Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

16/04/2026

Gli insultidi Trump al Papa smascherano l’Unipolarismo dell’Occidente

di Luciano Vasapollo

C’è un passaggio storico in cui le parole non sono più solo parole. Diventano strumenti di potere, dispositivi di esclusione, armi politiche. È quello che stiamo vivendo oggi, in un mondo segnato dall’escalation dei conflitti e dalla progressiva radicalizzazione dello scontro ideologico.

Le recenti posizioni di Donald Trump, accompagnate da attacchi espliciti a Papa Leone XIV, non sono episodi isolati o semplici provocazioni. Rappresentano piuttosto il segnale di una deriva più profonda: la costruzione di una narrazione in cui chi si oppone alla guerra e all’imperialismo viene dipinto come nemico, come ostacolo, come minaccia.

E purtroppo non basta la tardiva solidarietà della premier Giorgia Meloni al Papa, né l’ancora più tardivo congelamento del Memorandum Italia-Israele. Il nostro paese resta funzionale all’imperialismo predatorio che viene da noi alimentato con gli ordigni micidiali di Leonardo e RWM e che rifiutando il multipolarismo rappresenta il vero “pericolo”.

Guerre, imperialismo e criminalizzazione del dissenso sono gli orrori a cui quotidianamente assistiamo. E che la destra di governo e i media mainstream presentano come normali. Tanto che l’Italia non ha fatto una piega davanti all’attacco criminale per rapire il legittimo presidente del Venezuela Nicolas Maduro, le stragi ai Caraibi di pescatori in mare con accuse mai provate di narcotraffico, lo strangolamento crudele di Cuba e i genocidi ai danni dei bambini di Gaza e dello Yemen.

Così come Meloni e gli altri leader non hanno fatto nulla per rispettare il sentire dei popoli europei, a cominciare dal nostro, che è contrario al riarmo comprendendo bene che si tratta di una decisione suicida.

La criminalizzazione del dissenso

La domanda allora è inevitabile: stiamo forse assistendo a un rovesciamento completo della realtà? È diventato “pericoloso” chi invoca la pace? È sospetto chi critica il dominio economico e militare globale? È da marginalizzare chi denuncia le logiche dell’imperialismo?

Se così fosse, ci troveremmo di fronte a un paradosso storico inquietante: i costruttori di pace trasformati in “terroristi”, mentre i promotori della guerra si presentano come garanti della sicurezza e dell’ordine.

Non è una novità assoluta. La storia del Novecento è costellata di momenti in cui il dissenso è stato criminalizzato, in cui le voci critiche sono state silenziate o delegittimate. Ma oggi questo processo assume una dimensione globale, amplificata dai media, dalle piattaforme digitali, dai meccanismi di costruzione del consenso.

L’attacco al Papa (con il quale poche settimane fa io e il direttore di FarodiRoma ci eravamo confrontati proprio sul tema delle aggressioni USA al Venezuela e Cuba, constatando una sostanziale concordanza tra la nostra posizione e la sua) in questo contesto, assume un significato che va oltre la figura del Pontefice.

Colpire chi richiama alla pace, al dialogo, al rifiuto della violenza, significa colpire un’idea alternativa di mondo. Significa mettere in discussione non una persona, ma una visione fondata sulla cooperazione tra i popoli.

La sofferenza di Cuba

Ed è qui che emerge con forza il caso di Cuba.

Perché Cuba continua a essere nel mirino? Perché, nonostante decenni di blocco economico, resiste e propone un modello diverso? La risposta è scomoda, ma chiara: Cuba rappresenta un’anomalia nel sistema globale. Un paese che, pur con tutti i suoi limiti, ha scelto di non piegarsi alle logiche dell’imperialismo.

La sua “colpa”, agli occhi dei dominanti, è proprio questa: aver dimostrato che un’altra strada è possibile. Una strada fondata sulla sanità pubblica, sull’istruzione diffusa, sulla cooperazione internazionale – basti pensare alle missioni mediche inviate in tutto il Mondo, Italia compresa.

E allora il meccanismo si ripete: delegittimare, isolare, colpire. Non solo economicamente, ma anche simbolicamente. Costruire una narrazione in cui chi non si allinea viene dipinto come nemico.

Una questione di linguaggi: cosa è il terrorismo

In questo quadro, il linguaggio diventa decisivo. Parlare di “sicurezza”, di “ordine”, di “difesa dei valori” può nascondere, in realtà, la volontà di mantenere un sistema di dominio. E chi mette in discussione questo sistema viene automaticamente collocato fuori dal perimetro della legittimità.

Ma la realtà è più complessa. E resiste.

Resistono i popoli che rifiutano la guerra. Resistono i movimenti che chiedono giustizia sociale. Resistono le voci che continuano a denunciare le disuguaglianze e le violenze sistemiche.

La vera questione, allora, è politica e culturale insieme: chi definisce cosa è “terrorismo”? Chi stabilisce quali sono le idee accettabili e quali no? Chi decide chi è dentro e chi è fuori?

Se il criterio diventa l’allineamento alle logiche della guerra e del profitto, allora sì, chi si oppone sarà sempre considerato “pericoloso”. Ma pericoloso per chi? Per un sistema che teme ogni alternativa, ogni possibilità di cambiamento.

La sfida è proprio questa: rovesciare la narrazione. Restituire dignità al dissenso. Difendere il diritto – e il dovere – di immaginare un mondo diverso.

Non si tratta di retorica. Si tratta di scelta.

Da una parte, un ordine internazionale fondato sulla forza, sulla competizione, sulla subordinazione. Dall’altra, la possibilità di costruire relazioni diverse, basate sulla solidarietà, sulla cooperazione, sulla pace.

Chi oggi attacca queste idee non difende la sicurezza: difende un sistema corrotto e violento.

E allora la domanda iniziale torna, più forte di prima: chi è davvero il pericolo?

Forse non chi si oppone alla guerra. Ma chi la rende inevitabile.

Fonte

Nessun commento:

Posta un commento