Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
04/11/2026
Le ombre sioniste sui disastri ferroviari spagnoli
Il fatto che l’incidente – avvenuto sulla linea dell’alta velocità, teoricamente la più sicura e sorvegliata – sia stato definito “inspiegabile” dal ministro dei trasporti Puente aggrava la situazione, perché mette in discussione parecchie competenze e strutture tecnico-amministrative. Ma anche la struttura societaria delle diverse aziende che concorrono – o dovrebbero farlo – alla sicurezza del trasporto ferroviario ispanico.
Nelle prime ore successive al disastro, quando ancora le indagini non avevano preso corpo, è stato indicato come responsabile un “errore umano”, anzi più d’uno, ma come conseguenza di una guasto a tre computer ormai vecchiotti che avrebbero mandato in tilt su un tratto di 63 chilometri il sistema di sicurezza Lzb, quello che permette di far viaggiare più treni sullo stesso binario accertandosi di mantenere la distanza di sicurezza (circa una trentina di chilometri).
È grosso modo lo stesso sistema che governa l’alta velocità in Italia, per capirsi, e che non ha fin qui creato problemi seri (l’unico incidente con morti è stato dovuto ad uno scambio bloccato: il deragliamento di Livraga, il 6 febbraio 2020).
Per lo spegnimento del sistema Lzb, in Spagna, ben sette convogli si erano automaticamente fermati e la gestione era passata a persone fisiche, ossia al Centro di comando Adif a Madrid. Da qui era arrivato il via libera al macchinista: “Disconnetta e ricolleghi l’Lzb. Riprenda la marcia sotto la protezione del Bsl con marcia normale”. “Con marcia normale?”, ha chiesto il macchinista per sincerarsi di aver udito bene. “Sì, marcia normale”, ha ribadito l’Adif. Ossia a oltre 200 all’ora…
Il sistema Bsl però è quello “antico”, fondato sui semafori, che – proprio per essere “a vista” – richiede una velocità assai inferiore (50 km/h, più o meno), altrimenti diventa impossibile fermare in tempo il treno (tra le 400 e le 500 tonnellate) quando si incontra un “rosso”.
Fin qui tutto appare abbastanza coerente, anche se come errore appare decisamente colossale. Com’è possibile, infatti, che un responsabile del centro di comando non conosca la differenza tra un convoglio ad alta velocità che va “in automatico” e un vecchio treno locale che va “a vista” come un qualsiasi automobilista in città?
In questo spazio si infilano domande, sospetti e anche complottismo, come sempre. Il principale – sul piano politico e internazionale – riguarda, guarda un po’, Israele. Dal gennaio 2024, infatti, ben tre contratti diversi firmati con la Renfe (le ferrovie spagnole) hanno affidato ad una società israeliana, la I-Sec, la “sorveglianza di stazioni e officine di manutenzione, custodia dei treni, servizi di scorta e accompagnamento”.
In totale 700 “guardie altamente qualificate” attive a Madrid (da dove è partito il treno della strage), Barcellona, Catalogna centrale, Paesi Baschi, Cantabria, Asturie e Galizia.
Prima curiosità. L’I-Sec è una filiale della ICTS International N.V.*, colosso della cybersecurity fondata nel 1982 da ex dirigenti dello Shin Bet (il servizio segreto “interno” di Tel Aviv) e del reparto sicurezza di El Al (la compagnia di bandiera israeliana).
Diversi esperti di sicurezza, in queste ore, vanno spiegando che “Israele non c’entra nulla con l’incidente” – confutando le cosiddette “fake news” complottiste – perché i contratti di I-Sec riguardano solo la “sorveglianza fisica” di mezzi e infrastrutture, non la parte informatica del sistema di controllo.
Purtroppo questa “spiegazione” è lacunosa, visto che – secondo tutte le autopromozioni – “Il network che unisce I-SEC e ICTS rappresenta un polo globale nei settori della sorveglianza fisica, della sicurezza aeroportuale e delle soluzioni tecnologiche applicate alla cybersecurity”.
Tradotto: al di là delle specializzazioni dei vari comparti aziendali e dei singoli dipendenti, non è complicato immaginare – è un sospetto, ovvio – che diverse interazioni non ufficiali siano possibili senza neanche faticare troppo. Insomma, una volta che sei dentro “il sistema Renfe” non è impossibile interferire con la gestione anche di servizi differenti. Se hai il know how di una intelligence di quel calibro alle spalle...
Anche per queste ragioni, già nel 2025, la Cgt – il sindacato progressista spagnolo – chiedeva di sospendere “il servizio di sicurezza e vigilanza che la compagnia presta su treni, stazioni e officine, e di indire una nuova gara d’appalto per aggiudicarlo a un’altra azienda senza legami con Israele”. Sostenendo che un’azienda pubblica “non dovrebbe destinare denaro pubblico a compagnie legate, per la loro origine, ai servizi segreti israeliani, in un contesto di denunce per le azioni di Israele contro la popolazione palestinese”.
Qualcun altro a quel punto ha cominciato a ricollegare i puntini tra loro, ricordando ad esempio le parole con cui Netanyahu aveva accompagnato il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte di Madrid, nel 2024, nel pieno del genocidio di Gaza: “è una ricompensa per il terrorismo”.
O quelle seguite all’esclusione dei rappresentanti spagnoli dal Centro di coordinamento civile-militare (CMCC) che supervisiona l’attuazione dei cessate il fuoco e i flussi di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza: “La Spagna pagherà un prezzo altissimo per aver criticato Israele, la spezzeremo”.
Al di là delle parole, comunque, non è un segreto che la crisi di Ceuta – quest’estate – sia avvenuta per decisione del re del Marocco (lo stato arabo più obbediente a Usa e Israele), con conseguente crisi internazionale e infra-europea (con la Meloni che aveva sospeso gli accordi di Shengen nei confronti della Spagna).
E qualcuno si interroga anche sull’analogo incidente ferroviario del 18 gennaio di quest’anno, ad Adamuz, sulla stessa linea, a causa di una rotaia rotta, costato 46 morti e 123 feriti. La “sorveglianza”, evidentemente, non era stata proprio “altamente qualificata”.
Non che gli incidenti ferroviari siano una rarità, in Spagna, ma è difficile non notare che quest’anno si sono moltiplicati ben oltre la “normalità statistica”. Oltre alle due stragi maggiori (Adamuz e Toledo), infatti, ce ne sono stati almeno altri tre (Gelida, Cartagena, Talavera), in cui a perdere la vita sono stati due macchinisti mentre alcuni passeggeri sono rimasti feriti.
Nei quasi tre anni in cui l’I-Sec gestisce la “sicurezza”, insomma, per un treno andare a sbattere è diventato più probabile.
Coincidenze, certo. Non ci sono prove. Ma la sfiga pare vederci benissimo.
In settori simili le “relazioni pericolose” con le società (simil)private israeliane – Elbit System, Cynet, Paragon, la stessa ICTS (aeroporti di Milano, Fiumicino, Palermo, Olbia, Verona, ecc., nonché la profilazione dei passeggeri verso Usa e Israele) riguardano anche l’Italia.
Ecco, senza alcuna simpatia per i complottismi, ci rendiamo però conto che uno stato “sovrano” – come piace dire spesso all’attuale presidente del consiglio – dovrebbe avere qualche certezza sul fatto che la propria “sicurezza” (ferroviaria, aerea, nelle telecomunicazioni, sulle reti informatiche, ecc.) sia effettivamente nelle proprie mani e non in quelle di un “alleato” che dimostra ogni giorno, in ogni angolo del mondo, di essere guidato soltanto dai propri interessi – quelli pubblici e soprattutto quelli inconfessabili – con buona pace delle vite altrui. Fino al genocidio.
Facciamo un esempio semplice. L’Ucraina si è gettata dal 2014 in una guerra conto terzi contro la Russia confidando nel fatto che il committente – gli Stati Uniti – avrebbero fornito non solo gran parte dell’armamento necessario (in parte reperibile comunque anche tramite gli idioti dell’Unione Europea), ma soprattutto la copertura satellitare e di intelligence per gestire i sistemi antimissile e gli attacchi in profondità sul territorio nemico.
Tutto è andato passabilmente – siamo pur sempre in una guerra alquanto feroce – fino a che non sono sorti contrasti tra “il mandante” (Washington) e “l’esecutore” (Kiev) su tempi e finalità del conflitto. A quel punto si è visto che la copertura satellitare poteva essere tolta o rallentata fino a diventare temporaneamente inesistente.
Non è proprio il caso di venirsi a trovare in una situazione simile, magari solo perché un cambio sostanziale della guardia a Palazzo Chigi (non parliamo certo del Pd...) potrebbe risultare “inaffidabile” per il controllore della cybersecutrity nel nostro paese. Ossia il governo di Tel Aviv (chiunque sarà lì il prossimo premier).
Quindi, pur in assenza di “prove” (e, dopo che il capo del Mossad, Barnea, ha ammesso di aver fatto arrestare 21.000 iraniani pur di coprire i suoi veri agenti sul campo, è sicuro che certi “servizi” ne lasciano in giro poche), ci sembra di poter dire che la “sicurezza” di qualsiasi paese occidentale può esser difesa solo troncando definitivamente qualsiasi rapporto con imprese e governi israeliani. Soprattutto in materia cyber…
Se non si affida a certa gente nessun incarico, insomma, spariscono di incanto molti sospetti, altrettanti complottismi, miriadi di “fake news” vere o presunte, cattivi pensieri.
E magari diminuiscono anche i disastri ferroviari...
Note
* ICTS International N.V. è stata creata nel 1982 da un gruppo di professionisti dello Shin Bet – il servizio di sicurezza interno israeliano – e dell’unità di sicurezza della compagnia aerea El Al, con l’obiettivo dichiarato di esportare nel mercato privato i protocolli sviluppati da Israele per la protezione dell’aviazione commerciale. Il suo azionariato di controllo è rimasto per due decenni nelle mani di Menachem J. Atzmon, presidente del consiglio di sorveglianza dal 2004 e proprietario di più del 60% del capitale attraverso un trust familiare. La traiettoria pubblica di Atzmon in Israele non si limita alla gestione aziendale: nel 1996 è stato condannato per frode nel finanziamento delle campagne elettorali del Likud, reati commessi quando era tesoriere del partito che ancora oggi guida Benjamin Netanyahu.
Fonte
29/10/2026
I tredici giorni che possono sconvolgere l’Europa
Non era mai accaduto che nel giro di tredici giorni ci fossero tre scioperi generali in Europa e uno sciopero intercontinentale.
È quanto previsto per il 30 ottobre in Italia, il 5 novembre in Francia, l’11 novembre in Spagna. E per lo stesso 30 ottobre i sindacati dei portuali hanno convocato uno sciopero internazionale contro la guerra che sta coinvolgendo quattro continenti e decine di porti. È una prima volta che ha ed avrà effetti rilevanti.
Per estensione, ci sarà il 20 novembre uno sciopero europeo degli studenti contro la leva militare e la militarizzazione.
Possiamo ben dire “bentornata lotta di classe”, e questa volta non c’è solo quella scatenata dall’alto, come rivendicava il miliardario Warren Buffet.
Le questioni poste dai movimenti sociali che riempiono le strade spagnole, francesi, italiane (ma anche quelle portoghesi, greche, austriache e, con qualche fatica in più, quelle tedesche), stanno tutte dentro una agenda politica e sociale che rivendica interessi materiali (dalla casa al salario, dal carovita all’istruzione) e priorità politiche determinanti come il no alla guerra, al riarmo e allo stato di polizia.
In sostanza è un rifiuto generalizzato delle disuguaglianze sociali diventate insopportabili e di una logica politica delle classi dirigenti che vede nella guerra e nella soppressione degli spazi democratici la propria exit strategy dalla crisi di sistema del capitalismo occidentale.
Non deve sfuggire il fatto che in Europa proprio le classi dirigenti stanno subendo da anni una vorticosa perdita di credibilità ed egemonia sulle loro società.
In Spagna, Francia e Italia abbiamo rispettivamente un governo “di sinistra”, uno liberale e uno di destra con diverse modulazioni delle loro politiche interne ed internazionali. Eppure nessuno dei tre, per esempio, ha mai cercato di sottrarsi ai vincoli dell’Unione Europea o della Nato per tentare una strada diversa da quella tracciata e imposta nei decenni precedenti dalle classi dominanti.
La scelta di continuare sulla logica della competitività interna, dell’austerity, dei vincoli di bilancio, ha scavato ferite sociali profonde nelle società europee, aggravate dal fatto che oggi quelle stesse classi dirigenti scelgono di spendere miliardi in spese militari e per la guerra.
E a giustificare tutto questo non basta più evocare la natura “progressiva e democratica” dell’Europa, tanto più quando questa si manifesta ormai come presunzione suprematista verso l’esterno e razzismo esplicito all’interno.
Questo cortocircuito tra esplosione delle disuguaglianze sociali e accentuazione del carattere reazionario e autoritario degli apparati decisionali, non poteva non provocare prima malessere, poi collera ed infine conflitti sociali.
Ma ha prodotto anche una narrazione diversa della realtà, soprattutto tra i giovani che stanno riempiendo tutte le piazze europee riconoscendosi e connettendosi sempre più spesso con le esigenze dei lavoratori. In pratica è cresciuta quella “contro-educazione” spontanea che ha tanto preoccupato il ministro Crosetto di fronte alle manifestazioni e agli scontri di Milano e l’anno scorso i complici e i sostenitori italiani del genocidio dei palestinesi da parte di Israele.
Fatta salva la dovuta dose di spontaneità, fisiologica nell’esplosione dei movimenti sociali, questa stagione del conflitto politico e sociale in Europa e in Italia, è anche il risultato di anni di ricomposizione delle forze e di sperimentazione sul piano sindacale, sociale e politico.
Insomma, non è qualcosa che nasce da un semplice account su Instagram o Telegram.
I movimenti nascono spesso su episodi specifici e occasionali (una pensilina crollata, lo sfratto di un donna anziana, un atto di particolare brutalità degli apparati di polizia, etc), ma che poi riescono ad intercettare sentimenti comuni – dall’indignazione al malessere sociale – esistenti e agenti sottotraccia nella società, in attesa dell’occasione per manifestarsi in tutta la loro potenza.
Quando questa “oggettività” delle contraddizioni sociali incontra una soggettività adeguata si producono le rotture politiche e i cambiamenti che possono segnare la storia, se non – in alcuni e purtroppo non numerosi casi – cambiarne il corso.
In tal senso, ci sono giorni che valgono anni. Questo può essere il 30 ottobre in Italia, ma anche i prossimi tredici giorni che possono sconvolgere l’Europa.
Fonte
21/10/2026
A Madrid come a Roma: ci tolgono la casa, ci abbassano i salari
Maricarmen aveva 87 anni e da settant’anni viveva nello stesso appartamento del quartiere Retiro, a Madrid. La società proprietaria voleva alzarle l’affitto da 450 a 1.650 euro al mese, più di tutta la sua pensione, e il 23 settembre l’hanno sfrattata e portata via in barella. È morta in ospedale il 7 ottobre, senza essere mai tornata a casa. La sua storia ha acceso la Spagna. A Madrid centinaia di persone si sono accampate a Puerta del Sol insieme al sindacato degli inquilini, a Barcellona hanno sfilato decine di migliaia di persone e il 3 ottobre si è manifestato in oltre 50 città, con 70.000 persone solo a Madrid e, secondo alcune stime, circa mezzo milione in tutto il paese.
Dietro lo sfratto di Maricarmen c’è un sistema, quello di chi ha trasformato la casa in un affare. Secondo un’inchiesta di Civio, in Spagna oltre 185.000 alloggi in affitto hanno come padrone di casa una grande azienda, e circa la metà appartiene a banche e fondi d’investimento americani. CaixaBank e Blackstone, i due maggiori proprietari del paese, da soli ne contano circa 41.400. Nel primo semestre del 2026 gli investimenti di fondi e grandi proprietari nelle case in affitto sono cresciuti del 376% in un anno, arrivando a 2,9 miliardi di euro, e interi pacchetti di case passano di mano come fossero azioni. Per loro una casa non è un posto dove vivere ma una rendita, come per ogni altro palazzinaro.
In Italia i grandi fondi e gli investitori istituzionali sono ancora pochi, ma stanno arrivando in fretta, e si vede. Nel 2025 hanno investito nella casa 1,2 miliardi, il 40% in più in un anno, e quattro euro su dieci sono finiti negli studentati: a Milano una stanza singola al Villaggio Olimpico costa 1.065 euro al mese; prezzi simili al Social Hub di Roma. Sempre a Milano il gruppo statunitense Hines, insieme a un fondo pensione olandese, aveva annunciato già nel 2022 un progetto da 850 milioni per 1.400 appartamenti in affitto. Lo stesso fondo speculativo, a Roma, con la complicità dalla giunta di centro sinistra che governa città e municipio, ha mire sugli Ex-mercati generali.
E il pubblico, intanto, dov’è? Gli alloggi popolari sono circa 823.000 su oltre 35 milioni di abitazioni, poco più del 2%, e ci vivono circa tre famiglie su cento. Eppure, oltre 61.000 restano chiusi perché servono lavori di manutenzione straordinaria che nessuno paga, frutto di trent’anni di austerità, da quando è stata abolita la Gescal, la Gestione case per i lavoratori che con un contributo sulle buste paga finanziava l’edilizia pubblica.
Il Piano casa del governo Meloni, convertito in legge a luglio, promette 100.000 alloggi in dieci anni, a fronte di oltre 250.000 famiglie in lista d’attesa, ma non stanzia un solo euro per realizzarli. Il piano si regge su tre pilastri. Il primo, dedicato alle case popolari, doveva essere finanziato con risorse del PNRR, poi dirottate altrove: è fermo al palo. Il secondo riguarda l’edilizia residenziale sociale, quindi redditizia per i privati del settore, e utilizza fondi di coesione già destinati alle politiche abitative: non aggiunge, dunque, un euro. Il terzo è una deregolamentazione urbanistica, con tanto di commissario straordinario per aggirare i controlli ambientali, paesaggistici e urbanistici, pensata per gli investitori privati, proprio quei fondi che speculano sull’abitare. Come se non bastasse, la stessa legge accelera gli sfratti.
Oggi sembrano idee radicali, eppure uno dei più grandi piani di case pubbliche della storia d’Italia l’ha fatto un democristiano. Con il piano INA Casa, voluto da Amintore Fanfani nel governo De Gasperi, tra il 1949 e il 1963 sono stati costruiti circa 2 milioni di vani per oltre 350.000 famiglie, con 20.000 cantieri e 40.000 edili al lavoro ogni anno. Per eguagliarlo oggi servirebbero circa 9 miliardi all’anno per ogni anno, mentre per 50.000 abitazioni il famigerato Osservatorio sui conti pubblici stima un costo di più di una decina di miliardi. Il Governo, invece, quanto mette? Zero spaccato, e invece di un piano casa vero propone la solita ricetta: qualche prebenda per gli speculatori privati ma zero risorse per risolvere i problemi dei cittadini.
Stipendi al palo, affitti alle stelleMa per capire perché la casa sia diventata un lusso bisogna partire dagli stipendi. Dal 2021 al 2026 i salari monetari, cioè quelli scritti in busta paga, sono cresciuti del 14%, mentre i prezzi sono saliti del 22%. Il salario reale, ossia quanti beni e servizi riusciamo davvero a comprare con quello che guadagniamo, è quindi sceso di 8 punti percentuali in poco più di cinque anni. È come se ogni anno ci avessero tolto un’intera mensilità, perché un mese di stipendio vale circa l’8% di quello che si guadagna in un anno. Destino simile per le pensioni, i cui meccanismi di indicizzazione sono stati drasticamente ridimensionati. Nessun governo ha voluto agganciare le retribuzioni (salari e pensioni) al costo della vita e la scala mobile resta un tabù. E così ogni aumento dei prezzi che i salari non recuperano diventa reddito trasferito dal lavoro ai profitti e alle rendite.
Il mercato immobiliare ne è la prova. Come mostra la tabella qui sotto, nelle dodici città più grandi del paese i prezzi di vendita delle case sono cresciuti in media di circa il 20%, più o meno quanto l’inflazione, con punte tra il 25% e il 33% a Bologna, Bari e Verona. Ma il colpo più duro arriva dagli affitti, la voce che si mangia lo stipendio delle classi meno abbienti. Tra gennaio 2021 e settembre 2026 i canoni richiesti sono saliti in media del 32%, dieci punti più dell’inflazione, con aumenti che vanno dal 19% di Milano, dove gli affitti erano già i più cari d’Italia, al 51% di Bari. Tra le cause c’è anche la corsa agli affitti brevi. Ad agosto in Italia c’erano quasi 572.000 annunci su Airbnb, oltre l’80% per case intere e quasi il 70% gestiti da chi ha più di un alloggio, con più di 37.000 annunci solo a Roma. Ogni appartamento che finisce su piattaforme come Airbnb e Booking è una casa in meno per chi ci deve vivere, e gli studi raccolti da Pagella Politica mostrano che dove crescono gli affitti brevi crescono anche i canoni. Così chi ha redditi più bassi viene spinto fuori dai centri delle città, per fare spazio ai turisti.Ma un aumento non vale l’altro, e lo sa bene chi fa la spesa e paga un affitto. Se il pane sale del 20% e passa da 5 a 6 euro al chilo, a fine mese si spende qualche decina di euro in più. Se invece sale del 30% una stanza da 450 euro in un appartamento condiviso, sono 135 euro in più da dover spendere ogni mese, e per un bilocale da 800 euro diventano 240, cioè 2.880 euro in un anno. L’inflazione ci racconta solo metà della storia, perché chi vive in affitto nelle grandi città subisce un aumento dei prezzi molto più alto di quello ufficiale. A Bari e a Genova gli affitti sono cresciuti di quasi il 50%, tre volte e mezzo più rispetto all’aumento dei salari monetari. A Firenze un metro quadro costa 21,75 euro al mese e un bilocale di 60 metri arriva a circa 1.300 euro, una cifra fuori portata per un giovane che lavora, mentre a Bologna e a Roma per gli stessi 60 metri si pagano circa in media dai 1.000 ai 1.150 euro.Quanto pesa tutto questo su chi lavora? Secondo l’Ufficio studi di Locare, nel 2025 l’affitto di un bilocale di 60 metri in semicentro si mangiava il 66% del reddito netto a Milano, il 55% a Roma e il 49% a Napoli, quando la soglia oltre la quale una casa diventa un peso insostenibile sta tra il 30% e il 35%. In molte grandi città se ne va metà dello stipendio, e anche di più, solo per avere un tetto sopra la testa. E non ci vengano a dire che bisogna comprare, perché chi vive con un solo stipendio trova un trilocale con una rata sotto il 30% del reddito nell’1,3% degli annunci a Milano, nello 0,9% a Bologna e nello 0,2% a Firenze, cioè praticamente mai!
Il risultato è una generazione con la vita in sospeso. In Italia si lascia la casa dei genitori in media a 30,2 anni, quasi quattro anni dopo la media europea, e chi se ne va spesso finisce in una stanza condivisa. Già nel 2023 l’età media di chi vive con dei coinquilini era salita a 34 anni, e per la prima volta i lavoratori avevano superato gli studenti. I diversamente giovani tra i 30 e i 40 anni non vivono così per scelta, ma perché con stipendi precari e da fame un mutuo resta un miraggio, e pur di cominciare una vita adulta finiscono per vivere in una stanza in condizioni abitative a volte inaccettabili per prezzi del tutto irragionevoli. E poi c’è chi, soprattutto a destra, si straccia le vesti per la denatalità senza mai guardare alle condizioni materiali di donne e uomini di questo Paese, e preferisce dare la colpa alle donne che penserebbero troppo alla carriera e non più alla casa, o ai giovani che non avrebbero più voglia di mettere su famiglia. Come se un figlio si potesse crescere in una stanza in affitto e con uno stipendio precario.
Case per chi ci vive, non per chi ci speculaLa casa è un diritto che la Corte Costituzionale ha collocato fra i diritti inviolabili dell’uomo, e per garantirlo non servono miracoli ma scelte politiche. Bisogna:
- bloccare gli affitti e mettere un tetto ai canoni nelle città sotto pressione, come già chiedono le piazze di Madrid, e come da anni (e non da ieri) chiedono movimenti per la casa e partiti di alternativa;
- fermare gli sfratti di anziani, malati e famiglie senza alternativa;
- requisire le case sfitte dei grandi proprietari per affittarle a canone sociale;
- tornare a costruire case popolari come l’Italia non fa da decenni;
- e agganciare i salari e le pensioni ai prezzi, perché nessuno si impoverisca lavorando.
Nessun governo farà queste scelte se non saremo noi a imporle, ed è per questo che lo sciopero generale del 30 ottobre ha senso. Quel venerdì l’Unione Sindacale di Base ha proclamato uno sciopero generale di tutto il lavoro pubblico e privato, con una piattaforma che tiene insieme salari e pensioni, prezzi, affitti e mutui e il no al riarmo. I numeri qui riportati dicono che ce n’è bisogno, con salari diminuiti di 8 punti percentuali dal 2021, affitti cresciuti fino al 51% e un governo che risposte vere non ne dà.
Chi sciopera il 30 ottobre non chiede un favore, chiede indietro almeno quello che gli è stato tolto. In Spagna è servito lo sfratto di una donna di 87 anni, poi morta in ospedale, per riempire le strade. Non aspettiamo una (ennesima) tragedia per fare lo stesso!
20/10/2026
Brevi considerazioni sul weekend italiano
1. Cosa è successo. Venerdì mattina decine di migliaia di giovani hanno riempito le piazze di tutta Italia. A valle di una settimana di proteste e occupazioni negli istituti scolastici, il No Meloni Day, saldatosi con la giornata di sciopero per il clima, grazie al lavoro delle organizzazioni e dei collettivi studenteschi, ha portato studentesse e studenti a irrompere – finalmente – nel dibattito pubblico italiano.
Sabato, a partire da una chiamata contro il carovita nata sui social network “ispirata” alle proteste francesi, migliaia di persone sono tornate in piazza, concentrandosi soprattutto in alcune città del centro nord, con i cortei più partecipati a Bologna, Torino, Milano. Una giornata così densa da imporsi all’attenzione pubblica e che ha completamente surclassato mediaticamente altri eventi, come la rituale seppur partecipata marcia organizzata dalla CGIL a Roma.
2. Tutto si tiene, ovvero chi sono e cosa chiedono i giovani in piazza. Diritto a un’istruzione decente e cori contro la guerra hanno camminato insieme in questo weekend di inizio autunno, così come gli slogan contro il carovita e le bandiere palestinesi, albanesi, italiane (fenomeno inedito a queste latitudini).
Nonostante i tentativi della destra di strumentalizzare e infiltrare la chiamata di sabato – tentativi falliti in partenza – le piazze si sono configurate decisamente come momenti contro il governo Meloni, come piazze antisistema.
Chi si prende la scena è figlio di una composizione spuria – giovani e giovanissimi, spesso persone razzializzate – e porta un’istanza di incompatibilità assoluta col presente che pare non essere più disposta a rinchiudersi in una dimensione privata. Il rifiuto della prospettiva individuale di una vita precaria e infelice è il rifiuto di un orizzonte collettivo e globale che produce guerra e genocidi. Questo è decisamente un bene.
3. Niente da condannare, tutto da costruire. Da ieri sera giornali e TV di tutti i media nazionali sono presi dalla consueta trance ipnotica, in grado di durare giorni e giorni, sugli “scontri”. Tutta la politica chiede condanne. Il governo grida all’attentato alla democrazia – sì, proprio loro che hanno firmato i decreti sicurezza e l’ultima scandalosa legge elettorale – mentre l’opposizione corre a dissociarsi o incastrarsi nel solito pantano di dichiarazioni incomprensibili ai più.
Leggiamo le parole di Jean-Luc Mélenchon di La France Insoumise alla fine della giornata di rivolta francese di ieri – “piazze piene e tutto calmo e gioioso laddove non c’è la polizia” – e rischiamo che venga l’esterofilia pure a noi.
Non c’è niente da condannare se non l’operato delle forze dell’ordine in questo paese – paese che non riesce nemmeno a piazzare un numero identificativo sulla divisa di chi carica e arresta minorenni.
Condanniamo l’immobilismo della politica che chiude le orecchie davanti ai problemi reali delle persone, perché ha interesse solo ad agire come volano per gli affari dei milionari. Un paese terrorizzato dalle piazze e che rimuove il conflitto sociale, che oscilla esclusivamente tra la depressione e il risentimento, è il capolavoro delle classi dominanti. Non permettiamoglielo.
4. Fare come in Francia: l’Europa si ribella. Mezza Europa è in rivolta. Dalla Francia arrivano le immagini di una giornata storica, a un mese dalla mobilitazione guidata dagli studenti che si è allargata a milioni di lavoratori paralizzando il paese da settimane.
In Spagna il diritto alla casa ha sconvolto l’agenda politica nazionale, tutti si preparano a una giornata di sciopero generale per l’11 novembre che si annuncia imponente.
Proteste di massa infiammano l’Albania, qualcosa si muove in Belgio e Portogallo. In tutti questi casi – nonostante le enormi differenze, l’eterogeneità delle rivendicazioni e delle forze sindacali e politiche presenti – il protagonismo giovanile è un tratto comune.
Che le nuove generazioni si prendano la scena pubblica, nel ruolo che gli spetta, è condizione necessaria per invertire la rotta rispetto alle politiche guerrafondaie, antidemocratiche, antipopolari, che accomunano le classi dirigenti europee e internazionali. E in Italia?
Non siamo in Francia, e non siamo di fronte al “blocchiamo tutto” dello scorso autunno, ma è possibile che anche in Italia qualcosa covi sotto la cenere. Va protetto e alimentato, perché possa irrompere dentro un autunno che si preannunciava assai più triste.
5. E adesso? È sciopero generale. Quello che abbiamo visto negli ultimi giorni, quello che abbiamo incontrato negli ultimi anni di mobilitazione al fianco del popolo palestinese, si muove a geometrie variabili, spesso su un afflato puramente emotivo – che così come cresce rapidamente si svuota altrettanto veloce – in maniera discontinua e poco prevedibile.
Ma dimostra che, anche nell’Italia in cui sembra non accadere mai nulla, esiste un pezzo di società che soffre ed è arrabbiata, che è fuori dal radar delle organizzazioni politiche del centrodestra e del centrosinistra (e ne vuole restare fuori), che ha una disponibilità alla lotta che per anni sembrava sopita.
È una domanda sociale che viene dalle classi popolari, una domanda che chiede di essere ascoltata, allargata, approfondita e soprattutto organizzata. Lo sciopero del 30 ottobre convocato dall’Unione Sindacale di Base è un’occasione preziosa. Saldare le lotte, stringere alleanze di classe, costruire la mobilitazione dentro le scuole, le università, sui luoghi di lavoro: ecco i compiti che dobbiamo porci.
Mobilitare e organizzare sono le due gambe su cui un’organizzazione che vuole essere di massa deve imparare a camminare.
Bentornate – speriamo più a lungo possibile – piazze giovani e arrabbiate. Il 30 ottobre blocchiamo tutto, insieme.
Fonte
10/10/2026
Spagna - L’11 novembre sarà sciopero generale
Lo sciopero generale chiesto a gran voce dalle organizzazioni sindacali degli inquilini, appoggiato in un primo momento dalla libertaria CGT e sostenuto poi dalle due maggiori centrali sindacali spagnole CC.OO e UGT, si svolgerà l’11 novembre con la partecipazione di importanti realtà sindacali “regionali”, come la CIG gallega e le due organizzazioni sindacali basche ELA e LAB, oltre ai CO.BAS e Solidaridad Obrera.
Il Paro general per il diritto all’abitare e contro lo strapotere della rendita, è il risultato della costante pressione popolare che dal giorno dello sgombero di Maricarmen ha imposto all’agenda politico-sindacale le proprie istanze, riuscendo tra l’altro a far approvare all’interno dell’organismo di governo che sostituisce il parlamento sciolto, i due decreti che erano stati bocciati dalle Cortes a causa al voto congiunto della destra (PP e VOX) e degli autonomisti di Junts.
A poche ore dalla notizia, colei che è diventata il simbolo per il diritto all’abitare, la combattiva 87enne Maricarmen è deceduta, o meglio come sostiene legittimamente il movimento per il diritto all’abitare e la sinistra radicale “è stata assassinata”.
Maricarmen Abscal, è stata una dei più di 24 mila sfratti che annualmente si compiono in Spagna, più di 425 mila negli ultimi dieci anni a causa dell’emergenza prodotta dalla rendita immobiliare che ha fagocitato il patrimonio abitativo, rendendo la casa un veicolo di investimento per la speculazione e la fiorente industria turistica che ha cambiato il volto delle città, non solo spagnole.
Nonostante la sua grave infermità, Maricarmen Abascal è stata sfrattata il 23 settembre e da allora era ricoverata all’ospedale; è poi deceduta al Gregorio Marañon di Madrid.
Il suo violento sgombero è stata la scintilla che ha fatto saltare la polveriera iberica, agendo da detonatore per un movimento popolare in ascesa, che ha costretto il governo a fare quello che gli era riuscito in 8 anni per tamponare l’urgenza abitativa, finendo poi per convocare nuove elezioni il 29 novembre.
Un movimento organizzato di massa che ha imposto uno sciopero generale a cui aderiranno praticamente tutte le organizzazioni sindacali, costringendo la destra a mostrare il proprio volto ferocemente anti-popolare a discapito dei sentimenti di una parte del suo stesso bacino elettorale.
Contro il primo sciopero generale da 14 anni a questa parte si è alzato un coro unico delle organizzazioni padronali, dei sindacati corporativi e delle formazioni della destra che vorrebbe discreditare le ragioni delle rivendicazioni come “non attinenti al mondo del lavoro”!
Pepa Millán di Vox, ha detto con sommo sprezzo del ridicolo che le organizzazioni sindacali che l’hanno convocato “non rappresentano i veri lavoratori della Spagna”, mentre sui social dilagano i post pagati dalla destra per denigrare i sindacati e sabotare lo sciopero.
Eppure l’ultimo sciopero generale, è stato appunto il 12 novembre del 2012.
Non sono stati infatti molti gli scioperi generali nella Spagna “post-franchista” sostenuti dalle due più che moderate centrali sindacali maggiormente rappresentative in termini di adesioni: 14 dicembre del 1988 durante il governo socialista di Felipe González, il 28 maggio del 1992, il 24 gennaio del 1994, il 20 giugno del 2002, il 29 settembre del 2010.
Si tratterà, quindi di una giornata storica, ad appena due settimane e mezza dalle elezioni, tenuto conto del fatto che le stesse centrali sindacali (CC.OO e UGT) non avevano aderito allo sciopero generale del 15 ottobre scorso contro il genocidio a Gaza ed in appoggio alla Global Sumud Flotilla, promuovendo solo astensioni parziali.
Sul fronte elettorale, per ciò che concerne le formazioni alla sinistra del PSOE, formate per la maggioranza dal ribattezzato Frente Amplio – composto dalle organizzazioni che hanno appoggiato l’ultimo governo socialista entrando organicamente nell’esecutivo e da Podemos che aveva co-governato “imponendo” un accordo di programma in quello precedente – è possibile che venga raggiunto un accordo su una candidatura unica.
Mentre Podemos propone le primarie per il 13-14 ottobre per eleggere il o la leader della coalizione, si è ufficializzata da parte di Más Madrid la proposta della candidatura della ex sindaca di Barcellona, Ada Colau, che si è detta gratificata della proposta.
Se la rappresentanza politica della sinistra radicale non è ancora riuscita a “trovare” una quadra e sembra più impegnata a focalizzarsi su una comunque difficile prova elettorale, considerando i forti limiti dell’azione dei due governi socialisti degli ultimi otto anni e quella che sembrava l’ascesa impetuosa della destra, il movimento sociale che ha preso forma grazie alla costanza e caparbietà delle organizzazioni sociali e politiche attive, naviga col vento in poppa.
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08/10/2026
Maricarmen, il centro di un mondo impazzito
Maricarmen Abascal, la donna madrilena di 87 anni sfrattata dalla casa dove ne aveva passati 70 (pagando sempre l’affitto), ha involontariamente riassunto in sé tutti problemi della “nostra” civiltà – di questo modo di produzione – quando un “fondo avvoltoio” è riuscito a ottenere una sentenza di sfratto e un contingente di polizia per buttarla in strada su una barella, mentre la Guardia Civil pestava le decine di persone sedute davanti al suo portone.
Maricarmen è morta ieri in ospedale, mentre attendeva di rientrare in casa dopo che:
- il “fondo avvoltoio” Urbangestion – persino il nome è una presa per il culo – aveva fatto marcia indietro per paura, firmando un accordo secondo cui l’aumento dell’affitto non avrebbe superato il 30% finché lei sarebbe rimasta in vita;
- il governo Sanchez è caduto per non essere riuscito a far passare un blocco temporaneo degli sfratti, “grazie” all’opposizione dell’ultradestra cui si sono aggiunti gli “indipendentisti moderati” un tempo guidati da Puigdemont;
- è stato sciolto il Parlamento e sono state indette elezioni anticipate, dove l’esito fin qui previsto dai sondaggi è tornato incerto in seguito al suo sfratto;
- la Spagna è percorsa da centinaia di manifestazioni in suo nome, che hanno rimesso le “questioni di classe” (casa, salario, salute, pensioni, ecc.) al centro dell’agenda politica, cancellando di fatto l’egemonia nazistoide incentrata sui migranti.
La vita stessa di Maricarmen è una sintesi della storia spagnola dell’ultimo secolo. Nata alla fine della guerra civile che consegnò il potere ai militari fascisti di Franco, la gioventù vissuta sotto la dittatura, la maturità nell’incerto interregno della “monarchia costituzionale”, la fase finale sotto l’incubo del ritorno ai tempi oscuri.
Tra l’altro rappresentati da un fascista senza onore che porta il suo stesso cognome: Abascal, capo di Vox, colui che accolse in un suo comizio la sceneggiata di Meloni ululante “sono una madre, sono cristiana”, ecc..
Un fascista votato alla “remigrazione” con la scusa di voler difendere “gli spagnoli” e che ora si ritrova ad essere indicato come uno degli assassini di una donna anziana, bianca, madrilena, invalida, che si chiamava proprio come lui. Un cerchio che si chiude...
Tutto insieme in una persona sola. Che ha concluso la sua vita parlando per la prima volta a milioni di persone per consegnare un messaggio semplice, e perciò potentemente politico: “Credo che mi conosciate tutti. Io non vi conosco tutti personalmente, ma conosco tutte le persone che mi affiancano da molto tempo. Mi piacerebbe essere qui con voi, accompagnarvi nel vostro campo e nella vostra lotta, ma non ne ho la possibilità. Pertanto, da qui chiedo a tutti voi di avere coraggio, di lottare, di difendere ciò che è vostro e, per favore, di stare attenti. Rimanete accampati finché le vostre forze lo consentono e finché lo desiderate. Speriamo che tutto questo giunga al termine domani e che ciò che state soffrendo ora possa essere più che compensato in quel momento. Un abbraccio fortissimo a tutti da qui. Un abbraccio enorme”.
Detto fatto. Al grido di “Giustizia per Maricarmen!” e “Assassini”, migliaia di persone sono corse a manifestare in Puerta del Sol, la piazza delle adunate ora consacrata alle proteste. Una marea di persone per protestare contro “gli sfratti che uccidono”. E non è più una metafora. È un fatto.
La sua vicenda è perciò una sintesi anche “tematica”. Che il problema della casa sia l’alfa e l’omega di tutti i viventi era intuitivamente certo. Che la speculazione l’abbia reso un business che la rende inaccessibile a salariati, precari e pensionati ora è visibilmente chiaro.
Ancora non ci si è arrivati, ma non è difficile capirlo: se una massa di persone resta senza casa ed è costretta a vivere per strada – giovani o anziani che siano, bianchi o “colorati” – cresce per forza di cose la “sensazione di insicurezza” di chi una casa bene o male ce l’ha e vede negli occhi degli homeless un briciolo di invidia e la possibilità di un pessimo futuro anche per sé. Una “emergenza” deviata, una conseguenza delle disparità di reddito, che è diventata la leva principale per la guerra tra poveri nell’Occidente neoliberista.
Si annodano intorno a Maricarmen i problemi del debito pubblico (anche la Spagna ne ha uno pesante) e le politiche comunitarie che costringono all’austerità di bilancio, consegnando in un colpo solo ai “mercati finanziari” il potere di decidere la politica economica di ogni paese che accetti quelle regole idiote.
Noi italiani dovremmo saperlo meglio di tutti. Quando Andreatta – il maestro di Prodi – decise la “separazione tra Bankitalia e ministero del Tesoro”, consegnando i titoli di stato all’arbitrio ondivago del “mercato”, il debito italiano era appena il 61% rispetto al Pil. Roba che Maastricht ci avrebbe promosso subito a pieni voti. Ora è al 139%, dopo oltre 30 anni di “avanzi primari” e tagli di spesa a rotta di collo.
Ma si vanno annodando anche i problemi della spesa militare da aumentare, persino per il Paese che più di altri ha resistito alla spinta Trump-vonderLeyen-Rutte, che ovviamente affonderà ancor più il debito pubblico se la coppia neofranchista “popolari-Vox” prenderà il prossimo governo.
E non parliamo del “ruolo dello Stato nell’economia”, dove pesa la privatizzazione della sanità, il taglio sistematico delle pensioni (a cominciare dal mancato adeguamento al tasso di inflazione – se n’è accorta persino la Gabanelli!), il calo di tutti i servizi sociali, la decadenza voluta dell’istruzione pubblica, la cancellazione dell’edilizia popolare ecc..
Maricarmen si è trovata senza volere al crocevia di tutto. Il suo sfratto e la sua morte sono il simbolo concreto che certifica il carattere mortifero, stragista, burocraticamente genocida – a Gaza come a Madrid e a Caivano – di questo modo di vivere e produrre. In cui gli esseri umani “contano fino ad un certo punto”, direbbe quello...
Da qui si può e si deve cambiare radicalmente rotta. Di centottanta gradi. Non basta rallentare, “correggere il tiro”, frenare o pasticciare con il cambio. Siamo umani, possiamo rifiutarci di diventare rifiuti...
Perché il baratro della discarica ci guarda. E ci aspetta tutti, sogghignando.
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06/10/2026
Spagna: la grande rivolta contro la turistificazione
In Spagna è nata la prima ribellione di massa contro l’industria turistica selvaggia che è diventata il simbolo del caro vita diffuso. Assistiamo infatti a una rivolta aperta che ha come detonatore la critica assoluta a un modello economico speculativo, estrattivo, devastatore. I cittadini si ribellano alla gentrificazione, alla trasformazione delle città in parchi a tema per il consumo globale.
La bocciatura parlamentare di due decreti d’emergenza sulla casa ha fatto saltare ogni argine e la “protesta delle chiavi” ha portato in piazza più di mezzo milione di persone. Lo slogan è chiaro: le città appartengono a chi le vive, non ai mercati finanziari.
Città come Barcellona, Valencia e Palma di Maiorca sono diventate porti di sbarco per navi sproporzionate, l’impatto ambientale è catastrofico, i motori delle navi da crociera rimangono accesi anche in porto, inquinano senza sosta e tutto questo in cambio di: zero ricchezza, ma massimo consumo. Croceristi e aribnb sono ormai i simboli di un’industria turistica cannibale, nefasta.
Le mega crociere consumano risorse pubbliche e intascano i soldi dei biglietti. In sintonia con gli speculatori edilizi distruggono il tessuto sociale, colonizzano i quartieri, sostituiscono le popolazioni. E così i centri urbani si omologano. I negozi di prossimità spariscono.
Al loro posto nascono catene di fast food e negozi di souvenir. Tutti uguali. È la fine della storia, della singolarità, delle diverse originali identità. Interi quartieri popolari in tutti i più bei porti del Mediterraneo vengono acquistati da grandi fondi d’investimento multinazionali.
I centri storici sono diventati prodotti finanziari. La redditività degli affitti brevi tramite grandi piattaforme ha drogato il mercato immobiliare; i canoni d’affitto superano ormai i salari medi locali. I giovani non possono emanciparsi e sempre più lavoratori regolari sono costretti a vivere in auto o in una tenda.
Di fronte a questa situazione di totale degrado la protesta diffusa che dilaga sempre più, non è guidata dai partiti, ma da reti sociali nate dal basso.
Il Sindicato de Inquilinas (Sindacato degli Inquilini) in testa alla mobilitazione di Madrid e Barcellona, chiede il blocco totale delle licenze turistiche e l’espropriazione dei “Fondos buitre”, i fondi avvoltoi, i grandi fondi d’investimento speculativi che “volano” sopra le città in crisi per fare incetta di case a prezzi stracciati.
Stanno organizzandosi per giungere a un obbiettivo strategico: uno sciopero generale degli affitti per bloccare l’economia della rendita speculativa.
Nelle isole, il collettivo Menys Turisme, Més Vida (Meno Turismo, Più Vita) pratica la resistenza civile. Occupano le spiagge e i porti per opporsi al sovraffollamento. Chiedono una moratoria sui voli e sugli sbarchi delle navi da crociera.
A difesa dei quartieri opera la rete Stop Desahucios (Stop Sfratti). Creano barriere umane per difendere le famiglie dall’espulsione.
Nelle piazze risuona il coro: “Vecina despierta, hay buitres en tu puerta” (Vicina svegliati, ci sono gli avvoltoi alla tua porta). La Spagna sta tracciando una linea rossa globale. Le città devono tornare a essere comunità vive, non merci da vendere al miglior offerente.
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05/10/2026
Il diritto all’abitare, una questione centrale dello scontro in corso
Quanto sta accadendo nello Stato Spagnolo sul diritto all’abitare è forse il punto più avanzato dello scontro che il capitale e la borghesia portano ai settori popolari e ai lavoratori.
L’austerità imposta dalle politiche guerrafondaie dell’Unione Europea sta provocando in molti Paesi una crisi senza precedenti; licenziamenti di massa, blocco dei salari, aumenti del carburante, dell’elettricità e del gas, impossibilità per le masse popolari e per le famiglie dei lavoratori di sostenere l’aumento fortissimo dei prezzi dei beni di prima necessità e il costante aumento dei costi per le abitazioni e il conseguente dilagare degli sfratti per chi non riesce più a sostenere i costi di mutui e affitti alle stelle sono tutti elementi dello scontro di classe in Europa.
Il timido tentativo del governo dello Stato Spagnolo di correre ai ripari, dopo l'enorme sollevazione popolare che ha respinto lo sfratto di una donna anziana dalla casa in cui abitava da molti anni, ha prodotto l’immediata levata di scudi della destra, da quella cosiddetta moderata a quella più estrema, che ha affossato anche un timido e insufficiente provvedimento ribadendo la propria mission, la difesa degli interessi della borghesia, delle grandi multinazionali dell’abitare e dei gruppi speculativi.
La lotta per il diritto alla casa nello Stato Spagnolo, la lotta degli studenti francesi per il diritto allo studio per tutti e di qualità, le lotte contro i licenziamenti e la trasformazione degli impianti in fabbriche di armi e di morte in Germania e Italia, il rifiuto del servizio militare da parte dei giovani europei, gli scioperi unitari dei portuali del mediterraneo per impedire il trasporto e il traffico di armi sono però segnali importanti di una ripresa complessiva del conflitto tra lavoro e capitale che va sostenuto in ogni Paese attuando i principi della solidarietà internazionalista, mettendo in relazione le lotte nei vari Paesi, contribuendo alla diffusione della controinformazione sulle lotte in corso, mantenendo aperti spazi di democrazia e di conflitto di classe, difendendo chi lotta dalla repressione.
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Piazze in collera, la vera “unità europea”
I temi segnano il campo di battaglia tra classi sociali nettamente definite, al di là del sogno liberista dell’individualizzazione totale e della “società liquida” (cioè, liquidata...).
In Spagna lo sfratto di una 87enne in barella, da sempre abitante in quella casa e da sempre in regola con i pagamenti, ha improvvisamente rotto l’indifferenza sociale per le tante piccole ingiustizia quotidiane. Quell’anziana buttata per strada solo perché uno dei tanti “fondi avvoltoio” aveva comprato lo stabile in cui viveva, pretendendo di quintuplicare l’affitto, ha visivamente svelato la condizione in cui tutti viviamo: dentro un sistema economico che produce sempre meno e dove i profitti si fanno con la speculazione (immobiliare, ma non solo), la truffa, la prepotenza.
Un trattamento al di là dell’inumano del tutto simile – per l’indifferenza con cui si distruggono le vite – a quanto accade a Gaza o in Libano. Cambiano i metodi, ovviamente, non i risultati.
Così ora le piazze strabordano di gente che fa rumore, agitando le chiavi o suonando le pentole. Oltre mezzo milione a Madrid, decine di migliaia ovunque nel paese (Bilbao, Malaga, Alicante, Palma de Maiorca, Canarie). A Valencia la polizia – ideologicamente di destra, come ovunque – ha attaccato il corteo che aveva circondato il Palau de las Artes, dov’era in corso un congresso di avvoltoi immobiliaristi. “Sciopero generale” è la richiesta immediata, perché anche in Spagna i sindacati hanno i riflessi lenti...
La politica di palazzo ne esce stravolta. Tutti fin qui rassegnati all’avanzata irresistibile delle destre, trainate da un tema semi-finto come quello dell’immigrazione (in cui la parte di “realtà” è dovuta alla esibita assenza di politiche inclusive e quindi alla creazione della “percezione di insicurezza”), scoprono che le questioni di classe sono determinanti. Persino tra gli elettori di destra, secondo gli ultimissimi sondaggi spagnoli, oltre il 55% è favorevole a mettere un tetto agli affitti, perché le tasche vuote cominciano a pesare più dell’allarmismo sul “nemico esterno”.
È la stessa dinamica che in Francia contrappone un governo di banchieri senza neanche la maggioranza in parlamento a piazze stracolme di giovanissimi che hanno chiara solo una cosa: il loro futuro sarà di merda, se non cambiano ora il corso della Storia.
Anche lì, per l’establishment, la soluzione parafascista è una prospettiva accettabile, meglio ancora se con Marine Le Pen al posto dell’“antisemita da giovane”, Jordan Bardella. Mentre il nemico assoluto è La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, l’unica forza capace di dare una prospettiva a quel popolo.
In Germania, tra riarmo, foia guerrafondaia, crisi industriale, appoggio al genocidio dei palestinesi, tutto sembra spingere tranquillamente verso una deriva neonazista – anche lì – che usa i migranti come specchio per allodole invecchiate.
Poi Berlino dice che si può percorrere un’altra strada – anche lì a partire dalla casa, dalla speculazione immobiliare, dai servizi sociali in ritirata – e una legge che reintroduce il servizio militare obbligatorio (un po’ alla volta, perché si credono furbi) fanno capire a tutti che se si resta fermi ci si può aspettare solo povertà e guerra. E quindi in piazza...
Il neoliberismo vincente per oltre 30 anni ha eroso i fondamenti della coesione sociale in Europa. L’austerità di bilancio ha spostato il timone degli Stati dalle mani di una classe politica obbligata a render conto alla popolazione in quelle di “mercati finanziari” che badano soltanto alla trimestrale di cassa. E con l’orizzonte dei prossimi tre mesi, senza futuro né grandi strategie, se non incassare il più possibile il prima possibile.
È l’ora dei poveri e dei popoli che devono tornare a farsi sentire per poter sopravvivere ed evitare, magari, il genocidio silenzioso nascosto sotto le vesti del “gelo demografico”, conseguente a salari ormai sotto il livello della “riproduzione della forza lavoro”.
E come sempre il potere reagisce con l’ultimo strumento che gli resta, dopo aver eliminato il welfare (e la democrazia): la polizia.
Non sarà un autunno breve... E in fondo è l’anno più caldo di sempre, no?
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04/10/2026
La Spagna verso il voto, ma per “ragioni di classe”
I governi che restano a metà strada tra cambiamento radicale e compromessi con gli interessi costituiti non vanno mai molto lontano.
In Spagna il governo guidato da Pedro Sanchez – il più “a sinistra” nello sconquassato panorama europeo – è stato battuto in Parlamento proprio su due decreti legge che, bloccando ulteriori sfratti per le fasce più deboli, venivano incontro alle proteste dei movimenti sull’abitare dopo lo scandaloso sfratto di Maricarmen Abascal, un donna di 87 anni portata via in barella dalla casa che abitava da 70 anni ma i cui proprietari – un fondo immobiliare, che aveva comprato lo stabile di recente – pretendevano ora un affitto quintuplicato, impossibile da pagare.
Contro il decreto hanno votato ovviamente la destra – guidata curiosamente da un omonimo della signora sfrattata, Santiago Abascal, franchista a capo di Vox – e la pattuglia di Junts, ovvero la formazione di Carles Puigdemont, indipendentisti catalani centristi, schierati con gli speculatori immobiliari.
178 a 172 il risultato del voto, che costringerà probabilmente Sanchez alle dimissioni, lunedì, nel tentativo di cavalcare la piazza andando a nuove elezioni. Gioco rischioso, ma restare dopo la sconfitta parlamentare sarebbe una soluzione peggiore...
Nella vicenda si intrecciano interessi sociali, scelte politiche e nazionali, parecchia miopia politica da tutte le parti e gioco al massacro da parte delle destre, favorite da un establishment europeo che vede ormai come il fumo negli occhi tutto ciò che odora di “difesa degli interessi popolari”. Anche minimi, come in questo caso.
Lo sfratto di Maricarmen aveva innescato una protesta molto più consistente di quanto i movimenti per l’abitare spagnoli fossero stati in grado di costruire fin qui.
Sotto accusa è la turistificazione selvaggia delle principali città del paese (Barcellona e Madrid su tutte) che, insieme all’incremento della popolazione e alla scarsità di un patrimonio abitativo di proprietà pubblica, ha fatto levitare verso l’alto il prezzo delle case e conseguentemente anche degli affitti. Protagonisti sono insomma quelli che tutti, comunemente, chiamano ormai “fondi avvoltoio”.
I catalani centristi di Junts, ora guidati dall’imprenditrice tessile Miriam Noguera, dal canto loro, potevano forse a ragione dolersi del fatto che l’amnistia promessa da Sanchez per le vicende di ormai un decennio fa, e in assenza della quale Puigdemont resta esule a Bruxelles dove era andato da europarlamentare eletto, non è mai arrivata.
Ma certo non sembra una scelta intelligente far cadere l’unica coalizione che li poteva “tollerare”, e a cui avevano permesso di formare il governo attualmente in carica, pur di soddisfare gli appetiti degli immobiliaristi e “vendicarsi” di Sanchez. Un futuro governo di estrema destra non sarà certamente clemente con gli indipendentisti – sia catalani che baschi, o galiziani – dopo averne preteso gli arresti, la messa fuori legge e aver impedito ogni amnistia.
Il voto di Junts, fra l’altro, spacca verticalmente proprio gli indipendentisti catalani, con Gabriel Rufián di Esquerra Republicana che ha mostrato in aula una banconota da 50 euro a Noguera urlando che è quella la sua vera bandiera, uguale a quella di Vox e Partito Popolare.
Il ministro del consumo di Sumar (Podemos in altra veste), Pablo Bustinduy, ha in pratica aperto la campagna elettorale attaccando frontalmente la destra: «Non si tratta di aritmetica parlamentare: oggi è conflitto di classe. Voi difendete un’oligarchia internazionale che ricava il reddito dagli stipendi delle classi lavoratrici, guadagnati con il loro sforzo, per distribuirselo come dividendo. Si può gridare a squarciagola ‘Spagna’ o ‘Catalogna’, ma votare contro il decreto significa votare contro il proprio popolo per sventolare la bandiera della rendita».
Il dado politico sembra quindi ormai tratto e non è paradossale che la caduto del governo su una “questione di lotta di classe”, porti chiarezza nel altrimenti inguardabile scontro politico-parlamentare, di un livello appena meno imbarazzante di quello italico.
Le piazze spagnole sono in questi giorni occupate dalle “acampade” dei movimenti. La lotta per la casa è diventata l’innesco di una protesta politica generale, che spazza via le ambiguità – come “l’indipendentismo” interclassista – e rimette in piedi lo scontro che oppone interessi sociali che, nell’avanzare della crisi, soprattutto europea, stanno diventando apertamente inconciliabili.
Anche a dispetto dei felpati “socialisti” di Sanchez...
Intanto, il sindacato degli inquilini ha invitato “tutti i sindacati e i consigli di fabbrica, le associazioni di quartiere e scolastiche, i gruppi studenteschi universitari e la società spagnola in generale a scendere in piazza domani e a iniziare immediatamente a organizzare uno sciopero generale che paralizzi il paese”.
Ieri sera è stata convocata una grande assemblea all’accampada di Puerta del Sol, mentre a Barcellona una mobilitazione ha assediato la sede di “Junts per Catalunya” che in Parlamento ha votato contro la legge sulle abitazioni. Per oggi sono già indette una cinquantina di manifestazioni in altrettante città della Spagna.
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30/09/2026
Spagna - A Madrid una marea umana contro gli sfratti e per una nuova politica sulle abitazioni
Una marea umana ha sfilato sabato 26 settembre per le strade di Madrid in risposta allo sfratto di Maricarmen, 87 anni, e per chiedere un radicale cambio di rotta sulle politiche abitative che ormai da quindici anni stanno martoriando la popolazione con sfratti, aumenti degli affitti, spadroneggiamento dei fondi immobiliari speculativi.
Dopo il corteo i manifestanti hanno dato vita ad una accampata con decine di tende. Rimarranno a Puerta del Sol almeno fino a martedì, quando il governo voterà sul decreto che dovrebbe limitare gli sfratti.
A innescare la mobilitazione è stata la vicenda di una donna di 87 sfrattata nel quartiere Retiro di Madrid.
Si tratta di Maricarmen che non ha nemmeno avuto il tempo di raccogliere le sue cose. Gli hanno dato un’ora per mettere in scatola i ricordi di una vita. Quando era arrivata nel quartiere di Retiro aveva 17 anni. Ora, a 87 anni, è stata costretta a lasciare quella che pensava sarebbe stata la sua ultima casa. E lo ha fatto nel modo peggiore possibile, ricoverata all’ospedale Gregorio Marañón, dopo essere stata sfrattata in modo vergognoso dalla polizia e dall’entourage giudiziario.
La sua casa è stata acquisita dal fondo Urbagestión nel 2018 per 200.000 euro. Fino a quando questa entità non è diventata la padrona della sua casa, Maricarmen aveva un vecchio contratto di affitto di 500 euro, che i nuovi proprietari intendevano aumentare a 1.600 euro. Un donatore anonimo si era offerto di pagare l’affitto, ma la proprietà si è rifiutata di negoziare.
Da quando questa donna ha reso nota la sua storia nell’ottobre 2025, è diventata un simbolo contro le speculazioni e gli sfratti.
Poco prima di mezzogiorno di mercoledì scorso, ha lasciato la casa su una barella ed è uscita in ambulanza. I manifestanti in attesa dietro il cordone della polizia non riuscivano a vederla, ma l’uscita del veicolo ha provocato un ultimo momento di rabbia e disperazione. Nel frattempo, da un lato della strada ci furono nuovamente degli scontri con gli agenti.
Durante lo sfratto un gruppo di cinquanta persone era riuscito a picchettare l’ingresso del palazzo, al di là del cordone di polizia stabilito mentre sono avvenuti scontri con i manifestanti nelle strade adiacenti con la denuncia di “uso eccessivo della forza” da parte della polizia.
Intorno alle undici del mattino la polizia antisommossa iniziò lo sfratto, rimuovendo, uno a uno, tutte le persone sedute davanti all’edificio. La maggior parte ha opposto resistenza passiva e hanno dovuto essere sollevati con la forza e trascinati a terra.
L’avvocata Alejandra Jacinto che ha potuto anche assistere allo sfratto nell’edificio di Maricarmen, ha denunciato come esso “È stato molto violento. La violenza della polizia era sproporzionata. Gli attivisti si comportavano pacificamente in ogni momento. È stata una resistenza totalmente passiva, semplicemente con cori di solidarietà a sostegno di Maricarmen e decine di poliziotti antisommossa sono apparsi e hanno iniziato a eliminare coloro che si stavano contorcendo a terra, molti dei quali hanno ferite, lividi e abrasioni”, ha raccontato a Público.
Dopo lo sfratto, il sindacato degli inquilini ha convocato una ondata di manifestazioni nelle principali città spagnole. Una delle più numerose si è svolto a Madrid davanti all’“Attico di Ayuso” (Ayuso è la sindaca di Madrid di centro-destra, ndr) complice dei fondi avvoltoio.
I sindacati degli inquilini “chiedono che il Decreto-Legge sull’Edilizia Abitativa venga sbloccato”, e i partecipanti hanno intonato slogan di condanna al grido di “vergogna” e “fondi avvoltoio fuori”, “L’attico per Maricarmen” e “Dimissioni di Ayuso”.
La manifestazione aveva poi raggiunto il Paseo de la Castellana, dove la polizia ha caricato i manifestanti.
La società che ha sfrattato Maricarmen è la Urbagestión Desarrollo e Inversión SL, ed è di proprietà di Ricardo Alonso Fernández e Fernando Alonso Fuentes, due avvocati registrati presso l’Ordine degli Avvocati di Madrid, che condividono un ufficio con l’indirizzo fiscale della società immobiliare al centro dell’indignazione dei cittadini per lo sfratto dell’anziana.
In Calle de Zurbano, nel quartiere di Chamberí e a pochi metri dal Paseo de la Castellana, si trova Neutra Abogados, la ditta dove, secondo il suo profilo Linkedin, Ricardo Alonso Fernández lavora dal 2010.
Tuttavia, negli ultimi anni l’attività di entrambi si è concentrata più sulla gestione immobiliare che sul diritto.
Fonte
10/09/2026
Ceuta è lo specchio del peggior eurocentrismo coloniale
«La situazione è insostenibile. Abbiamo bisogno del sostegno dell’UE per ristabilire la normalità. Se cade Ceuta, cade l’Europa».
Con queste parole, il presidente della città autonoma spagnola, Juan Jesús Vivas, ha lanciato lunedì un appello in conferenza stampa al Parlamento europeo.
Queste dichiarazioni del presidente Vivas sono lo specchio della natura ancora fortemente coloniale e predatoria delle “fortezza europea”.
Ceuta infatti non è una semplice “città spagnola” in terra africana, ma è un avamposto coloniale, l’ultimo tassello di un mosaico imperialista che i Paesi europei prima e l’Unione Europea poi non hanno mai smantellato, ma solo rinnovato sotto le spoglie della partnership e della cooperazione.
Per comprendere la portata della frase di Vivas, occorre rovesciarne il senso. Se cade l’enclave, non cade l’Ue come spazio fisico o politico, ma cade la narrazione di un’Europa civile, democratica e accogliente, che per secoli ha depredato i territori di tutto il mondo con il sangue e il ferro.
Ceuta fu conquistata dal Portogallo già nel lontano 1415, per poi passare in mano spagnola nel 1668, in un’epoca in cui le potenze europee si spartivano il mondo come un bottino.
Oggi, i più di 150 morti causati dalla reazione spagnola del socialista Sanchez in luglio sono lo stesso simbolo di una politica che esternalizza la morte nel Mediterraneo, mentre i corpi vengono contati come danni collaterali di un sistema che vuole tenere la “giungla” fuori dal “giardino europeo”.
L’appello di Vivas all’UE non è quindi un grido di aiuto, ma una richiesta di rinforzi per mantenere in vita una struttura che la storia ha sepolto.
La “normalità” che egli invoca è quella di un’enclave dove l’esercito spagnolo pattuglia le strade, dove la lingua e la moneta sono imposte da un governo lontano mille chilometri, e dove la popolazione musulmana, di origine marocchina, vive in uno status di cittadinanza di serie B, sospesa tra due sponde e due identità, ma sempre soggetta a un potere che non ha mai chiesto il permesso di restare.
La richiesta di sostegno comunitario – che si tradurrà in fondi Frontex, mezzi blindati e accordi bilaterali con Rabat – non è che l’ennesima declinazione del vecchio patto coloniale: cooperazione in cambio di contenimento, aiuti in cambio di sottomissione.
La storia dell’enclave è la prova che la decolonizzazione non è mai realmente avvenuta, ma è stata solo rimossa dalla memoria ufficiale, sostituita da un racconto di “storia condivisa” che nasconde il saccheggio, lo sfruttamento e la gerarchia razziale su cui si fonda il capitalismo moderno.
L’Europa che Vivas dice di voler salvare è quella che è complice dell’occupazione israeliana e del genocidio in atto in Palestina, che ha pagato la Turchia per bloccare i rifugiati siriani, che ha siglato accordi con la Libia per costruire i lager, che ha trasformato il Mediterraneo in un cimitero di Stato, è l’Europa del modello Albania del governo meloni come modello per tutta l’Ue per gestire l’immigrazione.
È l’Unione Europea che, con il suo green deal e i suoi PNRR, continua a estrarre risorse dall’Africa, mentre chiude le porte alle persone che fuggono dalle stesse crisi che il colonialismo ha contribuito a creare.
Se cade Ceuta, cade questa Europa: quella dei patti di frontiera, della tolleranza selettiva, della democrazia a due velocità e dei doppi standard internazionali sulle controversie internazionali.
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19/08/2026
Sull’immigrazione l’Europa implode. Meloni ha innescato la miccia
La Spagna ha reagito adottando la medesima misura nei confronti degli arrivi dall’Italia; alcuni paesi come la Danimarca hanno espresso sostegno alla linea del governo italiano; altri, come la Germania, hanno invece criticato la decisione e rilanciato come una clava i meccanismi del Trattato di Dublino sugli arrivi. Il governo tedesco ha infatti annunciato l’intenzione di rimandare in Italia migliaia di migranti, in base alla riforma di Dublino.
Il risultato di queste mosse è stato dunque trasformare una crisi alla frontiera esterna dell’Europa (Ceuta) in una crisi all’interno dell’Europa.
A questo punto il governo italiano ha gettato altra benzina sul fuoco andando alla carica sulle attività delle Ong tedesche nel Mediterraneo.
Il ministero dell’Interno ha infatti diffuso nuovi dati sugli arrivi di migranti a bordo delle navi di soccorso delle varie Ong. Secondo le autorità italiane, dall’ottobre 2022, ossia da quando il governo guidato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni è entrato in carica, circa 42.300 persone sono arrivate in Italia a bordo di queste imbarcazioni e di queste, circa 22.500 sarebbero state portate nei porti italiani da organizzazioni umanitarie tedesche. A queste si aggiungono circa 4.500 persone soccorse da organizzazioni europee a bordo di navi battenti bandiera tedesca.
Secondo questi calcoli, alla Germania sarebbe quindi riconducibile quasi il 64 per cento degli arrivi di migranti in Italia attraverso navi private di soccorso. Il governo italiano ha dunque chiesto alla Germania un “maggiore coinvolgimento finanziario” per i soccorsi effettuati nel Mediterraneo dalle organizzazioni umanitarie tedesche come ritorsione verso la ripresa dei trasferimenti di migranti dalla Germania verso l’Italia.
Inutile dire che questa mossa ha creato ulteriori tensioni tra Roma e Berlino. L’Unione Europea che adula se stessa come la terra dei diritti ormai riesce solo a pensare ed agire in termini di discriminazione e guerra.
Intanto il PD e il PSOE, ovvero il Partito Democratico italiano e il Partito Socialista spagnolo, due giorni fa hanno scritto una lettera al presidente del Partito Socialista europeo, Stefan Löfven, per criticare la prima ministra socialdemocratica danese, Mette Frederiksen. I due partiti in particolare accusano i socialdemocratici danesi di essersi schierati con Giorgia Meloni sulla questione di Ceuta invece di sostenere Sanchez.
Insomma, sulla questione immigrati si litiga anche all’interno delle famiglie politiche europee.
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16/08/2026
Immigrati. La Meloni gonfia il petto con Sanchez, Merz le strilla nelle orecchie
Il dossier migranti continua a dividere i governi europei con un livello di scontro che non si vedeva da tempo.
Prima ci sono state le “muscolari” reazioni del governo Meloni contro la Spagna per la crisi di Ceuta. Roma ha sospeso il trattato di Schengen per chi proviene dalla Spagna e la Spagna ha fatto altrettanto per chi proviene dall’Italia. Dunque due importanti governi della Ue hanno messo in discussione uno dei trattati europei più importanti.
Ma è stato anche un altro trattato europeo – quello di Dublino – che ha scatenato un acceso scontro diplomatico, questa volta tra Germania e Italia.
Al centro infatti ci sono i cosiddetti “dublinanti” cioè i richiedenti asilo entrati nell’Unione Europea attraverso Italia o Grecia. La Germania ha chiesto all’Italia di riprendere i trasferimenti previsti dal nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato in vigore nel giugno 2026. In pratica di riprendersi gli immigrati giunti in Germania ma sbarcati in Italia.
La risposta del governo italiano è stata che non c’è alcuna base per i ritorni, citando a tale proposito un accordo raggiunto a dicembre 2025 ma che dovrebbe essere superato e aggiornato proprio da quello sottoscritto a giugno di quest’anno, anche dal governo italiano.
È dunque in corso un braccio di ferro che ha tutte le caratteristiche di un caso diplomatico destinato a durare.
Come noto il trattato di Dublino stabilisce che il primo Stato membro in cui un richiedente asilo entra nell’Unione Europea è responsabile dell’esame della sua domanda. Questo principio ha da sempre penalizzato i paesi di primo ingresso come Italia, Grecia, Spagna, che si trovano geograficamente esposti alle rotte migratorie dal Mediterraneo e dall’Africa subsahariana.
Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato formalmente in vigore a giugno 2026, ha ridefinito alcune delle regole introducendo meccanismi di solidarietà obbligatoria tra gli Stati membri e nuove procedure di frontiera. Ma ha anche riaffermato, in linea di principio, che le regole di Dublino continuano ad applicarsi: un immigrato arrivato per la prima volta in Italia o in Grecia può essere trasferito di nuovo in questi paesi da parte di altri Stati membri che nel frattempo lo hanno accolto.
Il governo tedesco di Friedrich Merz ha dichiarato di voler iniziare subito i trasferimenti verso Italia e Grecia dei migranti che hanno fatto il loro primo ingresso nell’UE attraverso questi paesi. Un portavoce del Ministero dell’Interno tedesco ha precisato che gli accordi conclusi nel 2025 (a cui fa riferimento il governo italiano, ndr) stabilivano che le regole di Dublino sarebbero state riapplicate a partire dall’entrata in vigore del sistema comune europeo di asilo, avvenuta appunto a giugno 2026.
Ma lo scontro tra Italia e Germania non avviene a freddo né entro un vuoto pneumatico.
La recente crisi migratoria a Ceuta ha riaperto in tutta Europa il dibattito sulla gestione delle frontiere esterne dell’Unione. Le immagini di migliaia di persone che tentano di attraversare il confine tra Marocco e l’exclave spagnola in Africa, hanno avuto un impatto mediatico e politico significativo, spingendo diversi governi come quello italiano a manovre di propaganda e a polemizzare piuttosto strumentalmente con il governo spagnolo. Ma la legge del contrappasso non fa mai sconti.
Infatti la Germania ha utilizzato questo contesto per giustificare la propria svolta verso politiche di respingimento più aggressive ma prendendo di petto proprio l’Italia (oltre ovviamente gli altri paesi europei rivieraschi).
Il fatto che il governo tedesco abbia scelto questo momento per riaprire il dossier dei “dublinanti” contro l’Italia indica che la questione migratoria è diventata, in tutta Europa, un terreno di strumentalizzazione e scontro politico permanente, indipendentemente dalla specificità geografica dei singoli episodi.
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12/08/2026
Dietro la crisi di Ceuta la mano del Mossad
Analisi cinese in attesa di prove
«Diversi circoli accademici e di intelligence d’oltre Muraglia ipotizzano che gli eventi di Ceuta coinciderebbero con un’operazione di Hybrid Warfare volta ad aumentare la pressione sul governo di Pedro Sanchez», riporta in occidente Federico Giuliani. «Stando a questa interpretazione, la manovra avrebbe coinvolto il Mossad, il servizio di intelligence israeliano, interessato a promuovere una campagna di destabilizzazione contro la Spagna. La tesi è stata rilanciata anche dalla politologa egiziana Nadia Helmy, esperta di politica cinese e relazioni sino-israeliane, in un articolo pubblicato sulla rivista Modern Diplomacy».
Usa-Israele anti premier spagnolo
«I centri di analisi dell’intelligence cinese hanno esaminato l’escalation delle tensioni diplomatiche e politiche tra Spagna e Israele. Da questa prospettiva, il deterioramento delle relazioni bilaterali potrebbe aver motivato il Mossad a essere coinvolto nella crisi migratoria tra Marocco e Spagna, esacerbando la situazione e infiltrando agenti per promuovere il malcontento e il caos tra la popolazione marocchina», ha sostenuto Helmy su Modern Diplomacy.
‘El Mundo’ sulla crisi di Ceuta
Nelle loro conversazioni private, ha sottolineato il quotidiano spagnolo El Mundo, alcuni diplomatici e analisti vicini ai circoli politici di Pechino si stanno chiedendo se l’assalto a Ceuta possa essere legato al progressivo deterioramento delle relazioni tra Madrid e Tel Aviv, relazioni segnate dalle critiche del governo spagnolo alla guerra a Gaza e al riconoscimento dello stato palestinese. «Dalla normalizzazione delle relazioni nel 2020, il Marocco e Israele sono diventati alleati e hanno rafforzato la loro difesa e la cooperazione di intelligence», ha commentato un diplomatico cinese. Un dato di fatto sino ad oggi quasi trascurato.
Sospetti non solo cinesi
Questa teoria ha tra l’altro preso piede anche al di fuori della Cina. L’ex presidente colombiano Gustavo Petro, per esempio, ha indicato direttamente il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu come responsabile della suddetta crisi migratoria a Ceuta. Petro ha dichiarato che il leader israeliano «paga perché i poveri rischino la vita per raggiungere la Spagna», e sostiene che «il Marocco si è arreso alla volontà di un genocida fuggitivo, collegando l’afflusso migratorio alla stretta relazione tra Rabat e Tel Aviv». Lo stesso Petro ha anche accusato il primo ministro israeliano di promuovere campagne di destabilizzazione contro i governi che mettono in discussione la sua politica in Medio Oriente.
Timori di Pechino
In Cina, un Paese in cui il controllo delle frontiere è un pilastro della sicurezza nazionale, le immagini di migliaia di persone che hanno attraversato il confine spagnolo hanno scatenato un mix di stupore e incredulità, insiste Giuliani. «Come è possibile per loro attraversare il confine così facilmente?», è una delle domande chiave. Mentre i media ufficiali si sono soffermati sulle conseguenze politiche per l’Europa. «La crisi di Ceuta ha messo in luce le carenze delle riforme migratorie post-2015 dell’Ue e dimostra le difficoltà del blocco nel costruire una risposta unificata», ha dichiarato Cui Hongjian, professore all’Università di studi stranieri di Pechino, al Global Times, che ha dedicato un’analisi alle tensioni all’interno dell’Unione europea a seguito degli eventi al confine spagnolo.
L’assist di Pechino a Madrid
L’aspetto più curioso dell’intera vicenda riguarda le motivazioni che hanno spinto la Cina, attraverso i suoi accademici e diplomatici anonimi, a rilanciare l’indiscrezione della regia israeliana dietro la crisi di Ceuta. Pechino ha osservato l’intera vicenda da una prospettiva geostrategica. Il governo cinese non ha infatti alcuna intenzione di accusare ufficialmente Israele. Le voci che circolano sui media provengono infatti da esperti o analisti, non da ministri o portavoce ministeriali. È vero che tra Cina e Spagna si sta consolidando un eccellente rapporto bilaterale – Sanchez ha effettuato quattro visite in terra cinese negli ultimi quattro anni, più di ogni altri leader europeo – e che Madrid si sta trasformando nella porta d’ingresso prediletta del Dragone per l’Europa, ma è altrettanto vero che esistono relazioni eccellenti anche tra Pechino e Rabat.
Marocco e Cina
Nello specifico, il Marocco è diventato uno dei partner in grado di offrire al gigante asiatico una importante proiezione strategica in Africa. Al momento, dunque, non esistono prove certe che colleghino i fatti di Ceuta al Mossad o ad altre agenzie straniere. Certo, la notizia messa in circolazione da informatori cinesi – reale o accentuata che sia – risponde a un duplice scopo: da un lato offrire un assist al governo Sanchez, così da alleviare le pressioni che gravano sulle spalle di Madrid, dall’altro far capire che Pechino ha tutto l’interesse a mantenere il Nord Africa il più stabile possibile.
Il motivo? Business e affari devono prosperare. Le aziende cinesi vedono sempre più il Marocco come un centro di produzione al servizio dei mercati europei e africani. Il Dragone ha insomma svariati miliardi di dollari di investimenti e di ragioni per far sì che nessuno stravolga la stabilità a Ceuta e dintorni.
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08/08/2026
La guerra dei vendi-patria alla Spagna
Appare infatti surreale che due paesi della cosiddetta Unione Europea si trattino a pesci in faccia a partire da un evento che con assoluta certezza è stato provocato da un paese terzo ed estraneo alla Ue come il Marocco.
L’«invasione di Ceuta» da parte di cittadini-sudditi marocchini, infatti, già dopo le prime 48 ore si era rivelata una provocazione organizzata dalla monarchia al potere, che aveva fatto circolare la notizia dell’abolizione dei controlli sulla frontiera con l’exclave spagnola per un giorno.
Come sappiamo, i governi di destra occidentali hanno colto la palla al balzo per attaccare frontalmente il governo di Madrid incolpandolo di scarsa determinazione nel contenimento dell’immigrazione (in realtà per un provvedimento che garantiva il permesso di soggiorno – non “la cittadinanza” – ai lavoratori del “sommerso” ricattati da imprenditori-schiavisti).
La UE nel complesso lì aveva dovuto fare marcia indietro dopo la riunione dei ministri dell’interno comunitari, che avevano appreso e verificato come nessuno – dicasi NESSUNO – dei circa 60.000 marocchini entrati a Ceuta era poi passato in Spagna. Quindi NESSUNO sarebbe prima o poi migrato in altri paesi della stessa UE.
L’unico governo rimasto «fermo» sulla posizione fasulla è stato non per caso quello italiano, apparentemente sotto la sferza competitiva dei vannacciani che crescono nei sondaggi a forza di cazzate sulla «remigrazione» dei «non italici». Ma se un governo ragiona allo stesso livello subumano di una pseudo-formazione che, tra le proposte “economiche”, prevede un futuro da raccoglitori di pomodori nei campi al posto dei “remigrati”, non sta messo proprio bene...
Il top è stato raggiunto con la sospensione del trattato di Shengen relativamente alla sola Spagna, seguito ovviamente dalle proteste di Madrid e dalla minaccia di applicare «ritorsioni proporzionate», ossia controlli alle frontiere sui cittadini di questo sfortunato paese. Il che, in piene vacanze estive (per chi riesce ancora a pagarsele), è un problemino per l’economia turistica (l’unica risorsa ancora in relativa crescita per questo declinante paese).
Quasi inutile dar conto del florilegio di sciocchezze dette nei comunicati italioti, vera summa della retorica fascistoide applicata ad una guerra dove fortunatamente non si spara: “L’Italia non accetta ultimatum o richieste dall’estero in materia di sicurezza nazionale e controllo delle frontiere”. Controlli che rimarranno in vigore “almeno fino al 15 agosto e, in ogni caso, fino a quando non saranno completamente esclusi i rischi per la sicurezza e il terrorismo per l’Italia”, aggiungendo che in quella data è prevista una nuova “ondata migratoria” a Ceuta.
L’unica cosa seria è il riferimento esplicito alla data del 15 agosto, quando il governo marocchino promuoverà una nuova ondata di «invasori». Cosa che, secondo logica geopolitica, avrebbe dovuto provocare una «ferma protesta» italiana ed europea contro Mohammed VI, sovrano-scafista che ha evidentemente diversi interessi per usare i suoi sudditi come «proiettili» in una guerra ibrida vera, non farlocca come i «droni russi» (in realtà ucraini) su paesi europei.
In una classe politica continentale che ha abolito la conoscenza della Storia e si affida ormai solo a slogan muscolari che contrassegnano l’assenza di neuroni funzionanti, diversi esperti hanno cominciato a vedere ciò che dovrebbe essere evidente: questa crisi somiglia come un gemello monozigote a quella del 1975, quando il Marocco promosse la «Marcia verde» alla frontiera con il Sahara spagnolo approfittando della lunga malattia del dittatore Francisco Franco, che indeboliva oggettivamente la possibile risposta di Madrid.
Quella crisi terminò con il controllo di fatto di quell’area da parte marocchina, la resistenza dei Sahrawi appoggiati dall’Algeria, ecc. Quella «ripresa di sovranità», per quanto contrastata dalla popolazione locale, sembrava comunque inserirsi nel processo di decolonizzazione ormai quasi completato, che bene o male aveva portato al movimento dei «Paesi non allineati» con i due schieramenti geopolitici principali (la Nato e il Patto di Varsavia).
Ora Mohammed VI, figlio di quel re – Hassan II – ripete la mossa contando però su uno schieramento di alleati decisamente differente. La sovranità spagnola su Ceuta è per esempio messa apertamente in discussione dai due principali alleati-padroni della monarchia marocchina: Usa e Israele.
Per vostra informazione, dal 2020, il Marocco e gli Stati Uniti hanno stretto legami notevolmente più stretti. In quell’anno, Trump ha compiuto un passo storico riconoscendo le rivendicazioni di Rabat sul territorio conteso del Sahara Occidentale in cambio della normalizzazione delle relazioni tra Marocco e Israele.
La scorsa settimana, Trump ha ribadito tale riconoscimento in una dichiarazione rilasciata dall’ambasciata statunitense a Rabat, proprio mentre i migranti affluivano a Ceuta. Rabat ha manifestato la propria soddisfazione per la decisione annunciando di aver intitolato al presidente un’importante autostrada.
Ad alimentare le preoccupazioni della Spagna riguardo ai territori in Nord Africa, l’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Danny Danon, ha reagito alle immagini dell’afflusso di migranti della scorsa settimana replicando alle critiche di Madrid sulla guerra a Gaza e la Cisgiordania, oltre che sulla guerra all’Iran, e contestando la presenza spagnola a Ceuta e Melilla.
“Forse, prima di continuare a farci la morale, è ora che [Sanchez, ndr] spieghi al mondo perché mantiene ancora enclavi coloniali in Africa”, ha scritto su X.
Vista da questo punto di osservazione decisamente meno provinciale si constata che è in corso una vera e propria guerra ibrida occidentale contro il governo di Madrid, tiepidamente “liberal-democratico” ma colpevole di non essersi allineato totalmente con Washington e Tel Aviv. Guerra in cui la destra franchista di Vox – col leader Abascal – fa da sponda interna, senza neanche accorgersi che questo ruolo di “vendi-patria” è l’opposto della presunta identità “nazionalista” che rivendica a fini elettorali.
Guerra, infine, cui partecipa, con la pochezza che lo contraddistingue, anche il governo Meloni.
L’alleanza dei «vendi-patria» procede così, usando teste di turco sempre differenti.
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07/08/2026
Il muro di cui anche Meloni ha bisogno
Compagni, bisogna dirlo senza mezze misure: Giorgia Meloni, la presidente neofascista d’Italia, e tutta la caterva dell’ultradestra spagnola che applaude ogni sua uscita, hanno trovato in Ceuta il loro nuovo giocattolo propagandistico.
Ci fanno la predica sul “caos migratorio” spagnolo, sulla presunta incapacità del governo Sánchez di “controllare le proprie frontiere”, mentre tacciono, opportunamente, ciò che accade in casa propria. È il vecchio trucco di sempre: indicare la trave nell’occhio altrui perché nessuno noti la propria.
Veniamo ai dati, perché questa gente si disarma solo con i fatti. Nel 2025 la Spagna ha registrato 36.775 ingressi irregolari, un calo del 42,6% rispetto ai 64.019 del 2024, la maggior parte via mare verso le Canarie. L’Italia, nello stesso periodo, secondo Frontex ne ha sommati circa 66.000 via mare, quasi il doppio della Spagna.
Dov’è dunque il “controllo” che Meloni rivendica e il presunto “caos” che denuncia in Spagna? L’Italia continua a essere, anno dopo anno, una delle principali porte d’ingresso della migrazione irregolare verso l’Unione Europea attraverso il Mediterraneo centrale.
Lampedusa vive esattamente gli stessi meccanismi che Meloni critica a Ceuta: soccorsi in mare, forze di polizia schierate, centri di accoglienza al collasso, respingimenti quando il quadro legale lo consente. La differenza non sta nei fatti, sta in chi li racconta e con quale microfono.
Se Meloni sostiene che la Spagna gestisce male l’immigrazione irregolare a Ceuta, abbia almeno la decenza di spiegare perché l’Italia continua a essere una delle principali porte d’ingresso dall’Africa e perché a Lampedusa si applicano gli stessi meccanismi di accoglienza e assistenza che lei addita quando li esegue un altro governo.
La differenza tra Roma e Madrid non sta nell’esistenza o meno di arrivi irregolari, ma nel discorso politico e nella crudeltà di certe misure: gli accordi con la Tunisia per subappaltare la repressione, le persecuzioni contro le ONG di soccorso marittimo, il tentativo di esternalizzare l’asilo in Albania.
Lì sì che c’è una differenza, compagni, ma non è quella che lei presume: è la differenza tra gestire una tragedia umana con una certa decenza istituzionale e trasformarla in un business di carceri galleggianti.
E qui bisogna essere rigorosi, perché il rigore è ciò che ci distingue dal pamphlettismo della destra: se l’obiettivo dichiarato dell’inasprimento migratorio di Meloni era frenare in modo decisivo l’immigrazione irregolare, sono gli stessi dati a smentire quella pretesa.
L’Italia continua a essere meta di decine di migliaia di arrivi ogni anno nonostante i patti con la Tunisia e il resto dell’arsenale repressivo. Questo non dimostra, di per sé, che quelle politiche siano “un fallimento assoluto” – bisognerebbe isolare altri fattori, come i conflitti nel Sahel o le variazioni delle rotte – ma permette comunque di affermare, coi piedi per terra, che presentare il pugno duro come soluzione definitiva è, quantomeno, una semplificazione di comodo.
E questa semplificazione diventa ancora più ingiusta quando viene usata per attaccare la Spagna, che oltretutto affronta una realtà geografica ben diversa: una frontiera terrestre condivisa col Marocco a Ceuta e Melilla e la vicinanza delle Canarie alla costa occidentale africana, fattori che l’Italia, senza frontiera terrestre col continente, non deve gestire allo stesso modo.
Ma non fermiamoci alla superficie. La memoria storica è un’arma di classe, e tocca ricordare qualcosa che l’ultradestra europea preferirebbe farci dimenticare: nel 2011 una coalizione guidata dalla NATO bombardò la Libia in nome della Risoluzione 1973 dell’ONU, e Muammar Gheddafi finì assassinato dalle forze ribelli nell’ottobre di quello stesso anno, con l’intervento occidentale come fattore decisivo nel crollo del suo regime.
Gheddafi, prima di cadere, lo aveva avvertito con una chiarezza che oggi risulta scomoda: disse che la NATO stava abbattendo il muro che frenava la migrazione africana verso l’Europa, e che se la Libia fosse caduta, migliaia di persone avrebbero attraversato il Mediterraneo senza che nessuno potesse fermarle.
Ciò che venne dopo gli diede, nella sostanza, ragione: il vuoto di potere e la frammentazione istituzionale trasformarono la Libia nella principale piattaforma di partenza verso l’Italia, rafforzando le reti di tratta e traffico di esseri umani che oggi Meloni dice di combattere.
L’Occidente ha abbattuto il muro e ora i suoi eredi politici piangono per la corrente che hanno lasciato passare. Senza esagerare, però: non fu l’unica causa, pesano anche la povertà, i conflitti del Sahel e le mafie, ma la responsabilità politica di chi bombardò Tripoli in nome della “protezione dei civili” non si può cancellare con la memoria selettiva.
E a Ceuta il parallelismo è ancora più sfacciato, perché anche lì il “muro” lo ha messo l’Occidente, e lo ha tolto quando gli conveniva. Il Marocco, partner prediletto di Washington e di Tel Aviv nel Nord Africa, ha sempre usato la frontiera di Ceuta come arma di pressione politica, aprendo o chiudendo il rubinetto migratorio secondo i propri interessi diplomatici del momento.
E qui Pedro Sánchez porterà la propria vergogna storica: il tradimento del popolo saharawi nel riconoscere la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale fu il prezzo pagato per comprare la tranquillità di frontiera con Rabat, esattamente lo stesso calcolo cinico che portò Washington a riconoscere quella sovranità nel 2020 in cambio della normalizzazione tra Marocco e Israele.
Il triangolo Washington-Tel Aviv-Rabat non è una mia ipotesi: è un fatto documentato fin dalla Marcia Verde del 1975, quando gli Stati Uniti avallarono l’occupazione marocchina del Sahara come pedina del proprio scacchiere geopolitico regionale.
Ciò che oggi si combatte alla frontiera di Ceuta non si può comprendere senza questo sfondo: un territorio saharawi rubato che continua a pagarne il conto, e una monarchia marocchina che trasforma i migranti in moneta di scambio diplomatico.
E qui conviene aggiungere un altro strato di ipocrisia, perché a Meloni non basta mentire su Ceuta: si lascia pure umiliare in pubblico dal proprio padrone senza che le tremi il polso. Quest’estate abbiamo visto Donald Trump accusarla, senza alcuna base, di aver “implorato” una foto con lui al vertice del G7, e settimane dopo deriderla con un meme modificato e la scritta che servirebbe un “ordine restrittivo”, insinuando che la presidente italiana fosse ossessionata dalla sua persona.
Meloni, questa volta sì, ha reagito e ha risposto che né lei né l’Italia “implorano mai”. Ma nessuno si illuda: quell’indignazione puntuale, quel teatrino di dignità ferita, non altera di un millimetro la subordinazione di fondo.
L’Italia resta allineata con Washington nella NATO, resta in silenzio davanti ai crimini di Netanyahu a Gaza, continua a funzionare come pedina docile dello scacchiere atlantista. Fa l'offesa quando Trump la ridicolizza per vanità personale, ma non rompe mai le file quando si tratta di sostenere la politica reale di Stati Uniti e Israele in Medio Oriente o nel Nord Africa.
È il ruolo del servo, del lacchè: può protestare per come lo trattano nell’anticamera del padrone, ma non smette mai di chinare la testa quando tocca obbedire.
E non è un male esclusivamente italiano. Anche qui, nello Stato spagnolo, abbiamo la nostra squadra di servi, lacchè e venduti alla patria: Alberto Núñez Feijóo, Santiago Abascal, Isabel Díaz Ayuso, tutta l’ultradestra spagnola ed europea che ha deciso che quel ruolo di sottomissione verso Washington e Tel Aviv è quello che le spetta per vocazione di classe.
Si riempiono la bocca di “sovranità nazionale” e “orgoglio patrio” quando parlano di migranti poveri a Ceuta o alle Canarie, ma chinano la testa senza fiatare davanti a qualsiasi ordine arrivi da Washington o da Gerusalemme. È la stessa ipocrisia di Meloni, solo che senza nemmeno il teatrino dell’indignazione: qui non si preoccupano nemmeno di fingere che li umili.
Quindi no, compagni, questo non riguarda “chi gestisce meglio” una frontiera. Riguarda quali interessi di classe e di Stato si nascondono dietro il discorso xenofobo di Meloni, di Abascal e di tutta quella cricca che ha bisogno di un nemico povero e razzializzato per coprire la propria incapacità di risolvere i problemi reali della classe lavoratrice europea.
Il muro che denunciano lo ha abbattuto l’Occidente in Libia nel 2011 a colpi di bombe, e lo negozia ogni giorno in Marocco col silenzio complice. L’ipocrisia non è un eccesso retorico: è l’essenza stessa del loro progetto politico.
Fino alla vittoria, sempre!
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