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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/05/2022

[Contributo al dibattito] - Il nuovo disordine mondiale / 15: Follow the money!

di Sandro Moiso

Il nemico non è, no non è
oltre la tua frontiera;
il nemico non è, no non è
al di là della tua trincea

(Il monumento – Enzo Jannacci, 1975)

Nonostante la versione patinata di stile hollywoodiano della guerra fornita dalla propaganda occidentale, che continua a parlare di vittoria di Kiev e della NATO, ballando una sguaiata rumba sia sulla pelle dell’orso russo (non ancora acquisita, però, come trofeo) che su quella delle vittime civili e militari di entrambi i fronti in guerra, i fatti degli ultimi giorni, se non delle ultime ore, rivelano uno scenario ben diverso da quello così superficialmente descritto. Soprattutto per quanto riguarda le alleanze economiche, politiche e militari che gravitano intorno agli Stati Uniti e all’Europa e che vanno man mano disfacendosi lungo i confini orientali di quest’ultima.

Un’immagine che potrebbe riassumere per tutte lo stato delle cose sul campo è quella della parziale resa e ritirata dall’acciaieria Azovstal di Mariupol di buona parte dei difensori. Simbolo dell’“eroismo” e della “resistenza” ucraina1 nel corso dei primi 82 giorni di una guerra destinata a durare ed allargarsi negli anni a venire, paradossalmente, è stato anche il primo contingente militare ucraino ad entrare, seppur parzialmente, in conflitto con Zelensky e il suo governo, proprio per il tentativo di quest’ultimo, molto simile a quello di Hitler con le truppe tedesche assediate a Stalingerado nell’inverno tra il 1942 e il 1943, di elevare i militari ad eroi destinati al martirio senza tentare di far alcunché, nemmeno sul piano delle trattative per cercare di salvarne almeno un certo numero.

Per cui, nonostante le ultime dichiarazioni rilasciate dal comandante del battaglione Azov, Denis Prokopenko, riferentisi alla necessità di obbedire agli ordini del comando supremo, e le divisioni intercorse tra gli stessi soldati sulla resa o meno, appare evidente che in realtà la trattativa per la resa e l’evacuazione dei feriti sia iniziata sul campo e in seguito alle proteste dei famigliari dei soldati del battaglione e dei marines ucraini ancora lì asserragliati, represse e disperse a Kiev nelle settimane precedenti, prima che a livello governativo e diplomatico.

Ora Zelenky deve far buon viso a cattivo gioco, ma è evidente che la completa soppressione dei combattenti del battaglione avrebbe permesso al governo ucraino di ottenere due piccioni con una fava ovvero trasformare i militari in eroici “martiri della Patria” e allo stesso tempo liberarsi dell’ingombrante bagaglio rappresentato, agli occhi dell’Europa più restia all’intervento, da una formazione militare ispirantesi all’iconografia e all’ideologia nazista.

Anche se tale resa è stata accompagnata dalle fotografie di unità ucraine giunte in qualche punto non meglio precisato del confine con la Russia, è chiaro che la situazione militare sul campo più che di stallo è ancora di lento ma progressivo avanzamento delle forze russe. L’uso massiccio dell’artiglieria2 e le lente e costose, in termini di vite umane, avanzate delle fanterie, contraddistinguono da sempre, o almeno dalle campagne anti-napoleoniche in poi, le tattiche dell’esercito russo, imperiale un tempo poi staliniano e oggi putiniano.

Tattiche che in un momento in cui, come rilevano molti osservatori militari occidentali, la guerra si sta nuovamente trasformando in una guerra di trincea3, come quella del primo conflitto mondiale e del secondo sul fronte orientale, tornano a far pesare una tradizione militare che più che sulla velocità di azione conta sul territorio conquistato e solidamente fortificato per essere mantenuto nel tempo.
Mentre, al contrario, la guerra condotta con i droni danneggia gravemente il nemico, come le perdite russe in uomini e mezzi dimostrano, ma non permette di occupare o rioccupare saldamente i territori.

È, in fin dei conti, il solito vecchio problema dei boots on the ground (scarponi sul terreno), che assilla soprattutto le forze armate USA successivamente alla guerra in Vietnam, il cui numero di vittime americane (70.000 morti e diverse centinaia di migliaia di soldati feriti o profondamente scossi sul piano psicologico) non potrebbe più essere sopportato dall’opinione pubblica di un paese sempre più diviso e impoverito. Lo stesso che, solo per fare un esempio, spinse il presidente Bill Clinton ad abbandonare la missione Restore Hope in Somalia, nel 1993, dopo poco più di due decine di caduti nella battaglia di Mogadiscio4.

Come ha affermato l’ex-generale Fabio Mini, sulle pagine del «Fatto Quotidiano»:

Ci viene detto che le forze russe sono state respinte a Kharkiv e la città è “liberata”. Non era mai stata occupata dai russi, bombardata sì ma occupata no. Come a Kiev, i carri armati russi se ne sono andati a fare altro e le forze ucraine in città sono rimaste esattamente dov’erano [...] Sempre che Kharkiv sia un obiettivo che i russi vogliano veramente acquisire. È certamente un centro nevralgico delle comunicazioni tra Russia e Ucraina ed è una regione di confine parzialmente occupata dai russi fino a Izyum, dove da settimane risiede uno dei bracci della morsa sull’area di Kramatorsk [...] Cosa facciano le forze armate ucraine in quest’area non è chiaro. Da un lato dichiarano che si riprenderanno anche la Crimea già annessa alla federazione russa, dall’altro si dedicano a lanci sporadici di missili sugli obiettivi navali individuati dagli americani (del Pentagono o della Raytheon) e all’uso maniacale delle sirene d’allarme aereo, come in tutto il resto del territorio ucraino. Una misura che ormai sembra più rivolta al controllo interno della popolazione attraverso la paura che protettiva [...] La situazione tattica è quindi rallentata, ma non è di stallo e chi auspica una interruzione dei combattimenti o la loro escalation “una volta per tutte” dovrà pazientare5.

Se sul campo la situazione è quanto meno di stallo, non evolve certo in direzione favorevole all’Occidente, alla Nato e agli Usa neppure quella diplomatica e internazionale.
Basti pensare alla durissima presa di posizione di Erdogan e della Turchia rispetto all’ingresso nell’Alleanza Atlantica di Finlandia e Svezia. Con tale mossa il sultano di Istanbul opera sui tre fonti che lo vedono impegnato nel rilancio di un nuovo impero ottomano: non allontanarsi troppo da Putin, favorendone le mosse senza rafforzarlo troppo; colpire sempre più duramente i curdi del Rojava per ottenere il controllo definitivo di buona parte della Siria e far pesare il ruolo politico, diplomatico e militare di un paese che è la seconda potenza militare della Nato dopo gli USA6.

Per autoritaria e reazionaria che sia la figura del capo di Stato turco, è evidente che, come si dice da tempo su queste pagine, la crescita esponenziale del ruolo della Turchia nel quadrante mediorientale e nordafricano e, in un futuro neppur troppo lontano, centro-asiatico rivela uno degli aspetti importanti di quel nuovo disordine mondiale, causato dalle disordinate e ingovernabili politiche di globalizzazione volute e dirette da Washington, che sta alla base del conflitto in corso.

Uno dei tanti aspetti da sempre poco sottolineati dai media mainstream e dai funzionari del capitalismo liberal e falsamente democratico, che avrebbe fatto dire a Fabrizio De Andrè: anche se non ve ne siete accorti, siete lo stesso coinvolti. Con buona pace di tutte le anime belle che ancora si interrogano se davvero sia già in corso una guerra tra Nato, Russia e, andrebbe ancora detto, tutti gli altri.

Una guerra che se da un lato rivela il sogno neo-imperiale di Putin, dall’altra vede gli USA cercare di ottenere diversi risultati, non tutti solo a scapito della Russia o della Cina, ma anche degli “alleati europei”. Una imposizione di politiche economiche e militari devastanti per l’economia delle principali nazioni europee, cui evidentemente Francia e Germania cercano di opporsi, seppure ancora con guanti di velluto.

Una politica che cerca di sostituire petrolio e gas russi con quelli estratti negli o dagli Stati Uniti, molto più costosi, nel tentativo di creare un’ulteriore dipendenza economica e strategica dell’Europa Unita in chiave americana. Scelta che sta frantumando non solo il fronte europeo, ma anche quello delle sanzioni e che in data 16 maggio ha visto, al momento dell’insediamento del nuovo governo Orban in Ungheria, una autentica, anche se interessata alla possibilità di ottenere una maggiore assegnazione di fondi (dai 2 miliardi di euro ai 15 richiesti), dichiarazione di alterità rispetto alle politiche e alle sanzioni messe in atto della UE, soprattutto nel settore delle importazioni di petrolio dalla Russia.

Occorre notare poi ancora come queste scelte politiche ed economiche già dividono l’Europa dei 27 tra Est e Ovest forse in maniera ancora maggiore che ai tempi della Guerra Fredda e della Cortina di Ferro, poiché penetrano in profondità negli interessi dei singoli paesi, frantumandone la coesione sociale e politica non soltanto, o almeno non ancora, sul piano della lotta di classe, ma soprattutto su quello degli interessi delle varie branche e settori produttivi oppure politico-elettoralistici.

Come, nell’italietta da sempre giolittiana, dimostrano gli altalenanti e preoccupati giudizi di una parte dei rappresentanti dell’industria7 e i mal di pancia elettorali di Conte, Salvini, Giorgetti e Berlusconi. Che hanno portato il 16 maggio alla mancanza, per ben tre volte, del numero legale in aula per l’approvazione del Dl Ucraina bis8.

È un’Europa che si sfalda in maniera evidente sotto gli occhi di tutti, al di là delle vuote frasi di principio di Ursula von der Leyen, Sergio Matterella, Enrico Letta o di qualunque altro illusionista di un’unità che, se c’è mai stata, oggi è sempre meno viva ed efficace. Sfaldatura e sbriciolamento che non può fare a meno di riflettersi pesantemente sull’euro, ovvero la moneta che avrebbe dovuto garantire l’unità politico-economica europea stessa e la sua indipendenza rispetto al “re dollaro”.
Re, quest’ultimo, la cui autorità viene oggi severamente messa in discussione non tanto da un euro esangue e sconfitto su tutti i piani, ma dalle stesse sanzioni che avrebbero dovuto indebolire gli avversari e rafforzare il ruolo degli USA e della loro moneta.

Se, infatti, nell’analisi della guerra fosse più frequentemente adottata una concezione materialistica accompagnata da un saldo riferimento all’inevitabile scontro tra le classi da un lato e a quello tra le nazioni e gli imperi dall’altro, più che porre l’attenzione su inutili disquisizioni sui diritti liberali o il diritto alla resistenza degli Stati, si coglierebbe tra gli elementi che hanno contribuito a scatenare il conflitto, con il suo corollario di morte e distruzione, quello dello scontro di carattere monetario ovvero dettato dalle necessità non soltanto di ordine geopolitico ed egemonico dal punto di vista militare, ma anche da quella di dar vita ad un nuovo ordine multipolare monetario destinato a sopravanzare e sostituire quello sorto a Bretton Woods nel 1944.

Con gli accordi siglati nella località statunitense, per la prima volta nella storia, si erano stabilite delle regole internazionali per i commerci e i rapporti finanziari fra le principali potenze economiche mondiali. Gli USA, che meno di dodici mesi dopo sarebbero usciti come assoluti vincitori dal conflitto mondiale, imposero al resto del mondo la loro valuta, il dollaro.
Venne infatti stabilito che il dollaro diventasse la valuta di riferimento per i commerci mondiali. Grazie a quegli accordi gli Stati Uniti imposero il dollaro, che era dipendente dalle decisioni prese dalla Federal Reserve e dal dipartimento del Tesoro Usa, al resto del mondo.

È chiaro che tale situazione, che favoriva l’utilizzo del dollaro per tutte le principali transazioni finanziarie internazionali riguardanti sia il mercato azionario sia quello dei beni e delle materie prime, avrebbe nel tempo suscitato rivalità e tentativi di scalzare una supremazia della moneta americana che, contemporaneamente, favoriva sia una facilitazione per le transazioni economiche sia il predominio degli USA sul mercato mondiale. Principalmente finanziario, ma non solo.

Prima dell’avvento dell’euro che, nel corso dei venti anni dalla sua adozione, si era ritagliato una quota del 20%, la percentuale degli scambi in dollari era ancora più alta, con lo yen giapponese, la sterlina inglese e il marco tedesco a giocare il ruolo di debolissimi comprimari. La nascita dell'euro stesso aveva eliminato un concorrente nazionale, il marco tedesco, e fortemente ridimensionato il ruolo delle altre due monete.

Così, in realtà tale contrasto tra il dollaro e le altre valute scorre sotto gli occhi degli spettatori distratti da diversi anni a questa parte, almeno fin dall’entrata in vigore dell’euro. Valuta che fu creata, ancor prima che per unire monetariamente l’Europa, proprio per dare all’economia europea una moneta comune in grado di scalzare il potere del dollaro sul mercato mondiale. Motivo per cui, però, tardando ad affermarsi come moneta di scambio e di riserva, pari o di poco inferiore al ruolo svolto dalla moneta americana, ha per un certo periodo contribuito al mantenimento del ruolo centrale svolto da quest’ultima.

Non a caso, solo per fare un esempio, agli occhi americani si rivelò particolarmente perniciosa la proposta di Saddam Hussein di accettare il pagamento in euro del petrolio iracheno. Motivo che rese l’ex-alleato inviso agli Stati Uniti ben più delle sue presunte frequentazioni terroristiche e delle sue mai trovate armi di distruzione di massa.

La finanza, la weaponizing finance, è diventata così un’arma che al momento attuale sono principalmente gli Stati Uniti a voler utilizzare, contando sullo strapotere del dollaro nel sistema monetario internazionale. Applicata alla Russia, nel breve periodo e fino ad ora, non ha però ottenuto l’effetto devastante che ci si aspettava, anzi, come vedremo tra poco, ha danneggiato più i suoi utilizzatori, in termini di inflazione, aumento del valore delle materie prime e beni di prima necessità come il grano. Iniziando già a contribuire sia ad uno sviluppo delle contraddizioni tra le classi, come in Sri Lanka e Tunisia, sia tra gli interessi degli Stati presunti alleati, come l’impossibile accordo sul tetto del costo di petrolio e gas e la posizione di diversi stati europei sulle sanzioni alla Russia cominciano a dimostrare ben al di là della semplice sfera economica.

Se per alcuni anni l’indebolimento dell’euro rispetto al dollaro è stato sfruttato in maniera concorrenziale dall’industria europea per favorire le proprie esportazioni, oggi con il cambio euro-dollaro giunto a 1,04 rispetto a quello di 1,20 di un anno fa o a quello di 1,45 di circa dieci/dodici anni fa, inizia a preoccupare seriamente gli investitori che prevedono che nel giro di qualche mese il ribasso potrebbe giungere ad una quasi parità tra moneta unica e dollaro (1,02 circa).

In altre parole, poco importa se l’inflazione nell’Eurozona sia schizzata al 7,5% in aprile, record storico da quando esiste l’euro. L’istituto non riesce ad alzare i tassi, perché teme che ciò provochi un innalzamento del costo del debito insostenibile per paesi come l’Italia. D’altra parte, la guerra in Ucraina sta colpendo direttamente il Vecchio Continente e per il momento non l’America. Dunque, la Federal Reserve sta alzando i tassi d’interesse e continuerà a farlo a passo veloce nei prossimi mesi per battere l’inflazione. La BCE ritiene di non poterselo permettere.
Per questo il cambio euro-dollaro sarebbe destinato a restare debole e a contrarsi maggiormente nei prossimi mesi. L’Eurozona rischia di entrare in recessione, per cui la BCE tentennerà sul rialzo dei tassi. Nel frattempo, la FED sarà pressata per battere l’inflazione, anche perché questo è diventato il capitolo più spinoso per l’economia americana prima delle elezioni di metà mandato a novembre. L’amministrazione Biden non può permettersi i lusso di lasciar correre ulteriormente i prezzi al consumo, altrimenti rischia una batosta storica in occasione del rinnovo del Congresso9.

Però il processo inflattivo acceleratosi a partire dall’inizio del conflitto ucraino ha fatto sì che la debolezza dell’euro si accompagnasse alla crescita dei prezzi del petrolio. Un anno fa, il Brent sui mercati internazionali era quotato meno di 68 dollari al barile. Allora, poi, il cambio euro-dollaro era di circa 1,21. E così un barile costava 56 euro. Ora le quotazioni salite, in aprile, sopra i 104 dollari e con il cambio euro-dollaro sceso a 1,06, un barile costa sui 98 euro, il 75% in più su base annua. Con tutte le conseguenze che si possono facilmente immaginare sia a livello di consumi privati, deprezzamento delle retribuzioni dei lavoratori e aumento generale del costo della vita accompagnato, in un prossimo futuro, da pesanti perdite, chiusure e licenziamenti in diversi settori industriali.

Ma fin qui ci porremmo ancora e soltanto sul piano dei conti della serva o di un ragionier alla Mario Draghi, poiché la weaponizing finance ha ottenuto anche ben altri risultati sul piano monetario.

Alla fine di gennaio, la Russia deteneva riserve in valuta estera per un valore di 469 miliardi di dollari. Questo tesoro è nato dalla prudenza insegnata dal suo default del 1998 e, sperava Vladimir Putin, anche una garanzia della sua indipendenza finanziaria. Ma, quando è iniziata la sua “operazione militare speciale” in Ucraina, ha appreso che più della metà delle sue riserve erano congelate. Le valute dei suoi nemici hanno cessato di essere denaro utilizzabile. Questa azione non è significativa solo per la Russia. Una demonetizzazione mirata delle valute più globalizzate del mondo ha grandi implicazioni [...] Un denaro globale – uno su cui le persone fanno affidamento nelle loro transazioni transfrontaliere e nelle decisioni di investimento – è un bene pubblico globale. Ma i fornitori di quel bene pubblico sono i governi nazionali. Anche sotto il vecchio gold exchange standard, era così. [...] Nel terzo trimestre del 2021, il 59% delle riserve globali in valuta estera era denominato in dollari, un altro 20% in euro, il 6% in yen e il 5% in sterline. Il renminbi cinese costituiva ancora meno del 3% delle riserve globali. Oggi, i fondi globali sono emessi dagli Stati Uniti e dai loro alleati, compresi quelli piccoli. Questo non è il risultato di una trama. I fondi utili sono quelli delle economie aperte con mercati finanziari liquidi, stabilità monetaria e stato di diritto. Eppure l’armamento di quelle valute e dei sistemi finanziari che le gestiscono mina quelle proprietà per qualsiasi detentore che teme di essere preso di mira. Le sanzioni contro la banca centrale russa sono uno shock. Chi, si chiedono i governi, sarà il prossimo? Cosa significa per la nostra sovranità? Si può obiettare alle azioni dell’Occidente per motivi strettamente economici: l’armamento delle valute frammenterà l’economia mondiale e la renderà meno efficiente. Questo, si potrebbe rispondere, è vero, ma sempre più irrilevante in un mondo di gravi tensioni internazionali. Sì, è un’altra forza per la deglobalizzazione, ma molti si chiederanno “e allora?”. Un’obiezione più preoccupante per i politici occidentali è che l’uso di queste armi potrebbe danneggiarli. Il resto del mondo non si affretterà a trovare modi per effettuare transazioni e immagazzinare valore che aggira le valute e i mercati finanziari degli Stati Uniti e dei loro alleati? Non è questo che la Cina sta cercando di fare in questo momento? Lo è. In linea di principio, si potrebbero immaginare quattro sostituti delle odierne valute nazionali globalizzate: valute private (come bitcoin); moneta merce (come l’oro); una valuta globale (come i diritti speciali di prelievo del FMI); o un’altra valuta nazionale, più ovviamente quella cinese10.

Ma un opuscolo recente di Graham Allison, dell’Università di Harvard, su The Great Economic Rivalry conclude che la Cina è già un formidabile concorrente degli Stati Uniti. La storia suggerisce che la valuta di un’economia delle sue dimensioni, sofisticazione e integrazione diventerebbe un denaro globale. Finora, tuttavia, questo non è accaduto. Questo perché il sistema finanziario cinese è relativamente poco sviluppato, la sua valuta non è completamente convertibile e il paese manca di un vero stato di diritto. La Cina è molto lontana dal fornire ciò che la sterlina e il dollaro hanno fornito nel loro periodo di massimo splendore. Mentre i detentori del dollaro e di altre importanti valute occidentali potrebbero temere sanzioni, devono sicuramente essere consapevoli di ciò che il governo cinese potrebbe fare loro, se lo scontentassero. Altrettanto importante, lo stato cinese sa che una valuta internazionalizzata richiede mercati finanziari aperti, ma ciò indebolirebbe radicalmente il suo controllo sull’economia e sulla società cinese. Questa mancanza di un’alternativa veramente credibile suggerisce che il dollaro rimarrà la valuta dominante del mondo. Eppure c’è un argomento contro questa visione compiacente, esposta in Digital Currencies, un opuscolo stimolante della Hoover Institution. In sostanza, questo è che il sistema di pagamento interbancario transfrontaliero cinese (Cips – un’alternativa al sistema Swift) e la valuta digitale (l’e-CNY) potrebbero diventare un sistema di pagamento dominante e una valuta veicolo, rispettivamente, per il commercio tra la Cina e i suoi numerosi partner commerciali. A lungo termine, l’e-CNY potrebbe anche diventare una valuta di riserva significativa. Inoltre, sostiene l’opuscolo, ciò darebbe allo stato cinese una conoscenza dettagliata delle transazioni di ogni entità all’interno del suo sistema. Sarebbe un’ulteriore fonte di potere. Oggi, il dominio schiacciante degli Stati Uniti e dei loro alleati nella finanza globale [...] conferisce alle loro valute una posizione dominante. Oggi non esiste un’alternativa credibile per la maggior parte delle funzioni monetarie globali. Oggi, è probabile che l’alta inflazione sia una minaccia maggiore per la fiducia nel dollaro rispetto alla sua militarizzazione contro gli stati canaglia. A lungo termine, tuttavia, la Cina potrebbe essere in grado di creare un giardino recintato per l’uso della sua valuta da parte di coloro che le sono più vicini. Anche così, coloro che desiderano effettuare transazioni con i paesi occidentali avranno ancora bisogno di valute occidentali. Ciò che potrebbe emergere sono due sistemi monetari – uno occidentale e uno cinese – che operano in modi diversi e si sovrappongono a disagio. Come per altri aspetti, il futuro promette non tanto un nuovo ordine globale costruito intorno alla Cina quanto più disordine. Gli storici futuri potrebbero vedere le sanzioni di oggi come un altro passo in quella direzione11.

Non soltanto le sanzioni nei confronti della Russia possono dunque contribuire allo sviluppo di un autentico avversario valutario con la crescita della Cina e del suo peso finanziario, oggi non ancora pari a quello produttivo, ma hanno già contribuito ad un rafforzamento dello stesso rublo che, dall’inizio della guerra, non soltanto ha raggiunto, nei confronti del dollaro, un valore di scambio precedentemente mai conseguito12, ma si è di fatto anche imposto come moneta per le transazioni riguardanti l’acquisto di petrolio e gas da parte dei paesi occidentali13.

Nonostante i balletti e le recite a soggetto messe in atto formalmente da Bruxelles, è chiaro e sotto gli occhi di tutti che, al momento attuale, i paesi europei, Germania e Italia in testa ma anche Austria, Ungheria e altri, non possono fare a meno del petrolio e del gas russo (che solo per l’Italia costituisce il 38% delle importazioni energetiche) e che per tali motivi sono disposti a pagare in rubli, pur facendo finta di niente. Oppure ricorrendo all’escamotage proposto loro dal governo russo e dal colosso Gazprom di poter indifferentemente accedere a due conti del gigante russo del gas, uno in rubli e uno in euro/dollari poi riconvertibili in rubli dalla stessa Gazprom.

Insomma dopo giorni e settimane e mesi di discussioni su sanzioni e pagamenti, alla fine ad uscirne rafforzata è stata la Russia che per la prima volta può ottenere il pagamento delle sue materie prime in rubli, prima ancora che in dollari. Se questa la si vuol chiamare sconfitta lo si faccia pure, magari in omaggio all’Eurovision Song Contest e alla società dello spettacolo che in tal modo vuole farci intendere il mondo, ma perché allora in un recente editoriale il direttore de «La Stampa» si è dimostrato così preoccupato da scrivere quanto segue:

L’euro ha forgiato un nucleo duro di paesi. L’Unione monetaria ci ha illuso di poter far da traino a tutto il resto, dalla difesa al Welfare. E di poter diventare, addirittura, valuta di riserva su scala globale. Oggi naufraga anche quella illusione sotto i colpi dei missili Kalibr e delle bombe al fosforo di Mosca. C’è un altro conflitto che non stiamo vedendo [...] è la guerra per l’egemonia valutaria, che potrebbe spazzar via il poco che resta del pur già instabile “ordine finanziario” nato dagli accordi di Bretton Woods del luglio del ’44, quando il mondo incoronò Re Dollaro come moneta di riferimento dei commerci internazionali [...] Oggi quel Regno, già periclitante, è insidiato dagli stravolgimenti geo-politici innestati dalla guerra santa di Putin. E l’America, che attraverso il dollaro controlla il 90% degli scambi globali e il 59% delle riserve delle banche centrali del mondo, combatte a distanza al fianco di Zelensky anche per difendere il suo trono valutario.
[...] Per togliere ossigeno allo Zar e al suo esercito, Washington e Bruxelles hanno varato sanzioni che hanno colpito finora 5.500 obiettivi russi [...] Putin ha risposto imponendo l’obbligo del pagamento in rubli su tutte le forniture di gas e petrolio. USA e UE, dopo un secco rifiuto iniziale, stanno gradualmente cedendo al ricatto [...] Questa escalation sancisce già l’inizio della fine di un sistema monetario “aperto”. L’uso massiccio ed esteso delle sanzioni è un formidabile dissuasore non solo politico, ma anche finanziario e commerciale [...] Ma ora il fenomeno si sta allargando ed elevando a sistema. Ma proprio perché elevate a sistema, le sanzioni contribuiscono a minare la fiducia nel dollaro e spingono a cercare soluzioni valutarie alternative o parallele. Sta già succedendo. La Cina ha avviato trattative con l’Arabia Saudita, per convincere Riad ad accettare renmimbi al posto dei dollari nel pagamento delle forniture petrolifere. Pechino ha anche avviato lo sviluppo dello “e-yuan”, la sua moneta digitale, e del “China Interbank Payment System”, piattaforma autonoma per i pagamenti internazionali, con l’obiettivo di staccarsi il prima possibile dal circuito occidentale Swift. A Erevan, a metà marzo, si è svolto il meeting “Nuova fase della cooperazione monetaria e finanziaria tra l’Unione Economica Euroasiatica e la Repubblica Popolare Cinese” [...] L’idea di Eurasia è esattamente questa: costruire un sistema monetario e finanziario internazionale “post-americano” [...] Secondo Mosca e il cartello euro-asiatico il congelamento delle riserve valutarie russe nei conti di deposito delle banche centrali occidentali , da parte degli Stati Uniti, dell’UE e del Regno Unito, ha incrinato lo status del dollaro, dell’euro e della sterlina come valute di riserva globale. Ed è questo che impone un’accelerazione verso lo smantellamento dell’ordine economico mondiale imperniato sul biglietto verde.
Ecco dunque l’altra posta in gioco della guerra ucraina, che fa convergere Putin e Xi Jinping. L’attacco all’egemonia americana attraverso il dollaro [...] Ovviamente non è detto che riesca. Ma il tentativo è avviato. E come minimo produrrà una riaggregazione tra società “chiuse” e una de-globalizzazione per zone di interesse [...] In questa terra incognita, va da sé, chi rischia di cadere e farsi male è ancora una volta l’Europa con la sua moneta zoppa. Nell’ultimo anno l’euro si è già deprezzato del 15%. Nelle ultima settimane è scivolato a quota 1,04 contro il dollaro [...] Un disastro, visto che il grosso della nostra inflazione è importata e deriva soprattutto dai costi proibitivi delle risorse energetiche14.

Bene, dopo questa autentica “confessione” di un rappresentante dell’informazione mainstream, è giunto il momento di tirare alcune prime conclusioni.

La prima è che non vi possono essere più dubbi sulla gravità del conflitto militare in atto e sull’inevitabilità del suo allargamento su scala mondiale, visto che è destinato a  ridefinire ruoli e posizioni di comando all’interno del controllo dei mercati, delle ricchezze e delle risorse mondiali.

La seconda è costituita dal fatto che tutte le attuali alleanze, soprattutto in Occidente, sono destinate a sfaldarsi e a diventare motivo di conflitto più che di mantenimento di un ordine qualsiasi o della pace.

La terza è che l’Europa ancora una volta sarà al centro del conflitto, con tutte le conseguenze che da ciò deriveranno.

La quarta, e per ora ultima, è che i giovani, le donne, i lavoratori, i ceti medi impoveriti, le classi che non hanno mai neppure potuto intravedere una possibilità di miglioramento delle proprie condizioni economiche e sociali e gli stessi soldati non hanno e non avranno alcun interesse a schierarsi e a combattere per l’euro, il dollaro, la sterlina, il rublo o lo yuan.

Non avranno alcun interesse a schierarsi con sistemi che attraverso lo sfruttamento della forza lavoro e dei corpi, l’estrattivismo, la proprietà privata, il Dio denaro e l’accaparramento nelle mani di pochi delle ricchezze socialmente prodotte hanno creato le condizioni del conflitto militare e di quello di classe in ogni angolo del globo. E proprio su quest’ultimo punto si giocherà la sopravvivenza dell’intera specie e il suo divenire.

il nemico è qui tra noi,
mangia come noi, parla come noi,
dorme come noi, pensa come noi
ma è diverso da noi.
Il nemico è chi sfrutta il lavoro
e la vita del suo fratello;
il nemico è chi ruba il pane
il pane e la fatica del suo compagno;
il nemico è colui che vuole il monumento
per le vittime da lui volute
e ruba il pane per fare altri cannoni
e non fa le scuole e non fa gli ospedali
e non fa le scuole per pagare i generali, quei generali
quei generali per un’altra guerra…

N. B.
La canzone “Il monumento” è firmata per il testo e la musica da Jannacci, ma una nota all’interno del disco in cui era pubblicata nel 1975, “Quelli che…” , dall’etichetta Ultima Spiaggia di Nanni Ricordi, segnalava che il testo antimilitarista, era tratto da un volantino trovato durante l’inaugurazione di un monumento ai caduti; nella realtà era invece tratta da una poesia di Bertolt Brecht (pubblicata tradotta in italiano nel settembre del 1965 nel numero 6 della rivista Nuovo Canzoniere Italiano a pagina 32).

(Fine prima parte )

Note

  1. Sull’argomento si potrebbe rivelare utile la lettura di Domenico Quirico, Azov, gli eroi impossibili serviti per la propaganda di russi e ucraini, «La Stampa», 18 maggio 2022  

  2. “Kiev deve fronteggiare le operazioni a sud e a est, settori in cui l’artiglieria ha un ruolo predominante, per le caratteristiche del territorio e perché i russi l’hanno sempre considerata una specialità: la stanno usando infatti in modo massiccio per «arare» le posizioni della resistenza. Vogliono distruggere le trincee ben costruite, ma anche piegare il morale. L’artiglieria permette infatti di colpire da lontano, rallentando o distruggendo le forze nemiche e consentendo al tempo stesso a fanteria e blindati di avanzare. I russi sono dunque incessanti nei tiri, come loro stessi raccontano nei bollettini ufficiali: soltanto martedì sono stati colpiti 400 siti, sostiene la Difesa russa.
    Dalla sua, Mosca ha l’esperienza, i numeri, la potenza: l’artiglieria è il cuore dell’esercito russo già dai tempi dell’Impero, nota l’Economist. Durante il precedente conflitto nel Donbass i suoi soldati erano in grado di agire nell’arco di 4 minuti dal momento in cui veniva identificato il target. Quell’operazione ha infatti avuto successo, anche grazie ad un arsenale vasto. Un suo lanciatore multiplo Smerch di progettazione sovietica può arrivare a 70 chilometri di stanza, un pezzo D-30 a 22, quindi i mortai pesanti trainati da mezzi (il Tyulpan) tra 9 e 20 chilometri, i veri semoventi corazzati capaci di arrivare fino a 30 chilometri. Le batterie inquadrano un’area, gli uomini sono assistiti dai droni e dalla ricognizione, quindi iniziano a martellare. Possono continuare per giorni, a patto di avere scorte a sufficienza, ma anche una rete logistica di livello: una singola «bomba» da 155 mm può pesare 50 chilogrammi”, da Andrea Marinelli e Guido Olimpio, La potenza russa contro gli aiuti esterni ucraini: il ruolo dell’artiglieria nella seconda fase della guerra, «Corriere della sera», 5 maggio 2022

  3. Si veda qui  

  4. Si veda in proposito il sempre utile e dettagliato film di Ridley Scott, Black Hawk Down, del 2001  

  5. Fabio Mini, Kharkiv né occupata né liberata. A Mariupol niente più resistenza, «il Fatto Quotidiano», 16 maggio 2022  

  6. Si veda, a titolo di esempio, Steven A. Cook, Ukraine’s War Is Erdogan’s Opportunity. «Foreign Policy», 29 marzo 2022  

  7. Si veda l’intervista a Paolo Agnelli, industriale leader nel settore dell’alluminio e presidente di Confimi Industria – associazione che raccoglie 45milaimprese e 650mila dipendenti – sulle pagine di «Verità & Affari» del 15 maggio 2022: Maurizio Cattaneo, «Draghi non faccia il ragioniere. Materie prime ed energia? Si rivede il baratto»  

  8. qui  

  9. Giuseppe Timpone, Cambio euro-dollaro sulla parità entro fine anno, ecco perché, «Investire oggi», 12 maggio 2022  

  10. Martin Wolf, Un nuovo mondo di disordine valutario incombe, «Financial Times», 29 marzo 2022  

  11. Martin Wolf, cit.  

  12. Si veda qui  

  13. Vanessa Ricciardi, Putin sta vincendo almeno la guerra del gas. Anche l’Italia si piega, «Domani», 12 maggio 2022  

  14. Massimo Giannini, L’Occidente prigioniero e il trono di Re Dollaro, «La Stampa», 15 maggio 2022

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23/05/2022

L’Ucraina diventa un boccone sempre più indigesto, per l’Occidente

L’Ucraina esclude un accordo di cessate il fuoco con la Russia e non accetterà alcuna intesa che riconosca la perdita del controllo di parte del proprio territorio nazionale. Ad affermarlo è il consigliere presidenziale ucraino, Mykhaylo Podolyak, citato dall’agenzia di stampa “Ukrinform”. Podolyak ha riconosciuto come la posizione di Kiev sulla guerra stia diventando sempre più intransigente e ha sottolineato che qualsiasi concessione avrebbe conseguenze negative per l’Ucraina, poiché, dopo una pausa nelle ostilità, la Russia le infliggerebbe un colpo ancora più pesante. L’esponente di Kiev considera “strani” gli appelli dell’Occidente per una tregua immediata: “Le forze russe devono lasciare il Paese prima che il processo di pace possa riprendere”.

A sostenere la posizione oltranzista dell’Ucraina contro i negoziati, oltre a Usa e Gran Bretagna, è rimasta solo la Polonia. “La pace è il nostro obiettivo comune, ma non può essere una pace a ogni costo. Non possiamo accettare un dialogo che può essere sfruttato da Putin, un dialogo sopra le teste degli ucraini” ad affermarlo è il premier polacco Mateusz Morawiecki, in un’intervista a La Repubblica, nella quale non nasconde i suoi dubbi sulla proposta italiana di colloqui per la pace in Ucraina. Ogni tentativo, afferma, ha portato finora alla “umiliazione”.

Da Mosca fanno sapere che “Da parte nostra, siamo pronti a continuare il dialogo. Ma vorrei sottolineare che la palla di ulteriori colloqui di pace è nel campo dell’Ucraina. Il congelamento dei colloqui è stata un’iniziativa totalmente ucraina”, ha dichiarato l’assistente presidenziale russo Vladimir Medinsky in un’intervista al canale televisivo bielorusso ONT.

Doccia fredda sull’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea

Ma sul come stiano effettivamente le cose, è significativa la doccia fredda che la Francia ha gettato sulle aspettative del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, per un rapido ingresso nell’Ue. “Dobbiamo essere onesti. Se dici che l’Ucraina entrerà a far parte dell’Ue tra sei mesi, o un anno o due, stai mentendo”, ha detto il ministro con delega per l’Europa, Clement Beaune. “Probabilmente tra 15 o 20 anni... ci vuole tanto tempo”. Dal canto suo la Germania si oppone all’idea di emettere titoli di debito dell’Unione Europea per finanziare la ricostruzione dell’Ucraina. A chiarirlo sul Financial Times è stato il ministro delle Finanze tedesco, Christian Lindner.

Ma qualche segno di incertezza sul come procedere in questa guerra, viene anche dagli Stati Uniti. Il quotidiano Wall Street Journal aveva anticipato ieri che membri dell’amministrazione Biden stavano valutando il ricorso alle forze speciali per garantire una maggiore sicurezza della sede diplomatica statunitense nella capitale ucraina. Fonti anonime citate dal quotidiano precisano che l’eventuale invio di militari statunitensi a Kiev avrebbe la sola funzione di garantire la sicurezza dell’ambasciata; al momento, il piano non sarebbe ancora stato posto all’attenzione del presidente Biden.

Oggi il dipartimento della Difesa Usa ha fatto sapere di non aver “ancora assunto alcuna decisione” in merito alla possibilità di mobilitare le forze speciali per presidiare l’ambasciata degli Stati Uniti a Kiev. Lo si legge in una nota del Pentagono in cui si aggiungere che in “stretto contatto con il dipartimento di Stato” si sta valutando in merito “ai potenziali requisiti di sicurezza ora che sono riprese le attività dell’ambasciata a Kiev”.

Lo snodo dei prigionieri dell’Azovastal. Una cappa di “riservatezza”

C’è ancora una significativa riservatezza sui miliziani ucraini catturati dopo la resa all’acciaieria Azovstal. Le informazioni sul numero e sui dati personali dei militari ucraini che hanno deposto le armi presso l’acciaieria rimarranno riservate e non saranno rese pubbliche dal Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr). A dichiararlo è stata la portavoce della Cicr, Mirella Hodeib, in un’intervista pubblicata questa mattina dall’agenzia di stampa Ukrinform.

Uno dei problemi è che ci sono anche stranieri tra i combattenti che si sono arresi ad Azovstal, a Mariupol, ha detto Denis Pushilin, della Repubblica del Donetsk. “Secondo le informazioni preliminari, sì, c’erano e sì, ci sono. Ma non voglio fare affermazioni infondate, poiché le informazioni saranno, ovviamente, rese pubbliche dopo il lavoro degli specialisti”, ha detto alla TV Soloviov Live, rispondendo ad una domanda.

Su questo, il negoziatore russo Leonid Slutsky, capo della commissione Esteri della Duma russa, ha spiegato che la Russia valuterà «la possibilità» di uno scambio di prigionieri con l’Ucraina tra Viktor Medvedchuk – leader di uno dei partiti ucraini messi fuorilegge, considerato filorusso e arrestato dai servizi segreti ucraini – con i combattenti del battaglione Azov. Il 21 maggio il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha ribadito alla stampa ucraina che uno scambio di prigionieri con i soldati della Azovstal sarebbe stata una condizione imprescindibile per la ripresa dei negoziati con Mosca. Ma il leader della Repubblica del Donetsk, Denis Pushilin, ha ribadito che per i combattenti ucraini che sono usciti dall’acciaieria Azovstal è «inevitabile» un processo davanti a un tribunale.

La situazione sul campo non avvantaggia le forze ucraine

Del resto anche la situazione “sul campo” restituisce un quadro ben diverso da quello offerto dai report dell’intelligence e dai mass media occidentali. La famosa controffensiva ucraina a Karkhiv si è già arenata e rischia di trasformarsi in una trappola, con le truppe di Kiev che rischiano di rimanere intrappolate e circondate in sacche. Per ammissione dello stesso comandante in capo delle forze armate ucraine, generale Valery Zaluzhny, a Severodonetsk dove si combatte furiosamente in periferia, almeno 2.000/2.500 militari ucraini si troverebbero quasi completamente circondati. Lo stesso rischio si va delineando a Lisichansk, dove dopo giorni di stallo, le truppe russe hanno ripreso a guadagnare terreno su tutto l’asse da Rubizhne a Popasna puntando a tagliare le linee di comunicazione tra Severodonetsk e la vicina Lysychansk.

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22/05/2022

La carrellata di svastiche dei presunti “lettori di Kant”

Mostriamo questo video per fornire informazioni che la stampa mainstream prova in tutti i modi a nascondere sotto il tappeto.

I membri del battaglione Azov usciti dai sotterranei dell’accaieria Azovstal di Mariupol – com’è ovvio che accada quando di arresta o si fa prigioniero un combattente – vengono perquisiti e fatti spogliare. La verifica su eventuali tatuaggi dà quasi sempre informazioni chiare sull’identità “culturale” e ideologica.

Una carrellata di svastiche, teschi, immagini truculente. Che corrisponde, senza alcuna variazione, al limitato campionario dell’immaginario nazista.

Abbiamo letto, nelle scorse settimane, pensose interviste telefoniche ai diversi comandanti di questo tipo di “truppe”, che giuravano – per esempio – di “leggere Kant” ai propri uomini.

Abbiamo visto giornali “democratici”, di quelli che sotto elezioni si sbracciano per imporre il “voto utile” a chi si ritiene comunque “di sinistra” – Repubblica, per esempio – derubricare la svastica a simbolo esoterico di lontane ascendenza asiatiche, un po’ come facevano i fascisti italioti diversi decenni fa.

Abbiamo visto questi stessi giornali chiamare una svastica – fotografata! – un semplice “doppia S”, come se le SS fossero state una succursale della Caritas.

Tutto per convincerci che questa banda di nazisti sono in fondo “dei nostri”, gente giusta cui inviare sempre più armi.

Dice un vecchio adagio filosofico che “la forma è sostanza”. E se qualcuno, nel terzo millennio – quando ormai l’umanità intera ha associato quel logo a quella merda – si tatua indelebilmente una simbologia nazista, vuol dire che considera quella come parte costitutiva della propria identità e personalità.

Con buona pace dei camerieri di Molinari, Giannini, Mentana, ecc.

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21/05/2022

Guerra in Ucraina. Dopo L’Azovastal tocca a Lisichansk?

Le forze armate russe hanno annunciato di aver “liberato completamente” l’acciaieria Azovstal, dopo la resa degli ultimi soldati ucraini. “Dal 16 maggio, si sono arresi 2.439 nazisti del battaglione Azov e militari ucraini che erano bloccati nella fabbrica. Oggi, 20 maggio, si è arreso l’ultimo gruppo di 531 combattenti”, ha riferito il portavoce del ministero della Difesa russo, Igor Konashenkov.

Secondo l’agenzia russa Tass, il comandante del battaglione Azov è stato portato fuori dalle acciaierie Azovstal in uno speciale veicolo blindato. Il generale Igor Konashenkov ha spiegato che la misura è stata presa “per escludere rappresaglie da parte dei residenti locali”, per proteggerlo “dall’odio dei residenti di Mariupol e del desiderio dei cittadini di punirlo per le numerose atrocità” commesse.

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Missili russi ad alta precisione hanno distrutto oggi un grosso carico di armi destinati alle truppe ucraine nella regione di Zhytomyr. Il carico di armamenti distrutto proveniva dall’Europa e dagli Stati Uniti, ha dichiarato il maggiore generale Igor Konashenkov, portavoce del ministero della Difesa russo. “Missili marittimi a lungo raggio ad alta precisione Kalibr hanno distrutto un grande lotto di armi e attrezzature militari nell’area della stazione ferroviaria di Malin nella regione di Zhytomyr, consegnate dagli Stati Uniti e dai paesi europei per il raggruppamento di truppe ucraine nel Donbass”, ha detto Konashenkov. Il portavoce ha aggiunto che i missili ad alta precisione hanno distrutto anche alcune strutture di stoccaggio del carburante presso l’impianto portuale di Odessa. Il carburante era destinato ai veicoli blindati ucraini.

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Secondo quanto riferito da Kiev, le forze russe hanno lanciato un massiccio bombardamento di artiglieria contro Severodonetsk, uno degli ultimi bastioni ucraini a Lugansk, una delle due regionali orientali che Mosca e i combattenti delle Repubbliche hanno proclamato come Stati indipendenti.

Le forze armate russe stanno conducendo un’operazione offensiva nelle aree di Lysychansk e Severodonetsk, nella regione di Luhansk, nell’area sud orientale dell’Ucraina, stando a quanto dichiarato ieri dallo Stato maggiore generale delle forze armate ucraine. “Il nemico ha effettuato operazioni d’assalto nella direzione dell’insediamento di Severodonetsk, non ha avuto successo, ha subito perdite ed è stato costretto a ritirarsi. Sta combattendo nell’area dell’insediamento di Toshkivka”, si legge nel rapporto ucraino.

Fonti russe scrivono che sulla base dei combattimenti in corso e delle azioni militari delle forze armate russe e repubblicane si va creando una nuova “sacca” per le forze ucraine a Lisichansk nella regione di Lugansk, dove circa 10.000 soldati ucraini potrebbero trovarsi circondati. “In quel caso il numero dei prigionieri potrebbe battere significativamente il record di Azovstal. Quasi 10.000 soldati ucraini saranno circondati. Se l’operazione avrà luogo, non sarà solo una grande vittoria militare, ma anche morale” scrive il canale Telegram russo Intel Slava.

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In Russia invece è scoppiato un incendio in una sottostazione di trasformazione nei locali dell’Istituto centrale di aeroidrodinamica Zhukovsky (TsAGI) nella regione di Mosca, il centro più importante nel settore aerospaziale russo. Lo ha riferito una fonte informata all’agenzia russa Interfax: «Una sottostazione di trasformazione è in fiamme nell’area di 30 chilometri quadrati al numero 1 di via Zhukovsky», ha detto la fonte. Successivamente la stessa fonte ha spiegato che l’incendio è stato spento e non sono state segnalate vittime.

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La resa dei militari ucraini e dei miliziani dell’Azov. Due sorti diverse

La resa dei militari dell’esercito ucraino e del reggimento neonazista Azov asserragliati nell’acciaieria Azovstal è in corso ormai da giorni.

Il totale dei militari consegnatesi alle forze russe sarebbe pari a circa duemila effettivi, di cui alcune decine di feriti gravi e mutilati: circa duecento sarebbero i cadaveri di militari caduti ancora nei sotterranei dell’acciaieria. I cadaveri sarebbero stati collocati in alcune celle frigorifere all’interno della struttura.

Nel corso della resa per il momento non si è registrato alcun incidente o tentativo di fuga.

Se da una parte rimane possibile che i militari dell’esercito ucraino arresisi possano essere scambiati con i militari russi fatti prigionieri da Kiev, per i membri del reggimento neonazista Azov la questione cambia non di poco. Al momento sembra probabile che a questi ultimi venga preclusa ogni possibilità di scambio con altri prigionieri e che vengano processati nella Federazione Russa per crimini di guerra: resta tuttavia ignoto, per adesso, il destino che li attende.

Le riprese video dei gruppi di militari arresisi e perquisiti dalle forze russe sono effettuate quasi esclusivamente da personale militare. In generale ai giornalisti – sia russi che stranieri – non viene consentito di avvicinare i militari arresisi e assai difficilmente sarà possibile farlo fino a che non verranno completati gli interrogatori a cui ogni prigioniero dovrà essere sottoposto. In nessun modo è possibile, ad oggi, accedere al perimetro interno dell’acciaieria. Nessuna conferma ulteriore, per il momento, riguardo la presenza di militari provenienti da paesi NATO all’interno dell’Azovstal.

Tutto fa intendere che siano in corso trattative sia tra Kiev e Mosca, ma soprattutto tra quest’ultima e le cancellerie occidentali: il silenzio protempore sembra infatti potersi spiegare con l’intenzione di trattare eventuali condizioni sul rilascio – ufficiale o ufficioso – di personale militare straniero in stato di prigionia prima che venga pubblicata qualsiasi notizia a riguardo.

Non serve molta fantasia per immaginare quali potrebbero essere le richieste di Mosca in sede di trattativa.

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19/05/2022

Guerra in Ucraina - Negoziati in salita. Piano di pace italiano. Saliti a 1.730 gli ucraini catturati all’Azovstal

I negoziati impossibili. Ucraina dice no. Piano di pace dell’Italia all’Onu

La Russia si è detta pronta a riprendere i colloqui con l’Ucraina quando Kiev si dichiarerà pronta a farlo ha sostenuto il vice ministro degli Esteri russo Andrei Rudenko citato dall’Agenzia Interfax. Ma la risposta di Kiev non lascia spiragli. Il cessate il fuoco non andrebbe offerto all’Ucraina, in quanto questo è impossibile senza il ritiro totale delle truppe russe, ha dichiarato il consigliere presidenziale e negoziatore ucraino, Mykhaylo Podolyak, in un tweet. A suo dire l’Ucraina non è interessata a “nuovi accordi di Minsk”, che condurrebbero alla riproposizione del conflitto tra pochi anni. “Fino a quando la Russia non sarà pronta a liberare completamente i territori occupati, la nostra squadra negoziale sarà composta da armi, sanzioni e soldi”, ha scritto Podolyak.

L’Italia ha presentato ieri a New York, durante un colloquio tra il ministro degli Esteri Di Maio e il Segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, un piano per la pace tra Ucraina e Russia: la notizia riportata oggi da Repubblica, è stata confermata da fonti della Farnesina. Il documento è stato elaborato alla Farnesina in stretto coordinamento con Palazzo Chigi, scrive il quotidiano che precisa come alcuni contenuti della bozza siano stati anticipati agli sherpa del G7 e del gruppo Quint (Usa, Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia). Essi prevedono un percorso in quattro tappe, sotto la supervisione di un Gruppo internazionale di Facilitazione (GIF): il cessate il fuoco, la possibile neutralità dell’Ucraina, le questioni territoriali – in particolare Crimea e Donbass – e un nuovo patto di sicurezza europea e internazionale.

Quanti sono i soldati ucraini arresisi all’Azovstal?

Sono saliti a 1.727 i soldati e i miliziani nazisti ucraini asserragliati nell’acciaieria Azovstal di Mariupol che si sono arresi da lunedì scorso. Lo afferma oggi il sito della Repubblica Popolare di Donetsk, aggiungendo che almeno 80 di loro sono feriti. Secondo altre fonti fra coloro che si sono arresi vi sarebbe anche il vice comandante e portavoce del Reggimento Azov, Svjatoslav Palamar (Kalina), che avrebbe lasciato i sotterranei dell’acciaieria ieri sera, lo riferiscono canali Telegram filogovenativi russi, che riportano le parole di un reporter inviato al fronte, Dmitry Steshin, ma sottolineando che non ci sono per ora altre conferme. Lo stesso profilo twitter del Battaglione Azov del resto è fermo al 16 maggio.

Tra i miliziani ucraini che si sono arresi, figura invece sicuramente Denis Nuryga, del battaglione Aidar, che sarà il primo a comparire davanti al tribunale. È accusato di aver fatto esplodere un ponte nella regione di Lugansk nel 2019, a seguito del quale sono state uccise le sentinelle della Milizia Popolare della LPR.

Il ministero dell’Interno russo ha inserito nella lista dei ricercati due comandanti del battaglione “Azov”, Sergei Velichko e Konstantin Nemichev. Lo riporta l’Agenzia Interfax. I due, secondo Mosca, sarebbero coinvolti nella tortura di almeno otto militari russi, a cui avrebbero inflitto lesioni personali multiple, nella regione di Kharkiv.

Attacchi ucraini a Kursk

Il governatore russo dell’Oblast di Kursk, Roman Starovoit, ha affermato che un civile è stato ucciso e diverse persone sono rimaste ferite a causa degli attacchi ucraini. Secondo lui, i bombardamenti hanno colpito una fabbrica di etanolo nel villaggio di Tyotkino, che si trova a 2,4 chilometri dal confine russo-ucraino. In precedenza l’Ucraina non aveva né confermato né negato il bombardamento delle regioni di confine russe. Secondo il Kiev Indipendent, i funzionari ucraini da mesi chiedono agli Stati Uniti di inviare più lanciarazzi, ma la Casa Bianca è preoccupata di espandere e prolungare la guerra poiché l’arma può essere utilizzata per lanciare attacchi all’interno della Russia, ha riferito il giornale Politico, citando tre fonti anonime. I funzionari ucraini “sono sempre più frustrati dalla resistenza dell’amministrazione Biden nel fornire sistemi missilistici a lungo raggio di fabbricazione statunitense”, ha aggiunto Politico, poiché l’arma è fondamentale per superare la Russia nel Donbass.

La democrazia in Ucraina non è di casa

A Odessa su 64 consiglieri del Consiglio comunale, ben 24 sono stati arrestati perché aderenti ai partiti di opposizione messi fuorilegge dal governo di Kiev. (fonte: Kiev Indipendent, intervista al sindaco di Odessa Truckanov). L’Ucraina è un paese sovrano ma non è affatto un paese “libero e democratico” come vogliono farci credere.

La Russia si appropria dell’energia della centrale nucleare di Zaporizhzhia

La centrale nucleare di Zaporizhzhia, nell’Ucraina sud orientale, lavorerà per la Russia ma, in caso di pagamento, sarebbe pronta a fornire elettricità anche a Kiev. A dichiararlo è stato il vice primo ministro russo, Marat Khusnullin, durante una visita a Melitopol, nella regione di Zaporizhzhia. “L’energia elettrica è una merce che non può essere accumulata in un magazzino. Pertanto, se il sistema energetico dell’Ucraina è pronto a pagare, allora la venderemo, altrimenti la centrale nucleare funzionerà per la Russia”, ha dichiarato Khusnullin. Inoltre il vicepremier ha osservato come l’energia elettrica prodotta dalle centrali nucleari sia relativamente economica e quindi competitiva, pertanto la Russia non dovrà “preoccuparsi di dove vendere l’elettricità”.

Fonti: Ansa, Agi, Nova, Kiev Indipendent, Ria Novosti

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18/05/2022

Guerra in Ucraina. La Nato ingoia la caduta della Azovstal

Ultim’ora. La Russia ha espulso 24 diplomatici italiani come ritorsione per l’espulsione dei diplomatici russi dall’Italia avvenuta alcune settimane fa.

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Il regime di Kiev si arrampica decisamente sugli specchi per spiegare la resa dei miliziani ucraini all’acciaieria Azovstal di Mariupol. Zelenski evita la parola “resa” e parla di una evacuazione come “operazione umanitaria”. I media occidentali e della Nato gli vanno dietro sullo stesso ritmo omettendo una realtà ormai ben visibile. La Russia intanto afferma che i soldati ucraini catturati all’acciaieria saranno trattati in linea con le leggi internazionali. Kiev prospetta uno scambio di prigionieri ma il presidente della Duma russa si oppone: "Vanno processati”.

Il procuratore generale russo ha chiesto alla Corte suprema di riconoscere il reggimento ucraino Azov come “organizzazione terroristica”. Lo ha riferito l’agenzia di stampa Interfax citando il sito web del ministero della giustizia russo. La Corte Suprema russa dovrebbe esaminare il caso il 26 maggio.

“Complessivamente, 256 militanti ucraini si sono arresi dal territorio dell’acciaieria Azovstal a Mariupol. Tra i militanti catturati ci sono 51 feriti”, ha dichiarato il quartier generale della Repubblica di Donetsk sul suo canale Telegram. Ma un lancio dell’agenzia russa Ria Novosti successivo rende noto che il numero dei miliziani e dei soldati ucraini presi prigionieri all’Azovstal è salito a 694 nelle ultime ore. Ancora nessuna conferma sulla notizia della cattura di un generale statunitense in pensione che era circolata ieri l’altro.

Dalla caduta dell’Azovstal anche i rapporti quotidiani dell’intelligence britannica abbondantemente ripresi dai mass media italiani ed occidentali sono diventati striminziti e ripetitivi.

Stamani intanto due attacchi missilistici russi hanno colpito la città di Dnipro, nell’Ucraina orientale, distruggendo parte di una infrastruttura dei trasporti riferisce l’agenzia Ukrinform. “Una notte allarmante e una mattinata inquieta. Secondo il comando sud delle forze armate ucraine armi di precisione provenienti dal Mar Nero si sono abbattuti sulla regione di Odessa".

Secondo il rapporto dello Stato maggiore di Kiev, le truppe russe stanno effettuando bombardamenti lungo l’intera linea di contatto e nelle profondità della difesa delle forze ucraine nell’area operativa di Donetsk.

I morti civili registrati nella guerra in Ucraina sono 3.752, i feriti dall’inizio dell’invasione russa il 24 febbraio scorso sono almeno 4.062. A riferirlo è oggi l’agenzia delle Nazioni Unite per i diritti umani, secondo quanto riporta il Kyiv Independent.

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Il Washington Post in un articolo pubblicato oggi rivela come l’Ucraina sia diventata ormai il più grande beneficiario al mondo di aiuti militari da parte degli Stati Uniti. Il Paese ha superato Israele ed Egitto riporta sempre il Washington Post.

Secondo la pubblicazione, gli Stati Uniti hanno fornito a Kiev circa 2,7 miliardi di dollari in aiuti militari dal 2014 al 2021. L’articolo afferma che dall’inizio della invasione russa il 24 febbraio, l’ammontare di questi aiuti ha raggiunto i 3,8 miliardi di dollari.

“Il nuovo pacchetto di aiuti da 40,1 miliardi di dollari in esame negli Stati Uniti contiene circa 20 miliardi di dollari per il settore della difesa”, si sottolinea.

Il Washington Post ha anche aggiunto che Israele è stato riconosciuto come il maggior beneficiario mondiale di aiuti militari dagli Stati Uniti nel 2020. Gli USA hanno inviato a Tel Aviv più di 3 miliardi di dollari. Al secondo posto in termini di finanziamenti per la difesa c’è l’Egitto, che ha ricevuto 1,3 miliardi di dollari, e al terzo la Giordania, che ha ricevuto 0,51 miliardi di dollari.

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17/05/2022

Resa di Azov e prospettive della guerra

La decisione del battaglione Azov di arrendersi è senza dubbio una buona notizia per vari motivi. Quelli più rilevanti per un osservatore imparziale sono essenzialmente due. Il primo è il risparmio di vite umane che la decisione in questione comporta, mentre parrebbe aprirsi anche la strada dello scambio di prigionieri tra le parti. Il secondo è che la resa di Azov, che segue di poco quello delle unità ucraine ancora presenti a Mariupol segna una tappa rilevante nel perseguimento di due obiettivi fondamentali della guerra dal punto di vista russo e cioè il controllo del Donbass e la denazificazione.

A meno di tre mesi dall’inizio della guerra, quindi, quello attuale potrebbe essere il momento opportuno per un rilancio dei negoziati di pace. Ma, come sempre accade, a risultare decisivi in tale possibile direzione sono non solo gli atteggiamenti delle parti direttamente in causa ma anche quelli della cosiddetta comunità internazionale, ovvero degli altri Stati e soggetti di diritto internazionale in genere.

E qui casca l’asino. Perché dalle parti della NATO non c’è la benché minima volontà di negoziare per la pace. Inebriati dalla resistenza, per certi versi imprevista, degli Ucraini, Stati Uniti e aggregati paiono più che mai decisi a scommettere sulla vittoria. Cosa significhi quest’ultima l’ha spiegato ieri a chiare lettere la Vicepremier ucraina Irina Vereshchuk, secondo la quale le armi sono l’unica scelta possibile e, dato che Putin, secondo lei, vuole distruggere l’Ucraina, non resta altro da fare che distruggere lui e il suo sistema di potere.

Messa in questa termini, la strada verso la Terza Guerra Mondiale è spalancata. Conoscendo lo stretto rapporto esistente tra amministrazione di Washington e leadership ucraina, si può facilmente comprendere come la presa di posizione della Vereshchuk non sia interamente farina del suo sacco. In realtà, l’irrigidimento degli Ucraini, che non hanno mai seriamente inteso avviare o condurre un negoziato con la Russia da ben prima che iniziasse la guerra, è funzionale alla linea scelta, anch’essa da tempo, da parte degli Stati Uniti e della NATO. Ovvero usare l’Ucraina e il suo popolo come testa d’ariete per assestare colpi gravi e tendenzialmente definitivi alla Russia nel contesto di una lotta per mantenere a tutti i costi il primato mondiale e impedire ogni mutamento degli assetti di potere esistenti.

Si tratta di una linea che è venuta maturando a partire dal crollo del muro di Berlino (1989) e della fine dell’URSS (1991) e si è via via venuta precisando a fronte del rapido emergere della Cina popolare come competitor degli Stati Uniti su tutta una serie di terreni, dei rovesci subiti dall’Occidente nei conflitti avviati in Iraq, Libia ed Afghanistan, del recupero di una linea autonoma da Washington da parte dei Paesi latinoamericani col fallimento dei tentativi di destabilizzazione di Cuba, Nicaragua e Venezuela, la neutralizzazione dei colpi di Stato attuati in Bolivia e Honduras, e la prospettiva di vittorie elettorali della sinistra in Brasile e, forse, Colombia, dopo quella conseguita da Boric in Cile.

Questi, per citare i più rilevanti, sono altrettanti punti di crisi del dominio statunitense, ora nettamente in declino dopo quarantacinque anni di bipolarismo (Guerra fredda e distensione) e altri trenta di monopolarismo (Il Nuovo Ordine internazionale dei due Bush, intercalati da Clinton e Obama). La guerra in Ucraina può costituirne una compensazione almeno parziale restituendo al dominio statunitense il controllo dell’Europa compresi i Paesi nordici finora neutrali. Ecco perché per Biden & C. questa guerra costituisce un’occasione da non perdere e anzi da continuare ad oltranza per anni e anni, realizzando l’auspicio di Hilary Clinton che vorrebbe trasformare l’Ucraina in un Afghanistan; il che indubbiamente andrebbe a vantaggio degli Ucraini, viste le eccellenti condizioni di quest’ultimo Paese dopo oltre quarant’anni di guerra fermamente voluta, a varie riprese, dagli Stati Uniti.

Sbalorditiva, in questo quadro, la vocazione autodistruttiva dimostrata dalle classi cosiddetti dirigenti europee, più che mai intenzionate a svolgere il loro poco gratificante ruolo di pecore suicide a imperitura gloria di Washington e della Casa Bianca. E fra di esse, i peggiori sono, come spesso accade, i governanti italiani. Commentando l’incredibile appiattimento di Draghi e soci sui desiderata di Washington il generale Bertolini ha affermato significativamente che ci manca solo che Biden ci ordini di non respirare. Il generale ha ragione, ma gira voce che Letta, Di Maio & C. si stiano esercitando a vivere in apnea e, se così fosse, non potremmo davvero stupirci più di tanto.

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Le “sorprese” dai tunnel dell’Azovstal. Catturato generale Usa

I miliziani ucraini rinchiusi nei tunnel dell’acciaieria Azovastal di Mariupol hanno iniziato ad arrendersi. Dopo aver compreso che il governo ucraino non aveva alcuna intenzione – e neanche realistiche possibilità – di rompere l’assedio, hanno scelto la strada della resa.

Ma, come ampiamente prevedibile e previsto, i tunnel dell’Azovastal riservano sorprese. Tra i prigionieri risulterebbe infatti un generale statunitense “in pensione”.

Si tratta del Generale americano Eric Olson, un ex ufficiale del Comando delle Operazioni Speciali degli Stati Uniti e ammiraglio a quattro stelle Navy SEAL (Naval Special Warfare Command).

Attualmente è Presidente del Gruppo ETO che si occupa di pianificazione strategico-militare, consulente in materia di sicurezza nazionale; professore a contratto presso la School of International and Public Affairs della Columbia University; Direttore di Iridium Communications e direttore della Special Operations Warrior Foundation (Fondazione Operazioni Speciali Guerra Non Convenzionale)

Insieme al generale Usa ci sarebbero anche un tenente colonnello britannico – John Bailey – e quattro istruttori militari NATO.

Una cinquantina dei miliziani feriti arresisi alla Azovstal sono stati portati all’ospedale di Novoazovsk per essere curati. Quelli non feriti sono stati trasferiti con dei bus in direzione di Yelenovka. Entrambe le località sono sotto il controllo delle forze della Repubblica Indipendente del Donetsk.

Il livello di complicità tra personale militare dei paesi Nato, miliziani nazisti e forze armate ucraine adesso è un “re nudo” evidente a tutto il mondo. Sarà bene che tutti ne traggano le dovute conclusioni …. e le dovute conseguenze.

P.S. Come per tutte le notizie di guerra, dove la propaganda domina assoluta da entrambe le parti, è scattata immediatamente la contestazione della veridicità. Noi stessi l’abbiamo data “con il condizionale”, perché mancavano sia le conferme che le smentite.

I confutatori professionali hanno segnalato che la foto è sicuramente precedente alla data di oggi (aprile 2022). E puntano molto sull’età non verdissima (70 anni) del generale Olson come prova negativa.

Di fatto, però, non abbiamo ancora avuto smentite da parte di organi ufficiali, sia russi che statunitensi. Come sempre, secondo il nostro costume, ammetteremo l’errore se di errore si tratta.

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12/05/2022

Mariupol, cartoline dall’inferno

di Maurizio Vezzosi - Panorama

A due mesi e mezzo dall’inizio dall’attacco russo in Ucraina, Mariupol è la città che ha subito le maggiori devastazioni. Il nome della città evoca il suo retaggio greco e la devozione mariana dei suoi fondatori: qui, prima del 24 febbraio scorso, viveva circa mezzo milione di persone.

Benché all’interno del complesso siderurgico Azovstal si trovi ancora asserragliato un certo numero di militari dell’esercito ucraino e del reggimento neonazista Azov, la battaglia di Mariupol può considerarsi conclusa.

Già alla fine di marzo, nel centro portuale e siderurgico affacciato sul Mare d’Azov le forze ucraine si trovavano completamente circondate senza la possibilità di ricevere sostegno o rifornimenti. Nonostante l’oltranzismo da parte ucraina, l’intera area urbana e suburbana di Mariupol si trova sotto controllo delle forze di Donetsk e delle forze russe: l’unica area in cui stanno proseguendo gli attacchi – d'artiglieria e aerei – è appunto quella dell’Azovstal.

Mosca avrebbe avuto la possibilità di distruggere in toto l’impianto siderurgico, costruito in epoca staliniana ed oggi proprietà dell’oligarca ucraino Rinat Akhmetov, radendo al suolo l’Azovstal ed i suoi sotterranei con i bombardamenti dal cielo, magari sin dall’inizio dell’assedio di Mariupol.

Da una parte, il tentativo di minimizzare i danni arrecati all’impianto si può spiegare con la volontà di rendere possibile una sua almeno parziale riattivazione post-bellica.

Tuttavia, la ragione fondamentale per cui Mosca ha verosimilmente preferito temporeggiare riguarda la probabile presenza di militari provenienti da Paesi Nato rimasti bloccati all’interno dell’impianto.

Nelle scorse settimane due militari britannici sono stati catturati dalle forze russe e si trovano attualmente detenuti a Donetsk: come prevedibile, i media russi non hanno mancato di dare al caso la massima rilevanza, diffondendo gli appelli dei due prigionieri al primo ministro britannico Boris Johnson. Evidente l’intento di sollevare un caso politico e di mettere in difficoltà lo schieramento atlantico.

Nelle ultime settimane gli attacchi russi all’Azovstal sono stati di tanto in tanto interrotti per permettere di evacuare i civili presenti nei sotterranei dell’acciaieria insieme ai militari ucraini.

Dopo l’incontro tra Vladimir Putin ed il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, all’evacuazione dei civili presenti all’interno dell’Azovstal hanno partecipato anche la Croce Rossa e degli incaricati dell’Onu.

Secondo il vice primo ministro ucraino Iryna Vereshchuk ed il presidente Volodymyr Zelensky i civili presenti all’interno dell’Azovstal sarebbero stati tutti evacuati, anche se ad oggi manca la possibilità di averne la certezza.

Il naufragio di ciò che rimaneva degli accordi di Minsk ha prodotto immani sofferenze per la popolazione civile di Mariupol. I numeri delle persone rimaste bloccate in città all’inizio dell’attacco russo sono incerti, ma comunque nell’ordine delle decine di migliaia. Anziane molte di loro, spesso con acciacchi e problemi di salute pregressi.

«Ho 85 anni – dice un’anziana signora coperta di stracci – e vivo in uno scantinato da due mesi». Come lei, migliaia di persone hanno vissuto sottoterra sin dell’inizio dell’attacco russo, epilogo di una guerra fratricida cominciata nel 2014, nella regione del Donbass. Mentre i tecnici sono già al lavoro per ripristinare le linee elettriche e telefoniche, l’acqua corrente, l’energia elettrica ed il gas, mancano in tutta l’area urbana dallo scorso 24 febbraio.

Le persone si sono ormai abituate a cucinare per strada, spesso insieme a parenti, amici e vicini di casa. I più fortunati hanno disposizione un generatore che di tanto in tanto viene avviato per permettere di ricaricare i telefoni: questi stanno gradualmente riprendendo a funzionare almeno in alcune aree della città: intanto i primi autobus urbani hanno ripreso a circolare.

Insieme agli anziani, sono rimasti a Mariupol bambini e adolescenti: alcuni di loro, ormai senza genitori, sono stati adottati da altre famiglie che hanno aperto loro i propri scantinati: ambito in cui dalla fine di febbraio si è svolta la vita delle persone dal tramonto all’alba, così come durante il giorno nei momenti più intensi della battaglia.

Un detto russo vuole che l’inverno sia particolarmente duro ogni volta che si combatte una guerra: nelle lunghe settimane di marzo ed aprile la temperatura ha raggiunto picchi minimi anche di 15 gradi sotto lo zero.

Oggi il sole di maggio dona tutt’altro aspetto a Mariupol, anche in quei quartieri in larga misura distrutti. Il gelido inverno è ormai un ricordo soppiantato dai colori della primavera e dal profumo dei fiori: un profumo che lenisce le narici rassegnate da settimane all’odore acre degli incendi e quello lugubre dei cadaveri rimasti a lungo sotto le macerie o ai margini delle strade.

Fare un bilancio serio delle vittime militari e civili della battaglia è difficile: di certo non potrà che essere tragico, e nell’ordine delle migliaia di vittime.

Alcune di queste sono state sepolte nei parchi, nei giardini condominiali, altre già nei cimiteri di Mangush e Stary Krim, insieme ai militari ucraini caduti in battaglia: in questi due luoghi, non lontani dalla città, secondo l’ormai de facto ex sindaco di Mariupol, Vadim Boycenko, si troverebbero delle presunte fosse comuni dove l’esercito russo avrebbe occultato migliaia di corpi.

Recandosi in loco, come chi scrive ha fatto, è stato possibile constatare che i luoghi in questione sono anzitutto due aree cimiteriali, che le sepolture in questione sono sepolture individuali, che tra le persone sepolte ci sono anche militari ucraini caduti in battaglia; che non c’è stata alcuna esecuzione di massa deliberata connessa con queste sepolture, che non c’è alcun indizio che indichi l’intento di occultare le vittime sepolte, che i numeri delle sepolture sono ben diversi da quelli – 9.000 morti – di cui ha parlato l’ormai ex sindaco di Mariupol Vadim Boychenko: numeri ben inferiori – all’inizio del mese di maggio – alle 1.000 sepolture complessive, tra il cimitero di Mangush e quello di Stary Krim.

In alcune aree della città, come quella dell’ex centro commerciale Metro si svolge quotidianamente la distribuzione di pasti caldi e di beni di prima necessità sotto l’insegna del partito «Russia Unita», evidentemente preoccupato del proprio consenso. Poco lontano, autocisterne di Donetsk distribuiscono gratuitamente acqua potabile e, a pagamento, benzina.

Lo scorso marzo ogni negozio è stato preso d’assalto, con una sorta di permesso accordato dalle forze russe per i prodotti alimentari. La distribuzione di beni di prima necessità da parte russa è cominciata con l’ingresso a Mariupol delle prime truppe di terra: nonostante questo, la gente ha sofferto a lungo fame e sete. Oggi lungo viale Shevchenko c’è ogni mattina un mercato autorganizzato dai residenti: molti arrivano qui anche da fuori città per vendere uova, verdura, carne e frutta.

Si vende, si compra e si scambia ogni genere di merce, utilizzando in prevalenza ancora la grivna (la moneta ucraina): nessuno a Mariupol percepisce per il momento lo stipendio o la pensione. Nessuna banca è attiva. Non pochi hanno terminato o perso tutto il denaro in contanti che avevano: a questi non resta che il baratto per procurarsi il necessario. Qualche chiosco, risparmiato dalla furia della battaglia, ha già ripreso a funzionare.

La data del 9 maggio, anniversario della vittoria sovietica sul nazifascismo, ha assunto una valenza simbolica enorme nel presente contesto di scontro, anche e soprattutto a Mariupol: qui, nel 2014 ha avuto luogo una delle numerose stragi consumatesi all’alba del conflitto del Donbass.

La polizia di Mariupol si era rifiutata di intervenire per sciogliere, come ordinato dal governo salito al potere dopo il Maidan, la commemorazione del 9 maggio, evento legato al retaggio sovietico e volano delle mobilitazioni che avrebbero portato la regione del Donbass allo scontro con il governo di Kiev.

All’esercito ucraino era stato dato l’ordine di assaltare il comando cittadino di polizia: l’edificio che lo ospitava fu completamente distrutto – con un bilancio di circa 40 vittime – rimanendo tale fino ad oggi.

La celebrazione del 9 maggio è avvenuta a Mariupol, così come negli altri territori conquistati dalle forze russe, per la prima volta dopo otto anni: in questo periodo in Ucraina le celebrazioni del 9 maggio erano state disincentivate o proibite anche con la violenza. Quest’anno in alcune città del Paese è stato addirittura imposto un coprifuoco diurno per impedire di celebrare la giornata: una settimana prima, il 2 maggio, lo stesso provvedimento è stato preso a Odessa, per impedire la commemorazione della strage avvenuta nella Casa dei Sindacati nel 2014.

Tra la gente di Mariupol la voglia di parlare e di raccontare è spesso incontenibile, per avere notizie, informazioni di qualunque genere, sostegno. O più semplicemente, per dare sfogo al nervosismo, alla frustrazione, al dolore.

Qualcuno abbraccia i militari russi e li ringrazia: qualcuno li maledice. Altri, con gli occhi asciutti, fissano il vuoto. Alcuni hanno lasciato la città e non contano di farvi ritorno: altri sono invece già rientrati o contano di farlo a breve. In città la situazione degli ospedali continua a essere pesante, seppur in lento miglioramento, con una condizione igienica precaria, carenza di certi farmaci e di personale, esausto: anche di fronte all’ospedale «2», pesantemente danneggiato dai combattimenti, vengono distribuiti acqua e beni di prima necessità.

Nel corso della battaglia, la presenza di migliaia di civili in città ha aumentato esponenzialmente sia le vittime civili sia le vittime militari tra le forze russe, trovatesi talvolta a dover rinunciare ai bombardamenti a tappeto in favore dei combattimenti strada per strada. Mezzi pesanti e autobus, anziché essere utilizzati per evacuare i civili prima dell’attacco, sono stati usati dalle forze ucraine per costruire barricate e bloccare le strade.

L’utilizzo di scuole, complessi residenziali e centri commerciali come posizioni di tiro per contrastare l’avanzata russa ha di fatto trasformato ogni struttura civile in un obiettivo militare, determinando una situazione tragica per la popolazione.

Come decine di testimonianze di civili confermano, l’evacuazione preventiva della città è stata impedita da parte del reggimento Azov, formazione che aveva a Mariupol il proprio quartier generale: le testimonianze attribuiscono alla formazione anche la responsabilità di aver deliberatamente aperto il fuoco contro alcuni civili che provavano ad allontanarsi dalla città prima che le forze russe assumessero il controllo del settore nordoccidentale ed organizzassero qui un corridoio di evacuazione per la popolazione civile.

Su viale Mir – in russo: pace – nelle scorse settimane chi scrive ha documentato la presenza di decine di cadaveri di civili uccisi da colpi d’arma da fuoco. A poche centinaia di metri, verso il lungomare ed il porto, si trovavano ancora le forze ucraine.

Secondo alcuni residenti del quartiere, le persone in questione sarebbero state uccise dai cecchini ucraini nell’intento di far desistere dalla fuga i civili rimasti nella zona e complicare di conseguenza l’avanzata russa.

Migliaia di profughi sono stati smistati quotidianamente dalle forze russe verso altri centri del Donbass, dove hanno trovato un riparo temporaneo in scuole, palestre, strutture amministrative: da qui sulla base delle proprie preferenze hanno potuto raggiungere con bus o mezzi propri Rostov sul Don o Taganrog, città della Russia meridionale a poca distanza. Nelle ultime settimane molti residenti hanno fatto rientro in città, cercando di cominciare, pur lentamente, a ricostruirsi una vita.

Nessuna traccia delle presunte deportazioni che, secondo l’ormai ex sindaco di Mariupol, Mosca avrebbe perpetrato contro i civili della città: al contrario, una parte dei residenti di Mariupol ha scelto di recarsi nella vicina Russia, considerandola un luogo più sicuro della turbolenta Ucraina.

Nella direzione opposta i convogli di profughi hanno potuto attraversare il fronte e raggiungere Zaporozhe e altre città sotto controllo ucraino solo quando Mosca e Kiev sono riuscite a concordare dei cessate il fuoco ad hoc.

Le centinaia di cani sopravvissuti e rimasti randagi hanno oggi un aspetto meno scheletrico: la fame feroce delle scorse settimane ha portato molti di loro a nutrirsi della carne dei cadaveri rimasti ai margini delle strade. Tanta è voglia di voltare pagina, nelle piacevoli giornate di maggio c’è addirittura chi ignora i rischi di aggirarsi in luoghi almeno in parte minati pur di concedersi una passeggiata sul bagnasciuga e un bagno.

Mentre Mariupol si chiede quanto tempo sarà necessario per riattivare in città i servizi essenziali, sul tutto il fronte del Donbass, e non solo, si continua a combattere: mentre la controffensiva ucraina tarda a palesarsi, le forze russe lentamente avanzano con elevati costi umani. Un reale accordo di pace per l’Ucraina sembra oggi ben più lontano di quanto non lo sia stato negli ultimi otto anni: Joe Biden e Jens Stoltenberg non hanno mancato di ricordarlo.

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11/05/2022

Guerra in Ucraina - Si ferma il gas in transito dall’Ucraina. Si combatte in molte città. Dentro l’Azovstal non ci sono più civili

Il gas dall’Ucraina comincia a bloccarsi

Da oggi i flussi di gas russo verso l’Europa attraverso uno dei due punti di ingresso chiave in Ucraina si fermeranno. Lo riferisce il gestore della rete di gas naturale ucraino, secondo quanto riporta l’agenzia Bloomberg. Secondo Gazprom non è tecnologicamente possibile trasferire i flussi di gas all’Ucraina verso un nuovo punto di ingresso, come proponeva l’operatore del sistema del gas ucraino Gtsou

Quasi un terzo del gas che dalla Russia attraversa l’Ucraina per poi giungere in Europa passa attraverso la stazione di compressione di Novopskov sul gasdotto Soyuz, che arriva in Ucraina nel punto di ingresso di Sokhranivka al confine con la Russia. L’operatore ucraino Gtsou ha dichiarato che passano attraverso il compressore fino a 32,6 milioni di metri cubi al giorno. Per l’operatore la ‘forza maggiore’ è stata causata dall’occupazione russa della stazione di compressione che ha portato a dei cambi nelle operazioni, incluso il ritiro non autorizzato di gas dal flusso di transito. Quelli che passano a Sokhranivka sono i flussi di gas russo diretti verso l’Europa.

Il fronte militare

Zelensky, in un discorso televisivo ha rilanciato la notizia che le forze ucraine avrebbero ripreso il controllo della zona di Kharkiv mentre l’esercito russo rivendica di aver ripreso il controllo di villaggi a Nord e Nord-Est di Kharkiv, più precisamente i villaggi di Cherkaski Tyshky, Ruski Tyshki, Borshchova e Slobozhanske. Mancano conferme su entrambe le versioni. Le forze armate russe stanno bombardando le regioni di Chernihiv a Nord e Sumy a Nord-Est quotidianamente e ripetutamente per tutto il giorno. Lo ha riferito il portavoce del Servizio delle guardie di frontiera ucraine Andriy Demchenko citato da Interfax Ukraine.

Nel Donetsk, le truppe russe stanno concentrando i loro principali sforzi sulla prosecuzione dell’offensiva per prendere il pieno controllo della città di Rubizhne e conquistare gli insediamenti di Lyman e Severodonetsk. Inoltre l’esercito russo prosegue gli assalti alle aree di Lyman, Severodonetsk, Bakhmut, Avdiivka e Kurakhiv con il supporto di unità di artiglieria.

A Mariupol “Non ci sono più civili nella Azovstal”, a dichiararlo in una conversazione telefonica con Sky News è stato il tenente Ilya Samoylenko del battaglione Azov, che si trova nell’impianto aggiungendo che: “Il numero di soldati feriti e morti è molto alto e queste persone meritano le dovute cure”. Samoilenko ha notato che coloro che si trovano nell’impianto hanno risorse estremamente limitate, e loro stessi credono che “ogni giorno può essere l’ultimo”.

La guerra in Ucraina è entrata in una fase di stallo nella quale “non sta vincendo nessuno” e il presidente russo, Vladimir Putin, si sta preparando a un lungo conflitto, per il quale “probabilmente” imporrà la legge marziale in Russia. È questa la valutazione di Avril Haines, la direttrice della National Intelligence statunitense, presentata in un’audizione alla commissione Difesa del Senato Usa. La Haines ha affermato che il Cremlino non intende limitarsi all’occupazione del Donbass ma intende arrivare fino alla Transnistria costruendo un corridoio di terra che passerebbe per Odessa e priverebbe l’Ucraina di tutta la sua costa sul Mar Nero.

Il Congresso Usa ha intanto dato un primo via libera a un nuovo pacchetto di aiuti all’Ucraina per la cifra di 40 miliardi di dollari, superiore a quella precedentemente richiesta dall’amministrazione Biden. Ora sarà il turno del Senato, prima di arrivare alla promulgazione della legge da parte di Joe Biden.

Il fronte dei negoziati

La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha detto che i contatti tra Russia e Ucraina sul piano dei negoziati procedono ma non ha aggiunto molto di più. “I contatti sono in corso”, ha detto a Radio Sputnik citata dall’agenzia russa Tass. La Zakharova ha anche commentato le affermazioni delle autorità statunitensi secondo cui Washington non vede un “percorso negoziale praticabile” per risolvere il conflitto ucraino. “Penso che vengano fatte molte dichiarazioni, anche sotto l’influenza del cambiamento in corso nell’attuale composizione dell’amministrazione statunitense”, ha sostenuto la portavoce.

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10/05/2022

Guerra in Ucraina - Offensiva russa nel sud e nell’est. Colpita Odessa, presidente europeo nei rifugi. Su aborto e contraccezione problemi per le donne ucraine in Polonia

Il fronte militare

Le forze armate russe hanno continuato la loro offensiva nell’Est e nel Sud del Paese. Fonti ucraine confermano che nella regione di Lugansk, una delle due aree del Donbass dichiaratesi indipendenti, si stanno svolgendo battaglie molto intense intorno a Rubizhne e Bilogorivka. Mariupol, è ormai sotto il controllo totale dei russi. Le milizie repubblicane di Lugansk hanno confermato di aver preso il controllo dell’insediamento di Popasna, intorno al quale continuerebbero però gli scontri con le forze ucraine.

I miliziani ucraini ancora assediati nelle acciaierie Azovstal hanno escluso ogni possibilità di resa. “Arrenderci non è un’opzione perché la Russia non si preoccupa delle nostre vite. Non si preoccupa di lasciarci in vita”, ha affermato Ilya Samoilenko, un ufficiale dei servizi segreti ucraini.

I civili che erano presenti nell’enorme stabilimento sarebbero stati tutti evacuati. Lo stato maggiore ucraino ha riferito di “operazioni d’assalto russe” contro la fabbrica, con “il supporto dell’artiglieria e il fuoco dei carri armati”.

Odessa. Il presidente europeo Michel di corsa nei rifugi

L’Ovest dell’Ucraina continua a essere bersaglio di attacchi missilistici, il cui principale obiettivo è ostacolare la consegna di armi occidentali alle forze di Kiev, colpendo i depositi dove vengono stoccate e il sistema dei trasporti. Un nuovo attacco su Odessa ha costretto anche il presidente del Consiglio europeo Michel, arrivato a sorpresa in città, a interrompere l’incontro con il primo ministro ucraino, Denys Chmygal, e a correre rapidamente in un rifugio.

Tre missili Kinzhal – i nuovi missili ipersonici della Russia – sono stati lanciati da un aereo su un edificio che ufficialmente risulta essere un hotel nella zona di Odessa, colpito anche un centro commerciale con altri sette missili.

Niente aborto o contraccezione per le donne ucraine rifugiatesi in Polonia

È stato The Guardian a sollevare un problema concreto con cui stanno facendo i conti molte donne ucraine rifugiatesi in Polonia a causa della guerra. Più di 2 milioni di ucraini hanno trovato rifugio in Polonia dall’inizio della guerra a febbraio, la maggior parte di loro sono donne con bambini.

“Mentre i due paesi condividono storia, cultura e un confine, l’accesso delle donne alla salute riproduttiva è radicalmente diverso” scrive il Guardian“In Ucraina, gli aborti sono legalmente forniti su richiesta nelle prime 12 settimane di gravidanza, la contraccezione orale è venduta al banco senza prescrizione e la pillola del giorno dopo è facilmente disponibile. In Polonia, l’aborto è quasi completamente fuori legge e l’accesso alla contraccezione è classificato come il peggiore in Europa, secondo il Forum parlamentare europeo. Molti medici si rifiutano di prescrivere la contraccezione d’emergenza o anche gli IUD (dispositivi intrauterini) per motivi etici, sostenendo che sono simili a un aborto”.

Biden ancora arrabbiato con i giornali

Secondo la CNN, il presidente americano Joe Biden ha intimato ai vertici della sicurezza di mettere fine alla fuga di notizie sulla condivisione da parte degli Usa di informazioni di intelligence con l’Ucraina. Le notizie finite sul New York Times e il Washington Post hanno mandato su tutte le furie Biden. La CNN citando una fonte interna, ha fatto sapere che il capo della Casa Bianca la settimana scorsa ha parlato con il segretario alla Difesa, Llyod Austin, il direttore della Cia William Burns e il direttore dell'intelligence nazionale Avril Haines, dopo che sui media era circolata la notizia che informazioni fornite dagli Usa avevano aiutato gli ucraini a uccidere generali russi e affondare l’incrociatore russo Moskva (con un velivolo partito dalla base Usa di Sigonella, in Italia, ndr). Biden ha preteso che queste fughe di notizie finiscano. Interpellata in proposito la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki ha riferito che il presidente era “contrariato” e le considerava “errate”.

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