La proposta di fusione tra FiberCop e Open Fiber, sostenuta dal Governo italiano nell’ambito del progetto della rete unica nazionale in fibra ottica, viene delineata come una decisione strategica per il Paese. Gli obiettivi principali includono la razionalizzazione degli investimenti, l’accelerazione nella diffusione della tecnologia FTTH e il pieno rispetto dei target previsti dal PNRR.
A distanza di anni dall’avvio del dibattito, tuttavia, e nonostante il ruolo centrale attribuito a questa operazione, la fusione non è ancora stata formalizzata e continua a muoversi in un perimetro opaco, segnato da interessi finanziari contrapposti e da un intervento pubblico privo di una chiara visione industriale.
È necessario dirlo con chiarezza: non si tratta di un progetto di sviluppo strutturale del sistema Paese, ma di un’operazione prevalentemente finalizzata alla gestione di un peso debitorio rilevantissimo.
La cosiddetta rete unica si sviluppa all’interno di un contesto che comprende sia FiberCop che Open Fiber, con debiti complessivi pari a circa 18 miliardi di euro (secondo i dati ufficiali 2025, pubblicati tra marzo e aprile 2026). Questa situazione influisce su obiettivi, tempistiche e priorità. L’interesse pubblico, la qualità del servizio, la coesione territoriale e l’impatto sociale finiscono per essere aspetti secondari, se non addirittura trascurati.
La narrazione istituzionale insiste su concetti come “modernizzazione” e “razionalizzazione”, ma nei fatti l’operazione rischia di configurarsi come un intervento di salvataggio finanziario, nel quale lo Stato viene chiamato a svolgere il ruolo di garante ultimo della sostenibilità economica del progetto.
Si utilizza la leva pubblica per neutralizzare il rischio privato, senza che questo intervento sia accompagnato da una reale capacità di indirizzo, controllo e pianificazione.
In questo quadro, il rischio è evidente: lo Stato assume il ruolo di mediatore e finanziatore, ma rinuncia a esercitare una funzione pienamente strategica.
Non impone una governance pubblica forte, non definisce vincoli sociali e industriali stringenti, non costruisce una politica delle telecomunicazioni coerente con gli obiettivi di lungo periodo del Paese. Di fatto, si limita a certificare un equilibrio tra soggetti finanziari, utilizzando risorse pubbliche per contenere gli effetti di scelte industriali già compiute.
Il risultato è un modello ormai noto, che presenta conseguenze sistemiche rilevanti: quando il debito diventa l’asse portante delle grandi operazioni infrastrutturali, le variabili sociali e occupazionali vengono trattate come fattori di aggiustamento.
Il tema del lavoro, dell’occupazione stabile, delle competenze e delle filiere industriali viene sistematicamente espunto dal dibattito pubblico, sostituito da un confronto esclusivamente tecnico-finanziario su rating, autorizzazioni, equilibri regolatori e vincoli europei.
Questa impostazione solleva una questione politica centrale: può una infrastruttura strategica per la sovranità digitale del Paese essere governata dalla logica del debito e dagli interessi dei fondi finanziari?
Una rete costruita in questo modo non rafforza il sistema Paese.
Al contrario, lo rende più esposto, perché subordina una funzione essenziale – l’accesso alle reti di comunicazione – a equilibri finanziari instabili e a ritorni attesti nel breve periodo. Quando questi ritorni vengono meno, la risposta non è una revisione del modello, ma un’ulteriore compressione dei costi sociali e industriali.
Una vera rete nazionale dovrebbe poggiare su presupposti diversi:
- una governance pubblica reale, capace di indirizzo e controllo;
- una separazione netta dalla logica del debito come motore dell’infrastruttura;
- una visione industriale che consideri l’occupazione, le competenze e la qualità del lavoro come asset strategici, non come variabili residuali;
- una pianificazione che riduca i divari territoriali e non li aggravi.
La soluzione oggi in discussione va invece nella direzione opposta: stabilizzare un sistema indebitato, rinviando i nodi strutturali e trasferendo nel tempo i costi sull’economia reale e sul lavoro.
La digitalizzazione del Paese non può essere costruita su questo presupposto.
Non può diventare il veicolo attraverso cui si socializzano le perdite dopo aver privatizzato rendite e decisioni.
Se la rete unica nascerà in queste condizioni, non rafforzerà il sistema Paese: ne metterà in evidenza, ancora una volta, le fragilità strutturali.
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