Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
27/07/2026
Trump pensa all’intervento in Mali, un altro colpo all’influenza della Ue?
Fonti locali riferiscono che il pretesto sarebbe colpire un gruppo affiliato ad al Qaida e noto come Jnim (Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin), radicato nel nord del Paese.
La situazione in Mali
Nel nord del Mali imperversano la guerriglia separatista e gli attacchi di matrice jihadista, i quali hanno trasformato il Paese, e i vicini come il Niger, in una delle aree con la maggior concentrazione di attacchi terroristici al mondo.
Nel 2025 i miliziani regionali di al-Qaida avevano paralizzato il Paese con un blocco del carburante, mentre nella scorsa primavera avevano coordinato una serie di attacchi su scala nazionale, arrivando a combattere anche nelle strade della capitale Bamako e a uccidere il ministro della Difesa Camara in un attentato suicida nel nord.
L’idea dell’amministrazione Trump
Il Washington Post riferisce che tra i maggiori sostenitori negli Usa dell’intervento militare c’è Sebastian Gorka, senior director per l’antiterrorismo del Consiglio per la Sicurezza nazionale.
L’intervento statunitense farebbe del Mali l’ottavo Paese contro cui Trump ha ordinato attacchi, dopo Yemen, Somalia, Siria, Iran, Iraq, Nigeria e Venezuela.
Se il funzionario citato dal Post attribuisce la responsabilità dell’instabilità regionale soprattutto ai partner russi – “Mosca si è dimostrata un partner della sicurezza inefficace per il Mali, ci auguriamo che gli altri paesi africani ne prendano atto” –, l’obiettivo di fondo Usa dell’opzione maliana potrebbe essere di nuovo l’Unione Europea.
Russia e Usa attivi in Mali...
Dal 2025 gli Stati Uniti hanno intensificato la condivisione di informazioni di intelligence con il governo maliano nell’ambito di un’iniziativa dell’Amministrazione per aumentare l’influenza nel Paese, da quattro anni passato “armi e bagagli” sotto la diretta influenza di Mosca, soprattutto in ambito militare, dopo la cacciata della Francia.
Una cooperazione ancora limitata, quella Usa-Mali, lontana per esempio dalla partnership di sicurezza con la Nigeria, sfociata lo scorso anno in attacchi aerei e una missione terrestre statunitense che ha portato all’uccisione di uno dei massimi leader dell’Isis in Africa.
Il tutto mentre gli Africa Corps, il gruppo di contractors ex Wagner confluiti sotto il ministero della Difesa russo dopo l’eliminazione del leader Prigožin, collabora spalla a spalla con l’esercito di Bamako per riguadagnare al fondamentalismo islamico il territorio perso nel nord del Mali.
...mentre l’UE si allontana
Dall’altra parte, il solco tra il Mali ed Europa si fa sempre più profondo.
Come riporta Nigrizia, l’Ue ha convocato a Bruxelles l’ambasciatore del Burkina Faso per protestare contro l’espulsione di due diplomatici della delegazione europea a Ouagadougou.
L’episodio si inserisce in un lungo deterioramento delle relazioni che ha allontanato la giunta militare del capitano Ibrahim Traoré dai suoi ormai ex interlocutori occidentali.
Già il 26 giugno il Burkina Faso aveva annunciato l’interruzione delle relazioni diplomatiche con la Francia, accusata di ingerenza negli affari interni e di un atteggiamento ostile nei confronti del governo.
Pochi giorni prima, il 18 giugno, il Parlamento europeo aveva approvato una risoluzione a larghissima maggioranza che denunciava il peggioramento della situazione dei diritti umani in Mali, il tutto condito dalla solita preoccupazione europea per la crescente influenza russa nel Paese.
L’importanza del Sahel per gli interessi UE
Non è un mistero che Bruxelles consideri la regione strategica per i propri interessi. Da tale prospettiva, il Sahel è un territorio cruciale per la gestione dei flussi migratori che che arrivano dall’Africa occidentale – prima di tentare di attraversare il deserto e sfuggire ai lager italiani in Libia.
Ma l’intera regione è ricca anche di materie prime cruciali nella produzione odierna, come il petrolio in Nigeria o l’uranio in Niger.
Forza lavoro giovane, oro nero o alternativa nucleare per il fabbisogno energetico, una estrema quanto efficace sintesi di tutto quello che manca disperatamente al continente europeo per poter pensare di competere nell’arena internazionale.
Il bersaglio è di nuovo l’UE?
L’ingresso yankee nella gestione di questi interessi potrebbe essere l’ennesima pistola puntata dall’amministrazione Trump alla tempia dell’Unione Europea e degli Stati che ne fanno parte.
L’indicazione del nemico nei jihadisti di Jnim, rei inoltre di rapito il missionario statunitense Kevin Rideout, non sembra infatti mettere Usa e Russia su un terreno di diretta ostilità, al netto della “normale” competizione per l’influenza nell’area che emerge dalle parole di Gorka riportate in apertura.
Vale “appena” la pena di ricordare come il sostegno della junta golpista di Kiev ai gruppi armati separatisti dell’area sia aumento, e ben documentato, significativamente negli ultimi mesi.
In sintesi, una sorta di “incubo geopolitico” potrebbe prendere forma nell’area, dove ucraini e gruppi jihadistai combatterebbero per rovesciare una alleanza militare anticoloniale, invisa all’Unione Europea, ma sostenuta a vario titolo dagli Stati Uniti e dalla Federazione russa.
Sembra proprio che la “guerra mondiale a pezzi” scatenata dal golpe del Maidan continui ad allargare le faglie dello scontro...
Fonte
10/05/2026
Il Mali dopo i nuovi attacchi del 25 aprile
Oltre dodicimila combattenti, secondo le prime stime, hanno in poche ore colpito in modo chirurgico da Kidal a Gao, da Mopti a Bamako, e a Kati, “città guarnigione”, l’esplosione di una cisterna ha ucciso il ministro della difesa Sadio Camara e ferito il responsabile dei servizi di intelligence, il generale Modibo Keita. Per comprendere quanto accaduto bisogna fare un passo indietro e ripercorrere quella che è una storia postcoloniale non molto diversa da quanto accaduto in altri paesi (il Sudan o la Repubblica Democratica del Congo).
Appena dopo l’indipendenza, già nel 1962-1963, si erano andati costituendo i primi gruppi tuareg indipendentisti, intolleranti verso i confini coloniali e l’ordinamento di un paese sospeso tra istanze panafricaniste e l’idea di uno stato centralizzato. Il governo di Modibo Keita prima, quello di Moussa Toure poi, malgrado le profonde differenze, non riusciranno a sedare la resistenza, e la violenta repressione alimenterà solo il progetto separatista di alcuni gruppi, che esploderà nuovamente nel 1990 con l’attacco alla caserma di Menaka e l’uccisione di decine di militari.
Ma a quest’ultima si arriva dopo un processo nel quale ha un ruolo decisivo anche le siccità del 1973-4 e del 1984. I giovani tuareg che dal Mali e dal Niger emigreranno in quegli anni in Libia seguendo le reti di alleanza esistenti fra tribù e clan, saranno accolti da Gheddafi e addestrati a Beni Walid all’interno della Legione Verde. Molti di loro saranno poi inviati a combattere nella guerra contro il Chad.
Il contesto politico sempre più ostile convince Gheddafi della necessità di costruire una strategia regionale (nasce il progetto dell’Unione del Maghreb Arabo). Ed è di quegli anni la scelta di far ritornare i tuareg in Mali e in Niger per rivendicare il possesso delle terre. La ribellione, guidata da Iyad Ag-Ghali, sarà contenuta da Moussa Traoré al prezzo di molte vittime, ma gli accordi durano poco perché Traoré verrà qualche mese dopo rovesciato da un colpo di stato (è il marzo 1991).
Quando riprende, la rivolta tuareg dei Movimenti Unificati del Fronte dell’Azawad (MFUA) avrà una diversa fisionomia: frammentata in quattro gruppi maggiori (il Movimento popolare dell’Azawad, MPA, diretto da Ag-Ghali; il Fronte popolare di liberazione dell’Azawad, FPLA, nella regione di Timbuctù; l’Armata Rivoluzionaria di Liberazione dell’Azawad, ARLA, costituita essenzialmente da membri della tribù Imghad; il Fronte Islamico Arabo dell’Azawad, FFIA), vedrà da questo momento una vertigine di alleanze a carattere “etnico-tribale” comporsi e dissolversi secondo le circostanze.
Ma è impossibile offrire un’interpretazione univoca di un progetto di indipendenza che ha radici eterogenee e si nutre spesso di legami familiari, e altrettanto impossibile è lasciarsi sedurre da un’interpretazione che veda quella dei tuareg come la ribellione di “una società contro lo stato”.
Le alleanze che avrebbero costruito negli anni, oltre che con la Libia di Gheddafi, con l’Algeria, ma soprattutto con la Francia, rivelano la grande capacità di sfruttare gli interessi di attori diversi e ottenere supporto militare, economico, logistico o mediatico senza però avere la forza di venirne a capo una volta per tutte. Lo dimostreranno gli anni seguenti, scanditi dall’ingresso del fronte jihadista, che pone agli stessi Tuareg non pochi problemi, e di miliziani provenienti da altri paesi (Sudan).
Agli inizi del 2012 l’erede della galassia dei movimenti secessionisti del nord proclama l’indipendenza dell’Azawad, la vasta regione che da Tessalit, Kidal e Menaka si estende sino a Timbuctu e Gao (quasi i due terzi del paese, largamente desertici, ma ricchissimi di risorse naturali). Con il Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, MPLA, operano le milizie Ansar Dine (“Ausiliari della regione Islamica”, al comando di Iyad Ag-Ghali).
Il progetto di uno stato islamico non troverà nella comunità internazionale alcun riconoscimento, ma queste milizie che arrivano sino a Segou sulle loro moto o sui pick-up 4X4 armati con mitragliatrici e lanciarazzi sottratti all’esercito regolare costituiscono una seria minaccia all’integrità territoriale del paese, tanto più che l’esercito regolare arretra, abbandona mezzi e armi, e nel caos rivela ancora una volta che l’addestramento francese non ha avuto altro effetto che quello di creare un esercito fragile e dipendente.
In questo clima di sfiducia, un giovane militare sino a quel momento sconosciuto, Amadou Sanogo, di origine dogon, prende il potere e pone fine al governo di Amani Toumani Toure (ATT). Sanogo finirà poi agli arresti, in una isolata località ai confini con la Guinea, ma intanto il presidente ad interim invoca l’intervento aereo dei francesi per fermare l’avanzata dei ribelli.
Holland accorre in modo trionfale: comincia l’operazione Serval (dall’agosto 2014 il suo nome diventerà Barkhane), affiancata dal luglio dello stesso anno dalle forze dell’ONU. Come sempre la fantasia militare è all’opera, ma con una semantica che vale la pena sottolineare: il nome di un felino dell’Africa subsahariana (serval), il termine con cui si indicano le dune mobili dal profilo a mezzaluna creato dai venti (barkhane), sono l’atto di imperio linguistico di chi si sente da tempo padrone di quei luoghi.
La presenza francese si fa via via più invadente. Le elezioni del nuovo presidente Ibrahima Aboubacar Keita (IBK) consentono al paese una relativa stabilità, ma le critiche all’autonomia del presidente, considerato da molti un fantoccio nelle mani dei francesi, si fanno sempre più aspre.
Un duro colpo al patto fra il Mali e la Francia arriva quando quest’ultima impedisce all’esercito regolare di entrare a Kidal, quartier generale delle forze ribelli controllata dal MPLA invocando motivi di sicurezza e rendendo impossibile sia il controllo della città che le elezioni. Kidal è tutt’oggi una ferita non cicatrizzata, l’immagine di una sovranità nazionale offesa da una potenza straniera.
Non è un caso che la sua riconquista con l’aiuto delle truppe mercenarie russe Wagner nel 2023 sarà celebrata come un riscatto, così come non sorprende che la sua caduta dieci giorni fa nelle mani delle forze ribelli sia stata ripresa dai media francesi infinite volte per umiliare il governo di transizione guidato da Assimi Goïta ed annunciare che ormai i due terzi del paese sono sotto il controllo dei ribelli.
Quando i risultati elettorali che avevano riconfermato IBK furono contestati e il presidente deposto (colpo di stato del 2020, con il forte appoggio della società civile, rappresentata dal Mouvement du 5 juin – Rassemblement des forces patriottiques), un nuovo governo di transizione guidato da Bah Ndaw dovrebbe permettere il ritorno alla democrazia.
Ma nel 2021 un nuovo colpo di stato interrompe il processo, e Bah Ndaw è accusato di aver tradito gli accordi: il ministero della difesa sarebbe dovuto andare a Camara, quello dell’intelligence a Keita (incarichi poi confermati dal governo di transizione). Per una strana coincidenza, sono proprio loro ad essere vittima degli attentati di questi giorni, gli stessi che avevano condotto il processo di alleanza con la Russia e definitivamente spezzato quel che restava dei legami con la Francia.
Dal 2016 nelle aree centrali del paese (regione di Mopti, ansa del Niger) entra in scena un nuovo alleato: il Front de Libération du Macina (Katiba Macina), al comando di Amadou Kouffa. L’area, che vede preponderante la popolazione Peul aveva conosciuto da sempre un complesso sistema d'uso delle terre da parte di pastori e contadini, secondo un equilibrio non del tutto privo di conflitti ma in grado di autoregolarsi ed evitare eccessi (sapienti tecniche di coltivazione e di pascolo avevano reso possibile lo sfruttamento delle risorse di un territorio periodicamente inondato dal Niger).
Ma i conflitti generati dalla riduzione delle terre coltivabili e dei pascoli, e il capovolgimento delle tradizionali gerarchie, avrebbero finito con l’alimentare un’economia di guerra spesso banalizzata nel vocabolario di un conflitto etnico-religioso ricalcato sulle linee di antichi conflitti (i Peul, pastori, da un lato; i Dogon, contadini, dall’altro).
Nel nuovo scenario, segnato dalla comparsa di una milizia di autodifesa dogon (i Dan Nan Ambassagou, “i cacciatori che si confidano a Dio”), il FLA (Fronte di Liberazione dell’Azawad, ultima denominazione dei movimenti indipendentisti tuareg) può contare ora su un nuovo alleato: l’Ucraina, come veniva ammesso nel corso di un servizio delle televisione francese del luglio 2025, ricevendo da un paese diventato centrale nella circolazione mondiale delle armi quegli aiuti (addestramento militare in Europa, droni, attrezzature logistiche) che la Francia non può dare alla luce del sole.
L’obiettivo è far cadere l’attuale giunta al potere e indurre i russi a lasciare il paese. Che la Francia abbia sostenuto in passato i gruppi tuareg è noto da sempre (sin dal 2012, il suo appoggio diplomatico e mediatico è stato evidente). Ma l’alleanza fra i Tuareg e i loro sostenitori internazionali (Algeria, Francia) da un lato, e i gruppi che predicano la sharia e sono affiliati ad Al-Qaida nel Magreb dall’altro, sebbene difficile e non priva di rischi non è più fonte d’imbarazzo dopo l’incontro fra Trump e il nuovo presidente siriano, Aḥmad Ḥusayn al-Shara, membro di un gruppo legato a Al-Qaida e considerato solo qualche mese fa un pericoloso terrorista.
È stridente la libertà con la quale le definizioni di terrorismo siano in Occidente volatili e piegate agli interessi del momento, mentre rimane sempre lo stesso il vocabolario che delegittima i dirigenti africani ridicolizzando i loro sforzi per reagire alla minaccia della povertà, della crisi ecologica o della violenza.
Una tagliente denuncia di questo colonialismo semantico e delle ipocrisie che lo sostengono è stata offerta dal discorso di Jean Emmanuel Ouedraogo, primo ministro del Burkina Faso all’ONU nel settembre 2025, e più recentemente da Bassoma Bazié, sempre per il Burkina Faso, a Lomé, di fronte ai rappresentanti della CEDEAO nell’aprile scorso.
Perché tra i mutamenti più significativi della regione, avvertiti con preoccupazione da Parigi, vi è stata la nascita di una nuova entità: l’Alliance des États du Sahel (Burkina Faso, Mali, Niger), poco importa se al prezzo di alleanze che hanno anch’esse il loro costo (quelle con la Cina e la Russia).
La galassia di acronimi, le definizioni provvisorie di “terrorista”, “ribelle” o “jihadista”, di alleato o mercenario, dicono però poco o nulla di ciò che è diventata la vita in questo paese, segnato da anni di violenze compiute da tutte le milizie (dai jihadisti del Katiba Macina ai mercenari di Wagner e dell’Africa Corps, così come dai Dan Nan Ambassagou).
I furti di milioni di capi di bestiame, l’uccisione di animali e la distruzione dei granai, l’impossibilità di lavorare nei campi o frequentare le scuole (un gran numero delle quali è stato chiuso nei villaggi dove è stata imposta la sharia), i continui assalti ai mezzi di trasporto, hanno stravolto il paesaggio sociale e trasformato anche i vicini in possibili nemici (il clima di sospetto trova espressione negli arresti di militari e personalità politiche in questi giorni, accusati di complicità con i terroristi). Due storicità sembrano così duellare da tempo senza incontrarsi, e in questo duello il Mali sembra essere oggi il luogo dove si giocano il destino e il futuro dell’intero continente africano.
Mentre il neocolonialismo e il capitalismo estrattivista non fanno che affondare in modo sempre più aggressivo i loro artigli sulle risorse naturali (petrolio, litio e gas in Mali; oro in Mali e Burkina Faso; uranio in Niger), i paesi africani lottano per affermare una sovranità sempre negata, sempre assoggettata, sempre ridicolizzata.
Il progetto anticoloniale dei loro leader (come Ibrahim Traoré, che in Burkina Faso assume esplicitamente il ruolo di erede di Sankara) urta l’arroganza dei governi occidentali: che se continuano ad umiliare le élite politiche di questi paesi, non hanno mai esitato ad assassinarne i leader quando scomodi.
Quanto alle reciproche accuse di manipolazione dell’informazione, solo in apparenza si è di fronte allo stesso problema. Se in Mali il potere della giunta militare ricorre alla censura e, certo, anche all’intimidazione o al silenziamento delle voci critiche, i media occidentali (e quelli francesi, in particolare) operano con infinite risorse una duplice operazione: non si accontentano di offrire degli eventi informazioni e analisi di segno opposto, ma aggiungono come un metatesto il cui progetto è far vacillare l’idea stessa di un paese sovrano.
Sulla riva di un tempo ferito dal caos, dall’isolamento (le difficoltà di approvvigionamento di carburante e beni alimentari), dagli indicatori di povertà, dalla nostalgia di lingue e saperi erosi dalla violenza dell’estrattivismo come dalla curiosa indifferenza del turismo (e ciò vale per i Tuareg come per le altre popolazioni di questa regione: Peul, Dogon, Bozo...), si intravede però il coraggio e l’ostinazione di donne e uomini che non intendono cedere alla paura, alla minaccia, e per i quali l’alleanza dei connazionali della diaspora rimane fondamentale.
Fonte
28/04/2026
Mali - Il paese è spaccato in due
Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, il governo maliano aveva cambiato approccio verso le multinazionali occidentali dell’oro, mentre poco dopo l’Alleanza degli Stati del Sahel, l’AES (che unisce Mali, Niger e Burkina Faso, e di cui Goita è stato presidente fino alla fine del 2025) ha deciso di integrare ancora di più i suoi membri con un passaporto biometrico, una stazione televisiva e un’unità militare comuni.
Queste brevi righe di introduzione servono a far capire l’importanza del Mali nell’asse anticoloniale nato tra le sabbie del Sahel, un’asse che ha rappresentato una significativa battuta d’arresto per l’imperialismo europeo in Africa, agito soprattutto per interposta presenza – e sistema monetario – francese.
I risvolti degli eventi in corso in questi giorni sono perciò di fondamentale importanza non solo per la stabilità della regione, ma anche per gli assetti di tutto il quadrante che va dal Mediterraneo fino al Golfo Persico, visti i fili delle forze in azione che arrivano fino a Israele e agli Emirati Arabi Uniti.
Per ora ci limiteremo a riportare gli eventi e gli attori in campo, in attesa di notizie più precise di fronte ad avvenimenti che risultano ancora piuttosto convulsi.
I fatti e i protagonisti
Le violenze sono esplose nelle prime ore di sabato. I testimoni hanno riferito di forti esplosioni e conflitti a fuoco prolungati iniziati intorno alle 06:00 del mattino vicino alla base militare di Kati, situata a breve distanza dalla capitale Bamako, nel sud del paese. Kati non è solo un centro nevralgico dell’esercito, ma ospita anche la residenza di Goita. Come hanno riportato fonti militari ad Al Jazeera, il Ministro della Difesa, Sadio Camara, è rimasto ucciso durante gli assalti.
Lo Stato Maggiore delle Forze Armate del Mali ha inizialmente parlato di “gruppi terroristici non identificati” che avrebbero preso di mira diverse caserme sia nella capitale che nelle province interne. Ma quali siano questi gruppi è piuttosto chiaro a tutti gli osservatori della regione, e sono arrivate poi anche rivendicazioni ufficiali: Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), braccio locale di Al Qaida, e separatisti Tuareg del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, anche se non si esclude la partecipazione di altre milizie.
Il Movimento dell’Azawad ha risaputamente aumentato la propria capacità bellica sfruttando anche legami con arsenali di contrabbando provenienti dalla Libia, dove il controllo dei flussi di armamenti è venuto meno con lo smembramento del paese in potentati locali successivo all’aggressione occidentale. I separatisti hanno rivendicato la presa di posizioni strategiche a Kidal e Gao, nelle zone più interne del Sahara.
Le forze russe e il sostegno ucraino al terrorismo
Per molti analisti, il controllo di Kidal equivale, simbolicamente e militarmente, al controllo dell’intero nord del Mali, dove il governo faceva anche affidamento sulle forze russe post-Wagner, ovvero il Corpo Africano delle Forze Armate di Mosca. Il comunicato diffuso ieri dall’unità sembrerebbe confermare quantomeno una ritirata strategica:
“In conformità con una decisione congiunta della leadership della Repubblica del Mali, le unità del Corpo Africano che erano state stazionate e combattevano nell’insediamento di Kidal hanno lasciato la località insieme ai militari dell’Esercito del Mali. I militari feriti e le attrezzature pesanti sono stati evacuati per primi. Il personale continua a svolgere la missione di combattimento assegnata. La situazione nella Repubblica del Mali rimane difficile”.A inizio aprile, Radio France International aveva confermato la presenza di centinaia di ufficiali ucraini in Libia, per contrastare l’influenza del Cremlino nel paese e per monitorare e colpire le operazioni della flotta russa nell’area. Già dal 2024 l’AES aveva posto Kiev sotto accusa all’ONU per il suo sostegno ai gruppi jihadisti del Sahel, e difatti, dal 2023, il JNIM è riuscito a condurre attacchi con droni, di cui è possibile che le forniture e le tecnologie siano arrivate proprio dal paese dell’Est Europa.
I fili che arrivano fino al Golfo Persico
Tra le fonti economiche del JNIM e dei separatisti c’è, tra le altre cose, anche il contrabbando di oro dalle tante miniere della regione. Il centro internazionale dello smercio illegale del metallo prezioso sono gli Emirati Arabi Uniti, che sfruttano questo ruolo informale anche nei rapporti, militari ed economici, con le RSF del Sudan. L’oro arriva poi spesso in Europa, coinvolgendo nel traffico anche Tel Aviv e Berna.
È insomma un quadro articolato, quello che parte dagli assalti di questi di giorni. Esso ha importanti legami con l’intera cornice strategica ed economica afferente alla “Eurafrica”, con l’aggiunta dell’Asia Occidentale. Per ora, comunque, l‘esercito maliano ha dichiarato di aver respinto gli assalti, ma la situazione sul terreno rimane volatile. Da Bamako e Kati si trovano sui social immagini di abitazioni distrutte e strade bloccate dai soldati.
Le condanne internazionali contro gli attacchi sono giunte dall’Unione Africana, dall’Organizzazione della Cooperazione Islamica e persino dall’Ufficio degli Stati Uniti per gli Affari Africani, ma una soluzione politica appare impossibile. Non è da escludere che alcune delle forze in campo tra gli assalitori si stiano muovendo anche senza una completa copertura da parte degli imperialisti occidentali, che comunque hanno da guadagnare dall’indebolimento del governo Goita.
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19/09/2025
Colpo di stato militare o rivoluzione? Comprendere ciò che è in gioco nel Sahel
Mentre si pianificano azioni di solidarietà in tutto il Sahel, è essenziale guardare oltre le narrazioni tradizionali dei “colpi di stato” e comprendere le condizioni che hanno portato a questo momento cruciale.
Per decenni, il Sahel è stato un classico caso di saccheggio neocoloniale. L'“indipendenza della bandiera” degli anni ’60 è stata una facciata per la continua dominazione francese, mantenuta attraverso il franco CFA e una rete di patti di difesa.
L’accordo del 1961 con il Niger, ad esempio, concesse alla Francia il controllo su installazioni militari e risorse strategiche come l’uranio, garantendo al contempo esenzioni fiscali per le aziende francesi. Questo sistema ha distrutto la sovranità fiscale della regione, risultando in un sottosviluppo catastrofico, povertà e una crisi della sicurezza esacerbata dalle stesse potenze che pretendevano di risolverla.
I numeri sono cupi. Nel 2023, il PIL pro capite del Niger era di soli 560 dollari, con quasi metà della sua popolazione che vive in povertà; i suoi vicini affrontano realtà simili. Questa è la diretta conseguenza di un sistema progettato per l’estrazione.
Le compagnie minerarie francesi per anni hanno dirottato gli introiti dell’uranio e dell’oro della regione, lasciando ben poco dietro di se. Nel 2010, ad esempio, il Niger ha ricevuto solo il 13% del valore totale delle esportazioni del suo uranio.
Questo sfruttamento economico è intrinsecamente legato alla crisi della sicurezza. L’intervento della NATO in Libia nel 2011 ha scatenato un grande flusso di armi ed estremisti in tutta la regione.
Operazioni successive guidate dalla Francia, come Barkhane, si sono rivelate controproducenti, poiché l’attività terroristica è schizzata alle stelle sotto la sua supervisione – con un aumento del 2.860% delle morti in quindici anni. Per il popolo del Sahel, la conclusione era inevitabile: la volpe stava sorvegliando il pollaio.
Da questa fusione tra stati falliti, interferenza straniera e frustrazione popolare è nata l’AES. Gli interventi militari in Mali (2020), Burkina Faso (2022) e Niger (2023) non sono state le tipiche prese del potere da parte di un’élite interessata.
Sono stati, come li ha definiti Philippe Toyo Noudjnoume dell’Organizzazione dei Popoli dell’Africa Occidentale: “interventi militari per la sovranità”. Guidati da una nuova generazione di giovani ufficiali patriottici come Ibrahim Traoré del Burkina Faso e Assimi Goïta del Mali, questi movimenti sono stati alimentati da mobilitazioni di massa di una popolazione stanca del vecchio ordine, come ben dimostra il recente dossier pubblicato dall’Istituto Tricontinental di Ricerca Sociale, Sahel in cerca della sovranità.
Le scene di manifestazioni di massa per le strade di Bamako, Ouagadougou e Niamey, dopo la deposizione di governi appoggiati dall’Occidente, sono state una potente testimonianza del profondo desiderio di cambiamento. Inoltre, le masse non si sono semplicemente mobilitate per appoggiare ciecamente un nuovo regime.
Si veda il caso del Niger: quando i leader militari hanno preso il potere – motivati principalmente dalla mancanza di protezione e di una retribuzione adeguata mentre combattevano in prima linea contro le incursioni terroristiche, spesso legate al presunto supporto francese – sono state le organizzazioni di base a guidare la richiesta di espulsione delle forze militari e diplomatiche francesi, assediando le guarnigioni militari e l’ambasciata del paese europeo.
Non si trattava solo di esplosioni di sentimenti anti-francesi, ma di un profondo rifiuto di un sistema che, per troppo tempo, ha negato al popolo del Sahel la sua dignità e il suo diritto all’autodeterminazione.
L’AES, quindi, non è solo un’alleanza militare, ma un progetto politico, un tentativo audace di tracciare un nuovo percorso basato sul panafricanismo, sullo sviluppo endogeno e su una risoluta posizione anti-imperialista.
In due anni di esistenza, l’AES ha compiuto progressi significativi. L’espulsione delle truppe francesi dai tre stati membri è stato un colpo storico per il neocolonialismo francese in Africa. La formazione della Confederazione degli Stati del Sahel, il 6 luglio 2024, ha ulteriormente consolidato l’alleanza, con una forza militare congiunta che ha già condotto esercitazioni e i cui leader hanno approfondito i legami di sicurezza, come visto negli incontri militari in Russia a luglio e agosto 2025.
Sono in fase di avanzamento piani per un passaporto unico, un nuovo fondo di investimento domestico finanziato dalle tasse e, infine, una moneta comune. Sul fronte economico, l’AES sta prendendo misure concrete per riprendere il controllo del proprio destino. Sono in discussione proposte per riunire risorse per progetti chiave nel settore minerario, energetico e delle infrastrutture.
In una mossa significativa verso la sovranità energetica, Rosatom (la corporazione statale russa responsabile per l’industria e l’energia nucleare) ha firmato un accordo con i tre membri nel giugno-luglio 2025, sull’uso pacifico dell’energia nucleare per sviluppare un “ciclo regionale del combustibile nucleare verticalmente integrato – dalle miniere del Niger ai reattori del Burkina Faso e del Mali”.
Questo si affianca agli sforzi nazionali in tutta l’alleanza, che includono una serie di accordi bilaterali con nuovi partner e nuove iniziative nazionali di sviluppo, che abbracciano una gamma di settori economici, politici e sociali.
Mali e Burkina Faso hanno approvato nuovi codici minerari nel 2023 per aumentare la partecipazione statale ed eliminare le esenzioni fiscali dell’era neocoloniale, mentre il Niger ha avviato un’audit completo dei contratti minerari esistenti con l’obiettivo di rinegoziarli secondo termini più equi.
Queste politiche concrete sono accompagnate da una spinta al rinnovamento ideologico. Il Burkina Faso sta rivitalizzando lo spirito di Thomas Sankara con una grande spinta all’autosufficienza alimentare, mobilitando programmi nazionali di volontariato per costruire dighe di irrigazione, avviando la costruzione della prima fabbrica di trasformazione del pomodoro del paese per ridurre la dipendenza dalle importazioni e la campagna nazionale di rimboschimento (una campagna a giugno 2025 ha portato alla piantumazione di 5 milioni di alberi in un’ora).
Il Mali, nel suo nuovo piano di sviluppo nazionale, sta promuovendo il concetto del kura Maliden (“nuovo maliano”) – un cittadino patriottico, responsabile e laborioso, dedito alla sovranità nazionale.
Questi sforzi paralleli, sia materiali che ideologici, stanno tessendo una nuova bandiera per la regione, simboleggiata nella bandiera dell’AES: una mappa delle tre nazioni unite in una sola, in contrasto con i colori panafricani di rosso, oro e verde, con l’antico baobab al centro.
Il popolo del Sahel ha issato la bandiera della sovranità e, ogni giorno, attraverso le lotte quotidiane per costruire un progetto regionale coerente, riconquista la sua dignità.
Le sfide che si prospettano rimangono immense. Le economie dei paesi dell’AES rimangono fortemente dipendenti dall’esportazione di materie prime, rendendole vulnerabili ai capricci del mercato globale. La situazione della sicurezza, sebbene migliorata in alcune aree, rimane precaria. E le forze dell’imperialismo non sono rimaste inattive.
Ma concentrarsi solo su queste sfide significa ignorare la storia più ampia. Il popolo del Sahel non aspetta un salvatore. Sta prendendo il proprio destino nelle proprie mani. Questo secondo anniversario dell’AES è un momento per elogiare il suo coraggio e la sua visione. È un promemoria che, come disse una volta Thomas Sankara: “uno schiavo che non è capace di assumere il controllo della propria ribellione non ha diritto alla pietà”.
Il popolo del Sahel ha assunto il controllo della propria ribellione.
Fonte
18/08/2025
Mali - Sull’orlo del baratro
Tra loro, una figura amatissima dal popolo maliano, simbolo di integrità nei momenti più bui della nostra storia recente, Nema Sagara.
Nema non è una donna qualunque, è una pioniera. Negli anni ’90, quando finalmente si aprì l’accesso delle donne a tutti i corpi, vigili del fuoco, polizia, gendarmeria, guardia nazionale ed esercito, lei fu tra le prime a indossare l’uniforme.
Pilota militare, specializzata nel controllo dello spazio aereo, oggi sessantenne, gode di un rispetto immenso. Negli anni 2000 avrebbe avuto più volte l’occasione di prendere il potere con le armi, ma non lo fece, non per mancanza di forza, ma per scelta. Perché Nema ha sempre servito il Paese, mai se stessa.
Quando i terroristi minacciavano Bamako, Nema comandava tre battaglioni nella regione di Mopti, insieme ai generali Gamou e Didier Dacko. In quei giorni, decise di ritirare i soldati più giovani e inesperti dal fronte, lasciando combattere solo i veterani. «È impensabile» diceva, «mandare allo sbaraglio ragazzi di 18 anni armati alla meglio, quando un soldato maliano su due condivide lo stesso Kalashnikov, uno carica, l’altro spara». Questa era la cruda realtà.
Oggi il Mali non è più solo ostaggio dell’improvvisazione, è divorato dalla bulimia di potere di una giunta corrotta fino al midollo. Nema Sagara è stata arrestata con accuse ridicole, “tentato colpo di Stato” e “destabilizzazione del Paese”.
E non è la sola. Ricordiamo l’arresto di Choguel Maïga, ex primo ministro della giunta dal 2020 al 2024, cacciato per aver avuto il coraggio di dire la verità sulla corruzione, la stessa corruzione che la giunta aveva promesso di combattere rovesciando Ibrahim Boubacar Keïta. Non condivido le sue politiche liberali e di destra, ma non è un corrotto. La sua colpa? Aver parlato.
Il vero motivo dell’arresto di Nema è ancora più chiaro, durante un consiglio dei ministri guardò negli occhi i quattro generali al potere e disse che quello che stavano facendo era criminale. Denunciò un governo farsa, dove amanti diventano miliardarie in cinque anni grazie a ricatti su funzionari e imprenditori, «Niente appalti se non paghi 100.000 o 200.000 euro».
In Mali, chi è miliardario di solito ha ereditato la ricchezza, loro invece hanno costruito imperi personali mentre il popolo sprofondava nella miseria.
E il quinto generale, Ismaël Wagué? Intoccabile. È lui che ha portato il gruppo Wagner in Mali. Comanda 10.000 uomini armati fino ai denti, addestrati e dotati persino di droni. Arrestarlo significherebbe aprire un fronte che la giunta, con meno di 20.000 uomini male equipaggiati e peggio addestrati, non potrebbe reggere.
Assimi Goïta si vende come panafricanista e anti-francese, ma è solo un populista che elimina ogni ostacolo alla sua permanenza al potere. Intellettuali, insegnanti, politici e funzionari, esiliati o in prigione. Giornalisti e attivisti, arrestati grazie a una legge ad hoc sulla “cibercriminalità” voluta dal procuratore Touré, lo stesso che conosco da quando eravamo ragazzi nello stesso quartiere, che ha mangiato a casa mia, e che oggi mi ha condannato a 15 anni per “oltraggio alla sicurezza nazionale”.
Goïta grida contro la Francia ma non rinuncia alla cittadinanza francese, come molti dei suoi generali. Chiede ai migranti maliani di tornare in patria, sapendo che senza i 400 miliardi di franchi CFA che essi inviano ogni anno, otto milioni di famiglie morirebbero di fame.
Tutti i presidenti maliani hanno avuto scontri duri con la Francia. Amadou Toumani Touré arrivò a definire Sarkozy “l’uomo più orrendo” che avesse incontrato nella sua carriera politica, dopo aver tentato inutilmente di fermare l’assassinio di Gheddafi.
E a te, che so leggerai queste righe, dico, non ti ho mai chiesto un favore. Ma abbi almeno un briciolo di decenza umana. Hai sostenuto chi ha fatto bruciare viva, a 94 anni, una donna che ti aveva accolto, aiutato e sostenuto negli studi. Hai fatto arrestare e uccidere amici e compagni solo perché ti hanno detto la verità in faccia.
La verità è che questa giunta non governa, comanda. Ha trasformato il Mali in un campo militare dove la parola d’ordine è obbedire o sparire. Chi critica viene zittito, imprigionato o fatto sparire. Si arricchiscono dietro la maschera del panafricanismo, mentre il popolo sopravvive senza elettricità, quella stessa che importiamo dalla Costa d’Avorio, Paese a cui minacciano guerre verbali.
A voi giovani, soprattutto della diaspora, dico, studiate la storia politica del Mali. Ricordate le rivoluzioni che, pur imperfette, hanno aperto la strada alla democrazia. Perché se restiamo in silenzio, tra cinque anni non avremo più nessuna voce capace di difendere il popolo.
Il Mali oggi non è nelle mani di leader panafricanisti, è nelle mani di populisti travestiti da patrioti, che dietro le quinte costruiscono imperi personali. Hanno pagato marionette che girano video sui social insultando chiunque, spacciandosi per giornalisti senza nemmeno la terza media, e più il popolo dorme, più loro si rafforzano.
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26/07/2025
USA all’assalto diplomatico della Confederazione degli Stati del Sahel
Sono diversi mesi, infatti, che si registra un incremento delle visite yankee ad alto livello verso quegli Stati dell’Africa subsahariana che stanno provando a scrivere una storia di riscatto ed emancipazione non solo della regione, ma del continente intero.
La Confederazione degli Stati del Sahel
Parliamo della Confederazione degli Stati del Sahel, organizzazione regionale istituita nel settembre 2023 da Mali, Burkina Faso e Niger per garantire la sicurezza e la stabilità dei suoi membri, contrastando il terrorismo – soprattutto di matrice islamica – e il neocolonialismo.
Tale cooperazione è stata poi estesa a settori come finanza, economia, infrastrutture, sanità ed educazione, ponendosi così come un’alleanza strategica a tutto tondo e fornendo un esempio di reazione al colonialismo e all’imperialismo per il mondo intero.
La Confederazione rompe con gli organismi filoccidentali
Una delle prime misure intraprese dall’alleanza è stata la rottura con la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas), considerata come un’estensione degli interessi occidentali nell’area, segnando d’altra parte una discontinuità importante con la storia anche recente dei tre Paesi.
Per gli Stati Uniti, i colloqui vorrebbero riprendere la cooperazione nell’ambito della difesa e della sicurezza, presentandosi come un partner affidabile contro la sempre più intensa attività jihadista nella regione.
La visita in Mali
Come riassunto dal sito specializzato Nigrizia, a inizio luglio il vicedirettore generale per l’Antiterrorismo della Casa Bianca Rudolph Atallah ha visitato ufficialmente Bamako, incontrando nella capitale maliana il ministro degli Esteri e il ministro della Sicurezza.
Sul tavolo, la proposta di una “cooperazione rinnovata e costruttiva” per la ripresa del controllo di tutto il territorio da parte delle autorità maliane (una parte è sotto il controllo deli jihadisti), il rafforzamento delle forze armate e la denuncia da parte di Bamako del sostegno esterno, in particolare di matrice ucraina, ai gruppi armati attivi nella regione.
Il messaggio recapitato al Burkina Faso
A fine maggio invece il sottosegretario di stato per l’Africa occidentale Will Stevens ha consegnato a Ouagadougou in Burkina Faso un “messaggio del presidente Donald Trump” al ministro degli Esteri burkinabé, Karamoko Jean Marie Traoré.
Nell’incontro bilaterale, gli Stai Uniti hanno discusso di una cooperazione che “rispetti la sovranità” del Paese africano. Da notare come Stevens abbia riconosciuto le critiche del Burkina Faso sulle restrizioni occidentali all’acquisizione di equipaggiamento militare, contro cui ha promesso di lavorare per la loro rimozione.
Le relazioni con il Niger
Sempre a maggio, dal Kenya il comandante generale dell’Africom Michael Langley ha sottolineato l’aumento degli attacchi terroristici nel Sahel provenienti dal Niger dopo il ritiro statunitense dal Paese nel 2024, ribadendo il sostegno americano ai partner saheliani e nigerini attraverso servizi di intelligence, addestramento e supporto materiale.
Un mese prima, ancora la diplomazia yankee aveva ricevuto a Washington il primo ministro del Niger Ali Mahamane Lamine Zeine. L’incontro con l’ambasciatore Troy Fitrell ha messo al centro la ripresa delle relazioni Usa-Niger, dopo che Niamey, al momento dell’insediamento della giunta militare, aveva gradualmente fatto ritirare le truppe a stelle e strisce dalla base di Agadez.
Il Sud Globale abbandona il sogno amerikano
Le manovre diplomatiche statunitensi si inseriscono nel più generale rientro in varie aree del mondo deciso dall’amministrazione Trump, vuoi manu militari come in Medio Oriente o in Europea orientale, o più sobriamente per ora in Africa occidentale.
Tuttavia, l’Occidente bianco colonizzatore e imperialista sembra aver finito le cartucce a sua disposizione per “mettere le mutande al mondo” e far coincidere gli interessi del Sud Globale con i propri, come testimoniano plasticamente le votazioni in sede Onu sui più disparati temi (sanzioni, guerra in Ucraina, Cuba, Palestina ecc.).
Inoltre, in ambito militare l’abbrivio preso dalle collaborazioni tra Russia, Cina e Stati africani sembra difficilmente rovesciabile in breve tempo, tema questo legato a doppio filo all’appartenenza geopolitica di un Paese.
Il bluff del Piano Mattei non cambierà gli equilibri
Né per “parte nostra” il bluff del Piano Mattei potrà minimamente scalfire gli equilibri politici e commerciali nella regione, intriso com’è di retorica eurocentrica e coloniale a fronte di una scarsità di risorse imbarazzante se confrontata per esempio con gli investimenti cinesi.
Nubi nere si addensano sui cieli delle potenze euroatlantiche. Lavorare alla danza della pioggia qui, in una cittadella dell’impero, non può che aiutare il mondo multipolare a rompere la gabbia degli imperialismi occidentali.
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25/01/2025
L’Alleanza degli Stati del Sahel annuncia una forza militare congiunta
Già lo scorso settembre, infatti, in occasione del primo anniversario dell’alleanza, il presidente maliano Assimi Goita aveva annunciato varie iniziative di collaborazione tra i tre paesi: un passaporto biometrico e una stazione televisiva condivisa, e appunto un’unità militare comune.
Salifou Mody, ministro della Difesa del Niger, ha dichiarato che “la forza unificata AES è quasi pronta, contando 5 mila persone”. Tale forza potrà contare anche sull’appoggio aereo e dell’intelligence dei tre alleati.
Il primo obiettivo è quello di arginare il terrorismo delle organizzazioni jihadiste di quell’area, che hanno legami con Al Qaeda e l’Isis. Ma gli equilibri della regione si intersecano con dinamiche più ampie, globali, ce lo ricorda il coinvolgimento di Kiev in alcuni scontri avvenuti in Mali durante la scorsa estate.
Non c’è un’alleanza organica tra Mosca e le giunte militari del Sahel, ma certamente gli interessi di questi paesi convergono nella comune ostilità verso l’imperialismo euroatlantico. E dunque il braccio di ferro tra la NATO e il mondo multipolare coinvolge in parte anche la fascia africana sotto al Sahara.
Inoltre, il prossimo 29 gennaio Mali, Niger e Burkina Faso usciranno definitivamente dall’Ecowas, cioè la Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale, accusata di essere sostanzialmente sottomessa agli interessi degli ex padroni coloniali. Ma che, almeno, ha deciso di non rispondere ai desideri di Parigi, che voleva un intervento militare contro Niamey.
I legami tra i paesi dell’Africa occidentale sono infatti tanti e fondamentali per la vita e l’economia di tutti gli attori regionali. Non a caso, oltre un mese fa una dichiarazione del Collegio dei capi di Stato dell’AES ha confermato che i cittadini dei paesi dell’Ecowas potranno entrare nei tre paesi del Sahel senza visto.
“I cittadini dell’Ecowas – si legge in un comunicato di Goita – hanno il diritto di entrare, circolare, risiedere, stabilirsi e uscire dal territorio degli Stati membri della Confederazione degli Stati del Sahel”, e lo stesso sarà per i mezzi immatricolati in quei paesi.
Di certo tutto ciò mostra la consapevolezza da parte dei vertici dell’AES del proprio ruolo e dei pericolo che corre la loro esperienza, ma anche l’importanza dei legami da mantenere nella regione. Forse per questo l’Ecowas spera che Mali, Niger e Burkina Faso tornino nel suo alveo, e per questo hanno dato ai tre paesi una proroga fino al 29 luglio per la decisione finale.
Ma non sembra proprio che siano disposti a fare passi indietro.
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Il riposizionamento russo tra Siria e Africa
Proviamo a fare il punto su quanto sta succedendo a Tartus, cosa complessa un po' per motivi oggettivi, un po' per una certa, diciamo, opacità dei processi decisionali dei "ribelli moderati" che hanno preso il potere in Siria.
Partiamo da quello che sappiamo: la Russia ha sgomberato tutte le basi militari nel paese a eccezione della base aerea di Hemimim e della base navale di Tartus, nelle quali ha concentrato materiale e personale proveniente dalle basi dismesse per trasportarli altrove. Dove sia questo "altrove" non è noto: qualcosa prenderà la strada di casa, qualcosa la strada dell'Ucraina, qualcosa molto probabilmente andrà in Africa.
Lo smantellamento delle basi minori e il trasporto a Tartus/Hmeimim si è svolto senza intoppi, tranne qualche sassaiola "cosmetica" a favore di telecamera, che anche se "moderati" sempre ribelli sono.
Ma una volta che il materiale è arrivato a destinazione la situazione è un po' cambiata a Tartus (a Hmeimim gli aerei russi vanno e vengono senza problemi): alle navi che dovevano prendere in consegna il materiale e trasportarlo altrove è stato vietato di attraccare e sono rimaste in rada per un bel po' di giorni, finché il 21 gennaio hanno cominciato le operazioni di carico.
Subito dopo, però, si è diffusa la notizia che le autorità siriane hanno deciso di sospendere l'accordo con la compagnia russa che aveva in gestione il porto di Tartus, cosa che ha portato molti a credere che questo volesse dire sfrattare la base navale, con tutte le conseguenze politiche del caso.
In realtà, stando a quanto si capisce la revoca dell'accordo riguarda solo la parte civile del porto, che era appunto stata data in gestione alla compagnia russa Strytansgaz per 49 anni (a partire dal 2019) perché la sviluppasse, cosa che a detta del nuovo governo non ha fatto (e non fatico a crederci, tra covid, sanzioni e guerra in corso). La parte militare della base, però, ovvero circa un quarto della struttura, non rientra in questo accordo, ed è stata oggetto di una trattativa separata con il governo di Assad: il motivo della revoca del contratto, dicono sempre le autorità siriane, è assolutamente economico. Quindi possiamo concludere che l'idea che la base navale stia per essere abbandonata dalla flotta russa non corrisponde al vero, almeno per ora – vedremo in futuro, naturalmente.
Chiudo con una breve nota che per qualche giorno pareva potesse avere a che fare con la Siria, e col famoso "altrove" verso il quale sono diretti i mezzi russi che da lì verranno trasferiti. Il 17 gennaio una colonna di più di 100 mezzi militari russi è comparsa a Bamako, la capitale del Mali – uso proprio il termine "comparso" perché come scrive chi ha analizzato a fondo la questione, ossia la fonte molto pro-Ucraina Tatarigami si è veramente materializzata dal nulla, nel senso che nessuno sa come ci sia arrivata (sembrerebbe via mare passando per la Guinea, cosa che apre altri scenari interessanti).
I mezzi sono di vario tipo, carri armati, veicoli blindati, veicoli logistici eccetera, e messi tutti insieme compongono un intero gruppo tattico di battaglione. Le domande sono due: da dove vengono i mezzi e chi li opererà, l'esercito del Mali o le forze russe del "Corpo Africano"? La risposta alla seconda domanda pare essere che li opereranno i russi; la risposta alla prima è più complicata ma da quello che sembra non vengono dalla Siria ma dalla Russia.
Gli indizi che fanno propendere per questa idea sono parecchi: la colorazione, il fatto che non vi siano marchi tattici associabili alla Siria, la presenza su alcuni veicoli dei simboli utilizzati in Russia per il trasporto ferroviario di carichi fuori norma. Ci sono anche mezzi che si sono visti in campo solo molto recentemente, come i camion KAMAZ-4385 o i blindati AMN-590911 "Spartak" con cannone da 57mm S-60.
Questo significa una serie di cose: che la Russia non ha incontrato eccessivi problemi a trasferire un intero gruppo tattico di battaglione anche senza utilizzare le basi siriane; che intende investire ancora più risorse ed equipaggiamento in Africa; e che, evidentemente, non ha troppi problemi di materiale a casa.
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21/01/2025
Mali - Il governo sequestra l’oro estratto da una multinazionale occidentale
A fine novembre avevamo riportato di come nel Mali due multinazionali occidentali avessero già dovuto fare i conti con il nuovo approccio delle sue autorità. Tra arresti e pagamenti dello sfruttamento minerario, sembrava che la questione fosse risolta.
Invece, la canadese Barrick Gold, tra le più grandi compagnie di estrazione d’oro al mondo, ha fatto sapere che il governo maliano ha sequestrato circa tre tonnellate metriche di oro del sito minerario di Loulo-Gounkoto, dal valore di 245 milioni di dollari.
La società nordamericana ha notificato “di aver avviato la sospensione temporanea delle operazioni” nel paese africano. Bisogna ricordare che il Mali ha spiccato un mandato d’arresto per Mark Bristow, l’amministratore delegato dell’azienda mineraria.
Le tensioni sono cominciate nel 2023, con un nuovo codice minerario per perseguire un miglior rispetto della sovranità del paese e una divisione più equa dei proventi delle sue risorse. Basti pensare che le esportazioni di oro hanno rappresentato l’80% del totale nel 2023.
Il 2 gennaio, secondo Reuters, il giudice Boubacar Moussa Diarra avrebbe dato l’ordine di sequestro, che è arrivato dopo la richiesta non evasa di altri 500 milioni di tasse non pagate. Barrick Gold aveva segnalato che i rapporti con il governo maliano si erano notevolmente deteriorati nell’ultimo mese.
Sempre su Reuters si può leggere che il ministro dell’Economia maliano avrebbe quantificato in oltre cinque miliardi di dollari l’effettivo ammontare che la compagnia canadese deve al paese africano, per lo sfruttamento di due suoi siti minerari.
Dalla multinazionale fanno sapere che stanno lavorando per “trovare una soluzione amichevole che garantisca la sostenibilità a lungo termine del complesso minerario di Loulo-Gounkoto e il suo contributo vitale all’economia e alle comunità del Mali”.
Che siano interessati alle sorti della popolazione locale è difficile da credere. La sospensione dell’attività a Loulo-Gounkoto potrebbe venire a costargli poco più di un decimo dei guadagni, e i suoi vertici hanno già chiesto a un organismo della Banca Mondiale un arbitrato internazionale in merito.
Ma al di là dell’aspetto legale, anche questa vicenda parla del superamento del sistema neo-coloniale francese che ha segnato l’area per decenni. Misure simili sono state prese anche dal Niger e dal Burkina Faso, quarto produttore di oro del continente nel 2023 – con il Mali al secondo posto –.
Non è dunque un caso che, nel precipitare dello scontro internazionale, della frammentazione del mercato mondiale e della divisione in blocchi, si possa leggere sul Financial Times il riferimento agli interessi che hanno invece sia la Cina sia la Russia in quei paesi.
Dal punto di vista dell’euroatlantismo in crisi che si prepara alla guerra, chi non si lascia assoggettare agli interessi occidentali e preferisce rapporti che rispecchino maggiore equità è pericoloso, e parte dello schieramento dei nemici.
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20/11/2024
Mali - È finita la pacchia per le multinazionali estrattive
L’australiana Resolute ha detto che pagherà in due tranche al governo maliano 80 milioni di dollari ed altri 80 milioni nei “prossimi mesi”. L’accordo raggiunto dovrebbe risolvere le controversie con il governo “comprese quelle relative a tasse, dazi doganali e gestione dei conti offshore”. Il gruppo sta “ora lavorando con il governo sui restanti passaggi procedurali per il rilascio dei suoi tre dipendenti”, ha detto la società.
È accaduto infatti che tre dirigenti del gruppo che possiede una miniera d’oro in Mali sono stati arrestati all’inizio dei novembre dopo essersi recati nella capitale, per quelli che pensavano fossero normali negoziati con la giunta militare al potere. Ma l’amministratore del gruppo, il britannico Terence Holohan e due dei suoi colleghi sono stati arrestati e presi in custodia “inaspettatamente”. Sono stati interrogati in un caso di presunta contraffazione e danneggiamento di proprietà pubblica, riporta la pagina Jeune Afrique.
La Resolute, possiede l’80% delle azioni della filiale che possiede la miniera di Syama (sud-ovest), il restante 20% è nelle mani dello Stato maliano. La società australiana possiede anche un sito di estrazione dell’oro a Mako, nel vicino Senegal, e sta conducendo altri progetti di esplorazione in Mali, Senegal e Guinea.
Da quando hanno preso il potere, i leader del Mali hanno promesso di garantire una distribuzione più equa dei proventi dell’estrazione mineraria nel paese fin qui dominata da gruppi stranieri. Le autorità maliane hanno fatto della lotta alla corruzione e del ripristino della sovranità nazionale sulle risorse naturali i loro mantra.
Jeune Afrique ricorda che questa è la seconda volta in pochi mesi che i dirigenti di una società mineraria straniera vengono arrestati in Mali. Quattro dipendenti della società canadese Barrick Gold, alle prese con un contenzioso con le autorità statali del Mali, sono stati trattenuti per diversi giorni alla fine di settembre e poi rilasciati.
Barrick Gold ha dichiarato di aver pagato 50 miliardi di franchi CFA (circa 81 milioni di dollari) in ottobre come parte di un accordo con il governo maliano.
Le società minerarie straniere sono sottoposte ad una maggiore pressione da parte della giunta, salita al potere nel 2020 e che sta prestando molta attenzione ai rilevanti guadagni dell’industria mineraria in mano alle multinazionali straniere.
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22/08/2024
Africa - Kiev accusata all’Onu di sostenere i gruppi jihadisti nel Sahel
Il Mali e il Niger hanno già interrotto le relazioni diplomatiche con Kiev dopo che alla fine dello scorso luglio le autorità maliane hanno accusato l’Ucraina di aver sostenuto i separatisti Tuareg e i gruppi jihadisti locali in un sanguinoso attacco condotto contro l’esercito del Mali e il gruppo paramilitare russo Wagner.
Il ruolo ucraino era stato confermato dal portavoce dell’intelligence militare di Kiev, Andriy Yusov, il quale aveva ammesso come ai ribelli maliani fossero state fornite “le informazioni necessarie e non solo” per “un’operazione di successo”. Una conferma indiretta era arrivata anche dall’ambasciatore ucraino in Senegal Yurii Pyvarovov successivamente convocato dal ministero degli Esteri di Dakar.
“Queste affermazioni, che sono estremamente gravi, vanno oltre la portata dell’ingerenza straniera, che è di per sé riprovevole. Si tratta del sostegno ufficiale e inequivocabile del governo ucraino ai terroristi in Africa, in particolare nel Sahel”, si legge nella lettera inviata dai ministeri degli Esteri dei tre Paesi all’Onu. “Condanniamo fermamente l’esaltazione del terrorismo da parte delle autorità ucraine, che non può essere giustificato”, si aggiunge nel documento, che invita il Consiglio di sicurezza “ad assumersi le proprie responsabilità rispetto alla deliberata scelta dell’Ucraina di sostenere il terrorismo” e ad adottare “misure adeguate contro queste azioni sovversive che rafforzano i gruppi terroristici in Africa e manifestano il coinvolgimento di forze straniere quali sponsor statali dell’espansione del terrorismo nella regione”.
Difficile che Usa, Gran Bretagna e Francia consentano una condanna dell’Ucraina in sede di Consiglio di Sicurezza dell’Onu in base dalla denuncia dei tre paesi africani, ma dalla vicenda si rileva come il ruolo dell’Ucraina stia crescendo nelle operazioni di destabilizzazione anche in altri quadranti, un ruolo sempre più simile a quello che le potenze occidentali hanno affidato nei decenni a Israele.
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07/08/2024
Il coinvolgimento di Kiev nella guerra sporca contro il Mali chiama in causa la NATO
Secondo Bamako, un alto funzionario ucraino ha ammesso il “coinvolgimento” di Kiev in una pesante sconfitta dell’esercito maliano e del gruppo paramilitare russo Wagner alla fine di luglio, durante i combattimenti con ‘separatisti’ Tuareg e jihadisti.
Il governo del Mali “ha appreso, con profondo sgomento, delle osservazioni sovversive con cui Andri Youssov, portavoce dell’agenzia di intelligence militare ucraina, ha ammesso il coinvolgimento dell’Ucraina in un attacco vile, infido e barbaro da parte di gruppi terroristici armati che ha provocato la morte di membri delle forze di difesa e di sicurezza maliane a Tin Zaouatine, oltre a danni materiali” ha denunciato Maïga nel comunicato stampa.
Alcuni video che sono circolati sui social network mostravano decine di cadaveri che giacevano nel deserto. Da giovedì 25 a sabato 27 luglio, violenti scontri hanno contrapposto i combattenti del Quadro Strategico per la Difesa del Popolo dell’Azawad (CSP-DPA), una coalizione di gruppi ribelli separatisti del nord del Mali, alle forze armate maliane (FAMa) e miliziani del gruppo russo Wagner nei pressi di Tin Zaouatine, una città al confine tra Mali e Algeria.
Lo Stato Maggiore maliano non aveva da subito reso note le cifre ufficiali, ma in un comunicato trasmesso dalla televisione nazionale lunedì 29 luglio ha riconosciuto “un numero significativo di perdite umane e materiali”. Secondo fonti confermate, diverse decine di uomini sono stati uccisi nelle file dell’esercito maliano e della Wagner.
Da parte sua, il CSP-DPA afferma che tutti gli aggressori sono morti o sono stati fatti prigionieri, e riconosce anche di aver perso sette dei suoi uomini e che dodici sono stati feriti. Ha inoltre annunciato di aver sequestrato veicoli e grandi quantità di attrezzature.
Significativamente, un canale Telegram vicino a Wagner – riporta Le Monde – ha pubblicato una dichiarazione attribuita al gruppo paramilitare, che ha riconosciuto le perdite, tra cui quelle di un suo comandante.
Si tratterebbe della prima grande sconfitta di Wagner in Mali, dove il gruppo paramilitare russo è schierato a sostegno delle forze governative dalla fine del 2021.
Si tratterebbe inoltre di una grave battuta d’arresto per la giunta del colonnello Assimi Goïta, uscita rafforzata dalla riconquista di Kidal da parte delle FAMa e dei loro ausiliari russi nel novembre 2023.
“È una vittoria, ma sappiamo che è solo una tappa”, afferma Mohamed Elmaouloud Ramadane, portavoce del CSP-DPA.
Questa coalizione di ribelli, che nominalmente lotta per l’indipendenza dell’Azawad, come i suoi membri chiamano il nord del Mali, sostiene di essere stata costretta a una “ritirata strategica” dopo la sconfitta a Kidal, ma intende continuare a combattere contro l’esercito maliano e i suoi alleati russi.
Da ciò che è emerso sembra che per ottenere la vittoria a Tin Zaouatine, i suoi uomini hanno combattuto fianco a fianco con i jihadisti del Groupe de soutien de l’islam et des musulmans (GSIM), affiliato ad al-Qaeda, con il sostegno dell’intelligence ucraina.
“Il fatto che i ribelli abbiano ricevuto i dati necessari per portare a termine con successo un’operazione contro i criminali di guerra russi è già stato osservato da tutto il mondo. Naturalmente, non divulgheremo i dettagli. Ulteriori informazioni arriveranno anche qui”, ha dichiarato Yussov alla televisione ucraina lunedì. L’ambasciatore ucraino in Senegal ha trasmesso il video.
È la conferma del coinvolgimento di Kiev a fianco dei separatisti Tuareg che sono una pedina della strategia francese nel Sahel e della formazione terrorista affiliata ad Al-Qaeda.
Insomma, un pezzo del conflitto della NATO contro la Federazione Russa si è spostato nel Sahel, e soprattutto il blocco occidentale che è stato cacciato dalla regione cerca di avere un ruolo militare contro il consolidamento della Confederazione degli Stati del Sahel (Mali, Burkina Faso e Niger) grazie alle sue storiche pedine, ed ora grazie all’aiuto di Kiev.
Il governo maliano ritiene giustamente che questi atti “violino la sovranità del Mali, vadano al di là dell’ingerenza straniera e costituiscano un sostegno al terrorismo internazionale”.
Il governo maliano si rivolgerà alle autorità giudiziarie competenti e prenderà le “misure necessarie per prevenire qualsiasi destabilizzazione del Mali da parte degli Stati africani, in particolare dalle ambasciate ucraine nella subregione, con terroristi travestiti da diplomatici”, ha dichiarato Maïga.
Parole come pietre che identificano una subdola strategia occidentale che ormai agisce a carte scoperte anche nel Sahel.
Sabato, le nuove autorità senegalesi hanno dichiarato di aver convocato l’ambasciatore ucraino a Dakar per aver pubblicato un video a sostegno dei recenti attacchi mortali contro l’esercito maliano e i suoi alleati russi.
“Costante nella sua posizione di neutralità costruttiva nel conflitto russo-ucraino, il Senegal non può tollerare alcun tentativo di trasferire sul suo territorio la propaganda mediatica in corso in questo conflitto”, ha dichiarato il ministero degli Esteri senegalese in un comunicato.
Dopo l’elezione del presidente pan-africanista Diomaye Faye, le nuove autorità senegalesi hanno voluto affermare le loro posizioni di “neutralità costruttiva”.
È il secondo episodio del genere, dopo che l’ambasciatore ucraino aveva pubblicato un appello nel marzo 2022 a reclutare stranieri per aiutare il paese nella sua guerra contro la Russia.
Della rinnovata alleanza tra la coalizione indipendentista e terroristi islamici contro il nuovo assetto di potere del Mali si parla già da maggio.
Il 17 maggio, un messaggio vocale è stato pubblicato sui social network. In esso, Alghabass Ag-Intalla, uno dei leader della ribellione armata separatista tuareg e araba, afferma di aver “discusso” con il Groupe de soutien à l’islam et aux musulmans (GSIM) al fine di stringere i legami con questa coalizione jihadista affiliata ad al-Qaeda.
Secondo l’audio di 88 secondi, è stato fatto un “passo importante” e seguiranno “altre iniziative” per cercare di riunire i gruppi ribelli, raggruppati nel Quadro strategico permanente per la difesa del popolo dell’Azawad (CSP-DPA) e gli islamisti armati comandati da Iyad Ag-Ghali.
Da quando i militari al potere a Bamako hanno ripreso le ostilità nell’agosto del 2023, gli emissari dei due campi si sono incontrati più volte, facendo rivivere lo spettro di un’unione tra movimenti concorrenti.
“Non è un’alleanza, ma un tacito patto di non aggressione. Non abbiamo mai avuto lo stesso obiettivo o la stessa metodologia”, afferma Mohamed Elmaouloud Ramadane, portavoce dei ribelli. “Non abbiamo né il tempo né i mezzi per fare la guerra al GSIM. La nostra priorità è combattere lo Stato maliano e Wagner, spostando i nostri combattimenti verso sud, per avvicinarci al cuore del potere del nemico, cioè Bamako”.
Il CSP-DPA ha cercato di rilanciare la sua offensiva verso sud entrando nella foresta di Wagadou all’inizio di aprile. Ma sono stati gli uomini del GSIM, padroni di questa zona al confine con la Mauritania, a sbarrargli la strada, al termine di uno scontro che ha provocato la morte di una ventina di combattenti per parte.
“Si è trattato di un incidente grave. A quel punto, il CSP si è reso conto che il GSIM era in grado di bloccare la sua offensiva contro il regime militare e che, se avesse voluto continuare, sarebbe stato costretto a negoziare con Iyad [Ag-Ghali] l’accesso alle sue zone di influenza nel centro e nel sud del Paese. Questa è la posta in gioco negli attuali negoziati”, affermava a Le Monde Yvan Guichaoua, docente e ricercatore presso l’Università di Kent a Bruxelles.
Gli incontri tra le due parti, con confini assai labili, si sono svolti ad aprile ed i recenti avvenimenti bellici sembrano suggerire che questa alleanza tattica sia stata stabilita ed abbia dato i propri frutti anche grazie all’esplicito sostegno ucraino, un supporto che è difficile pensare sia avvenuto senza l’avvallo o la collaborazione fattiva della NATO.
Fonte
17/07/2024
Africa. L’Alleanza del Sahel diventa Confederazione e sfida la Cedeao
Si consolida l’alleanza tra le giunte militari al potere in Mali, Niger e Burkina Faso, intenzionate a “federarsi” creando un blocco alternativo alla Comunità economica dei Paesi dell’Africa sub-sahariana (Cedeao o Ecowas), organismo regionale accusato di essere uno strumento delle ex potenze coloniali occidentali, in particolare della Francia.
L’Alleanza del Sahel diventa Confederazione
Dopo l’avvio di una stretta collaborazione militare che ha portato
all’espulsione della maggior parte delle truppe occidentali presenti nel
Sahel e all’avvio di una strategia comune contro l’insorgenza
jihadista, i tre paesi ora accelerano anche sulla cooperazione sul
fronte economico, sanitario, dell’istruzione e delle infrastrutture. Il 6 luglio, infatti, i tre paesi hanno annunciato la
creazione della “Confederazione degli Stati del Sahel”, evoluzione della precedente “Alleanza del Sahel” formalizzata a settembre.
A guidare la neonata Confederazione sarà il presidente “di transizione” del Mali, colonnello Assimi Goita, nominato presidente di turno dell’organizzazione con un mandato di un anno.
Riuniti a Niamey, capitale del Niger, i capi dei tre governi golpisti hanno formalizzato la creazione di una banca di investimento comune e di un fondo di stabilizzazione, già annunciati a novembre. Assimi Goita, Ibrahim Traoré (Burkina Faso) e Abdourahamane Tiani (Niger) hanno poi deciso di creare una “Forza Unificata del Sahel” per rafforzare la lotta contro i ribelli islamisti.
I tre paesi continuano ad approfondire la possibilità di abbandonare il Franco Cfa – legato alla valuta di Parigi – con l’intenzione di adottare una propria moneta comune. Infine, i capi delle tre giunte militari hanno incaricato i ministri competenti di elaborare urgentemente i protocolli per affrontare le implicazioni legate al ritiro dalla Cedeao, deciso a partire dal 2025.
La Cedeao in allarme
La creazione della “Confederazione del Sahel” ha ovviamente allarmato
l’organismo regionale, che ha tenuto un vertice straordinario ad Abuja
(Nigeria) il 7 luglio. Con la fuoriuscita di Mali, Niger e Burkina Faso,
infatti, la Cedeao perderebbe più del 12% del Pil e il 16% della popolazione, oltre che tre paesi ricchi di risorse minerarie e strategici sul piano geopolitico.
In caso di ritiro, ha detto il presidente della commissione di coordinamento dell’organismo regionale in vita ormai da mezzo secolo, Omar Touray, i tre paesi del Sahel potrebbero perdere finanziamenti per più di 500 milioni di dollari. Per Touray la regione si trova di fronte al rischio di una disintegrazione della Cedeao che interromperebbe la libertà di movimento per i suoi 400 milioni di abitanti e peggiorerebbe la sicurezza.
Il rischio di una disintegrazione della Cedeao è stato paventato anche dal presidente del Senegal Bassirou Diomaye Faye, il quale ha però citato la necessità di liberare l’organismo «dagli stereotipi che la dipingono come un’organizzazione soggetta alle influenze di poteri esterni e distante dalle popolazioni». Faye ha anche criticato le sanzioni imposte dalla Cedeao ai tre paesi “ribelli” dopo i rispettivi colpi di stato – già alleggerite a febbraio – denunciando le conseguenze sulle rispettive popolazioni.
Il Burkina Faso accusa Costa d’Avorio e Benin di ospitare basi francesi segrete
Intanto nel suo ultimo discorso il capitano Ibraihim Traoré, al potere
in Burkina Faso dal golpe del 30 settembre 2022 e che nel giugno scorso
ha sventato un tentativo di ribellione da parte di alcuni reparti
dell’esercito, ha alzato i toni nei confronti di Costa d’Avorio e Benin,
accusati di essere strumenti dell’ingerenza di Parigi nella regione.
«Non abbiamo nulla contro il popolo ivoriano. Ma abbiamo qualcosa contro chi governa la Costa d’Avorio. Esiste infatti un centro operativo ad Abidjan per destabilizzare il nostro Paese» ha dichiarato il leader della giunta, che poi ha accusato il Benin di ospitare due installazioni militari francesi segrete, a suo dire utilizzate per addestrare terroristi da utilizzare con il Burkina Faso.
È la prima volta che Traoré accusa esplicitamente la Costa d’Avorio, paese ancora saldamente nell’orbita politica, economica e militare di Parigi.
Alle esternazioni di Traoré ha risposto il portavoce del governo del Benin che le ha definite «nauseante disinformazione che alimenta il risentimento delle popolazioni e minaccia la coesistenza pacifica». Il Benin ha un conflitto aperto anche con il Niger dopo che questo ha bloccato il trasporto di petrolio da un oleodotto cinese verso il porto di Cotonou, dove viene imbarcato sulle petroliere.
Traoré annuncia la nazionalizzazione delle risorse minerarie
Nel suo discorso, il capo della giunta del Burkina ha annunciato la
volontà di rimanere al potere nei prossimi cinque anni, informando
sull’approvazione di un disegno di legge a tutela delle risorse
minerarie del paese attraverso un processo di nazionalizzazione dei
giacimenti – soprattutto di oro – e il ritiro di numerosi permessi di
estrazione finora concessi ad alcune multinazionali straniere.
A novembre la giunta militare burkinabé ha avviato la costruzione di una raffineria d’oro, mentre a gennaio ha inaugurato il primo impianto per la lavorazione dei residui minerari (principalmente carbone fino, scorie, concentrati acidi e ceneri), sottolineando la volontà di avere maggior controllo sul loro trattamento e di smettere di esportarli. La fabbrica, costruita nella zona industriale di Kossodo alla periferia di Ouagadougou, è di proprietà di una società privata locale, la Golden Hand, di cui lo stato controlla il 40%.
D’ora in poi gli unici attori stranieri che saranno autorizzati a
sfruttare il settore minerario del paese, ha detto Traoré, saranno «i
sinceri partner che accettano di sostenerci» nella lotta contro
l’insorgenza jihadista, spesso legata ad Al Qaeda o a Daesh. Un
implicito richiamo alle relazioni commerciali avviate con Mosca in
cambio di un sostegno militare che però finora non ha sortito gli
effetti sperati.
Lo scorso 11 giugno, ad esempio, un gruppo di combattenti islamisti ha
attaccato la cittadina settentrionale di Mansila, uccidendo 107 soldati e
prendendone in ostaggio altri 7.
Tasse per finanziare l’esercito
Per finanziare l’espansione delle forze armate e le operazioni dei
cosiddetti “Volontari della Patria” (ausiliari civili dell’esercito)
contro le milizie jihadiste e l’acquisto di attrezzature militari
moderne, la giunta ha avviato un sistema specifico di misure fiscali.
Dal luglio del 2023 si applica una tassa del 5% sull’acquisto di servizi di telefonia che diventa del 10% per gli abbonamenti alle catene televisive private, mentre un’imposta dell’1% grava sulla cessione di terreni. Altre tasse sono state imposte su bevande alcoliche e tabacchi.
La giunta burkinabé criminalizza l’omosessualità
Recentemente, invece, la giunta militare burkinabé ha adottato la bozza di un nuovo codice sulla famiglia che criminalizza l’omosessualità.
Finora il paese dell’Africa Occidentale era tra i 22 paesi del
continente che consentiva le relazioni tra persone dello stesso sesso,
punite invece con la morte o lunghe pene detentive in altri stati.
«D’ora in poi, l’omosessualità e le pratiche correlate saranno proibite e punibili dalla legge», ha affermato il ministro della Giustizia ad interim Edasso Rodrique Bayala. Affinché la legge entri in vigore, dovrà superare il voto parlamentare e poi essere promulgata da Traoré.
Da parte sua, invece, la giunta militare del Mali, al potere dal 2021, ha revocato nei giorni scorsi la sospensione dell’attività dei partiti politici che era stata varata ad aprile per “tutelare l’ordine pubblico”.
Al tempo stesso, però, la giunta golpista ha rinnegato la promessa di indire libere elezioni, rinviando il voto a tempo indeterminato per “motivi tecnici”. Le veementi proteste di molti partiti politici, che reclamavano il ritorno all’ordine costituzionale, avevano convinto i militari a bloccarne l’attività.
09/07/2024
I paesi africani danno vita all’Alleanza del Sahel. Sancita la rottura con l’Occidente
“I nostri popoli hanno irrevocabilmente voltato le spalle all’ECOWAS” (la Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale) ha detto sabato Abdourahamane Tiani all’apertura del vertice dell’Alleanza degli Stati del Sahel che riunisce i tre paesi che hanno sbattuto fuori gli occidentali e la “loro” organizzazione regionale africana.
I firmatari “hanno deciso di muovere un passo verso una maggiore integrazione”, si legge in una nota congiunta che annuncia la firma del trattato istitutivo della Confederazione. Il documento è stato sottoscritto dal leader della transizione nigerina Abdourahamane Tiani, dal presidente di transizione del Burkina Faso Ibrahim Traore e dall’omologo maliano Assimi Goita.
Quest’ultimo, riporta Jeune Afrique, ha chiesto che l’AES sia resa “un’alternativa a qualsiasi raggruppamento regionale artificiale costruendo una comunità sovrana di popoli, una comunità lontana dalla morsa di potenze straniere”.
L’incontro si è tenuto alla vigilia del vertice della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao), da cui i tre Paesi hanno annunciato il loro ritiro a gennaio. Nel settembre scorso i tre Paesi che hanno rotto i legami con la Francia e l’Occidente, hanno formato l’Alleanza degli Stati del Sahel (Aes), iniziativa militare, ma anche diplomatica, che intende garantire indipendenza ai tre Paesi rispetto ad organismi regionali o internazionali.
Successivamente i ministri degli Esteri dei tre Paesi, riuniti a Bamako, hanno dato forma compiuta a questa coalizione, dandole una dimensione politica e diplomatica. È stato assegnato ad Assimi Goita l’incarico di presiedere l’Alleanza degli Stati del Sahel, per il periodo di un anno. “Vorrei ribadire la nostra ferma intenzione a fare dell’Aes un modello di cooperazione regionale, di solidarietà per lo sviluppo, e anche un modello di integrazione sub-regionale, in omaggio ai principi della Carta di Liptako-Gourma”, ha detto Goita citando l’atto fondativo dell’Aes.
Fonte
01/02/2024
Nel Sahel va in frantumi la “gabbia” neo-coloniale
La decisione, per i te leader africani, ha effetto immediato.
Nel comunicato congiunto i militari hanno usato parole molto dure definendo la CEDEAO: «una minaccia per i suoi stati membri e per le sue popolazioni», perché agisce «sotto l’influenza delle potenze straniere».
È il punto di arrivo di un mese di tensioni conclusosi con il viaggio inconcludente di una delegazione dell’organizzazione sub-regionale a Niamey in Niger, questo 25 gennaio.
Abdoulaye Seydou, coordinatore del M62, un movimento della società civile nigerina ha affermato: «è assolutamente normale che i dirigenti abbiano preso questa decisione che, al netto delle difficoltà che si possono immaginare, trova il consenso delle popolazioni».
È un rafforzamento dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) firmata il 16 dicembre scorso tra Bamako, Ouagadougou e Niamey, che va oltre la semplice alleanza militare anti-jihadista per dar vita ad una cooperazione di stampo diplomatico, politico ed economico che va prendendo forma.
Come dimostra anche l’annuncio congiunto dei tre Primi Ministri a Niamey, a fine dicembre, di voler procedere verso progetti comuni nel campo delle infrastrutture stradali e ferroviarie. L’aeroporto della capitale del Mali, si “vocifera” , potrebbe divenire un hub per i tre paesi dell’Alleanza.
È un vero e proprio terremoto per gli assetti neo-coloniali del Sahel, l’ennesimo schiaffo alla Francia e all’imperialismo dell’Unione Europea in genere.
La CEDEAO, che è una cornice politico-economica con un profilo militare, fondata nel 1975, ne esce con le ossa rotte, riducendosi dai 15 Stati – 16, prima dell’uscita della Mauritania nel 2000 – agli attuali 13.
Dopo l’annunciato e mai realizzato intervento militare congiunto che doveva concretizzarsi ai danni del Niger in seguito al “Colpo di Stato patriottico” della scorsa estate, è l’ennesimo schiaffo a questo traballante strumento della cosiddetta FrançeAfrique.
Le sospensioni e le sanzioni che hanno colpito questi tre Stati non solo non hanno portato a più miti consigli i “militari patriottici” che ne guidano il nuovo corso politico, ma li hanno spinti da un lato a relazioni reciproche più strette, nonché ad un maggiore sganciamento dall’Occidente e dai suoi protegé locali con il crescente consenso delle popolazioni.
Questa rottura potrebbe logicamente andare ancora oltre, lasciando l’Unione economica e monetaria dell’Africa Occidentale, e “rinunciando” – per così dire – al franco CFA, la moneta degli otto paesi membri della UEMOA: odiato simbolo della servitù economico-militare all’Euro oggi ed al Franco francese prima.
Come ha ricordato il ricercatore Fahiraman Rodrigue Koné, in una intervista al quotidiano francese Le Monde, i tre leader africani hanno descritto tale valuta: «una moneta di servitù neo-coloniale che impedisce lo sviluppo economico dei loro paesi».
Il primo paese ad essere sospeso e sanzionato è stato il Mali quando, nel 2020, una giunta militare ha destituito Ibrahim Boubacar Keita (IBK) dopo che mobilitazioni popolari – fortemente represse nel sangue – ne avevano chiesto le dimissioni.
Nel 2021 un altro colpo di mano militare dava vita ad un governo di transizione militare con il sostegno popolare, un supporto che si è consolidato con la decisione di Goita di ordinare alle truppe francesi di lasciare il territorio nazionale, nel febbraio del 2022.
Nel gennaio del 2022, con una dinamica simile, veniva deposto Roch Marc Christian Kaboré nel vicino Burkina Faso. Subito seguita da un’azione manu militari del capitano Ibrahim Traore, che nel settembre formava un governo di transizione militare con un forte sostegno popolare.
Anche qui, nel gennaio dello scorso anno, veniva imposta la partenza delle truppe militari francesi, completata nel febbraio del 2023.
Il 26 luglio dello scorso anno, in Niger, il presidente Mohamed Bazoum veniva a sua volta deposto dal generale Abdourahmane Tchiani.
La CEDEAO questa volta non si era accontentata della sospensione e delle sanzioni ma aveva minacciato l’intervento militare, e la Francia aveva iniziato un vero e proprio “braccio di ferro” che ha però visto Parigi perdere.
La Francia si era infatti rifiutata di riconoscere la nuova autorità, non voleva che il suo ambasciatore – dichiarata persona non grata – lasciasse il paese e non voleva far partire il proprio contingente militare.
Il 3 agosto migliaia di persone scendevano nelle strade del Niger in sostegno alla richiesta della giunta militare alla Francia di ritirare le sue truppe.
L’annunciato intervento militare della CEDEAO – anche se fortemente sostenuta da Parigi – ne ha dimostrato la natura di “tigre di carta”, con il Senato della Nigeria che ha bocciato l’ipotesi di azione militare esterna, al pari dell’Unione Africana.
Ma soprattutto dava impulso alla creazione di un’alleanza militare tra i 3 paesi – con Mali e Burkina Faso – che erano dichiaratamente pronti ad intervenire a fianco del Niger in caso di un’azione di forza della CEDEAO.
L’Alleanza degli Stati del Sahel è stata poi formalizzata, come abbiamo ricordato, a metà settembre.
La Francia completerà le operazioni di partenza dal Niger a fine dicembre, mese in cui anche il Burkina Faso ed il Niger hanno deciso di lasciare il G5 del Sahel, di fatto provocando la “dissoluzione” di quest’altro strumento neo-coloniale francese.
Il 6 dicembre i due paesi rimanenti, che non sono tra l’altro membri della CEDEAO – cioè Mauritania e Ciad – hanno formalmente sciolto il G5.
Il 2023 è stato l’anno della fuga di Parigi dal Sahel, dove nel picco delle sue operazioni militari aveva raggiunto le 5.500 unità. Un migliaio sono ora di stanza nel Ciad.
La loro cacciata è un fatto storico che permette a quei paesi di riprendere quel corso politico interrotto ben presto, e non per tutti, con la conquista della loro libertà formale, con la sola parziale eccezione dell’esperienza del Burkina Faso di Thomas Sankara.
Il combinato disposto neo-coloniale di occupazione militare, dominazione politica, sfruttamento economico ed assoggettamento culturale con cui l’Unione Europea, attraverso la Francia, ha imposto la propria supremazia al Sahel, è così definitivamente al tramonto.
E la strategia di de-connessione scelta dai tre paesi del Sahel conferma la cesura geo-strategica che si sta disegnando in Africa occidentale, dentro un mercato mondiale sempre più frammentato.
La formidabile intuizione di Samir Amin – il de-linking – diviene lo sbocco politico pratico dei paesi che riaffermano la propria sovranità popolare.
Fonte
24/09/2023
Siamo alla fine del neocolonialismo francese in Africa?
Su X, la piattaforma di social media un tempo nota come Twitter, il colonnello Assimi Goïta, capo del governo di transizione del Mali, ha scritto che la Carta di Liptako-Gourma che ha creato l’AES stabilirà “un’architettura di difesa collettiva e di assistenza reciproca a beneficio delle nostre popolazioni”.
L’esigenza di una simile cooperazione regionale risale al periodo in cui la Francia pose fine al suo dominio coloniale. Tra il 1958 e il 1963, Ghana e Guinea hanno fatto parte dell’Unione degli Stati africani, che avrebbe dovuto essere il seme di una più ampia unità panafricana. Anche il Mali ne ha fatto parte tra il 1961 e il 1963.
Ma, più di recente, questi tre Paesi – e altri della regione del Sahel, come il Niger – hanno lottato con problemi comuni, come la presenza delle forze radicali islamiche scatenata dalla guerra del 2011 della NATO contro la Libia.
La rabbia contro i francesi è stata così intensa da provocare almeno sette colpi di Stato in Africa (due in Burkina Faso, due in Mali, uno in Guinea, uno in Niger e uno in Gabon) e scatenare manifestazioni di massa dall’Algeria al Congo e, più recentemente, in Benin.
La frustrazione nei confronti della Francia è tale che le sue truppe sono state espulse dal Sahel, il Mali ha declassato il francese dallo status di lingua ufficiale e l’ambasciatore francese in Niger (Sylvain Itté) è stato di fatto tenuto “in ostaggio” – come ha detto il presidente francese Emmanuel Macron – da persone profondamente irritate dal comportamento francese nella regione.
Philippe Toyo Noudjenoume, presidente dell’Organizzazione dei popoli dell’Africa occidentale, ha spiegato le basi di questo sentimento antifrancese a cascata nella regione. Il colonialismo francese, ha detto, “è rimasto in vigore dal 1960”. La Francia detiene le entrate delle sue ex colonie nella Banque de France a Parigi.
La politica francese, nota come Françafrique, prevedeva la presenza di basi militari francesi da Gibuti al Senegal, dalla Costa d’Avorio al Gabon. “Di tutte le ex potenze coloniali in Africa”, ci ha detto Noudjenoume, “è la Francia che è intervenuta militarmente almeno sessanta volte per rovesciare governi, come quello di Modibo Keïta in Mali (1968), o assassinare leader patriottici, come Félix-Roland Moumié (1960) ed Ernest Ouandié (1971) in Camerun, Sylvanus Olympio in Togo nel 1963, Thomas Sankara in Burkina Faso nel 1987 e altri”.
Tra il 1997 e il 2002, durante la presidenza di Jacque Chirac, la Francia è intervenuta militarmente 33 volte nel continente africano (a titolo di confronto, tra il 1962 e il 1995, la Francia è intervenuta militarmente 19 volte negli Stati africani). La Francia non ha mai veramente sospeso la sua presa coloniale o le sue ambizioni coloniali.
La rottura della schiena del cammello
Due eventi nell’ultimo decennio hanno “rotto la schiena del cammello”, ha detto Noudjenoume: la guerra della NATO in Libia, guidata dalla Francia, nel marzo 2011, e l’intervento francese per rimuovere Koudou Gbagbo Laurent dalla presidenza della Costa d’Avorio nell’aprile 2011.
“Per anni”, ha detto, “questi eventi hanno imposto un forte sentimento anti-francese, in particolare tra i giovani. Questo sentimento non si è sviluppato solo nel Sahel, ma in tutta l’Africa francofona. È vero che è nel Sahel che attualmente si esprime più apertamente. Ma in tutta l’Africa francofona questo sentimento è forte”.
Le proteste di massa contro la presenza francese sono ormai evidenti in tutte le ex colonie francesi in Africa. Queste proteste non sono state in grado di sfociare in semplici transizioni civili di potere, soprattutto perché l’apparato politico di questi Paesi è stato eroso da cleptocrazie di lunga data sostenute dalla Francia (come la famiglia Bongo, che ha governato il Gabon dal 1967 al 2023, e che ha saccheggiato le ricchezze petrolifere del Gabon per il proprio tornaconto personale; quando Omar Bongo è morto nel 2009, la politica francese Eva Joly ha detto che governava per conto della Francia e non dei suoi cittadini).
Nonostante la repressione sostenuta dalla Francia in questi Paesi, i sindacati, le organizzazioni contadine e i partiti di sinistra non sono stati in grado di guidare l’ondata di patriottismo antifrancese, anche se sono riusciti ad affermarsi.
La Francia è intervenuta militarmente in Mali nel 2013 per cercare di controllare le forze che aveva scatenato con la guerra della NATO in Libia due anni prima. Queste forze islamiste radicali hanno conquistato metà del territorio del Mali e poi, nel 2015, hanno attaccato il Burkina Faso. La Francia è intervenuta, ma ha poi mandato i soldati degli eserciti di questi Paesi del Sahel a morire contro le forze islamiste radicali che aveva appoggiato in Libia. Questo ha creato molta animosità tra i soldati, ci ha detto Noudjenoume, ed è per questo che settori patriottici dei soldati si sono ribellati ai governi e li hanno rovesciati.
Lo schieramento anti-intervento militare
Dopo il colpo di Stato in Niger, l’Occidente sperava di inviare una forza di interposizione – guidata dalla Commissione economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) – ma i leader militari africani hanno rifiutato.
In tutta la regione, la popolazione ha creato comitati di solidarietà per difendere il popolo nigerino da qualsiasi attacco, con la minaccia di provocare “rivolta e indignazione tra le popolazioni”, ha spiegato Noudjenoume.
Il presidente nigeriano Bola Ahmed Tinubu è stato persino costretto a ritirarsi dalla crociata dell’ECOWAS quando il Congresso del suo Paese ha respinto la misura e si sono verificate proteste di massa contro l’intervento militare nel Paese vicino. Allo scadere degli ultimatum dell’ECOWAS per ripristinare il deposto leader nigeriano Mohamed Bazoum, divenne chiaro che la sua minaccia era vuota.
Nel frattempo, non solo è emerso che il popolo nigerino avrebbe resistito a qualsiasi intervento militare, ma il Burkina Faso e il Mali hanno immediatamente promesso di difendere il Niger da qualsiasi intervento di questo tipo. La nuova AES è il prodotto di questa solidarietà reciproca.
Ma l’AES non è solo un patto militare o di sicurezza. Alla cerimonia della firma, il ministro della Difesa del Mali Abdoulaye Diop ha dichiarato ai giornalisti: “Questa alleanza sarà una combinazione di sforzi militari ed economici [tra]… i tre Paesi”. Si baserà sull’accordo del febbraio 2023 tra Burkina Faso, Guinea e Mali per collaborare a uno scambio di carburante ed elettricità, per costruire reti di trasporto, per collaborare nella vendita di risorse minerarie, per costruire un progetto di sviluppo agricolo regionale e per aumentare il commercio all’interno del Sahel.
È da vedere se questi Paesi saranno in grado di sviluppare un’agenda economica a beneficio dei loro popoli e quindi di garantire che la Francia non abbia i mezzi per esercitare la sua autorità sulla regione.
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