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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/09/2026

L’IA sfugge al controllo, soprattutto della “politica”

Se la politica “lascia fare al mercato” diventa inutile. Stiamo parlando ovviamente della classe politica selezionata negli ultimi 40 anni dal neoliberismo imperialista, da Thatcher-Reagan in poi.

Il mantra “decide il mercato” ha eliminato finanche l’idea che lo Stato potesse dire la sua sulle questioni economiche e finanziarie. Al massimo doveva occuparsi di rendere più facile la vita agli “investitori”, eliminando regole e lasciando che il debito pubblico fosse in balia della speculazione.

Su questa strada, scriviamo spesso, sono andate perdute anche le capacità – le mitiche “competenze” – del “pubblico” in materia di regolamentazione.

La prova regina arriva in queste ore dal Congresso degli Stati Uniti – non proprio un’istituzione secondaria nell’architettura della politica occidentale – cui gli amministratori delegati delle principali società che vanno sviluppando l’intelligenza artificiale si sono rivolti chiedendo di fissare regole per impedire che i loro stessi prodotti, ormai abituati a sfuggire di mano, possano magari “prendere il controllo di internet entro i prossimi sei o dodici mesi”.

Calcolando i tempi di elaborazione di un qualsiasi Parlamento occidentale, possiamo dire che i buoi sono già scappati. Ogni eventuale intervento sarà tristemente in ritardo. Il problema è così serio che OpenAI e Anthropic, le società americane che gestiscono ChatGPT e Claude, i due modelli occidentali più diffusi, pur non essendo ancora quotate a Wall Street, hanno visto precipitare di oltre 270 miliardi di dollari le loro “quotazioni virtuali” sulla piattaforma Hyperliquid (quelle in base alle quali si decide oppure no di “fare il salto” in borsa).

In ogni caso “la politica” ha risposto con un “io dovrei regolare ‘sta roba? Ma che scherzate?”.

Il presidente della Camera, il repubblicano Mike Johnson, ha infatti dichiarato domenica che il Congresso non guiderà l’iniziativa per regolamentare la sicurezza dell’IA. Perché un intervento del Congresso “non è la risposta” e “le aziende di IA possono fermare il loro lavoro in qualsiasi momento”. “Decida il mercato”, insomma, ossia gli amministratori delegati di OpenAi, Anthropic, X-AI (“Grok” di Elon Musk), Gemini (Google) e Llama (Meta-Facebook).

L’impotenza della politica si dimostra qui un penoso intreccio tra incompetenza e ideologia di tempi ormai passati, dove si parlava per slogan facendo conto sul fatto che i processi andavano avanti per conto loro. Ora che ci sarebbe necessità di inventare soluzioni nuove per problemi quasi inconcepibili, “i politici” Usa non sanno che pesci prendere e ripetono le frasi mandate a memoria.

Parlando con la NBC, Johnson ha ammesso che richiamerebbe i membri della Camera e programmerebbe un voto sulla regolamentazione dell’IA “se avessimo una soluzione”. Ma non ne vede neanche una... 

“Dobbiamo mettere in atto alcune linee guida, alcune misure di sicurezza per garantire che l’IA non sfugga al controllo... Ma allo stesso tempo, dobbiamo assicurarci di non perdere il nostro vantaggio nella competizione globale su questo tema con la Cina. Perché quella sarebbe una minaccia alla sicurezza nazionale”. 

Ecco che il “nemico esterno”, il competitore principale diventa lo spauracchio – ideologico, ma anche operativo – per non fare nulla sul fronte regolatorio.

È la stessa reazione ottusa di Donald Trump, del resto. Il tycoon, impegnato ad assistere a un torneo di golf in Irlanda, ha evocato “forze negative” che vogliono rallentare lo sviluppo dell’IA (gli amministratori delegati che la producono!) e ha rivendicato la posizione di forza degli Stati Uniti: “Siamo all’avanguardia rispetto alla Cina nell’Intelligenza Artificiale, siamo il Paese più avanzato al mondo. E francamente, voglio che rimanga così, perché chi vince nel campo dell’IA, vince su tutto”.

L’idea sottostante è preistorica, semplicemente. Vede l’IA come si poteva guardare qualsiasi altra innovazione tecnologica o arma più avanzata: una “cosa” manovrabile, sotto il pieno controllo umano. Dove se “noi abbiamo l’arma più devastante”, allora non ce n’è per nessuno... 

Ma l’IA non è una “cosa” che sta lì in attesa di essere utilizzata. È “generativa” di applicazioni e di “agenti” in grado di muoversi persino in autonomia o contrasto con le scelte dei programmatori.

In più la subcultura di Trump confonde tragicamente tra “prestazioni maggiori” e superiorità tecnologica, proprio perché non ha capito la natura dell’IA.

E questo è addirittura un problema “filosofico”. L’impostazione cinese dello sviluppo in questo campo risente invece sia della distinzione tra “conoscenza” e “saggezza” – come spiegato da Vladimiro Giacché nel dibattito ospitato in “Figli della stessa rabbia” –, ovvero tra produzione materiale di tecnologie e capacità umana di interrogarsi sul senso di quel che viene costruito, scegliendo il cosa, il come e il quanto; sia del controllo della politica statuale sull’azione degli imprenditori privati.

In altre parole, lo Stato decide cosa va prodotto e a cosa deve servire, i privati “competono” tra loro per realizzare ciò che serve allo scopo indicato. Ne vien fuori una IA non meno “prestazionale”, ma decisamente più utilizzabile per esigenze molto diverse, non necessariamente “di competizione”. Persino “socialmente utili”, come il miglioramento della sanità pubblica... 

Nel sistema di produzione capitalistico occidentale – il “nostro” insomma – funziona in modo praticamente opposto: i “privati” vedono l’occasione di fare profitti colossali con un nuovo prodotto-tecnologia, si impegnano per vincere la competizione e poi lo Stato – eventualmente – si occupa di vedere se servono regole e se quel che è stato prodotto serve agli scopi (residuali) del pubblico. Di fatto ridotto a problemi di sorveglianza, controllo, schedatura, risparmio sui costi e sul personale... 

Che la politica Usa sia completamente a digiuno in materia di IA lo dimostrano anche i “competitor” di Trump. Obama prova ancora a fare il guru, ma i suoi suggerimenti non vanno oltre il generico “buttiamoci un occhio”.

Parlando ad una cena di raccolta fondi elettorali – lo scopo decide sempre anche il “merito” – è riuscito a dire soltanto che “È una cosa che si sta diffondendo molto rapidamente in mani private e, se non riusciamo a tenerla sotto controllo, penso che possa diventare pericolosa”. Azz... 

Tutt’al più se Hakeem Jeffries, attuale leader della minoranza democratica, dovesse diventare speeker della Camera al posto del derelitto Johnson (in caso i “dem” vincano le lezioni di midterm a novembre), ‘‘esorterei vivamente i Democratici a definire un quadro di riferimento per un dialogo pubblico”. Incisivo, vero?

Andando più a sinistra la situazione migliora, ma non di molto. Bernie Sanders, il “socialista” senatore del Vermont, ha presentato una proposta legislativa per il temporary ban, ossia per mettere in stand-by lo sviluppo delle super-intelligenze artificiali. Se non altro nell’attesa di creare una nuova agenzia federale, appositamente dedicata all’IA e al monitoraggio del suo sviluppo, che stabilirà regole, revisioni e un pacchetto di salvaguardie di sicurezza forte dell’acquisizione – da parte dello Stato – di una partecipazione del 50% delle società del settore.

Ovvero: si coglie la necessità, ma poi sono i rapporti di forza sociali e politici a decidere...

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19/03/2024

Catalogna - Il lungo congresso della CUP: quale approdo per l’esquerra independentista?

Dopo i pessimi risultati elettorali registrati alle comunali catalane e alle elezioni per il Congresso spagnolo, la Candidatura d’Unitat Popular ha avviato nel dicembre scorso un lungo percorso congressuale che, attraverso diverse assemblee territoriali attualmente in pieno svolgimento, dovrebbe rilanciare la proposta politica dell’organizzazione, adeguandola a uno scenario ormai caratterizzato dal riflusso del movimento per l’autodeterminazione e per l’indipendenza della Catalunya.

La fase congressuale si è aperta con la discussione di un unico documento, condiviso dalle varie anime dell’organizzazione, e si è finora concentrata sulla ricerca delle necessarie correzioni della linea politica del partito, nell’intenzione di affilare le proprie armi e migliorare la presenza egemonica della CUP nel corpo delle classi popolari.

L’orizzonte sembra essere la rifondazione della formula dell’unitat popular, a partire dalla riproposizione dei propri principi fondamentali (socialismo, indipendentismo, ecologismo, femminismo), con la volontà di farne una proposta che interessi non solo una minoranza, peraltro spesso già politicizzata, ma che interpelli l’insieme dei settori popolari. Evidentemente più facile a dirsi che a farsi.

Nelle fila dell’organizzazione sembra esserci un certo consenso attorno all’idea di unitat popular intesa come formula in grado di trasformare le necessità materiali delle classi subalterne in una lotta politicamente cosciente e in grado di fondersi con la proposta politica dell’indipendenza, del socialismo e del femminismo nei Països Catalans.

In questo schema, il perno dell’unitat popular è rappresentato dai lavoratori e dalle classi popolari, alla testa di un blocco sociale che non esclude l’alleanza tattica con la piccola e media borghesia sempre più impoverita, ma che in ogni caso vuole conservare un programma e una visione strategica di classe.

In base anche a queste premesse, la riflessione congressuale si è aperta ai contributi esterni, sia dei simpatizzanti che di tutta la vasta area di quella sinistra interessata alla proposta della costruzione dell’unitat popular.

Se è indubbio che la riflessione congressuale era ormai necessaria, è altrettanto vero che l’operazione della rifondazione dell’organizzazione si presta a diverse interpretazioni e sembra presentare sia rischi che virtú.

Differenti voci all’interno del partito hanno denunciato il pericolo dell’approdo a una versione per così dire “decaffeinata” della CUP ed hanno ribadito il rifiuto della logica della pura e semplice sommatoria di seggi al fine di governare le istituzioni (dai comuni alla Generalitat) denunciando il pericolo di convertirsi nel gestore amministrativo dello stato spagnolo e del grande capitale.

È questo il punto di vista di Endavant (una delle componenti interne alla CUP), che pure partecipa al processo di rifondazione.

Se questo rischioso scenario è stato finora apertamente rifiutato da tutta l’organizzazione, il suo fantasma ha animato una intensa discussione riguardo al rapporto tra le lotte nella società e il lavoro da compiere dentro le istituzioni.

In questo senso, gli eventi successivi al referendum del primo ottobre hanno dimostrato ampiamente che senza una vera e propria rivoluzione, senza degli istituti di partecipazione diretta che contendano il potere allo stato, non si costruisce la Repubblica catalana socialista. Su questo punto le differenti anime della coalizione coincidono. Ciononostante, la CUP non sottovaluta l’importanza della partecipazione nelle istituzioni.

In particolare l'ipotesi dell’unitat popular ampia (allargata anche a settori affini ma esterni alla sinistra indipendentista e anticapitalista), la proposta cioè che ha portato la CUP a conquistare il Comune di Girona, è enfatizzata da diverse voci all’interno del partito come la formula più adatta a uscire dal proprio bacino elettorale di riferimento e ad incarnare il nuovo volto del partito.

E alcune di queste voci auspicano con una certa disinvoltura ciò che definiscono come una ‘nuova vocazione maggioritaria’ del partito, dando l’impressione di ritenerne la semplice interiorizzazione come garanzia del successo elettorale. E con il rischio di scambiare la legittima aspirazione all’egemonia di gramsciana memoria con una semplice sommatoria di sigle dall’esito incerto.

Alle sirene della partecipazione istituzionale si contrappongono coloro i quali ribadiscono la filosofia che ha fin qui guidato la CUP nelle istituzioni: parteciparvi per portarle al limite e superarle quando i rapporti di forza siano favorevoli.

Consapevoli che questo punto di rottura può essere raggiunto solo se esiste un movimento popolare in grado di costruire spazi di potere sempre più diffusi nella società, capace di contrapporsi alle istituzioni statali fino a sostituirle.

Come si vede il dibattito interno è aperto.

Un altro tema sul quale si sta sviluppando la riflessione è quello della direzione assembleare fin qui caparbiamente difesa da tutta l’organizzazione. Da qualche tempo però si sono levate sempre più spesso le critiche a un sistema che ha rallentato in varie occasioni la presa di decisioni importanti e che perciò sembra aver penalizzato il partito.

Nella discussione di queste settimane, pare farsi strada una proposta organizzativa che, pur difendendo e conservando in buona misura la partecipazione assembleare dei militanti, si inclina per la costruzione di una direzione politica più stabile, autorizzata a decidere nell’ambito della più ampia strategia generale.

È questa la proposta di diversi esponenti e settori interni, quali Poblle LLiure, che lega inoltre la necessità di rafforzare la direzione dell’organizzazione alla possibilità di assumere maggiori responsabilità all’interno delle istituzioni, qualora i rapporti di forza lo consentano.

Secondo questo settore inoltre, non si può semplicemente liquidare l’indipendentismo di Esquerra Republicana de Catalunya e di Junts per Catalunya come “indipendentismo borghese” ed è invece necessario dedicargli un’attenzione particolare per sottrarre la base dei due partiti all’influenza dei leader della piccola e media borghesia catalana.

Il vasto dibattito per il momento non sembra aver affrontato il tema spinoso della persistente difficoltà dell’organizzazione a Barcellona, dove non è rappresentata negli organi del Comune, e dove sconta la difficoltà di competere con la sinistra di obbedienza statale, che nuota come un pesce nel mare della metropoli cosmopolita.

È finora mancata anche una riflessione sull’assenza di un giornale d’area in grado di contribuire alla costruzione di una cornice interpretativa coerente con la visione politica della CUP (e della più ampia area dell’esquerra independentista e anticapitalista), inteso come uno strumento necessario nella lotta per l’egemonia nel campo della cultura.

Sui temi internazionali infine, sembra reggere un consenso interno che non ne ha reso necessaria la verifica congressuale. D’altro canto però, bisogna constatare come l’impegno contro la guerra della NATO, pur convinto e immediato, non sia stato finora sufficiente a costruire un movimento all’altezza della situazione.

La posizione internazionalista della CUP, fermamente contraria all’alleanza atlantica, schierata da subito contro il sostegno degli USA e della UE all’Ucraina, decisamente a fianco della resistenza palestinese (più volte evocata nel dibattito congressuale), rimane comunque uno dei punti fermi della proposta dell’unitat popular.

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20/12/2023

USA - Una risoluzione bipartisan al Congresso chiede di lasciar cadere le accuse contro Assange

Una risoluzione bipartisan del Congresso chiede alle autorità statunitensi di revocare tutte le accuse contro Assange, perché il suo era giornalismo e non spionaggio.

Il deputato repubblicano Paul Gosar ha presentato una risoluzione in cui si afferma che “le attività giornalistiche regolari” sono protette dal Primo Emendamento e che il governo degli Stati Uniti dovrebbe porre fine al procedimento giudiziario contro il fondatore di Wikileaks Julian Assange, accusato di aver pubblicato documenti militari statunitensi classificati.

La risoluzione bipartisan presentata mercoledì è stata co-sponsorizzata dai rappresentanti James McGovern, D-Mass.; Thomas Massie, R-Ky.; Marjorie Taylor Greene, R-Ga.; Anna Paulina Luna, R-Fla.; Eric Burlison, R-Mo.; Jeff Duncan, R-S.C.; Ilhan Omar, D-Minn., e Clay Higgins, R-La.

“Considerando che le normali attività giornalistiche, compreso l’ottenimento e la pubblicazione di informazioni, sono protette dal Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti“, si legge nella risoluzione.

Assange sta affrontando 17 capi d’accusa per presunta ricezione, possesso e comunicazione di informazioni classificate al pubblico ai sensi dell’Espionage Act e un’accusa di cospirazione per commettere intrusioni informatiche.

Le accuse sono state mosse dall’amministrazione Trump in relazione alla pubblicazione nel 2010 dei cablogrammi che l’analista dell’intelligence dell’esercito americano Chelsea Manning ha fatto trapelare a Wikileaks in dettaglio sui crimini di guerra commessi dal governo degli Stati Uniti a Guantánamo Bay, a Cuba, nel campo di detenzione, in Iraq e in Afghanistan. I materiali hanno anche esposto casi di tortura e rendition da parte della CIA.

Nella risoluzione si legge che Assange, un cittadino australiano, è stato accusato dal governo degli Stati Uniti per la presunta cospirazione per commettere intrusioni informatiche con l’accusa di aver aiutato Manning ad accedere ai computer del Dipartimento della Difesa senza autorizzazione, anche se Manning “aveva già accesso al computer menzionato, la presunta violazione dei computer del Dipartimento della Difesa era impossibile e non c’era alcuna prova che il signor Assange avesse avuto alcun contatto” (con Manning).

“Considerando che, nel 2010, WikiLeaks, un’organizzazione mediatica fondata da Julian Assange, ha pubblicato una cache di centinaia di migliaia di informazioni, tra cui documenti di valutazione dei detenuti di Guantánamo Bay, cablogrammi del Dipartimento di Stato, file sulle regole di ingaggio e altri rapporti militari degli Stati Uniti“, si legge nella risoluzione.

“Considerando che la divulgazione di queste informazioni ha promosso la trasparenza pubblica attraverso l’esposizione dell’assunzione di prostitute bambine da parte degli appaltatori del Dipartimento della Difesa, gli incidenti di fuoco amico, le violazioni dei diritti umani, le uccisioni di civili e l’uso della guerra psicologica da parte degli Stati Uniti“.

Assange è detenuto nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh a Londra da quando è stato rimosso dall’ambasciata ecuadoriana l’11 aprile 2019, per aver “violato le condizioni della cauzione”.

Aveva chiesto asilo all’ambasciata dal 2012 per evitare di essere mandato in Svezia con l’accusa di aver violentato due donne, perché la Svezia non avrebbe fornito garanzie che lo avrebbe protetto dall’estradizione negli Stati Uniti. Le indagini sulle accuse di violenza sessuale sono state infine archiviate.

Se venisse estradato negli Stati Uniti dopo aver esaurito tutti i suoi appelli legali, Assange affronterebbe il processo ad Alexandria, in Virginia, e potrebbe essere condannato fino a 175 anni in un carcere di massima sicurezza americano.

La risoluzione arriva dopo molti altri sforzi bipartisan quest’anno da parte dei legislatori negli Stati Uniti e nel paese natale di Assange, l’Australia, che chiedono agli Stati Uniti di ritirare le accuse e porre fine alle loro richieste di estradizione.

Il mese scorso, infatti, più di una dozzina di legislatori statunitensi hanno sottoscritto una lettera firmata da McGovern e Massie, che è stata inviata al presidente Biden esortandolo a porre fine all’accusa contro Assange.

A settembre, una delegazione di legislatori australiani ha visitato Washington, D.C., per incontrare funzionari statunitensi e sostenere la libertà di Assange.

In occasione del quarto anniversario dell’arresto di Assange ad aprile, la deputata Rashida Tlaib, democratica del Michigan, ha inviato una lettera al Dipartimento di Giustizia firmata da alcuni membri della Camera chiedendo di ritirare le accuse.

Nel 2020, una risoluzione simile è stata presentata da Massie e dall’ex deputata Tulsi Gabbard, che era una democratica mentre era in carica, che ha difeso la stampa libera e ha chiesto il ritiro delle accuse contro Assange. Massie ha anche precedentemente sponsorizzato una legislazione bipartisan per riformare l’Espionage Act e proteggere informatori e giornalisti.

Nessun editore era stato incriminato ai sensi dell’Espionage Act fino ad Assange, che molti sostenitori della libertà di stampa descrivono come un pericoloso precedente destinato a criminalizzare il giornalismo.

I pubblici ministeri statunitensi e i critici di Assange hanno sostenuto che la pubblicazione di materiale classificato da parte di WikiLeaks ha messo a rischio la vita degli alleati degli Stati Uniti, ma non ci sono prove che la pubblicazione dei documenti abbia messo in pericolo qualcuno.

“Considerando che il successo dell’incriminazione del signor Assange ai sensi dell’Espionage Act creerebbe un precedente che consentirebbe agli Stati Uniti di perseguire e imprigionare i giornalisti per attività protette dal Primo Emendamento, tra cui l’ottenimento e la pubblicazione di informazioni, cosa che si verifica regolarmente“, si legge nella risoluzione di mercoledì.

“Considerando che la libertà di stampa sancita dal Primo Emendamento è essenziale per promuovere la trasparenza pubblica ed è una salvaguardia cruciale per la nostra Repubblica“.

“Considerando che numerosi difensori e organizzazioni per i diritti umani, la libertà di stampa e i diritti alla privacy hanno rivelato il loro sincero e fermo sostegno al signor Assange“, ha aggiunto la risoluzione.

Inoltre, i redattori e gli editori di questi organi di stampa statunitensi ed europei che hanno lavorato con Assange alla pubblicazione di estratti da oltre 250.000 documenti ottenuti nella fuga di notizie di Cablegate – The Guardian, The New York Times, Le Monde, Der Spiegel e El País – hanno scritto una lettera aperta l’anno scorso chiedendo agli Stati Uniti di ritirare le accuse contro Assange.

L’amministrazione Obama ha deciso di non incriminare Assange nel 2013 per la pubblicazione dei cablogrammi riservati da parte di WikiLeaks nel 2010 perché avrebbe dovuto incriminare anche i giornalisti delle principali testate giornalistiche che hanno pubblicato gli stessi materiali.

L’ex presidente Obama ha anche commutato la condanna a 35 anni di Manning per violazioni dell’Espionage Act e altri reati a sette anni nel gennaio 2017, e Manning, che era in carcere dal 2010, è stato rilasciato più tardi nello stesso anno.

Ma il Dipartimento di Giustizia dell’ex presidente Trump si è successivamente mosso per incriminare Assange ai sensi dell’Espionage Act, e l’amministrazione Biden ha continuato a perseguire il suo processo.

Durante l’amministrazione Trump, la CIA avrebbe avuto in programma di uccidere Assange per la pubblicazione di strumenti di hacking sensibili dell’agenzia noti come “Vault 7”, che secondo l’agenzia rappresentavano “la più grande perdita di dati nella storia della CIA“, ha riferito Yahoo nel 2021.

L’agenzia è stata accusata di aver discusso “ai più alti livelli” dell’amministrazione sui piani per assassinare Assange a Londra e ha seguito gli ordini dell’allora direttore della CIA Mike Pompeo di redigere “schizzi” e “opzioni” di uccisione.

La CIA aveva anche avanzato piani per rapire Assange e aveva preso la decisione politica di incriminarlo, secondo il rapporto.

WikiLeaks ha anche pubblicato comunicazioni interne nel 2016 tra il Comitato Nazionale Democratico e la campagna della candidata presidenziale Hillary Clinton che hanno rivelato i tentativi del DNC di sostenere Clinton nelle primarie democratiche di quell’anno.

La risoluzione di Gosar afferma che “le normali attività giornalistiche, compreso l’ottenimento e la pubblicazione di informazioni, sono protette dal Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti“, che “la libertà di stampa del Primo Emendamento promuove la trasparenza pubblica ed è cruciale per la Repubblica Americana“, che “il governo federale dovrebbe far cadere tutte le accuse e i tentativi di estradizione di Julian Assange” e che “il governo federale consente a Julian Assange di tornare a casa la sua nativa Australia, se lo desidera“.

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09/11/2023

La congressista statunitense Rashida Tlaib sotto tiro della destra e della lobby sionista

La Camera dei rappresentanti Usa ha approvato nella serata di martedì una mozione di censura nei confronti della deputata democratica Rashida Tlaib rappresentante del Michigan, l’unica statunitense di origine palestinese nel Congresso Usa.

La Tlaib nei giorni scorsi aveva accusato Biden di complicità nel genocidio dei palestinesi a Gaza da parte di Israele.

L’approvazione della mozione, è avvenuta con 234 voti a favore e 188 contrari, ha visto diversi esponenti del Partito democratico schierarsi assieme ai Repubblicani. La censura è il provvedimento disciplinare più grave dopo quello di espulsione dalla Camera. Rashida Tlaib, è al suo terzo mandato da deputata nel Congresso USA.

Il dibattito sulla risoluzione di censura martedì pomeriggio è stato acceso. Il deputato repubblicano Rich McCormick della Georgia ha riproposto la misura di censura – che era stata già avanzata nei giorni precedenti, ma respinta – accusando la Tlaib di aver più volte esibito una retorica antisemita, e di aver “diffuso incredibili menzogne sul nostro più grande alleato, Israele, e sull’attacco del 7 ottobre sferrato da Hamas”.

Rashida Tlaib, sostenuta da diversi esponenti del Partito democratico, ha difeso le proprie dichiarazioni, sostenendo di non aver mai rivolto le proprie critiche al popolo ebraico, ma soltanto al governo israeliano del primo ministro Benjamin Netanyahu. “Non rimarrò zittita e non permetterò di distorcere le mie parole”, ha detto la deputata.

Secondo il giornale statunitense Politico, la deputata progressista del Michigan aveva fatto arrabbiare non solo i repubblicani, ma anche alcuni membri del suo stesso partito con i suoi commenti critici nei confronti del governo israeliano, tra cui la pubblicazione di un video sui social media con lo slogan: “Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera“.

La Tlaib, che ha familiari in Cisgiordania, è stata oggetto di pesanti critiche per non aver condannato immediatamente l’attacco del 7 ottobre. Il Partito democratico aveva sostenuto compattamente la deputata in occasione della prima risoluzione di censura presentata nei suoi confronti la scorsa settimana.

Nei giorni scorsi, però, diversi deputati democratici, inclusi esponenti della comunità ebraica statunitense, hanno mosso attacchi sempre più forti alla retorica di Tlaib fino a consentire l’approvazione della mozione di censura.

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05/02/2023

USA - La Camera approva una risoluzione di denuncia del socialismo

A quanto pare, nel processo di “centralizzazione esecutiva” della politica che caratterizza ormai da anni tutto l’Occidente neoliberista, ai Parlamenti non resta altro ruolo che quello di custode dell’ideologia. Neoliberista, ovvio...

E in effetti, se le decisioni sulla politica economica, monetaria, industriale, militare, ecc, sono state “sussunte” da altre centrali di potere (banche centrali, trattati internazionali o “salotti multinazionali”, Nato, ecc.), ai fu depositari del “potere legislativo” non resta molto da fare. Se non chiacchiere in libertà, dichiarazioni di principio, redazione di “pagelle” o patenti di “democrazia”.

Rigorosamente secondo le regole del doppio standard, per cui “democratici” sono gli amici o vassalli, e “autocrati” i regimi considerati nemici. Con effetti anche quasi comici, quando lo stesso regime viene classificato in modo opposto se passa dal campo degli “amici” a quello dei “nemici”.

È il caso dello stesso Putin, considerato “amico” e quindi “democratico” all’alba di questo millennio (era diventato membro di quel G8 che a Genova 2001 diede prove fulminanti di “rispetto dei diritti umani”...), ma poi classificato come “autocrate” quando gli interessi hanno preso a divergere.

Così, abbiamo visto il cosiddetto Parlamento Europeo – l’unico al mondo costitutivamente privo proprio del “potere legislativo”, di modo che le decisioni dell’Unione Europea non fossero mai condizionate dal voto popolare – diventare velocemente una cloaca di corruzione in cui si vendono al miglior offerente proprio quelle “patenti di diritto-umanismo” che servono ormai solo per velocizzare la stipulazione di accordi commerciali a condizione di miglior favore.

Se hai un buon “punteggio” i dazi saranno più bassi, oppure potrai ospitare eventi internazionali (i mondiali del Qatar sono l’esempio più vicino...), ecc. Altrimenti ti metti in coda e aspetti. Ma una buona struttura di lobby può risolvere ogni intralcio, e un Panzeri si trova facilmente, anche a prezzi modici.

Anche l’un tempo potente Congresso degli Stati Uniti è ormai ridotto a questa decalcomania con su scritto “parlamento”, attaccata fuori di un edificio al passo con la retorica, ma non più con i fatti (l’assalto parafascista a Capitol Hill ha tolto l’ultimo velo di sacralità a questa istituzione).

E quindi ecco arrivare una dichiarazione votata a maggioranza che “condanna il socialismo”, proprio come il cosiddetto Parlamento Europeo ne aveva approvata una che “equiparava” nazismo e comunismo.

Differenze solo verbali, perché l’Europa non può certo dirsi innocente rispetto all’incubazione del nazifascismo, mentre gli Usa – nonostante la loro aggressività militare all’esterno (di fatto, mai un anno senza guerra, nella loro storia) – possono ancora far finta di essere una “società aperta”.

Dove si può professare e diffondere qualsiasi follia politica o religiosa, ma non “il socialismo”. Ovvero l’unica alternativa reale a quel sistema in crisi che sta sprofondando il mondo verso la guerra, la distruzione e la miseria generalizzata.

La “serietà” di questa votazione del resto è palese. Si riesce a scrivere, senza scoppiare a ridere, che “le politiche socialiste [...] conducono inevitabilmente alla rovina economica” proprio mentre il principale competitor economico – la Cina – sta ormai superando gli Stati Uniti grazie a politiche (sia che la definizione rispetti l’ortodossia, sia che appaia “eretica”) considerate “socialiste con caratteristiche cinesi”.

Il Congresso ridotto all’ideologia pura, appunto…

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La Camera dei rappresentati Usa ha approvato ieri, con una maggioranza bipartisan di 328 voti favorevoli, una risoluzione che denuncia il socialismo, definendolo “una ideologia che necessita dalla concentrazione di potere più e più volte degenerata in regimi comunisti, governi totalitari e dittature brutali”.

La risoluzione sostiene che “molti dei peggiori crimini nella storia sono stati commessi da ideologi socialisti”, e menziona Vladimir Lenin, Joseph Stalin, Mao Tsetung, Fidel Castro, Pol Pot, Kim Jong-il, Kim Jong-un, Daniel Ortega, Hugo Chavez e Nicolas Maduro.

“Il Congresso denuncia il socialismo in tutte le sue forme, e si oppone all’attuazione di politiche socialiste negli Stati Uniti d’America”, afferma il testo della risoluzione.

Secondo la deputata repubblicana Maria Elvira Salazar – uno dei promotori della risoluzione – l’obiettivo del voto è “assicurarsi che gli Stati Uniti si impegnino a non normalizzare mai l’attuazione di politiche socialiste che conducono inevitabilmente alla rovina economica e all’autoritarismo politico”.

Il voto ha spaccato il Partito democratico: 109 deputati della minoranza si sono infatti schierati a sostegno dell’iniziativa, mentre 86 hanno votato contro e 14 si sono astenuti.

Agenzia Nova

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Criminali sono gli USA

La Camera degli USA ha approvato a grande maggioranza una delirante mozione che giudica criminale ogni forma di socialismo.

Tutti i repubblicani e la maggioranza dei democratici hanno votato questa infamia fascista.

Questo voto conferma che gli i USA oggi sono il primo nemico di ogni progresso dell’umanità, compreso quello del popolo americano. Altro che fedeltà euroatlantica, criminali sono gli USA.

Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo)

Fonte

07/01/2023

USA - Crisi istituzionale al Congresso

Dopo molti decenni, ci sono volute quindici votazioni al Congresso USA per eleggerne il portavoce (l’equivalente del nostro presidente della Camera, ndr). A due anni esatti dall’assalto a Capitol Hill da parte dei sostenitori di Trump e solo dopo quattordici tentativi andati a vuoto, con le telefonate di Trump per convincere gli irriducibili e un visibile imbarazzo di fronte al mondo, il congressista repubblicano Kevin McCarthy ce l’ha fatta ad essere eletto.

Mc Carthy, 57 anni, rappresentante della California, è diventato il nuovo Speaker del Congresso americano con 216 voti sui 428 espressi. Ne bastavano 215. I sei congressisti repubblicani “ribelli” si sono limitati a votare presente, abbassando il quorum e consentendo a McCarthy la vittoria.

Alla vigilia della ennesima seduta conclusasi questa notte, Mc Carthy aveva raggiunto l’accordo con gli ultimi ribelli, guidati da Matt Gaetz che ha tenuto in scacco sia McCarthy che il partito repubblicano per quattro giorni.

Nella seduta conclusasi questa notte, i repubblicani ribelli si sono limitati a essere presenti. E hanno concluso la loro opera di interdizione senza votare per McCarthy, ma anche senza votargli contro. “Intorno a Mc Carthy costruiamo una camicia di forza che non è disposto a eludere” ha dichiarato Gaetz. Uno dei lacci alla camicia di forza sono le modifiche al regolamento della Camera che danno maggiore potere al House Freedom Caucus, un gruppo di repubblicani ultra conservatori.

In qualità di Speaker, McCarthy ricoprirebbe un incarico che normalmente definisce l’agenda del Congresso ed è il secondo nella linea di successione alla presidenza dietro alla vicepresidente Kamala Harris. Avrebbe così il potere di frustrare l’agenda legislativa di Biden e avviare indagini sulla famiglia e sull’amministrazione del presidente in vista delle elezioni presidenziali del 2024.

E così mentre nella società statunitense cresce la percezione sul rischio di una guerra civile interna, anche nelle principali istituzioni statunitensi emergono un logoramento e contraddizioni che sembravano impensabili, sia nella contrapposizione tra democratici e repubblicani, sia all’interno di entrambi partiti.

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05/11/2022

Il percorso della Cina verso la “modernizzazione socialista”

Pubblichiamo la traduzione di un contributo a quattro mani sul XX Congresso del Partito Comunista Cinese.

L’articolo uscito su Globetrotter è stato scritto da due importanti intellettuali marxisti “extra-europei”, che mettono in luce ciò che gli analisti occidentali solitamente ignorano: le conquiste della storia recente della Cina, in particolare durante la leadership di Xi, non solo dal punto di vista della crescita in quanto tale (comunque spettacolare) e dal ruolo sempre più importante dello sviluppo cinese all’interno dell’economia mondiale, di cui è il secondo maggiore attore.

Dallo sradicamento della povertà alle politiche di transizione ecologica, dalla tutela della salute dei propri cittadini con la politica di “Zero Covid” alla cooperazione paritetica “win-win” con gli altri paesi, la Cina ha raggiunto obiettivi ragguardevoli e continua a porsi sfide ambiziose per gli anni a venire che dovrebbero porsi all’attenzione del dibattito anche tra i marxisti in Occidente.

Certamente la crescita della tendenza alla guerra che nei confronti della Cina si attua attraverso lo sviluppo di una vera e propria “Nuova Guerra Fredda” ed una contrazione dell’economia-mondo, dopo il breve balzo post-pandemico, possono intaccare in parte i piani di Pechino di una sviluppo “pacifico” che metta sempre più al centro la “Comune prosperità”.

Ma è chiaro che una strada è stata tracciata, così come non si faranno concessioni su ciò che la dirigenza del Partito ritiene centrale rispetto agli interessi strategici della Repubblica Popolare, a costo di usare lo strumento militare.

Lasciando alla lettura del testo vogliamo sottolineare un aspetto particolarmente importante, perché mette in luce come il modello di sviluppo cinese si muova, o cerchi di farlo, in antitesi a come si è concretamente sviluppato il modo di produzione capitalista e dunque alle gerarchie che ha creato tra i Paesi.

Scrivono gli autori: “Al 20° Congresso, Xi Jinping ha riflettuto sulla storia del colonialismo – compreso il “secolo di umiliazione” della Cina – e sulle implicazioni che questo avrebbe avuto per il futuro della Cina. “Nel perseguire la modernizzazione”, ha detto Xi, “la Cina non percorrerà il vecchio sentiero della guerra, della colonizzazione e del saccheggio intrapreso da alcuni paesi. Quel percorso brutale e sanguinoso di arricchimento a spese di altri ha causato grandi sofferenze ai popoli dei paesi in via di sviluppo. Noi staremo fermamente dalla parte giusta della storia e dalla parte del progresso umano”.

È un messaggio forte indirizzato a tutti quei popoli che possono trovare la “sponda cinese” per lo sviluppo di un mondo realmente multipolare e nel modello di modernizzazione socialista del Paese dei riferimenti importanti e tangibili se non apertamente antagonisti, senz’altro alternativi a quelli proposti dal blocco euro-atlantico in declino, che mutatis mutandis sono sempre gli stessi.

Buona lettura

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Il Partito Comunista Cinese (PCC) ha tenuto il suo 20° Congresso Nazionale dal 16 al 22 ottobre 2022. Ogni cinque anni, i delegati dei 96 milioni di membri del PCC si riuniscono per eleggere i suoi massimi dirigenti e per definire la direzione futura del partito. Uno dei temi principali del congresso di quest’anno è il “ringiovanimento” del paese attraverso “un percorso cinese di modernizzazione“. Nella sua relazione al congresso, Xi Jinping, segretario generale del PCC, ha tracciato la strada da seguire per costruire la Cina “in un moderno paese socialista“.

La maggior parte dei commenti dei media occidentali sul congresso ha ignorato le parole che sono state pronunciate a Pechino, optando invece per speculazioni azzardate sulle deliberazioni del partito (compresa l’improvvisa partenza dell’ex presidente cinese Hu Jintao dalla Grande Sala del Popolo durante la sessione conclusiva del congresso, che si è allontanato per un malore). Si sarebbe potuto guadagnare molto ascoltando ciò che le persone hanno detto durante il Congresso Nazionale, invece di metter loro le parole in bocca.

Modernizzazione socialista

Quando il Partito Comunista prese il potere in Cina nel 1949, il paese era l’11° più povero del mondo. Per la prima volta dal “secolo dell’umiliazione”, iniziato con le guerre britanniche contro la Cina a partire dal 1839, la Cina si è trasformata in una grande potenza e la situazione sociale del popolo cinese è migliorata notevolmente rispetto a quella del 1949.

A pochi passi dalla Grande Sala del Popolo, dove si è tenuto il congresso, si trova la Sala del Memoriale del Presidente Mao, che ricorda l’immenso successo della Rivoluzione cinese del 1949 e il suo impatto sulla società cinese.

Xi Jinping è diventato segretario generale del PCC al 18° Congresso Nazionale del 2012 ed è stato eletto presidente della Repubblica Popolare Cinese nel marzo 2013. Da allora, il Paese ha vissuto cambiamenti significativi. Dal punto di vista economico, il PIL cinese è quasi raddoppiato fino a diventare la seconda economia mondiale, passando da 58,8 trilioni di yuan nel 2013 a 114,37 trilioni di yuan nel 2021; nello stesso periodo, il PIL si è espanso a un tasso del 6,6% all’anno.

Nel frattempo, il PIL pro capite del Paese è quasi raddoppiato tra il 2013 e il 2021, avvicinando la Cina alla fascia dei Paesi ad alto reddito. In termini di economia mondiale, il PIL cinese rappresenta il 18,5% del totale globale nel 2021 e il Paese è responsabile del 30% della crescita economica mondiale dal 2013 al 2021.

Inoltre, nel 2021 la Cina ha prodotto il 30% dei beni mondiali, rispetto al 20% del 2012. Tutto ciò si aggiunge ai decenni di crescita senza precedenti – del 9,8% – annuo dal 1978 al 2014, da quando è stata avviata la riforma economica in Cina nel 1978. Questi risultati economici sono storici e non sono arrivati senza una serie di sfide e conseguenze.

Nel consegnare la relazione all’apertura di questo congresso, Xi ha parlato della situazione che il popolo cinese ha affrontato un decennio fa: “Erano stati raggiunti grandi risultati nella riforma, nell’apertura e nella modernizzazione socialista... Allo stesso tempo, però, una serie di questioni e problemi importanti – alcuni dei quali si stavano accumulando da anni e altri stavano appena emergendo – richiedevano un’azione urgente“.

Ha poi parlato dello “scivolamento verso una leadership di partito debole, vuota e annacquata“, sottolineando che “il culto del denaro, l’edonismo, l’egocentrismo e il nichilismo storico” erano i problemi più profondi di un processo di sviluppo “squilibrato, scoordinato e insostenibile“. Si tratta di un’autocritica significativa da parte dell’uomo che ha guidato il paese nell’ultimo decennio.

La corruzione

Un decennio fa, nel suo discorso al 18° Congresso Nazionale del PCC, il Segretario Generale uscente Hu Jintao ha citato più volte la parola “corruzione”. “Se non riusciamo a gestire bene questo problema“, avvertì, “potrebbe rivelarsi fatale per il partito e persino causare il crollo del partito e la caduta dello Stato“.

Il primo compito di Xi Jinping, dopo aver assunto la carica di segretario generale del PCC, è stato quello di affrontare la questione. Nel suo discorso inaugurale come capo del partito nel 2013, Xi ha detto di essere impegnato a “combattere le tigri e le mosche allo stesso tempo“, riferendosi alla corruzione che si era diffusa dalle alte sfere fino alla base del partito e del governo.

Nel dicembre 2012, il partito ha varato delle regole in “otto punti” per i suoi membri, al fine di limitare pratiche come incontri di scarsa importanza e ricevimenti stravaganti per le visite ufficiali, e ha invocato “diligenza e parsimonia“.

Nel frattempo, un anno dopo il lancio della “campagna di massa” da parte dell’amministrazione di Xi nel giugno 2013, le riunioni ufficiali sono state ridotte del 25% rispetto al periodo precedente alla campagna, 160.000 persone dell’identificato “personale fantasma” sono state rimosse dal libro paga del governo e 2.580 progetti edilizi ufficiali “non necessari” sono stati fermati.

Nell’ultimo decennio, dal novembre 2012 all’aprile 2022, sono stati indagati quasi 4,4 milioni di casi che hanno coinvolto 4,7 milioni di funzionari nella lotta alla corruzione. Sono stati indagati anche membri del Partito. Solo nella prima metà di quest’anno, 24 alti funzionari sono stati indagati per corruzione ed ex ministri, governatori provinciali e presidenti delle maggiori banche statali sono stati espulsi dal partito e condannati a pene severe, tra cui l’ergastolo.

I commenti di Hu Jintao e le azioni di Xi Jinping riflettono la preoccupazione che, durante il periodo di forte crescita dopo il 1978, i membri del PCC si siano sempre più distaccati dal popolo. Nei primi mesi della sua presidenza, Xi ha lanciato la “campagna della linea di massa” per avvicinare il partito alla base.

Nell’ambito della campagna di “riduzione mirata della povertà” lanciata nel 2014, 800.000 quadri del partito sono stati inviati a censire e visitare 128.000 villaggi nell’ambito di questo progetto. Nel 2020, nonostante la pandemia COVID-19, la Cina è riuscita a sradicare la povertà estrema, contribuendo al 76% della riduzione mondiale della povertà fino a ottobre 2015.

Oltre all’auto-correzione del partito, le parole e le azioni forti di Xi contro i corrotti “mosche e tigri” hanno contribuito alla fiducia del popolo cinese verso il governo.

Secondo una ricerca del 2020 dell’Ash Center for Democratic Governance and Innovation della Harvard Kennedy School, nel 2016 la soddisfazione complessiva per le prestazioni del governo è stata del 93,1%, con una crescita più significativa nelle regioni più sottosviluppate delle campagne. L’aumento della fiducia nelle aree rurali è dovuto all’incremento dei servizi sociali, alla fiducia nei funzionari locali e alla campagna contro la povertà.

Il lato giusto della Storia

Al 20° Congresso, Xi Jinping ha riflettuto sulla storia del colonialismo – compreso il “secolo di umiliazione” della Cina – e sulle implicazioni che questo avrebbe avuto per il futuro della Cina.

“Nel perseguire la modernizzazione“, ha detto Xi, “la Cina non percorrerà il vecchio sentiero della guerra, della colonizzazione e del saccheggio intrapreso da alcuni paesi. Quel percorso brutale e sanguinoso di arricchimento a spese di altri ha causato grandi sofferenze ai popoli dei paesi in via di sviluppo. Noi staremo fermamente dalla parte giusta della storia e dalla parte del progresso umano“.

I funzionari cinesi ci dicono sempre che il loro Paese non è interessato a cercare di dominare il mondo. Quello che la Cina vorrebbe fare è collaborare con altri Paesi per cercare di risolvere i dilemmi dell’umanità.

L’Iniziativa Belt and Road, ad esempio, è stata lanciata nel 2013 con l’obiettivo di una cooperazione e di uno sviluppo “win-win” e finora ha costruito infrastrutture molto necessarie con contratti di investimento e costruzione per un totale di 1.000 miliardi di dollari in quasi 150 Paesi.

L’interesse della Cina nell’affrontare la catastrofe climatica è testimoniato dal fatto che nell’ultimo decennio ha piantato un quarto delle nuove foreste del mondo e che è diventata leader mondiale negli investimenti in energie rinnovabili e nella produzione di veicoli elettrici.

Per quanto riguarda la salute pubblica, la Cina ha adottato una politica COVID-19 che privilegia le vite umane rispetto al profitto, ha donato 325 milioni di dosi di vaccini e ha salvato milioni di vite.

Grazie alle sue iniziative nel settore della sanità pubblica, l’aspettativa di vita media dei cinesi è stata dai 77,93 anni nel 2020 e ha raggiunto i 78,2 anni nel 2021, superando per la prima volta l’aspettativa di vita negli Stati Uniti (77 anni nel 2020 e 76,1 nel 2021) che rende questo calo “la più grande diminuzione biennale dell’aspettativa di vita dal 1921-1923“.

I comunisti cinesi non vedono questi eventi senza inserirli nel contesto del lungo processo intrapreso dal governo per raggiungere e garantire il loro sviluppo sociale. Tra 27 anni, la Cina celebrerà il centenario della sua rivoluzione. Nel 1997, l’allora presidente cinese Jiang Zemin parlò dei due obiettivi del centenario – i 100 anni dalla fondazione del Partito Comunista (1921) e dalla Rivoluzione Cinese (1949) – che “sono alla base di tutti i programmi di pianificazione economica a lungo termine della Cina e delle agende di politica macroeconomica contemporanea“.

All’epoca, l’attenzione era rivolta ai tassi di crescita. Nel 2017, Xi Jinping ha spostato l’enfasi di questi obiettivi sulle “tre dure battaglie“: disinnescare i principali rischi finanziari, sradicare la povertà e controllare l’inquinamento. Il nuovo congresso è andato oltre queste “dure battaglie” per proteggere la sovranità cinese ed espandere la dignità del popolo cinese.

Fonte

30/10/2022

Cina - Il XX Congresso del PCC. Un’intervista a Gabriele Battaglia

Abbiamo intervistato Gabriele Battaglia, giornalista free-lance che abita da diversi anni in Cina e collabora a differenti organi di informazione come la Radiotelevisione svizzera (RSI) e Radio Onda d’Urto. Ha differenti pubblicazioni alle spalle, tra cui l’ultima: Massa per Velocità. Un racconto dalla Cina profonda, edito da Prospero editore nel novembre 2021. Gabriele è una fonte preziosissima per chi vuole seguire le trasformazioni della Repubblica Popolare. Ha seguito direttamente il recente XX Congresso del Partito Comunista Cinese. Gli abbiamo posto alcune domande.

In occidente la discussione dopo la fine del XX Congresso è quella sul potere di Xi Jinping. Quando venne selezionato dieci anni fa, la vasta maggioranza degli osservatori occidentali lo considerava una figura grigia, senza linea politica, un mediatore in un Partito Comunista dilaniato dal fazionismo. Com’è stato possibile passare dalla situazione di 10 anni fa a quella di oggi? Xi Jinping, con la campagna anti corruzione e con una revisione dello stile di lavoro del Partito Comunista Cinese, ha profondamente cambiato gli assetti di potere interni all’organizzazione. Sei d’accordo? È ancora possibile leggere le dinamiche secondo gli schemi con le vecchie correnti: i “principi rossi” figli e nipoti dei vecchi rivoluzionari, i tuanpai allevati nella Lega della Gioventù di Hu Jintao, la cricca di Shanghai protetta dal grande vecchio Jiang Zemin?

Partendo dal presupposto che nel 2012 Xi era considerato una figura di compromesso tra le diverse fazioni all’interno del Partito comunista, non riconducibili solo al dualismo principini-lega dei giovani comunisti (taizidang-tuampai), direi che su quello che è successo dopo si divide in due scuole di pensiero. La prima sostiene che Xi Jinping abbia gradualmente fatto fuori ogni opposizione interna utilizzando la campagna anticorruzione come strumento privilegiato; la seconda, che l’evoluzione successiva sia stata in qualche modo voluta dal Partito, nella sua grande maggioranza, già all’epoca dell’insediamento di Xi. Quando lui prende il potere, il Partito comunista sente di essere reduce da un “decennio perduto” – quello di Hu Jintao-Wen Jiabao – in cui si sono esasperati alcuni dei problemi strutturali che il trentennio precedente, quello del boom cinese, hanno lasciato in eredità.

Sul piano interno, si sono acuiti drammaticamente la diseguaglianza sociale e il divario città-campagna, che per altro sono quasi sinonimi; le fonti di crescita e ricchezza sono altamente destabilizzanti per l’intero sistema: grandi investimenti poco produttivi che danno origine a gigantesche bolle speculative (non solo quella immobiliare), inoltre il ruolo di “fabbrica del mondo” crea enormi problemi di sostenibilità ambientale e soprattutto relega la Cina al ruolo di fornitore di merci a basso valore aggiunto al resto del mondo; la corruzione è imperante e ha ridotto il consenso al Partito comunista ai minimi storici. Sul piano internazionale, le politiche di contenimento della Cina da parte degli Usa non cominciano certo con Trump, basti ricordare il “pivot to Asia” della premiata ditta Obama-Hillary Clinton, ma un rapporto di Condoleeza Rice a cavallo del millennio già identificava nella Cina l’avversario del futuro, proprio mentre Pechino e Washington erano allo Zenith della loro complementarietà nell’ambito della globalizzazione. È bene ricordarlo sempre quando gli Usa identificano nella Cina “la sfida più completa e seria alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti” come nell’ultima Strategia di difesa nazionale, uscita pochi giorni fa. Di fronte a questo mix potenzialmente esplosivo, il Partito sceglie l’uomo forte costruito in casa: Xi Jinping. È abbastanza nella tradizione cinese: il buon governante non è “democratico” (concetto non estraneo ai cinesi, ma sicuramente meno pervasivo che da noi), bensì soprattutto forte e perciò in grado di garantire il massimo benessere possibile alla sua grande popolazione che, ricordiamolo è quasi il triplo della popolazione sommata di Stati Uniti e UE.

Insomma, io propendo per la seconda ipotesi secondo cui Xi Jinping è un prodotto del Partito comunista in una determinata fase della sua evoluzione, anche se non è necessariamente in contrapposizione alla prima. Diciamo che Xi è “programmato” per mettere muscolarmente le cose a posto e nel suo ruolo, gradualmente, esaspera sempre più la propria presa sul potere, arrivando fino agli esiti odierni, dieci anni dopo, con il ventesimo congresso del Partito.

Che quello di Xi in origine non fu un “golpe”, bensì una scelta del Partito stesso lo deduco da diverse indicazioni. Ad esempio, la campagna anticorruzione era cominciata anche prima, con l’eliminazione di un potenziale rivale come Bo Xilai, proprio durante la leadership di Hu-Wen. Inoltre Xi non è una figura che splende di luce propria come Mao Zedong (a cui spesso è associato), non è carismatico, non è un intellettuale, non è un leader rivoluzionario, non ha vinto la guerra antigiapponese e la guerra civile, è un apparatchik, appartiene alla “nobiltà rossa”, il suo culto della personalità viene gradualmente costruito con alcune trovate mediatiche di tipo spettacolare e nazional-popolari, come la sua apparizione in un ristorante frequentato dalla gente comune per fare di lui il “presidente di popolo”. Infine, la sua ascesa non è contro il Partito come fu spesso nel caso di Mao – basti pensare alla Rivoluzione culturale – bensì del tutto interna al Partito stesso, di cui lui acuisce la presa sulla società, a cui lui restituisce centralità nella vita quotidiana dei cinesi.

Quindi direi che l’accentramento di Xi Jinping è indubbio, ma è un prodotto dell’apparato. La storia futura è ancora da scrivere, certamente gli esiti dell’ultimo congresso portano in direzione di un ulteriore accentramento del potere e sinceramente non so se questo è voluto oppure è una sorta di movimento inerziale, così come non so quanto corrisponda a un piano razionale che indubbiamente all’inizio c’era. Né ovviamente ho la più pallida idea di che esito avrà.

Il Congresso rimane un evento che coinvolge i quadri di un Partito di massa. Durante il resto dell’anno, però, si afferma che il PCC abbia lavorato a rivitalizzare la mobilitazione anche dei membri di base. Secondo la tua esperienza, quanto è profonda questa rivitalizzazione?

La mobilitazione è una delle chiavi fondamentali per comprendere cosa sta succedendo in Cina in questo momento e cosa succede in Cina sempre quando ci si trova di fronte a situazioni eccezionali, sia negative sia positive, può trattarsi di un disastro naturale o dell’organizzazione delle Olimpiadi. È qualcosa che noi non possiamo comprendere perché non viviamo in una società collettivista, ma è sia un momento in cui si risolvono problemi pratici, sia un momento in cui si offre un senso all’individuo sul suo stare in questa società.

È il momento in cui organismi di base fin lì silenti improvvisamente “si accendono” e si fanno carico della vita sociale, della vita quotidiana, mentre al tempo stesso il potere, dall’alto, sospende le normali consuetudini, taglia livelli della gerarchia e compie “affondi” fino alla base della società per risolvere problemi immediati e potenzialmente catastrofici.

Questa mobilitazione, a differenza della mobilitazione “di massa” che va da quando il Partito era clandestino oppure costituiva i soviet durante la guerra civile fino al tardo maoismo, con la Rivoluzione culturale, è a partire da Deng Xiaoping sempre più tecnocratica, delegata ai quadri di Partito e ai tecnici preposti a risolvere i problemi.

Per gli altri è la “mobilitazione a non mobilitarsi”, stare buoni e fermi senza peggiorare le cose finché il problema non si risolve, anche così si offre il proprio contributo.

Questo si è visto soprattutto con il Covid: da un lato si tagliano i livelli gerarchici e i vertici compiono un affondo, come a Wuhan e poi a Shanghai, quando i funzionari locali sono stati esautorati e da Pechino è arrivato il mister Wolf della situazione a ordinare politiche rapide, draconiane, che coinvolgono milioni di persone (nel caso di Shanghai, Miss Wolf, cioè Sun Chunlan che allora era l’unica donna nel Politburo); dall’altro lato, tutti i comitati di base, cioè il Partito all’interno del popolo, che interagisce con figure amministrative statali e agenzie private (per esempio amministrazioni di condominio) si attivano e dettano le regole spicciole, fanno i lavori necessari (come alzare barriere), mantengono l’ordine, organizzano la comunicazione, istruiscono e aiutano la popolazione; infine, la popolazione “si mobilita a non mobilitarsi”, accettando di sospendere la propria individualità e di fare sacrifici.

Questo modello può funzionare solo in Cina, da noi per esempio è impossibile che il tuo portinaio dall’oggi al domani ti imponga di star chiuso in casa; è molto efficace perché scatena grandi energie, fino a un certo punto è anche una forma di partecipazione, ma ovviamente non può durare all’infinito così come tutti le fasi eccezionali. Il problema di oggi è proprio quello: non se ne vede la fine.

Il congresso ha riconfermato la politica di “zero covid dinamico” e ha elevato a numero 2 del PCC Li Qiang, diventato il politico più odiato dalla comunità degli stranieri in Cina perché considerato colpevole della gestione ferrea (e a tratti maldestra) del lockdown di Shanghai. Nella società cinese che sentimenti si muovono rispetto a questa politica?

C’è molta stanchezza, per quello che riesco a percepire io, ma non c’è assolutamente una fase pre-rivoluzionaria. Chi può cerca di andarsene, altri invece stringono i denti pensando che fuori dalla Cina è anche peggio, con la guerra, la crisi economica, forse neppure il riscaldamento per il prossimo inverno. C’è chi mi assicura che comunque l’azzeramento dinamico ha ancora l’appoggio della maggioranza della popolazione, ne prendo atto e sinceramente non so, anche perché io osservo la realtà di una metropoli e in questo momento non mi è consentito fare inchiesta, magari nelle aree rurali (ma neppure in città, a dire il vero).

I timori riguardano soprattutto la perdita del lavoro e quindi del reddito, ma per ora mi sembra che i cinesi siano ancora nella fase del chi ku (mangiare amaro) che tante altre volte hanno sperimentato nella loro storia, anche se non manca l’esasperazione perché di fatto la tua vita è nelle mani di piccoli funzionari che interpretano le regole sempre in maniera molto restrittiva, per non correre rischi. Se la regola impone che la priorità assoluta è che nella tua area di competenza non ci siano casi di coronavirus, allora tu – funzionario di centesimo livello – diventi esageratamente zelante nel prevenire quella eventualità.

Così, se devi scegliere tra due possibilità, scegli sempre la più repressiva e drastica: “Questo qui arriva da fuori, gli faccio fare 3 giorni di quarantena in casa oppure sette in una struttura di isolamento anti-covid? Facciamo la seconda, và”. “Questo camion sta portando merce deperibile, lo faccio passare oppure metto l’autista in quarantena e lo parcheggio per una settimana lì di fianco? Meglio andar sicuri”.

Quindi ognuno si sente in ostaggio di scelte estemporanee e la tipica discrezionalità dei funzionari cinesi, che un tempo ti permetteva di fare tutto violando anche le regole, adesso va in direzione contraria, e diventa arbitrio. Una reazione è che nessuno prende iniziative, tanto poi quasi sicuramente non si realizzano. Gli eventi culturali in città sono bloccati, perfino andare al ristorante assume i connotati del rischio. Inoltre non mancano le esplosioni di rabbia di fronte a scelte assurde, la disperazione, anche i suicidi e le patologie psichiatriche. Chissà se quando storia sarà finita qualcuno riuscirà a fare uno studio completo su questo aspetto.

Nell’economia cinese si stanno accumulando molti problemi: l’invecchiamento della popolazione, l’effetto della guerra commerciale con gli USA, gli effetti di “zero covid dinamico” e della mordacchia alle grandi aziende hi-tech. Tra le conseguenze più visibili c’è un innalzamento della disoccupazione giovanile a livelli che non si vedevano da decenni, specie nelle aree urbane. Secondo te, questo sarà il “nuovo normale” anche a medio termine? Quali potrebbero essere le conseguenze nella società?

Questo è per me un grande dilemma. Ho sempre visto una logica nelle scelte della leadership cinese, anche quelle più estreme. Adesso vedo solo una grande contraddizione. È vero che ormai da qualche anno – anche prima del Covid – la sicurezza ha affiancato lo sviluppo economico come priorità. Anzi, la sicurezza di tutti i tipi (interna, esterna, alimentare, energetica, militare) è dichiaratamente il prerequisito della crescita economica.

Ma non riesco più a vedere i presupposti di quella crescita economica, ormai sicurezza e sviluppo mi sembrano in contraddizione. Certo, non vedo neanche una via d’uscita facile, non possono come da noi ordinare il “liberi tutti” dall’oggi al domani, passerebbero in men che non si dica da 5200 morti di Covid a settecentomila-un milione e quattrocentomila secondo le stime.

Al Congresso hanno detto che nell’ultimo decennio la Cina ha raddoppiato il volume della propria economia e ha avuto una crescita media del 6 per cento, più di chiunque altro. Evidentemente pensano di avere ancora margini di chi ku, mangiare amaro, ma non so per quanto.

Uno dei concetti più interessanti che è stato inserito nello Statuto del Partito è quello di “prosperità condivisa” su cui giustamente hai messo l’accento nei tuoi interventi, e generalmente poco considerato dagli osservatori.

Questo è normale perché nella logica delle opposte propagande che si è esasperata negli ultimi tre anni, di Cina si può parlare solo in termini negativi, come incubo repressivo o, in alternativa, società disfunzionale perché diversa dalla nostra. Invece mi pare che la gongtong fuyu, la prosperità condivisa, sia davvero tornata in auge e ormai non c’è discorso ufficiale che non la citi.

Il messaggio alla borghesia, per cui è finita la pacchia di arricchirsi senza vincoli e questo è subordinato a una più equa ridistribuzione, è passato senz’altro, tant’è che molti cercano di filarsela con il bottino. Nel linguaggio ufficiale hanno inserito il concetto delle tre forme di ridistribuzione delle risorse che è comunque qualcosa di molto compatibile con il neoliberismo: una prima forma è la classica allocazione di mercato; la seconda la ridistribuzione di Stato (cioè praticamente le tasse); la terza – che è la novità – è la beneficenza, la charity. Cioè, pochissima cosa.

Però la peculiarità cinese la rende forse più potente, perché qui vige il fattore “P”, la politica. Cioè, questo è un messaggio politico che arriva dall’alto, è cosa buona se fate fondazioni, charity, gesti concreti di benevolenza, e infatti le maggiori imprese si sono messe dall’oggi al domani a stanziare fondi “per la gongtong fuyu”, perché questo serve a restare nella correttezza politica e quindi nelle grazie del Partito comunista, anche se poi loro dicono che fanno tutto spontaneamente.

Insomma, è un nuovo tipo di scambio tra il Partito e il capitale. Non so dove porterà, ma l’intento per il 2035 è di realizzare la compiuta modernizzazione per tutti, senza lasciare nessuno indietro, idem per quanto riguarda il “grande ringiovanimento della nazione cinese” entro il 2049. Vedremo.

Fonte

13/10/2022

Cina - Il XX Congresso del PCC

Il Partito Comunista Cinese sta completando le ultime fasi del suo congresso. Con 96,7 milioni di membri, il PCC è il secondo partito più grande al mondo (il primo è il BJP del premier indiano Modi, che include direttamente al suo interno sindacati e organizzazioni sociali).

Dopo un lungo periodo di relativo indebolimento, la dirigenza di Xi Jinping ha ripoliticizzato la vita interna dell’organizzazione e ha rivitalizzato forme di mobilitazione di massa. Per molti anni, milioni di iscritti al PCC erano stati coinvolti al massimo in qualche attività mensile molto rituale.

La svolta dell’ultimo decennio ha portato a una selezione maggiore tra gli iscritti, che a ogni livello devono svolgere più attività, con più espulsioni. In ogni caso, il congresso del PCC pur coinvolgendo decine di migliaia di persone rimane un evento dell’élite del Partito.

Le tempistiche

Dall’8 al 12 ottobre si è riunita per l’ultima volta la plenaria del Comitato Centrale uscente. Dal 16 al 22 ottobre si terrà il XX Congresso del Partito che eleggerà il nuovo Comitato Centrale, la Commissione Centrale per le Ispezioni Disciplinari ed approverà gli emendamenti alla Costituzione del Partito.

Il giorno dopo, il 23 ottobre, il nuovo Comitato Centrale eleggerà Xi Jinping Segretario Generale per il suo terzo mandato ed eleggerà l’Ufficio Politico nel Comitato Centrale e il Comitato Permanente dentro l’Ufficio Politico.

I gruppi

Nella pubblicistica occidentale la grande domanda è se possa emergere in questo congresso un contraltare alla figura di Xi Jinping. La risposta in sé è semplice: no, e se anche ci fosse un movimento interno alla dirigenza centrale del PCC in questo senso, non avremmo gli strumenti per capirlo in tempi brevi.

Come ha scritto recentemente Neil Thomas (del gruppo di consulenza Eurasia Group) su The China Story, “quello che sappiamo sono principalmente fatti concreti scevri del contesto umano, la struttura formale delle istituzioni politiche, le persone che detengono le cariche nelle istituzioni, le politiche che queste persone portano avanti in queste istituzioni (...). Le regole interne proibiscono ai membri di discutere le decisioni del Partito o di pubblicizzare le operazioni interne. Quindi sappiamo il cosa, di solito possiamo solo limitarci a speculare sul come e il perché”.

Osservando questi fatti concreti gli osservatori occidentali erano arrivati a distinguere due raggruppamenti. Da una parte il gruppo di Shanghai, i tecnocrati che hanno fatto carriera nel campo della finanza e delle riforme economiche all’ombra dell’ex segretario Jiang Zemin.

Dall’altra parte i tuanpai, i quadri che hanno fatto carriera nella Lega della Gioventù Comunista insieme a Hu Jintao, gestendo il potere locale e le grandi imprese di stato.

L’ascesa di Xi Jinping, inizialmente salutato in occidente come “riformista pro mercato” e come una sorta di papa straniero fuori dalle due correnti, ha squassato questo quadro interpretativo.

Sotto la campagna anti-corruzione sono caduti alti papaveri di entrambi i gruppi, e anche qualcuno considerato teoricamente vicino allo stesso Xi, come Dong Hong, segretario della commissione disciplinare presieduta da Wang Qishan, considerato grande alleato di Xi.

La morale è che la revisione dello “stile di lavoro” fatto da Xi Jinping ha reso molto più imperscrutabili le dinamiche del potere interne al Partito-stato e oggi è difficile stabilire quanto effettivamente dei nuovi ingressi ai massimi livelli del potere significhino un indebolimento o un rafforzamento delle posizioni di Xi e dei suoi alleati.

Negli ultimi anni l’unico personaggio pubblico ad aver tenuto un profilo abbastanza differenziato da quello di Xi è stato il primo ministro Li Keqiang.

Le differenze tra i due sono state sicuramente esagerate per poter costruire articoli di giornale più interessanti, fatto sta che Li è l’ultimo membro riconosciuto dei tuanpai ad aver conservato un posto di primissimo piano e dalle sue tribuni istituzionali non si è mai esposto particolarmente sulle politiche-slogan di Xi, andando spesso a fare da contraltare che sottolinea la necessità di continuare le riforme di mercato e l’apertura all’estero.

Le possibili promozioni

Il Congresso redistribuirà una miriade di posizioni di potere. Lungi da poter capire quale sarà davvero la geografia del potere ai vari livelli, si possono tenere aperti gli occhi sul alcune posizioni chiave.

Nella sua guida al XX Congresso Michelangelo Cocco fa dei ritratti dei possibili ingressi nel Comitato Ristretto dell’Ufficio politico. Il XIX Congresso aveva ridotto il numero di componenti da 9 a 7; di questi 7 sono oltre la soglia di pensionamento informale dei 67 anni il primo ministro uscente Li Keqiang, il presidente del comitato permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo Li Zhanshu, Wang Yang – che tra le altre cariche è stato a capo del gruppo di lavoro del Comitato Centrale sullo Xinjiang – Wang Huning da quasi 20 anni a capo del Central Policy Research Office e tra le persone chiave nell’estensione delle Terza Risoluzione sulla storia del PCC.

Secondo Cocco i possibili ingressi sono:

– Hu Chunhua, considerato da molti l’ultimo dei tuanpai, di cui viene sottolineato l’elenco di importantissimi incarichi svolti sotto la dirigenza di Xi, tra cui la campagna per l’eliminazione della povertà assoluta;

– Ding Xuexiang, già segretario personale di Xi quando quest’ultimo è stato segretario del PCC a Shanghai nel 2007, ed è stato chiamato dallo stesso Xi a fare da ufficiale di collegamento tra il Comitato Permanente e il Comitato Centrale;

– Chen Min’er, già vociferato alla vigilia del XIX Congresso come possibile successore di Xi, è l’esempio principale di un membro dell’esercito del Zhejiang, cioè gli ufficiali che hanno cominciato la carriera quando Xi è stato segretario del Zhejiang, tra il 2002 e il 2007. Sia Ding sia Chen svolgono spesso il ruolo di lodatori ufficiali alle politiche-slogan di Xi.

– Li Xi, attualmente segretario del PCC nella provincia del Guangdong, secondo Cocco potrebbe lavorare come “tecnico” per assistere Xi nelle scelte economiche, sulla base dell’esperienza maturata alla guida della provincia più aperta agli scambi con l’estero.

La partita del Comitato Permanente del Partito è intrecciata con quella del governo dello stato. Uno dei nomi più papabili fino a pochi mesi fa è stato Li Qiang, segretario del PCC a Shanghai, rapidamente declassato dopo la gestione disastrosa dei tre mesi di lockdown in città tra marzo e giugno 2022.

Un altro possibile nome potrebbe essere, forzando di molto le regole informali sui limiti d’età, l’attuale vice-premier Liu He soprannominato dalla solita fantasia giornalistica “lo zar dell’economia” per i molti ruoli di responsabilità affidatigli da Xi, spesso oscurando il premier Li Keqiang.

Tra gli ultimi ruoli, quello di gestire lo sviluppo interno dei chip in risposta agli ulteriori restringimenti dei mercati decisi da Biden.

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10/05/2022

Concluso il Congresso della Federazione Sindacale Mondiale

Si è concluso al canto dell’Internazionale il 18° congresso della Federazione Sindacale Mondiale, con l’elezione a nuovo segretario generale di Pampis Kyritsis che succede a George Mavrikos. Nel segretariato mondiale dopo 13 anni entra una donna, Cinzia Della Porta di USB, mentre Roma sarà la sede del coordinamento europeo FSM, con Pierpaolo Leonardi nella veste di coordinatore.

“Uno straordinario riconoscimento del lavoro militante svolto in questi anni con grande capacità per il Dipartimento internazionale USB. Cinzia Della Porta, membro dell’Esecutivo nazionale USB, è stata eletta all’unanimità nel Segretariato mondiale della FSM, il sindacato di classe a cui aderiscono oltre 110 milioni di lavoratrici e lavoratori di ogni parte del mondo” – scrive in una nota l‘USB.

“Sarà un compito impegnativo che, ne siamo certi, Cinzia svolgerà con capacità e grande professionalità. A lei il ringraziamento e gli auguri di tutta l’USB”.

Il congresso sindacale mondiale è stato ospitato in questi giorni dalla Unione Sindacale di Base all’Holiday Inn Parco dei Medici di Roma. L’ultima volta che il congresso FSM si è tenuto in Italia era il 1949, quando alla guida del sindacato mondiale fu eletto Giuseppe di Vittorio.

Kyritsis, cipriota di Larnaca, 63 anni, dirigente del PEO, è vicepresidente FSM dal 2000 e nell’ultimo decennio ha ricoperto il ruolo di coordinatore europeo di FSM.

Nel suo discorso di insediamento Pampis Kyritsis ha ricordato la grande tradizione di lotta di Cipro, che con il PEO è tra i fondatori della FSM.

Dopo il saluto al segretario uscente Mavrikos, Kyritsis ha garantito il suo impegno per rendere ancora più efficaci gli interventi di FSM: “Ci attendono lotte dure nella guerra tra lavoro e capitale, una guerra ancora più difficile perché parte del sindacalismo mondiale ha scelto di mettersi sotto l’influenza del capitalismo.

Noi siamo diversi e per questo abbiamo subìto e subiamo ancora gli attacchi del capitale. Ma non sono riusciti a scioglierci, siamo ancora qui, a difendere i diritti dei lavoratori, la negoziazione collettiva, lo stato sociale e a dire no alle privatizzazioni. Siamo qui per portare avanti una visione del mondo senza guerre imperialiste né sfruttamento dell’uomo sull’uomo”
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14/01/2021

USA - Democrazia blindata. I soldati occupano il Congresso


Una parte dei 10.000 soldati della Guardia Nazionale che stanno occupando Washington per contribuire a rendere sicura l’area del Congresso prima dell’inaugurazione del Presidente eletto Joe Biden saranno regolarmente armati.

La decisione del Segretario dell’Esercito americano Ryan McCarthy arriva dopo che l’FBI ha avvertito circa previste proteste armate a Washington in vista della cerimonia di insediamento del 20 gennaio.

Gli ufficiali statunitensi, parlando in condizioni di anonimato, non hanno detto quanti soldati sarebbero stati armati, ma hanno sottolineato che almeno i soldati incaricati di mettere in sicurezza l’edificio del Campidoglio saranno armati.

Uno degli ufficiali ha detto che le truppe non sarebbero state la prima linea di difesa e che dovrebbero solo sostenere le forze di polizia ma, data la minaccia che incombe sul Campidoglio, le truppe dovevano essere equipaggiate con le loro armi per l’autodifesa.

La Guardia Nazionale è stata autorizzata ad inviare fino a 15.000 soldati a Washington, e ai turisti è stato proibito di visitare il Monumento a George Washington fino al 24 gennaio.

Il capo dell’Ufficio della Guardia Nazionale, il generale Daniel Hokanson, ha detto lunedì ai giornalisti che si aspettava circa 10.000 soldati a Washington entro sabato per contribuire alla sicurezza, alla logistica e alle comunicazioni.

Il risultato finale è però quello che si vede in queste foto, con i soldati che dormono dentro il Parlamento per “proteggere la democrazia”.

Qualcosa è sfuggito agli apprendisti stregoni...






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07/01/2021

USA - Insurrezione a Capitol Hill: cronaca di una notte da guerra civile

Quello che si è svolto ieri pomeriggio a Washington, nella sede del Congresso USA a Capitol Hill, è probabilmente il primo atto di una tragedia annunciata da tempo.

In sintesi, la cronaca ci racconta di migliaia di sostenitori del Presidente uscente Trump, che sono accorsi ad una vera e propria chiamata alle armi di “The Donald”, che aveva già fatto qualche settimana fa, quando dichiarò di essere stato derubato del risultato elettorale.

La manifestazione però, rinfocolata da dichiarazioni irresponsabili dell’ex presidente, è degenerata al punto tale che i “Trumpiani”, che non sono dei semplici sostenitori del GOP, il Grand Old Party – come viene denominato in gergo il Partito Repubblicano – ma circa la metà di un America profonda e dimenticata dalle élites e dalla finanza, che cova rabbia sociale da decenni, si è da subito trasformata in un vero e proprio attacco alla sede del Congresso, dove si stava svolgendo la ratifica ufficiale della legittimazione a governare del neo presidente eletto Joe Biden.

Risultato: decine di arresti e feriti, anche molto gravi, una manifestante uccisa da un colpo di pistola, esploso dalle forze dell’ordine che difendevano il Congresso o da fuoco amico, il coprifuoco decretato subito dopo da Nancy Pelosi e l’intervento della Guardia Nazionale a supporto delle forze di polizia “ordinarie” che riuscivano a mantenere i dimostranti con estrema difficoltà. Altri 3 morti ci sono stati poi nei dintorni del Congresso, dopo l’intervento della Guardia Nazionale.

I seguaci di Trump, aiutati da milizie armate di estrema destra, fra cui si distinguono da tempo i “Proud Boys” di cui abbiamo già parlato in precedenza, sono riusciti ad entrare, armati nella sede del Congresso. Fonti attendibili riferiscono di aver dovuto mettere al sicuro i risultati elettorali, dei quali erano alla ricerca nel tentativo di inquinare le prove della legittimità delle elezioni. Le stesse fonti parlano addirittura di due ordigni disinnescati.

Questa dicevamo la cronaca più spiccia, ma il fatto in sé pone una serie di domande che mettono in crisi un modello, un modello che è sempre stato sbandierato come “il più grande esempio di democrazia del pianeta”.

I media americani mainstream e le stesse istituzioni a stelle e strisce hanno parlato di “insurrection”, termine che noi traduciamo con “insurrezione”, “rivolta”, ma che per gli americani vuol dire proprio ribaltamento delle condizioni di democrazia.

L’Europa, si è sperticata in semplici analogie con il golpe cileno ai danni del Presidente Allende o spagnolo di Tejero, ma qui è una parte del popolo (circa il 50%, nelle urne), che ha dato man forte ad un leader che considera il proprio salvatore.

Per ora le forze armate sembrano escluse dal coinvolgimento nel crescente conglitoo politico-sociale, anche se a qualcuno non può non tornare a mente come le forze dell’ordine americane usino gestire le dimostrazioni degli Antifà o del BLM USA: il modello è Tolleranza Zero, è inequivocabile.

Questi dimostranti invece sono riusciti ad entrare in una sede del Governo, ad occupare addirittura gli uffici dei membri del Congresso, per la prima volta nella storia del paese sono state esibite armi all’interno della principale sede del potere politico, il Congresso, con il palese aiuto perlomeno di una parte dei poliziotti schierati a difesa del palazzo...

Scegliete: o questo è il suicidio di una democrazia che si rivela improvvisamente molto fragile, il classico gigante dai piedi di argilla, o il carisma di un criminale come Donald Trump ha valicato un confine, ha tracimato.

Altre manifestazioni, infatti, nella notte italiana si sono svolte ad Atlanta, in Georgia, dove il segretario di Stato, il repubblicano Brad Raffensperger, è stato evacuato in estrema emergenza dalla sua sede di lavoro. Lo stesso è accaduto a Phoenix, a Santa Fè e anche nella tristemente nota Salem, dove vennero bruciate per l’ultima volta le cosiddette “streghe”. Nello stato della Virginia infine, è stato dichiarato lo stato d’emergenza.

Si è trattato dunque di un’iniziativa di grandi dimensioni, su gran parte del territorio nazionale, con qualcosa di somigliante ad un “comando centrale” che raccoglie e concretizza il messaggio di Trump. Non una locale esplosione di rabbia per una sconfitta elettorale e nemmeno solo il concentramento di questa rabbia nella sola capitale.

Ma la tracimazione del “pensiero Trumpista” va ben oltre i confini degli Stati Uniti d’America.

Tempo fa, su questo stesso giornale, mettevamo in guardia riguardo i pericoli del “Trumpismo”, ben più pericoloso del “Waspismo”, di chiara matrice anglosassone e molto meno “esportabile”, anche nella nostra “vecchia e cara Europa”.

I fatti che sono successi ieri a Washington, potrebbero essere i prodromi di qualcos’altro.

I segnali ci sono tutti, soprattutto nelle società capitalistiche occidentali, dove la pandemia da Covid-19 colpisce e continua a colpire duramente, dividendo popoli e strati sociali sempre più impoveriti.

Ma rimaniamo sul pezzo, e negli USA.

Donald Trump è stato alternativamente chiamato mitomane, affetto da monomania come il capitano Achab, negazionista, stretto amico e finanziatore delle sette evangeliche. Sì, probabilmente è anche questo, ma non solo.

Al momento sembra il creatore di un mondo parallelo a quello reale, un mondo somigliante in qualche modo a quello descritto da Philip Roth nel suo celebre romanzo “Il complotto contro l’America”: i suoi seguaci non vestono mascherine anti-covid perché il virus non esiste ed è stato creato in laboratorio dai cinesi; la stampa e le televisioni distribuiscono solo “fake news”, non alcune, tutte le testate (durante l’attacco a Capitol Hill è state distrutta la postazione della Associated Press ed è stata aggredita anche la troupe Rai); le elezioni sono state una frode, negando anche l’evidenza del suo stesso partito che ha sempre dichiarato il contrario.

Questa è la sua sfida, la trasformazione del mondo reale, sogno o incubo già vagheggiato da altri nel secolo breve. Proprio negli stessi anni ’20, ma cento anni fa; ed una sfida del genere, non conosce confini nazionali, e questo è un pericolo.

Come pensa di attuarla?

Un’ipotesi potrebbe essere quella di fare man bassa dei suoi seguaci nel GOP, che non sono la maggioranza ma non sono pochi, rinforzare i rapporti con parti del Libertarian Party, che ne guadagnerebbe in visibilità, e mantenere viva la stretta collaborazione con le frange ed i gruppi “Wasp” e di estrema destra che gli sono sempre stati fedeli.

Una sorta di “terza via” di destra, a dirla breve.

A corollario, Nancy Pelosi – nuovamente eletta speaker del Congresso – ha fatto riprendere i lavori interrotti a Capitol Hill dopo che i parlamentari erano stati evacuati dai servizi segreti. Il vicepresidente, Mike Pence, rivela che l’intervento della Guardia Nazionale lo ha autorizzato lui stesso dopo il diniego di Trump, aprendo di fatto alla possibilità che venga invocato il 25° emendamento, il che equivarrebbe a rimuovere immediatamente “The Orange”, che potrebbe a quel punto essere perseguito per avere messo il paese in pericolo.

Pochi giorni fa Enrique Tarrio, il leader dei Proud Boys, (di origine cubana, ferocemente anticastrista) arrestato per possesso di armi prima della manifestazione pro-Trump, rilasciando un’intervista ci fa sapere che “c’è chi pensa che una volta che Trump sarà fuori dalla Casa Bianca sarà finita. Non capiscono che Trump non è più una persona, è un movimento”.

E The Donald per tutta risposta indice un’altra giornata pro domo sua il giorno dell’insediamento di Joe Biden, il 20 gennaio. In un tweet emesso in tarda serata, ora di Washington D.C., invita a “ricordare questo giorno per sempre”.

Ci saranno sorprese, d’ora in avanti...

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10/01/2020

USA - La Camera vuole limitare i poteri di guerra di Trump

La Camera dei rappresentanti del Congresso Usa ha votato una risoluzione che riduce in qualche modo i poteri di guerra del presidente Trump il quale, prima di intraprendere ulteriori azioni militari, deve chiedere l’approvazione del congresso.

Il Washington Post rammenta che pur non essendo vincolante per il Presidente, la speaker della Camera, la democratica Nancy Pelosi ha difeso la valenza di questo provvedimento ricordando che comunque “è una dichiarazione del Congresso degli Stati Uniti”.

La misura “proteggerà le vite e i valori americani” cercando di limitare però le azioni militari di Trump, ha detto Pelosi. “L’amministrazione deve ridurre l’escalation e prevenire ulteriori violenze”.

Furiosa la reazione della Casa Bianca che ha definito la risoluzione “ridicola” e “completamente fuorviante”. Il portavoce della Casa Bianca Hogan Gidley ha detto: “Questa risoluzione della Camera cerca di minare la capacità delle Forze Armate statunitensi di prevenire l’attività terroristica dell’Iran e dei suoi alleati, e cerca di ostacolare l’autorità del Presidente di proteggere l’America e i nostri interessi nella regione dalle continue minacce”.

La Camera ha approvato il provvedimento con 224 voti a favore e 194 contrari con soli tre repubblicani che hanno votato a favore. Otto democratici si sono opposti al provvedimento. Pelosi, nell’annunciare il voto della Camera, ha sottolineato che l’uccisione del generale Qassem Soleimani è stata “provocatoria e sproporzionata”.

Ma il punto critico adesso sarà il Senato, dove i democratici sono in minoranza e avranno bisogno dell’aiuto di almeno quattro senatori repubblicani per approvare una simile risoluzione delle potenze di guerra. Una risoluzione come quella approvata alla Camera, verrà presentata dal senatore democratico Tim Kaine, la misura potrebbe essere votata già dalla prossima settimana. I senatori repubblicani Mike Lee (Utah) e Rand Paul (Kentucky) si sono impegnati a sostenere la risoluzione di Kaine.

Secondo il Washington Post è prevedibile che il Presidente Trump metterà il veto alla risoluzione e che il Congresso non sarà in grado di raccogliere abbastanza voti per annullare il veto presidenziale.

L’amministrazione Trump insiste sul fatto che aveva il diritto di prendere di mira il generale Soleimani con l’autorizzazione del Congresso del 2002 per l’uso della forza militare in Iraq (AUMF) e invocando il diritto costituzionale del presidente all’autodifesa delle truppe direttamente e con rapidità.

La presidente della Camera Nancy Pelosi ha dichiarato che la Camera voterà presto per abrogare l’AUMF del 2002.

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05/04/2019

Yemen - Congresso USA

Ieri quanto atteso da qualche mese si è concretizzato: la Camera dei Rappresentanti ha votato a favore della risoluzione che chiede la fine della partecipazione statunitense alla guerra saudita contro lo Yemen. Lo scorso anno, prima del mid-term, la camera aveva bocciato la mozione dei senatori. Poi la svolta: i senatori ne avevano votata un’altra, passata poi alla Camera diventata dopo il voto a maggioranza repubblicana.

Ieri con 247 a favore e 175 contrari, il Congresso ha dato il via libera alla risoluzione che impone la fine del coinvolgimento americano nella campagna militare che i Saud hanno lanciato nel marzo 2015 – ma non la guerra dei droni iniziata da Obama contro al Qaeda nella Penisola arabica. Un coinvolgimento iniziato sotto la presidenza Obama e che prevede sostegno logistico, rifornimenti e scambio di intelligence.

Immediati i festeggiamenti dei democratici, con Bernie Sanders – il promotore della mozione – in prima fila a celebrare: “Una chiara posizione contro la guerra e la carestia – ha scritto su Twitter il senatore del Vermont – Questo è solo l’inizio di un dibattito nazionale su quando e dove andare in guerra e sull’autorità del Congresso sulla decisione”.

Un riferimento al War Power Act del 1973, legge approvata durante la guerra in Vietnam che riconosce ai parlamentari il potere di coinvolgere o meno l’esercito statunitense in una guerra, ma spesso calpestato dai presidenti. Ora la palla passa a Trump che potrebbe, quasi sicuramente, porre il veto: in ballo ci sono i rapporti, strettissimi, con la petromonarchia saudita, non solo militari e di vendita di armi ma anche economici  e commerciali. Rapporti che in alcuni casi coinvolgono personalmente lo stesso tycoon.

Il veto arriverà, è quasi scontato, ma Trump dovrà comunque fare i conti con un voto bipartisan: ieri a votare a favore della mozione sono stati anche repubblicani e la stessa cosa era accaduta al Senato. A smuovere gli animi dei repubblicani non è stata la devastazione del paese più povero del Golfo, i suoi 50mila morti, milioni di sfollati e oltre 20 milioni di persone dipendenti dagli aiuti umanitari che arrivano a tratti. Ma piuttosto l’omicidio brutale del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, ucciso il 2 ottobre scorso nel consolato saudita di Istanbul da un commando formato da fedelissimi del principe ereditario Mohammed bin Salman.

Proprio quell’omicidio, oltre ad aver sollevato proteste interne, aveva infastidito il Congresso anche per il rifiuto dell’amministrazione Trump a riferire in merito di fronte ai parlamentari. Lo aveva fatto la Cia, individuando in MbS il mandante di quell’assassinio.

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12/03/2018

Lepenismo in crisi. Il nome è nuovo. ma l’ideologia è vecchia

Secondo i suoi dirigenti, il 16° Congresso del Front National (Lille, 10-11 marzo) deve segnare per il partito un nuovo inizio. Lo sguardo rivolto alle elezioni europee del 2019. Per rendere evidente la svolta, Marine Le Pen, presidente del partito dal 2011, rieletta in assenza di altri candidati, propone ai 1500 delegati di ribattezzare il Front National «Rassemblement National». I delegati approvano. Un referendum fra gli iscritti nei prossimi giorni dovrebbe confermarlo.

Marine Le Pen motiva il cambio del nome con la “maturazione del Fronte” e con il “cambiamento del suo carattere”. Da partito di protesta e di opposizione, si sarebbe trasformato in un partito che vuole assumere responsabilità di governo, pronto a stringere le necessarie alleanze. Il cambio di nome sarebbe “un segnale e un invito”. E’ evidente che la Le Pen intende continuare la « de-demonizzazione » del Fronte e la separazione dal passato e dall’immagine offerta dalle ripetute provocazioni antidemocratiche e antisemite del suo fondatore, il padre Jean-Marie, da tempo escluso. Anche il suo titolo di « presidente onorario » del Fronte appartiene al passato, dato che il Congresso lo ha abolito, cambiando lo statuto. Jean-Marie, che pare avesse l’intenzione di intervenire al Congresso senza essere invitato, lascia perdere per non correre il rischio di essere buttato fuori dagli scherani della figlia fra i flash dei fotografi.

Festeggiatissimo Steve Bannon, ex ideologo della campagna elettorale di Donald Trump e suo ex consigliere, ospite a sorpresa del Congresso. Quando urla ai delegati “se Trump ce l’ha fatta, potete farcela anche voi” è entusiasticamente applaudito. Applausi anche quando sbraita contro la globalizzazione, l’UE e i media. Ma i boss del partito, in prima fila, sembrano visibilmente contrariati quando aggiunge: « lasciate che vi chiamino razzisti, xenofobi o anti-aborto. Prendeteli come titoli onorifici. Diventerete ogni giorno più forti e alla fine vincerete». Parole estranee alla tattica di Marine, che potrebbero fare il gioco di sua nipote Marion Maréchal Le Pen, nella quali molti militanti ripongono grandi speranze dopo che sua zia li ha delusi alle presidenziali 2017.

L’esito del duello con Emmanuel Macron davanti a 16 milioni di telespettatori, quando Marine ha squalificato sé stessa e il partito, resta per molti imperdonabile. La conseguenza è l’uscita dal Fronte, nel settembre del 2017, dell’ex vice-presidente Florian Philippot, che fonda il suo partito «Les Patriotes». Per lui Marine si è infiacchita, rinunciando all’uscita, impopolare, dall’euro.

Ma non è questo nuovo partitino a impensierirla. Sparirà come quello fondato nel 1986 dall’ex astro nascente del Fronte, Bruno Mégret. Sono le ambizioni della nipote che Marine prende sul serio. La giovane e carismatica nipotina del fondatore del partito, che ha apparentemente lasciato la politica nel maggio del 2017, potrebbe vagheggiare la fondazione di un nuovo movimento neo-fascista, attirando non solo frontisti delusi ma anche una parte della destra dei Républicains. Tutto resta, comunque, in famiglia.

500 manifestanti (secondo la questura) dimostrano contro il Congresso nelle strade di Lille.

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