Il nuovo equilibrio mondiale si sta costruendo contemporaneamente in più geografie del Sud globale. Dall’Iran al Messico, dalla Patagonia al Cile, dal Venezuela a Cuba, emerge un tratto comune: la rivendicazione della sovranità nazionale contro le nuove forme di imperialismo politico, economico e militare. Non si tratta di episodi isolati, ma di un processo storico nel quale i BRICS sono chiamati ad assumere una responsabilità ben più ampia di quella economica.
L’aggressione militare statunitense contro la Repubblica Islamica dell’Iran ha rappresentato uno spartiacque. Il silenzio di molte cancellerie e la prudenza di alcuni Paesi emergenti hanno mostrato i limiti dell’attuale architettura multipolare.
Se i BRICS vogliono realmente rappresentare un’alternativa all’ordine unipolare, non possono limitarsi alla cooperazione commerciale o alla costruzione di strumenti finanziari autonomi: devono affermare con chiarezza il principio dell’inviolabilità della sovranità degli Stati e del rifiuto delle guerre di aggressione.
La multipolarità, senza una comune politica di pace e di difesa del diritto internazionale, rischia di ridursi a una semplice redistribuzione del potere economico.
La questione iraniana, dunque, non riguarda soltanto Teheran. Riguarda la possibilità stessa di costruire un ordine internazionale nel quale nessuna potenza possa arrogarsi il diritto di decidere unilateralmente quali governi possano esistere, quali economie possano svilupparsi e quali popoli possano essere sottoposti a sanzioni, bombardamenti o destabilizzazioni.
L’America Latina contro il ritorno della Dottrina Monroe
Questo stesso conflitto attraversa oggi l’America Latina. Il Messico di Claudia Sheinbaum ha lanciato un messaggio destinato a tutta la regione. La decisione di Washington di classificare i cartelli della droga come organizzazioni terroristiche non può diventare il pretesto giuridico per interventi militari oltre frontiera. Dietro la retorica della sicurezza si cela infatti il rischio della riattivazione della storica dottrina dell’intervento negli affari interni dei Paesi latinoamericani.
La risposta messicana difende non soltanto il proprio territorio, ma un principio fondamentale del diritto internazionale che riguarda l’intero continente: nessuna emergenza, neppure quella legata alla criminalità organizzata, può trasformarsi in una licenza per violare la sovranità di uno Stato.
La vecchia Dottrina Monroe sembra così riaffacciarsi in forme nuove. Non più soltanto attraverso invasioni militari dirette, ma mediante pressioni economiche, sanzioni, operazioni di destabilizzazione, controllo delle risorse strategiche e costruzione di governi politicamente subordinati agli interessi statunitensi.
Patagonia e Cile, la nuova frontiera geopolitica
Più a sud, la Patagonia e il Cile rappresentano un’altra frontiera della contesa geopolitica. Non è soltanto uno scontro elettorale tra destra e sinistra: è il confronto fra due modelli di sviluppo e di sovranità.
L’avanzata dell’ultradestra, incarnata dall’asse ideologico che lega Javier Milei in Argentina e José Antonio Kast in Cile all’eredità politica del pinochettismo, propone un modello fondato sulla privatizzazione delle risorse naturali, sulla finanziarizzazione dei beni comuni e su un forte allineamento agli interessi geopolitici occidentali.
In gioco vi sono il litio, l’acqua, le immense riserve energetiche, le terre rare, le risorse minerarie e le rotte australi che fanno della Patagonia uno dei territori strategicamente più importanti del XXI secolo. La difesa della sovranità latinoamericana passa dunque anche dalla capacità dei popoli di impedire che le proprie ricchezze naturali vengano trasformate in una riserva strategica al servizio delle grandi multinazionali e delle potenze imperialiste.
Le lotte per la sovranità energetica, per la difesa dei territori indigeni e per il controllo pubblico delle materie prime si intrecciano così con i processi di integrazione latinoamericana promossi da ALBA, CELAC e BRICS.
Il Venezuela e il tradimento del chavismo
Dentro questo scenario non si può ignorare la drammatica parabola del Venezuela, soprattutto dopo l’attacco imperialista del 3 gennaio, il rapimento di Nicolás Maduro e Cilia Flores e le successive concessioni della vicepresidente ad interim Delcy Rodríguez al governo degli Stati Uniti.
Quello che appare sempre più evidente è il rischio di un tradimento del progetto originario del chavismo da parte di una nuova direzione politica che, in nome della necessità di sopravvivere alla crisi, sembra accettare compromessi sempre più profondi con Washington. Gli accordi energetici recentemente conclusi con gli Stati Uniti, accompagnati da una crescente apertura del settore petrolifero al capitale straniero, pongono una questione politica che va ben oltre la gestione dell’emergenza economica.
Il problema non è soltanto economico, ma riguarda l’identità stessa della Rivoluzione bolivariana. Il chavismo era nato come progetto di sovranità nazionale, redistribuzione della ricchezza, controllo pubblico delle risorse strategiche e costruzione di un’America Latina autonoma dagli Stati Uniti. Se oggi, dopo anni di scontro e di resistenza, la nuova leadership venezuelana accetta una subordinazione crescente agli interessi energetici e geopolitici di Washington, il rischio è che venga svuotato proprio il significato storico della lotta di Hugo Chávez.
Non si tratta di negare la necessità di riaprire relazioni internazionali, attirare investimenti o rilanciare l’economia venezuelana. Una cosa è utilizzare la diplomazia per rompere l’isolamento e ottenere margini di manovra; altra cosa è trasformare la necessità in una nuova dipendenza. È questa la linea di demarcazione sulla quale si misura oggi la fedeltà al chavismo.
Portare il nome di Chávez non significa necessariamente portare avanti il suo progetto. Il vero lascito della Rivoluzione bolivariana dovrebbe essere la difesa della sovranità, dell’indipendenza economica, dell’integrazione latinoamericana e del diritto del popolo venezuelano a decidere autonomamente il proprio destino.
Cuba e Iran, due fronti della stessa aggressione
Cuba e Iran vivono due forme diverse della medesima aggressione: l’una attraverso il bloqueo economico genocida, mediante sanzioni, minacce militari e destabilizzazione, e l’altro attraverso dure sanzioni economiche e una guerra militare di sterminio, che sta vedendo una grande resistenza e gli Stati Uniti impantanati in un nuovo Vietnam. La risposta deve essere comune, politica e organizzata all’interno del progetto multipolare dei BRICS.
È proprio questo il punto che deve essere compreso quando si parla di Sud globale. Non siamo davanti a crisi separate, ma a differenti manifestazioni di una stessa struttura di potere. Cuba viene strangolata economicamente perché ha scelto un modello politico indipendente; l’Iran viene colpito perché occupa una posizione strategica decisiva nella costruzione del nuovo equilibrio multipolare. In entrambi i casi, la posta in gioco è la sovranità.
Per questo il silenzio dei BRICS davanti alle aggressioni contro i Paesi che resistono all’ordine unipolare non può diventare la normalità. La costruzione di un mondo multipolare richiede una solidarietà politica concreta, capace di trasformare la cooperazione economica in uno strumento di protezione collettiva.
Cuba, il bloqueo e l’assedio alla Rivoluzione
Cuba non sta semplicemente affrontando una crisi economica. Sta resistendo a un genocidio economico, costruito attraverso oltre sessant’anni di bloqueo statunitense e oggi aggravato dalla complicità politica e finanziaria dell’Unione Europea, che continua ad allinearsi alle sanzioni extraterritoriali di Washington invece di difendere realmente il diritto internazionale e la sovranità dei popoli.
Il blocco non è una semplice misura diplomatica: è un’arma di guerra economica. Colpisce il diritto alla salute, all’alimentazione, all’energia, ai trasporti, alla ricerca scientifica e allo sviluppo. È una delle forme più sofisticate dell’imperialismo contemporaneo, perché tenta di piegare un popolo attraverso la scarsità, l’isolamento finanziario e la privazione delle risorse necessarie alla vita quotidiana.
La Rivoluzione cubana ha compreso da tempo che la sicurezza nazionale non coincide soltanto con le armi. Difendere la sovranità significa garantire scuole, ospedali, energia, ricerca e produzione alimentare. È precisamente questo che il bloqueo tenta di impedire.
Le parole di Abel Prieto, secondo cui “combattiamo contro un nemico molto potente, ma non onnipotente”, sintetizzano la consapevolezza di un popolo che continua a resistere nonostante l’enorme pressione esterna. Cuba continua a produrre cultura, medicina, solidarietà internazionale e dignità, dimostrando che la resistenza non è soltanto militare, ma anche sociale, culturale e politica.
Cuba verso i BRICS
In questa prospettiva, la richiesta cubana di ottenere il sostegno della Russia per entrare a pieno titolo nei BRICS assume un’importanza strategica. Cuba è già Paese partner del gruppo e punta a trasformare questa relazione in una vera integrazione politica ed economica.
L’Avana ha inoltre indicato nella nuova fase di apertura economica un elemento favorevole all’integrazione nel gruppo, sostenendo che le riforme possano creare maggiori opportunità per gli investimenti esteri e per una cooperazione più stretta con le economie dei BRICS.
L’ingresso pieno nei BRICS consentirebbe a Cuba di rafforzare i propri legami economici e finanziari con un insieme di Paesi che rappresenta una parte crescente dell’economia mondiale e che può offrire strumenti alternativi rispetto ai circuiti finanziari dominati dal dollaro.
Ma l’obiettivo non può essere soltanto quello di trovare nuovi investitori. Per Cuba, l’integrazione nei BRICS dovrebbe rappresentare soprattutto la possibilità di spezzare progressivamente l’isolamento imposto dal bloqueo e di costruire nuove relazioni economiche fondate sulla cooperazione e sulla reciprocità.
Il Sud globale davanti alla scelta decisiva
Dall’Iran al Messico, dal Venezuela a Cuba, dalla Patagonia al Cile, il Sud globale si trova davanti a una scelta decisiva. Da una parte c’è la possibilità di continuare a essere frammentato, sottoposto alle pressioni delle grandi potenze e costretto a negoziare individualmente con un sistema internazionale ancora dominato dagli Stati Uniti. Dall’altra c’è la possibilità di trasformare la multipolarità in un progetto politico concreto.
I BRICS rappresentano oggi il principale spazio nel quale questa trasformazione può prendere forma. Ma per farlo devono superare la dimensione esclusivamente economica e diventare uno strumento politico di difesa della sovranità dei popoli.
Non basta parlare di multipolarismo: occorre praticarlo. Significa creare sistemi finanziari alternativi, rafforzare la cooperazione energetica e alimentare, sviluppare sistemi di pagamento indipendenti dai circuiti dominati dal dollaro, sostenere i Paesi sottoposti a sanzioni e aggressioni e costruire una posizione comune contro le guerre di aggressione.
Salvare Cuba significa difendere un principio universale
Chi pensa che la questione cubana riguardi soltanto i cubani commette un errore storico. Se il bloqueo può continuare impunemente contro Cuba, domani qualunque Paese che rifiuti l’egemonia occidentale potrà essere sottoposto agli stessi strumenti di strangolamento economico.
La questione cubana diventa quindi una questione universale. Difendere Cuba significa difendere il principio secondo cui nessun popolo può essere condannato alla fame, alla scarsità e all’isolamento perché ha scelto un percorso politico diverso da quello imposto dalle potenze dominanti.
Cuba, Iran, Venezuela e le altre realtà del Sud globale non chiedono un nuovo imperialismo che sostituisca quello precedente. Chiedono la possibilità di essere sovrani. È questa la vera sostanza della battaglia multipolare.
I BRICS hanno davanti a sé una responsabilità storica: trasformare la forza economica dei nuovi equilibri mondiali in una forza politica capace di difendere la pace, il diritto internazionale e l’autodeterminazione dei popoli.
Il Sud globale non vuole semplicemente un posto al tavolo dell’ordine esistente. Vuole contribuire a costruirne uno nuovo. E la partita decisiva si gioca oggi proprio sulla capacità di trasformare la solidarietà tra i popoli in un progetto politico organizzato, autonomo e realmente multipolare.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
26/09/2026
L’asse del Sud globale come risposta al nuovo assedio imperialista
12/09/2026
Il capitalismo di rendita: quando l’algoritmo diventa il nuovo casello
Il mercato che ci osserva
Che cosa compreremo domani?
In larga misura, l’algoritmo ha già cominciato a calcolarlo.
Quando Amazon ci mostra i prodotti «che potrebbero interessarci», quando Netflix decide quale film mettere in primo piano, quando TikTok seleziona il prossimo video o Spotify suggerisce quale brano ascoltare, non siamo davanti a una semplice comodità tecnologica.
Dietro quella comodità esiste un sistema economico gigantesco.
Ogni clic, ogni ricerca, ogni acquisto, ogni permanenza su una pagina, ogni video interrotto e persino ogni prodotto lasciato nel carrello diventano informazioni. Il nostro comportamento viene osservato, classificato e confrontato con quello di milioni di altri utenti.
L’algoritmo cerca di anticipare le nostre preferenze.
Ma il punto decisivo è un altro: chi è in grado di prevedere il comportamento umano acquisisce una forma di potere sul comportamento umano.
La differenza è sottile, ma fondamentale.
Un commerciante tradizionale cerca di capire che cosa vuole il cliente. La piattaforma digitale dispone invece di strumenti capaci di osservare continuamente milioni di clienti, elaborarne i comportamenti e modificare in tempo reale ciò che viene loro presentato.
Il consumo diventa così un circuito permanente:
dati → previsione → raccomandazione → consumo → nuovi dati.
Il cittadino-consumatore non è più soltanto colui che compra.
È anche la materia prima del sistema.
Dalla fabbrica al portale
Nick Srnicek, nel suo Platform Capitalism del 2016, ha individuato uno dei tratti fondamentali della trasformazione economica contemporanea: la centralità delle piattaforme e dei dati.
Il fenomeno merita però di essere osservato anche da una prospettiva politica.
Il capitalismo industriale aveva come simbolo la fabbrica.
Il capitalismo delle piattaforme ha come simbolo il portale.
La differenza non è marginale.
La grande impresa industriale doveva produrre. Oggi una piattaforma può diventare estremamente potente anche senza produrre direttamente la maggior parte dei beni e dei servizi che mette in circolazione.
Amazon mette in relazione milioni di venditori e consumatori.
Uber mette in relazione conducenti e passeggeri.
Airbnb mette in relazione proprietari e viaggiatori.
Le piattaforme di delivery mettono in relazione ristoranti, fattorini e clienti.
L’App Store mette in relazione sviluppatori e utenti.
Il potere economico non risiede quindi soltanto nella capacità di produrre.
Risiede nella capacità di controllare l’accesso alla produzione, alla distribuzione e alla domanda.
Ed è qui che compare il nuovo capitalismo di rendita.
Il nuovo casello
La rendita nasce quando qualcuno possiede qualcosa di cui altri hanno bisogno per poter operare.
Nel mondo digitale questo «qualcosa» può essere un’infrastruttura, una piattaforma, un sistema operativo, un motore di ricerca, un marketplace o un algoritmo.
L’immagine più efficace è quella del casello autostradale.
Il proprietario del casello non produce le automobili che vi transitano. Non produce la benzina e non decide dove vadano gli automobilisti.
Controlla semplicemente il passaggio.
E incassa.
L’algoritmo può diventare il nuovo casello.
Il commerciante vuole raggiungere il cliente? Deve entrare nella piattaforma.
Il ristorante vuole essere trovato? Deve entrare nell’applicazione.
Lo sviluppatore vuole raggiungere gli utenti? Deve passare attraverso l’ecosistema digitale.
Il produttore vuole essere visibile? Deve accettare le regole della piattaforma.
Il consumatore vuole accedere a determinati beni, servizi o contenuti? Deve utilizzare l’infrastruttura digitale che li organizza.
Il risultato è una forma di dipendenza economica completamente nuova.
Non è più necessario possedere tutto ciò che viene venduto.
È sufficiente possedere il luogo nel quale gli altri sono costretti a incontrarsi.
La rendita sulla visibilità
Ma c’è un altro elemento ancora più importante: la visibilità.
In un mercato digitale, non basta che un prodotto esista.
Deve essere visto.
Un ristorante che compare nella prima pagina di un’applicazione ha una probabilità diversa di ricevere ordini rispetto a quello relegato nelle posizioni inferiori.
Un prodotto mostrato per primo ha una probabilità diversa di essere acquistato rispetto a uno che l’algoritmo rende quasi invisibile.
Un video raccomandato milioni di volte può diventare un fenomeno globale. Un altro, altrettanto valido, può rimanere sconosciuto.
La piattaforma diventa così non soltanto un mercato, ma l’istituzione che organizza l’attenzione.
E chi organizza l’attenzione dispone di un potere enorme.
Il problema, quindi, non è soltanto economico.
È politico.
Le Big Tech e la concentrazione del potere
Le grandi piattaforme hanno costruito una posizione difficilmente paragonabile a quella delle imprese tradizionali.
Dispongono contemporaneamente di capitale, infrastrutture, dati, capacità tecnologica, reti di utenti e sistemi proprietari.
La loro forza genera ulteriormente forza.
Più utenti producono più dati.
Più dati consentono previsioni migliori.
Previsioni migliori rendono il servizio più efficace.
Un servizio più efficace attira altri utenti.
E il ciclo ricomincia.
È il meccanismo degli effetti di rete, ma visto dal punto di vista politico significa qualcosa di più inquietante: la concentrazione economica tende a trasformarsi in concentrazione del potere.
La concorrenza non scompare necessariamente.
Diventa però più difficile.
Un nuovo concorrente può avere una tecnologia eccellente, ma deve confrontarsi con imprese che dispongono già di enormi quantità di dati, miliardi di interazioni e infrastrutture costruite nell’arco di decenni.
Il mercato rischia così di trasformarsi in un sistema nel quale pochi grandi soggetti privati controllano le principali porte d’accesso alla vita economica e sociale.
Quando la sovranità cambia padrone
Qui emerge una questione che non può essere lasciata agli economisti.
La sovranità non riguarda soltanto la moneta, il territorio o le frontiere.
Nel XXI secolo riguarda anche le infrastrutture attraverso le quali una società comunica, commercia, informa e prende decisioni.
Se una parte crescente del commercio passa attraverso piattaforme straniere, se l’informazione viene distribuita attraverso algoritmi che non controlliamo, se le imprese nazionali dipendono da infrastrutture tecnologiche esterne e se una quantità enorme di dati dei cittadini viene elaborata da soggetti privati, allora la questione della sovranità assume una dimensione nuova.
Uno Stato può essere formalmente sovrano e, allo stesso tempo, diventare economicamente e tecnologicamente dipendente.
Questa è una delle grandi contraddizioni della nostra epoca.
Abbiamo difeso per secoli la sovranità politica.
Oggi rischiamo di perdere progressivamente la sovranità tecnologica ed economica.
E la perdita di sovranità non avviene necessariamente attraverso un’invasione.
Può avvenire attraverso una piattaforma.
Il cittadino profilato
C’è poi il problema dell’individuo.
La civiltà liberale moderna ha costruito una parte importante della propria identità attorno all’idea di un uomo libero, capace di scegliere.
Ma che cosa significa scegliere quando qualcuno conosce le nostre abitudini meglio di quanto noi stessi le conosciamo?
L’algoritmo osserva ciò che compriamo, ciò che leggiamo, ciò che guardiamo, ciò che ignoriamo e ciò su cui torniamo.
Non conosce soltanto ciò che abbiamo fatto.
Cerca di prevedere ciò che faremo.
La trasformazione è profonda.
Il cittadino rischia di diventare un profilo statistico.
Non viene considerato soltanto per ciò che è, ma per la probabilità che compia una determinata azione.
Probabilità di acquistare.
Probabilità di cliccare.
Probabilità di restare sulla piattaforma.
Probabilità di essere interessato a un contenuto.
La persona concreta viene progressivamente tradotta in dati.
E quando la persona viene tradotta in dati, può essere classificata, segmentata e indirizzata.
Il confine fra persuasione commerciale e condizionamento diventa allora sempre più sottile.
La libertà di scegliere o la scelta fra ciò che ci viene mostrato?
La questione non è sostenere ingenuamente che gli algoritmi «controllino tutto».
Non è così.
L’individuo conserva capacità di scelta, autonomia e responsabilità.
Ma la libertà di scelta non coincide soltanto con la possibilità astratta di scegliere.
Dipende anche dal campo delle possibilità che ci viene presentato.
Se un algoritmo decide quali notizie vediamo, quali prodotti vengono mostrati, quali video diventano virali e quali opinioni ricevono maggiore visibilità, allora interviene indirettamente nella costruzione dell’ambiente nel quale esercitiamo le nostre scelte.
Non deve dirci necessariamente:
«Devi scegliere questo».
Può essere sufficiente dirci:
«Questo è ciò che hai davanti».
La differenza è enorme.
Il ritorno della politica
Per questo la questione delle Big Tech non può essere ridotta a una disputa fra innovazione e conservatorismo.
Una critica della concentrazione tecnologica non significa essere contro la tecnologia.
Al contrario.
Significa chiedersi chi possiede la tecnologia, chi stabilisce le regole e nell’interesse di chi vengono utilizzati i dati.
Una società libera non può delegare interamente a strutture private e opache la gestione delle proprie infrastrutture fondamentali.
E una politica di Destra dovrebbe avere il coraggio di porre questa domanda senza complessi: quanto potere siamo disposti a lasciare nelle mani di soggetti economici che non rispondono direttamente né ai cittadini né alle istituzioni democratiche?
La questione non riguarda soltanto la concorrenza.
Riguarda il rapporto fra economia e politica.
Riguarda il rapporto fra individuo e potere.
Riguarda la libertà.
E riguarda, soprattutto, la sovranità.
Non tutto ciò che è nuovo è necessariamente libero
Per decenni abbiamo associato l’idea di progresso tecnologico all’idea di emancipazione.
Ma la tecnologia non è neutrale nei suoi effetti sociali.
Può ampliare la libertà oppure concentrarla.
Può moltiplicare le opportunità oppure creare nuove dipendenze.
Può decentralizzare il potere oppure costruire nuovi monopoli.
La rivoluzione digitale ci ha promesso un mondo senza intermediari.
Paradossalmente, ha prodotto alcuni degli intermediari più potenti della storia.
Non più il mercante che controlla una bottega.
Non più soltanto la banca che controlla il credito.
Non più soltanto il giornale che controlla la distribuzione delle notizie.
Ma piattaforme globali che possono intervenire contemporaneamente sul commercio, sulla comunicazione, sulla pubblicità, sull’intrattenimento e sull’accesso ai dati.
È una concentrazione di potere senza precedenti.
Chi possiede la porta possiede il mercato
La vera domanda del capitalismo digitale, quindi, non è soltanto quanto produciamo.
È chi controlla il passaggio attraverso il quale ciò che produciamo arriva agli altri.
Il capitalismo industriale aveva costruito fabbriche.
Il capitalismo finanziario ha costruito reti di capitale.
Il capitalismo delle piattaforme costruisce infrastrutture di accesso.
E chi controlla l’accesso può trasformare il proprio controllo in rendita.
Il rischio è che il mercato, nato come luogo di incontro fra soggetti liberi, si trasformi progressivamente in un sistema di porte private.
Dietro ogni porta c’è un algoritmo.
Dietro ogni algoritmo ci sono dati.
Dietro i dati c’è un potere economico.
E dietro il potere economico c’è, inevitabilmente, una questione politica.
Perché chi possiede la porta non deve possedere tutto ciò che vi passa attraverso.
Gli basta decidere chi può entrare.
E, soprattutto, quanto deve pagare per passare.
Questo è il nuovo casello.
E questa è la nuova rendita.
Fonte
La sovranità finanziaria europea è un’illusione
di Alessandro Volpi
La difficile condizione del debito federale degli Stati Uniti, con rischi non trascurabili in termini di finanziamento, pone alcune questioni che in passato parevano meno rilevanti e ora risultano molto più preoccupanti.
L’illusione della sovranità finanziaria europea si infrange, infatti, sempre più contro la realtà di un sistema globale dove il controllo dei flussi monetari è diventato il principale strumento di proiezione della potenza geopolitica degli Stati Uniti, trasformando le banche europee in attori dotati di un’autonomia puramente formale. Nonostante lo Swift, il sistema di pagamenti utilizzato in Europa, abbia la propria sede legale in Belgio e ricada sotto la giurisdizione dell’Unione europea, la sua operatività è intrinsecamente legata all’architettura del dollaro, permettendo a Washington di esercitare una pressione asfissiante che va ben oltre la semplice regolamentazione bancaria.
Attraverso il meccanismo della cosiddetta extraterritorialità del diritto statunitense, ogni transazione che tocca il suolo americano o che avviene in valuta Usa fornisce agli Stati Uniti il potere legale di sanzionare, multare o escludere dai mercati globali qualsiasi istituto di credito europeo che non si allinei alle direttive del dipartimento del Tesoro. I recenti casi italiani delle sanzioni secondarie nei confronti di Francesca Albanese e del collettivo Autistici/Inventati mostrano quale sia la pervasività di simili meccanismi rispetto a qualsiasi traccia di autonomia degli istituti di credito, persino nelle loro espressioni più attente.
Questa capacità di interdizione trasforma lo Swift in una vera e propria arma di ricatto: le banche europee, terrorizzate dalla prospettiva di perdere l’accesso al sistema di clearing in dollari o di subire, appunto, sanzioni secondarie devastanti, si trovano costrette a troncare rapporti commerciali sgraditi a Washington. In questo contesto di subordinazione strutturale, la pressione politica statunitense si manifesta, e potrebbe manifestarsi sempre più, anche attraverso un’induzione indiretta ma ferrea all’acquisto di debito pubblico americano, poichè i Treasury rimangono il collaterale indispensabile per operare in un mercato dominato dal dollaro. Le banche europee vengono spinte a finanziare il deficit statunitense non solo per ragioni di gestione della liquidità ma come garanzia implicita di fedeltà a un sistema che garantisce la loro stessa sopravvivenza operativa che però, ora, è in reale pericolo.
La recente sentenza della Corte di giustizia europea, che ha contestato l’automatismo dell’applicazione delle decisioni del governo statunitense e degli effetti legati all’inserimento nelle liste Ofac, non ha certo risolto la questione della protezione giuridica e finanziaria sia degli operatori che intendano opporsi ai diktat Usa sia del diritto a potere esercitare pagamenti liberi.
Si configura così un circolo vizioso in cui il risparmio europeo viene drenato verso l’economia americana per sostenere un dominio che, a sua volta, utilizza quegli stessi strumenti finanziari per imporre vincoli politici all’Europa. Il ricatto è onnipresente: l’accesso alla liquidità d’emergenza della Federal Reserve e la stabilità dei mercati interbancari dipendono dall’allineamento degli istituti europei agli interessi strategici degli Stati Uniti, rendendo ogni tentativo di autonomia strategica dell’Unione europea un esercizio retorico privo di basi materiali. Finché l’architettura dei pagamenti internazionali resterà centrata sul dollaro e soggetta ai veti di Washington, le banche europee continueranno a operare sotto una sovranità limitata, agendo come terminali di un sistema di potere che trasforma il debito Usa in un asset obbligatorio e la fedeltà politica in una condizione necessaria per la continuità aziendale.
Dunque chi può davvero escludere che il Tesoro Usa, di fronte al rischio del crollo del proprio debito, non usi il monopolio del sistema dei pagamenti per costringere le banche – e dunque i loro risparmiatori – a comprare quel debito dalle sorti molto incerte? Continuiamo a dare agli Stati Uniti le chiavi di accesso esclusivo ai risparmi europei ed è certo che, prima di tracollare, le useranno per gettare sul lastrico milioni di concittadini.
In questa prospettiva può essere collocato un altro elemento critico. Il patrimonio aureo italiano, con le sue 2.452 tonnellate che lo rendono il terzo al mondo per entità, almeno in base ai dati ufficiali, ha un peso importante per la credibilità finanziaria del Paese ma la sua distribuzione geografica e i vincoli normativi che lo circondano aprono un dibattito complesso sulla reale sovranità nazionale sopra questo tesoro. Attualmente solo circa il 45% del metallo prezioso è custodito nei caveau della Banca d’Italia a Roma, mentre la quota maggioritaria si trova all’estero, con un peso preponderante degli Stati Uniti che ospitano presso la Federal Reserve di New York ben 1.061 tonnellate, pari a oltre il 43% del totale complessivo.
Questa enorme concentrazione di oro italiano sul suolo americano, eredità storica degli accordi del Dopoguerra e delle dinamiche di mercato del sistema di Bretton Woods, alimenta oggi più che mai i timori legati alla possibilità che la Fed, sotto la pressione di un debito pubblico statunitense ormai fuori controllo, possa in qualche modo utilizzare o bloccare queste riserve per le proprie necessità di bilancio o come leva geopolitica. Sebbene tecnicamente le riserve siano protette da immunità diplomatica e contratti di custodia internazionale, il fatto che quasi la metà della ricchezza aurea italiana dipenda dalla giurisdizione e dalla stabilità politica di una potenza straniera pone interrogativi sulla vulnerabilità del Paese in scenari di crisi globale estrema.
In sintesi, avere la metà delle riserve auree italiane nei sotterranei della Federal Reserve di New York provoca l’inevitabile paura che tali risorse possano essere utilizzate dal governo degli Stati Uniti per arginare un’insolvenza del proprio debito tutt’altro che remota. Non è un caso che altri Stati abbiano già provveduto al ritiro del loro oro dagli Usa.
A complicare il quadro interviene l’esplosione del valore di mercato di questo asset che, spinto dall’instabilità internazionale, è passato dai circa 147 miliardi di euro della fine del 2023 agli oltre 298 miliardi stimati nel 2026, generando una plusvalenza virtuale di oltre 150 miliardi di euro in meno di tre anni. Chi può escludere in toto che tali plusvalenze finiscano per essere utilizzate dal dipartimento del Tesoro?
26/07/2026
L’Asia ridefinisce il concetto di “sovranità”. Il forum di Colombo
Quattro anni fa, Colombo era il monito mondiale. Un default sovrano, code di automobili per il carburante che si estendevano per chilometri, un palazzo presidenziale occupato dai suoi stessi cittadini.
La scorsa settimana, la stessa città ospita sindacalisti, quadri di partito, studiosi e ministri da tutta l’Asia, dal Nepal alle Filippine e dall’Iran all’Indonesia. Si sono riuniti sotto una bandiera che nel 2022 sarebbe suonata utopica: “Giù le mani dall’Asia”.
La scelta del luogo è l’argomento stesso. La crisi dello Sri Lanka non è mai stata solo dello Sri Lanka. Era l’esperienza compressa di ciò che gran parte dell’Asia vive al rallentatore: strutture produttive progettate sotto il colonialismo per servire il centro economico, un debito che condiziona ogni bilancio e un ordine internazionale che punisce ogni tentativo di affrancarsi dallo status quo.
L’assemblea di tre giorni, convocata dall’Assemblea Internazionale dei Popoli e da Tricontinental: Institute for Social Research, si è aperta il 16 luglio con una plenaria che ha esposto la sua tesi centrale. La sovranità nel XXI secolo non è una bandiera e un seggio alle Nazioni Unite. È una condizione integrata che abbraccia finanza, tecnologia, dati e difesa. E l’Asia, dove si sta spostando il baricentro economico mondiale, è il luogo in cui questa battaglia sarà decisa.
Il dominio ha cambiato le sue vesti
Pushpa Kamal Dahal “Prachanda”, ex primo ministro del Nepal e presidente del Partito Comunista Nepalese, ha aperto i lavori definendo il momento: un monopolio unipolare in degenerazione e un’apertura multipolare che i paesi del Sud del mondo desiderano da tempo perché dà spazio alle voci represse per farsi ascoltare.
Ma la sua avvertenza era più tagliente del suo ottimismo. La questione, ha sostenuto, non è se il potere si sposti da una regione all’altra. La questione è che tipo di ordine emerga da questo spostamento.
La dominazione politica diretta può essersi ritirata; i meccanismi di dominio, no. Prachanda ha descritto un tecno-imperialismo proprio dell’era della quarta rivoluzione industriale: un controllo esercitato attraverso la dipendenza finanziaria e strutturale, attraverso alleanze militari e, sempre più, attraverso dati, ecosistemi digitali e ciò che ha chiamato appropriazione algoritmica. La guerra dell’informazione non è una metafora, ma una realtà quotidiana.
In questa lettura, l’imperialismo contemporaneo è un sistema integrato, e la sovranità deve essere altrettanto integrata. Significa non solo un governo proprio, ma indipendenza nelle finanze, libertà dal debito e controllo sulle risorse nazionali, tutto conquistato attraverso la partecipazione attiva e democratica dei popoli.
L’esperienza del Nepal ha portato una doppia lezione, ha suggerito: i movimenti progressisti possono imparare dalle sue vittorie e dagli attacchi subiti. La sua conclusione è stata organizzativa. La cooperazione strategica deve venire prima della competizione tra opinioni, e l’unità del fronte progressista al di sopra di tutto.
L’indipendenza politica non è indipendenza
Il dott. Dammika Patabendi, ministro dell’ambiente del governo dello Sri Lanka, ha ancorato il quadro alla frattura del suo paese. Gli abitanti dello Sri Lanka, ha osservato, hanno espresso un mandato elettorale contro decenni di attacchi. Tuttavia, le sfide che il nuovo governo deve affrontare rimangono enormi, proprio perché la nazione è ancora tenuta in pugno dall’ordine internazionale.
La lezione che l’Asia continua a insegnare è che l’indipendenza politica non garantisce l’indipendenza. La dipendenza strutturale sopravvive al cambio di bandiera.
La sua definizione delle parole d’ordine abbinate della conferenza è stata la più concreta della mattinata. Un percorso sovrano significa la libertà di formulare una politica economica indipendente, di destinare le risorse nazionali allo sviluppo nazionale e di fornire alle persone un lavoro dignitoso.
Un orizzonte socialista significa non solo cambiare governi, ma garantire progresso per tutti: approfondire la partecipazione popolare, perseguire l’uguaglianza tecnologica e permettere a ogni nazione di seguire il proprio percorso in base alle proprie risorse, bisogni e storia.
Fondamentalmente, ha insistito sul fatto che questo non è un appello all’isolamento. Ciò che viene richiesto è una cooperazione internazionale costruttiva tra pari, con il riconoscimento che il terreno pianeggiante per l’uguaglianza non esiste e deve essere costruito. La cooperazione pratica, ha suggerito, potrebbe essere il vero risultato di questa conferenza: il coordinamento tra sindacati oltre i confini, perché l’avversario del lavoro è già organizzato a livello internazionale.
“Giù le mani dall’Asia”, nella sua interpretazione, non è solo un “no” a un mondo sempre più militarizzato, ma anche un’affermazione positiva. È il diritto dei popoli asiatici di plasmare il proprio futuro attraverso la cooperazione reciproca, senza interferenze.
Una ribellione di classe in abiti generazionali
Vijay Prashad di Tricontinental ha spinto la discussione dalla diagnosi alla costruzione. Anche se l’imperialismo trema, ha avvertito, i movimenti non sono preparati per ciò che verrà. Il compito è far avanzare una nuova teoria dello sviluppo socialista e combattere la battaglia delle idee necessaria per rendere visibile il socialismo nel presente, nelle cooperative e in altre forme di “non ancora” che sono già in costruzione ma raramente notate, persino dai compagni.
Due dei suoi argomenti meritano di essere diffusi. In primo luogo, le ribellioni giovanili che attraversano l’Asia, spinte dalla disoccupazione, dalla precarietà dei lavoretti, dalla distruzione ambientale e dalla rabbia per il genocidio, costituiscono una ribellione di classe camuffata da ribellione generazionale.
La rappresentazione dei media mainstream come “movimenti della Gen Z” è essa stessa un’operazione politica. Il compito della sinistra non è essere sospettosa di queste ribellioni, ma organizzarvisi all’interno e affinare la loro comprensione delle realtà di classe, prima che questi movimenti vengano cooptati, come ha avvertito anche Prachanda, da potenze imperialiste o da forze borghesi interne.
In secondo luogo, i governi di sinistra non salgono al potere per detenerlo, ma per costruire potere sociale utilizzando efficacemente gli strumenti dello Stato. Dove i governi alternativi falliscono, falliscono per mancanza di un’agenda. Tale agenda non può fermarsi alla redistribuzione. Deve essere ampliata per ricostruire la capacità produttiva attraverso la partecipazione popolare.
Questa è la strada attraverso cui i progetti socialisti hanno abolito la povertà assoluta, un risultato senza equivalente capitalista. La Cina, ha ricordato, ha anche dimostrato che la dignità nazionale e il miglioramento materiale attraverso l’espansione delle capacità produttive si rafforzano a vicenda; è questo che rende concreta la speranza. La grandezza di una nazione, ha sostenuto, si misura non nei suoi miliardari, ma nell’assenza di fame.
Contro questa agenda si erge ciò che Tricontinental ha definito iper-imperialismo: un reticolo di servizio del debito, aggiustamenti strutturali, sanzioni, embarghi tecnologici e basi militari. Esistono oltre 900 di queste basi in tutto il mondo e più di 400 solo in Asia, con la maggiore concentrazione in Giappone.
Questo reticolo esiste per destabilizzare qualsiasi governo che cerchi di porre fine alla fame. Tuttavia, la recente reazione dell’Iran nella guerra illegale contro il Paese, ha sostenuto Prashad, ha insegnato all’Asia orientale qualcosa che deve assimilare: una base statunitense non è uno scudo, ma un bersaglio.
“Giù le mani dall’Asia”, quindi, non è solo una richiesta militare. È anche una richiesta economica e finanziaria. Niente veti dalle agenzie di rating, niente dipendenza dal dollaro, niente condizionalità del FMI, niente sanzioni, in modo che ai governi eletti dai popoli asiatici sia permesso governare.
La storia, ha concluso Prashad, procede a zigzag. Questa settimana a Colombo, il tentativo è dare una direzione al prossimo zig.
Fonte
04/06/2026
La “cupola” dell’AIPAC su Washington
La “democrazia apparente” domina là dove viene celebrata come massima espressione effettiva della “democrazia reale”. Ovvero il regime politico in cui i delegati eletti rappresentano (dovrebbero rappresentare) il più possibile fedelmente la “volontà del popolo”, dopo regolari elezioni totalmente libere e prive di condizionamenti.
Attualmente negli Usa tutti i sondaggi, a prescindere dalla società di rilevamento, danno la guerra all’Iran come del tutto impopolare (ben oltre il 60%), anche se la motivazione principale è tutt’altro che “etica”: il prezzo della benzina è arrivato a sfiorare i 5 dollari al gallone (circa 3,8 litri).
Ma soltanto ieri la Camera statunitense ha approvato una risoluzione per frenare la campagna militare del presidente Trump in Iran, dopo che diversi tentativi guidati dai democratici, basati sul War Powers Act, erano falliti.
Il “miracolo” si è verificato perché il deputato Jared Golden, l’unico democratico che aveva costantemente votato contro le risoluzioni dello stesso tipo, ha cambiato posizione e ha votato a favore. E quattro repubblicani – Brian Fitzpatrick, Thomas Massie, Tom Barrett e Warren Davidson – hanno votato a favore della misura.
Dal punto di vista pratico non cambia molto. Per diventare effettiva, la risoluzione dovrebbe essere approvata anche dal Senato, dove la maggioranza trumpiana è più solida. In ogni caso Trump, come presidente, potrebbe semplicemente porre il veto e continuare a fare come vuole.
Questo episodio segnala comunque una crescita della “sofferenza” per gli effetti interni della guerra all’Iran, ed è ancora più notevole se si pensa che sui 535 membri del Congresso (100 senatori e 435 deputati) ben 361 sono stati pubblicamente finanziati dall’AIPAC durante la loro campagna elettorale. Ma altre decine di milioni di dollari sono stati versati dal United Democracy Project (UDP), un altro fondo affiliato all’AIPAC, nel corso di campagne locali senza lasciare alcuna traccia riscontrabile, anche perché questo insieme di fondi e associazioni relative offrono benefit personali importanti come vacanze di lusso ed altro.
Ma cos’è l’Aipac?
L’American Israel Public Affairs Committee è considerato il “gruppo di pressione” (lobby, in inglese) più potente a Washington, visto che in pratica finanzia oltre i due terzi del Congresso in modo bipartisan, assicurando così una maggioranza stabile e ultrasolida agli interessi di Israele. Nessuna dietrologia complottista, però: il fondo si autodefinisce proprio come “lobby statunitense pro-Israele”, e se ne vanta.
Fin dal primo sguardo appare decisamente “strano” che il Parlamento di uno Stato sovrano – e che Stato! la superpotenza egemone da quasi 80 anni – sia apertamente condizionato dagli interessi di un altro (e che Stato! genocida, razzista e terrorista), definendosi peraltro “sovrano”, anzi il più sovrano di tutti, tanto da decidere motu proprio chi debba governare nei paesi sottoposti alla sua non benevola “influenza”.
L’AIPAC discende dall’American Zionist Council (AZC) che nel 1962, il Dipartimento di Giustizia di Robert Kennedy voleva costringere a registrarsi come “agente straniero”, visto che riceveva la stragrande maggioranza dei suoi fondi dall’Agenzia Ebraica per Israele (un’entità paragovernativa di Tel Aviv).
Questa classificazione l’avrebbe obbligata a presentare al DOJ una dichiarazione dettagliata sulle sue attività, inclusi i rapporti con funzionari israeliani, le strategie di lobbying e un rendiconto finanziario completo ogni sei mesi. Eliminando così gran parte della segretezza che aveva storicamente caratterizzato le sue operazioni.
Per aggirare l’ordine, l’AZC si sciolse e il fondatore, I. L. Kenen, creò l’AIPAC come entità separata nel 1963, formalmente finanziata da donatori americani, evitando così la registrazione. Questa scappatoia legale è tuttora la base della sua esistenza.
È di per sé evidente che ogni congressista eletto grazie a questo supporto (i due terzi, almeno) debba poi concedere qualcosa in cambio, e che dunque qualsiasi decisione in contrasto con gli interessi di Israele – a maggior ragione sulle questioni militari – abbia zero possibilità di diventare legge o decisione operativa. Anche nell’impossibile eventualità che Trump dovesse decidere di passare dalle parole (“sei un pazzo!”, “che cazzo stai facendo!?”, rivolto a Netanyahu) ai fatti (chessò, limitare i rifornimenti di armi e munizioni).
Ogni considerazione politica intorno alla “strana guerra” contro Iran e Libano deve necessariamente partire dalla consapevolezza che questo legame osceno – e “antidemocratico” – tra i gruppi di interesse che dominano nei due paesi è solidissimo e, al di là delle momentanee “contraddizioni tattiche” (così “Bibi” ha definito gli insulti telefonici ricevuto tre giorni fa), potrà essere sciolto solo da un fallimento epocale, a valle di una guerra perduta.
Non sarà facile, non sarà immediato, ma comincia a sembrare non più impossibile.
Fonte
20/11/2025
Che succede tra Cina e Giappone?
Shanghai non può più essere colpita con missili Tomahawk dalla base dei marine di Iwakuni. I lanciatori Usa Typhon – rimasti nella prefettura giapponese di Yamaguchi ben oltre la durata del war game Usa-Giappone “Resolute Dragon 2025”, per il quale vi erano stati installati a settembre – sono stati infine rimossi, ha annunciato l’altro ieri il ministero della difesa di Tokyo nel bel mezzo della crisi diplomatica scoppiata tra Cina e Giappone.
I missili Usa di medio raggio, testati per la prima volta in Giappone (e già provati nelle Filippine), così come la risposta di Pechino all’esternazione su Taiwan della neopremier nipponica Sanae Takaichi, sono un sintomo delle cause profonde di questa crisi: nel Pacifico occidentale l’egemonia Usa sta subendo forti scossoni, sia per l’ascesa economico-militare della Cina, sia per la scelta di Washington di delegare in parte agli alleati la difesa dei suoi interessi e i relativi oneri.
La dichiarazione che ha dato il via alla controversia, pronunciata dall’ultra-nazionalista Takaichi il 7 novembre scorso in parlamento, secondo cui, nell’eventualità di uno scontro tra la Repubblica popolare cinese e Taiwan, «se ciò comporta l’impiego di navi da guerra e azioni militari, potrebbe a tutti gli effetti trasformarsi in una situazione minacciosa per la sua sopravvivenza, in cui il Giappone potrebbe ricorrere all’uso della forza per difendersi», non è che l’epifenomeno di un malessere più diffuso, da Pechino a Tokyo, Manila, Taipei e Seul: quello della diffidenza reciproca e il conseguente riarmo a tappe forzate, che evidenziano quanto sia concretamente percepito il rischio di una prossima guerra nel Pacifico.
Mentre l’Europa è concentrata sulla guerra di logoramento della Russia all’Ucraina e (decisamente molto meno) sull’annosa questione palestinese, è nell’Asia-Pacifico, l’area economicamente più dinamica del Pianeta, nella quale sta crescendo l’influenza cinese, che si registrano i cambiamenti in grado di produrre una drammatica rottura tra la potenza in ascesa e quella egemone.
Queste trasformazioni sono innanzitutto economiche, con le compagnie cinesi che, per la prima volta nella storia, rosicchiano alle concorrenti delle economie avanzate fette di mercati di beni di consumo ad alto valore aggiunto, contribuendo così a un ulteriore avanzamento della Cina.
Alla diffusione della narrazione sulla Cina che vuole “conquistare il mondo” si accompagna un riarmo a tappe forzate. Da anni il tasso d’incremento delle spese militari di Pechino supera quello del prodotto interno lordo, e con la gigantesca parata del 3 settembre in piazza Tiananmen, nonché la più recente entrata in servizio della terza portaerei made in China, sono apparse chiare la qualità e la rapidità dell’ammodernamento dell’Esercito popolare di liberazione.
E gli alleati Usa nella regione non stanno a guardare. Le Filippine hanno dato maggiore accesso all’arcipelago ai militari Usa, provato il sistema Typhon, e stretto una cooperazione militare con il Giappone; quest’ultimo ha portato le spese militari al 2 per cento del Pil con un paio d’anni d’anticipo sulle previsioni, rafforzato l’alleanza con gli Usa e avviato lo smantellamento della Costituzione pacifista; la Corea del Sud ha ottenuto l’ok da Washington per dotarsi di sommergibili a propulsione nucleare.
Di questioni irrisolte ed esplosive, potenziali casus belli, nella regione ce ne sono almeno tre. Taiwan, con la Cina di Xi che insiste sulla necessità della “riunificazione”, senza escludere l’uso della forza per portarla a compimento; il Mar cinese meridionale, nel quale Pechino ha contenziosi territoriali con diversi vicini, a cominciare dalle Filippine; il Mar cinese orientale, con l’arcipelago delle Diaoyu-Senkaku conteso tra Cina e Giappone.
Ovviamente non c’è alcun automatismo tra queste dispute e lo scoppio di una guerra. Pechino, ad esempio, sostiene di voler risolvere le controversie nel Mar cinese meridionale col dialogo bilaterale o attraverso l’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico (Asean), mentre ritiene quella di Taiwan una questione “interna”, rispetto alla quale respinge ogni ingerenza.
Tuttavia a spingere nella direzione dello scontro è il cambiamento del quadro regionale. Con il riarmo della Cina, soprattutto navale, a sostegno delle rivendicazioni di Pechino su Taiwan e nei “suoi” mari. E, in egual misura, con il nuovo containment Usa, una riedizione di quello della Guerra fredda che, come contro l’URSS, vede ogni iniziativa cinese – politica, economica, militare – come una minaccia, alla quale opporre contromisure per frenarne l’espansione.
E poi c’è il vento del nazionalismo, che soffia forte a Pechino come a Tokyo. In Cina il 90 per cento della popolazione non si fida dei giapponesi e viceversa, secondo un recente sondaggio incrociato, mentre negli ultimi mesi ci sono stati attacchi a cittadini giapponesi in Cina e cinesi in Giappone.
Ipotizzando un intervento militare del Giappone a difesa di quella che Pechino considera una sua provincia (occupata dal Giappone dal 1895 al 1945), la leader del partito liberaldemocratico ha scavalcato il principio al quale si attengono ufficialmente sia il suo paese sia gli Usa, la cosiddetta “ambiguità strategica”.
Takaichi ha fatto un clamoroso pasticcio all’esordio del suo governo? No, la sessantaquattrenne erede di Shinzo Abe ha sostenuto da premier ciò che il suo mentore aveva detto mentre non ricopriva l’incarico: il Giappone si riarma anche per fronteggiare la Cina. È un cambiamento strategico, non una gaffe, per questo Takaichi si rifiuta di ritrattare la sua dichiarazione, come chiede Pechino.
L’altro elemento che riflette la magnitudo dei cambiamenti in corso è l’ampiezza e la fermezza della reazione che Pechino ha scatenato dopo l’uscita di Takaichi, che lascia immaginare due cose, dalle conseguenze molto profonde: che la Cina percepisca le politiche degli Usa e dei loro alleati regionali proprio come un containment da spezzare; che la Cina si senta ormai una grande potenza, pronta a tutelare i suoi interessi con ogni mezzo.
La prima risposta alle dichiarazioni di Takaichi è stata quella classica, la convocazione dell’ambasciatore giapponese a Pechino, per porgergli proteste presentate come provenienti direttamente dalla leadership, come ad accrescerne la solennità. Immediatamente è stata attivata l’oliata e sempre più pervasiva macchina della propaganda, soprattutto attraverso i social, che ha presentato Takaichi come un mostro che vuole far rivivere gli orrori del militarismo imperiale nipponico.
Per inciso, la storia dell’occupazione e dei massacri giapponesi in Cina in questa vicenda conta. Dal massacro di Nanchino alle nefandezze dell’Unità 731 comandata da Shiro Ishii, quella memoria viene tramandata da decenni sia a tutela della legittimità del partito che (assieme al Kuomintang) ha liberato il paese dagli occupanti, sia per contrastare ogni nuova tentazione militarista di Tokyo.
Poi è arrivato l’invito del governo a studenti e tour operator a non andare in Giappone (a poco più di un mese dal Capodanno cinese, per l’economia nipponica si profilano perdite pesanti), perché il paese sarebbe “pericoloso”. Su questo fronte – quello economico-commerciale – nei prossimi giorni la Cina potrebbe esercitare ulteriori pressioni sul Giappone, per ottenere il dietrofront di Takaichi. Navi della guardia costiera di Pechino si sono dirette verso le isole contese Diaoyu-Senkaku.
Infine, il Quotidiano del popolo, ha esortato le nazioni asiatiche a restare “in massima allerta” di fronte al potenziale “pericoloso” orientamento strategico del Giappone, tracciando un paragone tra Takaichi e il militarismo imperiale nipponico.
Insomma una risposta molto dura, mentre il ministero degli esteri ha fatto sapere che il premier, Li Qiang, non ha intenzione di incontrare Takaichi al summit del G20 in Sudafrica del 22-23 novembre.
In Occidente la reazione di Pechino può apparire esagerata. In fondo la premier nipponica ha “semplicemente” ipotizzato un intervento militare del Giappone nel caso che un’azione di Pechino nei confronti di Taiwan rappresentasse una minaccia esistenziale.
Per chi governa la Cina ininterrottamente dal 1949 invece si è trattato di una risposta necessaria, in linea con la costante, quotidiana riaffermazione della sovranità di Pechino su Taiwan. Che piaccia o no, siamo di fronte a una grande potenza che rivendica sovranità sull’isola, che giudica storicamente sua e geopoliticamente strategica, che ha come obiettivo la “riunificazione” di quel territorio, e che non può tollerare che la premier di un paese vicino, membro del G7 e alleato degli Stati Uniti, metta in dubbio tale sovranità.
Dal ritorno alla Casa Bianca, il 20 gennaio 2025, di Donald Trump, i diplomatici e funzionari cinesi hanno letteralmente martellato l’amministrazione repubblicana, avvertendola di non superare le cosiddette “linee rosse” su Taiwan (sostegno all’indipendentista Partito progressista democratico e massicci armamenti a Taipei), confidando, con Trump, in un relativo “disinteresse” di Washington per quella che resta comunque una postazione strategica da difendere, ma che Trump è meno propenso ad armare e alla quale ha tolto il cosiddetto “scudo di silicio” ottenendo massicce localizzazioni negli Stati Uniti di TSMC, la compagnia taiwanese leader globale nella produzione di microchip.
Se Pechino da decenni condiziona le relazioni diplomatiche al riconoscimento (e alla continua riaffermazione) da parte dei propri partner del principio “una sola Cina” e dedica un’attenzione ossessiva alle mosse di Washington su Taiwan, per scrutarne ogni possibile, minimo mutamento che potrebbe esser letto come a favore di Taiwan, nei confronti di un paese del G7, alleato e satellite degli Usa, non ci si poteva aspettare che una simile reazione.
E Pechino non si fermerà fin quando non avrà ottenuto la retromarcia ufficiale di Takaichi, o qualcosa che le somigli molto.
Fonte
25/09/2025
Moldavia - Elezioni del 28 settembre: un bivio storico per il paese
Le elezioni parlamentari che si terranno in Moldavia il 28 settembre 2025, rappresentano un bivio storico decisivo, perchè influenzeranno e tracceranno le future dinamiche politiche, economiche e militari interne, e avranno ripercussioni a domino sugli stati vicini, dall’Ucraina, alla Romania, all’Ungheria.
Oltre alla questione NATO e le sue implicazioni di sovranità e indipendenza nazionali, alla sempre più complessa situazione in Pridnestrovie/Transnistria, alle relazioni con la Russia e relativa posizione su sanzioni e coinvolgimento nel conflitto ucraino.
Sul rapporto con i BRICS+ e il Progetto Silk Road cinese, quindi con scelte di sottomissione all’unipolarismo ed egemonismo occidentale, oppure con uno sguardo per lo sviluppo, verso il mondo del multipolarismo. Senza dimenticare le profonde crisi interne, relative alla sempre più indocile Gagauzia e alla piccola regione della Taraclia, le cui autorità sono ormai apertamente schierate contro il governo centrale.
Questo è in gioco il 28 settembre. Uno scenario che potrebbe rivelarsi disastroso per UE e NATO.
In un clima di provocazioni, arresti illegittimi, pressioni, minacce, perquisizioni continue, campagne quotidiane di diffamazioni delle forze e degli esponenti dell’opposizione, legato a sondaggi e alla percezione da parte dell’attuale governo, di andare verso una sconfitta rovinosa.
I partiti che si contendono la maggioranza del paese sono sostanzialmente due:
- il blocco di potere del Partito di Azione e Solidarietà (PAS), un partito completamente supino alle logiche e politiche europeiste della UE e della NATO, già osservatore del Partito popolare europeo (PPE), dell’Unione della democrazia internazionale (IDU), in alleanza con alcune forze e partiti minori.
- il Blocco Elettorale Patriottico (BEP), che comprende Partito dei Socialisti, Partito Comunista, il Partito Repubblicano Cuore della Moldavia (PRIM), il Partito della Grande Moldavia (PMM) e il Movimento indipendente “Edinaia Gagauzia”(Gagauzia Unita). Concorrono anche altre forze come Alternative (BA) di fatto una lista civetta per il governo e Il Nostro Partito, Usatii (PN), euro scettico e volto a buone relazioni con la Russia.
Questo appuntamento elettorale, sebbene possa sembrare relativo nei grandi giochi geopolitici, ha nella realtà della attuale fase storico politica, implicazioni significative sia politiche che militari, per gli equilibri e la stabilità del continente europeo.
La Moldavia attualmente gioca un ruolo fondamentale nel supporto all’Ucraina, soprattutto in previsione di un conflitto perdurante. Nel paese sono passati oltre 1,5 milioni di rifugiati ucraini dall’inizio della guerra, più di 100.000 di loro si sono fermati sul suo territorio, oltre ad essere cruciale per l’esportazione del grano ucraino, fungendo da via alternativa alle problematiche della rotta del Mar Nero.
L’elevata posta in gioco e la grande preoccupazione, è dimostrata anche dal fatto che leader europei e della UE, oltre che della NATO, consapevoli di questo, negli ultimi due mesi hanno fatto numerosi viaggi di “cortesia” alle autorità europeiste di Chisinau, tra cui Macron, Merz, il primo ministro polacco Tusk, e altri funzionari UE e della NATO, ribadendo sui media e nelle TV di stato l’impegno e un’attenzione “particolare” da parte della comunità internazionale per “garantire la stabilità”, leggasi sottomissione, nella regione.
Attualmente, la Moldavia è guidata dalla presidente “iper” europeista e filo NATO Maia Sandu, il cui partito, il Partito di Azione e Solidarietà (PAS), ha 61 seggi su 101 nel Parlamento.
Nel giugno 2022, la Moldavia ha ottenuto lo status di candidato all’adesione alla UE, e i negoziati formali sono stati avviati nel giugno 2024, con il primo vertice UE-Moldavia tenutosi nel luglio 2025. Molti sondaggi locali prevedono un calo della percentuale di voti per il PAS, dal 52,8% delle elezioni parlamentari del luglio 2021 a meno del 30% nell’agosto 2025. Una situazione delicata e molto instabile.
Ci sarà un vento di cambiamento nel paese? Questa è la domanda che ormai domina localmente e non solo, qualsiasi analisi, dibattito, riflessione di esperti, politici ed esponenti dell’opposizione.
È interessante notare che persino insospettabili esperti internazionali, non certo anti europeisti o russofili, leggono una situazione degradata nel paese. Ad esempio, sull’accreditata edizione europea di “Nuova Europa dell’Est”, il politologo polacco Kamil Tsalus, ha riconosciuto che nel corso di tutti questi decenni di indipendenza, la Moldavia, a causa della crisi dell’identità nazionale, della presa del potere da parte degli oligarchi, della politicizzazione del sistema giudiziario non è diventata uno stato a tutti gli effetti.
Tsalus richiama l’attenzione su una caratteristica interessante: “la crisi economica, politica e sociale che continua nella regione, sta contribuendo profondamente al fatto che i residenti perdono la fiducia in questo stato e nelle proposte per uno sviluppo che non si è mai attuato. Addirittura ogni anno aumenta il numero di coloro che divengono nostalgici per l’URSS. A conferma di tutto questo, ci sono i dati che circolano: il 59% dei cittadini vorrebbe ritornare all’era sovietica. Questo non è casuale, perché per i moldavi più poveri e in difficoltà sociale, il passato sovietico è principalmente associato ai cosiddetti valori europei: istruzione gratuita, medicina pubblica, abitazioni gratuite e un tenore di vita più dignitoso dell’attuale”.
Ma, come sempre stato finora, ci sono due grandi incognite legate al ruolo della diaspora in Europa, notoriamente filo europeista e occidentalizzata, grazie ad uno status sociale in maggioranza ormai consolidato, e l’altro è la provocazione delle autorità di Chisinau di impedire il voto di massa ai moldavi in Russia e si tratta di 550.000 cittadini a cui, con stratagemmi meschini e primitivi, verrà impedito, in forme “legali”, di votare... temendo e presumendo che il loro voto si contrapponga a quello “sicuro” degli emigrati europeizzati.
Il modo è semplice: in Russia il democratico governo del PAS, aprirà solamente 2 seggi per le votazioni... con 550.000 elettori sparsi nell’immenso paese. Mentre nella diaspora occidentalizzata ci saranno a disposizione, per esempio, per i 102.667 moldavi in Italia...75 SEGGI, in Germania 36 seggi, in Francia 26 seggi, Israele 2 seggi e così via.
Il CeSEM (Centro studi Eurasia Mediterraneo), riprendendo un articolo dell’inglese RestMedia, ha così attentamente riassunto un lavoro d'indagine nel luglio 2025, sui moldavi in Italia: “Senza Roma, non ci sarebbe stata la vittoria di Maia Sandu. Così gli analisti moldavi e gli osservatori stranieri descrivono oggi il fenomeno della diaspora moldava in Italia, che in pochi decenni si è trasformata da ‘forza lavoro silenziosa’ a strumento politico efficace e principale riserva di politica estera per le autorità di Kishinev.
Le centinaia di migliaia di moldavi che si sono stabiliti in Italia non solo hanno iniettato miliardi di rimesse nel Paese, ma sono anche diventati una potente leva elettorale per le forze filo-occidentali durante le storiche elezioni e il referendum sull’integrazione nell’UE nel 2024. La classe politica moldava oggi riconosce quasi all’unanimità che la diaspora attiva, coesa e orientata all’Europa in Italia, non è solo una ‘risorsa migratoria’, ma un vantaggio strategico per i partiti al potere, che consente loro di neutralizzare le contraddizioni interne e definire l’orientamento della politica estera del Paese. I voti moldavi nelle città italiane sono ormai un fattore chiave nella lotta per il futuro della Moldavia e una base di stabilità per il regime che scommette sull’integrazione europea”.
Il giornalista irlandese Chay Bowes su X sostiene che la Moldavia di fronte alle accuse di corruzione, sta seguendo l’esempio dell’Ucraina, con un atteggiamento di finte politiche di contrasto, ma in realtà ignorandone le radici profonde negli apparati statali. Bowes ritiene che le accuse verrebbero ignorate dall’Unione europea in nome della subordinazione delle autorità locali al potere, per mantenere il suo controllo e la sua influenza.
Secondo uno degli ultimi sondaggi effettuati dall’agenzia internazionale iData, l’opposizione in Moldavia potrebbe diventare maggioranza alle prossime elezioni. Secondo la maggior parte degli intervistati, le cose in Moldavia con questo governo, stanno andando nella direzione sbagliata, lo afferma il 52,7% degli intervistati.
Secondo l’indagine, la fiducia dei cittadini è goduta dalla Chiesa (61,2%), dall’ufficio del sindaco (52,9%) e dall’Esercito Nazionale (36,6%). Il presidente è considerato affidabile solo dal 30,2% dei cittadini, e il governo, la polizia e il parlamento, meno di un terzo degli intervistati li apprezza. In fondo alla lista in termini di fiducia ci sono i mass media, la società civile e la giustizia.
I leader delle preferenze degli elettori includono il Blocco Patriottico Elettorale di PSRM, Inima Moldovei, PCRM e il Futuro della Moldavia. Il 36% degli intervistati è pronto a votare per questo Blocco. E questo dato supera il PAS, che ha ottenuto il sostegno di solo il 34,7%. Anche Nostro Partito e Blocco Alternativo, potrebbero entrare in parlamento. Così, in totale, i partiti di opposizione avrebbero 61 seggi. Il Blocco Patriottico 42 seggi, il Nostro Partito 10, e Alternativa ne avrebbe 9. Ora il partito di governo PAS riceverebbe solo 40 mandati di deputati del parlamento.
L’indagine è stata condotta dal 20 agosto al 3 settembre, e l’errore dello studio non supera il 2,9%.
Anche un altro sondaggio condotto dall’agenzia moldavo romena IMAS nel giugno 2025 ha visto il Blocco Patriottico potenzialmente con il 34,8% dei voti, mentre il PAS aveva il 30%.
Il programma elettorale del Blocco Elettorale Patriottico, formato da Socialisti, Comunisti, Cuore e Futuro della Moldavia è stato presentato in una conferenza pubblica, dagli esponenti dei quattro partiti, come necessità basilare per difendere, primariamente, lo stato della Repubblica di Moldova, affermando che la statualità è un diritto fondamentale del popolo, dichiarando di volersi assumere la responsabilità di riprendere la sovranità che non c’è più, di riottenere un’identità nazionale e di affrontare le situazioni attraverso decisioni proprie, non di stranieri.
“Vediamo come le decisioni che vengono prese non ci appartengono, sono imposte in modi diversi. Il Blocco Patriottico sostiene che il nostro stato sia in grado di negoziare da solo, di difendere i propri interessi nazionali e, soprattutto, di godere del rispetto internazionale. Ogni volta che diciamo con orgoglio: siamo moldavi è perché abbiamo la nostra storia, la nostra lingua e dobbiamo lottare perché siano riconosciuti e tramandati ai nostri figli. Perché uno stato che non ha storia non ha futuro”.
Uno degli elementi essenziali per la statualità della Moldavia è la riunificazione del paese. “Non ci può essere uno Stato sovrano se non c’è unità. Sfortunatamente, l’attuale governo ha dimenticato questo, e il problema della regione di Pridnestrovie è stato lasciato senza più dialogo. Crediamo che i negoziati debbano essere ripresi, raggiungere un consenso reciproco e raggiungere la riunificazione del paese, perché siamo un solo popolo, una nazione, e dobbiamo vivere l’uno con l’altro”.
La giustizia è anch’essa un elemento di statualità, perché “un paese in cui le norme legislative non funzionano, in cui il cittadino non è protetto dalla magistratura, non può essere sovrano e non può essere definito uno Stato democratico”.
È stato evidenziato che l’obiettivo del Blocco Patriottico è quello di consolidare uno stato indipendente e sovrano: “La missione del Blocco è ripristinare il potere del popolo e difendere gli interessi della maggioranza. Verrà respinto qualsiasi accordo che minacci la nostra sovranità, non sarà accettato nessun consulente straniero che spinga la Moldavia verso la liquidazione, e non sarà permesso a nessun cittadino straniero la presenza nelle funzioni chiave dello stato”.
È stato anche presentato il piano del BP per rafforzare la sicurezza nazionale. “Prima di tutto, si tratta di rafforzare lo status di neutralità permanente della Repubblica di Moldova, garantendo la pace e la sicurezza regionali. Dobbiamo rimanere uno stato neutrale, rispettato e forte. Proporremo una legge sulla neutralità permanente, che completerà la Costituzione. Chiederemo anche il riconoscimento internazionale della nostra neutralità, anche alle Nazioni Unite.
È importante fermare la militarizzazione, adotteremo una legge che proibisca la partecipazione delle truppe moldave a esercitazioni di blocchi militari. Proteggeremo la sicurezza nazionale dalle interferenze esterne. Particolare attenzione sarà rivolta alla sicurezza delle informazioni, per proteggere i nostri cittadini dalla manipolazione e dalla propaganda dall’esterno. È necessario vietare il finanziamento esterno di organizzazioni non governative, la depoliticizzazione degli enti di sicurezza e di ordine pubblico. Dichiareremo una guerra senza compromessi alla criminalità organizzata, al contrabbando di droga e sigarette. Una priorità importante sarà la sicurezza stradale e la riduzione della criminalità nel paese”.
La leader dell’organizzazione giovanile della “Giovane Guardia Moldava”, Ecaterina Medvedev, ha proposto le priorità nel campo dei valori tradizionali, delle relazioni interetniche e del sostegno alla famiglia, che includono:
- attuazione di un programma statale per sostenere i centri culturali e i media di tutte le comunità etniche;
- garantire lo status di lingua ufficiale nelle regioni in cui è parlata da oltre il 10% della popolazione;
- concedere alla lingua russa lo status della lingua di comunicazione interetnica;
- rafforzare la responsabilità di incitazione all’odio interetnico;
- garantire la non interferenza degli Stati stranieri e delle strutture religiose negli affari della Chiesa ortodossa di Moldavia;
- elaborazione e attuazione del programma statale “Chiese e comunità” (ripristino dei luoghi di culto, protezione dei monumenti di fede, sostegno alle attività spirituali-educative);
- l’attuazione del Programma Nazionale “Famiglia Moldava”: agevolazioni fiscali per le famiglie numerose, ipoteca di Stato, sostegno ai giovani genitori, minimo capitale familiare per la nascita del terzo e dei prossimi figli;
- la regolamentazione legale del diritto dei genitori a un programma di lavoro flessibile;
- sostenere l’educazione morale nelle scuole.
In materia di politica estera il Blocco ha ribadito la necessità della neutralità, della difesa e promozione degli interessi economici nazionali della Moldavia in tutte le direzioni, del dialogo costruttivo ma su un piano di parità con l’UE: “gli errori dell’attuale governo in politica estera e le azioni contro gli interessi del paese, hanno portato a un calo dell’economia, un aumento dei prezzi dell’energia, un continuo impoverimento della popolazione.
Non abbiamo nemici esterni. Non dobbiamo essere amici con nessuno contro qualcuno, come negli ultimi quattro anni. Dobbiamo stare dove sono i nostri interessi nazionali. Sosteniamo il ripristino dello status di osservatore dei paesi Eurasiatici, il ripristino dei documenti strategici all’interno della CSI, nonché di iniziare una relazione con i paesi BRICS e SCO, che rappresentano circa il 44% del PIL mondiale in termini di potere d’acquisto. La più forte, la più ricca, grande organizzazione del mondo”.
La parola d’ordine della lista elettorale è: “Votare per il Blocco Patriottico. Votare per le persone che credono nella Moldavia. La scelta è tra la paura e la guerra che PAS prepara e la strada della pace e dello sviluppo che il Blocco Patriottico offre”.
Fonte
19/09/2025
Colpo di stato militare o rivoluzione? Comprendere ciò che è in gioco nel Sahel
Mentre si pianificano azioni di solidarietà in tutto il Sahel, è essenziale guardare oltre le narrazioni tradizionali dei “colpi di stato” e comprendere le condizioni che hanno portato a questo momento cruciale.
Per decenni, il Sahel è stato un classico caso di saccheggio neocoloniale. L'“indipendenza della bandiera” degli anni ’60 è stata una facciata per la continua dominazione francese, mantenuta attraverso il franco CFA e una rete di patti di difesa.
L’accordo del 1961 con il Niger, ad esempio, concesse alla Francia il controllo su installazioni militari e risorse strategiche come l’uranio, garantendo al contempo esenzioni fiscali per le aziende francesi. Questo sistema ha distrutto la sovranità fiscale della regione, risultando in un sottosviluppo catastrofico, povertà e una crisi della sicurezza esacerbata dalle stesse potenze che pretendevano di risolverla.
I numeri sono cupi. Nel 2023, il PIL pro capite del Niger era di soli 560 dollari, con quasi metà della sua popolazione che vive in povertà; i suoi vicini affrontano realtà simili. Questa è la diretta conseguenza di un sistema progettato per l’estrazione.
Le compagnie minerarie francesi per anni hanno dirottato gli introiti dell’uranio e dell’oro della regione, lasciando ben poco dietro di se. Nel 2010, ad esempio, il Niger ha ricevuto solo il 13% del valore totale delle esportazioni del suo uranio.
Questo sfruttamento economico è intrinsecamente legato alla crisi della sicurezza. L’intervento della NATO in Libia nel 2011 ha scatenato un grande flusso di armi ed estremisti in tutta la regione.
Operazioni successive guidate dalla Francia, come Barkhane, si sono rivelate controproducenti, poiché l’attività terroristica è schizzata alle stelle sotto la sua supervisione – con un aumento del 2.860% delle morti in quindici anni. Per il popolo del Sahel, la conclusione era inevitabile: la volpe stava sorvegliando il pollaio.
Da questa fusione tra stati falliti, interferenza straniera e frustrazione popolare è nata l’AES. Gli interventi militari in Mali (2020), Burkina Faso (2022) e Niger (2023) non sono state le tipiche prese del potere da parte di un’élite interessata.
Sono stati, come li ha definiti Philippe Toyo Noudjnoume dell’Organizzazione dei Popoli dell’Africa Occidentale: “interventi militari per la sovranità”. Guidati da una nuova generazione di giovani ufficiali patriottici come Ibrahim Traoré del Burkina Faso e Assimi Goïta del Mali, questi movimenti sono stati alimentati da mobilitazioni di massa di una popolazione stanca del vecchio ordine, come ben dimostra il recente dossier pubblicato dall’Istituto Tricontinental di Ricerca Sociale, Sahel in cerca della sovranità.
Le scene di manifestazioni di massa per le strade di Bamako, Ouagadougou e Niamey, dopo la deposizione di governi appoggiati dall’Occidente, sono state una potente testimonianza del profondo desiderio di cambiamento. Inoltre, le masse non si sono semplicemente mobilitate per appoggiare ciecamente un nuovo regime.
Si veda il caso del Niger: quando i leader militari hanno preso il potere – motivati principalmente dalla mancanza di protezione e di una retribuzione adeguata mentre combattevano in prima linea contro le incursioni terroristiche, spesso legate al presunto supporto francese – sono state le organizzazioni di base a guidare la richiesta di espulsione delle forze militari e diplomatiche francesi, assediando le guarnigioni militari e l’ambasciata del paese europeo.
Non si trattava solo di esplosioni di sentimenti anti-francesi, ma di un profondo rifiuto di un sistema che, per troppo tempo, ha negato al popolo del Sahel la sua dignità e il suo diritto all’autodeterminazione.
L’AES, quindi, non è solo un’alleanza militare, ma un progetto politico, un tentativo audace di tracciare un nuovo percorso basato sul panafricanismo, sullo sviluppo endogeno e su una risoluta posizione anti-imperialista.
In due anni di esistenza, l’AES ha compiuto progressi significativi. L’espulsione delle truppe francesi dai tre stati membri è stato un colpo storico per il neocolonialismo francese in Africa. La formazione della Confederazione degli Stati del Sahel, il 6 luglio 2024, ha ulteriormente consolidato l’alleanza, con una forza militare congiunta che ha già condotto esercitazioni e i cui leader hanno approfondito i legami di sicurezza, come visto negli incontri militari in Russia a luglio e agosto 2025.
Sono in fase di avanzamento piani per un passaporto unico, un nuovo fondo di investimento domestico finanziato dalle tasse e, infine, una moneta comune. Sul fronte economico, l’AES sta prendendo misure concrete per riprendere il controllo del proprio destino. Sono in discussione proposte per riunire risorse per progetti chiave nel settore minerario, energetico e delle infrastrutture.
In una mossa significativa verso la sovranità energetica, Rosatom (la corporazione statale russa responsabile per l’industria e l’energia nucleare) ha firmato un accordo con i tre membri nel giugno-luglio 2025, sull’uso pacifico dell’energia nucleare per sviluppare un “ciclo regionale del combustibile nucleare verticalmente integrato – dalle miniere del Niger ai reattori del Burkina Faso e del Mali”.
Questo si affianca agli sforzi nazionali in tutta l’alleanza, che includono una serie di accordi bilaterali con nuovi partner e nuove iniziative nazionali di sviluppo, che abbracciano una gamma di settori economici, politici e sociali.
Mali e Burkina Faso hanno approvato nuovi codici minerari nel 2023 per aumentare la partecipazione statale ed eliminare le esenzioni fiscali dell’era neocoloniale, mentre il Niger ha avviato un’audit completo dei contratti minerari esistenti con l’obiettivo di rinegoziarli secondo termini più equi.
Queste politiche concrete sono accompagnate da una spinta al rinnovamento ideologico. Il Burkina Faso sta rivitalizzando lo spirito di Thomas Sankara con una grande spinta all’autosufficienza alimentare, mobilitando programmi nazionali di volontariato per costruire dighe di irrigazione, avviando la costruzione della prima fabbrica di trasformazione del pomodoro del paese per ridurre la dipendenza dalle importazioni e la campagna nazionale di rimboschimento (una campagna a giugno 2025 ha portato alla piantumazione di 5 milioni di alberi in un’ora).
Il Mali, nel suo nuovo piano di sviluppo nazionale, sta promuovendo il concetto del kura Maliden (“nuovo maliano”) – un cittadino patriottico, responsabile e laborioso, dedito alla sovranità nazionale.
Questi sforzi paralleli, sia materiali che ideologici, stanno tessendo una nuova bandiera per la regione, simboleggiata nella bandiera dell’AES: una mappa delle tre nazioni unite in una sola, in contrasto con i colori panafricani di rosso, oro e verde, con l’antico baobab al centro.
Il popolo del Sahel ha issato la bandiera della sovranità e, ogni giorno, attraverso le lotte quotidiane per costruire un progetto regionale coerente, riconquista la sua dignità.
Le sfide che si prospettano rimangono immense. Le economie dei paesi dell’AES rimangono fortemente dipendenti dall’esportazione di materie prime, rendendole vulnerabili ai capricci del mercato globale. La situazione della sicurezza, sebbene migliorata in alcune aree, rimane precaria. E le forze dell’imperialismo non sono rimaste inattive.
Ma concentrarsi solo su queste sfide significa ignorare la storia più ampia. Il popolo del Sahel non aspetta un salvatore. Sta prendendo il proprio destino nelle proprie mani. Questo secondo anniversario dell’AES è un momento per elogiare il suo coraggio e la sua visione. È un promemoria che, come disse una volta Thomas Sankara: “uno schiavo che non è capace di assumere il controllo della propria ribellione non ha diritto alla pietà”.
Il popolo del Sahel ha assunto il controllo della propria ribellione.
Fonte
13/08/2025
Cosa rende un paese sovrano?
L’apparato di propaganda del governo produce materiali grafici che enfatizzano la “sovranità brasiliana” (i cui simboli, a quanto pare, sarebbero la Banca Itaú, il Bolsa-Família e i capibara), mentre i bolsonaristi vengono criticati come “traditori” per aver cercato di sottomettere il Brasile agli Stati Uniti, negando questa “sovranità”.
Quello che è chiaro è che il termine “sovranità” viene dato per scontato, come una qualità che il Brasile possiederebbe di per sé, indipendentemente da qualsiasi circostanza. La sovranità sarebbe una caratteristica invariabile del Brasile in quanto nazione tra le nazioni.
Due modi di pensare la sovranità
Esistono due modi di riflettere sulla sovranità.
1) Sovranità interna: una prerogativa speciale di cui è dotata una figura o un’istituzione all’interno del sistema politico-giuridico di una politeia.
2) Sovranità internazionale: una qualità di “uguaglianza” degli Stati-nazione rispetto ad altri Stati-nazione nel sistema internazionale.
La prima non ci interessa qui, perché riguarda “chi ha l’ultima parola” all’interno di una politeia – e non è di questo che si parla quando si afferma che “il Brasile è un paese sovrano”.
La contraddizione della sovranità internazionale
La sovranità internazionale è vista come un “dato”, una qualità essenziale e innata delle nazioni in un sistema internazionale giusto ed egualitario, dove ogni Stato-nazione equivale a un “individuo libero”. Ma cosa succede quando uno Stato-nazione interferisce concretamente nella “libertà” di un altro Stato-nazione e nulla può impedirlo?
Dov’è, allora, la sovranità?
Il primo problema è considerare la sovranità come un “essere” e non un “dover essere” – come una qualità permanente e gratuita, anziché un obiettivo da perseguire, sempre in discussione e soggetto a tensioni.
Questo errore è tipico delle dottrine contemporanee delle Relazioni Internazionali. Persino la scuola realista cade nell’equivoco di concepire lo Stato-nazione come l’equivalente geopolitico dell’“individuo” hobbesiano.
Ma quando uno Stato interferisce su un altro, la “sovranità” diventa un concetto vuoto se non si ha una risposta soddisfacente. E l’unica risposta valida è quella che riconosce la sovranità come qualcosa di instabile, un fattore storico che può essere rafforzato o indebolito, conquistato o perso.
Sovranità come potere
Se intendiamo la sovranità come la capacità di garantire un sufficiente grado di autonomia nella sfera internazionale, allora essa diventa sinonimo di forza o potere. La sovranità è il grado di potere necessario affinché un paese sia concretamente autonomo rispetto agli altri nel sistema internazionale.
La conseguenza di questa prospettiva è che, in effetti, alcuni paesi sono sovrani e altri no. Forse solo una minoranza di nazioni può essere considerata veramente sovrana, mentre la maggior parte soffre di un’insufficienza di potere che la rende dipendente dai pochi paesi sovrani.
La soglia di potere di Marcelo Gullo
Sotto questa luce, ritengo ancora attuale il concetto di “soglia di potere” (umbral de poder) del geopolitologo argentino Marcelo Gullo.
Secondo Gullo, la “soglia di potere” è il livello di potere necessario affinché un paese possa essere considerato sovrano. Ma questa soglia è un concetto storico, in continua evoluzione. Quando alcuni paesi superano una soglia, prima o poi uno di essi alza ulteriormente il livello necessario, lasciando indietro gli altri. Esisterebbe quindi una “gerarchia di sovranità”, che altro non è che una “gerarchia di potere”.
Gullo analizza la Modernità per classificare le diverse soglie di potere e la “corsa” alla sovranità:
1) Prima soglia: centralizzazione burocratica (XIV-XV secolo). Superare il feudalesimo con Stati capaci di mobilitare risorse in modo centralizzato. Le città-stato italiane, incapaci di unificarsi, cadono sotto l’egemonia di Spagna e Francia.
2) Seconda soglia: industrializzazione (XIX secolo). L’Inghilterra supera Portogallo e Spagna. Francia, Germania e Giappone seguono.
3) Terza soglia: stato-continente (XX secolo). Gli USA, completando la “Marcia verso l’Ovest”, diventano uno Stato-continente industriale, superando le potenze europee. L’URSS, con lo sviluppo siberiano, li raggiunge.
4) Quarta soglia: armi nucleari (seconda metà del XX secolo). La sovranità ora richiede capacità nucleari, come dimostra il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dominato dalle potenze atomiche.
Oggi, nuove soglie potrebbero essere: intelligenza artificiale, biotecnologia, conquista spaziale, ecc.
Alcuni paesi raggiungono determinate soglie senza averne superate altre. Ad esempio, Israele e Corea del Nord hanno armi nucleari ma non sono Stati-continentali, quindi sono parzialmente dipendenti in altri settori.
Il Brasile e la sovranità
La tesi di Gullo conferma l’imperativo continentale: l’era dello Stato-nazione è finita, e i paesi che vogliono essere sovrani devono espandersi (per conquista o integrazione) fino a raggiungere una scala sufficiente per garantire autosufficienza.
Inoltre, dimostra che qualsiasi discorso sulla “sovranità” senza potenziamento militare (in alcuni casi, anche nucleare) è solo retorica vuota.
Il Brasile deve integrare concretamente il Sud America e rafforzare le sue capacità militari se vuole parlare seriamente di sovranità. E questo sarà solo il primo passo, perché Cina e USA (in primis) e Russia (in secondo piano) stanno già avanzando verso nuovi salti di potere.
Fonte
09/08/2025
Libano - Il governo vuole disarmare la Resistenza, per Hezbollah non se ne parla
Ha, infatti, affermato che “l’esercito libanese verrà incaricato di elaborare un piano attuabile entro la fine dell’anno per il contenimento delle armi [in mano milizie non statali], per presentarlo al Consiglio dei Ministri entro la fine di questo mese”.
I Ministri sciiti non hanno partecipato alla riunione, ma non sono in numero sufficiente per porre in stallo l’esecutivo, come accadeva in precedenza.
Questa sparata s’inserisce nell’ambito delle pressioni di USA e paesi arabi per contenere la Resistenza in tutto il quadrante.
Hezbollah ha replicato rispolverando, forse per la prima volta dopo il cessate il fuoco di fine novembre, un linguaggio minaccioso: la decisione di decretare il disarmo è stata definita un “grave peccato” e verrà trattata “come se non esistesse”.
Il Segretario Generale Naim Qassem, in uno dei suoi discorsi televisivi, è tornato a parlare di guerra, tuonando che se il cessate il fuoco continuerà a non essere rispettato nel sud, la Resistenza “farà cadere missili all’interno dell’entità sionista”.
È chiaro che l’esercito libanese non è in grado di imporre il disarmo a nessuno, ma già il solo fatto di voler mettere fuorilegge le milizie di Hezbollah, apre la strada a possibili provocazioni da parte di ex-falangisti al fine di far scaturire interventi esterni con il pretesto di “far rispettare le decisioni sovrane del governo”. Proponiamo un articolo di Al-Akhbar che disegna lo scenario attuale.
Disarmare la resistenza: si apre una nuova fase di confronto in Libano
La decisione del governo di Nawaf Salam di disarmare Hezbollah segna un momento politicamente teso nella storia del conflitto arabo-israeliano. Sia la sua tempistica, sia il suo contenuto riflettono il culmine di una lunga traiettoria che ha iniziato a prendere forma dopo l’ultima guerra israeliana in Libano nell’autunno del 2024.
Sebbene emanata da un’autorità ufficiale libanese, le implicazioni della decisione vanno oltre l’attuale momento politico, essendo direttamente legate a quanto seguito alla cessazione delle ostilità israeliane. All’epoca, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu non si era vantato di aver vinto. Aveva invece citato tre ragioni per porre fine alla guerra: gli sviluppi a Gaza, in Iran e, soprattutto, la necessità dell’esercito israeliano di “riposo e recupero”.
Il cambiamento più significativo, tuttavia, risiede nell’evoluzione del panorama regionale, soprattutto in Siria, e nelle sue conseguenze sull’accerchiamento della resistenza. Nonostante abbia inferto colpi gravi e mirati a Hezbollah, prendendo di mira anche leader chiave come Sayyed Hassan Nasrallah e Sayyed Hashem Safieddine, Israele ha concluso che il suo affidamento sulla superiorità aerea e sulla pressione militare non è riuscito a smantellare l’infrastruttura militare di Hezbollah né a neutralizzarne il ruolo di deterrenza.
In risposta, la strategia israeliana si è spostata verso strumenti meno costosi, concentrati sull’indebolimento di Hezbollah dall’interno, prendendo di mira la sua base di sostegno nazionale e costringendo lo Stato libanese a prendere misure contro la resistenza. Questo sforzo è guidato direttamente dall’amministrazione statunitense.
In questo contesto, è emerso un nuovo concetto: l'“ingegneria politica della sovranità libanese”, una strategia volta a ridisegnare i confini della legittimità per presentare Hezbollah come un organismo che opera “al di fuori dell’autorità statale”. La recente decisione sul disarmo, guidata dalla pressione diretta degli Stati Uniti, incarna questa logica nella sua forma più chiara. Il dibattito all’interno del governo sulla “carta degli Stati Uniti” non è una disputa interna, ma parte di uno sforzo congiunto tra Stati Uniti e Israele per rimodellare il panorama politico e di sicurezza del Libano.
Dal punto di vista di Israele, la decisione non è uno sviluppo politico marginale, ma una svolta. Dagli anni ’90, Hezbollah ha operato nell’ambito di un ampio consenso nazionale che lo ha protetto dagli attacchi politici interni, consentendogli di concentrarsi sulla lotta all’occupazione israeliana. Ora, quel consenso è sotto attacco. L’attuale decisione mira a privare la resistenza della sua legittimità nazionale e a rilanciarla come una forza di ribellione contro lo Stato.
Ma questa sfida non è rimasta senza risposta. La risposta di Hezbollah ha immediatamente cambiato la narrazione, definendo la decisione incostituzionale e illegittima. Il partito ha ribadito il suo impegno per la “sovranità nazionale” di fronte al disarmo imposto dall’estero e ha chiarito la sua posizione: respinge categoricamente la decisione e non la riconoscerà, evitando comunque un confronto aperto con lo Stato.
Questa posizione riflette una deliberata moderazione politica. Hezbollah si rifiuta di cadere nella trappola del conflitto civile, pur mantenendo i suoi punti di forza fondamentali. Continua a operare attraverso le istituzioni statali, sostenuto dalla Costituzione, dalla dichiarazione ministeriale e da decenni di legittimità accumulata come forza di resistenza nazionale.
In pratica, Hezbollah si è trovato di fronte a tre scelte: sottomettersi ai dettami israelo-americani, confrontarsi direttamente con lo Stato o impegnarsi politicamente evitando conflitti interni. Ha scelto la terza via, la più efficace e con il costo minore. Questo approccio consente a Israele di manovrare attraverso le istituzioni statali libanesi, ma finora gli ha negato l’escalation interna che desiderava. Ancora più importante, riformula la battaglia attorno alla sovranità, non solo alle armi.
Israele riconosce la difficoltà che questo pone al suo calcolo strategico. La posizione della resistenza indebolisce la capacità del governo di far rispettare la decisione sul disarmo senza rischiare disordini interni. Eppure la domanda chiave rimane: Israele sta usando la decisione del governo per legittimare la sua aggressione contro la resistenza?
Dal punto di vista israeliano, la risposta è sì. La decisione fornisce un pretesto per un’ingerenza più profonda negli affari libanesi, senza dover attraversare il confine, con il pretesto di “sostenere la sovranità dello Stato”. Dal punto di vista libanese, i continui attacchi israeliani non fanno che rafforzare il legame diretto tra la decisione sul disarmo e la strategia postbellica di Israele.
Guardando al futuro, la prossima fase dipende da un fragile equilibrio tra tre forze:
1) La capacità del governo di attuare la decisione in un contesto politicamente e socialmente diviso.
2) La capacità di Hezbollah di resistere alle pressioni senza cadere in uno scontro interno.
3) La capacità di Israele di intervenire senza apparire come istigatore. Questo scenario consente a Israele di sfruttare una decisione del governo libanese nella sua lunga guerra alla resistenza senza aprire un nuovo fronte.
La decisione sul disarmo non ha chiuso lo scontro. Ha aperto un nuovo capitolo, definito non da proiettili, ma da costituzioni, alleanze politiche e manovre istituzionali. Hezbollah si è posizionato come difensore della sovranità nazionale contro un progetto guidato dall’estero.
Tra l’ingegnerizzazione esterna della sovranità libanese da parte di Israele e la resistenza interna di Hezbollah, sta emergendo una nuova linea di demarcazione in Libano. Questa linea non passa solo attraverso il sud, ma attraversa il cuore stesso dello Stato; la sua costituzione, il suo governo, le sue pretese di legittimità e la coscienza popolare ora di fronte a una domanda fondamentale: chi difende veramente la sovranità e chi la invoca per servire interessi stranieri?
Fonte
21/01/2025
Mali - Il governo sequestra l’oro estratto da una multinazionale occidentale
A fine novembre avevamo riportato di come nel Mali due multinazionali occidentali avessero già dovuto fare i conti con il nuovo approccio delle sue autorità. Tra arresti e pagamenti dello sfruttamento minerario, sembrava che la questione fosse risolta.
Invece, la canadese Barrick Gold, tra le più grandi compagnie di estrazione d’oro al mondo, ha fatto sapere che il governo maliano ha sequestrato circa tre tonnellate metriche di oro del sito minerario di Loulo-Gounkoto, dal valore di 245 milioni di dollari.
La società nordamericana ha notificato “di aver avviato la sospensione temporanea delle operazioni” nel paese africano. Bisogna ricordare che il Mali ha spiccato un mandato d’arresto per Mark Bristow, l’amministratore delegato dell’azienda mineraria.
Le tensioni sono cominciate nel 2023, con un nuovo codice minerario per perseguire un miglior rispetto della sovranità del paese e una divisione più equa dei proventi delle sue risorse. Basti pensare che le esportazioni di oro hanno rappresentato l’80% del totale nel 2023.
Il 2 gennaio, secondo Reuters, il giudice Boubacar Moussa Diarra avrebbe dato l’ordine di sequestro, che è arrivato dopo la richiesta non evasa di altri 500 milioni di tasse non pagate. Barrick Gold aveva segnalato che i rapporti con il governo maliano si erano notevolmente deteriorati nell’ultimo mese.
Sempre su Reuters si può leggere che il ministro dell’Economia maliano avrebbe quantificato in oltre cinque miliardi di dollari l’effettivo ammontare che la compagnia canadese deve al paese africano, per lo sfruttamento di due suoi siti minerari.
Dalla multinazionale fanno sapere che stanno lavorando per “trovare una soluzione amichevole che garantisca la sostenibilità a lungo termine del complesso minerario di Loulo-Gounkoto e il suo contributo vitale all’economia e alle comunità del Mali”.
Che siano interessati alle sorti della popolazione locale è difficile da credere. La sospensione dell’attività a Loulo-Gounkoto potrebbe venire a costargli poco più di un decimo dei guadagni, e i suoi vertici hanno già chiesto a un organismo della Banca Mondiale un arbitrato internazionale in merito.
Ma al di là dell’aspetto legale, anche questa vicenda parla del superamento del sistema neo-coloniale francese che ha segnato l’area per decenni. Misure simili sono state prese anche dal Niger e dal Burkina Faso, quarto produttore di oro del continente nel 2023 – con il Mali al secondo posto –.
Non è dunque un caso che, nel precipitare dello scontro internazionale, della frammentazione del mercato mondiale e della divisione in blocchi, si possa leggere sul Financial Times il riferimento agli interessi che hanno invece sia la Cina sia la Russia in quei paesi.
Dal punto di vista dell’euroatlantismo in crisi che si prepara alla guerra, chi non si lascia assoggettare agli interessi occidentali e preferisce rapporti che rispecchino maggiore equità è pericoloso, e parte dello schieramento dei nemici.
Fonte