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30/04/2026

Gli Stati Uniti hanno perso il mondo arabo

Praticamente ogni abitante del Medio Oriente è stato toccato, direttamente o indirettamente dopo il 7 ottobre 2023. Da allora, decine di migliaia di persone, in larga maggioranza palestinesi della Striscia di Gaza, sono state uccise, milioni sfollate e intere aree urbane ridotte in macerie. È in questo contesto che si è prodotta una frattura profonda nelle percezioni collettive della regione, destinata a lasciare tracce durature.

A documentarlo sono i sondaggi condotti dall’Arab Barometer, progetto di ricerca internazionale che negli ultimi anni ha monitorato l’evoluzione dell’opinione pubblica in diversi paesi arabi. Le rilevazioni effettuate tra agosto e novembre 2025 in Egitto, Iraq, Giordania, Libano, Marocco, territori palestinesi, Siria e Tunisia confermano che il cambiamento registrato dopo il 7 ottobre non è stato episodico, ma strutturale. La fiducia in un ordine regionale guidato dagli Stati Uniti è quasi del tutto erosa.

La percezione diffusa è che Washington e molti dei suoi alleati europei abbiano adottato un approccio selettivo al diritto internazionale, risultando faziosi e moralmente compromessi. Alla domanda su quali paesi difendano maggiormente le libertà, contribuiscano alla sicurezza regionale e sostengano la causa palestinese, gli intervistati indicano sempre più spesso Cina, Russia e Iran piuttosto che Stati Uniti ed Europa. Non si tratta, tuttavia, di una piena adesione ai modelli politici di queste potenze, quanto piuttosto di un rigetto del ruolo occidentale.

La guerra a Gaza rappresenta il punto di rottura. La reputazione degli Stati Uniti è precipitata e non si è più ripresa. I dati sono eloquenti: solo il 12% degli intervistati in Giordania e nei territori palestinesi esprime un giudizio positivo sulla politica estera del presidente Donald Trump, percentuali che salgono appena al 24% in Iraq e al 21% in Libano. Fanno eccezione Marocco e Siria, dove il consenso resta più alto per ragioni specifiche legate a decisioni politiche favorevoli a Rabat e al nuovo governo siriano.

Nel complesso, però, prevale un giudizio negativo. Tra il 47% e il 66% degli intervistati nei vari paesi ritiene che la politica di Trump sia peggiore di quella del suo predecessore Joe Biden. Un dato che riflette non solo la gestione dell’offensiva israeliana contro i palestinesi, ma anche il coinvolgimento americano nella guerra con l’Iran e l’instabilità crescente che ne è derivata.

In parallelo, cresce il consenso verso la Cina, percepita come potenza emergente e meno compromessa. I livelli di approvazione di Pechino oscillano tra il 37% in Siria e il 69% in Tunisia. Anche la Russia, nonostante l’invasione dell’Ucraina, registra un aumento significativo del favore, superando gli Stati Uniti in molti paesi della regione. Più complesso il quadro relativo all’Iran, che continua a essere visto come una minaccia, soprattutto per il suo programma nucleare e la sua influenza regionale, ma beneficia di un crescente sostegno grazie alla sua opposizione a Israele.

Emblematico è il caso dell’ex Guida Suprema iraniana Ali Khamenei (assassinato da Israele e Usa con l’attacco del 28 febbraio), la cui immagine è migliorata sensibilmente. In diversi paesi, la percezione della sua politica estera è passata da negativa a più sfumata, in un contesto in cui l’ostilità verso Israele e i suoi alleati occidentali tende a ridefinire le gerarchie di consenso.

Il nodo centrale resta infatti la questione palestinese. Secondo i dati dell’Arab Barometer, tra il 58% e l’86% degli intervistati nei vari paesi arabi considera gli Stati Uniti schierati con Israele contro i palestinesi. Anche l’Unione Europea è vista in larga misura come favorevole a Tel Aviv, sebbene con differenze tra i singoli paesi: Spagna e Irlanda godono di una percezione più positiva, mentre la Germania è spesso associata a un sostegno più netto a Israele.

Questa percezione si estende alle istituzioni internazionali. Una quota significativa di intervistati ritiene che anche le Nazioni Unite siano sbilanciate a favore di Israele, segno di una crisi più ampia di fiducia nell’intero sistema multilaterale. Non sorprende, in questo quadro, che Israele risulti il paese meno popolare in assoluto: in quasi tutti gli stati analizzati, meno del 5% della popolazione esprime un’opinione favorevole.

Eppure, nonostante la radicalizzazione delle posizioni, l’opinione pubblica araba non appare completamente chiusa a soluzioni diplomatiche. La maggioranza degli intervistati continua a sostenere la prospettiva dei due Stati.

Sul piano geopolitico, i dati dell’Arab Barometer lanciano un avvertimento chiaro: il declino di credibilità degli Stati Uniti rischia di tradursi in un progressivo allontanamento anche dei governi arabi, tradizionalmente legati a Washington. Pur essendo in gran parte autoritari, questi regimi non possono ignorare completamente l’opinione pubblica, soprattutto di fronte al rischio di proteste.

Segnali in questa direzione sono già visibili. Alcuni paesi del Golfo hanno espresso apertamente preoccupazione per l’escalation con l’Iran e valutano una diversificazione delle loro alleanze economiche e militari, rafforzando i legami con Cina e Russia. Allo stesso tempo, cresce la cautela nel mostrare apertamente cooperazione con gli Stati Uniti.

Il futuro, tuttavia, non è ancora scritto. L’esperienza della Francia dimostra che un cambio di posizione può produrre effetti tangibili: il riconoscimento ufficiale dello Stato palestinese nel settembre 2025 ha contribuito a migliorare sensibilmente la sua immagine nella regione.

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