Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, il governo maliano aveva cambiato approccio verso le multinazionali occidentali dell’oro, mentre poco dopo l’Alleanza degli Stati del Sahel, l’AES (che unisce Mali, Niger e Burkina Faso, e di cui Goita è stato presidente fino alla fine del 2025) ha deciso di integrare ancora di più i suoi membri con un passaporto biometrico, una stazione televisiva e un’unità militare comuni.
Queste brevi righe di introduzione servono a far capire l’importanza del Mali nell’asse anticoloniale nato tra le sabbie del Sahel, un’asse che ha rappresentato una significativa battuta d’arresto per l’imperialismo europeo in Africa, agito soprattutto per interposta presenza – e sistema monetario – francese.
I risvolti degli eventi in corso in questi giorni sono perciò di fondamentale importanza non solo per la stabilità della regione, ma anche per gli assetti di tutto il quadrante che va dal Mediterraneo fino al Golfo Persico, visti i fili delle forze in azione che arrivano fino a Israele e agli Emirati Arabi Uniti.
Per ora ci limiteremo a riportare gli eventi e gli attori in campo, in attesa di notizie più precise di fronte ad avvenimenti che risultano ancora piuttosto convulsi.
I fatti e i protagonisti
Le violenze sono esplose nelle prime ore di sabato. I testimoni hanno riferito di forti esplosioni e conflitti a fuoco prolungati iniziati intorno alle 06:00 del mattino vicino alla base militare di Kati, situata a breve distanza dalla capitale Bamako, nel sud del paese. Kati non è solo un centro nevralgico dell’esercito, ma ospita anche la residenza di Goita. Come hanno riportato fonti militari ad Al Jazeera, il Ministro della Difesa, Sadio Camara, è rimasto ucciso durante gli assalti.
Lo Stato Maggiore delle Forze Armate del Mali ha inizialmente parlato di “gruppi terroristici non identificati” che avrebbero preso di mira diverse caserme sia nella capitale che nelle province interne. Ma quali siano questi gruppi è piuttosto chiaro a tutti gli osservatori della regione, e sono arrivate poi anche rivendicazioni ufficiali: Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), braccio locale di Al Qaida, e separatisti Tuareg del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, anche se non si esclude la partecipazione di altre milizie.
Il Movimento dell’Azawad ha risaputamente aumentato la propria capacità bellica sfruttando anche legami con arsenali di contrabbando provenienti dalla Libia, dove il controllo dei flussi di armamenti è venuto meno con lo smembramento del paese in potentati locali successivo all’aggressione occidentale. I separatisti hanno rivendicato la presa di posizioni strategiche a Kidal e Gao, nelle zone più interne del Sahara.
Le forze russe e il sostegno ucraino al terrorismo
Per molti analisti, il controllo di Kidal equivale, simbolicamente e militarmente, al controllo dell’intero nord del Mali, dove il governo faceva anche affidamento sulle forze russe post-Wagner, ovvero il Corpo Africano delle Forze Armate di Mosca. Il comunicato diffuso ieri dall’unità sembrerebbe confermare quantomeno una ritirata strategica:
“In conformità con una decisione congiunta della leadership della Repubblica del Mali, le unità del Corpo Africano che erano state stazionate e combattevano nell’insediamento di Kidal hanno lasciato la località insieme ai militari dell’Esercito del Mali. I militari feriti e le attrezzature pesanti sono stati evacuati per primi. Il personale continua a svolgere la missione di combattimento assegnata. La situazione nella Repubblica del Mali rimane difficile”.A inizio aprile, Radio France International aveva confermato la presenza di centinaia di ufficiali ucraini in Libia, per contrastare l’influenza del Cremlino nel paese e per monitorare e colpire le operazioni della flotta russa nell’area. Già dal 2024 l’AES aveva posto Kiev sotto accusa all’ONU per il suo sostegno ai gruppi jihadisti del Sahel, e difatti, dal 2023, il JNIM è riuscito a condurre attacchi con droni, di cui è possibile che le forniture e le tecnologie siano arrivate proprio dal paese dell’Est Europa.
I fili che arrivano fino al Golfo Persico
Tra le fonti economiche del JNIM e dei separatisti c’è, tra le altre cose, anche il contrabbando di oro dalle tante miniere della regione. Il centro internazionale dello smercio illegale del metallo prezioso sono gli Emirati Arabi Uniti, che sfruttano questo ruolo informale anche nei rapporti, militari ed economici, con le RSF del Sudan. L’oro arriva poi spesso in Europa, coinvolgendo nel traffico anche Tel Aviv e Berna.
È insomma un quadro articolato, quello che parte dagli assalti di questi di giorni. Esso ha importanti legami con l’intera cornice strategica ed economica afferente alla “Eurafrica”, con l’aggiunta dell’Asia Occidentale. Per ora, comunque, l‘esercito maliano ha dichiarato di aver respinto gli assalti, ma la situazione sul terreno rimane volatile. Da Bamako e Kati si trovano sui social immagini di abitazioni distrutte e strade bloccate dai soldati.
Le condanne internazionali contro gli attacchi sono giunte dall’Unione Africana, dall’Organizzazione della Cooperazione Islamica e persino dall’Ufficio degli Stati Uniti per gli Affari Africani, ma una soluzione politica appare impossibile. Non è da escludere che alcune delle forze in campo tra gli assalitori si stiano muovendo anche senza una completa copertura da parte degli imperialisti occidentali, che comunque hanno da guadagnare dall’indebolimento del governo Goita.
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