chelsea Manning, un soldatino transgender. Furono loro a impedire il “crimine del silenzio” sugli orrori delle tragedie irachena e afghana.
Solo le dittature silenziano i media. Le vere democrazie trovano il coraggio di svelare “di che lagrime gronda e di che sangue” il Potere. E porvi rimedio. L’ha fatto il presidente Obama graziando Chelsea Manning, che era un militare con 35 anni di carcere da scontare. Perché non Biden per Assange, che è un giornalista?
Eppure, da vice-presidente Biden aveva riconosciuto che le rivelazioni di WikiLeaks non avevano provocato “alcun danno sostanziale”. Ciò nonostante, Washington incriminò Assange con 17 capi d’accusa, basati su una legge antiquata – l’Espionage Act del 1917 – che poneva limiti alla stampa durante la Grande Guerra.
Rinchiuso per otto anni nella sede dell’Ecuador a Londra (per sfuggire oltretutto a una poco credibile accusa di stupro), ad aprile è scattato il suo quarto anno di reclusione a Belmarsh, carcere inglese di massima sicurezza, in attesa di esser estradato negli Usa. Le condizioni in cui vive ne hanno gravemente minato la salute. Perciò decine di parlamentari australiani, britannici e americani – oltre ad Amnesty International e Reporter Senza Frontiere – hanno rivolto petizioni all’Attorney General degli Usa e chiesto alla Corte Suprema del Regno Unito di negare l’estradizione.
I diplomatici sono tra i primi a riconoscere quanto può nuocere la fuga di rapporti e altri documenti riservati. Ma se la “riservatezza” serve a celare crimini di guerra, prevale il dovere del funzionario di denunciarli e il diritto del giornalista di renderli pubblici, si tratti o no di scoop. Va ricordato che nel 2004, durante l’invasione dell’Iraq, 52 ex-diplomatici britannici e 27 ex-ambasciatori e generali americani di alto rango uscirono dal loro riserbo con due durissime lettere di critica a Blair e a Bush.
Ora, noi ex-diplomatici ci uniamo ai parlamentari e alle organizzazioni umanitarie che hanno firmato appelli per la liberazione del giornalista, essendo convinti che le democrazie prosperano solo se hanno il coraggio di guardarsi allo specchio. A tal fine ci appelliamo al nostro governo affinché si unisca a tutti coloro che chiedono al presidente Biden di rinunciare ad ogni azione contro Julian Assange, in coerenza con quanto fatto da Obama.
Firmatari:
Marco Baccin, Francesco Bascone, Mario Boffo, Rocco Cangelosi, Torquato Cardilli, Giuseppe Cassini, Fabio Cristiani, Antonio D’Andria, Anna Della Croce, Enrico De Maio, Patrizio Fondi, Paolo Foresti, Giovanni Germano, Elisabetta Kelescian, Maurizio Lo Re, Luigi Maccotta, Roberto Mazzotta, Enrico Nardi, Angelo Persiani, Alessandro Pietromarchi, Michelangelo Pipan, Giancarlo Riccio, Antonio Tarelli, Maurizio Teucci, Bernardo Uguccioni
Fonte
Uno per tutti. Il 12 luglio 2007 un elicottero Apache in sorvolo su Baghdad scorge nella strada sottostante alcuni civili, tra cui un fotografo munito di telecamera; dall’elicottero la scambiano per un lanciarazzi e sparano a raffica su di loro. Giunge in soccorso un furgone e viene centrato anche quello: 11 morti tra cui due bimbi.
Questo fatto sarebbe rimasto sepolto assieme alle sue vittime, se non l’avesse rivelato nel 2010 un giornalista australiano, Julian Assange, fondatore di WikiLeaks, coadiuvato da Chelsea Manning, un soldatino transgender. Furono loro a impedire il “crimine del silenzio” sugli orrori delle tragedie irachena e afghana.
Solo le dittature silenziano i media. Le vere democrazie trovano il coraggio di svelare “di che lagrime gronda e di che sangue” il Potere. E porvi rimedio. L’ha fatto il presidente Obama graziando Chelsea Manning, che era un militare con 35 anni di carcere da scontare. Perché non Biden per Assange, che è un giornalista?
Eppure, da vice-presidente Biden aveva riconosciuto che le rivelazioni di WikiLeaks non avevano provocato “alcun danno sostanziale”. Ciò nonostante, Washington incriminò Assange con 17 capi d’accusa, basati su una legge antiquata – l’Espionage Act del 1917 – che poneva limiti alla stampa durante la Grande Guerra.
Rinchiuso per otto anni nella sede dell’Ecuador a Londra (per sfuggire oltretutto a una poco credibile accusa di stupro), ad aprile è scattato il suo quarto anno di reclusione a Belmarsh, carcere inglese di massima sicurezza, in attesa di esser estradato negli Usa. Le condizioni in cui vive ne hanno gravemente minato la salute. Perciò decine di parlamentari australiani, britannici e americani – oltre ad Amnesty International e Reporter Senza Frontiere – hanno rivolto petizioni all’Attorney General degli Usa e chiesto alla Corte Suprema del Regno Unito di negare l’estradizione.
I diplomatici sono tra i primi a riconoscere quanto può nuocere la fuga di rapporti e altri documenti riservati. Ma se la “riservatezza” serve a celare crimini di guerra, prevale il dovere del funzionario di denunciarli e il diritto del giornalista di renderli pubblici, si tratti o no di scoop. Va ricordato che nel 2004, durante l’invasione dell’Iraq, 52 ex-diplomatici britannici e 27 ex-ambasciatori e generali americani di alto rango uscirono dal loro riserbo con due durissime lettere di critica a Blair e a Bush.
Ora, noi ex-diplomatici ci uniamo ai parlamentari e alle organizzazioni umanitarie che hanno firmato appelli per la liberazione del giornalista, essendo convinti che le democrazie prosperano solo se hanno il coraggio di guardarsi allo specchio. A tal fine ci appelliamo al nostro governo affinché si unisca a tutti coloro che chiedono al presidente Biden di rinunciare ad ogni azione contro Julian Assange, in coerenza con quanto fatto da Obama.
Firmatari:
Marco Baccin, Francesco Bascone, Mario Boffo, Rocco Cangelosi, Torquato Cardilli, Giuseppe Cassini, Fabio Cristiani, Antonio D’Andria, Anna Della Croce, Enrico De Maio, Patrizio Fondi, Paolo Foresti, Giovanni Germano, Elisabetta Kelescian, Maurizio Lo Re, Luigi Maccotta, Roberto Mazzotta, Enrico Nardi, Angelo Persiani, Alessandro Pietromarchi, Michelangelo Pipan, Giancarlo Riccio, Antonio Tarelli, Maurizio Teucci, Bernardo Uguccioni
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13/03/2023
Caso Assange: “Cari giornalisti italiani, siete nel mirino anche voi, Insieme ai vostri lettori”
Stella Moris Assange lancia un grido d’allarme a tutti coloro che fanno il giornalismo con coscienza. E anche a tutti coloro che ne dipendono per tenersi informati. Il Potere sta cercando di bendare e imbavagliare non solo Julian ma anche la stessa informazione libera e il nostro diritto di sapere.
La Sala dei Gruppi Parlamentari di Montecitorio era stracolma martedì scorso per sentire Stella Moris, partner del co-fondatore del sito WikiLeaks, Julian Assange, spiegare come l’accanita persecuzione giudiziaria di Julian è, in realtà, “un attacco alla libertà di stampa”.
“È un segnale”, ha detto Stella, voluto deliberatamente dal Potere “per scoraggiare gli altri giornalisti dal fare come lui”, un segnale che mette a nudo “ciò di cui il Potere è capace”. L’Europa ha pertanto il dovere di “mobilitarsi in difesa di Julian Assange” per salvare “la libertà di stampa e di espressione”.
La 39enne avvocata – e, da sempre, paladina dei diritti umani – ha lanciato questo suo appello nel quadro dell’incontro sul “Caso Assange e il diritto alla verità”, promosso dall’europarlamentare Sabrina Pignedoli con la collaborazione della deputata del M5S Stefania Ascari e con la presenza, sul palco, del Presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Carlo Bartoli, del giornalista ed ex deputato Alessandro Di Battista e della vicedirettrice del Fatto Quotidiano, Maddalena Oliva. Nella platea, oltre alla giornalista investigativa Stefania Maurizi, autrice del celebre libro sul caso Assange Il Potere Segreto, c’era una moltitudine di personalità venute dal mondo del giornalismo, dal mondo della politica e da quello dell’associazionismo, nonché tantissimi cittadini comuni portando distintivi “Free Assange”. “La Battaglia di Julian è la battaglia di tutti quanti noi”, ha esordito l’On. Pignedoli, riassumendo il senso dell’incontro.
Carlo Bartoli ha poi preso la parola annunciando che a Julian Assange verrà consegnata una tessera d’onore da giornalista. “Siamo qui per difendere non solo la causa di un uomo incarcerato ingiustamente ma anche per difendere un principio che è quello della libertà dell’informazione”. Per controbattere la calunnia secondo la quale Assange sarebbe stato un pessimo giornalista perché avrebbe divulgato documenti senza vagliarli accuratamente, il presidente dell’Ordine dei giornalisti ha elogiato il sito WikiLeaks proprio in quanto, con grande cura, “espunge tutte le informazioni che potrebbero mettere qualcuno in pericolo”.
Alessandro Di Battista è poi intervenuto con un discorso che ha infiammato la platea. Se Assange dovesse morire in prigione, ha detto senza mezze parole, “tra i responsabili ci sarebbero anche i giornalisti che oggi stanno zitti per salvaguardare il proprio conto in banca, le proprie carriere, i propri spazi mediatici, trasformandosi soltanto in biechi sostenitori delle verità comode”. L’ex deputato M5S ha comunque riconosciuto come segno positivo che gli ex compagni di partito, inizialmente pro Assange e poi diventati reticenti, “ora tornano ad occuparsi di Julian: è una bella notizia davvero”.
L’effetto inibitorio sul giornalismo voluto dal Potere con la persecuzione di Julian e che Stella Assange ha denunciato nel suo intervento, è già diventato purtroppo una realtà, ha asserito poi la vicedirettrice del Fatto Quotidiano, Maddalena Oliva. Quanti articoli vengono soppressi oggi, ha aggiunto, e non solo in Italia. Due giornalisti del Fatto Quotidiano sono stati recentemente espulsi dall’Ucraina perché i loro report non erano graditi dal Potere e i colleghi giornalisti non hanno denunciato il fatto; il pluripremiato giornalista statunitense Seymour Hersh, poi, è stato recentemente condannato e zittito dai suoi colleghi di stampa per aver rivelato chi ha sabotato il gasdotto Nord Stream (un atto di guerra) lo scorso 26 settembre. “Ogni volta che cala il silenzio su una vicenda”, ha concluso Oliva, siamo complici tutti quanti, noi giornalisti in primis; bisogna sempre avere il coraggio di “porsi quella domanda in più”.
Comunque qualche speranza ancora rimane per la libertà di stampa e di espressione. Stella Assange ha ricordato come, lo scorso novembre, alcuni tra i maggiori giornali del mondo – The New York Times, The Guardian, Le Monde, El Pais e Der Spiegel – hanno rotto il loro silenzio complice firmando un appello al Presidente Biden che chiede la liberazione di Assange.
Lo scorso 27 gennaio, poi, Newsweek magazine, rivista statunitense di attualità che si vanta di rappresentare il consenso nel paese (“siamo né troppo a sinistra né troppo a destra”), ha pubblicato un lungo articolo di Shaun Waterman basato su una intervista approfondita con Stella Assange. La grande empatia e compassione evidenti nell’articolo sono una novità negli Stati Uniti, dove, da oltre un decennio, Julian è stato oggetto di una autentica caccia alle streghe – assai più feroce che in Europa – per screditarlo presso l’opinione pubblica.
Una grande empatia e compassione contrassegnano anche la recensione apparsa sul Los Angeles Times lo scorso 2 marzo a firma di Robert Abele, del film Ithaka, che descrive gli sforzi del padre di Julian, John Shipton, per liberare il figlio. Dopo aver espresso le solite riserve su Julian, forse per non smentire troppo quanto egli aveva scritto in passato, Abele dichiara: “In ogni modo, il fatto che gli Stati Uniti vogliono estradarlo e imprigionarlo a vita, è qualcosa che dovrebbe far rabbrividire i giornalisti di tutto il mondo, che si consideri Assange un giornalista o meno; per il solo fatto di essere un editore, la sua incriminazione è una minaccia per la democrazia”.
Comincia a tirare un’aria nuova nell’Establishment statunitense. Era ora. Già da tempo, i gruppi di base negli USA stanno manifestando dappertutto per la liberazione di Julian, anche davanti alla Casa Bianca.
Riprendendo le parole dell’On. Pignedoli, Stella Assange ha concluso l’incontro sottolineando quanto “questo caso è un caso politico, non legale; la soluzione dunque deve essere politica. Il Regno Unito detiene Julian; gli Stati Uniti vogliono estradarlo; tra i due deve frapporsi l’Europa per dire di NO e per salvarlo. Ognuno di voi può contribuire così alla sua liberazione”.
Fonte
La Sala dei Gruppi Parlamentari di Montecitorio era stracolma martedì scorso per sentire Stella Moris, partner del co-fondatore del sito WikiLeaks, Julian Assange, spiegare come l’accanita persecuzione giudiziaria di Julian è, in realtà, “un attacco alla libertà di stampa”.
“È un segnale”, ha detto Stella, voluto deliberatamente dal Potere “per scoraggiare gli altri giornalisti dal fare come lui”, un segnale che mette a nudo “ciò di cui il Potere è capace”. L’Europa ha pertanto il dovere di “mobilitarsi in difesa di Julian Assange” per salvare “la libertà di stampa e di espressione”.
La 39enne avvocata – e, da sempre, paladina dei diritti umani – ha lanciato questo suo appello nel quadro dell’incontro sul “Caso Assange e il diritto alla verità”, promosso dall’europarlamentare Sabrina Pignedoli con la collaborazione della deputata del M5S Stefania Ascari e con la presenza, sul palco, del Presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Carlo Bartoli, del giornalista ed ex deputato Alessandro Di Battista e della vicedirettrice del Fatto Quotidiano, Maddalena Oliva. Nella platea, oltre alla giornalista investigativa Stefania Maurizi, autrice del celebre libro sul caso Assange Il Potere Segreto, c’era una moltitudine di personalità venute dal mondo del giornalismo, dal mondo della politica e da quello dell’associazionismo, nonché tantissimi cittadini comuni portando distintivi “Free Assange”. “La Battaglia di Julian è la battaglia di tutti quanti noi”, ha esordito l’On. Pignedoli, riassumendo il senso dell’incontro.
Carlo Bartoli ha poi preso la parola annunciando che a Julian Assange verrà consegnata una tessera d’onore da giornalista. “Siamo qui per difendere non solo la causa di un uomo incarcerato ingiustamente ma anche per difendere un principio che è quello della libertà dell’informazione”. Per controbattere la calunnia secondo la quale Assange sarebbe stato un pessimo giornalista perché avrebbe divulgato documenti senza vagliarli accuratamente, il presidente dell’Ordine dei giornalisti ha elogiato il sito WikiLeaks proprio in quanto, con grande cura, “espunge tutte le informazioni che potrebbero mettere qualcuno in pericolo”.
Alessandro Di Battista è poi intervenuto con un discorso che ha infiammato la platea. Se Assange dovesse morire in prigione, ha detto senza mezze parole, “tra i responsabili ci sarebbero anche i giornalisti che oggi stanno zitti per salvaguardare il proprio conto in banca, le proprie carriere, i propri spazi mediatici, trasformandosi soltanto in biechi sostenitori delle verità comode”. L’ex deputato M5S ha comunque riconosciuto come segno positivo che gli ex compagni di partito, inizialmente pro Assange e poi diventati reticenti, “ora tornano ad occuparsi di Julian: è una bella notizia davvero”.
L’effetto inibitorio sul giornalismo voluto dal Potere con la persecuzione di Julian e che Stella Assange ha denunciato nel suo intervento, è già diventato purtroppo una realtà, ha asserito poi la vicedirettrice del Fatto Quotidiano, Maddalena Oliva. Quanti articoli vengono soppressi oggi, ha aggiunto, e non solo in Italia. Due giornalisti del Fatto Quotidiano sono stati recentemente espulsi dall’Ucraina perché i loro report non erano graditi dal Potere e i colleghi giornalisti non hanno denunciato il fatto; il pluripremiato giornalista statunitense Seymour Hersh, poi, è stato recentemente condannato e zittito dai suoi colleghi di stampa per aver rivelato chi ha sabotato il gasdotto Nord Stream (un atto di guerra) lo scorso 26 settembre. “Ogni volta che cala il silenzio su una vicenda”, ha concluso Oliva, siamo complici tutti quanti, noi giornalisti in primis; bisogna sempre avere il coraggio di “porsi quella domanda in più”.
Comunque qualche speranza ancora rimane per la libertà di stampa e di espressione. Stella Assange ha ricordato come, lo scorso novembre, alcuni tra i maggiori giornali del mondo – The New York Times, The Guardian, Le Monde, El Pais e Der Spiegel – hanno rotto il loro silenzio complice firmando un appello al Presidente Biden che chiede la liberazione di Assange.
Lo scorso 27 gennaio, poi, Newsweek magazine, rivista statunitense di attualità che si vanta di rappresentare il consenso nel paese (“siamo né troppo a sinistra né troppo a destra”), ha pubblicato un lungo articolo di Shaun Waterman basato su una intervista approfondita con Stella Assange. La grande empatia e compassione evidenti nell’articolo sono una novità negli Stati Uniti, dove, da oltre un decennio, Julian è stato oggetto di una autentica caccia alle streghe – assai più feroce che in Europa – per screditarlo presso l’opinione pubblica.
Una grande empatia e compassione contrassegnano anche la recensione apparsa sul Los Angeles Times lo scorso 2 marzo a firma di Robert Abele, del film Ithaka, che descrive gli sforzi del padre di Julian, John Shipton, per liberare il figlio. Dopo aver espresso le solite riserve su Julian, forse per non smentire troppo quanto egli aveva scritto in passato, Abele dichiara: “In ogni modo, il fatto che gli Stati Uniti vogliono estradarlo e imprigionarlo a vita, è qualcosa che dovrebbe far rabbrividire i giornalisti di tutto il mondo, che si consideri Assange un giornalista o meno; per il solo fatto di essere un editore, la sua incriminazione è una minaccia per la democrazia”.
Comincia a tirare un’aria nuova nell’Establishment statunitense. Era ora. Già da tempo, i gruppi di base negli USA stanno manifestando dappertutto per la liberazione di Julian, anche davanti alla Casa Bianca.
Riprendendo le parole dell’On. Pignedoli, Stella Assange ha concluso l’incontro sottolineando quanto “questo caso è un caso politico, non legale; la soluzione dunque deve essere politica. Il Regno Unito detiene Julian; gli Stati Uniti vogliono estradarlo; tra i due deve frapporsi l’Europa per dire di NO e per salvarlo. Ognuno di voi può contribuire così alla sua liberazione”.
Fonte
19/08/2022
Una 24H non stop per Julian Assange
Julian Assange è un uomo, un giornalista che ha rivelato i crimini e i criminali delle guerre in Afghanistan e in Iraq degli Stati Uniti.
Julian Assange per questo è stato punito, è stato ingiustamente incarcerato e imbavagliato, gli è stato impedito di fare informazione. Mentre i crimini e i criminali sono impuniti e assolti.
Julian Assange rischia di essere estradato negli Stati Uniti e condannato a morte con 175 anni di carcere.
Julian Assange ha due figli piccoli e ha accanto una compagna e avvocata, Stella Assange, che continua a lottare.
Julian Assange è il simbolo di tutti i giornalisti, le giornaliste, le voci libere che con lui possono essere messe a tacere.
Julian Assange rappresenta un modello di mondo nuovo e migliore dove l’ingiustizia va condannata e i diritti umani difesi.
Sono sempre più numerose le iniziative per la libertà di Assange e per impedirne la pericolosa estradizione negli USA.
Ti invitiamo a partecipare a un’iniziativa grandiosa che possa far conoscere il suo caso in tutto il pianeta: 24 ore non stop dove giornalisti, attivisti, artisti, persone di cultura manifesteranno in tutto il pianeta per la libertà di Julian. Il 15 Ottobre sul Pianeta Terra.
Aderisci a: 24hAssange@proton.me
https://www.24hassange.org/
Fonte
Julian Assange per questo è stato punito, è stato ingiustamente incarcerato e imbavagliato, gli è stato impedito di fare informazione. Mentre i crimini e i criminali sono impuniti e assolti.
Julian Assange rischia di essere estradato negli Stati Uniti e condannato a morte con 175 anni di carcere.
Julian Assange ha due figli piccoli e ha accanto una compagna e avvocata, Stella Assange, che continua a lottare.
Julian Assange è il simbolo di tutti i giornalisti, le giornaliste, le voci libere che con lui possono essere messe a tacere.
Julian Assange rappresenta un modello di mondo nuovo e migliore dove l’ingiustizia va condannata e i diritti umani difesi.
Sono sempre più numerose le iniziative per la libertà di Assange e per impedirne la pericolosa estradizione negli USA.
Ti invitiamo a partecipare a un’iniziativa grandiosa che possa far conoscere il suo caso in tutto il pianeta: 24 ore non stop dove giornalisti, attivisti, artisti, persone di cultura manifesteranno in tutto il pianeta per la libertà di Julian. Il 15 Ottobre sul Pianeta Terra.
Aderisci a: 24hAssange@proton.me
https://www.24hassange.org/
Fonte
24/12/2021
Un libro e un appello internazionale per la liberazione di Julian Assange
Evo Morales, Rafael Correa, Noam Chomsky, Daniel Ellsberg, Jean Ziegler, Nurit Peled, Emir Kusturica, Philippe Geluck, Aminata Traoré, Calixthe Beyala, Carine e Gino Russo, Yanis Varoufakis, Éric Toussaint, Denis Robert, Riccardo Petrella, Richard Falk, Gunther Wallraff e altre 200 personalità hanno firmato il seguente l’appello internazionale per la liberazione e la fine di tutte le persecuzioni giudiziarie nei confronti di Julian Assange.
Questo testo è stato redatto da Michel Collon, giornalista e fondatore di Investig’Action, come introduzione al nuovo libro “Julian Assange parle”, curato da Karen Sharpe e pubblicato dalle Éditions Investig’Action a fine novembre. Un ulteriore lavoro editoriale che si aggiunge al recente libro, pubblicato in Italia, della giornalista Stefania Maurizi intitolato “Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange” (Chiarelettere, 2021).
Lo scorso 10 dicembre l’Alta Corte britannica si è pronunciata a favore del governo USA ed ha ribaltato la decisione presa a gennaio da giudice distrettuale che aveva bloccato l’estradizione di Julian Assange. Quest’ultimo continua ad essere detenuto nella prigione di alta sicurezza di Belmarsh, nonostante le gravi condizioni di salute psico-fisica, aggravatesi a seguito di un “attacco ischemico transitorio” ad ottobre, come riportato dalla sua compagna Stella Moris.
Non possiamo restare silenti ed indifferenti di fronte al rischio di estradizione negli USA per scontare una pena fino a 175 anni di reclusione – una vera e propria “condanna a morte” – e al trattamento di tortura riservato a Julian Assange, che conferma il doppio standard sui diritti umani applicato dalle potenze imperialiste occidentali.
Questo testo è stato redatto da Michel Collon, giornalista e fondatore di Investig’Action, come introduzione al nuovo libro “Julian Assange parle”, curato da Karen Sharpe e pubblicato dalle Éditions Investig’Action a fine novembre. Un ulteriore lavoro editoriale che si aggiunge al recente libro, pubblicato in Italia, della giornalista Stefania Maurizi intitolato “Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange” (Chiarelettere, 2021).
Lo scorso 10 dicembre l’Alta Corte britannica si è pronunciata a favore del governo USA ed ha ribaltato la decisione presa a gennaio da giudice distrettuale che aveva bloccato l’estradizione di Julian Assange. Quest’ultimo continua ad essere detenuto nella prigione di alta sicurezza di Belmarsh, nonostante le gravi condizioni di salute psico-fisica, aggravatesi a seguito di un “attacco ischemico transitorio” ad ottobre, come riportato dalla sua compagna Stella Moris.
Non possiamo restare silenti ed indifferenti di fronte al rischio di estradizione negli USA per scontare una pena fino a 175 anni di reclusione – una vera e propria “condanna a morte” – e al trattamento di tortura riservato a Julian Assange, che conferma il doppio standard sui diritti umani applicato dalle potenze imperialiste occidentali.
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Avete sentito parlare molto di Julian Assange. Spesso male. Ma lo avete mai sentito parlare in prima persona? Sapete cosa ha veramente detto e fatto, perché ha fondato Wikileaks, cosa pensa della guerra, di internet, del giornalismo e di molte altre questioni importanti? Siete stati in grado di farvi un’opinione ascoltando entrambe le parti?
Noi non accettiamo che sia stato demonizzato, molestato, privato della libertà per più di nove anni senza processo e sottoposto a intense torture psicologiche. Ancora meno accettiamo che gli Stati Uniti possano imprigionarlo a vita in una specie di Guantanamo dove sarebbe spinto al suicidio. Tutto ciò mentre il testimone chiave del caso ha finalmente confessato di aver mentito e Assange non è mai stato sotto la giurisdizione degli Stati Uniti. Questa non sarebbe un’estradizione ma un rapimento.
E tutto questo per cosa? Per aver rivelato al mondo crimini di guerra che nessuno più contesta. Per aver pubblicato un video che mostrava piloti di elicotteri statunitensi che abbattevano civili iracheni, bambini e due giornalisti di Reuters con la nonchalance di un videogioco. Per aver pubblicato mezzo milione di documenti interni del Pentagono e del Dipartimento di Stato americano che provano che i leader americani hanno organizzato la tortura a Guantanamo Bay e Abu Graib, sequestri illegali in tutto il mondo, assassinii senza processo, corruzione delle élite locali per favorire le proprie multinazionali e numerosi colpi di Stato per rovesciare governi democraticamente eletti.
Tutti questi crimini di guerra e contro l’umanità sono stati sistematicamente coperti dai più alti livelli della leadership statunitense – in tutte le amministrazioni – con bugie. Ed è per continuare a coprire queste innominabili verità che hanno perseguitato Julian Assange, ma anche Chelsea Manning, Daniel Hale, Edward Snowden e altri.
Il loro obiettivo? Per intimidire e mettere a tacere tutti i whistleblower. Eppure questi sono essenziali per la salvaguardia di una democrazia che è già sotto attacco. Il primo paradosso è che i governi spiano e controllano ogni mossa dei propri cittadini, ma non sopportano di essere guardati. Secondo paradosso: chi ha rivelato questi crimini va in prigione mentre chi li ha commessi resta impunito.
Questo è ciò che riguarda l’affare Assange: i nostri leader possono permettersi di violare impunemente le leggi che si applicano ai cittadini? Sì, ha detto Henry Kissinger, che ha diretto la politica internazionale degli Stati Uniti negli anni ‘70. Ai diplomatici statunitensi, turchi e ciprioti, ha detto: “L’illegale lo facciamo subito; l’incostituzionale richiede un po’ più di tempo. Ma dal Freedom of Information Act, ho paura a dire queste cose”.
Sì, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha anche risposto nel 1989: “L’FBI può usare la sua autorità statutaria per indagare e arrestare individui per aver violato la legge degli Stati Uniti, anche se le azioni dell’FBI violano il diritto internazionale consuetudinario”. La legge non ha valore.
Noi diciamo no. La legge deve essere applicata anche ai potenti. Se hanno commesso dei crimini, abbiamo il diritto di saperlo e saranno ritenuti responsabili. Ed è l’onore del giornalismo difendere i deboli contro i potenti denunciando i loro crimini. Quindi gli attacchi ad Assange sono una guerra al vero giornalismo.
Tutto ciò non è una novità. Nel 1971, l’informatore americano Daniel Ellsberg rivelò nelle 7.000 pagine dei Pentagon Papers come tutte le amministrazioni (Eisenhower, Kennedy, Johnson, ecc.) avevano ingannato il loro stesso popolo sulla guerra di aggressione al Vietnam. Ellsberg è stato calunniato e perseguito. Ma il suo coraggio aiutò ad aprire gli occhi al popolo e a porre fine alla guerra. Oggi dice: “Tutti gli attacchi fatti ora contro Wikileaks e Julian Assange sono stati fatti allora contro di me e la pubblicazione dei Pentagon Papers”.
Siamo d’accordo con Lula Da Silva quando sostiene: “Assange dovrebbe essere trattato come un eroe. Tutti i paesi democratici dovrebbero gridare per la sua libertà”.
Siamo d’accordo con Kristinn Hrafnsson, direttore di Wikileaks, quando afferma: “La persecuzione politica dell’uomo che ha esposto corruzione e crimini di guerra finirà solo se la gente capirà che è in gioco la libertà di stampa in tutto il mondo”.
Siamo d’accordo con Edward Snowden quando ritiene: “Non si può sostenere la persecuzione di un editore per aver pubblicato notizie senza limitare i diritti fondamentali su cui ogni giornalista fa affidamento”.
Siamo d’accordo con Nils Melzer, relatore dell’ONU, quando dice: “In vent’anni di lavoro con le vittime della guerra, della violenza e della persecuzione politica, non ho mai visto un gruppo di Stati democratici riunirsi per isolare, demonizzare e abusare deliberatamente di un singolo individuo e con così poco rispetto della dignità umana e dello stato di diritto”.
Se si controlla il modo in cui la storia viene scritta, si controlla il mondo. Ma è la nostra storia che è in gioco, è la storia dei popoli che hanno sofferto tanto per queste ingiuste aggressioni ed è la storia che sarà insegnata ai nostri figli.
Chiediamo quindi l’immediato rilascio di Julian Assange, che è perseguito immoralmente e illegalmente. E il suo compenso. Chiediamo una protezione efficace per tutti i whistleblower e i giornalisti d’inchiesta dai poteri economici e politici. E invitiamo tutti a leggere il libro “Julien Assange parle” in modo da poterlo difendere con forza e coscienza di causa.
Lottare per Julian Assange significa lottare per il diritto all’informazione per tutti noi. Significa lottare per un mondo senza guerre.
Qui l’elenco completo dei firmatari dell’appello per Julian Assange.
Fonte
11/12/2021
Il caso Assange conferma il doppio standard sui diritti umani
Una pioggia di critiche e commenti negativi si è abbattuta sull’Alta Corte britannica per la sentenza che ha dato semaforo verde all’estradizione di Julian Assange negli Stati Uniti dove lo attende una condanna tombale per aver pubblicato i file dei crimini di guerra Usa in Iraq e Afghanistan.
Per paradosso la vergognosa sentenza è arrivata nella giornata internazionale dedicata ai diritti umani. Ed appare sempre più evidente che se Assange fosse stato un giornalista russo o cinese a quest’ora avrebbe ricevuto il Premio Sacharov dal parlamento europeo, il Premio Nobel e magari anche un cavalierato al Quirinale. Ma ha denunciato i crimini di guerra degli Stati Uniti e il “sistema” occidentale non glielo perdona.
“Come può essere giusto, come può essere corretto, come può essere possibile estradare Julian nel Paese che ha cercato di assassinarlo”, ha detto la moglie di Assange, facendo riferimenti alla rivelazione dello scorso settembre su una operazione della Cia per rapire e uccidere Assange quando si stava rifugiando nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra.
“Consentendo questo appello, l’Alta corte ha scelto di accettare le assicurazioni diplomatiche profondamente viziate fornite dagli Stati Uniti, che Assange non sarebbe stato tenuto in isolamento in un carcere di massima sicurezza” ha commentato Nils Muiznieks, direttore per l’Europa di Amnesty International. “Se estradato negli Stati Uniti, Julian Assange potrebbe non solo affrontare un processo con l’accusa ai sensi dell’Espionage Act, ma anche un rischio reale di gravi violazioni dei diritti umani a causa di condizioni di detenzione che potrebbero equivalere a tortura o altri maltrattamenti” ha sottolineato Muiznieks.
Adesso la decisione sull’estradizione di Assange è nella mani del governo britannico, quindi sarà tutta politica.
Ma questa volta, per una sorta di legge del contrappasso, una durissima critica alla autorità giudiziarie di Londra, è arrivata anche dalla Russia la quale ha definito “vergognoso” il verdetto dell’Alta corte di Londra. Per il ministero degli Esteri di Mosca, “l’Occidente ha così celebrato in modo degno la Giornata mondiale dei diritti umani” che ricorre oggi: “Questo vergognoso verdetto nell’ambito di questo caso politico contro il giornalista e personaggio pubblico è un’altra manifestazione della visione del mondo da cannibale che ha il tandem anglosassone”, ha scritto sul suo canale Telegram la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, riferendosi a Usa e Regno Unito.
Insomma chi da sempre viene messo sistematicamente sul banco degli imputati in materia di diritti umani, questa volta può puntare legittimamente il dito contro i suoi accusatori. Il doppio standard che già abbiamo visto all’opera contro i migranti al confine tra Polonia e Bielorussia, adesso è visibilissimo anche sulla libertà di informazione.
Fonte
Per paradosso la vergognosa sentenza è arrivata nella giornata internazionale dedicata ai diritti umani. Ed appare sempre più evidente che se Assange fosse stato un giornalista russo o cinese a quest’ora avrebbe ricevuto il Premio Sacharov dal parlamento europeo, il Premio Nobel e magari anche un cavalierato al Quirinale. Ma ha denunciato i crimini di guerra degli Stati Uniti e il “sistema” occidentale non glielo perdona.
“Come può essere giusto, come può essere corretto, come può essere possibile estradare Julian nel Paese che ha cercato di assassinarlo”, ha detto la moglie di Assange, facendo riferimenti alla rivelazione dello scorso settembre su una operazione della Cia per rapire e uccidere Assange quando si stava rifugiando nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra.
“Consentendo questo appello, l’Alta corte ha scelto di accettare le assicurazioni diplomatiche profondamente viziate fornite dagli Stati Uniti, che Assange non sarebbe stato tenuto in isolamento in un carcere di massima sicurezza” ha commentato Nils Muiznieks, direttore per l’Europa di Amnesty International. “Se estradato negli Stati Uniti, Julian Assange potrebbe non solo affrontare un processo con l’accusa ai sensi dell’Espionage Act, ma anche un rischio reale di gravi violazioni dei diritti umani a causa di condizioni di detenzione che potrebbero equivalere a tortura o altri maltrattamenti” ha sottolineato Muiznieks.
Adesso la decisione sull’estradizione di Assange è nella mani del governo britannico, quindi sarà tutta politica.
Ma questa volta, per una sorta di legge del contrappasso, una durissima critica alla autorità giudiziarie di Londra, è arrivata anche dalla Russia la quale ha definito “vergognoso” il verdetto dell’Alta corte di Londra. Per il ministero degli Esteri di Mosca, “l’Occidente ha così celebrato in modo degno la Giornata mondiale dei diritti umani” che ricorre oggi: “Questo vergognoso verdetto nell’ambito di questo caso politico contro il giornalista e personaggio pubblico è un’altra manifestazione della visione del mondo da cannibale che ha il tandem anglosassone”, ha scritto sul suo canale Telegram la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, riferendosi a Usa e Regno Unito.
Insomma chi da sempre viene messo sistematicamente sul banco degli imputati in materia di diritti umani, questa volta può puntare legittimamente il dito contro i suoi accusatori. Il doppio standard che già abbiamo visto all’opera contro i migranti al confine tra Polonia e Bielorussia, adesso è visibilissimo anche sulla libertà di informazione.
Fonte
01/07/2021
“Eccitati” per Navalny, silenti su Assange. Un doppio standard che dice tutto
Sono passati otto mesi (novembre 2020) da quando al Parlamento Europeo è stata cancellata dalla risoluzione sulla libertà di stampa la proposta di inserire il seguente emendamento: “la detenzione e l’incriminazione di Julian Assange costituiscono un grave precedente per i giornalisti come stabilito dal Consiglio d’Europa”.
In un primo momento l’emendamento era presente nel testo, ma poi il nome di Assange era stato rimosso il 23 Novembre per decisione di una commissione di parlamentari europei composta dal Partito popolare europeo (PPE), dai Socialisti e Democratici (S&D) e dal partito Renew Europe.
A gennaio invece il Parlamento europeo ha approvato con 581 voti favorevoli, 50 contrari e 44 astensioni una risoluzione che chiede il rilascio immediato e incondizionato di Aleksej Navalny e di tutte le persone fermate in occasione del suo rientro in Russia, inclusi giornalisti, collaboratori o cittadini che lo sostengono. Nella risoluzione, il PE invita i Paesi UE ad “inasprire sensibilmente le misure restrittive dell’UE nei confronti della Russia”. Ciò include sanzioni contro le “persone fisiche e giuridiche” coinvolte nella decisione di arrestare e incarcerare Alexei Navalny.
Come mai un così pesante ed esplicito doppio standard su due vicende che richiederebbero invece la medesima determinazione?
Il silenzio sulla detenzione arbitraria di Julian Assange è forse una delle pagine più vergognose della politica italiana ed europea, ma anche delle organizzazioni che si occupano della libertà di stampa e di libertà politiche. Tra l’altro le condizioni di salute di Assange, tuttora detenuto nelle carceri britanniche, appaiono assai più gravi di quelle di Navalny.
Per denunciare il silenzio sulla detenzione di Assange e la vergogna di questo inaccettabile doppio standard, il gruppo Italiani per Assange organizza un sit-in per il 50° compleanno del fondatore di Wikileaks, in piazza Trilussa.
Julian Assange è un giornalista pluripremiato per il suo coraggioso e rivoluzionario giornalismo d’inchiesta, che celebrerà ancora una volta il suo compleanno dietro le sbarre, in isolamento stretto, nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh per il solo fatto di aver portato a galla verità scomode su corruzione, frodi bancarie, accordi commerciali iniqui..., ma soprattutto per aver rivelato al mondo i crimini di guerra che hanno insanguinato le cosiddette “missioni di pace” delle forze armate occidentali, in particolare di quelle statunitensi, in Iraq e Afghanistan.
Attraverso WikiLeaks, Assange ha reso a tutta l’informazione internazionale un grande servizio, mettendo a disposizione dei cittadini di tutto il mondo un intero archivio di conoscenze, nella convinzione – che è alla base di ogni consesso democratico – che il solo modo per costruire una società più giusta è esporre l’ingiustizia che spesso dilaga e prospera al riparo della segretezza che garantisce l’immunità per i criminali, accanendosi contro chi, invece, quei crimini li rivela.
La battaglia per la liberazione di Assange e l’archiviazione delle accuse rivoltegli dal Dipartimento di giustizia Usa è una battaglia per la libertà di informazione che è il solo strumento a disposizione dei cittadini per controllare i governanti che amministrano il potere dello Stato in loro nome e dunque per esercitare effettivamente il potere politico.
Fonte
In un primo momento l’emendamento era presente nel testo, ma poi il nome di Assange era stato rimosso il 23 Novembre per decisione di una commissione di parlamentari europei composta dal Partito popolare europeo (PPE), dai Socialisti e Democratici (S&D) e dal partito Renew Europe.
A gennaio invece il Parlamento europeo ha approvato con 581 voti favorevoli, 50 contrari e 44 astensioni una risoluzione che chiede il rilascio immediato e incondizionato di Aleksej Navalny e di tutte le persone fermate in occasione del suo rientro in Russia, inclusi giornalisti, collaboratori o cittadini che lo sostengono. Nella risoluzione, il PE invita i Paesi UE ad “inasprire sensibilmente le misure restrittive dell’UE nei confronti della Russia”. Ciò include sanzioni contro le “persone fisiche e giuridiche” coinvolte nella decisione di arrestare e incarcerare Alexei Navalny.
Come mai un così pesante ed esplicito doppio standard su due vicende che richiederebbero invece la medesima determinazione?
Il silenzio sulla detenzione arbitraria di Julian Assange è forse una delle pagine più vergognose della politica italiana ed europea, ma anche delle organizzazioni che si occupano della libertà di stampa e di libertà politiche. Tra l’altro le condizioni di salute di Assange, tuttora detenuto nelle carceri britanniche, appaiono assai più gravi di quelle di Navalny.
Per denunciare il silenzio sulla detenzione di Assange e la vergogna di questo inaccettabile doppio standard, il gruppo Italiani per Assange organizza un sit-in per il 50° compleanno del fondatore di Wikileaks, in piazza Trilussa.
Julian Assange è un giornalista pluripremiato per il suo coraggioso e rivoluzionario giornalismo d’inchiesta, che celebrerà ancora una volta il suo compleanno dietro le sbarre, in isolamento stretto, nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh per il solo fatto di aver portato a galla verità scomode su corruzione, frodi bancarie, accordi commerciali iniqui..., ma soprattutto per aver rivelato al mondo i crimini di guerra che hanno insanguinato le cosiddette “missioni di pace” delle forze armate occidentali, in particolare di quelle statunitensi, in Iraq e Afghanistan.
Attraverso WikiLeaks, Assange ha reso a tutta l’informazione internazionale un grande servizio, mettendo a disposizione dei cittadini di tutto il mondo un intero archivio di conoscenze, nella convinzione – che è alla base di ogni consesso democratico – che il solo modo per costruire una società più giusta è esporre l’ingiustizia che spesso dilaga e prospera al riparo della segretezza che garantisce l’immunità per i criminali, accanendosi contro chi, invece, quei crimini li rivela.
La battaglia per la liberazione di Assange e l’archiviazione delle accuse rivoltegli dal Dipartimento di giustizia Usa è una battaglia per la libertà di informazione che è il solo strumento a disposizione dei cittadini per controllare i governanti che amministrano il potere dello Stato in loro nome e dunque per esercitare effettivamente il potere politico.
Fonte
04/01/2021
Londra. La Corte respinge l’estradizione in Usa di Julian Assange
Una prima vittoria importante. Il tribunale penale di Londra questa mattina ha rifiutato la richiesta di estradizione avanzata dagli Stati Uniti per Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks.
Alla base della decisione le preoccupazioni per la salute di Assange, che secondo Baraister sarebbe a rischio di suicidio. Washington potrà presentare appello.
Il fondatore di WikiLeaks era stato arrestato a Londra nell’aprile 2019 per aver contribuito a svelare file riservati americani relativi fra l’altro a crimini di guerra in Afghanistan e Iraq e agli abusi contro i prigionieri a Guantanamo. L’arresto era avvenuto dopo che Assange si era rifugiato per sette anni nell’ambasciata ecuadoriana a Londra.
Le condizioni di detenzione del fondatore di WikiLeaks sono state denunciate il 22 dicembre scorso dal relatore dell’ONU sulla tortura, Niels Melze, in una lettera aperta al presidente statunitense.
Assange negli Stati Uniti rischia fino a 175 anni di carcere per aver divulgato, a partire dal 2010, più di 700mila documenti riservati sulle attività militari e diplomatiche statunitensi, anche in Iraq e Afghanistan.
Gli Stati Uniti sostengono che il fondatore di WikiLeaks abbia messo in pericolo le fonti del governo americano, un’accusa che Assange e migliaia di giornalisti coerenti nel mondo contestano apertamente.
Qui la sentenza, in inglese.
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Alla base della decisione le preoccupazioni per la salute di Assange, che secondo Baraister sarebbe a rischio di suicidio. Washington potrà presentare appello.
Il fondatore di WikiLeaks era stato arrestato a Londra nell’aprile 2019 per aver contribuito a svelare file riservati americani relativi fra l’altro a crimini di guerra in Afghanistan e Iraq e agli abusi contro i prigionieri a Guantanamo. L’arresto era avvenuto dopo che Assange si era rifugiato per sette anni nell’ambasciata ecuadoriana a Londra.
Le condizioni di detenzione del fondatore di WikiLeaks sono state denunciate il 22 dicembre scorso dal relatore dell’ONU sulla tortura, Niels Melze, in una lettera aperta al presidente statunitense.
Assange negli Stati Uniti rischia fino a 175 anni di carcere per aver divulgato, a partire dal 2010, più di 700mila documenti riservati sulle attività militari e diplomatiche statunitensi, anche in Iraq e Afghanistan.
Gli Stati Uniti sostengono che il fondatore di WikiLeaks abbia messo in pericolo le fonti del governo americano, un’accusa che Assange e migliaia di giornalisti coerenti nel mondo contestano apertamente.
Qui la sentenza, in inglese.
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