Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
17/08/2026
“Mai parlare di Palantir”: il problema per l’Onu
L’analisi, visionata da PassBlue e FRANCE 24, rivela i timori dell’ONU riguardo al fatto di consentire a Palantir di elaborare i dati per la più grande catena di approvvigionamento umanitaria al mondo.
Il Programma Alimentare Mondiale gestisce uno delle più grandi banche dati biometriche al mondo. Il suo sistema SCOPE contiene informazioni su milioni di persone, molte delle quali beneficiarie di aiuti umanitari internazionali.
Per aiutare il Programma Alimentare Mondiale a tracciare gli aiuti umanitari e a gestire i dati della sua catena di approvvigionamento, Palantir ha sviluppato il Sistema di Operazioni e Trasformazione Digitale (DOTS).
Fondata nel 2003, Palantir, il cui nome si ispira all’occhio onniveggente del Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien, è stata in parte finanziata dalla comunità dei servizi segreti statunitensi. Da allora ha sviluppato un programma di integrazione dati basato sull’Intelligenza Artificiale in grado di raccogliere, elaborare e analizzare enormi quantità di dati su governi, organizzazioni o individui, un programma ormai profondamente integrato nel Complesso Militare e di Sorveglianza statunitense.
All’interno delle Nazioni Unite, esiste una spaccatura tra coloro che si oppongono al crescente coinvolgimento di Palantir nelle sue agenzie, coloro che vogliono garantire che qualsiasi adozione di programmi basati sull’Intelligenza Artificiale sia responsabile ed etica, e coloro che, invece, prediligono soluzioni rapide e innovative, inneggiando all'“efficienza”.
Un attacco informatico subito a maggio dall’agenzia con sede a Roma ha esposto dati sensibili su migliaia di beneficiari di aiuti a Gaza, evidenziando le preoccupazioni in materia di protezione dei dati. Tuttavia, il Programma Alimentare Mondiale ha affermato che l’attacco si è limitato alla sua applicazione di auto-registrazione per la Palestina, tramite la quale gli sfollati possono registrarsi per ricevere aiuti, ma che non ha “alcun collegamento diretto” con il programma di Palantir.
Alcuni membri del personale del Programma Alimentare Mondiale hanno espresso preoccupazione per il fatto che i dati dell’agenzia ONU sui beneficiari possano essere utilizzati per addestrare i sistemi informatici di Palantir.
Alcuni sono titubanti riguardo alla collaborazione con un’azienda le cui tecnologie sarebbero state utilizzate dalle autorità statunitensi per il controllo dell’immigrazione e dalle forze militari per operazioni letali in Medio Oriente, in particolare in Iran e a Gaza. Per citare l’amministratore delegato Alex Karp, il prodotto di Palantir “viene occasionalmente utilizzato per uccidere persone”.
Nonostante i timori, un portavoce del Programma Alimentare Mondiale ha dichiarato che l’agenzia intende rinnovare il contratto con Palantir.
Un nuovo rapporto delle ricercatrici indipendenti Tina Indrani Mason e Rose Worden per l’iniziativa “Tech for Bad” (Tecnologia per il Male) afferma che il Programma Alimentare Mondiale continua a “investire massicciamente” nel progetto del Sistema di Operazioni e Trasformazione Digitale e mette in guardia contro una “violazione dei principi delle Nazioni Unite”.
Intitolato “Palantir e il Programma Alimentare Mondiale: la collaborazione scandalosa al centro della più grande catena di approvvigionamento umanitario al mondo”, il rapporto descrive la collaborazione tra le Nazioni Unite e Palantir come “un chiaro conflitto di interessi e una grave abdicazione alla responsabilità etica”.
“Gestione del rischio inadeguata”
Palantir, con sede in Florida, è specializzata nella creazione di programmi in grado di analizzare enormi quantità di dati e individuare modelli o connessioni che richiederebbero settimane o mesi di lavoro a un analista umano. L’azienda sottolinea tuttavia di non essere un’impresa di “estrazione di dati”.
Il rapporto di analisi interno dell’Ufficio dell’Ispettore Generale del Programma Alimentare Mondiale, datato agosto 2025 e trapelato in rete, si concentra sulle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, evidenziando una “gestione del rischio inadeguata” e la mancanza di “linee guida e politiche appropriate” in materia di tutela dei dati nel rapporto tra il Programma Alimentare Mondiale e Palantir. Il problema è classificato come “priorità elevata”.
“Fin dall’inizio della collaborazione, le principali preoccupazioni in materia di riservatezza sollevate da parti interessate interne ed esterne riguardo all’utilizzo del Sistema di Operazioni e Trasformazione Digitale non sono state affrontate in modo adeguato”, afferma il rapporto di analisi.
L’analisi è stata completata mentre il contratto pro bono originario tra il Programma Alimentare Mondiale e Palantir veniva silenziosamente prorogato.
“Stiamo finalizzando il rinnovo del nostro accordo quinquennale in essere. L’ambito generale e i termini del contratto rimangono gli stessi del contratto del 2019”, ha dichiarato un portavoce del Programma Alimentare Mondiale. Il rinnovo dovrebbe essere firmato ad agosto, secondo fonti del Programma Alimentare Mondiale.
Il rapporto di analisi trapelato afferma che il Programma Alimentare Mondiale “non dispone di un sistema unificato e affidabile” per la gestione dei dati, aggiungendo che “le considerazioni sulla reputazione legate alla collaborazione con Palantir hanno generato incertezza istituzionale”.
Solleva inoltre interrogativi sui potenziali costi e complicazioni derivanti dalla cessazione della collaborazione. “Al momento, non esiste una strategia di uscita chiaramente definita per il Sistema di Operazioni e Trasformazione Digitale, né chiarezza sui potenziali costi che potrebbero derivare dalla rescissione della collaborazione”, aggiunge il rapporto di analisi.
Il documento rileva che la divisione tecnologica del Programma Alimentare Mondiale “ha valutato le opportunità di esportare e salvare i dati dal Sistema di Operazioni e Trasformazione Digitale in caso di cessazione della collaborazione”, ma che tale piano non è stato presentato alle principali parti interessate del Programma Alimentare Mondiale o di Palantir e che continuano a essere effettuati “ingenti investimenti” nel Sistema di Operazioni e Trasformazione Digitale.
Non era la prima volta che il coinvolgimento di Palantir veniva segnalato come problematico dal Programma Alimentare Mondiale; anche un’analisi del 2020, condotta dall’ufficio legale dell’agenzia, aveva sollevato delle perplessità.
Il personale all’interno dell’ufficio legale che si occupava delle verifiche di investigazione e analisi è stato sciolto nel giugno 2025 e tali valutazioni sono ora affidate al gruppo di analisi interno del Programma Alimentare Mondiale, che riferisce direttamente al capo dell’agenzia.
L’analisi trapelata ha fornito ulteriori dettagli sul contratto quinquennale originale stipulato nel 2019 con il Programma Alimentare Mondiale.
Un esperto di aiuti umanitari a conoscenza del contratto, che ha chiesto di rimanere anonimo per timore di ritorsioni, ha dichiarato che il contratto contiene una clausola che potrebbe legalmente consentire a Palantir di “addestrare il proprio programma” sui dati delle Nazioni Unite.
“Nell’accordo di licenza d’uso era presente una clausola specifica che il Programma Alimentare Mondiale voleva inserire per impedire a Palantir di conservare i dati grezzi, ma poi c’era una frase subdola: ‘Palantir si riserva il diritto di utilizzare i dati per migliorare le prestazioni del sistema’”.
Questa clausola “potrebbe potenzialmente consentire a Palantir di utilizzare i dati per addestrare gli algoritmi”, ha osservato la fonte.
Secondo Privacy International, una ONG con sede nel Regno Unito, la formulazione sembra simile a quella di altri contratti di licenza d’uso stipulati da Palantir, tra cui la collaborazione con il Servizio Sanitario Nazionale britannico.
Privacy International ha esaminato i dettagli dell’accordo di licenza stipulato nel 2019 tra Palantir e il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, che includeva la seguente clausola:
“10. Dati di utilizzo. Palantir può raccogliere dati analitici, statistici, metriche o altri dati di utilizzo relativi all’uso dei Prodotti da parte del Cliente (1) al fine di fornire i Prodotti al Cliente; (2) per scopi statistici (a condizione che tali dati non consentano l’identificazione personale); o (3) per monitorare, analizzare, mantenere e migliorare i Prodotti”.
Il modello affaristico di Palantir si differenzia da quello delle aziende di Intelligenza Artificiale per il mercato di massa in quanto vende “programmi aziendali”, ovvero tecnologie progettate per aiutare le organizzazioni a gestire i dati.
Il sito web dell’azienda afferma che i dati dei clienti non vengono utilizzati per addestrare i suoi modelli, a meno che non vengano esplicitamente richiesti, e che i servizi ospitati da terze parti non hanno accesso alle informazioni dei clienti per utilizzarle nell’addestramento.
“Palantir non utilizza, conserva o vende i dati dei clienti per scopi propri”, ha dichiarato un portavoce. “Non utilizziamo i dati dei clienti per addestrare i modelli”.
Tuttavia, se un contratto contiene un Accordo di Licenza d’Uso che concede a Palantir il diritto di utilizzare i dati dei clienti per “migliorare le prestazioni”, l’azienda potrebbe potenzialmente utilizzare tali informazioni per addestrare o migliorare i propri sistemi di Intelligenza Artificiale.
“I fornitori di programma hanno sempre desiderato i dati di utilizzo per migliorare le prestazioni”, il che li aiuta a identificare le funzionalità più richieste, i picchi di utilizzo e i malfunzionamenti delle applicazioni. “Pertanto, richiedono regolarmente questo diritto nei loro contratti”, ha affermato Chris Wlach, avvocato specializzato in tecnologia con sede a New York.
“Oggi, però, i dati possono anche contribuire all’addestramento di algoritmi e modelli di Intelligenza Artificiale. Pertanto, gli utenti devono approcciarsi a queste clausole con maggiore cautela. Devono chiedersi: “Cosa sono esattamente i miei ‘dati di utilizzo’ e come vengono utilizzati esattamente?”.
L’ex dipendente di Palantir, Juan Sebastian Pinto, ha spiegato come l’azienda potrebbe utilizzare indirettamente i dati dei clienti.
“Sebbene Palantir non addestri i propri sistemi con i dati dei clienti, può sviluppare casi d’uso/applicazioni con tali dati e venderli a un altro cliente, potenzialmente in una configurazione a duplice uso (a fini strumentali)”, ha affermato in un messaggio a Signal.
Questo potrebbe rappresentare un problema per le Nazioni Unite.
“I dati a cui il Programma Alimentare Mondiale e altre agenzie umanitarie hanno accesso su alcune delle persone più vulnerabili al mondo forniscono un insieme di dati di addestramento altrimenti non disponibile per comprendere come le popolazioni civili si muovono fisicamente durante i conflitti, cercano cibo, acqua e riparo, e offrono spunti sulla loro mortalità e morbilità”, ha affermato Nathaniel Raymond, direttore esecutivo del Laboratorio di Ricerca Umanitaria presso la Facoltà di Sanità Pubblica di Yale.
Nelle mani sbagliate, tali informazioni potrebbero essere letali.
“Le agenzie umanitarie sono di fatto custodi delle informazioni che consentono l’identificazione personale e demografica dei principali obiettivi di molteplici eserciti e servizi segreti globali”, ha affermato Raymond.
Il rapporto Tech for Bad (Tecnologia per il Male) si spinge ancora oltre: “Quando la fame viene sempre più sfruttata come arma di guerra, il Programma Alimentare Mondiale deve rivalutare se l’integrazione del programma di un appaltatore militare statunitense e alleato complice nel proprio ecosistema di dati, relativi all’approvvigionamento alimentare, lo comprometta”.
Il Programma Alimentare Mondiale ha dichiarato di “svolgere un’approfondita procedura di investigazione e analisi per garantire che tutti i servizi o le capacità forniti siano conformi alle rigorose esigenze del Programma Alimentare Mondiale in materia di gestione dei dati, tutela e sicurezza”.
“Il Programma Alimentare Mondiale elabora e controlla tutti i propri dati e ha integrato rigorose misure di sicurezza in tutti i suoi contratti tecnologici”, ha aggiunto.
La collaborazione di Palantir con il Programma Alimentare Mondiale è iniziata con un progetto pilota nel 2017, ma è stata formalizzata nel 2019. I dettagli della collaborazione non sono ampiamente noti al pubblico e i responsabili della comunicazione dell’agenzia hanno affermato di essere stati scoraggiati dal parlarne apertamente, a causa dei potenziali rischi per la reputazione.
Una questione spinosa
Il Programma Alimentare Mondiale ha annunciato per la prima volta la sua collaborazione con Palantir il 5 febbraio 2019. Tuttavia, l’agenzia stava lavorando a un progetto pilota con l’azienda dal 2017, all’incirca nello stesso periodo in cui David Beasley, un importante politico statunitense e ammiratore di Trump, ha assunto la guida del Programma Alimentare Mondiale.
Palantir ha confermato la sua collaborazione con il Programma Alimentare Mondiale dal 2017.
Enrica Porcari, all’epoca responsabile informatica e direttrice tecnologica del Programma Alimentare Mondiale, ha affermato che, sebbene il sistema Palantir avesse accesso ai registri delle distribuzioni di aiuti umanitari, non conteneva dati personali identificativi dei beneficiari.
Secondo fonti interne alle Nazioni Unite, Palantir ha cercato con insistenza di ottenere l’accesso al sistema di gestione, tracciamento e identificazione dei beneficiari SCOPE, ma un piccolo gruppo di dipendenti del Programma Alimentare Mondiale ha negoziato un accordo in base al quale i dati biometrici sarebbero stati protetti.
Ciononostante, la Mezzaluna Rossa Siriana si è ritirata da SCOPE nel 2019, temendo che i suoi dati venissero condivisi con il colosso statunitense dei programmi.
I dettagli sulla collaborazione tra il Programma Alimentare Mondiale e Palantir non sono ampiamente divulgati. Un alto funzionario del Programma Alimentare Mondiale ha dichiarato di aver firmato un accordo di riservatezza.
“C’è stata una scelta deliberata, una regola non scritta di non comunicare su Palantir”, secondo Pedro Garbellini, ex responsabile della comunicazione della divisione tecnologica del Programma Alimentare Mondiale. “Nessuno voleva occuparsene a causa dei rischi per la reputazione”.
Garbellini, che ha lavorato per il Programma Alimentare Mondiale da settembre 2021 a dicembre 2025, ha affermato che nel 2024 ci fu una disputa tra i gruppo di comunicazione delle divisioni tecnologia e collaborazione su chi dovesse occuparsi delle questioni relative a Palantir.
C’era una regola non scritta: “Mai parlare di Palantir”.
L’argomento era una “questione spinosa”, ha detto Garbellini.
“Perché continuiamo a collaborare con Palantir?”
Ad aprile Palantir ha pubblicato sui social media un manifesto che esaltava le virtù del potere statunitense e lanciava un appello alle armi per l’Occidente in un’era di competizione geopolitica guidata dall’Intelligenza Artificiale. I critici lo hanno descritto come una visione “inquietante” che “sostiene la sorveglianza statale dei cittadini tramite l’Intelligenza Artificiale”.
Peter Thiel, co-fondatore di Palantir e un liberista diventato finanziatore di Trump, ha dichiarato esplicitamente: “Non credo più che libertà e democrazia siano compatibili”.
L’amministratore delegato Karp ha notoriamente definito Palantir “completamente anti-woke” e ha auspicato che coloro che sottovalutano l’azienda vengano cosparsi di “urina con fentanil”.
Durante una riunione dipartimentale presso la sede del Programma Alimentare Mondiale a Roma nell’aprile del 2026, un dipendente che aveva letto il manifesto ha posto una domanda cruciale: “Perché continuiamo a collaborare con Palantir?”.
La domanda è stata accolta da un applauso da parte del personale delle Nazioni Unite.
Secondo fonti interne alle Nazioni Unite, la stessa domanda era stata posta anche al direttore ad interim dell’agenzia durante una cena alla fine di gennaio.
Un esperto di diritti umani delle Nazioni Unite, Andrew Gilmour, ha consegnato al direttore ad interim del Programma Alimentare Mondiale, Carl Skau, una lettera firmata da membri del personale delle Nazioni Unite di diversi dipartimenti, in cui si chiedeva al Programma Alimentare Mondiale di interrompere i rapporti con Palantir.
La lettera affermava, in parte, che il personale era preoccupato che il Programma Alimentare Mondiale “potesse essere in contraddizione con i suoi obblighi fondamentali di diligenza in materia di diritti umani” a causa del suo rapporto con Palantir. Secondo una fonte, Skau ha riconosciuto che il rapporto era problematico, ma ha affermato che sarebbe stato difficile per il Programma Alimentare Mondiale uscirne.
I sistemi del Programma Alimentare Mondiale, ha spiegato, erano ormai così intrecciati con Palantir che sarebbe stato costoso e arduo spostare la logistica della catena di approvvigionamento su un’altra piattaforma. Inoltre, ha aggiunto, Palantir aveva aiutato il Programma Alimentare Mondiale a risparmiare denaro e a migliorare la sua efficienza.
Skau non ha risposto alle domande in merito allo scambio di messaggi. Palantir ha rifiutato di rilasciare interviste, ma ha dichiarato in una e-mail di essere “orgogliosa di collaborare con il Programma Alimentare Mondiale”.
“Timori sui finanziamenti”
Il rinnovo del contratto arriva mentre l’amministrazione Trump spinge un candidato MAGA, Luke Lindberg, come nuovo direttore generale del Programma Alimentare Mondiale. Lindberg è un alto funzionario del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, che ad aprile ha firmato un accordo da 300 milioni di dollari (259,5 milioni di euro) con Palantir.
Secondo una fonte ONU ben informata, il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres avrebbe “rallentato” il processo di approvazione di Lindberg, e non è chiaro se il nuovo direttore del Programma Alimentare Mondiale verrà nominato prima della fine del suo mandato. Il Programma Alimentare Mondiale è solitamente guidato da un americano.
Mentre gli Stati Uniti minacciano di ritirare ulteriori finanziamenti alle Nazioni Unite, alcuni alti funzionari del Programma Alimentare Mondiale ritengono che la fine della collaborazione con Palantir potrebbe provocare ulteriori ritorsioni da parte dell’amministrazione Trump, secondo fonti interne alle Nazioni Unite che hanno parlato a condizione di anonimato perché non autorizzate a discutere pubblicamente la questione.
Una riduzione del 34% dei finanziamenti al Programma Alimentare Mondiale da parte dei principali donatori nel 2025, in particolare dagli Stati Uniti, il maggiore contributore dell’agenzia, ha innescato licenziamenti di massa e una ristrutturazione, con piani per tagliare quasi un terzo della forza lavoro globale entro quest’anno.
Sebbene il contratto da 45 milioni di dollari (38,9 milioni di euro) che il Programma Alimentare Mondiale ha firmato con Palantir nel 2019 sia pro bono, consentendo a Palantir di ottenere una detrazione fiscale per l’intero valore contabile, “è anche un contratto vincolato al fornitore”, ha spiegato un dipendente del Programma Alimentare Mondiale a condizione di anonimato.
Questo tipo di accordo può rendere un cliente dipendente da un unico fornitore per prodotti o servizi, rendendo costoso, tecnicamente difficile e legalmente oneroso rescinderlo.
Il Programma Alimentare Mondiale ha dichiarato di non essere vincolato ad alcun fornitore di tecnologia.
Il dipendente ha affermato che una valutazione del Programma Alimentare Mondiale ha stimato che lo sviluppo interno di un sistema simile costerebbe circa 20 milioni di dollari (17,3 milioni di euro).
Ma questo potrebbe rivelarsi più economico a lungo termine rispetto all’attuale collaborazione con Palantir, ha concluso la fonte. Ad esempio, i consulenti del Programma Alimentare Mondiale formati all’utilizzo dei sistemi di Palantir applicano tariffe molto più elevate. Inoltre, Palantir potrebbe iniziare a richiedere il pagamento per l’utilizzo dei suoi programmi in qualsiasi momento.
Il Programma Alimentare Mondiale ha affermato che l’utilizzo del programma pro bono comporta comunque il pagamento di infrastrutture informatiche esterne di terze parti, locazione e supporto aggiuntivo. Il sito web delle Nazioni Unite dedicato agli appalti mostra pagamenti a Palantir per un totale di oltre 10,5 milioni di dollari (9,1 milioni di euro) dal 2017 al 2024.
Un dipendente con una profonda conoscenza della tecnologia del Programma Alimentare Mondiale ha definito il programma di Palantir “mediocre”.
“Non offre nulla di nuovo rispetto a ciò che è già disponibile su internet”, ha spiegato. “È come se avessero semplicemente ritoccato un prodotto già esistente”.
Un altro ex membro del personale del Programma Alimentare Mondiale, che ha utilizzato ampiamente il programma di Palantir, ha affermato che circa il 98% delle operazioni del Programma Alimentare Mondiale utilizza il Sistema di Operazioni e Trasformazione Digitale, il sistema progettato da Palantir per connettere i dati tra i numerosi sistemi frammentati dell’organizzazione.
Lo hanno descritto come “il miglior strumento del settore”, aggiungendo: “Niente si avvicina minimamente. Chiunque può accedervi, è possibile creare e importare le proprie raccolte di dati, sviluppare i propri strumenti e raggiungere un’efficienza elevatissima a tutti i livelli. Se si lavora in autonomia, la supervisione è minima”.
Ha aggiunto che la piattaforma migliora significativamente l’efficienza e può essere utilizzata, ad esempio, per ottimizzare l’intera catena di approvvigionamento.
Secondo un membro del personale, la rimozione di Palantir “farebbe collassare” la catena di approvvigionamento del Programma Alimentare Mondiale.
“Resa dei conti globale”
Con la crescente influenza di Palantir a livello mondiale, cresce anche la resistenza globale nei suoi confronti.
Un movimento internazionale di base, chiamato Purge Palantir, è riuscito a convincere diverse entità, tra cui il sistema ospedaliero pubblico di New York, a interrompere le collaborazione con Palantir.
Il Servizio Sanitario Nazionale britannico sarebbe stato avvertito di prepararsi a un’eventuale interruzione dei rapporti con l’azienda, a seguito delle pressioni esercitate da alcuni membri del Parlamento. A maggio, il Servizio Sanitario Nazionale britannico ha ammesso che alcuni dipendenti di Palantir potevano accedere a dati identificativi dei pazienti, nonostante le precedenti dichiarazioni contrarie.
Nel frattempo, un accordo tra l’autorità di vigilanza finanziaria del Regno Unito e Palantir ha suscitato timori che le informazioni finanziarie dei cittadini britannici possano essere condivise con l’amministrazione Trump, dato che la legge statunitense consente al governo di accedere ai dati delle aziende statunitensi tramite un mandato FISA, un’autorizzazione segreta emessa da un tribunale speciale degli Stati Uniti.
L’agenzia di spionaggio interna francese, la DGSI, ha deciso a giugno di interrompere la collaborazione con Palantir e di optare per un concorrente nazionale per motivi di sicurezza nazionale, così come ha fatto il servizio di sicurezza interno tedesco.
L’ambasciatrice francese per gli affari digitali e l’Intelligenza Artificiale, Clara Chappaz, ha dichiarato che “la decisione della DGSI di interrompere la collaborazione con Palantir è stata presa, in parte, per preoccupazioni relative alla sovranità dei dati e alla resilienza digitale”.
Viste le crescenti critiche a livello globale, molti dipendenti si chiedono perché le Nazioni Unite continuino a collaborare con il controverso colosso dei programmi per la gestione dei dati al fine di fornire aiuti alle persone più vulnerabili del mondo.
Fonte
01/08/2026
Dalla Val di Susa al “terrorismo di piazza”: la nuova frontiera della criminalizzazione
Fermati in flagranza differita dopo gli scontri avvenuti nei pressi del cantiere di Chiomonte, i due sono accusati di devastazione, lesioni personali in concorso e resistenza a pubblico ufficiale. Davanti al giudice hanno respinto ogni addebito, mentre i loro difensori, gli avvocati Gianluca Vitale e Lorenza Della Pepa, hanno chiesto l’immediata scarcerazione. La Procura, invece, insiste sulla necessità della custodia cautelare.
Intanto il bilancio dell’imponente dispositivo di sicurezza predisposto nei giorni del Festival Alta Felicità continua ad assumere dimensioni impressionanti. Prima ancora della manifestazione erano stati notificati sedici fogli di via obbligatori, nove Daspo urbani e numerosi provvedimenti di allontanamento nei confronti di attivisti stranieri. Tre cittadini francesi sono stati respinti alla frontiera, mentre due cittadini tedeschi sono stati espulsi con divieto di rientrare in Italia per tre anni perché trovati in possesso di passamontagna e fionde.
Il dato che colpisce maggiormente riguarda però l’attività di controllo generalizzato. Dall’inizio del festival le persone identificate sono state circa 3.300: quasi duemila tra giovedì e sabato nelle aree di Venaus, Torino e lungo i percorsi verso il Festival Alta Felicità; oltre mille durante il rientro dalla valle tra domenica e lunedì; altre 436 dopo gli scontri di sabato pomeriggio.
Una gigantesca operazione di schedatura preventiva che conferma come la Val di Susa continui a rappresentare il principale laboratorio delle politiche di controllo del dissenso. La Digos sta ora passando al setaccio le immagini raccolte da droni e telecamere per attribuire responsabilità individuali e individuare altri partecipanti agli assalti ai cantieri di Chiomonte e San Didero.
Secondo gli investigatori, tra i manifestanti sarebbe stata particolarmente significativa la presenza di attivisti provenienti dalla Francia, dalla Germania e dalla Spagna, ricondotti genericamente al cosiddetto “blocco nero”. Una definizione che torna puntualmente nelle cronache giudiziarie e giornalistiche, ma che continua a indicare più una categoria politico-mediatica che un’organizzazione concretamente individuabile.
L’idea di un nuovo reato associativo
Ma è sul piano politico che si registra la novità più significativa. Sull’onda degli scontri in Val di Susa, Fratelli d’Italia ha annunciato una proposta di legge destinata a modificare profondamente il diritto penale. Il deputato Francesco Filini ha anticipato l’intenzione di introdurre una nuova forma di associazione per delinquere che possa colpire anche un semplice “vincolo coordinato”, pur in assenza di una struttura stabile, di una gerarchia o di un’organizzazione permanente.
Si tratta di un cambio di paradigma di enorme portata. Il nostro ordinamento conosce già il reato di associazione per delinquere, disciplinato dall’articolo 416 del codice penale, e le fattispecie associative di terrorismo previste dall’articolo 270 bis. Entrambe richiedono però requisiti ben precisi: un’organizzazione stabile, un programma criminoso e un vincolo associativo duraturo.
La nuova proposta mira invece a superare proprio questi presupposti, consentendo di contestare un reato associativo anche a persone che non si conoscono tra loro ma che abbiano partecipato in maniera ritenuta “coordinata” alla stessa protesta.
In altre parole, non sarebbe più necessario dimostrare l’esistenza di un’organizzazione. Potrebbe bastare la partecipazione comune a una mobilitazione.
Il fantasma del “terrorismo di piazza”
È da anni che alcuni settori politici e sindacali evocano il concetto di “terrorismo di piazza”. Una formula suggestiva sul piano propagandistico, ma priva di qualsiasi fondamento giuridico.
Non è un caso che tutte le principali inchieste che negli ultimi decenni hanno tentato di costruire una presunta “eversione di piazza” siano sostanzialmente fallite davanti ai tribunali.
Dai processi contro il movimento No Tav alle vicende legate al G8 di Genova, fino ai procedimenti contro gli attivisti dei movimenti sociali, le procure hanno più volte cercato di sostenere l’esistenza di associazioni criminali fondate sulla semplice partecipazione comune alle manifestazioni. Ma nessuna sentenza definitiva ha mai validato questa impostazione.
La ragione è semplice: partecipare alla stessa protesta, anche se sfocia in episodi di violenza, non equivale automaticamente a costituire un’associazione criminale.
I giuristi: “Una proposta incompatibile con la Costituzione”
Le critiche alla proposta arrivano da avvocati, magistrati e costituzionalisti. Per Francesco Romeo della Rete di resistenza legale «non può esistere un’associazione che non sia strutturata con un vincolo stabile e un programma criminoso». Trasformare qualsiasi episodio verificatosi durante una manifestazione in un reato associativo significherebbe, secondo il legale, introdurre di fatto un “terrorismo di piazza” senza chiamarlo con il suo nome.
Sulla stessa linea Cesare Antetomaso dei Giuristi Democratici che ricorda come Corte costituzionale e Corte di Cassazione abbiano sempre distinto nettamente il concorso di persone nel reato dall’associazione per delinquere. Ridurre il vincolo associativo a un semplice coordinamento occasionale comporterebbe una duplicazione della punibilità e violerebbe il principio di proporzionalità.
Anche Simone Silvestri, segretario di Magistratura Democratica, evidenzia il rischio di un’anticipazione eccessiva della soglia di punibilità, fino a colpire la mera adesione ideale, in contrasto con la libertà di manifestazione del pensiero garantita dall’articolo 21 della Costituzione.
Federica Borlizzi, della rete No Kings Italia, individua infine il vero obiettivo politico della proposta: non punire più efficacemente i singoli reati, già oggi severamente sanzionati, ma trasformare la dimensione collettiva della protesta in un elemento autonomo di pericolosità sociale.
Dalla responsabilità individuale alla colpa collettiva
La vicenda della Val di Susa sembra così segnare un nuovo passaggio nella strategia di criminalizzazione del conflitto sociale.
Prima arrivano la militarizzazione del territorio, i controlli di massa, i fogli di via, i Daspo, le identificazioni preventive. Poi si amplia progressivamente il ricorso alla flagranza differita, alle misure cautelari e ai reati più gravi. Ora si tenta di intervenire direttamente sulla struttura del diritto penale, ridefinendo il concetto stesso di associazione criminale.
Il rischio, denunciato da numerosi giuristi, è quello di sostituire la responsabilità penale individuale con una responsabilità politica e collettiva, nella quale non conta più ciò che ciascuno ha fatto, ma il semplice fatto di essere presenti nello stesso luogo, condividere una protesta o appartenere alla stessa area di movimento.
Se questa impostazione dovesse tradursi in legge, il confine tra repressione dei reati e repressione del dissenso si assottiglierebbe ulteriormente. E la Val di Susa confermerebbe ancora una volta il proprio ruolo di laboratorio nel quale sperimentare strumenti destinati, in un secondo momento, a essere estesi ben oltre i confini della valle.
In gioco non c’è soltanto il futuro del movimento No Tav. C’è il principio fondamentale secondo cui il diritto penale punisce i fatti, non le idee; le responsabilità individuali, non l’appartenenza a una protesta collettiva. Quando questo principio viene messo in discussione, non è soltanto una manifestazione a finire sotto processo, ma l’equilibrio stesso dello Stato di diritto.
Fonte
Legge sul riconoscimento facciale, dallo stadio alle piazze?
Con il pretesto di adeguare la normativa nazionale alle regole europee, il provvedimento permetterebbe alla polizia di usare i sistemi tecnologici di riconoscimento biometrico, sia in seguito alla commissione di un reato, sia per ottenere dati in tempo reale durante lo svolgimento di eventi pubblici, come manifestazioni e cortei.
Gli articoli più pericolosi del provvedimento
Come riportato ieri, l’ennesima stretta repressiva effettuata dal governo passa soprattutto attraverso gli articoli 8 e 10.
Il primo consentirebbe alla polizia di utilizzare i dati biometrici raccolti con le telecamere presenti nelle città attraverso una semplice comunicazione, anche solo orale, al Pubblico ministero, senza passare per l’autorizzazione di un giudice.
Il secondo darebbe la possibilità di una raccolta dati preventiva e indiscriminata su chiunque acceda in un dato luogo o sia papabile di partecipazione a un dato evento.
La questione del consenso
Se il riconoscimento facciale è già presente nelle azioni della vita quotidiana odierna (sblocco dello smartphone, gate degli aeroporti ecc.), il primo cambio di passo del decreto è l’assenza di qualsivoglia consenso per la raccolta dei dati.
Ignaro di essere inquadrato e schedato, con il nuovo provvedimento il soggetto verrebbe registrato, inserito e confrontato in una banca dati della polizia dove inevitabilmente finirebbero tutti coloro che non abbiano precedenti, ma solo appunto in “preventiva”.
Il modello Stadio Olimpico di Roma
Un meccanismo del genere è già da una decina d’anni in funzione, con porca sorpresa, all’interno degli stadi italiani, luoghi divenuti oggetto di sperimentazione di tutta una serie di misure repressive verso la socialità organizzata, generalmente intesa.
Come riportava ieri per esempio Pier Luigi Pisa, allo Stadio Olimpico di Roma sono installati “sistemi di identificazione biometrica remota a posteriori, che impiegano la tecnologia di riconoscimento facciale” per individuare i tifosi sospettati di aver causato disordini o commesso reati.
Se l’autorizzazione del Garante della privacy del 2016 prevedeva che le immagini possono essere utilizzate “solo” per condotte legate al Daspo e per la durata di 7 giorni, al termine dei quali devono essere cancellate automaticamente, oggi “il dual use della repressione stadio-quartieri” sembra aver partorito l’ennesimo mostro liberticida.
Come funziona il riconoscimento facciale
Effettuato all’ingresso e all’interno dell’Olimpico, e comunicato ai tifosi con un piccolo asterisco in sede di acquisto del biglietto o dell’abbonamento, il riconoscimento facciale avviene attraverso un programma che permette l’identificazione dei soggetti tramite una foto, a partire da cui il volto viene confrontato con le migliaia presenti nell’archivio gestito dal ministero dell’Interno.
Ma la stessa società che fornisce il sistema per l’Olimpico – la leccese Reco 3.26 – ha da tempo sviluppato uno strumento per l’identificazione degli individui in tempo reale, non solo quindi a posteriori.
Il suo utilizzo era stato bloccato dal Garante per la privacy nel 2021 proprio perché l’elaborazione del software avrebbe coinvolto tutte le persone racchiuse nell’immagine, senza selettività alcuna.
Il provvedimento in questione, ed è il secondo cambio di passo, crea invece una base giuridica all’implementazione di tale riconoscimento in diretta, esaudendo un vecchio desidero delle forze dell’ordine.
Un nuovo capitolo delle leggi dual use stadio-quartieri
L’ennesimo ritrovato repressivo del governo Meloni sembra proseguire quelle sperimentazioni sull’ambiente stadio che poi sono state applicate contro qualsiasi voce del dissenso organizzato in società, come è stato per il passaggio dal daspo al daspo urbano, fino al daspo fuori contesto.
I quattro anni di governo Meloni, in continuità con quelli precedenti, hanno solo peggiorato le condizioni delle classi popolari e di chi vive del proprio lavoro, i quali per tutta risposta hanno ricevuto manganelli, gogna mediatica, denunce e carcere, nei casi peggiori.
Il riconoscimento biometrico facciale di massa ci pare allora come l’ennesimo motivo per continuare a organizzarsi, fuori e dentro gli stadi, contro un sistema che vorrebbe trasformare tutto in profitto a discapito della vita degli uomini e delle donne che vivono, lavorano e producono la vera ricchezza di questo Paese.
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31/07/2026
Sorvegliare e punire con l’intelligenza artificiale
Il primo caso è il più clamoroso, perché è destinato a finire in Gazzetta ufficiale prestissimo. Direttamente da palazzo Chigi, su impulso del sottosegretario Alfredo Mantovano, è discesa l’indicazione alle commissioni affari costituzionali, giustizia e affari europei di Camera e Senato di dare nel minor tempo possibile il proprio parere allo schema di decreto legislativo che dovrebbe armonizzare le leggi italiane alle disposizioni europee «sull’intelligenza artificiale, in materia di utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale per l’attività di polizia e di responsabilità penale e civile».
I punti caldi sono due: gli articoli 8 e 10. Uno parla dell’identificazione facciale «in tempo reale», l’altro la consente addirittura «a posteriori».
L’articolo 8 dice che «in casi di urgenza» (minacce di terrorismo, persone scomparse) la polizia può utilizzare i dati biometrici raccolti con l’IA integrati con i sistemi di videosorveglianza presenti nelle città attraverso una semplice «comunicazione, anche orale» al pubblico ministero, senza cioè dover passare per l’autorizzazione di un giudice.
L’articolo 10 è pure peggio: per «il contrasto dei reati» sarà infatti possibile effettuare una raccolta preventiva della durata di sette giorni dei dati biometrici di tutte le persone che accedono a un dato luogo. In sostanza, se in una strada o in una piazza è prevista una manifestazione, si potranno registrare ad esempio i tratti del viso e l’iride di chiunque passi di lì durante la settimana precedente. Tutto materiale che poi, eventualmente, sarà a disposizione dell’autorità giudiziaria.
«Siamo al grande fratello d’Italia», dice al manifesto il senatore del PD Filippo Sensi, che, oltre ad aver trovato la battuta giusta, ieri mattina in commissione affari europei di Palazzo Madama per primo si è accorto dell’enormità della faccenda e, con i colleghi dell’opposizione, ha vanamente cercato di opporsi al colpo di mano della maggioranza.
Ma nessuna discussione è stata concessa: il testo è blindato, le possibilità di rivederlo sono pressoché nulle e anche la controfirma del presidente della Repubblica sarà un atto sostanzialmente formale, avendo lui già concesso la delega al governo. Al limite, potrà prima o poi intervenire la Corte costituzionale, ma siamo nel campo delle ipotesi senza data di scadenza.
«Di tutto l’Ai Act europeo, che è un provvedimento enorme, qui si è deciso di occuparsi solo della parte che riguarda la polizia – prosegue Sensi –. Vogliono raccogliere dati a strascico e poi verificare se c’è o no un reato. È una forma di sorveglianza indiscriminata, peraltro in aperto contrasto con lo stesso regolamento europeo».
Se qui siamo dalle parti dei peggiori incubi degli scrittori di fantascienza, con la proposta di Fratelli d’Italia sull’allargamento delle maglie dell’associazione a delinquere per includere chiunque partecipi a una protesta, invece, si realizzano i sogni più proibiti di ogni inquisitore.
La nuova norma riguarderebbe chiunque «partecipa ad un gruppo composto da tre o più persone che, pur privo dei requisiti di stabilità e di struttura gerarchica, si costituisce o si coordina, anche mediante strumenti di comunicazione elettronica o in occasione di manifestazioni pubbliche» per commettere una serie di reati: resistenza a pubblico ufficiale, devastazione e saccheggio, attentati a impianti di pubblica utilità, lesioni personali, danneggiamento.
Le tipiche accuse che vengono contestate quando le manifestazioni finiscono a tafferugli. Fatti ora equiparati a quelli di mafia e terrorismo, dalla cui legislazione deriva anche l’idea di confiscare i beni usati per commettere il reato.
La misura, spiegano da FdI, è stata studiata al volo dopo gli scontri avvenuti a Bologna e in Val di Susa la settimana scorsa per tutelare sia «i lavori democraticamente approvati», sia i rappresentanti delle forze dell’ordine (120 i feriti, secondo la questura di Torino).
«Tolleranza zero» è l’espressione – un po’ abusata – con cui il primo gruppo parlamentare ha annunciato la sua iniziativa, ieri pomeriggio alla Camera. La cosa divertente della conferenza stampa è stata che tutti gli intervenuti, dal capogruppo Galeazzo Bignami in giù, hanno candidamente ammesso che di questa legge non ce ne sarebbe alcun bisogno se i soliti giudici non avessero in più circostanze bocciato i teoremi delle procure che già ipotizzavano l’associazione a delinquere per i fatti di piazza.
Molte indagini sono in effetti cominciate così (l’ultima famosa è quella sul centro sociale Askatasuna di Torino: l’accusa è caduta in primo grado, il giudizio d’appello è in corso), ma poi non è mai stata emessa una sentenza di condanna per associazione a delinquere nei confronti chi si è scontrato con la polizia, ha sfondato una vetrina o danneggiato qualche arredo urbano.
Se questa proposta diventerà infine legge dello stato, potrà invece succedere e nascerà ufficialmente il concetto di «eversione di piazza», antico pallino dei sindacati di polizia più reazionari e di qualche procura particolarmente attiva sul fronte della repressione dei movimenti sociali.
Nel piano di FdI, per chiudere, c’è anche un’ultima novità. Che suona quasi come un monito: sarà punito per favoreggiamento, con una pena da uno a quattro anni, chi «dà rifugio o fornisce vitto, ospitalità, mezzi di trasporto, strumenti di comunicazione a taluna delle persone che partecipano al gruppo». Invitare a cena un No Tav, in pratica, può portare dritti in galera.
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13/06/2026
Minority Report è legge. Tutti sorvegliati, tutti sospetti
Il riconoscimento facciale entra nelle mani delle questure: la nuova frontiera della sicurezza è il controllo biometrico della popolazione
Per anni ci hanno detto che era fantascienza. Che il mondo di Minority Report, dove gli individui vengono controllati, profilati e sospettati prima ancora di aver commesso un reato, apparteneva soltanto al cinema. Oggi non è più così. Con i decreti legislativi approvati dal Consiglio dei ministri per attuare il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, il governo Meloni compie un salto di qualità nella costruzione dello Stato della sorveglianza.
L’annuncio è arrivato direttamente dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Le forze di polizia potranno utilizzare sistemi di intelligenza artificiale e tecnologie di identificazione biometrica remota negli spazi pubblici non soltanto per individuare gli autori di reati già commessi, ma anche per finalità preventive. In altre parole, il controllo algoritmico delle persone entra ufficialmente tra gli strumenti ordinari della sicurezza pubblica.
Formalmente il ricorso al riconoscimento biometrico sarà limitato a situazioni specifiche e dovrà essere autorizzato da un giudice per periodi fino a quindici giorni. Ma è proprio qui che si nasconde la novità più inquietante: nei casi ritenuti urgenti, la polizia potrà attivare questi strumenti senza autorizzazione preventiva, limitandosi a comunicare successivamente l’iniziativa all’autorità giudiziaria, che avrà tre giorni per convalidarla.
Tradotto in termini concreti, saranno le stesse questure a decidere quando esiste una minaccia tale da giustificare l’attivazione di sistemi di riconoscimento facciale e monitoraggio biometrico della popolazione. Solo successivamente un giudice potrà intervenire per verificare la legittimità dell’operazione.
Il problema non è soltanto giuridico. È profondamente politico.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una continua espansione dei poteri di polizia: decreti sicurezza, zone rosse, Daspo urbani, videosorveglianza diffusa, controllo preventivo dei movimenti sociali, raccolta massiva di dati personali. Ora a questo arsenale si aggiunge l’intelligenza artificiale.
L’obiettivo dichiarato è prevenire il crimine. Ma chi decide cosa rappresenta una minaccia? Chi stabilisce quando un comportamento deve essere monitorato? E soprattutto: quali cittadini finiranno più facilmente dentro i radar degli algoritmi?
La letteratura scientifica internazionale fornisce una risposta molto chiara. I sistemi di intelligenza artificiale utilizzati per finalità predittive tendono a riprodurre e amplificare i pregiudizi presenti nei dati con cui vengono addestrati. Se le banche dati riflettono pratiche discriminatorie, controlli selettivi e profilazioni razziali già esistenti, l’algoritmo non farà altro che rafforzarle.
È ciò che è accaduto negli Stati Uniti con diversi software di predictive policing. Quartieri poveri, comunità afroamericane, migranti e minoranze etniche sono stati identificati come aree o soggetti “a rischio” non perché più inclini a commettere reati, ma perché già maggiormente controllati dalla polizia. Il risultato è un circolo vizioso: più controlli producono più dati, più dati alimentano gli algoritmi, più algoritmi giustificano nuovi controlli.
Con l’introduzione del riconoscimento biometrico preventivo il rischio è ancora più grave. Non si tratta più soltanto di osservare comportamenti, ma di identificare persone in tempo reale attraverso il volto, trasformando lo spazio pubblico in un ambiente permanentemente monitorato.
Le conseguenze per il diritto al dissenso sono evidenti. Basterà partecipare a una manifestazione? Essere presenti in una piazza considerata “sensibile”? Frequentare un contesto monitorato dalle autorità? In un paese dove negli ultimi anni la parola “sicurezza” è stata utilizzata per restringere gli spazi di protesta, il rischio di derive arbitrarie appare tutt’altro che teorico.
Il governo assicura che saranno rispettati i principi di proporzionalità, non discriminazione e trasparenza. Ma qui emerge un ulteriore paradosso. Le moderne reti neurali funzionano come vere e proprie scatole nere. Nemmeno gli sviluppatori sono spesso in grado di ricostruire con precisione il percorso logico che conduce l’algoritmo a individuare un soggetto come sospetto.
E allora come potrà un cittadino difendersi da una decisione algoritmica? Come sarà possibile contestare un sospetto se non si conoscono i criteri che lo hanno generato? Come si esercita il diritto di difesa contro una macchina che non spiega le proprie conclusioni?
Non serve evocare Orwell. Non serve nemmeno Spielberg. Basta osservare la traiettoria politica degli ultimi anni. Dalla criminalizzazione del dissenso all’espansione dei poteri preventivi, dalle zone rosse alla sorveglianza tecnologica, il governo Meloni sta progressivamente sostituendo il principio di libertà con quello del sospetto.
L’intelligenza artificiale non è neutrale. Inserita dentro apparati già segnati da opacità, profilazione e uso estensivo dei poteri di controllo, rischia di trasformarsi nell’ennesimo strumento di selezione, discriminazione e repressione.
La promessa è quella della sicurezza. Il risultato potrebbe essere una società in cui tutti sono osservati e alcuni vengono sospettati prima ancora di aver fatto qualcosa.
La fantascienza, questa volta, è diventata politica.
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04/08/2025
La UE avvia un enorme esperimento di sorveglianza biometrica
Questo nuovo modello di gestione frontaliera si chiama Entry-Exit System (EES), e dopo quattro rinvii susseguitisi dal 2022, alla fine partirà con una prima prova di sei mesi, dopo i quali diventerà attivo in tutti i punti di passaggio dello spazio Schengen. In molte occasioni già sostituiti da visti elettronici, nel giro di poco non ci saranno più i timbri sui passaporti.
Tutti i viaggiatori non cittadini di un paese che appartiere all’area Schengen, che ne varcano i confini per soggiorni di breve durata (fino a 90 giorni ogni 180), dovranno fornire i propri dati biometrici. Com’è ovvio, un’operazione di tale portata ha sollevato molti dubbi e ancor più critiche, vista la sensibilità delle informazioni immagazzinate.
Infatti, a controllare il sistema EES sarà eu-Lisa, l’agenzia europea che si occupa della gestione delle information technologies (IT) nell’area UE. Nata nel 2011 con sede a Tallin, la ue-LISA avrà il compito di creare un archivio centralizzato con tutte le informazioni personali di milioni di viaggiatori non europei.
A ogni passaggio di frontiera, verrà prodotto automaticamente un documento digitale con il nome, il passaporto, data e luogo di ingresso o di uscita del viaggiatore, a cui verranno associate le impronte digitali e il pattern dei tratti facciali. Ogni profilo personale sarà valido per tre anni.
È facile capire perché molte organizzazioni si siano battute contro l’EES: si tratta di uno strumento di sorveglianza biometrica di massa, una pratica che viene considerata fortemente lesiva dei diritti della persona e della privacy. L’EDRI, una delle principale reti europee per i diritti digitali, insieme ad altre 52 organizzazioni, avevano già definito tali sistemi come “una delle più gravi minacce ai diritti fondamentali e alla democrazia mai registrate”.
Del resto, anche l’AI Act europeo avrebbe, teoricamente, vietato i sistemi di sorveglianza biometrica in tempo reale negli spazi pubblici. E qui viene il punto della questione. Questa limitazione prevede varie eccezioni per ciò che riguarda motivazioni di ordine pubblico: ricerca di persone, crimini, emergenze.
Al di là del fatto che l’obbligatorietà del riconoscimento tramite impronte e tratti del viso è in evidente contrasto con l’AI Act – così come col Regolamento generale sulla protezione dei dati, il GDPR – i dati ottenuti con l’EES saranno resi disponibili anche all’Europol, con cui la eu-LISA ha un accordo di collaborazione, così come con altre agenzie legate al settore della sicurezza.
Se si prende una precedente sperimentazione, anche questa in deroga agli stessi principi che la UE dice di difendere, anche il sistema EURODAC era stato proposto per raccogliere i dati biometrici di migranti, richiedenti asilo, apolidi, e persone soccorse in missioni di salvataggio.
Non ci vuole molto a capire come questo ecosistema digitale venga rafforzato in un clima crescente di guerra esterna e interna, proprio per implementare ulteriori sistemi di sorveglianza di ogni categoria di persone che possono essere considerate ‘pericolose’. Sappiamo bene quanto sia facile affibbiare l’etichetta di terrorista o simile a chi esprime dissenso, e l’EES rappresenta un ulteriore scivolamento verso una piena ‘democratura’, se non un limpido autoritarismo.
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30/01/2025
Intelligenza artificiale: la Francia apre la strada alla sorveglianza di massa in Europa
Immaginate di partecipare a una manifestazione per il clima, indossando un distintivo o mostrando un cartello. Una telecamera “intelligente” rileva questi segnali, registra il vostro volto e trasmette le immagini alla polizia per confrontarle con un database di persone ricercate per crimini ambientali. Anche se non comparite in quel database, i dati restano archiviati. Oppure pensate a un naufrago appena sbarcato sull’isola di Lampedusa. Fermato, viene interrogato con una telecamera in grado di rilevare emozioni. Il sistema registra segni di nervosismo, paura o indecisione e conclude che il migrante mente sulla sua età o origine. La sua richiesta di asilo viene respinta.
Questi scenari, che sembrano usciti da un film di fantascienza, potrebbero diventare realtà nelle prossime settimane. Il 2 febbraio entreranno in vigore gli articoli più controversi – definiti “rischi inaccettabili” – del regolamento europeo sull’intelligenza artificiale (IA), aprendo una serie di porte alla possibilità di controllare gli spazi pubblici. Eppure, il regolamento avrebbe dovuto regolamentare l’uso dell’intelligenza artificiale per proteggerci dalle minacce ai diritti fondamentali e alle libertà pubbliche in Europa. Tuttavia, dopo due anni di negoziati segreti tra gli Stati europei, questo quadro è stato smantellato dalle pressioni della Francia, che ha ottenuto esenzioni significative imponendo il tema della “sicurezza nazionale”.
Questo emerge dall’analisi di un centinaio di documenti riservati sull’AI Act, ottenuti da Disclose e Investigate Europe. I resoconti delle negoziazioni rivelano come Parigi sia riuscita ad aprire una breccia per consentire la sorveglianza di massa negli spazi pubblici.
La “linea rossa” della sicurezza nazionale
Il lobbying della Francia inizia alla fine del 2022. In quel momento, i dibattiti sul progetto della Commissione europea, avviato nell’aprile 2021, sono particolarmente tesi. Al centro delle discussioni tra i 27 Paesi dell’UE vi è la classificazione dei rischi legati all’uso dell’IA. Parigi si oppone fin da subito all’idea che la futura legge europea vieti alcune tecnologie particolarmente invasive, considerate “rischi inaccettabili” per le libertà pubbliche.
Il 18 novembre 2022, durante una riunione a porte chiuse con i suoi omologhi europei, il rappresentante francese dichiara, secondo un resoconto in possesso delle due testate: «L’esclusione delle questioni di sicurezza e difesa [dal quadro del regolamento]... deve essere mantenuta a tutti i costi». Con questa richiesta, la Francia vuole mantenere la possibilità di utilizzare il riconoscimento facciale in tempo reale negli spazi pubblici, in caso di rischio per la sicurezza nazionale. Lo stesso vale per il mantenimento dell’ordine pubblico. Una fonte coinvolta nei negoziati conferma: «La Francia considera l’ordine pubblico parte della sicurezza nazionale; per questo ha richiesto che tutti gli aspetti del mantenimento dell’ordine siano esclusi dal regolamento. È l’unico Paese ad aver chiesto questa esclusione totale».
Manifestanti accusati di disturbare l’ordine pubblico potrebbero così diventare bersagli legali del riconoscimento facciale. Il governo francese e i suoi rappresentanti a Bruxelles, interpellati più volte, non hanno risposto alle domande di Disclose e Investigate Europe.
Matignon in prima linea
L’attivismo della Francia a favore di tecnologie altamente invasive è confermato da una lettera inviata, a fine novembre 2023, al Segretariato del Consiglio dell’UE. Questo documento, ottenuto dalle due testate, è firmato dal Segretariato Generale degli Affari Europei (SGAE), un servizio sotto l’autorità di Matignon e responsabile del coordinamento interministeriale per le politiche europee. Il testo ribadisce la “linea rossa” della Francia sulla sicurezza nazionale e insiste per poter utilizzare l’IA negli spazi pubblici “in caso di emergenza giustificata”.
Gli sforzi della Francia sono stati premiati. L’articolo 2.3 dell’AI Act afferma infatti che «il presente regolamento (...) non pregiudica le competenze degli Stati membri in materia di sicurezza nazionale». Secondo Aljosa Ajanovic, membro dell’EDRI, un’organizzazione per la difesa dei diritti dei cittadini europei, questo principio «permette di introdurre sistemi di sorveglianza biometrica di massa che rischiano di influenzare pesantemente le nostre libertà di movimento, di riunione, di espressione, oltre che la nostra privacy».
L’articolo 46, paragrafo 2 del regolamento europeo specifica inoltre che «in una situazione di emergenza debitamente giustificata per ragioni eccezionali di sicurezza pubblica (...) le autorità di polizia» possono utilizzare «un servizio di IA ad alto rischio specifico», senza previa autorizzazione.
Appartenenza religiosa e politica
Se uno Stato ritiene che la sua sicurezza sia a rischio, potrà anche cercare una persona sulla base della “razza, opinioni politiche, affiliazione sindacale, convinzioni religiose o filosofiche, vita sessuale o orientamento sessuale”, grazie alla scienza algoritmica. Una grave minaccia alle libertà pubbliche e ai diritti civili, come emerge da un passaggio della lettera del Segretariato Generale agli Affari Europei. In esso si sottolinea che la Francia ritiene «molto importante preservare la possibilità di cercare una persona sulla base di criteri oggettivi che esprimano una convinzione religiosa o un’opinione politica».
Un badge di un movimento ambientalista classificato come “estremista e violento” potrebbe quindi giustificare l’attivazione di telecamere pilotate dall’intelligenza artificiale.
«È agghiacciante vedere l’UE consentire alle sue polizie di utilizzare questi sistemi per tentare di rilevare l’orientamento sessuale», si indigna Félix Tréguer, autore di Technopolice, la sorveglianza poliziesca nell’era dell’IA e portavoce della Quadrature du Net, un’associazione francese per la difesa delle libertà digitali. «Anche questa è l’intelligenza artificiale», prosegue, «il ritorno di teorie naturalizzanti, pseudoscienze e categorie arbitrarie, ora integrate in potenti sistemi automatizzati per attuare la violenza di Stato».
«La maggior parte delle volte, le persone non sapranno di essere state sorvegliate»
Sarah Chander, cofondatrice dell’ONG Equinox
Durante le discussioni sull’AI Act, la Francia ha posto altre due “linee rosse”. Parigi ha infatti richiesto che le prigioni e le aree di controllo alle frontiere fossero « escluse dalla definizione di spazio pubblico », come emerge dal resoconto di una riunione del novembre 2023. Anche in questo caso, insieme a Paesi come la Grecia, la Francia è riuscita a ottenere ciò che voleva.
Tra poche settimane, gli Stati membri potranno quindi implementare sistemi di riconoscimento delle emozioni alle loro frontiere. Si tratta di software che, collegati a una telecamera, potranno essere utilizzati durante interrogatori di persone migranti. L’obiettivo sarà, ad esempio, quello di valutare – con un grado di affidabilità più o meno alto – il loro livello di nervosismo o ansia, per capire se mentono sul loro Paese di origine, sull’età o sulle ragioni che li hanno spinti a partire. « Ciò che è subdolo nell’uso dell’intelligenza artificiale da parte della polizia e nei controlli migratori è che, la maggior parte delle volte, le persone non sapranno di essere state sorvegliate da questi sistemi », denuncia Sarah Chander, cofondatrice di Equinox, un’ONG che combatte le discriminazioni razziali in Europa.
Dietro l’attivismo della Francia si cela infine il desiderio di lasciare maggiore libertà di azione all’industria europea dell’intelligenza artificiale. Lo lascia intendere il rappresentante francese durante una riunione del 15 novembre 2023: « bisogna mettere in guardia con urgenza contro gli impatti negativi [che potrebbe avere il regolamento] sulla capacità di innovazione dell’UE », dichiara. Insiste, aggiungendo che c’è il rischio che « le aziende trasferiscano le loro attività in regioni dove i diritti fondamentali non hanno alcun peso ».
Un mese dopo, Emmanuel Macron riprende lo stesso argomento. Secondo il presidente francese, regolamentando « molto più velocemente e molto più severamente rispetto ai nostri principali concorrenti, finirà che regoleremo cose che non produrremo più o che non inventeremo ». A Bruxelles, molti interpretano queste dichiarazioni come un sostegno neanche troppo velato a una punta di diamante della “start-up nation” francese: Mistral AI.
Questa società francese annovera tra i suoi azionisti Cédric O, stretto collaboratore di Macron ed ex segretario di Stato per il digitale. È lui che si occupa anche delle relazioni pubbliche dell’azienda, il cui cofondatore, un anno fa, dichiarava: « Nella sua forma finale, l’AI Act è perfettamente gestibile per noi».
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20/09/2022
La guerra spinge il riconoscimento facciale
In una lunga intervista con Techcrunch, il ministro della Trasformazione digitale ucraino Mykhailo Fedorov ha dichiarato che la tecnologia di riconoscimento facciale prodotta dall’azienda Clearview AI è utilizzata per identificare i soldati russi che, non di rado, vengono inviati sul campo di battaglia senza portare con sé alcun documento identificativo.
Questo veniva confermato successivamente sia alla BBC che all’agenzia di stampa Reuters dal Ceo dell’azienda stessa, Hoan Ton-Hat, il quale aggiungeva che, in pancia, Clearview AI avrebbe ben due milioni di foto provenienti da Vkontakte – il social network altrimenti noto come il “Facebook russo” – e che avrebbe potuto essere utile anche allo scopo di riunire i rifugiati ucraini separati dalle loro famiglie.
Nell’intervista si aggiungeva un altro dettaglio: l’utilizzo dell’applicazione veniva fornito da Clearview in modalità gratuita alle forze armate ucraine.
In un video pubblicato da “IT Army of Ukraine”, un gruppo di attivisti hacker promosso direttamente dal governo ucraino, si vede proprio Clearview AI in azione, utilizzata per identificare e notificare la morte dei soldati russi alle relative famiglie.
Secondo la BBC, la stessa azienda avrebbe confermato che Kiev utilizzerebbe la sua tecnologia anche ai checkpoint per individuare sospetti.
Clearview AI non è la prima società che sviluppa un’applicazione di questo genere: molto popolari sono infatti sia PimEyes che FindClone. La seconda elencata, in particolare, ha la capacità di scandagliare il web alla ricerca di immagini anche senza che, necessariamente, il soggetto in questione abbia un account social. Oltre a questo, include nel suo database anche i risultati provenienti da VKontakte.
L’uso del riconoscimento facciale in guerra ha allarmato diversi esperti, sia per il rischio di errori che, in quel contesto, possono avere conseguenze fatali, sia per la possibilità di sdoganare anche in tempo di pace una tecnologia molto controversa. Ad esempio, l’offerta di ClearView AI al governo ucraino è stata fortemente criticata dall’ong per i diritti digitali Privacy International, secondo la quale “le aziende della sorveglianza stanno sfruttando la guerra” e in questo modo cercano di “ripulire la propria immagine”.
L’azienda Clearview AI nasce nel 2016 grazie all’idea dei suoi fondatori, Hoan Ton-That e Richard Schwartz – un tempo collaboratore dell’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani – con l’intento di produrre una app di riconoscimento facciale al servizio delle forze dell’ordine.
Mantiene un basso profilo fino a quando finisce nel 2019 sul New York Time. L’articolo si intitolava “The secretive company that might end privacy as we know it” (L’azienda segreta che potrebbe porre fine alla privacy così come la conosciamo).
Secondo l’articolo, l’applicazione era usata da ben 600 fra agenzie di polizia e una manciata di aziende private per scopi di sicurezza.
Grazie poi a un articolo pubblicato nel 2020 su Buzzfeed, conosciamo anche alcune delle aziende che avrebbero usufruito del servizio. Fra queste erano citate, tra le altre, Walmart, Coinbase, Verizon, T-Mobile, Best Buy, Eventbrite.
Nel corso del tempo, Clearview è andata incontro a molte critiche che ne hanno messo in rilievo i problemi relativi alla violazione della privacy. A seguito delle polemiche, piattaforme come Facebook, Twitter e YouTube hanno chiesto a Clearview AI di non utilizzare più i loro servizi come fonte per estrarre i profili facciali.
Oltre a ciò, aziende in possesso di simili tecnologie – un esempio su tutti è Microsoft – hanno dichiarato che fino a che non ci sarà una legge federale negli Stati Uniti, si rifiuteranno di vendere la propria tecnologia d’intelligenza artificiale ai dipartimenti di polizia.
Per quanto riguarda specificatamente Clearview AI, conosciamo il suo funzionamento grazie a un’importante falla di sicurezza scoperta dall’ingegnere Mossab Hussein, a capo del team di cybersecurity di SpiderSilk. Hussein, nell’aprile del 2020, ebbe accesso a tutto il repository che includeva il codice sorgente delle applicazioni sviluppate per Windows, Mac, iOs e Android, cosa che gli permise di registrarsi come utente pur non avendo una licenza d’uso.
Qualcosa di simile veniva anticipato qualche mese prima grazie al team di Gizmodo che, nelle sue ricerche, aveva trovato addirittura dei bucket S3 – memorie esterne gestite dal sistema cloud di Amazon – pubblicamente accessibili dall’esterno che contenevano sia il codice sorgente, sia le applicazioni compilate.
Il punto principale è però la pratica di scansionare il web e i social network alla ricerca d’immagini di profili degli utenti, che ha portato alle reazioni e sanzioni di diverse autorità nazionali, come in Francia, Italia e Regno Unito.
In particolare il Garante italiano per la privacy ha multato ClearView AI con una sanzione da 20 milioni di euro, oltre al divieto di raccogliere foto di italiani e alla richiesta di cancellare le immagini già raccolte. Per il Garante, Clearview AI “non raccoglie solamente immagini per renderle accessibili ai propri clienti, ma tratta le immagini raccolte mediante web scraping attraverso un algoritmo proprietario di matching facciale, al fine di fornire un servizio di ricerca biometrica altamente qualificata”.
Come scrive Wired Italia, “le fotografie vengono elaborate con tecniche biometriche per estrarre i caratteri identificativi e associare 512 vettori che ricalcano le fattezze del volto (...). Tutti elementi che portano Piazza Venezia a concludere che le similitudini che Clearview AI associa al suo servizio con Google Search sono ‘del tutto destituite di fondamento’. Peraltro, il fatto che quelle foto siano disponibili in rete non autorizza la società a poterne fare uso per i suoi interessi”.
Takeo Kanade, professore presso la Carnegie Mellon University, è uno dei pionieri della computer vision. Nel suo lavoro di tesi di dottorato del 1973 intitolato “Picture processing system by computer complex and recognition of human faces” riuscì ad istruire una macchina a identificare l’esistenza di profili facciali all’interno di un gruppo di 800 immagini.
Come lui stesso racconta nella sua presentazione – che potete trovare qui – ai tempi non esisteva un sistema per la digitalizzazione delle immagini e pertanto, durante il lavoro, dovette costruirne uno ex-novo.
L’idea che sta alla base del processo d’identificazione di un volto è essenzialmente molto semplice. Servono due cose essenziali: un enorme database d’immagini che ritragga il profilo facciale di vari individui, e una immagine di confronto.
Si possono utilizzare vari approcci, ma di base a ogni immagine vengono assegnati dei parametri identificativi: distanza fra gli occhi, distanza fra le narici, distanza fra la bocca e il naso, distanza fra gli occhi e la fronte e così via.
Una volta assegnati a ogni immagine questi parametri, e spesso anche l’intero profilo facciale, un software d’identificazione non fa altro che scansionare quei dati con gli analoghi contenuti all’interno delle immagini di confronto. Quando il software rileva valori estremamente simili, quest’ultimo mostra all’utente l’immagine – o le immagini – che ritiene abbiano un maggiore valore di conformità.
Malgrado le sue applicazioni controverse, il “riconoscimento facciale” ha visto una crescita notevole. I dati parlano chiaro: dalle analisi pubblicate lo scorso marzo 2022 da Statista, quello delle tecnologie biometriche è ad oggi un mercato molto fiorente. Si stima infatti che, a livello mondiale, i profitti relativi ai sistemi di identificazione e autenticazione digitale nel 2027 sfioreranno cifre prossime ai 100 miliardi di dollari.
Ciò crea più di un problema: non soltanto la privacy degli individui viene messa a dura prova, ma questo rischia, se in possesso di mani sbagliate, di creare un sistema discriminatorio a cui diventa estremamente difficile opporsi se non a livello politico.
Ne parlava molto bene già venti anni fa la Electronic Frontier Foundation – EFF – in un articolo intitolato “Biometrics: who’s watching you?”. La discussione al riguardo ha una lunga storia.
Ad esempio, Evan Selinger – professore di filosofia presso il Rochester Institute of Technology, una sorta di istituzione nel campo dei diritti digitali – si è molto occupato di quali siano i limiti etici della tecnologia del riconoscimento facciale. In uno dei suoi ultimi paper, “The Inconsentability of Facial Surveillance”, si occupa del problema del consenso, ovvero di quanto questo tipo di analisi non tengano conto della possibilità, per l’individuo, di scegliere se essere o non essere tracciato. E la conclusione cui arriva alla fine è che, per proteggerci dai danni del riconoscimento facciale, l’unica soluzione sia la messa al bando di questa tecnologia.
Biometria e rifugiati
Un altro possibile e controverso campo d’applicazione del riconoscimento facciale è quello dell’identificazione di migranti e rifugiati. A giugno è stato calcolato che i rifugiati ucraini registrati in tutta Europa fossero 4,8 milioni.
L’UHNCR – l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati – ha rivelato di voler raccogliere i dati biometrici dei rifugiati per gestire in modo più funzionale il trasferimento di soldi e risorse, e che la raccolta si estenderebbe a tutti i membri di una famiglia, bambini inclusi.
Questa decisione è stata criticata da alcuni osservatori come inutile (la maggior parte di ucraini è in possesso di documenti) e pericolosa dal punto di vista della sicurezza dei dati e della loro condivisione con governi (come successo in passato).
Come viene riportato dal “Center for strategic and international studies” le tecnologie biometriche hanno avuto un ruolo centrale nel gestire i rifugiati ucraini, ma si tratta di un’arma a doppio taglio. “Mentre i lettori di impronte digitali sono usati nel contesto ucraino – scrive – l’UNHCR impiega un sistema multimodale di impronte, scan dell’iride e riconoscimento facciale nei suoi altri programmi di assistenza”.
La stessa agenzia ha dichiarato di fare uso delle analisi biometriche per il trasferimento di denaro agli esuli in Moldavia anche se, al momento, non sembra che il riconoscimento facciale sia una delle tecniche utilizzate.
L’uso in Russia contro critici e dissidenti
Ma a preoccupare è soprattutto l’uso di queste tecnologie da parte della Russia. Già all’inizio del 2017 l’amministrazione locale moscovita aveva annunciato l’installazione di un sistema di telecamere all’interno della metropolitana per l’analisi “live” dei transiti.
Il progetto era stato appaltato all’azienda Ntechlab che successivamente, nel 2020, si è occupata di estendere il sistema di sorveglianza all’intera città. Più recentemente, e proprio a seguito delle proteste contro la guerra avvenute nella giornata del 12 giugno – festa nazionale in Russia – secondo l’organizzazione non governativa OVD-info sarebbero state arrestate 67 persone di cui ben 43 utilizzando il sistema di riconoscimento facciale.
In un articolo pubblicato da Roskomsvoboda – un gruppo di attivisti che in Russia si battono per la libertà di espressione – si narra la storia personale del programmatore e attivista Pavel. Dopo aver espresso la sua opinione anti-guerra su Vkontakte, qualche giorno dopo è stato identificato in metropolitana proprio grazie al sistema di riconoscimento facciale installato dal governo, arrestato e detenuto dalla polizia con l’accusa di aver screditato l’onore delle forze armate.
Nella sua attività di protesta, aveva creato, a futura memoria, un sito contenente un database d’immagini relative a tutti i veicoli su cui era disegnata la famigerata lettera Z. Nell’articolo su Roskomsvoboda così scrive: “Insegno ai miei figli a non avere paura. Se tutti tacciono, non migliorerà mai nulla”.
Alcuni dettagli ulteriori sul sistema usato a Mosca sono emersi ad agosto, quando, secondo la BBC, sarebbero 4 le tecnologie utilizzate, tutte di aziende russe: NtechLab, Tevian FaceSDK, VisionLabs Luna Platform e Kipod. Ed è stata proprio la tecnologia di riconoscimento facciale di Kipod a essere usata dalle autorità bielorusse per individuare i partecipanti alle proteste contro Lukashenko nel 2020 a Minsk.
Questo però, come fa notare Human Rights Watch, è soltanto un piccolo tassello di un più grande puzzle. In Russia infatti esiste un database biometrico centralizzato chiamato UBS che tiene memoria di tutte le informazioni dei cittadini. Sviluppato inizialmente da RostelTelecom come una applicazione bancaria per avere accesso al proprio conto corrente attraverso i dati biometrici, già pochi mesi dopo, nel dicembre 2017, una legge del parlamento russo dava autorizzazione al FSB (i servizi segreti) di accedere al database senza richiedere alcuna autorizzazione ai diretti interessati.
Non solo: secondo la testata Kommersant, ci sarebbe la volontà di espandere questo sistema di telesorveglianza anche nelle aree di confine con l’Ucraina.
Nel mentre, e malgrado le sanzioni internazionali, l’industria russa del riconoscimento facciale e della sorveglianza sembra prosperare senza particolari difficoltà. Secondo un’inchiesta di Business Insider, le sanzioni non si applicano alla già citata NTech Lab, “che sebbene benefici di denaro proveniente da fondi di investimento statali, è gestita privatamente da individui che non detengono posizioni al governo”.
Così continuerebbe a esportare la sua tecnologia, FindFace, in molti Paesi, guardando soprattutto all’Asia e al Centro America (e starebbe pensando di spostare il suo quartier generale in Thailandia). Inoltre, secondo dati visionati da Business Insider, diverse grandi aziende statunitensi, almeno fino a poco tempo fa, sarebbero risultate fra i suoi clienti o fra coloro che avevano provato la sua tecnologia.
Oltre ai problemi di tipo etico, gli algoritmi di riconoscimento facciale hanno, al loro interno, dei limiti di ordine meramente tecnico ed alcuni, diciamo così, di tipo “culturale”.
Il primo da segnalare è certamente il cosiddetto “bias razziale”. Nello studio del 2021 intitolato “Accuracy comparison across face recognition algorithms”, una delle cose che salta più all’occhio è che gli algoritmi prodotti in occidente risultavano essere più accurati nell’analisi dei volti caucasici, mentre gli algoritmi prodotti in oriente risultavano essere più accurati sui volti asiatici.
Questo, come viene scritto a chiare lettere, è un effetto ben noto negli studi di biometria col nome di ORE (other-race-effect) e che ci dimostra quanto l’occhio dell’osservatore/ricercatore sia estremamente importante nello studio effettuato.
Inoltre, in un altro interessante articolo intitolato “Error rates in users of automatic face recognition software”, ci si interroga quanto l’errore umano possa aumentare o diminuire l’accuratezza dei risultati finali.
Sorprendentemente, la percentuale non è del tutto trascurabile. È stato infatti rilevato che l’errore umano nell’inserimento e nell’analisi dei dati, in persone non opportunamente addestrate, possa incidere di un buon 50%. Al contrario, persone che abbiano ricevuto un training appropriato, possono ridurre l’errore dal 50 al 30%.
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