Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
19/08/2026
Sull’immigrazione l’Europa implode. Meloni ha innescato la miccia
La Spagna ha reagito adottando la medesima misura nei confronti degli arrivi dall’Italia; alcuni paesi come la Danimarca hanno espresso sostegno alla linea del governo italiano; altri, come la Germania, hanno invece criticato la decisione e rilanciato come una clava i meccanismi del Trattato di Dublino sugli arrivi. Il governo tedesco ha infatti annunciato l’intenzione di rimandare in Italia migliaia di migranti, in base alla riforma di Dublino.
Il risultato di queste mosse è stato dunque trasformare una crisi alla frontiera esterna dell’Europa (Ceuta) in una crisi all’interno dell’Europa.
A questo punto il governo italiano ha gettato altra benzina sul fuoco andando alla carica sulle attività delle Ong tedesche nel Mediterraneo.
Il ministero dell’Interno ha infatti diffuso nuovi dati sugli arrivi di migranti a bordo delle navi di soccorso delle varie Ong. Secondo le autorità italiane, dall’ottobre 2022, ossia da quando il governo guidato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni è entrato in carica, circa 42.300 persone sono arrivate in Italia a bordo di queste imbarcazioni e di queste, circa 22.500 sarebbero state portate nei porti italiani da organizzazioni umanitarie tedesche. A queste si aggiungono circa 4.500 persone soccorse da organizzazioni europee a bordo di navi battenti bandiera tedesca.
Secondo questi calcoli, alla Germania sarebbe quindi riconducibile quasi il 64 per cento degli arrivi di migranti in Italia attraverso navi private di soccorso. Il governo italiano ha dunque chiesto alla Germania un “maggiore coinvolgimento finanziario” per i soccorsi effettuati nel Mediterraneo dalle organizzazioni umanitarie tedesche come ritorsione verso la ripresa dei trasferimenti di migranti dalla Germania verso l’Italia.
Inutile dire che questa mossa ha creato ulteriori tensioni tra Roma e Berlino. L’Unione Europea che adula se stessa come la terra dei diritti ormai riesce solo a pensare ed agire in termini di discriminazione e guerra.
Intanto il PD e il PSOE, ovvero il Partito Democratico italiano e il Partito Socialista spagnolo, due giorni fa hanno scritto una lettera al presidente del Partito Socialista europeo, Stefan Löfven, per criticare la prima ministra socialdemocratica danese, Mette Frederiksen. I due partiti in particolare accusano i socialdemocratici danesi di essersi schierati con Giorgia Meloni sulla questione di Ceuta invece di sostenere Sanchez.
Insomma, sulla questione immigrati si litiga anche all’interno delle famiglie politiche europee.
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16/08/2026
Immigrati. La Meloni gonfia il petto con Sanchez, Merz le strilla nelle orecchie
Il dossier migranti continua a dividere i governi europei con un livello di scontro che non si vedeva da tempo.
Prima ci sono state le “muscolari” reazioni del governo Meloni contro la Spagna per la crisi di Ceuta. Roma ha sospeso il trattato di Schengen per chi proviene dalla Spagna e la Spagna ha fatto altrettanto per chi proviene dall’Italia. Dunque due importanti governi della Ue hanno messo in discussione uno dei trattati europei più importanti.
Ma è stato anche un altro trattato europeo – quello di Dublino – che ha scatenato un acceso scontro diplomatico, questa volta tra Germania e Italia.
Al centro infatti ci sono i cosiddetti “dublinanti” cioè i richiedenti asilo entrati nell’Unione Europea attraverso Italia o Grecia. La Germania ha chiesto all’Italia di riprendere i trasferimenti previsti dal nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato in vigore nel giugno 2026. In pratica di riprendersi gli immigrati giunti in Germania ma sbarcati in Italia.
La risposta del governo italiano è stata che non c’è alcuna base per i ritorni, citando a tale proposito un accordo raggiunto a dicembre 2025 ma che dovrebbe essere superato e aggiornato proprio da quello sottoscritto a giugno di quest’anno, anche dal governo italiano.
È dunque in corso un braccio di ferro che ha tutte le caratteristiche di un caso diplomatico destinato a durare.
Come noto il trattato di Dublino stabilisce che il primo Stato membro in cui un richiedente asilo entra nell’Unione Europea è responsabile dell’esame della sua domanda. Questo principio ha da sempre penalizzato i paesi di primo ingresso come Italia, Grecia, Spagna, che si trovano geograficamente esposti alle rotte migratorie dal Mediterraneo e dall’Africa subsahariana.
Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato formalmente in vigore a giugno 2026, ha ridefinito alcune delle regole introducendo meccanismi di solidarietà obbligatoria tra gli Stati membri e nuove procedure di frontiera. Ma ha anche riaffermato, in linea di principio, che le regole di Dublino continuano ad applicarsi: un immigrato arrivato per la prima volta in Italia o in Grecia può essere trasferito di nuovo in questi paesi da parte di altri Stati membri che nel frattempo lo hanno accolto.
Il governo tedesco di Friedrich Merz ha dichiarato di voler iniziare subito i trasferimenti verso Italia e Grecia dei migranti che hanno fatto il loro primo ingresso nell’UE attraverso questi paesi. Un portavoce del Ministero dell’Interno tedesco ha precisato che gli accordi conclusi nel 2025 (a cui fa riferimento il governo italiano, ndr) stabilivano che le regole di Dublino sarebbero state riapplicate a partire dall’entrata in vigore del sistema comune europeo di asilo, avvenuta appunto a giugno 2026.
Ma lo scontro tra Italia e Germania non avviene a freddo né entro un vuoto pneumatico.
La recente crisi migratoria a Ceuta ha riaperto in tutta Europa il dibattito sulla gestione delle frontiere esterne dell’Unione. Le immagini di migliaia di persone che tentano di attraversare il confine tra Marocco e l’exclave spagnola in Africa, hanno avuto un impatto mediatico e politico significativo, spingendo diversi governi come quello italiano a manovre di propaganda e a polemizzare piuttosto strumentalmente con il governo spagnolo. Ma la legge del contrappasso non fa mai sconti.
Infatti la Germania ha utilizzato questo contesto per giustificare la propria svolta verso politiche di respingimento più aggressive ma prendendo di petto proprio l’Italia (oltre ovviamente gli altri paesi europei rivieraschi).
Il fatto che il governo tedesco abbia scelto questo momento per riaprire il dossier dei “dublinanti” contro l’Italia indica che la questione migratoria è diventata, in tutta Europa, un terreno di strumentalizzazione e scontro politico permanente, indipendentemente dalla specificità geografica dei singoli episodi.
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12/08/2026
Dietro la crisi di Ceuta la mano del Mossad
Analisi cinese in attesa di prove
«Diversi circoli accademici e di intelligence d’oltre Muraglia ipotizzano che gli eventi di Ceuta coinciderebbero con un’operazione di Hybrid Warfare volta ad aumentare la pressione sul governo di Pedro Sanchez», riporta in occidente Federico Giuliani. «Stando a questa interpretazione, la manovra avrebbe coinvolto il Mossad, il servizio di intelligence israeliano, interessato a promuovere una campagna di destabilizzazione contro la Spagna. La tesi è stata rilanciata anche dalla politologa egiziana Nadia Helmy, esperta di politica cinese e relazioni sino-israeliane, in un articolo pubblicato sulla rivista Modern Diplomacy».
Usa-Israele anti premier spagnolo
«I centri di analisi dell’intelligence cinese hanno esaminato l’escalation delle tensioni diplomatiche e politiche tra Spagna e Israele. Da questa prospettiva, il deterioramento delle relazioni bilaterali potrebbe aver motivato il Mossad a essere coinvolto nella crisi migratoria tra Marocco e Spagna, esacerbando la situazione e infiltrando agenti per promuovere il malcontento e il caos tra la popolazione marocchina», ha sostenuto Helmy su Modern Diplomacy.
‘El Mundo’ sulla crisi di Ceuta
Nelle loro conversazioni private, ha sottolineato il quotidiano spagnolo El Mundo, alcuni diplomatici e analisti vicini ai circoli politici di Pechino si stanno chiedendo se l’assalto a Ceuta possa essere legato al progressivo deterioramento delle relazioni tra Madrid e Tel Aviv, relazioni segnate dalle critiche del governo spagnolo alla guerra a Gaza e al riconoscimento dello stato palestinese. «Dalla normalizzazione delle relazioni nel 2020, il Marocco e Israele sono diventati alleati e hanno rafforzato la loro difesa e la cooperazione di intelligence», ha commentato un diplomatico cinese. Un dato di fatto sino ad oggi quasi trascurato.
Sospetti non solo cinesi
Questa teoria ha tra l’altro preso piede anche al di fuori della Cina. L’ex presidente colombiano Gustavo Petro, per esempio, ha indicato direttamente il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu come responsabile della suddetta crisi migratoria a Ceuta. Petro ha dichiarato che il leader israeliano «paga perché i poveri rischino la vita per raggiungere la Spagna», e sostiene che «il Marocco si è arreso alla volontà di un genocida fuggitivo, collegando l’afflusso migratorio alla stretta relazione tra Rabat e Tel Aviv». Lo stesso Petro ha anche accusato il primo ministro israeliano di promuovere campagne di destabilizzazione contro i governi che mettono in discussione la sua politica in Medio Oriente.
Timori di Pechino
In Cina, un Paese in cui il controllo delle frontiere è un pilastro della sicurezza nazionale, le immagini di migliaia di persone che hanno attraversato il confine spagnolo hanno scatenato un mix di stupore e incredulità, insiste Giuliani. «Come è possibile per loro attraversare il confine così facilmente?», è una delle domande chiave. Mentre i media ufficiali si sono soffermati sulle conseguenze politiche per l’Europa. «La crisi di Ceuta ha messo in luce le carenze delle riforme migratorie post-2015 dell’Ue e dimostra le difficoltà del blocco nel costruire una risposta unificata», ha dichiarato Cui Hongjian, professore all’Università di studi stranieri di Pechino, al Global Times, che ha dedicato un’analisi alle tensioni all’interno dell’Unione europea a seguito degli eventi al confine spagnolo.
L’assist di Pechino a Madrid
L’aspetto più curioso dell’intera vicenda riguarda le motivazioni che hanno spinto la Cina, attraverso i suoi accademici e diplomatici anonimi, a rilanciare l’indiscrezione della regia israeliana dietro la crisi di Ceuta. Pechino ha osservato l’intera vicenda da una prospettiva geostrategica. Il governo cinese non ha infatti alcuna intenzione di accusare ufficialmente Israele. Le voci che circolano sui media provengono infatti da esperti o analisti, non da ministri o portavoce ministeriali. È vero che tra Cina e Spagna si sta consolidando un eccellente rapporto bilaterale – Sanchez ha effettuato quattro visite in terra cinese negli ultimi quattro anni, più di ogni altri leader europeo – e che Madrid si sta trasformando nella porta d’ingresso prediletta del Dragone per l’Europa, ma è altrettanto vero che esistono relazioni eccellenti anche tra Pechino e Rabat.
Marocco e Cina
Nello specifico, il Marocco è diventato uno dei partner in grado di offrire al gigante asiatico una importante proiezione strategica in Africa. Al momento, dunque, non esistono prove certe che colleghino i fatti di Ceuta al Mossad o ad altre agenzie straniere. Certo, la notizia messa in circolazione da informatori cinesi – reale o accentuata che sia – risponde a un duplice scopo: da un lato offrire un assist al governo Sanchez, così da alleviare le pressioni che gravano sulle spalle di Madrid, dall’altro far capire che Pechino ha tutto l’interesse a mantenere il Nord Africa il più stabile possibile.
Il motivo? Business e affari devono prosperare. Le aziende cinesi vedono sempre più il Marocco come un centro di produzione al servizio dei mercati europei e africani. Il Dragone ha insomma svariati miliardi di dollari di investimenti e di ragioni per far sì che nessuno stravolga la stabilità a Ceuta e dintorni.
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08/08/2026
La guerra dei vendi-patria alla Spagna
Appare infatti surreale che due paesi della cosiddetta Unione Europea si trattino a pesci in faccia a partire da un evento che con assoluta certezza è stato provocato da un paese terzo ed estraneo alla Ue come il Marocco.
L’«invasione di Ceuta» da parte di cittadini-sudditi marocchini, infatti, già dopo le prime 48 ore si era rivelata una provocazione organizzata dalla monarchia al potere, che aveva fatto circolare la notizia dell’abolizione dei controlli sulla frontiera con l’exclave spagnola per un giorno.
Come sappiamo, i governi di destra occidentali hanno colto la palla al balzo per attaccare frontalmente il governo di Madrid incolpandolo di scarsa determinazione nel contenimento dell’immigrazione (in realtà per un provvedimento che garantiva il permesso di soggiorno – non “la cittadinanza” – ai lavoratori del “sommerso” ricattati da imprenditori-schiavisti).
La UE nel complesso lì aveva dovuto fare marcia indietro dopo la riunione dei ministri dell’interno comunitari, che avevano appreso e verificato come nessuno – dicasi NESSUNO – dei circa 60.000 marocchini entrati a Ceuta era poi passato in Spagna. Quindi NESSUNO sarebbe prima o poi migrato in altri paesi della stessa UE.
L’unico governo rimasto «fermo» sulla posizione fasulla è stato non per caso quello italiano, apparentemente sotto la sferza competitiva dei vannacciani che crescono nei sondaggi a forza di cazzate sulla «remigrazione» dei «non italici». Ma se un governo ragiona allo stesso livello subumano di una pseudo-formazione che, tra le proposte “economiche”, prevede un futuro da raccoglitori di pomodori nei campi al posto dei “remigrati”, non sta messo proprio bene...
Il top è stato raggiunto con la sospensione del trattato di Shengen relativamente alla sola Spagna, seguito ovviamente dalle proteste di Madrid e dalla minaccia di applicare «ritorsioni proporzionate», ossia controlli alle frontiere sui cittadini di questo sfortunato paese. Il che, in piene vacanze estive (per chi riesce ancora a pagarsele), è un problemino per l’economia turistica (l’unica risorsa ancora in relativa crescita per questo declinante paese).
Quasi inutile dar conto del florilegio di sciocchezze dette nei comunicati italioti, vera summa della retorica fascistoide applicata ad una guerra dove fortunatamente non si spara: “L’Italia non accetta ultimatum o richieste dall’estero in materia di sicurezza nazionale e controllo delle frontiere”. Controlli che rimarranno in vigore “almeno fino al 15 agosto e, in ogni caso, fino a quando non saranno completamente esclusi i rischi per la sicurezza e il terrorismo per l’Italia”, aggiungendo che in quella data è prevista una nuova “ondata migratoria” a Ceuta.
L’unica cosa seria è il riferimento esplicito alla data del 15 agosto, quando il governo marocchino promuoverà una nuova ondata di «invasori». Cosa che, secondo logica geopolitica, avrebbe dovuto provocare una «ferma protesta» italiana ed europea contro Mohammed VI, sovrano-scafista che ha evidentemente diversi interessi per usare i suoi sudditi come «proiettili» in una guerra ibrida vera, non farlocca come i «droni russi» (in realtà ucraini) su paesi europei.
In una classe politica continentale che ha abolito la conoscenza della Storia e si affida ormai solo a slogan muscolari che contrassegnano l’assenza di neuroni funzionanti, diversi esperti hanno cominciato a vedere ciò che dovrebbe essere evidente: questa crisi somiglia come un gemello monozigote a quella del 1975, quando il Marocco promosse la «Marcia verde» alla frontiera con il Sahara spagnolo approfittando della lunga malattia del dittatore Francisco Franco, che indeboliva oggettivamente la possibile risposta di Madrid.
Quella crisi terminò con il controllo di fatto di quell’area da parte marocchina, la resistenza dei Sahrawi appoggiati dall’Algeria, ecc. Quella «ripresa di sovranità», per quanto contrastata dalla popolazione locale, sembrava comunque inserirsi nel processo di decolonizzazione ormai quasi completato, che bene o male aveva portato al movimento dei «Paesi non allineati» con i due schieramenti geopolitici principali (la Nato e il Patto di Varsavia).
Ora Mohammed VI, figlio di quel re – Hassan II – ripete la mossa contando però su uno schieramento di alleati decisamente differente. La sovranità spagnola su Ceuta è per esempio messa apertamente in discussione dai due principali alleati-padroni della monarchia marocchina: Usa e Israele.
Per vostra informazione, dal 2020, il Marocco e gli Stati Uniti hanno stretto legami notevolmente più stretti. In quell’anno, Trump ha compiuto un passo storico riconoscendo le rivendicazioni di Rabat sul territorio conteso del Sahara Occidentale in cambio della normalizzazione delle relazioni tra Marocco e Israele.
La scorsa settimana, Trump ha ribadito tale riconoscimento in una dichiarazione rilasciata dall’ambasciata statunitense a Rabat, proprio mentre i migranti affluivano a Ceuta. Rabat ha manifestato la propria soddisfazione per la decisione annunciando di aver intitolato al presidente un’importante autostrada.
Ad alimentare le preoccupazioni della Spagna riguardo ai territori in Nord Africa, l’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Danny Danon, ha reagito alle immagini dell’afflusso di migranti della scorsa settimana replicando alle critiche di Madrid sulla guerra a Gaza e la Cisgiordania, oltre che sulla guerra all’Iran, e contestando la presenza spagnola a Ceuta e Melilla.
“Forse, prima di continuare a farci la morale, è ora che [Sanchez, ndr] spieghi al mondo perché mantiene ancora enclavi coloniali in Africa”, ha scritto su X.
Vista da questo punto di osservazione decisamente meno provinciale si constata che è in corso una vera e propria guerra ibrida occidentale contro il governo di Madrid, tiepidamente “liberal-democratico” ma colpevole di non essersi allineato totalmente con Washington e Tel Aviv. Guerra in cui la destra franchista di Vox – col leader Abascal – fa da sponda interna, senza neanche accorgersi che questo ruolo di “vendi-patria” è l’opposto della presunta identità “nazionalista” che rivendica a fini elettorali.
Guerra, infine, cui partecipa, con la pochezza che lo contraddistingue, anche il governo Meloni.
L’alleanza dei «vendi-patria» procede così, usando teste di turco sempre differenti.
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07/08/2026
Il muro di cui anche Meloni ha bisogno
Compagni, bisogna dirlo senza mezze misure: Giorgia Meloni, la presidente neofascista d’Italia, e tutta la caterva dell’ultradestra spagnola che applaude ogni sua uscita, hanno trovato in Ceuta il loro nuovo giocattolo propagandistico.
Ci fanno la predica sul “caos migratorio” spagnolo, sulla presunta incapacità del governo Sánchez di “controllare le proprie frontiere”, mentre tacciono, opportunamente, ciò che accade in casa propria. È il vecchio trucco di sempre: indicare la trave nell’occhio altrui perché nessuno noti la propria.
Veniamo ai dati, perché questa gente si disarma solo con i fatti. Nel 2025 la Spagna ha registrato 36.775 ingressi irregolari, un calo del 42,6% rispetto ai 64.019 del 2024, la maggior parte via mare verso le Canarie. L’Italia, nello stesso periodo, secondo Frontex ne ha sommati circa 66.000 via mare, quasi il doppio della Spagna.
Dov’è dunque il “controllo” che Meloni rivendica e il presunto “caos” che denuncia in Spagna? L’Italia continua a essere, anno dopo anno, una delle principali porte d’ingresso della migrazione irregolare verso l’Unione Europea attraverso il Mediterraneo centrale.
Lampedusa vive esattamente gli stessi meccanismi che Meloni critica a Ceuta: soccorsi in mare, forze di polizia schierate, centri di accoglienza al collasso, respingimenti quando il quadro legale lo consente. La differenza non sta nei fatti, sta in chi li racconta e con quale microfono.
Se Meloni sostiene che la Spagna gestisce male l’immigrazione irregolare a Ceuta, abbia almeno la decenza di spiegare perché l’Italia continua a essere una delle principali porte d’ingresso dall’Africa e perché a Lampedusa si applicano gli stessi meccanismi di accoglienza e assistenza che lei addita quando li esegue un altro governo.
La differenza tra Roma e Madrid non sta nell’esistenza o meno di arrivi irregolari, ma nel discorso politico e nella crudeltà di certe misure: gli accordi con la Tunisia per subappaltare la repressione, le persecuzioni contro le ONG di soccorso marittimo, il tentativo di esternalizzare l’asilo in Albania.
Lì sì che c’è una differenza, compagni, ma non è quella che lei presume: è la differenza tra gestire una tragedia umana con una certa decenza istituzionale e trasformarla in un business di carceri galleggianti.
E qui bisogna essere rigorosi, perché il rigore è ciò che ci distingue dal pamphlettismo della destra: se l’obiettivo dichiarato dell’inasprimento migratorio di Meloni era frenare in modo decisivo l’immigrazione irregolare, sono gli stessi dati a smentire quella pretesa.
L’Italia continua a essere meta di decine di migliaia di arrivi ogni anno nonostante i patti con la Tunisia e il resto dell’arsenale repressivo. Questo non dimostra, di per sé, che quelle politiche siano “un fallimento assoluto” – bisognerebbe isolare altri fattori, come i conflitti nel Sahel o le variazioni delle rotte – ma permette comunque di affermare, coi piedi per terra, che presentare il pugno duro come soluzione definitiva è, quantomeno, una semplificazione di comodo.
E questa semplificazione diventa ancora più ingiusta quando viene usata per attaccare la Spagna, che oltretutto affronta una realtà geografica ben diversa: una frontiera terrestre condivisa col Marocco a Ceuta e Melilla e la vicinanza delle Canarie alla costa occidentale africana, fattori che l’Italia, senza frontiera terrestre col continente, non deve gestire allo stesso modo.
Ma non fermiamoci alla superficie. La memoria storica è un’arma di classe, e tocca ricordare qualcosa che l’ultradestra europea preferirebbe farci dimenticare: nel 2011 una coalizione guidata dalla NATO bombardò la Libia in nome della Risoluzione 1973 dell’ONU, e Muammar Gheddafi finì assassinato dalle forze ribelli nell’ottobre di quello stesso anno, con l’intervento occidentale come fattore decisivo nel crollo del suo regime.
Gheddafi, prima di cadere, lo aveva avvertito con una chiarezza che oggi risulta scomoda: disse che la NATO stava abbattendo il muro che frenava la migrazione africana verso l’Europa, e che se la Libia fosse caduta, migliaia di persone avrebbero attraversato il Mediterraneo senza che nessuno potesse fermarle.
Ciò che venne dopo gli diede, nella sostanza, ragione: il vuoto di potere e la frammentazione istituzionale trasformarono la Libia nella principale piattaforma di partenza verso l’Italia, rafforzando le reti di tratta e traffico di esseri umani che oggi Meloni dice di combattere.
L’Occidente ha abbattuto il muro e ora i suoi eredi politici piangono per la corrente che hanno lasciato passare. Senza esagerare, però: non fu l’unica causa, pesano anche la povertà, i conflitti del Sahel e le mafie, ma la responsabilità politica di chi bombardò Tripoli in nome della “protezione dei civili” non si può cancellare con la memoria selettiva.
E a Ceuta il parallelismo è ancora più sfacciato, perché anche lì il “muro” lo ha messo l’Occidente, e lo ha tolto quando gli conveniva. Il Marocco, partner prediletto di Washington e di Tel Aviv nel Nord Africa, ha sempre usato la frontiera di Ceuta come arma di pressione politica, aprendo o chiudendo il rubinetto migratorio secondo i propri interessi diplomatici del momento.
E qui Pedro Sánchez porterà la propria vergogna storica: il tradimento del popolo saharawi nel riconoscere la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale fu il prezzo pagato per comprare la tranquillità di frontiera con Rabat, esattamente lo stesso calcolo cinico che portò Washington a riconoscere quella sovranità nel 2020 in cambio della normalizzazione tra Marocco e Israele.
Il triangolo Washington-Tel Aviv-Rabat non è una mia ipotesi: è un fatto documentato fin dalla Marcia Verde del 1975, quando gli Stati Uniti avallarono l’occupazione marocchina del Sahara come pedina del proprio scacchiere geopolitico regionale.
Ciò che oggi si combatte alla frontiera di Ceuta non si può comprendere senza questo sfondo: un territorio saharawi rubato che continua a pagarne il conto, e una monarchia marocchina che trasforma i migranti in moneta di scambio diplomatico.
E qui conviene aggiungere un altro strato di ipocrisia, perché a Meloni non basta mentire su Ceuta: si lascia pure umiliare in pubblico dal proprio padrone senza che le tremi il polso. Quest’estate abbiamo visto Donald Trump accusarla, senza alcuna base, di aver “implorato” una foto con lui al vertice del G7, e settimane dopo deriderla con un meme modificato e la scritta che servirebbe un “ordine restrittivo”, insinuando che la presidente italiana fosse ossessionata dalla sua persona.
Meloni, questa volta sì, ha reagito e ha risposto che né lei né l’Italia “implorano mai”. Ma nessuno si illuda: quell’indignazione puntuale, quel teatrino di dignità ferita, non altera di un millimetro la subordinazione di fondo.
L’Italia resta allineata con Washington nella NATO, resta in silenzio davanti ai crimini di Netanyahu a Gaza, continua a funzionare come pedina docile dello scacchiere atlantista. Fa l'offesa quando Trump la ridicolizza per vanità personale, ma non rompe mai le file quando si tratta di sostenere la politica reale di Stati Uniti e Israele in Medio Oriente o nel Nord Africa.
È il ruolo del servo, del lacchè: può protestare per come lo trattano nell’anticamera del padrone, ma non smette mai di chinare la testa quando tocca obbedire.
E non è un male esclusivamente italiano. Anche qui, nello Stato spagnolo, abbiamo la nostra squadra di servi, lacchè e venduti alla patria: Alberto Núñez Feijóo, Santiago Abascal, Isabel Díaz Ayuso, tutta l’ultradestra spagnola ed europea che ha deciso che quel ruolo di sottomissione verso Washington e Tel Aviv è quello che le spetta per vocazione di classe.
Si riempiono la bocca di “sovranità nazionale” e “orgoglio patrio” quando parlano di migranti poveri a Ceuta o alle Canarie, ma chinano la testa senza fiatare davanti a qualsiasi ordine arrivi da Washington o da Gerusalemme. È la stessa ipocrisia di Meloni, solo che senza nemmeno il teatrino dell’indignazione: qui non si preoccupano nemmeno di fingere che li umili.
Quindi no, compagni, questo non riguarda “chi gestisce meglio” una frontiera. Riguarda quali interessi di classe e di Stato si nascondono dietro il discorso xenofobo di Meloni, di Abascal e di tutta quella cricca che ha bisogno di un nemico povero e razzializzato per coprire la propria incapacità di risolvere i problemi reali della classe lavoratrice europea.
Il muro che denunciano lo ha abbattuto l’Occidente in Libia nel 2011 a colpi di bombe, e lo negozia ogni giorno in Marocco col silenzio complice. L’ipocrisia non è un eccesso retorico: è l’essenza stessa del loro progetto politico.
Fino alla vittoria, sempre!
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05/08/2026
Ceuta. Lo zampino degli apparati marocchini dietro “l’assalto dei migranti”
Secondo alcuni media spagnoli, tra le decine di migliaia di migranti penetrati nella exclave di Ceuta, la Guardia Civil di Madrid avrebbe identificato alcuni agenti dei servizi segreti del Marocco.
Coloro che erano responsabili del sistema di telecamere, in coordinamento con il comando della Guardia Civil, sono riusciti a riconoscerli fin dalle prime ore di giovedì 30 luglio. “L’individuazione è stata possibile grazie al monitoraggio in tempo reale dei movimenti lungo il perimetro di confine, effettuato tramite la rete di telecamere installate nella zona”.
La connivenza delle forze di sicurezza marocchine con il massiccio afflusso di migranti a Ceuta sarebbe dimostrata anche da diversi video che mostrano un atteggiamento decisamente passivo da parte dei poliziotti marocchini mentre i migranti avanzavano verso il confine.
Anche il New York Times, ha raccolto la testimonianza di uno dei migranti entrati a Ceuta nei giorni scorsi, Youssef Aloui, il quale racconta che gli agenti non avrebbero cercato di fermare i migranti e, anzi, li avrebbero indirizzati. “Continuavano a dirci: ‘Andate di qua, di qua’”.
Fonti dei servizi segreti spagnoli corroborano le osservazioni fatte dalla Guardia Civil e inquadrano ciò che accade in un’operazione di guerra ibrida. A loro avviso, un’azione di tale portata non poteva essere condotta senza l’intervento dei servizi segreti del regime marocchino.
Secondo gli analisti spagnoli operazioni simili si sarebbero verificate anche in altri periodi di forte pressione migratoria ai confini di Ceuta e Melilla, con presunti agenti marocchini integrati nei gruppi di migranti. L’obiettivo dei servizi segreti di Rabat sarebbe quello di raccogliere informazioni sulla capacità di reazione delle forze di sicurezza della Spagna di fronte all’afflusso di persone dal Marocco.
È diventata idea piuttosto diffusa che il Marocco sfrutti periodicamente la leva dei flussi migratori per fare pressione sulla Spagna relativamente alla questione del Sahara Occidentale (territorio conteso e rivendicato da Rabat). Due giorni prima dell’ondata di massa sulla frontiera di Ceuta, il premier spagnolo Sanchez era in Algeria – storica rivale del Marocco sulla questione Sharawi e non solo – per un incontro ufficiale. Una mossa niente affatto gradita dalle autorità marocchine.
Ma l’apertura o chiusura del rubinetto dei flussi migratori di massa è un’arma non certo esclusiva del Marocco. Lo hanno fatto sistematicamente la Turchia e la Libia per estorcere finanziamenti ai paesi europei di frontiera e alla stessa Unione Europea.
Infine, e non certo per importanza, le reazioni di governi di destra come quello statunitense, israeliano, italiano – tutti ostili a Sanchez – su quanto accaduto a Ceuta, indicano una coincidenza “di vedute” e di interessi con la mossa delle autorità marocchine. A pensarla male si fa peccato ma...
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02/08/2026
Ceuta parla di noi, ma siamo sordi
Ecco “l’invasione”, rappresentata così come l’annunciano i fascisti e i razzisti in tutto l’Occidente. I franchisti di Vox hanno urlato contro il primo ministro socialista Sanchez: è colpa del suo permissivismo! Giorgia Meloni e il suo governo hanno minacciato di chiudere le frontiere con la Spagna, anche se con quel paese di frontiere non ne abbiamo.
Il governo spagnolo ha subito inviato l’esercito, mentre fioccano le spiegazioni che ignorano la sostanza, ma che servono al dibattito politico.
La Corte Costituzionale spagnola ha recentemente sentenziato che chi viene dal mare non può essere respinto come chi viene da terra.
Anni fa la polizia aveva brutalmente fermato i migranti attorno ai muri e alle barriere di fili spinato di Ceuta, massacrandoli di botte. Ora sui social si era subito diffusa la voce che per chi veniva dal mare anziché dal deserto, non ci sarebbe stata la stessa feroce accoglienza. E così migliaia di persone si sono buttate nel braccio di mare che separa la costa del Marocco dalla città spagnola.
Sì, ma come è possibile che la polizia marocchina non li abbia fermati, si chiedono politica e media. E allora ecco le spiegazioni geopolitiche: il regno del Marocco è totalmente legato a Trump e Netanyahu, cosa verissima, e quindi ha permesso ai migranti di invadere la Spagna, per punire Sanchez delle sue posizioni sulla Palestina, di quelle sulla guerra in Iran e dei suoi accordi con l’Algeria. Anche questo è sicuramente vero.
In Marocco c’è una dittatura poliziesca che controlla tutto, decine di migliaia di migranti possono muoversi tutti assieme solo se il regime lo permette. Quindi è chiaro che “l’invasione umana” a Ceuta è frutto di decisioni politiche, ma qui anche c’è tutta la miseria e l’ottusità colonialista con cui l’Europa, come gli USA, affronta la questione migrante.
I paesi europei erigono ovunque muri e barriere contro i migranti, e poi finanziano e sostengono chi fa il lavoro sporco, chi fa l’aguzzino dall’altra parte.
L’Italia fa questo con i governi libici, la Spagna con il Marocco, la Francia con le sue ex colonie. E poi ci sono i muri dell’est Europa. Vi ricordate quando la polizia polacca bombardava di acqua gelata e lacrimogeni gli accampamenti di migranti, alla frontiera con la Bielorussia? E Ursula von der Leyen applaudiva, proclamando che quei migranti fossero “armi improprie” della Russia.
Ecco quello che ancora una volta tutte le spiegazioni geopolitiche ignorano e cancellano: la realtà umana della questione migrante.
Il fatto che decine di migliaia, milioni di persone, rischino la vita in mare, nei deserti, nel gelo, per arrivare qui in Europa, dovrebbe essere affrontato come una gigantesca questione sociale, civile e morale, invece che come un problema di sicurezza.
Eppure tutti i paesi europei oramai considerano la questione migrante come un problema di ordine pubblico. Ed è ovvio che se quella poliziesca è la sola vera risposta politica, crescono i fascisti e i razzisti che continuano ad urlare: “non siete sufficientemente feroci”.
Il sistema capitalista europeo e occidentale sta sempre più diventando un sistema razziale. I migranti servono in modo determinante all’economia, ma purché stiano al posto loro e con regole fatte solo per loro. È l’apartheid verso i migranti che si sta diffondendo in Europa e anche gran parte delle forze che si dichiarano progressiste non intendono metterlo in discussione
“I migranti abbassano i salari, rubano le case, deteriorano la sanità pubblica”, questo è il messaggio che, con un uso reazionario del “socialismo”, diffonde l’odio antimigrante tra le classi popolari native dei paesi europei.
Non è così, la distruzione dei diritti dei lavoratori e dello stato sociale è opera delle politiche economiche liberiste attuate da decenni, e non delle migrazioni, ma cosa conta la realtà rispetto ad una narrazione martellante intollerante?
Se non si saprà affrontare la questione migrante senza finanziare i lager di regimi tirannici, ma contribuendo davvero allo sviluppo dei paesi poveri, senza colonialismo. Se non si accolgono i migranti con parità di diritti per far crescere i diritti di tutti. Se insomma non si affronta la questione migrante come la prima questione sociale della nostra epoca. Se si rimuove il fatto che coloro che si gettano in mare a Ceuta sono persone come noi, il degrado dell’Europa verso i peggiori mostri della sua storia sarà sempre più rapido.
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01/08/2026
Il re-scafista ha regalato lo spettacolo di Ceuta a Trump
Chi ha qualche esperienza di “movimenti” sa che non si possono mobilitare quasi 60.000 persone, portandole anche a rischiare la vita – ci sono ufficialmente 57 morti in mare, nel tentativo di aggirare le barriere – facendo conto solo sulla “spontaneità”.
Sono peraltro tornati indietro in quasi 50.000 e numerosi sono i testimoni che riferiscono di esser stati praticamente “invitati” dalle autorità di Rabat a fare l’esperienza di un salto nell’Occidente ricco, perché la frontiera sarebbe stata lasciata aperta per un giorno.
Numerosi sono anche i video che mostrano camion fermarsi su indicazione dei poliziotti e scaricare decine di ragazzi cui veniva indicata la direzione per il confine.
In sintesi, il re del Marocco, Muhammad VI, ha deciso di usare i propri sudditi come massa di manovra per dare un colpo al governo spagnolo. Un caso da manuale di “guerra ibrida”, ma stavolta “i russi” non possono proprio essere chiamati in causa.
Il problema è capire bene il perché.
La tattica usata, in fondo, è la stessa degli scafisti libici – tipo quell’Almasri rimpatriato dall’Italia con volo di stato, o quell’Abd al-Rahman al-Milad, detto Bija, ospitato addirittura per un vertice con ufficiali italiani nel Cara di Mineo, entrambi ricercati per traffico di esseri umani –: voglio qualcosa da un certo paese, apro le porte a chi vuole andare lì, provoco una crisi umanitaria e politica, e ottengo quel che mi serve.
Ma cos’è che può servire al re del Marocco, proprietario in prima persona dell’80% delle ricchezze del suo paese, peraltro in crescita e in ottimi – ancorché servili – rapporti con l’Occidente, al punto di dedicare un’autostrada di 1.000 chilometri a Donald Trump?
Le reazioni internazionali hanno risolto in poche battute l’enigma.
Tutte le formazioni di estrema destra, sia europee che statunitensi (tralasciamo qui i reggicoda come Milei o altri Quisling sudamericani), e persino i ministri israeliani come il genocida Ben Gvir, si sono lanciati come un sol uomo, quasi “a comando”, nell’incolpare dell’evento il “reprobo” governo di Pedro Sanchez, reo di avere una politica sull’immigrazione solo leggermente diversa dalla media dei “colleghi”, ma soprattutto reo di dirazzare continuamente rispetto ai desiderata di Washington in materia di operazioni belliche nonché di essere poco entusiasta in materia di ReamEurope (con relativo maxi-acquisto di armi Usa) e di acquistare ancora gas e petrolio dalla Russia anziché dall’America a costo triplo o quadruplo.
Aggiungiamoci anche che era reo di aver vinto i Campionati mondiali di calcio, che Trump avrebbe voluto regalare all’Argentina – visto che proprio non poteva vincerli con quella squadretta che si ritrova, nonostante i favori di Infantino (si sta rifacendo privatizzando per sé la Fifa) –, con una schiera di campioni “rimasti umani” al punto da farlo mettere da una parte nelle foto ricordo, e il quadro assume una certa coerenza.
In più, e di suo, il monarca marocchino poteva scaricare in qualche modo anche l’irritazione per la recentissima visita di Sanchez in Algeria – “nemico storico” per l’appoggio fornito ai sahrawi del Fronte Polisario – dove aveva ovviamente sottoscritto anche contratti commerciali.
Un re che fa lo scafista, mandando allo sbaraglio – a nuoto – i suoi stessi sudditi, senza neanche l’ausilio di barconi ancorché fatiscenti, sembra il massimo oggi come “amico della civiltà occidentale”...
E infatti ne sono state dette di ogni, mentendo in modo così spudorato che persino Goebbels avrebbe avuto un leggero moto di disgusto. Momentaneo, sia chiaro.
Il governo italiano – spalleggiato dalle superpotenze Finlandia e Danimarca... – ha chiesto di chiudere lo spazio Shengen con la Spagna, “per motivi di sicurezza”, come se una qualsiasi persona arrivata a Ceuta – peraltro senza documenti, dato che l’aveva raggiunta nuotando – potesse automaticamente esondare in un qualsiasi paese europeo.
Non c’è voluto molto a leggere i trattati che regolano la questione. Ceuta è in Africa, geograficamente parlando, e da lì entrano liberamente in Europa, attraverso la Spagna, solo i cittadini con un passaporto europeo (o americano). Gli altri sono e restano “extracomunitari” e quindi non possono neanche raggiungere la Spagna, se non rimettendosi in acqua e nuotando fino a Gibilterra.
Infatti sono quasi tutti tornati indietro, dopo “una giornata particolare”.
La questione non può però finire qui.
Il re-scafista ha in tutta evidenza agito per esaudire una richiesta di Trump, che ha tra i molti deliranti obbiettivi quello di promuovere quanti più governi di estrema destra possibile in Europa. Un po’ perché sono “servi naturali” di chi è più forte, un po’ perché questo potrebbe indebolire drasticamente le residue velleità “indipendentiste” dell’Unione Europea.
Un po’ molto, soprattutto, perché nel modello antico-coloniale che prevale oggi a Washington gli unici alleati “buoni” sono dei viceré – proprio come Muhammad VI – liberi di strangolare i propri popoli, purché totalmente obbedienti all’unico “Re” che conta. Basta con questa finzione della “democrazia”, anche nella “madrepatria” stelle-e-strisce, che ha illuso i singoli di poter contare qualcosa persino nel cuore dell’Impero.
L'“Europa” farfuglia, guidata com’è da imbecilli senza pari, capaci soltanto di gridare “È inaccettabile” davanti a qualsiasi problema che dovrebbero risolvere in prima persona – lo ha fatto ieri Ursula von der Leyen – mentre tacciono timorosi davanti a genocidi, guerre, massacri e altre amenità compiute dai loro “partner” seduti al posto di comando.
L’unico vagito “indipendentista” è arrivato paradossalmente dalla Uefa, che si è resa conto di star diventando una concessionaria della famiglia Trump...
Tutte le pseduo-argomentazioni buttate nel calderone dai post-para-proto-fascisti e “liberali” italo-europei sono emerite menzogne senza un briciolo di fondamento. Persino un giornalucolo sionista come Repubblica è in grado di confutare le più evidenti.
Si potrebbe andare avanti, ma è praticamente inutile. Come mormora in stanze chiuse persino Tajani – incapace di imbroccarne una, se non per errore – “I fascisti capiscono solo la forza”. Sulle popolazioni dell’Occidente imperialista è calato un “velo di Maya” che impedisce di distinguere e capire alcunché.
Squarciare quel velo è il nostro compito e il nostro lavoro. Ma naturalmente non si fa solo con un’informazione migliore.
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31/07/2026
Migliaia di migranti dal Marocco sfondano le barriere dell’enclave spagnola di Ceuta
Migliaia di persone provenienti dal Marocco hanno attraversato i frangiflutti di confine verso Ceuta, l’enclave spagnola sul territorio marocchino. Si tratta di ingressi che si vanno ad aggiungere a centinaia di altri arrivati a nuoto negli ultimi giorni e contro i quali il governo spagnolo sta operando per la loro “riconsegna” al Marocco.
Tra 1.500 e 2.000 persone hanno varcato la barriera negli ultimi dieci giorni e altre migliaia si sono diretti ieri, giovedì, verso la frontiera tra Castillejos (Marocco) e Ceuta per tentare di oltrepassare il muro che separa le due città.
Le barriere di protezione non erano presidiate in quel momento da agenti di polizia, e i migranti hanno avuto accesso al territorio spagnolo mentre gli agenti delle forze ausiliarie marocchine, che si occupano della sicurezza a terra, si ritiravano al passaggio dei giovani. Nel pomeriggio di giovedì, le persone continuavano ad entrare nel territorio spagnolo.
Gli agenti di sicurezza interpellati dall’agenzia spagnola EFE hanno dichiarato di non conoscere il motivo del massiccio raduno di giovani per oltrepassare il valico, che coincide con la celebrazione della Festa del Trono in Marocco.
I governi di Spagna e Marocco hanno concordato di attuare misure per la riconsegna “il prima possibile” di “tutte” le persone migranti che sono entrate illegalmente a Ceuta nei giorni scorsi, e in particolare giovedì, quando hanno superato in massa la barriera attraverso il molo di El Tarajal.
Fonti del Ministero dell’Interno hanno indicato questo giovedì che i due paesi hanno concordato di “rafforzare il coordinamento e gli sforzi per far fronte a questi flussi e si sono impegnati a rivedere e attuare misure per la riconsegna, il prima possibile, di tutte le persone che sono entrate illegalmente” nella città autonoma.
Le Forze Armate spagnole stanno rafforzando la Guardia Civile nella città di Ceuta dopo il massiccio e improvviso arrivo dei migranti.
Il governo italiano ha scelto di strumentalizzare l’episodio chiedendo di sospendere gli accordi di Shengen per la Spagna (ripristinando cioè i controlli di frontiera su merci e persone).
Una mossa che sembra convalidare i sospetti, da più parti sollevati, sui possibili “input esterni” ed interni (di fatto il governo di Rabat ha spalancato le porte abbandonando i valichi di frontiera) a questa improvvisa ondata migratoria dal Marocco.
Ossia da uno dei paesi arabi più schierato con l’Occidente, mentre il governo Sanchez ha mantenuto una certa differenza su diverse questioni di grande rilevanza (uso delle basi e dello spazio aereo per la guerra all’Iran, critiche radicali ad Israele per il genocidio a Gaza e l’attacco al Libano, ecc.).
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25/05/2026
Bilbao scende in piazza contro gli abusi della polizia. E’ “il fronte interno”
Anche perché nulla di simile è avvenuto agli aeroporti di Madrid e Barcellona dove sono rientrati altri attivisti della Flotilla in mezzo ad abbracci e festeggiamenti.
La stupida brutalità dei gendarmi della Ertzaintza, polizia autonoma che risponde al governo locale del Paese Basco in mano al PNV (partito di centro destra) ha suscitato polemiche e interrogativi sia in Euskadi che nello stato spagnolo, il cui governo – quello di Sanchez – è paradossalmente il più impegnato contro i crimini israeliani. Che quel trattamento brutale fosse riservato agli attivisti della Flotilla al loro rientro dopo aver subito le brutalità degli apparati israeliani, indubbiamente è stato uno shock per molti.
In primo luogo, come già indicato, occorre rammentare che la polizia autonoma basca risponde al governo del PNV e non a quello di Madrid.
Fino alla metà degli anni Ottanta, l’Ertzaintza era una polizia locale. Ma con il processo di militarizzazione per la repressione dell’indipendentismo in Euskadi è stata ristrutturata e la sua funzione in ordine pubblico è diventata via via sempre più pesante.
Fu uno shock vedere i caschi rossi degli agenti della polizia autonoma partecipare alle cariche contro le manifestazioni o gli atti di kale borroka (i blocchi stradali e le lotte di strade portate avanti dalla sinistra abertzale) insieme o per conto della Polizia Nazionale afferente al governo centrale.
Su quanto avvenuto all’aeroporto di Bilbao circolano informazioni che rilevano la penetrazione delle dottrine e degli apparati repressivi israeliani nella strumentazione e nelle regole di ingaggio degli agenti della polizia autonoma basca.
Non a caso, i giornali israeliani e della destra spagnola hanno ironizzato su questo grave episodio di violenza: “Si sono riconosciuti nei manganelli alzati e piombati sui corpi degli attivisti, in una sorta di fratellanza d’odio contro i movimenti pacifisti” scrive C.L. Dias. Con grande dimostrazione di cinismo e ipocrisia, il ministero degli Esteri israeliano ha convocato l’incaricato d’affari dell’ambasciata spagnola “per chiedere ragione al governo spagnolo dei maltrattamenti degli attivisti della Flottiglia di cui la Spagna aveva denunciato gli abusi da parte degli apparati repressivi israeliani”.
Il consigliere per la Sicurezza del governo dei Paesi Baschi, Bingen Zupiria, ha “lamentato” gli incidenti avvenuti sabato.
“Si trattava di permettere alle persone in arrivo di ricevere il saluto di chi le aspettava, e si trattava anche di permettere a chi stava lasciando l’aeroporto di farlo normalmente. Viste le immagini, è evidente che non siamo riusciti né nell’uno né nell’altro”, ha dichiarato Zupiria in un conferenza stampa.
“Lamento quello che è successo ieri, e lo lamento doppiamente. Lamento gli eventi, le cariche e le situazioni che si sono prodotte, e lo lamento in modo particolare perché era già concordato come avrebbe dovuto svolgersi tutto”, ha aggiunto il consigliere, concludendo che “non avrebbe dovuto succedere quello che è successo”. Domani, martedì, il “ministro” della sicurezza del governo autonomo basco riferirà nel parlamento locale su quanto avvenuto all’aeroporto.
Il giornalista Ahmed Shihab Eldin una sua tesi in proposito ce l’ha denunciando come l’Ertzaintza non sia solo una forza di polizia e soprattutto le sue connessioni con gli apparati israeliani.
La polizia autonoma, come moltissime in tutta Europa, ha acquistato infatti il suo sistema di intercettazioni dalla società israeliana Verint Systems, che ha legami con l’intelligence militare israeliana. Ha affidato la sicurezza di alcune strutture alla società israeliana ICTS. Ha ricevuto addestramento da Guardian Defense & Homeland Security, una società gestita da un ex agente del Mossad.
Ha acquistato giubbotti antiproiettile, telecamere di sorveglianza e dispositivi di ascolto israeliani. Nel 2021 ha firmato un contratto da 3.569,50 euro esclusivamente per la fornitura di lanciagranate stordenti e distraenti da fornitori israeliani. I suoi contratti totali con aziende israeliane superano 1,66 milioni di euro.
E, soprattutto, dietro a tutto questo si cela un sistema più ampio: la Scuola Tattica Israeliana, i Servizi di Protezione Internazionale e l’Accademia di Sicurezza dell’ISA addestrano le forze di sicurezza in tutta Europa. I loro istruttori provengono dallo Shin Bet. La dottrina che insegnano considera il dissenso una minaccia alla sicurezza.
“È necessario e urgente spiegare queste cose alla gente; altrimenti, ancora una volta, ci accontenteremo di un interesse fugace, alimentato da un’ondata di emozioni, e la questione finirà lì”, denuncia un attivista.
Ma la violenza dei metodi dell’Ertzaintza non una novità di queste ore. Il giornale Il Salto elenca una lunga serie di precedenti.
L’intervento brutale all’aeroporto di Loiu, scrive il giornale, si aggiunge a una lista di azioni della polizia che negli ultimi due anni hanno posto il modello di sicurezza del Governo basco al centro del dibattito pubblico.
Dalla morte di Eneko Valdés ad Astigarraga nel 2024, a seguito di un intervento della brigata Bizzor, l’Ertzaintza ha accumulato episodi gravi: Amaia Zabarte, ricoverata in terapia intensiva per un’emorragia cerebrale dovuta a un impatto di schiuma accanto allo stadio di Anoeta nel marzo 2024; Iker Arana, che ha perso un testicolo nell’aprile 2025 a causa di un colpo di arma da fuoco durante lo sfratto della gaztetxe de Errekalde; Aritz Ibarra, con la mascella fratturata da una schiuma sparata a distanza ravvicinata il 12 ottobre 2025 a Gasteiz, durante una carica della polizia che ha protetto un evento della Falange; o Karen Daniela Agredo, con gravi conseguenze dopo un arresto a Donostia che lo stesso consigliere Bingen Zupiria riconobbe avrebbe dovuto essere gestito diversamente.
A questo elenco si aggiungono le denunce sindacali per le accuse del 3 marzo 2024 a Gasteiz, una condanna per abusi sessuali su una vittima di violenza sessista e la conferma, nel febbraio 2026, della pena detentiva per un’ertzaina per la morte di Iñigo Cabacas nel 2012.
La Global Sumud Flotilla esprime “la sua profonda indignazione e condanna in seguito alla violenta aggressione perpetrata dalle Ertzaintza, la polizia basca, contro i partecipanti alla Flotilla appena rientrati all’aeroporto di Bilbao” e “chiede un’indagine internazionale immediata e indipendente sulla violenza coordinata scatenata all’aeroporto di Bilbao, che esamini esplicitamente come le forze di polizia regionali abbiano dato inizio a questi brutali pestaggi e come la polizia statale abbia facilitato gli arresti arbitrari dei sopravvissuti traumatizzati”.
Il problema che viene emergendo in tutti i paesi europei, ispirato sicuramente dai modelli repressivi israeliano e statunitense, è che i corpi di polizia vanno assumendo il carattere di una vera e propria forza armata concepita per la guerra sul “fronte interno”, in cui il nemico sono le proprie comunità.
La potente risposta popolare con le manifestazioni che ieri hanno attraversato le strade di Bilbao e di altre città basche, sono state una reazione che fa ben sperare.
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16/04/2026
Sánchez a Pechino chiede alla Cina di diventare il paciere mondiale
Sánchez era alla sua quarta visita di Stato in Cina in quattro anni. Un segnale chiaro sull’importanza che il Dragone riveste per l’economia di Madrid, ma in generale per tutte quelle dell’Unione Europea. Il viaggio del cancelliere Merz nel gigante asiatico di un paio di mesi fa è un’altra cartina tornasole dell’imprescindibilità di questo rapporto: il politico tedesco aveva dichiarato che separare l’economia del suo paese da quella cinese “sarebbe un errore” (vista anche al dipendenza sulle terre rare).
Dalla Tsinghua University, dove si è formato lo stesso Xi Jinping, Sánchez ha mandato un messaggio chiarissimo a Pechino, non privo del solito spirito di superiorità occidentale, e tuttavia onesto su chi sono i grandi attori in campo. “Abbiamo bisogno che la Cina si apra – ha detto il leader spagnolo – affinché l’Europa non debba chiudersi in se stessa”.
Ma a fare la guerra commerciale al Dragone è stata la UE, e difatti anche stavolta Sánchez torna a casa con 19 nuovi accordi bilaterali. C’è il tema dei 42 miliardi di deficit commerciale della Spagna con la Cina nel solo 2025, parte di un più grande deficit che preoccupa l’intera UE.
Sul riequilibrio della bilancia commerciale Pechino si è sempre detta pronto a lavorare, sempre che ci sia correttezza nella controparte. E l’intesa su investimenti ad alta qualità dovrebbe garantire che i capitali cinesi in Spagna portino con sé trasferimenti di tecnologia, contratti per fornitori locali e nuovi posti di lavoro.
Non è, comunque, la questione economica che ha tenuto banco nell’incontro del primo ministro spagnolo con Xi Jinping. “Per la prima volta nella storia contemporanea, il progresso sta germogliando simultaneamente in molte parti del mondo”, ha detto Sánchez. “Questa multipolarità non è un’ipotesi o un desiderio; è la nuova realtà in cui vive il mondo”.
Il politico di Madrid lo dice chiaro e tondo: siamo in una fase multipolare. E aggiunge pure che, in questo multipolarismo, la Cina è l’attore dirimente. “La Cina fa molto, e lo apprezziamo, ma può fare di più chiedendo il rispetto del diritto internazionale e la fine dei conflitti”, ha detto Sánchez.
Anche se va notato il solito atteggiamento occidentale di chi insegna agli altri a promuovere quello che gli europei ignorano a seconda delle convenienze, in questa occasione la frase ha assunto più i tratti di una supplica che di uno strumento di pressione. Il primo ministro spagnolo ha affermato che “è molto difficile incontrare altri interlocutori che possano sbrogliare questa situazione provocata in Iran e nello Stretto di Hormuz più della Cina”.
È un riconoscimento significativo, ovvero il fatto che, di fronte all’aggressione statunitense e israeliana, l’unico paese che ha il “capitale” (non solo economico, ma anche diplomatico) per porsi come mediatore di pace sia il Dragone. Davanti a studenti e docenti della Tsinghua, Sánchez aveva parlato di questo “potere” anche in relazione ai conflitti in Libano, in Palestina e in Ucraina.
Si tratta di una mano tesa (e bisognosa) da parte di Madrid, in un certo senso portavoce informale della UE (che non a caso ha mandato il suo capo di governo più “progressista” e che ha ingaggiato un significativo braccio di ferro con Donald Trump), affinché Pechino sia disposta a ragionare su come rilanciare un multilateralismo che ponga dei freni agli USA, innanzitutto al “bastone” che stanno usando innanzitutto con i propri “alleati/vassalli”.
Secondo Sánchez la Cina può svolgere un ruolo fondamentale nella lotta alle disuguaglianze e al cambiamento climatico, nonché sui principali dossier riguardanti l’architettura di sicurezza e cooperazione internazionale, “soprattutto ora che gli Stati Uniti hanno deciso di ritirarsi da molti di questi fronti”, ha detto senza peli sulla lingua.
“È negli interessi di Spagna e Europa che il sistema multipolare venga rispettato”, ha detto il politico spagnolo. “Non abbiamo nessun problema a stare dal lato giusto della storia”, e Xi Jinping ha rimarcato che Madrid (non tutta l’Europa) è davvero dalla parte giusta della storia, chiedendo a Sánchez di “difendere insieme un autentico multilateralismo e salvaguardare la pace e lo sviluppo nel mondo”.
Riguardo alle Nazioni Unite nello specifico, il primo ministro spagnolo ha detto che “l’Occidente deve rinunciare ad alcune delle sue quote di rappresentanza”, e bisogna fare in modo che si rafforzi l’Assemblea Generale e il Consiglio di Sicurezza sia più rappresentativo e più democratico. Temi su cui la Cina, pur tutelando i suoi interessi, non si è mai detta indisponibile a discutere.
La visita di Sánchez rappresenta, una volta tanto, una dimostrazione da parte dei politici europei di avere bene in mente il proprio posto nel mondo, e quello che ha Pechino. La strumentalità, tuttavia, è evidente, e la Cina non ci casca. Bisognerà vedere fino a dove una possibile intesa potrebbe arrivare, sapendo che la UE non sarà mai disposta a rinunciare al proprio ruolo privilegiato negli affari mondiali.
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31/03/2026
L’Italia s’è desta come la Spagna di Sanchez? Calma e gesso
Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, l’Italia nei giorni scorsi – per decisione personale del ministro della Difesa Crosetto – avrebbe negato agli Stati Uniti l’utilizzo della base militare di Sigonella.
In particolare, il no del ministro della Difesa sarebbe arrivato quando si è appreso del piano di volo di alcuni aerei statunitensi, con la previsione di fare scalo nella base militare in Sicilia, una delle principali del Mediterraneo, prima di ripartire verso il Medio Oriente, per partecipare agli attacchi contro l’Iran.
La segnalazione del problema pare che sia partita dallo Stato maggiore dell’Aeronautica, che ha poi avvisato il capo di Stato maggiore dell’esercito, Luciano Portolano. A sua volta, il gen. Portolano ha comunicato tutto al ministro.
Da parte statunitense, come di consueto, non ci sarebbe stata nessuna esplicita richiesta di autorizzazione all’atterraggio a Sigonella ma una “semplice” comunicazione, con gli aerei già in volo. Non è un mistero che le forze armate statunitense sono abituate a fare quello che gli pare nelle basi militari disseminate in Italia. L’elenco sarebbe lunghissimo.
Sempre il Corriere della Sera riferisce che, una una volta constatato che non si trattava di voli logistici e quindi non compresi nei trattati che regolano l’utilizzo di basi militari sparse sul nostro territorio, sarebbe partito la catena di comunicazioni che è approdata al comando statunitense sul divieto all’atterraggio per gli aerei USA.
Il governo, e in particolare Crosetto nelle sue comunicazioni in Parlamento, hanno ripetuto che l’utilizzo delle basi militari da parte statunitense per gli interventi militari in Iran e in tutto il Medio Oriente non sarebbe stato negato preventivamente, ma sarebbe stato valutato sulla base dei trattati vigenti; per tutte quelle operazioni militari al di fuori del perimetro di questi trattati – ha ribadito nelle scorse settimane il ministro della Difesa – sarebbe stata necessaria invece una autorizzazione del Parlamento.
Trattandosi di Sigonella, la memoria di tutti va al caso che nel 1985 vide opporsi, proprio in quella base, gli avieri italiani alla Delta Force statunitense che intendeva sequestrare i cinque palestinesi protagonisti del dirottamento della nave italiana Achille Lauro e dell’uccisione di un cittadino statunitense a bordo.
In realtà c’è stato anche un altro caso in cui il governo italiano disse di no all’atterraggio di due aerei militari statunitensi in Italia.
Era il 1993 e il Presidente del Consiglio di allora era Azeglio Ciampi (divenne Presidente della Repubblica successivamente, ndr). Ciampi negò l’autorizzazione all’atterraggio di due aerei Usa Awacs nella base di Aviano perché erano impegnati in una missione militare degli Stati Uniti (nei Balcani) e non della Nato. I due aerei furono infatti costretti ad atterrare in Albania. Di questo avvenimento è quasi impossibile trovare traccia negli “annali”.
Adesso occorrerà vedere l’impatto politico e diplomatico sulle relazioni tra l’Italia e l’amministrazione Trump e se il governo italiano manterrà il punto su questo aspetto. I margini di discrezionalità nell’uso da parte degli USA sulle basi militari in Italia è enorme ed è la conseguenza di trattati bilaterali e multilaterali (la Nato) firmati in modo servile nei decenni passati.
La postura italiana sembra avvicinarsi a quella assunta da Madrid, sebbene il governo spagnolo abbia adottato misure ancor più restrittive, estendendo l’interdizione agli aerei militari USA non solo agli scali nelle basi militari presenti in Spagna ma anche al sorvolo dell’intero spazio aereo nazionale.
“Abbiamo negato agli Stati Uniti l’uso delle basi aeree di Rota e Morón per questa guerra illegale. Tutti i piani di volo che prevedono azioni legate all’operazione in Iran sono stati respinti. Tutti, compresi quelli per il rifornimento in volo degli aerei” aveva dichiarato la scorsa settimana il governo spagnolo.
Ma questo posizionamento, seppur importante, non significa che le basi aeree di Morón e Rota non possano essere utilizzate dagli aerei dell’USAF. Il problema infatti è che in base ai trattati bilaterali firmati in epoca franchista e mai rimessi in discussione, operazioni come il supporto logistico per i circa 80.000 soldati statunitensi schierati in Europa, viene svolto regolarmente.
Pagine Esteri riferisce che il Centro di Controllo del Traffico Aereo di Siviglia continua inoltre a fornire supporto alla navigazione aerea dei bombardieri B-2 Spirit che decollano dalla base di Whiteman, nel Missouri, scaricano le loro bombe in Iran e poi tornano alla base con un volo di 30 ore senza scali, transitando nello Stretto di Gibilterra.
Il quotidiano spagnolo El Mundo riporta che venerdì scorso cinque aerei dell’aeronautica militare USA sono passati per la base militare di Rota: “Il primo è decollato nelle prime ore del mattino dalla base, diretto a Gibuti, dove l’arrivo di velivoli americani è in aumento in previsione di un’eventuale escalation del conflitto in Medio Oriente. Successivamente è arrivato un Super Hercules dalla base aerea tedesca di Ramstein. Dopo mezzogiorno, altri tre aerei sono decollati per Chania, sull’isola greca di Creta. La sua posizione strategica è cruciale: a metà strada nel Mediterraneo orientale e sede della portaerei USS Gerald Ford, ormeggiata per manutenzione dal 19 marzo” riporta El Mundo.
In Spagna Podemos ha chiesto al governo di “espellere i soldati statunitensi dalle basi di Rota e Moròn” e di indire un nuovo referendum per permettere agli elettori spagnoli di dire basta alla presenza della Spagna nella Nato. È una proposta interessante, esattamente quaranta anni dopo il referendum con cui la Spagna decise di aderire alla Nato (1986) e che fu vinto di misura dagli atlantisti (in Euskadi e Catalogna stravinse invece il No alla Nato, ndr).
Una proposta simile in Italia è stata finora resa impossibile dall’art.75 della Costituzione che non consente referendum in materia di trattati internazionali sottoscritti in totale subalternità. Servirebbe una legge di modifica costituzionale che consentisse di poter indire referendum anche su questa materia, così come venne richiesto nel 2016 sui trattati europei, purtroppo senza successo. Ma questo non significa che questa partita non possa e non debba essere riaperta, e anche in fretta.
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04/03/2026
Trump minaccia lo stop al commercio con la Spagna, Merz gli dà corda
Il bersaglio principale di Trump è stata la Spagna. Madrid ha negato l’uso delle basi militari di Rota (Cadice) e Morón de la Frontera (Siviglia) per le operazioni belliche contro Teheran, invocando le clausole dei trattati bilaterali che consentono la chiusura delle infrastrutture in caso di conflitto non concordato.
“La Spagna è un alleato terribile”, ha dichiarato Trump senza giri di parole. “Ci hanno detto che non possiamo usare le loro basi, ma nessuno può dirci cosa fare. Potremmo semplicemente volare lì e usarle se volessimo”. Che il diritto valesse “fino a un certo punto” anche per The Donald era evidente a tutti, ma qui si sta parlando di una violazione di sovranità non indifferente, che mostra la realtà dietro le basi militari: sono strumenti di un’occupazione, non il risultato di un’architettura di sicurezza condivisa.
Trump ha anche annunciato una ritorsione economica immediata, ordinando al Segretario al Tesoro, Scott Bessent, di tagliare tutte le relazioni commerciali con Madrid. Trump ha criticato la Spagna per essersi rifiutata di raggiungere l’obiettivo del 5% del PIL in spese militari, raggiunto nell’Alleanza Atlantica.
Al contrario della Spagna, la Germania di Merz è stata promossa a pieni voti. Il cancelliere ha confermato la piena sintonia con Washington sull’obiettivo di un regime change a Teheran. Il politico tedesco è stato in imbarazzato silenzio durante la sfuriata di Trump contro il governo Sánchez (con cui ricordiamo condivide non solo il mercato unico, ma anche organismi di direzione politica, un parlamento, e così via), ma alla fine è stato messo alle strette dalla domanda di una giornalista.
Merz, invece di condannare l’attacco scomposto alla dirigenza spagnola, oltre che quello al rispetto di accordi e sovranità altrui, ha fatto da sponda all’inquilino alla Casa Bianca. “Stiamo cercando di convincere la Spagna a raggiungere il 3% o il 3,5% [di spese prettamente militari, a cui va aggiunto l’1,5% nel settore della sicurezza in generale, ndr] su cui siamo d’accordo in ambito NATO”, ha detto Merz.
“La Spagna – ha continuato – è l’unica che non è disposta ad accettarlo e stiamo cercando di convincerla che questo fa parte della nostra sicurezza comune, che tutti dobbiamo rispettare questi numeri”. Insomma, il governo spagnolo è come un bambino da educare, e per fortuna ci sono Washington e Berlino che gli stanno facendo capire cosa è meglio per il paese iberico. A suon di ricatti commerciali e minacce alla sovranità.
Sul fronte dei dazi, Merz ha ribadito che il dossier viene trattato in maniera centralizzata da Bruxelles, e che “non esiste alcuna possibilità di trattare la Spagna peggio degli altri: arriveremo a un risultato comune, e in quel risultato sarà compresa anche la Spagna”. Una magra consolazione, tra l’altro promossa per cercare di fare massa sulle decisioni di Trump, e per evitare ulteriori scompensi nel mercato unico (di cui magari qualche paese – e in questo caso non la Germania – potrebbe avvantaggiarsi).
La risposta del governo spagnolo non si è fatta attendere. Fonti istituzionali hanno ribadito che la Spagna è un “membro chiave della NATO”, che contribuisce in modo significativo alla difesa europea, ma che l’uso delle basi deve essere conforme alla Carta delle Nazioni Unite. Il ministro degli Esteri, José Manuel Albares, ha chiarito che non verranno prestati asset per operazioni non previste dai trattati.
Stamattina, inoltre, Sánchez ha rilasciato una dichiarazione molto netta. Ha affermato che il suo paese è dalla parte della legalità internazionale, e ha evocato il disastro dell’Iraq per far capire che il suo governo ha capito la lezione. Quel conflitto, ha detto, “ha portato a un mondo più insicuro e a una vita peggiore”, e quello attuale “non poterà a un ordine internazionale più giusto, né salari più alti, né migliori servizi pubblici, né un ambiente più sano”.
Nel frattempo, la Commissione ha reso pubblico un primo commento sulle minacce a Madrid, e per quanto abbia espresso solidarietà con il paese che ne è parte, ci ha tenuto a ricordare che “salvaguardare questa relazione, in particolare in un momento di turbolenze globali, è più importante che mai ed è chiaramente nell’interesse di entrambe le parti”. Un po’ come a voler elomosinare agli USA che non ne facciano una leva di una guerra commerciale che ha colpito innanzitutto proprio i “fratelli” europei.
Non è solo la UE a subire – e ad accettare – un trattamento da “zerbino”. Anche il Regno Unito non è uscito indenne dal vertice. Trump si è scagliato contro il primo ministro Keir Starmer, che aveva preso la decisione di far assumere al suo paese solo un atteggiamento difensivo in relazione al conflitto con l’Iran, impedendo inizialmente l’uso, da parte delle forze statunitensi, della base di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano.
“Non abbiamo a che fare con Winston Churchill”, ha ironizzato Trump, e ha poi aggiunto: “ci abbiamo messo tre-quattro giorni per capire dove potessimo atterrare”. Di nuovo, una base militare altrui, e dunque un luogo dove neanche un normale cittadino di quello stesso stato può entrare senza le dovute autorizzazioni, viene trattata come un asset statunitense da parte degli USA. E ancora una volta gli europei annuiscono in silenzio.
Non può non saltare agli occhi come, certo, gli imperialisti europei ancora considerino la NATO come vettore fondamentale della loro politica estera, nonostante il ridimensionamento continuo di Trump. E del resto, la cornice di sicurezza atlantica è un ottimo “vincolo esterno” da sbandierare, da una parte per legittimare il riarmo e la transizione verso un’economia di guerra, dall’altra per scaricare le responsabilità intorno alla riduzione conseguente delle spese sociali.
Non si può però ignorare anche il fatto che la NATO non solo è ridimensionata nell’impegno profusovi da Washington, ma è anche usata come strumento di ricatto dalla Casa Bianca per indirizzare le decisione sovrane degli stati “alleati”. Insomma, Trump sta mostrando che non esiste alcuna politica alternativa ai desideri degli Stati Uniti finché si è dentro la NATO.
In tutto ciò, la UE non solo non è pervenuta, ma alcuni dei suoi governanti si fanno immortalare accanto a The Donald, mentre trovano motivi per legittimare la sua prevaricazione. Le divergenze politiche e materiali tra i suoi paesi, aumentano, e i proclami di sudditanza non fanno che allargarle. È difficile immaginare che la UE assurga a grande potenza globale, mentre i suoi governi si pugnalano l’un l’altro alle spalle.
È più probabile che, a lungo andare, peggiorino ulteriormente le asimmetrie interne. Allora, ai vincoli da rompere per costruire una qualsiasi alternativa, e anche per la semplice difesa della sovranità popolare e dell’autodeterminazione dei popoli, per chi ha ancora a cuore questi principi, va aggiunta, oltre alla NATO, anche la sclerotizzata integrazione europea, avviata definitivamente sulla strada del riarmo.
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28/02/2026
Prime reazioni politiche internazionali all’attacco contro l’Iran. La Ue è la peggiore
Non una parola su quella che è palesemente una aggressione militare unilaterale contro l’Iran da parte di Usa e Israele.
Unione Europea
Ancora peggiore del governo italiano è la posizione assunta dall’Unione Europea che ha sostanzialmente legittimato l’aggressione militare contro l’Iran.
“Gli ultimi sviluppi in Medio Oriente sono pericolosi. Il regime iraniano ha ucciso migliaia di persone. I suoi programmi missilistici balistici e nucleari, insieme al sostegno ai gruppi terroristici, rappresentano una seria minaccia per la sicurezza globale”, ha scritto su X l’Alta rappresentante Ue, Kaja Kallas. “Ho parlato con il Ministro degli Esteri israeliano Saar e con altri ministri della regione. L’Ue sta inoltre collaborando strettamente con i partner arabi per esplorare percorsi diplomatici. La protezione dei civili e il diritto internazionale umanitario sono una priorità”.
In un post su X Ursula Von der Leyen, ha scritto che dopo gli attacchi congiunti di Usa e Israele sull’Iran, invita “tutte le parti a esercitare la massima moderazione, a proteggere i civili e a rispettare pienamente il diritto internazionale”. “È di fondamentale importanza garantire la sicurezza nucleare e prevenire qualsiasi azione che possa ulteriormente aggravare le tensioni o indebolire il regime globale di non proliferazione – ha affermato la Von der Leyen – L’Unione Europea ha adottato sanzioni estese in risposta alle azioni del regime omicida iraniano e delle Guardie rivoluzionarie e ha costantemente promosso sforzi diplomatici volti ad affrontare i programmi nucleari e balistici attraverso una soluzione negoziata. In stretto coordinamento con gli Stati membri dell’Ue – ha concluso – adotteremo tutte le misure necessarie per garantire che i cittadini dell’Unione nella regione possano contare sul nostro pieno sostegno”.
Russia
Il Ministero degli Esteri russo ha definito l’attacco degli Stati Uniti e di Israele all’Iran un passo sconsiderato, chiedendo un immediato ritorno alla pace. “La Russia, come prima, è pronta a contribuire alla ricerca di soluzioni pacifiche sulla base del diritto internazionale, del rispetto reciproco e di un equilibrio di interessi”.
In seguito alle “aggressioni degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran”, l‘ambasciata russa a Teheran ha chiesto ai connazionali di lasciare il Paese “qualora ne abbiano la possibilità”. In un comunicato ripreso dal canale Telegram del ministero degli Esteri, l’ambasciata chiede inoltre ai russi presenti in Iran di “mantenere la calma e non cedere al panico che alcuni cercheranno di seminare attraverso i media e i social network”.
Norvegia
Il ministro degli Esteri norvegese sostiene che gli attacchi contro l’Iran violano il diritto internazionale, e chiede una soluzione diplomatica alla crisi. “L’attacco viene descritto da Israele come un attacco preventivo, ma non è in conformità con il diritto internazionale. Un attacco preventivo richiederebbe l’esistenza di una minaccia imminente”, afferma il ministro Espen Barth Eide non menzionando però gli attacchi statunitensi.
Gran Bretagna
Il Regno Unito non ha partecipato agli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran. Secondo il portavoce del governo, che ha parlato in una dichiarazione, Londra “non vuole vedere la situazione peggiorare e degenerare in un conflitto regionale più ampio dopo questi attacchi congiunti”.
“Abbiamo una serie di capacità difensive nella regione, che abbiamo recentemente rafforzato. Siamo pronti a proteggere i nostri interessi”, ha aggiunto, affermando che la sicurezza dei cittadini britannici nella regione è la “priorità”. “A causa di segnalati attacchi missilistici, i cittadini britannici in Bahrain, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti devono cercare immediatamente riparo”, ha pubblicato il Foreign Office britannico sul suo account X.
Ben diversamente, il leader della sinistra britannica Jeremy Corbin ha dichiarato che “Gli attacchi all’Iran da parte di Israele e Stati Uniti sono illegali, ingiustificabili e ingiustificati. La pace e la diplomazia erano possibili. Invece Israele e gli Stati Uniti hanno scelto la guerra.
Questo è il comportamento degli Stati canaglia, che hanno messo a repentaglio la sicurezza dell’umanità in tutto il mondo con questo catastrofico atto di aggressione.
Il nostro governo deve condannare questa flagrante violazione del diritto internazionale e perseguire urgentemente una politica estera basata su giustizia, sovranità e pace”.
Spagna
Si barcamena con un po’ di destrezza e cerchiobottismo il premier socialista spagnolo Pedro Sanchez. In un post su X ha dichiarato che la Spagna ha respinto quella che ha definito l’azione militare unilaterale condotta dagli Stati Uniti e da Israele. Ha aggiunto che l’attacco all’Iran segna una chiara escalation che aggrava l’instabilità nella regione.
“Allo stesso modo, respingiamo le azioni del regime iraniano e della Guardia Rivoluzionaria. Non possiamo permetterci un’altra guerra prolungata e devastante in Medio Oriente”, per concludere con un ecumenico “Chiediamo un immediato allentamento delle tensioni e il pieno rispetto del diritto internazionale”.
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10/02/2026
Lo sciopero dei portuali colpisce diversi scali europei
Si tratta degli effetti immediati dello sciopero internazionale coordinato che ha coinvolto i portuali di numerosi Paesi contro il traffico di armamenti, la privatizzazione delle banchine e la progressiva militarizzazione degli scali civili. La mobilitazione, inizialmente annunciata in 21 porti del Mediterraneo e del Nord Europa, si è estesa ad altri scali e ha ricevuto manifestazioni di solidarietà anche fuori del continente europeo, secondo quanto emerge dalle comunicazioni sindacali e dalle analisi di settore diffuse nella giornata del 6 febbraio.
In Italia lo sciopero di 24 ore ha interessato l’intera filiera portuale. A Genova il blocco si è concentrato nell’area del varco di San Benigno, punto di accesso cruciale per i terminal container e ro-ro. Il porto ligure ha registrato una paralisi che ha inciso sulla continuità dei flussi ferroviari e stradali verso il Nord Italia e i mercati del Nord Europa. La presenza in rada di navi costrette a rinviare l’attracco ha aggravato una situazione già complessa per la concomitanza di cantieri infrastrutturali e per l’elevata saturazione dei piazzali nei porti limitrofi del sistema ligure, come La Spezia e Vado Gateway.
Alla Spezia l’elevata densità dei piazzali, stimata intorno al 78%, ha ridotto ulteriormente i margini di gestione dei traffici residui, rendendo difficoltoso il riassorbimento dei ritardi accumulati durante il fermo. Anche Vado Gateway di Savona, già interessato da agitazioni nei mesi precedenti, ha risentito dell’interruzione delle operazioni, con effetti sui servizi di trasbordo e sulle coincidenze feeder.
Sul versante adriatico, Trieste ha visto la protesta concentrarsi presso la sede dell’Autorità di Sistema Portuale. Il fermo delle attività ha avuto un impatto diretto sui corridoi ferroviari verso Austria e Germania, già rallentati da condizioni meteorologiche avverse. I ritardi maturati nello scalo giuliano si sono riflessi sull’intera catena intermodale dell’Adriatico orientale, penalizzando in particolare i traffici industriali diretti verso l’Europa centrale.
A Venezia e Ravenna lo sciopero ha prodotto effetti visibili soprattutto nella riprogrammazione degli arrivi navali. Il rinvio delle toccate da parte di unità come la Msc Eagle III e la Zim Australia ha generato un disallineamento delle finestre operative, con ripercussioni sulle banchine dedicate alle merci varie e sui traffici industriali. A Ravenna il fermo ha inciso anche sulla logistica di fertilizzanti e cereali, comparti sensibili ai ritardi per la rigidità delle catene di approvvigionamento.
Sul Tirreno, Livorno ha registrato uno dei casi più evidenti di nave bloccata in rada, con la Zim Virginia impossibilitata ad attraccare. Lo scalo toscano, specializzato nella movimentazione automotive e forestale, ha subito un rallentamento delle operazioni che ha coinvolto direttamente le catene di distribuzione dei veicoli finiti e dei prodotti destinati all’export. A Civitavecchia, invece, l’adesione allo sciopero ha creato criticità nei collegamenti ro-pax con la Sardegna, con ritardi nelle operazioni di imbarco e congestione nelle aree esterne al porto.
Nel Mezzogiorno lo sciopero ha colpito anche Gioia Tauro. In un porto caratterizzato da tempi di rotazione molto serrati, l’interruzione delle operazioni di scarico e ricarico per 24 ore ha generato un accumulo di navi in attesa che richiederà diversi giorni per essere smaltito. Mobilitazioni e rallentamenti si sono registrati anche a Salerno, Bari, Cagliari e Palermo, con effetti sulle filiere agroalimentari, sui traffici verso i Balcani e sulla movimentazione delle merci varie.
La dimensione internazionale della protesta ha ampliato l’impatto logistico oltre i confini nazionali. In Grecia il porto del Pireo è rimasto sostanzialmente fermo per l’intera giornata, bloccando uno dei principali terminal container europei in una fase già segnata da congestione e saturazione dei piazzali. Nei Paesi Baschi spagnoli le azioni nei porti di Bilbao e Pasaia hanno interrotto flussi verso il Nord Atlantico, mentre in Turchia i rallentamenti a Mersin e Antalya hanno inciso sulle esportazioni agricole e tessili. Anche scali come Tanger Med, Amburgo e Brema hanno risentito della giornata di mobilitazione, inserendosi in un quadro già critico per il maltempo invernale e per i picchi stagionali di traffico.
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20/01/2026
Il disastro in Spagna è anche italiano. Perché non dirlo?
I TG ci hanno inondato, anche giustamente, con le immagini del grande disastro ferroviario spagnolo. Si tratta del primo incidente con vittime sulla rete ad alta velocità spagnola da quando è stata portata a termine la liberalizzazione-privatizzazione, tra il 2019 e il 2020. L’incidente ha coinvolto un treno AV di Iryo, secondo operatore per volume di treni, frequenze e viaggiatori in Spagna, e un Alvia dei servizi commerciali di Renfe.
Il primo, che copriva la linea Malaga-Madrid Puerta de Atocha, è deragliato a Ademuz (Cordoba) alle 19:39, provocando l’urto con l’Alvia (da Pta. de Atocha a Huelva), ha debuttato sui binari sul corridoio Madrid-Barcellona poco più di tre anni fa, a novembre 2022. Quattro giorni prima c’era stato un viaggio inaugurale tra Madrid e Valencia. Prima del lancio del marchio Iryo, l’azienda era, sulla carta, Intermodalidad de Levante S.A.
Lo scontro pressoché frontale, avvenuto per il deragliamento di uno dei due treni su un rettilineo, è stato eccezionalmente grave, a circa 200 km l’ora. Il treno della compagnia Iryo, con 317 persone a bordo, è deragliato nei deviatoi di ingresso alla via 1 della stazione di Adamuz, invadendo la linea parallela, dove transitava in senso contrario un altro treno dell’alta velocità della statale Alvia (Renfe).
La forza cinetica, anche per le masse di acciaio coinvolte, è stata tremenda: i corpi delle vittime dell’incidente ferroviario sono stati trovati “a centinaia di metri di distanza” sbalzati dai finestrini a causa dell’impatto “incredibilmente violento” dell’incidente, ha riferito il presidente della regione andalusa, Juanma Moreno.
Anche il macchinista “è stato trovato a decine di metri dalla cabina”, raccontano i soccorritori. “Sfortunatamente quando arriveranno i macchinari pesanti per sollevare i vagoni è probabile che troveremo altre vittime”, conferma Moreno.
“Ci sono almeno due o tre vagoni precipitati in un terrapieno di cinque metri ai quali è difficile accedere. I vigili del fuoco sono riusciti ad accedere al terzo vagone, ci sarebbe un numero indeterminato di vittime”, ha affermato l’assessore alla Sanità della regione Andalusia, Antonio Sanz. “La situazione è molto grave”.
Una scena apocalittica che consiglierebbe a chiunque di mantenere la massima serietà possibile, se non altro per rispetto delle tante vittime.
E invece i media italiani si sono immediatamente posizionati nella trincea del «siamo vicini al dolore della Spagna», «nessun italiano coinvolto fino a questo momento» (Tajani docet), ma con qualche velato accenno sul «da noi non potrebbe succedere» (vedi foto di fianco, dal Corriere della Sera).
Cercando tra i lanci di agenzia, però, qualche notizia avrebbe dovuto mettere in allarme. Per esempio, il sindacato spagnolo dei macchinisti (Semaf) aveva segnalato anomalie sui binari nel tratto di ferrovia teatro dell’incidente.
Semaf, riporta la Reuters, aveva scritto una lettera ad Adif, gestore delle infrastrutture ferroviarie statali, lo scorso agosto, mettendo in guardia su buche e squilibri nelle linee elettriche aeree che stavano causando frequenti guasti e danneggiavano gli stessi treni. Segnali, insomma, che la rete era in sofferenza per una gestione «risparmiosa», fatta di controlli ridotti e manutenzioni diradate nel tempo.
Cose che accadono da decenni ormai in Italia, dove il numero dei dipendenti della ferrovie sono passati da oltre 200.000 a poco più di 90.000.
Va bene, dirà qualcuno, ma un incidente di queste dimensioni non c’è mai stato (vero), anche se migliaia di ritardi per microguasti – compreso il famoso «chiodo di Salvini» – stanno lì a segnalare che anche la nostra rete ferroviaria soffre dello stesso male (ricerca del massimo profitto possibile, risparmiando sui costi e sul personale).
Ma è andando a spulciare «la proprietà» di Iryo che salta fuori il collegamento diretto con la sciagurata situazione italiana. Come racconta peraltro da El Pais, gemello della nostrana Repubblica, «Nel capitale di Iryo figurano Carlos Bertomeu, veterano del settore dei trasporti con la sua Air Nostrum (25%), così come la concessionaria di infrastrutture Globalvía (24%), ma l’azionista che guida la torta azionaria e tiene le redini della gestione è l’operatore pubblico italiano Trenitalia (51%), parte di Ferrovie dello Stato Italiane. Il suo uomo forte in questo paese è Fabrizio Favara, attuale amministratore delegato della compagnia che oggi pomeriggio ha subìto ad Ademuz (Cordoba) il suo primo sinistro di estrema gravità».
Il 51% è maggioranza assoluta. Insomma il treno che ha deragliato appartiene a Trenitalia. Poi si vedrà se il deragliamento è dovuto a problemi della linea oppure a difetti del convoglio, ma intanto – almeno come notizia – si potrebbe anche dire. O no?
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19/12/2025
Accordo Ue-Mercosur. Scontri in piazza e divaricazioni tra i governi europei
Centinaia di trattori hanno occupato giovedì il centro di Bruxelles e hanno portato a scontri con la polizia durante una protesta di massa degli agricoltori europei contro l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Mercosur, mentre i leader del blocco dibattevano il futuro del patto ai margini di un vertice chiave del Consiglio Europeo.
Le manifestazioni, guidate da produttori rurali di diversi paesi, hanno visto blocchi stradali, lancio di fuochi d’artificio, patate e uova, e l’intervento delle forze di polizia belga con gas lacrimogeni e cannoni ad acqua.
Le organizzazioni del settore stimano che in piazza sono scese circa 10.000 persone e che più di 150 trattori hanno bloccato il quartiere delle istituzioni europee della capitale belga. L’asse della rivendicazione era il rifiuto dell’accordo commerciale, che accusano di consentire una concorrenza sleale per l’ingresso di alimenti sudamericani prodotti secondo standard ambientali e sanitari meno rigorosi.
L’episodio ha nuovamente messo in luce le forti tensioni politiche che attraversano la fase finale di un accordo negoziato da oltre vent’anni. Mentre la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha detto di sperare ancora di portare avanti la firma, Francia e Italia hanno raddoppiato le loro obiezioni. Il presidente francese Emmanuel Macron ha avvertito che il suo paese non avrebbe sostenuto il trattato senza garanzie più forti per gli agricoltori europei, affermando che “l’accordo non può essere firmato così com’è”, promettendo di bloccare qualsiasi tentativo di imporlo senza ulteriori garanzie.
Dal lato sudamericano, Lula da Silva è stato esplicito nel sottolineare che il momento politico è “ora o mai più”. Per il governo brasiliano, l’accordo consoliderebbe l’accesso al mercato europeo in uno scenario globale segnato dall’avanzamento del protezionismo, dalle tensioni commerciali e dal rallentamento della domanda cinese.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha chiesto al presidente brasiliano di avere “pazienza” per posticipare la firma prevista per il 20 dicembre. Lo stesso Lula ha confermato la richiesta dopo una conversazione telefonica e ha sottolineato che la Meloni ha richiesto un’attesa di una settimana, dieci giorni o un mese, mentre l’Italia andrà a definire la sua posizione definitiva. Il presidente brasiliano ha avvertito che porterà la proposta al Mercosur per valutare “cosa fare”, in un contesto in cui il Brasile sta spingendo per concludere un accordo che considera strategico.
Differentemente da Italia e Francia, Germania, Spagna e i paesi nordici sostengono invece il trattato Ue-Mercosur come strumento per sostenere le esportazioni industriali e rafforzare la posizione dell’Europa nel commercio internazionale.
Visto dai paesi del Mercosur, in termini commerciali, l’accordo prevede che l’Unione Europea conceda accesso immediato senza dazi a circa il 74 percento delle esportazioni del Mercosur, una percentuale che salirà al 92 percento entro un massimo di 10 anni. Nel caso dei prodotti agroindustriali, circa l’82 percento avrebbe un alleggerimento fiscale totale, una parte immediata e un’altra sfalsata nel tempo.
Per l’Argentina, ad esempio, ciò apre opportunità in settori in cui c’è già una presenza nel mercato europeo, come farina di soia, arachidi, carne, miele, vini, oli essenziali, limoni e prodotti ittici, così come in beni attualmente esportati verso altre destinazioni che potrebbero entrare nell’Unione Europea se verranno rispettati i rigorosi standard tecnici e sanitari.
Uno dei rischi principali è l’erosione delle preferenze nel commercio intra-blocco all’interno del Mercosur. Si stima che circa il 13 percento delle esportazioni argentine verso il Brasile sarebbe esposto a una maggiore concorrenza europea, con il settore automobilistico come il più colpito. Inoltre, si prevede un aumento delle importazioni dall’Unione Europea, parte della quale sostituirebbe i fornitori regionali.
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