Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
17/08/2026
“Mai parlare di Palantir”: il problema per l’Onu
L’analisi, visionata da PassBlue e FRANCE 24, rivela i timori dell’ONU riguardo al fatto di consentire a Palantir di elaborare i dati per la più grande catena di approvvigionamento umanitaria al mondo.
Il Programma Alimentare Mondiale gestisce uno delle più grandi banche dati biometriche al mondo. Il suo sistema SCOPE contiene informazioni su milioni di persone, molte delle quali beneficiarie di aiuti umanitari internazionali.
Per aiutare il Programma Alimentare Mondiale a tracciare gli aiuti umanitari e a gestire i dati della sua catena di approvvigionamento, Palantir ha sviluppato il Sistema di Operazioni e Trasformazione Digitale (DOTS).
Fondata nel 2003, Palantir, il cui nome si ispira all’occhio onniveggente del Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien, è stata in parte finanziata dalla comunità dei servizi segreti statunitensi. Da allora ha sviluppato un programma di integrazione dati basato sull’Intelligenza Artificiale in grado di raccogliere, elaborare e analizzare enormi quantità di dati su governi, organizzazioni o individui, un programma ormai profondamente integrato nel Complesso Militare e di Sorveglianza statunitense.
All’interno delle Nazioni Unite, esiste una spaccatura tra coloro che si oppongono al crescente coinvolgimento di Palantir nelle sue agenzie, coloro che vogliono garantire che qualsiasi adozione di programmi basati sull’Intelligenza Artificiale sia responsabile ed etica, e coloro che, invece, prediligono soluzioni rapide e innovative, inneggiando all'“efficienza”.
Un attacco informatico subito a maggio dall’agenzia con sede a Roma ha esposto dati sensibili su migliaia di beneficiari di aiuti a Gaza, evidenziando le preoccupazioni in materia di protezione dei dati. Tuttavia, il Programma Alimentare Mondiale ha affermato che l’attacco si è limitato alla sua applicazione di auto-registrazione per la Palestina, tramite la quale gli sfollati possono registrarsi per ricevere aiuti, ma che non ha “alcun collegamento diretto” con il programma di Palantir.
Alcuni membri del personale del Programma Alimentare Mondiale hanno espresso preoccupazione per il fatto che i dati dell’agenzia ONU sui beneficiari possano essere utilizzati per addestrare i sistemi informatici di Palantir.
Alcuni sono titubanti riguardo alla collaborazione con un’azienda le cui tecnologie sarebbero state utilizzate dalle autorità statunitensi per il controllo dell’immigrazione e dalle forze militari per operazioni letali in Medio Oriente, in particolare in Iran e a Gaza. Per citare l’amministratore delegato Alex Karp, il prodotto di Palantir “viene occasionalmente utilizzato per uccidere persone”.
Nonostante i timori, un portavoce del Programma Alimentare Mondiale ha dichiarato che l’agenzia intende rinnovare il contratto con Palantir.
Un nuovo rapporto delle ricercatrici indipendenti Tina Indrani Mason e Rose Worden per l’iniziativa “Tech for Bad” (Tecnologia per il Male) afferma che il Programma Alimentare Mondiale continua a “investire massicciamente” nel progetto del Sistema di Operazioni e Trasformazione Digitale e mette in guardia contro una “violazione dei principi delle Nazioni Unite”.
Intitolato “Palantir e il Programma Alimentare Mondiale: la collaborazione scandalosa al centro della più grande catena di approvvigionamento umanitario al mondo”, il rapporto descrive la collaborazione tra le Nazioni Unite e Palantir come “un chiaro conflitto di interessi e una grave abdicazione alla responsabilità etica”.
“Gestione del rischio inadeguata”
Palantir, con sede in Florida, è specializzata nella creazione di programmi in grado di analizzare enormi quantità di dati e individuare modelli o connessioni che richiederebbero settimane o mesi di lavoro a un analista umano. L’azienda sottolinea tuttavia di non essere un’impresa di “estrazione di dati”.
Il rapporto di analisi interno dell’Ufficio dell’Ispettore Generale del Programma Alimentare Mondiale, datato agosto 2025 e trapelato in rete, si concentra sulle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, evidenziando una “gestione del rischio inadeguata” e la mancanza di “linee guida e politiche appropriate” in materia di tutela dei dati nel rapporto tra il Programma Alimentare Mondiale e Palantir. Il problema è classificato come “priorità elevata”.
“Fin dall’inizio della collaborazione, le principali preoccupazioni in materia di riservatezza sollevate da parti interessate interne ed esterne riguardo all’utilizzo del Sistema di Operazioni e Trasformazione Digitale non sono state affrontate in modo adeguato”, afferma il rapporto di analisi.
L’analisi è stata completata mentre il contratto pro bono originario tra il Programma Alimentare Mondiale e Palantir veniva silenziosamente prorogato.
“Stiamo finalizzando il rinnovo del nostro accordo quinquennale in essere. L’ambito generale e i termini del contratto rimangono gli stessi del contratto del 2019”, ha dichiarato un portavoce del Programma Alimentare Mondiale. Il rinnovo dovrebbe essere firmato ad agosto, secondo fonti del Programma Alimentare Mondiale.
Il rapporto di analisi trapelato afferma che il Programma Alimentare Mondiale “non dispone di un sistema unificato e affidabile” per la gestione dei dati, aggiungendo che “le considerazioni sulla reputazione legate alla collaborazione con Palantir hanno generato incertezza istituzionale”.
Solleva inoltre interrogativi sui potenziali costi e complicazioni derivanti dalla cessazione della collaborazione. “Al momento, non esiste una strategia di uscita chiaramente definita per il Sistema di Operazioni e Trasformazione Digitale, né chiarezza sui potenziali costi che potrebbero derivare dalla rescissione della collaborazione”, aggiunge il rapporto di analisi.
Il documento rileva che la divisione tecnologica del Programma Alimentare Mondiale “ha valutato le opportunità di esportare e salvare i dati dal Sistema di Operazioni e Trasformazione Digitale in caso di cessazione della collaborazione”, ma che tale piano non è stato presentato alle principali parti interessate del Programma Alimentare Mondiale o di Palantir e che continuano a essere effettuati “ingenti investimenti” nel Sistema di Operazioni e Trasformazione Digitale.
Non era la prima volta che il coinvolgimento di Palantir veniva segnalato come problematico dal Programma Alimentare Mondiale; anche un’analisi del 2020, condotta dall’ufficio legale dell’agenzia, aveva sollevato delle perplessità.
Il personale all’interno dell’ufficio legale che si occupava delle verifiche di investigazione e analisi è stato sciolto nel giugno 2025 e tali valutazioni sono ora affidate al gruppo di analisi interno del Programma Alimentare Mondiale, che riferisce direttamente al capo dell’agenzia.
L’analisi trapelata ha fornito ulteriori dettagli sul contratto quinquennale originale stipulato nel 2019 con il Programma Alimentare Mondiale.
Un esperto di aiuti umanitari a conoscenza del contratto, che ha chiesto di rimanere anonimo per timore di ritorsioni, ha dichiarato che il contratto contiene una clausola che potrebbe legalmente consentire a Palantir di “addestrare il proprio programma” sui dati delle Nazioni Unite.
“Nell’accordo di licenza d’uso era presente una clausola specifica che il Programma Alimentare Mondiale voleva inserire per impedire a Palantir di conservare i dati grezzi, ma poi c’era una frase subdola: ‘Palantir si riserva il diritto di utilizzare i dati per migliorare le prestazioni del sistema’”.
Questa clausola “potrebbe potenzialmente consentire a Palantir di utilizzare i dati per addestrare gli algoritmi”, ha osservato la fonte.
Secondo Privacy International, una ONG con sede nel Regno Unito, la formulazione sembra simile a quella di altri contratti di licenza d’uso stipulati da Palantir, tra cui la collaborazione con il Servizio Sanitario Nazionale britannico.
Privacy International ha esaminato i dettagli dell’accordo di licenza stipulato nel 2019 tra Palantir e il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, che includeva la seguente clausola:
“10. Dati di utilizzo. Palantir può raccogliere dati analitici, statistici, metriche o altri dati di utilizzo relativi all’uso dei Prodotti da parte del Cliente (1) al fine di fornire i Prodotti al Cliente; (2) per scopi statistici (a condizione che tali dati non consentano l’identificazione personale); o (3) per monitorare, analizzare, mantenere e migliorare i Prodotti”.
Il modello affaristico di Palantir si differenzia da quello delle aziende di Intelligenza Artificiale per il mercato di massa in quanto vende “programmi aziendali”, ovvero tecnologie progettate per aiutare le organizzazioni a gestire i dati.
Il sito web dell’azienda afferma che i dati dei clienti non vengono utilizzati per addestrare i suoi modelli, a meno che non vengano esplicitamente richiesti, e che i servizi ospitati da terze parti non hanno accesso alle informazioni dei clienti per utilizzarle nell’addestramento.
“Palantir non utilizza, conserva o vende i dati dei clienti per scopi propri”, ha dichiarato un portavoce. “Non utilizziamo i dati dei clienti per addestrare i modelli”.
Tuttavia, se un contratto contiene un Accordo di Licenza d’Uso che concede a Palantir il diritto di utilizzare i dati dei clienti per “migliorare le prestazioni”, l’azienda potrebbe potenzialmente utilizzare tali informazioni per addestrare o migliorare i propri sistemi di Intelligenza Artificiale.
“I fornitori di programma hanno sempre desiderato i dati di utilizzo per migliorare le prestazioni”, il che li aiuta a identificare le funzionalità più richieste, i picchi di utilizzo e i malfunzionamenti delle applicazioni. “Pertanto, richiedono regolarmente questo diritto nei loro contratti”, ha affermato Chris Wlach, avvocato specializzato in tecnologia con sede a New York.
“Oggi, però, i dati possono anche contribuire all’addestramento di algoritmi e modelli di Intelligenza Artificiale. Pertanto, gli utenti devono approcciarsi a queste clausole con maggiore cautela. Devono chiedersi: “Cosa sono esattamente i miei ‘dati di utilizzo’ e come vengono utilizzati esattamente?”.
L’ex dipendente di Palantir, Juan Sebastian Pinto, ha spiegato come l’azienda potrebbe utilizzare indirettamente i dati dei clienti.
“Sebbene Palantir non addestri i propri sistemi con i dati dei clienti, può sviluppare casi d’uso/applicazioni con tali dati e venderli a un altro cliente, potenzialmente in una configurazione a duplice uso (a fini strumentali)”, ha affermato in un messaggio a Signal.
Questo potrebbe rappresentare un problema per le Nazioni Unite.
“I dati a cui il Programma Alimentare Mondiale e altre agenzie umanitarie hanno accesso su alcune delle persone più vulnerabili al mondo forniscono un insieme di dati di addestramento altrimenti non disponibile per comprendere come le popolazioni civili si muovono fisicamente durante i conflitti, cercano cibo, acqua e riparo, e offrono spunti sulla loro mortalità e morbilità”, ha affermato Nathaniel Raymond, direttore esecutivo del Laboratorio di Ricerca Umanitaria presso la Facoltà di Sanità Pubblica di Yale.
Nelle mani sbagliate, tali informazioni potrebbero essere letali.
“Le agenzie umanitarie sono di fatto custodi delle informazioni che consentono l’identificazione personale e demografica dei principali obiettivi di molteplici eserciti e servizi segreti globali”, ha affermato Raymond.
Il rapporto Tech for Bad (Tecnologia per il Male) si spinge ancora oltre: “Quando la fame viene sempre più sfruttata come arma di guerra, il Programma Alimentare Mondiale deve rivalutare se l’integrazione del programma di un appaltatore militare statunitense e alleato complice nel proprio ecosistema di dati, relativi all’approvvigionamento alimentare, lo comprometta”.
Il Programma Alimentare Mondiale ha dichiarato di “svolgere un’approfondita procedura di investigazione e analisi per garantire che tutti i servizi o le capacità forniti siano conformi alle rigorose esigenze del Programma Alimentare Mondiale in materia di gestione dei dati, tutela e sicurezza”.
“Il Programma Alimentare Mondiale elabora e controlla tutti i propri dati e ha integrato rigorose misure di sicurezza in tutti i suoi contratti tecnologici”, ha aggiunto.
La collaborazione di Palantir con il Programma Alimentare Mondiale è iniziata con un progetto pilota nel 2017, ma è stata formalizzata nel 2019. I dettagli della collaborazione non sono ampiamente noti al pubblico e i responsabili della comunicazione dell’agenzia hanno affermato di essere stati scoraggiati dal parlarne apertamente, a causa dei potenziali rischi per la reputazione.
Una questione spinosa
Il Programma Alimentare Mondiale ha annunciato per la prima volta la sua collaborazione con Palantir il 5 febbraio 2019. Tuttavia, l’agenzia stava lavorando a un progetto pilota con l’azienda dal 2017, all’incirca nello stesso periodo in cui David Beasley, un importante politico statunitense e ammiratore di Trump, ha assunto la guida del Programma Alimentare Mondiale.
Palantir ha confermato la sua collaborazione con il Programma Alimentare Mondiale dal 2017.
Enrica Porcari, all’epoca responsabile informatica e direttrice tecnologica del Programma Alimentare Mondiale, ha affermato che, sebbene il sistema Palantir avesse accesso ai registri delle distribuzioni di aiuti umanitari, non conteneva dati personali identificativi dei beneficiari.
Secondo fonti interne alle Nazioni Unite, Palantir ha cercato con insistenza di ottenere l’accesso al sistema di gestione, tracciamento e identificazione dei beneficiari SCOPE, ma un piccolo gruppo di dipendenti del Programma Alimentare Mondiale ha negoziato un accordo in base al quale i dati biometrici sarebbero stati protetti.
Ciononostante, la Mezzaluna Rossa Siriana si è ritirata da SCOPE nel 2019, temendo che i suoi dati venissero condivisi con il colosso statunitense dei programmi.
I dettagli sulla collaborazione tra il Programma Alimentare Mondiale e Palantir non sono ampiamente divulgati. Un alto funzionario del Programma Alimentare Mondiale ha dichiarato di aver firmato un accordo di riservatezza.
“C’è stata una scelta deliberata, una regola non scritta di non comunicare su Palantir”, secondo Pedro Garbellini, ex responsabile della comunicazione della divisione tecnologica del Programma Alimentare Mondiale. “Nessuno voleva occuparsene a causa dei rischi per la reputazione”.
Garbellini, che ha lavorato per il Programma Alimentare Mondiale da settembre 2021 a dicembre 2025, ha affermato che nel 2024 ci fu una disputa tra i gruppo di comunicazione delle divisioni tecnologia e collaborazione su chi dovesse occuparsi delle questioni relative a Palantir.
C’era una regola non scritta: “Mai parlare di Palantir”.
L’argomento era una “questione spinosa”, ha detto Garbellini.
“Perché continuiamo a collaborare con Palantir?”
Ad aprile Palantir ha pubblicato sui social media un manifesto che esaltava le virtù del potere statunitense e lanciava un appello alle armi per l’Occidente in un’era di competizione geopolitica guidata dall’Intelligenza Artificiale. I critici lo hanno descritto come una visione “inquietante” che “sostiene la sorveglianza statale dei cittadini tramite l’Intelligenza Artificiale”.
Peter Thiel, co-fondatore di Palantir e un liberista diventato finanziatore di Trump, ha dichiarato esplicitamente: “Non credo più che libertà e democrazia siano compatibili”.
L’amministratore delegato Karp ha notoriamente definito Palantir “completamente anti-woke” e ha auspicato che coloro che sottovalutano l’azienda vengano cosparsi di “urina con fentanil”.
Durante una riunione dipartimentale presso la sede del Programma Alimentare Mondiale a Roma nell’aprile del 2026, un dipendente che aveva letto il manifesto ha posto una domanda cruciale: “Perché continuiamo a collaborare con Palantir?”.
La domanda è stata accolta da un applauso da parte del personale delle Nazioni Unite.
Secondo fonti interne alle Nazioni Unite, la stessa domanda era stata posta anche al direttore ad interim dell’agenzia durante una cena alla fine di gennaio.
Un esperto di diritti umani delle Nazioni Unite, Andrew Gilmour, ha consegnato al direttore ad interim del Programma Alimentare Mondiale, Carl Skau, una lettera firmata da membri del personale delle Nazioni Unite di diversi dipartimenti, in cui si chiedeva al Programma Alimentare Mondiale di interrompere i rapporti con Palantir.
La lettera affermava, in parte, che il personale era preoccupato che il Programma Alimentare Mondiale “potesse essere in contraddizione con i suoi obblighi fondamentali di diligenza in materia di diritti umani” a causa del suo rapporto con Palantir. Secondo una fonte, Skau ha riconosciuto che il rapporto era problematico, ma ha affermato che sarebbe stato difficile per il Programma Alimentare Mondiale uscirne.
I sistemi del Programma Alimentare Mondiale, ha spiegato, erano ormai così intrecciati con Palantir che sarebbe stato costoso e arduo spostare la logistica della catena di approvvigionamento su un’altra piattaforma. Inoltre, ha aggiunto, Palantir aveva aiutato il Programma Alimentare Mondiale a risparmiare denaro e a migliorare la sua efficienza.
Skau non ha risposto alle domande in merito allo scambio di messaggi. Palantir ha rifiutato di rilasciare interviste, ma ha dichiarato in una e-mail di essere “orgogliosa di collaborare con il Programma Alimentare Mondiale”.
“Timori sui finanziamenti”
Il rinnovo del contratto arriva mentre l’amministrazione Trump spinge un candidato MAGA, Luke Lindberg, come nuovo direttore generale del Programma Alimentare Mondiale. Lindberg è un alto funzionario del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, che ad aprile ha firmato un accordo da 300 milioni di dollari (259,5 milioni di euro) con Palantir.
Secondo una fonte ONU ben informata, il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres avrebbe “rallentato” il processo di approvazione di Lindberg, e non è chiaro se il nuovo direttore del Programma Alimentare Mondiale verrà nominato prima della fine del suo mandato. Il Programma Alimentare Mondiale è solitamente guidato da un americano.
Mentre gli Stati Uniti minacciano di ritirare ulteriori finanziamenti alle Nazioni Unite, alcuni alti funzionari del Programma Alimentare Mondiale ritengono che la fine della collaborazione con Palantir potrebbe provocare ulteriori ritorsioni da parte dell’amministrazione Trump, secondo fonti interne alle Nazioni Unite che hanno parlato a condizione di anonimato perché non autorizzate a discutere pubblicamente la questione.
Una riduzione del 34% dei finanziamenti al Programma Alimentare Mondiale da parte dei principali donatori nel 2025, in particolare dagli Stati Uniti, il maggiore contributore dell’agenzia, ha innescato licenziamenti di massa e una ristrutturazione, con piani per tagliare quasi un terzo della forza lavoro globale entro quest’anno.
Sebbene il contratto da 45 milioni di dollari (38,9 milioni di euro) che il Programma Alimentare Mondiale ha firmato con Palantir nel 2019 sia pro bono, consentendo a Palantir di ottenere una detrazione fiscale per l’intero valore contabile, “è anche un contratto vincolato al fornitore”, ha spiegato un dipendente del Programma Alimentare Mondiale a condizione di anonimato.
Questo tipo di accordo può rendere un cliente dipendente da un unico fornitore per prodotti o servizi, rendendo costoso, tecnicamente difficile e legalmente oneroso rescinderlo.
Il Programma Alimentare Mondiale ha dichiarato di non essere vincolato ad alcun fornitore di tecnologia.
Il dipendente ha affermato che una valutazione del Programma Alimentare Mondiale ha stimato che lo sviluppo interno di un sistema simile costerebbe circa 20 milioni di dollari (17,3 milioni di euro).
Ma questo potrebbe rivelarsi più economico a lungo termine rispetto all’attuale collaborazione con Palantir, ha concluso la fonte. Ad esempio, i consulenti del Programma Alimentare Mondiale formati all’utilizzo dei sistemi di Palantir applicano tariffe molto più elevate. Inoltre, Palantir potrebbe iniziare a richiedere il pagamento per l’utilizzo dei suoi programmi in qualsiasi momento.
Il Programma Alimentare Mondiale ha affermato che l’utilizzo del programma pro bono comporta comunque il pagamento di infrastrutture informatiche esterne di terze parti, locazione e supporto aggiuntivo. Il sito web delle Nazioni Unite dedicato agli appalti mostra pagamenti a Palantir per un totale di oltre 10,5 milioni di dollari (9,1 milioni di euro) dal 2017 al 2024.
Un dipendente con una profonda conoscenza della tecnologia del Programma Alimentare Mondiale ha definito il programma di Palantir “mediocre”.
“Non offre nulla di nuovo rispetto a ciò che è già disponibile su internet”, ha spiegato. “È come se avessero semplicemente ritoccato un prodotto già esistente”.
Un altro ex membro del personale del Programma Alimentare Mondiale, che ha utilizzato ampiamente il programma di Palantir, ha affermato che circa il 98% delle operazioni del Programma Alimentare Mondiale utilizza il Sistema di Operazioni e Trasformazione Digitale, il sistema progettato da Palantir per connettere i dati tra i numerosi sistemi frammentati dell’organizzazione.
Lo hanno descritto come “il miglior strumento del settore”, aggiungendo: “Niente si avvicina minimamente. Chiunque può accedervi, è possibile creare e importare le proprie raccolte di dati, sviluppare i propri strumenti e raggiungere un’efficienza elevatissima a tutti i livelli. Se si lavora in autonomia, la supervisione è minima”.
Ha aggiunto che la piattaforma migliora significativamente l’efficienza e può essere utilizzata, ad esempio, per ottimizzare l’intera catena di approvvigionamento.
Secondo un membro del personale, la rimozione di Palantir “farebbe collassare” la catena di approvvigionamento del Programma Alimentare Mondiale.
“Resa dei conti globale”
Con la crescente influenza di Palantir a livello mondiale, cresce anche la resistenza globale nei suoi confronti.
Un movimento internazionale di base, chiamato Purge Palantir, è riuscito a convincere diverse entità, tra cui il sistema ospedaliero pubblico di New York, a interrompere le collaborazione con Palantir.
Il Servizio Sanitario Nazionale britannico sarebbe stato avvertito di prepararsi a un’eventuale interruzione dei rapporti con l’azienda, a seguito delle pressioni esercitate da alcuni membri del Parlamento. A maggio, il Servizio Sanitario Nazionale britannico ha ammesso che alcuni dipendenti di Palantir potevano accedere a dati identificativi dei pazienti, nonostante le precedenti dichiarazioni contrarie.
Nel frattempo, un accordo tra l’autorità di vigilanza finanziaria del Regno Unito e Palantir ha suscitato timori che le informazioni finanziarie dei cittadini britannici possano essere condivise con l’amministrazione Trump, dato che la legge statunitense consente al governo di accedere ai dati delle aziende statunitensi tramite un mandato FISA, un’autorizzazione segreta emessa da un tribunale speciale degli Stati Uniti.
L’agenzia di spionaggio interna francese, la DGSI, ha deciso a giugno di interrompere la collaborazione con Palantir e di optare per un concorrente nazionale per motivi di sicurezza nazionale, così come ha fatto il servizio di sicurezza interno tedesco.
L’ambasciatrice francese per gli affari digitali e l’Intelligenza Artificiale, Clara Chappaz, ha dichiarato che “la decisione della DGSI di interrompere la collaborazione con Palantir è stata presa, in parte, per preoccupazioni relative alla sovranità dei dati e alla resilienza digitale”.
Viste le crescenti critiche a livello globale, molti dipendenti si chiedono perché le Nazioni Unite continuino a collaborare con il controverso colosso dei programmi per la gestione dei dati al fine di fornire aiuti alle persone più vulnerabili del mondo.
Fonte
09/07/2026
La sfida dei data center spaziali
I data center divorano l’1,5% dell’elettricità mondiale. Per la precisione: 415 terawattora nel 2024. L’equivalente di quasi l’intero consumo annuo di energia elettrica di una nazione come la Francia. Ma è una quota destinata a più che raddoppiare entro il 2030, spinta soprattutto dall’intelligenza artificiale generativa, che l’Agenzia Internazionale dell’Energia identifica come “il fattore più importante” di questa crescita.
Le reti elettriche globali sono già sotto pressione, ma la costruzione di nuove linee di trasmissione richiede dai quattro agli otto anni nei paesi più avanzati. Nel frattempo, la domanda di calcolo aumenta così velocemente che nessuna infrastruttura terrestre riesce a stare al passo.
È in questo contesto che governi e aziende tecnologiche hanno cominciato a guardare allo spazio. Del resto, lo spazio offre energia solare continua senza competere con le reti terrestri, la possibilità di sfruttare il raffreddamento passivo nel vuoto senza consumare acqua e di elaborare i dati direttamente a bordo dei satelliti che li raccolgono, senza doverli trasmettere integralmente a Terra. Quello che sembrava fantascienza è diventato, nel giro di pochi anni, un programma industriale con date, contratti e lanci già effettuati.
A maggio 2025, la Cina ha lanciato i primi satelliti di una costellazione per l’elaborazione dei dati direttamente nello spazio. Nella stessa direzione si stanno muovendo anche gli Stati Uniti. Le due grandi potenze hanno avviato programmi concreti, ancora in parte sperimentali, per portare calcolo e archiviazione oltre il cielo. Si tratta, però, di un salto tecnologico con una conseguenza politica: in futuro, i dati più strategici di governi, eserciti e grandi aziende potrebbero non trovarsi più in nessuna nazione.
I progetti a stelle e strisceI satelliti producono quantità enormi di dati, spesso troppo grandi per essere inviati interamente sulla Terra in tempo reale. Processarli in orbita riduce la latenza e la dipendenza dalle stazioni terrestri. Hewlett Packard Enterprise ha dimostrato la fattibilità di questo approccio con il programma Spaceborne Computer. La multinazionale statunitense, leader nelle soluzioni tecnologiche edge-to-cloud (in cui l’elaborazione dei dati avviene in parte sul dispositivo remoto e in parte sui server centrali), ha installato server commerciali standard sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) nel 2017, 2021 e 2024. Questo ha permesso di ridurre fino al 90% il volume dei dati da trasmettere a Terra.
In un’intervista a Via Satellite (novembre 2025), Clint Crosier, già responsabile della pianificazione della U.S. Space Force e oggi direttore di Aerospace & Satellite Solutions di AWS, ha illustrato i risultati pratici. In un test con la startup italiana D-Orbit, elaborare i dati direttamente a bordo del satellite ha permesso di trasmettere a Terra solo le immagini realmente utili: il satellite ha continuato a soddisfare tutti i requisiti della missione usando il 42% in meno di banda. Liberando quella banda, lo stesso satellite può inviare quasi il doppio dei dati utili senza alcuna modifica all’hardware. Il vantaggio per le applicazioni militari è evidente (non a caso, il Department of Defense Space Strategy statunitense identifica lo spazio come dominio operativo a tutti gli effetti).
Gli Stati Uniti stanno inoltre sviluppando la Proliferated Warfighter Space Architecture (PWSA) della Space Development Agency (SDA): una costellazione di centinaia di piccoli satelliti in orbita bassa interconnessi otticamente. Una flotta progettata per garantire comunicazioni resilienti e rilevamento missilistico anche in caso di attacchi a infrastrutture terrestri. A dicembre 2025, la SDA ha assegnato contratti per circa 3,5 miliardi di dollari per la costruzione di altri 72 satelliti di tracciamento missilistico. La logica strategica è chiara: in uno scenario di conflitto, gli impianti e le installazioni a terra sono tra i primi obiettivi a essere colpiti. Una capacità di calcolo dislocata nello spazio, interconnessa otticamente e ridondante offre invece maggiore sicurezza e una continuità operativa difficilmente replicabile sulla Terra.
La Cina accelera: la Three-Body Computing ConstellationDagli Stati Uniti alla Cina. Come già accennato, il 14 maggio 2025 la Repubblica Popolare ha lanciato i primi 12 satelliti della Three-Body Computing Constellation, sviluppata dall’istituto di ricerca Zhejiang Lab e dall’azienda ADA Space di Chengdu. Ogni satellite offre 744 TOPS (tera-operazioni al secondo) e l’intera rete è progettata per espandersi fino a 2.800 satelliti, con una potenza computazionale complessiva di 1.000 peta-operazioni al secondo, paragonabile per ordine di grandezza ai supercomputer terrestri più potenti. I satelliti sono collegati da link laser inter-satellite (un collegamento che usa fasci di luce laser per trasmettere dati direttamente da un satellite all’altro), alimentati da pannelli solari e raffreddati passivamente dal vuoto, eliminando i costosi sistemi di raffreddamento a liquido dei data center terrestri.
Secondo un piano quinquennale citato dall’emittente televisiva cinese CCTV e ripreso dalla Reuters lo scorso 29 gennaio, la CASC (China Aerospace Science and Technology Corporation) ha annunciato la costruzione di un’infrastruttura digitale spaziale da un gigawatt di potenza, identificata come pilastro del 15° Piano Quinquennale cinese, integrando capacità cloud, edge computing e terminali per elaborare dati direttamente in orbita.
Il ruolo delle aziende privateC’è però da osservare che la corsa ai data center orbitali non è più una prerogativa dei governi. A novembre 2025, Starcloud ha lanciato il primo satellite equipaggiato con una GPU NVIDIA H100, realizzando la prima dimostrazione di addestramento IA direttamente in orbita. L’11 gennaio 2026, con la missione Twilight di SpaceX, sono arrivati in orbita i primi due nodi del data center orbitale della statunitense Axiom Space, sviluppati in collaborazione con la canadese Kepler Communications e collegati tramite link ottici da 2,5 Gbps.
Google, con il progetto Suncatcher, punta invece a una costellazione di satelliti dotati di TPU (i processori per l’intelligenza artificiale progettati da Google) alimentati da energia solare, con un primo test, in collaborazione con la società di San Francisco Planet Labs, previsto per il 2027. Secondo indiscrezioni, SpaceX starebbe preparando una generazione aggiornata dei satelliti della sua costellazione Starlink capace di ospitare carichi di calcolo, con link ottici inter-satellite a banda ultralarga.
A rendere economicamente plausibili delle infrastrutture permanenti in orbita è anche la riduzione dei costi di lancio, che – secondo uno studio della NASA – sono passati da circa 54mila dollari al chilogrammo con lo Space Shuttle a 2.700 dollari con il razzo riutilizzabile Falcon 9 della società spaziale di Elon Musk: una riduzione di venti volte in due decenni. Tuttavia, la gestione privata di sistemi potenzialmente critici introduce domande (per ora) senza risposta: a cominciare da chi sia responsabile in caso di violazione dei dati su un satellite commerciale.
Dal canto suo, l’Europa non dispone di un programma comparabile per il cloud orbitale. Il progetto IRIS² – 290 satelliti per comunicazioni sicure, contratto da 10,5 miliardi firmato nel dicembre 2024 con il consorzio SpaceRISE – non include infrastrutture di calcolo orbitale autonome. Sul fronte della ricerca, il progetto europeo ASCEND ha completato nel 2024 uno studio che conferma la fattibilità tecnica dei data center orbitali e si pone l’obiettivo di dispiegare 1 GW entro il 2050. ASCEND è guidato da Thales Alenia Space, joint venture tra Thales e Leonardo: la partecipazione dell’azienda italiana è il contributo più diretto del nostro paese a questo scenario.
C’è poi da notare che D-Orbit, startup comasca già protagonista del test AWS, è tra le realtà italiane più avanzate sul tema dell’elaborazione dati in orbita e ha sottoscritto contratti con l’ESA (l’Agenzia spaziale europea) nell’ambito della costellazione di osservazione IRIDE, finanziata con fondi PNRR. Ma l’Italia non ha un programma nazionale dedicato al cloud orbitale. Il rischio è quello già visto in altri ambiti digitali: competenze industriali elevate senza controllo sull’infrastruttura finale.
Vulnerabilità e limitiIl 24 febbraio 2022, all’ora esatta dell’invasione russa dell’Ucraina, un attacco informatico ha colpito la rete KA-SAT di Viasat (il gigante californiano delle telecomunicazioni satellitari), disabilitando decine di migliaia di modem satellitari in Ucraina e in Europa. Il malware usato – un wiper chiamato AcidRain – non ha violato nessun satellite in orbita, sfruttando invece una vulnerabilità VPN in server di gestione della rete fisicamente localizzati nel nord Italia, propagandosi fino a disabilitare 5.800 turbine eoliche in Germania. A maggio 2022, Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito e una dozzina di governi europei – inclusa l’Italia – hanno attribuito pubblicamente l’attacco al GRU, l’intelligence militare russa.
Il caso Viasat contiene una lezione che vale doppio per i data center orbitali: il punto più vulnerabile di un’infrastruttura spaziale non è il satellite. È tutto ciò che lo gestisce da Terra: stazioni di controllo, reti di uplink, sistemi di autenticazione, catena di fornitura dell’hardware. A questo si aggiunge un problema strutturale specifico dello spazio: il patching. Un data center terrestre può infatti ricevere una patch di sicurezza in pochi minuti. Un satellite in orbita bassa ha finestre di comunicazione limitate, banda ristretta e nessuna possibilità di intervento fisico. Se un sistema orbitale venisse compromesso, la risposta sarebbe strutturalmente più lenta e, in alcuni scenari, impossibile senza un nuovo lancio.
Jamming e spoofing GPS sono già operativi in zona di conflitto e documentati sistematicamente dall’Agenzia europea per la sicurezza aerea (EASA) nel Mar Nero, in Medio Oriente e nel Baltico: dimostrano che l’interferenza deliberata sulle infrastrutture spaziali è una realtà, non un’ipotesi. Un attacco a un sistema orbitale porterebbe le stesse complessità a un livello superiore: chi ha giurisdizione, chi può intervenire, con quali strumenti e in quale tempo utile.
Il vuoto normativoL’Outer Space Treaty del 1967 attribuisce allo Stato di lancio la giurisdizione e il controllo sugli oggetti spaziali, indipendentemente da dove operino. Ma questo trattato non contempla infrastrutture digitali, non regola la proprietà dei dati in orbita, non prevede meccanismi di applicazione in caso di violazione informatica.
A quasi sessant’anni dalla firma, non esiste nessun trattato internazionale che disciplini specificamente la protezione dei dati nello spazio. Nel 2019, dopo otto anni di negoziato, l’UN COPUOS (la Commissione delle Nazioni Unite sull’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico) ha adottato 21 linee guida per la sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali: volontarie, non vincolanti e relative a detriti, sicurezza operativa e traffico orbitale. La protezione dei dati non è contemplata.
Il primo segnale che la questione stia diventando urgente sul piano normativo è arrivato a gennaio di quest’anno: SpaceX ha depositato all’americana FCC (Federal Communications Commission) una richiesta per lanciare fino a un milione di satelliti definiti esplicitamente “orbital data centers”. Questo è il primo iter normativo al mondo che affronta direttamente il tema, ma riguarda una sola nazione e non tocca le questioni di giurisdizione sui dati.
Payal Arora, professoressa di IA inclusiva all’Università di Utrecht (Olanda), ha sintetizzato il problema in un’analisi pubblicata da Rest of World nel febbraio 2026: se i dati dei cittadini sono elaborati in orbita, la sovranità digitale “diventa ambigua”, sospesa tra il Paese d’origine, lo Stato di lancio e l’operatore commerciale del satellite. Nessuno dei meccanismi esistenti – né il diritto spaziale internazionale, né il diritto cyber nazionale, né i trattati di mutua assistenza giudiziaria – è stato progettato per rispondere a questi aspetti.
Per decenni il potere digitale è stato ancorato a piattaforme fisiche entro confini nazionali. Anche i cavi sottomarini, che trasportano oltre il 95% del traffico internet globale, hanno una giurisdizione di riferimento, con trattati, procedure e responsabilità definite. Il cloud orbitale rompe questo sistema. I dati possono essere archiviati ed elaborati in luoghi che nessuna autorità nazionale può raggiungere, né fisicamente né giuridicamente. In sostanza, per la prima volta, la localizzazione dei dati smette di coincidere con il territorio.
Come spiega
Jane Munga, ricercatrice per l’Africa al Carnegie Endowment for
International Peace, la sovranità tende a seguire la proprietà
dell’infrastruttura: chi non partecipa al suo possesso e alla sua
governance rischia di essere relegato a produttore di dati senza alcuna
capacità reale di controllo su come siano archiviati, elaborati o usati.
Un’incognita che sconfina dal campo dell’innovazione tecnologica.
Quello in corso è un passaggio epocale le cui conseguenze sono ancora da
scrivere. Il rischio è che si erigano infrastrutture informatiche
cruciali per nazioni, imprese e cittadini che superino la sovranità
digitale degli Stati. Senza che ci siano le regole per governarle.
17/09/2025
Così si resiste al tecnocapitalismo
Chi è Jathan Sadowski
Senior lecturer presso la Monash University di Melbourne (Australia), è esperto di economia politica e teoria sociale della tecnologia. Oltre al libro The Mechanic and the Luddite – A Ruthless Criticism of Technology and Capitalism, nel 2020 Sadowski ha pubblicato il libro Too Smart – How Digital Capitalism is Extracting Data, Controlling Our Lives, and Taking Over the World. Inoltre conduce il podcast This Machine Kills insieme a Edward Ongweso Jr. È anche autore e co-autore di diversi studi che indagano le conseguenze della tecnologia e della datificazione.
L’era del capitalismo tecnologico
Jathan Sadowski parte da alcuni presupposti. Il primo vuole che tecnologia e capitalismo non siano forze separate ma che si rafforzino in modo reciproco, con le persone relegate al ruolo di osservatori passivi, senza valutarne le ricadute politiche, economiche e sociali.
Il secondo presupposto vuole le tecnologie come forma di legislazione che crei regole, definisca diritti, stabilisca cosa è consentito e – a monte – delinei il tipo di società in cui viviamo. Con un impatto anche sul mondo fisico. I magazzini automatizzati sono ambienti costruiti per i robot e non per l’uomo, le strade su cui viaggiano le automobili a guida autonoma sono pensate per quel tipo di veicolo e, ancora, qualsiasi tecnologia futura avrà bisogno di un ambiente fisico adeguato e inedito.
Per definire il capitalismo tecnologico, Sadowski fa riferimento a un’idea ampia che si sofferma sugli algoritmi discriminatori, sulle piattaforme che trattano i dati degli utenti, anche i più sensibili, e sulle Big Tech che stipulano ricchi contratti con corpi militari. Tutto ciò porta in superficie le connessioni tra tecnologia e potere, così come mette in risalto la natura politica e le ricadute economico-sociali delle tecnologie.
Ciò che andrebbe osservato, e questo è un punto centrale nella narrazione di Sadowski, è il contesto nel quale alcune innovazioni vengono incentivate e altre scartate.
Il ruolo dei venture capitalist nell’innovazione capitalista
I venture capitalist, investitori privati che finanziano imprese in cambio di quote societarie, definiscono l’innovazione in base a ciò che si adatta ai rispettivi portafogli di investimento e allineano il progresso ai loro obiettivi di profitto.
Un modello – critica l’autore – sostenuto da sussidi governativi e agevolazioni fiscali e incentrato sull’ipercrescita (hypergrowth), selezionando startup e tecnologie che possono scalare e dominare il mercato esponenzialmente in breve tempo.
Per Sadowski la Silicon Valley siede al tavolo della roulette, decide su quale numero si fermerà la pallina e decide quanto scommettere. Può capitare che la mano non sia vincente ma – sul lungo periodo e sulla quantità di mani giocate – il saldo per i venture capitalist è sempre positivo.
Anche quando il mercato crolla, i venture capitalist al vertice sono in gran parte immuni dai rischi e ottengono comunque profitti significativi. Questo processo crea un “realismo dell’innovazione”, al cui interno il venture capital sembra l’unica via praticabile per sostenere l’innovazione.
Dati come capitale e la politica della datificazione
L’autore sostiene che le metafore popolari quali “i dati sono il nuovo petrolio” oscurano la vera natura dei dati, che non sono una risorsa naturale, ma sono sempre manufatti. Le aziende inquadrano i dati come una risorsa preziosa, disponibile universalmente e soggetta alle dinamiche di mercato, ma ciò vale solo per quelle imprese che possiedono le tecnologie speciali per scoprirli, estrarli, elaborarli e capitalizzarli.
I dati sono una forma di capitale essenziale per la produzione, estrazione e circolazione del valore nei sistemi digitali. Questo spinge le aziende a creare e catturare quanti più dati possibile, da tutte le fonti e con ogni mezzo.
Le acquisizioni aziendali, come l’acquisto di DoubleClick da parte di Google, LinkedIn da parte di Microsoft, WhatsApp da parte di Facebook (ora Meta, ndr) e OneMedical da parte di Amazon, sono spesso fusioni di dati.
Una smania per la datificazione che trasforma le persone in dati. Ciò trova conferma, secondo l’autore, per esempio nella ricerca sulla visione artificiale che tende a categorizzare gli esseri umani al pari di oggetti da rilevare, identificare e tracciare, spogliandoli così del loro contesto sociale e della loro umanità.
Un’astrazione che fa cadere eventuali resistenze etiche in chi implementa tecnologie di sorveglianza e giustifica – seppure indirettamente – la creazione di oligopoli che trovano forma nelle Big Tech, organizzazioni che fondano le rispettive potenze sui dati, sulla capacità computazionale e sul loro peso geopolitico che le mette in condizione di presentare le tecnologie prodotte al pari di asset strategici nazionali.
Il ruolo dei “meccanici” e dei “luddisti”
Per il professor Sadowski le parole “mechanic” e “luddite” sono da intendere in un contesto critico. Entrambi, in senso metaforico, incarnano un modo di vivere il capitalismo tecnologico. I “mechanic”, i meccanici, sono le persone che coltivano curiosità su come il mondo funziona, mentre i “luddite” (i luddisti) hanno posizioni più consapevoli delle funzioni intrinseche della tecnologia.
Il termine luddista prende origine dal movimento nato nel Regno Unito durante i primi anni del 1800 che, preoccupato dagli impatti dei macchinari industriali sul lavoro degli artigiani, ha ingaggiato una lotta contro le fabbriche, accusandole di peggiorare le condizioni di vita.
Tanto all’epoca quanto oggi, i luddisti non sono refrattari alle tecnologie in quanto tali ma alle loro implicazioni. Il luddismo odierno è un movimento molto più complesso di quello che, nel XIX secolo, il governo britannico ha represso con la violenza e con leggi ad hoc.
In sintesi, il meccanico comprende come funziona un sistema, mentre il luddista sa perché è stato costruito, a quali scopi serve e quando dovrebbe essere smantellato o distrutto. Entrambi i modelli, sostiene Sadowski, sono cruciali per una critica puntuale del tecno-capitalismo.
Abbiamo approfondito queste posizioni con l’autore del libro.
Nel libro emerge un panorama in cui le tecnologie sono sempre più opache (il fenomeno della “scatola nera”), complesse e dominate da interessi aziendali e statali che limitano l’agire umano. Si tratta di uno sviluppo contemporaneo o di un modello ricorrente?
“L’idea delle tecnologie come una ‘scatola nera’ esiste da tempo ed è stata a lungo rilevante. È un modello ricorrente nel modo in cui le tecnologie sono progettate e utilizzate. Una scatola nera in cui possiamo vedere gli input e gli output di una tecnologia, di un sistema o di un’organizzazione, ma non possiamo vedere o capire come la cosa effettivamente operi. Se mai, la scatola è diventata semplicemente più opaca col passare del tempo. Che si tratti di intelligenza artificiale o di strumenti finanziari, i meccanismi interni di questi sistemi, che hanno un enorme potere nella società, sono schermati da strati di opacità. Certo, questi sistemi astratti sono complessi, ma sono anche mistificati per design. Ci viene detto che solo pochi eletti sanno come sono stati creati, e ancora meno sanno come effettivamente funzionino. Il risultato è che alla grande maggioranza delle persone viene impedito di conquistare la posizione minacciosa di sapere come le cose funzionano, dire di no al modo in cui funzionano ora e poi pretendere che funzionino diversamente.
Consideriamo un modello di machine learning che sta alla base di un sistema di IA. Ora non possiamo nemmeno vedere o comprendere gli input che entrano nel modello perché si tratta di dataset enormi raccolti tramite scraping automatico del web e altre forme di raccolta dati. Nessun essere umano ha mai effettivamente spulciato questi dataset nella loro interezza. Forse qualcuno ha visto solo parti dei dati, o ha solo un’idea generale di che tipo di dati siano inclusi nel dataset. Ma, funzionalmente, il dataset (o input nel sistema) è anch’esso una scatola nera. Le operazioni del modello di machine learning sono anch’esse ‘black-boxed’ poiché questi sistemi computazionali hanno strati nascosti di calcoli probabilistici in cui neppure il creatore della tecnologia sa esattamente cosa stia succedendo. Per di più, persino gli output di questi sistemi sono ora scatole nere: le decisioni prese da questi sistemi di IA e, le loro conseguenze sulla vita delle persone, sono nascoste alla vista del pubblico.
Un decennio fa (era il 2016, nda), il giurista Frank Pasquale scrisse un eccellente libro intitolato The Black Box Society in cui spiegava come le scatole nere si stiano moltiplicando nelle nostre vite grazie a modi tecnici, legali, politici e sociali. Le scatole nere mantengono nascoste le operazioni di questi sistemi.
Quindi, sebbene il fenomeno delle tecnologie a scatola nera sia un modello ricorrente, possiamo sempre più vedere come quelle scatole stanno ora diventando ancora più grandi, inglobando più parti del sistema”.
Parliamo dei venture capitalist che plasmano il capitalismo tecnologico anche gonfiando in modo artificioso gli asset speculativi. Come possiamo spezzare questo ciclo dell’hype? Cosa servirebbe per orientare l’innovazione verso il benessere sociale piuttosto che verso l’accumulazione di capitale?
“Le nostre aspettative sul futuro sono molto importanti per influenzare dove allocare le risorse e per modellare come e perché costruiamo le tecnologie. Le aspettative sono anche performative del futuro. Andrebbero pensate come prove generali per futuri potenziali che non sono ancora arrivati. Le nostre aspettative creano anticipazione riguardo al futuro e possono aiutare a motivare l’azione nel presente. È per questo che la Silicon Valley spende così tanto tempo e denaro cercando di modellare le nostre aspettative in modi molto specifici che si allineano ai loro desideri e favoriscono i loro interessi. Ecco cosa sono i cicli dell’hype: sono il business della gestione delle aspettative.
Gli investimenti speculativi – come quelli che sono la specialità dei venture capitalist e degli imprenditori tecnologici – dipendono dall’hype, dal creare aspettative e motivare all’azione. Questa speculazione è un modo di ricavare valore e profitto da cose che non sono ancora accadute e che potrebbero non accadere mai. Il futuro potrebbe sempre non materializzarsi nel modo in cui la Silicon Valley lo immagina, ma proprio questa incertezza è un elemento cruciale della performance. Significa che la partecipazione del pubblico è necessaria. Nel mio libro chiamo questo il Tinkerbell Effect: le tecnologie speculative esistono solo se ci crediamo abbastanza e battiamo le mani abbastanza forte. Se smettiamo di crederci e smettiamo di applaudire, allora possono cominciare a svanire, diventando sempre più immateriali fino a sparire. Anche investire miliardi di dollari non garantisce la realizzazione di un sogno se le persone smettono di alimentarlo con la loro energia psichica. Gli esempi ci sono, si chiamano Metaverso (un ricordo lontano), Web3 oppure Google Glass (in realtà mai visti davvero sul mercato).
Questa natura effimera dell’hype è anche un punto chiave di intervento. Attualmente, molti dei benefici della tecnologia avvengono in modo accidentale e ‘a cascata’. Il loro scopo principale è catturare mercati e creare profitti per grandi aziende. Ci viene detto che questo è l’unico modo possibile e che non dovremmo aspettarci nulla di diverso o migliore. Ma potremmo fare molta strada per orientare l’innovazione in direzioni diverse semplicemente avendo aspettative più alte su come le tecnologie vengono create e a quali scopi servono”.
I dati tendono a ridurre le persone a oggetti. Questo processo, intrinseco ai sistemi di intelligenza artificiale, è oggi estremamente rilevante. Quali interventi politici e sociali ritiene necessari per garantire che le tecnologie basate sui dati vengano sviluppate in modi che rispettino la dignità umana? A suo avviso, quali aspetti del capitale umano dovrebbero rimanere al di fuori della portata della datificazione?
“Le nuove tecnologie possono catturare quantità di dati così vaste da risultare incomprensibili, ma quei dati sul mondo resteranno sempre incompleti. Nessun sensore o sistema di scraping può assorbire e registrare dati su tutto. Ogni sensore, invece, è progettato per raccogliere dati su aspetti iper-specifici. Ciò può sembrare banale, come un termometro che può restituire un numero sulla temperatura, ma non può dirti che cosa si provi davvero con quel clima. Oppure può essere più significativo, come un algoritmo di riconoscimento facciale che può identificare la geometria di un volto, ma non può cogliere l’umanità soggettiva e il contesto sociale della persona. I dati non potranno mai rappresentare ogni fibra dell’essere di un individuo, né rendere conto di ogni sfumatura della sua vita complessa.
Ma non è questo lo scopo né il valore dei dati. Il punto è trasformare soggetti umani integrati in oggetti di dati frammentati. Infatti, ci sono sistemi che hanno l’obiettivo di conoscerci in modo inquietante e invasivo, di assemblare questi dati e usarli per alimentare algoritmi di targeting iper-personalizzati. Se questi sistemi non stanno cercando di comporre un nostro profilo completo e accurato possibile, allora qual è lo scopo?
Ecco però un punto importante: chi estrae dati non si interessa a noi come individui isolati, ma come collettivi relazionali. I nostri modi di pensare la raccolta e l’analisi dei dati tendono a basarsi su idee molto dirette e individualistiche di sorveglianza e informazione.
Ma oggi dobbiamo aggiornare il nostro modo di pensare la datificazione – e le possibili forme di intervento sociopolitico in questi sistemi guidati dai dati – per includere ciò che la giurista Salomé Viljoen chiama “relazioni orizzontali”, che non si collocano a livello individuale, ma a scala di popolazione. Si tratta di flussi di dati che collegano molte persone, scorrono attraverso le reti in modi tali che le fonti, i raccoglitori, gli utilizzatori e le conseguenze dei dati si mescolano in forme impossibili da tracciare se continuiamo a ragionare in termini di relazioni più dirette e individualistiche.
Nel libro spiego che questa realtà delle reti di dati orizzontali indebolisce l’efficacia di interventi troppo concentrati sulla scala dei diritti individuali, piuttosto che sulla giustizia collettiva. Se vogliamo salvaguardare la dignità umana contro la datificazione disumanizzante, allora possiamo farlo solo riconoscendo come i diritti e la sicurezza di tutti i gruppi siano interconnessi attraverso queste reti guidate dai dati. In altre parole, la dignità e la sicurezza di un gruppo di persone colpite da sorveglianza e automazione è legata alla dignità e alla sicurezza di tutte le persone all’interno di questi vasti sistemi sociotecnici che letteralmente connettono ciascuno di noi”.
Nel libro esprime il concetto di “IA Potemkin” per descrivere l’illusione di un’automazione che in realtà nasconde enormi quantità di lavoro umano. Un inganno per utenti, investitori e opinione pubblica: che cosa è esattamente questa illusione?
“Ci sono tantissime affermazioni altisonanti sulle capacità dei sistemi di intelligenza artificiale. Ci viene fatto credere che queste tecnologie ‘intelligenti’ funzionino unicamente grazie ai loro enormi dataset e alle reti neurali.
In realtà, molte di queste tecnologie non funzionano – e non possono funzionare – nel modo in cui i loro sostenitori dichiarano. La tecnologia non è abbastanza avanzata. Al contrario, molti sistemi dipendono pesantemente dal lavoro umano per colmare le lacune delle loro capacità. In altre parole, il lavoro cognitivo che è essenziale per queste presunte macchine pensanti, proviene in realtà da uffici pieni di lavoratori (mal retribuiti) in popolari destinazioni di outsourcing come le Filippine, l’India o il Kenya.
Ci sono stati diversi esempi di alto profilo, come la startup Builder.AI, che affermava di automatizzare il processo di creazione di app e siti web. Un’indagine ha rivelato che il sofisticato ‘sistema di AI’ della startup sostenuta da Microsoft e valutata 1,5 miliardi di dollari era in realtà alimentato da centinaia di ingegneri software in India, istruiti a fingersi l’IA della società quando interagivano con i clienti.
Esempi come questo sono così frequenti che ho coniato il termine IA Potemkin per descriverli. Potemkin si riferisce a una facciata progettata per nascondere la realtà di una situazione (da il villaggio Potemkin, ndr). L’IA Potemkin è collegata al concetto di ‘black boxing’, ma spinge l’occultamento fino alla vera e propria ingannevolezza. Lo scopo non è solo nascondere la realtà, ma mentire sulla realtà delle capacità di una tecnologia, per poter affermare che un sistema sia più potente e prezioso di quanto non sia in realtà.
Invece di riconoscere e valorizzare pienamente il lavoro umano, da cui queste tecnologie dipendono, le aziende possono continuare a ignorare e svalutare i componenti umani indispensabili dei loro sistemi. Con così tanti soldi e così poco scetticismo che vengono pompati nel settore tecnologico, l’inganno dell’IA Potemkin continua a crescere a ogni nuovo ciclo di hype della Silicon Valley”.
Per concludere, il capitale può eliminare il lavoro umano senza finire, alla lunga, per distruggere sé stesso?
“Il capitalismo è un sistema definito da molte contraddizioni che minacciano costantemente di distruggerne le fondamenta e lo gettano di continuo in cicli di crisi. Una contraddizione importante che individuo nel libro è la ricerca del capitale di costruire quella che chiamo la ‘macchina del valore perpetuo’. In breve, questa macchina sarebbe un modo per creare e catturare una quantità infinita di plusvalore senza dover dipendere dal lavoro umano per produrlo. Il capitale persegue questa ricerca da centinaia di anni. Ha motivato enormi quantità di investimenti e innovazioni, nonostante non si sia mai avvicinato a realizzare davvero il sogno di produrre plusvalore senza le persone. Ciò che rende questa una contraddizione è il fatto che gli esseri umani non sono una componente accessoria della produzione di valore; il lavoro umano è parte integrante della produzione di plusvalore.
L’IA è l’ultimo – e forse il più grande – tentativo di creare finalmente una macchina del valore perpetuo. Gran parte del discorso sull’automazione, e ora sull’intelligenza artificiale, si concentra sulle affermazioni secondo cui il lavoro umano verrà sostituito da lavoratori robotici, con l’assunzione che si tratti di una sostituzione diretta dei corpi organici con sistemi artificiali, entrambi intenti a fare esattamente la stessa cosa, solo in modi diversi e con intensità diverse.
Tuttavia, a un livello fondamentale, l’idea di una macchina del valore perpetuo non può riuscire, perché si basa su un fraintendimento del rapporto tra la produzione di valore e il funzionamento della tecnologia. Il capitale equipara una relazione – gli esseri umani che usano strumenti per produrre valore – a un’altra relazione completamente diversa: gli strumenti che producono valore (con o senza esseri umani).
Dal punto di vista del capitale, il problema degli esseri umani è che non sono macchine. Aziende come Amazon non vogliono rinunciare alla fantasia di una macchina del valore perpetuo, ma sanno anche che ci sono molte più alternative che sostituire direttamente gli uomini con le macchine: si possono anche gestire i lavoratori tramite le macchine, renderli subordinati alle macchine e, in ultima analisi, farli diventare sempre più simili a macchine.
Questo è un punto cruciale per ripensare il potere dell’IA per il capitalismo e per capire perché le aziende stanno riversando più di mille miliardi di dollari nella costruzione dell’IA. Ai loro occhi, il futuro del capitalismo dipende dall’uso dell’IA per sostituire gli esseri umani come unica fonte di plusvalore o, se questo obiettivo fallisse, dall’obbligare i lavoratori a trasformarsi in oggetti, semplici estensioni delle macchine, costringendo le persone a diventare sempre più meccaniche nel modo in cui lavorano e vivono”.
Fonte
22/02/2024
Due facce della stessa medaglia: Big Tech e industria militare
Uno studio di Dario Guarascio della Sapienza di Roma, Andrea Coveri dell’Università di Urbino e Claudio Cozza dell’Università di Napoli Parthenope analizza come queste piattaforme «hanno assunto il ruolo di partner indispensabile nelle attività militari e legate alla sicurezza». Ne abbiamo parlato con Dario Guarascio.
La vostra ricerca evidenzia come negli anni siano cresciuti esponenzialmente gli investimenti delle agenzie militari e di sicurezza nelle grandi compagnie digitali. Cosa comporta?
Il primo driver del potere delle grandi piattaforme digitali è il controllo di infrastrutture e tecnologie critiche nell’ambito dell’archiviazione dei dati. Un ambito molto rilevante per spiegare perché sono così potenti, da dove vengono e perché è così difficile mettere in discussione il loro potere.
Il motivo del rapporto peculiare che hanno con gli stati e in particolare con le agenzie militari è semplice: in primo luogo le piattaforme stesse sono il risultato di investimenti e attività di ricerca e sviluppo degli apparati militari. Senza questi ultimi non esisterebbero le conoscenze e le tecnologie di base su cui si è sviluppato internet, e che sono poi state trasferite a una manciata di imprese: le Big Tech odierne.
In secondo luogo le infrastrutture, le tecnologie – pensiamo al cloud, all’IA, al quantum computing – sono in buona misura controllate dalle grandi piattaforme che possiedono i brevetti. In questi ambiti le competenze sono complementari alle tecnologie, sono firm specific – proprie di una determinata compagnia – quindi diventano molto difficili da trasferire e da interpretare al di fuori dell’impresa.
Che così ha una leva molto forte da esercitare anche nei confronti dello Stato. Questo è particolarmente vero perché oggi le guerre sono in buona misura digitali: se si vuole colpire a distanza, sventare un cyber attacco o perpetrarne uno difficilmente si può fare a meno dell’alleanza con le grandi piattaforme.
Lo evidenzia la crescita esponenziale del numero di contratti e l’ammontare delle risorse che negli ultimi 15 anni gli sono state destinate. E il numero di progetti che delegano loro la gestione di servizi critici come il cloud per la Difesa.
Ci sono inoltre le cosiddette revolving doors: molti membri dei consigli di amministrazione delle Big Tech – non ultimo l’ex amministratore delegato di Alphabet (Google) – transitano nelle agenzie pubbliche della Difesa, della sicurezza o dell’intelligence che si occupano di sviluppare tecnologie a scopi militari.
È notizia recente che un generale americano, direttore della Nsa per più di dieci anni, ora è nel board di Amazon. Azienda che con i suoi servizi cloud è tra gli oligopolisti che dominano questo settore nevralgico.
Fate l’esempio di Elon Musk e dell’impiego di Starlink nella guerra in Ucraina, che aggiunge un elemento di problematicità: entra in campo la discrezionalità di un singolo privato, come ha dimostrato la sua decisione di spegnere i satelliti quando avrebbero potuto facilitare un attacco in Crimea.
Il protagonismo dei grandi imprenditori digitali come Musk sembra essere in qualche modo una riedizione nei tempi contemporanei di contraddizioni antiche del capitalismo e di una crasi inquietante tra capitale monopolistico e potere pubblico nelle sue forme più violente.
Il fatto che un soggetto come Musk operi in modo spericolato, cercando di portare pezzi dell’establishment americano a suo vantaggio, ma sfruttando anche i legami autonomi che ha con soggetti pubblici di paesi relativamente in conflitto con gli Stati Uniti ne è una manifestazione: è un soggetto che gioca un ruolo quasi monopolistico.
Quella dei mini satelliti è un’industria parallela e ancillare a quella digitale, dove Musk è presente con uno dei pezzi fondamentali dell’ecosistema dei social network, X. Inoltre ha modificato radicalmente il settore dell’aerospazio e anche il rapporto tra pubblico e privato in quel settore.
Come mai la voce di spesa principale delle agenzie militari e di sicurezza è il cloud?
Perché cloud significa dati. Tutti i servizi tecnologicamente più avanzati si basano sui dati, prima fra tutti l’intelligenza artificiale.
In ambito civile, chi domina la frontiera del cloud è avvantaggiato nella predizione dei consumi, dell’incontro tra domanda e offerta, nella gestione di attività in ambito commerciale che da un lato allargano il mercato e dall’altro consolidano il potere dei soggetti che controllano queste tecnologie.
In ambito militare significa una maggiore efficacia dei sistemi di sorveglianza, riconoscimento facciale, combinazioni di fonti diverse – immagini, suoni, testo – a scopi securitari.
All’esterno, pensiamo agli Stati Uniti, significa invece avere “occhi e orecchie” sia nei paesi “rivali” che in quelli interni alla loro sfera di influenza. Primi fra tutti i paesi europei dove molti sono stati gli scandali e le cause derivanti dal fatto che le grandi piattaforme americane sono dei collettori di dati e dei terminali, attraverso cui le informazioni possono essere trasferite anche agli apparati di intelligence e sicurezza.
Nei paesi con cui invece la relazione è conflittuale le tecnologie di cui dispongono le piattaforme e soprattutto i sistemi di cloud diventano la rete da pesca attraverso cui ottenere informazioni rilevanti in un’ottica di intelligence.
Infine l’ecosistema innovativo del cloud, poiché il processo di crescita in questo contesto si caratterizza per cumulativi – chi controlla il potere è destinato a consolidarlo – fa sì che molto difficilmente le grandi piattaforme possano essere messe in discussione da startup con una qualche soluzione tecnologica innovativa.
Nel 90% dei casi vengono fagocitate dalle Big Tech. Quindi, da questo punto di vista lo Stato è costretto a trasferire risorse a chi monopolizza queste tecnologie
E questa interdipendenza fa sì, come scrivete, che il governo americano non abbia alcun interesse a limitare le strategie espansionistiche delle Big Tech.
Sono oramai 15 anni che da più parti si denunciano i rischi e le implicazioni negative di una concentrazione di potere tecnologico ed economico come quello rappresentato dalle Big Tech. Ma se i soggetti protagonisti di questa concentrazione di potere diventano partner essenziali e irrinunciabili dello Stato, per il perseguimento di obiettivi vitali come quelli relativi alla difesa e alla sicurezza, risulta difficile immaginare che si possa mettere in discussione questo potere.
Ormai una decina di anni fa la senatrice Usa Elizabeth Warren aveva provato a dire che bisognava spezzare a metà, o in tre, queste società, come successe con l’oligopolio delle telecomunicazioni o all’inizio del Novecento, quando è nata la disciplina antitrust con lo Sherman Act.
Il problema in più da questo punto di vista è che c’è una trasversalità settoriale molto più pervasiva rispetto alle vecchie multinazionali. Inoltre, le tecnologie digitali non sono sviluppate in un contesto neutrale, dove si scandagliano tutti gli esiti possibili e l’obiettivo è il benessere generale.
Chi ha le risorse e le investe per la ricerca e lo sviluppo di queste tecnologie sono di fatto due attori: un blocco oligopolistico che mira a preservare lo status quo e la sua controparte militare.
Come si inserisce questo discorso nello scontro fra Stati Uniti e Cina?
Qualche anno fa, quando Huawei era sul punto di ottenere delle commesse rilevanti per l’infrastrutturazione digitale in Europa, c’è stato uno scontro diplomatico ai massimi livelli. E l’accordo è stato impedito: una manifestazione plastica di questo conflitto.
Un’altra sono le norme statunitensi che vietano alle imprese americane ed europee di esportare in Cina le componenti necessarie per realizzare i semiconduttori di ultima generazione necessari per far funzionare le tecnologie di intelligenza artificiale – quindi contravvenendo alla logica della globalizzazione, del libero mercato, che viene contraddetta ogni qual volta le necessità capitalistiche sono di ordine diverso.
Poco tempo fa The Intercept ha scritto che OpenAI ha rimosso dalla sua policy ogni riferimento al divieto di impiegare le sue tecnologie per scopi militari.
Mi sembra una sorta di segreto di Pulcinella: OpenAI di fatto è Microsoft. E Microsoft, più di Amazon, è il principale fornitore e partner del ministero della Difesa Usa in fatto di tecnologie digitali. I carri armati forniti dagli Stati Uniti che operano oggi in Ucraina e i visori dei militari sono forniti da Microsoft e dotati di tecnologie avveniristiche.
OpenAi viene da lì e quindi non deve stupirci il fatto che questa sia la direzione che sta seguendo. Deve forse però farci riflettere sulla necessità di avere una prospettiva autonoma, consapevole e sufficientemente informata, su cosa sono queste tecnologie, come si stanno sviluppando e dove potrebbero dirigersi.
Lo dico perché negli ultimi mesi abbiamo sentito dichiarazioni sulla necessità di preservare il genere umano dai rischi dell’intelligenza artificiale da parte di coloro che hanno portato questo settore a svilupparsi nel modo che vediamo, e le scelte che stanno facendo dimostrano che è in corso un processo per garantire e consolidare il potere di cui godono i soggetti principali che vi operano, tra cui Microsoft.
Fonte
16/11/2020
Covid-19. “Il governo fornisca dati più attendibili”. Una scelta non rinviabile
Già il 23 ottobre in un intervento su La Repubblica Parisi aveva affermato che “A partire dal 5 ottobre i nuovi casi raddoppiano ogni settimana. Ed è ormai consolidato il rapporto tra nuovi casi e numero di morti: i decessi sono proporzionali ai contagi con una settimana di ritardo. In particolare, c’è un rapporto di uno a ottanta, un decesso ogni 80 contagi. Ragionevolmente, i quasi 20mila nuovi casi di oggi corrisponderanno a circa 250 morti di venerdì prossimo. Se dunque le misure prese nei giorni scorsi non dovessero rallentare questa tendenza, basta un po′ di aritmetica per calcolare che a metà novembre ci ritroveremo con 500 morti al giorno”. Questo aveva spiegato a ottobre il presidente dell’Accademia dei Lincei, e i fatti sembrano avergli dato ragione.
Qualche giorno, anche sulle pagine di Contropiano, avevamo dato conto della contestazione dei dati forniti dal Comitato Tecnico Scientifico da parte della Fondazione Gimbe e del suo presidente Nino Cartabellotta.
Da una decina di giorni è partita la campagna DatiBeneComune che, al primo di una piattaforma di cinque punti, chiede al governo di rendere disponibili, aperti, interoperabili (machine readable) e disaggregati tutti i dati comunicati dalle Regioni al Governo dall’inizio dell’epidemia per monitorare e classificare il rischio epidemico (compresi tutti gli indicatori di processo sulla capacità di monitoraggio, di accertamento e quelli di risultato). Fare lo stesso per tutti i dati che alimentano i bollettini con dettaglio regionale, provinciale e comunale, della cosiddetta Sorveglianza integrata COVID-19 dell’Istituto Superiore di Sanità e i dati relativi ai contagi all’interno dei sistemi, in particolar modo scolastici. Tutti i dati devono riportare la data di trasmissione e aggiornamento.
Infine, ma questo lo aggiungiamo noi, non è più possibile consentire alle Regioni di raccogliere e diffondere dati in modo diverso tra loro. Serve un criterio unico e centralizzato valido da Bolzano ad Agrigento. Tra i guasti del regionalismo a questo punto va aggiunto anche quest’ultimo.
Fonte