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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/08/2025

«L’Italia sostenga la riconciliazione del popolo libico»

di Maurizio Vezzosi

Ibrahim Moussa è stato il portavoce di Muammar Gheddafi durante la guerra condotta dalla Nato in Libia nel 2011. Attualmente è Segretario Esecutivo dell’African Legacy Foundation, un’organizzazione non governativa con sede a Johannesburg, in Sudafrica.

Quali sono, secondo lei, le ragioni che hanno portato all’attacco francese e statunitense alla Libia nel 2011 e all’uccisione di Muammar Gheddafi?

«Mi permetta di dirlo senza filtri diplomatici. L’attacco alla Libia del 2011 non aveva come scopo la protezione dei civili. È stato un attacco imperialista calcolato, guidato da Francia, Stati Uniti e Nato, per eliminare Muammar Gheddafi e annientare la sua visione per la liberazione africana. Nel 2011, Gheddafi si era posto alla guida di un progetto di trasformazione panafricana. Un progetto che stava gettando le basi per:
- Una moneta unica africana ancorata all’oro, oltre alla fine della nostra dipendenza dal dollaro statunitense e dal franco Cfa.
- Una Banca centrale africana, con sede ad Abuja (Nigeria), pensata per spezzare le catene del Fmi.
- Un’alleanza militare a livello continentale per difendere l’Africa dalle aggressioni straniere.
- Il controllo unito dell’Africa sulle nostre materie prime: petrolio, uranio, diamanti e altro ancora. La cosa più pericolosa per l’Occidente.

Questo progetto terrorizzò l’élite occidentale. La Francia temeva di perdere il controllo sull’Africa francofona. Gli Stati Uniti erano determinati a impedire all’Africa di sollevarsi dalla propria condizione. Così, fomentarono una ribellione, armarono milizie criminali, usarono Al Jazeera e la CNN per demonizzare lo stato libico e lanciarono una guerra lampo della Nato sotto la falsa insegna dell’intervento umanitario. Ciò che volevano veramente era uccidere il sogno di Gheddafi, e lo hanno fatto con le bugie, i mercenari e le bombe».

Alcuni osservatori sottolineano come Gheddafi abbia represso brutalmente gli oppositori interni. Un esempio su tutti, il massacro dei prigionieri nel carcere di Abu Salim nel 1996.

«Questa è una delle menzogne più ripetute usate per demonizzare la Jamahiriya libica (la Libia popolare fondata da Gheddafi, ndr). Cerchiamo di essere chiari: il cosiddetto “massacro” di Abu Salim non è mai stato verificato in modo indipendente, nessuna prova credibile è mai stata prodotta in tribunale, ed è stato strumentalizzato da gruppi di opposizione finanziati dall’estero per giustificare la guerra della Nato. Nel 1996, la Libia affrontò una vera e propria guerra contro gruppi armati legati ad Al-Qaeda, molti anni prima dell’11 settembre. Questi gruppi attaccarono la polizia, bombardarono siti civili e ricevettero supporto diretto dall’estero. Abu Salim ospitava alcuni dei terroristi più pericolosi dell’epoca. Scoppiò una rivolta armata nelle carceri, con presa di ostaggi e coordinamento esterno. Lo Stato rispose. Ma si trattò di un “massacro” o di un’operazione antiterrorismo in uno Stato sovrano sotto attacco? Anche Human Rights Watch ha ammesso negli anni successivi che le cifre erano esagerate. I media occidentali hanno utilizzato numeri non verificati e li hanno trasformati in uno strumento di propaganda».

Come risponde a chi sostiene che la Jamahiriya, anziché essere un modello democratico, era un regime autoritario?

«L’affermazione che la Libia non fosse democratica proviene da una prospettiva occidentale che non riesce a comprendere la democrazia diretta del sistema della Jamahiriya. Avevamo Congressi del Popolo, Comitati Popolari, strutture di controllo rivoluzionario e meccanismi per il contributo diretto dei cittadini ad ogni livello. Gheddafi cedette formalmente il potere nel 1977. Quale altro leader al mondo ha volontariamente rimosso il suo nome dalla Costituzione e ha dato il potere al popolo? La Libia era perfetta? No. Ma abbiamo costruito un sistema al di fuori del liberalismo occidentale, fondato su una gestione partecipativa, dignità e indipendenza. Questo è ciò che non potevano accettare».

Altri analisti sostengono che l’attuale divisione del Paese sia dovuta anche a vecchie fratture tribali e clientelari create sotto Gheddafi. Cosa risponde a questa obiezione?

«Ciò non è solo falso, ma profondamente ipocrita. Sotto Muammar Gheddafi, la Libia era più unita che in qualsiasi altro momento della sua storia moderna. Le gerarchie tribali vennero abolite, ridistribuita la ricchezza derivante dal petrolio a tutti i cittadini, costruite infrastrutture in tutto il Paese, comprese regioni storicamente emarginate come il Fezzan, e creta un’identità pan-nazionale radicata nella sovranità, nell’arabismo e nell’unità africana. Sì, la Libia ha le sue tribù. Ma anche la Francia. Anche l’Italia. Il problema è come integrarle nella vita nazionale. Sotto la Jamahiriya, le tribù erano rispettate come unità sociali, ma non era mai loro permesso di dominare la politica nazionale. C’era una sola Bandiera verde, un’unica identità libica. Ciò che ha creato le divisioni che vediamo oggi non è il tribalismo, ma la distruzione dello Stato da parte della Nato e l’introduzione di signori della guerra sostenuti dall’estero che hanno sfruttato le faglie tribali, religiose ed etniche per ottenere il potere. L’Occidente ha frantumato l’autorità centrale e poi ha dato la colpa ai singoli pezzi. Sia chiaro: non è stato il tribalismo a distruggere la Libia. Sono state le bombe occidentali».

Il crollo della Libia ha creato problemi molto significativi per l’Europa mediterranea ed in particolare per l’Italia, soprattutto di natura migratoria. Come dovrebbe essere affrontato il problema?

«Voglio essere diretto: l’Europa sta raccogliendo quello che ha seminato. Prima del 2011, la Libia sotto Gheddafi era un pilastro della stabilità regionale. Abbiamo lavorato con i nostri vicini per gestire le migrazioni con dignità e giustizia, non con i campi di detenzione, ma investendo nello sviluppo africano. Gheddafi ha utilizzato la ricchezza petrolifera della Libia per creare posti di lavoro in tutta l’Africa e ridurre i fattori che spingono le persone a fuggire. L’Italia aveva un solido accordo con noi, basato sul rispetto reciproco. Ma la Nato ha scelto la guerra invece della pace. Ha smantellato lo Stato libico, e ora bande criminali e agenti stranieri controllano la costa. I confini europei sono collassati nel momento in cui l’Europa ha distrutto la Libia di Gheddafi. Quindi, come si può risolvere la crisi migratoria? Non con i muri o Frontex, ma ripristinando la sovranità libica, ricostruendo le nostre istituzioni e tornando ad un partenariato paritario con l’Africa, non un partenariato di bombe e sfruttamento».

A quasi 14 anni da quegli eventi, la Libia continua a essere instabile. Quali sono le condizioni per una reale riconciliazione nazionale? A questo proposito, il 20 giugno scorso si è svolto a Berlino un nuovo vertice tra i paesi maggiormente coinvolti: vi sono, a suo avviso, risultati tangibili?

«Questi vertici, Berlino, Parigi, Palermo, falliscono tutti per una semplice ragione: escludono il popolo libico. L’Occidente invita signori della guerra, funzionari corrotti e le loro milizie fantoccio, ignorando i milioni di persone che ancora sostengono la visione della Jamahiriya e vogliono sovranità, unità, dignità. Non si può costruire la pace invitando i clienti delle ambasciate straniere ed escludendo i figli e le figlie della vera resistenza. Una riconciliazione efficace deve iniziare con:
- La fine di tutte le interferenze straniere, in particolare alla presenza militare turca e occidentale.
- Lo smantellamento delle milizie ed il ripristino delle istituzioni nazionali, non da governi paralleli.
- L’invito, rivolto a tutti i libici, inclusi i sostenitori di Gheddafi, ossia la maggioranza della popolazione, ad un onesto dialogo nazionale. La cosa più importante.

Non cerchiamo vendetta. Cerchiamo giustizia e dignità. In mancanza di queste, non ci sarà pace».

Cosa può dire delle proteste che da mesi stanno interessando la Tripolitania?

«Le proteste a Tripoli e nella Libia occidentale sono il grido che viene dal cuore di un popolo distrutto. Per oltre un decennio il popolo libico ha sofferto in relazione al governo delle milizie, i blackout elettrici, la scarsità d’acqua, la corruzione e la totale perdita di sovranità. Quelle che avvengono non sono solo proteste economiche: sono proteste politiche. La gente sta dicendo “Basta!” ai governi sostenuti dall’estero che vivono negli alberghi mentre i libici vivono nell’oscurità. Stanno rifiutando la falsa democrazia imposta dagli accordi ONU e chiedendo il ritorno di una leadership nazionale al servizio della Libia, non dei capitali stranieri. Quello a cui stiamo assistendo è l’inizio di un risveglio. Le stesse persone che un tempo credevano alle bugie del 2011 ora si stanno rendendo conto di ciò che hanno perso e di chi glielo ha rubato».

A gennaio, il caso di Njeem Osama Al-Masri in Italia ha scatenato uno scandalo politico.

«Il caso di Njeem Osama Al-Masri ha messo a nudo i doppi standard dell’Europa. Un uomo presumibilmente coinvolto nelle attività di gruppi armati e forse in crimini di guerra durante il crollo della Libia è diventato una pedina tra il governo italiano e quello libico (di Tripoli)? Questa non è giustizia, è convenienza politica».

Il 7 luglio scorso, il ministro dell’Interno italiano Matteo Piantedosi è stato respinto a Bengasi. Cosa ne pensa?

«L’espulsione della delegazione italiana da Bengasi non è una sorpresa, ma la naturale conseguenza di anni di tradimenti. Nel 2011, l’Italia è stata tra i Paesi della Nato che hanno bombardato la Libia, ne hanno distrutto la sovranità e l’hanno gettata nel caos. Ora, oltre un decennio dopo, i funzionari italiani tornano non per pentirsi o manifestare solidarietà, ma con la stessa mentalità coloniale, cercando di controllare i flussi migratori e di esercitare influenza sul territorio libico. Condivido fermamente il rifiuto da parte libica di qualsiasi interferenza straniera, soprattutto nei confronti di coloro che hanno contribuito a smantellare la nostra nazione. Nessun funzionario europeo ha il diritto morale di camminare liberamente in Libia senza prima riconoscere e riparare l’immenso danno causato dai propri governi. La dignità della Libia non può essere ripristinata finché gli artefici della sua distruzione continuano a trattarla come una scacchiera per i loro giochi geopolitici. Non si tratta di Libia orientale o occidentale, si tratta di sovranità, memoria e giustizia. Noi ricordiamo. E chiediamo una Libia guidata dai libici, per i libici, senza l’ombra della Nato che aleggia sul nostro futuro. Se l’Italia vuole davvero la stabilità e la pace in Libia, dovrebbe smettere di giocare con i criminali di guerra quando ciò fa comodo ai suoi interessi, sanzionando e demonizzando coloro che vogliono la sovranità e l’unità in Libia. Questa ipocrisia ha tenuto la Libia intrappolata nei giochi stranieri per troppo tempo».

La Libia è oggi un’area di forte competizione geopolitica. Che ruolo gioca l’Italia?

«L’Italia ha avuto un’opportunità storica di svolgere un ruolo costruttivo in Libia. Nel periodo di Silvio Berlusconi avevamo firmato il Trattato di Amicizia, basato sul riconoscimento dei crimini coloniali, sulla cooperazione economica e sulla reciproca non aggressione. Quello è stato un raro momento di saggezza. Ma oggi l’Italia è diventata un partner minore nello schema coloniale della Nato. Sostiene una fazione piuttosto che un’altra, a seconda degli accordi sul gas e della pressione migratoria. Roma si è lasciata mettere da parte da Francia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti, attori in lotta per ottenere fette di influenza in Libia. Se l’Italia vuole avere un ruolo reale in Libia, deve smettere di seguire ciecamente Washington e Bruxelles e iniziare a sostenere una vera riconciliazione guidata dalla Libia stessa, che includa tutte le forze politiche, soprattutto quelle legate alla resistenza dell’era Gheddafi. Questa è l’unica via per una vera pace, un vero partenariato ed un ritorno allo storico legame dell’Italia con il popolo libico. Che la verità sia nota: la Libia non è caduta. E finché l’Occidente non smetterà di cercare di gestire il nostro destino, continueremo a resistere. Perché lo spirito di Gheddafi non è morto a Sirte, vive in ogni libico che sogna una Libia africana, indipendente e unita».

Se si svolgessero in questo momento, chi pensa che vincerebbe le elezioni?

«Credo in un processo elettorale equo e trasparente. Se le elezioni in Libia si svolgessero in questo momento, non ho dubbi sul fatto che Saif al-Islam Gheddafi vincerebbe. Il suo sostegno è radicato nella profonda ammirazione popolare per suo padre e per la sua eredità politica. Ma, cosa ancora più importante, Saif al-Islam rappresenta un progetto nazionale chiaro e alternativo, che dà priorità alla sovranità, alla giustizia sociale e alla riconciliazione interna del paese. Le altre figure politiche che dominano la scena oggi sono profondamente corrotte o servono gli interessi di potenze straniere. Non rappresentano le speranze o la volontà del popolo libico. I loro progetti sono fallimentari, privi sia di visione che di legittimità. Saif al-Islam si distingue, non solo per quello che è, ma per ciò che rappresenta: un futuro in cui la Libia si governi con orgoglio e giustizia».

Saif al-Islam è tuttora ricercato dalla Corte penale internazionale. Come può rappresentare un’alternativa credibile per l’unità della Libia?

«La Corte penale internazionale? Si riferisce alla Corte che non ha mai incriminato George Bush per l’Iraq, che non ha mai ritenuto Barack Obama o Nicolas Sarkozy responsabili della distruzione della Libia, che ha ignorato le torture, le fosse comuni e i mercati degli schiavi creati dopo il 2011? La Cpi è uno strumento politico dell’Occidente, utilizzato selettivamente per punire chi si oppone all’imperialismo. La sua credibilità in Africa è a pezzi. Quanto a Saif al-Islam Gheddafi, non ha bisogno della convalida dell’Aja. Ha qualcosa di più potente: il sostegno del popolo libico. Nonostante 13 anni di demonizzazione mediatica, esilio e tentato assassinio, Saif al-Islam rimane un simbolo di riconciliazione nazionale un ponte tra la resistenza verde e coloro che sono rimasti delusi dal caos della Libia post-Nato. Non ha mai imbracciato le armi per vendetta, non ha mai invocato spargimenti di sangue e continua a invocare unità, amnistia e una Libia sovrana a guida civile. Nessun altro possiede questa combinazione di visione, legittimità popolare, profondità storica e chiarezza politica. La vera domanda non è perché Saif sia ancora ricercato dalla Cpi, la vera domanda è perché coloro che hanno distrutto la Libia se ne vadano liberi a Parigi, Londra e Washington. Sarà la storia a rispondere a questa domanda».

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24/02/2024

Russia - Il cadavere di Navalny e la lotta per il potere

di Maurizio Vezzosi

I dubbi sulla vicenda di Alexey Navalny forse non verranno mai del tutto chiariti. Scrivo da Mosca, da dove mi sto per muovere per recarmi nuovamente verso il fronte ucraino.

Quasi nessuno in Russia è persuaso dall’ipotesi di un coinvolgimento diretto di Vladimir Putin. Almeno apparentemente non vi è alcun motivo credibile che possa giustificare una scelta del genere, tanto più in una mente ultrarazionalista e calcolatrice. E non certo per una questione di scrupoli.

Dopotutto, perché uccidere un oppositore già detenuto che non rappresenta alcuna minaccia rilevante per il potere costituito?

Perché ucciderlo dopo il clamoroso successo dell’intervista rilasciata al giornalista statunitense Tucker Carlson ed i possibili risvolti di questa?

E perché farlo a ridosso delle elezioni presidenziali di marzo e dopo la presa di Avdeevka?

A queste domande, si aggiungono la curiosa sincronia tra la morte di Alexey Navalny e la presenza di sua moglie Yulia alla conferenza di Monaco e le pesanti dichiarazioni di sua madre Ludmila.

Il rigore della logica porta ad escludere l’ipotesi dell’ordine diretto di Vladimir Putin, così come la tempistica della morte di Alexey Navalny porta a considerare assai poco realistica l’ipotesi di una morte naturale. Rilevare che Vladimir Putin abbia nelle sue mani un potere enorme è quasi banale: non lo è, invece, ricordare come in generale e nella Russia dei nostri giorni la natura del potere non sia del tutto monolitica, al di la di ogni apparenza.

In questo senso, la possibilità che Alexey Navalny sia stato ucciso con l’intento di bloccare sul nascere un possibile dialogo con gli Stati Uniti è a mio avviso da considerare.

Resta comunque un fatto indiscutibile: la vicenda nel suo complesso si è trasformata immediatamente nell’ennesimo argomento per giustificare l’invio di armi all’Ucraina, imporre nuove sanzioni e rinnovare l’oltranzismo antirusso, in primo luogo a Washington e Londra.

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15/11/2022

La ritirata russa da Kherson non prelude la pace


A monte della ritirata russa da Kherson c’è una decisione di peso, sotto il profilo militare e politico. Abbandonare il capoluogo di una regione poche settimane dopo averne ratificato l’ingresso nella Federazione Russa non è certo il massimo, nonostante le rassicurazioni del Cremlino che hanno rimarcato di considerare Kherson territorio russo.

La ritirata rischia di fomentare le posizioni ucraine più oltranziste, anziché le posizioni più propense al dialogo, già fortemente marginalizzate e represse. Da un punto di vista simbolico e comunicativo, la ritirata russa da Kherson si presta inoltre al tentativo di dare contezza della presunta debolezza militare di Mosca.

Non va dimenticato che le ritirate ed i riposizionamenti fanno parte delle guerre di lunga durata, come quella che si sta combattendo in Ucraina. Vengono in mente la ritirata di Slavijansk e quella di Mariupol del 2014, nei primi mesi della guerra d’Ucraina, quando le forze di Donetsk abbandonarono le due città senza combattere. Senza l’accordo che nel 2014 riconsegnò Mariupol all’esercito ucraino Mosca ne avrebbe avuto il controllo – indiretto o diretto – senza dover cominciare, otto anni dopo, una battaglia di due mesi costata migliaia di vittime.

Paradossi della politica, e della guerra.

Sul piano militare, la ritirata di Kherson ha probabilmente evitato un massacro che forse non avrebbe cambiato il risultato nel breve periodo: vista la sua peculiare collocazione, la città sarebbe stata infatti molto difficilmente difendibile dalle forze russe di fronte ad un’offensiva ucraina su larga scala come quella che sembrava pronta a cominciare.

Da rilevare è anche l’appoggio alla decisione di Mosca esplicitato in questo caso anche da figure solitamente poco inclini al dialogo politico, come Evgenij Prigozhin e Ramzan Kadyrov: entrambi avevano portato critiche durissime verso i vertici militari russi dopo la ritirata da Izyum,

Da parte russa risulta evidente la volontà di evitare una nuova Mariupol – guerra urbana – e di scongiurare perdite ingenti sia tra i civili che tra i propri militari.

Considerando le informazioni diffuse dalle fonti ucraine, a Kherson le operazioni di rastrellamento e di repressione non hanno tardato a cominciare nei confronti di chiunque, a torto o ragione, venga tacciato di aver collaborato con le forze russe, o anche solo di aver espresso una qualche simpatia nei confronti di queste. A velocizzare queste operazioni ci sono liste pubbliche corredate di fotografie e dati personali delle persone accusate di essere nemiche della compagine politica ucraina.

Poche ore prima che la ritirata venisse ufficializzata dal Ministero della Difesa russo, Kirill Stremousov, sanguigno vicecapo dell’amministrazione regionale – russa – di Kherson, è morto in un incidente d’auto. Questa almeno la versione ufficiale dell’accaduto.

Negli ultimi giorni Kirill Stremousov aveva annunciato che da Kherson sarebbero partite a breve le operazioni per la conquista di Nikolaev e di Odessa, mentre in occasione della ritirata di Izyum dello scorso settembre aveva suggerito alle alte sfere della difesa russa di “spararsi in testa”.

Il controllo ucraino su Kherson rende per il momento impossibili alle forze russe manovre terrestri da oriente verso Nikolaev e Odessa. Non preclude, però, la prosecuzione dell’utilizzo dell’artiglieria a lungo raggio, della flotta e dell’aviazione, o una combinazione di queste.

Il controllo ucraino su Kherson aumenta in modo rilevante l’esposizione al tiro della fascia meridionale sotto controllo russo – Melitopol, Berdiansk, ecc. – e della Crimea: restano sconosciute, al momento, le contromisure che Mosca intenderà assumere.

Il fatto che la scelta del ritiro da Kherson sia stata mossa anche da motivazioni politiche sembra evidente: l’obiettivo quello di favorire un’intesa con gli Stati Uniti almeno sulla ripresa a pieno del trattato New START, di cui si dovrebbe discutere a Il Cairo tra qualche settimana.

A conferma di questa ipotesi ci sono alcuni elementi, come la rinuncia alla possibilità di bandire i metalli russi dal banco di Londra (LBM), la ripresa delle forniture destinate alla Federazione russa da parte di alcune importanti aziende dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti, il rifiuto statunitense – momentaneo – di fornire all’Ucraina alcune tecnologie militari particolarmente avanzate – come i droni l’MQ-1C – la decisione statunitense di sospendere le sanzioni economiche nei confronti delle missioni diplomatiche russe.

Quella forse in divenire è dunque un’intesa relativa tra Washington e Mosca, le cui avvisaglie si scorgevano già durante la scorsa estate: rispetto a questa intesa in divenire dovranno essere considerati anche gli effetti relativi alle elezioni statunitensi di medio termine.

Il fattore interno di maggior rilievo appare tuttavia costituito dalle divergenze tra parte dei vertici militari e politici statunitensi sul tema della guerra in Ucraina. Almeno una parte dei militari statunitensi sembra spingere per la trattativa – su tutti, il Generale Mark Milley – mentre nel complesso i vertici politici statunitensi non sembrano affatto voler imporre all’Ucraina un accordo con Mosca. A conferma di ciò, ci sono le dichiarazioni del Segretario di Stato Antony Blinken.

Se gli Stati Uniti nel loro complesso desiderassero la pace in Europa non esiterebbero un istante ad imporla all’attuale compagine ucraina, facendo il possibile per mettere da parte qualunque eventuale ostacolo.

In molte aree d’Europa, insieme alle proteste contro l’invio di armi in Ucraina ed il carovita, continua intanto a crescere la distanza tra popoli ed istituzioni, non di rado incapaci di gestire adeguatamente le istanze del presente e persino di immaginare quelle del futuro prossimo.

Nel frattempo, seppur in sordina, sul fronte di Donetsk gli avanzamenti delle forze russe proseguono lenti, ma costanti. Ancora una volta il tempo gioca a favore di Mosca: dilatandolo, Mosca potrà infatti rendere operativi migliaia di uomini – mobilitati e volontari – attualmente in addestramento, migliorare la propria logistica e dislocare sul nuovi equipaggiamenti.

Facendo soprattutto forza sui problemi energetici dell’Europa occidentale e dell’Ucraina acuiti dal periodo invernale, e sulle inevitabili conseguenze politiche di questi.

Ben poco fa insomma assomigliare la ritirata di Kherson e l’accenno di dialogo russo-statunitense al preludio della pace.

Fonte

21/06/2022

Lettera aperta al "Corriere della Sera"

di Maurizio Vezzosi

Gentili colleghi,

Non posso esimermi dal prendere parola per replicare in modo opportuno alle esternazioni del vostro giornale sul tema della fantomatica rete di propaganda “putiniana” di cui, a vostro avviso ma a mia insaputa, sarei membro. La lettera che state leggendo vi sarebbe pervenuta in anticipo se solo avessi avuto modo di comporla già nei giorni trascorsi. Tuttavia, da mesi mi trovo in un contesto di guerra, ed in guerra il tempo è quasi sempre poco.

Nella decina di persone segnalate con nomi, cognomi, foto nella pubblicazione del vostro giornale di domenica 5 giugno ci sono anch’io, pur non essendo membro di alcuna presunta rete, tanto meno “putiniana”. Quanto realmente può venirmi imputato è l’aver messo in discussione una certa narrazione sulla guerra d’Ucraina, aver insistito sulla necessità di una soluzione politica ed aver criticato la scelta di inviare armi a favore dell’esercito di Kiev. Con la particolarità di averlo fatto sia nel corso di conferenze ed interventi televisivi, sia lavorando per mesi nel teatro di guerra ucraino, apparentemente senza suscitare alcun genuino interesse da parte del vostro giornale. Il punto di vista che ho espresso è sufficiente, evidentemente, per essere liquidato come “putiniano”: d’altra parte, soprattutto negli ultimi mesi analoghi anatemi sono stati lanciati contro chiunque in Italia o all’estero abbia avuto l’impertinenza di criticare pubblicamente l’operato della presidenza ucraina o, peggio ancora, di quella statunitense. Impertinenza che ha distinto – oltre ad alcuni esperti e commentatori italiani – anche Henry Kissinger e Papa Francesco.

Quelle pubblicate dal vostro giornale – e poi riprese da altre redazioni – sono congetture gravemente diffamanti nei miei confronti, come semplice cittadino italiano e come professionista. Mentre l’edizione del vostro giornale di domenica 5 giugno veniva data alle stampe, mi trovavo a Donetsk, città da dove scrivo: a circa un chilometro dal luogo in cui mi trovavo, in pieno centro città, sono esplosi una decina di missili “Grad” lanciati dall’esercito ucraino. Una manciata di minuti dopo mi trovavo sul posto per documentare quanto successo, respirando il fumo acre di decine di veicoli inceneriti e camminando su tappeti di vetri andati in frantumi. Dopo aver raccolto le immagini dell’attacco, ho trascorso la notte montando il reportage che “Non è l’Arena” avrebbe trasmesso su LA7 di lì a poche ore: dopo aver inviato il reportage, di prima mattina, ho ricevuto notizia della vostra pubblicazione con una foto e nell’immediato ho ritenuto che si trattasse di uno scherzo.

Nella persona della dott.sa Sarzanini, il vostro giornale ha giustificato la pubblicazione con la necessità di non poter ignorare una “notizia”. Ma il vostro giornale si è forse limitato a riportare una “notizia”? O ha tracciato una narrazione congetturale gettando consapevolmente discredito su alcune persone, tra cui chi scrive? Ha forse valutato in modo critico i bollettini giunti – benché riservati – nelle mani della dott.sa Sarzanini? Si è forse preoccupato, almeno, di interpellarmi prima o dopo la pubblicazione? Quale circostanza dimostrebbe il mio aver attinto, come il vostro giornale sostiene, all’articolo di Manlio Dinucci da voi citato? La dott.sa Sarzanini, durante un confronto con alcune delle persone “messe all’indice” ha affermato: “Queste persone sono liberissime di esprimere le proprie opinioni, ma se raccontano fatti che non sono provati, e questi fatti si trasformano in disinformazione e propaganda, non va bene. E non andrebbe bene neanche se lo facessero a favore dell’Ucraina”, Quali sono i “fatti non provati” di cui io avrei parlato? Di quale disinformazione parla la dott.sa Sarzanini? Di quale propaganda? Non escludo che qualcuno tra le persone inserite nell’infausta lista possa aver diffuso notizie senza verificarle: se così fosse, la scelta sarebbe stata senz’altro criticabile, ma dove sarebbe la mia responsabilità? A questo proposito, sorge spontanea una domanda: il vostro giornale, dal 24 febbraio scorso, quante notizie ha pubblicato sul tema della guerra riportando come attendibili ipso facto le informazioni divulgate da una delle due parti belligeranti senza sottoporle ad alcun tipo di ragionevole valutazione o verifica? In relazione a quella che sembra ormai una prassi assodata, si dovrebbe forse presumere che il vostro giornale operi nell’ambito di un particolare regime deontologico che lo esenta dai doveri fondamentali che la categoria giornalistica è in generale tenuta ad osservare? Considerando che dal 2014 ad oggi le compagini ucraine si sono dimostrate quantomeno sbrigative nei confronti delle voci critiche, i risvolti della vostra pubblicazione aumentano notevolmente i rischi a cui sono esposto: nell’ipotesi più ottimistica, questo aspetto non vi ha evidentemente preoccupato un granché.

Quella emersa con la vostra ormai nota pubblicazione è una vicenda assai grave che non trova precedenti simili nella storia dell’Italia repubblicana. Ma, considerando l’atmosfera che si respira in Italia non posso dirmi sorpreso da questo tentativo di delegittimazione, benché mi stupisca il vostro piglio, degno, in questa circostanza, di un giornale scandalistico. Sulla vicenda di cui mio malgrado sono diventato – insieme ad altri – protagonista, permangono ad oggi evidenti incongruenze ed ambiguità che forse il tempo aiuterà a dipanare. Sono portato a credere che, come voi affermate, il mio nome sia effettivamente presente in almeno uno dei “bollettini” ancora secretati. Rispetto a questo, non io, non le altre persone “messe in lista”, ma il vostro giornale – dovrebbe pretendere la desecretazione completa dei documenti di cui solo in parte avete rivelato il contenuto: e avrebbe dovuto farlo prima che l’on. Urso, presidente del Copasir, prendesse l’iniziativa in questo senso. A proposito: se questi documenti sono stati redatti su fonti aperte – seppur con il livello più basso di classificazione, come il sottosegretario Franco Gabrielli ha confermato – che cosa si dovrebbe tenere lontano dagli occhi dell’opinione pubblica?

La pubblicazione del vostro giornale sembra ricalcare i dossier che certe università o centri studi statunitensi sono soliti stilare sulle figure che in Italia – o altrove – esprimono punti di vista non apprezzati. È oltretutto curioso che in un articolo pubblicato lo scorso 20 maggio da una nota piattaforma statunitense si potessero già rintracciare vari argomenti poi comparsi nel bollettino sulla “disinformazione”. È evidente che la vostra sia stata una scelta deliberatamente diffamante nei miei confronti e denigrante rispetto alla mia figura: tuttavia, il vostro giornale ha il merito di aver portato alla conoscenza del grande pubblico alcuni risvolti delle iniziative governative sulla “disinformazione”. Dai risvolti dell’operazione a cui il vostro giornale – coadiuvato da altri – si è prestato emerge il disappunto mosso dall’orientamento della maggioranza degli italiani, dimostratasi scarsamente influenzata da mesi di pressione mediatica volta a costruire consenso in favore della politica di scontro pretesa dagli Stati Uniti e coadiuvata dal governo italiano.

Quanto emerge dalle pagine del vostro giornale è una pittoresca concezione del pluralismo e della democrazia liberale. L’operazione a cui il vostro giornale si è prestato certo non ne incentiva la credibilità e la fiducia che i vostri lettori vi ripongono. Né vi avvicina agli obiettivi che rincorrete, tentando di stigmatizzare come una conseguenza della “disinformazione” un senso comune degli italiani che si dimostra essere piuttosto lontano dal vostro, non solo in materia di guerra e di pace. E arrivando persino a dare degli improbabili volti ai presunti responsabili dei vostri fallimenti.

Vista la grottesca cornice in cui vorreste inserire la mia figura, posso immaginare che le mie analisi ed il mio lavoro sul campo abbiano finito per turbare la serenità dalla vostra redazione, o di chi ne ispira il lavoro. Al vostro giornale rispettare il mio lavoro non interessa: se così non fosse, prima di denigrarlo e liquidarlo si sarebbe almeno preoccupato di conoscerlo. Del resto, anche accusarmi in modo vagamente più serio di deficit di critica nei confronti della Russia dei nostri giorni potrebbe soltanto strappare un sorriso a chi conosce le mie riflessioni.

Le continue esplosioni a poche centinaia di metri da dove scrivo mi suggeriscono di tornare ad occuparmi della guerra che pare assai piacervi. Credo che con uno sforzo potreste riuscire a trattare i grandi temi della politica nazionale ed internazionale con una maggiore serietà: nel rispetto degli italiani e nel loro interesse. Auspico che possiate riuscirci, pur temendo che il giudizio degli italiani nei vostri confronti sarà piuttosto severo.

Con i migliori auguri

Donetsk, 20 giugno 2022

Maurizio Vezzosi

Nota: la presente lettera verrà pubblicata da “Articolo 21”, a cui va la mia stima e la mia gratitudine. Qualunque altro media, incluso il “Corriere della Sera”, sarà libero di ripubblicarlo citando la fonte originale di pubblicazione.

Fonte

28/05/2022

Ucraina - La fine delle illusioni o la guerra perpetua?

Mariupol. Per le forze ucraine, la situazione sul fronte del Donbass, è “molto brutta”. Parole non di Vladimir Putin, ma del Ministro degli Esteri ucraino e opinione, non solo di chi scrive, ma anche di vari ufficiali dell’esercito ucraino.

Mentre le diserzioni ucraine aumentano, le forze russe avanzano, seppur lentamente, grazie ad un enorme potenziale d’artiglieria: l’avanzata appare ormai così inesorabile da far apparire nello scontro per il Donbass la sconfitta strategica di Kiev come una questione di tempo.

Ciò non significa che la battaglia del Donbass sia destinata ad esaurirsi nel giro di pochi giorni o di qualche settimana: significa, però, che Kiev non ha praticamente alcuna possibilità di vincere.

Il quadro lascia intendere che i principali centri urbani della regione ancora sotto il controllo di Kiev verranno accerchiati con una tattica lenta volta a ridurre al minimo le perdite militari e civili.

Complessivamente la guerra andrà avanti mesi, se non anni: del resto, Mosca non fa mistero di non avere “alcuna fretta”. Dopo la conquista del Donbass, salvo cambi di strategia da parte statunitense, o intese temporanee, è assai probabile che Mosca intenda proseguire l’offensiva fino alla conquista dell’intera Ucraina ad est del Dnepr e dell’intera regione di Odessa, congiungendo alla Transnistria i territori sotto il proprio controllo.

Pensare di potersi presentare al tavolo delle trattative rivendicando condizioni che potevano essere plausibili – e auspicabili – prima che le armi prendessero il posto della politica significherebbe per l’Ucraina, ma soprattutto per l’Europa occidentale, peggiorare ulteriormente la propria situazione, già non nell’idillio.

E proseguire oltre la soglia della follia a servire chi a Washington – nonostante Harry Kissinger – sogna una guerra eterna in Europa.

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21/05/2022

La resa dei militari ucraini e dei miliziani dell’Azov. Due sorti diverse

La resa dei militari dell’esercito ucraino e del reggimento neonazista Azov asserragliati nell’acciaieria Azovstal è in corso ormai da giorni.

Il totale dei militari consegnatesi alle forze russe sarebbe pari a circa duemila effettivi, di cui alcune decine di feriti gravi e mutilati: circa duecento sarebbero i cadaveri di militari caduti ancora nei sotterranei dell’acciaieria. I cadaveri sarebbero stati collocati in alcune celle frigorifere all’interno della struttura.

Nel corso della resa per il momento non si è registrato alcun incidente o tentativo di fuga.

Se da una parte rimane possibile che i militari dell’esercito ucraino arresisi possano essere scambiati con i militari russi fatti prigionieri da Kiev, per i membri del reggimento neonazista Azov la questione cambia non di poco. Al momento sembra probabile che a questi ultimi venga preclusa ogni possibilità di scambio con altri prigionieri e che vengano processati nella Federazione Russa per crimini di guerra: resta tuttavia ignoto, per adesso, il destino che li attende.

Le riprese video dei gruppi di militari arresisi e perquisiti dalle forze russe sono effettuate quasi esclusivamente da personale militare. In generale ai giornalisti – sia russi che stranieri – non viene consentito di avvicinare i militari arresisi e assai difficilmente sarà possibile farlo fino a che non verranno completati gli interrogatori a cui ogni prigioniero dovrà essere sottoposto. In nessun modo è possibile, ad oggi, accedere al perimetro interno dell’acciaieria. Nessuna conferma ulteriore, per il momento, riguardo la presenza di militari provenienti da paesi NATO all’interno dell’Azovstal.

Tutto fa intendere che siano in corso trattative sia tra Kiev e Mosca, ma soprattutto tra quest’ultima e le cancellerie occidentali: il silenzio protempore sembra infatti potersi spiegare con l’intenzione di trattare eventuali condizioni sul rilascio – ufficiale o ufficioso – di personale militare straniero in stato di prigionia prima che venga pubblicata qualsiasi notizia a riguardo.

Non serve molta fantasia per immaginare quali potrebbero essere le richieste di Mosca in sede di trattativa.

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01/05/2022

Un reportage da Mariupol... riscritto a Roma


Mariupol, 28 aprile 2022 – Come ho già scritto, negli ultimi giorni ho visitato entrambi i luoghi – Stary Krim e Mangush – dove secondo l’ormai (de facto) ex sindaco di Mariupol si troverebbero fino a novemila vittime civili sepolti in presunte fosse comuni: per quello che mi è dato sapere nessun altro giornalista italiano ha visitato, almeno fino a l’altro ieri, i luoghi in questione.

Nell’ultima puntata di Controcorrente è andato in onda un servizio sul tema delle presunte fosse comuni con la mia firma e alcune delle mie immagini. L’altro nome con cui è stato firmato il servizio è quello di Gianni Sileo, giornalista che non conosco e con cui mai ho collaborato.

Non so dire se la voce del servizio sia sua o di un’altra persona: quel che è certo è che per ragioni a me non note, nessuno della redazione di Controcorrente ha tenuto conto di quanto da me rilevato sul campo e da me riferito prima di mandare le immagini per il servizio.

Non appena rientrato da Mangush ho avvertito la redazione del fatto che utilizzare l’espressione “fossa comune” risultasse del tutto improprio e che le sepolture in questione riguardassero un cimitero.

Ma, paradossalmente, il servizio firmato con il mio nome spiega che a Mangush “è stata trovata un’enorme fosse comune con centinaia di corpi, di uomini donne e bambini che sarebbero stati uccisi o morti di stenti senza cibo né acqua per oltre un mese” senza chiarire su quali fatti si basino queste affermazioni, o meglio lasciando intendere di averle ricevute dal proprio inviato, ossia da me.

Il montaggio del servizio – curato dalla redazione – non ha lasciato spazio ad alcun mio racconto dei fatti, omettendo che si tratta di due aree cimiteriali, che si tratta di sepolture individuali, che tra le persone sepolte ci sono anche militari ucraini caduti in battaglia, che non c’è stata alcuna esecuzione di massa deliberata o episodio analogo, che non c’è alcun indizio che indichi l’intento di occultare le vittime sepolte, che i numeri delle sepolture sono ben diversi da quelli di cui ha parlato l’ormai ex sindaco di Mariupol Vadim Boychenko: numeri nei fatti inferiori alle mille sepolture complessive, tra il cimitero di Mangush e quello di Stary Krim.

Un numero che certamente non corrisponde al numero totale delle vittime della battaglia di Mariupol, sepolte anche in aiuole, giardini condominiali e spartitraffico, e in parte ancora in attesa di trovare sepoltura.

Vale la pena ricordare che Vadim Boychenko è fuggito da Mariupol prima che cominciasse l’attacco russo – a febbraio – quindi non si trova a Mariupol da oltre due mesi e non ha mai chiarito quali fonti avvalorino le sue dichiarazioni e quelle del “Consiglio municipale di Mariupol” che fa a lui riferimento.

Le immagini che ho fatto avere alla redazione includono le interviste con due donne che si stavano prendendo cura delle tombe dei propri cari nel cimitero di Mangush: evidentemente la redazione di Controcorrente non le ha ritenute significative.

A Stary Krim, dove si trova il principale cimitero di Mariupol, ho potuto assistere ad alcune delle sepolture in questione ed intervistare un operaio che se ne stava occupando.

Mancando di dare i minimi ragguagli sulle presunte “altre duecento fosse comuni rinvenute”, il servizio si giova della mia presenza in loco per avvalorare le dichiarazioni di una delle parti coinvolte in questo conflitto e dare conferma della loro validità assoluta ed evidentemente indiscutibile.

Professionalmente è del tutto inaccettabile che il mio lavoro da inviato sul campo venga utilizzato tacendo su un’evidenza palese e venga al contempo distorto per dare conferma di una versione dei fatti priva di fonti e di qualunque ragionevole fondamento. Sono convinto che l’accaduto sia del tutto slegato dalla volontà dei vertici di Rete 4 e ancor più da quelli dell’azienda a cui fa riferimento il canale.

Particolarmente spiacevole per me è che questa vicenda si consumi ad una settimana dalla decontestualizzazione di una parte del mio precedente servizio per la medesima trasmissione, servizio che si proponeva di raccontare, insieme al presente, la strage di Mariupol del 2014.

L’accaduto costituisce l’ennesima forzatura narrativa sulle vicende ucraine: una forzatura che contribuisce ad alimentare un clima volto a compromettere la possibilità di una qualunque soluzione diplomatica, e con questa, l’auspicabile fine della guerra.

Insieme a queste considerazioni intendo ribadire che non esistono guerre gentili o raffinate.

La tragedia di Mariupol, come quella dell’intero Donbass e dell’intera Ucraina, poteva e doveva essere evitata. Professionalmente, e umanamente, ho il dovere di fare tutto quello che è nelle mie possibilità per scongiurare nuove tragedie: molto più semplicemente, ho il dovere di dire la verità.

Nella foto: l’anziana che ho intervistato al cimitero di Mangush. Sullo sfondo le sepolture che l’ormai ex sindaco di Mariupol ha definito fosse comuni.

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20/03/2022

“La conquista di Mariupol è questione di giorni”

Maurizio Vezzosi, reporter e esperto della regione si trova sul campo e sta inviando le sue corrispondenze da Mariupol. Qui le notizie arrivate ieri.

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Nella mattinata di oggi, mentre mi trovavo a Mariupol, un complesso residenziale nella zona di Kirovskij – a sud di Donetsk – è stato colpito da alcuni colpi di artiglieria dell’esercito ucraino: quattro civili – tutte donne – hanno perso la vita.

Pesantissima la situazione a Mariupol, dove prosegue l’evacuazione dei civili, già fuggiti a migliaia: in macchina, in bus, in bicicletta, a piedi. Impossibile dare conto di quanti siano scappati e di quanti siano rimasti.

Altrettanto impossibile dare conto, del numero dei civili e dei militari morti nella battaglia per la conquista della città. Molti i morti a cui non è stata ancora data sepoltura.

Mariupol è completamente circondata ed alcuni settori della città sono già sotto controllo russo.

Non c’è acqua, né telefono, né corrente elettrica. Moltissimi i complessi residenziali distrutti: sparando missili anticarro dai piani alti di questi edifici la compagine ucraina ha tentato di rendere il più complicato possibile l’accesso alla città da parte delle forze russe.

Intensi i combattimenti nella zona dell’acciaieria, ancora controllata dal battaglione Azov.

Migliaia di persone vivono da settimane negli scantinati: a centinaia si aggirano per le strade per trovare da mangiare. I negozi ed i magazzini sono stati presi d’assalto. Enormi le difficoltà, nonostante le ingenti consegne di viveri da parte delle forze russe.

A migliaia di civili è stato a lungo impedito di allontanarsi da Mariupol da parte del battaglione Azov: ho avuto personalmente conferma di questo da parte di numerosi civili in fuga verso Donetsk.

Non posso escludere che ad una parte dei civili rimasti in città venga ancora negata dalla medesima compagine la possibilità di allontanarsi. Molte le testimonianze che riferiscono di civili feriti ed uccisi dal battaglione Azov tentando la fuga prima che la periferia nord della città venisse conquistata dalle forze russe. Inaccessibile, almeno per oggi, la zona del teatro.

Tutti i civili che si allontanano dalla città vengono identificati dalle forze russe.

A tutti gli uomini viene chiesto di mostrare petto, schiena, gambe e braccia per appurare la presenza di eventuali tatuaggi che possano ricondurre la loro identità a membri del battaglione Azov.

La conquista della città da parte delle forze russe appare una questione di giorni.

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