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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/12/2025

Assange denuncia la Fondazione Nobel: “trasformato il Premio per la pace in “strumento di guerra”

Julian Assange ha presentato una denuncia penale oggi in Svezia accusando 30 individui associati alla Fondazione Nobel, compresa la sua leadership, di aver commesso presunti crimini gravi, tra cui il reato di appropriazione indebita grave di fondi, facilitazione di crimini di guerra e crimini contro l’umanità e finanziamento del crimine di aggressività.

La denuncia mostra che il testamento di Alfred Nobel del 1895 impone esplicitamente che il premio per la pace sia assegnato all’individuo che nel corso dell’anno precedente “ha conferito il maggior beneficio all’umanità” facendo “la più grande o migliore opera per la fraternità tra le nazioni, per la abolizione o riduzione degli eserciti permanenti e per la celebrazione e la promozione di congressi di pace”.

Assange sostiene che “La decisione politica della commissione di selezione norvegese non sospende il dovere fiduciario dei gestori dei fondi svedesi. Qualsiasi esborso che contraddica questo mandato costituisce un’appropriazione indebita della dotazione”.

La denuncia, presentata simultaneamente all’Autorità svedese per i crimini economici (Ekobrottsmyndigheten) e all’Unità per i crimini di guerra svedese (Krigsbrottsenheten), afferma che i sospettati, tra cui la presidentessa della Fondazione Nobel Astrid Söderbergh Widding e la direttrice esecutiva Hanna Stjärne, hanno trasformato “uno strumento di pace in un strumento di guerra”. Questa presunta “criminalità grave” comprende:

1) grave appropriazione indebita e cospirazione in relazione al versamento di 11 milioni di SEK (1,18 milioni di USD) del denaro del Premio per la Pace a María Corina Machado, le cui azioni precedenti e in corso la escludono categoricamente dai criteri stabiliti nel testamento di Alfred Nobel;

2) Agevolazione dei crimini di guerra, compreso il crimine di aggressione e crimini contro l’umanità, in violazione degli obblighi della Svezia ai sensi dell’articolo 25(3)(c) dello Statuto di Roma, perché gli imputati sono consapevoli dell’incitamento e del sostegno di Machado alla commissione dei crimini internazionali da parte degli USA e sapevano o avrebbero dovuto sapere che l’esborso del denaro del Nobel avrebbe contribuito alle esecuzioni extragiudiziali di civili e sopravvissuti ai naufragi in mare, e stanno violando il loro obbligo di cessare i pagamenti.

Assange fa notare che i membri della Fondazione Nobel hanno precedentemente esercitato la loro autorità di vigilanza sui premi e sui loro versamenti trattenendo i versamenti del Premio Letteratura nel 2018. “La mancanza di intervento qui, nonostante i crimini di guerra USA al largo della costa venezuelana e il ruolo chiave di Machado nel promuovere l’aggressione” è responsabile penale.

“La dotazione di Alfred Nobel per la pace non può essere usata per promuovere la guerra”, dichiara Assange. Gli imputati hanno obblighi giuridici concreti di “garantire il rispetto dello scopo previsto dal testamento di Alfred Nobel, ossia porre fine alle guerre e ai crimini di guerra, e non facilitarli”

L’incitazione di Machado al più grande spiegamento militare Usa dalla guerra in Iraq la rende categoricamente ineleggibile. 

La denuncia segnala come l’annuncio e la cerimonia del Nobel si siano verificati in quello che analisti militari descrivono come “il più grande dispiegamento militare degli USA nei Caraibi dalla crisi missilistica a Cuba” – superando ora i 15.000 uomini, compresa la portaerei USS Gerald R. Ford.

La concentrazione militare è ancora in corso, poiché il presidente Trump ha annunciato il 10 dicembre, due giorni dopo la cerimonia del Nobel, che gli attacchi USA “comincerebbero dalla terra”. La strategia in Venezuela fa parte di ciò che il Segretario alla Guerra di Trump Peter Hegseth definisce un cambiamento verso la “massima letalità, non la debole legalità” e “passare all’offensiva”.

In questo contesto, Assange afferma che “Machado ha continuato a incoraggiare l’amministrazione Trump a seguire il suo percorso di escalation”, anche entrando in una cospirazione per dare all’amministrazione USA accesso a 1,7 trilioni di dollari in riserve di petrolio e altre risorse naturali attraverso la privatizzazione una volta che Maduro sarà rovesciato.

“Usando la sua posizione elevata come destinataria del Premio Nobel per la pace, Machado può aver ben inclinato la bilancia a favore della guerra, facilitata dai sospetti nominati”, dichiara Assange nella denuncia penale.

La denuncia elenca le prove di questo incitamento all’intervento militare degli USA, così come lodi per la condotta del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Gaza. Le sue dichiarazioni includono:

“L’escalation militare può essere l’unica via… Gli Stati Uniti potrebbero aver bisogno di intervenire direttamente” (30 ottobre 2025). 

Machado ha definito gli attacchi militari USA a navi civili che hanno ucciso almeno 95 persone al giorno d’oggi, come “giustificati” e “visionari”.

Machado ha dedicato il premio al presidente degli Stati Uniti USA, Trump, perché “finalmente ha messo il Venezuela... ai primi posti in termini di priorità per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.

– Dichiarazioni storiche che includono la sua testimonianza del 2014 davanti al Congresso USA dove ha detto: “L’unica strada che rimane è l’uso della forza”.

Il dossier cita un’ampia opposizione di esperti e istituzioni al premio di pace di Machado: 21 organizzazioni di pace norvegesi hanno dichiarato: “Machado è l’opposto di un premio Nobel per la pace”.

Il premio Nobel per la pace Adolfo Pérez Esquivel ha dichiarato: “Dare il premio a qualcuno che chiede un’invasione straniera è una beffa del testamento di Alfred Nobel”.

L’Istituto di ricerca per la pace di Oslo (PRIO) ha confermato che Machado “ha chiesto un intervento militare in Venezuela”.

AZIONE RICHIESTA

La denuncia afferma che “C’è un rischio reale che i fondi derivanti dalla dotazione Nobel siano stati deviati intenzionalmente o negligentemente dal loro scopo caritatevole per facilitare l’aggressione, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra”

Assange chiede che le autorità svedesi:

1. Congeliamo immediatamente il trasferimento in sospeso del premio monetario di 11.000.000 SEK e qualsiasi altro budget connesso rimanente, e assicuratevi la restituzione della medaglia.

2. Indagate sulle persone nominate e i funzionari della Fondazione e le entità associate per appropriazione indebita grave, facilitazione di crimini di guerra e crimini contro l’umanità e cospirazione.

3. Sequestrate i verbali del consiglio di amministrazione, e-mail, chat di gruppo e registri finanziari.

4. Interrogando Widding, Stjärne e altri sospettati.

5. Indagate completamente a livello nazionale o rinviate la causa alla Corte penale internazionale (Statuto di Roma Art. 25(3)(c)).

“Questa denuncia mira al congelamento immediato di tutti i fondi rimasti e a un’indagine penale completa per impedire che il Premio Nobel per la pace diventi permanentemente uno strumento di pace in uno strumento di guerra”, conclude Assange.

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25/06/2024

Julian Assange è uscito dal carcere

Julian Assange fondatore di WikiLeaks è stato scarcerato ieri dalle autorità britanniche. Assange ha lasciato il penitenziario britannico di Belmarsh, ma – tramite il meccanismo del patteggiamento – dovrà proclamarsi colpevole del reato di cospirazione ai fini di ottenere e distribuire illegalmente materiali classificati relativi alla difesa nazionale. I termini dell’accordo di patteggiamento sono contenuti negli atti giudiziari depositati presso un tribunale distrettuale delle Isole Marianne Settentrionali.

Il giornalista infatti non si recherà direttamente in Australia, come inizialmente riferito dai media internazionali, ma dovrà prima comparire di fronte a un tribunale delle Isole Marianne Settentrionali – un territorio incorporato degli Stati Uniti nel Pacifico – per formalizzare l’accordo di patteggiamento con le autorità statunitensi che gli ha consentito di tornare in libertà.

Julian Assange era in attesa di una sentenza dopo più di 13 anni di battaglie legali contro le autorità Usa e britanniche, prima da recluso nell’ambasciata ecuadoriana, e poi da detenuto nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh.

Le autorità statunitensi intendevano processare il giornalista ai sensi dell’Espionage Act per la pubblicazione da parte di WikiLeaks di numerosi documenti riservati, i cui contenuti hanno rivelato i crimini di guerra Usa in Iraq e Afghanistan, le attività di spionaggio Usa ai danni dei Paesi alleati e le irregolarità delle primarie del Partito democratico Usa nel 2016. Assange diventato un simbolo della libertà di stampa e di espressione a causa della sua persecuzione per aver denunciato i crimini di guerra statunitensi.

La battaglia legale di Assange è iniziata nel 2010, quando il fondatore di WikiLeaks venne arrestato nel Regno Unito per presunte violenze sessuali in Svezia – rivelatesi infondate – sulla base di un mandato d’arresto spiccato da un tribunale di Stoccolma. Ottenuta la libertà provvisoria e per timore di essere arrestato, il dicembre di quell’anno, Assange si rifugiò nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, sostenendo che le accuse a suo carico fossero un pretesto per estradarlo negli Stati Uniti. Le accuse di stupro infatti vennero presto ritirate, ma Assange trascorse all’interno dell’ambasciata i sette anni successivi, prima di essere arrestato dalle autorità britanniche con l’accusa d’aver violato le condizioni della libertà vigilata che gli era stata concessa nel 2010.

Da allora Assange è rimasto recluso nel famigerato carcere di massima sicurezza britannico di Belmarsh. Durante la detenzione ha sposato la sua ex avvocata Stella Moris.

Nel 2022 le autorità britanniche avevano approvato l’estradizione di Assange negli Usa dopo il parere contrario inizialmente espresso da un giudice sulla base delle precarie condizioni di salute dell’uomo e del presunto rischio di suicidio. La battaglia legale era però proseguita fino alle scorse settimane per evitare l’estradizione negli Stati Uniti.

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20/05/2024

Julian Assange può fare appello contro l’estradizione negli Stati Uniti

L’Alta Corte di Londra ha accordato ai legali di Julian Assange la possibilità di presentare un nuovo ricorso davanti alla giustizia britannica.

La Corte ha riconosciuto come non infondate le argomentazioni della difesa sul timore di un processo non giusto da parte degli Stati Uniti d’America.

Il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, ha vinto l’appello per l’estradizione negli Stati Uniti dove dovrà affrontare le accuse di spionaggio. I giudici della Corte Suprema di Londra, infatti, gli hanno concesso oggi il permesso di appellarsi all’estradizione negli Stati Uniti, dove è accusato di un presunto complotto per ottenere e divulgare informazioni di difesa nazionale riguardanti la pubblicazione di centinaia di migliaia di documenti sui crimini di guerra USA in Afghanistan e in Iraq.

Julian Assange però rimane ancora segregato nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh a Londra. Rimane dunque aperta la battaglia per la sua liberazione.

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18/05/2024

Lunedì prossimo, a Londra, il verdetto sul caso Julian Assange

A Roma, una conferenza stampa alla FNSI per commentare a caldo la sentenza. La sera prima, una manifestazione di solidarietà al Pantheon.

“SOS! Lanciamo l’allarme per il 20 maggio, data della nuova udienza per Julian Assange”. Così ha postato su Instagram la moglie Stella, chiedendo ai suoi sostenitori nel mondo di raggiungerla davanti all’Alta Corte britannica a Londra la mattina del 20 oppure di manifestare ognuno nella propria città.

Il verdetto finale sulla richiesta di Assange di fare appello contro l’estradizione negli Stati Uniti doveva avvenire il 21 febbraio, il primo fatidico “Giorno X”. Ma, a causa della richiesta della Corte di acquisire ulteriori documenti, è stata rinviata al 26 marzo e adesso al 20 maggio. Questa volta sembra quella buona.

A Roma ci sarà un presidio la vigilia (19/5), dalle ore 17 alle ore 19, davanti al Pantheon in piazza della Rotonda, organizzata dai gruppi Free Assange Italia e Free Assange Roma. Un attivista, indossando la maschera di Assange, rimarrà seduto in una cella disegnata col gesso sul pavimento, minuscola (3m x 2m) quanto quella londinese in cui il fondatore di WikiLeaks si trova imprigionato da oltre cinque anni, pur senza condanna.

Poi, il giorno dopo (lunedì, 20/5), dalle 15 alle 16:30, i due gruppi terranno una conferenza stampa presso la Federazione Nazionale della Stampa Italia, nella sua sede distaccata di via delle Botteghe Oscure 54 (primo piano), per poter commentare a caldo il verdetto che si dovrebbe conoscere nel primo pomeriggio.

Vincenzo Vita, garante dell’Articolo 21, modererà. Un Livestream sul canale StellaAssange consentirà ai giornalisti presenti in Sala di sentire in tempo reale, con traduzione consecutiva, anche le reazioni di Stella Assange, all’uscita dal tribunale.

Tornando all’SOS di soccorso lanciato da Stella in questi giorni, la sua supplica di restare vigili durante l’udienza londinese trova una giustificazione obiettiva nel poderoso documento rilasciato da Amnesty Internazional lo scorso 3 maggio, intitolato: “Gli impedimenti all’accesso all’udienza di Julian Assange gettano un’ombra sulla trasparenza della giustizia britannica”.

L’ONG, impegnata nella difesa dei diritti umani, ha rilevato infatti una serie di abusi avvenuti nelle udienze precedenti, augurando che non si ripeteranno questa volta.

“Amnesty International è profondamente amareggiata” recita l’introduzione del documento, “a causa dei notevoli ostacoli che il suo team e altri osservatori hanno incontrato nel tentativo di monitorare le udienze nei tribunali del Regno Unito nel caso di Julian Assange. Tali impedimenti comprendono ostacoli all’accesso ai posti in aula o in tribunale; l’esclusione dalla visione dei procedimenti online tramite livestream; difficoltà tecniche con la qualità dell’audio durante l’intero procedimento; istruzioni confuse e contraddittorie da parte dell’amministrazione giudiziaria; personale di sicurezza ostile e aule di giustizia di dimensioni insufficienti per un caso di tale rilevanza internazionale”.

Il documento poi sottolinea “l’incapacità assoluta” delle autorità britanniche “di riconoscere il ruolo vitale che svolgono gli osservatori giudiziari” nei processi.

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15/04/2024

Il caso Assange irromperà al festival del giornalismo di Perugia

“Stop the war on journalism: Free Julian Assange” è il titolo dei tre eventi “off” che gli Attivisti per Assange porteranno al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia in programma nel capoluogo umbro dal 17 al 21 aprile.

I tre eventi “off” sono:

– quattro giorni di volantinaggio all’entrata della decina di sale che ospiteranno conferenze per le migliaia di giornalisti italiani e stranieri che parteciperanno a #ijf24; il campo base degli attivisti sarà in piazza IV Novembre davanti al Palazzo dei Priori;

– una conferenza stampa che si terrà il 19/4 alle ore 11 presso l’iconica edicola di giornali a Porta Pesa, ormai chiusa ma un tempo luogo di incontro tra i perugini del quartiere, che leggevano e commentavano le prime pagine dei quotidiani esposte dal giornalaio;

– un incontro presso la sede perugina dell’ANPI, sezione Bonfigli Tomovic, in via del Cortone 19 (una traversa di Corso Cavour) il 20/4 alle ore 17:30, durante il quale verrà proiettata l’intervista TED fatta nel 2010 a Julian Assange da Chris Anderson, in cui il co-fondatore del sito WikiLeaks offre un vividissimo ritratto a 360° di se stesso. Al filmato farà seguito un dibattito tra quattro esperti di giornalismo chiamati a rispondere alla domanda: “Julian Assange è un giornalista?”

Parleranno Vincenzo Vita, giornalista de Il Manifesto e Articolo 21; Sara Chessa, giornalista indipendente, autrice del libro “Distruggere Assange – Per farla finita con la libertà d’informazione”, Ed. Castelvecchi; Tina Marinari, Coordinatrice delle campagne di Amnesty International Italia per una stampa libera e indipendente; Mauro Volpi, Costituzionalista ed esperto del caso Assange. Modererà Gianni Magini di AllertaMedia.

Aderiscono all’iniziativa, oltre alla sezione ANPI di Perugia e Amnesty International Italia, Turba, AllertaMedia e Liberi Edizioni.

Perché tutte queste iniziative “off” durante le giornate del Festival del Giornalismo?

Il motivo è presto detto. Anche se il Festival ha offerto una sessione su Assange nel 2022, negli ultimi due anni ha deciso di lasciarlo nel dimenticatoio – come se non esistesse più lo scandalo dell’incarcerazione, nel democratico Occidente, di un giornalista investigativo reo soltanto di aver fatto il suo mestiere. Un’incarcerazione in isolamento, che oltretutto dura ormai da cinque anni nella temibile prigione londinese di Belmarsh, mentre i giudici britannici decidono se Assange deve o non deve essere estradato negli Stati Uniti dove l’attendono fino a 175 anni di carcere duro.

Le accuse contro Assange, mosse dagli Stati Uniti con un accanimento che sa di vendetta, s’incentrano sulla rivelazione, da parte del giornalista ed editore australiano, di materiale segretato che ha fatto conoscere al mondo i crimini di guerra commessi dagli Stati Uniti in Afghanistan e Iraq. È pur vero che la Corte Suprema nel 1971 autorizzò i giornalisti – inequivocabilmente – a rivelare documenti segretati quando ciò non compromette la sicurezza nazionale e viene fatto nell’interesse pubblico. Di conseguenza, Assange avrebbe semplicemente esercitato il suo diritto di cronaca. Ma il Procuratore USA ha aggirato la sentenza della Corte, scegliendo di incriminare Assange ai sensi di una vecchia legge contro lo spionaggio del 1917, l’Espionage Act, che non consente all’imputato di invocare il criterio dell’interesse pubblico. Si tratta di un palese escamotage, non c’è dubbio, ma l’astuzia giuridica potrebbe costituire un precedente pericolosissimo per ogni giornalista e per noi tutti.

Infatti, se Assange come giornalista (o semplice cittadino) non ha il diritto di far conoscere materiale segretato anche se di grande interesse pubblico, allora addio alla libertà di stampa e di espressione. In futuro nessun giornalista investigativo, in nessun paese del mondo, oserà rivelare fatti tenuti segreti dal governo statunitense; altrimenti, rischierebbe di essere estradato da Washington e rinchiuso a vita in una prigione a stelle e strisce.

Ecco dunque la grande rilevanza che il caso Assange ha ancora e sempre per i partecipanti al Festival del Giornalismo di Perugia – anche se gli organizzatori non sembrano vederla. Per rompere questa loro omertà, gli Attivisti per Assange porteranno a Perugia il caso di Julian Assange – giornalista pluripremiato eppure vergognosamente rinnegato da tanti suoi colleghi.

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26/03/2024

Assange può fare appello. Estradizione bloccata, per ora

Julian Assange ha ancora una carta da giocare per cercare di sfuggire alla contestatissima estradizione negli Usa, che gli danno la caccia da quasi 15 anni.

Assange è diventato una sorta di nemico pubblico numero uno a Washington per essersi permesso di divulgare, a partire dal 2010, circa 700.000 documenti riservati – autentici e ricchi di rivelazioni agghiaccianti, anche su crimini di guerra commessi fra Iraq e Afghanistan – sottratti al Pentagono o al Dipartimento di Stato.

L’Alta Corte di Londra ha infatti dato oggi, martedì 26 marzo, il via libera all’istanza della difesa del giornalista australiano e fondatore di WikiLeaks – respinta in primo grado – per un ulteriore estremo appello di fronte alla giustizia britannica contro la consegna alle autorità americane.

I giudici di secondo grado, Victoria Sharp e Adam Johnson, hanno fissato il nuovo appello per il 20 maggio giudicando non infondate le argomentazioni della difesa sui timori per la vita di Assange.

Se fosse stato confermato il ‘no’ di primo grado, invece, per Assange sarebbe scattato il termine massimo di 28 giorni per l’estradizione effettiva negli Usa, anche in presenza di un tentativo di ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

I giudici dell’Alta Corte si erano presi più di un mese, dopo i due giorni di udienza in febbraio, per considerare le argomentazioni dei legali dell’attivista australiano, incentrate sull’idea di “una persecuzione contro la legittima attività giornalistica” e il rischio di una serie di diritti negati davanti alla giustizia americana con l’incubo di una condanna ‘monstre’ di 175 anni di carcere, e quelle delle autorità statunitensi, decise a perseguire chi a loro avviso è andato “oltre i limiti del giornalismo” (quello ridotto a “stenografia” delle dichiarazioni del potere).

La Corte di Giustizia di Londra ha in pratica chiesto al governo degli Stati Uniti di fornire entro tre settimane garanzie credibili sul fatto che Assange, in caso di estradizione, potrà fare affidamento sul Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti (che protegge la libertà di parola), sul fatto che non sarà pregiudicato durante il processo (compresa la sentenza) in ragione della sua nazionalità e che gli saranno concesse le stesse protezioni del Primo Emendamento di un cittadino Usa.

Sembra folle anche nominarla, ma l’ultima richiesta della Corte riguarda l’esclusione della pena di morte. Come si vede, si tratta di una buona notizia soltanto per metà. L’estradizione per ora non avviene.

Nei giorni scorsi era circolata la voce di un possibile patteggiamento offerto da Washington ad Assange, incentrato su una dichiarazione di colpevolezza da parte del giornalista per un reato meno grave.

Si era detto che l’eventuale intesa gli poteva evitare l’estradizione negli Usa, spianandogli la strada verso la libertà, ma si trattava probabilmente solo di una “mossa propagandistica” per diminuire la pressione sugli Usa, diventati ormai agli occhi del mondo uno Stato antidemocratico che si permette di dare lezioni di “libertà”.

Ma è fin troppo prevedibile che il governo statunitense avrà gioco facile a fornire verbalmente (e documentalmente) “garanzie” che potranno essere riviste o dimenticate una volta che Assange sarà stato portato negli Usa. Chi mai potrà “imporre” a Washington qualcosa?

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23/02/2024

La posta in gioco sulla estradizione di Julian Assange negli Stati Uniti

Il 20 e 21 febbraio si è tenuta presso l’Alta Corte del Regno Unito l’udienza finale sulla richiesta di estradizione di Julian Assange negli USA. La Corte si è riservata di pronunciarsi nei prossimi giorni.

Se estradato, il co-fondatore di WikiLeaks (il sito che ha rivelato tanti illeciti commessi da governi e privati in tutto il mondo) rischia una condanna a 175 anni di carcere. Motivo: aver svelato i crimini di guerra commessi dagli Stati Uniti in Afghanistan e Iraq in base a documenti coperti da Segreto di Stato.

Ma la Corte Suprema USA e la Corte Europea dei Diritti Umani hanno stabilito che È legittimo rivelare segreti di stato quando ciò è nell’interesse generale. Altrimenti, se non fosse per questa possibilità, qualsiasi regime potrebbe nascondere impunemente i suoi misfatti, ponendoli sotto il Segreto di Stato.

Per la Giustizia USA e UK, le sentenze di queste corti non importano. Così, hanno già fatto trascorrere ad Assange 7 anni di reclusione da rifugiato politico e gli ultimi 5 di carcere duro nella prigione londinese di Belmarsh, subendo una costante tortura psicofisica – come ha riconosciuto Nils Melzer, Relatore Speciale dell’ONU sulla tortura. Il tutto senza processo. E adesso, con l’estradizione, vogliono che Julian finisca in una prigione statunitense ancora più dura e debilitante. Soltanto per aver svolto il mestiere di giornalista investigativo.

Colpire Assange non significa soltanto distruggere l’uomo, ma lanciare un messaggio intimidatorio a tutti coloro che vorrebbero fare del vero giornalismo, libero ed indipendente – “colpirne uno per educare cento”. Mentre, in realtà, ciascuno di noi avrebbe un gran bisogno di giornalismo indipendente per poter comprendere la realtà che ci circonda.

Al danno, poi, s’aggiunge la beffa: mentre lui che ha rivelato i crimini dei potenti viene perseguitato, coloro che li hanno commessi sono a piede libero.

Centinaia di migliaia di attivisti, da ogni parte del globo, sono confluiti su Londra il 20 e 21 febbraio per riempire la piazza davanti alle Royal Courts of Justice nei due giorni di udienza sul caso Assange. Più di 60 sono arrivati dall’Italia. Contemporaneamente, in 58 città del mondo, centinaia di migliaia di simpatizzanti si sono riuniti davanti alle rappresentanze diplomatiche di UK o USA – o in una piazza qualsiasi – in segno di solidarietà con la gigantesca manifestazione londinese.

Tutto questo perché siamo arrivati al fatidico “Giorno X”, in cui verrà deciso se Julian ha esaurito o meno ogni possibilità di opporsi all’estradizione negli Stati Uniti. Il termine “Day X” è stato lanciato da Stella Moris Assange, moglie di Julian e avvocato difensore dei diritti umani, per sottolineare la gravità del momento.

Ma attenzione: la posta in gioco non è decidere se Julian ha agito bene, cioè nell’interesse generale, o male, cioè illecitamente, quando ha rivelato certi documenti secretati che dimostrano crimini di guerra statunitensi – questa decisione, se Julian verrà estradato, spetta al tribunale statunitense di Alexandria, in Virginia, prenderla. Si tratta peraltro di un tribunale vicino alla CIA, geograficamente e non solo. Infatti, in tutti i processi per ipotetici reati contro la CIA giudicati da questo tribunale, il verdetto è stato la condanna in ogni singola istanza.

Per Julian, una condanna da parte del tribunale di Alexandria significherebbe passare il resto della vita in una cella di isolamento di una “supermax”, cioè in una prigione di massima sicurezza. In pratica, per Julian, vorrebbe dire la morte. Infatti, egli ha già fatto capire che piuttosto che subire un tale destino si toglierebbe la vita. Peraltro, nelle supermax statunitensi, le morti per suicidio sono il doppio rispetto alle prigioni normali.

Nelle udienze del 20 e 21 febbraio, dunque, i due giudici non sono entrati nel merito delle accuse fatte ad Assange dall’allora Segretario della Giustizia Mike Pompeo sotto l’amministrazione Trump. Dovranno decidere semplicemente se accogliere la richiesta degli avvocati di Julian e riaprire il caso oppure dichiarare esauriti i canali di ricorso e quindi spedire Julian negli Stati Uniti.

Riaprire il caso significherebbe soprassedere per ora alla richiesta di estradizione negli Stati Uniti e portare il caso davanti ad un nuovo giudice distrettuale, per valutare la fondatezza del verdetto di primo grado emanato nel gennaio 2021 (dall’allora giudice distrettuale Vanessa Baraitser).

I legali di Julian avevano avanzato 16 motivi per invalidare la richiesta di estradizione fatta dagli Stati Uniti; Baraitser invece non ha voluto esaminarli, giustificando poi giuridicamente le sue conclusioni; lei ha semplicemente deciso di opporsi all’estradizione di Julian negli Stati Uniti per gli evidenti rischi di suicidio che tale decisione comporterebbe. Tale decisione, tuttavia, è stata poi rovesciata undici mesi dopo dall’Alta Corte, dopo aver ricevuto promesse, da parte del Dipartimento di Giustizia USA, che Assange, se imprigionato, riceverebbe un trattamento carcerario meno severo di quello solito e che, pertanto, i rischi di suicidio sarebbero minori.

Ma quei 16 motivi per rigettare la richiesta di estradizione che Baraitser non ha considerato, sono validi o meno? Riaprire il caso significa far rispondere a quella domanda ad un nuovo giudice distrettuale.

Quindi vuol dire dare agli avvocati di Julian la possibilità di dimostrare – a prescindere dal merito delle accuse fatte ad Assange – che la pretesa di estradizione è irregolare e irricevibile e pertanto che Julian deve uscire dal regime di carcere preventivo nella prigione di Belmarsh e tornare uomo libero.

Non sappiamo quando i due giudici riuitisi il 20 e 21 febbraio emaneranno la loro decisione. Né sappiamo, qualora accettassero di riaprire il caso, quanto durerebbe il nuovo processo – sicuramente anni. E durante tutto questo tempo, Julian Assange rimarrebbe nella prigione di Belmarsh in una cella di isolamento di soli tre metri per due.

Certo, Julian avrà evitato l’incubo dell’incarcerazione in una prigione “supermax” statunitense. Ma rimane pur sempre ingiusto che il suo regime di carcere preventivo duri all’infinito. Infatti, ciò equivale alla detenzione senza giusto processo.

Nell’eventualità di una riapertura del caso, dunque, i sostenitori di Julian devono battersi perché le autorità britanniche sostituiscano la carcerazione preventiva con un regime di detenzione domiciliare – magari insieme alla famiglia. In fondo, l’hanno concesso al dittatore sanguinario cileno Augusto Pinochet mentre decidevano in merito alla sua estradizione – peraltro, domiciliari signorili in una villa di lusso con tanto di servitù.

E se invece i due giudici dell’Alta Corte rifiutassero di riaprire il caso?

In quella situazione diventerebbe subito valido l’ordine di estradizione firmato nel giugno 2022 dall’allora ministra degli Interni Priti Patel. Con il rischio che, prima che i legali di Julian possano ottenere una ingiunzione da parte della Corte Europea dei Diritti Umani in base alla regola 39, la polizia penitenziaria possa mettere Julian su un aereo militare con destinazione Alessandria, Virginia, USA.

In questa infausta eventualità, che potremmo chiamare Giorno Y, i sostenitori di Assange dovranno chiedersi cosa sono pronti a fare per contrastare l’ingiustizia commessa. Manifestare in massa di nuovo, come il 20 febbraio? Troppo poco.

Nelle ore (che probabilmente saranno giorni se non mesi) che precedono l’annuncio della decisione dei due giudici dell’Alta Corte, bisogna pensare seriamente ad azioni – sempre nonviolente – di disobbedienza civile di massa. In particolare azioni che costano danaro, non a chi ci governa (perché quei soldi sarebbero semplicemente quelli delle nostre tasse) ma a chi detta l’agenda di chi ci governa. Il Giorno Y deve significare una svolta nel tipo di attivismo per Julian Assange condotto finora.

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21/02/2024

Primo giorno di udienza per Assange. Oggi si decide

È terminato il primo giorno di udienze su Julian Assange presso l’Alta Corte di Giustizia di Londra. Domani mattina, mercoledi, riprende alle 10.30.

Davanti all’Alta Corte di Londra si decide sull’ultimo appello del fondatore di WikiLeaks contro l’estradizione negli Stati Uniti, imputato nel processo per la pubblicazione di file militari e diplomatici segreti.

Gli USA chiedono che sia estradato, dopo essere stato accusato più volte per la pubblicazione da parte di WikiLeaks nel 2010 di file sui crimini di guerra degli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan.

Se l’appello dovesse essere accolto, Assange potrà ridiscutere il suo caso, altrimenti sarà avviata la procedura di estradizione, anche se il team di legali ha già annunciato che potrebbe fare ricorso ai tribunali europei e alla Corte europea.

L’avvocato di Assange ha precisato in apertura dell’udienza all’Alta Corte di Londra che il suo assistito non sta bene e, nonostante avesse il permesso di partecipare di persona, è rimasto nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, dove si trova rinchiuso dal 2019. Secondo la moglie Stella la salute di Julian Assange è a rischio. Soffre fisicamente e mentalmente. “Ogni giorno che rimane in carcere la sua vita è in pericolo. Se dovesse essere estradato”, ha sottolineato, “morirà”.

Le foto delle manifestazioni a Londra davanti al Tribunale e a Roma sotto l’ambasciata della Gran Bretagna.


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20/02/2024

Giornate decisive per la libertà di Julian Assange

Le udienze per la sentenza definitiva sull’estradizione di Julian Assange negli Usa si terranno a Londra oggi 20 e domani 21 febbraio.

Anche in Italia nelle città di Milano, Roma, Napoli e Catania sonostate convocate per oggi martedì 20 febbraio manifestazioni che richiedono lo stop all’estradizione e la liberazione di Assange.

Il fondatore di Wikileaks ha trascorso 13 anni in una forma o nell’altra di detenzione per aver denunciato i crimini dei potenti, prima rifugiato dentro l’ambasciata dell’Ecuador a Londra e poi incarcerato dalle autorità britanniche nel carcere di massima di sicurezza di Belmasrsh, la “Guantanamo” inglese.

Oggi 20 e domani 21 febbraio si tiene l’udienza finale di appello contro la sua estradizione. Se i suoi legali perdono l’appello, Julian Assange potrebbe essere estradato il giorno stesso e messo su un aereo per gli Stati Uniti per affrontare un processo che lo vede già condannato ad una condanna tombale.

Nonostante sia stato detenuto, messo a tacere e nascosto alla vista del pubblico nella prigione di massima sicurezza di Belmarsh, il pluripremiato giornalista ed editore australiano Julian Assange è diventato una delle voci più forti per la libertà di informazione e parola dei nostri tempi. Ha anche rischiato tutto per portare alla luce la verità sui crimini di guerra di Usa e Gran Bretagna in Iraq e Afghanistan (e non solo).

Le rivelazioni di WikiLeaks e di Assange, a partire dal 2010, hanno scatenato una tempesta di polemiche mettendo a nudo anche la viltà di gran parte del giornalismo occidentale che anche in questi giorni ha confermato un vergognoso doppio standard, dedicando ore di trasmissione e innumerevoli pagine al dissidente russo Navalny ma poco o nulla ad Assange, esattamente come avvenuto in questi quindici anni. Il problema infatti non sono affatto le libertà ma dove agisci e dove chiedi di esercitarle.

Questo atteggiamento della politica e del giornalismo in Europa è stato anche il risultato e il timore di un’incessante attitudine vendicativa da parte di ben tre amministrazioni statunitensi verso Assange. Per averne conferma basta vedere oggi i giornali “liberali”: su La Repubblica nove pagine su Navalny e zero sul processo ad Assange; sul Corriere della Sera quattro pagine su Navalny e zero su Assange.

Ieri il Consiglio Comunale di Milano ha rifiutato nuovamente di discutere la mozione per la cittadinanza onoraria a Julian Assange mentre sempre ieri, è diventato cittadino onorario sia a Bologna che ad Ivrea. Pochi giorni fa era stato il Comune di Roma e mesi addietro il Comune di Napoli a conferirgli la cittadinanza onoraria.

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La nuova naval’niade in morte di un “galantuomo” e “uomo d’onore” (se vi pare)

La morte il 16 febbraio di Aleksej Naval’nyj nella colonia correzionale N.3 nel “Circondario autonomo di Jamalo-Nenets” è una tragedia. Ma non per i “motivi” addotti dai megafoni mediapolitici occidentali.

Il pluricondannato filo-fascista Aleksej Naval’nyj, da una decina d’anni santificato all’estero quale «principale oppositore di Putin», è deceduto (le prime notizie diffuse dal Servizio penitenziario federale russo parlano di un trombo, ma si attende ancora la conclusione dei medici patologi) a poco più di un mese dalle elezioni presidenziali russe e nel bel mezzo della conferenza sulla sicurezza di Monaco.

Con la rapidità propria di quella cristiana misericordia di cui danno prova dallo scorso 7 ottobre, i rispettabili uomini (e donne) d’onore di cui Naval’nyj era diretta filiazione hanno versato e continueranno ancora per settimane a versar lacrime per l’ennesimo «crimine del regime putiniano», che avrebbe «assassinato sotto tortura» il rappresentante in Russia del banderismo neonazista di Kiev.

Ora – parafrasando le parole del compianto Vladimir Vysotskij (è scomparso nel 1980, per la precisione) che, interpellato dai media occidentali in qualità di “dissidente”, rispondeva di avere varie «recriminazioni da muovere al mio governo. Ma non è con voi che ne discuterò» – potremmo dire che, da accaniti contro-liberali, avremmo parecchie critiche da muovere al governo russo (la detenzione di Boris Kagarlitskij o il nuovo arresto di Sergej Udal’tsov, per dire: chi non li conosce, si informi), ma non certo per i motivi addotti dai Tajani, dai Biden o Von der Leyen & Co.

Se il vice rappresentante russo all’Onu, Dmitrij Poljanskij, ha messo l’accento sul tempismo con cui, alla notizia della morte di Naval’nyj, la conferenza di Monaco abbia dato la parola alla di lui consorte Julija, quasi come nell’aneddoto del “pianoforte in un cespuglio” (espressione russa che sta a significare un artificioso colpo di scena, chiaramente preparato in anticipo), il politologo Sergej Markov ha dichiarato espressamente a Svobodnaja Pressa di temere per la sorte in carcere (da pochi giorni i domiciliari gli sono stati tramutati in colonia penale) di Kagarlitskij: perché?

«Conoscevo personalmente Naval’nyj», dice Markov; «era senz’altro una persona molto intelligente e preparata; un intellettuale brillante, coraggioso, originale, ma con un percorso politico a zigzag: dapprima coi nazionalisti radicali, poi coi socialdemocratici, quindi i liberali. Aveva lavorato anche in organi governativi, prima di iniziare la carriera politica. Era pieno di ambizione. Circa 12 anni fa era visto da molti come un’alternativa giovane e moderna a Putin».

Poi la svolta, che Markov definisce “faustiana”: un patto col diavolo.

La “carriera politica” di Naval’nyj termina nel 2014; mentre «la stragrande maggioranza della popolazione russa sosteneva l’annessione della Crimea, lui no. Rimase senza seguaci. Invece di un enorme gruppo di sostegno» – che indubbiamente poteva vantare all’epoca delle manifestazioni del 2012 – «non gli rimase che una piccola setta, chiamata ironicamente “testimoni di Naval’nyj”» con cui tifava per gli attentati ucraini alle città russe e l’aperta russofobia, lui nazionalista reazionario.

A questo punto Markov non ha remore e dice all’intervistatore: «Lei non mi ha chiesto delle cause della morte di Naval’nyj. Ciononostante, voglio riportare una delle versioni. Aleksej l’hanno ucciso scientemente i Servizi occidentali, apposta alla vigilia delle presidenziali in Russia. E se tale versione ha fondamento, allora è probabile che trovino il modo di uccidere anche Kagarlitskij. È urgente tirarlo fuori di galera».

Si potrebbe certamente controbattere: “ma che razza di regime duro di detenzione c’hanno in Russia, se si fanno ammazzare fra le mani i detenuti che hanno sotto custodia?”. Certo, si potrebbe controbattere anche questo, ma siamo purtroppo testimoni quasi quotidiani di ben altre capacità, già alle nostre latitudini.

Si potrebbe anche obiettare, come qualcuno aveva azzardato all’epoca del suo presunto “avvelenamento aereo”, quattro anni fa, di complotti ai vertici russi. Per ora, ci limitiamo però a prendere atto della cosa e a non escludere del tutto la “versione Markov”.

E a proposito di alcune dichiarazioni euro-liberali, la moglie di Julian Assange, Stella, commentando le parole del primo ministro britannico Rishi Sunak, ha detto che se fosse davvero sincero, allora le autorità britanniche libererebbero suo marito.

Stella Assange ha criticato anche Ursula von der Leyen, scrivendo che le sue parole sulla morte di Naval’nyj «suonano false», dato il silenzio sulla persecuzione politica di Assange. «Non potete aiutare Naval’nyj» ha detto Stella; ma «potete salvare Assange. La difesa della libertà e della sicurezza inizia in casa propria».

Una tale risposta suonerebbe bene anche nei confronti dell’ineffabile Ministro degli esteri Antonio Tajani che si proclama «sempre a fianco di chi lotta per democrazia» e lo fa dalla tribuna del forum forzitaliota sulla sanità italiana, che è un po’ come quelle famose parole dette dal boia al condannato, «ti ammazzo, ma è per il tuo bene».

RIA Novosti ricorda che Aleksej Naval’nyj era detenuto dal 2021 (di sfuggita, ricordiamo che qualche anno prima, a sprezzo del ridicolo, gli era stata accordata una seconda condanna con la condizionale), allorché la condizionale per la causa “Ives Rocher” (prima condizionale: nel 2014) gli era stata tramutata in reclusione proprio per violazione del regime della condizionale.

Dopo vari processi con altre accuse (frode, oltraggio alla corte, estremismo) la pena inflitta era salita a 19 anni e il regime di colonia passato da normale a speciale. E tanto per non dimenticare proprio nulla, osserviamo che già nel 2015 un tribunale moscovita aveva presentato a Naval’nyj un conto da 16 milioni di rubli come risarcimento per una truffa operata ai danni dello Stato.

Anni prima, allorché era consigliere del governatore della regione di Kirov, Naval’nyj aveva acquistato legname a prezzo statale, per rivenderlo a prezzo di mercato. Un vero “galantuomo e uomo d’onore”, insomma, «ingiustamente perseguitato dal regime».

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11/01/2024

Una visita a Julian Assange nella prigione di Belmarsh

Il co-fondatore del sito Wikileaks teme che la sua stessa detenzione, la persecuzione del governo statunitense e il blocco ai finanziamenti del sito abbiano di fatto spaventato i potenziali informatori (whistleblower).

A Belmarsh, prigione di Sua Maestà, sono le 14.30 di mercoledì 13 dicembre quando Julian Assange entra nell’area visitatori. Nel gruppo di 23 detenuti, Julian si distingue per la sua altezza – 188 centimetri – e per i lunghi capelli bianchi e la barba curata. Stringe gli occhi, cercando un volto familiare nella folla di mogli, sorelle, figli e padri degli altri detenuti.

Lo sto aspettando, secondo quanto mi era stato detto, alla zona D-3 della sala, che sembra un campo da basket. È una delle circa 40 zone, tutte consistenti in un tavolino circondato da tre sedie imbottite, due blu e una rossa, avvitate al pavimento.

Ci scorgiamo, ci avviciniamo e ci abbracciamo. È la prima volta da sei anni che me lo rivedo davanti. Mi scappa detto: “Sei pallido”. Con quel suo sorriso malizioso che ho visto in tanti incontri nel passato, Julian mi dice scherzando: “Già. Lo chiamano pallore da galeotto”.

Non ha praticamente più conosciuto l’aria aperta da quando si è rifugiato nell’angusta ambasciata ecuadoriana di Londra nel giugno 2012 – salvo per quel minuto mentre la polizia lo trascinava in un furgone penitenziario.

Prima del 2019, le porte-finestre dell’ambasciata almeno lasciavano intravedere il cielo. Invece nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, nel sud-est di Londra, sua dimora dall’11 aprile 2019, Julian non vede mai il sole.

I secondini lo tengono confinato in una cella per 23 ore su 24. La sua unica “ora di ricreazione” si svolge tra quattro mura, sotto sorveglianza. Si capisce dunque il perché di quel pallore da moribondo.

Ero arrivato in treno e poi in autobus un’ora e mezza prima dell’appuntamento, per le formalità di registrazione e per i controlli di sicurezza.

Tutto inizia nel Centro Visitatori, un edificio al piano terra a sinistra del carcere. Si tratta di una sala desolante in stile anni Cinquanta come quelle raffigurate da Edward Hopper: tavoli da quattro soldi, sedie scheggiate, luci fioche e banchi di armadietti di vetro.

Una donna sorridente, che sembrava avere almeno i miei 72 anni, mi ha detto che ero in anticipo e mi ha suggerito di prendere un caffè. L’ho ordinato a un omino che presiedeva un rudimentale angolo cucina: ha semplicemente versato dell’acqua bollente in una tazza dove aveva messo un po’ di caffè solubile.

Venti minuti dopo, all’una e un quarto, la porta di un ufficio adiacente si è aperta per consentire ai visitatori di fare la fila per ottenere i lasciapassare.

Quando è arrivato il mio turno, ho dato il mio nome a una delle tre donne in divisa dietro un bancone rialzato. Ha guardato il suo computer e poi ha chiesto: “È qui per il Signor Assange?” È stata gentile, quasi amichevole, mentre registrava le impronte dei miei indici e mi diceva di guardare una telecamera aerea che mi fotografava.

Ho fatto vedere i tre libri rilegati che volevo regalare a Julian: il mio “Soldiers Don’t Go Mad”, il nuovo romanzo di Sebastian Faulks, “Seventh Son”, e “Pegasus: La storia del software spia più pericoloso del mondo”, di Laurent Richard e Sandrine Rigaud.

donna gentile mi ha ordinato di consegnarli alla donna tarchiata seduta alla sua destra. Questa ha esaminato il mio libro, la storia di un ospedale psichiatrico per ufficiali colpiti da shock durante la Prima Guerra Mondiale.

Guardando poi il frontespizio, dove avevo messo la mia firma per Assange, ha sentenziato: “E’ proibito consegnarglielo.” “Ma perché?”, ho chiesto, facendo la domanda che non si deve mai fare in una prigione. “Perché non si può scrivere nulla su un libro destinato ai detenuti.”

Ho risposto che era semplicemente la mia firma su un libro scritto da me, non un codice segreto. Niente da fare. Questa era la regola. Mi ha ordinato di aspettare in sala mensa mentre verificava se era permesso dare gli altri due libri.

Bevendo il Nescafé tiepido, ho letto i giornali. E’ arrivata altra gente, per lo più donne che si sono unite alla coda. Alcune avevano con loro bambini piccoli o neonati.

Una era con suo figlio, un ragazzo sorridente di circa 12 anni. Un’altra somigliava a Diana Dors, la vamp del cinema britannico, le cui forme voluttuose e il cui rossetto rosso ciliegia avrebbero fatto desiderare a qualsiasi detenuto i piaceri dell’intimità.

Poi c’era una donna anziana che sembrava dell’Asia del sud e che zoppicava appoggiandosi a un bastone da passeggio. Un’altra ancora aveva i capelli coperti da un hijab. C’erano anche alcuni uomini, perlopiù anziani e forse in visita ai loro figli. La maggior parte di loro dava l’impressione di essere già stata qui.

Al banco di registrazione, la donna tarchiata mi ha detto che Assange non poteva ricevere alcun libro. Il motivo? Doveva togliere i libri in eccesso dalla sua cella prima di aggiungerne di nuovi. Sbagliando ancora una volta, chiedo: “Perché?” Con la faccia seriosa, risponde: “Pericolo di incendio”. Mi viene in mente una frase di “Il Maestro e Margherita” di Mikhail Bulgakov, ma non oso dirla: “I manoscritti non bruciano”.

Ho depositato i libri e tutto ciò che avevo in un armadietto: telefono, penna, quaderno, giornali. Tenevo in tasca 25 sterline in contanti – il limite consentito – per comprare gli snack all’interno della prigione.

La donna gentile mi ha dato un lasciapassare cartaceo e un cartellino da portare al collo: “H[is]. M[ajesty’s]. Prison Belmarsh-Social Visitor 2199”. Insieme al mio gruppo, ho attraversato il cortile fino all’ingresso per i visitatori proprio dentro la prigione. Poi un’altra serie di controlli e perquisizioni e la verifica delle impronte digitali, l’esame ai raggi X e l’ispezione di un bel golden retriever che sa fiutare le droghe. Infine, siamo entrati nella sala per attendere i detenuti.

Julian e io ci sediamo, faccia a faccia, io sulla sedia rossa, lui su una di quelle blu. Sopra di noi, globi di vetro nascondono le telecamere che registrano le interazioni tra i detenuti e i loro ospiti.

Non sapendo come iniziare la conversazione, gli chiedo se vuole qualcosa dal bar. Chiede due cioccolate calde, un panino al formaggio e sottaceti e una barretta Snickers. Lo invito a venire con me e a fare le sue scelte.

“Non è permesso”, dice. Vado da solo a mettermi in fila allo stand gestito dai volontari dei Samaritani di Bexley e Dartford. Quando arriva il mio turno, faccio l’ordinazione. I panini sono finiti, dice l’omino, ma il resto è cibo spazzatura: patatine, barrette di cioccolato, cole, muffin dolci.

Torno da Julian, che ha cambiato posto. La sedia rossa è per i detenuti, quella blu per i visitatori e una guardia gli ha ordinato di prendere il posto giusto. Metto sul tavolo il vassoio con le cioccolate calde, le Snickers, alcuni muffin e il mio caffè solubile.

Chiedo perché fosse disponibile solo cibo poco salutare. Sorride e mi dice che dovrei vedere cosa mangiano lì dentro con un budget di €2.30 per detenuto al giorno. Al giorno? Già: una farinata [porridge] per colazione, zuppa leggera per pranzo e poco altro per cena. [Vedi la “Lettera al re Carlo” di Julian, in cui descrive gli orrori di Belmarsh, in questo bel video:].

Julian aveva pensato che stare in prigione significasse pasti comuni su lunghe tavolate, come nei film. Nella pratica, invece, i secondini di Belmarsh ficcano il cibo dentro le celle e lasciano che i detenuti mangino da soli.

È difficile in questo modo fare amicizia con gli altri. Julian Assange è lì dentro da più tempo di qualsiasi altro detenuto, a parte un anziano che ha scontato sette anni contro i quattro e mezzo di Julian. Mi dice che ogni tanto ci sono dei suicidi, tra cui uno la notte precedente.

Poi mi scuso per non aver potuto dargli dei libri, spiegando che mi avevano detto che aveva superato il limite. Sorride di nuovo. Nei primi mesi gli hanno permesso una dozzina di libri. In seguito, fino a 15. Lui ha insistito per averne di più. “Quanti ne hai adesso?” “Duecentotrentadue”, dice maliziosamente. È il mio turno di sorridere.

Gli chiedo se ha ancora la radiolina che aveva faticato a ottenere il primo anno. Ce l’ha, ma non funziona più a causa di una spina difettosa. Il regolamento consente a ogni detenuto di avere una radiolina acquistata nei negozi del carcere, ma poi le autorità hanno sostenuto che non c’era più disponibilità di apparecchi radio per lui.

Quando l’ho saputo, gli ho mandato una radiolina. Mi è stata restituita. Poi gli ho inviato un libro su come costruire una radio. Anche quello mi è stato restituito.

Sono passati vari mesi e ho contattato uno dei più noti ex ostaggi britannici di Hezbollah per chiedergli un consiglio. Infatti, l’ascolto del BBC World Service sulla radiolina che i suoi rapitori gli avevano dato gli ha permesso di non impazzire.

E allora, dietro mia sollecitazione, Julian ha scritto al governatore della prigione dicendo che sarebbe stata una cattiva pubblicità per la prigione se fosse uscita la notizia che Belmarsh negava ad Assange un privilegio che Hezbollah concedeva ai suoi ostaggi. La prigione ha dato a Julian la sua radio.

“Vuoi il mio aiuto per convincere le autorità a riparare o sostituire la spina rotta?” “No grazie,” mi ha risposto. “Mi creerebbe solo problemi inutili.”.

Ma come fa a tenersi completamente aggiornato, lui che è così appassionato delle notizie del mondo? Risposta: il carcere gli permette di leggere le rassegne stampa; inoltre, gli amici gli scrivono. Con l’invasione dell’Ucraina e di Gaza, dico, ci dovrebbero essere tante occasioni, per gli informatori (whistleblower) del mondo, di inviare documenti a WikiLeaks, no?

Julian esprime il suo rammarico per il fatto che WikiLeaks non sia più in grado di denunciare i crimini di guerra e la corruzione come in passato. La sua incarcerazione, la persecuzione del governo statunitense e le restrizioni poste ai finanziamenti di WikiLeaks non hanno fatto altro che allontanare i potenziali informatori. Esprime la paura che gli altri media non riescano a colmare il vuoto.

Belmarsh non gli offre programmi di istruzione o attività sociali, come suonare in un’orchestra, fare sport o partecipare alla redazione di un giornale carcerario, che sono normali in molte altre prigioni.

Il regime è punitivo, anche se i circa 700 “abitanti” di Belmarsh sono lì soltanto in custodia cautelare, cioè in attesa di giudizio o di appello. Ma si tratta di detenuti di categoria A, quelli che “rappresentano la minaccia più grave per il pubblico, la polizia o la sicurezza nazionale”: persone accusate di terrorismo, omicidio o violenza sessuale.

Parliamo di Natale, che è un giorno come un altro a Belmarsh: niente tacchino, niente canti, niente regali. La prigione è chiusa ai visitatori il giorno di Natale e quello successivo; infatti, il carcere ha informato la moglie, Stella Moris, che lei e i loro due figli piccoli, Gabriel e Max, non possono vedere Julian la vigilia di Natale.

Invece può partecipare alla Messa cattolica celebrata dal cappellano polacco, che è diventato un amico.

L’ora di visita sta per finire. Ci alziamo e ci abbracciamo. Lo guardo, incapace di dirgli addio. Ci abbracciamo di nuovo, senza parole.

I visitatori si dirigono verso l’uscita, mentre i prigionieri rimangono seduti. Io sono libero di uscire, ma lui deve tornare in cella. A parte le visite occasionali, le sue giornate sono tutte uguali: lo spazio ristretto, la solitudine, i libri, i ricordi, la speranza che avrà successo l’appello dei suoi avvocati contro l’estradizione e il carcere a vita negli Stati Uniti.

Mentre varco le porte automatiche verso il mondo esterno, mi vengono in mente le ultime parole di “Un giorno nella vita di Ivan Denisovich” di Aleksandr Solzhenitsyn, tradotte dal mio compianto amico e agente letterario Gillon Aitken: “La sua condanna è stata di tremilaseicentocinquantatré giorni, dalla mattina di ogni giorno fino allo spegnimento delle luci. I tre giorni in più erano dovuti agli anni bisestili”.

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08/01/2024

Fissato a febbraio il processo d’appello per Julian Assange

L’editore tuttora incarcerato Julian Assange dovrà affrontare due giudizi della Corte suprema il 20 e 21 febbraio 2024 a Londra, in quello che probabilmente sarà l’ultimo appello contro la sua estradizione negli Stati Uniti per affrontare le accuse di violazione dell’Espionage Act.

La moglie di Assange, Stella Assange, ha confermato che il processo si svolgerà presso le Royal Courts of Justice. Il 6 giugno, il giudice La Corte Suprema Jonathan Swift ha respinto una precedente richiesta di appello da parte di Assange.

Assange ha quindi presentato una nuova ichiesta di appello contro quella decisione e ora le date sono state fissate. Assange intende contestare la decisione del ministro dell’Interno di estradarlo a seguito della decisione del giudice del processo, Vanessa Baraitser.

Baraitser aveva deciso nel gennaio 2021 di rilasciare Assange dal carcere di Belmarsh e respingere la richiesta di estradizione negli Stati Uniti sulla base della salute mentale di Assange, della sua propensione a suicidio e condizioni nelle carceri statunitensi. Tuttavia, sotto tutti gli aspetti legali, Baraitser si schierò con gli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti hanno presentato ricorso contro la loro decisione, dando “assicurazioni diplomatiche” che Assange non sarebbe stato maltrattato in prigione. La Corte Suprema, dopo un’udienza di due marzo 2022, ha accettato tali “assicurazioni” e ha respinto il ricorso di Assange.

La sua domanda alla Corte Suprema è stata poi respinta dal Regno Unito. Assange ha quindi chiesto un nuovo ricorso contro le decisioni giudiziarie di Baraitser e l’ordine di estradizione del ministro dell’Interno.

Swift ha respinto l’argomentazione di 150 pagine di Assange in una sentenza di tre pagine. L’impugnazione di tale decisione avrà ora luogo in Febbraio. In caso di condanna ai sensi della legge sullo spionaggio che risale alla Prima guerra mondiale, il redattore e giornalista di WikiLeaks affronta il rischio di una condanna fino a 175 anni in una prigione statunitense per aver pubblicato materiale che rivela i crimini dello Stato, compresi i crimini di guerra degli Stati Uniti.

Assange è stato anche accusato di cospirazione per commettere intrusioni informatiche, anche se l’accusa contro di lui non lo accusa di aver rubato documenti statunitensi o addirittura di aver aiutato la sua fonte, l’analista dell’intelligence dell’esercito Chelsea Manning, a farlo.

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02/01/2024

Hackerare la verità, la giustizia, la storia

di Luca Baiada

Hacking Justice ripercorre la brutale aggressione contro Julian Assange e Wikileaks. L’arresto, l’asilo nell’ambasciata dell’Ecuador, infine la cattura e la detenzione, ancora in corso, col continuo rischio di consegna agli Stati uniti.

Realizzato dai registi Clara López Rubio e Juan Pancorbo, questo film necessario risente sia di una visione centrata sulla persecuzione giudiziaria, sia della presenza del giurista Baltasar Garzón. Anche se è uscito qualche anno fa, vale la pena tener presente Hacking Justice e farlo circolare di più, in Italia. Qui, per ora, ha avuto una diffusione limitata, grazie a intellettuali e militanti che organizzano proiezioni.

Tra i punti di forza, un’adesione rigorosa ai fatti e l’utilizzo di girati di varia provenienza: video militari rivelati da Wikileaks, interviste, registrazioni delle telecamere di sorveglianza dentro l’ambasciata e filmati giornalistici davanti alla sede, in una strada londinese diventata un luogo effervescente, un ritrovo di attivisti e persone solidali. Con questa tecnica, di verità trasversale, l’occhio segreto e quello pubblico si alternano; lo sguardo dell’assassino, quello del secondino e quello di chi invoca giustizia contribuiscono alla documentazione.

I punti deboli sono comuni al grosso della produzione culturale su Wikileaks: una lettura cronachistica, un punto di vista preciso ma basso, appiattito. Si sente uno schiacciamento della storia su un modello «guardie e ladri»; viene voglia di un’interpretazione più generale, di uno scatto energico, di un colpo d’ala. Eppure, gli elementi per leggere meglio in filigrana la vicenda ci sono.

La scelta di dare spazio all’ex magistrato spagnolo è interessante soprattutto per la sua storia personale, che è uno spaccato forte di come si intrecciano la questione della giustizia e quella della democrazia. Garzón diventa celebre per le indagini sul crimine organizzato, sulla corruzione e sui crimini contro l’umanità (in Italia, per aver cercato di investigare su Silvio Berlusconi), ma osa anche toccare il tabù nazionale della Spagna: il franchismo, la repressione, le fosse comuni. Viene fermato e deve lasciare la magistratura.

Un filo nero lega il crimine predatorio e quello di fascismo; le violenze si intrecciano, si susseguono, si travasano l’una nell’altra; il potere criminale della dittatura, quando prevale il modello democratico, si frantuma in crimine di sopraffazione e di rapina, pronto a riaggregarsi, a rimettere insieme i frammenti, a indossare di nuovo la divisa quando la democrazia si eclissa. Anche in Italia lo squadrismo reclutò avanzi di galera, che alla caduta del regime transitarono, attraverso il fascismo di Salò, nella delinquenza e poi nell’impresa delittuosa autoriciclata.

La presenza di Garzón, che diventa un punto di riferimento per i difensori di Assange in sede legale e in ambito mediatico, parla da sé. La sua notorietà fa effetto: è ben presente la memoria dell’impegno sui crimini delle dittature in Sudamerica. Poche cose riassumono l’importanza di Wikileaks, della verità, della trasparenza, come le immagini delle anziane familiari di scomparsi in Cile e in Argentina. Sostano davanti all’ambasciata dell’Ecuador, risolute e pazienti, persino affettuose nei confronti dell’ex magistrato e di Assange; nessuno meglio di queste donne conosce la differenza fra le tenebre della disinformazione, del potere più arbitrario, e la luce del controllo, dell’attenzione pubblica, della vera chiamata alle responsabilità. Per questo sono lì, con semplici cartelli, magari col fazzoletto bianco delle madri dei desaparecidos, di fronte a una sede diplomatica dove un perseguitato paga per la sua coerenza e un ex magistrato, troppo scomodo per la giustizia, adesso fa l’avvocato e lavora per una causa eccezionale. Bene, allora, che nel film compaia anche il brutto muso di Pinochet, e male che il dittatore – con una decisione britannica – l’abbia fatta franca.

Una questione di fondo. Il giornalismo, quello delle grandi testate, ha approfittato del materiale, specialmente del Cablegate, usandolo come serbatoio di dati per rivelazioni quasi sempre frammentarie e povere di ragionamenti profondi. Per il resto, ha trascurato Assange abbandonandolo al suo destino. Le eccezioni a questo andazzo scandaloso sono scarse e non proporzionate alla dimensione storica di tutta la vicenda. Se davvero vale la pena chiedersi qualcosa sui posteri, questi sconosciuti, possiamo domandarci come guarderanno il fatto che si sia aperta davanti a noi un’immensa mole archivistica di storia del presente, una sfavillante caverna di Ali Babà, e la nostra attenzione sia stata così debole da lasciarci spigolare solo la bigiotteria.

Il punto è che il corpo profondo del giornalismo internazionale ha preferito limitarsi alla diffusione di versioni comode, limitate o non troppo imbarazzanti. Eppure, di fronte alla storia Wikileaks è un caso straordinario di affaccio in presa diretta sulla sostanza di come il potere fa, disfa, manipola, legge e riscrive la vita di miliardi di esseri umani. L’affaccio non è obiettivo, certo, perché i dominatori esprimono la loro visione delle cose e i dominati sono trattati come oggetti. Ma il peso enorme della rivelazione resta, ed è bastato a far scattare una dura rappresaglia.

Come si può tradurre, mi chiedo, Hacking Justice? Hackerare la giustizia, craccarla, aprirla, forzarla; ma anche giustizia che altera, che forza, che fa violenza. Non so se sia nelle intenzioni di chi ha scelto il titolo, ma i due significati si sovrappongono, si sorreggono e in un certo senso si risolvono l’uno nell’altro. Con abuso di mezzi polizieschi e penalistici sono stati confezionati addebiti falsi contro Assange, costringendolo a rimanere a Londra, mentre pendevano indagini in Svezia per reati sessuali evanescenti. Da allora ha perso la libertà e la sua vita è stata devastata. L’accaduto ha messo alla prova i sistemi di garanzia in paesi occidentali che ci tengono a passare per punti di riferimento della civiltà giuridica. Dobbiamo dire che quei paesi la prova non l’hanno affatto superata. Accuse assurde possono circolare e produrre danni irreversibili, un uomo può essere inghiottito da una detenzione senza limiti e senza processo. Che all’origine ci siano proprio ombre di reati sessuali è un dettaglio, ma ci dice quanto sia labile e bugiardo l’apparato di false tutele che accompagna le nostre tremebonde società rivendicazioniste, individualiste, eternamente suscettibili.

Per inciso. L’Italia, quanto al trattamento di stranieri per accuse o sospetti provenienti dall’estero, non può dare lezioni; ce lo ricordano i casi di Mordechai Vanunu, Abdullah Öcalan, Abu Omar, Alma Shalabayeva. La loro opinione su Roma non dev’essere esattamente quella di una terra di rifugio. Però in Italia non sarebbe possibile trattenere un uomo, senza limiti di tempo, facendogli aspettare in carcere una decisione sulla sua sorte. Nel film un politico britannico, alla domanda di una militante per conto di Wikileaks, risponde con faccia di pietra che il diritto internazionale non obbliga a porre un limite di tempo al carcere, e insiste sul fatto che le autorità del Regno unito devono ancora decidere. Da noi la Costituzione – già, proprio la Carta su cui la destra ora vuol mettere le mani – dal 1948 dice che la legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva (e ci volle il caso Valpreda perché i limiti arrivassero davvero).

Ma ancora sul senso di Hacking Justice. C’è l’altro modo di fare forza, ed è quello che per ora non ha funzionato: malgrado una squadra di esperti legali, la difesa di Assange non è riuscita a strappare un eroe dalle grinfie dei suoi persecutori. Quest’uomo ha messo a nudo crimini sistematici, si vuole fargliela pagare e colpire tutto ciò che rappresenta. Françoise Sironi, in Bourreaux et victimes: Psychologie de la torture, nel 1999, ha spiegato che la tortura trasmette l’intenzionalità di un gruppo in un altro, e che aguzzini e vittime sono interfacce. Ecco: Assange da tredici anni è l’interfaccia che trasmette un messaggio prima al giornalismo investigativo, e a questo punto agli storici e a tutti noi: tacete. In fondo alla provetta di questo esperimento c’è un precipitato amaro. È più facile violare sistemi informatici e ottenere dati segreti, che fare giustizia e salvare un innocente. Se ci chiediamo perché, la questione si intravede profonda, sconcertante.

Wikileaks ha costruito la sua ricerca della verità sulla trasmissione anonima di documenti riservati, ma per lo più da parte di possessori legittimi. Il caso di Manning è quello più famoso. Manning, allora signor Bradley e oggi signora Chelsea, era un militare dell’apparato spionistico. A muovere il leak, il rilascio dei dati, l’emersione della verità, sono la coscienza, lo specchio introspettivo, il fattore umano. La possibilità di trasgredire l’omertà dell’apparato è una valvola formidabile per insidiare sistemi di violenza e di nascondimento apparentemente impenetrabili. Se invece non si riesce a inceppare l’ingiustizia, a disinnescare il falso processo, l’accusa fabbricata, la macchinazione pruriginosa, significa che quella coscienza, quell’introspezione, quel fattore umano non abitano nel mondo del potere organizzato, quindi neanche nei tribunali, o vi si appartano come intrusi malvisti.

Infatti. Manning, poco più che un soldato semplice, dà ascolto al senso di umanità e di giustizia, quando si rende conto che il suo paese si sta macchiando di crimini enormi: invia i documenti a Wikileaks, e sarà il Cablegate. I giuristi al guinzaglio, i politici e gli alti burocrati trattengono Assange dietro le sbarre con argomenti ipocriti, come quelli del politico di Londra pietrificato davanti alla telecamera, che insiste nella sua lettura miope del diritto internazionale chiedendo pazienza, rassegnazione, ubbidienza.

Insomma. Anche in un apparato securitario può esserci una coscienza inquieta che si ribella, ma aprire una crepa nel conformismo dei giureconsulti di corte è più difficile. Quando non hanno il coraggio di drizzare la schiena, i legulei sono un clero che si autoassolve e che fabbrica le colpe degli altri. Clero implacabile contro l’intellettuale, il funzionario, il militare che infrange l’omertà, che strappa la maschera.

Nel 1935 il giurista Silvio Trentin, esule in Francia dopo aver rinunciato a una brillante carriera accademica per non servire il fascismo, in La crise du droit et de l’État (tradotto in Italia solo nel 2006), è durissimo contro i giuristi che chiama «adoratori dei testi» e «giureconsulti agnostici»: «Si tratta di interpreti con i paraocchi, il cui campo visuale non oltrepassa mai i limiti arbitrari stabiliti dall’onnipotenza del legislatore di fatto». Per i fabbricanti di falsa scienza al servizio della persecuzione valgono ancora le parole di Trentin: «Non esiste prigione in cui si possa rinchiudere lo spirito; non esistono potenza o patibolo che possano giustiziarlo».

Forse, a pensarci meglio, c’è un terzo significato di Hacking Justice: giustizia che trasgredisce, che raddrizza i torti perché spezza le regole vecchie per costruirne di nuove.

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20/12/2023

USA - Una risoluzione bipartisan al Congresso chiede di lasciar cadere le accuse contro Assange

Una risoluzione bipartisan del Congresso chiede alle autorità statunitensi di revocare tutte le accuse contro Assange, perché il suo era giornalismo e non spionaggio.

Il deputato repubblicano Paul Gosar ha presentato una risoluzione in cui si afferma che “le attività giornalistiche regolari” sono protette dal Primo Emendamento e che il governo degli Stati Uniti dovrebbe porre fine al procedimento giudiziario contro il fondatore di Wikileaks Julian Assange, accusato di aver pubblicato documenti militari statunitensi classificati.

La risoluzione bipartisan presentata mercoledì è stata co-sponsorizzata dai rappresentanti James McGovern, D-Mass.; Thomas Massie, R-Ky.; Marjorie Taylor Greene, R-Ga.; Anna Paulina Luna, R-Fla.; Eric Burlison, R-Mo.; Jeff Duncan, R-S.C.; Ilhan Omar, D-Minn., e Clay Higgins, R-La.

“Considerando che le normali attività giornalistiche, compreso l’ottenimento e la pubblicazione di informazioni, sono protette dal Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti“, si legge nella risoluzione.

Assange sta affrontando 17 capi d’accusa per presunta ricezione, possesso e comunicazione di informazioni classificate al pubblico ai sensi dell’Espionage Act e un’accusa di cospirazione per commettere intrusioni informatiche.

Le accuse sono state mosse dall’amministrazione Trump in relazione alla pubblicazione nel 2010 dei cablogrammi che l’analista dell’intelligence dell’esercito americano Chelsea Manning ha fatto trapelare a Wikileaks in dettaglio sui crimini di guerra commessi dal governo degli Stati Uniti a Guantánamo Bay, a Cuba, nel campo di detenzione, in Iraq e in Afghanistan. I materiali hanno anche esposto casi di tortura e rendition da parte della CIA.

Nella risoluzione si legge che Assange, un cittadino australiano, è stato accusato dal governo degli Stati Uniti per la presunta cospirazione per commettere intrusioni informatiche con l’accusa di aver aiutato Manning ad accedere ai computer del Dipartimento della Difesa senza autorizzazione, anche se Manning “aveva già accesso al computer menzionato, la presunta violazione dei computer del Dipartimento della Difesa era impossibile e non c’era alcuna prova che il signor Assange avesse avuto alcun contatto” (con Manning).

“Considerando che, nel 2010, WikiLeaks, un’organizzazione mediatica fondata da Julian Assange, ha pubblicato una cache di centinaia di migliaia di informazioni, tra cui documenti di valutazione dei detenuti di Guantánamo Bay, cablogrammi del Dipartimento di Stato, file sulle regole di ingaggio e altri rapporti militari degli Stati Uniti“, si legge nella risoluzione.

“Considerando che la divulgazione di queste informazioni ha promosso la trasparenza pubblica attraverso l’esposizione dell’assunzione di prostitute bambine da parte degli appaltatori del Dipartimento della Difesa, gli incidenti di fuoco amico, le violazioni dei diritti umani, le uccisioni di civili e l’uso della guerra psicologica da parte degli Stati Uniti“.

Assange è detenuto nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh a Londra da quando è stato rimosso dall’ambasciata ecuadoriana l’11 aprile 2019, per aver “violato le condizioni della cauzione”.

Aveva chiesto asilo all’ambasciata dal 2012 per evitare di essere mandato in Svezia con l’accusa di aver violentato due donne, perché la Svezia non avrebbe fornito garanzie che lo avrebbe protetto dall’estradizione negli Stati Uniti. Le indagini sulle accuse di violenza sessuale sono state infine archiviate.

Se venisse estradato negli Stati Uniti dopo aver esaurito tutti i suoi appelli legali, Assange affronterebbe il processo ad Alexandria, in Virginia, e potrebbe essere condannato fino a 175 anni in un carcere di massima sicurezza americano.

La risoluzione arriva dopo molti altri sforzi bipartisan quest’anno da parte dei legislatori negli Stati Uniti e nel paese natale di Assange, l’Australia, che chiedono agli Stati Uniti di ritirare le accuse e porre fine alle loro richieste di estradizione.

Il mese scorso, infatti, più di una dozzina di legislatori statunitensi hanno sottoscritto una lettera firmata da McGovern e Massie, che è stata inviata al presidente Biden esortandolo a porre fine all’accusa contro Assange.

A settembre, una delegazione di legislatori australiani ha visitato Washington, D.C., per incontrare funzionari statunitensi e sostenere la libertà di Assange.

In occasione del quarto anniversario dell’arresto di Assange ad aprile, la deputata Rashida Tlaib, democratica del Michigan, ha inviato una lettera al Dipartimento di Giustizia firmata da alcuni membri della Camera chiedendo di ritirare le accuse.

Nel 2020, una risoluzione simile è stata presentata da Massie e dall’ex deputata Tulsi Gabbard, che era una democratica mentre era in carica, che ha difeso la stampa libera e ha chiesto il ritiro delle accuse contro Assange. Massie ha anche precedentemente sponsorizzato una legislazione bipartisan per riformare l’Espionage Act e proteggere informatori e giornalisti.

Nessun editore era stato incriminato ai sensi dell’Espionage Act fino ad Assange, che molti sostenitori della libertà di stampa descrivono come un pericoloso precedente destinato a criminalizzare il giornalismo.

I pubblici ministeri statunitensi e i critici di Assange hanno sostenuto che la pubblicazione di materiale classificato da parte di WikiLeaks ha messo a rischio la vita degli alleati degli Stati Uniti, ma non ci sono prove che la pubblicazione dei documenti abbia messo in pericolo qualcuno.

“Considerando che il successo dell’incriminazione del signor Assange ai sensi dell’Espionage Act creerebbe un precedente che consentirebbe agli Stati Uniti di perseguire e imprigionare i giornalisti per attività protette dal Primo Emendamento, tra cui l’ottenimento e la pubblicazione di informazioni, cosa che si verifica regolarmente“, si legge nella risoluzione di mercoledì.

“Considerando che la libertà di stampa sancita dal Primo Emendamento è essenziale per promuovere la trasparenza pubblica ed è una salvaguardia cruciale per la nostra Repubblica“.

“Considerando che numerosi difensori e organizzazioni per i diritti umani, la libertà di stampa e i diritti alla privacy hanno rivelato il loro sincero e fermo sostegno al signor Assange“, ha aggiunto la risoluzione.

Inoltre, i redattori e gli editori di questi organi di stampa statunitensi ed europei che hanno lavorato con Assange alla pubblicazione di estratti da oltre 250.000 documenti ottenuti nella fuga di notizie di Cablegate – The Guardian, The New York Times, Le Monde, Der Spiegel e El País – hanno scritto una lettera aperta l’anno scorso chiedendo agli Stati Uniti di ritirare le accuse contro Assange.

L’amministrazione Obama ha deciso di non incriminare Assange nel 2013 per la pubblicazione dei cablogrammi riservati da parte di WikiLeaks nel 2010 perché avrebbe dovuto incriminare anche i giornalisti delle principali testate giornalistiche che hanno pubblicato gli stessi materiali.

L’ex presidente Obama ha anche commutato la condanna a 35 anni di Manning per violazioni dell’Espionage Act e altri reati a sette anni nel gennaio 2017, e Manning, che era in carcere dal 2010, è stato rilasciato più tardi nello stesso anno.

Ma il Dipartimento di Giustizia dell’ex presidente Trump si è successivamente mosso per incriminare Assange ai sensi dell’Espionage Act, e l’amministrazione Biden ha continuato a perseguire il suo processo.

Durante l’amministrazione Trump, la CIA avrebbe avuto in programma di uccidere Assange per la pubblicazione di strumenti di hacking sensibili dell’agenzia noti come “Vault 7”, che secondo l’agenzia rappresentavano “la più grande perdita di dati nella storia della CIA“, ha riferito Yahoo nel 2021.

L’agenzia è stata accusata di aver discusso “ai più alti livelli” dell’amministrazione sui piani per assassinare Assange a Londra e ha seguito gli ordini dell’allora direttore della CIA Mike Pompeo di redigere “schizzi” e “opzioni” di uccisione.

La CIA aveva anche avanzato piani per rapire Assange e aveva preso la decisione politica di incriminarlo, secondo il rapporto.

WikiLeaks ha anche pubblicato comunicazioni interne nel 2016 tra il Comitato Nazionale Democratico e la campagna della candidata presidenziale Hillary Clinton che hanno rivelato i tentativi del DNC di sostenere Clinton nelle primarie democratiche di quell’anno.

La risoluzione di Gosar afferma che “le normali attività giornalistiche, compreso l’ottenimento e la pubblicazione di informazioni, sono protette dal Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti“, che “la libertà di stampa del Primo Emendamento promuove la trasparenza pubblica ed è cruciale per la Repubblica Americana“, che “il governo federale dovrebbe far cadere tutte le accuse e i tentativi di estradizione di Julian Assange” e che “il governo federale consente a Julian Assange di tornare a casa la sua nativa Australia, se lo desidera“.

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28/10/2023

Varoufakis visita Assange in carcere e lancia l’allarme: “sosteniamolo, può morire presto”

«Julian resiste ma non sta bene, la sua anima è indebolita dall’isolamento. Julian potrebbe morire a causa di un omicidio lento. Julian Assange sta morendo per il tuo diritto di sapere cosa sta facendo il tuo governo alle tue spalle. Dobbiamo mobilitarci prima che sia troppo tardi».

A lanciare l’allarme è Yanis Varoufakis, ex ministro delle Finanze greco e fondatore del Movimento per la democrazia in Europa (DiEM25), che nei giorni scorsi ha fatto visita al fondatore di WikiLeaks nel carcere di Belmarsh, la prigione del Regno Unito dove è detenuto da ormai tre anni e mezzo in regime di brutale isolamento per 23 ore al giorno.

Un appello che suona come un ultimo invito a una mobilitazione sempre più efficace prima che sia troppo tardi.

Nel mondo la mobilitazione per la liberazione di Julian Assange prosegue senza sosta, ma ad una conflittualità che ancora non è stata sufficiente a convincere gli Stati Uniti a cessare la persecuzione giudiziaria nei suoi confronti.

Assange è infatti detenuto nel Regno Unito in attesa di estradizione verso le carceri Washington, dove lo attende un’assurda pena a 175 anni in una prigione di massima sicurezza per aver divulgato alcuni dei segreti più imbarazzanti del governo americano, come le stragi deliberate di civili durante la guerra in Iraq o le vere ragioni che portarono all’intervento armato per rovesciare Gheddafi in Libia.

Secondo quanto dichiarato anche dal padre di Assange, John Shipton, in una intervista esclusiva a L’Indipendente, Julian potrebbe essere estradato da un giorno all’altro e questo potrebbe costargli la vita.

Di seguito la dichiarazione integrale rilasciata da Gianis Varoufakis:
“L’altro giorno ho fatto visita a Julian nella prigione di Belmarsh per la seconda volta. È una Guantánamo in Gran Bretagna, trascorre 23 ore al giorno, per 3 anni e mezzo in isolamento. Questo è un tentativo non di spezzarlo ma di ucciderlo.

È l’omicidio lento di un uomo che non è stato condannato, che non è stato accusato di nulla tranne che di giornalismo. Trovo sorprendente che ci siano state persone a sinistra che si sono rivoltate contro Julian, giornali come The Guardian che hanno avuto un ruolo nella sua incarcerazione e diffamazione.

Julian resiste. Julian non sta bene. L’anima di Julian è stata indebolita dall’isolamento. Sembra, mi ha detto, come se la sua personalità fosse stata ridotta a un minuscolo nocciolo. E la sua speranza è che la nostra campagna per farlo tornare libero abbia successo, questo può far crescere di nuovo la sua personalità da quel nocciolo.

Questo è il nostro dovere. Se tieni al diritto di sapere cosa fanno i tuoi governi alle tue spalle, quando nel tuo nome perpetrano crimini contro l’umanità, nn solo nei campi di battaglia e nelle invasioni di terre straniere, ma anche contro il nostro ambiente con gli accordi segreti con le aziende di combustibili fossili.

Se tieni a questo allora devi sostenere Julian Assange. Perché Julian Assange sta morendo per il tuo diritto di sapere cosa sta facendo il tuo governo per tuo conto alle tue spalle”.
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23/09/2023

Edward Snowden: “Non mi sono pentito di aver fatto conoscere la verità”

A dieci anni dalla sua fuga dai Servizi segreti USA e la salvezza ottenuta grazie all’asilo politico concesso dalla Russia, l’ex funzionario dell’intelligence statunitense ha concesso alcune interviste a media russi e internazionali, in cui riafferma la sua scelta, sia per la verità, che di vita.

“Non mi pento di aver fatto conoscere la verità”, ha dichiarato, facendo riferimento alla sua vicenda, quando fece conoscere documenti, che erano classificati come top secret, i quali rivelarono dettagli prima sconosciuti sulla sorveglianza globale che il governo degli Stati Uniti effettuava e della complicità con le intelligence dei governi europei. Nelle documentazioni, consegnate ai giornalisti a Hong Kong, vi erano migliaia di documenti top-secret, dove era certificata l’entità della sorveglianza, soprattutto illegale, da parte della National Security Agency statunitense e dell’agenzia di intelligence britannica GCHQ.

In alcune interviste ha anche affermato che le attività esercitate nel 2013, sembrano “un gioco di ragazzi” in confronto alla tecnologia utilizzata oggi. Snowden è sbalordito dall’invasione della privacy sia nel mondo fisico che in quello digitale. “La tecnologia è diventata gravemente influente e determinante, se pensiamo alla situazione di dieci anni fa e alle capacità dei governi odierni di determinare pensieri e opinioni di massa... causa l’uso ormai ordinario delle telecamere CCTV disponibili addirittura in commercio, il riconoscimento facciale, l’intelligenza artificiale e gli spyware intrusivi come Pegasus, utilizzati contro dissidenti e giornalisti”.

L’ex agente statunitense di NSA e CIA, guardandosi indietro ha raccontato la natura delle sue scelte: “Avevamo fiducia che il governo non ci avrebbe ingannato. Ma lo hanno fatto. Avevamo fiducia che le aziende tecnologiche non si sarebbero approfittate di noi. Ma lo hanno fatto. Accadrà di nuovo perché questa è la natura del potere”.

Snowden è in esilio in Russia dal 2013, i suoi denigratori lo condannano per il fatto di essere in Russia, ma lui ha spiegato che era l’unica vera opzione a sua disposizione, oltre al carcere a vita negli Stati Uniti.

Le critiche contro di lui si sono intensificate da quando è scoppiato il conflitto in Ucraina e Snowden ha ricevuto la cittadinanza russa l’anno scorso, due anni dopo averne fatto richiesta.

Negli ultimi due anni, l’ex agente ha tenuto meno discorsi pubblici e si è ritirato dalle interviste alla stampa e dai social media, ma ha ribadito la conferma della sua scelta. Per esempio egli vede nell’uso diffuso della crittografia end-to-end una delle conseguenze positive delle fughe di dati da lui attuate, infatti le principali aziende tecnologiche sono rimaste sorprese dalle rivelazioni secondo cui la NSA (National Security Agency, dove lavorava Snowden) stava consegnando dati personali a terze parti. Quell’imbarazzo si trasformò in ira, quando ulteriori fughe di notizie rivelarono che la NSA accedeva ai dati delle principali aziende tecnologiche attraverso vulnerabilità backdoor.

Snowden ha raccontato che fu nel 2013, mentre lavorava sotto copertura per la CIA, che decise il distacco dai servizi segreti USA e far sapere al mondo la verità. Decise così di contattare segretamente diversi giornalisti e fornire loro documenti segreti acquisiti durante il suo servizio, che dimostravano la sorveglianza di massa che le agenzie di intelligence statunitensi conducono sui rappresentanti della leadership di stati e aziende straniere, nonché sui comuni cittadini, sia all’estero che a livello nazionale.

Il programma segreto in questione, era denominato PRISM, che consente alla NSA di visualizzare e-mail, ascoltare messaggi vocali e altri messaggi, visualizzare foto e video, e tenere traccia dei file trasferiti di quasi tutti. Raccogliendo tutti i dati degli utenti, da aziende come Microsoft, Google, Apple, Yahoo, Facebook o YouTube.

In seguito all’incontro con i giornalisti Glenn Greenwald, Laurie Poitras, Barton Gelman ed Ewen McCaskill, in cui ha fornito migliaia di documenti riservati, riuscì ad attirare l’attenzione internazionale, dopo che articoli basati sui suoi materiali, furono pubblicati su Guardian, Washington Post e numerose altre pubblicazioni in Occidente.

Nelle interviste, ha detto che rivelando documenti segreti, sapeva che avrebbe detto addio per sempre alla sua vita normale e comoda, ma lo ha fatto comunque perché “...non poteva permettere al governo degli Stati Uniti di violare la privacy, la libertà di Internet e le libertà fondamentali delle persone in tutto il mondo, con l’aiuto di un enorme sistema di sorveglianza che stanno segretamente sviluppando... le mie azioni erano un tentativo di informare il pubblico su ciò che si sta facendo in loro nome e su ciò che si sta facendo contro di loro cercando di aprire un ampio dibattito sulla sorveglianza di massa e sulla segretezza del lavoro del governo degli Stati Uniti”.

Come conseguenza, nonostante l’opposizione delle agenzie di intelligence, le aziende hanno introdotto la crittografia end-to-end diversi anni prima del previsto. “La crittografia end-to-end era un sogno irrealizzabile nel 2013, quando questa storia scoppiò... Una quota enorme del traffico Internet globale veniva trasmessa elettronicamente senza protezioni di alcun tipo. Oggi tutto ciò è ormai superato”.

Snowden è consapevole che i progressi tecnologici che stanno stritolando la vita privata non si sono certo fermati. “L’idea che dopo le rivelazioni del 2013, dal giorno dopo ci sarebbero stati arcobaleni e unicorni non è realistica. È un processo continuo. E dovremo lavorare su questo per il resto della nostra vita, e per quella dei nostri figli e oltre”.

Edward Snowden è oggi, con il prigioniero Julian Assange, uno dei più conosciuti “whistleblowers” (informatore) al mondo, ma anche uno dei più ricercati latitanti dalla “giustizia” statunitense e non solo.

È sfuggito al sinistro destino di Assange solo perché in quel giorno di dieci anni fa, gli fu concesso asilo temporaneo in Russia, asilo permanente un anno dopo e cittadinanza della Federazione Russa l’anno scorso. Il 4 giugno 2013, il governo degli Stati Uniti presentò le accuse penali contro Snowden per “furto di proprietà del governo“, “violazione delle leggi sullo spionaggio”, “divulgazione non autorizzata di informazioni classificate della difesa nazionale” e “rilascio intenzionale di intelligence sulle comunicazioni classificate”. Di fatto, egli ha solo rivelato le operazioni segrete, illegali e incostituzionali della National Security Agency (NSA) degli USA.

Snowden ha rivelato i numerosi programmi di sorveglianza globale del governo statunitense condotti dalla NSA, associata all’alleanza di intelligence “Five Eyes” (Five Eyes è una comunità di intelligence informale di cinque paesi anglosassoni, che, oltre agli Stati Uniti, comprende Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda), in collaborazione con società di telecomunicazioni e governi europei: “Seduto alla mia scrivania, avrei potuto origliare chiunque, voi o il vostro commercialista, un giudice federale o persino il presidente degli Stati Uniti”.

Una delle rivelazioni di Snowden fu anche il “bilancio nero della NSA“, così come le numerose operazioni, riuscite o meno, delle 16 agenzie di spionaggio che compongono la comunità dell’intelligence americana.

Ha anche rivelato che la NSA paga aziende tecnologiche private statunitensi per accedere alla loro rete di comunicazioni. Solo nel corso del 2013, per questo scopo fu spesa l’incredibile cifra di 52 miliardi di dollari. L’agenzia accedeva segretamente a questi dati attraverso un programma di sorveglianza che era, o è tuttora chiamato MUSCULAR.

Secondo un rapporto del Washington Post, citando le informazioni fornite da Snowden, il 90% di coloro che sono sotto sorveglianza negli Stati Uniti e negli altri paesi sono cittadini comuni. “Il mio unico motivo è stato informare il pubblico di ciò che viene fatto in loro nome e di ciò che viene fatto contro di loro”.

Gli USA, ha rivelato Snowden, spiavano Brasile, Francia, Messico, Gran Bretagna, Cina, Germania e Spagna, oltre ad altri 35 leader mondiali. Documenti pubblicati dallo Spiegel, hanno mostrato che la NSA ha intercettato 122 leader di alto rango in tutto il mondo, oltre ad avere anche piani per espandere ulteriormente le sue attività illegali per aumentare notevolmente la padronanza della rete globale e ottenere dati “da chiunque, sempre e ovunque”.

Snowden ha anche riconfermato che WikiLeaks ha finanziato la sua fuga. Julian Assange ha raccontato che chiese al console di allora, dell’ambasciata ecuadoriana a Londra, di rilasciare un passaporto a Snowden.

Con quel documento egli atterrò 10 anni fa all’aeroporto Sheremetyevo a Mosca, ribadendo che, nonostante gli sforzi denigratori degli USA, che lo accusano di essere una “spia russa“, i fatti hanno dimostrato la sua lotta per la verità e la giustizia, i documenti non furono dati alla Russia, ma a famosi giornalisti occidentali e statunitensi.

Edward Snowden ha anche ironicamente accennato all’attualità, dopo gli scandali che hanno coinvolto quest’anno la presidenza USA, dopo che CBS News, citando fonti, ha diffuso informazioni sulla scoperta di circa 10 materiali classificati nell’ufficio dell’attuale presidente degli Stati Uniti, che erano archiviati insieme a documenti che non contenevano dati classificati. Il procuratore generale degli Stati Uniti Garland ha ordinato al procuratore del paese nel distretto settentrionale di indagare sulla provenienza dei materiali. “Vale la pena notare che il presidente Joe Biden sembra aver raccolto più documenti riservati di molti informatori. Per fare un confronto: Reality Winner (condannato negli Stati Uniti per fuga di notizie dalla National Security Agency – ndr) è stato condannato a cinque anni per un solo documento. Nel frattempo, Biden, Donald Trump, Bill Clinton, David Petraeus, questi ragazzi hanno dozzine, centinaia di documenti. E niente prigione”, ha detto.

Snowden ha anche attirato l’attenzione sul fatto che il Dipartimento di Giustizia USA aveva scoperto i documenti una settimana prima delle elezioni di medio termine e non ha reso pubblica la notizia.

Poco dopo che a Snowden fu concesso l’asilo in Russia, Julian Assange così commentò il caso “Snowden“: “Venezuela ed Ecuador avrebbero potuto proteggerlo solo per un breve periodo. In Russia sarà al sicuro per sempre, lì è rispettato e non avrà più problemi. Non cambiar paese. Questo fu il mio consiglio a Snowden, lì è il posto più sicuro per lui”.

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18/05/2023

Petizione per la libertà di Julian Assange

La malaugurata invasione dell’Iraq del 2003 ha provocato una serie di conseguenze negative e di gravi violazioni dei diritti umani di immediata percezione: iracheni torturati nelle celle di Abu Ghraib, rinchiusi illegalmente a Guantánamo, un Paese distrutto a tutto vantaggio dell’Iran. Ma anche episodi rimasti ignoti a lungo.

Uno per tutti. Il 12 luglio 2007 un elicottero Apache in sorvolo su Baghdad scorge nella strada sottostante alcuni civili, tra cui un fotografo munito di telecamera; dall’elicottero la scambiano per un lanciarazzi e sparano a raffica su di loro. Giunge in soccorso un furgone e viene centrato anche quello: 11 morti tra cui due bimbi.

Questo fatto sarebbe rimasto sepolto assieme alle sue vittime, se non l’avesse rivelato nel 2010 un giornalista australiano, Julian Assange, fondatore di WikiLeaks, coadiuvato da Chelsea Manning, un soldatino transgender. Furono loro a impedire il “crimine del silenzio” sugli orrori delle tragedie irachena e afghana.

Solo le dittature silenziano i media. Le vere democrazie trovano il coraggio di svelare “di che lagrime gronda e di che sangue” il Potere. E porvi rimedio. L’ha fatto il presidente Obama graziando Chelsea Manning, che era un militare con 35 anni di carcere da scontare. Perché non Biden per Assange, che è un giornalista?

Eppure, da vice-presidente Biden aveva riconosciuto che le rivelazioni di WikiLeaks non avevano provocato “alcun danno sostanziale”. Ciò nonostante, Washington incriminò Assange con 17 capi d’accusa, basati su una legge antiquata – l’Espionage Act del 1917 – che poneva limiti alla stampa durante la Grande Guerra.

Rinchiuso per otto anni nella sede dell’Ecuador a Londra (per sfuggire oltretutto a una poco credibile accusa di stupro), ad aprile è scattato il suo quarto anno di reclusione a Belmarsh, carcere inglese di massima sicurezza, in attesa di esser estradato negli Usa. Le condizioni in cui vive ne hanno gravemente minato la salute. Perciò decine di parlamentari australiani, britannici e americani – oltre ad Amnesty International e Reporter Senza Frontiere – hanno rivolto petizioni all’Attorney General degli Usa e chiesto alla Corte Suprema del Regno Unito di negare l’estradizione.

I diplomatici sono tra i primi a riconoscere quanto può nuocere la fuga di rapporti e altri documenti riservati. Ma se la “riservatezza” serve a celare crimini di guerra, prevale il dovere del funzionario di denunciarli e il diritto del giornalista di renderli pubblici, si tratti o no di scoop. Va ricordato che nel 2004, durante l’invasione dell’Iraq, 52 ex-diplomatici britannici e 27 ex-ambasciatori e generali americani di alto rango uscirono dal loro riserbo con due durissime lettere di critica a Blair e a Bush.

Ora, noi ex-diplomatici ci uniamo ai parlamentari e alle organizzazioni umanitarie che hanno firmato appelli per la liberazione del giornalista, essendo convinti che le democrazie prosperano solo se hanno il coraggio di guardarsi allo specchio. A tal fine ci appelliamo al nostro governo affinché si unisca a tutti coloro che chiedono al presidente Biden di rinunciare ad ogni azione contro Julian Assange, in coerenza con quanto fatto da Obama.

Firmatari:

Marco Baccin, Francesco Bascone, Mario Boffo, Rocco Cangelosi, Torquato Cardilli, Giuseppe Cassini, Fabio Cristiani, Antonio D’Andria, Anna Della Croce, Enrico De Maio, Patrizio Fondi, Paolo Foresti, Giovanni Germano, Elisabetta Kelescian, Maurizio Lo Re, Luigi Maccotta, Roberto Mazzotta, Enrico Nardi, Angelo Persiani, Alessandro Pietromarchi, Michelangelo Pipan, Giancarlo Riccio, Antonio Tarelli, Maurizio Teucci, Bernardo Uguccioni

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