Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Schedatura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Schedatura. Mostra tutti i post

06/09/2026

Attacco ai server di Autitici/Inventati, è la guerra ibrida statunitense

La data in cui il collettivo Autistici/Inventati (A/I) è stato inserito nella lista dei terroristi globali da sanzionare è il 26 agosto. Due giorni dopo, sulla piattaforma web del gruppo avvengono alcune strane operazioni. Innanzitutto il sito sparisce dalla rete, ma in questo caso non c’è alcun mistero: l’indirizzo di autistici.org è gestito da un ente statunitense che, a causa delle sanzioni, lo ha reso irraggiungibile. Con qualche aggiustamento tecnico, il collettivo mitiga i danni.

PIÙ MISTERIOSO è ciò che accade dopo. Il sito noblogs.org (sempre della galassia di A/I, ospita i siti di utenti, gruppi e associazioni) subisce un attacco informatico che ne cambia la denominazione trasformandolo per pochi minuti da Noblogs a Trumpblogs, caso mai non fosse chiara la matrice del gesto. Chi penetra nei server scarica gli indirizzi mail degli utenti e le loro password criptate. L’operazione viene rivendicata sul social network X dall’utente statunitense anonimo (si firma @astrarce) che si definisce «specialista di accelerazione della deportazione». Negli stessi minuti, a dare la notizia dell’attacco è anche un’altra influencer trumpiana di X, @DataRepublican, all’anagrafe Jennica Pounds, con un milione di follower e buone competenze informatiche.

Pounds ha lavorato per il Doge di Elon Musk, l’agenzia creata da Donald Trump per licenziare migliaia di impiegati pubblici e oggi è una dipendente del ministero della guerra, com’è stato ribattezzato il Pentagono. Il 29 agosto Pounds annuncia su X la pubblicazione online di un dossier che divulga le informazioni disponibili sugli oltre settemila siti ospitati da noblogs.org. Lei stessa assicura di aver identificato «un sacco di antifascisti». «Posso confermare – scrive – che le autorità hanno tutte le informazioni contenute sui server di Noblogs». Poi ribattezza il suo «motore di ricerca» dedicato agli antifascisti «Trumpblogs», stesso nome scelto da chi poche ore prima aveva attaccato il sito Noblogs.

CIÒ CHE QUESTA sequenza dimostra va descritto con rigore. L’intrusione, la schedatura degli utenti e la ridenominazione del sito sono avvenute lo stesso giorno e sono state rivendicate pubblicamente dall’utente X @astrarce. A rilanciarla è un altro utente X, la data scientist Jennica Pounds, con un grande seguito social stipendiata dal Pentagono, che ha creato una mappa e un motore di ricerca per identificare le persone e i gruppi presenti sulla piattaforma di autistici, girando tutte le informazioni al governo Usa. I due utenti sono in stretto contatto e si spalleggiano sul social.

Ciò non dimostra con certezza che sia stata la stessa mano ad aver effettuato l’attacco informatico e la mappatura, o che il governo Usa abbia violato un sito gestito da un collettivo di un Paese alleato. Ma è il quadro che fa da sfondo a questa operazione a rafforzare queste ipotesi. Il 30 agosto, un’inchiesta del Washington Post ha rivelato che il Pentagono ha assunto in ruoli non dichiarati alcuni influencer conservatori, inquadrati come «dipendenti speciali» o «esperti altamente qualificati», senza rivelare alla stampa cosa facciano e se siano pagati. Sembra proprio l’identikit di Pounds.

LA SCHEDATURA – e forse anche l’intrusione – potrebbe essere stata commissionata dal Pentagono e la pubblicazione della mappa autorizzata successivamente. Oppure Pounds potrebbe aver costruito la mappatura per proprio conto, girandone poi alle agenzie governative i risultati. Fra le due possibilità il confine è meno netto di quanto sembri. Il 12 agosto Trump ha firmato una direttiva che autorizza aziende private selezionate a condurre operazioni cyber contro organizzazioni criminali straniere, sotto controllo federale. Secondo il sito Politico.com le attività potrebbero coinvolgere anche le società specializzate in intelligenza artificiale, che hanno dimostrato una capacità di penetrazione senza precedenti.

L’apparato statunitense di difesa oggi prevede partnership fluide fra pubblico e privato, come l’allestimento di un arcipelago di influencer e il coinvolgimento delle aziende private nelle operazioni di guerra ibrida, rendendo sempre più tenue il confine fra policy, operazioni governative e diffamazione.

Fonte

01/08/2026

Dalla Val di Susa al “terrorismo di piazza”: la nuova frontiera della criminalizzazione

Non si è ancora conclusa l’ondata repressiva seguita alla manifestazione No Tav di sabato scorso in Val di Susa. Mentre la Procura di Torino continua a scandagliare migliaia di immagini raccolte da telecamere e droni per individuare altri manifestanti, due giovani cittadini tedeschi di vent’anni restano nel carcere Lorusso e Cotugno in attesa della decisione del giudice sulla richiesta di custodia cautelare.

Fermati in flagranza differita dopo gli scontri avvenuti nei pressi del cantiere di Chiomonte, i due sono accusati di devastazione, lesioni personali in concorso e resistenza a pubblico ufficiale. Davanti al giudice hanno respinto ogni addebito, mentre i loro difensori, gli avvocati Gianluca Vitale e Lorenza Della Pepa, hanno chiesto l’immediata scarcerazione. La Procura, invece, insiste sulla necessità della custodia cautelare.

Intanto il bilancio dell’imponente dispositivo di sicurezza predisposto nei giorni del Festival Alta Felicità continua ad assumere dimensioni impressionanti. Prima ancora della manifestazione erano stati notificati sedici fogli di via obbligatori, nove Daspo urbani e numerosi provvedimenti di allontanamento nei confronti di attivisti stranieri. Tre cittadini francesi sono stati respinti alla frontiera, mentre due cittadini tedeschi sono stati espulsi con divieto di rientrare in Italia per tre anni perché trovati in possesso di passamontagna e fionde.

Il dato che colpisce maggiormente riguarda però l’attività di controllo generalizzato. Dall’inizio del festival le persone identificate sono state circa 3.300: quasi duemila tra giovedì e sabato nelle aree di Venaus, Torino e lungo i percorsi verso il Festival Alta Felicità; oltre mille durante il rientro dalla valle tra domenica e lunedì; altre 436 dopo gli scontri di sabato pomeriggio.

Una gigantesca operazione di schedatura preventiva che conferma come la Val di Susa continui a rappresentare il principale laboratorio delle politiche di controllo del dissenso. La Digos sta ora passando al setaccio le immagini raccolte da droni e telecamere per attribuire responsabilità individuali e individuare altri partecipanti agli assalti ai cantieri di Chiomonte e San Didero.

Secondo gli investigatori, tra i manifestanti sarebbe stata particolarmente significativa la presenza di attivisti provenienti dalla Francia, dalla Germania e dalla Spagna, ricondotti genericamente al cosiddetto “blocco nero”. Una definizione che torna puntualmente nelle cronache giudiziarie e giornalistiche, ma che continua a indicare più una categoria politico-mediatica che un’organizzazione concretamente individuabile.

L’idea di un nuovo reato associativo

Ma è sul piano politico che si registra la novità più significativa. Sull’onda degli scontri in Val di Susa, Fratelli d’Italia ha annunciato una proposta di legge destinata a modificare profondamente il diritto penale. Il deputato Francesco Filini ha anticipato l’intenzione di introdurre una nuova forma di associazione per delinquere che possa colpire anche un semplice “vincolo coordinato”, pur in assenza di una struttura stabile, di una gerarchia o di un’organizzazione permanente.

Si tratta di un cambio di paradigma di enorme portata. Il nostro ordinamento conosce già il reato di associazione per delinquere, disciplinato dall’articolo 416 del codice penale, e le fattispecie associative di terrorismo previste dall’articolo 270 bis. Entrambe richiedono però requisiti ben precisi: un’organizzazione stabile, un programma criminoso e un vincolo associativo duraturo.

La nuova proposta mira invece a superare proprio questi presupposti, consentendo di contestare un reato associativo anche a persone che non si conoscono tra loro ma che abbiano partecipato in maniera ritenuta “coordinata” alla stessa protesta.

In altre parole, non sarebbe più necessario dimostrare l’esistenza di un’organizzazione. Potrebbe bastare la partecipazione comune a una mobilitazione.

Il fantasma del “terrorismo di piazza”

È da anni che alcuni settori politici e sindacali evocano il concetto di “terrorismo di piazza”. Una formula suggestiva sul piano propagandistico, ma priva di qualsiasi fondamento giuridico.

Non è un caso che tutte le principali inchieste che negli ultimi decenni hanno tentato di costruire una presunta “eversione di piazza” siano sostanzialmente fallite davanti ai tribunali.

Dai processi contro il movimento No Tav alle vicende legate al G8 di Genova, fino ai procedimenti contro gli attivisti dei movimenti sociali, le procure hanno più volte cercato di sostenere l’esistenza di associazioni criminali fondate sulla semplice partecipazione comune alle manifestazioni. Ma nessuna sentenza definitiva ha mai validato questa impostazione.

La ragione è semplice: partecipare alla stessa protesta, anche se sfocia in episodi di violenza, non equivale automaticamente a costituire un’associazione criminale.

I giuristi: “Una proposta incompatibile con la Costituzione”

Le critiche alla proposta arrivano da avvocati, magistrati e costituzionalisti. Per Francesco Romeo della Rete di resistenza legale «non può esistere un’associazione che non sia strutturata con un vincolo stabile e un programma criminoso». Trasformare qualsiasi episodio verificatosi durante una manifestazione in un reato associativo significherebbe, secondo il legale, introdurre di fatto un “terrorismo di piazza” senza chiamarlo con il suo nome.

Sulla stessa linea Cesare Antetomaso dei Giuristi Democratici che ricorda come Corte costituzionale e Corte di Cassazione abbiano sempre distinto nettamente il concorso di persone nel reato dall’associazione per delinquere. Ridurre il vincolo associativo a un semplice coordinamento occasionale comporterebbe una duplicazione della punibilità e violerebbe il principio di proporzionalità.

Anche Simone Silvestri, segretario di Magistratura Democratica, evidenzia il rischio di un’anticipazione eccessiva della soglia di punibilità, fino a colpire la mera adesione ideale, in contrasto con la libertà di manifestazione del pensiero garantita dall’articolo 21 della Costituzione.

Federica Borlizzi, della rete No Kings Italia, individua infine il vero obiettivo politico della proposta: non punire più efficacemente i singoli reati, già oggi severamente sanzionati, ma trasformare la dimensione collettiva della protesta in un elemento autonomo di pericolosità sociale.

Dalla responsabilità individuale alla colpa collettiva

La vicenda della Val di Susa sembra così segnare un nuovo passaggio nella strategia di criminalizzazione del conflitto sociale.

Prima arrivano la militarizzazione del territorio, i controlli di massa, i fogli di via, i Daspo, le identificazioni preventive. Poi si amplia progressivamente il ricorso alla flagranza differita, alle misure cautelari e ai reati più gravi. Ora si tenta di intervenire direttamente sulla struttura del diritto penale, ridefinendo il concetto stesso di associazione criminale.

Il rischio, denunciato da numerosi giuristi, è quello di sostituire la responsabilità penale individuale con una responsabilità politica e collettiva, nella quale non conta più ciò che ciascuno ha fatto, ma il semplice fatto di essere presenti nello stesso luogo, condividere una protesta o appartenere alla stessa area di movimento.

Se questa impostazione dovesse tradursi in legge, il confine tra repressione dei reati e repressione del dissenso si assottiglierebbe ulteriormente. E la Val di Susa confermerebbe ancora una volta il proprio ruolo di laboratorio nel quale sperimentare strumenti destinati, in un secondo momento, a essere estesi ben oltre i confini della valle.

In gioco non c’è soltanto il futuro del movimento No Tav. C’è il principio fondamentale secondo cui il diritto penale punisce i fatti, non le idee; le responsabilità individuali, non l’appartenenza a una protesta collettiva. Quando questo principio viene messo in discussione, non è soltanto una manifestazione a finire sotto processo, ma l’equilibrio stesso dello Stato di diritto.

Fonte

Legge sul riconoscimento facciale, dallo stadio alle piazze?

Mercoledì 29 luglio il governo Meloni ha dato il via libera in Commissione politiche europee del Senato al decreto legislativo sull’uso dell’intelligenza artificiale per il riconoscimento facciale da parte della polizia.

Con il pretesto di adeguare la normativa nazionale alle regole europee, il provvedimento permetterebbe alla polizia di usare i sistemi tecnologici di riconoscimento biometrico, sia in seguito alla commissione di un reato, sia per ottenere dati in tempo reale durante lo svolgimento di eventi pubblici, come manifestazioni e cortei.

Gli articoli più pericolosi del provvedimento

Come riportato ieri, l’ennesima stretta repressiva effettuata dal governo passa soprattutto attraverso gli articoli 8 e 10.

Il primo consentirebbe alla polizia di utilizzare i dati biometrici raccolti con le telecamere presenti nelle città attraverso una semplice comunicazione, anche solo orale, al Pubblico ministero, senza passare per l’autorizzazione di un giudice.

Il secondo darebbe la possibilità di una raccolta dati preventiva e indiscriminata su chiunque acceda in un dato luogo o sia papabile di partecipazione a un dato evento.

La questione del consenso

Se il riconoscimento facciale è già presente nelle azioni della vita quotidiana odierna (sblocco dello smartphone, gate degli aeroporti ecc.), il primo cambio di passo del decreto è l’assenza di qualsivoglia consenso per la raccolta dei dati.

Ignaro di essere inquadrato e schedato, con il nuovo provvedimento il soggetto verrebbe registrato, inserito e confrontato in una banca dati della polizia dove inevitabilmente finirebbero tutti coloro che non abbiano precedenti, ma solo appunto in “preventiva”.

Il modello Stadio Olimpico di Roma

Un meccanismo del genere è già da una decina d’anni in funzione, con porca sorpresa, all’interno degli stadi italiani, luoghi divenuti oggetto di sperimentazione di tutta una serie di misure repressive verso la socialità organizzata, generalmente intesa.

Come riportava ieri per esempio Pier Luigi Pisa, allo Stadio Olimpico di Roma sono installati “sistemi di identificazione biometrica remota a posteriori, che impiegano la tecnologia di riconoscimento facciale” per individuare i tifosi sospettati di aver causato disordini o commesso reati.

Se l’autorizzazione del Garante della privacy del 2016 prevedeva che le immagini possono essere utilizzate “solo” per condotte legate al Daspo e per la durata di 7 giorni, al termine dei quali devono essere cancellate automaticamente, oggi “il dual use della repressione stadio-quartieri” sembra aver partorito l’ennesimo mostro liberticida.

Come funziona il riconoscimento facciale

Effettuato all’ingresso e all’interno dell’Olimpico, e comunicato ai tifosi con un piccolo asterisco in sede di acquisto del biglietto o dell’abbonamento, il riconoscimento facciale avviene attraverso un programma che permette l’identificazione dei soggetti tramite una foto, a partire da cui il volto viene confrontato con le migliaia presenti nell’archivio gestito dal ministero dell’Interno.

Ma la stessa società che fornisce il sistema per l’Olimpico – la leccese Reco 3.26 – ha da tempo sviluppato uno strumento per l’identificazione degli individui in tempo reale, non solo quindi a posteriori.

Il suo utilizzo era stato bloccato dal Garante per la privacy nel 2021 proprio perché l’elaborazione del software avrebbe coinvolto tutte le persone racchiuse nell’immagine, senza selettività alcuna.

Il provvedimento in questione, ed è il secondo cambio di passo, crea invece una base giuridica all’implementazione di tale riconoscimento in diretta, esaudendo un vecchio desidero delle forze dell’ordine.

Un nuovo capitolo delle leggi dual use stadio-quartieri

L’ennesimo ritrovato repressivo del governo Meloni sembra proseguire quelle sperimentazioni sull’ambiente stadio che poi sono state applicate contro qualsiasi voce del dissenso organizzato in società, come è stato per il passaggio dal daspo al daspo urbano, fino al daspo fuori contesto.

I quattro anni di governo Meloni, in continuità con quelli precedenti, hanno solo peggiorato le condizioni delle classi popolari e di chi vive del proprio lavoro, i quali per tutta risposta hanno ricevuto manganelli, gogna mediatica, denunce e carcere, nei casi peggiori.

Il riconoscimento biometrico facciale di massa ci pare allora come l’ennesimo motivo per continuare a organizzarsi, fuori e dentro gli stadi, contro un sistema che vorrebbe trasformare tutto in profitto a discapito della vita degli uomini e delle donne che vivono, lavorano e producono la vera ricchezza di questo Paese.

Leggi anche: Perché opporsi all’introduzione del riconoscimento biometrico negli stadi?

Fonte

31/07/2026

Sorvegliare e punire con l’intelligenza artificiale

Uno-due. Il decreto legislativo che recepisce il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale e lo rende una questione di polizia accelera e, con ogni probabilità, già oggi verrà licenziato. Nel frattempo Fratelli d’Italia presenta la sua proposta di legge per far sì che chi scende in piazza a manifestare possa essere accusato di associazione a delinquere.

Il primo caso è il più clamoroso, perché è destinato a finire in Gazzetta ufficiale prestissimo. Direttamente da palazzo Chigi, su impulso del sottosegretario Alfredo Mantovano, è discesa l’indicazione alle commissioni affari costituzionali, giustizia e affari europei di Camera e Senato di dare nel minor tempo possibile il proprio parere allo schema di decreto legislativo che dovrebbe armonizzare le leggi italiane alle disposizioni europee «sull’intelligenza artificiale, in materia di utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale per l’attività di polizia e di responsabilità penale e civile».

I punti caldi sono due: gli articoli 8 e 10. Uno parla dell’identificazione facciale «in tempo reale», l’altro la consente addirittura «a posteriori».

L’articolo 8 dice che «in casi di urgenza» (minacce di terrorismo, persone scomparse) la polizia può utilizzare i dati biometrici raccolti con l’IA integrati con i sistemi di videosorveglianza presenti nelle città attraverso una semplice «comunicazione, anche orale» al pubblico ministero, senza cioè dover passare per l’autorizzazione di un giudice.

L’articolo 10 è pure peggio: per «il contrasto dei reati» sarà infatti possibile effettuare una raccolta preventiva della durata di sette giorni dei dati biometrici di tutte le persone che accedono a un dato luogo. In sostanza, se in una strada o in una piazza è prevista una manifestazione, si potranno registrare ad esempio i tratti del viso e l’iride di chiunque passi di lì durante la settimana precedente. Tutto materiale che poi, eventualmente, sarà a disposizione dell’autorità giudiziaria.

«Siamo al grande fratello d’Italia», dice al manifesto il senatore del PD Filippo Sensi, che, oltre ad aver trovato la battuta giusta, ieri mattina in commissione affari europei di Palazzo Madama per primo si è accorto dell’enormità della faccenda e, con i colleghi dell’opposizione, ha vanamente cercato di opporsi al colpo di mano della maggioranza.

Ma nessuna discussione è stata concessa: il testo è blindato, le possibilità di rivederlo sono pressoché nulle e anche la controfirma del presidente della Repubblica sarà un atto sostanzialmente formale, avendo lui già concesso la delega al governo. Al limite, potrà prima o poi intervenire la Corte costituzionale, ma siamo nel campo delle ipotesi senza data di scadenza.

«Di tutto l’Ai Act europeo, che è un provvedimento enorme, qui si è deciso di occuparsi solo della parte che riguarda la polizia – prosegue Sensi –. Vogliono raccogliere dati a strascico e poi verificare se c’è o no un reato. È una forma di sorveglianza indiscriminata, peraltro in aperto contrasto con lo stesso regolamento europeo».

Se qui siamo dalle parti dei peggiori incubi degli scrittori di fantascienza, con la proposta di Fratelli d’Italia sull’allargamento delle maglie dell’associazione a delinquere per includere chiunque partecipi a una protesta, invece, si realizzano i sogni più proibiti di ogni inquisitore.

La nuova norma riguarderebbe chiunque «partecipa ad un gruppo composto da tre o più persone che, pur privo dei requisiti di stabilità e di struttura gerarchica, si costituisce o si coordina, anche mediante strumenti di comunicazione elettronica o in occasione di manifestazioni pubbliche» per commettere una serie di reati: resistenza a pubblico ufficiale, devastazione e saccheggio, attentati a impianti di pubblica utilità, lesioni personali, danneggiamento.

Le tipiche accuse che vengono contestate quando le manifestazioni finiscono a tafferugli. Fatti ora equiparati a quelli di mafia e terrorismo, dalla cui legislazione deriva anche l’idea di confiscare i beni usati per commettere il reato.

La misura, spiegano da FdI, è stata studiata al volo dopo gli scontri avvenuti a Bologna e in Val di Susa la settimana scorsa per tutelare sia «i lavori democraticamente approvati», sia i rappresentanti delle forze dell’ordine (120 i feriti, secondo la questura di Torino).

«Tolleranza zero» è l’espressione – un po’ abusata – con cui il primo gruppo parlamentare ha annunciato la sua iniziativa, ieri pomeriggio alla Camera. La cosa divertente della conferenza stampa è stata che tutti gli intervenuti, dal capogruppo Galeazzo Bignami in giù, hanno candidamente ammesso che di questa legge non ce ne sarebbe alcun bisogno se i soliti giudici non avessero in più circostanze bocciato i teoremi delle procure che già ipotizzavano l’associazione a delinquere per i fatti di piazza.

Molte indagini sono in effetti cominciate così (l’ultima famosa è quella sul centro sociale Askatasuna di Torino: l’accusa è caduta in primo grado, il giudizio d’appello è in corso), ma poi non è mai stata emessa una sentenza di condanna per associazione a delinquere nei confronti chi si è scontrato con la polizia, ha sfondato una vetrina o danneggiato qualche arredo urbano.

Se questa proposta diventerà infine legge dello stato, potrà invece succedere e nascerà ufficialmente il concetto di «eversione di piazza», antico pallino dei sindacati di polizia più reazionari e di qualche procura particolarmente attiva sul fronte della repressione dei movimenti sociali.

Nel piano di FdI, per chiudere, c’è anche un’ultima novità. Che suona quasi come un monito: sarà punito per favoreggiamento, con una pena da uno a quattro anni, chi «dà rifugio o fornisce vitto, ospitalità, mezzi di trasporto, strumenti di comunicazione a taluna delle persone che partecipano al gruppo». Invitare a cena un No Tav, in pratica, può portare dritti in galera.

Fonte

09/05/2026

Servizi segreti e polizie: ancora abusi e corruzione. Impuniti

Le indagini sul caso “Equalize” e ora sul “gruppo clandestino Squadra Fiore” – una volta tanto – stanno scoprendo un po’ di altarini criminali dei servizi segreti e di alcune frange delle polizie in combutta con imprenditori e altri “esperti”.

Come svelato da qualche storico (in particolare vari articoli pubblicati su insorgenze.net da Paolo Persichetti, alcuni scritti di Aldo Giannuli e il recente libro di Giovanna Tosatti) non è affatto la prima volta che in Italia si scoprono pratiche criminali dei servizi segreti sempre governati secondo la logica del libero arbitrio, cioè senza mai alcun effettivo controllo democratico indipendente.

Già per il caso Equalize l’indagine della Procura di Milano ho mostrato che non riguardava solo un sistema criminale, ma il rapporto tra informazione, potere e legalità. In particolare si capisce bene che nelle manovre di ogni sorta da parte di privati a beneficio dei loro affari finanziari ed economici, alla loro domanda di informazioni riservate corrisponde sempre un’offerta pronta a soddisfarla da parte delle agenzie istituzionali capaci di offrirla (vedi infra Mario Turla).

Ma se ciò avviene è sempre perché non c’è mai controllo democratico di queste agenzie come del resto delle polizie in generale. Fra l'altro il registro dei titolari effettivi di queste informazioni resta sempre bloccato.

Come scrive Turla in https://altreconomia.it :
“esiste un sistema strutturato di accesso e utilizzo illecito delle informazioni contenute nei database pubblici. Secondo gli inquirenti siamo di fronte a una vera e propria “industria del dato riservato”, capace di operare su larga scala grazie a una combinazione di relazioni, competenze e soprattutto domanda che proviene da segmenti rilevanti del mondo economico e professionale”.
Ma appare alquanto limitato pensare che tutto ciò risalga al nuovo codice di procedura penale del 1989 che introdusse la facoltà della difesa di svolgere indagini aprendo quindi la possibilità per soggetti privati di raccogliere informazioni anche “in via preventiva”.

Ricordiamo che il mercato delle investigazioni private è sempre esistito e si è strutturato e consolidato grazie anche alle nuove tecnologie e al boom delle speculazioni finanziarie, potendo anche contare sulla disponibilità e la corruttibilità di appartenenti o ex appartenenti alle forze dell’ordine.

Fra gli altri casi, si ricordi appunto l’allucinante caso Telecom-Pirelli che portò al rinvio a giudizio di 34 persone, tra cui vari dipendenti e agenti della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza (vedi wikipedia). Gli indagati erano inquisiti per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione di pubblici ufficiali, rivelazione del segreto di stato, appropriazione indebita, falso, accesso abusivo a sistemi informatici, favoreggiamento e riciclaggio. 

Il processo durò 7 anni e alla fine fra patteggiamenti e riduzioni di accuse  quasi nessuno ha scontato pene in carcere e tanto meno mister Tronchetti Provera – ex presidente Pirelli – e Carlo Buora – ex amministratore delegato.

Il caso dello spionaggio e le indagini su ex membri dei Servizi, imprenditori e sul gruppo clandestino “Squadra Fiore” (vedi quiqui) svela l’intreccio tra gli appalti dell’Aisi e la società dell’imprenditore​ Saladino. Fra gli indagati l’ex-vicedirettore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza – Dis – Giuseppe Del Deo, e l’hacker Samuele Calamucci, indagati da parte del Ros su delega dei PM romani.

Un’indagine che riguarda anche quella per truffa e peculato a carico di ex appartenenti ai servizi; quindi sia l’intreccio tra gli appalti dell’Aisi e la società dell’imprenditore Saladino a cui tra il 2022 e il 2024 la principale agenzia italiana di controspionaggio avrebbe assegnato commesse dirette per oltre 39 milioni di euro per la fornitura di jammer, software di riconoscimento facciale, impianti di videosorveglianza, sia gli spionaggi illeciti da parte della «Squadra Fiore» che coinvolgerebbe anche l’ex vicedirettore del Dis, Del Deo e Samuele Calamucci, l’hacker legato all’altra società di spionaggio Equalize e altri membri della squadra.

Questo ex-vicedirettore del Dis sarebbe indagato anche per peculato per i 5 milioni di euro per contratti verso una società “amica”, la Sind, che si occupa di sistemi di riconoscimento facciale e biometrici (se ne guardi il sito: al di là della pretesa di connessioni con tutto l’apparato dello stato, mostra un potenziale super pervasivo).

È anche indagato per truffa l’ex capo e fondatore della società Maticmind, Carmine Saladino.

I fatti risalgono al 2022 e riguardano 7 indagati. Fra altri l’indagine riguarda anche Vincenzo De Marzio, ex Ros, nome in codice “Tela”, legato ai Servizi segreti e Mario​ Cella, uomo di fiducia prima di Leonardo Del Vecchio e oggi del figlio Leonardo​ Maria.

L’inchiesta è infatti collegata con l’altra indagine della procura di Milano sulla società milanese Equalize: i due gruppi si sarebbero scambiati informazioni top secret nascondendole dietro alla fornitura di banali servizi investigativi.

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai Servizi segreti, Alfredo Mantovano, ha fatto sapere di aver adottato una linea di fermezza e preoccupazioni per la sicurezza nazionale e la tenuta del sistema di sicurezza. Ne avrebbe discusso con il Copasir – presieduto dal PD Lorenzo Guerini che segue sempre l’orientamento di Minniti, diventato grande sodale di Mantovano e della sig.ra Meloni –. Ma ha subito difeso l’integrità dei Servizi che lavorerebbero anche per isolare eventuali talpe interne (siamo alla solita manfrina delle “mele marce”).

Ricordiamo che a proposito del caso Paragon, il sig. Mantovano al Copasir ha riassolto i servizi. L’Aisi e l’Aise hanno ammesso di essere in possesso del software israeliano, ma “di non averlo utilizzato nei confronti degli attivisti e giornalisti coinvolti in questa vicenda”, aggiungendo che “avrebbero seguito le procedure in maniera legittima” – SIC! – (Luca Casarini dell’ong Mediterranea Saving Humans e Francesco Cancellato di Fanpage furono spiati a mezzo di Paragon).

E ricordiamo anche che Mantovano sul caso Almasri, il torturatore libico rimpatriato col volo di stato, ha difeso l’operato dei servizi segreti e del governo, mantenendo il segreto sui dettagli delle audizioni e sostenendo la legittimità delle azioni per la sicurezza nazionale, respingendo le accuse di favoreggiamento.

In altre parole, come in passato grazie all’ex-sinistra (e in particolare ai vari Violante e Minniti), le destre oggi al governo garantiscono l’impunità dei servizi segreti e nessuno evoca la sfacciata assenza del loro controllo politico democratico e indipendente, come del resto vale per tutto l’apparato militare e le forze di polizia (vedi osservatoriorepressione.info).

Fonte

21/04/2026

I servizi segreti “sul mercato”. La privatizzazione dello spionaggio

Ci risiamo. È in corso una nuova inchiesta su ambienti ed ex dirigenti dei servizi segreti che si sono “messi sul mercato” vendendo ai privati le loro conoscenze, attività e strumenti di spionaggio.

Questa volta a finire nel mirino della magistratura è Giuseppe Del Deo, ex numero due dell’Aisi (i servizi segreti sul fronte interno, ndr) ed ex dirigente del reparto economico-finanziario dei servizi.

L’accusa è quella di uso “non istituzionale” delle informazioni riservate acquisite attraverso gli apparati. Risulta indagato per accesso abusivo ai sistemi informatici e peculato; in concorso, per questo secondo reato, con l’imprenditore Carmine Saladino, già presidente di una società pagata dal servizio e inquisito a sua volta per una frode legata ad altri presunti guadagni indebiti.

Le accuse formulate dai magistrati sono piuttosto numerose : “associazione per delinquere”, “rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio”, “accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico”, “intercettazione, impedimento o interruzione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche”, “calunnia”, “rivelazione di segreti di Stato”, “corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio”, “falsità materiale commessa dal privato”, “falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici”, “falsificazione, alterazione o soppressione del contenuto di comunicazioni informatiche o telematiche”, “corruzione per l’esercizio della funzione”, “false dichiarazioni al difensore”, “falsità in documenti informatici” e violazioni del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza con riferimento all’esercizio dell’attività degli apparati investigativi.

L’inchiesta vede implicati anche degli imprenditori che – tramite l’ex dirigente sei servizi segreti – nel 2023, si sarebbero appropriati di fondi dell’Aisi per alcuni milioni di euro destinati a saldare un contratto di fornitura, di fatto mai eseguito, stipulato tra l’Agenzia e una società operante nel settore della produzione di sistemi software e hardware.

Dunque ancora una volta emerge un connubio insano tra gli apparati di sicurezza dello Stato e imprese private.

Nella nuova inchiesta viene messo nel mirino l’intreccio tra gli appalti dell’Aisi e una società dell’imprenditore Carmine Saladino (la Matic Mind) a cui tra il 2022 e il 2024 l’Agenzia avrebbe assegnato commesse dirette per oltre 39 milioni di euro per la fornitura di jammer, software di riconoscimento facciale, impianti di videosorveglianza.

C’è poi un secondo filone di indagine sugli spionaggi illeciti condotti dalla famigerata “Squadra Fiore” di Roma che coinvolge l’ex vicedirettore del Dis (Dipartimento delle informazioni sulla sicurezza) Giuseppe Del Deo ma anche Samuele Calamucci, l’hacker legato ad un’altra nota società di spionaggio – milanese in questo caso – la Equalize, società finita sotto inchiesta della procura di Milano per casi di spionaggio per conto e a danno di privati.

Calamucci venne arrestato nell’inchiesta milanese e le sue dichiarazioni sulla romana “Squadra Fiore” adesso sono analizzate per gli opportuni riscontri dei magistrati della Procura di Roma, che indagano sulla possibile esistenza di una rete parallela a quella già smantellata in Lombardia.

“Dalle inchieste su Equalize alla rete clandestina “Squadra Fiore” riemerge un sistema opaco fatto di dossieraggi, appalti miliardari, spionaggio illecito e collusioni tra apparati dello Stato e interessi privati, mentre il controllo democratico sui servizi segreti continua a restare una finzione” scrive un attento osservatore come Turi Palidda su Osservatorio Repressione. “Le indagini sul caso “Equalize” e ora sul “gruppo clandestino Squadra Fiore” – una volta tanto – stanno scoprendo un po’ di altarini criminali dei servizi segreti e di alcune frange delle polizie in combutta con imprenditori e altri “esperti””.

Ma Del Deo, una sorta di “via libera” a mettersi sul mercato con i privati l’aveva ricevuta dall’alto.

La giornalista investigativa Stefania Limiti segnala che ad agosto del 2024 la premier Meloni aveva nominato Giuseppe Del Deo vicedirettore del DIS ma poi, solo un anno dopo, il dirigente dei servizi segreti era stato “prepensionato” (a 51 anni) con un provvedimento che ha introdotto il cosiddetto ‘comma Del Deo’, un comma che consente agli ex dirigenti sei servizi segreti di lavorare immediatamente con soggetti privati. Per varare questo meccanismo sono state modificate ad esempio le regole di incompatibilità, permettendo così agli ex vertici dei Servizi di poter collaborare con realtà private, italiane o estere, subito dopo le dimissioni.

Del Deo aveva la responsabilità di negoziare con le aziende pagate dall’Agenzia per i servizi forniti, operando sul conto corrente intestato alla presidenza del Consiglio.

Anche in questa indagine sta emergendo un vero e proprio verminaio di spionaggio, dossieraggi, interessi privati e soggetti legati ai servizi segreti. Come noto il mercato delle informazioni riservate oltre che inquietante è assai redditizio.

“Non si tratta più soltanto di verificare responsabilità individuali ma di prendere atto dell’esistenza di un sistema strutturato di accesso e utilizzo illecito delle informazioni contenute nei database pubblici” sottolinea Mario Turla su Altraeconomia.

“Secondo gli inquirenti non siamo di fronte a episodi isolati ma a una vera e propria “industria del dato riservato”, capace di operare su larga scala grazie a una combinazione di relazioni, competenze e soprattutto domanda. Una domanda che proviene da segmenti rilevanti del mondo economico e professionale”.

Fonte

Gran Bretagna - 12 università pagavano ex militari per sorvegliare studenti e docenti pro-Palestina

Almeno dodici università del Regno Unito hanno pagato una società di intelligence privata, gestita da ex ufficiali dei servizi segreti militari, per monitorare sistematicamente le attività di protesta di studenti e docenti. Al centro della sorveglianza, secondo quanto rivelato da un’indagine congiunta di Al Jazeera English e Liberty Investigates, ci sarebbero in particolare attivisti pro-Palestina.

La società in questione, la Horus Security Consultancy Limited, avrebbe ricevuto almeno 440.000 sterline (circa 530.000 euro) dal 2022 a oggi. Tra le istituzioni coinvolte figurano nomi di assoluto rilievo come l’Università di Oxford, l’Imperial College London, la University College London (UCL), la London School of Economics (LSE) e l’Università di Bristol.

Fondata nel 2006 da Jonathan Whiteley, ex tenente colonnello con 23 anni di esperienza nell’intelligence, la Horus nasce già come progetto interno al team di sicurezza del prestigioso ateneo di Oxford, e si avvale di figure di alto profilo militare, come il colonnello Tim Collins, che dal 2020 è diventato direttore della società madre.

Il profilo politico di Collins può essere facilmente dedotto dal fatto che ha pubblicamente affermato che le manifestazioni in solidarietà con la Palestina sono orchestrate dalla Russia e dall’Iran, e ha anche invitato a deportare fuori dal Regno Unito i manifestanti non britannici che, a suo avviso, “si comportano male”.

Horus offre un servizio chiamato “Insight”, che utilizza strumenti di intelligenza artificiale per setacciare una vasta gamma di fonti web e social media, producendo rapporti dettagliati sulla base delle richieste dei clienti. Le università hanno domandato un controllo sulle possibili attività di protesta che potevano coinvolgere i propri campus.

La sclerotizzazione repressiva e di profilazione ha raggiunto però livelli preoccupanti. Tra le figure controllate c’era Rabab Ibrahim Abdulhadi, accademica palestinese-statunitense di 70 anni, che nel 2023 era stata chiamata a intervenire alla Manchester Metropolitan University. L’ateneo ha commissionato a Horus una “valutazione della minaccia” sulla sua persona, e il rapporto di sei pagine che la società ha redatto citava accuse di antisemitismo già smentite da tribunali e università negli Stati Uniti.

La dottoranda della LSE Lizzie Hobbs è stata messa sotto sorveglianza e i suoi post su X riguardanti lo sgombero di un accampamento di protesta sono stati segnalati all’ufficio sicurezza dell’ateneo. Contattata da Al Jazeera, Hobbs ha detto: “sapevamo che l’università effettuava attività di sorveglianza, ma è scioccante vedere quanto sia sistematica”. L’Università di Bristol, per riportare ancora un ulteriore esempio, avrebbe essa stesso fornito alla Horus una lista specifica di gruppi da monitorare.

Persino l’ONU è arrivata ad esprimersi sulla vicenda. Gina Romero, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di riunione pacifica e di associazione, ha espresso profonda preoccupazione, anche dal punto di vista legale, per l’attività richiesta a Horus. Romero ha contattato vari studenti, e ha riscontrato che il “clima di terrore” instaurato ha provocato traumi psicologici e sta portando molti giovani ad abbandonare l’attivismo.

Molti atenei non hanno rilasciato commenti, mentre altri, come l’università di Sheffield e l’Imperial College, hanno difeso l’operato di Horus parlando di semplice monitoraggio preventivo necessario per garantire la sicurezza e la continuità delle attività universitarie. Sette università hanno addirittura rifiutato l’accesso agli atti richiesto da Al Jazeera e Liberty Investigates affermando che ciò avrebbe minato il modello di business di Horus.

Purtroppo, si osserva da tempo l’allargamento e l’irrigidimento di una forte ondata repressiva contro il movimento di solidarietà col popolo palestinese, intorno a cui sono cresciute una serie di altre critiche ai vari governi nazionali che hanno sostenuto l’economia del genocidio. La “Generazione Gaza” ha provocato smottamenti importanti in tutto l’Occidente, e la risposta è quella che, in questo caso, è esemplificata da Horus.

Fonte

16/02/2026

Epstein: oltre lo scandalo, entrare nella logistica del sistema

Premessa. La censura su Meta sta diventando piuttosto pesante, ce ne siamo accorti tutti/e, tra sciami di bot, post spostati, post segnalati, fino a condizionare ciò che scriviamo o mostriamo. Come molti mi sto guardando intorno. Substack sembra essere una buona piattaforma. Al momento i miei articoli più lunghi proverò a metterli anche lì. Poi vedremo.

Quindi questo articolo lo trovate anche lì.

Cosa ho capito dell’archivio

Dopo più di dieci giorni passati a immergermi nel mare magnum delle mail e dei documenti che compongono l’archivio Epstein, ho capito che un solo individuo, salvo rari casi di coinvolgimenti palesi e documentati senza censure, non è in grado di comprendere la totalità del mosaico.

Ci troviamo di fronte a un sistema così stratificato e iper-connesso che lo sguardo umano, solitamente abituato a cercare una narrazione lineare di colpa e castigo, naufraga inevitabilmente nel gorgo del sensazionalismo. La reazione istintiva è la ricerca della cosa più “schifosa”, dello shock pornografico o del dettaglio che possa scuotere un’opinione pubblica ormai assuefatta a ogni forma di aberrazione.

I giornalisti, salvo pochissimi, non stanno facendo il loro lavoro, dovrebbe essere infatti una priorità mondiale, ma siamo fortunati se troviamo dei trafiletti sotto a notizie insignificanti.

Dobbiamo anche denunciare che l’operazione di rilascio di questi tre milioni di file, funestata da pesanti omissis che troppo spesso sembrano proteggere i nomi chiave degli abusatori piuttosto che la dignità delle vittime, non è un caos casuale, ma un atto deliberato. La mancanza di un filo logico e la frammentarietà cronologica dei dati sono strategie tese a livellare ogni informazione, mettendo tutto sullo stesso piano affinché il disegno d’insieme scompaia nel rumore di fondo.

Questa compulsione alla visione del mostruoso non è che l’ennesima trappola di un potere che si protegge attraverso l’eccesso di visibilità, una “febbre d’archivio” che, mentre promette trasparenza, seppellisce la verità strutturale sotto una massa informe di dati privi di contesto. 

L’arkheion digitale

Per decifrare l’archivio Epstein, occorre innanzitutto comprendere cosa sia, filosoficamente, un archivio. Jacques Derrida, nel suo saggio “Mal d’Archive”, ci ricorda che l’etimologia del termine risale al greco arkheion, la residenza dei magistrati superiori, gli arconti. L’arconte non era solo il custode dei documenti, ma colui che deteneva il potere di “cominciamento” e di “comando“. Egli aveva il diritto di fare e rappresentare la legge, custodendo i documenti ufficiali nella propria dimora privata, che diventava così, paradossalmente, il luogo di nascita dello spazio pubblico.

L’archivio Epstein rappresenta un’inversione traumatica di questo processo. Ciò che per decenni è stato custodito nella dimora privata del potere, intesa sia come spazio fisico (le ville, le isole) sia come spazio digitale (server criptati, sistemi Jmail), viene improvvisamente gettato nella sfera pubblica. Ma questa pubblicità non garantisce la comprensione.

Derrida parla di una “pulsione archiviolitica”, una forza intrinseca all’archivio che spinge verso la distruzione e l’oblio proprio nel momento in cui si cerca di preservare tutto. La “febbre d’archivio” che colpisce l’osservatore oggi è una forma di dipendenza dal dato che, invece di illuminare, acceca.

L’analisi forense dei file rivela che l’élite non si limitava a comunicare, ma utilizzava l’archivio come uno strumento di “house arrest” della verità. L’uso di cartelle di bozze condivise per scambiarsi messaggi senza mai “inviarli” è una metafora perfetta della comunicazione del potere: un dialogo interno, invisibile dall’esterno, che non lascia metadati tradizionali di invio e ricezione. Questo è il vero “mal d’archivio”: una memoria che è già strutturata per essere inaccessibile, anche quando diventa pubblica. 

Eterotopie del privilegio, l’isola e altri luoghi di sospensione del diritto

Michel Foucault ha introdotto il concetto di “eterotopia”, che, detta in estrema sintesi, significa un “contro-spazio”, un luogo reale che si trova al di fuori di tutti i luoghi, pur essendo localizzabile. A differenza delle utopie (che sono spazi ideali e inesistenti), le eterotopie sono “effettivamente realizzate” e servono per descrivere spazi che hanno la funzione di contestare, invertire o sospendere gli altri spazi della società.

Little Saint James e lo Zorro Ranch, lette in questa accezione non erano semplici proprietà immobiliari, ma erano (sono?) eterotopie di deviazione e di compensazione, mondi paralleli dove le norme morali e legali della società civile venivano annullate per far posto alla volontà sovrana dell’arconte.

Foucault spiega questo concetto attraverso la metafora del miracolo dello specchio: nello specchio io mi vedo là dove non sono, in uno spazio irreale che si apre dietro la superficie, ma lo specchio esiste realmente e rimanda una “contro-azione” sulla posizione che occupo.

L’universo Epstein è lo specchio deformante dell’élite: un reticolo di 55 luoghi chiave che funzionano come un sistema di vasi comunicanti, progettato per sospendere le norme del contratto sociale e instaurare quella che Giorgio Agamben definisce la Giurisdizione dell’Eccezione. 

L’isola come stato di eccezione permanente

Little Saint James non era la classica residenza di lusso un po’ appartata, era la materializzazione di quello che Schmitt definiva lo Stato di Eccezione. In questo spazio, il diritto non è assente, ma sospeso per lasciare spazio alla pura forza del sovrano (l’élite). L’infrastruttura dell’isola, che già nel 1997 comprendeva un sistema di desalinizzazione privato, un eliporto e un molo, andava ben al di là dell’estetica del lusso, obbediva a una logica di autonomia giurisdizionale.

Creando una propria rete di approvvigionamento idrico e logistico, l’élite recideva ogni legame con la “terraferma” dello Stato e del contratto sociale. L’indipendenza infrastrutturale garantisce che:

• Non servano controlli. La desalinizzazione e la produzione di energia proprie rendono il feudo invisibile ai registri delle utenze pubbliche.

• L’isolamento sia la prigione. Come notato da Deleuze, l’isola deserta attira per la sua capacità di essere un “cominciamento assoluto”. Allontanarsi da Little Saint James o dallo Zorro Ranch significa perdersi nell’oceano o nel deserto; lo spazio stesso diventa lo strumento di controllo, rendendo superflue le serrature.

I sei principi eterotopici nel sistema epstein

L’universo Epstein opera attraverso meccanismi che riflettono i sei principi di Foucault, trasformando il privilegio in una zona di anomia (assenza di legge):

1. Eterotopia di deviazione. Luoghi come lo Zorro Ranch diventano spazi dove l’anormalità (la predazione, l’eugenetica) è la norma interna per l’élite.

2. Mutamento di funzione. La Villa di Palm Beach o l’appartamento di Manhattan fungono da “macchine di normalizzazione” esterna (la facciata dell’alta borghesia) mentre internamente operano come spazi di disciplinamento e cattività.

3. “Juxtaposision” di incompatibili. La presenza di una sedia da dentista o di un “tempio” decorativo in contesti di abuso crea un microcosmo dove il rito e la violenza convivono, destabilizzando la vittima.

4. Eterocronia (rottura del tempo). Nelle isole, il tempo della legge è sospeso. Vige un’eternità artificiale garantita dalla logistica privata (jet, elicotteri) che recide i legami con le reti di soccorso.

5. Sistema di apertura e chiusura. L’accesso è regolato da riti di ingresso (inviti, voli privati) e guardiani legali (NDA), che creano una barriera impenetrabile tra la giurisdizione del privilegio e quella del cittadino comune.

6. Funzione di illusione e compensazione. La Townhouse di New York è un’eterotopia di illusione che nasconde l’orrore dietro la rispettabilità; lo Zorro Ranch è l’eterotopia di compensazione definitiva, un feudo di 10.000 acri dove l’ordine del privilegio è superiore alla democrazia.

Il ricco non abita lo spazio, ma lo secerne, creando un sistema di impunità dove le regole collettive evaporano di fronte alla potenza del capitale.
 
La banalità del male nell’era tecno-finanziaria

Hannah Arendt, nel suo resoconto sul processo Eichmann, ha decostruito la figura del criminale totalitario come un funzionario spaventosamente ordinario e non come il classico “mostro”.

Nel sistema Epstein, questa diagnosi trova una nuova, agghiacciante, conferma nell’esercito di professionisti di cui aveva bisogno una simile ed estesa rete come quella di Epstein. Pensate a quante persone orbitavano nell’ingranaggio “Epstein”: banchieri, avvocati, piloti e contabili, che hanno garantito la stabilità dell’infrastruttura e che si ritrovano anche nelle mail dell’archivio.

Arendt scriveva: «Eichmann non era uno Iago né un Macbeth, e nulla sarebbe stato più lontano dalla sua mentalità che “fare il cattivo” – come Riccardo Terzo – per fredda determinazione». Allo stesso modo, i dirigenti di JPMorgan Chase che hanno gestito 1,3 miliardi di dollari in transazioni sospette legate a Epstein non si consideravano complici di un predatore, ma protettori di un asset finanziario. Essi incarnano quella disumanizzazione per cui il sistema «tende a trasformare gli uomini in funzionari e in semplici rotelle dell’apparato amministrativo, e cioè tende a disumanizzarli».

Il sistema Epstein ha operato attraverso una codificazione linguistica che Arendt avrebbe riconosciuto immediatamente. Come Eichmann dichiarava che «il linguaggio burocratico (“Amtsprache”) è la mia unica lingua», così la macchina Epstein ha utilizzato eufemismi tecnici per neutralizzare la violenza:

• Le vittime erano mappate come «Studentesse», «Trainees» o, in termini puramente logistici, «Assets».

• I pagamenti per il silenzio delle sopravvissute venivano registrati come «Administrative Matters» (questioni amministrative).

• Il trasferimento di enormi capitali per finanziare la logistica del traffico veniva etichettato come «Project Management».

Arendt osserva che il criminale burocratico «non capì mai che cosa stava facendo» proprio a causa di questa «spaventosa mancanza di pensiero». Questa assenza di pensiero non è stupidità, ma l’incapacità di uscire dal proprio mansionario. È il «governo di nessuno che è in realtà la forma politica nota col nome di burocrazia», dove ogni individuo può dichiararsi neutro rispetto alla macchina complessiva.

Il memorandum del Senato degli Stati Uniti (2025) ha rivelato che dirigenti di alto livello, come Mary Erdoes, erano in costante contatto con Epstein, e che l’ex CEO del Private Banking, John Duffy, consigliava attivamente Epstein su come eseguire prelievi massicci di contante per evitare i controlli antiriciclaggio. Questa è la “banalità del male” in versione 2.0: non più l’ufficiale delle SS che organizza treni, ma il banchiere che costruisce una “parete di contanti” per proteggere un cliente d’élite, normalizzando l’orrore attraverso la routine professionale. 

Il peso dell’osservare e il crollo del “senso”

Al termine di questo viaggio nel cuore di tenebra dell’archivio Epstein, ciò che resta trascende il disgusto, configurandosi come un profondo senso di eclissi dell’io. Dopo dieci giorni di immersione, la domanda si è spostata dall’identificazione del colpevole all’interrogazione su cosa io sia diventata mentre guardavo.

Veniamo sopraffatti perché l’archivio è progettato come un’arma di saturazione. La strategia del potere consiste nell’annegare il segreto in una “trasparenza tossica” dove 3,5 milioni di pagine agiscono come una tempesta di sabbia.

Perché veniamo sopraffatti?

Siamo sopraffatti a causa della ricerca di categorie che il potere ha già neutralizzato. L’indagine del “mostro”, volta a esorcizzare la nostra normalità, conduce esclusivamente a una rete di “buoni padri di famiglia” che firmano contabili bancarie e piani di volo.

Siamo sopraffatti poiché l’archivio opera una violenza epistemica: la concessione dei nomi delle vittime avviene in parallelo alla negazione di quelli degli abusatori attraverso omissis selettivi, configurandosi come atti di comando arcontico. Questo “Panopticon rovesciato” obbliga a guardare la vittima, lasciando l’abusatore nell’ombra del potere sovrano.

Quali categorie usare?

È necessario smettere di guardare l’archivio come una “zona voyeristica” dello scandalo, leggendolo invece come una cartografia dell’infrastruttura. L’Etica dello Sguardo individua la regolarità del sistema piuttosto che l’evento eccezionale. Le categorie da usare appartengono alla logistica e alla biopolitica:

• L’efficienza dei contratti NDA che agiscono come barriere giurisdizionali prevale sulla perversione del singolo.

• L’analisi delle transazioni offshore e della complicità bancaria (la “Parete di Cash”) sostituisce il voyeurismo sul corpo violato.

• La decrittazione dei codici linguistici (“Administrative Matters”, “Project Management”) che servono a de-eticizzare l’orrore assume priorità rispetto alla ricerca del dettaglio scabroso. 

Il senso dell’Etica dello Sguardo

Guardare l’archivio Epstein oggi costituisce un atto politico estremo che mette a nudo l’inutilità del rituale democratico in un mondo governato da questa élite transumanista e oligarchica. Il voto, in questo contesto, rappresenta un’illusione di sovranità concessa a spettatori di un dramma la cui sceneggiatura è scritta in eterotopie inaccessibili.

La nostra unica resistenza risiede nel rifiuto del voyeurismo che trasforma l’osservatore in manovalanza gratuita per l’algoritmo del sensazionalismo. Occorre il coraggio della noia, la forza di indietreggiare dal pettegolezzo virale per fissare fermamente l’occhio sull’architettura del potere.

L’Etica dello Sguardo è la pretesa di un piano d’insieme opposto alla frammentazione deliberata. Rappresenta la scelta di ergersi a testimoni di una giustizia strutturale che, rifiutando il singolo capro espiatorio, pretende la demolizione delle macchine di normalizzazione responsabili dell’orrore.

In definitiva, l’archivio Epstein rivela che il mostro è lo spazio che abitiamo se accettiamo di guardarlo senza vederne i cardini. La sfida consiste nel restare umani sotto il peso di questa memoria cibernetica, ricordando che l’archivio è una responsabilità per il domani. Uno sguardo capace di de-spettacolarizzare il male permette di sperare, un giorno, nella restituzione della dignità a chi in quell’archivio è stato ridotto a semplice “asset” del potere sovrano. 

Bibliografia minima

• Agamben, Giorgio, Stato di eccezione. Homo sacer, II, 1, Bollati Boringhieri, Torino 2003.

• Arendt, Hannah, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, trad. it. di P. Bernardini, Nuova ediz., Feltrinelli, Milano 2023.

• Brown, Julie K., Perversion of Justice: The Jeffrey Epstein Story and the Betrayal of the Victims, HarperCollins, New York 2021.

• Crouch, Colin, Postdemocrazia, trad. it. di C. Paternò, Laterza, Roma-Bari 2003.

• Derrida, Jacques, Mal d’archivio. Un’impressione freudiana, trad. it. di G. Pozzi, Filema, Napoli 1996.

• FiscalNote, Epstein Unboxed: AI-Enhanced Database for Investigation Records, 2026.

• Foucault, Michel, Utopie. Eterotopie, a cura di A. Moscati, Cronopio, Napoli 2006.

• Hilberg, Raul, La distruzione degli Ebrei d’Europa, a cura di F. Sessi, trad. it. di G. Guastalla, Einaudi, Torino 2017.

• Mair, Peter, Ruling the Void: The Hollowing of Western Democracy, Verso, London 2013.

• PDF Association, A Case Study in PDF Forensics: The Epstein PDFs, Case Study 2025-2026.

• U.S. Department of Justice, Epstein Library: Investigative Files and Correspondence, rilasciati ai sensi dell’Epstein Files Transparency Act, 2025-2026.

• U.S. Senate Committee on Finance, Staff Memorandum: Analysis of JPMorgan Chase’s Relationship with Jeffrey Epstein, 20 novembre 2025.

Fonte

07/02/2026

La “Lista Nera di Hollywood” secondo Epstein

I nomi di chi appare nei file di Epstein come “anti-Israele” 

Per anni, la “Lista Nera di Hollywood” è stata un capitolo oscuro dei libri di storia, una reliquia dell’era della Guerra Fredda. Tuttavia, la recente divulgazione dei documenti privati ​​di Jeffrey Epstein ha portato alla luce una versione moderna di quel meccanismo, rivelando l’alta posta in gioco professionale di celebrità come Zayn Malik e Emma Thompson che hanno osato infrangere il tabù più rigido del settore: il sostegno alla Palestina.

Tra i documenti del 2014 rinvenuti negli archivi di Epstein c’è un documento che non è solo una newsletter: è un piano tattico per la rovina professionale. Intitolato “Celebrità anti-israeliane e i loro marchi”, il file collega meticolosamente le star di alto profilo ai loro sponsor aziendali, segnalando ai potenti dove colpire esattamente il sostentamento di un artista.

Tra loro c’erano l’ex star degli One Direction, Zayn Malik, la vincitrice del premio Oscar Emma Thompson, il musicista Stevie Wonder, Roger Waters dei Pink Floyd, Penelope Cruz e Javier Bardem, Russell Brand, Dustin Hoffman e l’attore Danny Glover. 

La “ghigliottina digitale” 

Il conflitto di Gaza del 2014 ha segnato una svolta nell’attivismo delle celebrità. Quando Zayn Malik ha twittato un semplice #FreePalestine, non stava solo esprimendo il suo sostegno a un popolo sottoposto a pulizia etnica, ma, secondo i file appena desecretati, è stato segnalato per ritorsioni commerciali.

I documenti evidenziano una triste realtà: ai vertici del potere, il “marchio” di una celebrità viene spesso usato come un vincolo per tenerla a freno. Elencando le sponsorizzazioni di star come Penélope Cruz e Javier Bardem, l'organizzazione dietro l’email ha fornito esattamente la leva necessaria per fare pressione su studi cinematografici e sponsor affinché prendessero le distanze dai talenti “controversi”. 

Fabbricare il silenzio

Le email rivelano un sistema più ampio che impone il silenzio nell’industria dell’intrattenimento. I documenti indicano che personaggi influenti non solo monitoravano ciò che dicevano le celebrità, ma anche chi le sosteneva finanziariamente, inviando un chiaro avvertimento ai giovani artisti: prendere posizione comporta rischi professionali.
 
I registri mostrano l’effetto in azione

Nel 2014, alcuni attori di alto profilo hanno subito forti pressioni e sono stati costretti a rilasciare chiarimenti pubblici dopo essere stati accusati di parzialità, una mossa ampiamente vista come un tentativo di proteggere le loro carriere da una reazione coordinata.
 
Un modello di ritorsione

L’inclusione di queste liste nell’archivio personale di Epstein suggerisce che il “monitoraggio” del sentimento pro-palestinese fosse una priorità per coloro che si muovevano nei più alti circoli di influenza globale. Rafforza una narrazione a lungo sostenuta dagli attivisti: che parlare apertamente dei diritti umani dei palestinesi porti a una lista nera “silenziosa”, dove i ruoli si esauriscono, le agenzie di talenti perdono rappresentanza e le etichette improvvisamente si raffreddano.

Con l’aumentare dei documenti desecretati, il quadro diventa più chiaro. Il “rischio” di parlare apertamente non era frutto dell’opinione pubblica, ma uno sforzo calcolato da parte di coloro che avevano le mani sulle leve dell’industria. Per Malik, Thompson e altri, i loro nomi nei file di Epstein sono la testimonianza di una sfida che metteva a repentaglio la carriera e che rimane una realtà per gli artisti di oggi.

I documenti servono come un inquietante promemoria del fatto che, se da un lato la fama fornisce una piattaforma, dall’altro rappresenta anche un bersaglio per coloro che credono che alcuni diritti umani siano troppo “politici” per essere difesi.

Fonte

06/02/2026

I dossier Epstein: Israele, Trump e le infinite omissioni

Attualmente esistono prove che dimostrano senza ombra di dubbio che Epstein stava lavorando per conto di Israele in qualche modo, che ha usato un linguaggio suprematista ebraico e che molti individui potenti sono accusati di illeciti nei suoi confronti.

La recente pubblicazione dei documenti di Epstein da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, oltre 3 milioni di pagine, ha scatenato un’altra grande tempesta politica. Non solo viene menzionato il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ma anche una serie di leader mondiali e figure influenti, che si presume siano stati compromessi da Israele.

Razzismo, pedofilia, sacrifici rituali e cooptazione di personaggi influenti hanno scandito la storia di Jeffrey Epstein, raccontata attraverso i documenti pubblicati e/o trapelati nell’ultimo anno. Nell’ottobre del 2025, sia Drop Site News che The Investigations hanno rivelato un altro elemento chiave nello scandalo Epstein: il ruolo di Israele.

Nonostante si tratti di una delle notizie più controverse e in continua evoluzione al mondo, che cattura l’interesse di esponenti di ogni angolo del panorama politico, la menzione dei legami dei trafficanti di minori con Israele è quasi del tutto assente dalla copertura mediatica dell’argomento.

Sebbene si siano a lungo speculate sul potenziale coinvolgimento del Mossad israeliano con Jeffrey Epstein e la sua operazione, basandosi principalmente su prove circostanziali e affiliazioni, nessuna documentazione concreta ha dimostrato l’entità del collegamento; in altre parole, non c’era esattamente la prova schiacciante. Eppure, i documenti di posta elettronica estratti dal gruppo di pirati informatici Handala sono trapelati e hanno fornito esattamente questo.

Non solo il collegamento tra Epstein e Israele esisteva chiaramente, ma ora c’erano anche prove che il trafficante di minori condannato stava tentando di favorire il rovesciamento del governo siriano. Inoltre, aveva un rapporto così stretto con l’ex Primo Ministro israeliano Ehud Barak che ne aveva persino inviato bozze e raccomandazioni per i suoi editoriali.

Col passare del tempo, sia Murtaza Hussain che Ryan Grim di Drop Site News avrebbero pubblicato ulteriori prove del ruolo di Epstein nel favorire Israele. Tra queste, la vendita di uno Stato di sorveglianza alla Costa d’Avorio, dove un’importante spia israeliana avrebbe soggiornato a casa sua per settimane intere, e persino l’aver incoraggiato una banca svizzera Rothschild a finanziare l’industria israeliana delle armi informatiche.

Con il nuovo documento del Dipartimento di Giustizia incompleto, è diventato ancora più chiaro. Il rapporto di Epstein con Israele non era solo una ricerca di accordi, ma era anche qualcosa che Epstein era ideologicamente incline a sostenere. Sebbene abbia ricevuto scarsa attenzione, ci sono diversi scambi tra Epstein e altri colleghi ebrei, in cui usano esplicitamente la retorica suprematista ebraica, prendendo in giro coloro che chiamano “Goyim” (non ebrei) e riferendosi alle persone afro usando la parola che inizia con la N.

La componente ideologica dell’operazione Epstein è importante, in quanto potrebbe evidenziare le potenziali motivazioni del suo impegno ad aiutare Israele. Rende anche i suoi legami con il potere ancora più preoccupanti. In una e-mail del 2016, Epstein affermò al fondatore di Palantir, Peter Thiel, che “come probabilmente saprai, rappresento i Rothschild”, un’importante famiglia di banchieri fortemente coinvolta nel Progetto Sionista fin dagli anni ’10 del 900.

Tenendo presente queste informazioni, i chiari legami di Epstein con leader mondiali, famiglie di banchieri, servizi segreti, giganti della tecnologia, appaltatori di armi e altro ancora, la menzione del nome di Donald Trump, circa 1.800 volte nei documenti pubblicati, solleva di per sé importanti interrogativi.

John Kiriakou, un ex importante agente della CIA diventato informatore, ha persino espresso la sua opinione secondo cui Jeffrey Epstein fosse un “agente di accesso” che lavorava per conto del Mossad israeliano. Ha spiegato che le agenzie di spionaggio usano persone come Epstein per raggiungere individui in posizioni di potere che non possono reclutare direttamente.

Sebbene le accuse di gravi illeciti penali mosse contro Trump nei documenti non siano comprovate, l’ultima rivelazione ha scatenato un’ondata di proteste pubbliche che chiedeva risposte, ovvero un memorandum dell’FBI del 2020 che afferma che Trump era stato “compromesso da Israele”.

Sebbene le affermazioni contenute nel rapporto CHS dell’FBI, che sostengono anche la cooptazione di altri importanti individui da parte del Mossad, non siano il risultato di un’indagine e non siano state provate in tribunale, provenendo invece da una fonte non divulgata, sono comunque gravi.

Per tutta la durata del primo mandato di Trump, i media istituzionali hanno seguito la vicenda del Russiagate 24 ore su 24, nel tentativo di costruire la tesi secondo cui Mosca avrebbe cooptato il Presidente degli Stati Uniti. Eppure, abbiamo la documentazione dell’affiliazione di Trump con Epstein; è noto a tutti che la sua campagna è stata finanziata dalla miliardaria più ricca d’Israele, Miriam Adelson, e c’è persino un documento dell’FBI che afferma che è stato cooptato. Tutte queste prove vengono semplicemente ignorate dalla stampa convenzionale.

Al momento, non ci sono prove conclusive che possano reggere in tribunale e portare a una condanna del Presidente degli Stati Uniti, per nessuna delle accuse. Tuttavia, alla luce di quanto è stato reso pubblico, molte voci scettiche si sono chieste se esistano prove del genere, raccolte a scopo di ricatto.

Se la teoria secondo cui l’operazione di Epstein fosse gestita dal Mossad israeliano e, almeno in parte, progettata per raccogliere informazioni compromettenti su individui influenti è corretta, una valutazione che non è più assurda, allora questo sarebbe il più grande scandalo nella storia della presidenza degli Stati Uniti. Un altro importante interrogativo riguarda la tempistica della divulgazione dei documenti da parte del Dipartimento di Giustizia, in relazione all’escalation tra Stati Uniti e Iran.

Attualmente esistono prove che dimostrano senza ombra di dubbio che Epstein stava lavorando per conto di Israele in qualche modo, che ha usato un linguaggio suprematista ebraico e che molti individui potenti sono accusati di illeciti nei suoi confronti. Al momento, ci sono molti punti ancora da collegare e mancano informazioni vitali, senza le quali è impossibile determinare le responsabilità.

Dal lato degli accusati, tutti coloro che erano coinvolti con Epstein, da Trump al principe Andrea, negano qualsiasi illecito. Anche questo è quantomeno sospetto, poiché tutti sostengono la versione secondo cui nessuno ha fatto nulla di sbagliato a parte Epstein e, nel caso di Donald Trump, i suoi oppositori politici, anch’essi implicati.

L’archivio reso finora disponibile è reperibile con questo link

di Robert Inlakesh, analista politico, giornalista e documentarista attualmente residente a Londra, Regno Unito. Ha scritto e vissuto nei Territori Palestinesi Occupati e conduce lo speciale televisivo “Palestine Files”. È regista di “Steal of the Century: Trump’s Palestine-Israel Catastrophe” (Il Furto del Secolo: La Catastrofe di Trump tra Palestina e Israele).

Fonte

02/02/2026

La società horror degli Epstein files

Ci siamo istintivamente tenuti lontani dalla storiaccia degli “Epstein files” perché troppo facile da prendere per i lati sbagliati, trasformando le necessità dell’informazione nel guardare dal buco della serratura “i peccati dei potenti”.

È la strada intrapresa da tutta la stampa mainstrem del mondo euro-atlantico, virata con qualche leggera differenza tra gli episodi o i nomi utili per mettere alla berlina il campo politico solo formalmente avverso.

Chi ci voleva trovare il nome e le gesta di Trump sicuramente ce le trova. Così come chi si affanna a mostrare che anche Bill Clinton e altri “campioni della democrazia liberale” non disdegnavano affatto – anzi – di frequentare quella corte. E così via, giù per i rami di collaboratori di alto livello noti già prima o soltanto dopo (la storia è vecchia, visto che Jeffrey Epstein è morto ormai più di sei anni fa, era finito sotto inchiesta nel 2015 per finire condannato tre anni dopo).

Ed anche un po’ per il tanfo nauseante che emana fino a migliaia di chilometri di distanza.

Eppure questa vicenda rivela cosa è antropologicamente “il potere” capitalistico occidentale meglio di molte seriose e sacrosante analisi basate sui fondamentali della critica politica, economica, etica, ecc.

Non siamo andati a vedere nei dettagli cosa o chi c’è negli oltre tre milioni di files desecretati in questi giorni dal Dipartimento di Giustizia statunitense, in pratica la metà dei quasi 6 milioni di pagine, foto, video, mail, ecc.. 

È questo, secondo noi il primo dato rilevante. Per quanto ci si possa nascondere dietro l’ossessione delle “insane passioni” o delle “deviazioni sessuali” una massa tale di documenti è, come semplice quantità, infinitamente al di là del concepibile per un essere umano soltanto “autocentrato” sulle proprie fissazioni, peraltro condensate in un periodo abbastanza limitato; diciamo tra i trenta e i cinquanta anni di età.

Epstein non era un qualsiasi nullafacente con dei “vizi”, ma un finanziere di peso a Wall Street. Si suppone dunque che buona parte della sua giornata, quella “presentabile” (sapete bene cosa pensiamo degli squali della finanza...) fosse dedicata a seguire i movimenti o i possibili impieghi di cifre che fanno la differenza tra chi sta nell’olimpo e chi si arrangia qui sulla terra.

Sei milioni di documenti archiviati nei “ritagli di tempo” – certo, molti dei quali gentilmente “offerti” dai suoi innumerevoli interlocutori di alto livello – indicano una cura dei dossier che somiglia più alle pratiche da servizi segreti che non a quella dei “felici pochi” dell’upper class.

E in effetti le voci sulla sua stretta relazione con il Mossad israeliano – da lui stesso lasciata circolare – hanno sempre accompagnato la sua rapida ascesa nel mondo che conta. Non è difficile capire che “tenere per le palle” – in senso informativo – alcune centinaia o migliaia di imprenditori, politici, rampolli di famiglie reali, imprenditori della old e della new economy, finanzieri, giornalisti, ecc., fosse un patrimonio decisamente più importante di quello in dollari. In grado di condizionare la politica interna ed internazionale, economica e finanziaria degli Stati Uniti. E dunque di buona parte del pianeta.

È la stessa logica – su scala infinitamente molto più grande – che regola i riti di ingresso e l’appartenenza alle “confraternite” studentesche nelle università statunitensi, fungendo poi spesso da reti sociali e professionali per il futuro degli studenti, quando cercheranno “qualcuno di cui fidarsi” – “fino ad un certo punto”, direbbe quello per trovare una scorciatoia, una “dritta”, una complicità segreta.

Riti di “iniziazione” con atti di subordinazione così repellenti – alla “morale comune” – da diventare essi stessi materia di reciproco ricatto perenne, o comunque di lunga durata. Primi passi adolescenziali nella massoneria, insomma... 

Ogni sistema ricattatorio si regge sul possesso di informazioni esclusive, infamanti, tali da distruggere l’immagine pubblica e privata dell’“oggetto di schedatura”. Era stato così, per tornare dalle nostre parti, anche per Guido Leto, fondatore e direttore dell’Ovra (il “servizio segreto interno” del fascismo mussoliniano, predecessore del Sisde, ora Aisi).

La leggenda non inventata dei “bauli” di dossier in suo possesso contribuì in modo decisivo non solo ad evitargli la fucilazione alla caduta del regime, in piena guerra, ma persino una qualsiasi limitazione alla “carriera”. Passò infatti armi, bagagli e bauli alla direzione delle scuole di polizia nell’Italia che era “nata dalla Resistenza”, ma non in grado di fare pulizia davvero.

Segno che in quei bauli c’era molto sul conto di parecchi nomi importanti della “Repubblica”, così condannata ad essere mai del tutto antifascista. Inevitabile, dunque, che la “nuova polizia democratica” venisse tirata su secondo i format “culturali” di quella in orbace. Una polizia effettivamente fascista, prima e oltre gli slogan di piazza.

Gli Epstein files sono dunque qualcosa di simile, ma soltanto sulla classe dirigente degli Stati Uniti. Informazioni utili per ricattare, fare affari, ottenere “favori”, assumere altre informazioni, persino condizionare la politica internazionale statunitense, implementando a dismisura l’archivio e quindi sia il potere che i conti correnti.

Anche a leggere soltanto qualcuno degli articoli di giornale, in quei files ci sono tutti quelli che contano. E tra gli innumerevoli omissis ci sono probabilmente quelli che per qualche inspiegabile motivo sembrano esserne fuori.

Il primo tratto comune è di classe, naturalmente. In quel giro si entra solo perché ricchi e potenti, non importa se per eredità o fortuna con le startup. E un po’ di vittime sacrificabili in qualsiasi momento, facilmente ricattabili già solo per aver visto certe facce.

Il secondo, altrettanto forte, è il suprematismo esplicito. “Noi possiamo fare quello che vogliamo, non ci sono regole da rispettare se non quelle che permettono di stare in questo circolo riservato”.

Questa è la gente che la mattina, dopo aver inseguito di notte minorenni per casa, va su un palco a straparlare di “diritti umani“, “libertà” (di impresa, cioè la loro), “regole”, “morale”, “merito”, “sacrificio” o ancora più canagliescamente “patria”.

Questa è la gente che fa bombardare paesi e poi spiega che “mezzo milione di bambini morti nella guerra in Iraq sono un prezzo accettabile per liberarsi di un dittatore”. E subito dopo si telefono o si “whatsappa” per fissare un appuntamento ancora “più scatenato” (ma poi piange perché si è preso una malattia venerea...).

Non è uno spettacolo molto originale, un po’ da caduta dell’impero romano, a metà strada tra la corte di Caligola e quella di Trimalcione, assecondando un immaginario da adolescenti che sanno di essere impunibili e pressoché onnipotenti (lo sono solo tutti insieme, anche se ognuno per conto suo, perché loro e non altri sono “gli Stati Uniti”).

Quel che avviene lì dentro, affari e guerre a parte (siamo nello “spazio vacanze” dell’establishment bipartisan), era stato in qualche modo immaginato e reso film da Brian Yuzna, nel 1989. Non a caso un horror fin dal titolo (Society – The Horror), che si pensava fosse un po’ esagerato.

Errore. Come sempre, la fantasia non regge il passo con la realtà del capitalismo contemporaneo.

P.S. Per chi volesse farsi del male, o irrobustire il proprio odio di classe, il film è visibile qui.

Fonte

26/01/2026

La destra vuole schedare i professori

La destra non vuole “migliorare” la scuola: vuole domarla. Vuole trasformarla da spazio pubblico di formazione critica a dispositivo di selezione, propaganda e controllo. Quello che sta accadendo in queste settimane con la campagna di Azione Studentesca non è una provocazione isolata né una bravata studentesca: è un tassello coerente di un progetto politico preciso.

«Segnala i professori di sinistra nella tua scuola». È difficile trovare una formula più esplicita. Manifesti, striscioni, QR code sui muri degli istituti da Palermo a Pordenone invitano studenti e studentesse a compilare questionari per denunciare i docenti “colpevoli” di fare propaganda. L’obiettivo dichiarato è un “report nazionale”. L’obiettivo reale è un altro: intimidire, censurare, normalizzare la delazione come pratica legittima dentro la scuola pubblica.

Le domande sono volutamente vaghe, arbitrarie, tossiche: “Hai professori di sinistra?”, “Descrivi i casi più eclatanti”. Nessuna definizione, nessuna tutela, nessun contraddittorio. Basta una percezione, un fastidio, una lezione sull’antifascismo, una parola su diritti, Palestina, clima o disuguaglianze per finire nella lista. È la logica della schedatura politica applicata all’istruzione. Una logica che in Italia ha un nome e una storia, e che non ha nulla a che fare con la libertà.

Non è un caso che il titolo della campagna sia “La nostra scuola”. Nostra di chi? Non certo della comunità scolastica nel suo insieme. “Nostra” nel senso proprietario, identitario, escludente. La scuola, per questa destra, non è un bene comune ma un territorio da conquistare. E chi non si allinea diventa un nemico interno.

Le reazioni degli insegnanti parlano chiaro: paura, rabbia, senso di isolamento. «Come si fa a insegnare qualunque cosa così?», chiedono. È esattamente il punto. Questo clima non serve a “difendere la neutralità”, ma a produrre autocensura. A spingere i docenti a evitare temi scomodi, a smussare il pensiero critico, a rinunciare al proprio ruolo costituzionale. La libertà d’insegnamento non viene abolita per legge: viene soffocata per pressione.

E mentre Azione Studentesca raccoglie nomi e alimenta il sospetto, attacca apertamente le scuole che fanno educazione civica sull’antifascismo, definendola “catechismo politico forzato”. L’antifascismo, che è fondamento costituzionale della Repubblica, viene dipinto come propaganda di parte. Al suo posto si invoca una generica “voglia di Nazione”, una retorica identitaria che svuota la scuola di contenuti critici e la riempie di lealtà astratta.

L’ipocrisia è totale. Da un lato si grida allo scandalo per una lezione sull’antifascismo, dall’altro si spalancano le porte delle scuole a eventi apertamente politici, come quelli promossi dalle Camere Penali a sostegno del Sì al referendum sulla riforma della giustizia, nel silenzio complice del ministero. Il “contraddittorio” invocato da Valditara funziona solo a senso unico.

Questa non è difesa della pluralità. È ingegneria culturale. È l’idea che la scuola debba smettere di essere uno spazio di conflitto democratico e diventare un luogo addestrativo: obbedienza, identità, ordine. Se necessario, con metal detector, zone rosse simboliche e sorveglianza ideologica. Ma più che metal detector, servirebbero davvero dei fascism detector: strumenti per riconoscere e respingere pratiche di intimidazione, delazione e autoritarismo.

Chi oggi minimizza, dicendo che “sono solo manifesti”, sbaglia gravemente. Le liste di proscrizione non nascono mai già armate: nascono come moduli online, come segnalazioni anonime, come campagne “studentesche”. Poi diventano dossier, pressioni, provvedimenti. La storia italiana lo insegna.

Difendere la scuola pubblica oggi significa difendere l’autonomia, la libertà di insegnamento, il diritto al pensiero critico. Significa dire chiaramente che la scuola non è “di qualcuno”, non è della destra, non è del governo di turno. È di tutte e tutti. E proprio per questo è intollerabile che venga trasformata in un laboratorio di censura e propaganda.

Chi ama davvero la scuola non chiede denunce, ma più risorse. Non schedature, ma spazi di confronto. Non silenzio, ma conflitto democratico. Il resto è solo paura del pensiero libero.

Fonte

27/12/2025

I legami profondi tra Jeffrey Epstein e Israele

La biografia postuma di Virginia Giuffre – vittima centrale del network di Jeffrey Epstein – espone abusi sessuali e violenza fisica sistemica. Le sue memorie costituiscono un’accusa formale contro l’élite di individui potenti coinvolti nel traffico sessuale. Giuffre documenta un regime di sfruttamento, afferma di essere stata violentata e brutalmente percossa da un “noto Primo Ministro” non identificato, dichiarando di aver temuto la morte durante la violenza sessuale. La vittima specifica che negli anni trascorsi con Epstein e il suo entourage è stata regolarmente “prestata a decine di persone ricche e potenti”. Descrive l’uso e l’umiliazione abituali subiti, includendo atti di strangolamento, percosse e lesioni fisiche. Il libro è stato pubblicato in Australia, a sei mesi dalla morte di Giuffre, e offre una ricostruzione dettagliata degli abusi subiti in adolescenza e del suo successivo impegno per ottenere giustizia.

Vi è però una discrepanza tra le versioni editoriali: l’edizione statunitense identifica l’aggressore come un “noto Primo Ministro”, mentre quella britannica lo definisce un “ex ministro”. La violenza protratta da questo politico non specificato è descritta con una Giuffre che implora Epstein: “Mi sono inginocchiata e l’ho supplicato. Non so se Epstein temesse quell’uomo o se gli dovesse un favore, ma non ha voluto promettere nulla, dicendo freddamente della brutalità del politico: a volte ti capiterà”.

Le informazioni contenute nelle memorie esacerbano anche lo scandalo che coinvolge il Principe Andrew. Nonostante la sua recente decisione di rinunciare ai titoli reali, il rilascio del testo di Giuffre aggraverà la situazione del membro della famiglia reale. Il Principe Andrea ha precedentemente negato di averla mai incontrata, ma ha risolto la causa civile nel 2022 con un accordo multimilionario.

Quello che coinvolge Jeffrey Epstein è un intrigo internazionale che riguarda finanza, politica e celebrità, traffico sessuale, droga e spionaggio nelle proprietà di lusso di un finanziere la cui ascesa sociale è un mistero. Possedeva persino un’isola Jeffrey Epstein, ci si arrivava con un Boeing 727-100 ribattezzato dalla stampa “Lolita express” per il coinvolgimento di minorenni: la lista passeggeri coinvolge Stati Uniti e Regno Unito. Un caso di kompromat e honey trap: gli invitati erano attratti da giovani ragazze (spesso minorenni) usate come esche, poi venivano filmati e ricattati secondo schemi tipici dell’intelligence. Le giovani erano reclutate da Ghislaine Maxwell – compagna di Epstein e figlia dell’ex agente del Mossad Robert Maxwell – che le adescava promettendo networking, denaro e carriere nella moda.

È qui entra in gioco Victoria’s Secret: Epstein si spacciava per talent scout di Victoria’s Secret per adescare aspiranti “angeli” proponendo casting fasulli. Il miliardario proprietario del brand, Leslie Wexner, è stato il primo sponsor del finanziere, figlio di immigrati ebrei-russi e figura centrale nell’establishment filantropico e sionista americano.

La Wexner Foundation finanzia programmi universitari per giovani leader ebrei israeliani e americani. Il Mega Group, da lui fondato, viene associato a operazioni di soft power e lobbying, fonti giornalistiche parlano di legami col Mossad. Ad ottobre 2023, dopo 34 anni, Wexner taglia i finanziamenti ad Harvard per le proteste pro Palestina.

Il colpo di grazia a Victoria’s Secrets – e alla cultura tossica e patriarcale di cui era incarnazione – è stato il #MeToo, movimento nato da un caso analogo: il caso di Harvey Weinstein, produttore cinematografico e predatore seriale protetto da Hollywood e dall’élite (media, agenzie, studi legali e Pr). Secondo il New Yorker il magnate avrebbe ingaggiato la società di intelligence privata israeliana Black Cube, fondata da ex agenti Mossad, per ricattare le vittime e metterle a tacere.

Israele come rifugio per predatori

Israele, negli ultimi decenni, si è configurato come una vera e propria fortezza per predatori sessuali. La Legge del Ritorno (Aliyah), infatti, consente agli ebrei che vivono fuori da Israele – ad eccezione di quelli con “precedenti penali suscettibili di mettere in pericolo il benessere pubblico” – di stabilirsi nel paese, in tempi rapidi, portando con sé i propri coniugi, figli e nipoti.

Già nel 2016 sorgevano forti preoccupazioni in Israele sui presunti arrivi di molti predatori sessuali: Manny Waks – fondatore del gruppo di advocacy Kol V’Oz – in un’intervista a The Independent, ha dichiarato: “Israele sta diventando un rifugio sicuro per i pedofili a causa dell’opportunità unica, disponibile a tutti gli ebrei, di emigrare lì. Questo fornisce un modo relativamente rapido ed efficace per sottrarsi alla giustizia in altri paesi”. 

L’Associazione Matzof, che monitora la pedofilia in Israele, stima che ogni anno decine di migliaia di molestatori siano attivi, con circa 100.000 vittime annuali. Un caso che ha fatto molto scalpore è quello di Malka Leifer, ex preside di una scuola religiosa ebraica a Melbourne, fuggita in Israele dopo le accuse di abusi sessuali su oltre 70 studentesse. Per sette anni, Leifer è riuscita a evitare l’estradizione in Australia per infermità mentale.

La polizia israeliana ha spinto sull’incriminazione per frode e abuso di fiducia dell’ex ministro della Salute Yaakov Litzman, sospettato di aver fatto pressioni sui dipendenti del ministero affinché manipolassero le valutazioni psichiatriche di Leifer. Litzman, potente politico ultra-ortodosso, si dichiara innocente. Successivamente, una commissione psichiatrica israeliana ha stabilito che Leifer mentiva sulle proprie condizioni mentali, queste prove portarono poi al suo nuovo arresto e alla successiva estradizione in Australia nel 2021.

Un altro caso significativo riguarda Tomás Zerón, ex capo dell’Agenzia di Investigazione Criminale del Messico, ricercato per il suo coinvolgimento nella sparizione di 43 studenti nel 2014 dalla Scuola rurale di Ayotzinapa e per accuse di tortura. Un articolo pubblicato nel maggio 2022 da Calcalist, quotidiano economico israeliano, affermava che Tomás Zerón vivesse con il gigante tecnologico israeliano David Avital nelle Neve Zedek Towers, un lussuoso complesso residenziale a Tel Aviv. In un articolo del New York Times, l’ex sottosegretario messicano per i diritti umani, Alejandro Encinas, ha poi dichiarato che Zerón aveva legami con potenti aziende israeliane di sorveglianza che lo avevano aiutato a fuggire dal Messico.

Nel 2016, i media locali riportarono che Zerón era l’interlocutore principale nelle trattative per l’acquisto, da parte del Messico, del software spia Pegasus della società israeliana NSO Group: lo stesso software utilizzato per spiare diversi gruppi, tra cui attivisti e giornalisti, che avrebbero potuto minacciare la posizione del governo sul caso Ayotzinapa, secondo i ricercatori del Citizen Lab dell’Università di Toronto.

Molti autori di reati sessuali, tra cui Malka Leifer, trovano rifugio negli insediamenti illegali ultra-ortodossi in Cisgiordania: in queste aree risiedono illegalmente oltre 700.000 coloni israeliani, occupando le terre palestinesi. Ma la questione dei network globali di individui privilegiati non si limita a Israele. C’è, infatti, un italiano nei documenti Epstein: Flavio Briatore.

Un vero schema di spionaggio e ricatti

C’è un italiano nei documenti Epstein: Flavio Briatore. Nessuna accusa nei suoi riguardi ma il suo nome compare nella cosiddetta “associate list” e dimostra come il jet set europeo fosse parte integrante del network globale del finanziere.

Secondo Naomi Campbell – mai indagata, ma tra le celebrità più presenti nei documenti declassificati – fu proprio Flavio Briatore, all’epoca suo compagno, a presentarla a Jeffrey Epstein durante la festa per il suo trentunesimo compleanno, nel 2001, su uno yacht a Saint Tropez. Il party di Campbell in Costa Azzurra è un nodo centrale della vicenda.

Virginia Giuffre ha dichiarato di aver partecipato come accompagnatrice di Epstein, selezionata da Ghislaine Maxwell prima di essere portata a Londra, il giorno successivo, e costretta a un rapporto sessuale con il Principe Andrea. Giuffre descrive Campbell come una delle migliori amiche di Maxwell: la modella ha però sempre negato ogni coinvolgimento. Campbell è una storica amica di Sean “Diddy” Combs, le cui feste sembrano lo spin off del caso Epstein: celebrità, traffico sessuale, dossieraggio. Nello scandalo che lo riguardava, è finito anche Sir Lucian Grainge, CEO di Universal Music Group, citato in giudizio con l’accusa di essere il finanziatore dei “freak-off parties”.

Le accuse contro l’uomo più potente dell’industria musicale – sostenitore di organizzazioni come FIdf e con un ruolo di primo piano nella lobby culturale pro-Israele a Hollywood – sono state poi ritirate. Nel processo mediatico, ma mai citato in giudizio, appare spesso il nome di Clive Davis, mentore di Combs, considerato il suo burattinaio. Parte della comunità afroamericana critica con l’industria si riferisce a lui come “l’uomo bianco ebreo” che ha dato potere a Combs per controllare dall’interno l’hip hop e neutralizzarne il potenziale rivoluzionario: notoriamente, Clive Davis è aperto sostenitore di Israele.

Lo stretto legame tra Epstein e l’intelligence israeliana

Jeffrey Epstein oltre ad essere stato un molestatore e pedofilo seriale protetto da potenti amici, era un nodo strategico in una rete molto più oscura, fatta di affari, intelligence e geopolitica. I legami tra Epstein, Israele e le figure chiave dell’establishment israeliano, come Ehud Barak e la famiglia Maxwell, non sono dettagli marginali, ma elementi centrali di una storia che i media mainstream evitano appositamente di raccontare fino in fondo.

Nel 2015, Barak – ex Primo Ministro, ex Capo di Stato Maggiore dell’IDF, e volto rispettabile della politica israeliana – ha fondato una società veicolo con cui ha investito milioni nella startup israeliana “Carbyne”, una società che sviluppa tecnologie per le emergenze basate sulla raccolta e l’analisi dei dati in tempo reale. Un progetto con implicazioni chiare nel campo della sorveglianza, della sicurezza e quindi potenzialmente utilizzato dagli apparati di intelligence. Dietro ad alcuni dei fondi che hanno alimentato l’investimento, secondo quanto riportato da Haaretz, c’era proprio Jeffrey Epstein.

Epstein non aveva solo capitali da investire: aveva relazioni strategiche, capacità logistiche, jet privati e proprietà isolate, l’habitat perfetto per operazioni di compromissione e controllo. Chiunque indaghi su Carbyne, sul suo potenziale uso duale civile-militare e sui suoi uomini chiave (tra cui Pinchas Buchris, ex Direttore Generale del Ministero della Difesa israeliano) capisce che non si trattava solo di una “start-up innovativa”. Era, piuttosto, un’infrastruttura ideale per chi volesse raccogliere informazioni in tempo reale e manipolare il flusso di dati sensibili.

Epstein e Maxwell come asset dell’ombra sionista

Ma il legame tra Epstein e Israele non si ferma qui. È impossibile ignorare il ruolo di Ghislaine Maxwell, la sua sodale e reclutatrice, figlia di Robert Maxwell, magnate dei media britannici e agente del Mossad, che molti considerano un asset centrale per i servizi israeliani negli anni della Guerra Fredda.

Robert Maxwell, morto in circostanze opache e sepolto con onori sul Monte degli Ulivi nella Gerusalemme occupata – un privilegio riservato a personaggi di altissimo rilievo nella narrativa sionista – fu salutato con funerali di Stato a cui parteciparono il presidente Chaim Herzog, il primo ministro Yitzhak Shamir, il capo dello Shin Bet Ya’akov Peri e altre figure di spicco dell’intelligence e della politica israeliana: un segnale preciso del suo ruolo nei servizi.

Alla luce di questo, il coinvolgimento diretto di Ghislaine con Epstein non è affatto una coincidenza. Lei e Jeffrey operavano come un’unità solida che non si limitava a soddisfare i desideri predatori dei potenti, ma che costruiva archivi compromettenti – video, registrazioni, dossier – potenzialmente utilizzabili come leva di potere o ricatto. È legittimo domandarsi se questi archivi, i famigerati “Epstein Files”, contengano nomi di personaggi legati a Israele, al Mossad o alla diaspora sionista d’élite che ha finanziato operazioni più o meno opache nel mondo.

La Wexner Foundation, finanziata dall’amico e cliente di Epstein, Leslie Wexner, è un altro anello chiave. La fondazione ha riversato milioni in programmi di formazione delle élite israeliane. Nel 2004, secondo il giornalista israeliano Erel Segal, proprio questa fondazione avrebbe trasferito ben 2,3 milioni di dollari a Ehud Barak per una “ricerca” mai meglio definita. Barak si è rifiutato di fornire dettagli, dichiarando solo che si trattava di un’attività privata e regolare. Ma cosa giustifica una simile somma? E perché l’ex premier israeliano aveva bisogno del denaro di un molestatore pedofilo statunitense per finanziare una sua iniziativa imprenditoriale?

Tutto questo si svolge in un contesto in cui Netanyahu e Barak si scambiavano accuse reciproche di corruzione e collusioni con criminali. Al di là della loro faida, resta il fatto che Epstein rappresentava un asset trasversale. Un uomo che aveva accesso a Bill Clinton, Donald Trump e altri membri dell’élite israeliana, in un arco che non si spiega solo con il fascino della ricchezza.

È dunque plausibile che Epstein, con Ghislaine al suo fianco, abbia operato anche in funzione di raccolta d’intelligence, costruendo una banca dati fatta di compromessi, pedofilia e segreti. Una banca dati che, nelle mani sbagliate, è una bomba geopolitica.

Le connessioni tra Epstein, Barak, Maxwell e il Mossad sono fatti, documentati da investimenti, legami familiari, sepolture d’onore e silenzi imbarazzati. Ciò che resta ancora sigillato negli Epstein Files, potrebbe contenere la chiave per decifrare uno dei più grandi sistemi di controllo del potere dell’era moderna, con nomi che molti non vogliono assolutamente vedere rivelati.

I dossier Epstein, un cappio al collo della élite mondiale

In questo contesto, è essenziale comprendere come il meccanismo messo in piedi da Epstein e Ghislaine Maxwell fosse, prima ancora che un semplice traffico di minori, una vera e propria operazione di intelligence costruita su un modello di “honey trap” (o trappola sessuale), storicamente utilizzata dai servizi segreti per compromettere e ricattare figure chiave del potere. Non si trattava, quindi, solo di soddisfare le perversioni delle élite, ma di costruire un archivio vivente di ricatti, in grado di condizionare scelte politiche, alleanze internazionali e orientamenti strategici.

Tutto era progettato per documentare ogni incontro, ogni abuso, ogni caduta. L’ipotesi che Israele – tramite i suoi asset Epstein e Maxwell – abbia utilizzato questi materiali per condizionare leader americani, incluso Donald Trump, non è affatto peregrina. Anzi, è un’ipotesi supportata da numerosi segnali: i rapporti tra Trump e Epstein, documentati da foto, testimonianze e frequentazioni, cessano bruscamente proprio quando l’ambizione politica di Trump comincia a prendere forma.

Non è un caso se, ogni qualvolta che Trump alza la voce contro lo “Stato profondo” o critica gli interessi israeliani più estremi, nei media e nei tribunali americani riemerga, puntualmente, l’eco del “caso Epstein” e dei suoi legami torbidi. La guerra legale che lo perseguita potrebbe essere solo il volto pubblico di una pressione molto più oscura e silenziosa, fatta di dossier segreti, minacce implicite e promemoria inviati attraverso le corti e i titoli di giornale. Chi possiede gli “Epstein Files” – ammesso che siano ancora completi – detiene una chiave d’accesso a un potere senza volto, in grado di alterare la direzione della politica americana ed estera, non tanto per “idealismo”, ma per interesse strategico. E se tale chiave fosse oggi nelle mani di apparati legati a Israele, ciò spiegherebbe molto di più sull’assoluta reticenza di certi settori dell’establishment nel far emergere tutta la verità. I nomi custoditi in quei file sono potenzialmente molto letali per l’equilibrio tra potenze globali.

Little Saint James, l’hub degli orrori di Epstein e non solo

L’isola di Little Saint James, proprietà personale di Jeffrey Epstein nelle Isole Vergini americane, è molto più di una semplice location estiva. È stata, a tutti gli effetti, il cuore pulsante di un’operazione globale di compromissione protetta da una rete di complicità trasversali. L’isola, acquistata da Epstein nel 1998 per circa 7 milioni di dollari, venne rapidamente trasformata in una fortezza isolata, dotata di eliporto, porto privato, sistemi di sicurezza avanzati, personale fidelizzato e, soprattutto, una struttura logistica pensata per garantire totale riservatezza a ospiti di altissimo profilo.

Qui, secondo innumerevoli testimonianze e documenti processuali, si svolgevano abusi sistematici, incontri riservati e sessioni di registrazione audiovisiva: materiale potenzialmente utilizzato per creare un archivio di ricatti trasversale a politica, finanza, mondo accademico e non solo. Un altro aspetto che rende Little Saint James ancor più inquietante è la sua geografia simbolica e architettonica. Il misterioso “tempio” costruito sull’isola – una struttura cubica con cupola dorata, porte blindate e innumerevoli simboli ambigui – è stato oggetto di indagini, speculazioni e teorie, oltre che per il suo aspetto bizzarro anche per la funzione che poteva avere all’interno della struttura coercitiva.

Secondo diverse fonti, avrebbe ospitato stanze di isolamento acustico, molto probabilmente progettate per registrazioni compromettenti. Il tempio, crollato misteriosamente subito dopo l’arresto di Epstein, è stato liquidato come “magazzino musicale” dai suoi avvocati, un’affermazione ridicola, smentita dalle immagini satellitari, dai registri edilizi e dalla presenza costante di personale armato nei dintorni della struttura.

A rendere ancora più evidente il livello di protezione dell’isola vi è il fatto che, nonostante innumerevoli voli privati, testimonianze dirette e una lista di ospiti che includeva il Principe Andrea, Bill Clinton, banchieri, scienziati e altri personaggi di fama mondiale, per anni nessuna agenzia federale statunitense ha ritenuto necessario indagare realmente sull’attività dell’isola.

I voli del “Lolita Express” atterravano regolarmente lì, trasportando giovani ragazze e ospiti selezionati, in un traffico aereo che sembrava muoversi in uno spazio legale parallelo, immune da ogni controllo.

L’ipotesi che l’isola fosse non solo un luogo di abusi ma un hub operativo per attività di intelligence, legate ai servizi segreti israeliani o ad altri servizi “alleati”, diventa quindi un’ipotesi sempre più plausibile, soprattutto alla luce dei silenzi assordanti che ancora circondano le sue attività.

Fonte