Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/06/2026

Le banche italiane investono su Rheinmetall e Leonardo

“Non si chiami ‘difesa’ un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”. Saranno fischiate le orecchie ad Armin Papperger, amministratore delegato della multinazionale militare tedesca Rheinmetall, dopo che Leone XIV ha detto le cose come stanno? “Che mondo stiamo lasciando?”, ha aggiunto Prevost intervenendo alla Sapienza il 14 maggio.

“Un mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra. Si tratta di un inquinamento della ragione, che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale”. Quarantotto ore prima del discorso all’Università, Papperger, incoronato “miglior Ceo” del 2025 dal sempre ossequioso Economist, era intervenuto all’assemblea dei soci salutando l’avvio della produzione in serie di un sistema di droni kamikaze (FV-014) nello stabilimento di Neuss, vicino a Düsseldorf, un tempo dedicato all’automotive oggi in dismissione. Commesse pubbliche milionarie portano oggi in Europa alla realizzazione non di servizi pubblici essenziali ma di “munizioni circuitanti” in grado di volare in aria fino a 70 minuti per poi lanciarsi contro un bersaglio ed esplodere. Qualcuno ci svegli.

Le scelte pro armamenti della Commissione europea e degli Stati membri continuano a ingigantire il valore dei titoli azionari, tra le altre, di Rheinmetall e Leonardo, e i risparmi dei cittadini ci finiscono sopra. Abbiamo chiesto agli analisti di Profundo l’elenco di chi investe oggi (marzo 2026, tra azioni e bond) sui due campioni europei: per l’Italia troviamo Intesa Sanpaolo (inclusi i veicoli Eurizon, Fideuram), Mediolanum, Fineco, Bper (con Arca Fondi Sgr), Banca popolare di Sondrio (ormai Bper), Anima, Generali, Credito emiliano, Azimut, Banca Sella, Mediobanca, Cassa lombarda, Iccrea – cioè la capogruppo del Gruppo Bcc – e la lista è lunga.

Mentre “noi” investiamo più o meno consapevolmente sul “riarmo” a misura di Papperger, i civili yemeniti restano senza giustizia. Ad aprile, infatti, dopo oltre sei anni di indagini preliminari, l’Ufficio del procuratore della Corte penale internazionale (Cpi) ha fatto sapere che non avvierà alcuna inchiesta sulla responsabilità dei governi europei e delle aziende produttrici di armi in relazione a presunti crimini di guerra commessi in Yemen.

Nel 2019 il Centro europeo per i diritti costituzionali e umani (Ecchr), Mwatana for human rights, Amnesty International, Campaign against arms trade, il Centro Delàs e la Rete italiana pace disarmo, avevano predisposto una documentata “comunicazione congiunta” di 350 pagine con la quale si chiedeva alla Corte di indagare se “soggetti aziendali e governativi” di Germania, Francia, Italia, Spagna e Regno Unito “avessero aiutato e favorito i presunti crimini di guerra commessi dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti in Yemen attraverso la vendita di armi”. Erano stati accertati 26 attacchi aerei effettuati dalla coalizione saudita-emiratina contro case, scuole, mercati, ospedali, musei. Le prove raccolte mostravano l’utilizzo di Eurofighter, Tornado, bombe MK 80, e lungo la filiera si risaliva ad Airbus, BAE Systems, Dassault, Leonardo, Rheinmetall.

“Nonostante casi chiaramente documentati di attacchi indiscriminati e sproporzionati, le aziende produttrici di quei Paesi hanno continuato a fornire ai membri della coalizione armi, munizioni e supporto logistico. Ministri e funzionari governativi hanno facilitato queste esportazioni concedendo le licenze”, hanno denunciato gli autori della comunicazione, promotori anche di contenziosi strategici nei singoli Paesi (Italia inclusa). La Cpi, come detto, ha respinto la comunicazione senza fornire alcuna spiegazione, circostanza che le organizzazioni hanno pubblicamente “deplorato” in un duro comunicato dell’11 maggio. Lo stesso giorno in cui Leonardo ha dato conto della risoluzione consensuale del rapporto di lavoro con “il prof. Roberto Cingolani” (il nostro Papperger): 4.483.250 euro di umile buonuscita, nessun “vincolo di non concorrenza” e i “migliori auguri per un futuro ricco di nuove soddisfazioni”. Siluramenti d’élite.

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31/05/2026

L’enciclica di PapaLeone XIV e la materialità dell’IA

Magnifica humanitas, l’enciclica con cui Leone XIV affronta la questione dell’intelligenza artificiale è un documento insieme tardivo e necessario. Se un’istituzione tradizionalmente prudente come la Chiesa decide di intervenire apertamente su un tema, significa che è ormai troppo evidente per essere eluso.

Il Papa arriva però su questo terreno quando l’industria dei modelli linguistici ha già consolidato un’architettura globale del potere che gli Stati faticano a contenere e di cui sono già utilizzatori, spesso per fini tutt’altro che filantropici.

L’enciclica colpisce per il tono deciso, a tratti duro. Proprio per questo merita di essere letta con attenzione, evitando tanto riflessi devoti – piuttosto grotteschi nel caso di chi sventola l’enciclica come fosse una ristampa del “libretto rosso” – quanto la liquidazione laica di chi vi vede soltanto l’ennesimo appello morale e generico.

Occorre cogliere subito un’intuizione decisiva, perché dà senso a tutto il seguito. Leone XIV scrive che “Nulla, nel mondo dell’IA, è immateriale o magico”.

Attorno a questa affermazione, apparentemente ovvia, costruisce un ragionamento che molti ambienti critici faticano ancora a imporre nello spazio pubblico. L’industria digitale ha infatti edificato la propria egemonia culturale sull’immagine opposta, fatta di un’intelligenza diffusa, quasi eterea, veicolata com’è da un “cloud” che evoca più metafisica che ingegneria.

Riportare l’algoritmo alla sua gravità terrestre significa spezzare questa narrazione e rimettere al centro ciò che il mainstream ha quasi del tutto espulso dal campo visivo: i data center con il loro consumo immane di acqua ed energia, le miniere di terre rare con i loro adolescenti che frantumano minerali a mani nude in condizioni di pericolo, le legioni di moderatori e annotatori che da Nairobi a Manila trascorrono le giornate a etichettare contenuti, spesso traumatici, per pochi dollari l’ora.

Quando l’enciclica parla di “corpi segnati, mutilati, consumati perché il flusso del calcolo non si interrompa”, usa un linguaggio netto e proprio per questo politicamente rilevante.

Questa materialità riconosciuta apre uno spazio politico che il testo percorre con coerenza. Il punto si fa ancora più interessante quando Leone scrive che “Non serve un’IA più morale, se questa morale è decisa da pochi”. La questione riguarda le strutture proprietarie che concentrano dati e capacità di calcolo nelle mani di pochissimi attori, determinando un’asimmetria che l’enciclica definisce giustamente “epistemica, economica e politica”.

L’aggettivo decisivo è il primo, perché segnala che il monopolio digitale non controlla soltanto un mercato, ma le condizioni stesse entro cui la società conosce e classifica il reale. In questo senso, il potere delle piattaforme non consiste solo nel fornire servizi cognitivi, ma nel modellare l’ambiente dentro cui il pensiero sociale prende forma.

Qui Leone XIV si avvicina, senza nominarla, a una linea critica che attraversa il Novecento e arriva fino al dibattito contemporaneo sulla privatizzazione del sapere sociale. Quando scrive che i dati “sono frutto del contributo di molti e non possono essere venduti o affidati a pochi”, riconosce che il general intellect è ormai una materia prima decisiva del capitalismo contemporaneo e che la sua appropriazione equivale a una reiterata e ancor più aggressiva forma di estrazione del patrimonio sociale.

La proposta di trattare i dati “come uno dei beni comuni o collettivi” mantiene toni prudenti, ma nella sostanza è radicale, perché mette in discussione il fondamento del modello di business su cui poggia l’intera filiera dell’intelligenza artificiale generativa.

Fin qui i meriti, molti e sostanziali. Sarebbe però disonesto fingere che il documento non incontri anche un limite proprio. Che non consiste nel fatto che l’enciclica non offra un programma d’azione, perché sarebbe un’obiezione mal posta nei confronti di un genere che procede per criteri e orientamenti generali. Riguarda piuttosto le condizioni storiche entro cui una diagnosi anche molto lucida può tradursi in efficacia politica.

Magnifica humanitas descrive con acutezza la struttura del problema e individua con chiarezza la concentrazione di potere che accompagna l’attuale sviluppo dell’intelligenza artificiale. Proprio in quanto testo di principi, però, lascia necessariamente aperto il passaggio decisivo, quello che conduce dalle enunciazioni normative alle forme politiche, giuridiche e sociali attraverso cui quei principi possono tradursi in organizzazione e trasformazione.

È su questo terreno che criteri come la vita democratica, il lavoro dignitoso, la pace e il limite ecologico dovrebbero misurare la loro effettiva capacità di incidere. Non è una manchevolezza accidentale, ma il tratto costitutivo di un intervento che può orientare e offrire criteri, senza per questo determinare da sé le mediazioni attraverso cui dovrebbe incidere nella realtà.

È qui che emerge un suo limite storico, più che teorico. In un ecosistema come quello dell’intelligenza artificiale contemporanea, nel quale le grandi imprese hanno imparato a incorporare il linguaggio dell’etica e della responsabilità, anche una presa di parola così netta rischia di essere assorbita, elogiata e infine neutralizzata dagli stessi attori che chiama indirettamente in causa, senza produrre attrito sufficiente.

Il nodo, in altre parole, non sta tanto nel testo quanto nelle condizioni della sua ricezione.

La questione interessante riguarda infatti l’ecosistema mediatico-industriale dentro cui Magnifica humanitas viene messa in circolazione. Essa è stata presentata in un contesto che includeva, tra gli esperti di intelligenza artificiale chiamati a dialogare, anche figure di primo piano provenienti da Anthropic, azienda che ha costruito la propria identità pubblica precisamente sui fondamenti che l’enciclica mette in discussione.

La stessa Anthropic ha siglato accordi commerciali significativi con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti collocandosi stabilmente all’interno della filiera militare e di intelligence dell’intelligenza artificiale.

È plausibile che Leone XIV non ignori la cooperazione di Anthropic con Palantir o l’uso del suo modello Claude in Venezuela, in Iran e contro i migranti negli Stati Uniti. È difficile immaginare che un testo del genere prescinda dal lavoro occulto che alimenta l’IA senza sapere che Anthropic esternalizza gran parte delle proprie operazioni sui dati in condizioni molto simili a quelle già emerse nel caso di OpenAI e Meta.

Non è in questione la legittimità del dialogo, ovviamente, perché la dottrina sociale ha sempre fatto della disponibilità al confronto uno dei propri tratti distintivi. È in questione qualcosa di più fine ed è il fatto che il linguaggio della critica può essere appunto fatto proprio dagli stessi attori e trasformarsi in una risorsa aggiuntiva per la loro legittimazione.

La capacità dell’industria di metabolizzare le obiezioni più radicali raggiunge, nell’ambito dell’intelligenza artificiale, un livello di sofisticazione particolare. Le grandi aziende del settore finanziano conferenze sull’etica, sostengono ricerche sui rischi dei propri sistemi, partecipano ai forum sui diritti digitali e parlano il linguaggio della responsabilità.

In un simile contesto, quando un’enciclica che denuncia la concentrazione del potere tecnologico viene presentata accanto a rappresentanti delle aziende che quel potere lo incarnano, il rischio non è tanto una cattura ideologica del Magistero, quanto la sua trasformazione in materiale utilizzabile per lo storytelling istituzionale dell’industria.

Una frase come quella sulla morale algoritmica “decisa da pochi” può essere facilmente citata in un white paper aziendale come prova di sensibilità etica, proprio perché non nomina nessuno e quindi consente a chiunque di collocarsi dalla parte giusta del discorso.

Questo non riduce il valore del documento; semmai ne chiarisce la statura e, insieme, il limite. Magnifica humanitas è un testo coraggioso e insufficiente nello stesso tempo. Coraggioso, perché introduce nella tradizione della Chiesa cattolica categorie che fino a poco tempo fa avremmo trovato soprattutto nei lavori degli studi critici sull’IA.

Insufficiente, non perché manchi di prescrizioni, ma perché affida la propria efficacia a una forza dei principi che, da sola, la storia moderna non ha quasi mai mostrato sufficiente a intaccare gli assetti proprietari della produzione.

Che Leone XIV abbia portato la dottrina sociale davanti alla nuova forma della questione operaia, riconoscendo che il capitale algoritmico non sfrutta soltanto il lavoro ma cattura anche la conoscenza sociale, rappresenta comunque un passaggio storico importante. Resta però vero che la questione operaia non fu mai risolta dai documenti che la affrontarono, per quanto alti o appassionati, ma da conflitti reali che quei documenti poterono al massimo accompagnare o interpretare a posteriori.

La domanda con cui Magnifica humanitas lascia il lettore, dunque, non riguarda la qualità del testo, che è notevole e in più punti sorprendente. Riguarda la sua capacità di attivare processi reali nei contesti che lo riceveranno. Più che dalle parole del Papa, in larga misura giuste, la risposta dipenderà dalle pratiche dei poteri che oggi governano dati e infrastrutture.

Se l’industria riuscirà a trasformare l’enciclica in un’occasione di dialogo senza effetti sulle proprie scelte operative, il documento sarà ricordato come uno dei molti testi importanti rimasti senza seguito. Se invece società civili, sindacati delle piattaforme, ricercatori indipendenti e movimenti per la sovranità digitale sapranno usarlo come uno strumento di pressione politica concreta, allora la sua portata potrà rivelarsi più ampia di quanto il suo stesso autore abbia previsto.

La storia insegna che i documenti più fecondi non sono necessariamente quelli più radicali nelle intenzioni, ma quelli che riescono a incontrare forze già in movimento e a fornire loro un linguaggio comune.

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19/04/2026

“Reborn”. Farsa taumaturgica a Hormuz

Se non tutti l’hanno visto, una delle ultime di Trump è una sua foto realizzata con IA, una specie di santino postato su Truth in cui lui, ieratico ed emanante luce, vestito da nuovo Messia (a suo dire un medico!) è un guaritore che pone la mano su un malato, e dietro una bandiera a stelle e strisce, adoranti di pelle bianca e aerei.

Dopo essersi fatto raffigurare da re, ora da Dio, sembra ormai non poter aspirare a una dimensione superiore del proprio ego. Al di là dell’ironia o dell’oscenità, blasfemia o quant’altro, sembra essere stata una sorta di risposta più assertiva dell’attacco solo verbale contro il Papa, quale forma di scarico d’ira e soprattutto di depistaggio dopo il fallimento delle trattative in Pakistan con l’Iran.

Nel libro di Marc Bloch I re taumaturghi, pubblicato nel 1924, si informa su una “gigantesca notizia falsa” dei re cristiani di Francia e Inghilterra, che, sin dall’anno mille fino a tutto il 1830, contribuirono a segnare il confine tra la credulità medievale popolare e la ragione illuminista che ha provveduto a dissolverla.

E a siffatta credulità questo Cristo a stelle e strisce, quale ripetizione storica farsesca, dovrebbe o vorrebbe ricondurre gli americani, almeno i Maga che ormai bruciano i cappellini rossi in chiave di dissenso dalla sua politica, avendo anche lui col tocco della mano la capacità soprannaturale di guarire la “scrofolosi” o adenite tubercolare, detto una volta “mal reale”, “the King’s evil”.

Storicamente, per chi non lo ricorda, dopo l’introduzione nel rito della preghiera al momento del tocco, veniva fissata una formula “Il re ti tocca. Dio ti guarisce”, secondo cui il sovrano diventava solo uno strumento della potenza divina.

Con Trump siamo decisamente oltre, nella sua immagine d’onnipotenza in prima persona, costretta a ripescare le più retrive falsificazioni dalla storia, da cui prelevare la sua continua ascesa verso sconfitte ripetute, instancabilmente gabellate per strabilianti vittorie.

Rammentiamo però un altro episodio ancora, prima di procedere alla ricerca del senso di tutto ciò, in cui a gennaio di quest’anno il Papa si permise di affermare che “a una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati” e che “un fervore bellico sta dilagando”. Convocato al Pentagono il nunzio apostolico negli Usa pochi giorni dopo, quest’ultimo fu avvisato del fatto per cui siccome le forze militari statunitensi erano in grado di fare qualunque cosa, “la Chiesa avrebbe fatto bene a schierarsi dalla loro parte”.

Inoltre, un funzionario trumpiano alluse pure alla “cattività avignonese” del papato, quella avvenuta tra il 1309 e 1377 in seguito al conflitto di allora tra Filippo il Bello di Francia e Bonifacio VIII, si immagina facilmente con quale intento.

Il vero motivo dello scontro attuale non è certo da ricercare nella cultura religiosa o nelle indipendenti parole di Leone XIV, ma nelle loro probabili conseguenze: molti cattolici in divisa americani, per giunta Maga, potrebbero rifiutarsi di sparare in guerra per questioni di ordine morale su ordini illegali, avendone la piena legittimazione.

Riassicurarsi poi del controllo di questa maggioranza di voti cattolici credibilmente dirottabili dalle direttive del trono di Pietro, val bene ogni intimidazione e accuse pesanti a quello considerato solo un capo di stato vaticano.

A febbraio papa Prevost ha rifiutato l’invito negli Usa per il 4 luglio, giorno in cui si recherà invece a Lampedusa, convintamente ripercorrendo il primo viaggio di papa Bergoglio nel 2013, in cui denunciò la “globalizzazione dell’indifferenza” di fronte ai mancati salvataggi in mare dei migranti annegati.

E l’attacco della polizia agli stranieri che si rifugiano nelle chiese americane unisce così le due sponde dell’oceano, sulla protezione e denuncia esplicita da parte religiosa dell’emarginazione della povertà di etnie diverse solo da “remigrare”.

La diffida, in ultimo, da parte di Prevost, a usare Dio per giustificare la guerra, e l’invocare la pace contro “l’occupazione imperialistica del mondo”, chiudono al momento questo scontro imprevisto da Trump, che ha creduto di aver fatto votare il papa americano per agganciarlo al suo carro di trionfo.

Quale l’importanza allora di questo contrasto? Gli Usa stanno mostrando al mondo il fallimento a tappe della protervia nello scatenare guerre rincorrendo poi obiettivi variabili per giustificarle.

Gli insuccessi diplomatici, deliberati o meno, rinviano all’unica soluzione militare di cui sono sicuri di detenere la supremazia. Regime change, impedimento dell’arricchimento dell’uranio, riapertura dello stretto di Hormuz, ora blocco navale alle navi che vi transitano, fallito endorsement di Vance a Orban, condotto per impedire la sconfitta più che prevedibile del governo ungherese che aiutava all’affossamento dell’Europa, sembrano tutti obiettivi mancati.

Il governo iraniano ne risulta rafforzato, il diritto all’uranio per motivi civili per ora è ribadito dagli iraniani, Hormuz era aperto e ora chiuso, anche per parte americana, o con pedaggio dopo l’intervento bellico, intanto passano comunque navi non solo cinesi, Orban eliminato.

Il Vangelo che predica la pace e la fratellanza è sempre più pericolosamente credibile, misurato in voti di Midterm, metà mandato a novembre della presidenza Usa.

L’identità religiosa, si è riscoperto ultimamente, determina comportamenti di obbedienza basati, non più sulla paura ma sulla fede, che però va guidata verso il predominio di leggi che non devono creare giustizia, ma esclusivamente tutela dei propri interessi a preservare la supremazia dei potenti sui deboli.

Una volta scalzata l’identità di classe che potrebbe chiarire materialmente proprio quest’antagonismo reale e irriducibile, l’identità religiosa, che per i più riguarda un’appartenenza trasversale basata su ideologie e narrazioni funzionali agli scopi dei poteri, offre la possibilità di sfuggire alla necessità degli eventi, direzionando a piacimento il consenso sociale su cui sempre il dominio, soprattutto quello dispotico, deve basarsi.

Ad alimentare il declino della credibilità americana si è aggiunta ultimamente una proposta di pace cinese in seguito anche all’invito dello spagnolo Pedro Sanchez, rilevante per il rafforzamento del sistema multilaterale e per la differenziazione del sistema valutario, come si è detto in altri momenti, oltre alla possibile fine dei conflitti in corso.

Questa proposta consta di 4 punti espressi in termini di rispetto. Da intendersi probabilmente questa parola ripetuta 4 volte anche come minaccia ineludibile alla sua possibile sottovalutazione: rispetto della coesistenza pacifica, rispetto della sovranità nazionale, rispetto del diritto internazionale, rispetto del coordinamento tra sviluppo e sicurezza.

La distanza misurabile in parole tra Cina e Usa riflette i valori e la conduzione imperialistica antitetica delle due potenze mondiali, e quindi un possibile boomerang dell’aggressione iraniana da parte americana che potrebbe verificarsi all’intensificazione prolungata della produzione bellica, la cui indispensabile fornitura di terre rare rafforzerebbe poi la pacifica posizione cinese che ne dispone e gliela vende.

Inoltre, i cinesi si sono posti allo studio dell’uso dell’IA in ambito militare, per la prima volta con impiego massiccio da parte israelo-statunitense, ponendosi il problema di come mantenere il processo decisionale delle operazioni all’essere umano, entro una competizione tecnologica relativamente al sottosuolo e allo spazio, come mostrato nella guerra-laboratorio fin qui condotta dagli aggressori, basata sull’uso di software come Maven e Claude prodotti da Palantir di Peter Thiel e Anthropic degli Amodei con Kaplan, Clark e altri.

La Cina può resistere alla crisi energetica avendo differenziato le risorse di approvvigionamento e accumulato le proprie riserve con oltre 1 miliardo di barili di petrolio, equivalenti a 140 giorni di importazione di questa risorsa, oltre ad un piano quinquennale ‘26-’30 per investimenti nell’elettrificazione automobilistica e nelle energie rinnovabili.

È ormai la prima potenza mondiale in crescita e riceverà alla metà di maggio il presidente americano, se questi non rinvierà ulteriormente l’incontro.

La sua posizione di maggior forza di resistenza rispetto agli incerti bellici, evidenzia ancor più la decadenza americana visibile anche dall’inedito scontro di Trump col papa cattolico, forse favorito anche dall’indebita semplificazione della stessa appartenenza nazionale dei due. Evidente lo scarto culturale tra chi affida alla lettura biblica la certezza di profezie che favoriranno i propri progetti egemonici, e chi invece vi indaga le parole che condurranno alla ricerca del divino in ambito spirituale.

Il sionismo cristiano americano in guerra permanente cerca di mantenere sotto controllo i propri seguaci anche nella frammentazione di micro-identità della loro subcultura, arrivando a ritenere che Trump sia stato unto da Gesù, che l’esercito ritenga di combattere una prima fase dell’Armageddon, col ritorno di Cristo, e che conseguentemente sarà la fine del mondo, secondo anche le inclinazioni evangeliche.

Forse in Europa una razionalità emersa dall’illuminismo impedisce di considerare come reali le forze oscure di tipo religioso fondamentalista su cui altrove si basano scelte economiche, politiche, militari, strategiche, da cui non ne è esente neppure Pete Hegseth, Segretario della ex difesa, ora della guerra Usa, apparentemente distante dall’islamico Khamenei ex guida suprema dell’Iran.

In tal senso ci sentiamo più vicini alla Cina di Xi, senza bisogno di depistare alcunché, e impegnata invece in un secondo round di colloqui di pace da tenersi forse ancora a Islamabad, in Pakistan, entro la data del cessate-il-fuoco del 21 aprile, se anche questa non sarà rinviata.

Un timore da parte dell’Arabia Saudita della possibile chiusura dello stretto di Bab el-Mandeb per conto yemenita, dietro richiesta iraniana, ha spinto al ritorno ai negoziati Washington per revocare il doppione americano del blocco di Hormuz.

Al tentativo Usa di inviare poi altre navi da guerra a protezione delle rotte marittime, il governo cinese ha negato questa possibilità nel continuo impegno al non uso della forza nelle crisi internazionali, come per una non riapertura forzata dello stretto, il cui pedaggio ai pasdaran sarà pagato in stablecoin o in yuan cinesi, come realtà della de-dollarizzazione in atto.

Restiamo in attesa della riduzione o fine degli attacchi israeliani in Libano, come richiesto anche da Trump, resosi conto finalmente della sua prossima rovina proprio per mano del biblico alleato.

La tregua per gli iraniani comprendeva anche il Libano, in cui per Trump si sono invece svolte “schermaglie separate” con più di 200 morti e 1000 feriti, cifre ormai per difetto, ma funzionali alla strategia israeliana di indebolire o eliminare Hezbollah in Libano e poi ritornare sull’Iran da una posizione di forza, nel proseguimento della guerra infinita.

Le conseguenze internazionali di questo conflitto sono al momento imprevedibili. I costi per ora sostenuti da Usa e alleati ammontano tra i 25 e i 35 mld $ e aumenteranno per ogni giorno di guerra. Compagnie petrolifere e sodali trumpiani ringraziano.

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17/04/2026

Perché Trump ha intrapreso uno scontro con il Papa?

Le bordate di Trump contro Papa Prevost possono sorprendere relativamente. Non solo stanno nelle corde del personaggio ma si innestano anche in alcuni cambiamenti nel groviglio di alleanze, consensi e dissonanze su cui si è retta l’ascesa di Trump alla Casa Bianca.

Secondo l’esperto Massimo Faggioli, che ha insegnato molti anni negli Stati Uniti, per Trump “la religione viene ridotta a clava ideologica per salvare lo Stato dal declino Woke dal multiculturalismo e dalla secolarizzazione, trasformando l’eccezionalismo nazionale in un mandato divino che non ammette critiche”.

Negli anni della sua rivincita, Trump aveva infatti identificato anche i cattolici statunitensi come una base elettorale per la sua restaurazione ideologica dell’egemonia “America First” nel paese. Il suo vice-presidente Vance si era addirittura convertito al cattolicesimo nel 2019, andando in controtendenza rispetto al trend di conversioni dal cattolicesimo ad altre religioni prevalente negli USA. Ma è bene tener conto che quella negli Stati Uniti è una delle chiese cattoliche più conservatrici e reazionarie. Non a caso i rapporti erano molto tesi verso un Papa “dissonante” come Francesco.

Dentro la Chiesa Cattolica USA mentre una parte sosteneva le aperture di Papa Bergoglio, l’altra, spesso più giovane ma tradizionalista, si identificava in posizioni più conservatrici. Alcuni studiosi hanno parlato di un vero e proprio “scisma liquido”, ovvero una frattura che ha rischiato di dividere la Chiesa statunitense in due mondi che si ignorano a vicenda.

Stando all’analisi di Faggioli “il cattolicesimo conservatore che ha nutrito il trumpismo, sperando di strumentalizzarlo per la propria agenda, si trova ora nella stessa posizione delle élite europee degli anni ’20: pensavano di aver trovato il “loro” dittatore, un uomo forte da domare e usare come scudo contro il declino”.

In realtà passata la prima fase in cui l’amministrazione Trump appariva più concentrata sui problemi interni e nella lotta ideologica contro la cultura woke, l’esplosione dei conflitti in Medio Oriente, l’escalation scatenata da Israele con la “guerra sui sette fronti” e probabilmente qualche documento compromettente negli Epstein files, hanno costretto Trump a proiettarsi militarmente nella regione e in altri teatri di crisi.

“Il passaggio dal MAGA 1 (isolazionista) al MAGA 2 (interventista, bellicista e “crociato”) ha alienato anche i cattolici conservatori moderati che speravano di poter “domare” il movimento. Oggi, la politica estera statunitense è blindata da dogmi intoccabili, primo fra tutti il “sionismo cristiano” che ha fatto presa anche in alcuni settori del cattolicesimo angloamericano” afferma Faggioli in una intervista alla rivista cattolica Città Nuova.

Significativamente la repubblicana Lauren Boebert, sostenitrice di Trump ed evangelica, ha affermato che: “Ci sono solo due nazioni create per onorare Dio: Israele e gli Stati Uniti d’America”.

Ma su quale realtà sociale e culturale negli Stati Uniti si innesta lo scontro aperto da Trump con il Pontefice?

Secondo uno studio del Pew Research Center (pubblicato nel 2025 e rappresentativo degli adulti statunitensi), le affiliazioni religiose principali negli USA sono le seguenti: i Cristiani statunitensi sono il 62% della popolazione adulta (erano il 78% venti anni fa) ma tra questi i Protestanti sono il 40%, mentre i Cattolici sono scesi al 19% e le altre chiese cristiane al 3%.

Sono seguiti dall’Ebraismo praticato dal 2% della popolazione e dall’Islamismo praticato da circa 1% degli statunitensi, la stessa quota dell’1% riguarda induisti e buddisti. C’è poi una quota del 29% (quasi uno su tre) che invece o è atea o agnostica o non dichiara di appartenere ad una religione.

Dal punto di vista della composizione sociale – e dunque della loro influenza politica e ideologica – i Protestanti evangelici e i Cattolici sono diffusi in tutte le classi sociali, con maggiore presenza tra i ceti medi e operai, nelle aree rurali e del Sud.

I Protestanti storici tendono a essere più istruiti e con redditi medio-alti, prevalentemente bianchi (i famosi Wasp, White Anglo Saxon Protestant). I Protestanti neri storici hanno redditi mediamente più bassi (solo il 14% hanno un reddito familiare superiore ai 100.000 dollari).

Gli ebrei e gli induisti occupano le fasce socio-economiche più alte: circa il 65-70% ha una laurea o titolo superiore (contro il 35% della media nazionale) e oltre il 50% ha un reddito familiare oltre i 100.000 dollari. Sono prevalentemente urbani, professionali (settori tech, finanza, medicina, legge) e di classe medio-alta/alta, gli ebrei statunitensi sono quasi tutti bianchi non ispanici. Musulmani e buddisti sono gruppi più giovani (75% sotto i 50 anni), con un alta quota di immigrati (59% e 55%), istruzione e reddito sopra la media ma non ai livelli di ebrei/indù, e sono a maggiore diversità etnica.

Secondo i dati diffusi nel novembre 2025 dall’istituto di analisi e ricerca Gallup, in dieci anni la percentuale di adulti americani che considera la religione parte importante della propria vita quotidiana è scesa dal 66% al 49%. Un calo di 17 punti percentuali che colloca gli Stati Uniti tra i Paesi con la flessione più marcata a livello globale. Eppure, nel cuore di questa trasformazione, la religione continua a occupare uno spazio più rilevante nella vita degli statunitensi rispetto a molte altre economie avanzate. Se la media Ocse si attesta al 36%, gli Stati Uniti restano sopra di tredici punti a questa media dei paesi a capitalismo avanzato. In fondo gli Stati Uniti sono ancora un paese in cui i Presidenti giurano sulla Bibbia e concludono i discorsi con “Dio benedica l’America”.

Incalzato dall’attivismo e dalla conquista di posizioni di potere delle chiese protestanti evangeliche, il cattolicesimo negli USA ha conosciuto una perdita netta maggiore rispetto ad ogni altra tradizione religiosa, incluso in America Latina, anche se per ora i cattolici non sembrano essere diminuiti tra i latinos immigrati negli Stati Uniti.

Complessivamente, il 13% di tutti gli adulti statunitensi sono ex cattolici – persone che sono cresciute con la “Chiesa di Roma” ma che ora non si identificano più religiosamente oppure sono diventati protestanti o di un’altra religione.

Al contrario, solo il 2% degli adulti si sono convertiti al cattolicesimo – cioè persone che ora si identificano come cattoliche dopo essere cresciute in un’altra religione (o senza religione) – tra questi c’è il vicepresidente statunitense Vance. Questo significa che negli USA c’è un 6,5% di ex cattolici per ogni statunitense che si è convertito alla fede cattolica.

A pesare su questo regresso ci sono fattori come la diminuzione dell’influenza religiosa sulla società, la scarsità di sacerdoti e le continue rivelazioni sugli abusi sessuali del clero contro i minori e (in numerosi casi) il fatto che i loro superiori hanno coperto queste azioni.

Anche su questo è interessante un sondaggio del Pew Research Center, condotto nel gennaio 2018, il quale ha rilevato come la quota di cattolici statunitensi che davano a Francesco una nota di “eccellente” o “buono” per il suo modo di gestire lo scandalo degli abusi sessuali nella Chiesa, nel 2018 era diminuito di 10 punti rispetto ad un analogo sondaggio condotto nel 2015 (45% conto il 55%).

Il sondaggio del gennaio 2018, inoltre, ha rilevato che il disincanto verso Papa Francesco era particolarmente pronunciato tra i cattolici politicamente di destra (ossia tra coloro che si identificano con il Partito repubblicano o tendono ad esso).

Papa Bergoglio ha più volte criticato una “attitudine reazionaria molto forte e organizzata” all’interno della Chiesa cattolica statunitense, definendo “indietristi” i suoi oppositori. Dall’altra parte, cardinali influenti come Raymond Leo Burke hanno accusato il Papa di aver immerso la Chiesa in un “eterno presente” tra ideologia e marketing, lontano dalla dottrina tradizionale.

Indubbiamente la Chiesa Cattolica negli USA è stata oggetto di un combinato disposto di controversie e contraddizioni sulle quali hanno agito sia chi ha preso le distanze dalla religione, sia i gruppi religiosi concorrenti, in particolari le chiese – o sette – evangeliche protestanti e l’ebraismo, i quali non hanno esitato a far convergere le proprie forze e non hanno lesinato attacchi e critiche alla Chiesa Cattolica e al Vaticano e che ispirano fortemente una buona parte della base sociale MAGA negli USA.

In particolare va segnalato il crescente connubio tra sionismo e chiese evangeliche. Ad esempio i Christians United for Israel, che hanno circa dieci milioni di iscritti negli Stati Uniti, hanno messo a disposizione ingenti somme per finanziare in Israele insediamenti illegali e progetti di espansione sionisti nei Territori Palestinesi occupati. Insieme ad altri gruppi millenaristi, costituiscono l’ampio movimento dei cristiani evangelici negli Stati Uniti. Secondo una indagine condotto dal giornale New Yorker questi ultimi rappresentano il 14% della popolazione statunitense.

Emblematico di questa contraddizione è anche quanto avviene nell’altro gigante dell’emisfero americano: il Brasile.

Il Brasile, è stato a lungo considerato il più grande baluardo del cattolicesimo al mondo, ma anche qui si assiste ad un rapido cambiamento delle appartenenze religiose della sua popolazione. Secondo i dati del censimento del 2022 pubblicati dall’Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica (IBGE), la percentuale di cattolici romani è scesa al 56,7% della popolazione, rispetto al 65,1% del 2010. In termini assoluti, ciò rappresenta un calo di oltre cinque milioni di fedeli in dodici anni, con il numero totale che scende da 105,4 milioni a 100,2 milioni.

Allo stesso tempo, sono le chiese evangeliche (che appoggiarono massicciamente Bolsonaro, ndr) a continuare la loro ascesa. Nel 2022 contavano 47,4 milioni di seguaci, pari al 26,9% della popolazione brasiliana, rispetto al 21,6% del 2010. Questo aumento di dodici milioni di seguaci rappresenta il più grande incremento mai registrato dagli evangelici nel Paese.

Per la Chiesa Cattolica sia negli Stati Uniti che in America Latina non sono stati e non saranno anni facili.

Il recente documento strategico sulla Sicurezza Nazionale Usa ha affermato esplicitamente l’obiettivo statunitense di voler riprendere l’egemonia su tutto l’emisfero occidentale: dall’Alaska alla Terra del Fuoco.

Se i sionisti e le chiese evangeliche sono già alleati di Trump, i cattolici vanno cooptati o normalizzati, per amore o per forza. Un Papa che si mette di traverso sulla politica estera è un ostacolo che Trump vorrebbe rimuovere, ma farlo a colpi di post strampalati su X potrebbe non funzionare.

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16/04/2026

Gli insultidi Trump al Papa smascherano l’Unipolarismo dell’Occidente

di Luciano Vasapollo

C’è un passaggio storico in cui le parole non sono più solo parole. Diventano strumenti di potere, dispositivi di esclusione, armi politiche. È quello che stiamo vivendo oggi, in un mondo segnato dall’escalation dei conflitti e dalla progressiva radicalizzazione dello scontro ideologico.

Le recenti posizioni di Donald Trump, accompagnate da attacchi espliciti a Papa Leone XIV, non sono episodi isolati o semplici provocazioni. Rappresentano piuttosto il segnale di una deriva più profonda: la costruzione di una narrazione in cui chi si oppone alla guerra e all’imperialismo viene dipinto come nemico, come ostacolo, come minaccia.

E purtroppo non basta la tardiva solidarietà della premier Giorgia Meloni al Papa, né l’ancora più tardivo congelamento del Memorandum Italia-Israele. Il nostro paese resta funzionale all’imperialismo predatorio che viene da noi alimentato con gli ordigni micidiali di Leonardo e RWM e che rifiutando il multipolarismo rappresenta il vero “pericolo”.

Guerre, imperialismo e criminalizzazione del dissenso sono gli orrori a cui quotidianamente assistiamo. E che la destra di governo e i media mainstream presentano come normali. Tanto che l’Italia non ha fatto una piega davanti all’attacco criminale per rapire il legittimo presidente del Venezuela Nicolas Maduro, le stragi ai Caraibi di pescatori in mare con accuse mai provate di narcotraffico, lo strangolamento crudele di Cuba e i genocidi ai danni dei bambini di Gaza e dello Yemen.

Così come Meloni e gli altri leader non hanno fatto nulla per rispettare il sentire dei popoli europei, a cominciare dal nostro, che è contrario al riarmo comprendendo bene che si tratta di una decisione suicida.

La criminalizzazione del dissenso

La domanda allora è inevitabile: stiamo forse assistendo a un rovesciamento completo della realtà? È diventato “pericoloso” chi invoca la pace? È sospetto chi critica il dominio economico e militare globale? È da marginalizzare chi denuncia le logiche dell’imperialismo?

Se così fosse, ci troveremmo di fronte a un paradosso storico inquietante: i costruttori di pace trasformati in “terroristi”, mentre i promotori della guerra si presentano come garanti della sicurezza e dell’ordine.

Non è una novità assoluta. La storia del Novecento è costellata di momenti in cui il dissenso è stato criminalizzato, in cui le voci critiche sono state silenziate o delegittimate. Ma oggi questo processo assume una dimensione globale, amplificata dai media, dalle piattaforme digitali, dai meccanismi di costruzione del consenso.

L’attacco al Papa (con il quale poche settimane fa io e il direttore di FarodiRoma ci eravamo confrontati proprio sul tema delle aggressioni USA al Venezuela e Cuba, constatando una sostanziale concordanza tra la nostra posizione e la sua) in questo contesto, assume un significato che va oltre la figura del Pontefice.

Colpire chi richiama alla pace, al dialogo, al rifiuto della violenza, significa colpire un’idea alternativa di mondo. Significa mettere in discussione non una persona, ma una visione fondata sulla cooperazione tra i popoli.

La sofferenza di Cuba

Ed è qui che emerge con forza il caso di Cuba.

Perché Cuba continua a essere nel mirino? Perché, nonostante decenni di blocco economico, resiste e propone un modello diverso? La risposta è scomoda, ma chiara: Cuba rappresenta un’anomalia nel sistema globale. Un paese che, pur con tutti i suoi limiti, ha scelto di non piegarsi alle logiche dell’imperialismo.

La sua “colpa”, agli occhi dei dominanti, è proprio questa: aver dimostrato che un’altra strada è possibile. Una strada fondata sulla sanità pubblica, sull’istruzione diffusa, sulla cooperazione internazionale – basti pensare alle missioni mediche inviate in tutto il Mondo, Italia compresa.

E allora il meccanismo si ripete: delegittimare, isolare, colpire. Non solo economicamente, ma anche simbolicamente. Costruire una narrazione in cui chi non si allinea viene dipinto come nemico.

Una questione di linguaggi: cosa è il terrorismo

In questo quadro, il linguaggio diventa decisivo. Parlare di “sicurezza”, di “ordine”, di “difesa dei valori” può nascondere, in realtà, la volontà di mantenere un sistema di dominio. E chi mette in discussione questo sistema viene automaticamente collocato fuori dal perimetro della legittimità.

Ma la realtà è più complessa. E resiste.

Resistono i popoli che rifiutano la guerra. Resistono i movimenti che chiedono giustizia sociale. Resistono le voci che continuano a denunciare le disuguaglianze e le violenze sistemiche.

La vera questione, allora, è politica e culturale insieme: chi definisce cosa è “terrorismo”? Chi stabilisce quali sono le idee accettabili e quali no? Chi decide chi è dentro e chi è fuori?

Se il criterio diventa l’allineamento alle logiche della guerra e del profitto, allora sì, chi si oppone sarà sempre considerato “pericoloso”. Ma pericoloso per chi? Per un sistema che teme ogni alternativa, ogni possibilità di cambiamento.

La sfida è proprio questa: rovesciare la narrazione. Restituire dignità al dissenso. Difendere il diritto – e il dovere – di immaginare un mondo diverso.

Non si tratta di retorica. Si tratta di scelta.

Da una parte, un ordine internazionale fondato sulla forza, sulla competizione, sulla subordinazione. Dall’altra, la possibilità di costruire relazioni diverse, basate sulla solidarietà, sulla cooperazione, sulla pace.

Chi oggi attacca queste idee non difende la sicurezza: difende un sistema corrotto e violento.

E allora la domanda iniziale torna, più forte di prima: chi è davvero il pericolo?

Forse non chi si oppone alla guerra. Ma chi la rende inevitabile.

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19/02/2026

Il Papa segue con attenzione quanto accade in Venezuela e a Cuba

Un incontro al margine dell’udienza generale del mercoledi tra Papa Prevost con il prof. Luciano Vasapollo e il prof. Salvatore Izzo in rappresentanza della Rete degli Intellettuali in difesa dell’umanità e del giornale cattolico Il Faro di Roma, è stato l’occasione per uno scambio di considerazioni su quanto sta avvenendo in Venezuela e a Cuba.

Per l’occasione è stato consegnato al Pontefice il testo di un appello del Capitolo italiano della Rete di artisti ed intellettuali in difesa dell’umanità (REDH).

Il Pontefice non ha nascosto di avere a cuore quanto avviene in America Latina. Per venti anni è stato in missione in Perù, nella poverissima provincia di Chulucanas. Conosce la realtà sociale e politica di quei paesi e le loro vulnerabilità.

Papa Prevost è risultato molto interessato ai temi che gli sono stati sottoposti e anche ben informato, confidando ad esempio di conoscere la realtà associativa della REDH.

Il Pontefice ha ritenuto “assurdo” quanto accaduto in Venezuela ed ha espresso seria preoccupazione – ed altrettanta attenzione – alla crisi umanitaria che il blocco statunitense sta provocando a Cuba impedendo il rifornimento energetico ad un isola priva di risorse.

Le caratteristiche di veri e propri assedi medievali con cui gli USA stanno stringendo alcuni paesi latinoamericani, le cui scelte non sono in linea con Washington, aprono uno squarcio inquietante nelle relazioni internazionali della regione, un’area che la nuova strategia di sicurezza nazionale statunitense è tornata a ritenere come il proprio cortile di casa.

Il colloquio con Papa Prevost alimenta la speranza che il Vaticano non resterà inerte o silente sulle crisi in corso in Venezuela e Cuba.

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23/05/2025

Il nuovo disordine mondiale / 29: morto un papa, se ne fa un altro?

di Sandro Moiso

Forse no, verrebbe da dire. Proprio per evitare quell’indifferentismo politico che, spacciandosi per radicalismo, non fa altro che impoverire il pensiero critico e le sue riflessioni. Oltre che la potenziale azione di classe. Proprio come Karl Marx si era già preoccupato di denunciare nel 1873, con il suo articolo Contro l’indifferenza in materia politica, scagliandosi contro Proudhon e i suoi seguaci che ritenevano possibile stabilire quali fossero, una volta per tutte, le forme organizzative e le modalità della lotta di classe. Legali e illegali.

Classe considerata in sé, ma che per sé deve poter trarre insegnamenti e lezioni, sia dalle proprie sconfitte che da quelle dell’avversario e delineare linee di tendenza e successivamente di condotta, sia dallo sviluppo delle contraddizioni nel campo avverso come all’interno del proprio. Perché è una partita solo e sempre a 360 gradi quella che si gioca con il conflitto di classe, in cui non si possono lasciare spazi esclusivi all’avversario.

In questo senso l’occuparsi da antagonisti di scienza, geopolitica, arte militare, cultura e tecnologia e della loro evoluzione non riduce l’opposizione di classe a culturalismo o a dibattito salottiero, ma piuttosto, se non si perde di vista il fine della lotta, ne rafforza e solidifica immagine e compiti. Così vale anche per campi apparentemente avulsi, come quello religioso o dell’elezione di un nuovo pontefice, ma di cui occorre tener conto per comprendere la fase con cui occorre fare politicamente i conti.

Questo, naturalmente, non per rincorrere gli individui e l’Io fetentissimo con cui l’ideologia borghese vorrebbe continuare a determinare l’immaginario e l’azione sociale proponendoli come idoli oppure al pubblico ludibrio. No, non è l’individuo in sé che deve interessare, o peggio ancora affascinare, i futuri affossatori del modo di produzione dominante, ma ciò che l’ha prodotto e le cause materiali delle sue, quasi sempre, prevedibili e inevitabili azioni. Papa o re, primo ministro o rivoluzionario, generale o dittatore oppure presidente degli Stati Uniti che questo sia. Poiché, in fin dei conti, non potrà mai essere una morale dettata dalla classe avversa a determinare il giudizio e la valutazione politica di chi dovrà, comunque, sbarazzarsene.

Ecco allora perché vale la pena di spendere qualche parola sul cambio ai vertici della chiesa cattolica con il passaggio dal pontificato di Francesco I a quello di Leone XIV. Tenendo sempre a mente sia l’insegnamento di Lenin sull’attenzione per la religione (qui) che, a sua volta, traeva spunto dalle riflessioni di Marx sul medesimo argomento.

La miseria religiosa è da una parte l’espressione della miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, l’anima di un mondo senza cuore, così com’è lo spirito di una condizione di vita priva di spiritualità. Essa è l’oppio per il popolo. La soppressione della religione quale felicità illusoria del popolo è il presupposto della vera felicità. La necessità di rinunciare alle illusioni circa la propria condizione è la necessità di rinunciare ad una condizione che ha bisogno dell’illusione. La critica della religione è, quindi, in germe la critica della valle di lacrime di cui la religione è l’aureola sacra (K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione).

Quello, però, che l’individuo borghese non potrà mai comprendere è la dialettica inerente alle due definizioni che Marx dà della religione nel testo appena citato, l’essere “oppio dei popoli” e, allo steso tempo, il “sospiro”, oppure come si dice in altre parti il “gemito”, della creatura oppressa. Dialettica in cui resta sotteso che la scomparsa della religione dall’orizzonte degli oppressi non può appartenere soltanto ad un atto volontaristico o ad un editto di un governo borghese, ma al rovesciamento dell’oppressione materiale che diventerà anche stravolgimento dell’oppressione intellettuale. Senza il primo non può avvenire il secondo, pena la rivolta degli ultimi contro chi pretenderebbe di liberarne la coscienza senza liberarli dalle condizioni materiali di sfruttamento e miseria, sia economica che culturale.

Anche se ad un lettore poco attento questo potrebbe sembrare lontano dal “sentire” attuale di ciò che si vuole definire antagonismo, in realtà ha molto a che fare con il cambio della guardia che è avvenuto ai vertici della chiesa con la morte di Bergoglio. Papa di cui già in passato ci si era occupati su Carmilla (qui), proprio per le perplessità suscitate sia in ambito ecclesiastico che politico dalla sua ferma opposizione alla guerra, o alle guerre, del capitale, senza aggettivi e senza distinzioni di lana caprina tra pace o guerra giusta oppure tra guerre di difesa o di aggressione.

Un tema di cui si è occupato anche, in tempi più recenti, uno scritto apparso dopo la sua morte (qui), largamente condivisibile soprattutto per quanto riguarda la valutazione “politica” dell’opposizione espressa da una parte importate della base cattolica nei confronti della guerra. Ma tutto questo, naturalmente, non prelude ad una celebrazione del papa appena scomparso o ad una sua agiografica rivalutazione ideale. Tutt’altro, poiché l’analisi, come si diceva in apertura, dell’azione di un singolo individuo, per quanto significativo sul piano politico e/o culturale, non può mai prescindere dalle forze che l’hanno prodotto e di cui è manifestazione.

A differenza di tanta sinistra “smarrita” che, ad ogni piè sospinto, cerca di individuare un nuovo punto di riferimento, un nuovo modello se non un nuovo ipotetico leader che sappia dire o fare ciò che altrimenti non sarebbe più in grado di fare essa stessa, l’interesse per la figura di Francesco I si limita, almeno per chi qui scrive e anche se non è certamente cosa da poco, alla sua valutazione come strumento per l’opposizione alla guerra imperialista in tempi in cui si rende necessario marcare un’obbligatoria separazione tra coloro che credono che quest’ultima costituisca una questione dirimente per la lotta di classe e coloro che, con distinguo e peana per la libertà basata sugli ideali dell’Occidente liberale, altro non fanno che travestire da pacifismo ciò che altro non è che schieramento con uno dei fronti imperialisti in guerra.

Di tutt’altro avviso sembra essere invece, anche se mascherato dai media e dallo stesso nuovo pontefice come continuatore del pontificato precedente, l’inizio di Leone XIV la cui intronizzazione è stata immediatamente accompagnata da un entusiasmo mediatico ed europeista che non può far altro che far arricciare il naso ad un osservatore attento. A partire da quell’esaltazione di una sua presunta presa di posizione anti-trumpiana, utile sicuramente ai volenterosi di questi giorni e della sua preparazione di carattere teologico dovuta alla sua provenienza dalle fila degli agostiniani.

Certamente non tocca all’autore di queste righe disquisire sulla preparazione o meno del suddetto papa dal punto di vista della dottrina, ma ciò che occorre sottolineare è che le stesse caratteristiche sono state in precedenza attribuite a Benedetto XVI, papa sicuramente di tendenze e posizioni molto distanti da quelle del suo successore Francesco I, che provenendo dalle fila dei gesuiti non poteva comunque essere certamente meno edotto in materia di dottrina e cultura cattolica.

Basti qui osservare che il contenuto dell’omelia dell’intronizzazione non ha riguardato la fine della guerra tout court, ma il raggiungimento di una pace giusta in Ucraina. Formula che, come ha già in precedenza spiegato bene Domenico Quirico sulle pagine della «Stampa», non può preludere ad altro che a una continuazione della guerra considerato che la pace raggiunta per porre fine ad un conflitto non può essere giusta o sbagliata, ma soltanto avere inizio da un cessate il fuoco sulle linee raggiunte dai contendenti nel corso di un conflitto.

Conflitti in cui, di solito, c’è un vincitore e un vinto, indipendentemente dalle simpatie che possano ispirare i due a chi ne studia le mosse. Se non si tiene conto di questa “regola aurea” della diplomazia bellica non vi può essere alcuna trattativa possibile, perché se da un lato testimonia la volontà, in questo caso cieca, di continuare il conflitto da parte del vinto, dall’altra non può che acutizzare la tendenza dall’avversario a continuare la guerra “di conquista”.

Mai abbiamo sentito, tra le parole del papa precedente, la definizione di pace giusta, ma soltanto inviti alla pace ad ogni costo. Lezione già appresa e sviluppata da un uomo ben distante dalla fede religiosa come Lenin che, nel 1918, a Brest-Litovsk, accettò condizioni di pace che lasciavano alle truppe degli imperi centrali un’ampia porzione di territorio russo, pur di raggiungere l’obiettivo che, sostanzialmente, aveva costituito l’elemento cardine della rivoluzione di ottobre: quello della cessazione immediata della guerra, dei suoi massacri e delle sue distruzioni.

Eppure, eppure... una figura tutt’altro che equidistante, a differenza di Francesco I, dalle parti coinvolte nella guerra1 viene oggi entusiasticamente indicata dai media italiani come possibile “mediatore” per il conflitto in corso ai confini orientali d’Europa.

Dovrebbero bastare questi pochi riferimenti per comprendere come l’attuale coro di lodi per la figura del nuovo papa sia per lo meno sospetta e, anzi, come sia in corso, a pochi giorni dalla sua scomparsa, una sorta di rimozione dell’opera del predecessore, travestita da elogio al suo pontificato, confuso però con le premesse di quello attuale. Mentre è stata proprio quella posizione, sostanzialmente la più radicale, di Francesco a decretarne fondamentalmente la solitudine degli ultimi anni, destinata a metterlo a tacere e costringerlo a fare “il gran rifiuto”, cui si è testardamente sottratto fino alla fine, ancor prima della morte.

Certo, né l’uno né l’altro dovrebbero influenzare la pratica militante dell’anti-militarismo di classe, ma è certo che l’attuale differenza di governance della Chiesa potrebbe influire in maniera sostanziale su quell’immaginario diffuso, spesso cattolico, che fa sì che un parte significativa e maggioritaria di cittadini italiani ed europei si opponga ancora sia al conflitto che a un coinvolgimento diretto nello stesso.

Diventa, in questo caso, l’azione papale uno strumento di pressione che, pur ammantandosi di equità chiedendo anche una pace giusta per Gaza e i palestinesi, ma senza avere effetto alcuno sulla strage di gazawi portata avanti da Netanyahu e dal suo governo criminale, è sostanzialmente orientato a convincere una parte del fedeli, oggi in gran parte ancora contrari alla partecipazione al conflitto in Ucraina, della necessità di volgersi in direzione di una pace diversa da quella possibile e, quindi nella sostanza, ad una continuazione della stessa attraverso una partnership più marcata, di quanto già non sia, e attiva sul piano militare come quella su cui puntano i guerrafondai Macron, Starmer e Merz. Che, dopo aver assistito al diniego di Trump nei loro confronti e delle proposte di maggior impegno della NATO, oggi cercano una giustificazione al loro bellicismo nascondendosi sotto le bianche sottane pontificali.

Questo e nient’altro deve spingere gli antagonisti a guardare con sospetto sia al nuovo pontefice che al tentativo di presentarlo come un continuatore delle politiche di quello precedente che pur ebbe almeno sempre il coraggio di parlare di Terza guerra mondiale a pezzi, quasi fin dall’inizio del suo pontificato. In un momento in cui, come chi  qui scrive ha ripetutamente affermato, la questione della guerra imperialista, della sua estensione e del rifiuto della stessa diventa dirimente, indipendentemente dalle simpatie per le differenti parti, governi e nazioni coinvolte.

Note

1) In una una intervista del 2022, rilasciata a un canale tv locale peruviano, il nuovo Papa Leone XIV parlava tra le varie cose della guerra tra Ucraina e Russia. Affermando: “Vengono fatte tante analisi, ma dal mio punto di vista – diceva Prevost – si tratta di un’autentica invasione imperialista in cui la Russia vuole conquistare un territorio per motivi di potere e per ottenere vantaggi per sé”. E proseguiva sostenendo che “si stanno commettendo crimini contro l’umanità”. Prevost predicava anche la necessità di essere “molto chiari”, perché “alcuni politici, anche del nostro paese, non vogliono riconoscere gli orrori di questa guerra e il male che la Russia sta commettendo in Ucraina”. Fonte

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13/05/2025

Papa Robert Francis Prevost, un Leone antico per nuovi ponti

di Geraldina Colotti

Dopo l’elezione del cardinal Robert Francis Prevost a papa n. 267 con il nome di Leone XIV, dal Perù è arrivata l’immediata rivendicazione della sua doppia nazionalità – statunitense e peruviana –, la seconda acquisita nel 2015. E, subito, si è scatenata anche la creatività della rete sull’elezione di un papa “più latinoamericano del debito estero”; sull’aggiunta di un nuovo tipo di “papa” (patata) a quelle esistenti, e con tanto di accostamento giornalistico fra Chicago (sua città di origine, negli Stati uniti), e Chiclayo, la diocesi peruviana di cui fu amministratore apostolico. In Perù, dove ha vissuto per circa due decenni, Prevost è stato nominato vescovo dal suo predecessore argentino, Jorge Bergoglio, da poco scomparso, e ha poi svolto importanti incarichi in ruoli delicati e decisivi della Curia.

Un altro “meme”, ha sintetizzato così la scelta del Vaticano, presa in soli tre giorni di Conclave, giunta alla quarta votazione dei 133 cardinali e dopo tre fumate nere (e con oltre 100 voti, si dice, totalizzati): “Il nuovo papa è yankee, nazionalizzato peruviano e... anti Trump”. Quanto sarà distante dal “presidente più potente al mondo”, il pastore di un “gregge” di 1.400 milioni di cattolici nel mondo, e a capo di un patrimonio stimato (nel 2023) a 5,4 miliardi di euro solo per quanto riguarda l’attività dell’Istituto per le Opere di Religione (Ior), ovvero la Banca Vaticana, si vedrà nel corso del suo pontificato, e nell’evoluzione globale di quella che Francisco ha definito “la Terza guerra mondiale a pezzi”.

Intanto, è circolata con insistenza la notizia – non confermata dal Vaticano – di una donazione di 14 milioni di dollari, che Trump avrebbe potuto elargire, durante la sua visita a Roma per i funerali di Bergoglio, in caso di elezione di un papa Usa. Un’offerta consistente, considerando il deficit di bilancio della Santa sede, valutato a oltre 70 milioni di euro. Una “donazione” che avrebbe potuto aumentare, pare abbia lasciato intendere l’ottantina di super-ricchi che, all’interno di una moltitudine di fedeli (e turisti) ha accompagnato la delegazione trumpista alle esequie bergogliane: addirittura fino a un miliardo di euro.

Dopo la diffusione dell’immagine di Trump in abiti papali, nonostante non sia passata la linea cardinalizia più reazionaria che a lui si rifà in Vaticano, capeggiata dall’arcivescovo di New York, Timothy Dolan, e dall’ultra-tradizionalista, Raymond Burke, che si è spesso scontrato con il papa argentino, il tycoon si è fatto sentire con nuove dichiarazioni altrettanto roboanti, ma dai toni insoliti, apparentemente “fuori linea” rispetto a se stesso: si è detto molto emozionato e molto onorato per la nomina “del primo papa americano”, e altrettanto desideroso di incontrarlo. A compensare i suoi toni conciliatori, avevano pensato, prima, le sue teste di ponte, capitanate da Steve Bannon, che aveva definito la scelta cardinalizia la peggiore per i cattolici Maga. E già commentatori e politici Maga avevano messo all’indice le posizioni progressiste espresse da Prevost sul movimento Black Lives Matters, o contro la guerra e la legge Muslim Ban, voluto da Trump contro la popolazione di fede islamica.

Ma poi, nelle parole di Trump devono aver pesato i dati dei primi 100 giorni della sua gestione, forieri più di recessione e incertezza che di una nuova miracolosa “età dell’oro” vaticinata dal tycoon. In vista delle elezioni di medio termine (il 3 novembre del 2026), il presidente Usa deve anche aver considerato la consistenza del voto cattolico in diversi collegi elettorali, e quella di un episcopato per lo più di orientamento repubblicano, ma in conflitto al suo interno.

Così, per ora, il tycoon non sembra voler dirigere su questo fronte i suoi strali più potenti, come aveva fatto contro il papa argentino durante il suo primo mandato, definendo “vergognose” le posizioni del pontefice sui migranti e sulla giustizia sociale. D’altro canto, pur essendo buona norma non sovrapporre in modo meccanico le dinamiche politiche a quelle di una istituzione vecchia di secoli, com’è il Vaticano, che risponde a logiche intrinseche e a proprie lotte di potere, si può notare che il conclave sembra aver recepito la necessità di un “papa giusto”, in grado di riassestare la scossa: un progressista moderato che – è stato fatto notare, riprendendo le schede elettorali alle primarie, che implicano l’indicazione del partito per cui si vota – ha scelto alternativamente il partito Repubblicano o i Democratici.

Una figura-ponte (parola ripetuta più volte nel primo discorso di papa Prevost), in grado di riportare la dottrina e le azioni della Chiesa su binari meno accidentati: soprattutto rispetto al tema dei “diritti civili”, un dibattito che divide, a Chicago come a Chiclayo, negli Stati Uniti, in Europa, e nel Sud globale. In Perù, il quarto paese al mondo per numero di cattolici, dopo Brasile, Messico e Filippine, anche nel campo di chi si batte per la giustizia sociale, si punta il dito contro la “gauche caviar”, quella sinistra soft che, sul modello liberal europeo, mostrerebbe più impegno nel sostenere le libertà civili che i diritti elementari.

Nel continente latinoamericano, il fronte del “socialismo del secolo XXI”, ha salutato con parole di speranza il nuovo papa, figlio delle due Americhe, e con ascendenze europee. In molti ne hanno messo in luce la polemica con il vicepresidente J. D. Vance, circa le deportazioni di massa decise da Trump, per leggervi una continuità con il papa argentino. Vance, ex veterano che ha partecipato alla guerra in Iraq, contrario all’aborto, al matrimonio tra persone dello stesso sesso e al controllo sulle armi, oltre a essere considerato un eroe nazionale, è anche uno scrittore, noto soprattutto per il suo libro di memorie, Hillbilly Elegy.

Pubblicato nel 2016, “Elegia americana” racconta l’esperienza di Vance, cresciuto nella classe operaia bianca degli Appalachi, una regione che si estende dal sud di New York all’Alabama e al Mississippi settentrionale, colpita da povertà e disoccupazione a seguito del declino industriale. In questa chiave, con un tipico capovolgimento di senso, comune ai trumpisti, per spiegare le deportazioni dei migranti Vance ha fatto appello al concetto cristiano di ordo amoris, l’ordine dell’amore, o del cuore.

Un concetto che, principalmente nell’opera di Sant’Agostino, La città di Dio, indica l’importanza di dare un ordine prioritario agli affetti, e di dirigere l’amore verso Dio, il bene supremo, e non verso “sentimenti disordinati”, che portano all’infelicità e al peccato: per Vance, “l’America al primo posto”, dunque... Da agostiniano, l’allora cardinale Prevost ha replicato sui social, denunciando la profonda distorsione del messaggio di amore e accoglienza del Vangelo, operata da Vance per giustificare “politiche disumane”.

E, in questo senso, intendendo il concetto di “ordo amoris” anche come priorità da dare all’amore per la “creazione”, per la comunità e per il prossimo più vulnerabile, l’agostiniano Prevost può raggiungere lo spirito delle encicliche bergogliane – soprattutto Laudato Si’ e Fratelli Tutti – che portano a riflettere sull’esistenza e sul destino dell’umanità, messo in pericolo, per Bergoglio, “dalla globalizzazione dell’indifferenza” e dalla crisi ambientale.

E se per declinare i temi della dottrina sociale della Chiesa nelle contraddizioni del presente, armonizzandone le diverse “filosofie”, le Encicliche di Francesco richiamano il Concilio Vaticano II, il nome scelto dal nuovo papa rimanda – l’ha dichiarato lui stesso – all’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII. Un documento che viene considerato un punto di svolta nella dottrina sociale della Chiesa, con i suoi richiami ai diritti dei lavoratori e alla necessità di un intervento dello Stato nei conflitti fra capitale e lavoro. Il “ponte” teso verso Trump, insomma, potrebbe anche essere minato...

Va, però, anche considerato il contesto e il significato in cui si è data la Rerum Novarum, come risposta al sorgere di un nuovo soggetto storico, la classe operaia, che diventava massa e costruiva un mondo nuovo. Un’istituzione come la Chiesa, consapevole del suo ruolo e della necessità di rinnovarsi nel mondo, aveva bisogno di accoglierla, riconoscerla e disciplinarla. La Rerum Novarum, a dispetto degli entusiasmi sparsi negli articoli dei vaticanisti, era, quindi, anche un contrattacco al socialismo. Non era in gioco la drastica e temibile “cruna dell’ago” (“È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”, dice Gesù nei Vangeli – Matteo, 19- 24). Il richiamo era piuttosto quello alla lettera di Paolo a Filomene (Fm 8-20): Paolo rimanda indietro Onesimo, uno schiavo fuggiasco che aveva convertito, chiedendo a Filomene, un cristiano benestante, di perdonarlo e accoglierlo con amore, non più come schiavo, ma come fratello in Cristo. Come dire: carità, assistenza, sindacati “gialli” e contributo dei benefattori, non rottura delle catene dalla schiavitù del lavoro salariato.

Va anche ricordato che Leone XIII salì al soglio pontificio dopo Pio IX, l’ultimo “papa re”, in quanto il suo pontificato fu segnato dalla fine del potere temporale dei Papi con la presa di Roma da parte del Regno d’Italia, nel 1870. Si deve a Pio IX il Sillabo degli errori, un documento in cui si condannavano tutte le moderne correnti di pensiero che minacciavano, secondo la Chiesa, i fondamenti della fede e della morale cristiana.

Il primo discorso del papa Prevost ai cardinali, indica lo stesso tipo di consapevolezza che la Chiesa odierna deve avere nell’affrontare “una nuova rivoluzione industriale”, rappresentata dagli sviluppi dell’intelligenza artificiale, le nuove sfide che la IA pone alla difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro. La dottrina sociale della Chiesa, dice il papa, deve guidare in senso etico l’utilizzo di questa nuova tecnologia, e per questo è necessario un dialogo con la comunità scientifica e la società civile. Prevost ha per questo espresso la volontà di proseguire il cammino della Chiesa sulla scia del Concilio Vaticano II, per promuovere il dialogo con il mondo contemporaneo.

Un ponte, quindi, fra l’enciclica Rerum Novarum e il Concilio Vaticano II in un momento di grande transizione, che ha da essere rassicurante: senza spostare troppo l’accento sul “Pericolo delle ricchezze” e sul “Giovane ricco”, l’episodio del Vangelo in cui Gesù risponde a un tale, rispettoso di tutti i comandamenti, che gli chiede cosa deve fare ancora per conquistarsi la vita eterna. “Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: ‘Una sola cosa ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi’. Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, perché aveva molti beni”. (Mc 10, 17-21).

La parte più radicale del Concilio Vaticano II ha cercato di rispondere così, scegliendo la Chiesa dei poveri e camminando accanto ai marxisti. E papa Bergoglio, pur non essendo un teologo della Liberazione, privilegiando “l’opzione per i poveri” ci è andato vicino quando ha detto ai poveri di “essere protagonisti del proprio riscatto”, agli operai di “andare avanti” e di “non lasciarsi rubare la speranza”, o ai contadini peruviani di “non lasciarsi rubare le terre”.

Le istituzioni – scriveva Machiavelli in un famoso passo dei “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio” –, hanno bisogno di rinnovarsi e per questo devono tornare ai principi. Sono le “rinnovazioni” che hanno mantenuto e mantengono la religione, “la quale se non fossi stata ritirata verso il suo principio da Santo Francesco e da Santo Domenico sarebbe al tutto spenta: perché questi, con la povertà e con lo esemplo della vita di Cristo, la ridussono nella mente degli uomini, che già vi era spenta”.

Poi, però, occorre raddrizzare la barra, rassicurare il gregge, il pastore e il cane da pastore. È presto per fare previsioni sulle scelte future di Prevost. Nel suo impegno pastorale in Perù, in un contesto di conclamata ingiustizia sociale dov’era difficile non scegliere da che parte stare, egli ha mostrato di abbracciare più l’opzione dei poveri che quella dei potenti. Per questo, si ricordano le sue posizioni a favore degli “ultimi”: sia in occasione dei disastri naturali, che in presenza di quelli politici, provocati dalla massiccia repressione della “usurpatrice”, Dina Boluarte, che governa il paese dopo aver incarcerato il presidente Pedro Castillo, un maestro rurale privo di appoggi oligarchici.

In quanto secondo vicepresidente della Conferenza Episcopale peruviana con facoltà di nominare i vescovi, Prevost si adoperò affinché i vescovi avessero un ruolo di denuncia dei massacri di 49 manifestanti compiuti tra dicembre 2022 e marzo 2023 da Bouluarte, accettata nei salotti buoni del potere internazionale, ma invisa ai peruviani, come dimostra il gradimento ai minimi storici con cui si prepara alle elezioni del 2026.

In stile “trumpiano”, Bouluarte ha però salutato entusiasticamente l’elezione di Prevost. E così ha fatto anche Keiko Fujimori, figlia del dittatore Alberto Fujimori, tacendo la posizione assunta da Prevost contro la concessione dell’“indulto umanitario” al padre, deciso nel 2017 dall’allora presidente peruviano Pedro Pablo Kuczynski. Il dittatore, aveva detto Prevost, non si era pentito davvero per “le gravi ingiustizie commesse” e per le quali era stato condannato: come per l’uccisione di 25 persone, fra cui un bambino di 8 anni.

Crimini – sequestri, uccisioni, deportazioni e sparizioni forzate – compiuti dagli squadroni della morte del gruppo Colina, composto da agenti dell’esercito autorizzati ad agire così da Fujimori per stroncare il conflitto di classe e la guerriglia maoista di Sendero Luminoso. Prevost, che esercitò le sue funzioni nella provincia di Chiclayo, composta da 20 distretti urbani e rurali con picchi di povertà superiori al 20%, durante il decennio tra il 1988 e il 1998 denunciò spesso quella sanguinosa repressione.

Ora, come primo atto da pontefice, Prevost ha concesso l’indulgenza plenaria. Non sembra però, voler deflettere dalla “linea dura” decisa dai tribunali ecclesiastici, per impulso di Bergoglio, contro gli abusi commessi sui minori: sia all’interno della Chiesa, che ai suoi bordi.

Prevost è stato personalmente investito nell’azione di “pulizia” avviata da Bergoglio con lo scioglimento dell’organizzazione religiosa e laica Sodalizio della Vita Cristiana, suscitando anche polemiche.

Quand’era vescovo di Chiclayo, nel 2022, fu contattato da 3 donne che denunciarono due sacerdoti della sua diocesi per abusi sui minori, perpetrati nel 2007. Prevost avrebbe inizialmente cercato di allontanare i sacerdoti, consigliando però alle donne di rivolversi ai tribunali civili, senza compiere un’indagine approfondita.

Vero è che la riforma del tribunale pontificio, voluta dal papa Bergoglio per consentire la punizione dei colpevoli di abusi e di chi li ha coperti, è stata promulgata nel 2019. Introduce per la prima volta un obbligo universale per tutti i chierici e i membri di istituti di vita consacrata e società di vita apostolica di segnalare alle autorità ecclesiastiche competenti, entro 30 giorni dalla notizia, eventuali accuse o sospetti di abusi sessuali o atti di violenza su minori e persone vulnerabili, nonché i casi di copertura di tali abusi.

Vale, però, ricordare che le accuse nei confronti dell’organizzazione Sodalizio di Vita Cristiana e alle aziende a lei collegate, non hanno riguardato solo abusi pedofili, ma anche furti di terre ai contadini peruviani. In particolare, la comunità di Catacaos, nella regione di Piura, ha intrapreso azioni legali denunciando lo spoglio di quasi 10.000 ettari di terreno da parte di aziende legate al Sodalizio.

Per difendere i propri diritti territoriali, i contadini hanno anche fatto ricorso alla Corte Superiore di Giustizia di Piura, presentando una denuncia di amparo, una misura a tutela dei diritti costituzionali, e hanno prodotto prove sulle minacce e le aggressioni ricevute dagli emissari di quella organizzazione. Il papa Bergoglio aveva esortato i contadini a difendere il diritto alla terra, e Prevost, seguendone gli indirizzi, li aveva aiutati a non lasciarsela rubare.

Ma, intanto, per tornare a sorridere con i “meme”: impazza quello sui gabbiani, comparsi sul comignolo della Cappella Sistina un po’ prima della famosa fumata bianca; c’è chi ne disegna uno con la maschera antigas, assediato dal fumo nero, chi celebra l’arrivo di un piccolo come segno di nuova vita per il nuovo pontificato, e ci sono quelli (pochi) che ricordano l’allarme scattato durante il Covid per il crescente arrivo di altre specie provenienti da ambienti marini (i gabbiani) o boschivi (i cinghiali). Su questo piano, costruire “ponti” con Trump e la sua masnada di negazionisti, in bilico tra Chicago e Chiclayo potrebbe essere assai problematico.

Intanto, il primo dei ponti minati per la “pace disarmata e disarmante”, di cui ha parlato Prevost, porta a Gaza: porta al genocidio dei palestinesi, per cui non bastano solo gli enunciati.

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08/05/2025

Un americano a Roma, ma Papa

Un’altra prima volta... La carica di Papa va a Roberto Francis Prevost, cittadino statunitense, di Chicago. Non era mai successo che un “figlio di una superpotenza” sallisse al soglio di san Pietro, ma per fortuna non è un “wasp” travestito da cattolico (Ultimo esempio: quel criminale di Joe Biden).

Anzi, è il risultato di un melting pot estremamente diversificato – origini francesi, spagnole e italiane – che corrisponde quasi esattamente alla metà invisibile degli States e che ha voluto fare il missionario in Perù in tempi e sotto un regime niente affatto facile.

Diciamo – pur non essendo affatto più informati della media – che nella pattuglia dei “papabili” statunitensi, una decina, è quello più lontano dall’universo “MAGA”. Il che è certamente meglio di uno del “giro Trump”. Do you remember Woytila?...

La carica che gli aveva affidato Bergoglio era tutt’altro che “onorifica”: Prefetto del Dicastero per i vescovi. In pratica colui che selezionava i più adatti ad entrare nell’“aristocrazia cattolica”, quella da cui vengono poi scremati i cardinali e infine i papi.

Da atei, è presto e fondamentalmente inutile lanciarsi in previsioni sulla sua futura azione. A occhio, basti dire che poteva andare peggio, perché in fondo i cattolici rappresentano pur sempre un settimo della popolazione mondiale, siamo in piena guerra su almeno sei-sette scenari strategici e fioriscono ogni dove atteggiamenti genocidi come se fossero “normali”.

E se le prediche di Bergoglio, tra i “tradizionalisti” o reazionari, potevano essere – e lo sono state – a esternazioni di “un argentino che ammirava due connazionali come Maradona e Che Guevara”, quelle di uno statunitense dovrebbero sollevare qualche difficoltà sepoltiva in più. Per esempio, risulteranno sicuramente indigeste a tutto il governo italiano – e anche ai guerrafondai del PD, stile Quartapelle – le sue prime parole “politiche”: “La pace sia disarmata e disarmante”.

Anche il nome scelto – Leone XIV – dovrebbe stare ad indicare una continuità solida con la “dottrina sociale della chiesa”, ossia con il tredicesimo, da cui ha preso vita e visibilità un Vaticano un po’ meno corrivo con i “poteri forti”.

Vedremo presto come si districherà in un mondo piene di guerre. Problematiche perché “interne” all’Occidente imperialista, o comunque ai bordi di una “zona confort” che sta ormai svanendo.

Il giudizio sugli uomini, come sempre si dà in base a quel che fanno, non a quello che dicono di essere.

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