Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/04/2026

Mali - Il paese è spaccato in due

A partire da sabato 25 aprile, è partita un’offensiva militare coordinata tra gruppi separatisti e jihadisti contro le autorità del Mali. L’escalation segna un momento centrale per le sorti del governo guidato dal colonnello e presidente Assimi Goita, alla guida del paese dal golpe militare del 2021 che ha espresso una netta cesura col sistema neocoloniale della Françafrique.

Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, il governo maliano aveva cambiato approccio verso le multinazionali occidentali dell’oro, mentre poco dopo l’Alleanza degli Stati del Sahel, l’AES (che unisce Mali, Niger e Burkina Faso, e di cui Goita è stato presidente fino alla fine del 2025) ha deciso di integrare ancora di più i suoi membri con un passaporto biometrico, una stazione televisiva e un’unità militare comuni.

Queste brevi righe di introduzione servono a far capire l’importanza del Mali nell’asse anticoloniale nato tra le sabbie del Sahel, un’asse che ha rappresentato una significativa battuta d’arresto per l’imperialismo europeo in Africa, agito soprattutto per interposta presenza – e sistema monetario – francese.

I risvolti degli eventi in corso in questi giorni sono perciò di fondamentale importanza non solo per la stabilità della regione, ma anche per gli assetti di tutto il quadrante che va dal Mediterraneo fino al Golfo Persico, visti i fili delle forze in azione che arrivano fino a Israele e agli Emirati Arabi Uniti.

Per ora ci limiteremo a riportare gli eventi e gli attori in campo, in attesa di notizie più precise di fronte ad avvenimenti che risultano ancora piuttosto convulsi.

I fatti e i protagonisti

Le violenze sono esplose nelle prime ore di sabato. I testimoni hanno riferito di forti esplosioni e conflitti a fuoco prolungati iniziati intorno alle 06:00 del mattino vicino alla base militare di Kati, situata a breve distanza dalla capitale Bamako, nel sud del paese. Kati non è solo un centro nevralgico dell’esercito, ma ospita anche la residenza di Goita. Come hanno riportato fonti militari ad Al Jazeera, il Ministro della Difesa, Sadio Camara, è rimasto ucciso durante gli assalti.

Lo Stato Maggiore delle Forze Armate del Mali ha inizialmente parlato di “gruppi terroristici non identificati” che avrebbero preso di mira diverse caserme sia nella capitale che nelle province interne. Ma quali siano questi gruppi è piuttosto chiaro a tutti gli osservatori della regione, e sono arrivate poi anche rivendicazioni ufficiali: Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), braccio locale di Al Qaida, e separatisti Tuareg del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, anche se non si esclude la partecipazione di altre milizie.

Il Movimento dell’Azawad ha risaputamente aumentato la propria capacità bellica sfruttando anche legami con arsenali di contrabbando provenienti dalla Libia, dove il controllo dei flussi di armamenti è venuto meno con lo smembramento del paese in potentati locali successivo all’aggressione occidentale. I separatisti hanno rivendicato la presa di posizioni strategiche a Kidal e Gao, nelle zone più interne del Sahara.

Le forze russe e il sostegno ucraino al terrorismo

Per molti analisti, il controllo di Kidal equivale, simbolicamente e militarmente, al controllo dell’intero nord del Mali, dove il governo faceva anche affidamento sulle forze russe post-Wagner, ovvero il Corpo Africano delle Forze Armate di Mosca. Il comunicato diffuso ieri dall’unità sembrerebbe confermare quantomeno una ritirata strategica:
“In conformità con una decisione congiunta della leadership della Repubblica del Mali, le unità del Corpo Africano che erano state stazionate e combattevano nell’insediamento di Kidal hanno lasciato la località insieme ai militari dell’Esercito del Mali. I militari feriti e le attrezzature pesanti sono stati evacuati per primi. Il personale continua a svolgere la missione di combattimento assegnata. La situazione nella Repubblica del Mali rimane difficile”.
A inizio aprile, Radio France International aveva confermato la presenza di centinaia di ufficiali ucraini in Libia, per contrastare l’influenza del Cremlino nel paese e per monitorare e colpire le operazioni della flotta russa nell’area. Già dal 2024 l’AES aveva posto Kiev sotto accusa all’ONU per il suo sostegno ai gruppi jihadisti del Sahel, e difatti, dal 2023, il JNIM è riuscito a condurre attacchi con droni, di cui è possibile che le forniture e le tecnologie siano arrivate proprio dal paese dell’Est Europa.

I fili che arrivano fino al Golfo Persico

Tra le fonti economiche del JNIM e dei separatisti c’è, tra le altre cose, anche il contrabbando di oro dalle tante miniere della regione. Il centro internazionale dello smercio illegale del metallo prezioso sono gli Emirati Arabi Uniti, che sfruttano questo ruolo informale anche nei rapporti, militari ed economici, con le RSF del Sudan. L’oro arriva poi spesso in Europa, coinvolgendo nel traffico anche Tel Aviv e Berna.

È insomma un quadro articolato, quello che parte dagli assalti di questi di giorni. Esso ha importanti legami con l’intera cornice strategica ed economica afferente alla “Eurafrica”, con l’aggiunta dell’Asia Occidentale. Per ora, comunque, l‘esercito maliano ha dichiarato di aver respinto gli assalti, ma la situazione sul terreno rimane volatile. Da Bamako e Kati si trovano sui social immagini di abitazioni distrutte e strade bloccate dai soldati.

Le condanne internazionali contro gli attacchi sono giunte dall’Unione Africana, dall’Organizzazione della Cooperazione Islamica e persino dall’Ufficio degli Stati Uniti per gli Affari Africani, ma una soluzione politica appare impossibile. Non è da escludere che alcune delle forze in campo tra gli assalitori si stiano muovendo anche senza una completa copertura da parte degli imperialisti occidentali, che comunque hanno da guadagnare dall’indebolimento del governo Goita.

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18/08/2025

Mali - Sull’orlo del baratro

Il Mali oggi è appeso a un filo, sospeso sull’orlo di un precipizio, a un passo dalla guerra civile. Dall’8 di questo mese a oggi, oltre 150 persone sono state arrestate, una cinquantina di ufficiali e ben cinque generali.

Tra loro, una figura amatissima dal popolo maliano, simbolo di integrità nei momenti più bui della nostra storia recente, Nema Sagara.

Nema non è una donna qualunque, è una pioniera. Negli anni ’90, quando finalmente si aprì l’accesso delle donne a tutti i corpi, vigili del fuoco, polizia, gendarmeria, guardia nazionale ed esercito, lei fu tra le prime a indossare l’uniforme.

Pilota militare, specializzata nel controllo dello spazio aereo, oggi sessantenne, gode di un rispetto immenso. Negli anni 2000 avrebbe avuto più volte l’occasione di prendere il potere con le armi, ma non lo fece, non per mancanza di forza, ma per scelta. Perché Nema ha sempre servito il Paese, mai se stessa.

Quando i terroristi minacciavano Bamako, Nema comandava tre battaglioni nella regione di Mopti, insieme ai generali Gamou e Didier Dacko. In quei giorni, decise di ritirare i soldati più giovani e inesperti dal fronte, lasciando combattere solo i veterani. «È impensabile» diceva, «mandare allo sbaraglio ragazzi di 18 anni armati alla meglio, quando un soldato maliano su due condivide lo stesso Kalashnikov, uno carica, l’altro spara». Questa era la cruda realtà.

Oggi il Mali non è più solo ostaggio dell’improvvisazione, è divorato dalla bulimia di potere di una giunta corrotta fino al midollo. Nema Sagara è stata arrestata con accuse ridicole, “tentato colpo di Stato” e “destabilizzazione del Paese”.

E non è la sola. Ricordiamo l’arresto di Choguel Maïga, ex primo ministro della giunta dal 2020 al 2024, cacciato per aver avuto il coraggio di dire la verità sulla corruzione, la stessa corruzione che la giunta aveva promesso di combattere rovesciando Ibrahim Boubacar Keïta. Non condivido le sue politiche liberali e di destra, ma non è un corrotto. La sua colpa? Aver parlato.

Il vero motivo dell’arresto di Nema è ancora più chiaro, durante un consiglio dei ministri guardò negli occhi i quattro generali al potere e disse che quello che stavano facendo era criminale. Denunciò un governo farsa, dove amanti diventano miliardarie in cinque anni grazie a ricatti su funzionari e imprenditori, «Niente appalti se non paghi 100.000 o 200.000 euro».

In Mali, chi è miliardario di solito ha ereditato la ricchezza, loro invece hanno costruito imperi personali mentre il popolo sprofondava nella miseria.

E il quinto generale, Ismaël Wagué? Intoccabile. È lui che ha portato il gruppo Wagner in Mali. Comanda 10.000 uomini armati fino ai denti, addestrati e dotati persino di droni. Arrestarlo significherebbe aprire un fronte che la giunta, con meno di 20.000 uomini male equipaggiati e peggio addestrati, non potrebbe reggere.

Assimi Goïta si vende come panafricanista e anti-francese, ma è solo un populista che elimina ogni ostacolo alla sua permanenza al potere. Intellettuali, insegnanti, politici e funzionari, esiliati o in prigione. Giornalisti e attivisti, arrestati grazie a una legge ad hoc sulla “cibercriminalità” voluta dal procuratore Touré, lo stesso che conosco da quando eravamo ragazzi nello stesso quartiere, che ha mangiato a casa mia, e che oggi mi ha condannato a 15 anni per “oltraggio alla sicurezza nazionale”.

Goïta grida contro la Francia ma non rinuncia alla cittadinanza francese, come molti dei suoi generali. Chiede ai migranti maliani di tornare in patria, sapendo che senza i 400 miliardi di franchi CFA che essi inviano ogni anno, otto milioni di famiglie morirebbero di fame.

Tutti i presidenti maliani hanno avuto scontri duri con la Francia. Amadou Toumani Touré arrivò a definire Sarkozy “l’uomo più orrendo” che avesse incontrato nella sua carriera politica, dopo aver tentato inutilmente di fermare l’assassinio di Gheddafi.

E a te, che so leggerai queste righe, dico, non ti ho mai chiesto un favore. Ma abbi almeno un briciolo di decenza umana. Hai sostenuto chi ha fatto bruciare viva, a 94 anni, una donna che ti aveva accolto, aiutato e sostenuto negli studi. Hai fatto arrestare e uccidere amici e compagni solo perché ti hanno detto la verità in faccia.

La verità è che questa giunta non governa, comanda. Ha trasformato il Mali in un campo militare dove la parola d’ordine è obbedire o sparire. Chi critica viene zittito, imprigionato o fatto sparire. Si arricchiscono dietro la maschera del panafricanismo, mentre il popolo sopravvive senza elettricità, quella stessa che importiamo dalla Costa d’Avorio, Paese a cui minacciano guerre verbali.

A voi giovani, soprattutto della diaspora, dico, studiate la storia politica del Mali. Ricordate le rivoluzioni che, pur imperfette, hanno aperto la strada alla democrazia. Perché se restiamo in silenzio, tra cinque anni non avremo più nessuna voce capace di difendere il popolo.

Il Mali oggi non è nelle mani di leader panafricanisti, è nelle mani di populisti travestiti da patrioti, che dietro le quinte costruiscono imperi personali. Hanno pagato marionette che girano video sui social insultando chiunque, spacciandosi per giornalisti senza nemmeno la terza media, e più il popolo dorme, più loro si rafforzano.

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27/05/2021

Mali, il doppio golpe dei militari

La crisi del paese sub-sahariano del Mali è talmente profonda che questa settimana è andato in scena il secondo colpo di stato in appena nove mesi, condotto oltretutto dagli stessi ambienti militari protagonisti del primo nell’estate del 2020. L’intervento della giunta che controlla le sorti del paese è da collegare formalmente a una diatriba dovuta a un recente rimpasto del governo di transizione. Le ragioni più profonde vanno però ricercate nel recente inasprimento delle tensioni sociali e nella pericolosa destabilizzazione interna dovuta, oltre che a fattori economici e sanitari, alla continua presenza sul territorio maliano di un contingente militare francese.

Il caos a Bamako è riesploso lunedì dopo che il vice-presidente e leader della giunta golpista, colonnello Assimi Goïta, ha ordinato la detenzione degli esponenti più importanti dello stato e del governo del Mali. Il presidente, Bah N’daw, il primo ministro, Moctar Ouane, e il ministro della Difesa appena nominato, Souleymane Doucoure, sono finiti in stato di fermo nella base militare di Kati, a una manciata di chilometri dalla capitale.

La decisione di Goïta è stata annunciata in un’apparizione televisiva, nella quale l’alto ufficiale maliano ha spiegato che i tre arrestati hanno agito “al di fuori delle loro funzioni” e l’intervento si è reso necessario per “salvare l’accordo di transizione e la repubblica”. L’accordo a cui ha fatto riferimento Goïta era stato sottoscritto nell’ottobre scorso, dietro pressioni internazionali, per aprire un percorso condiviso verso il ristabilimento entro 18 mesi della democrazia formale in Mali dopo il colpo di stato dell’agosto precedente.

Il processo di transizione aveva fatto nascere un nuovo governo ad interim, guidato appunto dal premier Ouane. Quest’ultimo nei giorni scorsi ha però deciso la rimozione di due ministri alleati di Goïta, i colonnelli Sadio Camara e Modibo Koné, rispettivamente alla Difesa e alla Sicurezza, senza consultare lo stesso vice-presidente. La mossa di Ouane sembrerebbe essere motivata dal desiderio di limitare l’influenza dei militari sul governo e ha fatto scattare subito l’intervento di Goïta e degli ufficiali golpisti.

Da un punto di vista formale, l’accusa contro il governo non ha fondamento, visto che l’accordo di transizione non prevede alcuna consultazione con il vice-presidente per la nomina dei ministri. Inoltre, l’organo che aveva assunto i poteri dopo il golpe dell’agosto 2020, il cosiddetto Consiglio Nazionale per la Salvezza del Popolo (CNSP), non ha ufficialmente prerogative di supervisione del processo politico, in quanto disciolto lo scorso gennaio.

Il venir meno della presenza di personalità legate alle forze armate nel governo dopo il rimpasto di breve durata non sembra essere la ragione principale, almeno non in maniera diretta, dei fatti accaduti lunedì in Mali. Lo stesso presidente N’daw è ad esempio un ex ufficiale, mentre i due sostituti dei ministri della Difesa e della Sicurezza rimossi provengono anche loro dall’ambiente militare. A scatenare la nuova crisi è stato in primo luogo il precipitare della situazione interna, con un paese attraversato da scioperi e proteste sempre più massicce.

In questo scenario, la principale forza politica che appoggia il governo di transizione, il Movimento 5 Giugno – Raggruppamento delle Forze Patriottiche (M5-RFP), avrebbe fatto pressioni sul presidente per operare dei cambi in alcuni ministeri, in modo da dare l’impressione di un allentamento del controllo dei militari sull’esecutivo. Il M5-RFP era emerso nei mesi scorsi come il soggetto più importante nella resistenza al golpe militare ed era stato perciò coinvolto nei negoziati che avrebbero portato all’accordo per il ristabilimento della “democrazia”.

Questo movimento aveva ricevuto l’appoggio della Francia per incanalare verso il piano di transizione le proteste popolari contro la presenza dei soldati di Parigi in Mali. Il malcontento e le frustrazioni in uno dei paesi più poveri del pianeta non hanno fatto però che aumentare nei mesi successivi, fino a sfociare in una vera e propria ondata di scioperi. La settimana scorsa, in particolare, ampi settori dell’economia maliana, incluse le banche e i servizi pubblici, si erano bloccati per protestare contro il mancato accordo sull’aumento dei salari, già in fase di discussione con il precedente governo.

Il secondo golpe promosso dal colonnello Goïta si inserisce in questo clima e, così come le pressioni sul governo da parte del M5-RFP, è da collegare all’incapacità delle autorità civili ad interim di mettere fine alla mobilitazione popolare e stabilizzare la situazione nel paese. Una stabilizzazione che serve anche alla Francia per conservare la propria presenza militare in un’area del continente africano di enorme importanza strategica, soprattutto per le risorse energetiche di cui dispone.

La situazione attuale del Mali ha parecchie analogie con quella che aveva portato al colpo di stato dell’agosto 2020. L’allora presidente, Boubacar Keita, era stato costretto a leggere un comunicato in cui annunciava le sue dimissioni dalla stessa base militare di Kati dove sono avvenuti i fatti di lunedì. I militari erano intervenuti dopo avere preso atto dell’incapacità del governo, nonostante la mano pesante delle forze di polizia, di reprimere le proteste di massa che si susseguivano da mesi. A scatenare la rabbia popolare erano state anche allora la disastrosa situazione economica, la pessima gestione della pandemia di COVID-19, la presenza militare francese e le ripetute atrocità collegate alla guerra contro le milizie fondamentaliste nel nord del paese.

Dopo il secondo golpe di questa settimana è arrivata l’immediata condanna della comunità internazionale. L’Unione Europea, gli Stati Uniti, l’Unione Africana e le Nazioni Unite hanno emesso comunicati per denunciare la nuova iniziativa dei militari maliani e per chiedere la scarcerazione dei politici arrestati, così come il reinsediamento del governo nominalmente civile e il rispetto degli accordi sulla transizione.

Il presidente francese Macron ha parlato di “golpe nel golpe”, mentre ha minacciato sanzioni e chiesto una riunione di emergenza del Consiglio di Sicurezza ONU. La reazione di Parigi nasconde tuttavia obiettivi decisamente più sfumati. Il problema per l’Eliseo non è la nuova rottura del fragilissimo equilibrio democratico in Mali, ma piuttosto la restituzione di una parvenza di legittimità al processo di transizione, in modo da contenere le proteste anti-francesi e continuare a mantenere la propria presenza nel paese del Sahel. Il ministro degli Esteri, Jean-Yves le Drian, ha fatto intravedere le intenzioni di Parigi in un intervento all’Assemblea Nazionale, dove ha evitato di definire esplicitamente i fatti di Bamako come un “golpe militare”, per poi insistere sul lancio di negoziati tra Goïta e le autorità civili, in modo da rimettere in carreggiata la transizione.

Lo sdegno di Macron e del suo governo per i fatti del Mali è quindi a dir poco vergognoso, anche perché la situazione nella ex colonia di Parigi è la diretta conseguenza dell’intervento militare francese che risale ormai a quasi un decennio fa. Il Mali era finito nel caos a causa dei contraccolpi del rovesciamento del regime di Gheddafi in Libia, anche in quel caso orchestrato dalla Francia in collaborazione con Londra e Washington.

Quegli eventi avevano innescato una sorta di ribellione contro il governo centrale da parte dei Touareg che vivono nel nord del Mali, coalizzatisi momentaneamente con gruppi islamisti. La perdita di territorio e pesanti sconfitte militari subite da Bamako avevano portato all’intervento francese, lanciato ufficialmente per combattere il “terrorismo” nell’area sub-sahariana, ma con l’obiettivo di salvare le strutture statali dal collasso e garantire gli interessi di Parigi.

Negli anni successivi, le operazioni militari francesi avrebbero aggravato la situazione, provocando un inasprimento dei conflitti interetnici, sfociati in ripetuti massacri di civili e ondate di profughi. Gli stessi soldati francesi e le forze armate del Mali, assieme alle quali operano, sono stati protagonisti di numerosissimi episodi di violenza e di assassinii, contribuendo ad alimentare i sentimenti di avversione della popolazione maliana contro la ex potenza coloniale.

Uno dei casi più clamorosi, che ha trovato spazio recentemente anche sui media occidentali, è stata la strage provocata da un bombardamento aereo francese nel mese di gennaio. Sull’episodio avevano indagato le Nazioni Unite e il rapporto definitivo, pubblicato alla fine di marzo, stabiliva che il raid aveva causato la morte di almeno 19 civili durante una festa di nozze. Il governo e i militari francesi avevano invece sostenuto e continuano a sostenere che le vittime dell’attacco appartenevano tutti a una milizia terroristica affiliata ad al-Qaeda.

Fonte

26/05/2021

Colpo di stato in Mali. Da due mesi sul terreno ci sono anche i militari italiani

Lunedi scorso in Mali c’è stato un ennesimo colpo di stato. Il presidente di transizione, Bah N’Daw, avrebbe già presentato le sue dimissioni ad Assimi Goita, l’ispiratore del nuovo brusco cambio di leadership.

Pare che il passaggio di consegna sia avvenuta alla presenza della delegazione della Comunità Economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao). Il colonnello Assimi Goita dovrebbe adesso assumere la presidenza della Transizione e rimuovere la carica di vicepresidente, che ricopriva finora.

Non è irrilevante sottolineare come dentro il contesto di instabilità e conflitto interno in Mali, sia coinvolta anche l’Italia che ha inviato nel paese un contingente militare nel quadro della Operazione “Takuba” voluta e richiesta dalla Francia. Si tratta di 200 soldati, 20 mezzi terrestri e 8 mezzi aerei arrivati nel paese a cavallo tra marzo e aprile scorsi. Insomma esattamente in tempo per infilarsi in un ginepraio.

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito ieri su richiesta di Francia e Niger per discutere della crisi in Mali.

Il presidente francese, Emmanuel Macron, durante una conferenza stampa tenuta al termine del Consiglio europeo, ha già tuonato contro la nuova giunta al potere e definito “inaccettabile” il colpo di Stato avvenuto in Mali annunciando che l’Unione europea applicherà delle “sanzioni mirate” contro i responsabili. Anche la Francia è presente con le proprie forze militari in Mali dal 2014.

Ufficialmente sul terreno per “combattere il terrorismo jihadista”, le forze militari francesi e italiani si trovano invece coinvolte in un conflitto interno – spesso proprio da questi alimentato – per mantenere ad ogni costo l’influenza coloniale e militare europea nell’Africa subsahariana.

Il problema è che adesso i militari di Francia e Italia dell’Operazione “Takuba”, si troveranno a dover fare i conti sia con un nuovo governo del Mali, indigesto e potenzialmente ostile a Macròn, sia con le milizie jihadiste. Insomma una situazione niente affatto invidiabile sul campo.

Il mediatore della Cedeao, l’ex presidente nigeriano Goodluck Jonathan, è arrivato martedi sera a Bamako per cercare di mediare nella crisi provocata dal nuovo colpo di Stato, culminato con l’arresto e la deportazione del presidente della Transizione, Bah N’Daw, e del premier ad interim Moctar Ouane. N’Daw e Ouane da lunedì sera sono detenuti dai golpisti nella base militare di Kati, la stessa da cui partì il colpo di Stato dell’agosto 2020.

Al suo arrivo a Bamako, secondo quanto riferiscono fonti citate dall’emittente “Rfi”, il mediatore nigeriano Goodluck Jonathan ha incontrato la nuova giunta di governo guidata appunto dal colonnello Assimi Goita, considerato la mente del golpe che nell’agosto 2020 portò alla destituzione del presidente Ibrahim Boubacar Keita. Ma Jonathan ha anche evocato lo spettro delle sanzioni da parte della Cedeao contro la nuova giunta militare.

Intanto l’Unione nazionale dei lavoratori del Mali (Untm), il principale sindacato del Paese, ha sospeso il suo sciopero generale iniziato lunedì dopo il fallimento dei negoziati con il governo. Il sindacato, che riunisce dipendenti del settore pubblico e privato, ha comunque escluso la via del dialogo per mancanza di interlocutore.

Lo sciopero generale è stato uno dei motivi di accelerazione della crisi politica in Mali. In un comunicato letto in diretta televisiva, il leader della giunta golpista Goita ha dichiarato che “a seguito di una crisi durata diversi mesi a livello nazionale, tenendo conto degli scioperi e delle varie manifestazioni di attori sociali e politici, il governo guidato da Ouane si è mostrato incapace di costituire un interlocutore affidabile, idoneo a garantire la fiducia dei partner sociali. Il presidente della Transizione ha accettato le dimissioni del governo e ha rinnovato immediatamente la fiducia al presidente del Consiglio con il mandato di andare alla formazione di un nuovo governo. La conseguenza è stata una generale costernazione segnata dalla persistenza degli scioperi dell’Unione nazionale dei lavoratori del Mali il cui esito è in definitiva uno sciopero a tempo indeterminato. Questo stato di cose costituisce una vera e propria asfissia dell’economia maliana e quindi la garanzia di instabilità con conseguenze incommensurabili”. Ma adesso lo sciopero è stato sospeso.

Il nuovo governo formato lunedì, che conta un totale di 25 membri, include anche due esponenti dell’Unione per la repubblica e la democrazia (Urd), principale forza politica del Movimento 5 giugno (M5), il collettivo che aveva animato le proteste che poi portarono al rovesciamento del presidente Keita.

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