Il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, ha inaugurato il I Colloquio Internazionale “Fidel: eredità e futuro”, che per tutta la settimana riunisce intellettuali, accademici e attivisti da tutti i continenti per riflettere sul pensiero e sull’azione di Fidel Castro.
Senza l’intenzione personale di tenere una conferenza magistrale, come ha precisato, il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, ha aperto lunedì le sessioni del I Colloquio Internazionale “Fidel: eredità e futuro” con una dissertazione che ha messo in luce gli insegnamenti del leader storico della Rivoluzione Cubana e l’ispirazione che rappresenta nella sfida di salvare la Rivoluzione da una delle minacce più gravi che abbia mai affrontato in 67 anni di asfissia da parte degli Stati Uniti.
Più di 1.500 accademici, intellettuali, artisti, leader sociali e politici, insieme a giovani studenti provenienti da tutti i continenti per onorare Fidel nel centenario della sua nascita, hanno costituito il pubblico davanti al quale il presidente cubano ha espresso idee, ordinate – ha commentato – dai sentimenti, dall’emozione e dall’impegno rivoluzionario che comporta il privilegio di parlare di Fidel, l’uomo che ha segnato il XX secolo e il cui pensiero illumina il XXI secolo.
A questi fidelisti di Cuba e del mondo, che hanno sfidato le distanze, le campagne di disinformazione e, in molti casi, le pressioni dei loro stessi governi per venire nell’Isola in una data così significativa, il capo di Stato cubano ha riconosciuto questo atto di coraggio e coerenza.
“Perché venire a Cuba oggi, in mezzo all’intensificarsi del blocco e dell’ostilità imperiale, è un gesto di solidarietà militante che onora l’eredità di Fidel” e costituisce – ha indicato – “il monumento migliore e più solido che gli ambasciatori della verità, i testimoni che Cuba non si arrende, i compagni di strada di una rivoluzione che trascende i confini, possono innalzare”.
“Non esagero dicendo che questo colloquio si tiene in uno dei momenti più difficili che la nostra Rivoluzione abbia vissuto” – ha spiegato il presidente e subito dopo ha affermato – “ma non siamo qui per amministrare la nostalgia. Siamo qui perché il pensiero di Fidel Castro continua ad essere la bussola più precisa che abbiamo per navigare la tempesta che vive il popolo cubano”.
Fidel: una scuola perenne di lavoro rivoluzionario
Parlando dell’eredità del Comandante in Capo Fidel Castro Ruz, il Presidente Díaz-Canel ha ricordato lo studente universitario che scese dalla collina della sua Alma Mater divenuto rivoluzionario per accendere le fiaccole del Centenario dell’Apostolo, colui che, più tardi e ancora molto giovane, sarebbe diventato il capo del movimento che il 26 luglio 1953 si lanciò contro le caserme di una dittatura sanguinaria e proimperialista, per iniziare un’altra Guerra Necessaria.
“Il brillante avvocato che trasformò la sua autodifesa in programma politico del suo movimento, il tenace prigioniero che sconfisse i suoi carcerieri trasformando il carcere modello in scuola di combattenti, il fondatore di un esercito popolare che sconfisse in due anni un esercito professionale che possedeva diverse volte il numero delle sue forze, il Comandante in Capo che mise Cuba sulla mappa del mondo e riempì di speranze i popoli del continente, aveva già un posto nella storia quando, a soli 34 anni, scosse l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con il discorso più lungo e trascendente che fosse stato pronunciato lì fino ad allora”.
Il Capo di Stato cubano ha affermato che l’eredità di Fidel oggi interpella più che mai coloro che continuano la sua opera. “Cosa ci ha lasciato in eredità il Comandante in Capo? Ci ha lasciato la certezza che i sogni si conquistano difendendo le idee; ci ha lasciato la lezione che l’internazionalismo è un atteggiamento che deve distinguerci; ci ha insegnato la convinzione che il socialismo è l’unica via per salvare l’umanità dall’abisso”.
Fidel – ha ricordato – fu il primo a denunciare la globalizzazione neoliberista come l’impero della morte, e anche il primo ad alzare la voce per un mondo migliore per tutti.
“Ci ha insegnato che la lotta per la preservazione dell’ambiente e della specie umana è anche una battaglia socialista, che la scienza deve essere al servizio del popolo, che l’unità dei rivoluzionari è più importante di qualsiasi differenza tattica”.
Díaz-Canel ha sottolineato che in Fidel si trova non solo un leader storico, ma una scuola perenne di lavoro rivoluzionario, dove le premesse fondamentali sono: studiare, analizzare, prevedere, ascoltare il popolo e agire con audacia e onestà.
Nel suo intervento il dignitario ha riconosciuto che Fidel ha guidato le sorti di Cuba con una coerenza che non ha pari nella storia contemporanea e che al di là dell’essere un dirigente e un leader, è stato un lavoratore instancabile, uno studente permanente, un oratore che muoveva le folle, uno stratega che anticipava il futuro.
“Fidel ci ha lasciato un modo di pensare e agire. Non ha lasciato ricette; ha lasciato un metodo. E quel metodo è nato dalla prassi, non solo dalla biblioteca”.
Questo modo di pensare e agire è stato esemplificato da Díaz-Canel nella sua conferenza al Colloquio. Ha menzionato che quando Fidel formulò nella sua arringa del 16 ottobre 1953 le cinque leggi rivoluzionarie – riforma agraria, diritti del lavoro, riforma urbana, confisca dei beni mal acquisiti e partecipazione industriale – non elaborò un programma dottrinario importato da qualche manuale, ma diagnosticò le malattie strutturali di un’economia sottosviluppata e dipendente.
“Quel metodo – diagnosi rigorosa, proposta programmatica, azione decisa – si ripeté in ogni crocevia”.
Nella sfera economica – ha valutato Díaz-Canel – il leader storico della Rivoluzione Cubana comprese qualcosa che molti teorici non riuscirono a vedere: che l’economia non è una sfera autonoma separata dalla politica, ma la sua espressione materiale, sintetizzata nella sua formulazione: “non c’è economia senza politica, né politica senza economia”.
Il presidente ha approfondito anche altre eredità di colui che è la guida dei comunisti cubani. Ha sottolineato la coerenza e l’etica, la capacità di predicare con l’esempio, di vivere senza ricchezze, la fedeltà ai principi. “Visse come pensò e morì come visse. Questo, in un mondo dove la politica è diventata uno spettacolo di ipocrisia, è una sfida permanente alla coscienza”.
Ha inoltre caratterizzato l’eredità dell’audacia intellettuale del Comandante in Capo, che fu un lettore instancabile, un uomo che dialogava con scienziati, economisti, artisti, sportivi e contadini. “Ci ha insegnato che il socialismo non è un dogma, ma una scienza in costruzione, che deve adattarsi alle realtà concrete senza rinunciare ai principi. Oggi, quando il capitalismo digitale ci impone nuove forme di alienazione, il suo appello a ‘studiare, studiare, studiare’ risuona come un avvertimento: non c’è rivoluzione senza conoscenza”.
Durante la dissertazione, più volte interrotta da ovazioni, il Presidente cubano ha sottolineato l’eredità dell’internazionalismo. Per Fidel la Rivoluzione cubana non era un fatto isolato. Per lui, fedele a Martí, Patria era umanità. Per questo sostenne le cause per la liberazione dei popoli africani, della Palestina, denunciò l’apartheid e il genocidio; alzò la voce contro la guerra in Iraq e contro il blocco e l’appropriazione coloniale di qualsiasi popolo del mondo.
In modo particolare ha menzionato l’eredità dell’ottimismo rivoluzionario, quello che non lo rese mai pessimista, anche nelle peggiori circostanze. Ha ricordato i giorni più bui, quando il campo socialista crollava e il blocco si inaspriva, e come Fidel mantenne la fede nell’essere umano e nella storia. “Ci ha insegnato che l’ottimismo rivoluzionario non è ingenuità, ma convinzione incrollabile nella vittoria”, ha assicurato.
In ambito militare, ha accentuato il pensiero e la pratica della strategia militare in Fidel. Ha sottolineato che l’eterno guerrigliero era un profondo studioso dell’arte militare contemporanea, che apportò veri contributi nella concezione delle più importanti contese militari sviluppate nelle missioni internazionaliste cubane e che concepì la dottrina della Guerra di tutto il popolo.
Per Díaz-Canel, Fidel vedeva la sovranità non come uno stato raggiunto, ma come un processo che si conquista e si difende su molteplici fronti simultaneamente: la difesa e la sicurezza del paese, il fronte economico, il fronte culturale-ideologico, il fronte internazionalista e di solidarietà, il fronte scientifico, il fronte della politica estera e delle relazioni internazionali.
Nel caratterizzare il sistema di lavoro del leader storico della Rivoluzione Cubana, il presidente ha distinto quattro principi: la priorità del politico, la sequenza tattico-strategica, la mobilitazione popolare come risorsa strategica e l’innovazione sotto restrizione.
Riguardo alle sue qualità di stratega che anticipava il futuro, Díaz-Canel ha detto che non c’è alcun dubbio, ma nemmeno misticismo nell’affermazione. Ha argomentato che Fidel fu un profondo studioso della realtà nazionale e internazionale, che seguiva nei dettagli attraverso tutti i mezzi possibili; era anche un osservatore acuto del comportamento umano, grazie non solo alla sua notevole intelligenza, ma alla sua insaziabile ricerca della conoscenza, dei progressi della scienza e della tecnica. Possedeva anche una cultura vasta, alimentata durante la sua vita da letture fondamentali di tutti i generi.
Un leader che ha materializzato le sue idee
Davanti ai più di 1.500 delegati riuniti al Palazzo delle Convenzioni dell’Avana, il Presidente della Repubblica ha citato le tappe del processo rivoluzionario guidato dal Comandante in Capo Fidel Castro sotto la pressione del governo degli Stati Uniti, la loro politica di asfissia economica e i tentativi di assassinarlo.
Con la leadership di Fidel, Cuba riuscì a sradicare l’analfabetismo nel 1961, con una campagna che mobilitò più di 250.000 volontari. Appena due anni dopo la vittoria, sconfisse a Playa Girón un’invasione finanziata, addestrata e scortata dall’impero vicino, infliggendogli la prima grande sconfitta in America Latina.
Cuba costruì il sistema sanitario universale più avanzato del cosiddetto Terzo Mondo. Cuba inviò più di 600.000 professionisti della salute in 165 paesi attraverso il Programma Internazionale di Cooperazione Medica.
L'isola più grande delle Antille sviluppò un sistema educativo gratuito dall’Asilo Nido all’Università. Costruì un solido sistema culturale e sportivo che per molti anni fu un riferimento per il mondo. Fidel progettò i principi della politica estera cubana, elevandola a riferimento per il mondo.
Per quanto riguarda la sua azione continentale, ha sottolineato che uno dei capitoli fondamentali della sua eredità si svolse nel periodo più promettente della storia della Nostra America quando, insieme a Hugo Chávez, guidò la rinascita del progetto integrazionista di Simón Bolívar che fu anche il grande sogno di José Martí.
Fidel: una guida per superare le sfide
In modo enfatico, il dignitario ha affermato che a poche ore dal commemorare i cento anni dalla nascita di Fidel, l’incontro che si svolge all’Avana non è precisamente per celebrare un rituale, ma per adempiere a un dovere: il dovere di pensare Fidel non come passato, ma come stratega al di là del suo tempo. “Pensare la sua eredità non come un deposito di citazioni da evocare negli anniversari, ma come una guida per superare le sfide che abbiamo davanti a noi, oggi, nella Cuba reale del 2026”.
Díaz-Canel ha detto agli accademici, intellettuali, artisti, leader sociali e politici che non si può parlare di Fidel senza guardare al mondo che lui tanto studiò e che noi abbiamo ereditato. “E il mondo, come amava dire lui, è un ‘vortice di contraddizioni’. La crisi sistemica del capitalismo è arrivata al suo punto più acuto: guerre regionali che minacciano di espandersi, crisi climatica che non è più previsione ma catastrofe quotidiana, carestie provocate dalla speculazione finanziaria, migrazioni forzate che trasformano i mari in cimiteri, e una frattura sociale dove la ricchezza di pochi si accumula sulla miseria di molti”.
“L’ordine internazionale è in discussione. L’unilateralismo imperiale pretende di imporre la sua legge con la forza, ma il mondo multipolare è venuto per restare. Tuttavia, l’impero raddoppia i suoi attacchi, cerca nuovi pretesti, fabbrica nemici e destabilizza i governi che non si piegano”.
In questo scenario globale, Cuba continua ad essere uno degli obiettivi prediletti dell’ira imperiale. “Non è un caso che nell’anno del centenario di Fidel, Washington abbia intensificato la sua offensiva: rafforzamento del blocco con misure extraterritoriali che perseguono le relazioni commerciali e finanziarie; inclusione arbitraria nella lista degli stati sponsor del terrorismo – un’ironia storica per un paese che è stato vittima del terrorismo di Stato per decenni –; campagne mediatiche massive che cercano di dipingere Cuba come un ‘regime fallito’, mentre tacciono i successi della nostra salute, educazione, cultura, scienza e sport”.
Il presidente ha denunciato che gli Stati Uniti “hanno destinato milioni di dollari per promuovere il ‘cambio di regime’ attraverso social network, ONG e piattaforme che si mascherano da ‘difensori dei diritti umani’, ma che in realtà servono gli interessi geopolitici dell’impero”.
“Non ci sorprendono affatto le rivelazioni degli ultimi giorni dei grandi media statunitensi su un incremento delle operazioni della CIA a Cuba per sovvertire l’ordine interno. Non sono fughe di notizie casuali, come le presentano, ma parte del piano deliberato del regime statunitense di guerra psicologica contro Cuba”, ha affermato.
Ha aggiunto: “Nel colmo del cinismo e della perversione, il Segretario di Stato ha dichiarato recentemente che le sanzioni statunitensi contro il regime cubano non faranno altro che inasprirsi. ‘Quello che stiamo cercando di insegnare loro – ha detto – è che non ci sono valvole di sfogo’. È un riconoscimento senza riserve che esiste una situazione difficile a Cuba come conseguenza di una guerra economica senza precedenti. Questa affermazione costituisce la minaccia aperta dello sterminio genocida di un intero popolo se non si sottomette ai disegni dell’impero”.
Appello ai partecipanti del colloquio
“Fidel non è patrimonio esclusivo dei cubani. Fidel appartiene a tutti coloro che lottano per un mondo migliore”, ha sentenziato Díaz-Canel, e ha indicato quattro compiti decisivi per i partecipanti. Primo, diffondere la verità di Cuba e di tutti i popoli in resistenza. “Ogni libro che scriverete, ogni articolo che pubblicherete, ogni conferenza che terrete nei vostri paesi è una trincea contro la disinformazione”.
Secondo, articolare reti di solidarietà efficaci. “Bisogna tradurre la solidarietà in azioni concrete: campagne per la revoca del blocco, proposte di cooperazione scientifica e culturale, progetti di commercio equo, denunce presso organismi internazionali”.
Terzo, approfondire il pensiero critico sul socialismo del XXI secolo. “Fidel ci ha lasciato domande aperte, non risposte definitive. Come costruire il potere popolare nell’era digitale? Come conciliare pianificazione centralizzata con autonomia territoriale? Come affrontare il cambiamento climatico da una prospettiva socialista?”
Quarto, rafforzare l’unità dei movimenti progressisti. “Fidel fu un maestro nell’arte di sommare volontà, di gettare ponti tra settori diversi, di cercare convergenze senza rinunciare alle differenze”.
Appello ai giovani: il ricambio generazionale in marcia
Il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista ha dedicato uno spazio significativo ai giovani; in quel momento del suo intervento ha riconosciuto la fiducia che Fidel ha sempre riposto in loro e ha lanciato un appello diretto ad assumere il protagonismo nella costruzione del futuro.
Ha ricordato che furono i giovani a circondare Fidel per concepire sogni realizzabili quando la Patria ne aveva bisogno, quelli che impugnarono le armi nella Sierra, quelli che alfabetizzarono la popolazione sulle montagne, i protagonisti delle gloriose missioni internazionaliste. “Furono i giovani a costruire i contingenti, a promuovere la scienza e la tecnologia”, ha sottolineato.
“Oggi, nell’anno del suo centenario, la gioventù cubana è chiamata a forgiarsi con la stessa altezza storica. Le sfide che abbiamo davanti sono immense: l’economia colpita dal blocco, le trasformazioni strutturali che dobbiamo implementare, la necessità di produrre più cibo, di realizzare la transizione energetica, di sostituire le importazioni, di costruire una società con maggiore benessere per tutti. Non c’è sfida che la gioventù non possa affrontare se se lo propone”.
Díaz-Canel ha convocato i giovani di Cuba e del mondo a essere non solo eredi di Fidel, ma protagonisti attivi della sua continuità: “A voi, giovani, spetta scrivere il prossimo capitolo di questa storia. La Rivoluzione non è un museo, è una prassi che si rinnova ogni giorno con la vostra intelligenza, la vostra ribellione e il vostro impegno. Fidel ha confidato in voi; noi anche”.
Díaz-Canel ha concluso il suo intervento con una certezza lasciata da Fidel: “Il futuro non è scritto, noi abbiamo il potere di scriverlo. Sì, l’impero è potente, ma la storia è dalla parte dei popoli”.
“Il centenario di Fidel è un punto di partenza. È il momento di assumere che la sua eredità non è nel passato, ma nel presente e nel futuro che stiamo costruendo. Non basta ricordarlo; bisogna studiarlo. Non basta ammirarlo; bisogna emularlo”.
Il Presidente ha concluso con una citazione di quel paradigma che è Fidel: “Noi siamo disposti a resistere dignitosamente e con abnegazione per gli anni che saranno necessari al blocco imperialista. Se altri transigono, se altri si lasciano corrompere, se altri tradiscono, Cuba saprà mantenersi come esempio di una rivoluzione che non cede, che non si vende, che non si arrende, che non si mette in ginocchio”.
Con queste parole, il Primo Segretario del Partito Comunista di Cuba ha inaugurato il Colloquio Internazionale, che per tutta la settimana riunisce intellettuali, accademici e attivisti da tutti i continenti per riflettere sul pensiero e sull’azione di Fidel Castro, in un momento in cui l’Isola affronta uno dei periodi più complessi della sua storia recente.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
14/08/2026
Fidel è la bussola più precisa
20/04/2026
Intervista a Miguel Díaz-Canel
“Non ci piace la guerra, promuoviamo la solidarietà e la cooperazione tra i popoli, ma siamo pronti a difendere questa pace”.
In un contesto di massima tensione diplomatica e crisi energetica, il leader cubano offre in questa intervista una risposta netta alle recenti minacce provenienti da Washington. Rispondendo alle domande, Díaz-Canel analizza la sovranità dell’isola, la possibilità di un conflitto armato e la complessa situazione sociale che attraversa il popolo cubano sotto il peso del blocco.
Presidente Díaz Canel, benvenuto a Meet the Press.
Molte grazie, grazie a voi per l’opportunità e grazie per essere a Cuba.
Grazie per averci invitato nel vostro bel paese, è un onore.
Per noi è un piacere che siate qui.
Grazie, moltissime grazie. Io vorrei cominciare con il presidente Trump. Egli ha detto di avere piani per prendere Cuba in qualche modo. Ha detto: “Credo di poter fare quello che voglio con Cuba”. Lei prende sul serio le minacce di Trump?
Io credo che negli ultimi giorni siano state dette molte cose non solo dal Presidente, ma anche da altri funzionari del Governo degli Stati Uniti, che denotano realmente un linguaggio e una retorica aggressiva verso Cuba.
Bisogna conoscere la storia del nostro paese. Il nostro è un paese che nella sua identità ha molto radicati i valori della sovranità e dell’indipendenza. Per 150 anni Cuba ha lottato, prima per liberarsi dalla colonia e poi dalla neocolonia. E con la Rivoluzione Cubana, con il suo trionfo nel gennaio del 1959, sono state cancellate tutta una serie di dipendenze, si è cancellato l’assoggettamento, la subordinazione a una potenza straniera, e questo ha portato tutta una serie di conseguenze per il paese a beneficio delle quali il popolo cubano non è disposto a rinunciare.
C’è uno dei generali più brillanti delle nostre guerre di indipendenza, Antonio Maceo, che disse: “Chi tenti di impossessarsi di Cuba raccoglierà solo la polvere del suo suolo intriso di sangue, se non perisce nella lotta”.
Noi siamo un paese di pace. Noi non promuoviamo la guerra, non ci piace la guerra, favoriamo la solidarietà, la cooperazione tra i popoli, ma siamo disposti a difendere quella pace che vogliamo; pertanto, non ci lasciamo intimidire, e non vogliamo che ci colga né la sorpresa né la sconfitta.
Questa è una delle interpretazioni che si possono dare a questa minaccia e su quale sia la posizione di Cuba. L’altra interpretazione che si può dare è quando parlano del fatto che Cuba cadrà da sola, e cercano di metterci un’etichetta di Stato fallito o di paese che sta per collassare, il che è smentito dalla realtà: come può un paese come questo aver sopportato in 67 anni ogni tipo di pressione, di aggressione e, persino, per più di sessant’anni, il blocco più prolungato della storia, che è un blocco criminale, genocida?
Ci sarebbe molto da parlare su questi temi, ma vi dico che il popolo cubano, la Rivoluzione Cubana, è disposta a difendersi.
Passiamo alla prossima domanda. Il presidente Trump vuole prendere Cuba come ha fatto con il presidente Maduro in Venezuela, come ha fatto in Iran dove ha ucciso il Leader Supremo. Lei pensa che potrebbe essere arrestato o assassinato dal Governo degli Stati Uniti?
È una domanda molto interessante. A me non piace mai che si facciano parallelismi tra Cuba e altre nazioni, perché noi abbiamo una storia propria, ci muoviamo in una circostanza propria, ed è anche ignorare un po’ la nostra storia, la forza della nostra unità e la forza delle nostre istituzioni.
Noi che assumiamo responsabilità all’interno della Rivoluzione abbiamo un impegno con la Rivoluzione e, soprattutto, con il nostro eroico popolo. E in quel senso di responsabilità è inclusa la convinzione che siamo disposti a dare la vita per la Rivoluzione, per la causa che difendiamo.
Pertanto, per me questa non è una preoccupazione. Se arrivasse il momento, non credo ci sia giustificazione affinché gli Stati Uniti provochino un’aggressione a Cuba o affinché gli Stati Uniti trattino di dare un colpo chirurgico o il sequestro di un presidente a Cuba. Se si producesse, c’è combattimento, c’è lotta. Ci difenderemo, e se ci tocca morire, moriremo, perché come dice il nostro Inno Nazionale: “Morire per la Patria è vivere”.
Ma qui si confonde qualcosa, ed è che si personalizza sempre la direzione della Rivoluzione Cubana con una persona. In un momento si personificò con il Comandante in Capo, in un altro momento con il Generale d’Esercito, ora cercano di personificarla con me; il punto è che noi abbiamo una direzione collettiva nella quale c’è un’unità, una coesione, un’unità ideologica anche, e c’è una disciplina rivoluzionaria.
Pertanto, eliminare una persona all’interno della struttura di direzione della Rivoluzione non risolve nessun problema, al contrario, ci sono centinaia di persone che sono in condizioni di occupare quella responsabilità e di decidere in maniera collettiva. E siamo preparati ad affrontare qualunque tipo di situazione.
Quello che lei dice ha molta forza, ma ha timore per se stesso, per la sua famiglia? È preparato, come lei dice, a fare l’ultimo sacrificio se fosse attaccato?
Non ho timore, sono disposto a dare la vita per la Rivoluzione. Ovviamente, non mi piacerebbe che questa fosse l’attitudine del Governo degli Stati Uniti. Non credo che il popolo nordamericano, che è un popolo sensibile, permetterebbe o vedrebbe bene che il proprio paese, il proprio Governo invada una piccola isola che non riporta nessuna preoccupazione in materia di sicurezza nazionale per il Governo degli Stati Uniti; un’isola che vuole pace, un’isola che vuole dialogare, un’isola dove il suo popolo vuole avere una relazione diretta con il popolo nordamericano.
E poi, quale sarebbe la giustificazione per fare questo? Ma, inoltre, un’aggressione a Cuba avrebbe costi per entrambi i paesi in perdite di vite umane inutilmente, che possono essere evitate; avrebbe costi materiali; influenzerebbe la sicurezza e la stabilità degli Stati Uniti, di Cuba e della regione.
Io credo che bisogna vedere le cose con molta responsabilità quando si prende la decisione su un fatto di quella portata. E, soprattutto, quando prima di prendere quella decisione, che è totalmente illogica e irrazionale, c’è una logica che è più giusta, che è quella di dialogare, di discutere, di dibattere e di trattare di arrivare ad accordi che ci allontanino dall’affrontamento militare.
Cuba si sta preparando attivamente di fronte alla possibilità di un attacco da parte degli Stati Uniti?
Guarda, come ho sempre espresso in altri incontri, in altre interviste, anche quando parliamo al popolo cubano, è evidente che c’è una minaccia, è nella retorica del Governo degli Stati Uniti. Cuba non ha fatto nulla che offenda gli Stati Uniti. Cuba non ha proposto in nessun momento di aggredire gli Stati Uniti, né di intromettersi negli affari interni degli Stati Uniti. Tuttavia, costantemente si sta dicendo che Cuba è la prossima, che si aggredirà Cuba, che ci sono uscite per Cuba, che prenderanno Cuba.
Pertanto, questo, dalla posizione di responsabilità nella direzione del paese, è un allerta e dobbiamo responsabilmente proteggere il nostro popolo, proteggere il nostro progetto, proteggere il nostro paese.
Allora, sì, ci prepariamo per la difesa. Ora, qual è il concetto della nostra preparazione per la difesa? Noi abbiamo una dottrina militare che è totalmente difensiva, non è aggressiva, non implica un pericolo per nessuno; è semplicemente una dottrina che si conosce come “Guerra di Tutto il Popolo”, che è stata costruita collettivamente con l’esperienza della nostra storia, e si è finiti di concepire, si è finiti di strutturare precisamente in una tappa molto dura della nostra storia dove eravamo molto minacciati anche dal Governo degli Stati Uniti.
E si basa sulla partecipazione popolare: ogni cubana e ogni cubano ha una missione, ha un proposito, ha un obiettivo da difendere, ha un luogo e una posizione da occupare nella difesa. E si fa sulla base della partecipazione popolare, della partecipazione volontaria e, naturalmente, comprende la preparazione per la difesa di tutti gli scaglioni e di tutti gli anelli che conformano la nostra difesa territoriale; ma è una concezione totalmente difensiva e non aggressiva.
E, inoltre, partiamo anche da un fatto: che preparandoci per difenderci è la maniera migliore per evitare la guerra ed è la maniera migliore per preservare la pace.
Ti dirò di più, io credo che quello che merita tanto il popolo nordamericano quanto il popolo cubano, nella loro relazione, non è un’aggressione né è un linguaggio di guerra. Quello che meritano il popolo nordamericano e il popolo cubano è la pace, una pace che ci permetta di avere un ambiente di fiducia, di cooperazione, di collaborazione, anche di solidarietà e, naturalmente, di intesa.
Pensa che l’esercito cubano possa aver successo in un confronto contro gli Stati Uniti, se questo si producesse?
Quando parliamo di difesa di Cuba, parliamo delle nostre gloriose Forze Armate Rivoluzionarie, ma anche del nostro popolo, che è strutturato in differenti anelli di quella difesa territoriale. Sì, avremmo successo, sì, possiamo avere successo. Non c’è nemico che non possa essere sconfitto.
Ma contro gli Stati Uniti, la potenza maggiore del mondo?
Gli Stati Uniti hanno una loro concezione del fare la guerra. Il nostro concetto di difesa territoriale si basa su una guerra irregolare, asimmetrica, dove potrebbero avere successi in un determinato momento; ma si renderebbe loro insostenibile invadere e occupare il suolo cubano, perché c’è una decisione, e quella decisione, quella convinzione la rimando nuovamente alla frase di Maceo: “raccoglierà solo la polvere del suo suolo intriso di sangue, se non perisce nella lotta”.
E non è una consegna, non è uno slogan. Se ora esci in strada e commenti o mostri la prima parte di quella frase a un bambino, a un anziano, a un cubano, a un giovane, te la completerà immediatamente, perché così ci siamo formati, e questo è nei nostri sentimenti. Ti ripeto che non è quello che desideriamo. Non desideriamo una guerra, non desideriamo un confronto. Avrebbe un costo molto alto per tutti.
Bene, le chiedo su questo momento straordinario. Gli Stati Uniti hanno sospeso le forniture di combustibile a Cuba; ma la Russia le ha riprese. Lei pensa che i russi abbiano ottenuto il permesso per aiutare Cuba? Come ha funzionato questo?
Io credo che mai un fatto così comune, come può essere il commercio tra due paesi, fosse stato così seguito dai mezzi di stampa e dalla popolazione, in differenti confini del mondo, come l’arrivo della nave russa con combustibile, che è venuta con un concetto di aiuto umanitario. Ossia, non è stata una relazione commerciale.
Io credo che Cuba abbia il diritto, come qualunque paese, di importare petrolio. E tutti i paesi hanno il diritto di esportare petrolio a Cuba. Pertanto, è molto ingiusto questo blocco energetico che inasprisce ancora di più il blocco degli Stati Uniti verso Cuba. Ossia, aver dichiarato il blocco energetico a Cuba dimostra ancora una volta che c’è tutta un’aggressione multidimensionale da parte del Governo degli Stati Uniti a Cuba.
Con una guerra economica che è durata 67 anni, con un blocco che è durato più di 60 anni, con un blocco che nell’anno 2019 con la prima amministrazione Trump si inasprì, che fu mantenuto dall’amministrazione Biden anche in condizioni di COVID-19, e che ora, nuovamente, ha un’espressione di massima pressione che provoca danni devastanti nella popolazione cubana col blocco energetico.
La Federazione Russa ha potuto inviare quella nave in un concetto di aiuto umanitario. Gli Stati Uniti hanno persistito nel mantenere il blocco energetico, pertanto, noi non abbiamo la sicurezza di quando possa entrare un’altra nave carica di petrolio a Cuba, anche se a noi corrisponde il diritto di poterlo ottenere. E questa nave che è arrivata neppure deve sollevare false aspettative, sebbene sia un aiuto importante in un momento come questo, che riconosciamo, ma copre solo la terza parte della domanda di combustibile di un mese a Cuba. Ossia, neppure ora possiamo credere che questo abbia già salvato la situazione.
È un greggio che ora dobbiamo raffinare, che dobbiamo distribuire per tutto il paese, che dedicheremo in parte importante a sfruttare una capacità di generazione elettrica di più di 1.200 megawatt che è stata inutilizzata per quattro mesi e potrebbe darci una migliore situazione nella fornitura di energia, e anche per appoggiare alcune attività dell’economia.
Per quanto tempo potrete sopravvivere fino al prossimo carico di petrolio dalla Russia?
È una domanda sommamente interessante e bisogna rispondere in un momento molto difficile. Nessun paese al mondo può sviluppare un’economia che avanza, prospera, senza combustibile. Per questo dico che c’è un elemento di perversione, di cattiveria, quando una potenza che gioca un ruolo aggressivo sottomette a una situazione come questa una piccola nazione che viene costantemente aggredita.
Ma noi non siamo rimasti con le braccia incrociate. A cosa abbiamo puntato? Abbiamo tutta una Strategia e un Programma di rivitalizzazione del tema energetico nel paese: primo, passare dalla dipendenza delle importazioni al greggio nazionale.
A Cuba abbiamo giacimenti di petrolio, non bastano per coprire tutte le necessità; ma noi possiamo e di fatto stiamo incrementando la produzione di petrolio, stiamo esplorando più giacimenti; siamo aperti per l’investimento straniero a Cuba in perforazione ed esplorazione di pozzi di petrolio. Sarebbe un’opportunità per anche imprenditori nordamericani se potessero partecipare a Cuba in investimenti nel tema energetico.
Quello che succede è che il blocco è l’elemento che lo impedisce, ma Cuba riceverebbe imprese nordamericane che volessero partecipare nel business energetico in Cuba, senza nessun tipo di pregiudizio. Quella è una linea.
D’altra parte, abbiamo fatto ricorso alla scienza e all’innovazione. I nostri scienziati hanno trovato tecnologie, hanno sviluppato tecnologie affinché quel greggio cubano, che è molto pesante perché ha un alto contenuto di zolfo, possa essere raffinato.
Pertanto, se aumentiamo la produzione, potremmo avere una determinata disponibilità, che non coprirebbe tutta la nostra domande; ma una determinata disponibilità, che non abbiamo oggi, di prodotti che uscirebbero dalla raffinazione del greggio cubano.
E d’altra parte, abbiamo sviluppato tutta una strategia di transizione energetica con l’uso più intensivo delle fonti rinnovabili di energia e, naturalmente, anche con una strategia di efficienza energetica. Tutto questo combinato ci porterà o ci sta portando a una situazione distinta. È ancora complessa, richiede tempo, ma potremo resistere.
Ma che si può dire sulla forza del regime cubano in questi momenti che ha bisogno dell’appoggio della Russia per sopravvivere?
Noi abbiamo bisogno, innanzitutto, del nostro popolo e delle nostre capacità. Io credo che la prima cosa che bisogna evidenziare è la creatività con cui il nostro popolo ha affrontato le avversità che gli impone il blocco, il blocco inasprito, e ora il blocco energetico.
Io descrivo sempre l’attitudine del nostro popolo, del quale mi sento totalmente orgoglioso, perché costantemente sta dando lezioni di resistenza, una resistenza creativa. Il popolo cubano non resiste tenendo botta, sopportando in maniera umiliata. Al contrario, resiste e cresce, è capace di innovare, è capace di creare, e con questo può sorpassare l’avversità.
Pertanto, è il popolo, e la nostra forza è nel nostro popolo e nell’unità che abbiamo con quel popolo.
Ora, per noi, benvenuto sia l’aiuto della Russia, l’aiuto della Cina, l’aiuto del Vietnam, l’aiuto del Messico, l’aiuto di altri paesi. Gli Stati Uniti potrebbe avere anche loro un’altra visione verso Cuba che non sia quella del confronto, l’aggressione e il blocco, e potrebbe aiutare Cuba. Cosa pregiudica che Cuba si sviluppi?
Il presidente Trump dice che Cuba è un paese sull'orlo del collasso.
È molto curioso, perché nelle relazioni tra Cuba e Stati Uniti, soprattutto in momenti di tensione, si ricorre molto alle costruzioni mediatiche, alle costruzioni rappresentative di stereotipi, e persino, per l’opinione pubblica mondiale, quasi vengono impongono determinate visioni. E in questo caso c’è quella del collasso.
Io chiederei, quale paese al mondo sarebbe capace, come ha fatto Cuba, come ha fatto il popolo cubano, di sopportare 67 anni di aggressione mantenuta, sostenuta, della potenza più poderosa del mondo, con più di 60 anni di blocco, con gli ultimi sei o sette anni con blocco inasprito, e ora con blocco energetico, senza collassare?
Noi non siamo collassati, noi manteniamo un paese organizzato, un paese con armonia. In 67 anni di Rivoluzione abbiamo conquistato molti traguardi nel sociale; a volte siamo criticati sotto l’aspetto economico, ma abbiamo dovuto affrontare un’economia di guerra, e in mezzo a quella economia di guerra la nostra economia è stata capace di sopportare e avanzare in progetti sociali.
Noi abbiamo più di 32 progetti sociali per assistere vulnerabilità, disuguaglianze. Sessantasette anni di Rivoluzione hanno permesso che il paese non collassasse, e non collasserà!
Il paese ha sviluppato conquiste. Noi abbiamo un sistema universale di salute, che arriva gratuita per tutta la popolazione. Abbiamo un sistema di educazione, dall’insegnamento generale fino all’insegnamento universitario, che include tutti ed è anch’esso gratuito. Abbiamo traguardi nella cultura e nello sport, siamo uno dei paesi con la migliore proporzione di medaglie olimpiche per abitante. Abbiamo sviluppato le risorse umane, e abbiamo un potenziale anche di forza lavoro qualificata, di scienziati. Abbiamo sviluppato la scienza e l’innovazione. Si conoscono gli avanzamenti della biotecnologia e dell’industria biofarmaceutica cubana. Abbiamo ottenuto equità, giustizia, uguaglianza.
Abbiamo una società dove si respira tranquillità, una società sicura; una società che non ammette la corruzione, il narcotrafico, il crimine organizzato; una società che è capace di offrire solidarietà ad altri popoli a partire dalle sue potenzialità.
E questo non lo si può vedere come un collasso. Cercano di imporci la matrice del collasso quando per una politica aggressiva, per una politica genocida di blocco, ci portano a vivere una situazione complessa. Noi stiamo vivendo una situazione complessa, il nostro popolo vive cose molto dure tutti i giorni, che sono nell’ambito del nazionale, ma lo possiamo portare all’ambito del familiare. Ma non è collassato il nostro paese.
Nessuno metterebbe in discussione il fatto che il blocco o l’embargo abbiano avuto impatto, ma discutiamo qualcosa sulla situazione qui a Cuba. Il popolo di Cuba sta soffrendo, c’è scarsità di energia, di alimenti. Ha lei qualche responsabilità per la sofferenza che sperimenta il popolo in questi momenti? Come Presidente, lei non si sente responsabile di ciò?
Vediamo, il popolo cubano sta soffrendo. E quella sofferenza, come ti dicevo, lo possiamo vedere in due ambiti: nell’ambito del nazionale e nell’ambito del familiare, perché tutto è nella quotidianità. Ora, qual è la causa fondamentale di quel sofferenza? Sono stati gli errori che possa aver commesso io, o, come ti dico, una direzione collettiva?
O il Governo?
O il Governo. Oppure quella sofferenza si deve innanzitutto alla politica di blocco inasprita, mantenuta e sostenuta dagli Stati Uniti? Io credo che la risposta la può dare il popolo, la maggioranza del nostro popolo è sottoposto a quella politica di ostilità permanente del Governo degli Stati Uniti.
Guarda, a livello nazionale: siamo un paese che dopo l’anno 2019, quando ci inasprirono il blocco, quando l’amministrazione del Governo degli Stati Uniti applicò 240 misure che inasprirono quel blocco e inoltre ci incluse in una lista spuria, dove accusano Cuba di essere un paese che “appoggia il terrorismo”, ci sono state tagliate tutte le fonti di finanziamento esterno.
Noi non riceviamo crediti da nessuna banca. C’è una persecuzione finanziaria ed energetica. A chiunque venga a fare un’operazione commerciale, finanziaria, bancaria con Cuba applicano misure coercitive, applicano pressioni. Lo stesso fanno con le compagnie di navigazione, lo fanno con le agenzie petrolifere.
Hanno fatto pressione e preso misure per tagliare il turismo a Cuba. Per esempio, un cittadino europeo dispone di un visto che si chiama visto ESTA per visitare gli Stati Uniti; se quel cittadino europeo viene in visita a Cuba come turista, gli Stati Uniti automaticamente gli ritirano il visto ESTA. Ossia, sono tutto un gruppo di situazioni che non si applicano a nessun paese al mondo.
A noi manca finanziamento per acquisire alimenti; per acquisire input per le nostre principali produzioni e servizi; per avere i medicinali di cui abbiamo bisogno; per le riparazioni che abbiamo bisogno di fare al nostro sistema elettrico nazionale e alla nostra base industriale. Ora, come si sta riflettendo questo nel nostro popolo.
E ciò nonostante il popolo di Cuba dice che può incolpare gli Stati Uniti sul perché durante gli ultimi dieci anni l’economia è andata in declino. Ci sono migliaia di persone che hanno abbandonato il paese.
Ti dicevo allora, questo nella vita familiare oggi, come si traduce? C’è scarsità di alimenti, c’è scarsità di medicinali; le mattine diventano mattine faticose perché, quando tu passi 20 ore senza energia elettrica prodotto di un blocco, non dell’incapacità di un governo, a quell’ora devi fare i doveri di casa.
Ma questo è stato prima del blocco, la gente soffriva anche prima del blocco.
No, no, no, ti spiegherò. Lì c’è una confusione di approccio, lì c’è una confusione di approccio! Noi già vivevamo sotto le condizioni di blocco, ma questo si inasprisce e ottiene una qualità distinta nel secondo semestre dell’anno 2019, con queste 240 misure e con l’inclusione di Cuba in una lista di paesi che si sospetta appoggino “il terrorismo”.
Pertanto, tutto si inasprì. E qui c’è l’effetto del blocco preesistente a cui si cumula l’effetto del suo inasprimento, più l’effetto dell'attuale blocco energetico.
Te lo dico responsabilmente, non è colpa del Governo cubano. Non è colpa del Governo cubano! Ha anche creato malessere, perché vivere gli ultimi 10 anni che hanno vissuto sotto quelle condizioni, che sono estreme in comparazione con un altro momento...
Il popolo cubano ha frustrazioni, il popolo cubano ha fastidi, il popolo cubano soffre situazioni molto complesse; ma la maggioranza del popolo cubano non addossa quella colpa al Governo. Ci sono state anche molte manipolazioni nelle reti mediatiche, si cerca di ignorare gli effetti che ha avuto quel blocco in tutti questi anni.
E ti commenterò con esempi concreti, perché tu veda la brutalità di quel blocco e quello che ha implicato nel popolo cubano, e, tuttavia, quale è stata la risposta di quel Governo che vorrebbero condannare come colpevole. E mi riferisco ai momenti del COVID-19.
Durante la pandemia, quando la COVID-19 entrò nel nostro paese, già all’inizio ci rendemmo subito conto che non avremmo avuto accesso al mercato dei vaccini nel mondo, che era dominato dalle grandi transnazionali, e, pertanto, con le restrizioni economiche che già vivevamo a seguito dell'inasprimento del blocco, non avevamo il denaro necessario per acquisire quei vaccini. Pertanto, per noi era negata l’acquisizione di vaccini.
Abbiamo dovuto ricorrere alla scienza cubana. Questo Governo “condannato” da alcuni ha dedicato tutti i suoi sforzi a proteggere la vita delle cubane e dei cubani. Abbiamo fatto appello ai nostri scienziati e i nostri scienziati in poco tempo sono stati capaci di sviluppare vaccini cubani che ci permisero di avere uno dei livelli di miglior effetto nel confronto alla COVID19.
I nostri indicatori di confronto alla COVID19, in efficienza, sono migliori di quelli degli Stati Uniti, che è una potenza che non è bloccata da nessuno. Dopo abbiamo avuto una crisi per una rottura nell’impianto di produzione di ossigeno medicale. Il Governo degli Stati Uniti in quel momento negò che le imprese potessero venderci ossigeno, il che è una cosa totalmente criminale. Ma con la solidarietà internazionale e anche con tutta un’operazione organizzativa siamo riusciti a superare quel momento.
E quando abbiamo dovuto aumentare le sale di terapia intensiva, il Governo degli Stati Uniti proibì che si vendessero ventilatori polmonari a Cuba. Abbiamo fatto ricorso a giovani scienziati e quegli scienziati hanno sviluppato i ventilatori polmonari.
Ora, tu sai che per fare un ventilatore polmonare si ha bisogno di pezzi e componenti nordamericani. Il blocco impedisce che un’attrezzatura con più di un 10% di componenti nordamericani possa essere venduta a Cuba. Allora, c’è stato bisogno di uscire in differenti paesi a comprare un pezzettino, a comprare un conduttore, a comprare un servomotore per ottenere quelle cose. Quegli ostacoli non li hanno imposti a nessun altro al mondo.
Il blocco è molto aggressivo, è davvero genocida. E allora è ingiusto, è ingiusto incolpare un Governo che tutto quello che ha è una vocazione per il suo popolo, per consegnarsi al suo popolo, per cercare giustizia sociale, per trovare soluzioni, e in situazioni complesse le andiamo trovando, non incolparlo di quei mali.
Io credo che il Governo degli Stati Uniti debba rivedere quanto è stato crudele verso Cuba e verso il popolo cubano. E che non venga a presentarsi come salvatore della situazione cubana; non ha quel diritto, né ha la statura morale per farlo!
Ma abbiamo visto con i nostri occhi quello che il popolo cubano sta sperimentando, ci sono persone che stanno soffrendo nelle strade dell’Avana, la capitale. Non è ora che Cuba si assuma la responsabilità, che si guardi allo specchio e cambi il proprio sistema economico in favore delle persone che stanno soffrendo?
Noi facciamo sempre analisi molto autocritiche delle nostre realtà e costantemente stiamo lavorando per trasformare, per rivoluzionare quello che facciamo, cercando di perfezionarlo. Ma questo non ha a che vedere con il sistema politico. Il nostro sistema politico non abbraccia l’impossibilità di avanzare. Ti ripeto che il responsabile è il blocco che ha esercitato il Governo degli Stati Uniti.
Quello stesso popolo che oggi soffre quelle situazioni e che, per una parte importante, comprende chi è il vero colpevole. È il popolo che ha approvato, in vari esercizi di consultazione popolare e di referendum, il sistema politico che noi difendiamo. Il nostro sistema politico è in funzione delle persone, è in funzione della giustizia sociale, è in funzione del fatto che tutti avanziamo.
E sembra che dia fastidio ad altri nel mondo per quello che potrebbe rappresentare, perché è un sistema per noi, non è un sistema che vogliamo imporre a nessuno, e allora lo bloccano in quella maniera; perché, guarda, non solo stiamo parlando di un blocco, stiamo parlando di un blocco che è inusuale, è stato il più prolungato nella storia dell’umanità, il più severo.
Un blocco che, inoltre, non è solo contro il popolo cubano, è anche contro il popolo nordamericano. E, inoltre, si è internazionalizzato. Gli imprenditori nordamericani non possono investire a Cuba. Perché? I cittadini nordamericani non possono visitare liberamente Cuba, perché? I cittadini di altri paesi, gli imprenditori di altri paesi sono sottomessi anche a sanzioni.
Ma voi potete commerciare con altri paesi...
Noi possiamo commerciare, ma con molte limitazioni, davvero molte limitazioni! Perché le leggi del blocco si sono internazionalizzate da quando si applica il Titolo III della Legge Helms-Burton. Bisogna cercare molto, bisogna documentarsi molto, perché la narrativa che c’è nei media e le narrative che ci sono nelle reti sociali stanno promuovendo l’odio e confondendo le persone, ma non sono realistiche.
Credo che su questo dobbiamo avere anche uno sguardo critico. E noi continuiamo ad avere disposizione nel nostro Governo insieme al nostro popolo per trasformarlo e per avanzare, persino per superare queste situazioni.
Cina e Vietnam hanno abbracciato il sistema unipartitico e hanno fatto cambiamenti. Perché Cuba non potrebbe fare lo stesso?
Cina e Vietnam sono paesi che costruiscono il socialismo, come Cuba. Bisogna dire che ho studiato molto le riforme di Cina e Vietnam e le abbiamo prese come riferimento per Cuba. In un certo momento si ebbero le conseguenze di misure coercitive, sanzioni da parte degli Stati Uniti, e rimasero bloccati; blocchi che durarono meno tempo, approssimativamente un decennio.
Quando uscirono da quei blocchi ebbero però tutta la possibilità di sviluppare le loro capacità di costruzione socialista. Applicarono un gruppo di riforme e con quelle riforme hanno dimostrato che il socialismo, con un unico partito a capo, è vitale e riesce a dimostrare importanti sviluppi economici, sociali, tecnologici.
Oggi la Cina è una potenza importante nel mondo. Noi abbiamo uno scambio permanente, siamo paesi fratelli, i nostri partiti hanno una relazione interpartitica profonda, e scambiamo costantemente informazioni sui nostri processi.
Quello che succede però è che Cuba ha anche le sue peculiarità. Cuba è uno stato insulare, Cuba è un paese a 90 miglia dagli Stati Uniti. Cuba è stata un paese aggredito al quale non hanno tolto il blocco, per più di sessant’anni, come ti dicevo; pertanto, noi non abbiamo potuto costruire quello che abbiamo sognato né quello che avremmo voluto essere.
Abbiamo molte cose pendenti perché il blocco le ha impedite, ma ci sono persone che non lo capiscano. Quando uno studia i momenti di riforma in cui Cina e Vietnam hanno potuto svilupparsi di più, vede che sono partiti da una situazione meno favorevole in materia di infrastruttura, in materia di sviluppo, di quelli che forse abbia Cuba nell’attualità.
Allora bisognerebbe dire al Governo nordamericano: toglimi il blocco e vediamo come va! Venite a vedere se Cuba, con tutte quelle potenzialità che ha, anche se bloccata è stata capace di ottenere traguardi, perché siamo stati capaci persino di dare solidarietà pur essendo sotto blocco.
Perché gli Stati Uniti devono spendere milioni? Se siamo così incapaci, se siamo così sciocchi come ci vogliono vedere, se siamo così chiusi, se siamo così poco innovatori, perché allora si sono impegnati durante tanti anni a spendere milioni – milioni di dollari dei contribuenti, ossia, il popolo nordamericano – per piani sovversivi, per blocchi, per schiacciare la Rivoluzione Cubana?
Perché non ci lasciano cadere da soli, se è quello che loro credono succederà? O forse non sarebbero disposti ad apprezzare che Cuba senza blocco sarebbe capace di avere livelli di sviluppo economico e sociale di ampio impatto e dimostrare che altre soluzioni sono possibili nel mondo?
Parliamo del futuro. Ci sono state conversazioni tra Cuba e gli Stati Uniti. Lei crede sia fattibile arrivare a un accordo con il presidente Trump, con gli Stati Uniti?
Io credo che possiamo avere un approccio che parte da quello che è possibile e da quello che è difficile. Credo che il dialogo e gli accordi con il Governo degli Stati Uniti siano possibili, ma sono difficili.
La possibilità dove sta? Cuba, in tutti gli anni della Rivoluzione, ha sempre avuto la disponibilità ad avere una relazione civilizzata come vicini con gli Stati Uniti, che ci permetta in tutto un gruppo di settori di avere cooperazione, scambi, relazioni normali. E quello che abbiamo sempre chiesto è che quella relazione bisogna costruirla da una posizione di rispetto, di uguaglianza, senza imporre, senza condizionare; perché condizionare non porta al dialogo, imporre non porta alla negoziazione.
Perché ci sia una conversazione, perché ci sia un dialogo, perché si possa arrivare a un accordo negoziato, deve esserci capacità di dialogare e di ascoltare da entrambe le parti, deve esserci rispetto, onestà e deve esserci riconoscimento reciproco. Pertanto, ci sono tutte le condizioni e tutte le possibilità, se entrambe le parti siamo d’accordo, di avere quel dialogo.
Quali sono le cose che rendono difficile quel dialogo? In primo luogo, in questi 67 anni, la politica degli Stati Uniti verso Cuba è stata totalmente ostile. Gli Stati Uniti hanno sempre assunto, come potenza, una posizione agguerrita e Cuba ha dovuto assumere la posizione, come piccola isola, di aggredita.
In vari momenti – e questo è un altro dei precedenti che facilita possa esserci un dialogo – si sono avuti accordi, un dialogo con differenti amministrazioni degli Stati Uniti e si è arrivati a impegni. Cuba ha sempre adempiuto i suoi impegni. Gli Stati Uniti invece ne hanno lasciati inadempiuti molti.
Gli Stati Uniti, per esempio, anche di questi tempi, sono stati in trattativa con altri paesi ma in mezzo a quelle conversazioni li hanno aggrediti. Tutto questo crea molta diffidenza. E sappiamo che negli Stati Uniti ci sono forze che, costantemente, ogni volta che vedono un momento in cui ci sono possibilità di dialogare, cercano di boicottare quel negoziato.
Ma, insisto, confido nel fatto che possiamo conversare con rispetto, con onestà; nel fatto che possiamo trovare, per la via del dialogo, soluzione alle nostre differenze bilaterali; nel fatto che possiamo trovare aree di cooperazione nelle quali si possono sviluppare progetti.
Ci sono molti temi sui quali possiamo lavorare, dal narcotraffico al terrorismo, sulle questioni migratorie, sulla lotta al crimine transnazionale. Possiamo progredire in negoziati, possiamo avere investimenti e affari di imprenditori nordamericani dentro Cuba.
Esiste una comunità cubana residente negli Stati Uniti alla quale dobbiamo anche facilitare le attività tanto negli Stati Uniti quanto nel nostro paese; il popolo nordamericano che potrebbe visitare Cuba. Possiamo avere scambio culturale, sportivo, sanitario.
Tutto questo ci permetterebbe allora di costruire spazi di intesa, che ci allontanino dalla contrapposizione, che garantiscano la pace e la sicurezza non solo di Cuba e degli Stati Uniti, ma anche dell’area dell’America Latina e dei Caraibi. Quello è il futuro cui noi aspiriamo, avere una relazione di buoni vicini, una relazione civilizzata, indipendentemente dalle nostre differenze ideologiche. Io credo che sarebbe un’opportunità, è quello che meritano i nostri popoli. Ti racconterò un aneddoto.
Mi dicono che ci scade il tempo.
È un peccato, un vero peccato!
Per favore, ci lasci finire con le domande.
È un peccato che ci scada il tempo, perché abbiamo molto di cui parlare. Pertanto, ti propongo che in un altro momento possiamo riprendere. Intanto, ti racconterò due aneddoti.
Va bene. Abbiamo molte più domande. Volevo darle il tempo e darle la risposta perché la ascoltino il popolo cubano e quello degli Stati Uniti.
Sono d’accordo.
Va bene.
Due aneddoti che danno l’idea di quanto entrambi i popoli potrebbero guadagnare se arrivassimo ad accordi e realizzazioni comuni, a spazi che lo permettano. Un ente cubano di scienza, tecnologia e biotecnologia farmaceutica da anni porta avanti un test clinico inseme ad un prestigioso ente di ricerca sul cancro negli Stati Uniti. Un test clinico su un vaccino cubano contro il cancro polmonare. E sono già quasi dieci anni che dura questo test clinico. E bisogna dire che i risultati di questo test clinico sono sommamente incoraggianti.
Tanto la parte nordamericana quanto la parte cubana hanno una grande fiducia nel successo di questo test e in quello che potrebbe rappresentare per la salute negli Stati Uniti e a Cuba. Di recente, tutte le settimane ho avuto incontri con scienziati cubani perché cerchiamo di affrontare con la scienza e l’innovazione la soluzione ai problemi del paese, e mi hanno presentato i risultati che sta avendo anche un test clinico su un medicinale cubano, molto innovativo, per combattere l’Alzheimer.
In quel test c’è una collaborazione con una clinica del Colorado, negli Stati Uniti, da dove vengono pazienti nordamericani per ricevere il trattamento a Cuba, dopo tornano negli Stati Uniti e continuano lì il trattamento. Bisogna vedere in che termini il Direttore di quella clinica in Colorado parla di come i suoi pazienti sono migliorati e hanno avuto risultati superiori a qualunque altro medicinale.
Allora, non si può privare con una politica di blocco – che risponde ad interessi di minoranze, di una élite – il rapporto che potrebbero avere i nostri due popoli.
Questo è quello che io esorto, che ci sia comprensione, che ci sia sensibilità, che vediamo le opportunità nei nostri rapporti. Non incoraggiamo la contrapposizione, la guerra e l’aggressione.
Vorrei continuare a parlare sul futuro dei negoziati. Lei ha fiducia nel fatto che il presidente Trump possa arrivare ad un accordo?
Beh, noi se siamo entrati in un dialogo è perché aspiriamo a che si possa arrivare a un accordo. Arrivare a un accordo dipende dalla disposizione delle due parti a trovare le aree di collaborazione e cooperazione; a costruire spazi di intesa, ad affrontare il problema con sensibilità, con responsabilità e anche con molta serietà.
Signor Presidente, lei si sta confrontando direttamente con il segretario di Stato, Marco Rubio? Ha lei fiducia in lui?
Noi ci confrontiamo e ci confronteremo, sempre che gli Usa siano disposti, con il rappresentante del Governo degli Stati Uniti. I processi di confronto sono processi complessi. Sono processi dove prima si stabiliscono i canali di dialogo; dopo bisogna costruire agende che permettano di dibattere e conciliare interessi comuni.
Ma lei ha parlato con il segretario Rubio?
No, io non ho parlato con il segretario Rubio, non lo conosco ancora. Dopo aver costruito agende e dibattuto, se c’è disposizione, si può arrivare agli accordi. Ma questi sono processi che bisogna condurre con molta sensibilità, con molta responsabilità, con molta onestà e discrezione, per non creare false aspettative, perché non si manipoli l’informazione, perché non si manipolino i propositi. Pertanto, preferisco non dare dettagli su questi temi.
Parliamo di alcune delle domande chiave degli Stati Uniti: il riconoscimento della stampa libera, la liberazione dei prigionieri politici, la celebrazione di elezioni giuste.
In questi momenti nessuno ci ha fatto domande su quei punti, e noi abbiamo stabilito che l’ordine interno, l’ordine costituzionale cubano, il rispetto al nostro sistema politico sono temi che non vengono negoziati né sottoposti a discussione con gli Stati Uniti. E credo, Kristen, che bisogna superare tutto universo di concetti fasulli riguardo a Cuba, sulla democrazia, i diritti umani, se siamo tirannia o dittatura oppure no, sulla libertà di espressione, l’esistenza di sindacati.
Questioni sui quali c’è molta manipolazione e molti pregiudizi che io credo dobbiamo superare, e porterebbe via ora molto tempo. Ma noi abbiamo tutti gli argomenti per dimostrare quanto e come siamo democratici, come è il sistema delle elezioni a Cuba, che è un sistema che viene dalla base; su come esercitiamo il potere insieme al popolo, come siamo difensori dei diritti umani, come non siamo una dittatura.
Dovrei spiegarlo in molto più tempo e ti chiedo in un altro momento di riprendere a parlare di queste cose. Ma c’è molto pregiudizio che bisogna oltrepassare e che bisogna eliminare.
Due domande in più. Ci sono più di 1.200 prigionieri politici in Cuba. Maykel Osorbo, per esempio, è prigioniero e ha vinto due Grammy latini.
Questo è un altro dei temi sui quali ci sono quei pregiudizi. Si parla di prigionieri politici a Cuba. Qui, come tu stessa dicevi, il popolo vive una situazione difficile; non tutta la popolazione è a favore della Rivoluzione, ci sono persone che non accolgono la Rivoluzione, e che tutti i giorni manifestano in differenti forme contro la Rivoluzione e non sono prigioniere.
Quell’immagine che hanno creato, secondo cui chiunque parli contro la Rivoluzione noi lo mettiamo in prigione ed è un prigioniero politico, è una menzogna, una calunnia, fatta per screditare, per collocarci fuori dal mondo, per demonizzare e “assassinare” la reputazione della Rivoluzione Cubana.
Ora, cosa accade? A Cuba, per esempio, si creano manifestazioni, soprattutto quando ci sono blackout lunghi, quando ci sono problemi di fornitura. La gente, quando manifesta, cosa fa? Vanno dalle istituzioni del nostro Governo, alle istituzioni dello Stato, e lì condividono i problemi con dirigenti che li attendono, spiegano loro perché ci sono quei problemi, provano a risolverli o si danno argomenti per capire. Quello è un esercizio totalmente democratico e nessuno finisce prigioniero per questo.
Molte altre volte, invece, si promuove la confusione e si stimolano persone che hanno una determinata avversione o un determinato scontento perché commettano atti vandalici o che alterano il nostro ordine costituzionale, o che alterano anche l’ordine interno, o aggrediscono la tranquillità cittadina. Persino, a volte, finanziate da organizzazioni terroristiche, tramite programmi di agenzie del Governo nordamericano che stimolano la sovversione contro Cuba; a volte istruiti, persino direttamente dall’Ambasciata degli Stati Uniti in Cuba.
E quelle persone, allora, non sono prigioniere perché hanno manifestato. Sono prigioniere, come lo sarebbero in qualunque luogo del mondo che imponga il rispetto della propria Costituzione e i propri processi legali, per atti vandalici e azioni che sono condannabili in qualunque luogo del mondo. Non ci sono prigionieri politici a Cuba, te lo assicuro.
Devo mettere fine all’intervista. Devo farle questa ultima domanda. Sarebbe lei disposto a dimettersi pur di salvare Cuba, il popolo di Cuba?
Tu che sei una giornalista importante, riconosciuta, hai fatto questa domanda a qualche altro presidente nel mondo?
Se glielo chiedessero gli Stati Uniti, perché è una delle condizioni che sta imponendo gli Stati Uniti...
Ti ripeto, tu avresti fatto questa domanda a un altro presidente nel mondo? L’hai fatta a un altro presidente? Lo potresti domandare a Trump?
Io faccio domande molto difficili al presidente Trump...
È una domanda tua o è una domanda del Dipartimento di Stato o del Governo degli Stati Uniti?
La mia domanda è a lei, perché è una delle cose che abbiamo sentito dal Governo degli Stati Uniti. Se glielo chiedessero.
Per la tua sincerità assumerò che la poni precisamente per questo.
Primo: a Cuba le persone che sono alla guida e nelle responsabilità di Governo non le sceglie il Governo degli Stati Uniti, né le ha mandate il Governo degli Stati Uniti. Noi siamo uno Stato sovrano, libero. Noi abbiamo autodeterminazione, noi abbiamo indipendenza e non ci sottomettiamo a nessun disegno del Governo degli Stati Uniti.
D’altra parte, non arriviamo a diventare dirigenti cubani perché rappresentiamo un’élite di potere. Potresti vedere le mie origini, dove sono nato, nel seno di quale famiglia sono nato, quello che ho fatto nella vita. È il popolo quello che ci sceglie, sebbene ci sia una matrice che cerca di ignorarlo.
Qualunque di noi, per occupare un posto di responsabilità, deve essere scelto nella base, in un distretto elettorale, da migliaia di cubani, e dopo i rappresentanti così eletti nell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare scelgono le persone per le cariche in una votazione indiretta, come avviene in altri paesi del mondo!
Noi abbiamo un sistema anche di elezioni che è totalmente basato sulla partecipazione popolare. Pertanto, quando noi assumiamo una responsabilità, non lo facciamo né per ambizione personale, né per ambizione corporativa, né persino per una posizione di partito, perché il nostro Partito non è elettorale.
Lo facciamo per un mandato del popolo, e nel concetto dei rivoluzionari non c’è l’arrendersi. Se il popolo cubano ritiene che sono incapace, che non sono alla sua altezza, che non lo rappresento, quello deve decidere se io debba essere nella direzione, occupare la carica di Presidente oppure no.
Inoltre, si ricordi che non possono focalizzare la direzione del paese, la direzione della Rivoluzione e la continuità della Rivoluzione in una sola persona. Qui c’è una direzione collegiale ed è una direzione collegiale che ha un ampio vincolo con il popolo.
Ma non sono gli Stati Uniti quelli che ci possono imporre né ci possono chiedere un cambiamento. Il Governo degli Stati Uniti, che ha portato quella politica ostile contro Cuba, non ha il diritto morale di esigere nulla da Cuba. Non ha diritto, persino, di dire che “loro sono preoccupati” per la situazione del popolo cubano o che il Governo cubano è quello che ha portato Cuba a questa situazione, quando sono proprio loro ad avere hanno tutta la responsabilità della situazione.
Io credo che la cosa più importante sia che assumano una posizione critica, una posizione sincera, vedendo quanto è costato quello che hanno fatto politicamente contro il popolo di Cuba in sofferenza e limitazioni. Quanto hanno privato il popolo nordamericano di una relazione normale con Cuba. E si dispongano, come abbiamo chiesto e sollecitato, a dialogare, a dibattere su qualunque tema, senza pretendere di condizionare, senza esigere cambiamenti del nostro sistema, così come noi non esigeremmo cambiamenti del sistema nordamericano sul quale abbiamo un’infinità di dubbi e un’infinità di critiche.
Ci concentriamo su quello che ci può unire, su quello che ci può facilitare spazi di intesa, e ancora una volta, ripeto, per evitare la contrapposizione e avere un futuro di benefici, di relazione, di amicizia e anche di solidarietà per entrambi i popoli.
Presidente Díaz Canel, grazie.
Molte grazie a te, per averci dato questa opportunità di parlare per il popolo nordamericano. E siete permanentemente invitati, voi, per poter parlare su altri temi e con più ampiezza.
Grazie.
Grazie a voi.
Speriamo che possiamo avere più interviste per continuare la discussione.
Così sarà.
È un onore.
Grazie a te.
Fonte
13/03/2026
Cuba - Díaz-Canel apre al dialogo, ma senza piegarsi
In un mondo segnato da tensioni geopolitiche e da un crescente ritorno alla logica della forza, la decisione del presidente cubano Miguel Díaz-Canel (assunta in sintonia con il predecessore Raul Castro, protagonista accanto al fratello Fidel e a Che Guevara, della Rivoluzione che dà oltre 60 anni gli USA tentano di cancellare) di annunciare l’avvio di nuove conversazioni con gli Stati Uniti rappresenta un gesto politico di grande maturità e responsabilità storica.
Non un passo di debolezza, ma l’ennesima dimostrazione della solidità di una rivoluzione che da oltre sessant’anni difende la propria sovranità senza rinunciare al dialogo.
Il capo di Stato cubano ha comunicato che funzionari dell’isola hanno recentemente avviato contatti con rappresentanti del governo statunitense, con l’obiettivo di affrontare le divergenze bilaterali attraverso la via diplomatica. L’annuncio è avvenuto nella sede del Comitato Centrale del Partido Comunista de Cuba, davanti ai membri del Buró Politico, del Segretariato del Comitato Centrale e del Consiglio dei Ministri.
Nella sua conferenza stampa Díaz-Canel ha spiegato con chiarezza la linea dell’Avana: le conversazioni sono orientate a individuare e discutere i problemi che segnano le relazioni tra i due Paesi, nella prospettiva di creare spazi di comprensione e cooperazione. Non si tratta di illusioni diplomatiche, ma di un tentativo realistico di affrontare le contraddizioni che persistono tra Cuba e gli Stati Uniti.
Ciò che colpisce è il contesto politico in cui questa iniziativa prende forma. Cuba rimane sottoposta a un embargo economico che dura da oltre sessant’anni e che continua a pesare sulla vita quotidiana del popolo cubano. Nonostante questo assedio, la leadership dell’isola sceglie ancora una volta la strada del dialogo, dimostrando che la fermezza rivoluzionaria non è incompatibile con la ricerca della pace.
Il presidente cubano ha sottolineato che questi contatti si inseriscono nella linea storica della rivoluzione, guidata dal generale d’esercito Raúl Castro e sostenuta collegialmente dalle principali istituzioni del Partito, dello Stato e del Governo. È un elemento fondamentale: le decisioni che riguardano il futuro del Paese non sono frutto di improvvisazioni personali, ma di un processo collettivo che riflette la tradizione politica della rivoluzione cubana.
Questo metodo politico rappresenta una delle principali differenze tra Cuba e molte altre realtà del panorama internazionale. Mentre in molte capitali occidentali le scelte di politica estera oscillano secondo i cicli elettorali o le pressioni dei gruppi economici, a Cuba le decisioni strategiche maturano attraverso un confronto istituzionale che coinvolge le principali strutture del potere politico.
Il merito di Díaz-Canel è proprio quello di aver saputo continuare questa tradizione in una fase storica complessa. Succedere a leader della statura di Fidel Castro e di Raúl Castro non era una sfida semplice. Eppure il presidente cubano ha dimostrato di saper guidare il Paese mantenendo saldi i principi fondamentali della rivoluzione: indipendenza nazionale, dignità politica e difesa della giustizia sociale.
Aprire un dialogo con gli Stati Uniti non significa dimenticare la storia né ignorare le responsabilità di Washington. Significa, piuttosto, affermare che Cuba non teme il confronto e che la rivoluzione è abbastanza forte da sedersi al tavolo negoziale senza rinunciare alla propria identità.
La scelta di Díaz-Canel appare quindi come un atto di fiducia nella capacità del popolo cubano di continuare a costruire il proprio futuro con dignità. Non è un gesto di resa, ma l’espressione di una politica che unisce fermezza e realismo.
Se queste conversazioni riusciranno davvero a creare nuovi spazi di cooperazione, lo dirà il tempo. Ma già oggi emerge una verità politica importante: Cuba continua a difendere la propria sovranità senza chiudersi al dialogo.
Ed è proprio questa combinazione di dignità e apertura che dà valore alla leadership di Miguel Díaz-Canel. In un’epoca in cui la diplomazia sembra spesso sostituita dalla forza, la scelta di parlare invece di colpire rappresenta un segnale di civiltà politica. Un segnale che merita rispetto.
Fonte
23/01/2026
Cuba - Díaz-Canel rilancia l’asse antimperialista
Secondo il presidente cubano, l’attacco contro il Venezuela non è un episodio isolato, ma l’ennesima manifestazione di una strategia imperiale che, ignorando il diritto internazionale, avrebbe inaugurato una nuova fase di barbarie globale. Il riferimento diretto all’amministrazione statunitense e a Donald Trump segna un cambio di tono netto: non più solo resistenza diplomatica, ma denuncia frontale di un’aggressione presentata come fascista, terroristica e destabilizzante per l’intera America Latina.
La figura dei 32 caduti diventa così centrale non solo come simbolo del sacrificio, ma come prova vivente – anzi, morente – dell’alleanza organica tra Cuba e Venezuela. Díaz-Canel respinge con forza la lettura utilitaristica dei rapporti tra i due Paesi, spesso ridotti dalla propaganda occidentale a un mero scambio di servizi e risorse. Al contrario, rivendica una fratellanza storica che affonda le sue radici in Bolívar e Martí, passa per Fidel e Chávez e si incarna oggi nel sangue versato dai combattenti cubani a difesa della sovranità venezuelana.
Il discorso costruisce una narrazione epica, in cui i caduti non sono “superuomini”, ma soldati formati a un’etica rivoluzionaria che mette al centro l’unità, l’antimperialismo e la lealtà alla missione. I riferimenti a Maceo, Almeida, Fidel e Martí non hanno solo una funzione retorica: servono a inscrivere l’evento dentro una lunga genealogia di resistenza, presentando l’attuale fase storica come continuità delle guerre d’indipendenza del XIX secolo, della Sierra Maestra e delle missioni internazionaliste del Novecento, fino all’Africa e oggi al Venezuela.
Particolarmente significativo è il modo in cui Díaz-Canel ribalta il rapporto di forza simbolico con gli Stati Uniti. Da un lato descrive la sproporzione tecnologica e militare degli aggressori – droni, elicotteri, visori notturni, blackout – dall’altro esalta la resistenza dei combattenti cubani, armati “solo” di armi convenzionali, morale e disciplina. In questa contrapposizione, la tecnologia imperiale appare come segno di codardia, mentre il sacrificio umano diventa misura della superiorità etica.
Costruire la pace ma non abbandonare i cubani ad un destino di servitù.
Cuba è un Paese che sceglie la pace, che lavora instancabilmente per la pace, che rivendica la pace come principio fondativo della propria azione internazionale. Ma Cuba non è un Paese inerme. Sa difendersi, perché la difesa di Cuba coincide con la difesa di tutti i popoli oppressi.
Questa verità si è manifestata, nel corso della storia, nella straordinaria capacità di sacrificio del popolo cubano: nei medici, negli insegnanti, nei cooperanti internazionalisti, e fino all’estremo dono della vita. I 32 combattenti caduti in Venezuela ne sono la prova più alta: uomini che, nel difendere il presidente Nicolás Maduro e la sovranità venezuelana, hanno resistito per ore contro un apparato militare infinitamente superiore, mettendo consapevolmente a disposizione la propria esistenza.
Per questo la strada del socialismo non si interrompe. E per questo l’imperialismo statunitense – qualunque volto assuma, anche quello di Donald Trump – non troverà terreno facile. Di fronte a sé non ha una nazione piegata, ma una resistenza eroica, radicata nella storia e proiettata nel futuro.
Fonte
22/05/2024
“Siamo disposti a parlare con gli Usa, ma in condizioni di parità”
Uomo intelligente, sobrio e sensibile, Miguel Díaz-Canel è riuscito ad affermarsi come uno dei principali leader dell’America Latina e dei Caraibi. Che molti leader della regione visitano e consultano con discrezione per la sua analisi accurata, la sua visione lungimirante e i suoi validi consigli.
Durante il suo primo mandato, ha colpito il suo modo di affrontare l’epidemia di Covid-19 e di mobilitare gli scienziati cubani che sono riusciti a produrre diversi vaccini nazionali con i quali hanno immunizzato l’intera popolazione. L’Avana ha, inoltre, inviato decine di brigate mediche in aiuto solidale ai paesi, compresi quelli europei, travolti dalla pandemia.
Ma, come è noto, il principale ostacolo allo sviluppo di Cuba è il blocco economico, commerciale e finanziario che gli Stati Uniti le impongono unilateralmente e illegalmente da più di sessant’anni. Blocco che l’ex presidente repubblicano Donald Trump ha aggravato con centinaia di nuove misure coercitive; persino iscrivendo Cuba, in modo del tutto assurdo, nella lista dei “paesi che sostengono il terrorismo”.
Il presidente Joe Biden, sebbene democratico, ha mantenuto tutte queste “sanzioni”. Ciò ha avuto ripercussioni molto negative, soprattutto per la popolazione dell’isola. Conseguenza: le condizioni della vita quotidiana sono diventate più dure, fino a diventare a volte insopportabili.
Il presidente Miguel Díaz-Canel non è solito rilasciare molte interviste, ma ha accettato di parlare con noi, con molta franchezza, di tutti questi problemi nazionali e anche della instabile situazione internazionale che il mondo conosce attualmente.
Ignacio Ramonet
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Signor Presidente, desidero innanzitutto ringraziarla per la gentilezza di averci concesso questa intervista. Saranno una decina le domande divise in tre parti: un primo blocco dedicato alla situazione interna di Cuba; un secondo blocco all’economia cubana; e un terzo blocco sulla politica internazionale.
La prima domanda è la seguente: Per molte famiglie a Cuba, da due o tre anni, la vita quotidiana è diventata particolarmente difficile: c’è penuria alimentare, inflazione, carenze nei servizi pubblici… Il blocco economico, commerciale e finanziario imposto illegalmente dalle gli Stati Uniti esistevano già, cosa è successo, secondo lei, negli ultimi tempi perché le cose siano peggiorate in questo modo?
Ebbene, Ramonet, innanzitutto ti ringrazio per l’opportunità che ci dai di parlare con te. È sempre molto interessante poter condividere con te punti di vista e anche ascoltare i tuoi commenti su questi argomenti. E mi hai fatto una domanda molto interessante.
Dobbiamo partire, innanzitutto, dal fatto che oggi il blocco ha una caratteristica qualitativamente diversa. Si tratta di un “blocco intensificato” e, inoltre, sostenuto da un’altra componente, che è l’inclusione di Cuba in una lista spuria stabilita dal Governo degli Stati Uniti di paesi che presumibilmente “sostengono il terrorismo“.
Soprattutto, farò un paragone che credo sia il modo migliore per illustrare cosa cambia da un momento all’altro, se confrontiamo com’era la vita degli uomini e delle donne cubane fino alla seconda metà del 2019, e come è stata la vita dopo.
In primo luogo, siamo un Paese che soffre da più di sessant’anni le limitazioni e le avversità imposte dal blocco; un blocco illegale, ingiusto, anacronistico, implementato soprattutto da una prospettiva arrogante da parte del governo degli Stati Uniti. Cuba non è mai rimasta a braccia incrociate e abbiamo sviluppato una capacità di resistenza.
Anche dopo le esperienze vissute durante il Covid-19, dico che si tratta di una “resistenza creativa”, perché Cuba non solo è stata capace di resistere agli attacchi del blocco, ma, in queste condizioni, il Paese è avanzato, ha contribuito, è cresciuto come nazione e, inoltre, si è sviluppato. In altre parole, non si tratta solo di resistere e non fare altro.
Siamo riusciti a mantenere un certo livello di attività economica, di esportazioni, di sostegno ai programmi sociali e abbiamo realizzato, anche se con rallentamento, tutte le nostre aspirazioni. E dico sempre: se bloccati in questo modo siamo stati capaci di così tante cose, di cosa non saremmo stati capaci senza essere bloccati.
Fino al 2019, Cuba riceveva entrate dalle nostre produzioni esportabili e competitive sul mercato internazionale, perché c’era vitalità nell’attività economica del paese; il paese riceveva una quantità significativa di rimesse; riceveva notevoli introiti dall’attività turistica – ricordiamoci che abbiamo avuto quasi quattro milioni e mezzo di turisti in un anno – e avevamo credito da diversi istituti finanziari, prestiti statali da paesi con i quali abbiamo ottimi rapporti e anche prestiti di programma, di agenzie, che ci avevano permesso di sviluppare progetti.
D’altra parte, avevamo un approvvigionamento stabile di carburante basato su accordi con paesi amici, con paesi fratelli, il che significava che, in base a quegli accordi, non dovevamo spendere, delle entrate in valuta estera che ricevevamo, praticamente nulla in carburante; perché tutto ciò era compensato dai servizi che forniamo a quei paesi fratelli.
Avevamo quindi un reddito in valuta estera che ci permetteva di comprare cibo per soddisfare il paniere di base, potevamo anche comprare cibo e altre merci che mettevamo nei negozi… Pertanto, il nostro mercato interno aveva un certo livello di approvvigionamento. Avevamo a disposizione valuta estera con la quale potevamo realizzare un mercato dei cambi legale, controllato dallo Stato, dove le operazioni di acquisto e vendita di valuta estera potevano essere effettuate con il suo controvalore in moneta nazionale.
Avevamo un livello accettabile di capacità di pagare i nostri debiti con paesi o imprese che hanno investito a Cuba. E avevamo anche abbastanza soldi per acquistare pezzi di ricambio, le forniture più importanti per la nostra economia. Pertanto, c’era un’offerta nel mercato interno e un adeguato rapporto tra domanda e offerta che consentiva di mantenere bassi i livelli di inflazione.
Nella seconda metà del 2019, l’amministrazione Trump applica più di 240 misure che inaspriscono il blocco, ed è qui che entra in gioco il primo concetto: “blocco intensificato”. Viene addirittura applicato, per la prima volta, il Titolo III della Legge Helms-Burton, che non era mai stato applicato e che produce un impatto enorme, soprattutto, di pressione sugli investitori stranieri, su coloro che hanno già investito, su coloro che pensavano di investire, e dà pieno appoggio a coloro che sono stati interessati dalle confische che, con tutta giustizia, il Governo ha effettuato nei primi anni della Rivoluzione.
Con queste misure, tutte le nostre fonti di reddito in valuta estera vengono improvvisamente tagliate; il turismo diminuisce; finiscono le crociere, che sono una parte importante dell’affluenza di turisti a Cuba; viene organizzata una enorme persecuzione energetica e finanziaria. Sono più di 92 le banche e gli enti finanziari internazionali sanzionati o sottoposti a pressioni da parte del governo degli Stati Uniti, che per questo motivo hanno dovuto cessare le loro relazioni di scambio finanziario con Cuba. Le rimesse, che costituivano un’importante fonte di reddito, vengono tagliate.
D’altro canto hanno anche esercitato pressioni e applicato numerose sanzioni contro i paesi amici e fratelli che ci fornivano stabilmente carburante. Pertanto, abbiamo iniziato ad avere carenza di carburante. Abbiamo iniziato ad avere un deficit nella disponibilità di valuta estera.
Con questi due elementi, da un lato, il nostro sistema elettroenergetico è destabilizzato, perché siamo in grado di garantire il funzionamento degli impianti termoelettrici con il greggio nazionale; ma gli impianti termoelettrici non coprono tutta la domanda elettrica del Paese, soprattutto nelle ore di punta; e dobbiamo avviare altri impianti che funzionano a gasolio e olio combustibile; non avendo questi combustibili, ci ritroviamo con un deficit.
D’altro canto, avendo minore disponibilità di valuta estera, non siamo riusciti ad acquistare in tempo le forniture ed i pezzi di ricambio necessari per mantenere l’intero sistema elettroenergetico, che peraltro è già un sistema con un certo grado di obsolescenza. Ciò aumenta le rotture, prolunga i tempi della manutenzione e tutto ciò cospira contro la stabilità del sistema elettroenergetico.
In queste condizioni cominciamo a soffrire di fastidiosi blackout. Per ridurre questi blackout abbiamo dovuto addirittura chiudere o limitare leggermente il livello dell’attività produttiva, un insieme di attività dell’economia. E a causa di queste stesse limitazioni in valuta estera, cominciamo a non avere determinate forniture e materie prime per importanti processi produttivi. E la poca valuta che abbiamo, dobbiamo dedicarla all’acquisto di carburante, mentre prima non dovevamo fare quella spesa perché avevamo altri meccanismi per risolvere questo problema.
Aumentano i prezzi nel mercato internazionale, perché questa è anche la crisi multidimensionale che il mondo sta soffrendo. Ci sono gli effetti del cambiamento climatico e noi siamo stati colpiti da intense siccità, piogge intense e anche uragani che hanno causato molti danni all’economia. Tutto ciò ha creato un ambiente caratterizzato da carenza di medicinali, carenza di cibo, carenza di carburante e problemi di trasporto. E sta influenzando anche i nostri programmi sociali e il benessere della popolazione, e tutto ciò sta costruendo una realtà molto complessa.
Nel primo mese del 2020, quando mancavano solo circa otto o dieci giorni prima che Trump lasciasse la Casa Bianca, ci ha incluso nella lista dei paesi “sponsorizzatori del terrorismo”. E a quel punto, all’improvviso, tutte le agenzie bancarie e tutti gli istituti finanziari hanno smesso di farci credito. Quindi oggi siamo un paese che vive secondo il tenore del conto corrente, cioè quello che hai guadagnato questa settimana, come lo distribuisci tra una quantità enorme di priorità che ha il paese e che non possono essere coperte con il reddito di una sola settimana.
Pertanto, la nostra disponibilità di valuta estera comincia a risentirne e non abbiamo più la stessa capacità di coprire e onorare i nostri impegni di pagare dividendi a entità straniere, di pagare debiti a paesi o imprese. Non possiamo sviluppare l’attività economica con tutta l’intensità e le capacità di cui disponiamo e di cui abbiamo bisogno per offrire beni e servizi. Si crea un tremendo squilibrio tra domanda e offerta e, quindi, i prezzi aumentano e l’inflazione appare su vasta scala.
D’altro canto non abbiamo disponibilità di valuta estera per gestire in modo efficiente un mercato valutario statale legale e, quindi, si crea un mercato parallelo, illegale, che manipola anche il tasso di cambio e che diventa quasi un elemento che impone prezzi e che contribuisce anche al problema dell’inflazione.
In queste condizioni è arrivato il Covid-19, che ha colpito il mondo intero. E secondo la nostra visione umanistica della Rivoluzione, in tempi di COVID-19 il nostro obiettivo principale era salvare la vita delle persone. Pertanto, una parte importante di tutti gli sforzi e della poca valuta che entrava nel paese è stata destinata a salvare la vita della popolazione.
Poi parleremo di COVID-19 e tu potrai sviluppare questo argomento.
Indubbiamente lì tutti gli altri fenomeni si sono amplificati e sono continuati in questi anni; perché bisogna anche notare che una delle caratteristiche di questo “blocco intensificato” è che è stato applicato da un’amministrazione repubblicana, quella di Trump; ma un’amministrazione democratica, quella di Biden, lo ha mantenuto uguale.
Si tratta quindi di un processo cumulativo e sistematico durato quattro anni, una situazione molto complessa per la nostra popolazione e, direi, carica di una tremenda perversità, che vi mostrerò quando parleremo di COVID-19.
Signor Presidente, vorrei che parlassimo di un elemento che lei ha appena affrontato, che dà molto fastidio alla popolazione e cioè i blackout. Credo che sia uno dei problemi che più preoccupano i cittadini. Come si può valutare l’attuale situazione energetica del Paese? Quale prospettiva di soluzione può annunciare ai cittadini cubani?
Ramonet, oggi, in questo momento, ci troviamo in una situazione estremamente complessa per quanto riguarda le questioni energetiche. Abbiamo un sistema elettroenergetico instabile per diverse ragioni che ora spiegherò, e in questo momento, questa stessa settimana, abbiamo subito gravi blackout in tutto il Paese. Sono più di cinque giorni che non possiamo garantire nelle ventiquattro ore la funzionalità del sistema elettrico, il che significa che, in ogni momento, abbiamo avuto un certo livello di blackout. E ciò, conseguentemente, indubbiamente danneggia, complica la situazione, provoca disagio, provoca incomprensioni e rende più dura la vita dei cubani.
Qui ci sono diversi aspetti: innanzitutto abbiamo un sistema elettroenergetico che ha una componente termoelettrica, di generazione tramite energia termica, che si risolve con la produzione di greggio nazionale, che è greggio pesante, con molto zolfo. Ma ha bisogno di riparazioni, ha bisogno di una manutenzione sistematica, ci vogliono più di 300 milioni di dollari all’anno per mantenere quel sistema di energia elettrica; e quella disponibilità finanziaria non è esistita.
Ciò significa che presenta rotture e problemi tecnologici più frequenti del normale. Abbiamo un altro gruppo di fonti di generazione di energia elettrica, che sono motori di generazione distribuita, soprattutto da utilizzare nelle ore di punta, che richiedono diesel e olio combustibile, e non sempre abbiamo i livelli di diesel e olio combustibile di cui abbiamo bisogno.
A causa del blocco, ad esempio, dall’ottobre 2023 fino al mese scorso, non siamo stati senza che entrasse nel Paese né gasolio né olio combustibile e abbiamo esaurito le riserve che avevamo – perché abbiamo anche un programma di risparmio –. Ciò ci ha causato anche, per mancanza di carburante, gravi blackout, soprattutto lo scorso marzo.
Allo stesso tempo questi gruppi generatori necessitano anche di pezzi di ricambio, la cui manutenzione ne risente. Pertanto, nelle attuali condizioni, la produzione di elettricità può fallire per mancanza di carburante, mancanza di manutenzione o per la coincidenza dei due fattori.
E le energie rinnovabili, signor Presidente, state puntando sulle rinnovabili?
Sì, parliamo delle soluzioni. Noi stiamo puntando sulle fonti energetiche rinnovabili, sia eolico che fotovoltaico e biogas… Ma soprattutto fotovoltaico. Abbiamo un gruppo di accordi firmati, con garanzie, che ci permetteranno – in meno di due anni – di raggiungere più di 2.000 megawatt.
Ciò ci metterebbe in un’altra situazione energetica, perché porterebbe a raggiungere l’obiettivo che vogliamo, cioè avere più del 20% di energia rinnovabile entro il 2030. Raggiungeremo il 25%, forse un po’ di più, a seconda di come queste cose possono funzionare. Abbiamo un intero programma. I parchi stanno ora cominciando a essere istituiti e abilitati, e la nostra produzione di elettricità crescerà in questo modo, il che significa che ci sarà un cambiamento sostanziale quest’anno e un consolidamento l’anno prossimo.
Ci sono allora due vie d’uscita: possiamo dedicare più carburante all’economia, soprattutto alla produzione alimentare, all’agricoltura, ai processi produttivi che oggi sono molto limitati perché la maggior parte del carburante che abbiamo, essendo in deficit, lo mettiamo in funzione di generazione di energia elettrica. E d’altro canto diminuiranno anche le nostre spese per l’acquisto del carburante.
Ma, inoltre, le centrali termoelettriche lavoreranno in un regime più confortevole, quindi consumeremo meno dello stesso greggio nazionale, che è anche esportabile; e una delle cose che stiamo facendo è aumentare la produzione del greggio nazionale per poterlo esportare, il che ci aiuta ad avere una fonte di finanziamento per tutti questi investimenti che sono costosi, molto costosi!
Questo è il percorso più sostenibile perché, inoltre, è totalmente coerente con ciò che proponiamo nella politica ambientale e nei nostri impegni alle conferenze COP per ridurre le emissioni di CO2, cioè ha piena coerenza e garantisce uno sviluppo sostenibile. Stiamo anche cercando investimenti esteri che ci permettano di potenziare, aggiornare, migliorare la lavorazione di alcune delle nostre raffinerie, che ci permetterebbero anche di lavorare questo greggio nazionale, raffinarlo e ottenere altri prodotti che siano anch’essi esportabili o che ci servirebbero per il consumo nazionale e dovremmo importare meno di questi prodotti per il consumo nazionale.
C’è anche un intero programma di risparmio energetico e un intero sviluppo delle tecnologie fotovoltaiche, più in ambito domestico, di apparecchiature che funzionano con fonti di energia fotovoltaica. Anche il cambio degli apparecchi di illuminazione con apparecchi a LED che consumano meno energia e durano più a lungo. Tutta questo combinato di azioni ci porterà ad una migliore situazione elettroenergetica.
Signor Presidente, questa situazione che lei descrive e quella precedente, con le difficoltà e i disagi, hanno recentemente causato un fenomeno sociologico che non era conosciuto a Cuba, cioè le proteste sociali. Da un lato, molte persone emigrano perché non sopportano le condizioni attuali e, dall’altro, le proteste che, sebbene non siano state di massa, hanno sorpreso perché non sono abituali. Vorrei che ci spiegaste innanzitutto come analizzate la natura di queste proteste? E quali insegnamenti trae da questa situazione?
Ramonet, in primo luogo, credo che il nostro popolo abbia subito l’assalto del blocco. Inoltre, come ti dicevo, si tratta di un effetto cumulativo del blocco durato più di sessant’anni. La mia generazione, nata nei primi anni della Rivoluzione, è una generazione che ha vissuto bloccata dalle carenze causate dal blocco. Ma i miei figli sono nati sotto il blocco e i nostri nipoti sono già nati e vivono in condizioni di blocco. Pertanto, ciò ha avuto un impatto diretto sulla popolazione cubana.
Concettualmente, cosa difende il governo degli Stati Uniti rispetto alla distruzione della Rivoluzione cubana? Esiste un riferimento noto come Memorandum Mallory, basato su ciò che scrisse un funzionario del Dipartimento di Stato negli anni ’60 in una valutazione su Cuba. Disse che, dato il livello di appoggio popolare che aveva la Rivoluzione, il percorso per rovesciarla era l’asfissia economica, cercando di fare tutto il possibile affinché il popolo soffrisse di stenti, carestie e che questo portasse alla rottura con la Rivoluzione e, quindi, si provocasse un’esplosione sociale che avrebbe portato alla caduta della Rivoluzione.
Questa è stata la politica, questo è stato il riferimento, il concetto fondamentale, ed è quello che stanno facendo con l’intensificazione del blocco. In 60 anni non sono riusciti a piegarci, ed è per questo che sono andati a intensificalo per piegarci. Ma non ci spezzeranno neanche così!
Io continuo a credere nella capacità di risposta, nell’eroismo di questo popolo e nella “resistenza creativa” di cui ti ho parlato. Ora, con questa intensificazione del blocco, abbiamo avuto la coincidenza di diversi fattori: blackout prolungati, problemi di trasporto, carenze nella vita [quotidiana], problemi nel garantire il paniere di base, problemi con il cibo, problemi con i farmaci. Quando ci sono blackout la fornitura d’acqua ne risente, perché le fonti di approvvigionamento idrico funzionano anche con l’energia elettrica.
A questo proposito, ora abbiamo fatto un investimento molto importante per trasformare anche i sistemi di pompaggio in sistemi fotovoltaici, e questo fa parte delle cose che stiamo facendo per superare questa situazione. Ad un certo punto si sono verificati anche in alcuni luoghi e con una certa partecipazione, direi, più partecipata dei fatti dell’11 luglio 2021; meno partecipata di quella del 17 marzo 2023, anche se i media l’hanno presentata come “molto di massa” come parte dell’altra componente di questa politica aggressiva di massima pressione nei confronti di Cuba, che è l’intossicazione mediatica con cui si tenta di screditare la Rivoluzione cubana, e dove c’è una Cuba virtuale e una Cuba reale.
Quindi ci sono state, in un gruppo di luoghi, delle proteste popolari. Che caratteristiche avevano le proteste? La maggior parte di queste proteste sono avvenute in una situazione di rivendicazioni pacifiche, dove la maggioranza della popolazione che è andata a protestare chiedeva spiegazioni. Queste non sono richieste di rottura con la Rivoluzione, la gente è andata alle istituzioni del Governo o alle istituzioni del Partito per chiedere spiegazioni, per chiedere conferma se la situazione è dovuta a determinate circostanze.
E chi sono quelli che ci hanno messo la faccia? Chi sono coloro che hanno parlato con quel popolo, perché fanno parte di quel popolo? Sono stati proprio i dirigenti del Partito, i dirigenti del Governo e delle amministrazioni di quei luoghi, e senza repressione poliziesca, senza repressione di alcun tipo.
In queste proteste ci sono stati anche piccoli gruppi che non si sono comportati in modo pacifico ed è una delle cose che i media tossici supportati dall’impero cercano di mistificare. Molte di queste persone sono state finanziate da progetti sovversivi del governo degli Stati Uniti e ricevono sistematicamente denaro per approfittare di situazioni del genere e manifestare contro la Rivoluzione. Anche se, pur manifestando contro la Rivoluzione, non ricevono una risposta repressiva.
In queste proteste ci sono anche persone che dicono: “Aspettate, quello che vogliamo noi è parlare con il Governo e parlare con il Partito”, e non hanno permesso loro di gridare slogan controrivoluzionari o altri tipi di cose. Ma anche l’opinione che può avere chi non è con la Rivoluzione non viene repressa.
Quello che succede è che molte volte, poiché fa parte della stessa piattaforma di sovversione, coloro che protestano in questo modo contro la Rivoluzione, che sono la minoranza, commettono atti di vandalismo e attaccano la proprietà statale, la proprietà sociale, alterano l’ordine pubblico, e questo poi porta ad una risposta che non è dovuta a un’ideologia, è una risposta giudiziaria, una risposta legale come farebbero in qualsiasi altro paese, perché disturbano l’ordine pubblico, disturbano la tranquillità dei cittadini, commettono misfatti o stanno commettendo atti di vandalismo.
Il fatto è che questo non viene presentato così nei media internazionali, viene presentato in un altro modo, perché c’è un copione, una guida per la Guerra Non Convenzionale che propone: in primo luogo, l’esplosione sociale, rivendicazioni o proteste; secondo, la menzogna della repressione poliziesca; terzo, la menzogna dei prigionieri politici, cioè la repressione con i prigionieri politici tra virgolette; poi dimostrare che, a causa di queste cose, esiste uno Stato fallito, e poi i presunti aiuti umanitari e il cambio di regime.
Questo è il copione e la guida della Guerra Non Convenzionale che si applica oggi contro Cuba, che si applica contro il Nicaragua, che si applica contro il Venezuela. Quindi c’è una distorsione e, direi, quel tipo di proteste che sono esistite a Cuba, come dici tu, che è un fatto relativamente nuovo – è cambiato anche il mondo, è cambiata la nostra società, anche le condizioni causate dalla recrudescenza del blocco cambiano le nostre vite – ce ne occupiamo, spieghiamo, e non provoca una rottura tra il popolo e la Rivoluzione, perché, inoltre, abbiamo anche una modalità di lavoro per cui siamo costantemente nei luoghi e parliamo con la popolazione, forniamo informazioni su questi problemi.
Perché non si parla delle proteste negli Stati Uniti, che generalmente si concludono con la brutalità della polizia, soprattutto contro persone afrodiscendenti o umili? Perché non si parla della brutalità della polizia durante le proteste che si sono verificate in questi giorni negli Stati Uniti, nelle università, che sono state pacifiche, totalmente pacifiche, a favore della causa palestinese e contro il genocidio che commette Israele, sostenuto dagli Stati Uniti? Uniti, contro il popolo palestinese.
E quale è stata la risposta che il governo degli Stati Uniti ha dato a questi avvenimenti? Repressione poliziesca, maltrattamenti agli studenti, maltrattamenti anche agli insegnanti, con gli stivali sul collo della gente. Abbiamo visto scene di una professoressa, una persona già anziana, sottomessa, ridotta e umiliata sul pavimento. Questo non succede a Cuba, questo non succede a Cuba!
Ti dico, per esempio, che il 17 marzo eravamo in contatto diretto con i tre luoghi in cui si sono verificate le proteste sociali, verso le sette di sera era tutto in perfetto ordine, e inoltre quel giorno nel Paese si svolgevano le attività diverse tipiche della domenica, e ancora all’una di notte le piattaforme mediatiche d’intossicazione dicevano che “in tutta Cuba” c’era una protesta massiccia. Una menzogna totale, una calunnia.
Dico, Ramonet, cosa puoi aspettarti da un governo della principale potenza mondiale che attacca un Paese il cui unico peccato forse è quello di volere l’autodeterminazione, l’indipendenza, la sovranità e di voler costruire un modello diverso da quello che le vuole imporre il governo degli Stati Uniti vuole imporre, che, come parte della sua politica egemonica, potenzia e acuisce un blocco brutale per tanti anni e che per rovesciare la Rivoluzione deve ricorrere alla menzogna? È così perverso, quelle costruzioni sono così volgari...
Io dico: se abbiamo così torto, se siamo così inefficienti, se davvero siamo così falliti, non applicatemi alcuna sanzione, lasciatemi cadere. Ma no, so che l’esempio di Cuba, e te lo dico senza alcuna espressione di vanteria e, tanto meno, senza alcuno sciovinismo cubano..., sappiamo che rappresentiamo un esempio per l’America Latina, i Caraibi e il mondo, perché vediamo costantemente quante persone nel mondo hanno fatto della solidarietà con Cuba il centro della loro vita.
E questo non è per piacere, ma perché c’è un esempio, perché c’è fiducia, perché c’è una luce che ci guida, con la quale ci assumiamo un impegno enorme, e perché non possiamo deludere. Questa è l’unica cosa che spiega perché un governo potente come quello degli Stati Uniti debba ricorrere a queste pratiche per cercare di sottomettere un piccolo paese.
Presidente, affrontiamo il secondo blocco della nostra intervista. Sono quattro domande sull’economia. La prima: vorrei sapere che valutazione fa dello stato attuale dell’economia cubana e quali misure sta adottando il suo Governo per affrontare alcune delle sfide attuali – oltre ovviamente al blocco – come, ad esempio, l’inflazione; la parziale dollarizzazione che si sta producendo, e anche la mancanza di investimenti diretti esteri significativi?
Ramonet, penso che abbiamo già anticipato la risposta a una parte della domanda quando descrivevamo cosa significava il blocco oggi, perché è proprio quel blocco che condiziona la nuova situazione economica. Cosa faremo per superare questa situazione?
Innanzitutto, è stato progettato un Programma di Stabilizzazione Macroeconomica che sarà sviluppato per un periodo prolungato, diciamo, fino al 2030, e che dovrà essere adattato per raggiungere, nel più breve tempo possibile, gli equilibri macroeconomici di cui il paese ha bisogno.
Lì si affrontano i problemi dell’inflazione, del mercato dei cambi e, ovviamente, del tasso di cambio; si affronta la politica monetaria, la politica fiscale, gli incentivi per la produzione nazionale e le esportazioni. Porta con sé anche elementi relativi a salari, pensioni, occupazione e tutta la riorganizzazione che dobbiamo fare del sistema economico, e le politiche che hanno a che fare con l’uso delle nostre finanze, con l’assegnazione delle risorse, con il ruolo dell’impresa statale, con il rapporto tra l’impresa statale e il resto degli attori economici.
Ora, questo si basa su diverse premesse. Una premessa è che stiamo cercando modi in cui stimolare la produzione nazionale. Perché stimolando la produzione nazionale otteniamo la sovranità economica e possiamo anche soddisfare i bisogni interni del Paese, così che il mercato interno diventi una fonte di sviluppo.
Pensa soprattutto all’agricoltura, ad esempio, rispetto alla sovranità alimentare?
Stiamo parlando proprio di lei. Possiamo produrre una parte importante degli alimenti di cui il Paese ha bisogno e importare meno alimenti. Oggi dobbiamo disporre più di 2 miliardi di dollari per importare alimenti.
Inoltre, da questo aumento della produzione nazionale e dall’efficienza di quella produzione nazionale, dobbiamo anche ottenere competitività nelle esportazioni per far entrare valuta estera e rendere sostenibile quella produzione nazionale. Questo concetto di incentivazione della produzione nazionale e, soprattutto, dell’agricoltura, lo stiamo portando non su scala nazionale, ma piuttosto su scala locale.
Ogni municipio ha un programma di autosufficienza municipale, e ogni provincia ha un programma provinciale di autosufficienza. Vogliamo che tutti questi sforzi e tutta questa costruzione da parte della comunità, del quartiere, del municipio, della provincia raggiungano il paese e stabilizzino la situazione alimentare del paese. Per questo abbiamo sviluppato una Politica di Sovranità Alimentare ed esiste una Legge sulla Sovranità Alimentare.
Sta dando risultati? Vedi i risultati?
Ho un’esperienza. Da gennaio stiamo ricorrendo, ogni mese, tutte le province del Paese e in ogni provincia visitiamo ogni mese un comune diverso. Cosa abbiamo osservato? Abbiamo osservato buone esperienze in cui collettivi operai e di lavoratori, con la leadership di cui dispongono, fanno le cose in maniera diversa e in condizioni di “blocco intensificato”, trovando risposte per ciò che dobbiamo realizzare, molte delle quali anche a livello della produzione alimentare. Ho visto cose molto interessanti in questo senso.
Ciò potrebbe essere esteso ad altre località del Paese?
Esatto, ma diciamo che oggi sono eccezioni. Quindi abbiamo visitato altri luoghi dove le performance non sono adeguate, e dove i gruppi sono forse più sopraffatti dal peso delle restrizioni del blocco e non dal pensiero che vogliamo sviluppare, che è il pensiero di “resistenza creativa”. “A causa del blocco, sono colpito in questo e questo, ma in condizioni di blocco posso fare questo, questo, questo e superare e avanzare.”
Ciò che vogliamo è che questi siano fonte di ispirazione. E quelli, ispirati dall’esempio di chi fa le cose diversamente, acquisiscano quell’esperienza e raggiungano prestazioni migliori. E allora quella che oggi è l’eccezione diventa la regola.
C’è una cosa interessante, perché, ti dico, queste convinzioni e questi criteri che sto condividendo con te non sono un appello e nemmeno una nostra propaganda. È una convinzione che viene proprio da ciò che si sta apprezzando durante quelle visite in ogni parte del Paese.
Quindi, ad esempio, nei giri dello scorso marzo e aprile, cosa abbiamo iniziato a osservare? che i luoghi che hanno chiuso nel 2023, lo scorso anno, con performance improduttive, non redditizie, inefficienti, cominciano a lasciarsi alle spalle questa situazione e cominciano ad avvicinarsi a questo nuovo modello.
Ora, cosa dobbiamo realizzare? Rendere questa trasformazione sostenibile nel tempo. Penso che le risposte ci siano, noi stessi le abbiamo. Cosa diremo loro dopo, quando lo condivideremo con i responsabili dei territori? Dobbiamo ricondurre chi non fa bene le cose ai concetti di chi le fa bene.
L’esperienza è proprio lì. È molto stimolante vedere come, in ogni parte del Paese, ci sono cose che ancora non hanno i livelli produttivi di attività, di contributi di cui abbiamo bisogno. Ma ci sono anche delle luci in quegli esempi.
Da parte dello Stato, sono state fatte le riforme legislative necessarie per agevolare una nuova produzione?
Dobbiamo ancora garantire che l’azienda statale possa operare nelle stesse condizioni in cui lavora il settore non statale, ma oggi l’azienda statale ha un insieme di poteri che le sono stati attribuiti. Anche se non sempre vengono utilizzati bene. Nella stessa misura in cui se ne trarrà vantaggio con una cultura aziendale più avanzata e più flessibile, avrà senza dubbio un impatto.
Quindi, un concetto fondamentale: scienza e innovazione. Un Paese povero come il nostro, con poche risorse naturali ma con molto talento, sa che le risposte ai nostri problemi vanno trovate nella ricerca scientifica, portando tutto questo verso l’innovazione. Ecco perché abbiamo optato per un Sistema di Gestione Governativa basato sulla Scienza e sull’Innovazione da applicare in tutti i settori.
È così che abbiamo affrontato il Covid-19 e ora lo stiamo portando al settore agricolo, nell’ambito dell’industria, alla questione della produzione alimentare. C’è anche attenzione alle persone e alle famiglie in condizioni di vulnerabilità.
Ognuna delle misure che applicheremo deve avere un trattamento in modo che le persone vulnerabili e le famiglie in situazioni di vulnerabilità non vengano colpite, perché il nostro scopo non è creare ulteriori disuguaglianze, al contrario, si tratta di ridurre il gap delle disuguaglianze e di essere in grado di produrre, consapevoli che la ricchezza che siamo in grado di generare è quella che possiamo distribuire e che la distribuiremo con giustizia sociale.
Signor Presidente, tra i cambiamenti avvenuti nell’economia cubana negli ultimi anni compare uno spazio di economia di mercato. In particolare, questa si è ampliata recentemente con lo sviluppo delle micro, piccole e medie imprese, ovvero le MPMI. Come valuta questo fenomeno che sta trasformando il tessuto economico di Cuba?
Credo che vadano fatte alcune precisazioni. Innanzitutto, noi abbiamo un’economia pianificata che tiene conto dei segnali del mercato, ma non è un’economia basata sulla pura economia di mercato. Esiste un concetto di giustizia sociale in cui le leggi del mercato non sono il motore dello sviluppo economico, perché si pensa soprattutto in funzione delle persone.
A volte si critica l’efficienza dell’economia cubana da una concezione puramente economicista, ma io dico: questa economia bloccata, che ancora non soddisfa tutti i nostri bisogni, mantiene importanti conquiste sociali che oggi, a Cuba, si assumono come un diritto; ma in molti luoghi non sono ancora una conquista. Quindi, credo che ci sia anche un certo livello di ingiustizia nel valutare esattamente il comportamento dell’economia cubana.
Da un lato si tratta di un’economia pianificata, ma che tiene conto e riconosce i segnali e le leggi del mercato. D’altro canto, il settore delle MPMI.
In primo luogo, ci sono MPMI statali e ci sono MPMI non statali, private, cioè non è solo un campo del settore privato. E il settore privato esisteva già a Cuba, solo che si è ampliato, perché una parte importante della produzione agricola e zootecnica è nelle mani di contadini privati e di cooperative agricole.
C’era il lavoro autonomo, quello che è successo è che non avendo lo sviluppo delle MPMI, nel lavoro autonomo si confondeva il lavoro stesso e già generava certe articolazioni o certi rapporti che erano più del lavoro autonomo e diventavano organizzazioni.
Erano già piccole aziende con dipendenti.
Aziende di quelle che, pur non essendo riconosciute, funzionavano così. In altre parole, quello che credo è che abbiamo fatto un aggiornamento della situazione che avevamo. E si è proposta una cosa molto coerente: sfruttare tutte le potenzialità che ha il Paese. Si tratta quindi di un’impresa statale che deve svolgere un ruolo fondamentale nella costruzione socialista, ma che ha come complemento dell’attività economica un settore privato.
Cosa rappresenta attualmente questo settore privato?
Oggi quando si parla delle dinamiche delle MPMI si dice: “No, ma crescono molto”. Stanno crescendo, è un processo relativamente nuovo, e diciamo che abbiamo già circa 10.000 MPMI.
Ma uno dei nostri concetti, come parte della costruzione socialista, è che i principali mezzi di produzione sono nelle mani dello Stato e sono rappresentati da aziende statali. Pertanto, il peso maggiore dell’economia è nel settore statale, senza negare questo importante contributo del settore non statale.
Penso che sia stato anche un ambito relativamente nuovo nel miglioramento del nostro sistema economico-sociale. Ora dobbiamo correggere alcune distorsioni che esistono nei rapporti tra l’impresa statale e gli enti statali con gli enti non statali, in modo tale che ognuno, come parte di un insieme di attori economici nella nostra società, contribuisca e sia inserito nel Piano Nazionale di Sviluppo Economico e Sociale.
Ed è per questo che, con lo scambio con questo settore non statale, con lo scambio con il settore imprenditoriale cubano, stiamo aggiornando tutto un insieme di norme affinché funzioni con più coerenza e migliori davvero l’economia del paese grazie al contributo dello Stato e dal contributo di questo settore non statale.
Qui stiamo anche insistendo affinché molte di queste imprese si formino a partire dal concetto di impresa ad alta tecnologia e di impresa innovatrice, e possiamo averle nel settore statale. Perché una delle caratteristiche delle MPMI, siano esse statali o private, è che sono imprese che, per la loro concezione, per il modo in cui operano, si adattano più rapidamente ai cambiamenti e hanno più capacità di innovazione. Sono più piccole, funzionano in modo più flessibile e, pertanto, i contributi e le dinamiche che possono apportare all’economia sono molto importanti.
Crede che questo settore continuerà ad espandersi?
Credo che questo settore continuerà ad espandersi, continuerà a far parte della nostra rete di attori economici e sarà un settore che non sarà nemico della Rivoluzione. È un settore che darà un contributo perché, inoltre, è un settore che è stato creato nelle condizioni della Rivoluzione.
Anche se c’è una pretesa molto diretta, che conosciamo, da parte del governo degli Stati Uniti di cercare di trasformare questo settore in un settore di opposizione alla Rivoluzione. Adesso c’è un’enorme contraddizione, ci sono senatori, deputati, opinionisti negli Stati Uniti, che dicono che si devono sostenere e investire denaro nelle MPMI per trasformarle in agenti di cambiamento.
Altri sostengono che le MPMI, poiché sono mostruosità dello Stato cubano per ottenere una certa facciata, devono essere eliminate. Anche loro stessi hanno una contraddizione. Contraddizione che a Cuba non si genera. A Cuba fanno parte di un tessuto imprenditoriale necessario per continuare ad avanzare nella costruzione socialista, coinvolti e impegnati nel Piano Nazionale di Sviluppo Economico e Sociale e attenti a garantire che non ci siano distorsioni in questo impegno.
Presidente, parleremo di Covid-19, anche se lei ha già detto prima alcune parole importanti; Ma ricordiamoci che Cuba, grazie ai suoi scienziati, grazie alle sue industrie biofarmaceutiche, è stato uno dei pochi paesi al mondo che ha potuto vaccinare tutta la sua popolazione con i propri vaccini. Un’impresa eccezionale soprattutto nel contesto di un Paese bloccato e con risorse limitate. Quali lezioni ha imparato da quella crisi? E soprattutto, quali nuovi contributi Cuba potrebbe dare al mondo in termini di salute?
Ramonet, per prima cosa penso che dobbiamo parlare del fatto che il mondo è stato scosso dal COVID-19 e che il mondo deve trarre lezioni dal COVID-19. Credo che la prima lezione che il mondo dovrebbe imparare dal COVID-19 è che dobbiamo dedicare più risorse, più finanziamenti, più denaro per realizzare, in tutti i paesi, sistemi sanitari potenti, pubblici e resilienti a beneficio di tutti e non a beneficio di una minoranza. D’altronde è importante la cooperazione internazionale sul Covid-19 e non l’egoismo.
Io, forse un po’ idealisticamente – ha a che fare con le convinzioni che si hanno, con la formazione all’interno della Rivoluzione – aspiravo a che dopo il COVID-19 il mondo fosse più solidale, il mondo cooperasse di più, il mondo si complementasse meglio, ed è successo il contrario: il mondo è andato alla guerra, all’aumento delle sanzioni, ai blocchi, alla costruzione di muri per risolvere i problemi internazionali.
Tutta la questione dei social network dove ci sono omicidi di reputazione, bullismo, cattiverie, bugie, calunnie e, soprattutto: quell’incitamento all’odio, quel discorso volgare, quel discorso banale che non aiuta un migliore rapporto a livello internazionale. Questo ci dimostra che abbiamo bisogno di un Nuovo Ordine Economico Internazionale che sia inclusivo, che garantisca equità, che sia giusto, che sia solidale, il che è l’opposto dell’attuale Ordine Economico Internazionale.
Cosa abbiamo imparato noi dal COVID-19? Un primo insegnamento ha a che fare con quello che abbiamo imparato dal Generale d’Esercito Raúl Castro. Il Covid-19 girava il mondo, cominciavano già le prime notizie del Covid-19, ma a Cuba non c’erano ancora casi – parliamo di gennaio 2020 –, e Raúl ci ha detto: dobbiamo studiare immediatamente cosa sta succedendo mondo e preparare un piano nazionale per affrontare l’epidemia.
In altre parole, abbiamo imparato che dovevamo avere la capacità di progettare una strategia per affrontare il COVID-19 che coinvolgesse tutte le istituzioni statali, e anche le istituzioni sociali e il settore non statale dell’economia. In definitiva, come Paese, dovevamo assumere una piano nazionale che ci consentisse di prevenire e di preparare le condizioni per affrontare tale situazione.
Questo è un primo insegnamento, perché noi, grazie a quel piano, a quella strategia, siamo stati in grado di andare avanti.
Voi avete iniziato, in una certa misura, prima che il COVID-19 si diffondesse nel mondo.
Per prepararci prima che arrivasse il primo caso. Ciò ha significato formare il nostro personale nelle esperienze che c’erano nel mondo, studiare la malattia e ad altre cose che ora ti spiego, che sono anch’esse esperienze e che derivano da quella. Ma il concetto che più ingloba ciò che abbiamo fatto e ciò che abbiamo imparato è quella visione di Raúl, che diceva: preparate una strategia, preparate un programma, preparate un piano per affrontare la malattia.
Il secondo, la cooperazione internazionale. Abbiamo immediatamente inviato brigate mediche cubane in più di 46 paesi, dove in quel momento, in alcuni, si trovava l’epicentro della malattia. In Italia, ad esempio, in Lombardia. Ciò ci ha permesso di sostenere quelle persone, aiutare, collaborare. Ma abbiamo anche imparato. Abbiamo imparato!
Ricordo che avevamo la pratica che, ogni volta che una brigata tornava, ci incontravamo con loro e loro ci riferivano tutte quelle esperienze, e noi incorporavamo tutte quelle esperienze nel piano.
In terzo luogo, sviluppare una rete di laboratori di ricerca di biologia molecolare, che diventino elementi importanti per poter elaborare tutti i campioni che, nei casi di queste epidemie, sono massicci in un determinato momento, soprattutto quando la pandemia raggiunge il picco; ma quando non ci sono picchi pandemici, diventano la possibilità di avere dei riferimenti, dei dati con dei campioni per sapere quali livelli di diffusione ha la malattia.
Il ruolo dell’epidemiologia come scienza all’interno del Sistema Sanitario, perché molte di queste malattie devono essere affrontate anche con una logica epidemiologica: come si taglia la trasmissione, come evitarla, come agire; il lavoro globale di tutte le organizzazioni della società e in particolare il collegamento, nel caso cubano, del Sistema Sanitario – che è un sistema robusto, dobbiamo dire, in mezzo alla situazione attuale, figurati che noi affrontavamo il COVID-19, come vi ho detto, in mezzo al “blocco intensificato” e già inclusi nella lista dei “paesi che sponsorizzano il terrorismo” –, il collegamento e il coordinamento del Sistema Sanitario con l’agenzia cubana di regolamentazione dei farmaci, Cecmed, e con l’industria biofarmaceutica, perché allora questo accorcia i tempi delle sperimentazioni cliniche, ti dà la capacità di fare sperimentazioni cliniche, ti dà la capacità di generare nuovi farmaci o di proporre l’uso di farmaci esistenti per perfezionare i protocolli di cura della malattia.
Il Sistema di Gestione basato su Scienza e Innovazione. Questo ha avuto un ruolo fondamentale, abbiamo sistematizzato un incontro, che ancora oggi manteniamo, generalmente ogni martedì alle tre del pomeriggio, con gli esperti, gli scienziati e le istituzioni che hanno lavorato sul fronte del Covid-19, da qui è venuto fuori un intero gruppo di indagini scientifiche.
Qui c’erano in programma più di mille ricerche scientifiche, temi di ricerca scientifica; valutazione dei risultati di queste ricerche, e da lì è nata la generazione dei nostri vaccini. Ricordo che quando cominciammo ad avere il picco pandemico con il ceppo Delta, e vedevamo che i meccanismi di distribuzione dei vaccini nel mondo erano totalmente ineguali e favorivano i ricchi e non i poveri, abbiamo detto ai nostri scienziati: “Abbiamo bisogno di vaccini cubani per avere la sovranità e affrontare tutto questo”. E tre mesi dopo c’era il primo candidato vaccino.
Conosciamo il resto della storia: cinque candidati vaccini, oggi tre sono vaccini ben collaudati in efficienza ed efficacia; Altri due sono ancora in fase di sperimentazione clinica e saranno vaccini molto promettenti, e da quando abbiamo iniziato ad applicarli...
Ah! questa è un’altra lezione: potresti avere la capacità di generare i vaccini, il che non è molto comune, non più di dieci i paesi sono stati in grado di produrre i propri vaccini, nessuno del Sud. E c’erano potenze che non ci sono riuscite, e noi abbiamo condiviso e trasferito quella tecnologia ad altri paesi e l’abbiamo condivisa con altre nazioni.
Significa avere la capacità di produrre i propri vaccini, ma avere la capacità di poter affrontare una campagna di vaccinazione di massa in breve tempo. Abbiamo somministrato 40 milioni di dosi di vaccini in meno di due anni, per questo bisogna avere un sistema organizzato a livello sociale, a livello comunitario, perché non solo si vaccinava nei policlinici, ma c’erano istituzioni come le scuole dove si organizzavano consultori di vaccinazione dove c’era il personale sanitario, ma insieme alle istituzioni sociali per effettuare questa vaccinazione.
Se non ci fosse stata tutta quella preparazione, non saremmo stati in grado di affrontare tutto questo. E i vaccini hanno salvato il Paese! Quando abbiamo vaccinato con una sola dose più del 60% della popolazione, il picco pandemico è subito crollato. Dopo che abbiamo aperto le frontiere del paese, è entrato il ceppo Omicron, che ha causato picchi pandemici più alti nel mondo, a Cuba un terzo del picco pandemico precedente ed è durato solo due o tre settimane, perché il livello di immunità che aveva il nostro popolo per gli effetti del vaccino erano elevati.
Cuba ha dimostrato o confermato in quel momento che, nonostante tutte le difficoltà di cui abbiamo parlato qui, era una potenza in termini di salute. Quali annunci potresti fare oggi all’umanità riguardo al contributo che potrebbero dare gli scienziati cubani?
In questo momento, sulla base di tutti questi apprendimenti, cosa ci siamo proposti? È stato preparato un intero compendio con tutte le esperienze per includere tutti questi insegnamenti nel nostro Sistema Sanitario.
In secondo luogo, si difende il programma con il concetto di “una sola salute”, che collega tutto, dalla diagnosi, al trattamento d’emergenza e all’analisi completa delle malattie. Il COVID-19 ha confermato quanto siano utili le cure primarie e ora stiamo aggiornando questi insegnamenti che ci vengono dal COVID-19 nell’ambito delle cure primarie. Continuiamo a sviluppare la capacità diagnostica.
Oltre a utilizzare i PCR, siamo giunti a progettare, con nostre istituzioni scientifiche, nostri meccanismi di diagnosi e tecniche diagnostiche di supporto. Abbiamo continuato e possiamo condividere con il mondo gli studi sulle conseguenze lasciate dal COVID-19.
Il problema non era solo affrontare la malattia, non era solo salvare vite umane, ma come garantire la qualità della vita a coloro che erano stati pazienti affetti da COVID-19 e sono sopravvissuti alla malattia. Ci sono importanti progressi. Stiamo lavorando – la nostra popolazione è invecchiata – sui temi dell’Alzheimer, del morbo di Parkinson, su studi su un importante gruppo di malattie degenerative, cioè esiste un’ampia gamma di risultati scientifici che continueranno a rafforzare la qualità della salute cubana, ma anche a livello internazionale.
In questo momento, con le licenze concesse – nell’ambito dell’inasprimento del blocco del governo degli Stati Uniti – stiamo portando avanti, insieme a istituzioni nordamericane, due importanti studi clinici: uno su un vaccino contro il cancro ai polmoni che abbiamo già testato in Cuba, che ha ottimi risultati.
E recentemente è stato autorizzato lo studio di una sperimentazione clinica in relazione al medicinale Heberprot-P, che è un medicinale che aiuta le persone che soffrono di diabete, il trattamento delle ulcere del piede diabetico, a livelli impressionanti, come riesce a curare l’ulcera del piede diabetico ed evita una delle cose più spiacevoli per una persona, ovvero l’amputazione.
Oggi nel mondo un’amputazione costa migliaia di dollari in qualsiasi Paese e, in più, ci sono tanti pazienti affetti da diabete, tanti pazienti la cui soluzione al progressivo avanzamento di questa malattia è purtroppo l’amputazione. Anche questi sono risultati importanti.
Penso che queste parole saranno ampiamente commentate, cioè daranno molta speranza a tante persone nel mondo, e speriamo che la scienza cubana raggiunga questi risultati, Presidente.
E stiamo lavorando anche sulla ricerca per mettere a punto un vaccino contro il dengue.
Esiste già un vaccino giapponese contro il dengue...
Ciò su cui stiamo lavorando qui è un vaccino… Esistono circa quattro ceppi di dengue. Un vaccino che non funzioni solo su un ceppo ma funzioni su tutti i tipi di dengue esistenti.
Presidente, lei è un difensore dell’uso della tecnologia, e sappiamo tutti che la tecnologia, l’intelligenza artificiale, la digitalizzazione stanno trasformando le nostre società. Lei ha optato in particolare per l’informatizzazione della società cubana. Potrebbe dirci come sta procedendo questo progetto e cosa porta l’informatizzazione della società alle cittadine e ai cittadini cubani?
Definiamo tre priorità della gestione governativa, che sono: in primo luogo, l’Informatizzazione della Società, che ora abbiamo avanzato come concetto e lo abbiamo portato a “Trasformazione Digitale della Società”, sembra la stessa cosa ma non lo è. La questione non è solo portare tutto sulle piattaforme digitali ma avere un concetto di vita e un modo di agire digitale.
In altre parole, difendiamo la trasformazione digitale come pilastro della gestione governativa insieme alla scienza, all’innovazione e alla comunicazione sociale. Sono i tre pilastri del governo e sono strettamente correlati. Quindi, direi che la trasformazione digitale della società è una realtà.
Abbiamo 7,7 milioni di persone registrate alla telefonia mobile e circa 8 milioni hanno accesso a Internet. Abbiamo ampliato le reti mobili, anche se dobbiamo ancora raggiungere una maggiore copertura, questo ha anche a che fare con il fatto che richiede investimenti tecnologici e passa per tutti questi problemi, ma siamo riusciti a mantenere un livello.
Oggi siamo al di sopra della media a livello mondiale. Si è svolto un dibattito molto aggiornato sui temi della trasformazione digitale, dell’intelligenza artificiale e dell’economia digitale. Nell’ambito di tutto questo dibattito, abbiamo fondato, alcuni anni fa, l’Unione degli Informatici di Cuba, dove si riuniscono anche tutte le persone, gli esperti di questi argomenti e si promuovono anche molti dibattiti e anche uscite a sostegno dei processi di trasformazione digitale.
Nelle prossime settimane verranno presentati al Consiglio dei Ministri l’aggiornamento della Politica di Trasformazione Digitale del Paese, l’Agenda Digitale del Paese e la Politica per l’Uso dell’Intelligenza Artificiale, qui con un approccio olistico, cioè non vediamo solo l’intelligenza artificiale per i risultati che ci possa dare nei processi produttivi di servizi alla popolazione in termini di efficienza, ma anche in termini etici, e tutto un insieme di elementi di cui bisogna tenere conto sull’intelligenza artificiale.
Stiamo portando avanti la trasformazione digitale e porteremo il contributo dell’intelligenza artificiale anche nei seguenti ambiti: nell’area del settore produttivo di beni e servizi, perché la trasformazione digitale e l’intelligenza artificiale possono aiutarci molto nel raggiungimento dell’efficienza nei processi produttivi e nei servizi, soprattutto quando dobbiamo affrontare una dinamica demografica che vede il Paese sempre più invecchiato, quindi dobbiamo cercare di rendere più efficienti i nostri processi produttivi e di servizio, così che con meno persone abbiamo maggiore produttività al servizio della maggior parte della popolazione, e quindi l’automazione, l’informatizzazione, la digitalizzazione sono strumenti che danno buoni risultati.
La digitalizzazione è stata portata anche nel campo della pubblica amministrazione, perché un elemento importante in cui stiamo sviluppando la trasformazione digitale è il Governo Elettronico, il che significa che c’è interazione tra i cittadini e tutta l’attività di governo, che garantisce anche maggiori spazi di partecipazione dei cittadini nella gestione del governo. Siamo riusciti, ad esempio, a far sì che tutti i comuni del Paese, tutte le province, tutti i ministeri e la maggior parte delle istituzioni dispongano di portali digitali o piattaforme web con cui interagiscono con la popolazione.
Negli ultimi tempi, i progetti di legge che sono stati portati all’approvazione dell’Assemblea Nazionale hanno potuto essere messi prima su piattaforme digitali, sono stati raccolti, mediante l’interazione, i suggerimenti della popolazione e questo ci ha portato all’Assemblea Nazionale con modifiche che rafforzano e perfezionano questo processo di creazione normativa.
Presto presenteremo il Portale del Cittadino Cubano. Sarà una piattaforma dove il cittadino cubano potrà costruire il suo profilo e quindi accedere ad una enorme moltitudine di procedure senza dover passare per gli uffici, senza carta e ciò renderà la sua vita molto più fattibile.
In realtà, molte di queste procedure sono già presenti sulle piattaforme di alcune organizzazioni e istituzioni, ma ora ci sarà un’unica piattaforma e con il tuo profilo hai la possibilità di tutte queste procedure e, inoltre, al suo interno ci saranno molte informazioni alla popolazione. Si può cercare qualsiasi dubbio che si ha su un processo, su un procedimento, su una legge, su un certo problema, puoi lavorarci sopra e sarà un altro salto in questo.
Tutto questo processo di trasformazione digitale e utilizzo dell’intelligenza artificiale lo stiamo supportando con lo sviluppo della cibersicurezza, per evitare gli attacchi informatici, per avere sicurezza su tutte queste piattaforme. In modo molto creativo, e sono una delle cose che impressionano costantemente e soprattutto, per l’attività dei giovani, il nostro paese dispone oggi di tutta una serie di applicazioni informatiche, applicazioni per cellulari sviluppate localmente dai cubani che funzionano perfettamente.
Abbiamo già anche la variante nel nostro negozio, che è un’applicazione chiamata Apklis, dove puoi scaricare applicazioni cubane e applicazioni da altri posti, ma stanno lì, ci sono diverse applicazioni cubane, molte di loro stanno diventando un riferimento per la popolazione. Abbiamo sistemi operativi cubani, abbiamo progettazioni e produzioni ancora limitate per problemi di finanziamento, di attrezzature informatiche cubane, laptop, tablet, PC.
C’è la robotizzazione?
Abbiamo anche esperienze di robotizzazione. Un esempio: ai tempi del Covid-19 volevamo ampliare le sale di terapia intensiva per evitare il collasso degli ospedali. Ogni volta che andavamo in un’azienda a comprare ventilatori polmonari ce li negavano, a causa delle leggi sul blocco.
Abbiamo affidato l’incarico a un gruppo di giovani scienziati di una delle nostre istituzioni, e sono stati realizzati i prototipi che oggi sono ventilatori polmonari ad alte prestazioni, con livelli di digitalizzazione, ti dico, brillanti, eccellenti. Ne è stato confermato l’uso, la qualità da parte dei migliori esperti di terapia intensiva, di anestesia del nostro paese, da parte di personale medico altamente qualificato.
E ti dico che questa è un’altra delle cose che ci rendono orgogliosi come cubani: che si chieda qualcosa al nostro personale scientifico, tra cui i giovani, e che ci siano risposte immediate, ma risposte di alto livello, cioè all’altezza di qualsiasi sviluppo a livello internazionale.
Intelligenza artificiale: state sviluppando applicazioni vostre?
Sì, abbiamo le nostre piattaforme in fase di sviluppo, le nostre applicazioni, i nostri progetti per incorporarli nei processi produttivi e nei processi di servizio.
State lavorando sull’informatica quantistica?
Anche. Certo, l’acquisizione dei computer quantistici passa già attraverso tutti questi problemi, ma noi abbiamo la preparazione, abbiamo specialisti formati, c’è tutto un livello di conoscenza, aggiornamento e scambio internazionale.
Ritiene che, su questi temi in particolare, si possa lavorare nel quadro dell’integrazione latinoamericana?
Credo di sì, era una delle cose che abbiamo proposto. Ora, quando siamo stati all’anniversario dell’ALBA nella riunione dell’ALBA in Venezuela, è stata presentata la necessità di creare piattaforme che integrino l’America Latina e i Caraibi, i paesi dell’ALBA in relazione alla questione della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale. Noi, con modestia, abbiamo detto che eravamo disposti a collaborare con gli sviluppi che abbiamo nel paese.
Anche con unità docenti, università specializzate?
Unità dicenti, preparazione, partecipazione a progetti congiunti; mettere a disposizione del resto dei Paesi le nostre applicazioni. Questa è una delle cose che sta già avendo effetto. Abbiamo anche avviato un processo bancario, cioè la digitalizzazione del sistema bancario cubano, che ha a che fare con queste cose che stiamo realizzando.
Abbiamo inoltre numerose applicazioni nei sistemi di georeferenziazione dei processi, geolocalizzazione dei processi; il lavoro per la stima dei raccolti attraverso l’utilizzo di queste tecnologie. C’è un enorme desiderio di conoscenza e di sviluppo nei giovani scienziati e professionisti cubani.
Signor Presidente, affrontiamo il terzo blocco di questa intervista, quello sulla politica internazionale. Da anni Cuba riporta una grande vittoria nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite contro il blocco illegale degli Stati Uniti. Ma è evidente che questa vittoria non ha portato a risultati concreti, gli Stati Uniti non cedono e non tolgono il blocco. Quali nuove iniziative potrebbe annunciare per procedere verso la rimozione del blocco? Le chiedo, ad esempio, ha provato a parlare direttamente con il presidente Biden?
Ramonet, la visione che hai sull’argomento è vera, e richiede anch’essa alcune riflessioni. Com’è possibile che la potenza più potente del mondo non riceva quasi alcun sostegno? Tutti gli altri paesi votano a favore di Cuba nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e non vi è alcuna risposta.
Ciò dimostra solo l’arroganza dell’impero e, cosa ancora più grave, dimostra il disprezzo per ciò che pensa il resto del mondo. È per il disprezzo verso i nostri popoli, quando il mondo intero vede come un fatto vergognoso che un piccolo paese sia sottoposto ad un blocco criminale e genocida, come quello del governo degli Stati Uniti contro Cuba, che si facciano orecchi da mercante di fronte a quella richiesta mondiale.
E, attenzione, questa richiesta non si esprime solo nel voto alle Nazioni Unite, ma è sempre più comune il numero di paesi, organizzazioni di paesi, blocchi regionali e istituzioni internazionali che, anno dopo anno, approvano anche risoluzioni contro il blocco. Sempre più leader di paesi si pronunciano esplicitamente contro il blocco.
Ad esempio, nell’ultima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dove è stata discussa la questione del blocco, 44 leader di tutti i tipi di ideologie provenienti da paesi di tutto il mondo si sono espressi contro il blocco. E sono sempre di più gli eventi ormai quotidiani di attività di protesta contro il blocco che giorno dopo giorno, fine settimana dopo fine settimana, si svolgono nel mondo.
Abbiamo comunicato, attraverso mezzi diretti e indiretti, all’attuale Governo degli Stati Uniti che siamo disposti a sederci attorno a un tavolo, in condizioni paritarie, senza imposizioni e senza condizionamenti, per parlare di tutte le questioni che hanno a che fare con la rapporto tra Cuba e gli Stati Uniti, tutti gli argomenti di cui vogliano discutere.
Perché, in fin dei conti, nel blocco esiste un rapporto, diciamo, unilaterale: il governo degli Stati Uniti è stato quello che ha imposto unilateralmente il blocco, quindi il governo degli Stati Uniti è quello che deve, unilateralmente, rimuovere il blocco.
Non chiediamo favori né dobbiamo compiere alcun gesto per far eliminare il blocco, è semplicemente un diritto del popolo cubano. Un diritto a potersi sviluppare in un ambiente di pace, uguaglianza, senza misure coercitive, senza imposizioni, e noi siamo disposti. Ma il governo degli Stati Uniti non ha mai risposto a questo.
Neanche questa attuale amministrazione?
Neanche questa. Siamo convinti che l’attuale amministrazione non abbia alcuna volontà di cambiare la situazione nei confronti di Cuba, soprattutto perché ha dato molta priorità alla sua politica verso gli interessi di una minoranza, che è la mafia cubano-americana che vive in Florida.
Con differenze ideologiche, che avremo sempre, ma potremmo avere un rapporto civile tra vicini, dove ci possa essere cooperazione, scambio economico, commerciale, scientifico, finanziario, culturale, in tutti gli ambiti della vita. Potrebbe essere una relazione normale, come quella che hanno gli Stati Uniti con un altro gruppo di paesi che non condividono le sue posizioni.
Anche con Paesi che sono stati grandi avversari.
Sì, grandi avversari. Allora perché questa crudeltà con Cuba? Inoltre, noi facciamo una differenza, non abbiamo nulla contro il popolo nordamericano, questa è una questione che riguarda il governo degli Stati Uniti.
Come spiega questa posizione del presidente Biden, che era il vicepresidente di Barack Obama quando è cambiata un po’ quell’atmosfera e le relazioni erano state ristabilite?
È inspiegabile. Obama ha iniziato a costruire un rapporto diverso. Ciò spiega solo che, negli Stati Uniti, la questione non riguarda i partiti, democratico o repubblicano. C’è un complesso militare-industriale, dietro di esso c’è un’altra costruzione di potere, nell’ombra, che è quella che decide le posizioni del governo degli Stati Uniti, che sono le posizioni imperiali.
E c’è questa situazione che è la subordinazione di un gruppo di interessi, soprattutto per questioni elettorali, alle posizioni della mafia cubano-nordamericana.
Ha qualche speranza che le prossime elezioni possano cambiare questa situazione?
Magari cambiassero e potessimo avere lo spazio per discutere faccia a faccia tutte le nostre posizioni e che ci fosse un altro tipo di rapporto e che il blocco venisse tolto. Ma la mia convinzione è che dobbiamo superare il blocco da soli, con le nostre capacità, con il nostro lavoro, con il nostro talento, con la nostra intelligenza e con il nostro sforzo.
Questa sarebbe la migliore risposta all’ostinazione nel mantenere per così tanti anni questo blocco genocida contro il nostro popolo.
In particolare, sorprende che Biden abbia mantenuto l’inclusione di Cuba nella lista dei “paesi che aiutano il terrorismo”, decisa da Trump pochi minuti prima di lasciare la Casa Bianca.
Tutto, ha mantenuto tutto. Ma, in più, l’amministrazione Biden ha intrapreso azioni molto perverse contro Cuba. Ti ho parlato dei ventilatori polmonari durante il COVID-19. Durante il COVID-19, il nostro impianto di produzione di ossigeno medicinale è colpito e quando siamo andati a comprare ossigeno medicinale nei paesi dell’area, dove avremmo potuto avere il prodotto necessario nel paese in meno tempo, il governo degli Stati Uniti ha fatto pressione sulle aziende che ci potevano fornire ossigeno medicinale affinché quell’ossigeno non arrivasse a Cuba.
Questa è un’azione totalmente criminale. Immagina nel mezzo di una pandemia, con stanze di terapia intensiva, con persone che hanno problemi respiratori, a quelle persone viene negato il servizio, le stavano condannando a morte. Abbiamo dovuto fare uno sforzo enorme, anche se abbiamo avuto l’aiuto di altri paesi, per superare questa situazione. Questa è una cosa che non si dimentica, Ramonet, è stata un’azione così perversa...
Il modo in cui hanno manipolato la situazione del Covid-19 a Cuba, quando loro avevano una situazione più complessa della nostra. Noi abbiamo gestito la risposta al Covid-19 meglio dello stesso governo degli Stati Uniti, che dispone di denaro e ricchezza. Hanno chiamato un SOS per Cuba, tutta la manipolazione mediatica, tutti gli avvenimenti dell’11 luglio 2021.
Oggi hanno così tanto cinismo che sono capaci di affermare che non sono passati ad un altro momento nelle relazioni con Cuba a causa di quello che è successo l’11 luglio. Questo è un enorme cinismo ed è una colossale menzogna con la quale vogliono giustificare la loro posizione davanti al mondo.
Potrebbe esserci qualche speranza nell’informazione secondo cui il presidente Biden annuncerebbe alle primarie repubblicane della prossima estate chi sarà il suo vicepresidente, che non sarebbe più Kamala Harris, ma Michelle Obama. Pensi che, se confermato, lascerebbe qualche speranza?
Penso che oggi sia tutto puramente speculativo. La situazione che c’è negli Stati Uniti, la situazione interna, non ci consente di prevedere oggettivamente da che parte sarà favorevole o meno il voto della popolazione, che, peraltro, oggi è molto colpita dagli eventi dell’economia interna; argomenti molto domestici come la questione dell’aborto; questioni internazionali come quella della Palestina, la questione della guerra in Ucraina.
In altre parole, c’è tutta una serie di situazioni che fanno parte della vita del popolo americano, e non credo che oggi si possa dire con precisione da che parte potrebbe stare il voto del popolo americano. Ci sono tanti indecisi, ci sono posizioni all’interno dei partiti stessi che si isolano dalla posizione. In ogni caso, una pubblicità di una persona come Michelle Obama potrebbe avere una lettura diversa.
Signor Presidente, lei ritorna da Mosca dove, oltre a partecipare alla cerimonia commemorativa della Vittoria sul Nazismo, ha partecipato anche alla Plenaria del Supremo Consiglio Economico Eurasiatico. Sta cercando nuove alleanze economiche? Cuba pensa di integrarsi, in un modo o nell’altro, nella piattaforma BRICS?
Questo è stato un viaggio molto interessante, perché è stato un viaggio di anniversari, direi in un certo senso, no?, e di eventi importanti. Innanzitutto, siamo arrivati a Mosca nel momento in cui il presidente Putin era presente alla cerimonia di insediamento. Non siamo stati invitati lì, è stata una cerimonia molto intima e privata.
Abbiamo partecipato per la prima volta di persona al Consiglio Supremo dell’Unione Economica Eurasiatica, perché tutte le altre partecipazioni erano state negli anni del COVID-19 e lo avevamo fatto virtualmente. Non si tratta quindi di entrare in una nuova alleanza, è un’alleanza nella quale siamo già da tempo. E sono trascorsi dieci anni dalla costituzione dell’Unione Economica Eurasiatica.
È stato quindi anche un momento di bilancio dei risultati di quell’integrazione regionale nella quale abbiamo lo status di Paese Osservatore. E si stava commemorando il 64° anniversario dell’instaurazione delle relazioni tra l’Unione Sovietica e Cuba, che sono le relazioni che oggi continuano con la Federazione Russa, ma con un elemento importante: i paesi membri dell’Unione Eurasiatica erano ex repubbliche dell’Unione Sovietica.
Credo che in dieci anni l’Unione Eurasiatica abbia dimostrato una capacità di importanti dinamiche economico-commerciali, e che il prodotto interno lordo di questi paesi della regione sia cresciuto molto, e difenda principi molto giusti in relazione allo sviluppo economico e alla complementarità tra questi Paesi.
Per noi è uno spazio di opportunità, perché possiamo contribuire soprattutto in temi come la biotecnologia e l’industria farmaceutica, possiamo sfruttare quello spazio a partire da quando i nostri farmaci saranno riconosciuti dalle agenzie regolatorie di quei paesi, ed anche entrare in un mercato che per noi è più accessibile, perché anche loro hanno intenzioni e bisogno di questi medicinali e del trasferimento di tecnologie e di fare investimenti congiunti.
Apre inoltre uno spazio che permette agli investitori di questi paesi per partecipare a programmi di sviluppo economico e sociale nel nostro paese. Ed è molto attuale condividere con loro il tema della sovranità alimentare, che è uno dei punti dell’intera Unione; e la questione della sostenibilità ambientale, cioè lo sviluppo sostenibile e il rispetto dell’ambiente e lo sviluppo di una cultura della sostenibilità, che è anche un principio di cui teniamo conto nel nostro sviluppo; la sovranità alimentare e lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili. Pertanto, per noi è uno spazio importante.
Per quanto riguarda i BRICS, si tratta di una delle alternative che esistono oggi nel mondo, di un blocco di paesi che apre l’aspettativa di rompere l’egemonia nordamericana nelle relazioni internazionali. I BRICS diventano quindi uno spazio alternativo, inclusivo, i BRICS sono aperti ai paesi del Sud.
Si sono ampliati lo scorso 1 gennaio.
Sì, sono stati appena ampliati. I BRICS hanno mostrato la volontà di stabilire relazioni con il continente africano, con l’America Latina e i Caraibi; Si fonda su un rapporto fatto di più consenso, più equità e rispetto. D’altro canto, propongono anche un’alternativa al dollaro e promuovono il commercio con le valute proprie di ciascun paese o un commercio compensato dallo scambio di prodotti e servizi generati da ciascuno dei paesi.
Hanno anche una Banca di Sviluppo presieduta da Dilma Rousseff.
Sì, hanno una Banca di Sviluppo presieduta da Dilma, che è una leader riconosciuta e con una visione politica verso i problemi del Sud. E i cinque paesi fondatori dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) sono paesi che mantengono ottimi rapporti con Cuba. Stiamo studiando, ne abbiamo discusso anche adesso nell’incontro con il presidente Putin, che Cuba ha l’aspirazione di poter entrare nei BRICS.
Il prossimo vertice sarà in Russia, il 22 ottobre, a Kazan, pensa di partecipare?
Tutto ora dipende da come si svolgeranno gli eventi.
Sembra che si voglia creare un nuovo tipo di membro, il membro “socio” o membro associato, così ci sarebbe spazio per Cuba.
Ci sarebbe spazio per Cuba e dipende anche dal consenso raggiunto con i Paesi che hanno la direzione dei BRICS. Per esempio, sono stati molto coerenti e hanno permesso a Cuba di partecipare al Vertice del Sud Africa del 2023 non solo come Paese, ma anche in rappresentanza del Gruppo dei 77+Cina, perché allora avevamo la Presidenza pro tempore, e dobbiamo dire che hanno dedicato tutta la loro attenzione alle proposte del Gruppo dei 77+Cina che Cuba ha presentato in loro nome, e anche alla posizione cubana.
Credo che sia un ambiente molto favorevole per le relazioni Sud-Sud e che apra una nuova prospettiva anche per quel Nuovo Ordine Economico Internazionale che è necessario.
Signor Presidente, siamo arrivati alla fine di questa intervista, è l’ultima domanda e riguarda l’America Latina: le crisi si moltiplicano in America Latina e nei Caraibi – c’è stato l’assalto all’Ambasciata del Messico in Ecuador. Il Comando Sud degli Stati Uniti sta creando basi militari in Guyana, rappresentando così una minaccia al Venezuela e alla sua storica rivendicazione sull’Essequibo. In Argentina, il presidente Javier Milei sta distruggendo decenni di progresso sociale. Ad Haiti le difficoltà non finiscono mai. Che lettura dà di queste situazioni? E in cosa può contribuire Cuba per promuovere in questa regione la sovranità, la pace e il progresso?
Questa è l’espressione di tutte le contraddizioni che esistono a livello globale e che si manifestano anche a livello regionale nel caso dell’America Latina e dei Caraibi. Credo che sia anche un’espressione della tenacia dell’impero nel mantenere la Dottrina Monroe, con quel concetto imperialista di “America per gli americani“, che non è l’America Latina e i Caraibi per tutti noi che viviamo nel continente. L’America Latina e i Caraibi sono subordinati al Nord America e al potere dell’impero.
Pertanto, anche questa è un’espressione della visione nordamericana di disprezzo verso i nostri popoli, e della visione nordamericana dell’America Latina e dei Caraibi come suo cortile. Ora, un’America Latina e i Caraibi che, da un lato, hanno un gruppo di governi che hanno portato avanti processi rivoluzionari sottoposti ai maggiori intoppi, pressioni, sanzioni, insulti, attacchi e ingerenze, come sono: Cuba, Venezuela e Nicaragua.
Tutto un gruppo di governi progressisti che danno anche una correlazione favorevole alle forze di sinistra nella regione dell’America Latina, abbiamo: lo Stato Plurinazionale della Bolivia; Lula, in Brasile; López Obrador, in Messico; Xiomara, nell’Honduras; Boric, in Cile; Petro, in Colombia, che contribuiscono a garantire stabilità e facilità di cooperazione e interscambio.
Ma gli Stati Uniti non stanno tranquilli e cercano costantemente di mobilitare le forze di destra con meccanismi, direi, anche molto sporchi per provocare instabilità in questi paesi, per impedire che processi di sinistra o governi di sinistra si mantengano al potere, per far sì che, laddove la sinistra ha perso potere e si è affermata la destra, quella destra non perde potere.
E che quella destra sia totalmente asservita al governo degli Stati Uniti e al disegno degli Stati Uniti, e alimentano anche conflitti su alcune questioni che hanno una componente storica; incoraggiando rotture, calunnie, alimentando divisioni per causare disunità nella regione.
Ciò spiega perché oggi ci sono alcuni governi che facilitano tutta la politica nordamericana nel continente, persino governi che favoriscono la presenza di truppe NATO nel territorio dell’America Latina e dei Caraibi, governi che negano il diritto alla sovranità e autodeterminazione dei territori del loro stesso paese in cui sono esistite guerre e dove ci sono eroi e martiri che sono morti per l’indipendenza di quei territori, per la sovranità di quei territori, e quello che fanno è adulare le potenze che sono diventate metropoli di quegli spazi geografici che appartengono alla regione, cosa che si può considerare totalmente assurda, irrazionale e antipatriottica.
Governi che, inoltre, hanno una proiezione mediatica in cui esprimono i loro principi, ma in modo totalmente offensivo, con improperi contro noi che la pensiamo diversamente, contro noi che pensiamo di fare le cose in modo diverso o contro chi difende un altro modo di costruire il mondo.
Aspiro sempre a quel mondo migliore che è possibile e al quale Fidel ci ha chiamato. Abbiamo un’etica, non parliamo alle spalle di nessuno, non insultiamo. Quando dobbiamo difendere una posizione la difendiamo a testa alta e quando dobbiamo discutere una posizione la discutiamo a testa alta. Non siamo portati allo spettacolo mediatico, agli improperi, alle offese, a quel tipo, direi, di volgarità politica a cui si prestano altri nel mondo.
Come posizione cubana, manterremo e difenderemo sempre, con i paesi dell’America Latina e dei Caraibi, il rispetto della sovranità e dell’indipendenza di questi paesi; il rispetto per l’autodeterminazione sul sistema sociopolitico che assumono e la disposizione -indipendentemente dai sistemi e dalle ideologie – di avere il rapporto più rispettoso, più solidale e più cooperativo con tutti questi paesi, e lo abbiamo con la maggioranza.
Non rompiamo mai le relazioni con i paesi dell’America Latina e cerchiamo di risolvere, attraverso il dialogo, attraverso la discussione, attraverso l’argomentazione, qualsiasi questione su cui possiamo avere qualche disaccordo o qualche posizione divergente. Credo che le manifestazioni di solidarietà di Cuba con l’America Latina e i Caraibi siano eloquenti della sua coerenza con queste convinzioni.
Abbiamo inviato in diversi paesi dell’America Latina e dei Caraibi medici e insegnanti, collaboratori internazionalisti anche nell’ingegneria e in altri campi dell’economia e della società. Non inviamo soldati o forze armate ad Haiti, né effettuiamo invasioni. Ad Haiti abbiamo brigate mediche. Oggi, nel mezzo di questa situazione ad Haiti, quando molti pensano all’intervento ad Haiti o all’ingerenza negli affari interni di Haiti, noi abbiamo una brigata medica che fornisce servizi al popolo haitiano, un popolo che credo meriti il massimo rispetto per tutto ciò che ha sofferto come conseguenza di essere stata la prima nazione nella regione a sviluppare una rivoluzione.
Abbiamo un rapporto di gratitudine, inoltre, di grande amicizia e fratellanza con il Governo di López Obrador e con il Messico. Il rapporto tra Cuba e il Messico è un rapporto di affetto, storico, è un rapporto di fratelli, è un rapporto familiare. Il Messico è stato l’unico paese che non ha interrotto le relazioni con Cuba quando il governo degli Stati Uniti ha convocato l’intera OEA per rompere le relazioni con Cuba.
Difendiamo la causa del Venezuela, la Rivoluzione Chavista, l’unità civile-militare e sosteniamo il presidente Maduro, che hanno tentato più volte di assassinare. Qualcosa di insolito. Sosteniamo la Rivoluzione Sandinista; reclamiamo l’autodeterminazione di Porto Rico. Difendiamo i principi dello Stato Plurinazionale della Bolivia.
Vediamo con grande interesse il ruolo che Xiomara svolge in Honduras, e anche il ruolo alla guida della CELAC. Al momento manteniamo un rapporto molto stretto con Lula. Con i paesi CARICOM. E, in fin dei conti, con tutta l’America Latina e i Caraibi. Ma sempre sulla base del rispetto, della solidarietà, dell’amicizia e del dialogo per risolvere ogni situazione.
D’altra parte, intendiamo difendere la Proclamazione dell’America Latina e dei Caraibi come Zona di Pace, approvato proprio in un vertice della CELAC all’Avana. Difendiamo anche l’integrazione latinoamericana e caraibica che risponde ai sogni dei nostri avi, risponde ai più alti ideali di integrazione latinoamericana, e penso in questo momento a Martí e Bolívar.
Martí, che parlava sempre con tanto rispetto della Nostra America e stava definendo molto bene cosa fosse la Nostra America; e Bolívar, che condusse tutta una lotta per ottenere l’indipendenza di molti paesi dell’America Latina. Credo che dare l’esempio sia il più grande sostegno che possiamo dare all’unità dell’America Latina.
Che Fidel ha sempre difeso.
Che Fidel ha sempre difeso, e ci ha insegnato a difenderla, e che anche Raúl ha difeso. Ramonet, quando si parla di sogni, di aspirazioni, abbiamo una storia così comune, una cultura così comune, dei popoli assolutamente meravigliosi, industriosi, intelligenti e creativi. Te lo dico, le culture precolombiane dell’America Latina non hanno nulla da invidiare alle culture mesopotamiche o alle culture dell’antica Grecia.
Quelli sono state conosciute prima, ma quando si torna alla storia si vede che le nostre nel loro sviluppo, in come misuravano il tempo, come canalizzavano le acque, come producevano, come si sviluppavano, erano sviluppate quanto quelle, e sono parte delle nostre radici e puoi vederle in tutti i paesi dell’America Latina e dei Caraibi.
La nostra ricchezza culturale, il pensiero avanzato che esiste in America Latina e nei Caraibi, gli approcci dei pensatori latinoamericani, dei filosofi latinoamericani, del settore accademico latinoamericano, sono posizioni avanzate, di molto studio, di molta coerenza, di molta difesa delle radici dell’identità latinoamericana e caraibica e, inoltre, è un continente ricco di risorse, che purtroppo oggi è quello in cui si manifesta il maggior grado di disuguaglianza nei suoi popoli.
Sono convinto che con tutte queste virtù, con tutta quella ricchezza – ed è ciò che sogno – il continente latinoamericano potrà avere un’integrazione tale da essere un esempio per il mondo intero di quanto può contribuire alla condizione umana, al futuro, ai sogni di emancipazione, a porre l’essere umano al vero centro di tutto ciò che è fatto per il mondo.
Credo che questo momento arriverà prima o poi, perché i nostri popoli chiedono molta giustizia perché hanno vissuto molte situazioni complesse: ha vissuto aggressioni, hanno vissuto il disprezzo, hanno vissuto interventi, ha vissuto pratiche di disuguaglianza, sono stati esclusi dai processi, sono stati esclusi dalle possibilità.
C’è ancora molto analfabetismo da eliminare in America Latina e nei Caraibi, c’è molto da fare sui temi di genere, molto deve essere conquistato per l’emancipazione della meravigliosa donna latinoamericana e caraibica, c’è molto da conquistare in termini di uguaglianza per tutti i nostri popoli e nella giustizia sociale.
Ma c’è il potenziale storico, il potenziale culturale. Il desiderio di farlo e credo che continueremo ad avanzare nell’integrazione e questo è il messaggio, la convinzione, il sostegno e l’esempio che Cuba può dare. Un paese latinoamericano non potrà mai percepire Cuba come un pericolo per sé; al contrario, in Cuba troverà sempre sostegno, comprensione e volontà di integrarsi e andare avanti.
Molte grazie, signor Presidente.
La Habana, 11 maggio 2024.
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