Cominciamo da cosa non è ReArm Europe, il piano sul riarmo continentale proposto alla UE dalla commissaria Ursula von der Leyen: NON è una strategia immediatamente funzionante di riarmo e NON è una proposta che ha la certezza di essere accolta dai mercati finanziari. Già su questi due piani piuttosto che di fronte alla produzione di ordine militare – della creazione di valore – siamo di fronte alla immissione di disordine, e persino di caos entro un conflitto, quello russo-ucraino, che produce dinamiche caotiche proprio per il fatto di essere guerra. Per non parlare delle dinamiche di caos e conflitto immesse dentro la struttura della UE, e nel rapporto tra stati membri, che emergono, paradossalmente, proprio dopo i richiami all’ordine europeo e militare della commissaria UE.
La proposta di von der Leyen ha avuto un forte impatto sul piano della comunicazione mediale, impossibile altrimenti con i media europei militarmente occupati da anni. Si tratta però di un effetto annuncio che rivela anche che la UE è attraversata, come già accaduto per il piano europeo per l’intelligenza artificiale, da una fase di decisionismo teatrale senza forza politica reale, tutto piegato sull’effetto annuncio che finisce per riflettere le criticità strutturali della governance multilivello chiamata Unione Europea. Il piano di riarmo tramite indebitamento dei singoli stati, proposto dalla commissaria UE, 800 miliardi in 4 anni di cui 150 a sostegno europeo diretto con il resto raccolto sui mercati, appare confuso e frammentario. Questo perché già sul piano sul quale vorrebbe essere decisivo, quello militare, le materie prime necessarie alla produzione di sistemi d’arma, indispensabili a ReArm Europe, sono in molti casi difficili da reperire sul mercato e la lievitazione dei costi industriali in atto può ridurre seriamente l’effetto boom economico atteso da queste misure. ReArm Europe presenta quindi diverse criticità strutturali qui sintetizzate in cinque questioni chiave.
La prima questione che von der Leyen non affronta, in contrasto con un effetto annuncio giocato sulla notizia della decisione, è quella delle competenze in materia di difesa che rischiano di rendere immediatamente inefficace la portata strategica di ReArm Europe. Stiamo parlando del fatto che la competenza in materia di difesa è principalmente degli Stati membri, come stabilito dall’Art. 4 del Trattato sull’Unione Europea (TEU) Treaty on European Union. L’UE ha un ruolo di supporto attraverso la Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC), ma le decisioni operative compreso l’uso dei fondi di coesione restano nazionali, secondo l’Art. 24 TEU. Siamo di fronte, quindi, al tentativo di una struttura di governance (la commissione UE) di sovradeterminare i governi – una volta sentiti i big del riarmo, i fondi di investimento che contano e i paesi in grado di strutturarsi militarmente – ma con non molto più in mano dell’arma dell’effetto annuncio, lo si capisce già dalle difficoltà procedurali, quindi di sostanza, di ReArm Europe. La strategia “comune” europea di difesa, e di riarmo, è tutta televisiva e social e lo sarà fino a quando non emergerà una procedura reale di conferimento verso Bruxelles, che per ora non esiste, della difesa europea. E se la commissione vorrà farsi alto comando di difesa europea dovrà trattare con 27 stati, divisi tra loro nelle opzioni strategiche. Operazione, a tenersi stretti, estremamente difficile da implementare anche per una regola elementare della vita delle entità politico-amministrative: una struttura di governance, quale è la UE, non può farsi stato, può assorbirne delle funzioni ma non può essere lei lo stato e tantomeno essere una governance continentale che si fa stato. La natura stessa dell’Unione Europea, un incrocio sempre rivisto tra governance multilivello ed equilibrio instabile tra stati, dovrebbe aiutare a capire quanto sia difficile, per la commissione UE, assumere la prerogativa della difesa.
La seconda questione, procedurale. ReArm Europe, annunciato il 4 marzo 2025, mira, come sappiamo, a mobilitare 800 miliardi di euro per rafforzare la difesa europea, ma le difficoltà materiali stanno anche sul piano dell’alta complessità procedurale, amministrativa, politica. Inoltre, la mancanza di una politica di difesa unificata e le diverse esigenze degli Stati membri complicano, strutturalmente, la coordinazione del progetto. Ma è sul piano procedurale che i processi decisionali dell’UE, con il coinvolgimento di Commissione, Consiglio e Parlamento, possono causare ritardi anche considerevoli su diversi livelli:
a) complessità del processo decisionale che richiede approvazioni multiple a livello UE e nazionali, comprese faticose trattative per risolvere le criticità:
b) conflitti materiali tra stati membri specie tra chi ha una base industriale sul militare e chi deve solo indebitarsi e comprare;
c) serie difficoltà di indirizzo del Parlamento Europeo ha un ruolo nel budget UE, ma la sua influenza sulle spese di difesa è limitata.
ReArm Europe, se tutte le lune che lo contornano non sono allineate, può quindi anche rappresentare, più che una occasione di riarmo, il collasso perfetto dell’Unione Europea per come la conosciamo. Una commissione che indirizza, un parlamento continentale che implementa le decisioni, i singoli parlamenti nazionali che ratificano e si coordinano, l’unanimità da raggiungere tra consiglio europeo (Bruxelles) e consiglio dell’Unione Europea (a Bruxelles e in Lussemburgo): raggiungere un equilibrio su tutto questo è seriamente difficile, tenendo conto che sono già emerse delle differenze tra paesi. Tra l’altro se si volesse procedere, come paventato, di trasformare la BEI, Banca Europea degli Investimenti in banca per il riarmo ci sarebbe anche da trovare la quadratura del cerchio tra Ecofin, il consiglio dei ministri economico-finanziario dell’eurozona e la BCE oltre al fatto che questo equilibrio va raggiunto sui possibili sforamenti nazionali di bilancio per il riarmo.
Insomma, anche in caso di unanimità, e non siamo in questa dimensione, ReArm Europe non è proprio l’operazione lampo necessaria per rispondere agli Usa e alla Russia come “Europa” sulla difesa e il supporto all’Ucraina ammesso che si sia intrapresa la direzione giusta per farsi sentire come continente.
La terza questione, le difficoltà tecniche. L’effetto annuncio, il marketing dell’impatto del potere etc. devono tralasciare le difficoltà tecniche, la tecnica deve sempre apparire maneggevole quando si fa comunicazione, ma su questo piano le difficoltà ci sono e aumentano la complessità di realizzazione di ReArm Europe.
Registriamo qui in estrema sintesi le enormi difficoltà tecniche che riguardano l’implementazione pratica del riarmo europeo, incluse standardizzazione dei processi, capacità produttive e sviluppo tecnologico. Vediamo.
a) Base industriale frammentata. L’industria della difesa europea è caratterizzata da frammentazione, con duplicazioni e mancanza di scala rispetto agli USA, come riportato in European Defence Technological and Industrial Base. Questo rende realmente difficile per le aziende il procurement, acquisizione dei beni necessari per operare, con rischi di ritardi anche enormi.
b) Dipendenza tecnologica. L’Europa dipende da fornitori esterni, specialmente USA, che oggi significa tecnologie avanzate, come droni e sistemi missilistici, come evidenziato in Defence Industry Challenges. Ridurre questa dipendenza richiede investimenti significativi, ma è un processo lungo, non lineare, che va ben oltre ReArm Europe.
c) Capacità produttive e supply chain. Scalare la produzione, come desidera ReArm Europe, per soddisfare una domanda aumentata è difficile, essendoci carenze di infrastrutture (che rimarrebbero anche con ReArm Europe), come indicato in European Defence Production Capacities.
d) Garantire che sistemi difensivi nazionali siano interoperabili richiede accordi su standard comuni, ma le differenze tecniche, oltre a quelle politiche evidenziate tra Stati membri possono causare forti ritardi, come evidenziato in Interoperability in European Defence.
e) Lavoro cognitivo. Ci sono carenze serie, per la difesa europea, di ingegneri, scienziati e professionisti in aree come cybersecurity e AI, come discusso in Workforce challenges in European defense industry.
La quarta questione: bond. ReArm Europe è, prima di tutto una operazione finanziaria. E così siamo di fronte ad un apparente paradosso che spiega le difficoltà strutturali nelle quali il piano della commissaria von der Leyen, se pienamente implementato, può riuscire a impantanare la stessa UE.
Il paradosso è questo: i mercati finanziari hanno respinto, in questa fase, l’ipotesi di una offerta troppo alta di bond governativi, riducendone il valore e chiedendo maggiori interessi sul capitale mentre obbligazioni e azioni del settore militare vanno benissimo. ReArm Europe si immetterebbe in questo contesto che porta il settore militare, appetibile in borsa per i dividendi che produce, a continuare a spingere il settore pubblico a indebitarsi, a costi pubblici sempre maggiori, riducendo di conseguenza anche seriamente, la spesa sociale sul continente.
L’esempio tedesco aiuta a capire: il cancelliere incaricato Merz, che è stato nel board europeo di BlackRock, ha annunciato l’emissione di bond governativi legati a riarmo e infrastrutture. BlackRock infatti ha una storica preferenza per i Bund tedeschi tanto da gestire un ETF (fondo di investimento che si lega a un indice azionario) proprio sui titoli di stato emessi da Berlino. Non appena Merz, pochi giorni prima di ReArm Europe, annuncia il riarmo tedesco arrivano il peggior rendimento dei Bund dal 1990 e il peggior aumento degli interessi sui Bund dal 1997. Per due motivi:
a) i mercati finanziari intravedono una offerta complessiva di bond troppo alta, il valore dei capitali si abbassa, gli interessi salgono (quindi la spesa sociale è destinata a contrarsi);
b) hedge fund, asset manager, banche, mercati offshore hanno alimentato la tendenza scommettendo contro i Bund tedeschi, nonostante il patrocinio BlackRock di Merz, in una classica dinamica di predazione da guerra finanziaria.
ReArm Europe non entra solo in questo pericoloso contesto ma anche in quello della differenza strutturale tra i bond mutalizzati del periodo Covid e oggi. La differenza tra NextGenEU e un eventuale progetto di emissione del debito per la “difesa” europea è palese e riguarda le due diverse fasi che vivono i mercati finanziari. Quando nasce NextGenEu arriva sui mercati un’emissione di bond di cui la finanza aveva bisogno. Oggi, come dimostra la vicenda dei bond tedeschi addirittura nati secondo gli auspici di BlackRock, domina la previsione di instabilità quindi il problema non è se l’emissione di bond è nazionale o mutualizzata ma è PROPRIO l’emissione di bond in larghe quantità. ReArm sostanzialmente rischia di alimentare guerre finanziarie, legate alla speculazione sulla sovraofferta di bond, prima ancora di provare a risolvere i conflitti sul campo.
La quinta questione: la sconfitta irreversibile dell’Ucraina. A fine 2024, come emerge da questo articolo dell’Atlantic Council, nonostante tre anni di sostegno occidentale, appare chiaro che Kiev può vincere la guerra solo aderendo alla Nato e all’UE, quindi mettendo i paesi occidentali direttamente il prima linea. Nel 2024, la Russia aveva conquistato 4.168 km² di territorio ucraino, con un’accelerazione nelle regioni di Donetsk (70% sotto controllo russo), Luhansk, Kharkiv e Zaporizhia. L’offensiva ucraina nella regione russa di Kursk (estate 2024) si è rivelata controproducente: a fine anno le truppe avevano perso il 60% del territorio inizialmente conquistato, assorbendo risorse necessarie altrove. Successivamente, il blocco degli aiuti statunitensi ha lasciato l’Ucraina a corto di artiglieria e munizioni, con rapporti di forza sfavorevoli (10:1 in alcuni settori) e senza supporto satellitare.
L’Ucraina affronta, inoltre, una crisi energetica: la cessazione del transito di gas russo ha quadruplicato le tariffe interne, aggravando la situazione già devastata dell'economia. Inoltre la mobilitazione forzata e le diserzioni hanno eroso il morale della popolazione, mentre le infrastrutture civili sono state distrutte in oltre il 40% del territorio. Secondo analisti come George Beebe (ex CIA), anche con nuovi aiuti, l’Ucraina non potrebbe cacciare le truppe russe, ma solo ritardare una resa negoziata. Sarebbe quindi sostenibile un pieno appoggio UE, stile seconda guerra mondiale, per riportare i confini ucraini alla situazione del 2014? Stimarlo richiede considerare la geografia, la strategia e la resistenza. I territori occupati sono vasti, con fronti lunghi e trincee, simili a guerre di attrito come la Prima Guerra Mondiale. Analisi militari, come AUSA: The Russo-Ukrainian War, suggeriscono che un attacco di successo, per tornare ai confini del 2014, richiederebbe un rapporto di 3:1 tra attaccanti e difensori, implicando che l’Ucraina e l’UE abbiano bisogno di oltre 2 milioni di truppe, un obiettivo militare semplicemente impossibile da raggiungere che, tra l’altro, scatenerebbe una ulteriore escalation internazionale dei conflitti di fronte a una guerra di simili proporzioni.
Scenari distopici a parte, ReArm Europe sul piano del sostegno militare ha tre caratteristiche, anche nell’ipotesi che dovesse funzionare davvero:
a) non supporta Kiev nell’immediato rischiando di accompagnarla verso la catastrofe;
b) non è strutturato per invertire l’andamento del conflitto russo-ucraino, avendo anni di incubazione davanti a sé, al massimo può contribuire a cronicizzare la guerra;
c) non rappresenta una minaccia vitale per Mosca visto anche il clima, nell’ambito del rapporto tra potenze, di evidente disgelo con gli Usa.
Infine ReArm Europe si presenta come un piano concettualmente vecchio, legato ad una idea di militare tutta legata all’industria pesante e a un’idea di guerra sul campo precedente agli anni ’90, che non ha assorbito la dottrina dello Hybrid Warfare ampiamente utilizzata nello scenario russo-ucraino. Il conflitto ucraino ha poi fatto emergere, dopo significativi precedenti, le piattaforme IA come elemento centrale nel nuovo modo di fare la guerra sul campo, caratterizzata oltretutto da conflitti tecnologici avanzati, guerre cibernetiche, droni autonomi e operazioni di intelligence basate sui dati, come per i processi decisionali e l’analisi strategica.
Gli studi recenti, come quelli pubblicati su The Integration of AI in Modern Warfare: Ethical, Legal, and Practical Implications, sottolineano che l’IA trasforma la guerra moderna come evidenziato in Role of Artificial Intelligence in Modern Warfare | ForumIAS. Il piano von der Leyen, successivo ad uno sulla IA che ha simili caratteristiche deficitarie, non appare in grado di centrare gli obiettivi che si propone ed è espressione di una subcultura da commissione UE più attenta agli equilibri tra uffici che contano che alla realtà. Nella guerra condotta dalle piattaforme IA la spesa tecnologica non può essere meno del 5% dell’investimento complessivo in riarmo, è destinata a crescere e l’assenza di questa dimensione bellica svaluta, non poco, il piano von der Leyen.
Il piano della commissaria von der Leyen rivela quindi mancanza di strategia (su obiettivi militari) e di tattica (comprese le procedure interne per l’approvazione) e si pone giusto come effetto annuncio, come risposta spettacolo al comportamento del governo americano. In questo modo rischia di alimentare solo gli effetti perversi della guerra sul campo e di quella finanziaria che, oltretutto, non vengono neanche pensati, come si fa in epoca di guerra ibrida, con un tratto unitario e con politiche e strategie innovative. Il punto è che ReArm Europe apparirebbe efficace, se funzionasse, non tanto come strumento di guerra, che appare persa, e nemmeno tanto come strumento di difesa, vista l’alta complessità di realizzazione, ma come catalizzatore dell'accelerazione di accumulazione di capitale che si genera nelle guerre è che oggi è tanto più impetuosa grazie ai dispositivi della finanza contemporanea. Dobbiamo tener conto che la guerra, accelera l’accumulazione di capitale necessaria per sostenerla attraverso investimenti statali, stimoli fiscali, debito e meccanismi di accumulazione primitiva. Tuttavia, gli effetti a lungo termine di questo genere di accumulazione possono essere molto negativi a causa della distruzione di capitale, che la stessa guerra opera, con variazioni significative tra paesi e contesti. Per cui la ricerca continua di occasioni di accelerazione di accumulo di capitali genera prima guerre e poi distruzione di capitali.
Che cosa è in definitiva il piano von der Leyen? Un qualcosa che rivela la propria natura postmoderna, attratto quindi dai processi di accelerazione nella sovrapposizione dei capitali in preparazione della guerra, dallo spettacolo dell’effetto annuncio. La commissione UE è irresistibilmente attratta anche dalla struttura di processi di governance che non si trasformano in decisione, rimangono transizione permanente e dalle dinamiche di guerra senza fine. E quale è la logica della guerra così come esce analizzando la commissione UE? Un qualcosa che non ha una strategia sul campo, nemmeno di contenimento del “nemico” figuriamoci di vittoria, ma procede per tentativi di accumulazione di capitali, ai quali i grandi attori istituzionali cercano di partecipare. Anche in maniera clamorosamente disfunzionale come è il caso della commissione UE che, di fatto, punta sul caos, travestito da decisione epocale annunciata in diretta planetaria, per provare a partecipare alla grande epifania finanziaria della accelerazione di accumulazione di capitali.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/03/2024
Catalogna - Il lungo congresso della CUP: quale approdo per l’esquerra independentista?
Dopo i pessimi risultati elettorali registrati alle comunali catalane e alle elezioni per il Congresso spagnolo, la Candidatura d’Unitat Popular ha avviato nel dicembre scorso un lungo percorso congressuale che, attraverso diverse assemblee territoriali attualmente in pieno svolgimento, dovrebbe rilanciare la proposta politica dell’organizzazione, adeguandola a uno scenario ormai caratterizzato dal riflusso del movimento per l’autodeterminazione e per l’indipendenza della Catalunya.
La fase congressuale si è aperta con la discussione di un unico documento, condiviso dalle varie anime dell’organizzazione, e si è finora concentrata sulla ricerca delle necessarie correzioni della linea politica del partito, nell’intenzione di affilare le proprie armi e migliorare la presenza egemonica della CUP nel corpo delle classi popolari.
L’orizzonte sembra essere la rifondazione della formula dell’unitat popular, a partire dalla riproposizione dei propri principi fondamentali (socialismo, indipendentismo, ecologismo, femminismo), con la volontà di farne una proposta che interessi non solo una minoranza, peraltro spesso già politicizzata, ma che interpelli l’insieme dei settori popolari. Evidentemente più facile a dirsi che a farsi.
Nelle fila dell’organizzazione sembra esserci un certo consenso attorno all’idea di unitat popular intesa come formula in grado di trasformare le necessità materiali delle classi subalterne in una lotta politicamente cosciente e in grado di fondersi con la proposta politica dell’indipendenza, del socialismo e del femminismo nei Països Catalans.
In questo schema, il perno dell’unitat popular è rappresentato dai lavoratori e dalle classi popolari, alla testa di un blocco sociale che non esclude l’alleanza tattica con la piccola e media borghesia sempre più impoverita, ma che in ogni caso vuole conservare un programma e una visione strategica di classe.
In base anche a queste premesse, la riflessione congressuale si è aperta ai contributi esterni, sia dei simpatizzanti che di tutta la vasta area di quella sinistra interessata alla proposta della costruzione dell’unitat popular.
Se è indubbio che la riflessione congressuale era ormai necessaria, è altrettanto vero che l’operazione della rifondazione dell’organizzazione si presta a diverse interpretazioni e sembra presentare sia rischi che virtú.
Differenti voci all’interno del partito hanno denunciato il pericolo dell’approdo a una versione per così dire “decaffeinata” della CUP ed hanno ribadito il rifiuto della logica della pura e semplice sommatoria di seggi al fine di governare le istituzioni (dai comuni alla Generalitat) denunciando il pericolo di convertirsi nel gestore amministrativo dello stato spagnolo e del grande capitale.
È questo il punto di vista di Endavant (una delle componenti interne alla CUP), che pure partecipa al processo di rifondazione.
Se questo rischioso scenario è stato finora apertamente rifiutato da tutta l’organizzazione, il suo fantasma ha animato una intensa discussione riguardo al rapporto tra le lotte nella società e il lavoro da compiere dentro le istituzioni.
In questo senso, gli eventi successivi al referendum del primo ottobre hanno dimostrato ampiamente che senza una vera e propria rivoluzione, senza degli istituti di partecipazione diretta che contendano il potere allo stato, non si costruisce la Repubblica catalana socialista. Su questo punto le differenti anime della coalizione coincidono. Ciononostante, la CUP non sottovaluta l’importanza della partecipazione nelle istituzioni.
In particolare l'ipotesi dell’unitat popular ampia (allargata anche a settori affini ma esterni alla sinistra indipendentista e anticapitalista), la proposta cioè che ha portato la CUP a conquistare il Comune di Girona, è enfatizzata da diverse voci all’interno del partito come la formula più adatta a uscire dal proprio bacino elettorale di riferimento e ad incarnare il nuovo volto del partito.
E alcune di queste voci auspicano con una certa disinvoltura ciò che definiscono come una ‘nuova vocazione maggioritaria’ del partito, dando l’impressione di ritenerne la semplice interiorizzazione come garanzia del successo elettorale. E con il rischio di scambiare la legittima aspirazione all’egemonia di gramsciana memoria con una semplice sommatoria di sigle dall’esito incerto.
Alle sirene della partecipazione istituzionale si contrappongono coloro i quali ribadiscono la filosofia che ha fin qui guidato la CUP nelle istituzioni: parteciparvi per portarle al limite e superarle quando i rapporti di forza siano favorevoli.
Consapevoli che questo punto di rottura può essere raggiunto solo se esiste un movimento popolare in grado di costruire spazi di potere sempre più diffusi nella società, capace di contrapporsi alle istituzioni statali fino a sostituirle.
Come si vede il dibattito interno è aperto.
Un altro tema sul quale si sta sviluppando la riflessione è quello della direzione assembleare fin qui caparbiamente difesa da tutta l’organizzazione. Da qualche tempo però si sono levate sempre più spesso le critiche a un sistema che ha rallentato in varie occasioni la presa di decisioni importanti e che perciò sembra aver penalizzato il partito.
Nella discussione di queste settimane, pare farsi strada una proposta organizzativa che, pur difendendo e conservando in buona misura la partecipazione assembleare dei militanti, si inclina per la costruzione di una direzione politica più stabile, autorizzata a decidere nell’ambito della più ampia strategia generale.
È questa la proposta di diversi esponenti e settori interni, quali Poblle LLiure, che lega inoltre la necessità di rafforzare la direzione dell’organizzazione alla possibilità di assumere maggiori responsabilità all’interno delle istituzioni, qualora i rapporti di forza lo consentano.
Secondo questo settore inoltre, non si può semplicemente liquidare l’indipendentismo di Esquerra Republicana de Catalunya e di Junts per Catalunya come “indipendentismo borghese” ed è invece necessario dedicargli un’attenzione particolare per sottrarre la base dei due partiti all’influenza dei leader della piccola e media borghesia catalana.
Il vasto dibattito per il momento non sembra aver affrontato il tema spinoso della persistente difficoltà dell’organizzazione a Barcellona, dove non è rappresentata negli organi del Comune, e dove sconta la difficoltà di competere con la sinistra di obbedienza statale, che nuota come un pesce nel mare della metropoli cosmopolita.
È finora mancata anche una riflessione sull’assenza di un giornale d’area in grado di contribuire alla costruzione di una cornice interpretativa coerente con la visione politica della CUP (e della più ampia area dell’esquerra independentista e anticapitalista), inteso come uno strumento necessario nella lotta per l’egemonia nel campo della cultura.
Sui temi internazionali infine, sembra reggere un consenso interno che non ne ha reso necessaria la verifica congressuale. D’altro canto però, bisogna constatare come l’impegno contro la guerra della NATO, pur convinto e immediato, non sia stato finora sufficiente a costruire un movimento all’altezza della situazione.
La posizione internazionalista della CUP, fermamente contraria all’alleanza atlantica, schierata da subito contro il sostegno degli USA e della UE all’Ucraina, decisamente a fianco della resistenza palestinese (più volte evocata nel dibattito congressuale), rimane comunque uno dei punti fermi della proposta dell’unitat popular.
Fonte
La fase congressuale si è aperta con la discussione di un unico documento, condiviso dalle varie anime dell’organizzazione, e si è finora concentrata sulla ricerca delle necessarie correzioni della linea politica del partito, nell’intenzione di affilare le proprie armi e migliorare la presenza egemonica della CUP nel corpo delle classi popolari.
L’orizzonte sembra essere la rifondazione della formula dell’unitat popular, a partire dalla riproposizione dei propri principi fondamentali (socialismo, indipendentismo, ecologismo, femminismo), con la volontà di farne una proposta che interessi non solo una minoranza, peraltro spesso già politicizzata, ma che interpelli l’insieme dei settori popolari. Evidentemente più facile a dirsi che a farsi.
Nelle fila dell’organizzazione sembra esserci un certo consenso attorno all’idea di unitat popular intesa come formula in grado di trasformare le necessità materiali delle classi subalterne in una lotta politicamente cosciente e in grado di fondersi con la proposta politica dell’indipendenza, del socialismo e del femminismo nei Països Catalans.
In questo schema, il perno dell’unitat popular è rappresentato dai lavoratori e dalle classi popolari, alla testa di un blocco sociale che non esclude l’alleanza tattica con la piccola e media borghesia sempre più impoverita, ma che in ogni caso vuole conservare un programma e una visione strategica di classe.
In base anche a queste premesse, la riflessione congressuale si è aperta ai contributi esterni, sia dei simpatizzanti che di tutta la vasta area di quella sinistra interessata alla proposta della costruzione dell’unitat popular.
Se è indubbio che la riflessione congressuale era ormai necessaria, è altrettanto vero che l’operazione della rifondazione dell’organizzazione si presta a diverse interpretazioni e sembra presentare sia rischi che virtú.
Differenti voci all’interno del partito hanno denunciato il pericolo dell’approdo a una versione per così dire “decaffeinata” della CUP ed hanno ribadito il rifiuto della logica della pura e semplice sommatoria di seggi al fine di governare le istituzioni (dai comuni alla Generalitat) denunciando il pericolo di convertirsi nel gestore amministrativo dello stato spagnolo e del grande capitale.
È questo il punto di vista di Endavant (una delle componenti interne alla CUP), che pure partecipa al processo di rifondazione.
Se questo rischioso scenario è stato finora apertamente rifiutato da tutta l’organizzazione, il suo fantasma ha animato una intensa discussione riguardo al rapporto tra le lotte nella società e il lavoro da compiere dentro le istituzioni.
In questo senso, gli eventi successivi al referendum del primo ottobre hanno dimostrato ampiamente che senza una vera e propria rivoluzione, senza degli istituti di partecipazione diretta che contendano il potere allo stato, non si costruisce la Repubblica catalana socialista. Su questo punto le differenti anime della coalizione coincidono. Ciononostante, la CUP non sottovaluta l’importanza della partecipazione nelle istituzioni.
In particolare l'ipotesi dell’unitat popular ampia (allargata anche a settori affini ma esterni alla sinistra indipendentista e anticapitalista), la proposta cioè che ha portato la CUP a conquistare il Comune di Girona, è enfatizzata da diverse voci all’interno del partito come la formula più adatta a uscire dal proprio bacino elettorale di riferimento e ad incarnare il nuovo volto del partito.
E alcune di queste voci auspicano con una certa disinvoltura ciò che definiscono come una ‘nuova vocazione maggioritaria’ del partito, dando l’impressione di ritenerne la semplice interiorizzazione come garanzia del successo elettorale. E con il rischio di scambiare la legittima aspirazione all’egemonia di gramsciana memoria con una semplice sommatoria di sigle dall’esito incerto.
Alle sirene della partecipazione istituzionale si contrappongono coloro i quali ribadiscono la filosofia che ha fin qui guidato la CUP nelle istituzioni: parteciparvi per portarle al limite e superarle quando i rapporti di forza siano favorevoli.
Consapevoli che questo punto di rottura può essere raggiunto solo se esiste un movimento popolare in grado di costruire spazi di potere sempre più diffusi nella società, capace di contrapporsi alle istituzioni statali fino a sostituirle.
Come si vede il dibattito interno è aperto.
Un altro tema sul quale si sta sviluppando la riflessione è quello della direzione assembleare fin qui caparbiamente difesa da tutta l’organizzazione. Da qualche tempo però si sono levate sempre più spesso le critiche a un sistema che ha rallentato in varie occasioni la presa di decisioni importanti e che perciò sembra aver penalizzato il partito.
Nella discussione di queste settimane, pare farsi strada una proposta organizzativa che, pur difendendo e conservando in buona misura la partecipazione assembleare dei militanti, si inclina per la costruzione di una direzione politica più stabile, autorizzata a decidere nell’ambito della più ampia strategia generale.
È questa la proposta di diversi esponenti e settori interni, quali Poblle LLiure, che lega inoltre la necessità di rafforzare la direzione dell’organizzazione alla possibilità di assumere maggiori responsabilità all’interno delle istituzioni, qualora i rapporti di forza lo consentano.
Secondo questo settore inoltre, non si può semplicemente liquidare l’indipendentismo di Esquerra Republicana de Catalunya e di Junts per Catalunya come “indipendentismo borghese” ed è invece necessario dedicargli un’attenzione particolare per sottrarre la base dei due partiti all’influenza dei leader della piccola e media borghesia catalana.
Il vasto dibattito per il momento non sembra aver affrontato il tema spinoso della persistente difficoltà dell’organizzazione a Barcellona, dove non è rappresentata negli organi del Comune, e dove sconta la difficoltà di competere con la sinistra di obbedienza statale, che nuota come un pesce nel mare della metropoli cosmopolita.
È finora mancata anche una riflessione sull’assenza di un giornale d’area in grado di contribuire alla costruzione di una cornice interpretativa coerente con la visione politica della CUP (e della più ampia area dell’esquerra independentista e anticapitalista), inteso come uno strumento necessario nella lotta per l’egemonia nel campo della cultura.
Sui temi internazionali infine, sembra reggere un consenso interno che non ne ha reso necessaria la verifica congressuale. D’altro canto però, bisogna constatare come l’impegno contro la guerra della NATO, pur convinto e immediato, non sia stato finora sufficiente a costruire un movimento all’altezza della situazione.
La posizione internazionalista della CUP, fermamente contraria all’alleanza atlantica, schierata da subito contro il sostegno degli USA e della UE all’Ucraina, decisamente a fianco della resistenza palestinese (più volte evocata nel dibattito congressuale), rimane comunque uno dei punti fermi della proposta dell’unitat popular.
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