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05/02/2026

Libia - L’ombra neocoloniale sull’omicidio di Saif Gheddafi

Saif al-Islam Gheddafi, figlio dell’ex leader della Libia Muammar Gheddafi (a sua volta deposto e ucciso nel 2011) è stato ucciso martedì da un commando all’interno della sua casa a Zintan, una città a circa 200 chilometri a sud-ovest della capitale Tripoli.

Mercoledì mattina, la Procura di Tripoli ha annunciato l’apertura di un’indagine sulla morte di Saif al-Islam Gheddafi, confermando che è stato ucciso a colpi di arma da fuoco nella sua casa nella città di Zintan.

Da quanto risulta dalle prime indagini quattro uomini armati e a volto coperto hanno fatto irruzione nell’abitazione di Saif Gheddafi, disattivando prima il sistema di videosorveglianza. Ci sarebbe stato uno scontro a fuoco tra il commando e lo stesso Saif, conclusosi con la morte di quest’ultimo.

Secondo il network saudita al Arabiya l’omicidio sarebbe avvenuto nel quadro degli scontri armati tra milizie locali e milizie fedeli all’ex regime di Gheddafi proseguiti per diverse ore nel pomeriggio, nella zona desertica di al-Hamada e nei pressi di Zintan.

Saif Gheddafi era uno dei più popolari leader politici della Libia e ambiva a presentarsi alle elezioni, una tappa che fino ad oggi è stata sistematicamente rinviata dal cosiddetto governo libico di Tripoli “riconosciuto dalla comunità internazionale”.

Contro di lui era stata emessa anche un condanna della Corte Penale Internazionale successivamente all’aggressione della Nato nel 2011 e alla violenta deposizione e uccisione del padre, Muhammar Gheddafi. Arrestato, era stato rilasciato nel 2017 grazie ad una amnistia.

Considerato a lungo come il successore del padre, nel 2021 Saif Gheddafi aveva annunciato la propria candidatura alla presidenza della Libia, ma le elezioni furono poi rinviate sine die.

Dalla morte del padre era considerato il leader della resistenza nazionale della Jamāhīriyya libica nel Consiglio nazionale di transizione (Cnt). Con l’acutizzazione della guerra civile in Libia Saif al-Islam Gheddafi ha acquisito sempre più importanza come riferimento della resistenza ad oltranza contro le milizie del Consiglio nazionale di transizione e contro la Nato.

L’analista libico Essam al-Zubair, sentito da Al Jazeera, ritiene che ad essere maggiormente colpite dalla morte di Saif al-Islam siano le correnti che si sono schierate con lui dopo aver abbandonato il sostegno al gen. Kalifa Haftar, mentre chi sostiene il generale ne trarrà beneficio.

Questo perché “i sostenitori di Gheddafi saranno costretti a schierarsi automaticamente con Haftar o dovranno affrontare una crisi interna che potrebbe portare alla disgregazione delle loro fila”. Sottolinea inoltre che la sua assenza eliminerebbe un elemento competitivo influente dalla mappa del conflitto politico, dando agli altri partiti un margine di manovra più ampio.

Secondo al-Zubair, l’emergere di Saif al-Islam come forte concorrente nel sud e l’estensione della sua presenza in aree dell’ovest e della Cirenaica, hanno approfondito lo stato di ostilità tra lui e Haftar, ed hanno spinto a tentativi di ostacolare la sua strada politica, incluso l’aver impedito ad alcuni suoi consiglieri di raggiungere la corte della Sabha durante il periodo della sua candidatura alle elezioni.

Anche un altro analista libico, Hazem al-Raisi, rileva che Khalifa Haftar potrebbe essere il “maggior beneficiario” della rimozione di Gheddafi dalla scena politica, ma non esclude un mandante internazionale per l’omicidio del leader libico.

È notizia di qualche giorno fa che Macron ha dato carta bianca ai suoi apparati di sicurezza per “ridimensionare” i leader africani che si sono sganciati dal controllo coloniale francese. Le responsabilità della Francia nel rovesciamento di Muhammar Gheddafi e la destabilizzazione della Libia sono note.

Colpisce anche il cinismo del quotidiano francese Le Monde che scrive: “L’ipotesi di un ritorno sulla scena del figlio del dittatore Muhammar Gheddafi ora è stata rimossa”. Quasi un timbro di approvazione... 

Raisi segnala poi un incontro a Parigi sulla situazione libica proprio in coincidenza con l’uccisione di Saif Gheddafi, con la partecipazione dello statunitense Massaad Boulos, consigliere speciale di Trump per la regione.

In Libia, due governi continuano a contendersi il potere: quello di unità nazionale (Gnu) con sede a Tripoli, guidato da Abdul Hamid Dbaibah e riconosciuto dalle Nazioni Unite, e quello di Bengasi (est), guidato dal maresciallo Khalifa Haftar, che ha esteso la sua autorità al sud del paese.

Fonte

06/08/2025

«L’Italia sostenga la riconciliazione del popolo libico»

di Maurizio Vezzosi

Ibrahim Moussa è stato il portavoce di Muammar Gheddafi durante la guerra condotta dalla Nato in Libia nel 2011. Attualmente è Segretario Esecutivo dell’African Legacy Foundation, un’organizzazione non governativa con sede a Johannesburg, in Sudafrica.

Quali sono, secondo lei, le ragioni che hanno portato all’attacco francese e statunitense alla Libia nel 2011 e all’uccisione di Muammar Gheddafi?

«Mi permetta di dirlo senza filtri diplomatici. L’attacco alla Libia del 2011 non aveva come scopo la protezione dei civili. È stato un attacco imperialista calcolato, guidato da Francia, Stati Uniti e Nato, per eliminare Muammar Gheddafi e annientare la sua visione per la liberazione africana. Nel 2011, Gheddafi si era posto alla guida di un progetto di trasformazione panafricana. Un progetto che stava gettando le basi per:
- Una moneta unica africana ancorata all’oro, oltre alla fine della nostra dipendenza dal dollaro statunitense e dal franco Cfa.
- Una Banca centrale africana, con sede ad Abuja (Nigeria), pensata per spezzare le catene del Fmi.
- Un’alleanza militare a livello continentale per difendere l’Africa dalle aggressioni straniere.
- Il controllo unito dell’Africa sulle nostre materie prime: petrolio, uranio, diamanti e altro ancora. La cosa più pericolosa per l’Occidente.

Questo progetto terrorizzò l’élite occidentale. La Francia temeva di perdere il controllo sull’Africa francofona. Gli Stati Uniti erano determinati a impedire all’Africa di sollevarsi dalla propria condizione. Così, fomentarono una ribellione, armarono milizie criminali, usarono Al Jazeera e la CNN per demonizzare lo stato libico e lanciarono una guerra lampo della Nato sotto la falsa insegna dell’intervento umanitario. Ciò che volevano veramente era uccidere il sogno di Gheddafi, e lo hanno fatto con le bugie, i mercenari e le bombe».

Alcuni osservatori sottolineano come Gheddafi abbia represso brutalmente gli oppositori interni. Un esempio su tutti, il massacro dei prigionieri nel carcere di Abu Salim nel 1996.

«Questa è una delle menzogne più ripetute usate per demonizzare la Jamahiriya libica (la Libia popolare fondata da Gheddafi, ndr). Cerchiamo di essere chiari: il cosiddetto “massacro” di Abu Salim non è mai stato verificato in modo indipendente, nessuna prova credibile è mai stata prodotta in tribunale, ed è stato strumentalizzato da gruppi di opposizione finanziati dall’estero per giustificare la guerra della Nato. Nel 1996, la Libia affrontò una vera e propria guerra contro gruppi armati legati ad Al-Qaeda, molti anni prima dell’11 settembre. Questi gruppi attaccarono la polizia, bombardarono siti civili e ricevettero supporto diretto dall’estero. Abu Salim ospitava alcuni dei terroristi più pericolosi dell’epoca. Scoppiò una rivolta armata nelle carceri, con presa di ostaggi e coordinamento esterno. Lo Stato rispose. Ma si trattò di un “massacro” o di un’operazione antiterrorismo in uno Stato sovrano sotto attacco? Anche Human Rights Watch ha ammesso negli anni successivi che le cifre erano esagerate. I media occidentali hanno utilizzato numeri non verificati e li hanno trasformati in uno strumento di propaganda».

Come risponde a chi sostiene che la Jamahiriya, anziché essere un modello democratico, era un regime autoritario?

«L’affermazione che la Libia non fosse democratica proviene da una prospettiva occidentale che non riesce a comprendere la democrazia diretta del sistema della Jamahiriya. Avevamo Congressi del Popolo, Comitati Popolari, strutture di controllo rivoluzionario e meccanismi per il contributo diretto dei cittadini ad ogni livello. Gheddafi cedette formalmente il potere nel 1977. Quale altro leader al mondo ha volontariamente rimosso il suo nome dalla Costituzione e ha dato il potere al popolo? La Libia era perfetta? No. Ma abbiamo costruito un sistema al di fuori del liberalismo occidentale, fondato su una gestione partecipativa, dignità e indipendenza. Questo è ciò che non potevano accettare».

Altri analisti sostengono che l’attuale divisione del Paese sia dovuta anche a vecchie fratture tribali e clientelari create sotto Gheddafi. Cosa risponde a questa obiezione?

«Ciò non è solo falso, ma profondamente ipocrita. Sotto Muammar Gheddafi, la Libia era più unita che in qualsiasi altro momento della sua storia moderna. Le gerarchie tribali vennero abolite, ridistribuita la ricchezza derivante dal petrolio a tutti i cittadini, costruite infrastrutture in tutto il Paese, comprese regioni storicamente emarginate come il Fezzan, e creta un’identità pan-nazionale radicata nella sovranità, nell’arabismo e nell’unità africana. Sì, la Libia ha le sue tribù. Ma anche la Francia. Anche l’Italia. Il problema è come integrarle nella vita nazionale. Sotto la Jamahiriya, le tribù erano rispettate come unità sociali, ma non era mai loro permesso di dominare la politica nazionale. C’era una sola Bandiera verde, un’unica identità libica. Ciò che ha creato le divisioni che vediamo oggi non è il tribalismo, ma la distruzione dello Stato da parte della Nato e l’introduzione di signori della guerra sostenuti dall’estero che hanno sfruttato le faglie tribali, religiose ed etniche per ottenere il potere. L’Occidente ha frantumato l’autorità centrale e poi ha dato la colpa ai singoli pezzi. Sia chiaro: non è stato il tribalismo a distruggere la Libia. Sono state le bombe occidentali».

Il crollo della Libia ha creato problemi molto significativi per l’Europa mediterranea ed in particolare per l’Italia, soprattutto di natura migratoria. Come dovrebbe essere affrontato il problema?

«Voglio essere diretto: l’Europa sta raccogliendo quello che ha seminato. Prima del 2011, la Libia sotto Gheddafi era un pilastro della stabilità regionale. Abbiamo lavorato con i nostri vicini per gestire le migrazioni con dignità e giustizia, non con i campi di detenzione, ma investendo nello sviluppo africano. Gheddafi ha utilizzato la ricchezza petrolifera della Libia per creare posti di lavoro in tutta l’Africa e ridurre i fattori che spingono le persone a fuggire. L’Italia aveva un solido accordo con noi, basato sul rispetto reciproco. Ma la Nato ha scelto la guerra invece della pace. Ha smantellato lo Stato libico, e ora bande criminali e agenti stranieri controllano la costa. I confini europei sono collassati nel momento in cui l’Europa ha distrutto la Libia di Gheddafi. Quindi, come si può risolvere la crisi migratoria? Non con i muri o Frontex, ma ripristinando la sovranità libica, ricostruendo le nostre istituzioni e tornando ad un partenariato paritario con l’Africa, non un partenariato di bombe e sfruttamento».

A quasi 14 anni da quegli eventi, la Libia continua a essere instabile. Quali sono le condizioni per una reale riconciliazione nazionale? A questo proposito, il 20 giugno scorso si è svolto a Berlino un nuovo vertice tra i paesi maggiormente coinvolti: vi sono, a suo avviso, risultati tangibili?

«Questi vertici, Berlino, Parigi, Palermo, falliscono tutti per una semplice ragione: escludono il popolo libico. L’Occidente invita signori della guerra, funzionari corrotti e le loro milizie fantoccio, ignorando i milioni di persone che ancora sostengono la visione della Jamahiriya e vogliono sovranità, unità, dignità. Non si può costruire la pace invitando i clienti delle ambasciate straniere ed escludendo i figli e le figlie della vera resistenza. Una riconciliazione efficace deve iniziare con:
- La fine di tutte le interferenze straniere, in particolare alla presenza militare turca e occidentale.
- Lo smantellamento delle milizie ed il ripristino delle istituzioni nazionali, non da governi paralleli.
- L’invito, rivolto a tutti i libici, inclusi i sostenitori di Gheddafi, ossia la maggioranza della popolazione, ad un onesto dialogo nazionale. La cosa più importante.

Non cerchiamo vendetta. Cerchiamo giustizia e dignità. In mancanza di queste, non ci sarà pace».

Cosa può dire delle proteste che da mesi stanno interessando la Tripolitania?

«Le proteste a Tripoli e nella Libia occidentale sono il grido che viene dal cuore di un popolo distrutto. Per oltre un decennio il popolo libico ha sofferto in relazione al governo delle milizie, i blackout elettrici, la scarsità d’acqua, la corruzione e la totale perdita di sovranità. Quelle che avvengono non sono solo proteste economiche: sono proteste politiche. La gente sta dicendo “Basta!” ai governi sostenuti dall’estero che vivono negli alberghi mentre i libici vivono nell’oscurità. Stanno rifiutando la falsa democrazia imposta dagli accordi ONU e chiedendo il ritorno di una leadership nazionale al servizio della Libia, non dei capitali stranieri. Quello a cui stiamo assistendo è l’inizio di un risveglio. Le stesse persone che un tempo credevano alle bugie del 2011 ora si stanno rendendo conto di ciò che hanno perso e di chi glielo ha rubato».

A gennaio, il caso di Njeem Osama Al-Masri in Italia ha scatenato uno scandalo politico.

«Il caso di Njeem Osama Al-Masri ha messo a nudo i doppi standard dell’Europa. Un uomo presumibilmente coinvolto nelle attività di gruppi armati e forse in crimini di guerra durante il crollo della Libia è diventato una pedina tra il governo italiano e quello libico (di Tripoli)? Questa non è giustizia, è convenienza politica».

Il 7 luglio scorso, il ministro dell’Interno italiano Matteo Piantedosi è stato respinto a Bengasi. Cosa ne pensa?

«L’espulsione della delegazione italiana da Bengasi non è una sorpresa, ma la naturale conseguenza di anni di tradimenti. Nel 2011, l’Italia è stata tra i Paesi della Nato che hanno bombardato la Libia, ne hanno distrutto la sovranità e l’hanno gettata nel caos. Ora, oltre un decennio dopo, i funzionari italiani tornano non per pentirsi o manifestare solidarietà, ma con la stessa mentalità coloniale, cercando di controllare i flussi migratori e di esercitare influenza sul territorio libico. Condivido fermamente il rifiuto da parte libica di qualsiasi interferenza straniera, soprattutto nei confronti di coloro che hanno contribuito a smantellare la nostra nazione. Nessun funzionario europeo ha il diritto morale di camminare liberamente in Libia senza prima riconoscere e riparare l’immenso danno causato dai propri governi. La dignità della Libia non può essere ripristinata finché gli artefici della sua distruzione continuano a trattarla come una scacchiera per i loro giochi geopolitici. Non si tratta di Libia orientale o occidentale, si tratta di sovranità, memoria e giustizia. Noi ricordiamo. E chiediamo una Libia guidata dai libici, per i libici, senza l’ombra della Nato che aleggia sul nostro futuro. Se l’Italia vuole davvero la stabilità e la pace in Libia, dovrebbe smettere di giocare con i criminali di guerra quando ciò fa comodo ai suoi interessi, sanzionando e demonizzando coloro che vogliono la sovranità e l’unità in Libia. Questa ipocrisia ha tenuto la Libia intrappolata nei giochi stranieri per troppo tempo».

La Libia è oggi un’area di forte competizione geopolitica. Che ruolo gioca l’Italia?

«L’Italia ha avuto un’opportunità storica di svolgere un ruolo costruttivo in Libia. Nel periodo di Silvio Berlusconi avevamo firmato il Trattato di Amicizia, basato sul riconoscimento dei crimini coloniali, sulla cooperazione economica e sulla reciproca non aggressione. Quello è stato un raro momento di saggezza. Ma oggi l’Italia è diventata un partner minore nello schema coloniale della Nato. Sostiene una fazione piuttosto che un’altra, a seconda degli accordi sul gas e della pressione migratoria. Roma si è lasciata mettere da parte da Francia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti, attori in lotta per ottenere fette di influenza in Libia. Se l’Italia vuole avere un ruolo reale in Libia, deve smettere di seguire ciecamente Washington e Bruxelles e iniziare a sostenere una vera riconciliazione guidata dalla Libia stessa, che includa tutte le forze politiche, soprattutto quelle legate alla resistenza dell’era Gheddafi. Questa è l’unica via per una vera pace, un vero partenariato ed un ritorno allo storico legame dell’Italia con il popolo libico. Che la verità sia nota: la Libia non è caduta. E finché l’Occidente non smetterà di cercare di gestire il nostro destino, continueremo a resistere. Perché lo spirito di Gheddafi non è morto a Sirte, vive in ogni libico che sogna una Libia africana, indipendente e unita».

Se si svolgessero in questo momento, chi pensa che vincerebbe le elezioni?

«Credo in un processo elettorale equo e trasparente. Se le elezioni in Libia si svolgessero in questo momento, non ho dubbi sul fatto che Saif al-Islam Gheddafi vincerebbe. Il suo sostegno è radicato nella profonda ammirazione popolare per suo padre e per la sua eredità politica. Ma, cosa ancora più importante, Saif al-Islam rappresenta un progetto nazionale chiaro e alternativo, che dà priorità alla sovranità, alla giustizia sociale e alla riconciliazione interna del paese. Le altre figure politiche che dominano la scena oggi sono profondamente corrotte o servono gli interessi di potenze straniere. Non rappresentano le speranze o la volontà del popolo libico. I loro progetti sono fallimentari, privi sia di visione che di legittimità. Saif al-Islam si distingue, non solo per quello che è, ma per ciò che rappresenta: un futuro in cui la Libia si governi con orgoglio e giustizia».

Saif al-Islam è tuttora ricercato dalla Corte penale internazionale. Come può rappresentare un’alternativa credibile per l’unità della Libia?

«La Corte penale internazionale? Si riferisce alla Corte che non ha mai incriminato George Bush per l’Iraq, che non ha mai ritenuto Barack Obama o Nicolas Sarkozy responsabili della distruzione della Libia, che ha ignorato le torture, le fosse comuni e i mercati degli schiavi creati dopo il 2011? La Cpi è uno strumento politico dell’Occidente, utilizzato selettivamente per punire chi si oppone all’imperialismo. La sua credibilità in Africa è a pezzi. Quanto a Saif al-Islam Gheddafi, non ha bisogno della convalida dell’Aja. Ha qualcosa di più potente: il sostegno del popolo libico. Nonostante 13 anni di demonizzazione mediatica, esilio e tentato assassinio, Saif al-Islam rimane un simbolo di riconciliazione nazionale un ponte tra la resistenza verde e coloro che sono rimasti delusi dal caos della Libia post-Nato. Non ha mai imbracciato le armi per vendetta, non ha mai invocato spargimenti di sangue e continua a invocare unità, amnistia e una Libia sovrana a guida civile. Nessun altro possiede questa combinazione di visione, legittimità popolare, profondità storica e chiarezza politica. La vera domanda non è perché Saif sia ancora ricercato dalla Cpi, la vera domanda è perché coloro che hanno distrutto la Libia se ne vadano liberi a Parigi, Londra e Washington. Sarà la storia a rispondere a questa domanda».

Fonte

02/09/2022

Libia - Il figlio di Gheddaffi possibile soluzione alla destabilizzazione permanente

Forse è ora che l’Europa, e l’Italia in particolare, presti sensatamente attenzione alla situazione in Libia.

Le continue e crescenti tensioni minacciano di rigettare il paese in una guerra civile dispiegata e avranno conseguenze per l’Europa, oltre alla comunità internazionale. Ma soprattutto per l’Italia, stante la posizione geografica e la storia che ci ha legato, una storia che rappresenta per l’Italia anche un debito storico, visti gli orrori, le atrocità e devastazioni compiute dal colonialismo prima e dal fascismo poi.

I problemi della Libia non sono solo locali. L’Italia e l’Europa, con la Libia condividono il Mar Mediterraneo: Alessandro Magno, i Greci, i Romani e anche i Normanni hanno tutti scambiato beni, cultura e archetipi con la Libia. Ma questa prossimità ha anche significato che i problemi lì, si riversano quasi sempre sulle coste europee.

Da febbraio, gli occhi del mondo sono ovviamente rivolti sugli avvenimenti in Ucraina. Ma mentre l’attenzione è sul fianco orientale europeo, i problemi che stanno deflagrando su quello meridionale in Libia sono molto trascurati o sottovalutati. Le crescenti tensioni politiche e le quotidiane esplosioni di violenza, stanno riportando il paese verso la guerra civile, con conseguenze a domino che investiranno sia gli equilibri dell’Africa del nord, impattando a catena sull’Italia e sull’Europa.

La crisi in Libia si inserisce nel quadro delle crisi mondiali, dove i poteri legati al mantenimento di un mondo multipolare stanno supportando logiche di innescamento e scatenamenti di crisi politiche e militari che possono portare il mondo verso catastrofi devastanti in cui nessuno sarà escluso.

Oggi, quella che fino al colpo di stato USA/Francia del 2011, con l’assassinio di Muammar Gheddafi e la distruzione della Jamahirija, era la nazione più ricca di petrolio dell’Africa, si trova in uno stato di totale annichilimento sociale e politico, e viene ormai indicato nelle sedi internazionali come uno stato fallito.

Una guerra civile che non è mai finita da quel 2011, e che ha composto uno scenario che vede un governo riconosciuto a livello internazionale dai paesi occidentali, con sede a Tripoli e la Cirenaica nell’est del paese, con il Governo di Tobruk, guidato dal generale Haftar sostenuto da Russia, Egitto, Algeria e altri paesi come EAU.

Due problemi basilari e strategici dovrebbero far riflettere gli italiani: da un lato il dato di fatto che la costa libica è il cuore del problema, il punto di partenza dei disperati che hanno l’obiettivo di raggiungere l’Europa, ma che hanno la sponda italiana come primo punto d’arrivo con ciò che ne consegue per l’Italia. Il secondo dato su cui riflettere, altrettanto basilare e strategico è quello delle conseguenze delle sanzioni UE alla Russia e poiché ora i paesi europei hanno necessità di fonti energetiche alternative, mentre cercano di svincolarsi dai combustibili russi, la Libia è la fonte di approvvigionamento alternativo più vicina.

L’UE è già logorata al suo interno nel tentativo di tenere ferma la posizione dell’unità sulle sanzioni russe e, di settimana in settimana la ricerca frenetica per trovare nuovi abbondanti rifornimenti di gas, fa emergere le divisioni e la prospettiva di una possibile revoca dell’embargo a Mosca.

Ma la perdurante instabilità della Libia, dietro cui non è esclusa la presenza della mano statunitense, rende le sue forniture in gran parte inaccessibili o non sufficienti, poiché la stragrande maggioranza delle sue riserve è sotto il controllo dell’Esercito Nazionale libico (LNA) di Khalifa Haftar.

Questi sono solo due dei tanti motivi per cui la Comunità internazionale e l’Italia in primis, dovrebbero cominciare a preoccuparsi seriamente per il caos in Libia e intraprendere politiche indipendenti dagli interessi di Washington, più legate all’interesse nazionale e a letture geopolitiche multipolariste.

Continui scontri armati e violenze tra le bande di miliziani rivali, proteste di strada della popolazione sfinita da violenze, soprusi, vessazioni, continui aumenti del costo della vita, lunghi tagli all’elettricità, aumento dei prezzi dei generi alimentari, l’assurdità in un paese che naviga nel petrolio è quella delle carenze e code per il carburante, caos e assenza statale, un paese fratturato in due parti, colloqui politici sistematicamente fallimentari e altro ancora.

Nel frattempo in tutti questi anni le varie milizie armate terroriste si sono spartite le città, dove operano come banditi e predoni senza nessun freno di alcuna autorità di Tripoli.

Questa è la realtà della Libia degli ultimi anni.

Dalla designazione di Fathi Bashagha a primo ministro a febbraio dalla Camera dei rappresentanti (HoR) con sede a Tobruk e dal fallimento dei colloqui sia al Cairo sia a Ginevra sugli accordi costituzionali per le elezioni, continua un sempre più insostenibile caos politico nel paese.

Nel frattempo c’è stato un costante peggioramento delle condizioni economiche e sociali, anche a causa della chiusura dei terminal petroliferi e delle strade principali e dalla sempre più probabile prospettiva di un nuovo scontro militare. Anche perché a metà luglio Bashagha ha annunciato che a breve entrerà nuovamente a Tripoli, roccaforte del governo riconosciuto dalla comunità internazionale occidentale, per insediarsi nella capitale.

Bashagha era arrivato a Tripoli nel maggio scorso, e quando ha tentato di assumere il suo incarico, si sono scatenati scontri tra le forze armate che lo sostenevano e le milizie fedeli ad Abdulhamid Dbeibah che era salito al potere nel 2020 a seguito di un cessate il fuoco che aveva posto fine alla battaglia durata un anno per conquistare Tripoli, da parte dell’Esercito Nazionale Libico (LNA).

Secondo l’analista arabo Harchaoui, la maggior parte dei gruppi armati più forti delle tribù di Sabratha, Zawiyah, Ajeelat, Jumail, Warshefana e Zintan sono anti-Dbeibah. Inoltre, anche la Brigata Nawassi all’interno di Tripoli è chiaramente anti-Dbeibah, e questo dà al governo di Tobruk forza per ritenere possibile la presa di Tripoli, ma certamente con pesanti spargimenti di sangue, dando per scontato che la parte di Dbeibah è determinata a reagire a qualsiasi ipotesi di perdere il potere e questo è facilmente immaginabile, provocherà una ennesima violenta collisione tra fazioni.

Bisogna tenere presente che diverse tribù della Libia nord-occidentale sono profondamente filo-Bashagha e anti-Dbeibah, oltreché “gheddafiane”. Anche altre regioni del paese sono pronte a ridiscendere in campo militarmente come a Sirte, Jufrah, Shwayref e parti del Fezzan, dove la coalizione armata guidata dal governo di Tobruk sta piano piano assumendo un carattere sempre più conflittuale e aggressivo.

Il governo di transizione aveva il mandato di tenere le elezioni lo scorso dicembre sotto l’egida ONU, ma poi le elezioni non si sono svolte a causa di divisioni interne e sabotaggi esterni. Dbeibah ha dichiarato che cederà il potere solo a un’autorità eletta, mentre Bashagha ribadisce che il suo governo è “illegittimo”.

I libici sono ormai frustrati da questa conflittualità permanente che dura ormai da 11 anni e secondo una stima di Al Arabiya, una delle più accreditate agenzie mediorientali, i sostenitori nostalgici di Gheddafi e della Jamhirya sarebbero tuttora il 50-70% dei libici.

Dall’altra parte la presenza massiccia della Turchia a Tripoli, ha creato un equilibrio militare che finora ha protetto il governo “tripolino” e impedito alle forze dell’ELN di dispiegare un offensiva finale e la presa della città, quindi della Libia, e qui decisiva sarà la capacità della diplomazia russa e di Lavrov, nel trovare all’interno dello scacchiere geopolitico e del confronto ormai a tutto campo tra Russia e Turchia, una forma per indurre la Turchia ad abbandonare la difesa di Tripoli e del governo di Dbeibah, evitando una nuova guerra. Ma molti esperti internazionali ritengono che il caos politico e nuove escalation militari siano il futuro del paese.

Saif al-Islam Gheddafi nello scenario presente e futuro della Libia

Questa situazione è la dimostrazione materiale che la strategia di riconciliazione nazionale, sotto l’egida internazionale, è solo una progettualità virtuale da cancellerie diplomatiche, ma che non ha alcun supporto nella realtà e nelle dinamiche sul campo. E probabilmente non è nei programmi reali di alcuna parte.

In questo scenario Saif al-Islam Gheddafi, ormai riconosciuto come uno degli attori politici principali, se non fondamentale per le prospettive del paese, ha rovesciato il dibattito politico interno, proponendo un’iniziativa che può essere paragonata a un scossa scompaginante che, comunque si sviluppi, avrà conseguenze politiche.

La proposta prevede il ritiro di tutte le controverse figure politiche che hanno causato la sospensione delle elezioni parlamentari e presidenziali, e lui sarà il primo a ritirarsi. L’obiettivo sarebbe di aprire la strada alle elezioni legislative, a una nuova Costituzione e a un successivo consenso sulla presidenza.

Con questa mossa Saif Gheddafi ha messo in un angolo tutte le forze politiche che controllano le sorti del Paese e del popolo libico, e soprattutto degli sponsor stranieri, guidate dal principale attore del fascicolo libico, il consigliere Onu Stephanie Williams, che ha lavorato per impedire le elezioni generali per un motivo arcinoto e proclamato: quello di impedire la partecipazione proprio di Saif al-Islam alle elezioni presidenziali, dopo che i sondaggi d’opinione gli avevano dato un netto vantaggio sul resto dei candidati e una popolarità nelle più grandi tribù libiche, senza rivali.

Saif al-Islam, nel processo di legittimazione della sua presenza politica nell’ultimo anno, ha ottenuto ciò che voleva e ora può manovrare ampiamente come personalità di primo piano in una scena politica che ha raggiunto il punto di decadenza economica e sociale forse massimo.

Dopo aver attraversato tutti gli stadi legali che gli hanno ridato lo status giuridico di cittadino libico senza precedenti giudiziari e penali a proprio carico, si è poi proposto come candidato alla presidenza del paese, nonostante tutti i tentativi fatti dai suoi oppositori, compresi attentati alla sua vita, per impedirgli questa battaglia. Ora il mandato del Tribunale internazionale cade, dopo che il candidato alla presidenza ha attraversato tutte le fasi dei tribunali nazionali libici.

Saif è stato molto abile nel scegliere la tempistica dell’iniziativa, questo è molto importante, in quanto si fonde con le proteste di piazza in tutte le città, che chiedono l’esclusione di ogni ceto politico di questi anni, elezioni libere ed eque e il ritiro di tutte le forze straniere dal Paese. L’iniziativa ha dato anche supporto e slancio, al movimento popolare di difesa degli immiseriti, dei disoccupati ed emarginati. Ora che le loro richieste e la loro rabbia hanno trovato un esponente politico ufficiale, possono trovare una prospettiva realistica e realizzabile.

A Sebha nel sud della Libia, regione che in questi 11 anni non è mai stata domata dalle milizie terroriste di Tripoli, il 1° agosto la popolazione ha impedito ad una delegazione del governo di Tripoli di sbarcare all’aeroporto locale.

Nella città di Ubari, l’1 agosto, dopo che un camion che trasportava benzina è esploso nel comune di Bint Baya, a sud della Libia, uccidendo otto persone e ferendone altre 70, manifestazioni di massa hanno condannato l’esplosione e scadito slogan che chiedevano a Saif al-Islam Gheddafi di assumere la guida del Paese.

Già le prime reazioni dopo l’iniziativa, indicano che il movimento intorno a Saif al-Islam è ormai diventato una forza importante che va oltre le variegate contese soggettivistiche o dei signori della guerra fondamentalisti. Oggi, la corrente di Saif Gheddafi è diventata un processo di unificazione del patriottismo libico, che trascende la polarizzazione rovinosa che ha distrutto il Paese e la dignità del suo popolo.

Il progetto sta ora procedendo al prossimo passo, costruire un ampio movimento nazionale con uno specifico programma politico, sociale ed economico, e il più ampio dialogo con tutte le componenti giovanili, politiche, civili e tribali che convergono attorno all’idea della salvezza e della dignità nazionali.

Saif al-Islam, con un tale peso politico, sociale e tribale, può oggi proporre un nuovo obiettivo nell’interessi di tutti, avviando un programma di riconciliazioni nazionali interne, su basi solide, sentite e riconosciute dal popolo libico. Unire il popolo libico e sollevarlo a battersi per un nuovo contratto sociale è la più grande protezione per fermare i tentativi di sabotare, procrastinare e interrompere le influenze esterne e i loro conflitti sul suolo libico.

Fonte

25/11/2021

Libia - Elezioni in salita

L’Alta commissione elettorale nazionale della Libia ha accolto le candidature di 73 persone sulle 98 presentate nella verifica preliminare dei candidati alle elezioni che si svolgeranno nel paese alla fine del prossimo 24 dicembre.

Ma sulle esclusioni dalle candidature si stanno verificando episodi destinati a mettere in fibrillazione un processo elettorale che solo le cancellerie occidentali possono immaginarsi come “normale”.

Infatti è stato escluso Saif al Islam Gheddafi, secondogenito del defunto leader libico, che diversi sondaggi indicavano con buone possibilità di vittoria. Successivamente il tribunale militare della città di Misurata in Libia è andato ben oltre, emettendo una condanna a morte per il comandante dell’Esercito nazionale libico, il generale Khalifa Haftar anche lui candidato alle elezioni.

La sentenza è stata emessa contro Haftar e altri sei ufficiali, in un caso relativo all’attentato all’Air Defense College della città, ordinando la loro espulsione dal servizio militare e la privazione dei loro diritti civili. Il tribunale ha incaricato il dipartimento di polizia militare di eseguire immediatamente la sentenza, in conformità con la legge di procedura penale militare.

Superfluo segnalare che la decisione della Corte marziale di Misurata appare fortemente politica ed è destinata a suscitare aspre polemiche nel Paese che si aggiungono alla bocciatura della candidatura di Saif al Islam Gheddafi.

Ma i motivi di tensione in Libia sembrano non essersi esauriti. L’agenzia Nova riferisce che la sede della Corte d’appello di Sebha, il capoluogo della regione autonoma libica del Fezzan, è stata oggetto oggi di “un attacco armato da parte di un gruppo fuorilegge”. L’attacco è stato confermato dal ministero della Giustizia del Governo di unità nazionale (Gun).

I membri del gruppo “hanno estratto le armi, minacciato, intimidito e cacciato coloro che si trovavano all’interno del tribunale, terrorizzando magistrati, dipendenti e cittadini”. La nota del dicastero non fa riferimento ad eventuali vittime o feriti nell’attacco ma si sottolinea la necessità di preservare la magistratura ovunque si trovi in Libia, soprattutto in un momento in cui si cerca di rendere il Paese sicuro e stabile. In precedenza, alcuni organi di stampa di Tripoli avevano riferito che uomini armati affiliati al generale Khalifa Haftar avevano fatto irruzione nella sede del tribunale di Sebha, nel sud della Libia, interrompendone i lavori. La nota del ministero non precisa l’affiliazione o l’origine del gruppo, definito soltanto “fuorilegge".

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08/09/2021

Libia - Liberato il figlio di Gheddafi, era in carcere da sette anni

Le autorità libiche hanno rilasciato Saadi Gheddafi, il terzo figlio del leader libico violentemente deposto nel 2011 dagli jihadisti e dai bombardamenti dei paesi Nato. Una fonte del ministero della Giustizia libico ha confermato lunedì ad “Agenzia Nova” che il terzo figlio del defunto colonnello Muhammar Gheddafi è stato scarcerato.

Il primo ministro del Governo di unità nazionale (Gun) della Libia, Abdulhamid Dabaiba, ha confermato la liberazione di Saadi Gheddafi, dopo la sua assoluzione da parte della Procura.

In un post sul suo account Twitter, il primo ministro libico ha attribuito questo rilascio “al raggiungimento della giustizia, della riconciliazione e delle forze dell’ordine”.

Abdulhamid Dabaiba ha dichiarato che: “Non possiamo andare avanti senza raggiungere la riconciliazione o costruite lo Stato senza ottenere giustizia, attuare la legge, rispettare il principio di separazione dei poteri e seguire procedure e sentenze giudiziarie. Su queste basi, oggi è stato rilasciato il cittadino Saadi Gheddafi, in attuazione del rilascio emesso nei suoi confronti dalla Procura”.

“Agenzia Nova” ha appreso che l’ex ministro dell’Interno del precedente Governo di accordo nazionale, Fathi Bashagha, aveva già chiesto il rilascio di Saadi Gheddafi in una corrispondenza datata 16 febbraio 2021, a seguito di un incontro avvenuto con la potente tribù Qadhadhfi a cui apparteneva il leader libico e i suoi figli.

Quell’incontro, spiegano fonti libiche, aveva sancito un accordo politico tra la tribù Gheddafi e le milizie della “città-Stato” di Misurata. Ora, l’esecutivo guidato da Dabaiba ha spiegato in una nota che la liberazione di Saadi Gheddafi è stata effettuata “in collaborazione con la Procura e l’Agenzia di deterrenza per combattere il terrorismo e la criminalità organizzata”.

Saadi Gheddafi è stato liberato dopo un verdetto di assoluzione emesso per carenza di prove. La fonte libica ha aggiunto che Saadi Gheddafi si trasferirà in Turchia, dove ha presentato domanda di asilo politico.

Il figlio del leader libico era stato arrestato con l’accusa di aver partecipato alla repressione delle proteste nel 2011 e in relazione all’omicidio di Bashir al Riyani, calciatore del club Al Ittihad, nel 2005. Gheddafi era stato consegnato alle autorità libiche nel 2014 dal Niger, dove era fuggito dopo la caduta di Tripoli durante il colpo di stato del 17 febbraio.

Nell’estate del 2015 alcuni video pubblicati sul web mostravano i funzionari della sicurezza di Tripoli mentre torturavano e minacciavano Saadi Gheddafi nel tentativo di estorcergli una confessione.

Recentemente, Saif al Islam, figlio secondogenito dell’ex leader libico Muammar Gheddafi, ha annunciato l’intenzione di candidarsi ufficialmente alle elezioni presidenziali previste in Libia alla fine di quest’anno.

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15/01/2021

Libia - Rientra in gioco anche il figlio di Gheddafi

L’agenzia Nova riferisce che Miftah al Werfalli e Omar Abu Shreda – emissari di Saif al Islam Gheddafi, il secondogenito del leader libico Muammar Gheddafi ucciso nel 2011 dai golpisti – sono stati ricevuti a Mosca dal vice ministro degli Esteri russo, Mikhail Bogdanov.

Secondo una dichiarazione rilasciata dal ministero degli Esteri russo, ripresa dai media libici, Bogdanov ha avuto con al Werfalli e Abu Shreda uno scambio di opinioni sugli sviluppi della situazione in Libia e nella regione, con un focus sui problemi di una soluzione globale della crisi libica in conformità con le decisioni della Conferenza internazionale di Berlino e le disposizioni della risoluzione 2510 del Consiglio di sicurezza dell'ONU.

Le autorità russe hanno sottolineato “l’importanza di garantire il carattere globale del dialogo libico e ha ribadito il suo fermo sostegno all’unità, all’integrità territoriale e alla sovranità della Libia”, sottolinea il ministero degli Affari esteri. Non è la prima volta che il nome di Saif al Islam Gheddafi, rifugiatosi nella città Stato di Zintan, torna a circolare sui media. Le milizie di Zintan lo hanno liberato nel 2017 e da allora è sotto la loro protezione.

Da tempo la sua presenza veniva spesso segnalata a Mosca. Secondo alcuni osservatori, Saif al Islam è “il più attrezzato culturalmente” per un eventuale progetto di leadership, per le relazioni internazionali intrattenute fino a poco prima della caduta di Gheddafi padre (in particolare con la Gran Bretagna), ma anche per il ruolo di primo piano ricoperto durante il governo del padre. Secondo le fonti raccolte da Nova, ai tempi del governo del padre Muammar molti governi, tra cui l’Italia, consideravano Saif al Islam come l’unica persona a cui rivolgersi in caso di seri problemi e in più di un’occasione avrebbe dato dimostrazione di saper dialogare.

Secondo Ahmad Kaddaf al-Dam, leader del Fronte Libico di Lotta Nazionale, nonché cugino dell’ex leader libico Muʿammar Gheddafi, Saif al-Islam Gheddafi si candiderà “perché al momento è l’unico candidato in grado di presentare un piano d’azione degno di questo nome ed è pronto a riportare la pace nel Paese. Sono convinto che la maggior parte dei libici sostenga proprio la sua candidatura alle elezioni. Ritengo che qualsiasi comune cittadino comprenda cosa stia realmente accadendo a livello politico nel nostro Paese”.

La principale difficoltà a una sua ipotetica investitura è stata finora, oltre all’opposizione della Turchia, la reticenza di alcuni paesi del Golfo, come l’Arabia Saudita, in passato tra i principali avversari del regime di Muammar Gheddafi e che ora appoggiano il generale Khalifa Haftar e le forze della Cirenaica ossia la regione da dove partirono le rivolte e il golpe contro il Gheddafi nel 2011.

A maggio il nome di Saif al Islam Gheddafi, era tornato a circolare sui media, in particolare a causa delle notizie riguardanti un piano per la sua uccisione ordito dai servizi segreti turchi ma poi saltato per divergenze affaristiche tra le milizie della città di Zawiya che dovevano realizzare l’azione.

Tra gli ostacoli per il rientro in gioco di Saif al Islam Gheddafi c’è il fatto che risulta ancora ricercato dalla Corte penale internazionale, in particolare dopo che il 10 marzo 2020 la Corte d’appello della Cpi aveva respinto il ricorso dei suoi legali ribadendo che debba comparire davanti al tribunale dell’Aia.

Nonostante fosse stato processato a Tripoli nel 2014 e condannato a morte, la Corte penale internazionale aveva indicato che la decisione emessa da una giurisdizione nazionale deve essere definitiva prima che un caso possa essere dichiarato irricevibile. Dopo aver esaminato le osservazioni della difesa, del procuratore, delle vittime, del governo libico e di altri, la Camera d’appello aveva quindi riscontrato che la sentenza della Corte di Tripoli “non può essere considerata definitiva”.

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24/04/2018

Libia - La presunta morte di Haftar mischia le carte della partita

di Francesca La Bella

Lo scorso venerdì, l’annuncio della morte di Khalifa Haftar ha velocemente fatto il giro del mondo. Quasi immediatamente smentita da fonti ufficiali vicine al generale, la notizia ha ugualmente avuto un forte impatto sul dibattito interno e internazionale in merito alla questione libica.

Haftar è stato, in questi lunghi anni di guerra civile, un personaggio cardine delle dinamiche del paese nordafricano e un suo allontanamento dalla scena politica avrà certamente risvolti significativi sia in Cirenaica sia sulle prossime elezioni libiche. Secondo quanto riferito da fonti ufficiali libiche e francesi, il generale sarebbe attualmente ricoverato a Parigi a seguito di un ictus e le sue condizioni sarebbero gravi. Il figlio Oqbah ha, a tal proposito, dichiarato ad Alnabaa TV che il padre, a causa di un una seria emorragia cerebrale, si troverebbe in coma e che le condizioni rimangono critiche.

Non solo le dichiarazioni, ma anche gli avvenimenti in corso sembrano supportare questo quadro di criticità. Si assiste ad un crescente numero di incontri tra attori locali e partner internazionali tesi a ridefinire la leadership dell’area politica gravitante intorno a Tobruk. A fronte di un passato in cui Haftar aveva fatto convergere su di sé buona parte del potere politico-amministrativo mantenendo, parallelamente, il controllo dell’esercito, la scelta di un successore del generale acquista una valenza di ampia portata.

I principali candidati alla successione sono tre: Aoun Al-Ferjani, Abdessalam Al-Hassi e Abderrazzaq Al-Nadouri. Tre personaggi centrali nella dirigenza vicina ad Haftar che hanno, però, sia diversi approcci alla politica interna in termini di bilanciamento tra volontà di mediazione con il governo di Tripoli e difesa degli interessi propri della Cirenaica, sia differenti legami a livello internazionale.

Se Al-Ferjani, capo dei servizi di sicurezza e dirigente di spicco dello staff di Haftar, sembra essere riuscito a mantenere il ruolo di uomo forte nella Libia orientale e potrebbe avere l’appoggio informale degli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto sembrerebbe più propenso a sostenere Al-Hassi, generale che ha guidato l'”Operazione Dignità” a Benghazi e attualmente sul fronte di Derna. Due figure di spicco della politica libica con alle spalle importanti tribù locali dalle quali traggono forza e legittimità per un eventuale presa in carico del potere politico della regione orientale della Libia.

La variabile imprevista di questa lotta alla successione potrebbe, però, essere il terzo candidato. Generale attualmente al comando dell’Esercito Nazionale Libico, Lna, e molto più conosciuto e popolare di Al-Hassi, Al-Nadouri ha il vantaggio di essere supportato proprio dalla base del Lna, tra cui le forze speciali guidate dal Generale Wanis Boukhamada.

La scelta dell’uno o dell’altro candidato determinerebbe sia la collocazione di Tobruk nelle relazioni regionali con significativi risvolti a livello di potere contrattuale internazionale sia la ridefinizione degli equilibri interni alla Cirenaica e alla Libia. In questo senso non stupiscono episodi di violenza come quello accaduto a pochi giorni dall’annuncio della possibile morte cerebrale di Haftar. 
Mercoledì scorso proprio Al-Nadouri, reggente ad interim della carica di Haftar a seguito dell’ictus, ha subito un grave attentato mentre il suo convoglio attraversava la città di Bengasi.

Parallelamente alla successione del generale, un’altra questione risulta di primaria importanza in queste ore: le elezioni. Haftar, oltre ad essere uno dei candidati per la prossima tornata elettorale, ha negli anni, assunto un ruolo primario nella determinazione degli equilibri del paese. A fronte di una dirigenza che a Tobruk non sempre ha avuto la forza di imporsi su Tripoli, governo che compensava la debolezza del radicamento interno con un forte sostegno internazionale, il generale ha bloccato la centralizzazione del potere nella capitale e si è imposto come interlocutore imprescindibile per le potenze internazionali. Molti analisti ritengono che l’uscita di scena di Haftar potrebbe rendere meno agguerrita la campagna elettorale, favorendo il Governo di Accordo Nazionale (Gna) e le forze vicine a Fayez Al Sarraj.

Secondo altri, invece, il percorso potrebbe non essere così lineare. La variabile sarebbe Saif Islam Gheddafi che potrebbe sfruttare il vuoto creatosi a seguito della malattia di Haftar per dare vigore alla propria candidatura in un fase di smarrimento della politica libica. Presentandosi come unica reale alternativa al debole Gna, il figlio del colonnello potrebbe trovare nuovi alleati dentro e fuori dal paese. Indicativo, in questo senso, notare come proprio nella settimana successiva all’annuncio della malattia di Haftar, Saif abbia lanciato in terra tunisina la propria campagna elettorale.

In una situazione caotica e in continua evoluzione come quella libica, la scomparsa di una figura come quella del generale Haftar potrebbe modificare nuovamente gli equilibri in campo con conseguenze difficili da immaginare sia nel breve sia nel medio-lungo periodo.

11/07/2016

Libia - Saif Gheddafi sotto l'ala di Haftar

di Chiara Cruciati – il Manifesto

Ieri sulle pagine dei giornali internazionali è tornato prepotente il nome di Saif al-Islam Gheddafi, secondogenito del colonnello e suo delfino prima della deposizione, noto frequentatore dei salotti internazionali e faccia del riformismo libico che si palesò prima dell’attacco Nato del 2011.

I rapporti pubblicati ieri riportano le parole dei suoi legali che ne riassumono in breve la caduta e ora la potenziale risalita nel panorama politico (ultra frammentato) libico. Saif fu catturato nel 2011 mentre tentava la fuga in Niger da un paese nel caos, e tenuto prigioniero a Zintan, area montuosa nell’ovest della Libia. In mezzo una condanna a morte, pena emessa un anno fa dal governo islamista di Tripoli in contumacia.

Perché Saif non è mai stato consegnato ai rivali islamisti, preda troppo succosa per regalarla al parlamento avversario dalle Brigate Zintan, legate invece al governo di Tobruk (quello internazionalmente riconosciuto come legittimo fino alla formazione dell’attuale esecutivo di unità nazionale del premier al-Serraj).

Ieri l’annuncio: il figlio di Muammar Gheddafi è stato rilasciato da Zintan, dopo cinque anni di detenzione. A sorprendere è l’eco data alla notizia: che Saif fosse in realtà libero lo si sapeva da qualche mese. Rapporti locali definivano «arresti domiciliari» una detenzione dorata: l’ex delfino libico si trovava già in una residenza di lusso, controllata sì dalle milizie armate di Zintan ma a sua protezione. Insomma, non lo tenevano prigioniero, ma ne garantivano la sicurezza.

Per questo il rimbalzo della notizia del suo rilascio, ieri, solleva dei dubbi sui movimenti in atto nel paese. Tanto che lo stesso avvocato Karim Khan, la presunta “gola profonda” di un’apparente non-notizia, ha fatto sapere che Saif non è più agli arresti dal 12 aprile, ma «è libero e in salute». Aggiunge, poi, che la liberazione è parte del decreto di amnistia passato nel 2015 dal governo di Tobruk su un processo svolto dalla rivale Tripoli.

L’allora ministro della Giustizia lo avrebbe graziato dietro richiesta delle tribù ancora legate al clan Gheddafi, che nonostante la morte del suo leader è ancora in grado di gestire fedeltà e gruppi armati in giro per il paese. E qui va fatta una precisazione: ad arrestare e detenere Saif sono state milizie che hanno avuto un ruolo chiave nella deposizione del padre, le Brigate di Zintan appunto, che rientrano nell’Esercito Nazionale Libico guidato dal generale Haftar. A pensar male ci si prende: l’uomo che ha gestito la lotta contro gli islamisti del parlamento rivale di Tripoli apre ad uno dei pochi simboli viventi dell’ex regime.

Non è un caso che voci provenienti da diverse fonti locali parlino da tempo di negoziazioni in corso tra personalità fedeli al clan Gheddafi e Haftar per la creazione di una coalizione interna anti-islamista, anti-Tripoli. In tale contesto l’annuncio di un rilascio già avvenuto potrebbe essere la mossa per preparare il terreno e organizzare le forze in campo.

Potrebbe dunque aprirsi l’ennesimo fronte: la Libia, governo di unità o meno, resta spaccata in autorità e sotto-autorità diverse, che vanno da quelle più o meno ufficiali dei governi rivali alle miriadi di milizie armate legate a fedeltà personalistiche. Una galassia a cui si aggiunge il peso destabilizzante dello Stato Islamico che, seppur sotto attacco a Sirte, mantiene la roccaforte di Derna.

Sul capo del figlio del colonnello penzola ancora la spada di Damocle del diritto internazionale: Saif è ricercato dalla Corte Penale Internazionale perché accusato di crimini di guerra, commessi durante la repressione delle proteste nel 2011, prima dell’intervento Nato a favore di quelli che vennero definiti “ribelli”, quando in realtà non erano altro che milizie armate da fuori. Ora il suo team di legali presenterà alla Corte la richiesta di cancellazione delle accuse, sulla base del processo che lo scorso anno lo condannò a morte.

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28/07/2015

Libia - Condanna a morte in contumacia per il figlio di Gheddafi

Un tribunale di Tripoli ha condannato a morte in contumacia Saif al-Islam, il figlio del defunto leader libico Moammar al-Gheddafi. Puniti con la pena capitale anche altri otto membri dell’ex regime. Tra questi spiccano i nomi di ‘Abdullah Senussi, ex capo di Intelligence e l’ex primo ministro Baghdadi Ali Mahmoudi. Saif al-Islam – detenuto dal 2011 da una milizia di Zintan che è alleata con il governo di Tobruq e che si rifiuta di consegnarlo al governo di Tripoli – è ricercato anche dalla Corte penale Internazionale dell’Aia (Cpi) perché accusato di aver compiuto crimini contro l’umanità.

Considerate le circostanze, non è possibile al momento stabilire se la sentenza contro di lui sarà o meno eseguita.

Secondo quanto il procuratore di stato rivelò alla stampa a inizio giugno, gli imputati sono stati incriminati “per crimini di guerra e per aver soppresso le proteste pacifiche durante la rivoluzione [del 2011]”. Gli accusati, inoltre, sono stati condannati anche per il reclutaggio di mercenari stranieri che hanno progettato e compiuto attacchi contro obiettivi civili.

Il processo era iniziato nell’aprile del 2014 prima che i combattimenti tra le fazioni rivali portassero ad agosto alla formazione di due parlamenti contrapposti: uno a Tripoli a guida islamista e un altro riconosciuto dalla comunità internazionale a Tobruq (nel nord est della Libia).

La corte penale internazionale e varie organizzazioni di diritti umani hanno più volte lanciato l’allarme per la mancanza di imparzialità del sistema giudiziario del Paese nordaficano.

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