Il cessate il fuoco in Libano vacilla come sempre, quando c’è di mezzo l’occupazione sionista. Come era giusto che fosse, migliaia di libanesi stavano tornando verso le loro case, nonostante i divieti israeliani. Tel Aviv ha “risolto” la questione istituendo una “linea gialla” nel sud del paese, simile a quella definita a Gaza.
Non si tratta di un confine vero e proprio, quanto piuttosto di una linea che si muove insieme ai carri armati e ai bulldozer usati per radere al suolo case ed edifici in quest’area del paese dei cedri. Le forze armate sioniste sta portando avanti una distruzione sistematica dei villaggi di confine, applicando strategie di demolizione già collaudate nella Striscia di Gaza, come aveva promesso il ministro della Difesa Katz.
Un’inchiesta del quotidiano israeliano Haaretz ha gettato luce sulla logistica dietro queste operazioni. Decine di appaltatori privati e i loro mezzi sono coinvolti nell’attività di demolizione, e anzi verrebbero retribuiti in base al numero di strutture abbattute: un vero e proprio sistema “a cottimo” applicato all’opera di pulizia etnica del sud del Libano.
Molti di questi operatori avrebbero già maturato esperienza proprio nella Striscia. Un’altra indagine, questa volta del quotidiano israeliano The Marker, ha rivelato che gli addetti ai bulldozer impegnati in operazioni simili a Gaza possono arrivare a guadagnare fino a 30.000 shekel al mese (circa 9.000 dollari).
Con la scusa di creare una “fascia di sicurezza”, Israele ha esportato il genocidio in Libano, ma la sua azione predatoria non si ferma qui. Come l’imperialismo statunitense e occidentale in generale si avvia sempre di più sulla strada della spoliazione esplicita e del ladrocinio rivendicato, anche il suo braccio sionista sta facendo lo stesso col gas al largo del paese dei cedri.
Parallelamente alle demolizioni terrestri, infatti, Israele ha esteso unilateralmente il proprio controllo operativo anche sulle acque antistanti a quella che ha autodichiarato come “Zona di Difesa Avanzata”. Quel tratto di mare include il giacimento di gas di Qana. L’esperto di ricerca OSINT Ahmad Baydoun sottolinea come questa mossa costituisca una violazione degli accordi marittimi del 2022, mediati dagli Stati Uniti.
Sebbene, secondo tali accordi, al Libano fossero riconosciuti i diritti su quella fonte di gas offshore, la nuova postura militare israeliana si sta risolvendo anche nell’appropriazione delle risorse energetiche di Beirut. E il giacimento di Qana non è un dettaglio minore: vi si stimano circa 100 miliardi di metri cubi di gas naturale, con un valore economico che oscilla tra i 20 e i 40 miliardi di dollari.
Oltre al carattere predatorio che il sionismo ha sempre presentato, e che oggi viene esplicitato anche dall’imperialismo occidentale, questa mossa serve anche a cancellare qualsiasi capacità di costruire una realtà statale autonoma a nord delle terre palestinesi occupate.
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