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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

18/04/2026

Su Giovanni Gentile, 82 anni dopo e sul mito “fascista per caso amico degli ebrei”

Chiudendo su Giovanni Gentile 82 anni dopo quel celebre 15 aprile a Firenze e sul mito “del fascista per caso amico degli ebrei” (nota dinamica della destra “finiana” e “meloniana” di rileggere le vicende storiche dei propri riferimenti su misura del rapporto con Israele rafforzato dopo gli anni ’90 ed entrato notoriamente in crisi solo nelle ultime settimane).

Riguardo al “filosofo in camicia nera” (grazie allo storico Mimmo Franzinelli per la definizione) la mia domanda principale è: perché i celebratori e rivalutatori di Gentile – anche a sinistra – nella santificazione del personaggio gli fanno il torto enorme di negare il lato militante della sua adesione al fascismo?

Perché far passare per un bonario opportunista, un “liberale confuso” o un uomo politicamente “passivo” l’intellettuale organico per eccellenza del regime mussoliniano, una personalità pubblica che rimase coerente con lo spirito militante-combattentistico del suo percorso politico e della sua fede mussoliniana dopo i trascorsi liberal-conservatori della sua formazione giovanile (dal “Manifesto degli intellettuali fascisti” del 1925, fino alla scelta di campo per la “Repubblica di Salò”, quando le sorti della guerra negative avevano già stemperato il fanatismo di altri famosi colleghi legati alla corte accademica del regime)?

Perché ricondurre la scelta “repubblichina” di un filosofo che, in base agli scritti privati, sempre vide in Mussolini la massima affermazione “post-risorgimentale” della sua idea di Italia-Nazione, solo alla vicenda personale, dopo l’armistizio italiano dell’8 settembre 1943, del figlio Federico, ufficiale del Regio Esercito Italiano di stanza a Tolone nel territorio della Francia meridionale occupata, poi deportato dai tedeschi in un campo d’internamento militare a Lvov in Ucraina (tesi che circola spesso sul suo periodo “repubblichino”: un adesione su misura esclusivamente di far liberare il figlio)?

Riassumendo su Gentile: con la sua spesso celebrata riforma dell’Istruzione del 1923 sancì un primato sessista dell’insegnamento umanistico escludendo le donne dalla docenza in filosofia, pose le basi con la stessa riforma per la persecuzione dell’uso delle lingue minoritarie nelle province di confine (lo sloveno e il croato in quelle nord-orientali, il tedesco e il ladino in Alto Adige, il francese e il franco-provenzale in Val d’Aosta), ideò il giuramento di fedeltà del 1931 per i docenti universitari, incoraggiò l’arruolamento volontario dei propri figli in guerra dopo il 1940 come “offerta al Duce”, esaltò nel 1942 il Giappone militarista alleato come modello di virtù guerriere, si circondò dopo l’adesione alla “Repubblica di Salò”, a Firenze, dei personaggi più estremisti e screditati nello stesso mondo culturale fascista (tipo lo scultore Antonio Maraini – nonno della più celebre e di altro orientamento politico Dacia – ammiratore della politica contro l'“arte degenerata” della Germania nazista), definì gli inglesi “barbari del 20° secolo” e, infine, pronunciò il suo ultimo discorso pubblico come rettore dell’Accademia d’Italia il 19 marzo 1944 – in cui definì Hitler “grande Condottiero” – quando a Firenze l’occupazione tedesca aveva già portato la guerra in città.

Come avrebbe detto un vecchio compagno dell’ANPI-Legnaia di mia conoscenza, con trascorsi in montagna e ormai scomparso da anni: “E che altro avrebbe dovuto fare per dimostrare che l’era fascista?”.

Quello che i partigiani comunisti fiorentini dei GAP guidati da Bruno Fanciullacci e Giuseppe Martini colpirono non era un “liberale confuso”, ma un fascista “repubblichino” convinto, anche se non della tipologia più estrema o più truce (ma con responsabilità morali, politiche intellettuali più gravi di qualsiasi squadrista semi-analfabeta).

Riconoscere quello che Gentile era senza inventarsi biografie riabilitatorie forse è l’atto più pietoso che noi compagni possiamo concedergli.

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