Il governo della Prima Ministra Sanae Takaichi ha ufficialmente revocato il divieto di esportazione di armi letali, inclusi i jet da combattimento di ultima generazione. L’annuncio è arrivato martedì tramite un post della Premier sulla piattaforma X, e segna una trasformazione radicale per l’industria della difesa nipponica, mentre la Mitsubishi Heavy Industries ha già stretto un accordo da 7 miliardi di dollari per la costruzione di tre navi da guerra australiane.
Quello che cambia, però, è soprattutto la postura internazionale del Sol Levante. La decisione smantella una politica di restrizioni che durava da decenni. Le norme precedenti, introdotte nel 1967 e rese ancora più stringenti nel 1976, limitavano l’export militare giapponese ai soli equipaggiamenti non letali, come strumenti di sorveglianza o mezzi per lo sminamento.
Secondo quanto riportato dal quotidiano Asahi, Tokyo manterrà formalmente il divieto di esportare armi verso paesi coinvolti in conflitti attivi. Tuttavia, è stata introdotta una clausola cruciale: sono previste esenzioni per “circostanze speciali” qualora siano in gioco le esigenze di sicurezza nazionale del Giappone. Poche settimane fa, tra i dossier relativi è stato considerato anche Taiwan.
Non si è fatta attendere, infatti, la risposta della Cina. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Guo Jiakun ha dichiarato: “l’accelerata rimilitarizzazione del Giappone è già una realtà e si accompagna a una tabella di marcia e a misure concrete. La comunità internazionale, Cina compresa, rimarrà estremamente vigile e si opporrà fermamente alle sconsiderate mosse neomilitariste del Giappone”.
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