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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/08/2026

Il muro di cui anche Meloni ha bisogno

Compagni, bisogna dirlo senza mezze misure: Giorgia Meloni, la presidente neofascista d’Italia, e tutta la caterva dell’ultradestra spagnola che applaude ogni sua uscita, hanno trovato in Ceuta il loro nuovo giocattolo propagandistico.

Ci fanno la predica sul “caos migratorio” spagnolo, sulla presunta incapacità del governo Sánchez di “controllare le proprie frontiere”, mentre tacciono, opportunamente, ciò che accade in casa propria. È il vecchio trucco di sempre: indicare la trave nell’occhio altrui perché nessuno noti la propria.

Veniamo ai dati, perché questa gente si disarma solo con i fatti. Nel 2025 la Spagna ha registrato 36.775 ingressi irregolari, un calo del 42,6% rispetto ai 64.019 del 2024, la maggior parte via mare verso le Canarie. L’Italia, nello stesso periodo, secondo Frontex ne ha sommati circa 66.000 via mare, quasi il doppio della Spagna.

Dov’è dunque il “controllo” che Meloni rivendica e il presunto “caos” che denuncia in Spagna? L’Italia continua a essere, anno dopo anno, una delle principali porte d’ingresso della migrazione irregolare verso l’Unione Europea attraverso il Mediterraneo centrale.

Lampedusa vive esattamente gli stessi meccanismi che Meloni critica a Ceuta: soccorsi in mare, forze di polizia schierate, centri di accoglienza al collasso, respingimenti quando il quadro legale lo consente. La differenza non sta nei fatti, sta in chi li racconta e con quale microfono.

Se Meloni sostiene che la Spagna gestisce male l’immigrazione irregolare a Ceuta, abbia almeno la decenza di spiegare perché l’Italia continua a essere una delle principali porte d’ingresso dall’Africa e perché a Lampedusa si applicano gli stessi meccanismi di accoglienza e assistenza che lei addita quando li esegue un altro governo.

La differenza tra Roma e Madrid non sta nell’esistenza o meno di arrivi irregolari, ma nel discorso politico e nella crudeltà di certe misure: gli accordi con la Tunisia per subappaltare la repressione, le persecuzioni contro le ONG di soccorso marittimo, il tentativo di esternalizzare l’asilo in Albania.

Lì sì che c’è una differenza, compagni, ma non è quella che lei presume: è la differenza tra gestire una tragedia umana con una certa decenza istituzionale e trasformarla in un business di carceri galleggianti.

E qui bisogna essere rigorosi, perché il rigore è ciò che ci distingue dal pamphlettismo della destra: se l’obiettivo dichiarato dell’inasprimento migratorio di Meloni era frenare in modo decisivo l’immigrazione irregolare, sono gli stessi dati a smentire quella pretesa.

L’Italia continua a essere meta di decine di migliaia di arrivi ogni anno nonostante i patti con la Tunisia e il resto dell’arsenale repressivo. Questo non dimostra, di per sé, che quelle politiche siano “un fallimento assoluto” – bisognerebbe isolare altri fattori, come i conflitti nel Sahel o le variazioni delle rotte – ma permette comunque di affermare, coi piedi per terra, che presentare il pugno duro come soluzione definitiva è, quantomeno, una semplificazione di comodo.

E questa semplificazione diventa ancora più ingiusta quando viene usata per attaccare la Spagna, che oltretutto affronta una realtà geografica ben diversa: una frontiera terrestre condivisa col Marocco a Ceuta e Melilla e la vicinanza delle Canarie alla costa occidentale africana, fattori che l’Italia, senza frontiera terrestre col continente, non deve gestire allo stesso modo.

Ma non fermiamoci alla superficie. La memoria storica è un’arma di classe, e tocca ricordare qualcosa che l’ultradestra europea preferirebbe farci dimenticare: nel 2011 una coalizione guidata dalla NATO bombardò la Libia in nome della Risoluzione 1973 dell’ONU, e Muammar Gheddafi finì assassinato dalle forze ribelli nell’ottobre di quello stesso anno, con l’intervento occidentale come fattore decisivo nel crollo del suo regime.

Gheddafi, prima di cadere, lo aveva avvertito con una chiarezza che oggi risulta scomoda: disse che la NATO stava abbattendo il muro che frenava la migrazione africana verso l’Europa, e che se la Libia fosse caduta, migliaia di persone avrebbero attraversato il Mediterraneo senza che nessuno potesse fermarle.

Ciò che venne dopo gli diede, nella sostanza, ragione: il vuoto di potere e la frammentazione istituzionale trasformarono la Libia nella principale piattaforma di partenza verso l’Italia, rafforzando le reti di tratta e traffico di esseri umani che oggi Meloni dice di combattere.

L’Occidente ha abbattuto il muro e ora i suoi eredi politici piangono per la corrente che hanno lasciato passare. Senza esagerare, però: non fu l’unica causa, pesano anche la povertà, i conflitti del Sahel e le mafie, ma la responsabilità politica di chi bombardò Tripoli in nome della “protezione dei civili” non si può cancellare con la memoria selettiva.

E a Ceuta il parallelismo è ancora più sfacciato, perché anche lì il “muro” lo ha messo l’Occidente, e lo ha tolto quando gli conveniva. Il Marocco, partner prediletto di Washington e di Tel Aviv nel Nord Africa, ha sempre usato la frontiera di Ceuta come arma di pressione politica, aprendo o chiudendo il rubinetto migratorio secondo i propri interessi diplomatici del momento.

E qui Pedro Sánchez porterà la propria vergogna storica: il tradimento del popolo saharawi nel riconoscere la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale fu il prezzo pagato per comprare la tranquillità di frontiera con Rabat, esattamente lo stesso calcolo cinico che portò Washington a riconoscere quella sovranità nel 2020 in cambio della normalizzazione tra Marocco e Israele.

Il triangolo Washington-Tel Aviv-Rabat non è una mia ipotesi: è un fatto documentato fin dalla Marcia Verde del 1975, quando gli Stati Uniti avallarono l’occupazione marocchina del Sahara come pedina del proprio scacchiere geopolitico regionale.

Ciò che oggi si combatte alla frontiera di Ceuta non si può comprendere senza questo sfondo: un territorio saharawi rubato che continua a pagarne il conto, e una monarchia marocchina che trasforma i migranti in moneta di scambio diplomatico.

E qui conviene aggiungere un altro strato di ipocrisia, perché a Meloni non basta mentire su Ceuta: si lascia pure umiliare in pubblico dal proprio padrone senza che le tremi il polso. Quest’estate abbiamo visto Donald Trump accusarla, senza alcuna base, di aver “implorato” una foto con lui al vertice del G7, e settimane dopo deriderla con un meme modificato e la scritta che servirebbe un “ordine restrittivo”, insinuando che la presidente italiana fosse ossessionata dalla sua persona.

Meloni, questa volta sì, ha reagito e ha risposto che né lei né l’Italia “implorano mai”. Ma nessuno si illuda: quell’indignazione puntuale, quel teatrino di dignità ferita, non altera di un millimetro la subordinazione di fondo.

L’Italia resta allineata con Washington nella NATO, resta in silenzio davanti ai crimini di Netanyahu a Gaza, continua a funzionare come pedina docile dello scacchiere atlantista. Fa l'offesa quando Trump la ridicolizza per vanità personale, ma non rompe mai le file quando si tratta di sostenere la politica reale di Stati Uniti e Israele in Medio Oriente o nel Nord Africa.

È il ruolo del servo, del lacchè: può protestare per come lo trattano nell’anticamera del padrone, ma non smette mai di chinare la testa quando tocca obbedire.

E non è un male esclusivamente italiano. Anche qui, nello Stato spagnolo, abbiamo la nostra squadra di servi, lacchè e venduti alla patria: Alberto Núñez Feijóo, Santiago Abascal, Isabel Díaz Ayuso, tutta l’ultradestra spagnola ed europea che ha deciso che quel ruolo di sottomissione verso Washington e Tel Aviv è quello che le spetta per vocazione di classe.

Si riempiono la bocca di “sovranità nazionale” e “orgoglio patrio” quando parlano di migranti poveri a Ceuta o alle Canarie, ma chinano la testa senza fiatare davanti a qualsiasi ordine arrivi da Washington o da Gerusalemme. È la stessa ipocrisia di Meloni, solo che senza nemmeno il teatrino dell’indignazione: qui non si preoccupano nemmeno di fingere che li umili.

Quindi no, compagni, questo non riguarda “chi gestisce meglio” una frontiera. Riguarda quali interessi di classe e di Stato si nascondono dietro il discorso xenofobo di Meloni, di Abascal e di tutta quella cricca che ha bisogno di un nemico povero e razzializzato per coprire la propria incapacità di risolvere i problemi reali della classe lavoratrice europea.

Il muro che denunciano lo ha abbattuto l’Occidente in Libia nel 2011 a colpi di bombe, e lo negozia ogni giorno in Marocco col silenzio complice. L’ipocrisia non è un eccesso retorico: è l’essenza stessa del loro progetto politico.

Fino alla vittoria, sempre!

Fonte

06/08/2025

«L’Italia sostenga la riconciliazione del popolo libico»

di Maurizio Vezzosi

Ibrahim Moussa è stato il portavoce di Muammar Gheddafi durante la guerra condotta dalla Nato in Libia nel 2011. Attualmente è Segretario Esecutivo dell’African Legacy Foundation, un’organizzazione non governativa con sede a Johannesburg, in Sudafrica.

Quali sono, secondo lei, le ragioni che hanno portato all’attacco francese e statunitense alla Libia nel 2011 e all’uccisione di Muammar Gheddafi?

«Mi permetta di dirlo senza filtri diplomatici. L’attacco alla Libia del 2011 non aveva come scopo la protezione dei civili. È stato un attacco imperialista calcolato, guidato da Francia, Stati Uniti e Nato, per eliminare Muammar Gheddafi e annientare la sua visione per la liberazione africana. Nel 2011, Gheddafi si era posto alla guida di un progetto di trasformazione panafricana. Un progetto che stava gettando le basi per:
- Una moneta unica africana ancorata all’oro, oltre alla fine della nostra dipendenza dal dollaro statunitense e dal franco Cfa.
- Una Banca centrale africana, con sede ad Abuja (Nigeria), pensata per spezzare le catene del Fmi.
- Un’alleanza militare a livello continentale per difendere l’Africa dalle aggressioni straniere.
- Il controllo unito dell’Africa sulle nostre materie prime: petrolio, uranio, diamanti e altro ancora. La cosa più pericolosa per l’Occidente.

Questo progetto terrorizzò l’élite occidentale. La Francia temeva di perdere il controllo sull’Africa francofona. Gli Stati Uniti erano determinati a impedire all’Africa di sollevarsi dalla propria condizione. Così, fomentarono una ribellione, armarono milizie criminali, usarono Al Jazeera e la CNN per demonizzare lo stato libico e lanciarono una guerra lampo della Nato sotto la falsa insegna dell’intervento umanitario. Ciò che volevano veramente era uccidere il sogno di Gheddafi, e lo hanno fatto con le bugie, i mercenari e le bombe».

Alcuni osservatori sottolineano come Gheddafi abbia represso brutalmente gli oppositori interni. Un esempio su tutti, il massacro dei prigionieri nel carcere di Abu Salim nel 1996.

«Questa è una delle menzogne più ripetute usate per demonizzare la Jamahiriya libica (la Libia popolare fondata da Gheddafi, ndr). Cerchiamo di essere chiari: il cosiddetto “massacro” di Abu Salim non è mai stato verificato in modo indipendente, nessuna prova credibile è mai stata prodotta in tribunale, ed è stato strumentalizzato da gruppi di opposizione finanziati dall’estero per giustificare la guerra della Nato. Nel 1996, la Libia affrontò una vera e propria guerra contro gruppi armati legati ad Al-Qaeda, molti anni prima dell’11 settembre. Questi gruppi attaccarono la polizia, bombardarono siti civili e ricevettero supporto diretto dall’estero. Abu Salim ospitava alcuni dei terroristi più pericolosi dell’epoca. Scoppiò una rivolta armata nelle carceri, con presa di ostaggi e coordinamento esterno. Lo Stato rispose. Ma si trattò di un “massacro” o di un’operazione antiterrorismo in uno Stato sovrano sotto attacco? Anche Human Rights Watch ha ammesso negli anni successivi che le cifre erano esagerate. I media occidentali hanno utilizzato numeri non verificati e li hanno trasformati in uno strumento di propaganda».

Come risponde a chi sostiene che la Jamahiriya, anziché essere un modello democratico, era un regime autoritario?

«L’affermazione che la Libia non fosse democratica proviene da una prospettiva occidentale che non riesce a comprendere la democrazia diretta del sistema della Jamahiriya. Avevamo Congressi del Popolo, Comitati Popolari, strutture di controllo rivoluzionario e meccanismi per il contributo diretto dei cittadini ad ogni livello. Gheddafi cedette formalmente il potere nel 1977. Quale altro leader al mondo ha volontariamente rimosso il suo nome dalla Costituzione e ha dato il potere al popolo? La Libia era perfetta? No. Ma abbiamo costruito un sistema al di fuori del liberalismo occidentale, fondato su una gestione partecipativa, dignità e indipendenza. Questo è ciò che non potevano accettare».

Altri analisti sostengono che l’attuale divisione del Paese sia dovuta anche a vecchie fratture tribali e clientelari create sotto Gheddafi. Cosa risponde a questa obiezione?

«Ciò non è solo falso, ma profondamente ipocrita. Sotto Muammar Gheddafi, la Libia era più unita che in qualsiasi altro momento della sua storia moderna. Le gerarchie tribali vennero abolite, ridistribuita la ricchezza derivante dal petrolio a tutti i cittadini, costruite infrastrutture in tutto il Paese, comprese regioni storicamente emarginate come il Fezzan, e creta un’identità pan-nazionale radicata nella sovranità, nell’arabismo e nell’unità africana. Sì, la Libia ha le sue tribù. Ma anche la Francia. Anche l’Italia. Il problema è come integrarle nella vita nazionale. Sotto la Jamahiriya, le tribù erano rispettate come unità sociali, ma non era mai loro permesso di dominare la politica nazionale. C’era una sola Bandiera verde, un’unica identità libica. Ciò che ha creato le divisioni che vediamo oggi non è il tribalismo, ma la distruzione dello Stato da parte della Nato e l’introduzione di signori della guerra sostenuti dall’estero che hanno sfruttato le faglie tribali, religiose ed etniche per ottenere il potere. L’Occidente ha frantumato l’autorità centrale e poi ha dato la colpa ai singoli pezzi. Sia chiaro: non è stato il tribalismo a distruggere la Libia. Sono state le bombe occidentali».

Il crollo della Libia ha creato problemi molto significativi per l’Europa mediterranea ed in particolare per l’Italia, soprattutto di natura migratoria. Come dovrebbe essere affrontato il problema?

«Voglio essere diretto: l’Europa sta raccogliendo quello che ha seminato. Prima del 2011, la Libia sotto Gheddafi era un pilastro della stabilità regionale. Abbiamo lavorato con i nostri vicini per gestire le migrazioni con dignità e giustizia, non con i campi di detenzione, ma investendo nello sviluppo africano. Gheddafi ha utilizzato la ricchezza petrolifera della Libia per creare posti di lavoro in tutta l’Africa e ridurre i fattori che spingono le persone a fuggire. L’Italia aveva un solido accordo con noi, basato sul rispetto reciproco. Ma la Nato ha scelto la guerra invece della pace. Ha smantellato lo Stato libico, e ora bande criminali e agenti stranieri controllano la costa. I confini europei sono collassati nel momento in cui l’Europa ha distrutto la Libia di Gheddafi. Quindi, come si può risolvere la crisi migratoria? Non con i muri o Frontex, ma ripristinando la sovranità libica, ricostruendo le nostre istituzioni e tornando ad un partenariato paritario con l’Africa, non un partenariato di bombe e sfruttamento».

A quasi 14 anni da quegli eventi, la Libia continua a essere instabile. Quali sono le condizioni per una reale riconciliazione nazionale? A questo proposito, il 20 giugno scorso si è svolto a Berlino un nuovo vertice tra i paesi maggiormente coinvolti: vi sono, a suo avviso, risultati tangibili?

«Questi vertici, Berlino, Parigi, Palermo, falliscono tutti per una semplice ragione: escludono il popolo libico. L’Occidente invita signori della guerra, funzionari corrotti e le loro milizie fantoccio, ignorando i milioni di persone che ancora sostengono la visione della Jamahiriya e vogliono sovranità, unità, dignità. Non si può costruire la pace invitando i clienti delle ambasciate straniere ed escludendo i figli e le figlie della vera resistenza. Una riconciliazione efficace deve iniziare con:
- La fine di tutte le interferenze straniere, in particolare alla presenza militare turca e occidentale.
- Lo smantellamento delle milizie ed il ripristino delle istituzioni nazionali, non da governi paralleli.
- L’invito, rivolto a tutti i libici, inclusi i sostenitori di Gheddafi, ossia la maggioranza della popolazione, ad un onesto dialogo nazionale. La cosa più importante.

Non cerchiamo vendetta. Cerchiamo giustizia e dignità. In mancanza di queste, non ci sarà pace».

Cosa può dire delle proteste che da mesi stanno interessando la Tripolitania?

«Le proteste a Tripoli e nella Libia occidentale sono il grido che viene dal cuore di un popolo distrutto. Per oltre un decennio il popolo libico ha sofferto in relazione al governo delle milizie, i blackout elettrici, la scarsità d’acqua, la corruzione e la totale perdita di sovranità. Quelle che avvengono non sono solo proteste economiche: sono proteste politiche. La gente sta dicendo “Basta!” ai governi sostenuti dall’estero che vivono negli alberghi mentre i libici vivono nell’oscurità. Stanno rifiutando la falsa democrazia imposta dagli accordi ONU e chiedendo il ritorno di una leadership nazionale al servizio della Libia, non dei capitali stranieri. Quello a cui stiamo assistendo è l’inizio di un risveglio. Le stesse persone che un tempo credevano alle bugie del 2011 ora si stanno rendendo conto di ciò che hanno perso e di chi glielo ha rubato».

A gennaio, il caso di Njeem Osama Al-Masri in Italia ha scatenato uno scandalo politico.

«Il caso di Njeem Osama Al-Masri ha messo a nudo i doppi standard dell’Europa. Un uomo presumibilmente coinvolto nelle attività di gruppi armati e forse in crimini di guerra durante il crollo della Libia è diventato una pedina tra il governo italiano e quello libico (di Tripoli)? Questa non è giustizia, è convenienza politica».

Il 7 luglio scorso, il ministro dell’Interno italiano Matteo Piantedosi è stato respinto a Bengasi. Cosa ne pensa?

«L’espulsione della delegazione italiana da Bengasi non è una sorpresa, ma la naturale conseguenza di anni di tradimenti. Nel 2011, l’Italia è stata tra i Paesi della Nato che hanno bombardato la Libia, ne hanno distrutto la sovranità e l’hanno gettata nel caos. Ora, oltre un decennio dopo, i funzionari italiani tornano non per pentirsi o manifestare solidarietà, ma con la stessa mentalità coloniale, cercando di controllare i flussi migratori e di esercitare influenza sul territorio libico. Condivido fermamente il rifiuto da parte libica di qualsiasi interferenza straniera, soprattutto nei confronti di coloro che hanno contribuito a smantellare la nostra nazione. Nessun funzionario europeo ha il diritto morale di camminare liberamente in Libia senza prima riconoscere e riparare l’immenso danno causato dai propri governi. La dignità della Libia non può essere ripristinata finché gli artefici della sua distruzione continuano a trattarla come una scacchiera per i loro giochi geopolitici. Non si tratta di Libia orientale o occidentale, si tratta di sovranità, memoria e giustizia. Noi ricordiamo. E chiediamo una Libia guidata dai libici, per i libici, senza l’ombra della Nato che aleggia sul nostro futuro. Se l’Italia vuole davvero la stabilità e la pace in Libia, dovrebbe smettere di giocare con i criminali di guerra quando ciò fa comodo ai suoi interessi, sanzionando e demonizzando coloro che vogliono la sovranità e l’unità in Libia. Questa ipocrisia ha tenuto la Libia intrappolata nei giochi stranieri per troppo tempo».

La Libia è oggi un’area di forte competizione geopolitica. Che ruolo gioca l’Italia?

«L’Italia ha avuto un’opportunità storica di svolgere un ruolo costruttivo in Libia. Nel periodo di Silvio Berlusconi avevamo firmato il Trattato di Amicizia, basato sul riconoscimento dei crimini coloniali, sulla cooperazione economica e sulla reciproca non aggressione. Quello è stato un raro momento di saggezza. Ma oggi l’Italia è diventata un partner minore nello schema coloniale della Nato. Sostiene una fazione piuttosto che un’altra, a seconda degli accordi sul gas e della pressione migratoria. Roma si è lasciata mettere da parte da Francia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti, attori in lotta per ottenere fette di influenza in Libia. Se l’Italia vuole avere un ruolo reale in Libia, deve smettere di seguire ciecamente Washington e Bruxelles e iniziare a sostenere una vera riconciliazione guidata dalla Libia stessa, che includa tutte le forze politiche, soprattutto quelle legate alla resistenza dell’era Gheddafi. Questa è l’unica via per una vera pace, un vero partenariato ed un ritorno allo storico legame dell’Italia con il popolo libico. Che la verità sia nota: la Libia non è caduta. E finché l’Occidente non smetterà di cercare di gestire il nostro destino, continueremo a resistere. Perché lo spirito di Gheddafi non è morto a Sirte, vive in ogni libico che sogna una Libia africana, indipendente e unita».

Se si svolgessero in questo momento, chi pensa che vincerebbe le elezioni?

«Credo in un processo elettorale equo e trasparente. Se le elezioni in Libia si svolgessero in questo momento, non ho dubbi sul fatto che Saif al-Islam Gheddafi vincerebbe. Il suo sostegno è radicato nella profonda ammirazione popolare per suo padre e per la sua eredità politica. Ma, cosa ancora più importante, Saif al-Islam rappresenta un progetto nazionale chiaro e alternativo, che dà priorità alla sovranità, alla giustizia sociale e alla riconciliazione interna del paese. Le altre figure politiche che dominano la scena oggi sono profondamente corrotte o servono gli interessi di potenze straniere. Non rappresentano le speranze o la volontà del popolo libico. I loro progetti sono fallimentari, privi sia di visione che di legittimità. Saif al-Islam si distingue, non solo per quello che è, ma per ciò che rappresenta: un futuro in cui la Libia si governi con orgoglio e giustizia».

Saif al-Islam è tuttora ricercato dalla Corte penale internazionale. Come può rappresentare un’alternativa credibile per l’unità della Libia?

«La Corte penale internazionale? Si riferisce alla Corte che non ha mai incriminato George Bush per l’Iraq, che non ha mai ritenuto Barack Obama o Nicolas Sarkozy responsabili della distruzione della Libia, che ha ignorato le torture, le fosse comuni e i mercati degli schiavi creati dopo il 2011? La Cpi è uno strumento politico dell’Occidente, utilizzato selettivamente per punire chi si oppone all’imperialismo. La sua credibilità in Africa è a pezzi. Quanto a Saif al-Islam Gheddafi, non ha bisogno della convalida dell’Aja. Ha qualcosa di più potente: il sostegno del popolo libico. Nonostante 13 anni di demonizzazione mediatica, esilio e tentato assassinio, Saif al-Islam rimane un simbolo di riconciliazione nazionale un ponte tra la resistenza verde e coloro che sono rimasti delusi dal caos della Libia post-Nato. Non ha mai imbracciato le armi per vendetta, non ha mai invocato spargimenti di sangue e continua a invocare unità, amnistia e una Libia sovrana a guida civile. Nessun altro possiede questa combinazione di visione, legittimità popolare, profondità storica e chiarezza politica. La vera domanda non è perché Saif sia ancora ricercato dalla Cpi, la vera domanda è perché coloro che hanno distrutto la Libia se ne vadano liberi a Parigi, Londra e Washington. Sarà la storia a rispondere a questa domanda».

Fonte

06/02/2025

30 anni di bugie sul Medio Oriente

La “Guerra al Terrorismo” è stata costruita su una serie di inganni per convincere l’opinione pubblica occidentale che i propri governanti stavano schiacciando l’estremismo islamista. In realtà, lo stavano alimentando.

La storia: ci avete creduto trent’anni fa quando vi hanno detto che gli Accordi di Oslo avrebbero portato la pace in Medio Oriente? Che Israele si sarebbe finalmente ritirato dai Territori Palestinesi che aveva Occupato illegalmente per decenni, avrebbe posto fine alla sua brutale repressione del popolo palestinese e avrebbe permesso la creazione di uno Stato Palestinese? Che la piaga più duratura per il mondo arabo e musulmano sarebbe stata finalmente risolta?

La realtà: di fatto invece, durante il periodo di Oslo, Israele ha rubato ulteriore terra palestinese e ha ampliato la costruzione di insediamenti ebraici illegali al ritmo più veloce di sempre. Israele è diventato ancora più repressivo, costruendo muri e recinzioni di prigionia attorno a Gaza e alla Cisgiordania, continuando a occupare entrambe in modo aggressivo. Ehud Barak, Primo Ministro israeliano dell’epoca, “ha fatto saltare”, nelle parole di uno dei suoi principali consiglieri, i negoziati sostenuti dagli Stati Uniti a Camp David nel 2000.

Settimane dopo, con i Territori Palestinesi Occupati in fermento, il capo dell’opposizione Ariel Sharon, accompagnato da 1.000 soldati israeliani armati, ha invaso la Moschea di al-Aqsa nella Gerusalemme Occupata, uno dei luoghi più sacri per i musulmani al mondo. È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, innescando una rivolta dei palestinesi che Israele avrebbe schiacciato con una forza militare devastante e quindi fatto pendere la bilancia del sostegno popolare dalla dirigenza laica di Fatah al Gruppo di Resistenza islamica Hamas.

Più avanti, il trattamento sempre più violento di Israele nei confronti dei palestinesi e la sua graduale presa di controllo di al-Aqsa, sostenuta dall’Occidente, non hanno fatto altro che radicalizzare ulteriormente il gruppo jihadista Al-Qaeda, fornendo la giustificazione pubblica per l’attacco alle Torri Gemelle di New York nel 2001.

La storia: ci avete creduto nel 2001, dopo l’attacco dell’11 settembre, quando vi hanno detto che l’unico modo per impedire ai Talebani di ospitare Al-Qaeda in Afghanistan sarebbe stato che gli Stati Uniti e il Regno Unito invadessero e “stanassero” i Talebani dalle loro caverne? E che nel frattempo l’Occidente avrebbe salvato le ragazze e le donne afghane dall’oppressione?

La realtà: non appena sono cadute le prime bombe statunitensi, i Talebani hanno espresso la loro disponibilità a cedere il potere al burattino statunitense Hamid Karzai, a rimanere fuori dalla politica afghana e a consegnare Osama bin Laden, il capo di Al-Qaeda, a un terzo Paese concordato.

Gli Stati Uniti hanno comunque avviato l'invasione, occupando l’Afghanistan per vent’anni, uccidendo almeno 240.000 afghani, la maggior parte dei quali civili, e spendendo circa 2 trilioni di dollari (1.918 miliardi di euro) per sostenere la loro detestata Occupazione. I Talebani sono diventati più forti che mai e nel 2021 hanno costretto l’esercito americano ad andarsene.

La storia: ci avete creduto nel 2003 quando vi dissero che in Iraq c’erano armi di distruzione di massa che avrebbero potuto distruggere l’Europa in pochi minuti? Che il Presidente iracheno, Saddam Hussein, era il nuovo Hitler e che si era alleato con Al-Qaeda per distruggere le Torri Gemelle? E che per queste ragioni gli Stati Uniti e il Regno Unito non avevano altra scelta che invadere preventivamente l’Iraq, anche se le Nazioni Unite si erano rifiutate di autorizzare l’attacco?

La realtà: per anni, l’Iraq era stato sottoposto a severe sanzioni in seguito alla sconsiderata decisione di Saddam Hussein di invadere il Kuwait e sconvolgere l’ordine regionale nel Golfo progettato per mantenere il flusso di petrolio verso l’Occidente. Gli Stati Uniti hanno risposto con la loro stessa dimostrazione di forza militare, decimando l’esercito iracheno. La politica degli anni ’90 era stata di contenimento, incluso un regime di sanzioni che si stima avesse ucciso almeno mezzo milione di bambini iracheni, un costo in vite umane che l’allora ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU Madeline Albright giustificò con un “ne valeva la pena”.

Saddam Hussein dovette anche sottoporsi a un programma di ispezioni continue delle armi da parte di esperti dell’ONU. Gli ispettori avevano concluso con un alto grado di certezza che non c’erano armi di distruzione di massa utilizzabili in Iraq.

Il rapporto secondo cui Saddam Hussein avrebbe potuto sparare sull’Europa, colpendola in 30 minuti, era una bugia, come alla fine emerse, inventata dai servizi segreti del Regno Unito. E l’affermazione che Saddam avesse legami con Al-Qaeda non solo era priva di prove, ma era palesemente insensata. Il Regime altamente laico, seppur brutale, di Saddam era profondamente contrario e temeva il fanatismo religioso di Al-Qaeda.

L’Invasione e l’Occupazione da parte di Stati Uniti e Regno Unito, e la feroce guerra civile ideologica che ha scatenato tra musulmani Sunniti e Sciiti, avrebbero ucciso, secondo le migliori stime, più di 1 milione di iracheni e sfollati altri 4 milioni. L’Iraq è diventato un terreno di reclutamento per l’estremismo islamico e ha portato alla formazione di un nuovo, molto più estremista, concorrente sunnita di Al-Qaeda chiamato Stato Islamico. Ha anche rafforzato il potere della maggioranza sciita in Iraq, che ha preso il potere dai Sunniti e ha forgiato un’alleanza più stretta con l’Iran.

La storia: ci avete creduto nel 2011 quando vi hanno detto che l’Occidente stava sostenendo la Primavera Araba per portare la democrazia in Medio Oriente e che l’Egitto, il più grande Stato arabo, era la prima linea del cambiamento nel rimuovere il suo Presidente autoritario Hosni Mubarak?

La realtà: Mubarak era stato sostenuto dall’Occidente come tiranno dell’Egitto per tre decenni e riceveva miliardi di “aiuti esteri” ogni anno da Washington, di fatto una tangente per abbandonare i palestinesi e mantenere la pace con Israele secondo i termini dell’Accordo di Camp David del 1979. Ma gli Stati Uniti hanno voltato le spalle a malincuore a Mubarak dopo aver valutato che non avrebbe potuto resistere alle crescenti proteste che stavano travolgendo il Paese da parte delle forze rivoluzionarie liberate dalla Primavera Araba, un insieme di liberali laici e gruppi islamici guidati dalla Fratellanza Musulmana. Con l’esercito che si è trattenuto, i manifestanti sono emersi vittoriosi. La Fratellanza ha vinto le elezioni per guidare il nuovo governo democratico.

Dietro le quinte, tuttavia, il Pentagono stava rafforzando i legami con i resti del vecchio Regime di Mubarak e con un nuovo aspirante alla corona, il generale Abdel Fattah al-Sisi. Rassicurato che non vi fosse alcun pericolo di rappresaglie da parte degli Stati Uniti, al-Sisi alla fine organizzò un colpo di stato per riportare l’Egitto alla dittatura militare nel 2013. Israele fece pressioni per assicurarsi che la dittatura militare di al-Sisi continuasse a ricevere i suoi miliardi di aiuti annuali dagli Stati Uniti.

Al potere, al-Sisi ha ripristinato gli stessi poteri repressivi di Mubarak, ha schiacciato spietatamente la Fratellanza e si è unito a Israele nel soffocare Gaza con un blocco per isolare Hamas, la versione palestinese della Fratellanza. Così facendo, ha dato un’ulteriore spinta all’estremismo islamista, con lo Stato Islamico che ha stabilito una presenza nel Sinai. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno ulteriormente confermato che il loro impegno per la Primavera Araba e i movimenti democratici in Medio Oriente era inesistente.

La storia: ci avete creduto quando, sempre nel 2011, vi dissero che il dittatore libico Muammar Gheddafi rappresentava una terribile minaccia per la sua stessa popolazione e aveva persino dato ai suoi soldati il ​​Viagra per commettere stupri di massa? Che l’unico modo per proteggere i libici comuni era che la NATO, guidata da Stati Uniti, Regno Unito e Francia, bombardasse il Paese e aiutasse direttamente i gruppi di opposizione a rovesciare Gheddafi?

La realtà: le accuse contro Gheddafi, come contro Saddam Hussein, erano prive di prove, come concluse un’indagine parlamentare britannica cinque anni dopo, nel 2016. Ma l’Occidente aveva bisogno di un pretesto per rimuovere il Presidente libico, che era visto come una minaccia per gli interessi geopolitici occidentali.

Una pubblicazione da parte di WikiLeaks di cablogrammi diplomatici statunitensi ha esposto l’allarme di Washington per gli sforzi di Gheddafi di creare gli Stati Uniti d’Africa per controllare le risorse del continente e sviluppare una politica estera indipendente.

La Libia, con le maggiori riserve di petrolio dell’Africa, aveva creato un pericoloso precedente, offrendo a Russia e Cina nuovi contratti di esplorazione petrolifera e rinegoziando i contratti esistenti con le compagnie petrolifere occidentali a condizioni meno favorevoli. Gheddafi stava anche coltivando legami militari ed economici più stretti con Russia e Cina.

Il bombardamento della Libia da parte della NATO non aveva mai avuto lo scopo di proteggere la sua popolazione. Il Paese fu immediatamente abbandonato dopo il rovesciamento di Gheddafi e divenne uno ‘stato fallito’ di signori della guerra e mercanti di schiavi. Parti della Libia divennero una roccaforte dello Stato Islamico. Le armi occidentali fornite ai “ribelli” finirono per rafforzare lo Stato Islamico e alimentare i bagni di sangue in Siria e Iraq.

La storia: ci avete creduto quando, di nuovo dal 2011 in poi, vi hanno detto che le forze democratiche erano schierate per rovesciare il dittatore siriano Bashar al-Assad e che il Paese era sull’orlo di una rivoluzione in stile Primavera Araba che avrebbe liberato il suo popolo?

La realtà: non c’è dubbio che il governo di Assad, unito alla siccità e alle perdite dei raccolti causati dal cambiamento climatico, abbia portato a crescenti disordini in alcune parti della Siria nel 2011. Ed era anche vero che, come altri regimi arabi laici basati sul governo di una fazione minoritaria, il governo di Assad dipendeva da un autoritarismo brutale per mantenere il suo potere su altre fazioni più grandi.

Ma non è per questo che la Siria è finita per sprofondare in una sanguinosa guerra civile durata 13 anni che ha coinvolto attori dall’Iran e dalla Russia a Israele, Turchia, al-Qaeda e ISIS. Ciò è stato in gran parte dovuto al fatto che Washington e Israele hanno perseguito ancora una volta i loro interessi geostrategici.

Il vero problema per Washington non era l’autoritarismo di Assad (i più forti alleati degli Stati Uniti nella regione erano tutti autoritari), ma altri due fattori critici.

Innanzitutto, Assad apparteneva alla minoranza Alawita, una fazione dell’Islam Sciita che aveva una faida teologica e di casta lunga secoli con un Islam Sunnita dominante nella regione. Anche l’Iran era Sciita. La maggioranza Sciita dell’Iraq era salita al potere dopo che Washington aveva sradicato il regime Sunnita di Saddam Hussein nel 2003. E infine, la milizia libanese Hezbollah era Sciita. Insieme, questi costituivano quello che Washington descriveva sempre più come un “Asse del Male”.

Secondo, la Siria condivideva un lungo confine con Israele e, cosa fondamentale, era il principale corridoio geografico che collegava l’Iran e l’Iraq alle forze di guerriglia di Hezbollah a Nord di Israele, in Libano. Per decenni, l’Iran ha introdotto di nascosto decine di migliaia di razzi e missili sempre più potenti nel Libano meridionale, vicino al confine settentrionale di Israele.

Quell’arsenale ha servito per la maggior parte del tempo come scudo difensivo, il principale deterrente che ha impedito a Israele di invadere e occupare il Libano, come aveva fatto per molti anni fino a quando i combattenti di Hezbollah lo hanno costretto a ritirarsi nel 2000. Ma è servito anche a dissuadere Israele dall’invadere la Siria e attaccare l’Iran.

Pochi giorni dopo l’11 settembre, un alto generale statunitense, Wesley Clark, ha ricevuto un documento da un funzionario del Pentagono che esponeva la risposta degli Stati Uniti al crollo delle Torri Gemelle. Gli Stati Uniti avrebbero “abbattuto” sette Paesi in cinque anni. In particolare, la maggior parte degli obiettivi erano le roccaforti sciite del Medio Oriente: Iraq, Siria, Libano e Iran. (I colpevoli dell’11 settembre, notiamolo, erano sunniti, per lo più provenienti dall’Arabia Saudita.)

L’Iran e i suoi alleati avevano resistito alle mosse di Washington, sostenute sempre più apertamente dagli stati sunniti, in particolare quelli del Golfo ricco di petrolio, per imporre Israele come egemone regionale e consentirgli di cancellare senza opposizione i palestinesi come popolo.

Israele e Washington, potremmo notare, stanno attivamente cercando di raggiungere questi stessi obiettivi proprio in questo momento. E la Siria è sempre stata di fondamentale importanza per realizzare il loro piano. Ecco perché, come parte dell’Operazione Timber Sycamore (Operazione Platano), gli Stati Uniti hanno segretamente investito enormi somme di denaro nell’addestramento dei loro ex nemici di al-Qaeda per creare una milizia anti-Assad che ha attirato combattenti Jihadisti Sunniti da tutta la regione, così come armi da Stati falliti come la Libia. Il Piano era sostenuto finanziariamente dagli Stati del Golfo, con assistenza militare e d’informazione da Turchia, Israele e Regno Unito.

Alla fine del 2024, i principali alleati di Assad erano in difficoltà: la Russia era bloccata da una guerra per procura guidata dalla NATO in Ucraina, mentre Teheran era sempre più sulla difensiva a causa degli attacchi israeliani in Libano, Siria e Iran stesso. Fu in questo momento che Hay’at Tahrir al-Sham (HTS), un ramo dell’organizzazione terroristica al-Qaeda, prese Damasco a una velocità fulminea, costringendo Assad a fuggire a Mosca.

Se credete a tutte queste storie, e ancora credete che l’Occidente stia facendo del suo meglio per reprimere l’estremismo islamico e un presunto imperialismo russo in Ucraina, allora presumibilmente credete anche che Israele abbia raso al suolo Gaza, distrutto tutti i suoi ospedali e affamato l’intera popolazione di 2,3 milioni di abitanti semplicemente per “eliminare Hamas”, anche se Hamas non è stato eliminato.

Presumibilmente credete che la Corte Internazionale di Giustizia abbia sbagliato quasi un anno fa a sentenziare che Israele ha commesso un Genocidio a Gaza.

Presumibilmente credete che persino i più cauti esperti israeliani dell’Olocausto abbiano sbagliato a maggio a concludere che Israele era indiscutibilmente entrato in una fase di Genocidio quando ha distrutto la “Zona Sicura” di Rafah, dove aveva radunato la maggior parte della popolazione di Gaza.

E presumibilmente credete che tutti i principali gruppi per i diritti umani abbiano sbagliato a concludere alla fine dell’anno scorso, dopo una lunga ricerca per proteggersi dalle diffamazioni di Israele e dei suoi sostenitori, che la devastazione di Gaza da parte di Israele ha tutti i tratti distintivi di un Genocidio.

Senza dubbio crederete anche che il Piano di lunga data di Washington per il “Dominio Globale ad ampio spettro” sia benevolo e che Israele e gli Stati Uniti non abbiano Iran e Cina nel mirino.

Se è così, continueremo a credere a qualsiasi cosa ci diranno, anche mentre stiamo cadendo giù dal precipizio, certi che questa volta andrà tutto diversamente.

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10/01/2025

Libia - Gli Usa provano a colpire gli interessi russi

I leader dei principali gruppi etnici presenti nel Fezzan, regione meridionale della Libia, hanno espresso verso Khalifa Haftar, “l’uomo forte” alla guida della Cirenaica, il proprio malcontento per l’emarginazione politica e la forte repressione contro la popolazione locale da parte delle forze di sicurezza.

A riferirlo è un lancio di Agenzia Nova, dove si fa riferimento a una “dichiarazione senza precedenti” in cui si denunciano “l’emarginazione dei cittadini del sud e le nomine di figure esterne alla regione in posizioni amministrative di rilievo”.

Nel Fezzan chiesto l’intervento delle Nazioni Unite

Da quanto si apprende, i leader hanno chiesto alle “Nazioni Unite di intervenire e di includere i rappresentanti del Fezzan nei processi di dialogo politico, sollecitando una visita nella regione per ascoltare direttamente le loro richieste”. Siamo trattati “come stranieri nel nostro Paese”, hanno affermato nella dichiarazione congiunta.

La notizia non è di poco conto se inserita nel contesto dello scontro tra l’Occidente collettivo e il variegato mondo della “giungla”, secondo la famigerata espressione di Josep Borrell, dove diversi focolai di guerra emergono a macchia d’olio in tutti gli angoli del mondo.

Quel che rimane della Libia oggi

Nella disgregazione della Libia successiva all’assassinio di Muammar Gheddafi nel 2011, due guerre civili e molteplici ingerenze esterne hanno portato a una sorta di tripartizione del territorio.

Oggi, a ovest in Tripolitania vige un Governo di unità nazionale fantoccio sostenuto dalla Turchia; a est in Cirenaica guida la regione l’Esercito nazionale libico di Haftar col sostegno della Federazione russa; a sud nei deserti del Fezzan diversi gruppi etnici, principalmente Tuareg e Tebu, cercano invano un riconoscimento nel dialogo politico con i vicini del nord, mai veramente decollato.

L’importanza delle regione meridionale

Il Fezzan ospita circa il 10% della popolazione libica, la tribù di etnia berbera arabizzata dei Qaddafa, da dove veniva Muammar Gheddafi, e soprattutto il più grande giacimento di petrolio del Paese (gli altri sono in Cirenaica).

La regione è anche situata in posizione strategica per il controllo dell’immigrazione dal Sahel verso l’Europa, come insegnano i criminali lager voluti da Minniti ai tempi del governo Renzi e confermati da tutti quelli successivi.

Il controllo dei giacimenti petroliferi è il principale motivo di scontro tra le varie etnie presenti nella regione meridionale, che sfruttano la diplomazia dell’oro nero per i propri interessi politici.

Il ruolo delle tribù nel meridione

Nella prima guerra civile libica, il rivolgimento di queste tribù contro Gheddafi fu uno dei motivi principali – senza voler “sminuire” i bombardamenti Nato ovviamente – della destabilizzazione del Paese.

Tali gruppi etnici hanno continuato a più riprese il conflitto tra loro, senza mai riuscire a unificare le forze contro il “nemico comune” delle regioni settentrionali. Ma proprio questo sembra essere avvenuto con le dichiarazioni riportate da Nova, con obiettivo la Cirenaica.

Le mosse degli Stati Uniti nella regione

Il 26 novembre, il viceministro della Difesa russo Junus-bek Evkurov era stato accolto con gli onori militari a Bengasi da Haftar. Ma il giorno prima, l’inviato speciale statunitense Richard Norland e l’incaricato d’affari dell’ambasciata Usa in Libia Jeremy Brent sono stati segnalati a Sebha, nel Fezzan, per la prima visita nella regione “dopo tre tentativi falliti attribuiti a pressioni russe”, riportava sempre Nova a fine novembre.

Quello che sembra un faticoso ritorno statunitense nella dinamica libica, dopo aver perso ogni legittimità a seguito dell’assassinio di Gheddafi, accende più d’un campanello d’allarme soprattutto alla luce del colpo inflitto alla Russia in Siria.

La Russia e il Mediterraneo dopo il golpe siriano


L’accesso al Mediterraneo per la Russia è da sempre un obiettivo strategico, messo in discussione nella base di Tartus dal golpe siriano, motivo per cui la Libia è individuata come una possibile alternativa per il ridislocamento degli interessi russi nel bacino, nonché in proiezione africana.

Pertanto, la possibile unione delle tribù del meridione contro l’alleato russo nella regione, annessa alla richiesta di intervento dell’Onu, non è una buona notizia per il Cremlino. Né lo sarebbe per l’Unione Europea, se solo ci fosse qualche testa pensante alla guida delle cancellerie continentali, mediterranee in primis.

Il caos libico pronto a riesplodere?

Altre due notizie vanno ad aggiungersi nel mosaico che compone il caos libico.

La prima, il 4 novembre il viceministro della Difesa Abdul Salam Al-Zoubi ha avvertito il governo di Tripoli che Haftar è pronto a violare il cessate il fuoco nel Fezzan.

La seconda, il 6 gennaio ci sono state mobilitazioni in diverse città libiche, tra cui la capitale Tripoli, Misurata, Zawiya, Bani Walid, Sabrata, Zintan e Msallata, contro i possibili tentativi di avviare la normalizzazione delle relazioni con Israele, in programma dal 2023.

Se la Libia rientrasse nella cronaca della “guerra mondiale a pezzi”, per come sembra profilarsi, non sarebbe certo una buona notizia.

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31/08/2023

Libia - La “furbata” con Israele colpo di grazia per il governo di Tripoli?

Le manifestazioni di protesta in Libia per l’incontro segreto avvenuto la scorsa settimana a Roma tra i ministri degli Esteri di Libia e Israele, sono arrivate fino all’assalto alla residenza dell’attuale premier Dabaiba e potrebbero avere pesanti conseguenze sulla stabilità del Governo di unità nazionale della Libia “riconosciuto” dalla comunità internazionale.

La ministra degli Esteri libica è fuggita a Londra, dopo aver lasciato il Paese a bordo di un jet privato.

Le proteste anti-governative e anti-israeliane si sono svolte sia nella capitale Tripoli che in altre città libiche come Zawiya e Misurata, sede di potenti milizie che non solo rifiutano ogni normalizzazione con Israele, ma adesso chiedono anche le dimissioni del premier “ad interim”, Abdulhamid Dabaiba.

Fonti libiche indicano che l’incontro informale tra Mangoush e Cohen era stato autorizzato dal capo dell’esecutivo, che ieri si è affrettato a visitare l’ambasciata palestinese a Tripoli, annunciando la rimozione di Mangoush dall’incarico e ribadendo un secco “no” a ogni tentativo di instaurare relazioni con Israele, ma potrebbe essere una mossa tardiva.

La Camera dei rappresentanti libica – da tempo in rotta con il premier Dabaiba – ha raccomandato che il Comitato 6+6 per redigere le “regole” per andare alle auspicate elezioni (forse nel 2024) non permetta a chi abbia avuto contatti con Israele di candidarsi alle elezioni.

Pochi giorni fa, il governo libico di Tripoli riconosciuto dalle Nazioni Unite aveva subito un duro colpo dagli Stati Uniti, che per la prima volta avevano sostenuto l’idea di insediare un nuovo governo tecnico per traghettare il Paese alle elezioni, scaricando di fatto Dabaiba.

Intanto a est della Libia l’Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar ha rafforzato i rapporti con Mosca grazie alla visita a Bengasi del viceministro russo Yunus-Bek Yevkurov.

Sul campo la Brigata Tariq bin Ziyad di Saddam Haftar, figlio dell’uomo forte della Cirenaica, ha lanciato un’operazione militare di terra e aerea contro i gruppi dell’opposizione ciadiana e le milizie delle tribù Tebu nel Fezzan, la regione meridionale libica ricca di petrolio e miniere d’oro al confine con Ciad e Niger.

È la conferma che la Libia rimane un paese instabile, teatro di scontri e divisioni tra coalizioni politiche e militari rivali, di fatto senza un governo eletto ma solo “riconosciuto” e legittimato dall’estero ma inconsistente all’interno del paese.

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20/08/2023

Un eroe della rivoluzione anticoloniale: Muammar Gheddafi

Con la morte sul campo di un eroico combattente contro l’imperialismo e il colonialismo, quale fu Muammar Gheddafi, si compì l’ultimo atto della sporca guerra scatenata nel 2011 dalla Nato contro la Libia.

Esponendo in modo osceno le immagini orrende del corpo martoriato di questo combattente, la stampa imperialista riuscì persino a superare il primato sadico delle foto scattate nel 1967 al cadavere di Ernesto Che Guevara.

Questa totale mancanza di ‘pietas’ nei confronti di un nemico dell’imperialismo occidentale dà un’idea particolarmente plastica sia della barbarie dei tagliagole ingaggiati dalla Nato per ammazzare Gheddafi, sia del fine, ad un tempo monitorio e terroristico verso ogni paese intenzionato a scrollarsi di dosso il giogo dell’imperialismo, che la Nato volle attribuire all’azione militare che essa esercitava nel vicino paese nord-africano (mentre si vedrà nelle prossime settimane se nel Niger la Nato imboccherà la stessa strada sanguinosa che seguì nei confronti della Libia di Gheddafi).

In effetti, fedele sino all’ultimo all’impegno militante che aveva contrassegnato tutta la sua vita, Muammar Gheddafi affrontò le estreme conseguenze della grande sfida sull’uso della violenza, che egli aveva lanciato alle potenze imperialiste fin da quando nel 1969, con un colpo di stato militare, rovesciò la monarchia del re Idris e dette inizio alla decolonizzazione della Libia e alla costruzione di un regime popolare e socialista: la Jamahiria.

A potenze che avevano la pretesa di essere le uniche a decidere quanta violenza sia lecita nelle relazioni internazionali Gheddafi lanciò così il guanto della sfida e fu uno dei dirigenti politici del Terzo Mondo che non si trincerarono dietro nessun paravento e utilizzarono la violenza o, comunque, la forza in tutta una serie di azioni: garantire la sovranità libica sulle acque territoriali e partecipare alla politica mondiale sostenendo e finanziando movimenti di liberazione e rivolte antimperialistiche e anticolonialistiche, dall’Ira alla resistenza palestinese, ivi comprese le uccisioni mirate degli oppositori (usando in funzione della propria politica antimperialista la stessa arma strategica che Israele e gli Usa usano in funzione della loro politica imperialista).

La politica internazionale di Gheddafi fu infatti quella di mettere la Libia al centro della periferia nella lotta contro il centro imperialista. Inoltre, la sua posizione strategica al centro del Mediterraneo e le sue risorse naturali ne avevano fatto un paese molto poco trattabile rispetto agli altri paesi usciti dalla decolonizzazione.

A ciò si aggiunga che la Libia non entrò mai in alcun blocco, ad esempio in quello sovietico, e ciò la privò di qualsiasi copertura internazionale, come era apparso chiaro nel 1986 e come apparve chiaro nel 2011.

Questa scelta di non allineamento era stata, peraltro, teorizzata da Gheddafi nel “Libro verde” o “Terza teoria universale”, in cui la Jamahiria libica, un intreccio tra dittatura carismatica e democrazia diretta di tipo rousseaoiano, rappresenta l’alternativa sia al capitalismo liberale sia al socialismo di stampo sovietico.

I veri anticolonialisti non possono pertanto dimenticare l’esempio di coerenza, di coraggio e di determinazione che fornì questo anziano statista ed esponente della lotta antimperialista, abbandonato al massacro dalla viltà, quando non dalla complicità, di quanti avrebbero dovuto difenderlo, a cominciare dalla sinistra europea.

Questo spiega l’apparente paradosso per cui è spettato all’esponente di un governo di destra, l’attuale ministro degli esteri Antonio Tajani, riconoscere che “è stato un errore gravissimo aver ammazzato Gheddafi”, giacché “finito lui è arrivata l’instabilità”.

Ma forse questo era proprio l’obiettivo che si prefiggevano di realizzare, costringendo il governo Berlusconi alle dimissioni, azzerando il trattato di cooperazione che questo governo aveva stipulato con Gheddafi e instaurando, sotto l’occhiuta regia del presidente Giorgio Napolitano, la dittatura commissaria del governo Monti, le maggiori potenze imperialistiche – Stati Uniti d’America, Francia e Regno Unito – che decisero l’intervento militare contro la Libia e vi coinvolsero contro i suoi stessi interessi il nostro paese, in quell’anno nefasto della storia italiana, europea e mondiale.

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