“La storia della filosofia è la filosofia stessa. Non si può comprendere il pensiero senza il processo che lo ha generato.” (Hegel)Secondo le Nuove Indicazioni Nazionali che entreranno in vigore dall’anno scolastico 2026/2027, l’insegnamento della Filosofia “richiede ai docenti di uscire dalla comodità del commento storiografico per entrare nella dimensione del laboratorio del pensiero – dove l’errore, l’incertezza e il conflitto tra posizioni diverse diventano risorse e non ostacoli”.
In sostanza, i docenti di Storia e Filosofia si vedono costretti a fare una torsione, passando dal commento storiografico (lo studio delle fonti, del come, del perché, delle matrici filosofiche e quindi, più in generale, della processualità) al “laboratorio del pensiero”, la nuova frontiera del didattichese, lo spazio di confronto per competenze nel quale l’insegnante si trasforma in una sorta di mero facilitatore.
Quindi, se un docente spiega Platone, contestualizzando la sua ricerca di giustizia a partire dalla morte di Socrate e facendo leggere ai ragazzi l’Apologia di Socrate, il Critone o il Fedone, questo rigore storiografico dovremmo definirlo “comodità”?
Il rigore storiografico non è comodità, non è comfort zone, è cura e fatica, sudore che paga perché permette ai ragazzi di allestire la cassetta degli attrezzi utili a comprendere la complessità e le correnti che muovono il mondo.
“Bisogna convincere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza. (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere).Il “laboratorio”, scimmiottamento del modello educativo anglosassone, spesso associato al Debate (si chiama proprio così, utilizzando ovviamente la lingua del capitale, e non dibattito o disputa, termini che almeno ci ricorderebbero la ben più complessa “disputatio” medievale), esercita una grande attrazione sugli studenti, e lo dico per esperienza.
Per curiosità ho infatti sperimentato questa forma di approccio laboratoriale, seguendone pedissequamente le regole e sono arrivata alla conclusione che si tratta solo di uno strumento utile a disattivare il conflitto reale e a trasformarlo in una forma di agonismo che insegue le cosiddette soft skills (in questo caso, le competenze comunicative) con passaggi molto precisi e standardizzati.
È dunque un potentissimo dispositivo utile a disarmare le menti e a smobilitare il senso critico. Si divide la classe in due squadre con posizioni antinomiche rispetto a un tema definito dal docente; ciascuna squadra sostiene con ineccepibile tecnicalità una delle due tesi. Si educa dunque lo studente a credere che ogni idea sia un bullone intercambiabile di un processo produttivo, non conta la visione personale del Mondo. La tecnicalità depotenzia il conflitto reale e, irrimediabilmente, getta i ragazzi tra le avvolgenti braccia del “presentismo”.
Abbasso la “comodità”! Appare chiaro che la Filosofia, con questo manifesto programmatico, diventa un mosaico di moduli di competenza che vanno dall’Intelligenza Artificiale all’Educazione affettiva, passando per la Cittadinanza Digitale. E al povero Aristotele, forzatamente reclutato al servizio di un tristissimo pixel o di un prepotente algoritmo, non resta che subire la più malvagia delle reductio ad unum.
In sostanza, si prendono i filosofi del passato, giudicati “troppo raggrinziti” per le richieste del mercato, e si sottopongono a una piallata a colpi di nuove miracolose competenze botuliniche. Roba da far risvegliare di soprassalto Nietzsche, che finalmente riposava in pace nella tomba del tranquillo cimitero di Lutzen, lontano dalla folla dei mercati, per annunciare nuovamente, con sguardo da abisso nichilista, “Dio è morto!”.
Se il filosofo del “Così parlò Zaratustra” aveva profetizzato l’avvento dell’Übermensch, l’Oltreuomo che infrange le vecchie certezze, compiendo una trasvalutazione di tutti i valori per imprimerne di nuovi, ecco che la riforma ministeriale apre il nostro orizzonte a una nuova ulteriorità: l’Oltrecompetente, funzionale, flessibile e, soprattutto smart.
Dire che la Filosofia può fare a meno del commento storiografico significa mutilarla a colpi di machete. Leggere, analizzare e interpretare un autore o un testo, inserendolo rigorosamente nel suo contesto storico e culturale: è questa la nervatura della Filosofia.
Come potremmo spiegare l’alienazione economica di Marx senza partire dai quartieri di Manchester, dal fumo degli stabilimenti industriali, dai “mucchi di detriti, rifiuti e immondizie dovunque; pozzanghere permanenti al posto dei rigagnoli, e un puzzo che da solo basterebbe a rendere intollerabile a ogni uomo appena civile la vita in questo quartiere” (Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra)?
Il plusvalore diventerebbe una voce indistinta, asettica, afferente alla semplice educazione finanziaria. E invece Marx ci insegna che il capitale è “lavoro morto, che come un vampiro vive solo succhiando lavoro vivo”. Se non storicizziamo, non vediamo il vampiro, la carne e il sangue, il sangue dell’oppressione.
Questa riforma consegnerà definitivamente i giovani alla tirannia del “qui e ora”, a quel presente eterno dove tutto appare come un guazzabuglio di eventi atomizzati e privi di radici, del tutto simili a un tic o un tac scanditi sul quadrante dell’orologio: tutto uguale, reversibile, intercambiabile e dunque neutro.
Questa frammentazione cognitiva, in conclusione, inibisce la comprensione del Mondo secondo i principi di consequenzialità e di causazione.
Seguendo le indicazioni ministeriali, aumenteranno (forse!) le competenze, ma sempre più i ragazzi si troveranno di fronte a una realtà divisa in parti discrete e in fatti parcellizzati, incapaci di coglierne i nessi causali e destinati pertanto, inevitabilmente, all’inazione: spettatori passivi di fronte a onde che vanno e vengono, non saranno più in grado di scandagliare le teoretiche profondità del mare.
E ancora una volta il filosofo profeta avrebbe detto:
“Vedi il gregge che ti pascola innanzi? Esso non sa cosa sia ieri, cosa sia oggi: salta di qua e di là, mangia, riposa, digerisce, torna a saltare, e così dalla mattina alla sera e di giorno in giorno, legato brevemente con il suo piacere e dolore, ossia al piolo dell’istante.” (Nietzsche, Considerazioni inattuali).Fonte
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