Ognuno fa l’imperialista aggressivo con quello che ha... Gli Stati Uniti rapiscono il presidente del Venezuela bolivariano e preparano l’invasione di Cuba socialista? E allora l’Italietta meloniana, con il supporto fiacco della UE ormai votata alla guerra, prova a ricattare il Nicaragua sandinista.
Il ministro degli esteri Tajani, mentre si trovava a Madrid per una riunione del PPE, ricordando la figura di Aldo Moro, ha ricordato che il governo del Nicaragua continua a garantire la presenza nel paese ad Alessio Casimirri, condannato in via definitiva, rifiutando di accogliere le richieste di estradizione da parte della giustizia italiana.
Immune al senso del ridicolo, ha persino detto che l’Italia “continua a improntare la propria azione estera al rispetto del diritto internazionale, del dialogo e della tutela dei valori democratici, e resta aperta al confronto con tutti i Paesi, nel rispetto e nella difesa dei principi di giustizia, libertà e legalità”.
Come dimostra del resto ogni giorno ignorando le decisioni della Corte Penale Internazionale – i mandati d’arresto per Netanyahu e Yoav Gallanti, per esempio, così come prima quello per lo scafista libico Almasri – nonché criminalizzando Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. E soprattutto tacendo fermamente sul genocidio di Gaza perché – ipse dixit – “il diritto internazionale vale fino ad un certo punto”...
In fondo, deve essere il ragionamento, perché infastidire un vicino potente e prepotente come Israele quando si può cercare gloria facile provando a bullizzare un piccolo paese centro-americano pretendendo uno scalpo ultrasettantenne?
Tajani ribadisce, cercando di imitare la postura trumpiana, che “l’Italia continuerà a chiedere che Casimirri risponda davanti alla giustizia italiana per i reati di cui è stato riconosciuto colpevole, come è già stato chiesto anche con una risoluzione del Parlamento europeo. L’Italia, nel rispetto della memoria delle vittime del terrorismo e dei principi di giustizia, continuerà a difendere con determinazione questa sua richiesta”.
C’è da dire che questo improvviso “ritorno di memoria” sembra in perfetta continuità con quelli che vengono attivati a proposito degli esuli italiani in Francia, di cui ogni tanto viene richiesta l’estradizione e l’arresto, ormai a 50 anni dai fatti, scontando il fatto che – data l’età – ogni volta il numero dei “reclamati” diminuisce per ragioni fisiologiche. Il prossimo tentativo avrà probabilmente per obiettivo le loro salme...
Fuor di ironia, però, dopo diverse richieste di estradizione, andate a vuoto anche durante il governo di destra di Aleman – eh già, in Nicaragua si vota e una volta i sandinisti hanno persino perso le elezioni e lasciato il governo in altre mani... – l’Italia aveva già provato a sequestrare illegalmente Alessio Casimirri in Nicaragua, inviando a questo scopo una squadra dell’allora servizio segreto per l’estero, il Sismi, sotto la copertura di un gruppo di turisti desiderosi di fare una battuta di pesca subacquea.
Casimirri, infatti, atleta esperto che era anche stato nel giro della nazionale italiana di questo sport, univa questa attività a quella di titolare di una ristorante di Managua in cui erano ospiti fissi i principali dirigenti sandinisti. Del resto Alessio era entrato a far parte del movimento poco tempo dopo il suo arrivo nel paese, mettendo a disposizione le sue competenze e capacità fino a meritarsi la cittadinanza nicaraguense.
L’operazione fallì in perfetto silenzio e la squadra fu obbligata a tornare alla base con le pive nel sacco.
Oggi, sull’onda dell’aggressività imperiale contro i governi progressisti latino-americani, l’Italia torna sul tema per mostrarsi “in sintonia”.
Non sembra che questa volta il risultato sarà migliore.
In risposta al nuovo intervento di Tajani per l’estradizione di Casimirri, il Governo del Nicaragua ha notificato al governo italiano l’intenzione di interrompere le relazioni diplomatiche con l’Italia.
Quando impazzava il lessico di Beppe Grillo si sarebbe detto quasi un vaffa!
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/07/2026
Tajani voleva l’estradizione di Casimirri dal Nicaragua
05/02/2025
Gli USA tagliano i fondi all’USAID. Panico tra i professionisti delle “rivoluzione colorate”
Tra la raffica di ordini esecutivi emessi dal presidente Donald Trump nei primi giorni della sua amministrazione, forse il più importante fino ad oggi è quello intitolato “rivalutare e riallineare l’assistenza estera degli Stati Uniti”.
In base a quest’ordine è stata immediatamente imposta una pausa di 90 giorni a tutta l’assistenza allo sviluppo all’estero degli Stati Uniti in tutto il mondo, ad eccezione, naturalmente, dei maggiori beneficiari degli aiuti statunitensi in Israele ed Egitto. Per ora, l’ordine vieta l’erogazione di fondi federali a qualsiasi “organizzazione non governativa, organizzazione internazionale e appaltatore” incaricato di attuare i programmi di “aiuto” degli Stati Uniti all’estero.
Nel giro di pochi giorni centinaia di “appaltatori interni” dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) sono stati messi in congedo non retribuito o licenziati a titolo definitivo come risultato diretto dell’ordine esecutivo.
Il collaboratore del Washington Post John Hudson ha riferito i funzionari dell’organizzazione definiscono le direttive di Trump sull’“assistenza allo sviluppo estero” un “approccio shock-and-awe”, che li ha lasciati barcollanti, incerti sul loro futuro.
Un membro anonimo dell’USAID gli ha detto che “hanno persino rimosso tutte le fotografie dei programmi di aiuto nei nostri uffici”, come attestano le fotografie che accompagnano l’ordine.
Mentre l’epurazione dell’amministrazione Trump ha provocato onde d’urto tra il corpo di sviluppo internazionale di Washington e i banditi di Washington che si nutrono delle sue reti, l’improvviso taglio dei fondi dell’USAID ha scatenato il panico all’estero.
Dall’America Latina all’Europa dell’Est, gli Stati Uniti hanno investito miliardi di dollari nelle ONG e nei media per spingere per le rivoluzioni colorate e varie operazioni di cambio di regime, il tutto in nome della “promozione della democrazia”.
Ora, mentre l’apparato globale del soft power americano, propagandato dal presidente George H.W. Bush come “mille punti di luce”, si sta chiudendo, i media apparentemente indipendenti, dall’Ucraina al Nicaragua, sono preoccupati per il loro futuro e chiedono donazioni sui loro siti web.
I media e l’opposizione sostenuti dagli Stati Uniti rischiano di scomparire in Ucraina
Dal crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno pompato miliardi di dollari in Ucraina per creare e fomentare un’opposizione ferventemente anti-russa. Come ha osservato l’ex assistente segretario del Dipartimento di Stato per gli affari dell’Europa orientale Victoria Nuland in un incontro sponsorizzato dall’industria petrolifera a Kiev nel 2009, “abbiamo investito 5 miliardi di dollari per aiutare l’Ucraina” a “costruire capacità democratiche e istituzioni” che le consentiranno di “raggiungere l’indipendenza europea”.
Alla vigilia del colpo di stato di Maidan nel 2014, gli Stati Uniti hanno inondato la società civile ucraina di sovvenzioni, dando vita a una rete di media filo-occidentali quasi da un giorno all’altro.
Tra loro c’era Hromadske, un’emittente liberale che spinse per il rovesciamento del presidente Viktor Yanukovych e si espresse a favore della successiva guerra contro i separatisti filo-russi nell’est del paese, anche glorificando i nazisti che combatterono contro l’Armata Rossa sovietica durante la seconda guerra mondiale.
Con l’ordine esecutivo di Trump che ha tagliato i programmi USAID, Hromadske è stato improvvisamente disconnesso dalla sua rete finanziaria. La stessa cosa è successa ai principali media ucraini emersi dopo il colpo di stato di Maidan, tra cui Ukrinform, Internews e un firmatario dell’International Fact-Checking Network guidato da Poynter, chiamato VoxUkraine.
Il Ministero della Cultura e delle Comunicazioni Strategiche e il Servizio del Vice Primo Ministro per l’Integrazione Europea ed Euro-Atlantica, entrambi istituiti per fare propaganda di guerra contro la Russia, sono anche tra i destinatari dei fondi USAID che ora sono affamati di liquidità.
Il presidente ucraino Volodomyr Zelensky si è lamentato su Twitter/X del fatto che “programmi di importanza critica” che dipendono interamente dal “sostegno americano” sono stati ora “sospesi” a seguito dell’ordine esecutivo di Trump.
Zelenski ha promesso che “alcune iniziative chiave” saranno “finanziate con le nostre risorse interne”, mentre ha chiesto che le donazioni dei “partner europei” di Kiev siano “intensificate”.
Data la quasi totale distruzione economica dell’Ucraina da quando è scoppiata la guerra per procura contro la Russia nel febbraio 2022 e la sua totale dipendenza dall’USAID per pagare gli stipendi dei dipendenti statali, non è chiaro come le “risorse interne” del Paese possano essere utilizzate per compensare, per quanto vagamente, il suo improvviso deficit. I media mainstream ucraini stanno già chiedendo ai loro lettori un sostegno finanziario semplicemente per poter continuare a operare.
Secondo l’Istituto di Informazione di Massa di Kiev, finanziato dall’estero, circa il 90% dei media del paese “dipende dai sussidi statunitensi”.
Il treno della salsa Contra 2.0 si è fermato in Nicaragua
Un belato simile è stato emanato dalle organizzazioni finanziate dagli Stati Uniti in Nicaragua, dove dalla rielezione del popolare Fronte Sandinista di sinistra nel 2006, Washington ha pompato decine di milioni di dollari nei media di destra e nei gruppi di opposizione.
Allo stesso tempo, questi membri della quinta colonna finanziati dall’estero diffondono abitualmente disinformazione, incitando alla violenza contro il governo e i suoi sostenitori e influenzando i resoconti dei media occidentali sul paese.
Come riportato da Grayzone, un media dell’opposizione nicaraguense finanziato dall’USAID chiamato “100% Noticias” ha guidato una campagna per incitare alla violenza per tutto il 2018, quando un fallito tentativo di colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti ha lasciato centinaia di morti nel paese.
Mentre l’organo di stampa ha ripetutamente presentato richieste per l’assassinio del presidente Daniel Ortega, il suo editore, Miguel Mora, ha detto a Max Blumenthal di The Grayzone che voleva un intervento militare degli Stati Uniti nel paese per rovesciare il governo eletto. Quando il governo nicaraguense ha finalmente chiuso la stazione e ha perseguito Mora, Washington ha risposto con accuse di repressione e minacce di pesanti sanzioni.
Il 21 gennaio, un media anti-sandinista chiamato Nicaragua Investiga ha avvertito che l’ordine di Trump “minaccia di infliggere un duro colpo” al paese e alla sua crociata anti-Ortega, “che dipende in gran parte dal sostegno finanziario e tecnico fornito da agenzie” come USAID. Questo sostegno, ha dichiarato l’organo di stampa, è stato un “pilastro fondamentale” negli sforzi della destra nicaraguense per minare e deporre il presidente antimperialista.
“Le organizzazioni della società civile che dipendono da questi aiuti sarebbero costrette a ridurre o cessare le loro attività”, ha avvertito Nicaragua Investiga. I media hanno anche lamentato che “regna l’incertezza su come e quando gli aiuti saranno ripristinati, e se le organizzazioni critiche del regime di Daniel Ortega che ancora sopravvivono fuori dal paese saranno in grado di mantenere le loro operazioni”.
Non è un caso che Nicaragua Investiga sia stato tra i media locali che hanno fatto molto affidamento sui sussidi del governo degli Stati Uniti per la loro esistenza.
Gli Stati Uniti si sono rifiutati di balcanizzare i Balcani?
Nei Balcani occidentali, l’USAID, l’autoproclamato fronte della Cia attraverso il National Endowment for Democracy, la Open Society Foundation di George Soros e una panoplìa di Ong e media, si sono infiltrati in ogni sfera immaginabile della vita pubblica. Dopo la guerra civile del 1992-1995, la Bosnia Erzegovina è stata metodicamente trasformata in una colonia de facto dell’UE e degli Stati Uniti, con tutte le funzioni fondamentali dello Stato dirottate da interessi stranieri.
A quel tempo, i media mainstream facevano eco a una certa preoccupazione per il progetto imperiale. Nel 1998, il New York Times avvertì che il dominio degli Stati Uniti in Bosnia “sollevava domande preoccupanti su come lo stato funzionerà senza una continua infusione di aiuti stranieri e una diretta supervisione internazionale”.
Un alto consigliere del governo per gli affari esteri ha espresso preoccupazione per la mancanza di una strategia di uscita degli Stati Uniti dal paese o di un piano per porre fine alla “cultura della dipendenza della Bosnia”. Oggi, almeno 25.600 ONG finanziate dall’Occidente sono attive a Sarajevo.
La pausa dell’“assistenza esterna allo sviluppo” ha messo a rischio di scomparsa permanente innumerevoli posti di lavoro e organizzazioni beneficiarie nei Balcani.
Il 30 gennaio, Balkan Insight – un media che Grayzone ha denunciato come un tentacolo dell’intelligence britannica – ha pubblicato un’indagine illuminante su come la pausa degli aiuti “abbia immediatamente colpito un certo numero di organizzazioni in Bosnia ed Erzegovina, Albania, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia”.
Dal 2020 alla fine del 2024, Washington ha incanalato l’incredibile cifra di 1,7 miliardi di dollari nei Balcani occidentali, “sostenendo le organizzazioni della società civile e le istituzioni statali e progetti che vanno dai diritti umani e dai media all’efficienza energetica”, con quasi nessun beneficio sociale dimostrabile . Ora, “tutti i progetti sono stati fermati... fino alla fine del periodo di valutazione”. Le spese saranno coperte fino al 27 gennaio, “mentre tutto quello che verrà dopo dovrà fermarsi”. Licenziamenti e massicci tagli salariali sono già stati attuati nelle entità beneficiarie.
I lavoratori delle ONG consultati da Balkan Insight hanno espresso preoccupazione per il fatto che il congelamento dei finanziamenti statunitensi non sia temporaneo. Una fonte ha ipotizzato che l’ordine esecutivo potrebbe essere “solo un modo morbido per tagliare questi fondi in modo permanente”.
L’organo di stampa ha osservato che Washington “ha sostenuto migliaia di attività” nella regione e che “il numero preciso di progetti interessati” rimane “sconosciuto”. Quando i giornalisti hanno contattato gli uffici locali dell’USAID per chiedere chiarimenti sui tagli, sono stati reindirizzati in tutti i casi al quartier generale dell’agenzia a Washington.
Il campo base dell’USAID “ha risposto inviando un link al suo comunicato stampa” sulla sospensione dei finanziamenti. “Il presidente Trump ha chiaramente affermato che gli Stati Uniti non distribuiranno più denaro alla cieca senza alcun beneficio per il popolo americano”, ha dichiarato senza mezzi termini. “Rivedere e riallineare l’assistenza estera per conto dei contribuenti che lavorano sodo non è solo la cosa giusta da fare, è un imperativo morale”. Chiaramente, la nuova amministrazione non è minimamente preoccupata che interi settori delle economie locali dei Balcani siano stati effettivamente chiusi.
Anche in Albania, un paese tenacemente filo-americano, con una lobby influente a Washington, 30 progetti sovvenzionati da Washington sono stati sospesi, compresi quelli per finanziare “tribunali, uffici dei pubblici ministeri e ministeri della Difesa, dell’Istruzione e dello Sport e delle Finanze”.
In Macedonia – dove “la maggior parte” dei finanziamenti statunitensi è distribuita attraverso USAID e NED – 72 milioni di dollari stanziati per 22 progetti sono “ora in sospeso”. Anche sei iniziative regionali più ampie sostenute dall’USAID nei Balcani, che includono anche la Macedonia, “del valore di circa 140 milioni di dollari”, sono in fase di stallo. In termini sociali, queste somme sono monumentali.
La Georgia non è nella mente dell’amministrazione Trump
Dall’inizio del 2023, la Repubblica di Georgia è stata teatro di una serie di tentativi di rivoluzione colorata, tutti in risposta alla legge del governo che impone alle oltre 25mila organizzazioni finanziate dall’estero attive nel Paese di rivelare le loro fonti di finanziamento. Le ONG e i gruppi di attivisti sostenuti dall’Occidente sono stati in prima linea in tutti questi tentativi di colpi di stato.
Non sorprende che questo oscuro esercito di soldati che in precedenza erano finanziati dagli Stati Uniti sia furioso per il taglio dell’amministrazione Trump all’“assistenza allo sviluppo estero”.
Invece, il governo georgiano sembra soddisfatto. Il leader parlamentare Mamuka Mdinaradze si è spinto fino a suggerire che la controversa legge sulla trasparenza delle finanze estere “potrebbe non essere più necessaria” dopo l’ordine esecutivo di Trump. Infatti, ora che innumerevoli agenti del caos sponsorizzati dall’estero hanno esaurito i soldi, i contorni della rivoluzione colorata sono chiari a Tbilisi.
Il 30 gennaio, la pubblicazione locale in lingua inglese Georgia Today ha pubblicato un editoriale in cui lamentava che, “mentre il futuro dei loro finanziamenti è in bilico, le organizzazioni umanitarie stanno già licenziando o sospendendo il loro personale” e che “alcuni programmi” a Tbilisi “potrebbero avere difficoltà a ripartire dopo questa chiusura temporanea e molti potrebbero scomparire definitivamente”. Ha proseguito osservando che i finanziamenti dell’USAID “sono stati una pietra miliare dello sviluppo del paese dal 1992, con oltre 1,9 miliardi di dollari di assistenza fornita fino ad oggi”.
Prima della pausa dei finanziamenti, la sola USAID “ha investito in 39 programmi in tutto il paese, per un valore totale di 373 milioni di dollari e un budget annuale superiore a 70 milioni di dollari”. Questi sforzi si sono concentrati in modo schiacciante sulla “promozione delle riforme economiche” e sull’“incoraggiamento degli investimenti del settore privato”, cioè sulla facilitazione del saccheggio e dello sfruttamento finanziario straniero della Georgia.
Sebbene i critici locali dell’orodine esecutivo di Trump abbiano criticato la conseguente perdita dell’ampia influenza del “soft power” di Washington nel Sud del mondo, un tale ritiro non può che giovare notevolmente ai paesi colpiti.
Come osservato in un saggio di LeftEast, le ONG finanziate dall’estero hanno “eroso l'interesse dei cittadini georgiani e la sovranità e la democrazia del paese” per decenni. I suoi autori hanno spiegato: “Gli attivisti in Georgia sanno molto bene cosa ci si aspetta da loro e quali comportamenti vengono puniti e premiati: criticare il governo su Facebook ti farà guadagnare più sovvenzioni che stare nella comunità ad aiutare le persone... I donatori monitorano anche i profili degli attivisti sui social media e ci possono essere conseguenze per la pubblicazione di cose sbagliate”.
Tuttavia, il sollievo potrebbe essere prematuro per le popolazioni che hanno sofferto decenni di “assistenza allo sviluppo all’estero” degli Stati Uniti e i colpi di stato e i disordini che l’hanno accompagnata. La “pausa” negli aiuti statunitensi potrebbe in realtà essere una misura temporanea, o la spesa per il soft power potrebbe essere reindirizzata verso opzioni più difficili con ripercussioni ancora più gravi in tutto il mondo.
Fonte
In base a quest’ordine è stata immediatamente imposta una pausa di 90 giorni a tutta l’assistenza allo sviluppo all’estero degli Stati Uniti in tutto il mondo, ad eccezione, naturalmente, dei maggiori beneficiari degli aiuti statunitensi in Israele ed Egitto. Per ora, l’ordine vieta l’erogazione di fondi federali a qualsiasi “organizzazione non governativa, organizzazione internazionale e appaltatore” incaricato di attuare i programmi di “aiuto” degli Stati Uniti all’estero.
Nel giro di pochi giorni centinaia di “appaltatori interni” dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) sono stati messi in congedo non retribuito o licenziati a titolo definitivo come risultato diretto dell’ordine esecutivo.
Il collaboratore del Washington Post John Hudson ha riferito i funzionari dell’organizzazione definiscono le direttive di Trump sull’“assistenza allo sviluppo estero” un “approccio shock-and-awe”, che li ha lasciati barcollanti, incerti sul loro futuro.
Un membro anonimo dell’USAID gli ha detto che “hanno persino rimosso tutte le fotografie dei programmi di aiuto nei nostri uffici”, come attestano le fotografie che accompagnano l’ordine.
Mentre l’epurazione dell’amministrazione Trump ha provocato onde d’urto tra il corpo di sviluppo internazionale di Washington e i banditi di Washington che si nutrono delle sue reti, l’improvviso taglio dei fondi dell’USAID ha scatenato il panico all’estero.
Dall’America Latina all’Europa dell’Est, gli Stati Uniti hanno investito miliardi di dollari nelle ONG e nei media per spingere per le rivoluzioni colorate e varie operazioni di cambio di regime, il tutto in nome della “promozione della democrazia”.
Ora, mentre l’apparato globale del soft power americano, propagandato dal presidente George H.W. Bush come “mille punti di luce”, si sta chiudendo, i media apparentemente indipendenti, dall’Ucraina al Nicaragua, sono preoccupati per il loro futuro e chiedono donazioni sui loro siti web.
I media e l’opposizione sostenuti dagli Stati Uniti rischiano di scomparire in Ucraina
Dal crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno pompato miliardi di dollari in Ucraina per creare e fomentare un’opposizione ferventemente anti-russa. Come ha osservato l’ex assistente segretario del Dipartimento di Stato per gli affari dell’Europa orientale Victoria Nuland in un incontro sponsorizzato dall’industria petrolifera a Kiev nel 2009, “abbiamo investito 5 miliardi di dollari per aiutare l’Ucraina” a “costruire capacità democratiche e istituzioni” che le consentiranno di “raggiungere l’indipendenza europea”.
Alla vigilia del colpo di stato di Maidan nel 2014, gli Stati Uniti hanno inondato la società civile ucraina di sovvenzioni, dando vita a una rete di media filo-occidentali quasi da un giorno all’altro.
Tra loro c’era Hromadske, un’emittente liberale che spinse per il rovesciamento del presidente Viktor Yanukovych e si espresse a favore della successiva guerra contro i separatisti filo-russi nell’est del paese, anche glorificando i nazisti che combatterono contro l’Armata Rossa sovietica durante la seconda guerra mondiale.
Con l’ordine esecutivo di Trump che ha tagliato i programmi USAID, Hromadske è stato improvvisamente disconnesso dalla sua rete finanziaria. La stessa cosa è successa ai principali media ucraini emersi dopo il colpo di stato di Maidan, tra cui Ukrinform, Internews e un firmatario dell’International Fact-Checking Network guidato da Poynter, chiamato VoxUkraine.
Il Ministero della Cultura e delle Comunicazioni Strategiche e il Servizio del Vice Primo Ministro per l’Integrazione Europea ed Euro-Atlantica, entrambi istituiti per fare propaganda di guerra contro la Russia, sono anche tra i destinatari dei fondi USAID che ora sono affamati di liquidità.
Il presidente ucraino Volodomyr Zelensky si è lamentato su Twitter/X del fatto che “programmi di importanza critica” che dipendono interamente dal “sostegno americano” sono stati ora “sospesi” a seguito dell’ordine esecutivo di Trump.
Zelenski ha promesso che “alcune iniziative chiave” saranno “finanziate con le nostre risorse interne”, mentre ha chiesto che le donazioni dei “partner europei” di Kiev siano “intensificate”.
Data la quasi totale distruzione economica dell’Ucraina da quando è scoppiata la guerra per procura contro la Russia nel febbraio 2022 e la sua totale dipendenza dall’USAID per pagare gli stipendi dei dipendenti statali, non è chiaro come le “risorse interne” del Paese possano essere utilizzate per compensare, per quanto vagamente, il suo improvviso deficit. I media mainstream ucraini stanno già chiedendo ai loro lettori un sostegno finanziario semplicemente per poter continuare a operare.
Secondo l’Istituto di Informazione di Massa di Kiev, finanziato dall’estero, circa il 90% dei media del paese “dipende dai sussidi statunitensi”.
Il treno della salsa Contra 2.0 si è fermato in Nicaragua
Un belato simile è stato emanato dalle organizzazioni finanziate dagli Stati Uniti in Nicaragua, dove dalla rielezione del popolare Fronte Sandinista di sinistra nel 2006, Washington ha pompato decine di milioni di dollari nei media di destra e nei gruppi di opposizione.
Allo stesso tempo, questi membri della quinta colonna finanziati dall’estero diffondono abitualmente disinformazione, incitando alla violenza contro il governo e i suoi sostenitori e influenzando i resoconti dei media occidentali sul paese.
Come riportato da Grayzone, un media dell’opposizione nicaraguense finanziato dall’USAID chiamato “100% Noticias” ha guidato una campagna per incitare alla violenza per tutto il 2018, quando un fallito tentativo di colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti ha lasciato centinaia di morti nel paese.
Mentre l’organo di stampa ha ripetutamente presentato richieste per l’assassinio del presidente Daniel Ortega, il suo editore, Miguel Mora, ha detto a Max Blumenthal di The Grayzone che voleva un intervento militare degli Stati Uniti nel paese per rovesciare il governo eletto. Quando il governo nicaraguense ha finalmente chiuso la stazione e ha perseguito Mora, Washington ha risposto con accuse di repressione e minacce di pesanti sanzioni.
Il 21 gennaio, un media anti-sandinista chiamato Nicaragua Investiga ha avvertito che l’ordine di Trump “minaccia di infliggere un duro colpo” al paese e alla sua crociata anti-Ortega, “che dipende in gran parte dal sostegno finanziario e tecnico fornito da agenzie” come USAID. Questo sostegno, ha dichiarato l’organo di stampa, è stato un “pilastro fondamentale” negli sforzi della destra nicaraguense per minare e deporre il presidente antimperialista.
“Le organizzazioni della società civile che dipendono da questi aiuti sarebbero costrette a ridurre o cessare le loro attività”, ha avvertito Nicaragua Investiga. I media hanno anche lamentato che “regna l’incertezza su come e quando gli aiuti saranno ripristinati, e se le organizzazioni critiche del regime di Daniel Ortega che ancora sopravvivono fuori dal paese saranno in grado di mantenere le loro operazioni”.
Non è un caso che Nicaragua Investiga sia stato tra i media locali che hanno fatto molto affidamento sui sussidi del governo degli Stati Uniti per la loro esistenza.
Gli Stati Uniti si sono rifiutati di balcanizzare i Balcani?
Nei Balcani occidentali, l’USAID, l’autoproclamato fronte della Cia attraverso il National Endowment for Democracy, la Open Society Foundation di George Soros e una panoplìa di Ong e media, si sono infiltrati in ogni sfera immaginabile della vita pubblica. Dopo la guerra civile del 1992-1995, la Bosnia Erzegovina è stata metodicamente trasformata in una colonia de facto dell’UE e degli Stati Uniti, con tutte le funzioni fondamentali dello Stato dirottate da interessi stranieri.
A quel tempo, i media mainstream facevano eco a una certa preoccupazione per il progetto imperiale. Nel 1998, il New York Times avvertì che il dominio degli Stati Uniti in Bosnia “sollevava domande preoccupanti su come lo stato funzionerà senza una continua infusione di aiuti stranieri e una diretta supervisione internazionale”.
Un alto consigliere del governo per gli affari esteri ha espresso preoccupazione per la mancanza di una strategia di uscita degli Stati Uniti dal paese o di un piano per porre fine alla “cultura della dipendenza della Bosnia”. Oggi, almeno 25.600 ONG finanziate dall’Occidente sono attive a Sarajevo.
La pausa dell’“assistenza esterna allo sviluppo” ha messo a rischio di scomparsa permanente innumerevoli posti di lavoro e organizzazioni beneficiarie nei Balcani.
Il 30 gennaio, Balkan Insight – un media che Grayzone ha denunciato come un tentacolo dell’intelligence britannica – ha pubblicato un’indagine illuminante su come la pausa degli aiuti “abbia immediatamente colpito un certo numero di organizzazioni in Bosnia ed Erzegovina, Albania, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia”.
Dal 2020 alla fine del 2024, Washington ha incanalato l’incredibile cifra di 1,7 miliardi di dollari nei Balcani occidentali, “sostenendo le organizzazioni della società civile e le istituzioni statali e progetti che vanno dai diritti umani e dai media all’efficienza energetica”, con quasi nessun beneficio sociale dimostrabile . Ora, “tutti i progetti sono stati fermati... fino alla fine del periodo di valutazione”. Le spese saranno coperte fino al 27 gennaio, “mentre tutto quello che verrà dopo dovrà fermarsi”. Licenziamenti e massicci tagli salariali sono già stati attuati nelle entità beneficiarie.
I lavoratori delle ONG consultati da Balkan Insight hanno espresso preoccupazione per il fatto che il congelamento dei finanziamenti statunitensi non sia temporaneo. Una fonte ha ipotizzato che l’ordine esecutivo potrebbe essere “solo un modo morbido per tagliare questi fondi in modo permanente”.
L’organo di stampa ha osservato che Washington “ha sostenuto migliaia di attività” nella regione e che “il numero preciso di progetti interessati” rimane “sconosciuto”. Quando i giornalisti hanno contattato gli uffici locali dell’USAID per chiedere chiarimenti sui tagli, sono stati reindirizzati in tutti i casi al quartier generale dell’agenzia a Washington.
Il campo base dell’USAID “ha risposto inviando un link al suo comunicato stampa” sulla sospensione dei finanziamenti. “Il presidente Trump ha chiaramente affermato che gli Stati Uniti non distribuiranno più denaro alla cieca senza alcun beneficio per il popolo americano”, ha dichiarato senza mezzi termini. “Rivedere e riallineare l’assistenza estera per conto dei contribuenti che lavorano sodo non è solo la cosa giusta da fare, è un imperativo morale”. Chiaramente, la nuova amministrazione non è minimamente preoccupata che interi settori delle economie locali dei Balcani siano stati effettivamente chiusi.
Anche in Albania, un paese tenacemente filo-americano, con una lobby influente a Washington, 30 progetti sovvenzionati da Washington sono stati sospesi, compresi quelli per finanziare “tribunali, uffici dei pubblici ministeri e ministeri della Difesa, dell’Istruzione e dello Sport e delle Finanze”.
In Macedonia – dove “la maggior parte” dei finanziamenti statunitensi è distribuita attraverso USAID e NED – 72 milioni di dollari stanziati per 22 progetti sono “ora in sospeso”. Anche sei iniziative regionali più ampie sostenute dall’USAID nei Balcani, che includono anche la Macedonia, “del valore di circa 140 milioni di dollari”, sono in fase di stallo. In termini sociali, queste somme sono monumentali.
La Georgia non è nella mente dell’amministrazione Trump
Dall’inizio del 2023, la Repubblica di Georgia è stata teatro di una serie di tentativi di rivoluzione colorata, tutti in risposta alla legge del governo che impone alle oltre 25mila organizzazioni finanziate dall’estero attive nel Paese di rivelare le loro fonti di finanziamento. Le ONG e i gruppi di attivisti sostenuti dall’Occidente sono stati in prima linea in tutti questi tentativi di colpi di stato.
Non sorprende che questo oscuro esercito di soldati che in precedenza erano finanziati dagli Stati Uniti sia furioso per il taglio dell’amministrazione Trump all’“assistenza allo sviluppo estero”.
Invece, il governo georgiano sembra soddisfatto. Il leader parlamentare Mamuka Mdinaradze si è spinto fino a suggerire che la controversa legge sulla trasparenza delle finanze estere “potrebbe non essere più necessaria” dopo l’ordine esecutivo di Trump. Infatti, ora che innumerevoli agenti del caos sponsorizzati dall’estero hanno esaurito i soldi, i contorni della rivoluzione colorata sono chiari a Tbilisi.
Il 30 gennaio, la pubblicazione locale in lingua inglese Georgia Today ha pubblicato un editoriale in cui lamentava che, “mentre il futuro dei loro finanziamenti è in bilico, le organizzazioni umanitarie stanno già licenziando o sospendendo il loro personale” e che “alcuni programmi” a Tbilisi “potrebbero avere difficoltà a ripartire dopo questa chiusura temporanea e molti potrebbero scomparire definitivamente”. Ha proseguito osservando che i finanziamenti dell’USAID “sono stati una pietra miliare dello sviluppo del paese dal 1992, con oltre 1,9 miliardi di dollari di assistenza fornita fino ad oggi”.
Prima della pausa dei finanziamenti, la sola USAID “ha investito in 39 programmi in tutto il paese, per un valore totale di 373 milioni di dollari e un budget annuale superiore a 70 milioni di dollari”. Questi sforzi si sono concentrati in modo schiacciante sulla “promozione delle riforme economiche” e sull’“incoraggiamento degli investimenti del settore privato”, cioè sulla facilitazione del saccheggio e dello sfruttamento finanziario straniero della Georgia.
Sebbene i critici locali dell’orodine esecutivo di Trump abbiano criticato la conseguente perdita dell’ampia influenza del “soft power” di Washington nel Sud del mondo, un tale ritiro non può che giovare notevolmente ai paesi colpiti.
Come osservato in un saggio di LeftEast, le ONG finanziate dall’estero hanno “eroso l'interesse dei cittadini georgiani e la sovranità e la democrazia del paese” per decenni. I suoi autori hanno spiegato: “Gli attivisti in Georgia sanno molto bene cosa ci si aspetta da loro e quali comportamenti vengono puniti e premiati: criticare il governo su Facebook ti farà guadagnare più sovvenzioni che stare nella comunità ad aiutare le persone... I donatori monitorano anche i profili degli attivisti sui social media e ci possono essere conseguenze per la pubblicazione di cose sbagliate”.
Tuttavia, il sollievo potrebbe essere prematuro per le popolazioni che hanno sofferto decenni di “assistenza allo sviluppo all’estero” degli Stati Uniti e i colpi di stato e i disordini che l’hanno accompagnata. La “pausa” negli aiuti statunitensi potrebbe in realtà essere una misura temporanea, o la spesa per il soft power potrebbe essere reindirizzata verso opzioni più difficili con ripercussioni ancora più gravi in tutto il mondo.
Fonte
01/05/2024
La Corte Penale Internazionale è a Gaza per indagare sui crimini di guerra. Panico nel governo israeliano
I procuratori della Corte Penale Internazionale (Cpi) hanno cominciato a interrogare come testimoni il personale dei due maggiori ospedali di Gaza. È quanto hanno riferito due fonti a Reuters, in quella che è la prima conferma che gli inquirenti della Corte hanno parlato con i medici di possibili crimini nella Striscia di Gaza.
Secondo le fonti gli inquirenti della Cpi hanno raccolto testimonianze dal personale che ha lavorato nell’ospedale principale di Gaza, nel nord dell’enclave, Al Shifa, e nell’ospedale principale di Khan Younis, nel sud, Nasser.
Le fonti non hanno voluto fornire ulteriori dettagli, dimostrandosi preoccupate per la sicurezza dei potenziali testimoni.
Il procuratore della Corte penale internazionale Karim Khan ha dichiarato lunedì di essere profondamente preoccupato per le notizie di bombardamenti e potenziali incursioni a terra da parte delle forze israeliane nella città meridionale di Gaza, Rafah. Khan ha postato su X dopo gli attacchi aerei nella città che è l’ultimo rifugio di circa un milione di civili sfollati.
Il procuratore ha dichiarato che il tribunale sta “indagando attivamente su qualsiasi crimine presumibilmente commesso” a Gaza e che “coloro che violano la legge saranno chiamati a risponderne”.
Le parole e le azioni avviate dalla CPI stanno seminando il panico nel vertice di governo israeliano per la paura di essere incriminati per crimini di guerra.
Il ministro degli esteri israeliano Israel Katz ha dato istruzione alle delegazioni diplomatiche all’estero di “prepararsi a una grave ondata di manifestazioni antisemite, antiebraiche e anti-israeliane a livello globale” nel caso che la Corte Penale Internazionale emetta nei prossimi giorni dei mandati d’arresto per il primo ministro Benjamin Netanyahu, il ministro della difesa Yoav Gallant e il capo di stato maggiore Herzi Halevi.
Katz ha esortato la Corte Penale Internazionale a non emettere tali mandati e a respingere le false premesse su cui si baserebbero.
“Se verranno emessi, quei mandati colpiranno i comandanti e i soldati delle Forze di Difesa israeliane impegnati nella difesa del paese e sproneranno ulteriormente l’organizzazione terroristica Hamas e l’asse islamista estremista capeggiato dall’Iran contro il quale stiamo combattendo. Israele – ha proseguito il ministro israeliano – opera nel pieno rispetto di tutte le leggi di guerra, accompagnato da un sistema legale solido e indipendente, e fornisce estesi aiuti umanitari alla popolazione di Gaza in collaborazione con organismi internazionali, nonostante Hamas usi la popolazione civile come scudi umani, aggredisca e complichi la consegna degli aiuti”.
Una dichiarazione, quella del ministro Katz, che contrasta fortemente con i fatti emersi in questi sei mesi di stragi e punizioni collettive contro la popolazione palestinese a Gaza.
Occorre rammentare che la Corte Penale Internazionale ha giurisdizione solo nei paesi che vi aderiscono, e Israele e Stati Uniti non sono tra questi. Vi ha aderito invece l’Autorità Palestinese ed altri 123 paesi. Non hanno aderito neanche Russia e Cina. Altri 32 paesi hanno aderito ma non hanno ancora ratificato il trattato.
È bene infine sottolineare che l’indagine presso la Corte penale internazionale (CPI) – che processa persone accusate di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio – è una indagine parallela ma separata dall’accusa di genocidio avviata contro Israele dal Sudafrica presso la Corte internazionale di giustizia (CIG), anch’essa con sede all’Aia.
Proprio quest’ultima non procederà, per ora, contro la Germania per la vendita di armi a Israele, ma non chiude neanche il caso.
La Corte internazionale di giustizia dell’Aja, ha infatti respinto la richiesta del Nicaragua di ordinare alla Germania di sospendere gli aiuti militari e di altro tipo a Israele. La Corte ha affermato che le condizioni legali per emettere un simile ordine non erano soddisfatte ma ha anche precisato di non aver respinto la richiesta e di volerla approfondire. Il collegio di 16 giudici ha infatti rifiutato di respingere del tutto il caso, in cui il Nicaragua sostiene che la Germania sta permettendo il genocidio a Gaza, il che significa che continuerà ad essere ascoltato in tribunale.
Il Nicaragua con il suo esposto ha cercato di persuadere la Corte Internazionale di Giustizia che le vendite di armi tedesche rendevano la Germania complice del genocidio dei palestinesi (sul quale la Corte deve però ancora pronunciarsi, ndr).
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Secondo le fonti gli inquirenti della Cpi hanno raccolto testimonianze dal personale che ha lavorato nell’ospedale principale di Gaza, nel nord dell’enclave, Al Shifa, e nell’ospedale principale di Khan Younis, nel sud, Nasser.
Le fonti non hanno voluto fornire ulteriori dettagli, dimostrandosi preoccupate per la sicurezza dei potenziali testimoni.
Il procuratore della Corte penale internazionale Karim Khan ha dichiarato lunedì di essere profondamente preoccupato per le notizie di bombardamenti e potenziali incursioni a terra da parte delle forze israeliane nella città meridionale di Gaza, Rafah. Khan ha postato su X dopo gli attacchi aerei nella città che è l’ultimo rifugio di circa un milione di civili sfollati.
Il procuratore ha dichiarato che il tribunale sta “indagando attivamente su qualsiasi crimine presumibilmente commesso” a Gaza e che “coloro che violano la legge saranno chiamati a risponderne”.
Le parole e le azioni avviate dalla CPI stanno seminando il panico nel vertice di governo israeliano per la paura di essere incriminati per crimini di guerra.
Il ministro degli esteri israeliano Israel Katz ha dato istruzione alle delegazioni diplomatiche all’estero di “prepararsi a una grave ondata di manifestazioni antisemite, antiebraiche e anti-israeliane a livello globale” nel caso che la Corte Penale Internazionale emetta nei prossimi giorni dei mandati d’arresto per il primo ministro Benjamin Netanyahu, il ministro della difesa Yoav Gallant e il capo di stato maggiore Herzi Halevi.
Katz ha esortato la Corte Penale Internazionale a non emettere tali mandati e a respingere le false premesse su cui si baserebbero.
“Se verranno emessi, quei mandati colpiranno i comandanti e i soldati delle Forze di Difesa israeliane impegnati nella difesa del paese e sproneranno ulteriormente l’organizzazione terroristica Hamas e l’asse islamista estremista capeggiato dall’Iran contro il quale stiamo combattendo. Israele – ha proseguito il ministro israeliano – opera nel pieno rispetto di tutte le leggi di guerra, accompagnato da un sistema legale solido e indipendente, e fornisce estesi aiuti umanitari alla popolazione di Gaza in collaborazione con organismi internazionali, nonostante Hamas usi la popolazione civile come scudi umani, aggredisca e complichi la consegna degli aiuti”.
Una dichiarazione, quella del ministro Katz, che contrasta fortemente con i fatti emersi in questi sei mesi di stragi e punizioni collettive contro la popolazione palestinese a Gaza.
Occorre rammentare che la Corte Penale Internazionale ha giurisdizione solo nei paesi che vi aderiscono, e Israele e Stati Uniti non sono tra questi. Vi ha aderito invece l’Autorità Palestinese ed altri 123 paesi. Non hanno aderito neanche Russia e Cina. Altri 32 paesi hanno aderito ma non hanno ancora ratificato il trattato.
È bene infine sottolineare che l’indagine presso la Corte penale internazionale (CPI) – che processa persone accusate di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio – è una indagine parallela ma separata dall’accusa di genocidio avviata contro Israele dal Sudafrica presso la Corte internazionale di giustizia (CIG), anch’essa con sede all’Aia.
Proprio quest’ultima non procederà, per ora, contro la Germania per la vendita di armi a Israele, ma non chiude neanche il caso.
La Corte internazionale di giustizia dell’Aja, ha infatti respinto la richiesta del Nicaragua di ordinare alla Germania di sospendere gli aiuti militari e di altro tipo a Israele. La Corte ha affermato che le condizioni legali per emettere un simile ordine non erano soddisfatte ma ha anche precisato di non aver respinto la richiesta e di volerla approfondire. Il collegio di 16 giudici ha infatti rifiutato di respingere del tutto il caso, in cui il Nicaragua sostiene che la Germania sta permettendo il genocidio a Gaza, il che significa che continuerà ad essere ascoltato in tribunale.
Il Nicaragua con il suo esposto ha cercato di persuadere la Corte Internazionale di Giustizia che le vendite di armi tedesche rendevano la Germania complice del genocidio dei palestinesi (sul quale la Corte deve però ancora pronunciarsi, ndr).
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20/07/2023
Celac-UE, l'Ucraina sbatte su Managua
Il vertice di Bruxelles tra Unione Europea e CELAC si è concluso in pompa magna, pur confermando i contrasti tra europei e latinoamericani. Il comunicato finale sottolinea la necessità di porre fine al blocco contro Cuba e di rimuoverla dalla lista dei Paesi che sponsorizzano il terrorismo. Questo è certamente un risultato positivo e da sottolineare, ma si tratta di punti in qualche modo scontati, dato che storicamente l'intera UE ha votato all'ONU a favore della revoca del blocco illegale e unilaterale degli Stati Uniti contro Cuba.
Semmai c’è da evidenziare come, pochi giorni fa, il Parlamento europeo ha nuovamente votato una mozione di condanna molto forte nei confronti di Cuba, ma tre giorni dopo l'UE si è presentata alla CELAC per convincerli della linea politica comune. È perfettamente inutile sostenere che il Parlamento europeo è un'istituzione legislativa con una propria autonomia, poiché l'UE sostiene a livello governativo gli orientamenti di politica estera decisi dal PE. È solo in questa ipocrisia che risiedono l'arroganza europea e l'ingenuità (o in alcuni casi la connivenza) dei Paesi latinoamericani.
Su Kiev, tuttavia, è saltata l'attesa unanimità, poiché il Nicaragua si è rifiutato di firmare un testo che facesse riferimento alla "guerra contro l'Ucraina". La questione ucraina era al centro del disaccordo tra i due blocchi, ma Managua non ha ritenuto opportuno accettare un linguaggio che incolpasse la Russia del conflitto. La mancata firma del Nicaragua significa però che non si può parlare di un documento congiunto, almeno dal punto di vista formale.
La rottura dell'uniformità da parte del Nicaragua è stata benefica, perché non accettando il paragrafo sull'Ucraina, ha ricordato che l'UE è una parte belligerante e non un forum neutrale, essendo direttamente coinvolta con forniture militari, addestramento e sostegno politico, diplomatico e finanziario alle sorti del governo di Kiev.
Il governo sandinista aveva diverse ragioni per scrollarsi di dosso quello che sembrava soprattutto un diluvio di ipocrisia, un'operazione per nascondere la polvere sotto il tappeto. Il tentativo di Bruxelles è stato quello di richiamare all'ordine l'America Latina, che non ha firmato le sanzioni contro Mosca.
Non firmando, oltre a ricordarci come l'assottigliamento delle differenze dietro pressioni e promesse nasconda in sé un rapporto tra colonizzatori e colonizzati, Managua ha anche ricordato a tutti il ruolo attivo di Bruxelles nel golpe del 2014. Altrettanto noto è il ruolo truffaldino di Francia e Germania nel monitoraggio del piano di pace di Minsk, apertamente ammesso sia dalla signora Merkel che dall'ex presidente ucraino Poroshenko e poi da Zelensky.
Va ricordato che l'OSCE era il garante ufficiale, insieme a Russia e Ucraina, del rispetto degli accordi e che Parigi e Berlino, in particolare, dovevano garantire il rispetto da parte di Kiev dell'autonomia delle regioni separatiste. Ma entrambi hanno dichiarato che non c'era alcuna intenzione di far rispettare gli accordi; in nessun momento si è ritenuto necessario monitorare l'autonomia di Donetsk e Lugansk nel Donbass e il riconoscimento della Crimea come Stato indipendente affiliato alla Russia. Il piano è servito solo a far guadagnare tempo a Kiev per armarsi e addestrarsi in vista di un confronto militare con Mosca. L'ingresso nella NATO non è stato un passo immediato, perché è stata la NATO a entrare a Kiev.
In questo senso, Managua rifiutando il proprio consenso ha opposto un sovvertimento alla storia del confronto Kiev-Mosca e questo, dal punto di vista dell'igiene politica, non può che essere apprezzato.
In una valutazione più generale, si può certamente affermare che la CELAC ha poco da guadagnare da un rapporto politico più stretto con l'UE, perché Bruxelles non ha intenzione di aprire un dialogo politico che porti a un'agenda condivisa. L'idea dell'UE è quella di utilizzare l'America Latina per le fonti energetiche e la ricchezza di suolo e sottosuolo di cui ha bisogno per uscire dalla crisi economica e sociale, che è anche una crisi del modello produttivo.
L'interesse dell'UE per il continente latinoamericano è di avere una spina dorsale politica che sostenga il ruolo internazionale di Bruxelles, ma non il contrario (cioè sostenere le ragioni latinoamericane con gli Stati Uniti).
Ritiene che lo spazio aperto dalla crisi della leadership statunitense possa consentire un maggiore inserimento dell'Europa nello scacchiere latinoamericano, che è il sesto fornitore commerciale dell'UE (399 miliardi di dollari di scambi).
Ma al di là della pomposa verbosità del comunicato, le profonde differenze tra le due istituzioni persistono. Le politiche europee contro Russia e Cina non piacciono né sono condivise nel subcontinente americano. Mentre per l'America Latina la Cina è il prestatore di ultima istanza e gli investimenti cinesi, russi e iraniani sono un'importante fonte di sviluppo, per l'UE l'interesse è opposto. Il rifiuto europeo di proseguire con gli accordi con la Cina per aderire alla Nuova Via della Seta e l'embargo e l'interruzione delle relazioni commerciali con la Russia, le difficoltà che incontra in Africa – anche grazie alla penetrazione cinese e russa – costringono quindi la UE a cercare una possibile via d'uscita per riorientare il fabbisogno energetico a livelli compatibili con le esigenze e le finanze del Vecchio Continente.
La CELAC non ha nulla da guadagnare da un'intensificazione dell'alleanza politica e commerciale con l'UE, poiché il Mercosur ha già dimostrato la sua inadeguatezza alle pretese coloniali della Spagna.
Soprattutto, la CELAC non deve commettere l'errore di confondere un'interlocuzione con un riferimento. L'UE non è, né può diventare, un riferimento per un Nuovo Ordine Internazionale basato su una governance condivisa tra tutti i Paesi. L'UE è parte integrante dell'Occidente collettivo, riconosce la leadership di Washington sul mondo e ha costruito la sua linea politica sull'obbedienza assoluta agli Stati Uniti.
Il crollo degli accordi economici e commerciali con la Cina, l'abbattimento delle barriere legali che limitano la sua penetrazione, comprese le partecipazioni in aziende europee, e la rottura totale e definitiva per motivi politici e commerciali, diplomatici e culturali con la Russia e l'Iran, trasformano l'UE in un'appendice territoriale degli Stati Uniti, garante dei loro interessi in Europa e nel Mediterraneo.
Un esempio di come Bruxelles intenda trattare con l'America Latina è stato reso evidente dalla questione delle isole Falkland. Per la prima volta, sottolineano gli osservatori interessati, l'UE appoggia le rivendicazioni dell'Argentina sulle Falkland. Bene, certo, ma si deve sottolineare che è la prima volta che c'è un incontro tra l'America Latina e l'UE dopo l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione. Non per niente, fino a tre anni fa, l'UE chiamava "Falkland" le Malvinas.
Inoltre, per chiarire la strumentalità di una posizione che non avrà alcun riflesso concreto nella disputa, il vero obiettivo di Bruxelles nei confronti di Buenos Aires emerge con la richiesta dell'UE all'Argentina di ritirare la domanda di adesione ai BRICS, perché "non sarebbe un buon segnale". È chiaro, quindi, come l'interesse dell'UE sia quello di opporsi alla crescita di organizzazioni che propongono un diverso ordine mondiale, nel tentativo di tenere fermo un modello guidato dagli anglosassoni ormai definitivamente in crisi.
Per l'America Latina appare superfluo parlare di multilateralismo con un'organizzazione internazionale impegnata nell'unipolarismo. E per chi esulta, va ricordato che confondere uno scambio di opinioni con un percorso condiviso è un errore politico da matita rossa.
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Semmai c’è da evidenziare come, pochi giorni fa, il Parlamento europeo ha nuovamente votato una mozione di condanna molto forte nei confronti di Cuba, ma tre giorni dopo l'UE si è presentata alla CELAC per convincerli della linea politica comune. È perfettamente inutile sostenere che il Parlamento europeo è un'istituzione legislativa con una propria autonomia, poiché l'UE sostiene a livello governativo gli orientamenti di politica estera decisi dal PE. È solo in questa ipocrisia che risiedono l'arroganza europea e l'ingenuità (o in alcuni casi la connivenza) dei Paesi latinoamericani.
Su Kiev, tuttavia, è saltata l'attesa unanimità, poiché il Nicaragua si è rifiutato di firmare un testo che facesse riferimento alla "guerra contro l'Ucraina". La questione ucraina era al centro del disaccordo tra i due blocchi, ma Managua non ha ritenuto opportuno accettare un linguaggio che incolpasse la Russia del conflitto. La mancata firma del Nicaragua significa però che non si può parlare di un documento congiunto, almeno dal punto di vista formale.
La rottura dell'uniformità da parte del Nicaragua è stata benefica, perché non accettando il paragrafo sull'Ucraina, ha ricordato che l'UE è una parte belligerante e non un forum neutrale, essendo direttamente coinvolta con forniture militari, addestramento e sostegno politico, diplomatico e finanziario alle sorti del governo di Kiev.
Il governo sandinista aveva diverse ragioni per scrollarsi di dosso quello che sembrava soprattutto un diluvio di ipocrisia, un'operazione per nascondere la polvere sotto il tappeto. Il tentativo di Bruxelles è stato quello di richiamare all'ordine l'America Latina, che non ha firmato le sanzioni contro Mosca.
Non firmando, oltre a ricordarci come l'assottigliamento delle differenze dietro pressioni e promesse nasconda in sé un rapporto tra colonizzatori e colonizzati, Managua ha anche ricordato a tutti il ruolo attivo di Bruxelles nel golpe del 2014. Altrettanto noto è il ruolo truffaldino di Francia e Germania nel monitoraggio del piano di pace di Minsk, apertamente ammesso sia dalla signora Merkel che dall'ex presidente ucraino Poroshenko e poi da Zelensky.
Va ricordato che l'OSCE era il garante ufficiale, insieme a Russia e Ucraina, del rispetto degli accordi e che Parigi e Berlino, in particolare, dovevano garantire il rispetto da parte di Kiev dell'autonomia delle regioni separatiste. Ma entrambi hanno dichiarato che non c'era alcuna intenzione di far rispettare gli accordi; in nessun momento si è ritenuto necessario monitorare l'autonomia di Donetsk e Lugansk nel Donbass e il riconoscimento della Crimea come Stato indipendente affiliato alla Russia. Il piano è servito solo a far guadagnare tempo a Kiev per armarsi e addestrarsi in vista di un confronto militare con Mosca. L'ingresso nella NATO non è stato un passo immediato, perché è stata la NATO a entrare a Kiev.
In questo senso, Managua rifiutando il proprio consenso ha opposto un sovvertimento alla storia del confronto Kiev-Mosca e questo, dal punto di vista dell'igiene politica, non può che essere apprezzato.
In una valutazione più generale, si può certamente affermare che la CELAC ha poco da guadagnare da un rapporto politico più stretto con l'UE, perché Bruxelles non ha intenzione di aprire un dialogo politico che porti a un'agenda condivisa. L'idea dell'UE è quella di utilizzare l'America Latina per le fonti energetiche e la ricchezza di suolo e sottosuolo di cui ha bisogno per uscire dalla crisi economica e sociale, che è anche una crisi del modello produttivo.
L'interesse dell'UE per il continente latinoamericano è di avere una spina dorsale politica che sostenga il ruolo internazionale di Bruxelles, ma non il contrario (cioè sostenere le ragioni latinoamericane con gli Stati Uniti).
Ritiene che lo spazio aperto dalla crisi della leadership statunitense possa consentire un maggiore inserimento dell'Europa nello scacchiere latinoamericano, che è il sesto fornitore commerciale dell'UE (399 miliardi di dollari di scambi).
Ma al di là della pomposa verbosità del comunicato, le profonde differenze tra le due istituzioni persistono. Le politiche europee contro Russia e Cina non piacciono né sono condivise nel subcontinente americano. Mentre per l'America Latina la Cina è il prestatore di ultima istanza e gli investimenti cinesi, russi e iraniani sono un'importante fonte di sviluppo, per l'UE l'interesse è opposto. Il rifiuto europeo di proseguire con gli accordi con la Cina per aderire alla Nuova Via della Seta e l'embargo e l'interruzione delle relazioni commerciali con la Russia, le difficoltà che incontra in Africa – anche grazie alla penetrazione cinese e russa – costringono quindi la UE a cercare una possibile via d'uscita per riorientare il fabbisogno energetico a livelli compatibili con le esigenze e le finanze del Vecchio Continente.
La CELAC non ha nulla da guadagnare da un'intensificazione dell'alleanza politica e commerciale con l'UE, poiché il Mercosur ha già dimostrato la sua inadeguatezza alle pretese coloniali della Spagna.
Soprattutto, la CELAC non deve commettere l'errore di confondere un'interlocuzione con un riferimento. L'UE non è, né può diventare, un riferimento per un Nuovo Ordine Internazionale basato su una governance condivisa tra tutti i Paesi. L'UE è parte integrante dell'Occidente collettivo, riconosce la leadership di Washington sul mondo e ha costruito la sua linea politica sull'obbedienza assoluta agli Stati Uniti.
Il crollo degli accordi economici e commerciali con la Cina, l'abbattimento delle barriere legali che limitano la sua penetrazione, comprese le partecipazioni in aziende europee, e la rottura totale e definitiva per motivi politici e commerciali, diplomatici e culturali con la Russia e l'Iran, trasformano l'UE in un'appendice territoriale degli Stati Uniti, garante dei loro interessi in Europa e nel Mediterraneo.
Un esempio di come Bruxelles intenda trattare con l'America Latina è stato reso evidente dalla questione delle isole Falkland. Per la prima volta, sottolineano gli osservatori interessati, l'UE appoggia le rivendicazioni dell'Argentina sulle Falkland. Bene, certo, ma si deve sottolineare che è la prima volta che c'è un incontro tra l'America Latina e l'UE dopo l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione. Non per niente, fino a tre anni fa, l'UE chiamava "Falkland" le Malvinas.
Inoltre, per chiarire la strumentalità di una posizione che non avrà alcun riflesso concreto nella disputa, il vero obiettivo di Bruxelles nei confronti di Buenos Aires emerge con la richiesta dell'UE all'Argentina di ritirare la domanda di adesione ai BRICS, perché "non sarebbe un buon segnale". È chiaro, quindi, come l'interesse dell'UE sia quello di opporsi alla crescita di organizzazioni che propongono un diverso ordine mondiale, nel tentativo di tenere fermo un modello guidato dagli anglosassoni ormai definitivamente in crisi.
Per l'America Latina appare superfluo parlare di multilateralismo con un'organizzazione internazionale impegnata nell'unipolarismo. E per chi esulta, va ricordato che confondere uno scambio di opinioni con un percorso condiviso è un errore politico da matita rossa.
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29/04/2023
Nicaragua - Incontri bilaterali con Russia e Cina
Le visite a Managua del ministro degli Esteri Russo e del presidente dell'Agenzia cinese per la cooperazione internazionale allo sviluppo, Luo Zhaohuii, hanno riproposto con forza il Nicaragua al centro dello scacchiere politico e strategico della regione centroamericana e ne hanno proiettato il ruolo politico sullo scacchiere internazionale più ampio.
Ci sono l’ambito economico-commerciale e l’ambito politico. Nel primo si registra come ambedue i paesi hanno siglato con Managua nuovi ed importanti accordi commerciali. Sottolineano anche dal punto di vista economico il prossimo cammino del governo nicaraguense che rafforza le prospettive a breve e medio termine dello sviluppo economico nazionale.
Gli accordi commerciali con Russia e Cina mettono in mostra la dinamicità dell’economia nicaraguense: edilizia, energia, esportazioni e importazioni di grano, unità di trasporto, fertilizzanti, pesca, prodotti farmaceutici, energia atomica per scopi pacifici, difesa e turismo, sottolineano il rafforzamento della già storica cooperazione con Mosca che sin dagli anni ’80 ha ritenuto il Nicaragua meritevole di sostegno politico, economico e militare.
I protagonisti sottolineano una idea “politica” della cooperazione e dell’import/export condivisa. Ovvero che non vi sono limiti alle relazioni commerciali tra paesi che basano il loro agire sul principio del rispetto e riconoscimento di valore reciproco; che la base fondamentale della relazione economico-commerciale deve essere il rispondere alle reciproche esigenze; che le modalità sulle quali agisce la cooperazione – anche quando propone linee di credito – non prevedono in nessun caso l’ingerenza nella conduzione delle politiche economiche di nessuno.
La relazione commerciale tra Managua e Pechino verrà prossimamente sistematizzata nell’accordo di TCL, ormai prossimo alla gestazione. L’accordo coronerebbe l’entrata dalla porta principale del Nicaragua nel progetto planetario della Belt and Road Initiative, considerato il più grande progetto infrastrutturale internazionale mai concepito.
Si fa dunque ogni giorno più importante il peso di Pechino nell’economia nicaraguense, così come il sostegno politico che Zhaohuii non ha mancato di esporre, dichiarando che “la Cina sostiene fermamente qualsiasi sforzo intrapreso dal governo nicaraguense per salvaguardare l'integrità territoriale e la sovranità".
C’è poi il progetto di candidatura del Nicaragua all’ingresso nei BRICS che è visto con favore dai due giganti euroasiatici. Sul piano strategico, l’ingresso del Nicaragua sarebbe un risultato straordinario e si affiancherebbe a quella di Argentina, Iran e Algeria (che hanno formalizzato la richiesta di adesione) e Arabia Saudita, Egitto, Senegal, Nigeria, Turchia, Indonesia e altri ancora.
Il Nicaragua entrerebbe in un contesto internazionale di grandi prospettive sia economiche che politiche. I BRICS sono oggi l’affermazione del nuovo mondo che spodesta il vecchio, di un movimento che ritiene lo sviluppo economico l’unico antidoto all’esclusione di intere aree del pianeta dall’economia globale, mentre Stati Uniti e Unione Europea ritengono il pianeta una loro estesa colonia.
Il Nicaragua che verrà
Nell’aggregarsi ai BRICS+ Managua intreccia crescita economica e indipendenza strategica: il consolidamento delle intese commerciali, oltre ad avere il pregio di differenziare il portafoglio clienti delle esportazioni nicaraguensi, mettendolo così in grado di affrontare le sempre possibili oscillazioni della domanda, pone in una posizione di scarsa rilevanza restrizioni commerciali e nuove sanzioni degli Stati Uniti e dal suo ventriloquo coloniale, l’Unione Europea.
In un altro ambito, l’adesione al progetto di Belt and Road Initiative e all’organizzazione dei BRICS apre un capitolo decisamente inedito per il Paese centroamericano. Il Nicaragua, forte dell’appartenenza a consorzi di spessore planetario assume su di sé una proiezione completamente diversa da quella tenuta fino al 2006. Pur mantenendo e rafforzando il suo modello produttivo fondato sulle PMI e sull’economia familiare, che garantiscono l’orizzontalità della crescita economica, vede una sostanziale modifica della sua dimensione politica e finanziaria che si riflette tanto nell’ambito regionale come in quello internazionale. Si candida ad un ruolo di primissimo piano nell’equilibrio regionale e di grande rilievo nel complesso continentale.
Ma l’aspetto politico che copre e a sua volta sottintende la firma degli accordi è che il Nicaragua si inserisce in un contesto internazionale che permette a Managua una relazione diversa con i paesi vicini, con il Cono Sud e con gli stessi Stati Uniti. Il processo di riequilibrio internazionale è in corso e il Nicaragua vi partecipa con tutti gli strumenti a disposizione e forte di una credibilità politica acquisita nel corso degli ultimi 16 anni.
Se infatti i due giganti firmano accordi di partenariato politico ed economico, scientifico e di cooperazione, è perché il Nicaragua ha dimostrato di raggiungere gradi di efficienza economica e sociale sconosciuti nel continente e perché il profilo politico del Nicaragua è andato consolidandosi anche a partire dalla risposta contundente data ai tentativi di destabilizzazione dall’esterno e dall’interno del Paese, ribadendo con il consenso e con la forza la sovranità del suo sistema politico e istituzionale.
Le politiche economico-sociali e la dimensione istituzionale sono state l’asse di rispetto del dettato costituzionale, che risalta l’indipendenza e la sovranità nazionale del Nicaragua e l’impermeabilità a percorsi di annessionismo al gigante del Nord come auspicati dal latifondo nazionale e dalle gerarchie ecclesiali.
La stessa politica estera di Managua è apprezzata nei paesi dove non vige il comando statunitense e le relazioni internazionali con Paesi avversari di Washington è stata di esempio per altri paesi per rompere l’equilibrio precedente nel quale l’America latina agiva secondo il Washington Consensus. Anche per questa dimensione politica che travalica i suoi confini, il Nicaragua è oggetto delle mire statunitensi e Managua, che pure riconosce il ruolo degli USA nel continente, ritiene di dover costruire le sue relazioni internazionali con chiunque ha interesse a dialogare di pace e cooperazione. Nessun veto, nessun blocco statunitense verso la presenza di paesi terzi nel continente è accettabile, il governo nicaraguense intesta le sue scelte agli interessi strategici del Nicaragua e non a quelli degli USA.
Questa posizione, eredità storica del Sandinismo, è avversata dai nemici e apprezzata internazionalmente dagli amici. Non a caso Lavrov ha spiegato come Mosca "apprezzi molto il sostegno di Managua nella promozione delle relazioni con le organizzazioni di integrazione latinoamericane, in particolare CELAC e SICA. Tutto questo aiuta l'America Latina a diventare, meritatamente, un centro efficace e influente dell'emergente ordine mondiale multipolare", ha dichiarato il Ministro degli Esteri russo.
Le parole di Lavrov contengono tra le righe una investitura, testimoniano come questi 16 anni di governo sotto la guida del Comandante Daniel Ortega e della Vicepresidente Rosario Murillo, forniscano internazionalmente una idea del Nicaragua come paese affidabile. Senza questo riconoscimento di valore non vi sarebbero sforzi e disponibilità da parte di Paesi che non esitano a schierarsi per difendere Managua in ogni foro.
Il Nicaragua dimostra di essere un paese piccolo geograficamente ma grande politicamente. Non sbanda ad ogni curva dello scontro politico, non cede a pressioni, non insegue favori, non si inginocchia di fronte a nessuno. Si chiama Sandinismo, né più né meno.
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Ci sono l’ambito economico-commerciale e l’ambito politico. Nel primo si registra come ambedue i paesi hanno siglato con Managua nuovi ed importanti accordi commerciali. Sottolineano anche dal punto di vista economico il prossimo cammino del governo nicaraguense che rafforza le prospettive a breve e medio termine dello sviluppo economico nazionale.
Gli accordi commerciali con Russia e Cina mettono in mostra la dinamicità dell’economia nicaraguense: edilizia, energia, esportazioni e importazioni di grano, unità di trasporto, fertilizzanti, pesca, prodotti farmaceutici, energia atomica per scopi pacifici, difesa e turismo, sottolineano il rafforzamento della già storica cooperazione con Mosca che sin dagli anni ’80 ha ritenuto il Nicaragua meritevole di sostegno politico, economico e militare.
I protagonisti sottolineano una idea “politica” della cooperazione e dell’import/export condivisa. Ovvero che non vi sono limiti alle relazioni commerciali tra paesi che basano il loro agire sul principio del rispetto e riconoscimento di valore reciproco; che la base fondamentale della relazione economico-commerciale deve essere il rispondere alle reciproche esigenze; che le modalità sulle quali agisce la cooperazione – anche quando propone linee di credito – non prevedono in nessun caso l’ingerenza nella conduzione delle politiche economiche di nessuno.
La relazione commerciale tra Managua e Pechino verrà prossimamente sistematizzata nell’accordo di TCL, ormai prossimo alla gestazione. L’accordo coronerebbe l’entrata dalla porta principale del Nicaragua nel progetto planetario della Belt and Road Initiative, considerato il più grande progetto infrastrutturale internazionale mai concepito.
Si fa dunque ogni giorno più importante il peso di Pechino nell’economia nicaraguense, così come il sostegno politico che Zhaohuii non ha mancato di esporre, dichiarando che “la Cina sostiene fermamente qualsiasi sforzo intrapreso dal governo nicaraguense per salvaguardare l'integrità territoriale e la sovranità".
C’è poi il progetto di candidatura del Nicaragua all’ingresso nei BRICS che è visto con favore dai due giganti euroasiatici. Sul piano strategico, l’ingresso del Nicaragua sarebbe un risultato straordinario e si affiancherebbe a quella di Argentina, Iran e Algeria (che hanno formalizzato la richiesta di adesione) e Arabia Saudita, Egitto, Senegal, Nigeria, Turchia, Indonesia e altri ancora.
Il Nicaragua entrerebbe in un contesto internazionale di grandi prospettive sia economiche che politiche. I BRICS sono oggi l’affermazione del nuovo mondo che spodesta il vecchio, di un movimento che ritiene lo sviluppo economico l’unico antidoto all’esclusione di intere aree del pianeta dall’economia globale, mentre Stati Uniti e Unione Europea ritengono il pianeta una loro estesa colonia.
Il Nicaragua che verrà
Nell’aggregarsi ai BRICS+ Managua intreccia crescita economica e indipendenza strategica: il consolidamento delle intese commerciali, oltre ad avere il pregio di differenziare il portafoglio clienti delle esportazioni nicaraguensi, mettendolo così in grado di affrontare le sempre possibili oscillazioni della domanda, pone in una posizione di scarsa rilevanza restrizioni commerciali e nuove sanzioni degli Stati Uniti e dal suo ventriloquo coloniale, l’Unione Europea.
In un altro ambito, l’adesione al progetto di Belt and Road Initiative e all’organizzazione dei BRICS apre un capitolo decisamente inedito per il Paese centroamericano. Il Nicaragua, forte dell’appartenenza a consorzi di spessore planetario assume su di sé una proiezione completamente diversa da quella tenuta fino al 2006. Pur mantenendo e rafforzando il suo modello produttivo fondato sulle PMI e sull’economia familiare, che garantiscono l’orizzontalità della crescita economica, vede una sostanziale modifica della sua dimensione politica e finanziaria che si riflette tanto nell’ambito regionale come in quello internazionale. Si candida ad un ruolo di primissimo piano nell’equilibrio regionale e di grande rilievo nel complesso continentale.
Ma l’aspetto politico che copre e a sua volta sottintende la firma degli accordi è che il Nicaragua si inserisce in un contesto internazionale che permette a Managua una relazione diversa con i paesi vicini, con il Cono Sud e con gli stessi Stati Uniti. Il processo di riequilibrio internazionale è in corso e il Nicaragua vi partecipa con tutti gli strumenti a disposizione e forte di una credibilità politica acquisita nel corso degli ultimi 16 anni.
Se infatti i due giganti firmano accordi di partenariato politico ed economico, scientifico e di cooperazione, è perché il Nicaragua ha dimostrato di raggiungere gradi di efficienza economica e sociale sconosciuti nel continente e perché il profilo politico del Nicaragua è andato consolidandosi anche a partire dalla risposta contundente data ai tentativi di destabilizzazione dall’esterno e dall’interno del Paese, ribadendo con il consenso e con la forza la sovranità del suo sistema politico e istituzionale.
Le politiche economico-sociali e la dimensione istituzionale sono state l’asse di rispetto del dettato costituzionale, che risalta l’indipendenza e la sovranità nazionale del Nicaragua e l’impermeabilità a percorsi di annessionismo al gigante del Nord come auspicati dal latifondo nazionale e dalle gerarchie ecclesiali.
La stessa politica estera di Managua è apprezzata nei paesi dove non vige il comando statunitense e le relazioni internazionali con Paesi avversari di Washington è stata di esempio per altri paesi per rompere l’equilibrio precedente nel quale l’America latina agiva secondo il Washington Consensus. Anche per questa dimensione politica che travalica i suoi confini, il Nicaragua è oggetto delle mire statunitensi e Managua, che pure riconosce il ruolo degli USA nel continente, ritiene di dover costruire le sue relazioni internazionali con chiunque ha interesse a dialogare di pace e cooperazione. Nessun veto, nessun blocco statunitense verso la presenza di paesi terzi nel continente è accettabile, il governo nicaraguense intesta le sue scelte agli interessi strategici del Nicaragua e non a quelli degli USA.
Questa posizione, eredità storica del Sandinismo, è avversata dai nemici e apprezzata internazionalmente dagli amici. Non a caso Lavrov ha spiegato come Mosca "apprezzi molto il sostegno di Managua nella promozione delle relazioni con le organizzazioni di integrazione latinoamericane, in particolare CELAC e SICA. Tutto questo aiuta l'America Latina a diventare, meritatamente, un centro efficace e influente dell'emergente ordine mondiale multipolare", ha dichiarato il Ministro degli Esteri russo.
Le parole di Lavrov contengono tra le righe una investitura, testimoniano come questi 16 anni di governo sotto la guida del Comandante Daniel Ortega e della Vicepresidente Rosario Murillo, forniscano internazionalmente una idea del Nicaragua come paese affidabile. Senza questo riconoscimento di valore non vi sarebbero sforzi e disponibilità da parte di Paesi che non esitano a schierarsi per difendere Managua in ogni foro.
Il Nicaragua dimostra di essere un paese piccolo geograficamente ma grande politicamente. Non sbanda ad ogni curva dello scontro politico, non cede a pressioni, non insegue favori, non si inginocchia di fronte a nessuno. Si chiama Sandinismo, né più né meno.
Fonte
21/07/2022
Le 43 primavere del Nicaragua
Ogni compleanno che si rispetti ha parole e musiche a celebrarlo e i compleanni del Sandinismo non fanno eccezione. La canzone che si ascolta per le strade del Nicaragua è canzone romantica. I diritti d’autore sono del FSLN, uno dei partiti meglio organizzati del continente. Parole e musica sono l’epopea del sandinismo e i suoi interpreti. Una festa collettiva, un debordare di volti, suoni, colori e sorrisi. Tutto si mescola sul cielo che, come una cappa, ci ricorda che siamo ai Tropici dove il marxismo tropicale governa anche con l’allegria.
Si festeggia il quarantatreesimo anniversario della Rivoluzione Popolare Sandinista, che sconfisse la tirannia locale e l’impero coloniale e mise i colori rosso e neri al vertice della piramide cromatica. Vide la fine di una delle più feroci dittature della storia del continente latinoamericano ad opera di muchachos. Sì, ragazzi che si fecero adulti sotto il fuoco, che seppero sconfiggere uno degli eserciti a maggior efficienza militare e tasso criminale del Centroamerica. Succedeva 43 anni fa e per sempre.
Si è festeggiato con manifestazioni in lungo e largo del Paese, con l’atto centrale a Managua. Una cerimonia alla quale hanno partecipato invitati da tutto il mondo; elegante, sobria, ma non priva di passione. Del resto come potrebbe? Dal Gennaio del 2007, quando il Comandante Daniel Ortega tornò ad indossare la fascia presidenziale, riportando il sandinismo al luogo che la storia e il sangue dei nicaraguensi gli hanno assegnato, la Rivoluzione ha iniziato la sua terza tappa, la più solida, la più generosa.
La Rivoluzione ha tre tappe: la prima fu quella della guerriglia vittoriosa. Poi venne la decade della prova di governo, immediatamente fatta segno ad una guerra voluta, finanziata e diretta dagli Stati Uniti. Il decennio rivoluzionario terminò con una sconfitta elettorale, mai militare. Vi fu senso di responsabilità, rispetto dei patti istituzionali: fu la certificazione del Sandinismo come generatore di democrazia nel senso ateniese del termine, non in quello statunitense.
Seguirono sedici anni di buio, fatti di povertà estrema, di fame, ignoranza e malattie. Il liberismo si abbattè sulla popolazione per arricchire a dismisura alcuni al prezzo della fame di tutti. I sudditi di Washington si lanciarono contro le conquiste del decennio rosso e nero con la voracità dei lupi e il Sandinismo si impegnò ad impedire che le conquiste raggiunte in dieci anni di rivoluzione non venissero cancellate.
L’oligarchia impose ai suoi figli nelle fila del FSLN di tornare agli interessi delle famiglie, ma l’operazione di distruzione dall’interno fallì miseramente. Il Sandinismo, ormai orfano dei traditori e saldamente nelle mani di Daniel Ortega e Tomas Borge, alzò i muri, difese il difendibile e resistette il necessario. Avrebbe potuto in ogni momento abbattere con la forza i governi liberali che offrivano spettacoli immondi, ma scelse di restare nel solco del Nicaragua nato il 19 Luglio del 1979 e volle riprendersi il controllo del Paese nelle strade e il governo nelle urne.
Successe nel Novembre del 2006 e gli orologi ritornarono a scandire l’ora legale. Il Nicaragua cominciò i suoi primi passi verso quella che, quindici anni dopo, appare la più grande e profonda modernizzazione di un Paese mai nemmeno immaginata in questa parte del mondo. Risultati economici e sociali straordinari, una crescita costante verticale e orizzontale che ha scandito con regolarità la messa in sicurezza del Paese, la sua affidabilità, all’interno come all’esterno.
La sconfitta dell’odio
Si è celebrata la tappa 43 di una corsa ormai longeva, perché 43 anni di Rivoluzione non sono mica pochi e non sono stati facili. A maggior ragione se li si è vissuti obbligati a difendere quanto conquistato perché il nemico – quello potente fuori e quello padronale dentro – non ha mai rinunciato all’idea di riprendersi il Paese sottraendolo ai suoi abitanti, di risedersi a tavola per spolparlo come consuetudine Ma non ci è riuscito, nonostante i dollari, il terrore, le bugie e l’odio diffusi a piene mani nel 2018. Di fronte all’orrore il sandinismo si fece interprete di un livello alto della mediazione politica accettando il dialogo con il golpismo, sedendosi allo stesso tavolo con la sua cupola, quella di chi parlava da mediatore mentre sotto la tonaca si muoveva da ispiratore.
Il Sandinismo seppe aspettare, la logica delle armi non era la prima scelta. Il suo Comandante di sempre e per sempre fu capace di mostrare pazienza e impose vigilanza e disciplina, diede al dialogo un tempo esteso per non gettare il Paese nel caos e nella violenza prima di aver tentato ogni strada per la rappacificazione. Poi, una volta che si dimostrò che era in corso un tentativo di colpo di stato, frutto di complotto internazionale eterodiretto ed etero-finanziato, con la partecipazione di ambasciate, chiesa, Ong, e media al servizio dell’oligarchia, decise che il tempo delle parole era finito, tornava quello della legalità.
Di fronte all’orrore per l’orrore, che avrebbe voluto rintanare la storia del sandinismo in un angolo, come se esso non fosse in grado di governare senza spargere il sangue, arrivò il tempo di ricordare a tutti, in particolare a nemici e falsi amici, che una Rivoluzione possiede ragioni e forza. Che il monopolio della forza appartiene a chi sa come, quanto e quando usarla. Così, dopo due messi di falso dialogo e autentico golpismo, il Comandante del Sandinismo decise di dare l’ordine di pulire: pur misurando la forza si doveva procedere, andare a stanare gli assassini degli indifesi, i vandali e i torturatori degli innocenti. Dimostrare come non sia possibile rovesciare con la forza il Sandinismo era l’obiettivo e si reiterò nei fatti l’appartenere al sandinismo dell’unico progetto nazionale viabile e credibile per il progresso del Paese.
Questo 43esimo anniversario
C’è una parola ricorrente nella storia dell’indipendentismo americano del quale il Sandinismo è figlio legittimo: sovranità. È parola roboante, ha insita nelle sue lettere la sfida e la sfacciataggine di pensare e desiderare di rivoltare l’ordine imperiale, per questo affascina e seduce. In Nicaragua ha trovato applicazione concreta. La sovranità, nella epopea del Sandinismo, è un filo rosso e nero che lega tutti questi 43 anni. È un vestito che sta bene con tutte le fasi della sua vicenda politica e umana, che in parti uguali concorrono a raccontarne la storia.
Dal 1979 la sovranità è la bussola del Nicaragua. Per l’autonomia totale del Paese, la sua politica estera e interna fondate sull’interesse nazionale e non devote agli interessi stranieri. Per lo sguardo ai meno favoriti e non ai privilegiati, assetto prestabilito per la postura che il Paese assume di fronte alle sfide che lo riguardano. E quando attraverso le politiche socioeconomiche del Paese, in coerenza col suo modello di sviluppo equitativo e sostenibile, la sovranità scende dal verbo alla terra, allora emerge con più nettezza la dimensione di sovranità che la Rivoluzione Sandinista porta con sé.
Sovranità è prima di ogni altra cosa autosufficienza alimentare. Sovranità è per forza di cose autosufficienza energetica. Sovranità è un sistema di assistenza e previdenza sostenibile e indifferente alle sirene straniere della speculazione privata. Sovranità è una istruzione gratuita e di qualità in ogni ordine e grado. Sovranità significa una sanità di assoluto livello, parametrata sui migliori riferimenti regionali e dove ci sono pazienti e non clienti, medici e non mercenari.
In politica estera nessuno si permette più di dire al Nicaragua dove collocarsi, al fianco o contro di chi e cosa. All’interno la stabilità politica è invidiabile. Per quanto forte sia il sentimento di responsabilità, non c’è modo che la resa o l’obbedienza ad altri che non siano il loro popolo trovino cammino agevole.
Un governo che rivoluziona
Può sembrare retorico, eccessivo, parlare di una Rivoluzione quando il governo lo si è raggiunto con i voti in un elezione e non in una guerra. Ma se questo è vero in generale, nel caso specifico va fatta una eccezione: perché la storia del Nicaragua è diventata un’altra. Il suo destino è stato rivoltato e rimesso in piedi nel verso giusto. Il governo rivoluziona perché questo è il mandato che ha avuto, rivoluziona perché serve farlo e anche perché, diciamolo, rivoluzionare combattendo o amministrando è quello che sa fare meglio.
Sul piano identitario quella Sandinista è una rivoluzione che ha unito l’indipendentismo latinoamericano al Socialismo, pure se applicato nelle condizioni proprie di un paese tropicale ad economia rurale, non certo nell’Europa di inizi ‘900. E sul piano ideologico ha preso il meglio delle due rivoluzioni che hanno cambiato la storia, quella russa e quella francese. Della prima ha preso l’irruzione nello scenario delle classi lavoratrici, la consegna ad esse dei destini di un Paese. Della seconda l’uguaglianza, la libertà e la fraternità, le componenti più presenti in questa nuova Nicaragua.
Per questo il Nicaragua vive ancora oggi la sua Rivoluzione: perché ha reso la sovranità il termine adeguato al suo processo di trasformazione, che senza perdere una identità rurale trova il suo modello di sviluppo nella modernizzazione ormai accelerata del paese. Un modello che andrebbe studiato e rispettato proprio da tutta quella sinistra che siede sempre alla destra dell’esistente, che ha nell’apatia e nell’atrofia il suo arrendevole DNA.
È nella capacità di leggere i grandi mutamenti storici, le grandi idealità, e di saperli applicare qui ed ora, pericolosamente vicino alle mascelle della jena, che un paese piccolo e povero è diventato una nazione, che la gente si è fatta popolo e che il racconto dell’oggi ha superato il sogno di ieri.
Fonte
Si festeggia il quarantatreesimo anniversario della Rivoluzione Popolare Sandinista, che sconfisse la tirannia locale e l’impero coloniale e mise i colori rosso e neri al vertice della piramide cromatica. Vide la fine di una delle più feroci dittature della storia del continente latinoamericano ad opera di muchachos. Sì, ragazzi che si fecero adulti sotto il fuoco, che seppero sconfiggere uno degli eserciti a maggior efficienza militare e tasso criminale del Centroamerica. Succedeva 43 anni fa e per sempre.
Si è festeggiato con manifestazioni in lungo e largo del Paese, con l’atto centrale a Managua. Una cerimonia alla quale hanno partecipato invitati da tutto il mondo; elegante, sobria, ma non priva di passione. Del resto come potrebbe? Dal Gennaio del 2007, quando il Comandante Daniel Ortega tornò ad indossare la fascia presidenziale, riportando il sandinismo al luogo che la storia e il sangue dei nicaraguensi gli hanno assegnato, la Rivoluzione ha iniziato la sua terza tappa, la più solida, la più generosa.
La Rivoluzione ha tre tappe: la prima fu quella della guerriglia vittoriosa. Poi venne la decade della prova di governo, immediatamente fatta segno ad una guerra voluta, finanziata e diretta dagli Stati Uniti. Il decennio rivoluzionario terminò con una sconfitta elettorale, mai militare. Vi fu senso di responsabilità, rispetto dei patti istituzionali: fu la certificazione del Sandinismo come generatore di democrazia nel senso ateniese del termine, non in quello statunitense.
Seguirono sedici anni di buio, fatti di povertà estrema, di fame, ignoranza e malattie. Il liberismo si abbattè sulla popolazione per arricchire a dismisura alcuni al prezzo della fame di tutti. I sudditi di Washington si lanciarono contro le conquiste del decennio rosso e nero con la voracità dei lupi e il Sandinismo si impegnò ad impedire che le conquiste raggiunte in dieci anni di rivoluzione non venissero cancellate.
L’oligarchia impose ai suoi figli nelle fila del FSLN di tornare agli interessi delle famiglie, ma l’operazione di distruzione dall’interno fallì miseramente. Il Sandinismo, ormai orfano dei traditori e saldamente nelle mani di Daniel Ortega e Tomas Borge, alzò i muri, difese il difendibile e resistette il necessario. Avrebbe potuto in ogni momento abbattere con la forza i governi liberali che offrivano spettacoli immondi, ma scelse di restare nel solco del Nicaragua nato il 19 Luglio del 1979 e volle riprendersi il controllo del Paese nelle strade e il governo nelle urne.
Successe nel Novembre del 2006 e gli orologi ritornarono a scandire l’ora legale. Il Nicaragua cominciò i suoi primi passi verso quella che, quindici anni dopo, appare la più grande e profonda modernizzazione di un Paese mai nemmeno immaginata in questa parte del mondo. Risultati economici e sociali straordinari, una crescita costante verticale e orizzontale che ha scandito con regolarità la messa in sicurezza del Paese, la sua affidabilità, all’interno come all’esterno.
La sconfitta dell’odio
Si è celebrata la tappa 43 di una corsa ormai longeva, perché 43 anni di Rivoluzione non sono mica pochi e non sono stati facili. A maggior ragione se li si è vissuti obbligati a difendere quanto conquistato perché il nemico – quello potente fuori e quello padronale dentro – non ha mai rinunciato all’idea di riprendersi il Paese sottraendolo ai suoi abitanti, di risedersi a tavola per spolparlo come consuetudine Ma non ci è riuscito, nonostante i dollari, il terrore, le bugie e l’odio diffusi a piene mani nel 2018. Di fronte all’orrore il sandinismo si fece interprete di un livello alto della mediazione politica accettando il dialogo con il golpismo, sedendosi allo stesso tavolo con la sua cupola, quella di chi parlava da mediatore mentre sotto la tonaca si muoveva da ispiratore.
Il Sandinismo seppe aspettare, la logica delle armi non era la prima scelta. Il suo Comandante di sempre e per sempre fu capace di mostrare pazienza e impose vigilanza e disciplina, diede al dialogo un tempo esteso per non gettare il Paese nel caos e nella violenza prima di aver tentato ogni strada per la rappacificazione. Poi, una volta che si dimostrò che era in corso un tentativo di colpo di stato, frutto di complotto internazionale eterodiretto ed etero-finanziato, con la partecipazione di ambasciate, chiesa, Ong, e media al servizio dell’oligarchia, decise che il tempo delle parole era finito, tornava quello della legalità.
Di fronte all’orrore per l’orrore, che avrebbe voluto rintanare la storia del sandinismo in un angolo, come se esso non fosse in grado di governare senza spargere il sangue, arrivò il tempo di ricordare a tutti, in particolare a nemici e falsi amici, che una Rivoluzione possiede ragioni e forza. Che il monopolio della forza appartiene a chi sa come, quanto e quando usarla. Così, dopo due messi di falso dialogo e autentico golpismo, il Comandante del Sandinismo decise di dare l’ordine di pulire: pur misurando la forza si doveva procedere, andare a stanare gli assassini degli indifesi, i vandali e i torturatori degli innocenti. Dimostrare come non sia possibile rovesciare con la forza il Sandinismo era l’obiettivo e si reiterò nei fatti l’appartenere al sandinismo dell’unico progetto nazionale viabile e credibile per il progresso del Paese.
Questo 43esimo anniversario
C’è una parola ricorrente nella storia dell’indipendentismo americano del quale il Sandinismo è figlio legittimo: sovranità. È parola roboante, ha insita nelle sue lettere la sfida e la sfacciataggine di pensare e desiderare di rivoltare l’ordine imperiale, per questo affascina e seduce. In Nicaragua ha trovato applicazione concreta. La sovranità, nella epopea del Sandinismo, è un filo rosso e nero che lega tutti questi 43 anni. È un vestito che sta bene con tutte le fasi della sua vicenda politica e umana, che in parti uguali concorrono a raccontarne la storia.
Dal 1979 la sovranità è la bussola del Nicaragua. Per l’autonomia totale del Paese, la sua politica estera e interna fondate sull’interesse nazionale e non devote agli interessi stranieri. Per lo sguardo ai meno favoriti e non ai privilegiati, assetto prestabilito per la postura che il Paese assume di fronte alle sfide che lo riguardano. E quando attraverso le politiche socioeconomiche del Paese, in coerenza col suo modello di sviluppo equitativo e sostenibile, la sovranità scende dal verbo alla terra, allora emerge con più nettezza la dimensione di sovranità che la Rivoluzione Sandinista porta con sé.
Sovranità è prima di ogni altra cosa autosufficienza alimentare. Sovranità è per forza di cose autosufficienza energetica. Sovranità è un sistema di assistenza e previdenza sostenibile e indifferente alle sirene straniere della speculazione privata. Sovranità è una istruzione gratuita e di qualità in ogni ordine e grado. Sovranità significa una sanità di assoluto livello, parametrata sui migliori riferimenti regionali e dove ci sono pazienti e non clienti, medici e non mercenari.
In politica estera nessuno si permette più di dire al Nicaragua dove collocarsi, al fianco o contro di chi e cosa. All’interno la stabilità politica è invidiabile. Per quanto forte sia il sentimento di responsabilità, non c’è modo che la resa o l’obbedienza ad altri che non siano il loro popolo trovino cammino agevole.
Un governo che rivoluziona
Può sembrare retorico, eccessivo, parlare di una Rivoluzione quando il governo lo si è raggiunto con i voti in un elezione e non in una guerra. Ma se questo è vero in generale, nel caso specifico va fatta una eccezione: perché la storia del Nicaragua è diventata un’altra. Il suo destino è stato rivoltato e rimesso in piedi nel verso giusto. Il governo rivoluziona perché questo è il mandato che ha avuto, rivoluziona perché serve farlo e anche perché, diciamolo, rivoluzionare combattendo o amministrando è quello che sa fare meglio.
Sul piano identitario quella Sandinista è una rivoluzione che ha unito l’indipendentismo latinoamericano al Socialismo, pure se applicato nelle condizioni proprie di un paese tropicale ad economia rurale, non certo nell’Europa di inizi ‘900. E sul piano ideologico ha preso il meglio delle due rivoluzioni che hanno cambiato la storia, quella russa e quella francese. Della prima ha preso l’irruzione nello scenario delle classi lavoratrici, la consegna ad esse dei destini di un Paese. Della seconda l’uguaglianza, la libertà e la fraternità, le componenti più presenti in questa nuova Nicaragua.
Per questo il Nicaragua vive ancora oggi la sua Rivoluzione: perché ha reso la sovranità il termine adeguato al suo processo di trasformazione, che senza perdere una identità rurale trova il suo modello di sviluppo nella modernizzazione ormai accelerata del paese. Un modello che andrebbe studiato e rispettato proprio da tutta quella sinistra che siede sempre alla destra dell’esistente, che ha nell’apatia e nell’atrofia il suo arrendevole DNA.
È nella capacità di leggere i grandi mutamenti storici, le grandi idealità, e di saperli applicare qui ed ora, pericolosamente vicino alle mascelle della jena, che un paese piccolo e povero è diventato una nazione, che la gente si è fatta popolo e che il racconto dell’oggi ha superato il sogno di ieri.
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19/01/2022
Nicaragua, il nuovo che avanza
Managua. Conclusesi le celebrazioni per l’insediamento del nuovo quinquennio di governo guidato dal suo Comandante, Daniel Ortega, l’iniziativa politica sandinista si misura sulla scena interna ed internazionale. Il tutto in uno scenario in parte inedito ma certamente più favorevole di quello nel quale si era votato il 7 Novembre scorso.
Il Paese vive un clima di straordinaria tranquillità e l’economia viaggia a gonfie vele. Il 2021 ha segnato la definitiva uscita dalla crisi economica generata dal tentato golpe del 2018, che era costata 1800 milioni di dollari di danni. L’anno appena passato ha infatti registrato un +9% del PIL e il record dell’export.
Sul piano politico interno il Frente ha ormai completamente in mano l’iniziativa e l’opposizione golpista è ripiegata su se stessa, letteralmente stordita dalla vittoria elettorale sandinista del Novembre scorso. A seguito di questa, l’ultra destra aveva puntato su una crescente rottura tra Managua e gli organismi internazionali agli ordini degli Stati Uniti, cosa che, nei piani golpisti, avrebbe determinato una ondata di timori interni circa il futuro dell’economia. Il piano prevedeva che, debitamente alimentati dai media affini, questi timori avrebbero generato malcontento e tensioni e offrto terreno favorevole per dimostrare a Washington che l’estrema destra può ancora recitare un ruolo e che il sandinismo può andare in difficoltà. In assenza di ciò, l’oligarchia e i suoi funzionari non riceverebbero più i compensi che gli consentono di giocare a fare i dissidenti tra un cocktail e un altro.
Ma il progetto del golpismo è andato rapidamente in fumo, dal momento che l’economia va a gonfie vele, il Paese vive immerso in tranquillità e in generale si misura la fiducia a livelli mai visti. La conferma migliore a questa situazione viene paradossalmente proprio da Washington, dove persino l’amministrazione Biden (che non dimentica come i golpisti nicaraguensi tifassero per Trump) ha dato vita ad un sostanziale abbassamento dei toni contro il Nicaragua. L’Unione Europea si adeguerà, non disponendo di un briciolo di autonomia rispetto agli USA in nessuno dei temi politici, finanziari, commerciali e militari presenti nell’agenda internazionale. La OEA, da parte sua, sembra anch’essa aver raffreddato i toni e non a caso l’ultradestra mercenaria nicaraguense lamenta si sia lasciato scadere il tempo utile per il procedimento che avrebbe potuto decidere l’applicazione della Carta Democratica contro Managua. Da qui la frustrazione dell’ultradestra locale, che lavorava per un innalzamento dello scontro che arrivasse persino al non riconoscimento diplomatico.
Ma Washington sottolinea invece la volontà del dialogo diplomatico con Managua e le nuove sanzioni statunitensi, infatti, lungi dal rappresentare lo scontro totale annunciato, ricalcano quelle già esistenti e non prefigurano nessun ulteriore affondo. Oltre alle note difficoltà interne dell’amministrazione Biden, che riducono i desideri dell’oligarchia nicaraguense a elemento trascurabile, se non fastidioso, sono due gli elementi che hanno contribuito a moderare i toni della Casa Bianca.
Da un lato c’è la presa d’atto del rafforzamento del processo di istituzionalizzazione in Nicaragua e il riscontro elettorale della forza del sandinismo. Il consenso di cui gode in lungo e largo del Paese e trasversalmente a professioni, genere ed età, il sostegno delle forze armate e la forza militante del FSLN obbligano gli Stati Uniti a prendere atto dei rapporti di forza reali e, dunque, della impraticabilità del golpismo. Dall’altro, il rafforzamento delle relazioni con la Russia e l’apertura di quelle con la Cina, hanno posto il Nicaragua in una condizione di solidità decisamente maggiore di fronte ad eventuali misure destinate al suo isolamento politico e commerciale.
La proiezione internazionale
Sul piano della politica internazionale spicca infatti l’ingresso del Nicaragua nel progetto cinese conosciuto come la Nuova Via della Seta, che prevede una nuova rotta per il commercio internazionale che, in buona sostanza, configura il più grande piano di infrastrutture mai concepito nella storia dell’umanità. Visto da Managua, l’adesione al progetto cinese, oltre a ridurre decisamente la dipendenza dal continente americano per il suo import-export, determina di per sé stessa un aumento sensibile del coefficiente di valore del Nicaragua sullo scacchiere internazionale. Di converso, riduce l’aggressività di USA, OEA e UE.
Per Managua il risultato è immediato e di prospettiva: per l’oggi il mercato cinese è un nuovo indirizzo possibile per le sue esportazioni, mentre in prospettiva a breve-medio termine la partnership con il progetto di Pechino costituisce l’inserimento del paese centroamericano in un progetto multilaterale di enorme rilievo, proiettando il governo del Comandante Ortega in una dimensione decisamente superiore a quella conosciuta fino ad ora.
Non c’è solo un ragionamento inevitabile sulla differenziazione del portfolio delle partnership commerciali, bensì la consapevolezza di come il mercato cinese rappresenti ormai un’alternativa credibile e verificabile nei confronti di quelli statunitense ed europeo. Questo rende le possibili sanzioni statunitensi ed europee e l’ostilità dei loro alleati latinoamericani, armi spuntate, aspetti secondari, fastidi politici ma non più ipoteche sul suo procedere economico.
Non solo di import-export si tratta. L’accesso ai crediti internazionali, la cui sospensione è stata minacciata e legiferata dagli USA attraverso il Nica Act (ma che comunque non si è mai concretamente attivata ai livelli temuti) assume comunque oggi un aspetto completamente diverso visto da Managua. Le minacce di sospensione dei crediti non spaventano. Perché? Perché Pechino offre la possibilità di ricorrere alle sue banche e senza per questo accettare l’ipoteca sulle politiche socioeconomiche interne che BM, FMI e BID pongono. Il Win-Win, ovvero il reciproco interesse è l’unica condizione. Dunque l’agitare la mannaia della fine dei crediti da parte degli USA non ha più senso.
Non si tratta di ottimismo ideologico, né di letture decontestualizzate: la Cina ha già un piede nel continente latinoamericano e intende proseguire nel suo cammino di crescente influenza economica. L’inserimento del Nicaragua (e a breve quello dell’Honduras) nei suoi progetti, amplierebbe gli investimenti commerciali nel subcontinente latinoamericano, che fino ad ora hanno già coinvolto Brasile, Venezuela, Ecuador, Argentina e Cile, che hanno contato su 652 progetti finanziati con 75 miliardi di Dollari da Pechino. Idem dicasi sul terreno dell’esposizione creditizia: tra il 2005 e il 2020, infatti, la Cina ha concesso prestiti per 137 miliardi di Dollari e tutto lascia prevedere che la centralità che il Nicaragua può assumere nello scacchiere troverebbe un riscontro immediato sui crediti nel caso Washington dovesse chiudere le porte.
Ne ha piena consapevole la stessa classe padronale nicaraguense, che nella posizione di maggiore moderazione statunitense vede l’opportunità di riaprire un processo di ammortizzazione del conflitto e di disfarsi una volta e per tutte della pattuglia criminale del MRS. L’impresa privata, che ha gioito per il riconoscimento di Pechino e per la chiusura delle relazioni con Taipei, tenta con scarsi risultati di tornare ad intavolare un dialogo con il governo che riporti il Cosep in una posizione centrale nella governabilità del Paese.
Il Nicaragua sandinista è ormai emancipato dai condizionamenti delle organizzazioni padronali che, comunque, esprimono solo il 30% del PIL, mentre il restante 70 è ad opera dello Stato e dell’economia familiare. Ma i danni recati all’economia ed alla società nicaraguense non vengono dimenticati, e il Comandante Ortega tiene conto dell’attitudine al tradimento degli interessi nazionali da parte dell’oligarchia. Dunque ipotesi che vadano oltre ad un confronto tecnico non sono percorribili, almeno per ora.
Nel contesto internazionale le minacce degli USA sono diventate parole inutili. La riapertura delle relazioni diplomatiche con Pechino ha aperto la strada per un nuovo orizzonte economico, fatto di infrastrutture, commercio e accesso ai crediti internazionali che risulteranno determinanti per proseguire la guerra che il Nicaragua ha dichiarato alla povertà ed alle disuguaglianze. E il Sandinismo le guerre è abituato a vincerle.
Fonte
Il Paese vive un clima di straordinaria tranquillità e l’economia viaggia a gonfie vele. Il 2021 ha segnato la definitiva uscita dalla crisi economica generata dal tentato golpe del 2018, che era costata 1800 milioni di dollari di danni. L’anno appena passato ha infatti registrato un +9% del PIL e il record dell’export.
Sul piano politico interno il Frente ha ormai completamente in mano l’iniziativa e l’opposizione golpista è ripiegata su se stessa, letteralmente stordita dalla vittoria elettorale sandinista del Novembre scorso. A seguito di questa, l’ultra destra aveva puntato su una crescente rottura tra Managua e gli organismi internazionali agli ordini degli Stati Uniti, cosa che, nei piani golpisti, avrebbe determinato una ondata di timori interni circa il futuro dell’economia. Il piano prevedeva che, debitamente alimentati dai media affini, questi timori avrebbero generato malcontento e tensioni e offrto terreno favorevole per dimostrare a Washington che l’estrema destra può ancora recitare un ruolo e che il sandinismo può andare in difficoltà. In assenza di ciò, l’oligarchia e i suoi funzionari non riceverebbero più i compensi che gli consentono di giocare a fare i dissidenti tra un cocktail e un altro.
Ma il progetto del golpismo è andato rapidamente in fumo, dal momento che l’economia va a gonfie vele, il Paese vive immerso in tranquillità e in generale si misura la fiducia a livelli mai visti. La conferma migliore a questa situazione viene paradossalmente proprio da Washington, dove persino l’amministrazione Biden (che non dimentica come i golpisti nicaraguensi tifassero per Trump) ha dato vita ad un sostanziale abbassamento dei toni contro il Nicaragua. L’Unione Europea si adeguerà, non disponendo di un briciolo di autonomia rispetto agli USA in nessuno dei temi politici, finanziari, commerciali e militari presenti nell’agenda internazionale. La OEA, da parte sua, sembra anch’essa aver raffreddato i toni e non a caso l’ultradestra mercenaria nicaraguense lamenta si sia lasciato scadere il tempo utile per il procedimento che avrebbe potuto decidere l’applicazione della Carta Democratica contro Managua. Da qui la frustrazione dell’ultradestra locale, che lavorava per un innalzamento dello scontro che arrivasse persino al non riconoscimento diplomatico.
Ma Washington sottolinea invece la volontà del dialogo diplomatico con Managua e le nuove sanzioni statunitensi, infatti, lungi dal rappresentare lo scontro totale annunciato, ricalcano quelle già esistenti e non prefigurano nessun ulteriore affondo. Oltre alle note difficoltà interne dell’amministrazione Biden, che riducono i desideri dell’oligarchia nicaraguense a elemento trascurabile, se non fastidioso, sono due gli elementi che hanno contribuito a moderare i toni della Casa Bianca.
Da un lato c’è la presa d’atto del rafforzamento del processo di istituzionalizzazione in Nicaragua e il riscontro elettorale della forza del sandinismo. Il consenso di cui gode in lungo e largo del Paese e trasversalmente a professioni, genere ed età, il sostegno delle forze armate e la forza militante del FSLN obbligano gli Stati Uniti a prendere atto dei rapporti di forza reali e, dunque, della impraticabilità del golpismo. Dall’altro, il rafforzamento delle relazioni con la Russia e l’apertura di quelle con la Cina, hanno posto il Nicaragua in una condizione di solidità decisamente maggiore di fronte ad eventuali misure destinate al suo isolamento politico e commerciale.
La proiezione internazionale
Sul piano della politica internazionale spicca infatti l’ingresso del Nicaragua nel progetto cinese conosciuto come la Nuova Via della Seta, che prevede una nuova rotta per il commercio internazionale che, in buona sostanza, configura il più grande piano di infrastrutture mai concepito nella storia dell’umanità. Visto da Managua, l’adesione al progetto cinese, oltre a ridurre decisamente la dipendenza dal continente americano per il suo import-export, determina di per sé stessa un aumento sensibile del coefficiente di valore del Nicaragua sullo scacchiere internazionale. Di converso, riduce l’aggressività di USA, OEA e UE.
Per Managua il risultato è immediato e di prospettiva: per l’oggi il mercato cinese è un nuovo indirizzo possibile per le sue esportazioni, mentre in prospettiva a breve-medio termine la partnership con il progetto di Pechino costituisce l’inserimento del paese centroamericano in un progetto multilaterale di enorme rilievo, proiettando il governo del Comandante Ortega in una dimensione decisamente superiore a quella conosciuta fino ad ora.
Non c’è solo un ragionamento inevitabile sulla differenziazione del portfolio delle partnership commerciali, bensì la consapevolezza di come il mercato cinese rappresenti ormai un’alternativa credibile e verificabile nei confronti di quelli statunitense ed europeo. Questo rende le possibili sanzioni statunitensi ed europee e l’ostilità dei loro alleati latinoamericani, armi spuntate, aspetti secondari, fastidi politici ma non più ipoteche sul suo procedere economico.
Non solo di import-export si tratta. L’accesso ai crediti internazionali, la cui sospensione è stata minacciata e legiferata dagli USA attraverso il Nica Act (ma che comunque non si è mai concretamente attivata ai livelli temuti) assume comunque oggi un aspetto completamente diverso visto da Managua. Le minacce di sospensione dei crediti non spaventano. Perché? Perché Pechino offre la possibilità di ricorrere alle sue banche e senza per questo accettare l’ipoteca sulle politiche socioeconomiche interne che BM, FMI e BID pongono. Il Win-Win, ovvero il reciproco interesse è l’unica condizione. Dunque l’agitare la mannaia della fine dei crediti da parte degli USA non ha più senso.
Non si tratta di ottimismo ideologico, né di letture decontestualizzate: la Cina ha già un piede nel continente latinoamericano e intende proseguire nel suo cammino di crescente influenza economica. L’inserimento del Nicaragua (e a breve quello dell’Honduras) nei suoi progetti, amplierebbe gli investimenti commerciali nel subcontinente latinoamericano, che fino ad ora hanno già coinvolto Brasile, Venezuela, Ecuador, Argentina e Cile, che hanno contato su 652 progetti finanziati con 75 miliardi di Dollari da Pechino. Idem dicasi sul terreno dell’esposizione creditizia: tra il 2005 e il 2020, infatti, la Cina ha concesso prestiti per 137 miliardi di Dollari e tutto lascia prevedere che la centralità che il Nicaragua può assumere nello scacchiere troverebbe un riscontro immediato sui crediti nel caso Washington dovesse chiudere le porte.
Ne ha piena consapevole la stessa classe padronale nicaraguense, che nella posizione di maggiore moderazione statunitense vede l’opportunità di riaprire un processo di ammortizzazione del conflitto e di disfarsi una volta e per tutte della pattuglia criminale del MRS. L’impresa privata, che ha gioito per il riconoscimento di Pechino e per la chiusura delle relazioni con Taipei, tenta con scarsi risultati di tornare ad intavolare un dialogo con il governo che riporti il Cosep in una posizione centrale nella governabilità del Paese.
Il Nicaragua sandinista è ormai emancipato dai condizionamenti delle organizzazioni padronali che, comunque, esprimono solo il 30% del PIL, mentre il restante 70 è ad opera dello Stato e dell’economia familiare. Ma i danni recati all’economia ed alla società nicaraguense non vengono dimenticati, e il Comandante Ortega tiene conto dell’attitudine al tradimento degli interessi nazionali da parte dell’oligarchia. Dunque ipotesi che vadano oltre ad un confronto tecnico non sono percorribili, almeno per ora.
Nel contesto internazionale le minacce degli USA sono diventate parole inutili. La riapertura delle relazioni diplomatiche con Pechino ha aperto la strada per un nuovo orizzonte economico, fatto di infrastrutture, commercio e accesso ai crediti internazionali che risulteranno determinanti per proseguire la guerra che il Nicaragua ha dichiarato alla povertà ed alle disuguaglianze. E il Sandinismo le guerre è abituato a vincerle.
Fonte
11/01/2022
Nicaragua, la sfida prosegue
Managua. Con una cerimonia sobria, è iniziato oggi il quarto mandato presidenziale del Comandante Daniel Ortega. Alla presenza di delegazioni internazionali rappresentanti 21 paesi, e di oltre 300 rappresentanti di partiti e movimenti di Europa, USA e America Latina, tra fazzoletti rosso e neri e guayaberas bianche, la banda presidenziale è stata indossata per la quarta volta consecutiva dal Comandante.
È cominciato così il nuovo mandato a governare per il leader sandinista che ha riportato il FSLN al suo ruolo naturale, quello di governo.
A festeggiare l’evento, insieme al suo popolo ci sono gli amici, i compagni e i fratelli. Quelli di sempre e per sempre sono lo scudo, i più recenti lo diverranno. Sono il fronte delle schiene dritte, persone verticali che cavalcano idee circolari. Donne e uomini che hanno cambiato il destino dei rispettivi paesi e non i conti dei rispettivi banchieri. Si tratta di condivisioni di analisi e obiettivi, di internazionalismo e amicizia; è un fronte comune basato sul reciproco rispetto e sulla reciproca solidarietà, che dell’amicizia è risvolto concreto.
C’è Nicolas Maduro, Presidente del Venezuela assediato ma vincente, capace di scendere all’inferno e risalire utilizzando la corsia di sorpasso. C’è Miguel Diaz Canel, Presidente di Cuba, espressione del Socialismo cubano bloccato ma mai isolato, che vince anche da accerchiato. C’è il presidente ancora in carica dell’Honduras, che sa di rischiare grosso partecipando a questo insediamento. Ci sono gli ex presidenti di Guatemala ed El Salvador e, soprattutto, ci sono ministri di Cina, Russia, Iran, che vengono a testimoniare la centralità politica del Nicaragua nello scacchiere latinoamericano. Un particolare rilievo è stato dato alla presenza del vicepresidente dell'Assemblea del Popolo cinese (Parlamento), inviato speciale di Xi, con il quale il Nicaragua, nelle ore precedenti, ha stipulato numerosi contratti di forniture e servizi in diversi ambiti.
La presenza di buona parte del continente all’insediamento di un governo che le istituzioni USA e OEA dicono di non riconoscere è anche il frutto di un inizio di ricucitura delle relazioni tra paesi progressisti e paesi socialisti che ha mosso i primi significativi passi nella recente riunione della CELAC a Buenos Aires. Si è aperto un cammino importante di ascolto e rispetto reciproco, di prevalenza della solidarietà e dell’incontro sull’esacerbazione delle differenze, si è affermato il punto di vista latinoamericano sull’interpretazione del Diritto internazionale e del senso profondo di ciò che s’intende per comunità politica.
Gli assenti
Dalle celebrazioni dell’insediamento di Daniel Ortega e Rosario Murillo sono assenti gli Stati Uniti, l’Unione Europea e l’OSA, che dimostrano così quanto le pregiudiziali politiche siano la cifra del sistema di relazioni che adottano: se sei indipendentista, se sei sandinista, socialista, antiimperialista, allora non sei riconosciuto. Se non offri cessioni di sovranità nazionale agli organismi che il nuovo sistema imperiale propone a guardia dei suoi interessi, allora non sei rispettato, al più indicato; non sei un Paese, sei un nemico.
Dice l’OSA che non riconosce elezioni senza la sua supervisione, però quando le supervisiona organizza colpi di Stato. Dice che rispetta la democrazia ma riconosce i governi golpisti. Dice anche che non riconosce le elezioni irregolari, ma ha come rappresentante del Venezuela un signor nessuno mai eletto a nulla. E, paradosso tra i paradossi, anche i paesi latinoamericani che non riconoscono Guaidò lasciano che i rispettivi ambasciatori votino con lui nell’OSA contro governi di paesi legittimamente eletti. Un pasticcio di ipocrisia e stupidità politica, autentico esempio di scempio giuridico.
La destra afferma che l’assenza di Europa e Stati Uniti indica l’isolamento del governo sandinista, ma la verità è esattamente l’opposto: le assenze come le presenze sono un fatto politico. E se le prime confermano l’ostilità dell’impero e dei suoi seguaci, le seconde dicono di come il Nicaragua sia ormai collocabile in una orbita precisa del confronto internazionale, ovvero quella che vede nel multilateralismo e nel rispetto del Diritto internazionale le due gambe della governance mondiale. Altro che assenze, semmai che un paese di sei milioni di abitanti, grande come una regione italiana e con un PIL al 140 posto nel mondo, raduni rappresentanti di 2 miliardi e mezzo di popolazione mondiale in una cerimonia che ha molto poco di protocollare e molto di politico, racconta proprio la capacità del Comandante Ortega di mettere il Nicaragua al centro dello scacchiere internazionale.
Altri cinque anni
Il mandato di Daniel Ortega è chiaro: proseguire e migliorare un esperimento politico e sociale che ha già ottenuto risultati straordinari, decisamente superiori a quelli che molti avevano ipotizzato la sera del 7 Novembre del 2006, quando il CNE informava che, dopo sedici maledetti anni di miseria, fame, corruzione e repressione nel nome del liberismo, il sandinismo tornava a governare il Paese. Dopo sedici anni di notte buia, di nuovo si accendevano le luci: il popolo veniva eletto Presidente.
Quel voto che diede la vittoria il 7 Novembre del 2006 è quasi raddoppiato. Sorde al fisiologico declino del consenso che ovunque accompagna l’abitudine verso l’establishment, qui le percentuali del consenso sono state le maggiori di tutte le tornate elettorali di questi 14 anni. Oltre il 65% di partecipazione e il 76% dei consensi al FSLN dicono che le elezioni del Novembre 2021 sono state un trionfo per il sandinismo ed una festa civica per il Paese. Da Miami, come da Bruxelles, si è straparlato di astensione, ma i nicaraguensi sono andati in massa alle urne, rifiutando la vigliaccata dell’indifferenza, proposta da chi nulla è, e nulla ha da proporre.
È l’indice di partecipazione più alto registrato in Nord, Centro, Sud America ed Europa, a conferma del feeling tra governanti e governati. Il messaggio partito alla volta di Washington e Bruxelles era facilmente decifrabile: il Nicaragua esercita la democrazia e non si sottrae alla sua difesa; è terra di libertà e opportunità per ognuno, ma non a discapito dei diritti di tutti. Per questo tutto viene permesso tranne il tradimento della Patria, tutto viene tollerato ma non la violenza e la sopraffazione, tutto viene compreso ma non il tentativo di rivoltare con la forza la volontà popolare. Non si riconosce il valore di questo messaggio? Pazienza, i sordi di professione, che ascoltano musiche senza suoni, resteranno un dettaglio trascurabile.
Quel 76% circa dei voti ottenuti non erano scontati. Sono arrivati a consuntivo di quanto fatto, meritati per il che cosa, il perché, il come e il quando del più formidabile, ampio ed esteso progetto di modernizzazione del Paese mai concepito nella storia secolare del Nicaragua. Hanno dimostrato come tra promesse e mantenimento delle stesse non vi sia stato nessun black-out, che la materialità delle condizioni di vita della popolazione sia oggi diversa.
Si è garantito il flusso di spesa corrente con le imposte sui redditi, mentre i crediti internazionali hanno finanziato le grandi opere e i progetti che in ogni campo hanno segnato la nuova Nicaragua. È vero, i lavori in corso per l’ammodernamento del Paese continuano, anche perché le ambizioni gareggiano con la realtà e quasi sempre la battono. Ma volgendo lo sguardo al “prima” e all’oggi, non possono esserci dubbi: non un giorno è andato sprecato, non un dollaro è stato mal speso, non un problema è rimasto senza una soluzione almeno parziale, non una paura è rimasta senza ascolto.
Si contano ormai più rapidamente le cose da fare che quelle già fatte: il Nicaragua, attraverso la consegna di terre e case è tornato ad essere dei nicaraguensi e strade, elettricità, potabilità dell’acqua, trasporti, istruzione e sanità, sostegni economici e piani di intervento sociale hanno dato un nuovo volto alla popolazione, divenuta titolare di diritti pubblici invalicabili, di principi che si fanno politica. Che ha scacciato una volta e per sempre la rassegnazione, ha dichiarato impropria l’impotenza e illegale la tristezza.
Questi 14 anni della terza tappa della rivoluzione sandinista sono stati anche la riaffermazione costante della sua istituzionalità, chiudendo l’epoca nella quale le istituzioni erano vocate al diritto esclusivo del latifondo; oggi sono diventate progressivamente la rappresentazione della società nicaraguense. Il Paese è diventato adulto, nel gioco degli specchi riflessi ha assunto le sembianze del suo stesso popolo. Ha assunto a tempo indeterminato sovranità e indipendenza, elementi inscindibili di ogni avvenire possibile. Ha aperto le braccia quando è stato necessario e ha chiuso i pugni quando è stato inevitabile, perché i nicaraguensi sono uomini con un animo di pace in uno spirito guerriero.
Gli assenti di oggi sono tali perché l’assenza serve a coprire l’impotenza. Gridano, minacciano, sanzionano inutilmente. Il Nicaragua è libero, sovrano, solidale e sandinista. E non c’è niente e nessuno che possa cambiare questo stato di grazia.
Fonte
È cominciato così il nuovo mandato a governare per il leader sandinista che ha riportato il FSLN al suo ruolo naturale, quello di governo.
A festeggiare l’evento, insieme al suo popolo ci sono gli amici, i compagni e i fratelli. Quelli di sempre e per sempre sono lo scudo, i più recenti lo diverranno. Sono il fronte delle schiene dritte, persone verticali che cavalcano idee circolari. Donne e uomini che hanno cambiato il destino dei rispettivi paesi e non i conti dei rispettivi banchieri. Si tratta di condivisioni di analisi e obiettivi, di internazionalismo e amicizia; è un fronte comune basato sul reciproco rispetto e sulla reciproca solidarietà, che dell’amicizia è risvolto concreto.
C’è Nicolas Maduro, Presidente del Venezuela assediato ma vincente, capace di scendere all’inferno e risalire utilizzando la corsia di sorpasso. C’è Miguel Diaz Canel, Presidente di Cuba, espressione del Socialismo cubano bloccato ma mai isolato, che vince anche da accerchiato. C’è il presidente ancora in carica dell’Honduras, che sa di rischiare grosso partecipando a questo insediamento. Ci sono gli ex presidenti di Guatemala ed El Salvador e, soprattutto, ci sono ministri di Cina, Russia, Iran, che vengono a testimoniare la centralità politica del Nicaragua nello scacchiere latinoamericano. Un particolare rilievo è stato dato alla presenza del vicepresidente dell'Assemblea del Popolo cinese (Parlamento), inviato speciale di Xi, con il quale il Nicaragua, nelle ore precedenti, ha stipulato numerosi contratti di forniture e servizi in diversi ambiti.
La presenza di buona parte del continente all’insediamento di un governo che le istituzioni USA e OEA dicono di non riconoscere è anche il frutto di un inizio di ricucitura delle relazioni tra paesi progressisti e paesi socialisti che ha mosso i primi significativi passi nella recente riunione della CELAC a Buenos Aires. Si è aperto un cammino importante di ascolto e rispetto reciproco, di prevalenza della solidarietà e dell’incontro sull’esacerbazione delle differenze, si è affermato il punto di vista latinoamericano sull’interpretazione del Diritto internazionale e del senso profondo di ciò che s’intende per comunità politica.
Gli assenti
Dalle celebrazioni dell’insediamento di Daniel Ortega e Rosario Murillo sono assenti gli Stati Uniti, l’Unione Europea e l’OSA, che dimostrano così quanto le pregiudiziali politiche siano la cifra del sistema di relazioni che adottano: se sei indipendentista, se sei sandinista, socialista, antiimperialista, allora non sei riconosciuto. Se non offri cessioni di sovranità nazionale agli organismi che il nuovo sistema imperiale propone a guardia dei suoi interessi, allora non sei rispettato, al più indicato; non sei un Paese, sei un nemico.
Dice l’OSA che non riconosce elezioni senza la sua supervisione, però quando le supervisiona organizza colpi di Stato. Dice che rispetta la democrazia ma riconosce i governi golpisti. Dice anche che non riconosce le elezioni irregolari, ma ha come rappresentante del Venezuela un signor nessuno mai eletto a nulla. E, paradosso tra i paradossi, anche i paesi latinoamericani che non riconoscono Guaidò lasciano che i rispettivi ambasciatori votino con lui nell’OSA contro governi di paesi legittimamente eletti. Un pasticcio di ipocrisia e stupidità politica, autentico esempio di scempio giuridico.
La destra afferma che l’assenza di Europa e Stati Uniti indica l’isolamento del governo sandinista, ma la verità è esattamente l’opposto: le assenze come le presenze sono un fatto politico. E se le prime confermano l’ostilità dell’impero e dei suoi seguaci, le seconde dicono di come il Nicaragua sia ormai collocabile in una orbita precisa del confronto internazionale, ovvero quella che vede nel multilateralismo e nel rispetto del Diritto internazionale le due gambe della governance mondiale. Altro che assenze, semmai che un paese di sei milioni di abitanti, grande come una regione italiana e con un PIL al 140 posto nel mondo, raduni rappresentanti di 2 miliardi e mezzo di popolazione mondiale in una cerimonia che ha molto poco di protocollare e molto di politico, racconta proprio la capacità del Comandante Ortega di mettere il Nicaragua al centro dello scacchiere internazionale.
Altri cinque anni
Il mandato di Daniel Ortega è chiaro: proseguire e migliorare un esperimento politico e sociale che ha già ottenuto risultati straordinari, decisamente superiori a quelli che molti avevano ipotizzato la sera del 7 Novembre del 2006, quando il CNE informava che, dopo sedici maledetti anni di miseria, fame, corruzione e repressione nel nome del liberismo, il sandinismo tornava a governare il Paese. Dopo sedici anni di notte buia, di nuovo si accendevano le luci: il popolo veniva eletto Presidente.
Quel voto che diede la vittoria il 7 Novembre del 2006 è quasi raddoppiato. Sorde al fisiologico declino del consenso che ovunque accompagna l’abitudine verso l’establishment, qui le percentuali del consenso sono state le maggiori di tutte le tornate elettorali di questi 14 anni. Oltre il 65% di partecipazione e il 76% dei consensi al FSLN dicono che le elezioni del Novembre 2021 sono state un trionfo per il sandinismo ed una festa civica per il Paese. Da Miami, come da Bruxelles, si è straparlato di astensione, ma i nicaraguensi sono andati in massa alle urne, rifiutando la vigliaccata dell’indifferenza, proposta da chi nulla è, e nulla ha da proporre.
È l’indice di partecipazione più alto registrato in Nord, Centro, Sud America ed Europa, a conferma del feeling tra governanti e governati. Il messaggio partito alla volta di Washington e Bruxelles era facilmente decifrabile: il Nicaragua esercita la democrazia e non si sottrae alla sua difesa; è terra di libertà e opportunità per ognuno, ma non a discapito dei diritti di tutti. Per questo tutto viene permesso tranne il tradimento della Patria, tutto viene tollerato ma non la violenza e la sopraffazione, tutto viene compreso ma non il tentativo di rivoltare con la forza la volontà popolare. Non si riconosce il valore di questo messaggio? Pazienza, i sordi di professione, che ascoltano musiche senza suoni, resteranno un dettaglio trascurabile.
Quel 76% circa dei voti ottenuti non erano scontati. Sono arrivati a consuntivo di quanto fatto, meritati per il che cosa, il perché, il come e il quando del più formidabile, ampio ed esteso progetto di modernizzazione del Paese mai concepito nella storia secolare del Nicaragua. Hanno dimostrato come tra promesse e mantenimento delle stesse non vi sia stato nessun black-out, che la materialità delle condizioni di vita della popolazione sia oggi diversa.
Si è garantito il flusso di spesa corrente con le imposte sui redditi, mentre i crediti internazionali hanno finanziato le grandi opere e i progetti che in ogni campo hanno segnato la nuova Nicaragua. È vero, i lavori in corso per l’ammodernamento del Paese continuano, anche perché le ambizioni gareggiano con la realtà e quasi sempre la battono. Ma volgendo lo sguardo al “prima” e all’oggi, non possono esserci dubbi: non un giorno è andato sprecato, non un dollaro è stato mal speso, non un problema è rimasto senza una soluzione almeno parziale, non una paura è rimasta senza ascolto.
Si contano ormai più rapidamente le cose da fare che quelle già fatte: il Nicaragua, attraverso la consegna di terre e case è tornato ad essere dei nicaraguensi e strade, elettricità, potabilità dell’acqua, trasporti, istruzione e sanità, sostegni economici e piani di intervento sociale hanno dato un nuovo volto alla popolazione, divenuta titolare di diritti pubblici invalicabili, di principi che si fanno politica. Che ha scacciato una volta e per sempre la rassegnazione, ha dichiarato impropria l’impotenza e illegale la tristezza.
Questi 14 anni della terza tappa della rivoluzione sandinista sono stati anche la riaffermazione costante della sua istituzionalità, chiudendo l’epoca nella quale le istituzioni erano vocate al diritto esclusivo del latifondo; oggi sono diventate progressivamente la rappresentazione della società nicaraguense. Il Paese è diventato adulto, nel gioco degli specchi riflessi ha assunto le sembianze del suo stesso popolo. Ha assunto a tempo indeterminato sovranità e indipendenza, elementi inscindibili di ogni avvenire possibile. Ha aperto le braccia quando è stato necessario e ha chiuso i pugni quando è stato inevitabile, perché i nicaraguensi sono uomini con un animo di pace in uno spirito guerriero.
Gli assenti di oggi sono tali perché l’assenza serve a coprire l’impotenza. Gridano, minacciano, sanzionano inutilmente. Il Nicaragua è libero, sovrano, solidale e sandinista. E non c’è niente e nessuno che possa cambiare questo stato di grazia.
Fonte
10/12/2021
Alleanza Nicaragua - Cina. Il no a Taiwan e un Canale strategico
Il governo del Nicaragua guidato dal leader sandinista Daniel Ortega, ha reso noto che riconosce la Cina come un unico Paese. “Il governo della Repubblica di Nicaragua dichiara di riconoscere che nel mondo esiste una sola Cina”, ha annunciato. “La Repubblica popolare cinese è l’unico governo legittimo che rappresenta tutta la Cina e Taiwan è parte inalienabile del territorio cinese”.
Finora il Nicaragua era fra i Paesi che avevano riconosciuto Taiwan come Stato indipendente. “Il governo della Repubblica del Nicaragua rompe da oggi le relazioni diplomatiche con Taiwan e cessa qualsiasi contatto o relazione ufficiale”, si legge invece in una dichiarazione del ministro degli Esteri, Denis Moncada. Adesso i paesi che nel mondo riconoscono Taiwan scendono solamente a 14, con grande scorno di Washington.
I rapporti fra Nicaragua e Cina o Taiwan sono stati intermittenti, ma dal 1990 – quando il Frente Sandinista fu sconfitto alle elezioni – il Nicaragua tornato in orbita statunitense si era schierato con Taiwan che aveva finanziato una trentina di progetti in agricoltura del valore fra i 30 milioni e i 50 milioni di dollari, secondo dati del governo nicaraguense.
Il Nicaragua, ha assunto la decisione di riconoscere la posizione della Cina in un momento in cui ha deciso di abbandonare l’Organizzazione degli Stati Americani – influenzata apertamente dagli USA – con un atto che entrerà in vigore nel novembre 2023.
Le delegazioni di Cina e Nicaragua si sono riunite a Tientsin, città portuale a circa 200 chilometri da Pechino, poche ore dopo che il paese centroamericano ha annunciato la rottura delle relazioni con Taiwan e il riconoscimento del principio territoriale di “una sola Cina”.
È nell’ordine delle cose che questo posizionamento del Nicaragua verso la Cina darà nuovo impulso al progetto del Canale Transoceanico alternativo a quello di Panama.
Nel giugno del 2013 il parlamento nicaraguense approvò un disegno di legge che attribuisce, con una concessione lunga 50 anni, la costruzione del Canale alla Cina e cioè alla “Hong Kong Nicaragua Canal Development Investment Company”. Una concessione rinnovabile per altri 50 anni dopo la concreta realizzazione dell’Opera e l’inizio della navigazione tra oceani. Ed è chiaro che un Canale di questa portata storica ed economica permetterebbe il passaggio alle più grandi navi del mondo, comprese le portacontainer di grandissima stazza che non possono transitare per il Canale di Panama.
Il Canale è un progetto di nuova navigazione tra il Mar dei Caraibi (Oceano Atlantico) e l’Oceano Pacifico, che dovrà attraversare il Nicaragua e risalire un corso fluviale sino al lago Nicaragua, per poi negli ultimi 10 chilometri tagliare l’istmo di Rivas, con un grande scavo a partire da Brito.
Si tratta di una nuova via marittima di gigantesca portata sul piano degli scambi commerciali e di interazione tra continenti e popoli, un progetto già pensato dalla Francia colonialista e poi a lungo elaborato dagli Stati Uniti, che vi rinunciarono quando acquisirono i diritti sul Canale di Panama nel 1904.
È Rolando Cruz, teologo della Liberazione nicaraguense a ricordare che: “I “nica”, oggi, sanno benissimo che la loro piccola frangia di terra che si affaccia su entrambi gli oceani sarà, a breve, il punto di interesse maggiore per l’economia mondiale. Lo sarà in virtù di un Canale che potrà cambiare il volto del mondo. E ciò rafforza la resistenza del popolo “nica”, la sua lotta per l’indipendenza e autonomia. E questa coscienza sfugge agli strateghi”.
Superfluo sottolineare come tutto questo a Washington scateni l'isteria del’establishment, che considera il Nicaragua parte del proprio “cortile di casa”. Prevedibile che la pressione e le ingerenze Usa contro Managua diventeranno irose e pesantissime.
Fonte
Finora il Nicaragua era fra i Paesi che avevano riconosciuto Taiwan come Stato indipendente. “Il governo della Repubblica del Nicaragua rompe da oggi le relazioni diplomatiche con Taiwan e cessa qualsiasi contatto o relazione ufficiale”, si legge invece in una dichiarazione del ministro degli Esteri, Denis Moncada. Adesso i paesi che nel mondo riconoscono Taiwan scendono solamente a 14, con grande scorno di Washington.
I rapporti fra Nicaragua e Cina o Taiwan sono stati intermittenti, ma dal 1990 – quando il Frente Sandinista fu sconfitto alle elezioni – il Nicaragua tornato in orbita statunitense si era schierato con Taiwan che aveva finanziato una trentina di progetti in agricoltura del valore fra i 30 milioni e i 50 milioni di dollari, secondo dati del governo nicaraguense.
Il Nicaragua, ha assunto la decisione di riconoscere la posizione della Cina in un momento in cui ha deciso di abbandonare l’Organizzazione degli Stati Americani – influenzata apertamente dagli USA – con un atto che entrerà in vigore nel novembre 2023.
Le delegazioni di Cina e Nicaragua si sono riunite a Tientsin, città portuale a circa 200 chilometri da Pechino, poche ore dopo che il paese centroamericano ha annunciato la rottura delle relazioni con Taiwan e il riconoscimento del principio territoriale di “una sola Cina”.
È nell’ordine delle cose che questo posizionamento del Nicaragua verso la Cina darà nuovo impulso al progetto del Canale Transoceanico alternativo a quello di Panama.
Nel giugno del 2013 il parlamento nicaraguense approvò un disegno di legge che attribuisce, con una concessione lunga 50 anni, la costruzione del Canale alla Cina e cioè alla “Hong Kong Nicaragua Canal Development Investment Company”. Una concessione rinnovabile per altri 50 anni dopo la concreta realizzazione dell’Opera e l’inizio della navigazione tra oceani. Ed è chiaro che un Canale di questa portata storica ed economica permetterebbe il passaggio alle più grandi navi del mondo, comprese le portacontainer di grandissima stazza che non possono transitare per il Canale di Panama.
Il Canale è un progetto di nuova navigazione tra il Mar dei Caraibi (Oceano Atlantico) e l’Oceano Pacifico, che dovrà attraversare il Nicaragua e risalire un corso fluviale sino al lago Nicaragua, per poi negli ultimi 10 chilometri tagliare l’istmo di Rivas, con un grande scavo a partire da Brito.
Si tratta di una nuova via marittima di gigantesca portata sul piano degli scambi commerciali e di interazione tra continenti e popoli, un progetto già pensato dalla Francia colonialista e poi a lungo elaborato dagli Stati Uniti, che vi rinunciarono quando acquisirono i diritti sul Canale di Panama nel 1904.
È Rolando Cruz, teologo della Liberazione nicaraguense a ricordare che: “I “nica”, oggi, sanno benissimo che la loro piccola frangia di terra che si affaccia su entrambi gli oceani sarà, a breve, il punto di interesse maggiore per l’economia mondiale. Lo sarà in virtù di un Canale che potrà cambiare il volto del mondo. E ciò rafforza la resistenza del popolo “nica”, la sua lotta per l’indipendenza e autonomia. E questa coscienza sfugge agli strateghi”.
Superfluo sottolineare come tutto questo a Washington scateni l'isteria del’establishment, che considera il Nicaragua parte del proprio “cortile di casa”. Prevedibile che la pressione e le ingerenze Usa contro Managua diventeranno irose e pesantissime.
Fonte
17/11/2021
America Latina: consigli modesti per una sinistra confusa
di Atilio Boron
La Foreign Agents Registration Act (FARA) è una legge americana approvata nel 1938 che richiede agli individui che rappresentano gli interessi delle potenze straniere dotati di una certa “capacità politica o quasi politica” di rivelare la loro relazione con il governo straniero e fornire informazioni dettagliate sui propri finanziamenti e attività alle autorità statunitensi.
Vediamo, esponenti della sinistra latinoamericana, fermatevi un attimo a pensare per favore; è solo questo che vi chiedo.
Come pensate che reagirebbe il governo degli Stati Uniti se la Russia di Vladimir Putin, violando la legislazione vigente in quel paese, reclutasse e finanziasse sfacciatamente alcuni opinion leader, ONG o la stampa che si definisce indipendente e li gettasse nella competizione elettorale per sconfiggere il governo o, in alternativa, rovesciarlo con mezzi sediziosi o promuovere azioni come la presa del Campidoglio il 6 gennaio di quest’anno?
Negli Stati Uniti questi soggetti verrebbero processati e condannati a scontare lunghe pene (esiste una legge che lo prevede dal 1938, volta a impedire la diffusione di idee o attività filosovietiche), e nessuno per questo direbbe che negli USA esiste una dittatura.
Ma se una cosa del genere accade in Nicaragua, dove Washington ha fatto, con totale impudenza, ciò che fa in tutti i nostri paesi – promuovere leadership contrarie ai governi progressisti, con il pretesto di rivitalizzare la “società civile”, finanziandole, consigliandole e offrendo loro protezione mediatica – e le autorità nicaraguensi si difendessero con una legge simile a quella che esiste negli Stati Uniti, ah! Allora sì! A Managua regna la dittatura!
Non vi sembra un po’ incoerente?
Socialisti, comunisti, anarchici, anticapitalisti di tutti i paesi, per favore: svegliatevi, informatevi e studiate la nostra storia prima di riprodurre il discorso della destra e dell’imperialismo e condannare – per mano di Luis Almagro, Biden, Macri, Piñera, Duque e compagnia – con santa indignazione le recenti elezioni nicaraguensi!
Non condannate qui ciò che approvate là. E non illudetevi: anche se lo fate, anche se vi strappate le vesti ripetendo ardentemente la denuncia della destra, mai nessuno vi crederà!
Come risultato metterete a repentaglio la vostra coerenza politica e per di più perderete le elezioni. Non dimenticare che i popoli preferiscono sempre l’originale alla copia.
Fonte
La Foreign Agents Registration Act (FARA) è una legge americana approvata nel 1938 che richiede agli individui che rappresentano gli interessi delle potenze straniere dotati di una certa “capacità politica o quasi politica” di rivelare la loro relazione con il governo straniero e fornire informazioni dettagliate sui propri finanziamenti e attività alle autorità statunitensi.
Vediamo, esponenti della sinistra latinoamericana, fermatevi un attimo a pensare per favore; è solo questo che vi chiedo.
Come pensate che reagirebbe il governo degli Stati Uniti se la Russia di Vladimir Putin, violando la legislazione vigente in quel paese, reclutasse e finanziasse sfacciatamente alcuni opinion leader, ONG o la stampa che si definisce indipendente e li gettasse nella competizione elettorale per sconfiggere il governo o, in alternativa, rovesciarlo con mezzi sediziosi o promuovere azioni come la presa del Campidoglio il 6 gennaio di quest’anno?
Negli Stati Uniti questi soggetti verrebbero processati e condannati a scontare lunghe pene (esiste una legge che lo prevede dal 1938, volta a impedire la diffusione di idee o attività filosovietiche), e nessuno per questo direbbe che negli USA esiste una dittatura.
Ma se una cosa del genere accade in Nicaragua, dove Washington ha fatto, con totale impudenza, ciò che fa in tutti i nostri paesi – promuovere leadership contrarie ai governi progressisti, con il pretesto di rivitalizzare la “società civile”, finanziandole, consigliandole e offrendo loro protezione mediatica – e le autorità nicaraguensi si difendessero con una legge simile a quella che esiste negli Stati Uniti, ah! Allora sì! A Managua regna la dittatura!
Non vi sembra un po’ incoerente?
Socialisti, comunisti, anarchici, anticapitalisti di tutti i paesi, per favore: svegliatevi, informatevi e studiate la nostra storia prima di riprodurre il discorso della destra e dell’imperialismo e condannare – per mano di Luis Almagro, Biden, Macri, Piñera, Duque e compagnia – con santa indignazione le recenti elezioni nicaraguensi!
Non condannate qui ciò che approvate là. E non illudetevi: anche se lo fate, anche se vi strappate le vesti ripetendo ardentemente la denuncia della destra, mai nessuno vi crederà!
Come risultato metterete a repentaglio la vostra coerenza politica e per di più perderete le elezioni. Non dimenticare che i popoli preferiscono sempre l’originale alla copia.
Fonte
25/09/2021
Solito copione contro il Nicaragua
A volte, parlando con amici che sono sopravvissuti agli anni bui del terrorismo di stato in Sud America, ci siamo chiesti come fosse possibile che alcune persone potessero voltarsi e unirsi ai postulati dei carnefici. È una storia che si ripete, che è accaduta dopo la seconda guerra e che è molto ben documentata nel libro "The CIA and the Cultural Cold War" di Frances Stonor Saunders. La domanda è: si sono trasformati davvero o sono sempre stati "intellettuali" - agenti - della classe dominante?
È quasi banale dire che c'è chi muore con una visione chiara e ampia come il Che e tanti altri, e c'è chi muore senza vedere o voler vedere, perché ha smesso di essere umano, si è venduto, si è rotto, si è perso. E hanno perso se stessi "per una manciata di dollari", negando ciò che è essenziale per gli esseri umani, cioè la loro capacità di amare e di pensare, sentire e immaginare un mondo nuovo. È difficile capire queste persone ed è anche difficile spiegarle a causa del potente signore che è il denaro. Hanno svilito, pervertito tutto in loro: alcuni le loro parole, altri le loro posizioni, le loro pose. Sono quelli della barzelletta di Groucho Marx, quando diceva: "guarda, io ho questi principi, ma se non ti piacciono, ne ho altri".
In questo momento di decadenza occidentale, di barbarie programmata e di violenza bestiale contro tutto ciò che non accetta il sistema "democratico" capitalista, vediamo come appaiono i Caino, i "ben pagati", come direbbe Miguel de Molina, per fare discorsi insulsi contro il proprio popolo e per invocare spudoratamente il crimine: chiedono l'intervento militare degli Stati Uniti e dell'Europa per la propria terra, in nome – ovviamente – della "democrazia".
È successo a Cuba in luglio, e uno di questi Caino si è aggiudicato un posto in un programma di cucina della televisione spagnola, in un paese dove, secondo la stampa ufficiale, più di un milione e mezzo di persone sono nelle "code della fame", che è il modo leggero di nominare i diseredati dal meraviglioso sistema capitalista promosso dai vari Caino mentre continuano a ricevere denaro e a fare affari, cercando di rosicchiare il tronco di una rivoluzione socialista che ha ampiamente dimostrato cosa significa l'antimperialismo e la solidarietà internazionalista. È già successo in Venezuela, con i tentativi di colpo di stato, i tentativi di assassinio, le guarimbas e la farsa di Guaidó, riconosciuta da diversi governi europei che non si sono ancora scusati. È successo con il colpo di stato in Bolivia, che il popolo boliviano è stato in grado di ribaltare rapidamente, e naturalmente sta succedendo ora con il Nicaragua.
La campagna mediatica è incessante e quotidiana, la propaganda contro il Nicaragua abbonda, adempiendo al vecchio copione necessario per demonizzare il governo sandinista, perché il 7 novembre si terranno le elezioni generali e tutto fa pensare che il sandinismo avrà ancora una volta una vittoria schiacciante. La sceneggiatura e le voci che si levano per sminuire le conquiste popolari e i progressi sociali sono così classiche che si pensa che lo sceneggiatore abbia esaurito le risorse narrative dopo averle usate così tanto e con così cattivi risultati.
Niente di nuovo sotto il sole, ma almeno potrebbero cambiare alcune scene per migliorare la sceneggiatura. Attaccare i processi rivoluzionari e qualsiasi alternativa veramente democratica (necessariamente socialista o sulla strada del socialismo) è ed è stato il modo di difendere la "democrazia rappresentativa" occidentale, sì, quella che bombarda e saccheggia, quella della NATO, quella che invade, compra e distrugge interi paesi mentre sostiene la solida "democrazia" israeliana che non smette di uccidere i palestinesi, quella che compete per l'obbedienza ai signori della guerra e alle banche, quella che accumula la corruzione necessaria alla legge del mercato, quella che compra i corpi e la vergogna, come dicono gli zapatisti, quella che conosciamo bene, quella che non parla di diritti sociali ma di esigenze di mercato. E il mercato è per loro legge e Dio.
E nella difesa di questa "democrazia" svuotata di organizzazione e contenuti veramente democratici, con il suo vecchio copione tarlato, Sergio Ramirez e Gioconda Belli appaiono con virulenza contro il Nicaragua e le sue conquiste sociali, come molti altri prima di loro, ognuno con il proprio ruolo nel coro di disincanto e virulenza anticomunista condito dalla parola chiave "Stalin" e "totalitarismo". Ogni attore a suo tempo e con il suo stile, da Vargas Llosa, Volpi, Krauze, Pérez Reverte, a tanti altri che parlano e parlano senza sapere in cosa, come e in che direzione è avanzato il Nicaragua nonostante i dolori, la guerra permanente e i suoi sclerotici propagandisti.
Bisogna conoscere almeno un po' di storia e sapere che gli Stati Uniti sono intervenuti per più di cento anni nelle elezioni e nella politica interna del Nicaragua, che hanno erogato enormi somme di denaro e sostegno alle dittature prima dell'arrivo del Sandinismo al governo, che hanno bloccato e promosso la guerra per impedire ciò che esiste oggi: un paese sovrano che dovrebbe essere rispettato come tale.
Nel caso di Ramírez, la svolta è totale. Ha svilito, pervertito, in questo caso le sue parole, le sue posizioni, la sua non-visione delle cose e una delle sue risorse più trite è il vittimismo – secondo il copione stabilito. Appare a giorni alterni nei media per parlare male del governo nicaraguense, per fare la vittima.
In questo copione tristemente falso e in un Occidente che arretra ogni giorno, il Nicaragua è un cattivo esempio perché è riuscito ad andare avanti nonostante le difficoltà che gli sono state imposte: costruzione di 21 ospedali e altri in corso, un enorme movimento associativo di democrazia protagonista che lotta per sconfiggere la povertà ereditata (50% del PIL), una ripresa economica del 5,6%, istruzione e sanità gratuite, costruzione di carri, alloggi decenti, parità di diritti e partecipazione delle donne, sicurezza dei cittadini, quasi l'80% di energie rinnovabili e copertura di più del 99,2% della popolazione... l'elenco è molto più lungo e naturalmente interessa il popolo e non i settori "intellettuali" che recitano il copione balbuziente delle grandi corporazioni dell'impero.
E gli imperi "democratici", USA e UE, sanno perfettamente che non tutto si risolve con i marines e con interventi o colpi di stato, con agenti segreti, spie, finanzieri e direttori di multinazionali, ma anche con altri tipi di armi, chiamiamole culturali e ideologiche, utilizzando sceneggiatori, registi, giornalisti, riviste letterarie, accademici, fumettisti e scrittori che difendono in modo sottile, spudorato o perverso il "modo di vivere" del "capitalismo democratico" come se questo fosse possibile e non quello che Soros chiamava – fedele al suo maestro K. Popper – la società aperta, cioè il "capitalismo democratico". Cioè il neoliberismo e l'espropriazione delle maggioranze.
Persone come i Ramírez, nel caso dell'America Centrale, sono oggi i portavoce delle nuove forme di penetrazione fisica e simbolica a favore dell'impero e a scapito dei movimenti di liberazione e contro i popoli sovrani, come nel caso del Nicaragua, Venezuela, Cuba, Bolivia e Perù. Sono l'ariete di una nuova e particolare guerra fredda culturale in America Latina, anche se non nel senso di un conflitto di blocco, ma nel senso dell'uso della proiezione culturale esterna a scapito dei propri popoli. Sono, in senso stretto, traditori, rinnegati della loro stessa società. Essi praticano la cultura dell'attaccamento al colonialismo più crudo e distruttivo, come sottolineava anni fa Franz Fanon in "I dannati della terra" o in "Pelle nera, maschere bianche".
Da qui le loro dichiarazioni di lode all'Europa o agli Stati Uniti, dove ottengono i loro finanziamenti, le telecamere, i premi cooptati e la loro denigrazione dell'America Latina e della loro cultura di lotta ed emancipazione. La stessa Jean Franco dice che una delle esche che l'imperialismo ha usato per comprare gente come questa è la promessa che saranno riconosciuti nella cosiddetta "cultura universale", con le gravi conseguenze di usare l'arte e la letteratura al servizio dell'egemonismo occidentale e vilipendere così le culture nazionali o regionali. Per parafrasare Hugo Chávez: questa gente vende l'anima al diavolo.
Queste persone, attraverso ciò che scrivono o dichiarano, diventano "portatori del sogno americano", amplificati da associazioni, ONG, media, piattaforme, che sono anche cruciali nell'esportazione dell'American Way of Life e della cultura imperiale.
Le armi non convenzionali – culturali e ideologiche – sono state sviluppate durante decenni per utilizzare questi soggetti per attaccare insidiosamente il processo di trasformazione del Nicaragua che ha raggiunto importanti risultati strutturali sociali, economici, culturali e politici.
Il triste ruolo che svolgono è quello di personificare il "volto morbido" dell'impero nella sua lotta contro i movimenti rivoluzionari in America Latina, e allo stesso tempo sono il punto di intersezione cruciale tra il campo della pirateria intellettuale e il campo politico, per parafrasare Pierre Bourdieu.
Nel caso di Sergio Ramírez o di Belli, nella loro smania di protagonismo e di attaccare il sandinismo, sono caduti nella più abietta di quella che Jean Franco chiama la decadenza della città letterata latinoamericana. Nei loro testi o discorsi possiamo misurare la contaminazione, la distorsione e lo svilimento in questa fase più decadente della politica e della cultura imperiale: suonano come Caines in coro per cercare di screditare i governi progressisti.
Per quanto vogliano spacciarsi per autonomisti, come nel caso di Borges all'epoca, per esempio, non sono altro che ingranaggi del circuito imperiale/capitalista che finanzia, promuove attraverso varie forme di discorsi culturali "universalizzanti", il cui scopo è cercare di neutralizzare la crescente influenza della sinistra, del progressismo e dei patriottismi latinoamericani.
Tuttavia, i fatti reali mostrano che dietro le maschere con cui questi signori fingono di rivestirsi, non sono altro che strumenti inflazionati per attaccare senza successo i processi popolari in America Latina, che sono profondamente radicati tra i loro popoli. Questo è il caso del Nicaragua, per cui la retorica logora e le falsità dei fratelli Ramírez e Belli non hanno più trazione delle piattaforme della stampa aziendale e a pagamento.
Fonte
È quasi banale dire che c'è chi muore con una visione chiara e ampia come il Che e tanti altri, e c'è chi muore senza vedere o voler vedere, perché ha smesso di essere umano, si è venduto, si è rotto, si è perso. E hanno perso se stessi "per una manciata di dollari", negando ciò che è essenziale per gli esseri umani, cioè la loro capacità di amare e di pensare, sentire e immaginare un mondo nuovo. È difficile capire queste persone ed è anche difficile spiegarle a causa del potente signore che è il denaro. Hanno svilito, pervertito tutto in loro: alcuni le loro parole, altri le loro posizioni, le loro pose. Sono quelli della barzelletta di Groucho Marx, quando diceva: "guarda, io ho questi principi, ma se non ti piacciono, ne ho altri".
In questo momento di decadenza occidentale, di barbarie programmata e di violenza bestiale contro tutto ciò che non accetta il sistema "democratico" capitalista, vediamo come appaiono i Caino, i "ben pagati", come direbbe Miguel de Molina, per fare discorsi insulsi contro il proprio popolo e per invocare spudoratamente il crimine: chiedono l'intervento militare degli Stati Uniti e dell'Europa per la propria terra, in nome – ovviamente – della "democrazia".
È successo a Cuba in luglio, e uno di questi Caino si è aggiudicato un posto in un programma di cucina della televisione spagnola, in un paese dove, secondo la stampa ufficiale, più di un milione e mezzo di persone sono nelle "code della fame", che è il modo leggero di nominare i diseredati dal meraviglioso sistema capitalista promosso dai vari Caino mentre continuano a ricevere denaro e a fare affari, cercando di rosicchiare il tronco di una rivoluzione socialista che ha ampiamente dimostrato cosa significa l'antimperialismo e la solidarietà internazionalista. È già successo in Venezuela, con i tentativi di colpo di stato, i tentativi di assassinio, le guarimbas e la farsa di Guaidó, riconosciuta da diversi governi europei che non si sono ancora scusati. È successo con il colpo di stato in Bolivia, che il popolo boliviano è stato in grado di ribaltare rapidamente, e naturalmente sta succedendo ora con il Nicaragua.
La campagna mediatica è incessante e quotidiana, la propaganda contro il Nicaragua abbonda, adempiendo al vecchio copione necessario per demonizzare il governo sandinista, perché il 7 novembre si terranno le elezioni generali e tutto fa pensare che il sandinismo avrà ancora una volta una vittoria schiacciante. La sceneggiatura e le voci che si levano per sminuire le conquiste popolari e i progressi sociali sono così classiche che si pensa che lo sceneggiatore abbia esaurito le risorse narrative dopo averle usate così tanto e con così cattivi risultati.
Niente di nuovo sotto il sole, ma almeno potrebbero cambiare alcune scene per migliorare la sceneggiatura. Attaccare i processi rivoluzionari e qualsiasi alternativa veramente democratica (necessariamente socialista o sulla strada del socialismo) è ed è stato il modo di difendere la "democrazia rappresentativa" occidentale, sì, quella che bombarda e saccheggia, quella della NATO, quella che invade, compra e distrugge interi paesi mentre sostiene la solida "democrazia" israeliana che non smette di uccidere i palestinesi, quella che compete per l'obbedienza ai signori della guerra e alle banche, quella che accumula la corruzione necessaria alla legge del mercato, quella che compra i corpi e la vergogna, come dicono gli zapatisti, quella che conosciamo bene, quella che non parla di diritti sociali ma di esigenze di mercato. E il mercato è per loro legge e Dio.
E nella difesa di questa "democrazia" svuotata di organizzazione e contenuti veramente democratici, con il suo vecchio copione tarlato, Sergio Ramirez e Gioconda Belli appaiono con virulenza contro il Nicaragua e le sue conquiste sociali, come molti altri prima di loro, ognuno con il proprio ruolo nel coro di disincanto e virulenza anticomunista condito dalla parola chiave "Stalin" e "totalitarismo". Ogni attore a suo tempo e con il suo stile, da Vargas Llosa, Volpi, Krauze, Pérez Reverte, a tanti altri che parlano e parlano senza sapere in cosa, come e in che direzione è avanzato il Nicaragua nonostante i dolori, la guerra permanente e i suoi sclerotici propagandisti.
Bisogna conoscere almeno un po' di storia e sapere che gli Stati Uniti sono intervenuti per più di cento anni nelle elezioni e nella politica interna del Nicaragua, che hanno erogato enormi somme di denaro e sostegno alle dittature prima dell'arrivo del Sandinismo al governo, che hanno bloccato e promosso la guerra per impedire ciò che esiste oggi: un paese sovrano che dovrebbe essere rispettato come tale.
Nel caso di Ramírez, la svolta è totale. Ha svilito, pervertito, in questo caso le sue parole, le sue posizioni, la sua non-visione delle cose e una delle sue risorse più trite è il vittimismo – secondo il copione stabilito. Appare a giorni alterni nei media per parlare male del governo nicaraguense, per fare la vittima.
In questo copione tristemente falso e in un Occidente che arretra ogni giorno, il Nicaragua è un cattivo esempio perché è riuscito ad andare avanti nonostante le difficoltà che gli sono state imposte: costruzione di 21 ospedali e altri in corso, un enorme movimento associativo di democrazia protagonista che lotta per sconfiggere la povertà ereditata (50% del PIL), una ripresa economica del 5,6%, istruzione e sanità gratuite, costruzione di carri, alloggi decenti, parità di diritti e partecipazione delle donne, sicurezza dei cittadini, quasi l'80% di energie rinnovabili e copertura di più del 99,2% della popolazione... l'elenco è molto più lungo e naturalmente interessa il popolo e non i settori "intellettuali" che recitano il copione balbuziente delle grandi corporazioni dell'impero.
E gli imperi "democratici", USA e UE, sanno perfettamente che non tutto si risolve con i marines e con interventi o colpi di stato, con agenti segreti, spie, finanzieri e direttori di multinazionali, ma anche con altri tipi di armi, chiamiamole culturali e ideologiche, utilizzando sceneggiatori, registi, giornalisti, riviste letterarie, accademici, fumettisti e scrittori che difendono in modo sottile, spudorato o perverso il "modo di vivere" del "capitalismo democratico" come se questo fosse possibile e non quello che Soros chiamava – fedele al suo maestro K. Popper – la società aperta, cioè il "capitalismo democratico". Cioè il neoliberismo e l'espropriazione delle maggioranze.
Persone come i Ramírez, nel caso dell'America Centrale, sono oggi i portavoce delle nuove forme di penetrazione fisica e simbolica a favore dell'impero e a scapito dei movimenti di liberazione e contro i popoli sovrani, come nel caso del Nicaragua, Venezuela, Cuba, Bolivia e Perù. Sono l'ariete di una nuova e particolare guerra fredda culturale in America Latina, anche se non nel senso di un conflitto di blocco, ma nel senso dell'uso della proiezione culturale esterna a scapito dei propri popoli. Sono, in senso stretto, traditori, rinnegati della loro stessa società. Essi praticano la cultura dell'attaccamento al colonialismo più crudo e distruttivo, come sottolineava anni fa Franz Fanon in "I dannati della terra" o in "Pelle nera, maschere bianche".
Da qui le loro dichiarazioni di lode all'Europa o agli Stati Uniti, dove ottengono i loro finanziamenti, le telecamere, i premi cooptati e la loro denigrazione dell'America Latina e della loro cultura di lotta ed emancipazione. La stessa Jean Franco dice che una delle esche che l'imperialismo ha usato per comprare gente come questa è la promessa che saranno riconosciuti nella cosiddetta "cultura universale", con le gravi conseguenze di usare l'arte e la letteratura al servizio dell'egemonismo occidentale e vilipendere così le culture nazionali o regionali. Per parafrasare Hugo Chávez: questa gente vende l'anima al diavolo.
Queste persone, attraverso ciò che scrivono o dichiarano, diventano "portatori del sogno americano", amplificati da associazioni, ONG, media, piattaforme, che sono anche cruciali nell'esportazione dell'American Way of Life e della cultura imperiale.
Le armi non convenzionali – culturali e ideologiche – sono state sviluppate durante decenni per utilizzare questi soggetti per attaccare insidiosamente il processo di trasformazione del Nicaragua che ha raggiunto importanti risultati strutturali sociali, economici, culturali e politici.
Il triste ruolo che svolgono è quello di personificare il "volto morbido" dell'impero nella sua lotta contro i movimenti rivoluzionari in America Latina, e allo stesso tempo sono il punto di intersezione cruciale tra il campo della pirateria intellettuale e il campo politico, per parafrasare Pierre Bourdieu.
Nel caso di Sergio Ramírez o di Belli, nella loro smania di protagonismo e di attaccare il sandinismo, sono caduti nella più abietta di quella che Jean Franco chiama la decadenza della città letterata latinoamericana. Nei loro testi o discorsi possiamo misurare la contaminazione, la distorsione e lo svilimento in questa fase più decadente della politica e della cultura imperiale: suonano come Caines in coro per cercare di screditare i governi progressisti.
Per quanto vogliano spacciarsi per autonomisti, come nel caso di Borges all'epoca, per esempio, non sono altro che ingranaggi del circuito imperiale/capitalista che finanzia, promuove attraverso varie forme di discorsi culturali "universalizzanti", il cui scopo è cercare di neutralizzare la crescente influenza della sinistra, del progressismo e dei patriottismi latinoamericani.
Tuttavia, i fatti reali mostrano che dietro le maschere con cui questi signori fingono di rivestirsi, non sono altro che strumenti inflazionati per attaccare senza successo i processi popolari in America Latina, che sono profondamente radicati tra i loro popoli. Questo è il caso del Nicaragua, per cui la retorica logora e le falsità dei fratelli Ramírez e Belli non hanno più trazione delle piattaforme della stampa aziendale e a pagamento.
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22/08/2021
Il Nicaragua e l’isteria imperiale
Il Parlamento europeo protesta per i recenti provvedimenti assunti dalla magistratura nicaraguense, che solo applica le leggi vigenti. Niente di nuovo: pur omogenee a quelle di molti paesi, soprattutto europei, ogni volta che il Nicaragua emette una legge la UE ritiene di dare autorizzazioni che non le spettano, giudizi che non le competono e sanzioni illegittime e parole ipocrite a coprire i fatti.
I fatti dicono che gli USA attaccano il Nicaragua con l’aiuto della UE e di alcuni narco-stati latinoamericani. L’attacco si fonda su ragioni ideologiche e politiche, non su inesistenti violazioni ai diritti umani. La pressione statunitense ed europea viene esercitata con l’intenzione di aprire una crisi politico-istituzionale e questo a Managua viene preso tremendamente sul serio.
L’Unione Europea si è aggregata con entusiasmo al piano di “eliminazione del comunismo in America Latina” promosso da Donald Trump e proseguito con Biden. Una guerra ideologica condotta sul piano politico, economico e diplomatico per stringere i paesi socialisti latinoamericani in una morsa feroce. Non è un caso che il Parlamento Europeo ha riconosciuto il colpo di stato in Bolivia, mentre condanna e sanziona Cuba, Nicaragua e Venezuela.
Per il Nicaragua il progetto USA prevede l’abbattimento del governo sandinista e la cattura di Daniel Ortega, quindi l’insediamento di un governo liberale sul modello già conosciuto negli anni ’90. È un progetto in piedi dal 2017, non sono perciò le leggi di questi ultimi mesi il motivo di tanta aggressività contro Managua.
Insomma, il colpo di stato venne sconfitto nel 2018, ma il golpismo è ancora vivo e vegeto grazie all’alimento politico e finanziario che riceve dall’estero. Il che è l’aspetto grave della questione, mentre quello paradossale è che mentre si agisce un piano di regime-change violento, si chiede a chi lo subisce di non reagire, pena essere tacciato di dittatura. Insomma: chi attacca la democrazia accusa di essere una dittatura chi la democrazia la difende.
Democrazia vs golpismo
Da anni USA ed UE hanno deciso di sostenere sfacciatamente, senza diplomazia o salvaguardia delle apparenze, il rovesciamento del governo votato dai nicaraguensi. Vista l’impossibilità di sconfiggere il sandinismo nelle urne e nelle piazze, si è deciso di logorarlo attraverso un piano di destabilizzazione, finanziato dalla USAID ed elaborato nel 2019, in conseguenza del fallimento della opzione golpista del 2018. Il piano, con la sigla RAIN, è articolato su vari fronti: ostilità politica e diplomatica, terrorismo, creazione di una nuova Contra, finanziamento alle opposizioni e ai media che si dicono “indipendenti” ma che sono proprietà de facto dagli Stati Uniti. A supporto esterno arrivano sanzioni, pressioni diplomatiche e leggi speciali con pretese extraterritoriali.
Dopo il voto del 7 Novembre, quando ogni ultima speranza di contenere elettoralmente il FSLN sarà seppellita, le quinte colonne interne genereranno caos e terrore attraverso atti di terrorismo, guerriglia urbana e attacchi militari nelle montagne a Nord del Paese.
La fase successiva del piano è rivolta al sostegno internazionale al golpe, senza il quale sarebbe immediatamente schiacciato. Alcuni personaggi della destra, presentati come “moderati”, benedetti dalla Conferenza Episcopale e dall’impresa privata, si autonominerebbero “governo in esilio”. Questi verrebbe immediatamente riconosciuto da USA, OEA e UE come avvenne con Guaidò in Venezuela e chiederebbe subito l’aiuto internazionale che arriverebbe sotto forma di “aiuto umanitario”, ovvero con una coalizione militare voluta da Washington, benedetta dalla OEA e appoggiata da Bruxelles.
Questo, in grandi linee, il progetto golpista. Ma pensare che la controintelligenza del Nicaragua dorma è grave errore, almeno quanto quello di credere che i diversi protagonisti arrestati e interrogati stiano zitti.
L’errore di questa parte del progetto destabilizzatore è aver ritenuto che, pur in presenza di provocazioni interne ed internazionali, il Nicaragua avrebbe scelto un profilo basso, evitando lo scontro in ragione di una valutazione di opportunità politico-elettorale. Si è creduto che il FSLN avrebbe accettato una campagna elettorale sfacciatamente diretta dall’estero per ragioni di convenienza politica, di tattica elettorale.
Non conoscono il Nicaragua, non capiscono il sandinismo e non decifrano il Comandante Ortega. Managua non soffre di nessuna sindrome di Stoccolma e non è incline all’abbassare lo sguardo di fronte all’arroganza dei potenti o presunti tali. Il Nicaragua non è iscritto al club degli ingenui ed impotenti e reagisce con la forza e la ragione ai piani eversivi, se necessario in assoluta indifferenza nei confronti delle critiche internazionali. Pronta a spiegare le sue ragioni, non a piegare il Diritto.
Questo non per una superbia politica immotivata, o una presuntuosa autosufficienza o una tendenza all’isolamento politico: semplicemente, reagisce al disegno eversivo che punta al disconoscimento del processo elettorale come premessa alla delegittimazione della sua architettura politica ed istituzionale.
Il governo non si farà dettare l’agenda politica dall’estero. Ritiene che la forza del suo progetto stia nella modernizzazione impetuosa del Paese, nella riconoscenza del suo popolo che ha visto cambiare il suo destino in pochi anni e nella memoria del flagello liberista degli anni ’90. Votano i nicaraguensi in Nicaragua ed è con loro l’interlocuzione politica, non con USA, OSA e UE.
Se gli Usa, dei quali pure si conosce l’influenza ma ai quali non si permette l’ingerenza, volessero aprire un confronto positivo con il Nicaragua, avrebbero tempi e modi per farlo. Se invece continuare a organizzare e finanziare la sedizione golpista, allora faticheranno sempre più a trovare mercenari locali disposti al sacrificio.
Questa è la lezione di questi mesi: il Nicaragua non si inginocchia. L’ingerenza e la destabilizzazione comporteranno l’inevitabile reazione per garantire stabilità e istituzionalizzazione. Il Paese si difenderà e saranno tempi duri per i collaborazionisti.
Chi ha paura di Daniel Ortega?
40 anni dopo Reagan, gli USA hanno di nuovo sferrato una offensiva diplomatica in America Latina ed Europa composta da richieste e minacce il cui senso è: lasciateci agire, anzi aiutateci, contro il Nicaragua. Spiace scoprire come l’ossessione USA per il Nicaragua trovi echi stonati in qualche esponente progressista, appartenente alla presunta sinistra light, quella dedita all’alternanza e non all’alternativa. Emblematico che il Nicaragua, che a confronto di Messico, Brasile ed Argentina vanta numeri eccezionali quanto a giustizia sociale e sicurezza, sia divenuta il problema del continente. Il tentativo USA è quello di trovare progressisti disposti a sommarsi ai golpisti per isolare Managua.
L’argentino Fernandez non stupisce particolarmente, non si pretende da modesti funzionari di trasformarsi in statisti. Ma scambiare denaro per principi non è mai conveniente e negoziare prestiti con il FMI sulle spalle della propria decenza non comporterà nulla di buono. Il voltafaccia alla solidarietà latinoamericana per compiacere gli USA troverà giorni di amari pentimenti, perché stabilisce un precedente a cui fare riferimento. Peraltro, l’essere stata colpevole di grave ingerenza militare negli anni ’80 contro il Nicaragua (come nel 2020 in Bolivia), suggerirebbe alla Casa Rosada di misurare parole ed atti: l’Argentina che si fa paladina dei diritti umani rasenta la comicità involontaria. Oltre 120 argentini sono in carcere per le proteste di piazza contro il governo Macrì. Fernandez liberasse loro prima di chiedere a Ortega di liberare i golpisti nicaraguensi.
Quanto ad AMLO, figura rispettabile, sappia che non sarà accompagnando l’ossessione statunitense contro Managua che si fermerà la destabilizzazione e l’ingerenza USA a Sud del Texas. Solo una scarsa capacità di lettura può far credere che la fame dell’impero si esaurisca col boccone nicaraguense: la pietanza vera è la riconquista del continente. Dichiarare l’orgoglio delle popolazioni indigene e associarsi ai conquistadores è paradossale, come denunciare il golpismo contro il proprio paese ed accettarlo in Nicaragua. Il Nicaragua, lo si deve ammettere, risulta di difficile comprensione per i messicani. I narcos sono pochi e ridotti all’impotenza, non sono l’anti-stato e non controllano il Paese. Le donne non scompaiono per ingrossare la tratta degli esseri umani, la polizia non fa parte della manovalanza narcos e la fame non accompagna il 60% della popolazione. Ma accusare Ortega di poca democrazia mentre si sostiene il Venezuela e si inneggia a Cuba, che hanno agito sulla stessa linea (e ne sono stretti alleati), è pura schizofrenia politica. Si dovrebbe evitare di compiere scelte di politica estera con lo sguardo fissato sul rancore della politica interna. La differenza tra presidenti e leader sta qui: nel saper guardare lontano e non perdere mai di vista testo e contesto. Rompere un vincolo storico mai interrotto nemmeno dai governi peggiori del Messico è un gravissimo errore e colpire la solidarietà continentale mentre ci si propone come leader del continente non ha logica.
Del resto, ancor meno ne ha rivendicare una democrazia come quella brasiliana, che realizza colpi di stato parlamentari, porta gli innocenti in carcere e i militari al governo. Suggerire abbandoni del potere mentre ci si candida per la sesta volta appare sgraziato. Sembra rivedere la scena di quella versione uruguayana di Cincinnato, uomo di sinistra ma amato dalla destra di tutto il mondo, che chiedeva a Maduro, a Raul e a Daniel di ritirarsi, e criticava la coppia presidenziale nicaraguense con lui presidente e sua moglie presidente del Senato. Facile prevedere che chi pensa di incipriarsi il naso per risultare più carino agli occhi del proprio boia resterà deluso e se oggi vaneggia di democrazia formale scoprirà presto e sulla propria pelle quanto sia difficile trasformarla in sostanziale.
Sebbene solidarietà vorrebbe che le critiche fossero riservate e gli elogi pubblicizzati, non ci si deve stupire troppo. In parte le differenze di vedute sono comprensibili, indubbiamente la storia di ognuno segna i suoi convincimenti. In fondo le elezioni conquistano il governo, le rivoluzioni prendono il potere. Le prime soccombono dinanzi alla forza, le seconde usano la forza per difendersi. La differenza è enorme, è vero. Per questo tutti – nemici, falsi amici e indifferenti – dovrebbero chiedersi: davvero si può pensare di espungere con la forza il FSLN dal Nicaragua? Quanto spreco di denaro ed energie, quanto odio. Quanta potenza dispiegata per risultare comunque impotenti. Sandino cammina sicuro per il Nicaragua, l’affanno è solo dei suoi nemici.
Fonte
I fatti dicono che gli USA attaccano il Nicaragua con l’aiuto della UE e di alcuni narco-stati latinoamericani. L’attacco si fonda su ragioni ideologiche e politiche, non su inesistenti violazioni ai diritti umani. La pressione statunitense ed europea viene esercitata con l’intenzione di aprire una crisi politico-istituzionale e questo a Managua viene preso tremendamente sul serio.
L’Unione Europea si è aggregata con entusiasmo al piano di “eliminazione del comunismo in America Latina” promosso da Donald Trump e proseguito con Biden. Una guerra ideologica condotta sul piano politico, economico e diplomatico per stringere i paesi socialisti latinoamericani in una morsa feroce. Non è un caso che il Parlamento Europeo ha riconosciuto il colpo di stato in Bolivia, mentre condanna e sanziona Cuba, Nicaragua e Venezuela.
Per il Nicaragua il progetto USA prevede l’abbattimento del governo sandinista e la cattura di Daniel Ortega, quindi l’insediamento di un governo liberale sul modello già conosciuto negli anni ’90. È un progetto in piedi dal 2017, non sono perciò le leggi di questi ultimi mesi il motivo di tanta aggressività contro Managua.
Insomma, il colpo di stato venne sconfitto nel 2018, ma il golpismo è ancora vivo e vegeto grazie all’alimento politico e finanziario che riceve dall’estero. Il che è l’aspetto grave della questione, mentre quello paradossale è che mentre si agisce un piano di regime-change violento, si chiede a chi lo subisce di non reagire, pena essere tacciato di dittatura. Insomma: chi attacca la democrazia accusa di essere una dittatura chi la democrazia la difende.
Democrazia vs golpismo
Da anni USA ed UE hanno deciso di sostenere sfacciatamente, senza diplomazia o salvaguardia delle apparenze, il rovesciamento del governo votato dai nicaraguensi. Vista l’impossibilità di sconfiggere il sandinismo nelle urne e nelle piazze, si è deciso di logorarlo attraverso un piano di destabilizzazione, finanziato dalla USAID ed elaborato nel 2019, in conseguenza del fallimento della opzione golpista del 2018. Il piano, con la sigla RAIN, è articolato su vari fronti: ostilità politica e diplomatica, terrorismo, creazione di una nuova Contra, finanziamento alle opposizioni e ai media che si dicono “indipendenti” ma che sono proprietà de facto dagli Stati Uniti. A supporto esterno arrivano sanzioni, pressioni diplomatiche e leggi speciali con pretese extraterritoriali.
Dopo il voto del 7 Novembre, quando ogni ultima speranza di contenere elettoralmente il FSLN sarà seppellita, le quinte colonne interne genereranno caos e terrore attraverso atti di terrorismo, guerriglia urbana e attacchi militari nelle montagne a Nord del Paese.
La fase successiva del piano è rivolta al sostegno internazionale al golpe, senza il quale sarebbe immediatamente schiacciato. Alcuni personaggi della destra, presentati come “moderati”, benedetti dalla Conferenza Episcopale e dall’impresa privata, si autonominerebbero “governo in esilio”. Questi verrebbe immediatamente riconosciuto da USA, OEA e UE come avvenne con Guaidò in Venezuela e chiederebbe subito l’aiuto internazionale che arriverebbe sotto forma di “aiuto umanitario”, ovvero con una coalizione militare voluta da Washington, benedetta dalla OEA e appoggiata da Bruxelles.
Questo, in grandi linee, il progetto golpista. Ma pensare che la controintelligenza del Nicaragua dorma è grave errore, almeno quanto quello di credere che i diversi protagonisti arrestati e interrogati stiano zitti.
L’errore di questa parte del progetto destabilizzatore è aver ritenuto che, pur in presenza di provocazioni interne ed internazionali, il Nicaragua avrebbe scelto un profilo basso, evitando lo scontro in ragione di una valutazione di opportunità politico-elettorale. Si è creduto che il FSLN avrebbe accettato una campagna elettorale sfacciatamente diretta dall’estero per ragioni di convenienza politica, di tattica elettorale.
Non conoscono il Nicaragua, non capiscono il sandinismo e non decifrano il Comandante Ortega. Managua non soffre di nessuna sindrome di Stoccolma e non è incline all’abbassare lo sguardo di fronte all’arroganza dei potenti o presunti tali. Il Nicaragua non è iscritto al club degli ingenui ed impotenti e reagisce con la forza e la ragione ai piani eversivi, se necessario in assoluta indifferenza nei confronti delle critiche internazionali. Pronta a spiegare le sue ragioni, non a piegare il Diritto.
Questo non per una superbia politica immotivata, o una presuntuosa autosufficienza o una tendenza all’isolamento politico: semplicemente, reagisce al disegno eversivo che punta al disconoscimento del processo elettorale come premessa alla delegittimazione della sua architettura politica ed istituzionale.
Il governo non si farà dettare l’agenda politica dall’estero. Ritiene che la forza del suo progetto stia nella modernizzazione impetuosa del Paese, nella riconoscenza del suo popolo che ha visto cambiare il suo destino in pochi anni e nella memoria del flagello liberista degli anni ’90. Votano i nicaraguensi in Nicaragua ed è con loro l’interlocuzione politica, non con USA, OSA e UE.
Se gli Usa, dei quali pure si conosce l’influenza ma ai quali non si permette l’ingerenza, volessero aprire un confronto positivo con il Nicaragua, avrebbero tempi e modi per farlo. Se invece continuare a organizzare e finanziare la sedizione golpista, allora faticheranno sempre più a trovare mercenari locali disposti al sacrificio.
Questa è la lezione di questi mesi: il Nicaragua non si inginocchia. L’ingerenza e la destabilizzazione comporteranno l’inevitabile reazione per garantire stabilità e istituzionalizzazione. Il Paese si difenderà e saranno tempi duri per i collaborazionisti.
Chi ha paura di Daniel Ortega?
40 anni dopo Reagan, gli USA hanno di nuovo sferrato una offensiva diplomatica in America Latina ed Europa composta da richieste e minacce il cui senso è: lasciateci agire, anzi aiutateci, contro il Nicaragua. Spiace scoprire come l’ossessione USA per il Nicaragua trovi echi stonati in qualche esponente progressista, appartenente alla presunta sinistra light, quella dedita all’alternanza e non all’alternativa. Emblematico che il Nicaragua, che a confronto di Messico, Brasile ed Argentina vanta numeri eccezionali quanto a giustizia sociale e sicurezza, sia divenuta il problema del continente. Il tentativo USA è quello di trovare progressisti disposti a sommarsi ai golpisti per isolare Managua.
L’argentino Fernandez non stupisce particolarmente, non si pretende da modesti funzionari di trasformarsi in statisti. Ma scambiare denaro per principi non è mai conveniente e negoziare prestiti con il FMI sulle spalle della propria decenza non comporterà nulla di buono. Il voltafaccia alla solidarietà latinoamericana per compiacere gli USA troverà giorni di amari pentimenti, perché stabilisce un precedente a cui fare riferimento. Peraltro, l’essere stata colpevole di grave ingerenza militare negli anni ’80 contro il Nicaragua (come nel 2020 in Bolivia), suggerirebbe alla Casa Rosada di misurare parole ed atti: l’Argentina che si fa paladina dei diritti umani rasenta la comicità involontaria. Oltre 120 argentini sono in carcere per le proteste di piazza contro il governo Macrì. Fernandez liberasse loro prima di chiedere a Ortega di liberare i golpisti nicaraguensi.
Quanto ad AMLO, figura rispettabile, sappia che non sarà accompagnando l’ossessione statunitense contro Managua che si fermerà la destabilizzazione e l’ingerenza USA a Sud del Texas. Solo una scarsa capacità di lettura può far credere che la fame dell’impero si esaurisca col boccone nicaraguense: la pietanza vera è la riconquista del continente. Dichiarare l’orgoglio delle popolazioni indigene e associarsi ai conquistadores è paradossale, come denunciare il golpismo contro il proprio paese ed accettarlo in Nicaragua. Il Nicaragua, lo si deve ammettere, risulta di difficile comprensione per i messicani. I narcos sono pochi e ridotti all’impotenza, non sono l’anti-stato e non controllano il Paese. Le donne non scompaiono per ingrossare la tratta degli esseri umani, la polizia non fa parte della manovalanza narcos e la fame non accompagna il 60% della popolazione. Ma accusare Ortega di poca democrazia mentre si sostiene il Venezuela e si inneggia a Cuba, che hanno agito sulla stessa linea (e ne sono stretti alleati), è pura schizofrenia politica. Si dovrebbe evitare di compiere scelte di politica estera con lo sguardo fissato sul rancore della politica interna. La differenza tra presidenti e leader sta qui: nel saper guardare lontano e non perdere mai di vista testo e contesto. Rompere un vincolo storico mai interrotto nemmeno dai governi peggiori del Messico è un gravissimo errore e colpire la solidarietà continentale mentre ci si propone come leader del continente non ha logica.
Del resto, ancor meno ne ha rivendicare una democrazia come quella brasiliana, che realizza colpi di stato parlamentari, porta gli innocenti in carcere e i militari al governo. Suggerire abbandoni del potere mentre ci si candida per la sesta volta appare sgraziato. Sembra rivedere la scena di quella versione uruguayana di Cincinnato, uomo di sinistra ma amato dalla destra di tutto il mondo, che chiedeva a Maduro, a Raul e a Daniel di ritirarsi, e criticava la coppia presidenziale nicaraguense con lui presidente e sua moglie presidente del Senato. Facile prevedere che chi pensa di incipriarsi il naso per risultare più carino agli occhi del proprio boia resterà deluso e se oggi vaneggia di democrazia formale scoprirà presto e sulla propria pelle quanto sia difficile trasformarla in sostanziale.
Sebbene solidarietà vorrebbe che le critiche fossero riservate e gli elogi pubblicizzati, non ci si deve stupire troppo. In parte le differenze di vedute sono comprensibili, indubbiamente la storia di ognuno segna i suoi convincimenti. In fondo le elezioni conquistano il governo, le rivoluzioni prendono il potere. Le prime soccombono dinanzi alla forza, le seconde usano la forza per difendersi. La differenza è enorme, è vero. Per questo tutti – nemici, falsi amici e indifferenti – dovrebbero chiedersi: davvero si può pensare di espungere con la forza il FSLN dal Nicaragua? Quanto spreco di denaro ed energie, quanto odio. Quanta potenza dispiegata per risultare comunque impotenti. Sandino cammina sicuro per il Nicaragua, l’affanno è solo dei suoi nemici.
Fonte
18/07/2021
Nicaragua, il Sandinismo fa 42
Sono 42 anni che Sandino è tornato in Nicaragua. Da quel 1979 si è scritta una storia senza timore di noia e senza speranza di riposo. Sono 42 anni del FSLN che si sovrappongono e si integrano alla storia del Nicaragua. Non sono immaginabili il sandinismo privo del Nicaragua e la vicenda nicaraguense al di fuori del sandinismo.
Il sandinismo è una architettura in costante aggiornamento ma con i punti cardinali irremovibili. Lotta alla povertà, sviluppo inclusivo, indipendenza, costruzione di una società equa. Una società che si regga su valori condivisi, sulla responsabilità collettiva, sulla supremazia del Noi sull’Io. Il sandinismo non è infatti la semplice – per quanto fondamentale – enumerazione dei suoi successi: è stato ed è ideologia e prassi, etica e mistica rivoluzionaria, identificazione del destino di ognuno con quello di tutti e di quello di tutti con quello della Patria. In qualche modo è stato ed è la religione civile del Paese.
Le tappe della Rivoluzione
La prima inizia con l’entrata dei guerriglieri a Managua. Vennero anni sfrontati ed eccitanti: gli analfabeti impararono a scrivere ed i muti a parlare, i contadini impararono a camminare con lo sguardo alto e l’allegria prese possesso di tutto ciò che scorreva nelle vene del Paese. Una avventura straordinaria, un sogno collettivo che vide uomini e donne alla pari, poveri e ricchi con uguali cittadinanza. Ma l’idea che in Nicaragua fossero i nicaraguensi a comandare non era digerita a Washington e gli anni che seguirono dovettero contrapporre rivoluzione a terrorismo. Nel Paese, la differenza correva tra chi difendeva la patria aggredita e chi invece, per lucro e per odio, stava con l’aggressore.
La resistenza all’aggressione fu di per se progetto. Portò in dote la democrazia popolare e lo dimostrò anche quando venne il momento di consegnare il Paese a chi aveva vinto le elezioni. Nel Gennaio del 1990 il FSLN esibì il rispetto delle regole anche quando queste sono inconvenienti. Per la prima volta nella storia, una Rivoluzione cedeva il potere senza combattere. Governare senza la legittimità della maggioranza del resto non era una opzione. Come nei dieci anni di guerra finiti con un sandinismo mai vinto, il FSLN diede una lectio magistralis di democrazia. Tutt’altro da chi sogna il golpismo per togliere il potere a chi vince e consegnarlo a chi perde.
La seconda tappa ebbe le sembianze dell’opposizione. Si dovette imparare che niente è per sempre, che nemmeno una Costituzione ha valore reale se non la si difende ogni giorno. Per non cancellare dieci anni di rivoluzione, il FSLN dovette ricominciare dal basso e dettare l’agenda politica del Paese sulla difesa delle conquiste rivoluzionarie. La lotta si fece incandescente e un manipolo di sandinisti dai cognomi oligarchici decise fosse il momento di trasformare il FSLN in una alternanza compatibile con il liberalismo. Pensarono di trasformare il sandinismo in una reliquia da libro di storia, fissando il suo spirito ribelle alla sola sconfitta di Somoza, dichiarando chiusa la stagione del socialismo e della nuova Nicaragua.
Si allearono con il liberalismo offrendo i voti parlamentari per consentirgli di privatizzare ricchezze e socializzare la fame. Votarono inibizioni elettorali per convenienza e firmarono la legge elettorale che oggi avversano: non immaginavano che potesse essere un giorno un ostacolo per loro. Inaugurarono la stagione dei diritti a pagamento: quelli che prima alfabetizzarono, accettarono che l’istruzione divenisse opzione di chi poteva spendere ed applaudirono il ministro Belli che toglieva il vaso di latte ai bambini che si recavano a scuola. In quel caso la Gioconda degli editori, relatrice a mezzo libri di tutti i suoi amori, non ritenne doversi disperare: a compiere il misfatto era il fratello Umberto, Opus Dei, tra i personaggi più cinici della politica nicaraguense.
Questi “ex guerriglieri”, che la stampa occidentale definisce “ex sandinisti” dimenticando che lo furono per 10 anni ma che da 30 sono liberali e alleati dell'estrema destra, si accomodarono subito nel nuovo mondo. Dalla lotta contro l’imperialismo passarono rapidamente al servizio dello stesso, mentre Daniel Ortega andava in ogni dove del Paese a ricostruire il FSLN.
Per fare in modo che la sconfitta elettorale non divenisse un tracollo, per impedire che si ponessero le condizioni di una opposizione permanente e senza sbocchi, approfittando delle divisioni della destra, Daniel Ortega chiuse il migliore degli accordi sulla legge elettorale per poter sognare di tornare al governo passando dalle urne. E così fu. La fine del 2006 portò con sé la fine del liberismo devastatore e la furia rapace del chamorrismo.
La terza tappa fu dapprima opera di ricostruzione di una nazione distrutta, poi la messa in opera del più grande progetto di ammodernamento mai concepito in tutto il Centroamerica; un progetto disegnato sin nei minimi dettagli dal suo Comandante. Risultati? Riduzione del 50% della povertà assoluta e di quella relativa; salute gratis e di qualità, con 19 ospedali costruiti e altri sei in costruzione; 1133 presidi medici e 143 ambulatori, 178 case materne, 59 centri di riabilitazione e 80 cliniche mobili; laboratori farmacologici e due centri dotati di acceleratore nucleare.
Il buio degli anni ’90 è diventato luce. L’energia elettrica copre il 99,5% del paese e a tariffe sussidiate, il 70% dell’energia viene da fonti rinnovabili. La fame è ricordo del passato: autosufficienza alimentare e prezzi del paniere controllati, acqua potabile al 98,2% del paese.
Si muovono uomini e cose: oltre 3700 chilometri di strade, con il collegamento via terra tra la l’Atlantico e il Pacifico, i trasporti sono sussidiati e al costo più basso di tutto il Centro America. Le case? Quasi 122.000 famiglie hanno avuto una nuova casa e non vi sono più case senza tetto. L’istruzione è gratuita fino al massimo grado universitario: circa trentaduemila classi sono state costruite o ristrutturate, consegnate un milione e duecentomila merende scolari all’anno e sei milioni di zaini con materiale didattico, tanto per rendere concreto il diritto allo studio dei meno abbienti.
Pensioni garantite a partire dai 60 anni. Aumenti salariali ciclici. Finanziamenti alle famiglie contadine e sostegni alle cooperative. Finanziamenti per decine di migliaia di famiglie, costruiti stadi e centri sportivi ovunque e parchi ricostruiti con wi-fi gratuito. Le politiche sull’equità di genere hanno portato il Nicaragua al 5 posto del mondo nella riduzione del gender gap. Finanziamenti internazionali spesi nel migliore dei modi, come certificano la stessa Onu, FAO, Banca Mondiale e BID. Un buen vivir certificato da due dati: migrazione al livello minore di tutta la regione e sicurezza ai primi posti nel continente.
Questi sono stati gli ultimi 14 anni di Sandinismo e questo spiega l’adesione di un popolo e la contrarietà delle élite. Dove infatti i diritti universali sono certi la sussidiarietà privata non ha spazio: se scuola, pensioni, sanità sono pubbliche ed efficienti, non trovano spazio per il business i fondi pensione speculativi, le assicurazioni private gestite dai gruppi finanziari, le cliniche private di proprietà delle oligarchie locali. Quando i diritti abbondano, i privilegi hanno poco senso.
La Rivoluzione Sandinista non è solo sogno di liberazione e indipendenza: è anche un progetto visionario di un Paese che non si accontenta di essere il più grande della regione ma vuole diventare il più moderno, vivibile, equo e sostenibile. L’economia mista è lo strumento scelto per il consolidamento della crescita economica: si accumula ricchezza con una economia capitalistica e la si distribuisce con logica socialista.
Il Nicaragua è un cattivo esempio per l’impero, che ha deciso di contrastarlo sin dal 2007, attraverso il tentativo di unificare destra e moderati per batterlo elettoralmente; poi, nel 2018, quando vide l’impossibilità di riuscire in entrambi i progetti, diede ordine di scatenare la guerra.
Quei tre mesi del 2018 danneggiarono seriamente la crescita del Nicaragua. Oltre alle vittime, costarono 1800 milioni di dollari di danni e circa 300.000 posti di lavoro persi a causa delle aziende legate al latifondo che licenziavano per alzare il livello della crisi sociale a scopo caduta del governo. Non vi riuscirono e adesso sono a leccarsi le ferite, esibendo certificazione di irrilevanza. Il Nicaragua, infatti, nonostante i danni del tentato golpe, due uragani ed una pandemia, chiuderà l’anno in corso con una crescita tra il 2,5 e il 3,5. La più alta della regione.
Golpismo, infezione del malinchismo
L’odio per il Sandinismo da parte dell’oligarchia trova la sponda nell’impero USA, dove è prodotto della lunga serie di sconfitte ed umiliazioni patite tanto in terra nicaraguense che internazionale. Ma prima e oltre, gli USA non tollerano la ribellione altrui. Lo considerano territorio loro, come recita la Dottrina Monroe, ma devono sopportare un teatro di indipendenza, di relazioni internazionali aperte, diplomaticamente, commercialmente e politicamente. A Managua non si ignora la rilevanza continentale e regionale degli USA, ma non si ritiene dover chiedergli autorizzazioni per decidere cosa è meglio, cosa si può e cosa non si può fare. Di sovranità si tratta e il tema non si presta a molte discussioni: la si difende o vi si rinuncia, non ci sono terze scelte.
Minacce, sanzioni, avvertimenti in stile mafioso sono stati gli strumenti statunitensi ed europei di questi ultimi mesi. La scusa è l’inchiesta giudiziaria per riciclaggio di denaro e concorso attivo con il golpismo da parte della famiglia Chamorro e dei suoi seguaci. Si rimprovera al Nicaragua di applicare le sue leggi, come se l’istituzionalità del Paese fosse tema di discussione. Uno dei nodi su cui insiste Washington è la legge elettorale. Essa, sebbene scritta in gran parte dai governi liberali e solo attualizzata da quello sandinista con clausole relative alla partecipazione delle donne ed alla ineleggibilità (già emanate in gran parte dal governo liberale di Violeta Chamorro), disturba l’impero perché certifica la sovranità dei nicaraguensi sul Nicaragua.
La legge non contiene infatti l’articolo che gli USA vorrebbero: quello che decreta che vincono i candidati scelti da loro, indipendentemente da chi ha i voti. Dal punto di vista di Washington è comprensibile: che bisogno c’è di voti se il Presidente deve essere solo il loro proconsole?
La moda del momento che scorre sulla passerella del golpismo è che tutti si dichiarano candidati: non conta che non lo siano, che non abbiano nessuno che li candidi, che non dispongano di un partito o di consenso. L’autocandidatura serve, secondo loro, a renderli impunibili. Errore, serve solo ad ingannare media e lettori che li credono candidati senza esserlo.
Ridicolo parlare di inchiesta ad uso elettorale, quando i sondaggi danno la vittoria del Fsln sull’opposizione 62 a 23, con il 15 di astensione. L’inchiesta per tradimento alla patria, sovversione e riciclaggio di denaro dispone di abbondanti prove e proseguirà anche senza il placet degli USA o dell’Unione Europea, che del resto per gli stessi reati puniscono più duramente di quanto non preveda il codice penale nicaraguense.
Proseguirà anche per confermare, ad amici e nemici, che la democrazia nicaraguense è una democrazia popolare e non delle élite: che si fonda sulle Istituzioni e sul rispetto della volontà popolare e ritiene il tentativo di sovvertire l’ordine costituzionale con mezzi violenti un crimine che va perseguito. Idem il riciclaggio del denaro (contro cui gli stessi USA chiedono rigore) che non può essere perdonato od omesso.
Si andrà fino in fondo, anche per dimostrare che la Costituzione, l’impianto legislativo, le norme e i regolamenti che determinano e delimitano la sfera della legalità, non sono suscettibili di pressioni esterne, per poderose che siano. Quanto alle quinte colonne, apprenderanno a loro spese il principio della reciprocità: chi invoca sanzioni sarà sanzionato.
Alla vigilia delle elezioni di novembre, il Nicaragua e il Sandinismo viaggiano mano nella mano. Sanno di non potersi scindere, di dover camminare insieme e senza sosta per poter continuare ad affermare il diritto ad essere liberi e ad avere un futuro degno. Questo sono dopo 42 anni il Nicaragua e il Sandinismo: anima e corpo immortali di quel progetto ispirato da un minuto Generale trasformatosi in gigante.
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Il sandinismo è una architettura in costante aggiornamento ma con i punti cardinali irremovibili. Lotta alla povertà, sviluppo inclusivo, indipendenza, costruzione di una società equa. Una società che si regga su valori condivisi, sulla responsabilità collettiva, sulla supremazia del Noi sull’Io. Il sandinismo non è infatti la semplice – per quanto fondamentale – enumerazione dei suoi successi: è stato ed è ideologia e prassi, etica e mistica rivoluzionaria, identificazione del destino di ognuno con quello di tutti e di quello di tutti con quello della Patria. In qualche modo è stato ed è la religione civile del Paese.
Le tappe della Rivoluzione
La prima inizia con l’entrata dei guerriglieri a Managua. Vennero anni sfrontati ed eccitanti: gli analfabeti impararono a scrivere ed i muti a parlare, i contadini impararono a camminare con lo sguardo alto e l’allegria prese possesso di tutto ciò che scorreva nelle vene del Paese. Una avventura straordinaria, un sogno collettivo che vide uomini e donne alla pari, poveri e ricchi con uguali cittadinanza. Ma l’idea che in Nicaragua fossero i nicaraguensi a comandare non era digerita a Washington e gli anni che seguirono dovettero contrapporre rivoluzione a terrorismo. Nel Paese, la differenza correva tra chi difendeva la patria aggredita e chi invece, per lucro e per odio, stava con l’aggressore.
La resistenza all’aggressione fu di per se progetto. Portò in dote la democrazia popolare e lo dimostrò anche quando venne il momento di consegnare il Paese a chi aveva vinto le elezioni. Nel Gennaio del 1990 il FSLN esibì il rispetto delle regole anche quando queste sono inconvenienti. Per la prima volta nella storia, una Rivoluzione cedeva il potere senza combattere. Governare senza la legittimità della maggioranza del resto non era una opzione. Come nei dieci anni di guerra finiti con un sandinismo mai vinto, il FSLN diede una lectio magistralis di democrazia. Tutt’altro da chi sogna il golpismo per togliere il potere a chi vince e consegnarlo a chi perde.
La seconda tappa ebbe le sembianze dell’opposizione. Si dovette imparare che niente è per sempre, che nemmeno una Costituzione ha valore reale se non la si difende ogni giorno. Per non cancellare dieci anni di rivoluzione, il FSLN dovette ricominciare dal basso e dettare l’agenda politica del Paese sulla difesa delle conquiste rivoluzionarie. La lotta si fece incandescente e un manipolo di sandinisti dai cognomi oligarchici decise fosse il momento di trasformare il FSLN in una alternanza compatibile con il liberalismo. Pensarono di trasformare il sandinismo in una reliquia da libro di storia, fissando il suo spirito ribelle alla sola sconfitta di Somoza, dichiarando chiusa la stagione del socialismo e della nuova Nicaragua.
Si allearono con il liberalismo offrendo i voti parlamentari per consentirgli di privatizzare ricchezze e socializzare la fame. Votarono inibizioni elettorali per convenienza e firmarono la legge elettorale che oggi avversano: non immaginavano che potesse essere un giorno un ostacolo per loro. Inaugurarono la stagione dei diritti a pagamento: quelli che prima alfabetizzarono, accettarono che l’istruzione divenisse opzione di chi poteva spendere ed applaudirono il ministro Belli che toglieva il vaso di latte ai bambini che si recavano a scuola. In quel caso la Gioconda degli editori, relatrice a mezzo libri di tutti i suoi amori, non ritenne doversi disperare: a compiere il misfatto era il fratello Umberto, Opus Dei, tra i personaggi più cinici della politica nicaraguense.
Questi “ex guerriglieri”, che la stampa occidentale definisce “ex sandinisti” dimenticando che lo furono per 10 anni ma che da 30 sono liberali e alleati dell'estrema destra, si accomodarono subito nel nuovo mondo. Dalla lotta contro l’imperialismo passarono rapidamente al servizio dello stesso, mentre Daniel Ortega andava in ogni dove del Paese a ricostruire il FSLN.
Per fare in modo che la sconfitta elettorale non divenisse un tracollo, per impedire che si ponessero le condizioni di una opposizione permanente e senza sbocchi, approfittando delle divisioni della destra, Daniel Ortega chiuse il migliore degli accordi sulla legge elettorale per poter sognare di tornare al governo passando dalle urne. E così fu. La fine del 2006 portò con sé la fine del liberismo devastatore e la furia rapace del chamorrismo.
La terza tappa fu dapprima opera di ricostruzione di una nazione distrutta, poi la messa in opera del più grande progetto di ammodernamento mai concepito in tutto il Centroamerica; un progetto disegnato sin nei minimi dettagli dal suo Comandante. Risultati? Riduzione del 50% della povertà assoluta e di quella relativa; salute gratis e di qualità, con 19 ospedali costruiti e altri sei in costruzione; 1133 presidi medici e 143 ambulatori, 178 case materne, 59 centri di riabilitazione e 80 cliniche mobili; laboratori farmacologici e due centri dotati di acceleratore nucleare.
Il buio degli anni ’90 è diventato luce. L’energia elettrica copre il 99,5% del paese e a tariffe sussidiate, il 70% dell’energia viene da fonti rinnovabili. La fame è ricordo del passato: autosufficienza alimentare e prezzi del paniere controllati, acqua potabile al 98,2% del paese.
Si muovono uomini e cose: oltre 3700 chilometri di strade, con il collegamento via terra tra la l’Atlantico e il Pacifico, i trasporti sono sussidiati e al costo più basso di tutto il Centro America. Le case? Quasi 122.000 famiglie hanno avuto una nuova casa e non vi sono più case senza tetto. L’istruzione è gratuita fino al massimo grado universitario: circa trentaduemila classi sono state costruite o ristrutturate, consegnate un milione e duecentomila merende scolari all’anno e sei milioni di zaini con materiale didattico, tanto per rendere concreto il diritto allo studio dei meno abbienti.
Pensioni garantite a partire dai 60 anni. Aumenti salariali ciclici. Finanziamenti alle famiglie contadine e sostegni alle cooperative. Finanziamenti per decine di migliaia di famiglie, costruiti stadi e centri sportivi ovunque e parchi ricostruiti con wi-fi gratuito. Le politiche sull’equità di genere hanno portato il Nicaragua al 5 posto del mondo nella riduzione del gender gap. Finanziamenti internazionali spesi nel migliore dei modi, come certificano la stessa Onu, FAO, Banca Mondiale e BID. Un buen vivir certificato da due dati: migrazione al livello minore di tutta la regione e sicurezza ai primi posti nel continente.
Questi sono stati gli ultimi 14 anni di Sandinismo e questo spiega l’adesione di un popolo e la contrarietà delle élite. Dove infatti i diritti universali sono certi la sussidiarietà privata non ha spazio: se scuola, pensioni, sanità sono pubbliche ed efficienti, non trovano spazio per il business i fondi pensione speculativi, le assicurazioni private gestite dai gruppi finanziari, le cliniche private di proprietà delle oligarchie locali. Quando i diritti abbondano, i privilegi hanno poco senso.
La Rivoluzione Sandinista non è solo sogno di liberazione e indipendenza: è anche un progetto visionario di un Paese che non si accontenta di essere il più grande della regione ma vuole diventare il più moderno, vivibile, equo e sostenibile. L’economia mista è lo strumento scelto per il consolidamento della crescita economica: si accumula ricchezza con una economia capitalistica e la si distribuisce con logica socialista.
Il Nicaragua è un cattivo esempio per l’impero, che ha deciso di contrastarlo sin dal 2007, attraverso il tentativo di unificare destra e moderati per batterlo elettoralmente; poi, nel 2018, quando vide l’impossibilità di riuscire in entrambi i progetti, diede ordine di scatenare la guerra.
Quei tre mesi del 2018 danneggiarono seriamente la crescita del Nicaragua. Oltre alle vittime, costarono 1800 milioni di dollari di danni e circa 300.000 posti di lavoro persi a causa delle aziende legate al latifondo che licenziavano per alzare il livello della crisi sociale a scopo caduta del governo. Non vi riuscirono e adesso sono a leccarsi le ferite, esibendo certificazione di irrilevanza. Il Nicaragua, infatti, nonostante i danni del tentato golpe, due uragani ed una pandemia, chiuderà l’anno in corso con una crescita tra il 2,5 e il 3,5. La più alta della regione.
Golpismo, infezione del malinchismo
L’odio per il Sandinismo da parte dell’oligarchia trova la sponda nell’impero USA, dove è prodotto della lunga serie di sconfitte ed umiliazioni patite tanto in terra nicaraguense che internazionale. Ma prima e oltre, gli USA non tollerano la ribellione altrui. Lo considerano territorio loro, come recita la Dottrina Monroe, ma devono sopportare un teatro di indipendenza, di relazioni internazionali aperte, diplomaticamente, commercialmente e politicamente. A Managua non si ignora la rilevanza continentale e regionale degli USA, ma non si ritiene dover chiedergli autorizzazioni per decidere cosa è meglio, cosa si può e cosa non si può fare. Di sovranità si tratta e il tema non si presta a molte discussioni: la si difende o vi si rinuncia, non ci sono terze scelte.
Minacce, sanzioni, avvertimenti in stile mafioso sono stati gli strumenti statunitensi ed europei di questi ultimi mesi. La scusa è l’inchiesta giudiziaria per riciclaggio di denaro e concorso attivo con il golpismo da parte della famiglia Chamorro e dei suoi seguaci. Si rimprovera al Nicaragua di applicare le sue leggi, come se l’istituzionalità del Paese fosse tema di discussione. Uno dei nodi su cui insiste Washington è la legge elettorale. Essa, sebbene scritta in gran parte dai governi liberali e solo attualizzata da quello sandinista con clausole relative alla partecipazione delle donne ed alla ineleggibilità (già emanate in gran parte dal governo liberale di Violeta Chamorro), disturba l’impero perché certifica la sovranità dei nicaraguensi sul Nicaragua.
La legge non contiene infatti l’articolo che gli USA vorrebbero: quello che decreta che vincono i candidati scelti da loro, indipendentemente da chi ha i voti. Dal punto di vista di Washington è comprensibile: che bisogno c’è di voti se il Presidente deve essere solo il loro proconsole?
La moda del momento che scorre sulla passerella del golpismo è che tutti si dichiarano candidati: non conta che non lo siano, che non abbiano nessuno che li candidi, che non dispongano di un partito o di consenso. L’autocandidatura serve, secondo loro, a renderli impunibili. Errore, serve solo ad ingannare media e lettori che li credono candidati senza esserlo.
Ridicolo parlare di inchiesta ad uso elettorale, quando i sondaggi danno la vittoria del Fsln sull’opposizione 62 a 23, con il 15 di astensione. L’inchiesta per tradimento alla patria, sovversione e riciclaggio di denaro dispone di abbondanti prove e proseguirà anche senza il placet degli USA o dell’Unione Europea, che del resto per gli stessi reati puniscono più duramente di quanto non preveda il codice penale nicaraguense.
Proseguirà anche per confermare, ad amici e nemici, che la democrazia nicaraguense è una democrazia popolare e non delle élite: che si fonda sulle Istituzioni e sul rispetto della volontà popolare e ritiene il tentativo di sovvertire l’ordine costituzionale con mezzi violenti un crimine che va perseguito. Idem il riciclaggio del denaro (contro cui gli stessi USA chiedono rigore) che non può essere perdonato od omesso.
Si andrà fino in fondo, anche per dimostrare che la Costituzione, l’impianto legislativo, le norme e i regolamenti che determinano e delimitano la sfera della legalità, non sono suscettibili di pressioni esterne, per poderose che siano. Quanto alle quinte colonne, apprenderanno a loro spese il principio della reciprocità: chi invoca sanzioni sarà sanzionato.
Alla vigilia delle elezioni di novembre, il Nicaragua e il Sandinismo viaggiano mano nella mano. Sanno di non potersi scindere, di dover camminare insieme e senza sosta per poter continuare ad affermare il diritto ad essere liberi e ad avere un futuro degno. Questo sono dopo 42 anni il Nicaragua e il Sandinismo: anima e corpo immortali di quel progetto ispirato da un minuto Generale trasformatosi in gigante.
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