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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/06/2026

Colombia e Perù, la destra ha vinto. La crisi delle alternative sudamericane

Le urne di Colombia e Perù hanno decretato la sconfitta delle alternative progressiste, premiando una destra fortemente focalizzata sulla sicurezza e sull’ordine pubblico. In entrambi i paesi, i cittadini hanno votato in un clima di fortissima polarizzazione, consegnando ai vincitori scarti inferiori all’1% e aule parlamentari spaccate a metà.

A Bogotà il cambio di rotta è stato ufficializzato anche dal candidato del Pacto Histórico. Abelardo de la Espriella, l’avvocato milionario che è strettamente legato ai repubblicani statunitensi e che ha affermato di voler restaurare al più presto i rapporti con Israele, dopo la rottura decretata da Gustavo Petro, aveva vinto il ballottaggio presidenziale dello scorso 21 giugno tra le polemiche di brogli.

Alla fine, dopo quarantotto ore di forte tensione, con proteste e un morto in piazza, il candidato della  sinistra, Iván Cepeda, ha pronunciato un discorso di concessione e di riconoscimento di de la Espriella, promettendo però un’opposizione democratica, vigilante e costruttiva.

Il nuovo presidente entrerà ufficialmente in carica il prossimo 7 agosto, affiancato dal vice-presidente José Manuel Restrepo, con l’obiettivo dichiarato di tagliare drasticamente gli organici delle amministrazioni pubbliche, riaffermare l’allineamento con Washington e Tel Aviv, e promuovere un’ulteriore militarizzazione del paese con la scusa della tutela della sicurezza.

In Perù, Keiko Fujimori vede il traguardo della presidenza, tra le accuse di frode. L’Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali (ONPE) ha comunicato che la leader conservatrice ha ottenuto un vantaggio statisticamente insuperabile nel ballottaggio svoltosi lo scorso 7 giugno. Al completamento dello spoglio mancano circa 40 mila schede, e Roberto Sánchez, della sinistra di Juntos por el Perú, non ha più il margine di voti per recuperare l’avversario.

Per la figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori si tratta del quarto tentativo presidenziale, dopo tre storiche sconfitte consecutive ai ballottaggi del 2011, 2016 e 2021. Questa volta, strumentalizzando la paura intorno al nodo della sicurezza, Fujimori è riuscita a imporsi nelle aree urbane e nella capitale.

Ma la transizione non sarà comunque in discesa. Anche se il ricorso sui voti esteri presentato dal team di Sánchez è stato respinto, il candidato della sinistra continua a definire l’esito delle elezioni fraudolento. Egli ha fatto pubblicamente “appello alla lotta di resistenza patriottica e popolare”, il che promette settimane molto calde prima della proclamazione ufficiale di Fujimori, attesa per metà luglio.

La simultanea affermazione di De la Espriella e Fujimori non è un caso isolato, ma si inserisce in una più ampia ondata conservatrice che sta ridefinendo i governi dell’America Latina. Su questa ondata ha avuto un ruolo fondamentale l’ingerenza statunitense, con il supporto “locale” di Milei e anche quello di Israele.

L’obiettivo della Casa Bianca era quello di porre fine alle alternative progressiste che hanno resistito all’imperialismo statunitense negli ultimi anni, e riaffermare le Americhe come il “cortile di casa” dei padroni stelle-e-strisce. Dopo il rapimento di Maduro e l’assedio di Cuba, i recenti risultati elettorali sono il complemento elettorale delle aggressioni recenti.

Gli orizzonti progressisti dell’America Latina sono in grande difficoltà, e proprio per questo la resistenza di Cuba rappresenta la spina nel fianco che continua a rappresentare un’alternativa. La solidarietà e l’attenzione verso l’isola deve perciò essere ulteriormente implementata.

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09/06/2026

Il Perù prova a cambiare pagina. In testa il candidato della sinistra

L’Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali del Perù ha continuato ad aggiornare i risultati preliminari del secondo turno delle elezioni presidenziali. Secondo il sito web dell’autorità, il candidato presidenziale di sinistra Roberto Sanchez era in vantaggio rispetto alla candidata della destra Keiko Fujimori quando erano stati conteggiati il 94,717% dei registri elettorali.

Secondo i dati forniti dall’ONPE, il candidato di Juntos por el Perú ha ottenuto il 50,079% dei voti (8.851.941) rispetto al 49,921% della figlia del dittatore Alberto Fujimori, rappresentante di Fuerza Popular (8.824.034 voti), sostenuta da Trump e dai trumpiani del continente.

La differenza tra i due è stata di 27.907 voti. Il risultato del conteggio rimane molto equilibrato, ma conferma la tendenza prevista secondo cui lo scrutinio dei voti dalle aree rurali favorisce Sánchez, che ha più sostegno nel Perù profondo. Mercoledì prossimo si concluderà l’arrivo a Lima dei registri di voto dei peruviani all’estero, che corrispondono a 2.506 seggi installati in 73 paesi.

In un paese spaccato in due, nei quartieri residenziali di Lima, la candidata di destra, Keiko Fujimori, vince con un ampio margine, mentre il candidato della sinistra Roberto Sanchez vince nelle aree andine dove ha un ampio vantaggio, riducendo quella distanza nelle zone popolari della capitale.

Il candidato di Juntos por el Perú, Sanchez, ottiene una maggiore preferenza nelle macroregioni centrali (51,5%), meridionali (75%) ed orientali (57,4%) del paese. A Lima, Sánchez ha ottenuto il 36,4%, una cifra molto superiore al 3% ottenuto al primo turno. Fujimori, invece, ha il 60,5% sulla costa, il 29,8% in montagna e il 41,4% nella zone della selva.

La spina dorsale del progetto di Sanchez consiste nel trasformare un’economia estrattiva e diseguale in una economia produttiva e sovrana, decentralizzare il potere verso i territori, costruire uno stato plurinazionale che riconosca i popoli nativi e affrontare l’eredità del conflitto armato interno degli anni Ottanta e Novanta.

Il candidato presidenziale di Juntos por el Perú (JPP), Roberto Sánchez, ha seguito la diffusione dei primi risultati del secondo turno elettorale dal carcere di Barbadillo, dove si era recato prima che i risultati elettorali fossero noti, per incontrarsi con l’ex presidente Pedro Castillo, deposto da un colpo di stato nel dicembre del 2022.

La visita in carcere si è svolta circa dieci minuti prima della pubblicazione dei sondaggi.

Significativamente, il candidato della sinistra Roberto Sánchez era arrivato al carcere per conoscere i risultati insieme all’ex presidente, con cui mantiene un stretto rapporto politico.

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06/11/2025

Il Perù rompe le relazioni diplomatiche con il Messico

Lunedì il governo peruviano ha annunciato l’interruzione delle relazioni diplomatiche con il Messico dopo che questo paese ha deciso di concedere l’asilo politico a Betssy Chávez, l’ex primo ministro del presidente di sinistra peruviano Pedro Castillo. Nei giorni scorsi Betssy Chávez ha trovato rifugio nella sede dell’ambasciata di Città del Messico a Lima.

In carica dal 2021, Castillo venne arrestato l’anno successivo perché accusato di “tentato colpo di stato”, dopo aver cercato di sciogliere il parlamento per evitare di essere messo in stato d’accusa dai partiti di destra e da una parte delle forze di maggioranza che nel frattempo avevano cambiato bandiera. Castillo non ottenne però il sostegno delle Forze Armate, fu destituito dal Congresso e arrestato con l’accusa di ribellione.

Ad annunciare la rottura è stato il ministro degli Esteri peruviano Hugo De Zela nel corso di una conferenza stamp, durante la quale ha spiegato che la decisione è stata presa «in risposta a questo atto ostile e tenendo conto delle ripetute azioni con cui l’attuale e l’ex presidente di quel Paese hanno interferito negli affari interni del Perù».

De Zela ha comunque escluso che la rottura delle relazioni possa condurre a un possibile intervento contro l’ambasciata messicana simile a quello effettuato dall’Ecuador l’anno scorso per arrestare l’ex vicepresidente di Correa, Jorge Glas.

Arrestata nel giugno del 2023 e messa sotto processo per la sua presunta partecipazione al “golpe” del dicembre 2022, Betssy Chávez è stata rilasciata all’inizio di settembre mentre si trovava in una clinica di Lima, dove era stata ricoverata perché mostrava segni di disidratazione dopo lo sciopero della fame che aveva portato avanti per 12 giorni in prigione.

La Corte costituzionale ne aveva ordinato poco prima il rilascio immediato, stabilendo che era stata vittima di detenzione arbitraria, in quanto la Procura non aveva richiesto tempestivamente la proroga della sua custodia cautelare.

Sia l’attuale presidente del Messico, Claudia Sheinbaum, sia il suo predecessore, Andrés Manuel López Obrador, hanno ripetutamente chiesto la liberazione di Pedro Castillo e dei suoi collaboratori, ritenendo che sia stato lui a subire il colpo di stato da parte dei gruppi di potere peruviani che dominano il Congresso.

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02/11/2025

Le rivolte della Generazione Z

Un’ondata di rivolte ha colpito le istituzioni politiche ed economiche di vari Paesi sparsi per il globo, dal Nepal alla Mongolia. Tutte hanno un tratto in comune: coloro che vi hanno preso parte sono per la maggior parte appartenenti alla cosiddetta Generazione Z, ovvero quella dei nati tra il 1997 e il 2012. Le analisi condotte dai media hanno sottolineato le proteste contro la corruzione o la repressione poliziesca, senza sforzarsi di comprendere a fondo il fenomeno e tracciare le similitudini. Molte di queste lotte sono infatti animate da una coscienza politica profonda e vedono tra i promotori movimenti che contestano apertamente le disparità economico-sociali, puntando il dito contro un modello di sviluppo che permette condizioni sempre più agiate a una ristretta élite, in molti casi figlia della stessa classe dirigente, in netto contrasto con l’abbandono infrastrutturale e la diffusa povertà della maggior parte della popolazione. Questi manifestanti non chiedono una generica riforma della politica, ma pretendono il cambio di un sistema incentrato su privilegi per pochi e precarietà di vita per tutti gli altri.

Nepal, da Discord alla caduta del governo

Tra le proteste che negli ultimi due anni hanno imperversato tra l’Asia meridionale e il Sud Est Asiatico, le manifestazioni in Nepal sono state quelle maggiormente coperte dai mezzi di comunicazione occidentali. 

Dopo secoli di monarchia, nonostante l’ottenimento della democrazia, durante gli ultimi vent’anni la situazione in Nepal non ha portato ai miglioramenti sperati dalla popolazione. L’attuazione di un modello capitalista fondato su una scarsa industrializzazione e sul turismo ha ingrossato le casse delle caste più elevate, a discapito della maggior parte della popolazione nepalese. Il tasso di povertà assoluta che supera il 20% e la disoccupazione giovanile al 21% si scontrano con le condizioni economiche delle famiglie al potere, le quali, in molti casi, fanno sfoggio dei propri agi sui social network. Dopo una prima ondata di manifestazioni, represse duramente dalla polizia, l’8 settembre sono riesplose le proteste, quando il governo ha deciso di bloccare temporaneamente l’accesso a più di venti social network. Rapidamente le proteste, organizzate su piattaforme come Discord, sono divenute violente e si sono abbattute sulle principali strutture del potere nepalese a Kathmandu.

I manifestanti hanno preso d’assalto il Parlamento, la Corte Suprema, oltre che le residenze del presidente e le sedi del Partito Comunista del Nepal. Nei giorni seguenti il primo ministro Khadga Prasad Sharma Oli ha rassegnato le dimissioni e il testimone è passato nelle mani di Sushila Karki, giurista nota per la sua lotta alla corruzione e segnalata dai manifestanti come unica figura in grado di traghettare il Paese alle prossime elezioni.

Indonesia, il dissenso contro la militarizzazione

Tra le proteste imperversate nei Paesi del Sud Est asiatico, l’Indonesia ha raggiunto livelli di violenza e repressione militare eccezionalmente alti e allarmanti. In pochi giorni le attività della polizia hanno portato a 3000 arresti, 20 persone risultano scomparse e l’utilizzo della violenza da parte delle autorità militari ha causato almeno 8 morti accertati. Il fuoco della protesta è deflagrato il 25 agosto 2025, quando i giovani, appoggiati dai sindacati, sono scesi per le strade di Jakarta e in particolare di fronte al Parlamento a manifestare contro l’approvazione di una legge che prevedeva l’aumento di benefici economici per i parlamentari del Paese. Gli stipendi di queste figure politiche superano i 100 milioni di rupie indonesiane (più di 5000 euro), di cui una parte è costituita da un bonus per l’alloggio. Queste cifre entrano in netto contrasto con le politiche attuate dal presidente indonesiano Prabowo Subianto che, in carica dall’ottobre del 2024, ha dato il via a una serie di misure di austerity finalizzate a contrastare l’aumento dell’inflazione attraverso profondi tagli a settori come la sanità e l’istruzione.  

Se da un lato i progetti economici di Prabowo hanno già deluso le aspettative, dall’altro la società indonesiana sta vivendo sulla propria pelle un aumento drastico della militarizzazione del Paese. È bene sottolineare che la figura del presidente è storicamente legata agli anni della dittatura, quando, sotto l’autorità di Suharto, Prabowo ricopriva il ruolo di comandante delle forze speciali indonesiane. Difatti, l’approvazione di alcune misure in ambito militare ha rapidamente attirato l’attenzione di coloro i quali hanno vissuto gli anni della dittatura. Nel marzo del 2025, Prabowo ha rimaneggiato l’articolo 47 della Costituzione, applicando un aumento dell’età pensionabile per il personale militare e l’accesso agli incarichi civili da parte delle forze militari. Tra questi ruoli spiccano la segreteria di Stato, la procuratoria generale e l’antiterrorismo. Se la prima ondata di proteste è stata repressa con violenza dalle autorità, l’approvazione di una nuova misura che raddoppia l’indennità dei parlamentari per le vacanze sta innalzando nuovamente il livello di tensione tra i manifestanti.

Mongolia, si dimettono due presidenti

Tra le manifestazioni contro la corruzione che hanno animato i giovani asiatici, sicuramente le proteste in Mongolia hanno trovato poco spazio nella stampa generalista italiana. Anche in questo caso, la popolazione è scesa in piazza in seguito a scandali di corruzione legati alla classe politica a capo del Paese. Nel maggio del 2025 sono state organizzate altre manifestazioni in occasione di scandali della famiglia presidenziale emersi attraverso i social network. Il casus belli riguarderebbe alcuni regali di lusso fatti dal figlio del presidente Oyun-Erdene Luvsannamsrai alla propria fidanzata, elemento che metterebbe in evidenza le ricchezze della famiglia al governo e sottolineerebbe così le profonde disuguaglianze tra le élite del Paese e il resto della popolazione. Eletto nel 2024, Luvsannamsrai raggiunse la presidenza grazie a un’alleanza tra il suo Partito Popolare e il Partito Democratico, avversario durante le elezioni.

Le proteste, che si sono svolte in maniera prevalentemente pacifica, hanno raccolto il plauso di alcuni deputati democratici: proprio questo elemento ha portato all’esclusione del partito dalla coalizione di governo e, di conseguenza, alla proposta di una mozione di fiducia nei confronti del presidente Luvsannamsrai. Nonostante il capo del governo abbia negato ogni coinvolgimento con i casi di corruzione, il 3 giugno scorso si è visto costretto a rassegnare le dimissioni in seguito all’insuccesso della mozione di fiducia. 

Dopo soltanto quattro mesi, il 10 ottobre del 2025, anche il neopresidente Gombojav Zandanshatar è stato sfiduciato dal parlamento con l’accusa di aver nominato unilateralmente il nuovo ministro della Giustizia e degli Affari Interni, contravvenendo alla Costituzione. 

Marocco: più ospedali, meno stadi

Anche i giovani marocchini stanno scendendo in piazza da settimane per protestare contro il sistema. Tutto ha avuto inizio a fine settembre 2025, quando, dopo la diffusione di una notizia riguardante le morti di 8 partorienti nell’ospedale Hassan II di Agadir, migliaia di giovani si sono radunati nelle piazze principali delle più grandi città marocchine per manifestare contro le politiche di Rabat. Le immagini delle condizioni in cui versano molti degli ospedali pubblici hanno acceso un sentimento di profonda ingiustizia in una popolazione che denuncia gravi lacune in ambito sanitario, profonde disuguaglianze economiche, un tasso di disoccupazione giovanile superiore al 37% e una condizione di totale abbandono delle aree più periferiche del Paese.

A questo si aggiunge l’organizzazione della Coppa d’Africa del 2025 e dei Mondiali di calcio del 2030, che, come reclamato dai giovani manifestanti, sta mettendo in evidenza l’interesse da parte del governo di concentrarsi su tematiche futili, invece di intervenire sulle condizioni critiche in cui versano i principali settori pubblici del Paese. Come in Nepal, le proteste sono state organizzate su piattaforme social come Discord e Instagram, sotto il nome di GenZ212 e Moroccan Youth Voices. Le manifestazioni sono rapidamente dilagate in tutto il territorio e, come denunciato da vari collettivi impegnati nella tutela dei diritti umani, le forze di polizia hanno represso fin da subito ogni forma di dissenso, attaccando con violenza sproporzionata i giovani manifestanti e uccidendo 3 persone. Gli arresti sarebbero oltre 2000, 900 le accuse di crimini di vario genere. Nonostante le proteste, il multimiliardario primo ministro e sindaco di Agadir Aziz Akhannouch ha sorvolato sulle ragioni delle manifestazioni, mentre il re Mohammed VI ha invitato il governo ad approvare riforme sociali, senza però mai accennare all’eventualità di dimissioni per il presidente Akhannouch.

Perù, la repressione infiamma le proteste

Anche nel caso del Perù, le proteste si sono concentrate dopo l’approvazione, da parte del governo di Dina Boluarte, di una legge legata al sistema pensionistico del Paese. Spontaneamente, dal 13 settembre, vari manifestanti, ispirati dalle immagini provenienti dal Nepal e dall’Indonesia, hanno iniziato a riunirsi nelle vie del centro della capitale Lima e, nei giorni successivi, le proteste si sono diffuse in varie città del Paese, interessando specialmente i giovani. Fin da subito la polizia ha attaccato con violenza i manifestanti, ferendo anche vari giornalisti, ma la repressione non ha fatto altro che innalzare il livello della tensione sociale.

Il 9 ottobre il Congresso della Repubblica ha destituito Dina Boluarte, per poi trasferire l’incarico al conservatore José Jerí, accusato, tra le altre cose, di aggressione sessuale e arricchimento illecito. L’assunzione dell’incarico da parte del nuovo presidente non ha fatto che aizzare le proteste, che il 15 di ottobre si sono svolte simultaneamente in più di quindici città peruviane. Anche in questo caso la polizia ha represso brutalmente i manifestanti, ferendone a decine, mentre a Lima un agente di polizia avrebbe ucciso il musicista Mauricio Ruíz, noto con il nome d’arte Trvko. L’uccisione di Ruíz ha innescato una spirale di rabbia tra i manifestanti, che la stessa sera si sono radunati davanti alla sede del Congresso della Repubblica e del Palazzo del Potere giudiziale e hanno iniziato a lanciare sassi contro le due sedi istituzionali.

Il termine «Gen Z» per celare la lotta di classe

Sebbene sia indubbio che i principali fautori di questa nuova ondata di proteste siano i giovani appartenenti alla generazione nata a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila, è interessante notare come la stampa occidentale abbia rapidamente etichettato le proteste attraverso la dicitura «Gen Z», senza sottolineare che nella quasi totalità dei casi si tratta di manifestazioni indette dalle fasce più colpite dalle disuguaglianze sociali e dalla disoccupazione. Come affermato da Wlliam Shoky, redattore della rivista online Africa is a Country, l’attenzione rivolta dai media all’età dei manifestanti sembra avere il fine di depoliticizzare le proteste, che invece denunciano le nefandezze di sistemi politici ed economici chiaramente definiti.

Se da un lato i media generalisti scelgono di soffermarsi sulla presenza tra i manifestanti di bandiere con il Jolly Roger tratto dal fumetto giapponese One Piece, con l’intenzione di trasformare le proteste in elementi di costume giovanile, dall’altro sembra essere messa in atto dalla stessa stampa un’operazione di profonda delegittimazione del movimento, che, nella sua essenza, vuole soppiantare un sistema ereditato da politiche messe a punto dalle generazioni precedenti.

Se si vuole tracciare un filo rosso tra queste manifestazioni, è necessario, chiaramente, includere anche le proteste che si stanno verificando in Italia e in molte città europee contro il genocidio in Palestina, perché fondate sull’ingiustizia sofferta davanti all’impunità di cui gode Israele. La rabbia che sta animando simultaneamente migliaia di giovani in varie parti del mondo è il risultato di un sistema politico ormai fallito. Queste proteste stanno dimostrando la forza di una popolazione schiacciata da decenni di disuguaglianze economiche e sociali; limitarle alla dicitura «Generazione Z» è fin troppo riduttivo.

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18/10/2025

Perù - Boluarte se ne va, ma in piazza si continua a morire

Boluarte non c’è più, cambia il presidente del Perù, e ricominciano i morti in piazza. Come dopo l’arresto di Castillo e l’inizio del governo di Dina Boluarte è la repressione a tenere in sella chi si siede sulla poltrona presidenziale. José Jerí, considerato vicino all’esercito, pare aver confermato la sua nomea e allargato le preoccupazioni della popolazione. Nel profondo del popolo peruviano convive la gioia per la fine del governo Boluarte, la paura che Jerí decida una svolta autoritaria, e la frustrazione, per l’ennesima volta, di non aver strappato ciò che si voleva: elezioni anticipate. E così l’altro giorno decine di migliaia di persone sono tornate in piazza, in una protesta che ha attraversato Lima e numerose regioni del paese, mobilitandosi contro il nuovo esecutivo e chiedendo risposte concrete.

La protesta è iniziata in gran parte come una mobilitazione giovanile, spontanea e frammentata, alimentata da hashtag, video, appelli lanciati sui social e da un diffuso senso di stanchezza verso la corruzione e la precarietà democratica. A Lima la folla ha cercato di dirigersi verso il Congresso, simbolo di un potere percepito come complice del disastro politico. Le forze dell’ordine hanno risposto come piace fare: con gas lacrimogeni, cariche a cavallo, proiettili di gomma e manganelli. In molte zone del centro si sono viste barricate improvvisate e corse disperse, mentre in altre città – da Arequipa a Cusco, fino a Puno – la protesta assumeva toni di resistenza comunitaria, con assemblee e presidi davanti ai municipi.

A dare la spinta alla nuova ondata di mobilitazione sono ancora i giovani e le giovani, la cosiddetta Generazione Z, che negli ultimi mesi è diventata il cuore del dissenso peruviano, e non solo. In mezzo alla nebbia dei lacrimogeni, ancora una volta, è tornata a sventolare la bandiera pirata dell’anime One Piece, divenuta simbolo della rivolta giovanile mondiale.

Il governo ha tentato una mossa preventiva, convocando una “mesa de diálogo” per il 14 ottobre, invitando autorità regionali, accademici, organizzazioni sociali e studenti. Doveva essere un gesto di apertura, ma è apparso piuttosto come una strategia di decompressione politica, un modo per guadagnare tempo e frammentare la protesta. Intanto Jerí ha consolidato il suo governo nominando come primo ministro Ernesto Álvarez, ex presidente della Corte Costituzionale e figura vicina ai settori più conservatori. I primi atti del nuovo esecutivo – tra retorica di ordine e repressione in piazza – hanno mostrato la continuità con il modello Boluarte, più che una sua rottura.

La sera del 15 ottobre, mentre la manifestazione principale attraversava il centro di Lima, la protesta ha assunto il volto tragico che il Perù conosce fin troppo bene. Eduardo Mauricio Ruiz Sanz, 32 anni, artista di strada e rapper conosciuto come Trvko, è stato ucciso da un colpo d’arma da fuoco al torace. Le prime ore sono state di confusione: testimoni parlavano di un agente in borghese che avrebbe sparato verso la folla, mentre la polizia, in un primo momento, parlava di “legittima difesa”. Poi, la svolta: la Polizia Nazionale del Perù ha ammesso la responsabilità diretta di un proprio agente. A confermarlo è stato il comandante generale Óscar Arriola, indicando il suboficial di terza Luis Magallanes, appartenente alla Direzione di Investigazione Criminale (Dirincri), come colui che ha esploso il colpo mortale. Magallanes è stato posto in stato di detenzione, e la stessa polizia ha annunciato l’apertura di procedimenti disciplinari e penali.

La conferma ufficiale segna un punto di non ritorno. Non si tratta più di un eccesso isolato, ma della prova che la repressione è strutturale, incorporata nei meccanismi dello Stato e nelle sue catene di comando. I video diffusi dai manifestanti mostrano agenti in borghese armati, operanti dentro la folla senza alcuna identificazione visibile. Le autorità hanno parlato di “infiltrati” e di “provocatori”, ma a cadere è stato un artista che fino a poco prima stava documentando la marcia. Sul luogo restano i segni della violenza: bossoli, tracce di sangue, cellulari distrutti, zaini e cartelli abbandonati nella fuga. La famiglia di Trvko e diverse organizzazioni per i diritti umani chiedono ora un’inchiesta indipendente e trasparente, temendo che l’ammissione della PNP si trasformi presto in un tentativo di chiusura simbolica, utile solo a contenere la rabbia popolare.

Questa morte non è un fatto isolato. È la continuazione di un ciclo di repressione che dal dicembre 2022 ha segnato la vita politica peruviana, lasciando decine di vittime e un’eredità di impunità. Ogni volta che il paese prova a respirare, il potere stringe la morsa. Come osservano diversi analisti, il limite strutturale del regime peruviano non è la crisi istituzionale, ma la sua incapacità di legittimarsi senza ricorrere alla violenza. Cambiano i presidenti, si alternano i ministri, ma il sistema resta identico: centralizzato, militarizzato, incapace di ascoltare.

Oggi, mentre Jerí parla di ordine e stabilità, la strada racconta un’altra verità. Chi scende in piazza non chiede solo le dimissioni di un presidente, ma la fine di un ciclo di autoritarismo che si traveste da transizione. Ogni proiettile sparato contro un manifestante, ogni lacrimogeno lanciato contro un volto scoperto, è il segno di una democrazia che non riesce a respirare. Finché il Perù non romperà il legame tra potere e violenza, tra Stato e impunità, e finché il potere non ascolterà ciò che la popolazione chiede da anni, le elezioni anticipate, il sangue rischia di continuare ad essere l’inchiostro con cui il potere vuole imporre la la sua storia.

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13/05/2025

Papa Robert Francis Prevost, un Leone antico per nuovi ponti

di Geraldina Colotti

Dopo l’elezione del cardinal Robert Francis Prevost a papa n. 267 con il nome di Leone XIV, dal Perù è arrivata l’immediata rivendicazione della sua doppia nazionalità – statunitense e peruviana –, la seconda acquisita nel 2015. E, subito, si è scatenata anche la creatività della rete sull’elezione di un papa “più latinoamericano del debito estero”; sull’aggiunta di un nuovo tipo di “papa” (patata) a quelle esistenti, e con tanto di accostamento giornalistico fra Chicago (sua città di origine, negli Stati uniti), e Chiclayo, la diocesi peruviana di cui fu amministratore apostolico. In Perù, dove ha vissuto per circa due decenni, Prevost è stato nominato vescovo dal suo predecessore argentino, Jorge Bergoglio, da poco scomparso, e ha poi svolto importanti incarichi in ruoli delicati e decisivi della Curia.

Un altro “meme”, ha sintetizzato così la scelta del Vaticano, presa in soli tre giorni di Conclave, giunta alla quarta votazione dei 133 cardinali e dopo tre fumate nere (e con oltre 100 voti, si dice, totalizzati): “Il nuovo papa è yankee, nazionalizzato peruviano e... anti Trump”. Quanto sarà distante dal “presidente più potente al mondo”, il pastore di un “gregge” di 1.400 milioni di cattolici nel mondo, e a capo di un patrimonio stimato (nel 2023) a 5,4 miliardi di euro solo per quanto riguarda l’attività dell’Istituto per le Opere di Religione (Ior), ovvero la Banca Vaticana, si vedrà nel corso del suo pontificato, e nell’evoluzione globale di quella che Francisco ha definito “la Terza guerra mondiale a pezzi”.

Intanto, è circolata con insistenza la notizia – non confermata dal Vaticano – di una donazione di 14 milioni di dollari, che Trump avrebbe potuto elargire, durante la sua visita a Roma per i funerali di Bergoglio, in caso di elezione di un papa Usa. Un’offerta consistente, considerando il deficit di bilancio della Santa sede, valutato a oltre 70 milioni di euro. Una “donazione” che avrebbe potuto aumentare, pare abbia lasciato intendere l’ottantina di super-ricchi che, all’interno di una moltitudine di fedeli (e turisti) ha accompagnato la delegazione trumpista alle esequie bergogliane: addirittura fino a un miliardo di euro.

Dopo la diffusione dell’immagine di Trump in abiti papali, nonostante non sia passata la linea cardinalizia più reazionaria che a lui si rifà in Vaticano, capeggiata dall’arcivescovo di New York, Timothy Dolan, e dall’ultra-tradizionalista, Raymond Burke, che si è spesso scontrato con il papa argentino, il tycoon si è fatto sentire con nuove dichiarazioni altrettanto roboanti, ma dai toni insoliti, apparentemente “fuori linea” rispetto a se stesso: si è detto molto emozionato e molto onorato per la nomina “del primo papa americano”, e altrettanto desideroso di incontrarlo. A compensare i suoi toni conciliatori, avevano pensato, prima, le sue teste di ponte, capitanate da Steve Bannon, che aveva definito la scelta cardinalizia la peggiore per i cattolici Maga. E già commentatori e politici Maga avevano messo all’indice le posizioni progressiste espresse da Prevost sul movimento Black Lives Matters, o contro la guerra e la legge Muslim Ban, voluto da Trump contro la popolazione di fede islamica.

Ma poi, nelle parole di Trump devono aver pesato i dati dei primi 100 giorni della sua gestione, forieri più di recessione e incertezza che di una nuova miracolosa “età dell’oro” vaticinata dal tycoon. In vista delle elezioni di medio termine (il 3 novembre del 2026), il presidente Usa deve anche aver considerato la consistenza del voto cattolico in diversi collegi elettorali, e quella di un episcopato per lo più di orientamento repubblicano, ma in conflitto al suo interno.

Così, per ora, il tycoon non sembra voler dirigere su questo fronte i suoi strali più potenti, come aveva fatto contro il papa argentino durante il suo primo mandato, definendo “vergognose” le posizioni del pontefice sui migranti e sulla giustizia sociale. D’altro canto, pur essendo buona norma non sovrapporre in modo meccanico le dinamiche politiche a quelle di una istituzione vecchia di secoli, com’è il Vaticano, che risponde a logiche intrinseche e a proprie lotte di potere, si può notare che il conclave sembra aver recepito la necessità di un “papa giusto”, in grado di riassestare la scossa: un progressista moderato che – è stato fatto notare, riprendendo le schede elettorali alle primarie, che implicano l’indicazione del partito per cui si vota – ha scelto alternativamente il partito Repubblicano o i Democratici.

Una figura-ponte (parola ripetuta più volte nel primo discorso di papa Prevost), in grado di riportare la dottrina e le azioni della Chiesa su binari meno accidentati: soprattutto rispetto al tema dei “diritti civili”, un dibattito che divide, a Chicago come a Chiclayo, negli Stati Uniti, in Europa, e nel Sud globale. In Perù, il quarto paese al mondo per numero di cattolici, dopo Brasile, Messico e Filippine, anche nel campo di chi si batte per la giustizia sociale, si punta il dito contro la “gauche caviar”, quella sinistra soft che, sul modello liberal europeo, mostrerebbe più impegno nel sostenere le libertà civili che i diritti elementari.

Nel continente latinoamericano, il fronte del “socialismo del secolo XXI”, ha salutato con parole di speranza il nuovo papa, figlio delle due Americhe, e con ascendenze europee. In molti ne hanno messo in luce la polemica con il vicepresidente J. D. Vance, circa le deportazioni di massa decise da Trump, per leggervi una continuità con il papa argentino. Vance, ex veterano che ha partecipato alla guerra in Iraq, contrario all’aborto, al matrimonio tra persone dello stesso sesso e al controllo sulle armi, oltre a essere considerato un eroe nazionale, è anche uno scrittore, noto soprattutto per il suo libro di memorie, Hillbilly Elegy.

Pubblicato nel 2016, “Elegia americana” racconta l’esperienza di Vance, cresciuto nella classe operaia bianca degli Appalachi, una regione che si estende dal sud di New York all’Alabama e al Mississippi settentrionale, colpita da povertà e disoccupazione a seguito del declino industriale. In questa chiave, con un tipico capovolgimento di senso, comune ai trumpisti, per spiegare le deportazioni dei migranti Vance ha fatto appello al concetto cristiano di ordo amoris, l’ordine dell’amore, o del cuore.

Un concetto che, principalmente nell’opera di Sant’Agostino, La città di Dio, indica l’importanza di dare un ordine prioritario agli affetti, e di dirigere l’amore verso Dio, il bene supremo, e non verso “sentimenti disordinati”, che portano all’infelicità e al peccato: per Vance, “l’America al primo posto”, dunque... Da agostiniano, l’allora cardinale Prevost ha replicato sui social, denunciando la profonda distorsione del messaggio di amore e accoglienza del Vangelo, operata da Vance per giustificare “politiche disumane”.

E, in questo senso, intendendo il concetto di “ordo amoris” anche come priorità da dare all’amore per la “creazione”, per la comunità e per il prossimo più vulnerabile, l’agostiniano Prevost può raggiungere lo spirito delle encicliche bergogliane – soprattutto Laudato Si’ e Fratelli Tutti – che portano a riflettere sull’esistenza e sul destino dell’umanità, messo in pericolo, per Bergoglio, “dalla globalizzazione dell’indifferenza” e dalla crisi ambientale.

E se per declinare i temi della dottrina sociale della Chiesa nelle contraddizioni del presente, armonizzandone le diverse “filosofie”, le Encicliche di Francesco richiamano il Concilio Vaticano II, il nome scelto dal nuovo papa rimanda – l’ha dichiarato lui stesso – all’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII. Un documento che viene considerato un punto di svolta nella dottrina sociale della Chiesa, con i suoi richiami ai diritti dei lavoratori e alla necessità di un intervento dello Stato nei conflitti fra capitale e lavoro. Il “ponte” teso verso Trump, insomma, potrebbe anche essere minato...

Va, però, anche considerato il contesto e il significato in cui si è data la Rerum Novarum, come risposta al sorgere di un nuovo soggetto storico, la classe operaia, che diventava massa e costruiva un mondo nuovo. Un’istituzione come la Chiesa, consapevole del suo ruolo e della necessità di rinnovarsi nel mondo, aveva bisogno di accoglierla, riconoscerla e disciplinarla. La Rerum Novarum, a dispetto degli entusiasmi sparsi negli articoli dei vaticanisti, era, quindi, anche un contrattacco al socialismo. Non era in gioco la drastica e temibile “cruna dell’ago” (“È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”, dice Gesù nei Vangeli – Matteo, 19- 24). Il richiamo era piuttosto quello alla lettera di Paolo a Filomene (Fm 8-20): Paolo rimanda indietro Onesimo, uno schiavo fuggiasco che aveva convertito, chiedendo a Filomene, un cristiano benestante, di perdonarlo e accoglierlo con amore, non più come schiavo, ma come fratello in Cristo. Come dire: carità, assistenza, sindacati “gialli” e contributo dei benefattori, non rottura delle catene dalla schiavitù del lavoro salariato.

Va anche ricordato che Leone XIII salì al soglio pontificio dopo Pio IX, l’ultimo “papa re”, in quanto il suo pontificato fu segnato dalla fine del potere temporale dei Papi con la presa di Roma da parte del Regno d’Italia, nel 1870. Si deve a Pio IX il Sillabo degli errori, un documento in cui si condannavano tutte le moderne correnti di pensiero che minacciavano, secondo la Chiesa, i fondamenti della fede e della morale cristiana.

Il primo discorso del papa Prevost ai cardinali, indica lo stesso tipo di consapevolezza che la Chiesa odierna deve avere nell’affrontare “una nuova rivoluzione industriale”, rappresentata dagli sviluppi dell’intelligenza artificiale, le nuove sfide che la IA pone alla difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro. La dottrina sociale della Chiesa, dice il papa, deve guidare in senso etico l’utilizzo di questa nuova tecnologia, e per questo è necessario un dialogo con la comunità scientifica e la società civile. Prevost ha per questo espresso la volontà di proseguire il cammino della Chiesa sulla scia del Concilio Vaticano II, per promuovere il dialogo con il mondo contemporaneo.

Un ponte, quindi, fra l’enciclica Rerum Novarum e il Concilio Vaticano II in un momento di grande transizione, che ha da essere rassicurante: senza spostare troppo l’accento sul “Pericolo delle ricchezze” e sul “Giovane ricco”, l’episodio del Vangelo in cui Gesù risponde a un tale, rispettoso di tutti i comandamenti, che gli chiede cosa deve fare ancora per conquistarsi la vita eterna. “Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: ‘Una sola cosa ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi’. Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, perché aveva molti beni”. (Mc 10, 17-21).

La parte più radicale del Concilio Vaticano II ha cercato di rispondere così, scegliendo la Chiesa dei poveri e camminando accanto ai marxisti. E papa Bergoglio, pur non essendo un teologo della Liberazione, privilegiando “l’opzione per i poveri” ci è andato vicino quando ha detto ai poveri di “essere protagonisti del proprio riscatto”, agli operai di “andare avanti” e di “non lasciarsi rubare la speranza”, o ai contadini peruviani di “non lasciarsi rubare le terre”.

Le istituzioni – scriveva Machiavelli in un famoso passo dei “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio” –, hanno bisogno di rinnovarsi e per questo devono tornare ai principi. Sono le “rinnovazioni” che hanno mantenuto e mantengono la religione, “la quale se non fossi stata ritirata verso il suo principio da Santo Francesco e da Santo Domenico sarebbe al tutto spenta: perché questi, con la povertà e con lo esemplo della vita di Cristo, la ridussono nella mente degli uomini, che già vi era spenta”.

Poi, però, occorre raddrizzare la barra, rassicurare il gregge, il pastore e il cane da pastore. È presto per fare previsioni sulle scelte future di Prevost. Nel suo impegno pastorale in Perù, in un contesto di conclamata ingiustizia sociale dov’era difficile non scegliere da che parte stare, egli ha mostrato di abbracciare più l’opzione dei poveri che quella dei potenti. Per questo, si ricordano le sue posizioni a favore degli “ultimi”: sia in occasione dei disastri naturali, che in presenza di quelli politici, provocati dalla massiccia repressione della “usurpatrice”, Dina Boluarte, che governa il paese dopo aver incarcerato il presidente Pedro Castillo, un maestro rurale privo di appoggi oligarchici.

In quanto secondo vicepresidente della Conferenza Episcopale peruviana con facoltà di nominare i vescovi, Prevost si adoperò affinché i vescovi avessero un ruolo di denuncia dei massacri di 49 manifestanti compiuti tra dicembre 2022 e marzo 2023 da Bouluarte, accettata nei salotti buoni del potere internazionale, ma invisa ai peruviani, come dimostra il gradimento ai minimi storici con cui si prepara alle elezioni del 2026.

In stile “trumpiano”, Bouluarte ha però salutato entusiasticamente l’elezione di Prevost. E così ha fatto anche Keiko Fujimori, figlia del dittatore Alberto Fujimori, tacendo la posizione assunta da Prevost contro la concessione dell’“indulto umanitario” al padre, deciso nel 2017 dall’allora presidente peruviano Pedro Pablo Kuczynski. Il dittatore, aveva detto Prevost, non si era pentito davvero per “le gravi ingiustizie commesse” e per le quali era stato condannato: come per l’uccisione di 25 persone, fra cui un bambino di 8 anni.

Crimini – sequestri, uccisioni, deportazioni e sparizioni forzate – compiuti dagli squadroni della morte del gruppo Colina, composto da agenti dell’esercito autorizzati ad agire così da Fujimori per stroncare il conflitto di classe e la guerriglia maoista di Sendero Luminoso. Prevost, che esercitò le sue funzioni nella provincia di Chiclayo, composta da 20 distretti urbani e rurali con picchi di povertà superiori al 20%, durante il decennio tra il 1988 e il 1998 denunciò spesso quella sanguinosa repressione.

Ora, come primo atto da pontefice, Prevost ha concesso l’indulgenza plenaria. Non sembra però, voler deflettere dalla “linea dura” decisa dai tribunali ecclesiastici, per impulso di Bergoglio, contro gli abusi commessi sui minori: sia all’interno della Chiesa, che ai suoi bordi.

Prevost è stato personalmente investito nell’azione di “pulizia” avviata da Bergoglio con lo scioglimento dell’organizzazione religiosa e laica Sodalizio della Vita Cristiana, suscitando anche polemiche.

Quand’era vescovo di Chiclayo, nel 2022, fu contattato da 3 donne che denunciarono due sacerdoti della sua diocesi per abusi sui minori, perpetrati nel 2007. Prevost avrebbe inizialmente cercato di allontanare i sacerdoti, consigliando però alle donne di rivolversi ai tribunali civili, senza compiere un’indagine approfondita.

Vero è che la riforma del tribunale pontificio, voluta dal papa Bergoglio per consentire la punizione dei colpevoli di abusi e di chi li ha coperti, è stata promulgata nel 2019. Introduce per la prima volta un obbligo universale per tutti i chierici e i membri di istituti di vita consacrata e società di vita apostolica di segnalare alle autorità ecclesiastiche competenti, entro 30 giorni dalla notizia, eventuali accuse o sospetti di abusi sessuali o atti di violenza su minori e persone vulnerabili, nonché i casi di copertura di tali abusi.

Vale, però, ricordare che le accuse nei confronti dell’organizzazione Sodalizio di Vita Cristiana e alle aziende a lei collegate, non hanno riguardato solo abusi pedofili, ma anche furti di terre ai contadini peruviani. In particolare, la comunità di Catacaos, nella regione di Piura, ha intrapreso azioni legali denunciando lo spoglio di quasi 10.000 ettari di terreno da parte di aziende legate al Sodalizio.

Per difendere i propri diritti territoriali, i contadini hanno anche fatto ricorso alla Corte Superiore di Giustizia di Piura, presentando una denuncia di amparo, una misura a tutela dei diritti costituzionali, e hanno prodotto prove sulle minacce e le aggressioni ricevute dagli emissari di quella organizzazione. Il papa Bergoglio aveva esortato i contadini a difendere il diritto alla terra, e Prevost, seguendone gli indirizzi, li aveva aiutati a non lasciarsela rubare.

Ma, intanto, per tornare a sorridere con i “meme”: impazza quello sui gabbiani, comparsi sul comignolo della Cappella Sistina un po’ prima della famosa fumata bianca; c’è chi ne disegna uno con la maschera antigas, assediato dal fumo nero, chi celebra l’arrivo di un piccolo come segno di nuova vita per il nuovo pontificato, e ci sono quelli (pochi) che ricordano l’allarme scattato durante il Covid per il crescente arrivo di altre specie provenienti da ambienti marini (i gabbiani) o boschivi (i cinghiali). Su questo piano, costruire “ponti” con Trump e la sua masnada di negazionisti, in bilico tra Chicago e Chiclayo potrebbe essere assai problematico.

Intanto, il primo dei ponti minati per la “pace disarmata e disarmante”, di cui ha parlato Prevost, porta a Gaza: porta al genocidio dei palestinesi, per cui non bastano solo gli enunciati.

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17/11/2024

La Cina entra nel "cortile di casa" statunitense

È una settimana sudamericana quella che sta spendendo Xi Jinping, un tour che merita qualche riga per essere inserito nell’orizzonte delle relazioni internazionali di questa fase storica. Perché, a ridosso del nuovo mandato Trump, il Dragone mette il piede nel tradizionale cortile di casa statunitense.

Il presidente cinese è arrivato giovedì in Perù, dove ha incontrato l’omologa del paese andino, Dina Boluarte. Le dichiarazioni dei due politici si sono concentrate sui risvolti che avrà la costruzione del porto di Chancay, a circa 80 km da Lima, finanziato dal colosso cinese di servizi logistici COSCO.

L’incontro è stato l’occasione per inaugurare ufficialmente i lavori di questa infrastruttura, che dovrebbe valere alla fine 3,5 miliardi di dollari. Questo porto si candida a diventare un hub centrale per il commercio cinese in Sud America, andando a collegare – ha detto Xi Jinping – “il grande Cammino Inca e la Via della Seta marittima nel 21° secolo”.

Andando nel concreto di cosa questo significa, il porto di Chancay avrà 15 banchine e sarà collegato a un grande parco industriale. Le previsioni stimano che attraverso di esso il tempo di transito tra Lima e la Cina si accorcerà di 10 giorni, riducendo i costi della logistica di ben il 20%.

Cosa ancora più importante, lo renderanno il primo porto sudamericano in grado di accogliere navi da trasporto troppo grandi per il Canale di Panama. E dunque, in prospettiva, si presenta come un’alternativa adeguata ad alcuni traffici: questo è il senso di unire il “Cammino Inca” con la Via della Seta.

Ciò richiede anche futuri investimenti per le connessioni terrestri della regione che, è bene ricordare, è ricca di importanti risorse per la transizione sia digitale sia verde, come il litio e il rame.

In merito, la CNN ha scritto: “Pechino vede i buoni rapporti con una vasta gamma di altri paesi, e l’accesso illimitato ai loro mercati, come la chiave per proteggere la sua economia”.

Ma, con dispiacere di Washington, non è solo la Cina ad essere contenta. “Stiamo avviando una trasformazione che consoliderà il paese come centro logistico, tecnologico e industriale di livello mondiale”, affermato Boluarte, “che ci proietterà strategicamente nella regione Asia-Pacifico”.

Boluarte è sostanzialmente una golpista che ha prestato il fianco alla destra peruviana, la quale aveva paralizzato il paese dopo l’elezione di Pedro Castillo. Ma, nella crisi occidentale, gli investimenti cinesi pesano molto, e a Pechino ne sono consapevoli.

La diplomazia del Dragone, negli ultimi anni, è stata molto attiva, e lo ha fatto accompagnando a un profilo politico da mediatrice dei conflitti anche importanti progetti economici. Una soluzione che fino ad ora ha avuto buoni riscontri, e che continua tuttora.

Il 15 novembre si è concluso anche il summit dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC), che unisce 21 paesi i quali rappresentano circa i due terzi del PIL e la metà del commercio mondiale. Anche lì la Cina ha espresso le sue preoccupazioni sulla direzione che sta prendendo l’ordine globale.

Leggendo un discorso di Xi Jinping, il ministro del Commercio cinese ha attirato l’attenzione sul fatto che “l’unilateralismo e il protezionismo si stanno diffondendo, la frammentazione dell’economia mondiale si è intensificata”.

“Ostacolare la cooperazione economica con vari pretesti, insistere nell’isolare il mondo interdipendente, sta invertendo il corso della storia”, ha aggiunto, con un chiaro riferimento alla politica di dazi e guerra commerciale perseguita dalla filiera euroatlantica.

Sugli stessi nodi, ovvero sul mantenimento di relazioni solide e vantaggiose per tutti, si è sviluppato anche il confronto avuto venerdì da Xi Jinping col presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol, seguito sabato da quello con Biden. All’inquilino uscente della Casa Bianca, il presidente cinese ha detto che lavorerà per una “transizione fluida” nei rapporti con la nuova amministrazione Trump.

Rispetto reciproco, coesistenza pacifica e cooperazione economica rimangono i capisaldi dell’atteggiamento del Dragone. Ma è stato sottolineato anche come Pechino non rinuncerà a salvaguardare la propria sovranità, con evidente riferimento a Taiwan.

L’agenzia di stampa Reuters ha riportato che Lai Ching-te, presidente di Taiwan, dovrebbe fermarsi alle Hawaii e forse a Guam (uno Stato e una base militare statunitensi…). Due soste che di certo non possono essere ben viste dalla diplomazia cinese, e che tengono alta la tensione dell’Indo-Pacifico.

Ora, la prossima tappa di Xi Jinping è il Brasile, per un incontro del G20 che, tra i temi fondamentali, avrà i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, così come la crisi climatica (il Brasile ospiterà la prossima Cop, mentre la ventinovesima edizione ora in atto a Baku sta diventando un buco nell’acqua).

Yun Sun, direttore del programma Cina presso il think tank Stimson Center di Washington, ha affermato che, così come all’APEC, anche al G20 il messaggio della Cina sarà: “c’è una grande incertezza davanti a noi, ma la Cina è la certezza e rimarrà impegnata per la pace e lo sviluppo”.

Che di questi periodi, non ci sembra poco...

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28/07/2023

Perù - Continuano le proteste davanti al Parlamento, manifestanti feriti dalla polizia

Il rifiuto popolare della nuova presidenza del Congresso peruviano ha portato a una protesta contro il governo di Dina Boluarte nelle strade, quando decine di manifestanti sono stati repressi dalla polizia nei pressi del parlamento.

Elementi della polizia peruviana hanno represso i cittadini che avevano organizzato un sit-in contro il Congresso, molti di loro sono stati picchiati e perseguitati in viale Abancay nella capitale, Lima.

I manifestanti si sono riuniti in segno di ripudio della prevista elezione del nuovo Consiglio Direttivo del Congresso, davanti alla sede del Potere Legislativo.

Delegazioni di diverse regioni hanno ricordato in particolare più di 49 persone uccise dalle forze dell’ordine.

“Urgente, urgente. Chiudiamo il Congresso”, “il sangue versato non sarà mai dimenticato” e “il popolo unito non sarà mai sconfitto”, sono stati alcuni degli slogan che si sono uditi alle porte del Parlamento, fortemente presidiato dalla Polizia Nazionale.

I manifestanti portavano bandiere peruviane e alcune whipala, usate dalle popolazioni indigene, e si potevano vedere anche alcuni cartelli di sostegno all’ex presidente Pedro Castillo.

I deputati eleggono una nuova presidenza del Congresso tra due candidati indagati per corruzione. Uno ha cinquanta accertamenti fiscali e guida la lista del pragmatismo corrotto che governa da dicembre.

Il parlamentare di Alianza para el Progreso (APP), Alejandro Soto Reyes, è stato eletto nuovo presidente del Congresso della Repubblica per la sessione annuale 2023-2024. Il parlamentare dell’APP è entrato a far parte della lista della coalizione di destra, a cui hanno partecipato Fuerza Popular e Peru Libre, nonostante le loro differenze ideologiche.

Soto Reyes è stato anche incluso nelle indagini per far parte di una presunta organizzazione criminale guidata dal proprietario del partito Alianza para el Progreso, César Acuña Peralta.

Insieme a Soto Reyes, Hernando Guerra-García (Forze Popolari), Waldemar Cerrón (Libre Peru) e Rosselli Amuruz (Avanza País) sono stati eletti rispettivamente alla prima, seconda e vicepresidenza.

L’organizzazione Nuevo Perú in un tweet ha indicato: “La gente saprà giudicare il tradimento di Peru Libre, che ha deciso di allearsi con il Fujimorismo per salvare gli stipendi della troupe Cerronista, voltando le spalle a chi lotta contro questa dittatura sostenuto dal Congresso”.

I militanti di Perú Libre dalla base regionale dell’altopiano, hanno mostrato il loro totale rifiuto dell’alleanza di Fuerza Popular e Perú Libre, per la formazione del nuovo consiglio di amministrazione del Congresso.

La recente alleanza tra Perú Libre e Fuerza Popular ha generato una serie di dimissioni dalla direzione di Perú Libre. I membri del Congresso coinvolti hanno espresso il loro disaccordo con questa decisione.

Jaime Quito, Alex Flores e Alfredo Pariona, volti rappresentativi della direzione di sinistra, sono stati i primi a inviare lettere ufficiali al portavoce Flavio Cruz annunciando la loro uscita dal gruppo parlamentare guidato da Vladimir Cerrón.

Il presidente del Parlamento occupa la prima posizione nella lista di successione costituzionale al capo dello Stato, motivo per cui occuperebbe la prima magistratura del Perù in caso di dimissioni o destituzione di Boluarte, che non ha vicepresidenti.

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18/07/2023

I popoli peruviani si preparano per la terza “presa” di Lima

Il 19 luglio gli abitanti del Perù profondo si recheranno nella capitale per la Tercera Toma di Lima.

Le rivendicazioni di questo terzo tentativo di “prendere” la capitale, sono quelle che hanno caratterizzato fin qui le mobilitazioni successive alle destituzione del legittimo presidente Pedro Castillo, il 7 dicembre scorso: le dimissioni della presidente usurpatrice Dina Boluarte, lo scioglimento del Congresso, l'indizione di elezioni anticipate e la convocazione dell’Assemblea Costituente per cambiare la Costituzione promulgata durante la dittatura di Fujimori.

A questo si unisce la richiesta di liberazione per le persone detenute in seguito alle proteste, il desiderio di giustizia per i circa 70 civili assassinati in questi 7 mesi di mobilitazioni, per i quali non si è aperta alcuna causa penale.

Si è affermato un clima di sostanziale impunità nei confronti di Esercito e Polizia, non dissimile dalla stagione delle dittature latino-americane, nonostante le numerose critiche giunte dalle organizzazioni che si occupano dei diritti umani anche a livello internazionale, nonché dal variegato fronte progressista latino-americano.

La centrale sindacale peruviana, CGTP, chiama la propria base alla mobilitazione per la Marcha Nacional del 19 luglio, alle 4 del pomeriggio a Plaza Dos Mayos, con parole d’ordine chiare: «fuori la dittatura assassina e corrotta!», ricordando i 70 assassini che ci sono stati dall’inizio della protesta.

Allo stesso tempo l’organizzazione contadina, Central Única Nacional de Rondas Campesinas del Perú (CUNARC) chiama la propria base – proveniente da 22 regioni – alla mobilitazione, e si è organizzata per arrivare nella capitale da questo lunedì, secondo quanto riferisce il sito di Telesur.

L’ampio fronte che si batte contro l’attuale esecutivo, ha convocato manifestazioni in un arco temporale di una decina di giorni, compresi tra due date simbolo del Paese latino-americano: il 19 luglio ed il 28.

Il 19 luglio del 1977, infatti, il popolo peruviano fu protagonista di un paro che accelerò la fine del Governo militare di Francisco Morales Bermúdez, salito al potere nell’agosto del 1975 con un colpo di Stato contro Juan Velasco Alvarado.

Il 28 luglio è il giorno in cui si festeggia l’indipendenza peruviana dall’impero spagnolo nel 1821.

Circa 800 rappresentanti provenienti da 24 regioni si sono accordati per articolare un Comando Nacional Unitario de Lucha, composto da 46 dirigenti che rappresentano tutte le regioni del Paese, secondo quanto ha riportato il sito d’informazione indipendente Wayka.

Al centro della discussione, oltre alle rivendicazioni già citate, ci sono state la partenza delle truppe statunitensi dal territorio peruviano, la lotta alla privatizzazione alle risorse naturali, della salute, dell’acqua, del litio e di altri materiali di cui è ricco il sottosuolo del paese andino.

Particolarmente inquietante, visto il clima di involuzione autoritaria nel paese, la presenza militare statunitense che si mobiliterà dal 1 di giugno al 31 dicembre ufficialmente per svolgere “attività di cooperazione” con le Forzas Armadas e la Policía Nacional.

Con la Resolution Legislativa N° 31757 il Governo peruviano ha autorizzato anche l’entrata nel territorio nazionale di mezzi aerei e navali provenienti dagli Stati Uniti.

Fortemente critico con questa decisione il Partido Comunista del Perú – Patria Roja che, attraverso il suo sottosegretario generale Arturo Ayala del Rio, ha specificato come le truppe statunitensi: «effettuano la loro attività in regioni meridionali del Perù, in cui la repressione politica del regime della Boluarte ha massacrato i nostri compatrioti».

L’indicazione del 19 luglio stava già affermandosi da metà giugno, anche prima delle pesantissime affermazioni di Dina Boluarte, che ha esplicitamente dichiarato che non ci saranno elezioni anticipate e che rimarrà in carica fino al 28 luglio del 2026!

È la prima volta che la Presidente ha escluso esplicitamente il ricorso ad elezioni anticipate, dopo che il Congresso che ha respinto per ben 5 volte l’ipotesi di anticiparle a questo dicembre.

La Boluarte ha ovviamente criticato la scelta di organizzare le proteste antigovernative, rigettando le responsabilità dell’esecutivo per le morti violente, ed addossando la responsabilità di eventuali altre vittime agli organizzatori.

Il Governo ha poi annunciato il 12 luglio di aver promulgato nuovamente “lo stato d’emergenza” sulle principali strade che portano alla capitale, come il Corredor Via Sur – che comprende le regioni di Apurímac, Cusco ed Arequipa che sono state l’epicentro della protesta.

M anche sul Corredor Via de la Interoceánica Sur, che arriva fino al Brasile, mobilitando nuovamente l’Esercito che affiancherà la Polizia Nazionale, e chiarendo che filtrerà il più possibile l’entrata nella capitale, di fatto cercando di impedire alla marea umana di giiungere a Lima.

Contemporaneamente, con un notevole sprezzo del ridicolo, ricorre al terrorismo psicologico tipico della stagione contro-insurrezionale, agitando lo spettro del “Terraqueo”.

Una recente inchiesta dell’Istituto de Estudios Peruanos (IEP) conferma la generale disapprovazione verso il Congresso – il 91% – mentre il 67% degli intervistati giudica “male” (36%) o “molto male “(31%) l’amministrazione della Boluarte, con una leggera maggioranza (il 51%) che ritiene l’attuale amministrazione peggiore di quella di Pedro Castillo.

L’empasse politico che dura da mesi non sembra avere sbocchi in una situazione estremamente polarizzata, in cui un governo che ha perso qualsiasi consenso, sorretto da un parlamento squalificato, cerca di blindare ogni ipotesi di alternativa democratica – banalmente il ricorso alle urne – utilizzando non solo la più bieca ferocia repressiva, ma anche l’aiuto militare diretto degli USA e flirtando con i fascisti peruviani in un contesto di offensiva dell’estrema-destra, in tutto il continente.

Ancora una volta, per le strade del Paese andino risuona la profezia di Tupac Amaru: “Torneremo, e saremo milioni!”

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30/06/2023

Perù - La ex premier Betssy Chávez arrestata per ribellione e cospirazione

La polizia nazionale peruviana ha arrestato alcuni giorni fa l’ex primo ministro Betssy Chávez per i presunti reati di ribellione e cospirazione contro lo Stato. Chávez è stata arrestata nella sua casa nella città di Tacna dopo che la Corte Suprema aveva ordinato 18 mesi di detenzione preventiva per lei.

Le accuse contro Chávez derivano dal tentativo dell’ex presidente spodestato Pedro Castillo di sciogliere il Congresso e di governare per decreto nel dicembre 2022, di fronte a un attacco coordinato della destra.

Il giudice César San Martín, capo della Camera Penale Nazionale della Corte Suprema, ha emesso il mandato d’arresto per Chávez dopo aver accettato la richiesta di detenzione preventiva presentata dalla Procura per la sua presunta partecipazione all’annuncio di Castillo sullo scioglimento del Congresso.

Betssy Chávez ha ripetutamente negato di aver partecipato o di essere a conoscenza della decisione di Castillo, così come altri ex ministri indagati. Mercoledì 21 giugno, il team legale della Chávez ha annunciato che farà ricorso alla Corte Costituzionale per revocare la detenzione preventiva.

Dopo la sentenza, Chávez ha parlato in livestream sul suo account TikTok, affermando di non essere sola “ma accompagnata da milioni di persone“.

Giovedì 22 giugno, Chávez ha condannato il suo arresto come un tentativo di mettere a tacere chi critica il governo de facto di Dina Boluarte.

“Oggi è Betssy Chávez, domani potrebbe essere lei. Quello che non dobbiamo permettere è l’uso del ‘sistema giudiziario’ per mettere a tacere quelli di noi che sono a disagio con il regime al potere, quello che lavora in collusione con la Procura, il Potere Giudiziario e la stampa servile“, ha scritto in un tweet.

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29/05/2023

Il Messico congela le relazioni commerciali con il Perù

Due giorni fa il Messico ha ufficialmente deciso di congelare i rapporti economici e commerciali con il Perù. Nella sua conferenza stampa quotidiana, il presidente messicano Andres Manuel Lopez Obrador ha spiegato che non si tratta di una rottura, ma di una pausa fino a data definirsi.

Obrador ha affermato: “finché in Perù non ci sarà una normalità democratica, non vogliamo relazioni economiche o commerciali con loro”. Tale dichiarazione è seguita a una domanda sul passaggio di consegne che avverrà proprio tra Perù e Messico alla guida dell’Alianza del Pacífico, una struttura di integrazione economica tra i due paesi citati più Cile e Colombia.

In termini economici non si parla di una questione di poco conto. Il Messico è il quarto partner commerciale del Perù, il quarantunesimo a parti invertite invece. In numeri, nel 2022 gli scambi hanno raggiunto un valore di quasi 3 miliardi di dollari, e la parte del leone in essi è svolta dal rame e da suoi prodotti derivati, con 191 milioni di dollari di esportazioni verso Lima.

Difatti, una tale scelta sembra colpire di più soprattutto il Messico, che ha un sostanzioso surplus commerciale con il Perù. Il paese andino rappresenta anche la seconda destinazione per gli investimenti messicani in America Latina, che raggiungono la cifra di 17 miliardi di dollari.

D’altra parte, le autorità economiche di Lima hanno fatto notare che solo a metà del 2024 questo processo arriverà a perfezionamento. Il direttore dell’Associazione degli Esportatori peruviana, Edgar Vásquez, ha sottolineato che ciò accadrà “probabilmente tre mesi prima che [Obrador] lasci il suo governo, perché l’anno prossimo ci saranno le elezioni”.

Una decisione che andrebbe a incidere dunque sugli indirizzi economici della successiva presidenza, e che non è detto che si realizzi. Ma intanto si tratta di un messaggio molto chiaro, in una cornice di tensione diplomatica che si protrae dalla destituzione a Lima di Pedro Castillo lo scorso dicembre.

Sin dall’inizio da Obrador erano arrivate diverse critiche, e nei mesi successivi ha ribadito il sostegno al precedente capo di stato. Il presidente messicano ha evidenziato come in Perù, paese pieno di importanti risorse naturali, sono tante le mire di varie multinazionali, che non vedevano di buon occhio l’elezione di Castillo, vicino alle istanze dei settori popolari.

A fine marzo Castillo ha fatto arrivare a Città del Messico una lettera di ringraziamento per il sostegno avuto sin dal primo giorno della crisi politica. I rapporti tra i due paesi si sono definitivamente incrinati quando è stato concesso il diritto d’asilo a Lilia Paredes, moglie del presidente peruviano destituito e anch’essa sotto indagine, e ai suoi due figli Arnold e Alondra.

Nel febbraio scorso Gustavo Petro, presidente della Colombia, è stato indicato come “persona non grata” per l’opposizione all’attuale presidente peruviana, Dina Boluarte. Il 25 maggio il parlamento di Lima in seduta comune ha infine approvato una mozione della Commissione esteri (con 65 voti a favore, 40 contrari e 2 astensioni) che affibbia la stessa etichetta anche a Obrador.

Nella mozione si censura la ripetuta ingerenza di Obrador negli affari interni del Perù, “un fatto che viola la nostra sovranità”. Lo scorso 15 maggio Obrador aveva nuovamente definito la Boluarte una “usurpatrice”, motivo per cui è stata rivendicata come legittima la decisione di non consegnare al Perù la presidenza di turno dell’Alianza del Pacífico.

Nel testo è stata espressa anche l’accusa al presidente messicano di “aver rifiutato di riconoscere il diritto dello Stato peruviano di esercitare la presidenza pro tempore” dell’alleanza economica citata, impedendone il suo progresso e allargamento. Ipotesi già messa in crisi dalle tensioni sorte anche con la Colombia.

Insomma, di nuovo l’America Latina presenta, come da diverso tempo a questa parte, una dialettica politica accesa, che si collega immediatamente con una situazione internazionale in rapida evoluzione. Come spesso abbiamo detto, l’America Latina è una speranza per l’umanità, per la rottura della catena imperialista euroatlantica e dell’unipolarismo statunitense.

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20/01/2023

Perù - Sciopero generale contro il golpe

Migliaia di peruviani dalla costa, dalle montagne e dalla giungla del Perù, inclusi studenti, agricoltori, leader della comunità e altri stanno convergendo su Lima in occasione del “paro general” e per far sentire la loro voce chiedendo le dimissioni della “presidente” golpista Dina Boluarte, la chiusura del Congresso e vendicare le vittime che hanno lasciato nelle strade nei molteplici scontri dal 7 dicembre a oggi.

Sono migliaia i membri delle comunità Aymara e Quechua, e di organizzazioni sociali e sindacali del Perù, che si stanno dirigendo in carovane da diverse province a Lima, nell’ambito della seconda edizione della cosiddetta Marcia dei Quattro Suyos (i quattro punti cardinali secondo la tradizione Inca, ndr).

Un gruppo di manifestanti è già arrivato nella capitale peruviana da questo fine settimana, mentre i rappresentanti degli Aymara sono partiti lunedì e hanno detto che rimarranno a Lima fino alle dimissioni della presidente designata Dina Boluarte.

I manifestanti chiedono anche la chiusura del Congresso, un’Assemblea Costituente e la liberazione di Pedro Castillo, in carcere dal 7 dicembre, quando è stato destituito dal parlamento e accusato di ribellione.

Da quella data si sono susseguite massicce proteste in diverse regioni del Paese sudamericano, che sono state represse dalle forze di sicurezza con un bilancio di 50 morti e centinaia di feriti e arrestati.

Gli organizzatori prevedono di mobilitare circa 50.000 persone nella seconda edizione della Marcia dei Quattro Suyos, in riferimento alla prima avvenuta nel 2000, quando migliaia di persone si radunarono a Lima per protestare contro il trionfo elettorale di Alberto Fujimori, che consideravano fraudolento.

Il presidente della Central Única Nacional de Rondas Campesinas, Santos Saavedra, ha detto domenica che un gruppo di pattuglie da Cajamarca, La Libertad, Amazonas, era arrivato a Lima già da sabato.

Nella Capitale gli studenti dell’Universidad Nacional Mayor de San Marcos (UNMSM) hanno occupato simbolicamente un settore della sede universitaria con un grande cartello con il nome “San Marcos preso da una nuova costituzione”.

Gli studenti della Federazione Universitaria San Marcos (FUSM) si trovano alla porta numero 3 dove hanno manifestato la loro solidarietà per le proteste in varie regioni del Paese che chiedono le dimissioni della Presidente Dina Boluarte e una nuova Costituzione basata su un’assemblea costituente.

“Siamo per la solidarietà e l’articolazione organica con i settori popolari, con le masse profonde del popolo che hanno intrapreso la lotta politica a livello nazionale e che stanno issando perché San Marcos abbia come slogan principale la bandiera della nuova Costituzione attraverso assemblee costituenti con partecipazione popolare”, ha commentato uno degli studenti a RPP Noticias.

Gli studenti non hanno fatto sapere fino a quando continuerà la loro protesta, tuttavia hanno confermato che parteciperanno allo sciopero nazionale indetto per oggi, denominato ‘La presa de Lima’.

Domenica intanto una persona ha perso la vita nella città di Moyobamba, nella regione della giungla di San Martín, in un incidente legato ai blocchi stradali dovuti alle proteste contro il governo di Boluarte.

Con questa morte, il bilancio delle vittime è salito a 50 nelle mobilitazioni iniziate il 7 dicembre, quando Castillo è stato rimosso dalla presidenza, dopo aver decretato la chiusura del parlamento e chiesto un processo costituente per avere una nuova Carta Costituzionale.

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14/01/2023

Perù - Continuano le manifestazioni contro il golpe. I morti sono 47. A Puno decretato il coprifuoco

Le proteste antigovernative hanno continuato a diffondersi oggi con ulteriori blocchi stradali, marce e scioperi in Perù, nonché richieste di dimissioni della presidente Dina Boluarte come via d’uscita dalla crisi.

La tensione regna nella città di Cusco, il giorno dopo l’uccisione della 47esima vittima dall’inizio delle proteste, dopo la rimozione e l’incarcerazione dell’ex presidente Pedro Castillo, il 7 dicembre scorso.

La Polizia ha circondato l’aeroporto di Cusco, per evitare che i cortei si avvicinino a meno di 300 metri dal terminal, i cui dintorni sono stati teatro di scontri che si sono estesi ad altre zone della città.

Scioperi dei lavoratori sono stati convocati nelle città di Moquegua, nel sud del paese, e Puerto Maldonado, nell’Amazzonia meridionale, mentre i posti di blocco si sono estesi a 26 province, e nella regione meridionale di Tacna un gruppo di agricoltori ha bloccato l’autostrada panamericana vicino al valico di frontiera con il Cile.

Nella regione di Arequipa è ripreso il blocco dell’autostrada Panamericana, che chiude la via costiera che conduce a Lima e al resto della costa peruviana.

Il bastione principale della protesta continua ad essere la regione andina meridionale di Puno, dove ieri la popolazione della città di Juliaca è scesa in piazza per unirsi al corteo funebre dei 17 civili assassinati il ​​9 gennaio, e dove un poliziotto è stato dato alle fiamme nella sua automobile da un gruppo di manifestanti.

Il Primo Ministro peruviano, Alberto Otárola, ha annunciato il coprifuoco per tre giorni a Puno, dalle 20:00 alle 4:00 del mattino.

Il decreto implica che le persone, in particolare a Puno, devono rimanere chiuse nelle loro case durante gli orari stabiliti dal governo centrale. Anche il funzionamento di alcune attività commerciali sarà limitato.

A Puno sono confermati 18 morti e 73 feriti nelle manifestazioni contro il golpe che ha deposto il presidente eletto Castillo. I morti sono avvenuti soprattutto negli scontri nei pressi dell’aeroporto Inca Manco Cápac di Juliaca. L’ultimo defunto è il poliziotto José Luis Soncco Quispe.

Sia a Juliaca che a Puno e in altre parti del paese gruppi di contadini si preparano a recarsi a Lima per protestare presso la sede del governo.

Il Presidente del Consiglio, Alberto Otárola, con l’avallo della maggioranza parlamentare di destra e di centro, ha affermato due giorni fa, che la polizia e i militari non permetteranno quello che definiscono un colpo di stato contro la Capitale.

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11/01/2023

Perù - Vero colpo di stato e caricatura di un colpo di stato: un'intervista a Héctor Béjar

Con oltre 60 anni di esperienza di primo piano nella politica peruviana, Héctor Béjar svela in questa intervista esclusiva il contesto e le motivazioni del colpo di Stato e descrive un Paese in bilico tra realtà e finzione.

Il passo lento del Presidente a cavallo

Il cavallo imbizzarrito che il "professor" Pedro Castillo, allora candidato alla presidenza, sapeva cavalcare a Tacabamba, finì per non essere né una metafora di velocità né di coraggio. Con passo lento e confuso, il suo governo scelse, fin dal primo momento, una strategia di ritirata. Un passo indietro e poi un altro. Moderato, per offrire un programma di governabilità a un'opposizione sediziosa e insaziabile. Il più inaspettato dei governi della cosiddetta "seconda ondata progressista" è durato appena quindici mesi.

Tuttavia, bisogna riconoscere che il contesto del suo governo non avrebbe potuto essere più ostile dopo la vittoria di stretta misura su Keiko Fujimori per soli 44.000 voti al secondo turno delle elezioni. Il presidente stesso è diventato rapidamente un non-partito, disaffezionato di sua volontà o abbandonato da alcuni dei suoi, mentre il fuoco amico tra "settari" e "caviali" si è concluso con la frattura dei blocchi parlamentari. Inoltre, l'elevato turnover dei dipendenti pubblici e i vari scandali e accuse hanno trasformato molti ministri in parafulmini, interrompendo tutte le politiche dell'esecutivo. Possiamo anche aggiungere le condizioni economiche avverse generate dalla guerra in Ucraina, e persino le proteste nelle regioni da parte di settori dei lavoratori dei trasporti e di altri soggetti che a priori costituirebbero la base sociale naturale di Castillo.

A questo si deve aggiungere l'insabbiamento del Congresso: dal blocco parlamentare delle proposte di riforma della sanità e dell'istruzione, alle mozioni di vacanza e alle accuse di presunto tradimento. Insomma, il governo Castillo ha suscitato molte speranze, molte difficoltà e non pochi timori, con il vivo ricordo della delusione causata dalla presidenza di Ollanta Humala, che aveva promesso, e non mantenuto, di essere una sorta di Hugo Chávez nostrano.

Abbiamo parlato con Héctor Béjar Rivera del suo giudizio sul governo di cui ha fatto parte per un brevissimo periodo, come Ministro degli Esteri. L'esperienza politica di Béjar è stata tutt'altro che breve. Per 60 anni ha avuto un ruolo di primo piano nella politica peruviana, dal percorso politico-militare esplorato nel Movimiento de Izquierda Revolucionaria (MIR) e nell'Esercito di Liberazione Nazionale del Perù, alla partecipazione istituzionale al governo Velasco Alvarado e alla sua politica di riforma agraria, nonché all'Assemblea Costituente del 1978. La sua vita intellettuale è stata altrettanto proficua, dalla creazione del Centro per lo Sviluppo e la Partecipazione (CEDEP) alla pubblicazione di numerosi articoli, saggi e libri, alcuni dei quali veri e propri classici della storia e della sociologia peruviana. In questa conversazione facciamo riferimento alla sua vasta esperienza.

Tutto sembrava indicare che la riforma costituente fosse una richiesta con un ampio sostegno popolare. Perché quella bandiera è stata ammainata non appena Castillo è entrato nel palazzo?

È vero che è stata proposta una riforma costituente e che le mobilitazioni continuano a proporre una riforma costituente. Ho sempre detto che non dovremmo parlare di assemblea costituente ma di processo costituente, perché nelle condizioni attuali un'assemblea riprodurrebbe il Parlamento attuale. Corriamo addirittura il rischio che un organo formato frettolosamente in questa situazione di precarietà politica che il Perù sta vivendo possa essere addirittura peggiore del Congresso stesso, dando vita a una Costituzione ancora più regressiva di quella del 1993, creata dalla dittatura di Alberto Fujimori.

Occorre quindi un processo costituente, un'opera di educazione e divulgazione con le comunità rurali e urbane, dalla base. E, sulla base delle intense lotte popolari che si stanno svolgendo in Perù – che ora si sono intensificate – dobbiamo iniziare a creare una Costituzione che non sia il prodotto di persone ambigue o di strumenti mafiosi.

E che dire della riforma agraria che l'ex presidente aveva annunciato in pompa magna?

La riforma non è mai esistita. Non era altro che uno strumento propagandistico. C'è stato persino chi ha voluto paragonarla a quella di Velasco Alvarado, ma è ridicolo.

Perché alcune sue vecchie dichiarazioni hanno generato un tale livello di vetriolo nell'opposizione, e come si è arrivati alle sue dimissioni da Ministro?

In Perù non ci sono persone di destra: ci sono le mafie. Questo gruppo di mafie e alcuni partiti politici hanno dato in escandescenze quando sono stato nominato Cancelliere, quindi hanno cercato qualsiasi pretesto per cacciarmi. Hanno usato come scusa due affermazioni che avevo fatto molto tempo prima. In quell'occasione ho affermato due cose: che i primi atti terroristici in Perù sono stati commessi dalla Marina nel 1974 e che l'esercito è stato coinvolto in alcuni atti del [gruppo guerrigliero] Sendero [Shining Path]. Secondo loro si tratta di un insulto alle forze armate. Minacciarono un colpo di Stato e il governo, che all'epoca aveva solo 19 giorni, tremò.

Ma a riconoscerlo è la stessa Marina, che ha pubblicato un libro in omaggio a coloro che all'interno dell'istituzione hanno compiuto questi atti di terrorismo contro il generale Velasco. Inoltre, è possibile accertare questi fatti semplicemente leggendo i giornali dell'epoca. Questo accadeva nel 1974, molto prima della nascita di Sendero, che ha operato dal 1980 al 1992. In questi dodici anni, i servizi segreti dell'esercito erano incapaci di penetrare l'organizzazione? Erano così inefficienti? È ovvio che per penetrare in un'organizzazione terroristica bisogna praticare il terrorismo: queste sono le sue regole. Chiunque può capirlo, non è necessario essere uno studioso o un esperto.

A seguito delle pressioni esercitate dalle forze armate, mi è stato impedito di recarmi al Congresso. Castillo e la sua cerchia hanno probabilmente pensato che questo avrebbe potuto aggravare la situazione. Se la mia presenza metteva in pericolo il governo, la cosa migliore da fare era togliermi di mezzo. Ed è quello che ho fatto con le mie dimissioni.

Le fogne profonde

Gli ultimi anni di politica peruviana sembrano aver chiarito una cosa: la struttura politica è marcia. Sei presidenti in sette anni, il drammatico suicidio di un ex presidente, una magistratura che è come il cane nella mangiatoia: non governa né lascia governare. Un cognome onnipresente, passato dalla democrazia al governo di fatto, e poi riciclato di nuovo sotto uno stato di diritto precario: il Fujimorismo, un mostro a più teste e a più partiti che ha segnato il polso degli ultimi 30 anni di politica peruviana. Una Costituzione, di origine scellerata, che protegge e tutela ciò che conta davvero: il modello economico neoliberista, apparentemente intoccabile. Queste sono solo alcune delle profonde fogne che solcano lo Stato peruviano.

Da settimane circolano opinioni contrastanti sul sistema politico del Paese. La destra sostiene che il Perù mostra il fallimento del presidenzialismo in America Latina, mentre altri settori sostengono che il Perù mostra i problemi cronici di un parlamento con poteri e prerogative inconcepibili in altri paesi formalmente presidenzialisti. Qual è la sua analisi di questo teso rapporto tra potere esecutivo e potere legislativo, e che tipo di riforma politica immagina possa risolvere questo problema fondamentale?

Il fatto è che la Costituzione del 1993 è il cattivo risultato di un disastroso colpo di Stato e di un'intricata negoziazione da parte di Fujimori – all'epoca presidente de facto – con l'OSA e la comunità internazionale. Il risultato è stato un testo giuridico pieno di toppe, con elementi del presidenzialismo de facto di Fujimori, che voleva – e alla fine è riuscito – a perpetuare il suo potere.

D'altra parte, la pressione internazionale ha introdotto alcuni elementi interessanti, come l'ufficio del difensore civico, l'habeas data, la corte delle garanzie costituzionali – ora Corte costituzionale – e così via. Ma a questo punto è chiaro che questa Costituzione è inutile. Ha anche un famoso capitolo economico che protegge e rende invulnerabili gli investimenti stranieri, esenti da tasse in Perù. È un apparato che non funziona più. La discussione sui diritti umani, ad esempio, ha fatto molta strada dal 1993: è opinione comune che ci sono diritti umani incorporati in altre legislazioni dell'America Latina e del mondo che semplicemente non esistono in Perù.

Tutto questo è ciò che deve essere spiegato, ciò che deve essere elaborato con la base del Paese. Ciò che sta accadendo è che questa Costituzione, già rattoppata nel 1993, è stata rattoppata sempre di più. Ed è stato questo Congresso, che presumibilmente non vuole che la Magna Carta venga toccata, ad apportare più di trenta modifiche di cui i peruviani non sono nemmeno a conoscenza. Alcune di queste modifiche hanno annullato i diritti esistenti, come il diritto al referendum.

E la questione giudiziaria nella politica? Già nelle ultime elezioni, 10 dei 18 candidati presidenziali avevano processi giudiziari in corso. Quello che vediamo in Perù è una singolarità locale o può essere considerato un capitolo nazionale di una strategia regionale di implementazione del lawfare?

Ci sono entrambi. Dopo il governo Velasco, le forze armate peruviane sono state denazionalizzate e hanno perso qualità: la loro formazione non è più quella di un tempo, non solo dal punto di vista strettamente militare, ma anche in termini di cultura nazionale e generale. La corruzione si è insinuata nell'esercito e anche nella polizia. Tuttavia, sanno che non possono organizzare direttamente un colpo di Stato: non c'è un ambiente favorevole in America Latina o nel mondo per questo. Ma come tutti sanno, le modalità dei colpi di Stato sono cambiate. Oggi in Perù abbiamo un "PM", un partito mediatico, molto attivo, monopolistico e concentrato. Un "PF", la parte dell'accusa. E un "PJ", il partito della magistratura. Questi tre partiti, insieme al Congresso, sono i quattro grandi attori che governano il Perù, con alle spalle i grandi capitali locali e stranieri.

Questa rete di potere ha fatto sì che Castillo sia stato molestato, stigmatizzato, perseguito, accusato di cinquemila cose, fin da prima che diventasse presidente, il che non significa che Castillo sia un leader pulito, puro, popolare, o qualcosa di simile. Per me Castillo è un personaggio che richiederebbe un'analisi molto più dettagliata. Ma dico anche, allo stesso tempo, che quello che viene fatto contro di lui è un abuso, assolutamente illegale. Il fatto è che il pubblico ministero e il potere nazionale potranno permettersi il lusso di tenerlo in carcere, in "detenzione preventiva", per un periodo di tre anni. Siamo arrivati a un punto tale di politicizzazione della giustizia che si può andare in prigione e il giudice può impiegare tre anni per scoprire se si è colpevoli o meno di un reato.

Tutti i golpe sono uguali?

Come già accaduto nella drammatica situazione culminata nel colpo di Stato in Bolivia nel 2019, gli ultimi eventi peruviani hanno dato vita a tante ipotesi e teorie quanti sono gli analisti, gli operatori e gli opinionisti di queste generose terre sudamericane. Grosso modo, queste interpretazioni concorrenti (più che semplici teorie, sono motivi decisivi per l'azione – o l'inazione – politica) sono organizzate in tre gruppi principali. Il primo punto di vista è quello di chi caratterizza l'accaduto come un autogol perpetrato da Pedro Castillo, seguito dal ripristino della normalità democratica con l'insediamento della vicepresidente, Dina Boluarte. C'è stato persino chi ha osato paragonare Castillo a Fujimori.

Un secondo gruppo di analisti sottolinea l'esistenza di "due colpi di Stato", interpretando come interruzioni democratiche sia il discorso di Pedro Castillo del 7 dicembre, sia la sua destituzione parlamentare e il successivo insediamento di Boluarte, considerato qui un presidente di fatto o illegittimo. Questa teoria è strettamente legata a quella che parlava di "due conservatorismi" e invitava a non schierarsi nel ballottaggio decisivo tra Keiko Fujimori – figlia dell'ex dittatore – e il candidato di Perù Libre l'8 giugno 2021. Entrambe le ipotesi sono state riprese da diversi media "progressisti" in Perù e nel mondo.

La terza interpretazione sottolinea l'esistenza di un unico colpo di Stato, consumato per via parlamentare con la vacanza ottenuta, dopo due tentativi falliti, contro l'ormai ex presidente. Un golpe che, da questo punto di vista, seguirebbe un chiaro schema regionale, con precedenti come il golpe parlamentare contro Fernando Lugo in Paraguay e Dilma Rousseff in Brasile.

Ricapitoliamo i fatti: c'è stato un colpo di stato, forse due, chi lo ha perpetrato, chi lo ha fatto?

Credo che ci sia un colpo di Stato caricaturale e un colpo di Stato reale. Il primo appartiene al signor Castillo. Finora non ha detto cosa è successo e nessuno può dirlo con certezza. Ma è un fatto puramente aneddotico: quello di un presidente che, senza preavviso, davanti alle telecamere di una televisione nazionale, legge con mano tremante un foglietto che ordina ai signori delle forze armate di chiudere il Congresso per formare un governo di emergenza e riorganizzare i poteri dello Stato.

Innanzitutto, va detto che la chiusura del Congresso è una richiesta nazionale: ad eccezione dei deputati stessi, tutti la chiedono. La dichiarazione, in questo senso, ha soddisfatto una richiesta diffusa. Lo stesso vale per la magistratura altamente corrotta: a mio avviso, non solo dovrebbe essere riorganizzata, ma smantellata del tutto. Ma il modo ingenuo e infantile con cui ha annunciato queste misure è per me un mistero. Ci si deve quindi chiedere cosa sia successo, come sia stato deciso, perché e con la partecipazione e l'influenza di chi.

Ma tutto questo non è altro che un aneddoto disorientante che ci distrae dal fatto centrale. Non si tratta di un colpo di Stato. Il colpo di Stato è arrivato dopo, quando, in violazione di tutte le regole, il Congresso ha rimosso Castillo dall'incarico in pochi minuti. In poche ore Castillo è stato messo in prigione e la signora Dina Boluarte, apparentemente preparata per l'occasione, ha assunto la presidenza della Repubblica. In breve tempo Boluarte ha dichiarato l'emergenza nazionale, rifiutato il dialogo e iniziato a governare il Paese in modo praticamente dittatoriale, perché le garanzie costituzionali erano interrotte. In questo momento qualsiasi poliziotto può sfondare la porta di casa mia ed entrarvi senza spiegazioni: tutti gli uomini e le donne peruviani si trovano ora nella stessa situazione.

E cosa pensa del presunto coinvolgimento di due attori chiave: le forze armate peruviane e l'OSA, il cui segretario generale, Luis Almagro, si è recato tempestivamente nel Paese poche settimane prima del colpo di Stato?

Oggi tutto è possibile. Tutto è immaginabile. Non correrei comunque alcun rischio con qualsiasi ipotesi. Il quotidiano La República ha pubblicato un articolo in cui si afferma che Castillo, insieme all'ultimo ministro della Difesa nominato, il generale [Emilio] Bobbio, aveva chiesto al comandante generale dell'esercito le sue dimissioni il giorno prima del colpo di Stato. Secondo il giornale, dopo una riunione di tutti i comandanti del Comando congiunto, che comprende l'esercito, la marina e l'aeronautica, gli ufficiali in uniforme hanno deciso di respingere la richiesta del presidente, decidendo in quel momento di licenziarlo. Anche se non lo dice espressamente, il giornale suggerisce che siamo in presenza di un colpo di Stato definito da attori militari.

Cosa c'entra l'OSA in tutto questo? La cosa curiosa è che, almeno pubblicamente e per quanto ne sappiamo, l'OSA ha difeso Castillo, perché non ha toccato in alcun modo gli interessi statunitensi. Quando Castillo si recò al Vertice delle Americhe parlò di una "America per gli americani", ripetendo la famosa frase di James Monroe. Il messaggio era chiaro. E quando la missione dell'OSA è stata in Perù, ha criticato più l'opposizione che lo stesso Castillo. Con le informazioni in nostro possesso, mi sembra difficile ipotizzare che l'OSA sia stata la promotrice di tutto ciò. Continuo a pensare – e naturalmente potrei sbagliarmi – che si tratti soprattutto di un evento locale, guidato da attori locali e mobilitato da interessi locali.

È ovvio che la nostra retriva destra e alcuni gruppi militari odiano Castillo perché non accettano il loro stesso popolo. Alcuni capi militari hanno fatto trapelare informazioni in cui affermano che finché ci saranno forze armate in Perù, la sinistra non governerà il Paese. Il problema allora non è più solo il comunismo, come si diceva una volta: ora è l'intera sinistra a essere rifiutata da queste persone.

L'insediamento di Boluarte è stato fortemente contrastato, sia dai cittadini del Perù profondo che da diversi presidenti e leader della regione. Oggi assistiamo a tentativi di mobilitazione con notevoli picchi di massa e radicalità. La situazione si evolverà nelle prossime settimane, le proteste raggiungeranno un culmine distruttivo, quale soluzione immediata o mediata immagina per la crisi?

Oggi assistiamo a una commedia, una brutta commedia, in cui la stampa, compresa quella cosiddetta "progressista", è piena di attacchi furiosi contro il Messico, l'Honduras, la Bolivia o l'Argentina. Anche contro l'OSA, sostenendo che oggi tutto il mondo è contro il Perù. Questo per quanto riguarda il livello internazionale e le denunce del governo Boluarte.

Per quanto riguarda la risposta popolare, dobbiamo graduare la realtà: non si tratta del popolo in generale, anche se parliamo di settori molto attivi e significativi. Le classi popolari, in generale, sono più o meno indifferenti a quanto sta accadendo, come al solito. Sono disimpegnati rispetto al mondo politico e da tutti questi eventi. Ma i settori mobilitati, è chiaro, non hanno intenzione di ignorare lo stato di emergenza e continueranno a protestare. Mi è difficile credere che la signora Boluarte non sappia che la prosecuzione di queste misure porterà altri morti e altri spargimenti di sangue. E trovo difficile immaginare come abbia potuto nominare un gabinetto così di destra, legato all'oligarchia finanziaria di [Pedro Pablo] Kuczynski, senza esprimere alcuna capacità politica o volontà di dialogo.

Se Boluarte non lascia il potere, condurrà il Paese alla tragedia. Lei e la sua cerchia sperano che il popolo si stanchi e si smobiliti, che dimentichi i problemi e che continui a farlo per almeno altri due anni di governo. Ma in Perù non c'è alcuna esperienza storica a sostegno di una simile strategia.

Lo smarrimento della sinistra

Sono rare le occasioni in cui un testo scritto 60 anni fa può ancora illuminare il presente di un Paese. È il caso del libro "Perù 1965: appunti su un'esperienza di guerriglia", scritto nella prigione dell'isola di El Frontón tra il 1966 e il 1969 dallo stesso Béjar, quando faceva parte dell'ELN. Nel testo è scritto che: "A causa dell'insufficienza e della mancanza di continuità del lavoro teorico, la sinistra peruviana nel suo complesso non può mostrare un'interpretazione della realtà basata su studi seri [...] Parte di questa zavorra è ciò che abbiamo ricevuto e ciò che ancora ci impedisce di vedere i cambiamenti sociali con completa chiarezza".

Che ne è stato della sinistra peruviana negli ultimi decenni? Perché non è stata in grado di leggere con chiarezza gli ultimi cambiamenti sociali, dalle inaspettate possibilità elettorali di Pedro Castillo a questa insurrezione popolare alle porte di casa? Béjar ci assicura che la struttura sociale del Paese si è radicalmente trasformata negli ultimi tempi. Ma forse i tanti "peruviani in Perù" continuano a determinare le tante sinistre - rurali e urbane, di Lima o di provincia – che abitano il campo popolare. A questi problemi insolubili va aggiunta la presenza di una destra isterica che accusa di essere terrorista o comunista chiunque esprima richieste o anche il minimo disaccordo.

Qual è lo stato attuale del movimento sociale peruviano, indipendentemente da ciò che accade a livello governativo, e come emerge dal breve interregno del governo Castillo?

Il movimento sociale è cresciuto enormemente. In Perù c'è una sinistra politica, che è nell'apparato politico, nel sistema politico, e c'è quella che potremmo chiamare una "sinistra sociale", che non è sinistra in termini di coscienza politica stretta, ma che ha molti attivisti sociali che sentono di appartenere alla sinistra, hanno idee politiche molto articolate e sono persone molto oneste. Nel Perù contemporaneo ce ne sono migliaia. In questo senso, il movimento sociale è cresciuto enormemente. Ma non possiamo santificare questi processi. La corruzione permea tutto in questo Paese, compresi i settori del movimento sociale.

Ma la verità è che il movimento sociale è più forte e più attivo di qualche decennio fa: lo vediamo oggi, nella sua grande capacità di mobilitazione, nella sua capacità di influenzare il governo. Questo movimento non aspetta gli slogan dei partiti politici: è capace di reagire positivamente e spontaneamente.

In una recente intervista lei ha detto che in Perù c'era una sinistra positivista, che pensava in termini di civiltà e barbarie. Allo stesso tempo, si è molto discusso sull'apparente inesistenza di un movimento indigeno, almeno paragonabile a quello di paesi come la Bolivia, l'Ecuador o il Guatemala. Qual è lo stato del dibattito sulla plurinazionalità in Perù? Le sembra una prospettiva possibile e ragionevole per riorganizzare lo Stato? Qual è la situazione del movimento indigeno e contadino-indigeno?

Ci sono affermazioni e slogan sulla plurinazionalità, ma non abbiamo ancora avuto una discussione seria al riguardo. Nel panorama sociale peruviano, piuttosto complesso e variegato, possiamo individuare diverse sfumature e posizioni indigeniste. I più forti e consapevoli del loro indigenismo – o indianismo, a seconda della prospettiva – sono i popoli nativi dell'Amazzonia peruviana, che si riconoscono come comunità con una propria identità. È il caso, ad esempio, degli Ashaninka e degli Aguaruna. Questi e altri popoli parlano circa 200 lingue, alcune delle quali coprono gran parte del territorio nazionale, dall'Amazzonia centrale al Perù meridionale.

L'altro polo forte, con una forte presenza e identità, è quello degli Aymara, nell'altipiano vicino alla Bolivia, su un confine che è solo politico e dove lo scambio culturale è molto forte. La situazione è diversa per i Quechua. Il Perù è stato il centro del colonialismo spagnolo in Sud America. I Quechua furono sottomessi, ma stabilirono una forma di identificazione con il regime coloniale e ebbero i loro capi e curacas per 300 anni. La nota eccezione è stata Tupac Amaru e la sua rivoluzione. Ma questo non è accaduto con il resto delle aristrocrazie, le élite quechua, che sono state piuttosto strumentalizzate dai colonizzatori.

Poi ci sono altre nazionalità, che sono scomparse o sono meno visibili. Il vortice dell'attuale ribellione si trova nel territorio dei Charcas, nella zona di Apurímac, nei dipartimenti centro-meridionali del Perù. Queste persone sono sempre state molto resistenti. Hanno la loro tradizione, anche se non si riconoscono come popolo, ma piuttosto come Apurimenos o Abancaínos e anche come peruviani. Poi abbiamo la gente del nord, di Cajamarca, della terra di Castillo: gente più acculturata, più influenzata dagli spagnoli della Colonia.

La situazione è piuttosto variegata e solleva seriamente la possibilità di costruire uno Stato plurinazionale. Non sappiamo ancora come potrebbe funzionare, né quali nazionalità verrebbero eventualmente riconosciute. Ma c'è una richiesta, accettata anche da alcune élite culturali, di una nuova Costituzione che possa accogliere un paesaggio plurinazionale e multiculturale, sebbene ci sia anche un'opposizione attiva da parte di settori della destra più retriva.

Sembra quindi che la questione indigena e quella contadina siano strettamente legate alla questione regionale e soprattutto all'accentramento politico e amministrativo di Lima, ancora eccessivo in un continente in cui l'accentramento attorno alle città-porto è un fenomeno molto accentuato.

Sì, Lima è assolutamente dominante. Ma Lima è anche provinciale. Sono presenti anche persone provenienti da tutto il Perù.

Infine, come vede il Paese nel suo contesto regionale?

Ho sempre pensato che il modo migliore per combattere sia a livello continentale. Intensificare i legami regionali è molto più facile oggi; la tecnologia ci offre tutti gli strumenti per farlo. È un peccato che non ci siano case editrici latinoamericane come quelle di tanti anni fa. Abbiamo media come Telesur, un esempio molto importante, ma forse possiamo fare di più in termini di comunicazione. Altre forze politiche del continente hanno ottenuto risultati politici molto importanti, che dobbiamo ancora assimilare, mentre altre, come quella del Perù, si distinguono per la loro inefficienza. Bisogna fare tutto il possibile per sottrarre il dibattito alla contingenza politica quotidiana. Dobbiamo avere un dibattito politico più profondo, a lungo termine, più continentale e anche più globale.

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