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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/01/2022

Nicaragua, la sfida prosegue

Managua. Con una cerimonia sobria, è iniziato oggi il quarto mandato presidenziale del Comandante Daniel Ortega. Alla presenza di delegazioni internazionali rappresentanti 21 paesi, e di oltre 300 rappresentanti di partiti e movimenti di Europa, USA e America Latina, tra fazzoletti rosso e neri e guayaberas bianche, la banda presidenziale è stata indossata per la quarta volta consecutiva dal Comandante.

È cominciato così il nuovo mandato a governare per il leader sandinista che ha riportato il FSLN al suo ruolo naturale, quello di governo.

A festeggiare l’evento, insieme al suo popolo ci sono gli amici, i compagni e i fratelli. Quelli di sempre e per sempre sono lo scudo, i più recenti lo diverranno. Sono il fronte delle schiene dritte, persone verticali che cavalcano idee circolari. Donne e uomini che hanno cambiato il destino dei rispettivi paesi e non i conti dei rispettivi banchieri. Si tratta di condivisioni di analisi e obiettivi, di internazionalismo e amicizia; è un fronte comune basato sul reciproco rispetto e sulla reciproca solidarietà, che dell’amicizia è risvolto concreto.

C’è Nicolas Maduro, Presidente del Venezuela assediato ma vincente, capace di scendere all’inferno e risalire utilizzando la corsia di sorpasso. C’è Miguel Diaz Canel, Presidente di Cuba, espressione del Socialismo cubano bloccato ma mai isolato, che vince anche da accerchiato. C’è il presidente ancora in carica dell’Honduras, che sa di rischiare grosso partecipando a questo insediamento. Ci sono gli ex presidenti di Guatemala ed El Salvador e, soprattutto, ci sono ministri di Cina, Russia, Iran, che vengono a testimoniare la centralità politica del Nicaragua nello scacchiere latinoamericano. Un particolare rilievo è stato dato alla presenza del vicepresidente dell'Assemblea del Popolo cinese (Parlamento), inviato speciale di Xi, con il quale il Nicaragua, nelle ore precedenti, ha stipulato numerosi contratti di forniture e servizi in diversi ambiti.

La presenza di buona parte del continente all’insediamento di un governo che le istituzioni USA e OEA dicono di non riconoscere è anche il frutto di un inizio di ricucitura delle relazioni tra paesi progressisti e paesi socialisti che ha mosso i primi significativi passi nella recente riunione della CELAC a Buenos Aires. Si è aperto un cammino importante di ascolto e rispetto reciproco, di prevalenza della solidarietà e dell’incontro sull’esacerbazione delle differenze, si è affermato il punto di vista latinoamericano sull’interpretazione del Diritto internazionale e del senso profondo di ciò che s’intende per comunità politica.

Gli assenti

Dalle celebrazioni dell’insediamento di Daniel Ortega e Rosario Murillo sono assenti gli Stati Uniti, l’Unione Europea e l’OSA, che dimostrano così quanto le pregiudiziali politiche siano la cifra del sistema di relazioni che adottano: se sei indipendentista, se sei sandinista, socialista, antiimperialista, allora non sei riconosciuto. Se non offri cessioni di sovranità nazionale agli organismi che il nuovo sistema imperiale propone a guardia dei suoi interessi, allora non sei rispettato, al più indicato; non sei un Paese, sei un nemico.

Dice l’OSA che non riconosce elezioni senza la sua supervisione, però quando le supervisiona organizza colpi di Stato. Dice che rispetta la democrazia ma riconosce i governi golpisti. Dice anche che non riconosce le elezioni irregolari, ma ha come rappresentante del Venezuela un signor nessuno mai eletto a nulla. E, paradosso tra i paradossi, anche i paesi latinoamericani che non riconoscono Guaidò lasciano che i rispettivi ambasciatori votino con lui nell’OSA contro governi di paesi legittimamente eletti. Un pasticcio di ipocrisia e stupidità politica, autentico esempio di scempio giuridico.

La destra afferma che l’assenza di Europa e Stati Uniti indica l’isolamento del governo sandinista, ma la verità è esattamente l’opposto: le assenze come le presenze sono un fatto politico. E se le prime confermano l’ostilità dell’impero e dei suoi seguaci, le seconde dicono di come il Nicaragua sia ormai collocabile in una orbita precisa del confronto internazionale, ovvero quella che vede nel multilateralismo e nel rispetto del Diritto internazionale le due gambe della governance mondiale. Altro che assenze, semmai che un paese di sei milioni di abitanti, grande come una regione italiana e con un PIL al 140 posto nel mondo, raduni rappresentanti di 2 miliardi e mezzo di popolazione mondiale in una cerimonia che ha molto poco di protocollare e molto di politico, racconta proprio la capacità del Comandante Ortega di mettere il Nicaragua al centro dello scacchiere internazionale.

Altri cinque anni

Il mandato di Daniel Ortega è chiaro: proseguire e migliorare un esperimento politico e sociale che ha già ottenuto risultati straordinari, decisamente superiori a quelli che molti avevano ipotizzato la sera del 7 Novembre del 2006, quando il CNE informava che, dopo sedici maledetti anni di miseria, fame, corruzione e repressione nel nome del liberismo, il sandinismo tornava a governare il Paese. Dopo sedici anni di notte buia, di nuovo si accendevano le luci: il popolo veniva eletto Presidente.

Quel voto che diede la vittoria il 7 Novembre del 2006 è quasi raddoppiato. Sorde al fisiologico declino del consenso che ovunque accompagna l’abitudine verso l’establishment, qui le percentuali del consenso sono state le maggiori di tutte le tornate elettorali di questi 14 anni. Oltre il 65% di partecipazione e il 76% dei consensi al FSLN dicono che le elezioni del Novembre 2021 sono state un trionfo per il sandinismo ed una festa civica per il Paese. Da Miami, come da Bruxelles, si è straparlato di astensione, ma i nicaraguensi sono andati in massa alle urne, rifiutando la vigliaccata dell’indifferenza, proposta da chi nulla è, e nulla ha da proporre.

È l’indice di partecipazione più alto registrato in Nord, Centro, Sud America ed Europa, a conferma del feeling tra governanti e governati. Il messaggio partito alla volta di Washington e Bruxelles era facilmente decifrabile: il Nicaragua esercita la democrazia e non si sottrae alla sua difesa; è terra di libertà e opportunità per ognuno, ma non a discapito dei diritti di tutti. Per questo tutto viene permesso tranne il tradimento della Patria, tutto viene tollerato ma non la violenza e la sopraffazione, tutto viene compreso ma non il tentativo di rivoltare con la forza la volontà popolare. Non si riconosce il valore di questo messaggio? Pazienza, i sordi di professione, che ascoltano musiche senza suoni, resteranno un dettaglio trascurabile.

Quel 76% circa dei voti ottenuti non erano scontati. Sono arrivati a consuntivo di quanto fatto, meritati per il che cosa, il perché, il come e il quando del più formidabile, ampio ed esteso progetto di modernizzazione del Paese mai concepito nella storia secolare del Nicaragua. Hanno dimostrato come tra promesse e mantenimento delle stesse non vi sia stato nessun black-out, che la materialità delle condizioni di vita della popolazione sia oggi diversa.

Si è garantito il flusso di spesa corrente con le imposte sui redditi, mentre i crediti internazionali hanno finanziato le grandi opere e i progetti che in ogni campo hanno segnato la nuova Nicaragua. È vero, i lavori in corso per l’ammodernamento del Paese continuano, anche perché le ambizioni gareggiano con la realtà e quasi sempre la battono. Ma volgendo lo sguardo al “prima” e all’oggi, non possono esserci dubbi: non un giorno è andato sprecato, non un dollaro è stato mal speso, non un problema è rimasto senza una soluzione almeno parziale, non una paura è rimasta senza ascolto.

Si contano ormai più rapidamente le cose da fare che quelle già fatte: il Nicaragua, attraverso la consegna di terre e case è tornato ad essere dei nicaraguensi e strade, elettricità, potabilità dell’acqua, trasporti, istruzione e sanità, sostegni economici e piani di intervento sociale hanno dato un nuovo volto alla popolazione, divenuta titolare di diritti pubblici invalicabili, di principi che si fanno politica. Che ha scacciato una volta e per sempre la rassegnazione, ha dichiarato impropria l’impotenza e illegale la tristezza.

Questi 14 anni della terza tappa della rivoluzione sandinista sono stati anche la riaffermazione costante della sua istituzionalità, chiudendo l’epoca nella quale le istituzioni erano vocate al diritto esclusivo del latifondo; oggi sono diventate progressivamente la rappresentazione della società nicaraguense. Il Paese è diventato adulto, nel gioco degli specchi riflessi ha assunto le sembianze del suo stesso popolo. Ha assunto a tempo indeterminato sovranità e indipendenza, elementi inscindibili di ogni avvenire possibile. Ha aperto le braccia quando è stato necessario e ha chiuso i pugni quando è stato inevitabile, perché i nicaraguensi sono uomini con un animo di pace in uno spirito guerriero.

Gli assenti di oggi sono tali perché l’assenza serve a coprire l’impotenza. Gridano, minacciano, sanzionano inutilmente. Il Nicaragua è libero, sovrano, solidale e sandinista. E non c’è niente e nessuno che possa cambiare questo stato di grazia.

Fonte

08/11/2021

Nicaragua, le colombe volano alto

Managua. Con un consenso che sfiora il 76%, il Frente Sandinista de Liberacìòn Nacional, guidato dal Comandante, Presidente Daniel Ortega e dalla Vicepresidente Rosario Murillo, si è aggiudicato la vittoria elettorale nelle elezioni celebratesi il 7 Novembre. Disporrà così di altri 5 anni di mandato presidenziale e di un Parlamento dove il sandinismo è maggioranza assoluta, pertanto la continuità con il governo uscente è garantita. Inizia da oggi, dunque, la nuova fase che per altri cinque anni almeno, garantirà l’incremento delle politiche pubbliche inclusive e il mantenimento di una posizione intransigente sotto il profilo dell’indipendenza e della sovranità nazionale del Paese.

I 165 osservatori ed i 67 giornalisti internazionali hanno certificato l’assoluta regolarità del voto, svoltosi in un clima di tranquillità ed in condizioni di trasparenza altrove sconosciute. È stata una prova formidabile di mobilitazione popolare ed il 65% dell’affluenza alle urne testimonia un investimento deciso dell’elettorato verso il proprio futuro. L’ampiezza territoriale uniforme e il numero assoluto e in percentuale raggiunto dimostra poi come il FSLN sia un partito autenticamente nazional-popolare, che riesce cioè a parlare con tutti i settori della società nicaraguense in ogni luogo del Paese.

Sul piano più squisitamente politico ha vinto la tenacia con la quale il Presidente, Comandante Daniel Ortega, respinse le pressioni interne ed internazionali per il voto anticipato, rifiutandosi così di modificare il calendario elettorale previsto dalla Costituzione, che prevede - come ovunque - le elezioni anticipate solo quando un governo non riscuota più la fiducia del Parlamento.

Rifiutarsi di anticipare le elezioni nel 2018 fu una manifestazione di legame forte con la Costituzione, perché non venne nemmeno considerato prioritario il vantaggio che avrebbe comportato il votare con l’odore di bruciato dell’infamia golpista ancora nell’aria. Si scelse di mantenere il calendario costituzionale e non la convenienza politica immediata. Tantomeno si accettò di riconoscere come entità politica con cui interloquire le potenze straniere che tentarono e tentano con forza crescente (e crescenti delusioni) di intervenire nella politica nicaraguense. Non si permise di alterare l’istituzionalità del Paese, il suo procedimento giuridico e costituzionale.

Si è dimostrato oggi come la decisione fu giusta. Il consenso pervenuto racconta di una identificazione assoluta tra il popolo e il governo. Uno dei motivi è proprio la sensazione di sicurezza e stabilità che offre insieme alle politiche inclusive. Qui, lontani anni luce dalla rappresentazione farsesca della politica così come la conosciamo in Europa o negli USA, il rispetto della costituzionalità del Paese è terreno imprescindibile e di premessa ad ogni considerazione politica e perché il rafforzamento della istituzionalità produce il consolidamento della democrazia formale e sostanziale. Di questi due aspetti della sovranità popolare è formato il cammino obbligato che va di pari passo con le politiche pubbliche che riducono le diseguaglianze. Democrazia formale e democrazia sostanziale devono viaggiare insieme, perché questo trasforma la gente in popolo, questo rende nazione un Paese.

Ha perso la destra unita sotto il segno del malinchismo, ha perso l’attitudine ad essere schiavi di notte e sentirsi padroni di giorno. Ha perso una destra recalcitrante e corrotta, imbottita di dollari e priva di ogni intelligenza politica, di ogni sapienza tattica, di ogni visione strategica. Una destra che non abita il Paese di cui straparla, che non ne conosce forza e perseveranza; una destra vecchia, di impronta servile e neocoloniale, che si offre al discount della politica come un detersivo inefficace. Una destra che rappresenta tutto il vecchio del latifondo e delle ginocchia consumate di fronte all’impero che si è trovata di fronte un FSLN capace di coniugare la tradizione con la modernità, la spinta all’indipendenza con l’ambizione di rappresentarla politicamente.

Hanno perso i traditori e i mercenari, gli odiatori compulsivi, i produttori senza soste di menzogne avvolte in dollari. Il golpismo ha subito la più dura delle sconfitte, perché sull’astensionismo aveva puntato forte. Pensava che la stanchezza fisiologica che interviene dopo anni nel rapporto tra governanti e governati potesse scavare un solco; si è affidata all’opposizione isterica delle gerarchie ecclesiali, alle minacce statunitensi con leggi e sanzioni su misura, alle pressioni dell’Unione Europea e dei pagliacci latinoamericani, all’organizzazione di liberali e conservatori e di tutta la carovana di antisandinismo nella speranza che tutti questi elementi potessero, in qualche modo, produrre una distanza tra eletti ed elettori. Errore clamoroso da principianti, tipico di chi si propone di leggere i quadri complessi con il sistema binario invece che con una lettura olistica.

Hanno tentato la stessa strategia del 1990, approvando la legge Renacer a Washington nel tentativo, tra gli altri, di terrorizzare i lavoratori della zona franca (circa 130.000) con la minaccia di uscita del Nicaragua dal Cafta, senza dire che, semplicemente, non è possibile a norma di statuto e che dagli USA al resto del Centroamerica tutti ne pagherebbero un alto prezzo in termini commerciali. Hanno cominciato a disconoscere il risultato elettorale prima ancora che si aprissero le urne provando a definirne un valore esclusivamente interno, senza capire che ai nicaraguensi solo del Nicaragua importa.

La reazione imperiale

Gli USA hanno reagito con nervosismo alla loro sconfitta in Nicaragua. Biden è uscito dal sarcofago per definire una pantomima il voto nicaraguense e l’Unione Europea ha reiterato un suo non riconoscimento come annunciato già da mesi addietro, quando le elezioni non erano ancora state convocate. Stesso copione del resto messo in scena con il Venezuela e stessa identica risposta ricevuta: il Venezuela non si è minimamente curato del non riconoscimento europeo e lo stesso farà il Nicaragua. Vivono sereni e felici anche senza la UE: l’impotenza del Vecchio Continente verso l’America Latina è fattore non risolvibile con i sogni frustrati di neocolonialismo.

A livello continentale la prima reazione statunitense è stata quella di ordinare alla Costa Rica di emettere un comunicato nel quale disconoscono il risultato elettorale nicaraguense. San Josè ha accettato con entusiasmo; non capita tutti i giorni che una tra le più corrotte classi politiche del continente, a guardia di una nazione economicamente nulla, militarmente inerte e politicamente insulsa, si trovi a sostenere un ruolo come fosse un Paese vero e non un segno della generosità della giurisprudenza internazionale.

È solo il primo passo dell’offensiva politica, diplomatica e commerciale che verrà scatenata contro il Nicaragua. Utilizzeranno la coperta lacera e abbastanza sudicia dell’OSA, metteranno in campo il Gruppo di Lima (detto il cartello di Lima per la provata dipendenza dai narcos di chi lo compone) e chiederanno a qualche ONG finanziate dalla USAID di ricordarsi di condannare. Si distingueranno i governi fascisti del Cono Sud, con in testa Colombia, Cile, Brasile e Uruguay, che diranno le stesse cose con tre sigle diverse (Paesi singoli, gruppo di Lima e OEA) per sembrare di più. Mobiliteranno tastiere mercenarie di presunti giornalisti dei media vincolati agli USA ed al sistema finanziario internazionale, magari esibendo qualche cialtrone pentito, di quelli che da giovani si fingevano di sinistra per lavorare ed ora sono di ultradestra per non smettere di lavorare.

Sul piano politico-commerciale si possono prevedere messe in opera di un insieme di misure destinate a piegare il Nicaragua agli interessi statunitensi, ma sarà tutt’altro che facile ottenere il consenso della comunità internazionale, a maggior ragione sul piano regionale. Succede infatti che uno degli effetti della maledetta globalizzazione è che l’intreccio di interessi reciproci dei diversi attori rende, su scala locale come globale, di difficile realizzazione iniziative che solo ad alcuni giovano e solo ad altri danneggiano. L’intreccio di interessi reciproci fa sì che tutti abbiano da perdere in una crociata senza senso.

Dal canto suo Managua può contare su diverse frecce al proprio arco. La prima è il suo ruolo fondamentale nella contenzione del narcotraffico e del traffico di esseri umani verso gli Stati Uniti. Lo stesso Pentagono ha più volte sottolineato come le forze armate nicaraguensi siano le migliori della regione tanto in generale come in particolare per i compiti di pattugliamento della propria quota di mar dei Caraibi e della parte interna, così come della repressione dei fenomeni criminali. Un venir meno della collaborazione nicaraguense sia bilaterale sia in ambito SICA metterebbe in crisi l’assetto della sicurezza regionale, il commercio e l’import/export dell’emisfero tutto e della cooperazione che su diversi terreni caratterizza il processo di integrazione dell’area.

Non conviene dunque a nessuno, USA e Canada compresi, alterare l’equilibrio faticosamente raggiunto in chiave di sicurezza regionale e, comunque, certo non conviene per sostenere una battaglia ideologica ad alto tasso di isterìa e di capricci imperiali, che vede Washington pretendere che i suoi dipendenti locali governino indipendentemente dal consenso che hanno.

Ma pensare che una minoranza bianca volgare e insignificante, priva di ogni rispetto e di qualsivoglia consenso possa rappresentare il futuro del Paese significa non avere il benché minimo senno e nemmeno il senso delle proporzioni. Credere che destabilizzare Managua non comporti di conseguenza anche una destabilizzazione dell’area e quindi, di riflesso, degli stessi USA, significa aver imparato la politica internazionale nelle enciclopedie a fascicoli.

A Managua sono attenti ma non certo disperati. Il Nicaragua ha fatto un gigantesco passo nel cammino che porta al rafforzamento della sua istituzionalità. Il segnale che volevano dare lo hanno dato. Il Paese è politicamente solido ed affidabile ed al riparo da tentazioni golpiste. Il governo è saldo, gode di una maggioranza politica schiacciante e non è nemmeno ipotizzabile prescindere da questi dati.

Parlare con il Nicaragua si può e si deve. Ci sono interessi comuni nell’area, dallo sviluppo alla sicurezza, dal commercio alle politiche migratorie. Serve dunque che gli USA si dotino di una politica. Dovrebbero trovare il coraggio di togliere dalle mani della mafia della Florida la politica statunitense verso l’America Latina, dato che questa serve solo ad ingrassare gli interessi della lobby cubano-americana che si arricchisce sull’ostilità e gli embarghi a Cuba, Venezuela e Nicaragua. Successivamente abbandonare l’idea che siano protettorati statunitensi tutto ciò che vive a Sud del Rio Bravo, apprendere la differenza tra dialogo e monologo.

Il Nicaragua non è un aggregato geografico come la Costa Rica. Il suo peso internazionale non è paragonabile a quello di nessun altro Paese della Regione. Ma la dimensione della sua sovranità è parte fondamentale della sua identità politica e culturale e non si può non riconoscere come la capacità di gestione di una seria polarizzazione politica lo rende un modello di democrazia e, insieme, il paese leader nella regione. Meglio proporgli confronti che scontri, meglio disegnare scenari utili piuttosto che inventare sanzioni inutili.

Nel frattempo il Nicaragua si gode la sua festa civica. Le colombe hanno volato in alto e i corvi hanno ritenuto di dover lasciare libero il cielo. La vittoria elettorale di ieri ricorda a tutti, ma proprio a tutti, che l’indipendenza genera sovranità che a sua volta partorisce libertà. La democrazia è un frutto delizioso da assaporare: almeno a questa latitudine, viene servita su piatti umili. Ma infrangibili.

Fonte

22/08/2021

Il Nicaragua e l’isteria imperiale

Il Parlamento europeo protesta per i recenti provvedimenti assunti dalla magistratura nicaraguense, che solo applica le leggi vigenti. Niente di nuovo: pur omogenee a quelle di molti paesi, soprattutto europei, ogni volta che il Nicaragua emette una legge la UE ritiene di dare autorizzazioni che non le spettano, giudizi che non le competono e sanzioni illegittime e parole ipocrite a coprire i fatti.

I fatti dicono che gli USA attaccano il Nicaragua con l’aiuto della UE e di alcuni narco-stati latinoamericani. L’attacco si fonda su ragioni ideologiche e politiche, non su inesistenti violazioni ai diritti umani. La pressione statunitense ed europea viene esercitata con l’intenzione di aprire una crisi politico-istituzionale e questo a Managua viene preso tremendamente sul serio.

L’Unione Europea si è aggregata con entusiasmo al piano di “eliminazione del comunismo in America Latina” promosso da Donald Trump e proseguito con Biden. Una guerra ideologica condotta sul piano politico, economico e diplomatico per stringere i paesi socialisti latinoamericani in una morsa feroce. Non è un caso che il Parlamento Europeo ha riconosciuto il colpo di stato in Bolivia, mentre condanna e sanziona Cuba, Nicaragua e Venezuela.

Per il Nicaragua il progetto USA prevede l’abbattimento del governo sandinista e la cattura di Daniel Ortega, quindi l’insediamento di un governo liberale sul modello già conosciuto negli anni ’90. È un progetto in piedi dal 2017, non sono perciò le leggi di questi ultimi mesi il motivo di tanta aggressività contro Managua.

Insomma, il colpo di stato venne sconfitto nel 2018, ma il golpismo è ancora vivo e vegeto grazie all’alimento politico e finanziario che riceve dall’estero. Il che è l’aspetto grave della questione, mentre quello paradossale è che mentre si agisce un piano di regime-change violento, si chiede a chi lo subisce di non reagire, pena essere tacciato di dittatura. Insomma: chi attacca la democrazia accusa di essere una dittatura chi la democrazia la difende.

Democrazia vs golpismo

Da anni USA ed UE hanno deciso di sostenere sfacciatamente, senza diplomazia o salvaguardia delle apparenze, il rovesciamento del governo votato dai nicaraguensi. Vista l’impossibilità di sconfiggere il sandinismo nelle urne e nelle piazze, si è deciso di logorarlo attraverso un piano di destabilizzazione, finanziato dalla USAID ed elaborato nel 2019, in conseguenza del fallimento della opzione golpista del 2018. Il piano, con la sigla RAIN, è articolato su vari fronti: ostilità politica e diplomatica, terrorismo, creazione di una nuova Contra, finanziamento alle opposizioni e ai media che si dicono “indipendenti” ma che sono proprietà de facto dagli Stati Uniti. A supporto esterno arrivano sanzioni, pressioni diplomatiche e leggi speciali con pretese extraterritoriali.

Dopo il voto del 7 Novembre, quando ogni ultima speranza di contenere elettoralmente il FSLN sarà seppellita, le quinte colonne interne genereranno caos e terrore attraverso atti di terrorismo, guerriglia urbana e attacchi militari nelle montagne a Nord del Paese.

La fase successiva del piano è rivolta al sostegno internazionale al golpe, senza il quale sarebbe immediatamente schiacciato. Alcuni personaggi della destra, presentati come “moderati”, benedetti dalla Conferenza Episcopale e dall’impresa privata, si autonominerebbero “governo in esilio”. Questi verrebbe immediatamente riconosciuto da USA, OEA e UE come avvenne con Guaidò in Venezuela e chiederebbe subito l’aiuto internazionale che arriverebbe sotto forma di “aiuto umanitario”, ovvero con una coalizione militare voluta da Washington, benedetta dalla OEA e appoggiata da Bruxelles.

Questo, in grandi linee, il progetto golpista. Ma pensare che la controintelligenza del Nicaragua dorma è grave errore, almeno quanto quello di credere che i diversi protagonisti arrestati e interrogati stiano zitti.

L’errore di questa parte del progetto destabilizzatore è aver ritenuto che, pur in presenza di provocazioni interne ed internazionali, il Nicaragua avrebbe scelto un profilo basso, evitando lo scontro in ragione di una valutazione di opportunità politico-elettorale. Si è creduto che il FSLN avrebbe accettato una campagna elettorale sfacciatamente diretta dall’estero per ragioni di convenienza politica, di tattica elettorale.

Non conoscono il Nicaragua, non capiscono il sandinismo e non decifrano il Comandante Ortega. Managua non soffre di nessuna sindrome di Stoccolma e non è incline all’abbassare lo sguardo di fronte all’arroganza dei potenti o presunti tali. Il Nicaragua non è iscritto al club degli ingenui ed impotenti e reagisce con la forza e la ragione ai piani eversivi, se necessario in assoluta indifferenza nei confronti delle critiche internazionali. Pronta a spiegare le sue ragioni, non a piegare il Diritto.

Questo non per una superbia politica immotivata, o una presuntuosa autosufficienza o una tendenza all’isolamento politico: semplicemente, reagisce al disegno eversivo che punta al disconoscimento del processo elettorale come premessa alla delegittimazione della sua architettura politica ed istituzionale.

Il governo non si farà dettare l’agenda politica dall’estero. Ritiene che la forza del suo progetto stia nella modernizzazione impetuosa del Paese, nella riconoscenza del suo popolo che ha visto cambiare il suo destino in pochi anni e nella memoria del flagello liberista degli anni ’90. Votano i nicaraguensi in Nicaragua ed è con loro l’interlocuzione politica, non con USA, OSA e UE.

Se gli Usa, dei quali pure si conosce l’influenza ma ai quali non si permette l’ingerenza, volessero aprire un confronto positivo con il Nicaragua, avrebbero tempi e modi per farlo. Se invece continuare a organizzare e finanziare la sedizione golpista, allora faticheranno sempre più a trovare mercenari locali disposti al sacrificio.

Questa è la lezione di questi mesi: il Nicaragua non si inginocchia. L’ingerenza e la destabilizzazione comporteranno l’inevitabile reazione per garantire stabilità e istituzionalizzazione. Il Paese si difenderà e saranno tempi duri per i collaborazionisti.

Chi ha paura di Daniel Ortega?

40 anni dopo Reagan, gli USA hanno di nuovo sferrato una offensiva diplomatica in America Latina ed Europa composta da richieste e minacce il cui senso è: lasciateci agire, anzi aiutateci, contro il Nicaragua. Spiace scoprire come l’ossessione USA per il Nicaragua trovi echi stonati in qualche esponente progressista, appartenente alla presunta sinistra light, quella dedita all’alternanza e non all’alternativa. Emblematico che il Nicaragua, che a confronto di Messico, Brasile ed Argentina vanta numeri eccezionali quanto a giustizia sociale e sicurezza, sia divenuta il problema del continente. Il tentativo USA è quello di trovare progressisti disposti a sommarsi ai golpisti per isolare Managua.

L’argentino Fernandez non stupisce particolarmente, non si pretende da modesti funzionari di trasformarsi in statisti. Ma scambiare denaro per principi non è mai conveniente e negoziare prestiti con il FMI sulle spalle della propria decenza non comporterà nulla di buono. Il voltafaccia alla solidarietà latinoamericana per compiacere gli USA troverà giorni di amari pentimenti, perché stabilisce un precedente a cui fare riferimento. Peraltro, l’essere stata colpevole di grave ingerenza militare negli anni ’80 contro il Nicaragua (come nel 2020 in Bolivia), suggerirebbe alla Casa Rosada di misurare parole ed atti: l’Argentina che si fa paladina dei diritti umani rasenta la comicità involontaria. Oltre 120 argentini sono in carcere per le proteste di piazza contro il governo Macrì. Fernandez liberasse loro prima di chiedere a Ortega di liberare i golpisti nicaraguensi.

Quanto ad AMLO, figura rispettabile, sappia che non sarà accompagnando l’ossessione statunitense contro Managua che si fermerà la destabilizzazione e l’ingerenza USA a Sud del Texas. Solo una scarsa capacità di lettura può far credere che la fame dell’impero si esaurisca col boccone nicaraguense: la pietanza vera è la riconquista del continente. Dichiarare l’orgoglio delle popolazioni indigene e associarsi ai conquistadores è paradossale, come denunciare il golpismo contro il proprio paese ed accettarlo in Nicaragua. Il Nicaragua, lo si deve ammettere, risulta di difficile comprensione per i messicani. I narcos sono pochi e ridotti all’impotenza, non sono l’anti-stato e non controllano il Paese. Le donne non scompaiono per ingrossare la tratta degli esseri umani, la polizia non fa parte della manovalanza narcos e la fame non accompagna il 60% della popolazione. Ma accusare Ortega di poca democrazia mentre si sostiene il Venezuela e si inneggia a Cuba, che hanno agito sulla stessa linea (e ne sono stretti alleati), è pura schizofrenia politica. Si dovrebbe evitare di compiere scelte di politica estera con lo sguardo fissato sul rancore della politica interna. La differenza tra presidenti e leader sta qui: nel saper guardare lontano e non perdere mai di vista testo e contesto. Rompere un vincolo storico mai interrotto nemmeno dai governi peggiori del Messico è un gravissimo errore e colpire la solidarietà continentale mentre ci si propone come leader del continente non ha logica.

Del resto, ancor meno ne ha rivendicare una democrazia come quella brasiliana, che realizza colpi di stato parlamentari, porta gli innocenti in carcere e i militari al governo. Suggerire abbandoni del potere mentre ci si candida per la sesta volta appare sgraziato. Sembra rivedere la scena di quella versione uruguayana di Cincinnato, uomo di sinistra ma amato dalla destra di tutto il mondo, che chiedeva a Maduro, a Raul e a Daniel di ritirarsi, e criticava la coppia presidenziale nicaraguense con lui presidente e sua moglie presidente del Senato. Facile prevedere che chi pensa di incipriarsi il naso per risultare più carino agli occhi del proprio boia resterà deluso e se oggi vaneggia di democrazia formale scoprirà presto e sulla propria pelle quanto sia difficile trasformarla in sostanziale.

Sebbene solidarietà vorrebbe che le critiche fossero riservate e gli elogi pubblicizzati, non ci si deve stupire troppo. In parte le differenze di vedute sono comprensibili, indubbiamente la storia di ognuno segna i suoi convincimenti. In fondo le elezioni conquistano il governo, le rivoluzioni prendono il potere. Le prime soccombono dinanzi alla forza, le seconde usano la forza per difendersi. La differenza è enorme, è vero. Per questo tutti – nemici, falsi amici e indifferenti – dovrebbero chiedersi: davvero si può pensare di espungere con la forza il FSLN dal Nicaragua? Quanto spreco di denaro ed energie, quanto odio. Quanta potenza dispiegata per risultare comunque impotenti. Sandino cammina sicuro per il Nicaragua, l’affanno è solo dei suoi nemici.

Fonte

18/07/2021

Nicaragua, il Sandinismo fa 42

Sono 42 anni che Sandino è tornato in Nicaragua. Da quel 1979 si è scritta una storia senza timore di noia e senza speranza di riposo. Sono 42 anni del FSLN che si sovrappongono e si integrano alla storia del Nicaragua. Non sono immaginabili il sandinismo privo del Nicaragua e la vicenda nicaraguense al di fuori del sandinismo.

Il sandinismo è una architettura in costante aggiornamento ma con i punti cardinali irremovibili. Lotta alla povertà, sviluppo inclusivo, indipendenza, costruzione di una società equa. Una società che si regga su valori condivisi, sulla responsabilità collettiva, sulla supremazia del Noi sull’Io. Il sandinismo non è infatti la semplice – per quanto fondamentale – enumerazione dei suoi successi: è stato ed è ideologia e prassi, etica e mistica rivoluzionaria, identificazione del destino di ognuno con quello di tutti e di quello di tutti con quello della Patria. In qualche modo è stato ed è la religione civile del Paese.

Le tappe della Rivoluzione

La prima inizia con l’entrata dei guerriglieri a Managua. Vennero anni sfrontati ed eccitanti: gli analfabeti impararono a scrivere ed i muti a parlare, i contadini impararono a camminare con lo sguardo alto e l’allegria prese possesso di tutto ciò che scorreva nelle vene del Paese. Una avventura straordinaria, un sogno collettivo che vide uomini e donne alla pari, poveri e ricchi con uguali cittadinanza. Ma l’idea che in Nicaragua fossero i nicaraguensi a comandare non era digerita a Washington e gli anni che seguirono dovettero contrapporre rivoluzione a terrorismo. Nel Paese, la differenza correva tra chi difendeva la patria aggredita e chi invece, per lucro e per odio, stava con l’aggressore.

La resistenza all’aggressione fu di per se progetto. Portò in dote la democrazia popolare e lo dimostrò anche quando venne il momento di consegnare il Paese a chi aveva vinto le elezioni. Nel Gennaio del 1990 il FSLN esibì il rispetto delle regole anche quando queste sono inconvenienti. Per la prima volta nella storia, una Rivoluzione cedeva il potere senza combattere. Governare senza la legittimità della maggioranza del resto non era una opzione. Come nei dieci anni di guerra finiti con un sandinismo mai vinto, il FSLN diede una lectio magistralis di democrazia. Tutt’altro da chi sogna il golpismo per togliere il potere a chi vince e consegnarlo a chi perde.

La seconda tappa ebbe le sembianze dell’opposizione. Si dovette imparare che niente è per sempre, che nemmeno una Costituzione ha valore reale se non la si difende ogni giorno. Per non cancellare dieci anni di rivoluzione, il FSLN dovette ricominciare dal basso e dettare l’agenda politica del Paese sulla difesa delle conquiste rivoluzionarie. La lotta si fece incandescente e un manipolo di sandinisti dai cognomi oligarchici decise fosse il momento di trasformare il FSLN in una alternanza compatibile con il liberalismo. Pensarono di trasformare il sandinismo in una reliquia da libro di storia, fissando il suo spirito ribelle alla sola sconfitta di Somoza, dichiarando chiusa la stagione del socialismo e della nuova Nicaragua.

Si allearono con il liberalismo offrendo i voti parlamentari per consentirgli di privatizzare ricchezze e socializzare la fame. Votarono inibizioni elettorali per convenienza e firmarono la legge elettorale che oggi avversano: non immaginavano che potesse essere un giorno un ostacolo per loro. Inaugurarono la stagione dei diritti a pagamento: quelli che prima alfabetizzarono, accettarono che l’istruzione divenisse opzione di chi poteva spendere ed applaudirono il ministro Belli che toglieva il vaso di latte ai bambini che si recavano a scuola. In quel caso la Gioconda degli editori, relatrice a mezzo libri di tutti i suoi amori, non ritenne doversi disperare: a compiere il misfatto era il fratello Umberto, Opus Dei, tra i personaggi più cinici della politica nicaraguense.

Questi “ex guerriglieri”, che la stampa occidentale definisce “ex sandinisti” dimenticando che lo furono per 10 anni ma che da 30 sono liberali e alleati dell'estrema destra, si accomodarono subito nel nuovo mondo. Dalla lotta contro l’imperialismo passarono rapidamente al servizio dello stesso, mentre Daniel Ortega andava in ogni dove del Paese a ricostruire il FSLN.

Per fare in modo che la sconfitta elettorale non divenisse un tracollo, per impedire che si ponessero le condizioni di una opposizione permanente e senza sbocchi, approfittando delle divisioni della destra, Daniel Ortega chiuse il migliore degli accordi sulla legge elettorale per poter sognare di tornare al governo passando dalle urne. E così fu. La fine del 2006 portò con sé la fine del liberismo devastatore e la furia rapace del chamorrismo.

La terza tappa fu dapprima opera di ricostruzione di una nazione distrutta, poi la messa in opera del più grande progetto di ammodernamento mai concepito in tutto il Centroamerica; un progetto disegnato sin nei minimi dettagli dal suo Comandante. Risultati? Riduzione del 50% della povertà assoluta e di quella relativa; salute gratis e di qualità, con 19 ospedali costruiti e altri sei in costruzione; 1133 presidi medici e 143 ambulatori, 178 case materne, 59 centri di riabilitazione e 80 cliniche mobili; laboratori farmacologici e due centri dotati di acceleratore nucleare.

Il buio degli anni ’90 è diventato luce. L’energia elettrica copre il 99,5% del paese e a tariffe sussidiate, il 70% dell’energia viene da fonti rinnovabili. La fame è ricordo del passato: autosufficienza alimentare e prezzi del paniere controllati, acqua potabile al 98,2% del paese.

Si muovono uomini e cose: oltre 3700 chilometri di strade, con il collegamento via terra tra la l’Atlantico e il Pacifico, i trasporti sono sussidiati e al costo più basso di tutto il Centro America. Le case? Quasi 122.000 famiglie hanno avuto una nuova casa e non vi sono più case senza tetto. L’istruzione è gratuita fino al massimo grado universitario: circa trentaduemila classi sono state costruite o ristrutturate, consegnate un milione e duecentomila merende scolari all’anno e sei milioni di zaini con materiale didattico, tanto per rendere concreto il diritto allo studio dei meno abbienti.

Pensioni garantite a partire dai 60 anni. Aumenti salariali ciclici. Finanziamenti alle famiglie contadine e sostegni alle cooperative. Finanziamenti per decine di migliaia di famiglie, costruiti stadi e centri sportivi ovunque e parchi ricostruiti con wi-fi gratuito. Le politiche sull’equità di genere hanno portato il Nicaragua al 5 posto del mondo nella riduzione del gender gap. Finanziamenti internazionali spesi nel migliore dei modi, come certificano la stessa Onu, FAO, Banca Mondiale e BID. Un buen vivir certificato da due dati: migrazione al livello minore di tutta la regione e sicurezza ai primi posti nel continente.

Questi sono stati gli ultimi 14 anni di Sandinismo e questo spiega l’adesione di un popolo e la contrarietà delle élite. Dove infatti i diritti universali sono certi la sussidiarietà privata non ha spazio: se scuola, pensioni, sanità sono pubbliche ed efficienti, non trovano spazio per il business i fondi pensione speculativi, le assicurazioni private gestite dai gruppi finanziari, le cliniche private di proprietà delle oligarchie locali. Quando i diritti abbondano, i privilegi hanno poco senso.

La Rivoluzione Sandinista non è solo sogno di liberazione e indipendenza: è anche un progetto visionario di un Paese che non si accontenta di essere il più grande della regione ma vuole diventare il più moderno, vivibile, equo e sostenibile. L’economia mista è lo strumento scelto per il consolidamento della crescita economica: si accumula ricchezza con una economia capitalistica e la si distribuisce con logica socialista.

Il Nicaragua è un cattivo esempio per l’impero, che ha deciso di contrastarlo sin dal 2007, attraverso il tentativo di unificare destra e moderati per batterlo elettoralmente; poi, nel 2018, quando vide l’impossibilità di riuscire in entrambi i progetti, diede ordine di scatenare la guerra.

Quei tre mesi del 2018 danneggiarono seriamente la crescita del Nicaragua. Oltre alle vittime, costarono 1800 milioni di dollari di danni e circa 300.000 posti di lavoro persi a causa delle aziende legate al latifondo che licenziavano per alzare il livello della crisi sociale a scopo caduta del governo. Non vi riuscirono e adesso sono a leccarsi le ferite, esibendo certificazione di irrilevanza. Il Nicaragua, infatti, nonostante i danni del tentato golpe, due uragani ed una pandemia, chiuderà l’anno in corso con una crescita tra il 2,5 e il 3,5. La più alta della regione.

Golpismo, infezione del malinchismo

L’odio per il Sandinismo da parte dell’oligarchia trova la sponda nell’impero USA, dove è prodotto della lunga serie di sconfitte ed umiliazioni patite tanto in terra nicaraguense che internazionale. Ma prima e oltre, gli USA non tollerano la ribellione altrui. Lo considerano territorio loro, come recita la Dottrina Monroe, ma devono sopportare un teatro di indipendenza, di relazioni internazionali aperte, diplomaticamente, commercialmente e politicamente. A Managua non si ignora la rilevanza continentale e regionale degli USA, ma non si ritiene dover chiedergli autorizzazioni per decidere cosa è meglio, cosa si può e cosa non si può fare. Di sovranità si tratta e il tema non si presta a molte discussioni: la si difende o vi si rinuncia, non ci sono terze scelte.

Minacce, sanzioni, avvertimenti in stile mafioso sono stati gli strumenti statunitensi ed europei di questi ultimi mesi. La scusa è l’inchiesta giudiziaria per riciclaggio di denaro e concorso attivo con il golpismo da parte della famiglia Chamorro e dei suoi seguaci. Si rimprovera al Nicaragua di applicare le sue leggi, come se l’istituzionalità del Paese fosse tema di discussione. Uno dei nodi su cui insiste Washington è la legge elettorale. Essa, sebbene scritta in gran parte dai governi liberali e solo attualizzata da quello sandinista con clausole relative alla partecipazione delle donne ed alla ineleggibilità (già emanate in gran parte dal governo liberale di Violeta Chamorro), disturba l’impero perché certifica la sovranità dei nicaraguensi sul Nicaragua.

La legge non contiene infatti l’articolo che gli USA vorrebbero: quello che decreta che vincono i candidati scelti da loro, indipendentemente da chi ha i voti. Dal punto di vista di Washington è comprensibile: che bisogno c’è di voti se il Presidente deve essere solo il loro proconsole?

La moda del momento che scorre sulla passerella del golpismo è che tutti si dichiarano candidati: non conta che non lo siano, che non abbiano nessuno che li candidi, che non dispongano di un partito o di consenso. L’autocandidatura serve, secondo loro, a renderli impunibili. Errore, serve solo ad ingannare media e lettori che li credono candidati senza esserlo.

Ridicolo parlare di inchiesta ad uso elettorale, quando i sondaggi danno la vittoria del Fsln sull’opposizione 62 a 23, con il 15 di astensione. L’inchiesta per tradimento alla patria, sovversione e riciclaggio di denaro dispone di abbondanti prove e proseguirà anche senza il placet degli USA o dell’Unione Europea, che del resto per gli stessi reati puniscono più duramente di quanto non preveda il codice penale nicaraguense.

Proseguirà anche per confermare, ad amici e nemici, che la democrazia nicaraguense è una democrazia popolare e non delle élite: che si fonda sulle Istituzioni e sul rispetto della volontà popolare e ritiene il tentativo di sovvertire l’ordine costituzionale con mezzi violenti un crimine che va perseguito. Idem il riciclaggio del denaro (contro cui gli stessi USA chiedono rigore) che non può essere perdonato od omesso.

Si andrà fino in fondo, anche per dimostrare che la Costituzione, l’impianto legislativo, le norme e i regolamenti che determinano e delimitano la sfera della legalità, non sono suscettibili di pressioni esterne, per poderose che siano. Quanto alle quinte colonne, apprenderanno a loro spese il principio della reciprocità: chi invoca sanzioni sarà sanzionato.

Alla vigilia delle elezioni di novembre, il Nicaragua e il Sandinismo viaggiano mano nella mano. Sanno di non potersi scindere, di dover camminare insieme e senza sosta per poter continuare ad affermare il diritto ad essere liberi e ad avere un futuro degno. Questo sono dopo 42 anni il Nicaragua e il Sandinismo: anima e corpo immortali di quel progetto ispirato da un minuto Generale trasformatosi in gigante.

Fonte

01/08/2020

Incontro per il 30° anniversario della nascita del Forum di San Paolo

Lo scorso 28 luglio si è tenuto in video-conferenza l’incontro dei leader politici a 30 anni dalla creazione del Forum di San Paolo. L’iniziativa fu in origine proposta dal leader della Rivoluzione cubana, Fidel Castro Ruiz, e dall’ex presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula Da Silva, nel luglio 1990, con l’Incontro dei partiti e movimenti politici dell’America Latina e dei Caraibi, ribattezzato un anno dopo Forum di San Paolo.

A trenta anni dalla sua creazione, il Forum continua ad essere uno spazio di dialogo, scambio di esperienze politiche, integrazione e unità dei settori progressisti e di sinistra, il cui obiettivo è quello di affrontare l’avanzata del neoliberismo nella regione.

In questa occasione, l’incontro era mirato ad unire nuovi sforzi affinché, attraverso la spinta del Forum di San Paolo, possano concretizzarsi diverse proposte e garanzie di carattere veramente popolare, per affrontare le sfide economiche e sociali dell’emergenza sanitaria, in contrasto con le politiche del capitalismo neoliberista che hanno mostrato un clamoroso fallimento proprio durante la pandemia del Covid-19.

Il Forum di San Paolo continua a sviluppare un’agenda antimperialista ed emancipatrice per l’America Latina e i Caraibi, al fine di costruire una società giusta con pari opportunità.

Il Forum ha condannato il blocco economico e commerciale degli Stati Uniti contro Cuba, ha anche denunciato le misure coercitive unilaterali contro il popolo venezuelano, così come i tentativi di interferire negli affari interni del Paese, ha rinnovato la solidarietà con il governo progressista del Nicaragua in seguito alle sanzioni economiche dell’imperialismo statunitense e dei suoi alleati.

Di seguito la sintesi degli interventi di Daniel Ortega (Nicaragua), Nicolás Maduro (Venezuela) e Miguel Díaz-Canel (Cuba), riportata da Granma.cu. Il video integrale dell’incontro è disponibile qui.

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Daniel Ortega: “Il capitalismo è il più grande virus”

Nel suo discorso, il Presidente della Repubblica del Nicaragua, Daniel Ortega Saavedra, ha condannato il recente attacco al Consolato venezuelano di Bogotà, in Colombia. Questo atto viola la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche e si aggiunge alle aggressioni contro Caracas perpetrate dal governo di Iván Duque.

Il presidente nicaraguense ha trasmesso tutta la solidarietà al presidente Miguel Díaz-Canel e al popolo cubano, “un popolo che per più di 60 anni ha resistito a numerose aggressioni e a un ingiusto blocco da parte degli Stati Uniti”, e si è congratulato con il canale Telesur per il suo 15° anniversario.

Ha inoltre espresso la sua solidarietà alla Patria di Bolívar, definita “una minaccia insolita e straordinaria” per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, con il decreto emanato dal governo dell’allora presidente Barack Obama contro la nazione sudamericana.

Daniel Ortega ha condannato l’interferenza storica imperialista sui popoli di Nuestra América, in particolare la Dottrina Monroe – sintetizzata nella frase “America per gli americani“. I Paesi imperialisti “sono i padri del colonialismo, del terrorismo, della violazione dei diritti umani dei nostri popoli. In queste condizioni, l’America Latina e i Caraibi hanno combattuto e condotto mille battaglie con popoli che non sono disposti a sottomettersi, anche se torturati, schiavizzati e uccisi”, ha detto.

Ha sottolineato l’impresa realizzata per raggiungere l’unità regionale: la validità delle idee di Simón Bolívar, José Martí, Miguel Hidalgo, Augusto César Sandino, l’esempio della Rivoluzione cubana e leader come Fidel Castro e Hugo Chávez.

Ha sottolineato la solidarietà delle Grandi Antille con i popoli del mondo. “Al di là delle differenze ideologiche, Cuba era presente con le sue brigate mediche in Nicaragua quando si verificò il terremoto nel 1972”, ha ricordato in riferimento al gesto del paese cubano di fronte al terremoto che causò grandi distruzioni e circa 5.000 morti nel paese centroamericano, anche se non c’era nessun tipo di relazione con il governo di Somoza. In risposta a questo disastro naturale, Cuba ha inviato una brigata composta da 48 compagni e più di 10 tonnellate di materiali diversi.

Il presidente nicaraguense ha elogiato le vittorie elettorali del Fronte di Liberazione Nazionale Sandinista (FSLN) per “governare dal basso” e le conquiste della Rivoluzione Sandinista a beneficio dei più umili.

Per quanto riguarda il Forum di San Paolo, Ortega Saavedra ha ritenuto che “abbiamo cominciato ad incontrare le forze politiche che erano state legate alla solidarietà con la Rivoluzione Cubana e la Rivoluzione Sandinista (…) Grazie a questa iniziativa di Fidel e Lula per organizzare il Forum di San Paolo è stato possibile realizzare, dopo secoli, il sogno supremo di Bolivar, come lo chiamava Sandino”.

Ha denunciato le pressioni e le misure coercitive unilaterali degli Stati Uniti contro Cuba, Venezuela e Nicaragua, e ha elogiato gli sforzi di integrazione regionale attraverso organizzazioni come la Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (Celac) e l’Alternativa Bolivariana per i Popoli di Nuestra América – Trattato di Commercio dei Popoli (ALBA-TCP).

Riferendosi alla pandemia di Covid-19, ha sottolineato che questa ha gravi conseguenze per l’economia mondiale e la portata della sfida che rappresenta per i popoli.

“Il capitalismo è il virus più grande, il neoliberalismo è il virus più grande, fratelli del Forum di San Paolo. Siamo sicuri che sul pianeta si è generata una grande consapevolezza, che dobbiamo cambiare il modello e creare Stati veramente pieni di umanismo, solidarietà, amanti della giustizia, della libertà, rispettosi del diritto internazionale e difensori del nostro pianeta Terra”, ha affermato.

Nicolás Maduro: “Il Forum di San Paolo è più vivo che mai”

Il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro Moros, ha sottolineato che l’evento è stato trasmesso in diretta su diversi social network e sul canale Telesur nel suo 15° anniversario.

“Siamo la continuità storica dell’America Latina e dei Caraibi. Oggi festeggiamo i 30 anni del Forum di San Paolo” e come regalo per l’evento invierà “L’epopea del popolo coraggioso”, una raccolta di articoli sulla lotta del popolo venezuelano per costruire il socialismo e resistere agli attacchi dell’imperialismo, che include analisi e discorsi su Celac, ALBA-TCP, Telesur, tra le altre pietre miliari storiche.

Ha ricordato che questo 28 luglio è il 66° anniversario della nascita dell’eterno Comandante Hugo Chávez Frías, nella stessa occasione in cui si celebrano i 30 anni del Forum di San Paolo. Il presidente venezuelano ha presentato al pubblico un video con una selezione di discorsi e momenti emozionanti del comandante Chávez, in omaggio all’anniversario.

“Chavez è più futuro che passato, è una storia in sviluppo. Questo è ciò che i nemici dei nostri popoli non capiscono. Fidel direbbe: “Io porto nel cuore le dottrine del Maestro”, noi portiamo nel cuore le dottrine dei nostri leader”.

“Sembrava che tutte le luci del mondo si stessero spegnendo: la caduta del muro di Berlino e la scomparsa dell’Unione Sovietica, il Forum di San Paolo è nato e le porte si sono aperte ai movimenti progressisti, sociali, intellettuali e culturali, tra gli altri”.

“Il Forum è stato la grande forza democratizzante e avanzata, la forza che riunisce il maggior numero di partiti e movimenti, l’organismo più ampio, inclusivo e rappresentativo degli ultimi 30 anni in America Latina e nei Caraibi. È stata la madre dei movimenti integrazionisti e dell’unità regionale”, ha detto Maduro.

Ha denunciato l’attuale situazione causata dalla pandemia di Covid-19 da parte del governo de facto in Bolivia e la drammatica crisi causata da questa malattia in Brasile. “In tutta l’America Latina e nei Caraibi una nuova ondata arriverà prima o poi a beneficio dei nostri popoli, grazie al salvataggio dell’UNASUR e di altre organizzazioni”.

“Dobbiamo continuare a rafforzare questo organismo di coordinamento. Che non rimanga solo a sinistra, che si incontri con i movimenti progressisti e sociali, che vada nelle comunità e nei quartieri, che rompa il settarismo e il dogmatismo. Credo sia importante andare verso una nuova sinistra rinnovata, riscattando le bandiere storiche”, ha esortato il presidente venezuelano.

Ha detto che, nonostante la pandemia, la nazione bolivariana è immersa in un nuovo processo elettorale convocato per il 6 dicembre, dove saranno eletti i deputati all’Assemblea Nazionale per il periodo 2021-2026. “Ancora una volta vinceremo”, ha detto.

“Il Forum di San Paolo è più vivo che mai. Contate sul Venezuela per continuare a rafforzare questo forum di ribellione in America Latina e nei Caraibi. 30 anni di storia e la storia continua”, ha concluso Nicolas Maduro.

Miguel Díaz-Canel: “Continueremo a lavorare con il Forum di San Paolo per contribuire all’unità e all’integrazione dell’America Latina e dei Caraibi”

Miguel Díaz-Canel Bermúdez, membro dell’Ufficio Politico del Partito e Presidente della Repubblica di Cuba, nel suo discorso all’Incontro dei leader per il trentesimo anniversario del Forum di San Paolo, ha ricordato che: “Trent’anni fa, i disertori della disperazione, gli appassionati del mercato, i portavoce del pensiero unico, hanno fatto credere che la Storia fosse finita. Eccoci qui, resistenti difensori della speranza, di un altro mondo possibile, che festeggiano 30 anni di un abbraccio che è già storia”.

Ha sottolineato che oggi si celebra il 30° anniversario del Forum, “un’idea nata dal genio politico di Fidel e da un protagonista eccezionale di questa impresa unitaria: il fratello Lula”, ex presidente e leader del Brasile e della regione.

Ha sottolineato che la creazione del Forum di San Paolo “è stato come un colpo alla nave che sembrava alla deriva” e che “la marcia della Storia non poteva essere fermata. Gli ideali socialisti sono stati fatti rivivere nel cortile dell’imperialismo con la loro personalità e la loro forza. Oggi è giusto riconoscere il compagno Lula e i leader del Partito dei Lavoratori del Brasile per la loro performance alla guida della Segreteria Esecutiva del Forum”.

Díaz-Canel ha ringraziato il Forum per il suo appoggio permanente al popolo cubano, in particolare per la campagna di solidarietà per la rimozione del blocco contro la grande isola delle Antille, che ha dispiegato quest’anno.

Ha ricordato che l’incontro virtuale coincide con il 66° compleanno “di un caro amico di Cuba e di tutti i popoli che lottano, il comandante Hugo Chavez, che al Forum del 2012, ci ha invitato a porre senza paura la prima pietra della liberazione sudamericana, latinoamericana, caraibica e globale”.

“L’esempio invincibile di Chávez ci chiama ora a continuare la lotta, con fermezza e ottimismo, convinti che non ci sono ostacoli, per quanto difficili possano sembrare, che i nostri popoli, uniti, non possono superare, come oggi il Venezuela, il Nicaragua e Cuba stanno dimostrando”, ha detto il capo dello Stato cubano.

In relazione al Covid-19, ha avvertito che la regione delle Americhe è oggi “il triste epicentro della pandemia. Le politiche neoliberiste di molti governi, che puntano a salvare il mercato sulle vite umane, rendono impossibile prevedere il momento in cui sarà possibile un controllo definitivo della malattia”.

Ha denunciato che in mezzo a questo panorama “spiccano le azioni ingeriste e le violazioni del diritto internazionale che l’imperialismo sta compiendo contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, che noi condanniamo e respingiamo. Riaffermiamo anche la nostra solidarietà con il governo e il popolo sandinista, guidato dal comandante Daniel Ortega, e respingiamo le misure coercitive unilaterali che minacciano la pace, il benessere, la giustizia e lo sviluppo del popolo nicaraguense”.

Ha affermato di parlare “in nome di una Cuba sovrana, rivoluzionaria e solidale, che non si lascerà mai soggiogare, né con la seduzione né con la forza. La Patria di Martí, di Fidel, di Raúl”, di “un popolo eroico e nobile, che per 60 anni ha resistito al più crudele e genocida dei blocchi, un assedio economico, commerciale e finanziario della più grande potenza mondiale, intensificato nel mezzo del confronto con la pandemia”.

Il presidente cubano ha sottolineato che, sotto la guida del Partito e del Governo, insieme alle organizzazioni politiche, di massa e sociali e al popolo, Cuba ha controllato e sta sconfiggendo, senza eccessi di fiducia, il Covid-19. “Quella vittoria, che comprende il nostro impegno a renderla sostenibile nel tempo, è il frutto della volontà politica di uno Stato socialista che ha l’essere umano al centro delle sue politiche”, ha aggiunto.

Allo stesso tempo, ha riconosciuto la solidarietà di Cuba con gli altri popoli del mondo nella lotta contro la pandemia. “Ci sono ora 45 brigate del contingente Henry Reeve contro i disastri naturali e le gravi epidemie, che forniscono collaborazione in 58 paesi si sono uniti agli sforzi nazionali e locali per combattere la malattia, curando 83.268 pazienti con COVID-19 e salvando finora 13.636 vite”, ha precisato.

“Invito le forze politiche che compongono il Forum di San Paolo a mobilitarsi insieme per affrontare le nuove sfide, insieme ai movimenti sociali e popolari e agli intellettuali della sinistra”, ha concluso Díaz-Canel.

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17/07/2020

Nicaragua - 41esimo compleanno per il sandinismo


Gli anniversari vanno sempre celebrati con sorrisi e calici. In alcuni casi, tendono ad essere solo leve della memoria, ma a volte, per scelta o per caso, diventano ricordi che annunciano. Nel caso del Nicaragua, il 19 luglio è un ricordo e un progetto, lo svolgersi di una storia incredibile e un sogno credibile.

I 41 anni della Rivoluzione vanno raccontati incrociandoli con la storia nazionale, perché la storia del Frente Sandinista è la storia del Nicaragua. Sia quella dell'eroismo, dell'abnegazione, della lotta, della resistenza, del progetto che quella di lutti e vittorie, di dolori acuti e gioie indescrivibili, di identità nascoste e rivelate. È storia di magia e di arte, di sfide impossibili e scommesse folli, di sogni ad occhi aperti.

Tutto e per sempre cambiò il 19 luglio 1979, non solo l'arena politica. All’entrata a Managua delle colonne della guerriglia, l'ingiustizia cercava una via di fuga, perché i giusti marciavano spediti. Nei mercati, nelle strade, nelle scuole, nei corridoi degli ospedali, si respirava la fine della notte oscura del somozismo. Le donne, gli uomini, le speranze, i sogni; persino gli sguardi, il ridere, divennero meravigliosamente insistenti e disordinati, sfacciati e provocatori. La tristezza e l'abbandono divennero fuori luogo, si decretò illegale il tradimento e vergognose la resa e la rinuncia. La parola Patria si fece largo senza pudore alcuno.

La Rivoluzione Sandinista non solo ha stabilito leggi e norme, diritti e doveri, priorità e missioni: ha cambiato i costumi nazionali, la logica, le argomentazioni e il senso comune. Usando le categorie della semiotica, si potrebbe dire che il significato di una rivoluzione, che vede la trasformazione globale del testo e del contesto, nel caso del Sandinista Nicaragua ha avuto pieno riscontro.

I 41 anni del Sandinismo si possono anche contare nelle cifre concrete del governare, i numeri non mentono. Dal 1979 è in corso il progetto per la costruzione della nuova Nicaragua. Fu rallentata e parzialmente interrotta dalla guerra mercenaria degli anni '80. La via della liberazione era inconcepibile per i teorici del razzismo e del saccheggio.

Alfabetizzato, sano e con pari diritti, il Nicaragua divenne pseudonimo di dignità.

Il sandinismo, mai sconfitto e mai domo, soffiò come un vento di libertà e dignità, tracciando il confine tra indipendenza e annessionismo. Dovette difendersi e con dolcezza ma allo stesso tempo con durezza, riprodusse la legge biblica di Davide contro Golia, con parole che diventarono armi e il potente armamento della ragione. Per la terza volta nella storia, protetto dal suo popolo in armi e dal diritto internazionale, l’FSLN spiegò con il suo sangue agli Stati Uniti che il Nicaragua non è terra di conquista. Gli indios si mangiarono los cheles: i cachorros dalla pelle più scura e i grandi occhi neri sfidavano i mercenari e gli invasori biondi dagli occhi azzurri, trascinandoli legati con una corda davanti alla legge nicaraguense e internazionale.

Questi 41 anni sono stati forgiati in diverse fasi. Ricostruire, progettare e difendere il nuovo Nicaragua è stata la storia dei primi dieci, quando la guerra impose lutti e sofferenze, orgoglio patriottico e sfide, tattiche e strategie, rivendicazioni e audacia. Dopo dieci anni di guerra vi fu la sconfitta elettorale, conclusione inevitabile quando si vota con la pistola alla testa. Ma nel contempo, accettando un verdetto che poteva essere respinto, il FSLN proclamò la democrazia raggiunta e non più sopprimibile. Perché anche quando si subisce una sconfitta si può insegnare ai vincitori.

I sedici anni che seguirono con i governi liberali ridussero un paese allo scheletro di se stesso. In nome della democrazia liberale, 20.000 sandinisti furono espulsi dai loro luoghi di lavoro, agli studenti poveri fu reso impossibile continuare a studiare, i contadini dovettero resistere alla vendetta dei proprietari terrieri e il Nicaragua divenne la bonanza della famiglia Chamorro, rappresentazione araldica del tradimento nazionale. Corruzione, ladrocinio, servilismo verso l’impero e repressione furono le gambe del tavolo sotto il quale giaceva il Paese.

La nuova Nicaragua

Cambiò tutto nel Novembre 2006, quando il FSLN tornò a governare e nacque la seconda tappa della Rivoluzione. Il governo sandinista ha prodotto il più imponente e incisivo processo di modernizzazione del Paese tenendo insieme crescita del PIL e riduzione della povertà, collegando la crescita macroeconomica al tessuto sociale. Come? Rovesciando i paradigmi liberisti e privilegiando la coesione sociale.

La condizione strutturale della povertà non diventa una forbice che aumenta ogni giorno di più le disuguaglianze: oltre 100.000 pacchetti alimentari vengono distribuiti giornalmente, esistono 52 programmi sociali volti a ridurre il divario tra povertà e benessere. Il Nicaragua è un paese povero, naturalmente, ma le politiche del governo combattono la povertà e non i poveri. Ha basato la sua politica socio-economica sull'inclusione e la partecipazione, con salute, istruzione, pensioni, trasporti, alloggi, aumenti salariali, prestiti agevolati a famiglie, cooperative e piccole imprese. E non solo in termini economici il Paese è diverso: il suo modello di polizia comunitaria ha garantito i migliori risultati in termini di sicurezza in tutta la regione centroamericana. Dal punto di vista della partecipazione femminile c'è un dato straordinario, quello del Gender Gap: dal 2007 il Nicaragua è passato dal 91° al 14° posto nel mondo.

Le cifre del Sandinismo

Il modello sandinista ha i suoi numeri. Crescita del PIL tra il 4 e il 5% all'anno. 50% di povertà in meno (dal 48 al 24,9%) e di povertà estrema (dal 17,2 all'6,9%). Riduzione della denutrizione cronica infantile dal 27,20 al 9,20. Il 55% della spesa nazionale destinato a un'ulteriore riduzione della povertà attraverso investimenti pubblici. E i numeri si riconoscono: premio FAO per essere stato uno dei primi Paesi a raggiungere gli "Obiettivi del Millennio" nella riduzione della povertà e delle disuguaglianze (dati certificati anche dalla Banca Mondiale e dal FMI).

Sono 136.000 i disabili presi in carico dalle strutture pubbliche. L'istruzione è gratuita a tutti i livelli, ne usufruiscono oltre 2 milioni di studenti di tutte le età: la Costituzione stabilisce che il 6% del PIL gli è destinato. E quindi 7723 aule ristrutturate, 500 centri di studio nelle zone rurali, pasto gratuito quotidiano per 1.200.000 studenti. 500 scuole pubbliche dotate di collegamento Internet e 279 aule mobili per portare le lezioni in ogni luogo del Paese.

Altri numeri? Tra il 2012 e il 2016 aumento del 40% della spesa sociale, con 2,715 miliardi di dollari destinati agli investimenti pubblici. Di questi, 805 milioni spesi per i sistemi di trasporto aereo e terrestre (in 13 anni sono stati costruiti più di 3.500 km di strade e il trasporto pubblico è il più a basso costo dell'intera regione); 145 milioni per la salute pubblica, 423 milioni per l'elettricità), 254 milioni per l'acqua e i servizi igienici e 107 milioni per l'istruzione (gratuita a tutti i livelli come già ricordato). La riorganizzazione sistemica della capacità produttiva ha reso concreto ciò che si intende per sovranità nazionale: l'autosufficienza alimentare è sostanzialmente raggiunta, il Nicaragua produce il 98% degli alimenti che consuma e il 98% del Paese è elettrificato e il 70% dell’energia è prodotta da fonti rinnovabili. E ora pochi si addormentano implorando la misericordia del cielo: più di 50.000 case sono state destinate a famiglie che non erano in grado di comprarle.

Il nuovo Nicaragua si riflette nei più vulnerabili, perché dal 2007 la salute è tornata ad essere gratuita: 18 ospedali sono stati costruiti e attrezzati secondo i più alti standard, (altri 6 sono in costruzione e 5 in progettazione) 170 asili nido e decine e decine di ambulatori sono stati rinnovati o costruiti. E oggi, per affrontare l'emergenza Covid-19 meglio di qualsiasi altro paese della zona, non ci sono solo gli ospedali: ci sono anche 10 cliniche mobili (ed altre 10 previste) con le quali l'assistenza medica pubblica gratuita arriva fino all'ultima casa in ogni angolo del Paese, per quanto remota sia.

Questi numeri rappresentano un modello di giustizia sociale, inclusione e solidarietà che, pur inserito dentro una economia capitalistica, non ha timore di agire il socialismo nelle sue politiche distributive ed equitative. Questo ha spaventato il latifondo e l’impero del Nord che, oltre a non tollerarlo in Nicaragua, ha intravisto il suo alto potenziale di trasmissibilità regionale; per questo nel 2018, l'oligarchia ha cercato di provocare un golpe stile Bolivia: questo era l'ordine degli USA.

La scommessa del colpo di stato si è rivelata però sbagliata. Il FSLN ha dimostrato di essere unito, di disporre di forza politica e militare all'altezza di qualsiasi sfida, di saper salvaguardare la Costituzione e le Istituzioni, di tenere al sicuro il Paese e riconoscere nella figura del suo Comandante di sempre, Daniel Ortega, una leadership di altissimo profilo e inespugnabile.

Verso il 2021

Questo 41° anniversario sarà celebrato in modo diverso. La pandemia impedisce le manifestazioni di massa a cui la FSLN ci ha sempre abituato. Ma le precauzioni e l'attenzione non gli impediranno di festeggiare il suo compleanno: ogni casa sandinista sarà una piazza, fisica e virtuale. Ricorderà a tutti, amici e nemici, che il sandinismo è maggioranza assoluta nel Paese.

Non si torna indietro, deve saperlo la destra. Meglio non pensi nemmeno a tentativi di colpi di stato che sarebbero fatali per chi li promuove. Così come sbaglierebbe a pensare che saranno gli USA o la OSA a decidere il voto. La destra è l’immondizia del Paese, è un aggregato mercenario che vive e opera agli ordini del governo statunitense: non ha nessuna ricetta per il Nicaragua che non sia riportarlo allo stato di colonia. Ma è inutile farsi finanziare ogni vizio da Washington e Bruxelles spacciandosi in progetto, inventare finte Ong per succhiare altro denaro, affannarsi in coalizioni antropofaghe per cercare di trasformare una carovana di politicanti e opportunisti in un'opzione politica. C'è solo un'opzione vincente in campo: quella che vede il Nicaragua come una nazione libera, sovrana e sandinista.

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18/04/2020

Nicaragua - Modello contro la pandemia

Nove casi di Corona virus, 5 di essi guariti, 3 in cura ed 1 deceduto. Quest’ultimo giunto dagli Stati Uniti già malato e con un quadro clinico seriamente compromesso. Questo bilancio, pur suscettibile di leggere variazioni, è straordinariamente unico nel panorama mondiale e dovrebbe fare del Nicaragua e del suo modello sanitario, improntato alla dimensione sociale egualitaria e comunitaria un caso di studio.

Il Presidente del Nicaragua, Comandante Daniel Ortega, in un intervento pubblico trasmesso ieri a reti unificate, ha spiegato il modo in cui il Nicaragua ha ingaggiato e conduce la battaglia contro la pandemia. Il governo ha assunto le linee guida internazionali ed i protocolli di vigilanza indicati dall’OMS, adattandoli però alla sua realtà sociale, economica e territoriale.

A questo proposito, ha ricordato il Presidente Ortega, non si è lanciato a testa bassa, chiudendo completamente il paese per contenere la diffusione del virus, perché il 70% circa del PIL è generato dalla distribuzione e vendita dei prodotti alimentari che, impedita, avrebbe determinato il crollo economico della nazione e quindi del suo popolo. La maggior quota produttiva dei nicaraguensi è legata infatti ad attività di tipo rurale e una larghissima parte della sua popolazione vive di semina, raccolto e vendita dei prodotti agricoli. Combattere il propagarsi possibile del virus con la morte certa per fame non è sembrata una via percorribile. Si sono garantite invece produzione e distribuzione dei beni fondamentali, primo fra tutti il cibo, che rappresentano la garanzia di tenuta del Paese. “Il popolo nicaraguense – ha sottolineato il Comandante Ortega – abituato ad ogni tipo di difficoltà, di tragedie, di blocchi, sa lavorare la terra come nessun altro e non morirà mai di fame”.

Il governo ha adottato un criterio di intervento progressivo, dando luogo ad una serie di misure cautelative, che hanno ridotto le tipologie di attività consentite ma senza negare il diritto al lavoro e alla circolazione. Allungamento di una settimana del periodo di vacanze pasquali per scuole ed università, misure di prevenzione nel pubblico impiego, controllo dei posti di frontiera aerei, marittimi e terrestri; restrizioni all’ingresso di stranieri nel paese. Abituato ad affrontare epidemie tipiche delle zone tropicali e catastrofi naturali e con una popolazione vaccinata al 100%, cosciente della utilità di una informazione corretta, ha investito sulla prevenzione e, quindi, anche sulla comunicazione diretta al suo popolo sui comportamenti da seguire. Lo ha fatto attraverso i media tradizionali e i social media e con brigate di volontari coordinati dal ministero della salute, che si sono recati casa per casa, anche nei luoghi più remoti, ad informare su profilassi da tenere, comportamenti da adottare, sintomi da rilevare e procedure da osservare. Due milioni e 843.000 visite dirette in un paese che conta con poco più di 6 milioni di abitanti.

Un metodo, quello delle brigate inviate in ogni dove del paese, che dalla prima campagna di alfabetizzazione del 1980 ad oggi, rappresenta l’essenza dell’impostazione culturale del rapporto tra sandinismo e popolo nicaraguense: il cittadino va dalle istituzioni ma anche queste si recano dal cittadino. Nella salute, lo schema adottato risponde alla decentralizzazione dei servizi medici in ogni dove del paese, costruzione di ospedali in ogni provincia, centri di cura e di assistenza medica che coprono l’intero territorio e servono l’intera popolazione.

Come per l’assistenza e l’istruzione, il principio fondamentale della politica sanitaria è la totale gratuità del servizio. In tredici anni di governo sandinista sono stati costruiti 13 ospedali perfettamente equipaggiati che portano a 73 il numero complessivo. Sono 143 i poliambulatori, 1343 i presidi medici e 5806 le case destinate all’accoglienza, strutture comunitarie dove si realizza una prima accoglienza per stabilire dove indirizzare il paziente. Sono stati costruiti 70 centri per la terapia del dolore, 178 case per assistenza alle donne in gravidanza e 91 strutture per i soggetti diversamente abili. Edificati ed equipaggiati cinque centri specializzati ed un laboratorio di citogenetica e di diagnosi prenatale, ed è in funzione un laboratorio di ingegneria biomolecolare (solo il Messico ne ha un altro nell’area) frutto della cooperazione con la Russia. Sono state acquistate 404 ambulanze di cui sei acquatiche ed è a disposizione di tutti i pazienti oncologici l’acceleratore lineare, unico in tutto il Centro America.

Salute, istruzione, assistenza. Il modello è egualitario, gratuito, comunitario. L’insieme di queste politiche, che privilegiano le condizioni materiali delle classi popolari in parallelo all’ammodernamento ed allo sviluppo economico del Paese, rappresentano l’essenza pura delle politiche socioeconomiche del governo sandinista.

Dov’era il Presidente Ortega?

L’assenza da telecamere e taccuini del Presidente Ortega aveva spinto settori della stampa estera a porre dubbi sulla sua sorte. Da più di un mese non appariva in pubblico e, su suggerimento dell’opposizione golpista nicaraguense, testate giornalistiche di diversi paesi avevano avanzato ipotesi, formulato auspici, inventato retroscena. Morte? Malattia? Dimissioni? Improvvisati Sherlock Holmes convinti che un Presidente sia un fenomeno da palcoscenico, con riflettori accesi ed espressioni in favore di telecamere.

L’opposizione chiedeva che il Presidente parlasse alla nazione: voleva dimostrare che il Nicaragua fosse nel pieno di una tragedia ingovernabile e che si dovevano approntare misure draconiane (ma se pure le avesse applicate avrebbero gridato alla repressione ndr). Nulla che abbia a che vedere con la situazione reale. La richiesta di bloccare il Paese era un tentativo di generare caos e produrre un drammatico impoverimento massiccio della popolazione. Almeno quella che per vivere ha bisogno di lavorare, non certo quella mantenuta dagli organismi statunitensi purché destabilizzi il Paese.

Il Comandante Ortega non ha ritenuto fino a ieri di doversi presentare di fronte alle telecamere per diversi motivi. Il primo è che un Presidente che parla al Paese a reti unificate è una misura raramente adottata nel corso dei 13 anni di presidenza e, proporla in una situazione di attenzione e allarme ma di nessuna crisi, avrebbe avuto l’effetto di confermare la drammaticità che vuole l’opposizione per i suoi scopi politici. La disciplina e l’ordine con il quale vengono rispettate le indicazioni del governo gli danno ragione. Inoltre, il lavoro di indirizzo e coordinamento che il Comandante svolge non ha bisogno di essere illustrato da telecamere: i report quotidiani alla popolazione sono diffusi dalla vicepresidente Rosario Murillo e dal ministero della Salute.

Non è stata l’unica manovra golpista: hanno chiesto di dare alle strutture sanitarie private la gestione dei test subendo un ovvio rifiuto. Lo scopo era inventare cifre apocalittiche di malati per generare panico interno e porre il governo in scontro con la comunità internazionale. Usano l’hastag internazionale state a casa, ma si fanno riprendere nelle feste e al mare. E lo stare a casa non riguarda, of course, i loro cuochi, camerieri, giardinieri, autisti e scorte. Dicono che il Nicaragua è pericoloso ma quelli che fuggirono dopo il tentato golpe stanno tornando: forse è più pericoloso rimanere in Costa Rica. Lo testimonia l'ambasciatore statunitense Sullivan, che ha scelto di restare in Nicaragua a far partorire sua moglie piuttosto che tornare negli USA. Un vescovo di fede somozista annuncia di costituire un centro gestito dalla sua parrocchia per la diagnosi e cura del Covid: viene vietato e la stessa Conferenza Episcopale lo convoca e chiede conto di una iniziativa così ridicola. L’associazione padronale, dal canto suo, ricorda lo spessore etico e di cui si fregia: dice di contribuire alla battaglia contro la pandemia, ma non tira fuori un dollaro e promuove una raccolta fondi di altri. I ricchi, insomma, non spendono, semmai incassano.

Nel suo intervento il Presidente Ortega, come al solito, non ha risposto agli insulti dell’opposizione golpista o ironizzato sulle loro figuracce planetarie: non è nel suo carattere e poi uno statista guarda in alto, dove non volano scarafaggi. Ha invece lanciato per l’ennesima volta un appello a riconvertire le spese militari in spese sociali, ricordando a Mr. Trump che il paese più potente economicamente, politicamente e militarmente al mondo, non riesce a proteggere i suoi cittadini.

Niente di nuovo insomma. Un presidente come Daniel Ortega che ha a cuore il suo popolo e un governo che attua politiche che dovrebbero essere prese a modello, visti i risultati. Una opposizione ridicola che, unica al mondo, esprime auspici di contagi di massa pur di generare caos e ridurre il consenso al governo, ma nessuno fa caso a quello che dicono e fanno. Perché nello svolgersi drammatico di una battaglia internazionale tra scienza e pandemia, tra negligenza e buongoverno, lo scenario è serio. I burattini non trovano spazio.

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01/01/2020

Nicaragua, 2019 di lotta e governo

Di lotta, di governo, di ripresa, di sfide e risultati. Il 2019 in Nicaragua è stato un anno intenso e positivo. Sebbene sporcato dalla vergognosa successione di misure unilaterali da parte degli Stati Uniti, ha visto il ritorno al pieno effetto del circuito economico del paese gravemente danneggiato dall'ondata terroristica del 2018, che ha lasciato l'eredità del danno economico e la fine di un viaggio condiviso tra tutti i settori della società.

Il 2019 ha visto il proseguire della riconciliazione con coloro che erano disposti a riconciliarsi riconoscendo la sovranità della pace; ma, allo stesso tempo, anche la riaffermazione del sandinismo e l'assoluto rispetto del dettato costituzionale. Perdonare senza dimenticare, dare il benvenuto ma vigilare, permettere ma verificare. Poiché la generosità è figlia della forza, ma la tranquillità del paese è risultato del suo controllo totale.

La leadership e il carisma del suo Presidente, il comandante Daniel Ortega, hanno fornito al Nicaragua il quadro politico e istituzionale che lo ha protetto da qualsiasi sovversione. Mai nella storia del Paese c'era stata così tanta identificazione tra la maggioranza della popolazione e il suo presidente. Che, come indicano i sondaggi, rappresenta l'opzione politica preferita dal 52% ed offre un senso generalizzato di tranquillità e speranza per il futuro. Un affidamento generale, quello nei confronti di Daniel Ortega, rafforzato dalla gestione della crisi del 2018, che ha messo in evidenza la differenza tra uno statista e un gruppo di terroristi, tra l'espressione di un popolo e quella di una casta, tra il difensore della Patria e i venditori della Patria.

A tutti coloro che - ingenuamente a volte, in malafede più frequentemente - ritenevano che gli eventi terroristici fossero stati il ​​prodotto di una riforma non condivisa e di una crisi di consenso del sandinismo, il 2019 ha mostrato come il Nicaragua sia stato ed è un laboratorio di guerre di quarta generazione, una delle terre in cui la destabilizzazione permanente degli Stati Uniti - modo ormai esclusivo di esercitare la loro leadership - ha operato ed è stata sconfitta.

I Vescovi del terrore

Purtroppo, come già nel 2018, anche nel 2019 il terrorismo anti-nicaraguense ha vestito la tonaca dei sacerdoti fedeli al dio dell'impero. Osceni esegeti dell'ambizione personale, predicando odio dagli altari, usurpando i pulpiti e la buona fede, sostengono chi torturava e bruciava poliziotti ancora vivi. Somozisti senza ritegno, codardi al riparo dell'immunità, profanano chiese, umiliano i più deboli, diffondono odio.

Il marketing dell'opposizione

Il golpismo, ridotto dalla forza del sandinismo a perdente perversione, si è confermato come cifra identitaria dell'oligarchia. Che grida di una repressione immaginaria ma ha solo un'ossessione: riprendere il potere per ricominciare il saccheggio. Del resto, Violeta Chamorro ed Enrique Bolaños - nei terribili 16 anni di neoliberismo e miseria (1990-2016) - hanno mostrato come per loro il Paese sia un vaso comunicante che trasferisce la ricchezza nazionale alle proprietà familiari. Ogni giorno chiedono agli Usa di colpire e una schizofrenia generale li accompagna: sognano di essere bianchi ma non lo sono, immaginano di essere potenti ma non lo sono, pensano in inglese ma parlano in spagnolo e, soprattutto, odiano un Paese in cui devono chiedere perché non possono più impartire ordini, in cui gli ultimi contano come i primi perché i diritti sono universali e non di casta.

A seconda delle circostanze i golpisti si sono travestiti da giornalisti liberi, vittime della repressione ed esiliati politici. Ma non hanno mai scritto nulla che la famiglia Chamorro non gli abbia dettato e non hanno mai provato il sapore pungente della repressione, perché sono stati perdonati dalla generosità di un governo che non cerca vendetta. Almeno non ancora. Ancor meno esiliati, non lo sono mai stati: non sono mai fuggiti perché nessuno li ha mai perseguiti.

La fine del 2019 consegna alla cronaca politica un governo forte e una opposizione indegna. Essa non rappresenta un’idea di nazione che vada oltre il protettorato statunitense. Non è una classe dirigente ma una casta madre di ogni tradimento; per questo sogna con un golpe ma non ipotizza nemmeno una vittoria nelle urne.

A questo proposito, con vista al 2021, regna l'incertezza su chi rappresenterà il fronte dell'odio. Stanno cercando qualcuno che li rappresenti tutti ma i Chamorro’s dettano il tempo: proprietari di giornali che nessuno legge, esprimono candidati per i quali nessuno voterebbe e dimostrano arroganza che nessuno sopporta. Liberali e conservatori non vogliono i traditori del MRS; questi ultimi a loro volta non vogliono i partiti ma ne chiedono la titolarità giuridica per potersi presentare senza dover raccogliere firme che non otterrebbero. Le famiglie oligarchiche invece, come d’abitudine, vogliono i voti di tutti per il candidato loro. Lo scontro interno lascerà vittime sul campo, perché si odiano tra loro e perché ci sono in ballo i fondi che Stati Uniti e UE consegneranno. Inutili però per invertire l'anima di un popolo che disprezza un'oligarchia che promuove guerre che non combatte, provoca lutti per gli altri e ottiene denaro per sé. Alla fine, il “chamorrismo" rivela la sua natura: la versione nicaraguense del collaborazionismo.

L'OSA? Manca di credibilità

L'OSA, che nella riforma di alcune parti del sistema elettorale in vista del 2021 si è impegnata a tracciare un percorso congiunto con il governo, promuovendo e appoggiando il golpe in Bolivia ha dimostrato solo la sua lealtà agli Stati Uniti, riducendo così ulteriormente il suo già scarso patrimonio di credibilità. È evidente come, in violazione del suo stesso statuto, opera come braccio internazionale della Casa Bianca ed è disponibile per le operazioni di destabilizzazione che gli Stati Uniti promuovono in tutto il continente.

In questo senso, quindi, il 2021 a Managua per l’OSA si annuncia complesso: difficile che il governo nicaraguense dia credito a un'organizzazione screditata. L'OSA ha bisogno di un'immagine e di una sostanza molto diverse se vuole presentarsi con le credenziali di neutralità necessarie per offrire un contributo "tecnico" alla riforma del sistema elettorale. In assenza di questa neutralità, perde il ruolo "tecnico" e ne assume uno "politico", che però non le tocca e che, comunque, la sovranità nazionale del paese di Sandino non consentirebbe. Il Nicaragua l’ha già dimostrato: non si inchina all'impero, figuriamoci ai suoi sherpa. Quindi, se mancassero le condizioni per una collaborazione equa e trasparente, i funzionari dell'OSA potranno rimanere a Washington e risparmiarsi il viaggio a Managua. Il ruolo del cavallo di Troia del golpismo non sarà permesso. Non in Nicaragua.

Il Nicaragua va e camminando costruisce cammini

Ma il 2019 non è stato solo un anno di riaffermazione della pace. L'economia nicaraguense ha ripreso il suo percorso verso la modernizzazione, dimostrando un'energia vitale che i suoi nemici (e forse nemmeno alcuni dei suoi amici) immaginavano.

Va il Nicaragua, e camminando fa strada. Case, ospedali, scuole, strade, centri sanitari, sostegno ai bisognosi; completa elettrificazione del paese, autosufficienza alimentare garantita, sostegno alle piccole e medie imprese, cinquantotto mila posti di lavoro aggiuntivi nel 2019. In una parola, il Sandinismo governa.

La legge di bilancio per il 2020 assegna alla spesa sociale enormi risorse, confermando come l'universalità dei servizi sociali sia espressione di una cultura politica che sostiene fermamente i diritti collettivi rispetto ai privilegi di classe. Il governo sandinista è consapevole dei limiti e delle risorse del Paese, ma indica senza indugio nella lotta alla disuguaglianza e alla povertà il faro del suo agire. L'idea di metterlo con le spalle al muro, di provocare una rottura politica e generare incertezza sul futuro, si è rivelata una illusione: il Fronte Sandinista è più forte che all'inizio del 2018, perché è più coeso e più profilato ideologicamente. La sua militanza, che occupa strade, piazze e sogni in tutto il paese, ha sconfitto il golpismo su tutti i terreni: militare, politico, sociale e comunicativo.

Gli Stati Uniti annunciano nuove sanzioni per il 2020, i suoi alleati locali profetizzano nuovi disastri. Subiranno altre delusioni, troveranno nuove sconfitte.

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01/08/2019

Nicaragua, sandinismo o golpismo


Managua. Riavvolte le bandiere, spenti gli altoparlanti, le celebrazioni per il quarantennale della vittoria sandinista si sono completate nella loro parte scenografica. Non in quella emotiva, però: la eco di una manifestazione grande come da dieci anni non si vedeva, lo scorrere nelle vene di tanta mistica ritrovata dopo l’aggressione subìta, continua a circolare nell’aria. La respirano con orgoglio i militanti sandinisti ricompattati, che hanno visto nel 19 Luglio non solo la celebrazione dei quarant’anni che furono ma di quelli che verranno. Non vi saranno altre sottovalutazioni. Si può dire che la fine della manifestazione abbia segnato l’inizio della campagna elettorale più lunga della storia nicaraguense, perché si voterà nel Novembre del 2021 ma le prime mosse sono già allo studio.

Il FSLN resta il gigante con cui destra, chiesa, Usa e UE devono fare i conti quando sul tavolo c’è il Nicaragua. Come se ci fosse un FSLN di lotta e uno di governo, sembra conservare decisamente la sua identità guerrigliera mentre delega al suo governo i grandi passi avanti nel tessuto socioeconomico. Radicato in ogni angolo del Paese, ha dimostrato di avere forza politica e militare, disciplina assoluta nei confronti del suo Comandante, fiducia cieca nella sua leadership. Sono elementi, questi, che fanno del sandinismo un partito unico nel quadro della sinistra internazionale; per quanto possano darsi posizioni contrastanti, sensibilità diverse, l’elemento determinante, alla fine, è l’obbedienza assoluta al suo Comandante. Come lo furono Fidel per i cubani e Chavez per i venezuelani, Daniel Ortega per i sandinisti è molto più che un leader: è il Comandante in Capo.

I soliti alzatori professionali di sopracciglia potranno ritenere tutto questo un delinearsi della versione tropicale del culto della personalità, un fattore di rischio per il politicamente corretto che sprofonda nei divani, aspetti inaccettabile per i mai paghi di sconfitte; ma il fatto è che Daniel Ortega è idolatrato dalla sua gente e viene considerato dal sandinismo, ed anche oltre le sue fila, un padre della Patria più che un Presidente.

E qui, in una parte di mondo dove i sofismi evaporano, dove con maggior violenza si soccombe alle intemerate golpiste della destra, il politicamente corretto viene visto come un esercizio verboso per intellettuali garantiti. Qui, dove tra il tutto e il niente, tra pace e guerra scorre un voto, partecipare assume il valore di un gesto dovuto, di una nobiltà ideale, ma vincere è imperativo categorico, è destino irremovibile, capolinea del tragitto tra vivere o perire. Sarà Daniel a guidare il suo popolo alla prossima tornata elettorale, ogni eredità risulterebbe anzitempo. Ci si aspetta quindi una mobilitazione generale di tutta la destra internazionale per colpire quella che è, senza ombra di dubbio, una icona per la sinistra latinoamericana, l’ultimo Comandante guerrigliero della storia rivoluzionaria e socialista di questo lembo di mondo.

La destra che lo sfiderà è tutta da decifrare. Politicamente analfabeta ma carica di odio, non ha altra idea di futuro che non sia la vendetta e sogna l’intervento statunitense come panacea delle sue incapacità. L’identità è classista e razzista. Nessun programma, nessun contenuto, nessun leader. Al suo interno è scontro tra l’opposizione storica che raccoglie liberali, conservatori, social cristiani e il nuovo partito fondato dalla gerarchia ecclesiale: Alleanza civica. Quest’ultima sostiene di essere l’unica opposizione credibile, la sola autorizzata a muovere sullo scacchiere politico, mentre i partiti tradizionali non lo sarebbero. Immagina il tessuto politico del paese come un immenso inciucio tra sandinisti e tutte le forze politiche, ritenendosi essa, invece, la voce autentica del popolo. Che poi i suoi dirigenti siano solo latifondisti e alti prelati, banchieri e padroni, è solo una fortuita coincidenza. Un luogo strano appare il Nicaragua ad un visitatore di primo arrivo: il governo fa crescere l’economia e gli imprenditori si dedicano a danneggiarla, il FSLN chiede la conciliazione e la chiesa fonda partiti e benedice golpisti.

Il discorso politico a destra langue. Di che parlano? Di censura e repressione, di inesistenti prigionieri politici e fantomatiche persecuzioni; invocano sanzioni e punizioni straniere per il proprio paese reo di non assecondarne i desiderata. Un disco rotto, alla ricerca di qualcuno che all’estero dia credito ad un disegno basato sulla reiterazione continuata della menzogna. Del resto, tutto si muove in funzione del denaro che parte dagli USA e atterra qui: se non c’è repressione non c’è resistenza, se non c’è resistenza non ci sono i fondi per sostenerla. Per questo ogni tanto inventano uno show con 30-40 persone: i media di proprietà della famiglia corrono, inventano la mobilitazione, inviano i video manipolati a Miami e i loro editori passano all’incasso. Principio dei vasi comunicanti in salsa tropicale.

Circolando per Managua si avverte è che il narrare oppositore è una truffa ma, nonostante il clima tranquillo, che l’aria sia più tesa e che l’incertezza abbia guadagnato spazio non lo si può negare. Alcuni ristoratori dicono che gli affari vanno male ma espongono prezzi europei per i pranzi dei nicaraguensi. Le storie sui locali deserti e la gente chiusa in casa sono fake news: i locali sono pieni, nei mercati i prodotti straripano e uscire da Managua il fine settimana obbliga a file di ore sulle carreteras. Certo, la crisi economica derivata dal tentativo di colpo di stato ha lasciato ferite: dopo anni di ininterrotta crescita alla media del 4,5 annuale, il 2019 e 2020 avranno il segno meno: 1800 milioni di dollari di danni all’economia non si ripianano così rapidamente in un paese che ha un PIL che ammonta a un terzo di questa cifra.

Quanto avvenuto, il timore che possa ripetersi, ha in qualche misura disincentivato gli investimenti esteri e la grande impresa (che forma il 30% del PIL) denuncia i suoi indicatori al ribasso. Non così la piccola e media impresa e quelle a conduzione familiare, che insieme allo Stato contribuiscono per il 70% al PIL. La crisi della grande impresa e del latifondo ha un sapore più politico che economico: il ricorso massiccio ai licenziamenti non ha certamente migliorato l’economia del paese. Ma non ci sono solo finalità di bilancio, si tratta in buona parte di terrorismo socio-economico. Si licenzia per generare un senso di inquietudine collettiva circa il destino dell’economia. Non come risposta alla crisi ma per determinarla. La famosa responsabilità sociale dell’impresa giace sotto il manuale di Gene Sharp sul golpe blando.

Perché il tentato colpo di stato è finito ma la dinamica sovversiva di destra, impresa e gerarchia ecclesiale, prosegue. Solo si è trasformata in strategia di destabilizzazione economica. Si invita inutilmente il piccolo commercio a chiudere gli esercizi, si indicono scioperi generali che non riescono, si lanciano allarmi su una dimensione della crisi economica che è totalmente artificiosa e priva di riscontri. L’intento di sovvertire il Paese ha solo cambiato metodologie e obiettivi intermedi, non certo lo spirito e l’obiettivo finale.

La speranza della destra è che il 2020 porti nuove sanzioni statunitensi ed europee. Che si delinei un quadro sistemico che veda il Nicaragua andare alle urne nel 2021 assediato dalle sanzioni internazionali, con una crescita minore - se non con una crisi vera e propria - e con una popolazione che riveda il film dell’aggressione alla Rivoluzione con alcuni degli strumenti utilizzati già negli anni ’80.

Abbondano i suoi possibili candidati, quasi tutti autonominati: stile Guaidò, per intenderci. Alcuni leaderini improvvisati nutrivano ambizioni eccessive ma hanno fatto male i loro conti. Scarso lignaggio per osare la prima fila. Perché quando le armi tacciono, emergono dai rifugi coloro che davano ordini nascosti; i camerieri del golpismo apparecchiano, ma è l’oligarchia che si siede a capotavola.

L’ambasciatore USA a Managua, Kevin Sullivan, ha dato ordine di riunirsi tutti sotto le insegne di Ciudadanos por la libertad e di scegliere il ticket Felix Maradiaga e Cristiana Chamorro per la sfida elettorale. Chi sono? Maradiaga, uno dei proprietari delle ONG golpiste, si è formato e addestrato negli USA e a Belgrado, dove la Otpor gli ha insegnato le tecniche del “golpe blando” di Gene Sharp. È intelligente ma privo di carisma, tanti soldi ma poco popolo: dicotomia non semplice da risolvere. Cristiana Chamorro è invece l’ennesimo prodotto della nidiata Chamorro’s, la famiglia oligarchica che ha sempre visto il Nicaragua come una gigantesca fattoria di proprietà.

Compito non semplice quello statunitense: provarono senza successo già nel 2006 ad unificare l’antisandinismo per impedire la vittoria di Daniel Ortega. Non ci riuscirono perché ogni tanto anche i servi si danno arie da padroni. A Washington pensano che oggi l’occasione sia più propizia ma è da vedere, perché il livello di litigiosità interna alla destra viene da lontano ed è tutt’altro che sopito. In questo contesto il ruolo del MRS, riconosciuto professionista del tradimento, rappresenta l’incognita più ardua del percorso unitario. Gli adepti di Sergio Ramirez e Dora Maria Tellez ufficialmente non vogliono CxL ma fondano una sigla al giorno per così sedersi con maggiori chanches al tavolo della coalizione e raggranellare posti. Controllano una buona parte delle finte ONG, l’ala militare del golpismo e i rapporti con la cosiddetta “sinistra” europea, ma non vanno oltre il 2% dei consensi se gli va bene e liberali e i conservatori non gli perdonano il passato sandinista.

A scompaginare il quadro potrebbe arrivare il cosiddetto “Papa nero”, che al secolo è possibile identificare in Silvio Baez, il Monsignore del golpismo richiamato a Roma proprio per il suo ruolo nel tentativo di colpo di stato del 2018. Intercettato mentre affermava che voleva inviare Daniel Ortega e Rosario Murillo alla fucilazione e rivendicando a se stesso ed alla chiesa l’invenzione dell’Alleanza Civica, potrebbe in qualche modo rappresentare il trade union della destra. Colto, appartie ai Carmelitani ma è stretto alleato dell’Opus Dei e dei Legionari di Cristo. Espressione delle gerarchie ecclesiali latinoamericane, nemiche acerrime di Papa Francisco e impregnate di ideologia fascista, potrebbe autosospendersi dall’abito talare per correre alla presidenza. In fondo, mal che va, lo stipendio di deputato è più alto di quello da Vescovo. L’ambizione politica non gli manca, anzi, così come non gli fa difetto l’ego, davvero ipertrofico. Ma la superbia e l’arroganza di cui dispone frena le possibili alleanze e c’è anche da considerare che la sua candidatura otterrebbe l’effetto di mobilitare gli evangelici a favore del FSLN, dato che la sua sconfitta equivarrebbe ad una sconfitta delle gerarchie ecclesiali nicaraguensi, aspetto questo particolarmente interessante per le chiese evangeliche.

Ma se pensa che la famiglia Chamorro si farà da parte, il Monsignore sbaglia. La candidata sarà comunque Cristiana Chamorro. Perché è lei a poter riassumere in sé il rapporto privilegiato con gli Stati Uniti, la leadership della borghesia e del latifondo parassitario del paese e la proprietà di Ong e mezzi di comunicazione, ovvero gli elementi fondamentali per dare il via alla guerra per riportare nelle mani del padronato e nella sfera d'influenza di Washington il Nicaragua. La campagna elettorale sarà una fase della guerra di classe che l'oligarchia scatenerà. Welfare, spesa pubblica, investimenti per la guerra alla povertà ed allo squilibrio sono blasfemie intollerabili: trasformare i diseredati e dimenticati in soggetti di diritto politico un affronto imperdonabile alla casta.

Alla fine, però, il principale problema della destra sarà quello di spiegare cosa vorrebbero fare. I loro sedici anni di governo, che gettarono il Nicaragua nella miseria nera, non sono abbastanza lontani da scivolare verso l’oblio. Ma comunque per il FSLN non sarà una passeggiata; il sandinismo ha amici dal cuore grande ma nemici dai denti aguzzi. Vogliono lo scalpo di un nemico mai sconfitto e cercheranno ogni mezzo, lecito e soprattutto illecito, per aver ragione dell’indomabile.

Il FSLN dovrà mobilitare tutto il suo popolo, evidenziare e rivendicare quanto fatto. Il Nicaragua oggi è esempio di modernizzazione ed equità sociale, di crescita dei diritti e limitazione dei privilegi. Porta luce e strade nel buio dei cammini un tempo bui e dissestati, mette tetti sulle teste di chi subiva la furia del cielo, offre pavimenti nuovi dove c'era terra e polvere, fa sognare il futuro a chi prima lo temeva. Raffrontare e ricordare sarà necessario: guardare e giudicare è già prendere la rincorsa per andare a votare e stabilire, una volta per sempre, che il sogno si è fatto sistema e che, quaranta anni dopo la vittoria, Sandinismo e Nicaragua sono ormai sinonimi dell’identico animo.

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