di Luciano Vasapollo
«La specie umana è in pericolo di estinzione». Quando Fidel Castro pronunciò questo monito, nel celebre discorso del 17 novembre 2005 nell’Aula Magna dell’Università dell’Avana, molti lo considerarono un’esagerazione retorica.
Oggi, davanti all’accelerazione della crisi climatica, alla devastazione degli ecosistemi, alle guerre permanenti e all’appropriazione privata delle risorse naturali, quelle parole assumono il valore di una diagnosi storica. Non si tratta di un catastrofismo astratto, ma della constatazione che il modo di produzione capitalistico ha trasformato la natura in merce e la vita stessa in variabile subordinata all’accumulazione.
Per comprendere questa crisi non bastano né l’ambientalismo morale né il tecnicismo economico. Occorre recuperare una visione dialettica del rapporto tra uomo, natura e scienza. È qui che Marx ed Engels restano straordinariamente attuali: la natura non è uno sfondo esterno alla storia, ma il primo terreno dell’attività umana, il luogo in cui si realizza il metabolismo tra società e ambiente.
La rottura di questo metabolismo – quella che John Bellamy Foster ha definito metabolic rift – rappresenta il cuore della contraddizione ecologica contemporanea.
Dalla Rerum Novarum alla Querida Amazonia
Può sembrare insolito affiancare Marx a Leone XIII, Engels a Papa Francesco e il materialismo dialettico al Cantico delle Creature di san Francesco d’Assisi. Eppure esiste un terreno comune: la critica dell’idolatria del denaro e la difesa della dignità della vita.
La Rerum Novarum denunciava già nel 1891 gli effetti disumanizzanti del capitale industriale e rivendicava il primato del lavoro sulla ricchezza. Querida Amazonia amplia quella prospettiva mostrando come la devastazione della foresta, l’espulsione dei popoli originari e la finanziarizzazione dei beni comuni siano aspetti di un unico paradigma tecnocratico. San Francesco, molto prima dell’economia moderna, chiamava il sole, l’acqua e la terra «fratello» e «sorella», indicando una relazione di reciprocità anziché di dominio.
Non è un sincretismo filosofico. È il riconoscimento che tradizioni diverse possono convergere nella critica di un sistema che considera infinita l’accumulazione in un Pianeta finito.
Un passaggio imprescindibile riguarda poi l’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, che ha avuto il merito di riportare al centro del dibattito internazionale il rapporto tra crisi ambientale, modello economico e responsabilità sociale. La “cura della casa comune” non può essere ridotta a una generica sensibilità ecologista: implica mettere in discussione un sistema economico fondato sulla crescita illimitata, sulla mercificazione della natura e sulla subordinazione dei beni comuni alla logica del profitto.
In questo senso, la riflessione proposta da Laudato si’ entra in un dialogo fecondo con la critica marxista dell’economia politica, perché riconosce che la devastazione ambientale non è un fenomeno separato dalle strutture economiche e sociali che organizzano la produzione e la distribuzione della ricchezza.
Questa prospettiva affonda le proprie radici anche nella tradizione marxista classica e, in particolare, nella Dialettica della natura di Friedrich Engels. La natura non viene concepita come un semplice deposito inesauribile di risorse a disposizione dell’uomo, ma come una realtà dinamica, complessa e interconnessa, nella quale ogni trasformazione produce conseguenze e contraddizioni. È proprio la separazione artificiale tra società e natura, radicalizzata dal modo di produzione capitalistico, a generare una frattura sempre più profonda.
Il capitale tende infatti a utilizzare la natura come se fosse gratuita e infinita, mentre scarica sulla collettività e sulle generazioni future i costi della sua distruzione. La crisi ecologica diventa così una manifestazione della stessa contraddizione tra capitale e natura.
Su questo terreno si colloca anche il lavoro sviluppato nella nostra riflessione sul rapporto tra capitale e natura, in particolare nel volume NOUS della nostra scuola pubblicato nel 2025 con Armadillo, che rappresenta uno dei tentativi più organici di ricostruire questo conflitto nella sua dimensione economica, sociale, ambientale e geopolitica.
Il punto centrale è che la crisi ecologica non può essere affrontata limitandosi a modificare i comportamenti individuali o introducendo qualche correttivo tecnologico. Occorre interrogarsi sui rapporti di produzione, sulla proprietà delle risorse, sulla distribuzione della ricchezza e sul potere esercitato dalle grandi concentrazioni economiche e finanziarie. La questione ambientale, dunque, è inseparabile dalla questione sociale e dalla lotta contro le disuguaglianze.
E proprio qui torna di straordinaria attualità la lucidità politica di Fidel Castro, che già da decenni aveva avvertito del pericolo rappresentato dalla distruzione degli equilibri naturali e dalla subordinazione della sopravvivenza dell’umanità alla logica del profitto.
L’allarme lanciato da Fidel sulla possibilità che la specie umana stessa venga messa in pericolo non era una profezia astratta, ma il risultato di una lettura concreta delle conseguenze di un modello di sviluppo fondato sul consumo illimitato delle risorse, sulla guerra e sulla concentrazione della ricchezza.
Come è stato recentemente ricordato anche nell’articolo (Fidel lo avizoró: La especie humana está en peligro de extinción 23 de agosto de 2026 Hedelberto López Blanch / Colaboración Especial para Resumen Latinoamericano) dedicato a questa sua intuizione, la questione ecologica assume oggi una dimensione ancora più drammatica: difendere la natura significa difendere le condizioni materiali della vita e, quindi, la possibilità stessa di un futuro per l’umanità.
In questa prospettiva, Marx, Engels, Papa Francesco e Fidel Castro, pur provenendo da esperienze storiche, culturali e politiche profondamente differenti, possono essere messi in dialogo intorno a una stessa domanda fondamentale: quale rapporto vogliamo costruire tra l’umanità e la natura?
La risposta non può essere affidata alle sole dinamiche del mercato. Se la natura viene trattata come merce, anche la vita umana finisce per essere subordinata alla valorizzazione del capitale. Per questo la battaglia ecologica è oggi, necessariamente, una battaglia per la giustizia sociale, per la pace, per i beni comuni e per la sopravvivenza della specie umana.
La dialettica della natura
Marx liberò la dialettica hegeliana dalla sua dimensione mistica senza rinunciare alla scoperta fondamentale di Hegel: la realtà è attraversata dalla contraddizione. La storia non procede per armonia, ma attraverso antagonismi concreti. L’origine della storia, infatti, non coincide semplicemente con la società civile; essa nasce dal processo di umanizzazione della natura, dalla trasformazione reciproca tra essere umano e ambiente.
Engels sviluppò questa intuizione nella Dialettica della natura, mostrando come anche i processi naturali siano caratterizzati da movimento, trasformazione e interdipendenza. Più tardi Ludovico Geymonat avrebbe difeso una concezione della scienza come pratica storica, critica e materialista, mentre Maria Turchetto ha evidenziato come l’ecologia marxiana anticipi molte delle questioni poste oggi dall’economia ambientale.
La scienza, dunque, non è neutrale. Può essere strumento di emancipazione oppure apparato tecnico del capitale. L’intelligenza artificiale, la robotica e le piattaforme digitali rappresentano l’esempio più evidente: tecnologie capaci di ridurre la fatica umana vengono invece utilizzate per intensificare lo sfruttamento, sorvegliare il lavoro e concentrare ricchezza.
I dati confermano la teoria
Negli ultimi tre anni gli indicatori internazionali descrivono una tendenza inequivocabile. Il 2024 e il 2025 sono stati gli anni più caldi mai registrati; la concentrazione atmosferica di CO₂ ha superato stabilmente le 425 parti per milione; gli eventi climatici estremi producono perdite economiche superiori ai 300 miliardi di dollari annui, mentre la quota di reddito destinata al lavoro continua a diminuire nella maggior parte delle economie europee.
Questi dati non dimostrano soltanto una crisi ambientale. Rivelano una crisi del modello di valorizzazione. L’aumento della produttività non si traduce in maggiore benessere collettivo ma in crescita dei profitti finanziari, mentre il costo ecologico viene scaricato sulla società.
La contabilità nazionale tradizionale continua a registrare come crescita perfino attività che derivano dalla distruzione: bonifiche dopo alluvioni, ricostruzioni dopo incendi, spese militari e consumo accelerato di risorse contribuiscono positivamente al PIL. La teoria del valore di Marx permette invece di distinguere tra produzione di valore sociale e semplice accumulazione monetaria, mostrando i limiti strutturali degli indicatori dominanti.
Plusvalore, profitto e crisi
L’economia politica marxista conserva un potente valore interpretativo perché consente di leggere insieme le dinamiche del lavoro e quelle della natura. Negli ultimi anni le stime elaborate da diversi studiosi marxisti anglosassoni e asiatici indicano una tendenza alla compressione salariale accompagnata da un recupero dei margini di profitto attraverso tre strumenti principali: precarizzazione del lavoro, privatizzazione dei servizi pubblici e appropriazione delle risorse naturali.
In Europa il capitale reagisce alla caduta tendenziale della redditività mediante ristrutturazioni industriali, delocalizzazioni e automazione. In America Latina la questione assume forme differenti: l’estrattivismo continua a rappresentare un terreno di conflitto tra sovranità nazionale e interessi multinazionali.
Anche le esperienze dei paesi socialisti o a pianificazione economica – Cuba, Cina e Vietnam e fino a gennaio il Venezuela – mostrano contraddizioni reali.
Nessun modello è immune alle difficoltà. Le crisi economiche nel socialismo esistono, ma hanno natura diversa da quelle del capitalismo perché non derivano necessariamente dall’anarchia del mercato, bensì dai limiti della pianificazione, dagli effetti del blocco economico, dalle sanzioni e dall’inserimento diseguale nell’economia mondiale. Analizzarle scientificamente significa sottrarsi tanto alla propaganda quanto all’idealizzazione.
Il movimento operaio e la questione ambientale
La grande stagione dei movimenti degli anni Sessanta e Settanta in Italia non fu soltanto una lotta per il salario. Fu una battaglia per la salute nelle fabbriche, contro la nocività, per il diritto alla casa, alla scuola e ai beni comuni. Da Porto Marghera a Taranto, dalle lotte degli studenti alle mobilitazioni territoriali, emergeva già il nesso tra sfruttamento del lavoro e devastazione ambientale.
Con l’avvento del neoliberismo negli anni Ottanta quel conflitto è stato progressivamente frammentato. La finanziarizzazione ha separato artificialmente la questione sociale da quella ecologica, contrapponendo occupazione e ambiente. Negli ultimi dieci anni questa contraddizione è esplosa nuovamente in Europa: la transizione verde viene spesso utilizzata come occasione di nuove rendite, mentre i costi ricadono sui lavoratori e sulle periferie.
Non esiste giustizia climatica senza giustizia sociale. Né esiste conversione ecologica se il controllo delle tecnologie e dell’energia rimane nelle mani dei grandi monopoli.
La scienza della liberazione
Il materialismo dialettico non propone un culto della tecnica né un ritorno romantico alla natura. Propone una scienza moderna capace di comprendere le contraddizioni reali e di orientare democraticamente lo sviluppo delle forze produttive. Ciò significa utilizzare anche l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie, ma sottraendole alla logica della massimizzazione del profitto.
La domanda decisiva non è se l’IA sostituirà il lavoro umano. La domanda è: chi possiede gli algoritmi, i dati, l’energia e i mezzi di produzione digitali? Finché la risposta sarà il capitale finanziario, ogni innovazione rischierà di approfondire il conflitto capitale-lavoro e capitale-natura.
Una nuova alleanza per la vita
Il messaggio di Fidel, la critica marxiana dell’economia politica, il Cantico delle Creature e Querida Amazonia convergono in un punto essenziale: l’umanità non può sopravvivere separandosi dalla natura. La liberazione umana coincide con la ricomposizione del metabolismo tra società e ambiente, tra lavoro e vita, tra scienza e bene comune.
L’estinzione non è un destino biologico inevitabile. È una possibilità storica prodotta da un modello economico che sacrifica il futuro alla redditività immediata. Proprio per questo può essere evitata. Ma richiede una trasformazione radicale: un nuovo internazionalismo dei lavoratori, degli studenti, dei movimenti sociali e dei popoli che rimetta al centro la pianificazione democratica, la proprietà sociale dei beni comuni e una scienza finalmente orientata all’emancipazione.
Perché, come insegnava Marx, la storia comincia davvero quando l’umanità smette di essere dominata dalle proprie stesse creazioni e riconquista la libertà nella relazione con la natura.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
28/08/2026
Il monito di Fidel Castro sui rischi di autodistruzione
23/08/2026
Le Opere Scelte di Fidel Castro: un patrimonio per l’umanità
Per il Primo Convegno Internazionale “Fidel: eredità e futuro” che si è tenuto a l’Avana, dal 10 al 13 agosto, nel centenario della nascita di Fidel sono state pubblicati in 23 volumi le “opere scelte” (Obras Escogidas) di Fidel Castro Ruiz a cura del centro Fidel Castro Ritz ed edite dalle Ediciones Alejandro.
La versione digitale delle opere, insieme a quelle di Raul Castro ed altri materiali erano contenuti nella Pen Drive fornita a tutti i 1500 partecipanti al colloquio – di cui 1000 venuti dall’esterno – che la Rete dei Comunisti ha messo a disposizione del Centro Fidel Castro Ruiz.
Da tempo la RdC ha avviato una fruttuosa collaborazione, concretizzatasi con la pubblicazione di alcuni scritti inediti del Comandante pubblicati nel volume “La Dichiarazione di l’Avana. Il Manifesto comunista della rivoluzione in America Latina”, pubblicato dalla Red Star Press.
La stampa dei 23 volumi più l’indice è stata frutto di un accordo raggiunto il 20 maggio ad Hanoi, durante gli incontri svolti nel corso di quei giorni in Vietnam da una delegazione del Centro guidata da Réne González Barrios.
La traduzione, l’editing e la pubblicazione delle opere scelte in spagnolo, inglese e vietnamita è una iniziativa di grande valore culturale universale che ha fortificato gli storici legami tra questi due paesi.
La collezione delle Obras Escogidas comprende 23 volumi, per un totale circa di 16 mila pagine, con una selezione sistematica dei discorsi del leader cubano, i suoi scritti, le interviste i messaggi ed i documenti chiave.
Il primo volume, che copre il periodo dal 1940 al 1958, documenta la formazione del pensiero rivoluzionario di Castro e la lotta contro la lotta contro la dittatura di Batista.
I volumi dal 2 al 4 si concentrano invece sugli anni 1959 e 1960, mettendo in luce l’instaurazione e il consolidamento del governo rivoluzionario cubano all’indomani della vittoria della Rivoluzione.
Coprendo l’arco temporale dal 1961 al 1998, i volumi dal 5 al 18 ripercorrono gli sforzi di Cuba per costruire, difendere e sviluppare il proprio sistema socialista attraverso politiche chiave in ambito economico, culturale, educativo, sanitario, di difesa nazionale e di politica estera, sottolineando al contempo l’impegno del Paese a favore della solidarietà internazionale.
Gli ultimi cinque volumi, relativi al periodo dal 1999 al 2016, esaminano la risposta di Cuba ai profondi cambiamenti globali e presentano le riflessioni di Castro sulle principali questioni del mondo contemporaneo, illustrando la sua visione non solo per Cuba, ma anche per la regione e la comunità internazionale.
Il 23simo volume, di circa 650 pagine, è interamente dedicato ai rapporti tra Fidel Castro e Hugo Chávez (1994-2013).
Il ventiquattresimo volume funge da indice generale dell’intera raccolta, facilitando la ricerca e la consultazione.
Da qualche giorno, le Opere sono consultabili e “scaricabili” gratuitamente on line, rendendole il più ampia possibile la fruizione di ciò che riteniamo essere un vero e proprio patrimonio dell’Umanità, come il pensiero e l’azione di Fidel Castro.
Qui riportiamo un link a cui è possibile scaricarle.
Fonte
14/08/2026
Fidel è la bussola più precisa
Il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, ha inaugurato il I Colloquio Internazionale “Fidel: eredità e futuro”, che per tutta la settimana riunisce intellettuali, accademici e attivisti da tutti i continenti per riflettere sul pensiero e sull’azione di Fidel Castro.
Senza l’intenzione personale di tenere una conferenza magistrale, come ha precisato, il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, ha aperto lunedì le sessioni del I Colloquio Internazionale “Fidel: eredità e futuro” con una dissertazione che ha messo in luce gli insegnamenti del leader storico della Rivoluzione Cubana e l’ispirazione che rappresenta nella sfida di salvare la Rivoluzione da una delle minacce più gravi che abbia mai affrontato in 67 anni di asfissia da parte degli Stati Uniti.
Più di 1.500 accademici, intellettuali, artisti, leader sociali e politici, insieme a giovani studenti provenienti da tutti i continenti per onorare Fidel nel centenario della sua nascita, hanno costituito il pubblico davanti al quale il presidente cubano ha espresso idee, ordinate – ha commentato – dai sentimenti, dall’emozione e dall’impegno rivoluzionario che comporta il privilegio di parlare di Fidel, l’uomo che ha segnato il XX secolo e il cui pensiero illumina il XXI secolo.
A questi fidelisti di Cuba e del mondo, che hanno sfidato le distanze, le campagne di disinformazione e, in molti casi, le pressioni dei loro stessi governi per venire nell’Isola in una data così significativa, il capo di Stato cubano ha riconosciuto questo atto di coraggio e coerenza.
“Perché venire a Cuba oggi, in mezzo all’intensificarsi del blocco e dell’ostilità imperiale, è un gesto di solidarietà militante che onora l’eredità di Fidel” e costituisce – ha indicato – “il monumento migliore e più solido che gli ambasciatori della verità, i testimoni che Cuba non si arrende, i compagni di strada di una rivoluzione che trascende i confini, possono innalzare”.
“Non esagero dicendo che questo colloquio si tiene in uno dei momenti più difficili che la nostra Rivoluzione abbia vissuto” – ha spiegato il presidente e subito dopo ha affermato – “ma non siamo qui per amministrare la nostalgia. Siamo qui perché il pensiero di Fidel Castro continua ad essere la bussola più precisa che abbiamo per navigare la tempesta che vive il popolo cubano”.
Fidel: una scuola perenne di lavoro rivoluzionario
Parlando dell’eredità del Comandante in Capo Fidel Castro Ruz, il Presidente Díaz-Canel ha ricordato lo studente universitario che scese dalla collina della sua Alma Mater divenuto rivoluzionario per accendere le fiaccole del Centenario dell’Apostolo, colui che, più tardi e ancora molto giovane, sarebbe diventato il capo del movimento che il 26 luglio 1953 si lanciò contro le caserme di una dittatura sanguinaria e proimperialista, per iniziare un’altra Guerra Necessaria.
“Il brillante avvocato che trasformò la sua autodifesa in programma politico del suo movimento, il tenace prigioniero che sconfisse i suoi carcerieri trasformando il carcere modello in scuola di combattenti, il fondatore di un esercito popolare che sconfisse in due anni un esercito professionale che possedeva diverse volte il numero delle sue forze, il Comandante in Capo che mise Cuba sulla mappa del mondo e riempì di speranze i popoli del continente, aveva già un posto nella storia quando, a soli 34 anni, scosse l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con il discorso più lungo e trascendente che fosse stato pronunciato lì fino ad allora”.
Il Capo di Stato cubano ha affermato che l’eredità di Fidel oggi interpella più che mai coloro che continuano la sua opera. “Cosa ci ha lasciato in eredità il Comandante in Capo? Ci ha lasciato la certezza che i sogni si conquistano difendendo le idee; ci ha lasciato la lezione che l’internazionalismo è un atteggiamento che deve distinguerci; ci ha insegnato la convinzione che il socialismo è l’unica via per salvare l’umanità dall’abisso”.
Fidel – ha ricordato – fu il primo a denunciare la globalizzazione neoliberista come l’impero della morte, e anche il primo ad alzare la voce per un mondo migliore per tutti.
“Ci ha insegnato che la lotta per la preservazione dell’ambiente e della specie umana è anche una battaglia socialista, che la scienza deve essere al servizio del popolo, che l’unità dei rivoluzionari è più importante di qualsiasi differenza tattica”.
Díaz-Canel ha sottolineato che in Fidel si trova non solo un leader storico, ma una scuola perenne di lavoro rivoluzionario, dove le premesse fondamentali sono: studiare, analizzare, prevedere, ascoltare il popolo e agire con audacia e onestà.
Nel suo intervento il dignitario ha riconosciuto che Fidel ha guidato le sorti di Cuba con una coerenza che non ha pari nella storia contemporanea e che al di là dell’essere un dirigente e un leader, è stato un lavoratore instancabile, uno studente permanente, un oratore che muoveva le folle, uno stratega che anticipava il futuro.
“Fidel ci ha lasciato un modo di pensare e agire. Non ha lasciato ricette; ha lasciato un metodo. E quel metodo è nato dalla prassi, non solo dalla biblioteca”.
Questo modo di pensare e agire è stato esemplificato da Díaz-Canel nella sua conferenza al Colloquio. Ha menzionato che quando Fidel formulò nella sua arringa del 16 ottobre 1953 le cinque leggi rivoluzionarie – riforma agraria, diritti del lavoro, riforma urbana, confisca dei beni mal acquisiti e partecipazione industriale – non elaborò un programma dottrinario importato da qualche manuale, ma diagnosticò le malattie strutturali di un’economia sottosviluppata e dipendente.
“Quel metodo – diagnosi rigorosa, proposta programmatica, azione decisa – si ripeté in ogni crocevia”.
Nella sfera economica – ha valutato Díaz-Canel – il leader storico della Rivoluzione Cubana comprese qualcosa che molti teorici non riuscirono a vedere: che l’economia non è una sfera autonoma separata dalla politica, ma la sua espressione materiale, sintetizzata nella sua formulazione: “non c’è economia senza politica, né politica senza economia”.
Il presidente ha approfondito anche altre eredità di colui che è la guida dei comunisti cubani. Ha sottolineato la coerenza e l’etica, la capacità di predicare con l’esempio, di vivere senza ricchezze, la fedeltà ai principi. “Visse come pensò e morì come visse. Questo, in un mondo dove la politica è diventata uno spettacolo di ipocrisia, è una sfida permanente alla coscienza”.
Ha inoltre caratterizzato l’eredità dell’audacia intellettuale del Comandante in Capo, che fu un lettore instancabile, un uomo che dialogava con scienziati, economisti, artisti, sportivi e contadini. “Ci ha insegnato che il socialismo non è un dogma, ma una scienza in costruzione, che deve adattarsi alle realtà concrete senza rinunciare ai principi. Oggi, quando il capitalismo digitale ci impone nuove forme di alienazione, il suo appello a ‘studiare, studiare, studiare’ risuona come un avvertimento: non c’è rivoluzione senza conoscenza”.
Durante la dissertazione, più volte interrotta da ovazioni, il Presidente cubano ha sottolineato l’eredità dell’internazionalismo. Per Fidel la Rivoluzione cubana non era un fatto isolato. Per lui, fedele a Martí, Patria era umanità. Per questo sostenne le cause per la liberazione dei popoli africani, della Palestina, denunciò l’apartheid e il genocidio; alzò la voce contro la guerra in Iraq e contro il blocco e l’appropriazione coloniale di qualsiasi popolo del mondo.
In modo particolare ha menzionato l’eredità dell’ottimismo rivoluzionario, quello che non lo rese mai pessimista, anche nelle peggiori circostanze. Ha ricordato i giorni più bui, quando il campo socialista crollava e il blocco si inaspriva, e come Fidel mantenne la fede nell’essere umano e nella storia. “Ci ha insegnato che l’ottimismo rivoluzionario non è ingenuità, ma convinzione incrollabile nella vittoria”, ha assicurato.
In ambito militare, ha accentuato il pensiero e la pratica della strategia militare in Fidel. Ha sottolineato che l’eterno guerrigliero era un profondo studioso dell’arte militare contemporanea, che apportò veri contributi nella concezione delle più importanti contese militari sviluppate nelle missioni internazionaliste cubane e che concepì la dottrina della Guerra di tutto il popolo.
Per Díaz-Canel, Fidel vedeva la sovranità non come uno stato raggiunto, ma come un processo che si conquista e si difende su molteplici fronti simultaneamente: la difesa e la sicurezza del paese, il fronte economico, il fronte culturale-ideologico, il fronte internazionalista e di solidarietà, il fronte scientifico, il fronte della politica estera e delle relazioni internazionali.
Nel caratterizzare il sistema di lavoro del leader storico della Rivoluzione Cubana, il presidente ha distinto quattro principi: la priorità del politico, la sequenza tattico-strategica, la mobilitazione popolare come risorsa strategica e l’innovazione sotto restrizione.
Riguardo alle sue qualità di stratega che anticipava il futuro, Díaz-Canel ha detto che non c’è alcun dubbio, ma nemmeno misticismo nell’affermazione. Ha argomentato che Fidel fu un profondo studioso della realtà nazionale e internazionale, che seguiva nei dettagli attraverso tutti i mezzi possibili; era anche un osservatore acuto del comportamento umano, grazie non solo alla sua notevole intelligenza, ma alla sua insaziabile ricerca della conoscenza, dei progressi della scienza e della tecnica. Possedeva anche una cultura vasta, alimentata durante la sua vita da letture fondamentali di tutti i generi.
Un leader che ha materializzato le sue idee
Davanti ai più di 1.500 delegati riuniti al Palazzo delle Convenzioni dell’Avana, il Presidente della Repubblica ha citato le tappe del processo rivoluzionario guidato dal Comandante in Capo Fidel Castro sotto la pressione del governo degli Stati Uniti, la loro politica di asfissia economica e i tentativi di assassinarlo.
Con la leadership di Fidel, Cuba riuscì a sradicare l’analfabetismo nel 1961, con una campagna che mobilitò più di 250.000 volontari. Appena due anni dopo la vittoria, sconfisse a Playa Girón un’invasione finanziata, addestrata e scortata dall’impero vicino, infliggendogli la prima grande sconfitta in America Latina.
Cuba costruì il sistema sanitario universale più avanzato del cosiddetto Terzo Mondo. Cuba inviò più di 600.000 professionisti della salute in 165 paesi attraverso il Programma Internazionale di Cooperazione Medica.
L'isola più grande delle Antille sviluppò un sistema educativo gratuito dall’Asilo Nido all’Università. Costruì un solido sistema culturale e sportivo che per molti anni fu un riferimento per il mondo. Fidel progettò i principi della politica estera cubana, elevandola a riferimento per il mondo.
Per quanto riguarda la sua azione continentale, ha sottolineato che uno dei capitoli fondamentali della sua eredità si svolse nel periodo più promettente della storia della Nostra America quando, insieme a Hugo Chávez, guidò la rinascita del progetto integrazionista di Simón Bolívar che fu anche il grande sogno di José Martí.
Fidel: una guida per superare le sfide
In modo enfatico, il dignitario ha affermato che a poche ore dal commemorare i cento anni dalla nascita di Fidel, l’incontro che si svolge all’Avana non è precisamente per celebrare un rituale, ma per adempiere a un dovere: il dovere di pensare Fidel non come passato, ma come stratega al di là del suo tempo. “Pensare la sua eredità non come un deposito di citazioni da evocare negli anniversari, ma come una guida per superare le sfide che abbiamo davanti a noi, oggi, nella Cuba reale del 2026”.
Díaz-Canel ha detto agli accademici, intellettuali, artisti, leader sociali e politici che non si può parlare di Fidel senza guardare al mondo che lui tanto studiò e che noi abbiamo ereditato. “E il mondo, come amava dire lui, è un ‘vortice di contraddizioni’. La crisi sistemica del capitalismo è arrivata al suo punto più acuto: guerre regionali che minacciano di espandersi, crisi climatica che non è più previsione ma catastrofe quotidiana, carestie provocate dalla speculazione finanziaria, migrazioni forzate che trasformano i mari in cimiteri, e una frattura sociale dove la ricchezza di pochi si accumula sulla miseria di molti”.
“L’ordine internazionale è in discussione. L’unilateralismo imperiale pretende di imporre la sua legge con la forza, ma il mondo multipolare è venuto per restare. Tuttavia, l’impero raddoppia i suoi attacchi, cerca nuovi pretesti, fabbrica nemici e destabilizza i governi che non si piegano”.
In questo scenario globale, Cuba continua ad essere uno degli obiettivi prediletti dell’ira imperiale. “Non è un caso che nell’anno del centenario di Fidel, Washington abbia intensificato la sua offensiva: rafforzamento del blocco con misure extraterritoriali che perseguono le relazioni commerciali e finanziarie; inclusione arbitraria nella lista degli stati sponsor del terrorismo – un’ironia storica per un paese che è stato vittima del terrorismo di Stato per decenni –; campagne mediatiche massive che cercano di dipingere Cuba come un ‘regime fallito’, mentre tacciono i successi della nostra salute, educazione, cultura, scienza e sport”.
Il presidente ha denunciato che gli Stati Uniti “hanno destinato milioni di dollari per promuovere il ‘cambio di regime’ attraverso social network, ONG e piattaforme che si mascherano da ‘difensori dei diritti umani’, ma che in realtà servono gli interessi geopolitici dell’impero”.
“Non ci sorprendono affatto le rivelazioni degli ultimi giorni dei grandi media statunitensi su un incremento delle operazioni della CIA a Cuba per sovvertire l’ordine interno. Non sono fughe di notizie casuali, come le presentano, ma parte del piano deliberato del regime statunitense di guerra psicologica contro Cuba”, ha affermato.
Ha aggiunto: “Nel colmo del cinismo e della perversione, il Segretario di Stato ha dichiarato recentemente che le sanzioni statunitensi contro il regime cubano non faranno altro che inasprirsi. ‘Quello che stiamo cercando di insegnare loro – ha detto – è che non ci sono valvole di sfogo’. È un riconoscimento senza riserve che esiste una situazione difficile a Cuba come conseguenza di una guerra economica senza precedenti. Questa affermazione costituisce la minaccia aperta dello sterminio genocida di un intero popolo se non si sottomette ai disegni dell’impero”.
Appello ai partecipanti del colloquio
“Fidel non è patrimonio esclusivo dei cubani. Fidel appartiene a tutti coloro che lottano per un mondo migliore”, ha sentenziato Díaz-Canel, e ha indicato quattro compiti decisivi per i partecipanti. Primo, diffondere la verità di Cuba e di tutti i popoli in resistenza. “Ogni libro che scriverete, ogni articolo che pubblicherete, ogni conferenza che terrete nei vostri paesi è una trincea contro la disinformazione”.
Secondo, articolare reti di solidarietà efficaci. “Bisogna tradurre la solidarietà in azioni concrete: campagne per la revoca del blocco, proposte di cooperazione scientifica e culturale, progetti di commercio equo, denunce presso organismi internazionali”.
Terzo, approfondire il pensiero critico sul socialismo del XXI secolo. “Fidel ci ha lasciato domande aperte, non risposte definitive. Come costruire il potere popolare nell’era digitale? Come conciliare pianificazione centralizzata con autonomia territoriale? Come affrontare il cambiamento climatico da una prospettiva socialista?”
Quarto, rafforzare l’unità dei movimenti progressisti. “Fidel fu un maestro nell’arte di sommare volontà, di gettare ponti tra settori diversi, di cercare convergenze senza rinunciare alle differenze”.
Appello ai giovani: il ricambio generazionale in marcia
Il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista ha dedicato uno spazio significativo ai giovani; in quel momento del suo intervento ha riconosciuto la fiducia che Fidel ha sempre riposto in loro e ha lanciato un appello diretto ad assumere il protagonismo nella costruzione del futuro.
Ha ricordato che furono i giovani a circondare Fidel per concepire sogni realizzabili quando la Patria ne aveva bisogno, quelli che impugnarono le armi nella Sierra, quelli che alfabetizzarono la popolazione sulle montagne, i protagonisti delle gloriose missioni internazionaliste. “Furono i giovani a costruire i contingenti, a promuovere la scienza e la tecnologia”, ha sottolineato.
“Oggi, nell’anno del suo centenario, la gioventù cubana è chiamata a forgiarsi con la stessa altezza storica. Le sfide che abbiamo davanti sono immense: l’economia colpita dal blocco, le trasformazioni strutturali che dobbiamo implementare, la necessità di produrre più cibo, di realizzare la transizione energetica, di sostituire le importazioni, di costruire una società con maggiore benessere per tutti. Non c’è sfida che la gioventù non possa affrontare se se lo propone”.
Díaz-Canel ha convocato i giovani di Cuba e del mondo a essere non solo eredi di Fidel, ma protagonisti attivi della sua continuità: “A voi, giovani, spetta scrivere il prossimo capitolo di questa storia. La Rivoluzione non è un museo, è una prassi che si rinnova ogni giorno con la vostra intelligenza, la vostra ribellione e il vostro impegno. Fidel ha confidato in voi; noi anche”.
Díaz-Canel ha concluso il suo intervento con una certezza lasciata da Fidel: “Il futuro non è scritto, noi abbiamo il potere di scriverlo. Sì, l’impero è potente, ma la storia è dalla parte dei popoli”.
“Il centenario di Fidel è un punto di partenza. È il momento di assumere che la sua eredità non è nel passato, ma nel presente e nel futuro che stiamo costruendo. Non basta ricordarlo; bisogna studiarlo. Non basta ammirarlo; bisogna emularlo”.
Il Presidente ha concluso con una citazione di quel paradigma che è Fidel: “Noi siamo disposti a resistere dignitosamente e con abnegazione per gli anni che saranno necessari al blocco imperialista. Se altri transigono, se altri si lasciano corrompere, se altri tradiscono, Cuba saprà mantenersi come esempio di una rivoluzione che non cede, che non si vende, che non si arrende, che non si mette in ginocchio”.
Con queste parole, il Primo Segretario del Partito Comunista di Cuba ha inaugurato il Colloquio Internazionale, che per tutta la settimana riunisce intellettuali, accademici e attivisti da tutti i continenti per riflettere sul pensiero e sull’azione di Fidel Castro, in un momento in cui l’Isola affronta uno dei periodi più complessi della sua storia recente.
Fonte
11/08/2026
Dall’Italia una intensa presenza a Cuba per il centenario di Fidel Castro
Il prossimo 13 agosto a Cuba si celebrerà il centesimo anniversario della nascita di Fidel Castro. Per l’occasione sono previste moltissime attività alla quale stanno partecipando una settantina di delegazioni dal resto del mondo.
In questi giorni nell’isola assediata da un blocco statunitense genocida, sono arrivate anche dall’Italia numerosi gruppi di realtà solidali con la Rivoluzione Cubana.
Una delegazione della Rete dei Comunisti è a Cuba dalla scorsa settimana per partecipare alle cerimonie per il Centenario della nascita di Fidel Castro e a diversi incontri bilaterali.
C’è una brigata giovanile dall’Italia organizzata da Cambiare Rotta e Osa, che ha risposto all’invito dell’Unione della Gioventù Comunista cubana che oltre alle attività previste per le organizzazioni giovanili, tra le quali il lavoro volontario nei campi e gli incontri con i cdr nei quartieri, parteciperà ai lavori del Centenario di Fidel.
C’è poi una delegazione italiana, tra cui l’ Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba, RdC e Usb, nella brigata europea José Marti organizzata dall’ICAP (Istituto Cubano per l’Amicizia tra i Popoli). Anche questa delegazione, dopo una serie di incontri e attività che hanno portato i partecipanti fino a Santa Clara, rientrerà a L’Avana per partecipare agli eventi del centenario.
Ad attraversare l’oriente dell’isola è invece il “Convoy Centenario”. È il terzo Convoy organizzato negli ultimi mesi dalla campagna Let Cuba Breath dopo quello di marzo e di maggio. Questo gruppo, organizzato in Italia da Aicec e tra i quali stanno partecipando Osa, Cambiare Rotta, Potere al Popolo, RdC, Usb, Cgil, Donne contro la guerra e il genocidio e Avs non sarà all’Havana, ma si concentrerà sull’oriente Cubano e sui luoghi dove si è sviluppata per prima la guerriglia del movimento 26 Luglio.
Tutte le delegazioni hanno portato nell’isola farmaci e beni di prima necessità che verranno distribuiti nei vari incontri previsti.
Fonte
17/01/2026
Gramsci nella Cuba che resiste
Cuba è colpita non per ciò che fa, ma per ciò che è: una rottura storica con il dominio imperialista, una negazione concreta dell’idea che il capitalismo sia l’unico orizzonte possibile. Come ha affermato con chiarezza il presidente Miguel Díaz-Canel, «Cuba non attacca nessuno. Cuba si difende. È sotto attacco da più di sessant’anni». Questa difesa non è soltanto militare o diplomatica: è una guerra di posizione permanente, combattuta sul terreno economico, culturale, simbolico e sociale. Cuba è nel mirino non per ciò che fa, ma per ciò che rappresenta.
Il bloqueo non è una sanzione: è una guerra economica permanente. Una guerra che colpisce deliberatamente le condizioni materiali di vita del popolo cubano con l’obiettivo politico esplicito di produrre disperazione sociale, frammentazione e restaurazione capitalistica. Ma l’imperialismo continua a scontrarsi con un dato che non riesce a metabolizzare: la coscienza politica di un popolo organizzato. «Non esiste blocco capace di piegare un popolo che ha deciso di essere libero», ha scritto Díaz-Canel. In questa frase è condensata la lezione fondamentale della Rivoluzione cubana: la soggettività collettiva è una forza materiale.
L’attacco simultaneo a Cuba e Venezuela rivela la specificità della fase attuale: l’impero colpisce dove emergono esperienze di cooperazione solidale, pianificazione sociale, integrazione regionale alternativa al mercato globale dominato dal capitale finanziario. È per questo che l’asse Cuba-Venezuela è insopportabile per Washington. Non per una questione ideologica, ma perché dimostra che l’imperialismo non è inevitabile. «Quando un impero è in declino, diventa più pericoloso», avverte Díaz-Canel, indicando la natura reazionaria e aggressiva di un sistema che non riesce più a governare il mondo attraverso il consenso.
Il bloqueo statunitense è un classico strumento di dominio egemonico rovesciato: laddove l’impero non riesce a costruire consenso, tenta di imporre la resa attraverso la fame, la scarsità, l’isolamento. Ma qui l’imperialismo si scontra con un dato che Gramsci aveva ben compreso: quando una classe dirigente rivoluzionaria riesce a trasformarsi in direzione morale e politica, la coercizione non basta. «Non esiste blocco capace di piegare un popolo che ha deciso di essere libero», ricorda Díaz-Canel, indicando che la coscienza collettiva organizzata è una forza materiale.
L’attacco simultaneo a Cuba e Venezuela chiarisce la posta in gioco. L’impero colpisce le esperienze che, pur tra contraddizioni e difficoltà, hanno messo in discussione la sua egemonia nel continente, costruendo pratiche di cooperazione solidale, pianificazione sociale e integrazione alternativa al mercato capitalista globale. È l’asse Cuba-Venezuela a essere intollerabile, perché dimostra che la subordinazione non è un destino. «Quando un impero è in declino, diventa più pericoloso», avverte Díaz-Canel, fotografando perfettamente la fase gramsciana dell’“interregno”, in cui il vecchio muore e il nuovo fatica a nascere.
Cuba resiste perché ha sempre compreso che l’egemonia imperialista non concede spazi neutri. «Nessuno ci dirà cosa fare», scrive in un recente messaggio il presidente cubano, riaffermando una linea che va da Martí a Fidel: la sovranità non è negoziabile. In termini gramsciani, concedere anche il minimo spazio all’imperialismo significa rinunciare alla propria autonomia storica e accettare una funzione subalterna nel sistema mondiale.
La solidarietà con il Venezuela non è un’alleanza contingente, ma una scelta strategica di lungo periodo, un esempio concreto di internazionalismo come costruzione di contro-egemonia. È l’eredità di Fidel e Chávez, che avevano compreso che senza unità dei popoli non esiste possibilità di rovesciare l’ordine dominante. «La nostra forza è l’unità dei popoli», scrive Díaz-Canel, indicando il vero terreno dello scontro: non tra Stati isolati, ma tra un progetto di dominio globale e la costruzione di un mondo multipolare fondato sulla giustizia sociale.
In questa nuova “ora de los hornos”, Cuba incarna pienamente la lezione gramsciana del pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà. La lucidità nell’analizzare i rapporti di forza non si traduce in resa, ma in organizzazione, resistenza, progetto. La Rivoluzione cubana non chiede neutralità – che, come insegnava Gramsci, favorisce sempre l’oppressore – ma schieramento politico e chiarezza teorica.
Cuba resiste perché sa che cedere significherebbe non solo perdere sovranità, ma rompere il filo storico che lega la sua esperienza a tutte le lotte antimperialiste del mondo. E continua a dimostrare che, anche nell’epoca del capitale finanziario globale, la dignità organizzata di un popolo può ancora incrinare l’egemonia dell’impero.
L’ esempio di Fidel Castro e dei suoi compagni di lotta Che Guevara e Chavez
La resistenza di Cuba non è mai stata solo una questione di sopravvivenza economica o di difesa nazionale: è stata, fin dall’inizio, una scelta di civiltà. Fidel Castro lo comprese con lucidità storica quando affermò che la Rivoluzione non poteva essere ridotta a un evento, ma doveva diventare un processo permanente di emancipazione. Contro il bloqueo, contro l’isolamento, contro la guerra economica e simbolica, Cuba ha resistito perché ha scelto di non piegarsi alla logica del mercato come destino e della subordinazione come normalità.
Fidel non è stato soltanto un leader politico, ma un intellettuale organico nel senso gramsciano del termine: capace di leggere i rapporti di forza globali, di interpretare l’imperialismo come sistema e non come accidente, di connettere la sovranità nazionale alla giustizia sociale. La sua lezione resta attuale proprio perché non separa l’indipendenza politica dalla dignità materiale del popolo. Senza sovranità non c’è sviluppo, senza uguaglianza non c’è libertà.
Ernesto Che Guevara ha incarnato la dimensione etica e internazionalista di questa resistenza. Il Che non è una figura romantica da merchandising globale, ma il simbolo concreto dell’uomo nuovo che rifiuta l’accumulazione come fine e la competizione come valore. La sua critica all’economia politica capitalista e la sua concezione della pianificazione socialista come atto morale, prima ancora che tecnico, restano una sfida aperta al pensiero dominante. Il suo internazionalismo non era esportazione ideologica, ma solidarietà tra popoli oppressi.
In questo solco si colloca anche Hugo Chávez, che ha saputo rilanciare nel XXI secolo l’asse bolivariano come progetto politico e culturale. Chávez ha compreso che Cuba non era un residuo del Novecento, ma un laboratorio di resistenza per l’America Latina e per il Sud globale. L’alleanza tra L’Avana e Caracas non fu solo energetica o diplomatica, ma strategica: costruire integrazione contro la frammentazione, cooperazione contro la dipendenza, popolo contro oligarchie.
Cuba resiste perché non ha mai smesso di pensarsi come soggetto storico collettivo. Fidel, il Che e Chávez rappresentano tre momenti di un’unica traiettoria: la lotta contro l’imperialismo come sistema, la difesa della dignità dei popoli, la costruzione di alternative reali al capitalismo globale. È questa continuità politica e morale che oggi, nonostante tutto, continua a inquietare il potere e a parlare ai popoli.
Fonte
07/02/2025
[Reportage] Cuba - Difficoltà e resistenza per un cambiamento che non sia resa
Per le vie dell’Avana le parole di Marco Rubio sul re-inserimento di Cuba nelle liste dei paesi complici del terrorismo risuonano sui telefonini e sulla televisione. Nessuno si stupisce e nemmeno si dispera. Una signora mi dice “abbiamo resistito a cose peggiori rispetto a Trump. Certo oggi la situazione non è facile e lui attaccherà, ma noi andiamo avanti”. I problemi del quotidiano coinvolgono le persone di Cuba in maniera più immediata che la politica internazionale, e la sensazione è che non ci si aspetti mai altro se non tradimenti, aggressioni e violenza. Nonostante questo cubane e cubani sono allegri e accoglienti, sorridono a tutte e tutti, cercano di fare affari, vendere un giornale o una moneta ad 3 pesos del Che. Dal Canada e dagli USA arrivano migliaia di turisti l’anno, l’aeroporto con più voli su Avana è quello di Miami, a dirlo sembra una stranezza ma è così.
La contraddizione è il metodo dell’isola e le narrazioni su Cuba troppo spesso subiscono l’interesse politico che esiste... da una parte quello USA e il sogno di tornare ad avere il controllo dell’isola, dall’altro quello di chi difende senza se e senza ma la revolucion. Mi pare, per come ho visto, conosciuto e attraversato l’isola, che nulla di più distante dalla realtà sia la polarizzazione. Certo ci sono persone che si posizionano nei due estremi ma la maggioranza di coloro che ho incontrato e con cui ho parlato vogliono dei cambiamenti senza perdere le proprie peculiarità e senza diventare un pezzo del mondo occidentale. E così mentre a Remedios manca la luce per 20/21 ore al giorno le persone escono di casa, ridono e ballano al buio, alcuni trovano escamotage per vedere la televisione altri accendono il fuoco per cucinare, ridono, dicono “è così da dopo il Covid”, c’è rassegnazione e si aspetta un cambio. A Trinidad invece è l’autorganizzazione di necessità a rispondere agli “apagon”, generatori e batterie elettriche permettono a bar, locali e ristoranti di tenere le luci accese, non si parla quasi mai di politica e se ci provi le parole sono rarefatte e di necessità. Però sia a Remedios che a Trinidad mi sono sentito dire “questa è Cuba, abbiamo sempre trovato una soluzione e la troveremo ancora. Non devono arrivare persone da fuori a dirci che fare”.
Difficoltà e resistenza convivono, l’unicità e la dignità di sapersi diversi e diverse è forte. Jose Martì è un simbolo, la tardiva indipendenza dalla Spagna è un lascito che l’ingerenza degli Stati Uniti hanno trasformato in incubo. La rivoluzione che ha attraversato e vinto nel paese nella metà degli anni ’50 del secolo scorso ha immerso il suo sacrificio nella voglia di libertà ed indipendenza. Libertà ed indipendenza sono ancora parole importanti, e hanno certo significato diverso visto che, nonostante l’avvento di internet, la libertà di espressione non è così garantita a Cuba. Però certamente la situazione è in evoluzione ed è come tutto complessa, non c’è la caccia al giornalista e neppure la possibilità di dire e scrivere ciò che si vuole, neppure per chi è straniero ma vive l’isola. Lo scontro narrativo è ciò che mi sono trovato dinanzi arrivando all’Avana lo scorso 22 di gennaio, un raro giorno di pioggia nella stagione secca.
Girano voci che sull’isola non ci siano cibo o carburante, la verità è che cibo e carburante ci sono se paghi in dollari o euro, e se sei nei circuiti turistici e privati (anche se un privato vero e proprio non esiste a Cuba ed è tutto partecipato dallo Stato). Se vai a prendere un caffè all’Avana, in un bar statale, lo paghi dai 40 ai 60 pesos (1 euro oggi è cambiato per strada 320 pesos, il cambio ufficiale poco più di 120) ma non trovi latte e zucchero ad accompagnarlo. Il bar di fianco, Particular, ha tutto ma il caffè può costare dai 300 ai 700 pesos. È tutto così, uno scontro quotidiano. L’apertura al mercato misto pubblico/privato ha portato ossigeno in un primo momento all’economia cubana ma poi ha generato uno iato sempre maggiore tra chi lavora in “proprio” con il turismo e chi no. Gli stipendi del “pubblico” sono bassissimi, un medico prende 7000 pesos al mese, e il sistema de la “Libreta” che seppe rispondere al bloqueo USA e al Periodo Especial garantendo cibo e vestiti, oggi non regge più.
Cubane e cubani sanno benissimo che due dei lasciti della revolution, istruzione e sport, sono per loro occasioni. Chi migra lo fa dopo essersi laureato o essersi allenato, quando vanno all’estero arrivano qualificati: medici, musicisti, sportivi di prim’ordine e spesso riescono a essere ben pagati per fare il lavoro che hanno imparato a fare a Cuba dove non trovano la possibilità di realizzarsi. Ma c’è chi rimane perchè non vuole rassegnarsi all’idea che dove è nato non possa fare ciò che vuole e c’è anche chi non va via perchè si sente fedele alla rivoluzione, a dirmelo è una ragazza, 30enne a Vinales. Oggi chi prende seriamente in considerazione di andarsene, giovane, dall’isola e sfruttare il suo piano di studi altrove lo fa grazie a leggi, come quella di Zapatero in Spagna, che rendono meno difficile uscire dall’isola. Se all’Avana questo si vede meno quando esci e vai a occidente o oriente il “buco” generazionale è evidente.
Nonostante questi e altri problemi, sull’isola la voglia di rivendicarsi come cubani e cubane è fortissima, c’è identità e dignità, anche se la paura esiste e si vede. Solo fino a pochi anni fa si viveva in maniera totalmente diversa, e non c’erano tutte queste persone, soprattutto bambini, che chiedono l’elemosina. Anche se un signore che racconta la battaglia di Santa Clara perché faceva parte della colonna del Che ricorda che la “moda” di chiedere caramelle e shampoo agli stranieri arriva direttamente dal “periodo especial”, dagli anni ’90, quando davvero, dopo la caduta dell’URSS, per mesi a Cuba mancarono molte cose. Oggi invece non sono ripartite in maniera uguale.
L’assenza di Fidel, gigante della politica, è enorme. Forse nemmeno Fidel avrebbe trovato le soluzioni ma certamente ci avrebbe messo la faccia. Una ragazza mi dice “ma ti pare che Fidel avrebbe fatto come Diaz-Canel che quando la gente protestava per il pane ha invitato il popolo a scendere in strada per difendere la rivoluzione? No Fidel sarebbe sceso in piazza lui, e avrebbe affrontato chi manifestava con il pensiero di abbattere la rivoluzione e parlato con chi aveva fame”. Me lo racconta in un ristorante dell’Avana, con il generatore che da corrente, me lo dice arrabbiata e aggiunge “ed io non sono mai stata acritica neppure con Fidel”. Fidel teneva assieme Cuba, si faceva vedere, ho raccolto racconti di decine e decine di persone che mi hanno confessato “quel giorno ero nel palazzo del governo, ad un certo punto è arrivato Fidel. Si è messo da parte e ascoltava, ascoltava tutti”. Pare così, pare che non ci fosse riunione a cui Fidel non mettesse l’orecchio. C’è chi lo piange, c’è chi lo critica, ma non c’è chi non lo rispetti. Con la sua morte sono finiti i momenti di massa e collettivi che tenevano assieme le generazioni. Fidel morendo ha decretato che non ci fosse il culto della sua personalità, non ci sono statue, non ci sono poster, ed è vietato commercializzare la sua immagine.
Anche per Camilo Cienfuegos è così, il terzo grande leader della rivoluzione, morto troppo presto per dire la sua. Di Camilo c’è il volto in Plaza de la Revolution, a pochi metri da quello del Che che invece impazza nelle magliette e nelle calamite, in tutta l’isola. Cuba è un’isola magnifica, una riserva dalle uova d’oro per il capitalismo internazionale, tanto che alberghi e imprese turistiche si stanno posizionando aprendo in collaborazione con lo stato luoghi dai Cajos all’Avana. Ora la speculazione non è consentita totalmente per il controllo statale, ma sono lì per quello. Me lo confida il responsabile di un hotel 6 stelle a Cajo Santa Maria Cuba. Mi dice “quando il comunismo sarà sconfitto qui diventeremo ricchi. Con il potenziamento dell’aeroporto faremo viaggi quotidiani per USA e Canada. Venderemo pacchetti per il fine settimana, altro che Miami”.
Obama, cercando di allentare le misure anti-Cuba, aveva in testa di abbattere Castro senza violenza, accrescendo le differenze che il mercato misto stava generando, accelerando un processo di corruzione dei valori e della storia, infestando Cuba con dollari, finta-amicizia, e cercando così di conquistarla. La stupidità statunitense e le ritrosie culturali non gli hanno lasciato spazio, e dall’altra parte Fidel, pur avendo lasciato la presidenza di Cuba, aveva colto la postura subdola del nobel per la pace, e si era opposto. Ma quel processo non è terminato e l’assenza di una classe politica cubana all’altezza della storia non sta trovando le soluzioni necessarie per rispondere all’offensiva in atto. L’avvicinamento all’URSS voluto da Castro ha travolto il sogno rivoluzionario dei “barbudos” ed è stato un qualcosa che oggi definiremmo real politik, Cuba si era messa in mezzo tra USA e URSS ma l’aggressione statunitense e il bloqueo spinsero Castro verso Mosca. Una mossa che ruppe il processo continentale di de-colonizzazione, diede impulso economico all’isola, costrinse Cuba nel campo “campista” e iniettò forza economica all’isola. Si trasformò in dipendenza per l’incapacità, duole dirlo, di usare quei soldi per costruire un sistema di produzione agricola e industriale capace di garantire indipendenza. Uno dei grossi errori di quell’enorme generazione, assieme a quello di non aver alimentato una cultura politica florida, una classe politica brillante, e una società civile critica ma non nemica. I due grandi errori che non erodono l’unicità del “caimano ribelle”, di un sogno grandioso che ha permesso e permette a Cuba di essere un posto vivo e sicuro, un posto dove la solidarietà esiste e si respira, dove nonostante la drammatica situazione non vedi gente morire di fame o dormire per strada.
Non è elogio di un qualcosa che si è perso o forse non è mai voluto essere ma il riconoscimento di un qualcosa che grazie ad una rivoluzione, che dobbiamo riconoscere è sempre e solo un momento e poi si trasforma in norma, ha permesso di scrivere una storia totalmente diversa da quella di ogni altro paese del Latino America. Se la politica cubana saprà ascoltare, aprirsi, accettare gli errori, mettersi in discussione, e mettere mano al presente, insomma rivoluzionare il percorso che ad oggi è arrivato acciaccato mi pare di cogliere che c’è un popolo pronto a vedere cosa succede e salvarsi ancora e salvare non solo loro. Forse è la speranza che mi guida a scrivere questo, ma una speranza che si alimenta con l’energia positiva che non pensavo di trovare in un contesto tanto difficile.
28/03/2023
Un saluto a Gianni Minà, testimone della storia
Indubbiamente nelle corde di Gianni Minà c’era un rapporto speciale con Cuba, con Fidel Castro e con lo straordinario esperimento politico e sociale dell’isola ribelle.
Questa sensibilità gli era costata l’epurazione dalla Rai che pure a Gianni Minà doveva molto in termini di qualità e contributi apportati.
Gianni Minà aveva scoperto e cominciato ad amare Cuba attraverso lo sport e le storie di sportivi cubani come Teofilo Stevenson e Alberto Juantoreno. Ma è stato anche il giornalista con cui Mohammed Alì amava cenare e discutere.
Gianni Minà ha dedicato molto a Cuba e all’America Latina. La rivista da lui fondata, Latinoamerica, è stata un laboratorio prezioso delle vene aperte e delle energie di un continente che, grazie alla resistenza impossibile ma reale di Cuba, ha cominciato a scrollarsi di dosso la garrota dell’imperialismo statunitense in quello che per un più di un secolo gli Usa hanno considerato il loro cortile di casa.
I cambiamenti intervenuti in questi venti anni in America Latina sono stati motivi di orgoglio per chi, come Minà, aveva scommesso molto sulla capacità di riscatto della Nuestra America.
In questi anni abbiamo avuto molte occasioni di incontro e collaborazione con Gianni Minà.
Chi scrive chiede il permesso di riportare un episodio personale. Ci eravamo conosciuti quando a Cuba erano i tempi durissimi del periodo especial nei primi anni Novanta.
L’accanimento ostile contro Cuba non allignava solo negli Stati Uniti. Anche in Italia c’erano giornalisti e forze politiche che avrebbero gioito della sconfitta della Rivoluzione Cubana.
Un pomeriggio arriva una telefonata di Gianni Minà: “Devi andare ad una trasmissione a Sky, io non posso”. Quando? “Tra un’ora e mezza”. Superato il panico, così su sue piedi ti ritrovi negli studi di Sky per un dibattito su Cuba, curato allora da Stefano Formigli, che somigliava però ad una “imboscata”.
C’erano infatti il giornalista del Corriere della Sera Francesco Battistini, espulso tre giorni prima da Cuba, il radicale (ex Prima Linea) Sergio D’Elia e la figlia d Fidel Castro che vive a Miami e che odia il padre. Una compagnia di giro apertamente ostile. Ce la siamo cavata egregiamente e il riconoscimento di Gianni Minà sull’efficacia della “supplenza” fu indubbiamente gratificante. Così come poter scrivere talvolta sulla rivista Latinoamerica.
Gianni Minà lascia un buco enorme sia nel giornalismo indipendente sia nella diffusione controcorrente dei cambiamenti intervenuti a Cuba e in America Latina.
Sia il giornalismo che la solidarietà internazionalista gli devono molto.
Ciao Gianni, che la terra ti sia lieve.
Qui di seguito alcuni messaggi per ricordare Gianni Minà
Apprendiamo adesso con grande dolore che il grandissimo nostro fratello, amico e compagno Gianni Minà ci ha lasciato fisicamente, ma vivrà sempre nei nostri cuori e nella mente dei poveri, degli umili e di chi continuerà anche in suo nome a pensare e costruire una società di giusti, di uguali e di uomini liberi.
Quante lotte insieme, quante battaglie per le idee che continueremo con lui e per lui.
Cara Loredana,
Ti vogliamo un mondo di bene,
Rita Martufi e Luciano Vasapollo
CIAO GIANNI
Una volta chiedo a Gianni se gli va di presentare un suo documentario in una piccolissima rassegna. Dovrebbe venire al teatro del Quarticciolo che a quel tempo era diretto da Veronica Cruciani. Non c’è una lira e non possiamo pagargli un taxi, ma nemmeno dirgli di venire con la sua macchina. Così mi offro io.
A quel tempo avevo un vecchio furgone rosso che qualche settimana dopo è stato rottamato. Per fortuna quella sera non pioveva perché dalla parte del passeggero la guarnizione era secca ed entrava acqua.
Visto che si presta per questo incontro mi prendo la libertà di invitarlo ancora. Mi dice che viene con la regista Loredana Macchietti che poi è sua moglie. La persona che ha lavorato con lui per tanti anni. Mi dice pure che per quanto riguarda l’automobile sono autonomi.
Sarà perché s’aspettava di rimontare su un furgone scassato? Bo. Non credo. Mi sa che in giro per il mondo gli sarà capitato di peggio. Ma visto che non sono riuscito a organizzargli nemmeno il trasporto mi offro di portarli a cena.
Chi conosce il Quarticciolo sa che non è proprio come Trastevere. Non ci sono molti ristoranti esclusivi. Non ci sono molti ristoranti e basta. Vicino al teatro ce n’è uno. La specialità è una quaglia cotta al forno con una ciriola spaccata in due, olive e funghi.
“Se vuoi ci spostiamo verso il centro” dico.
Ma a lui piace l’idea che ci facciamo due passi e restiamo in borgata.
Lui che ha conosciuto Fidel Castro, Robert De Niro, il Subcomandante Marcos, Garcia Marquez, Muhammad Ali, i Beatles, Maradona, Sepulveda... quella sera ha incontrato anche il Quagliaro del Quarticciolo.
C’eravamo conosciuti proprio a cena una decina di anni prima. A casa sua. Dalla prima volta Gianni e Loredana mi hanno fatto sentire a casa. Forse questo è il loro segreto, che poi non è un segreto.
È solo umanità.
E anche tutti quei racconti di Gianni sembravano incontri con gente qualsiasi.
Castro è uno conosciuto in vacanza.
De Niro è l’attore del teatro parrocchale.
Muhammad Ali è il pugile della palestra popolare.
Tutta gente di casa.
Tutto il mondo un condominio.
Tutta la vita un viaggio.
Ascanio Celestini
Fonte
12/05/2021
Cambiamenti a Cuba
Molti assicuravano che, poiché ogni rivoluzione di solito inizia e finisce con colpi di cannone, il meglio che potesse accadere a quella cubana era che Fidel Castro si arrendesse in anticipo per diminuire i morti. Il quotidiano spagnolo El País, ha esortato La Moncloa ad aiutare l’ipotetico governo de L’Avana che ne sarebbe derivato, “per la sua integrazione nella comunità occidentale, a cui Cuba appartiene per storia e per diritto proprio; cercando così di alleviare le conseguenze di una transizione travagliata ed evitando i toni violenti di odio e vendetta che si potrebbero manifestare ”.
Insulto a parte – quello della nostra rinuncia a essere occidentali – hanno dovuto aspettare tre decenni prima che avvenga quella che alcuni chiamano la transizione, senza il risultato tanto atteso. La cosiddetta “generazione storica”, quella dei “barbudos” della Sierra Maestra, si è limitata pochi giorni fa a lasciare gli incarichi politici che occupavano, senza conseguenze se non il lungo applauso dato dai delegati e ospiti all’8º Congresso del Partito Comunista di Cuba, in un gesto di gratitudine. “Nulla mi obbliga a questa decisione, ma credo ardentemente nella forza e nel valore dell’esempio e nella comprensione dei miei compatrioti e che nessuno ne dubiti, finché vivo sarò pronto, con il piede nella staffa, a difendere la Patria, la Rivoluzione e il Socialismo”, ha detto Raúl Castro il 16 aprile, annunciando che stava terminando il suo mandato come Primo Segretario dell’organizzazione del partito.
Nessuna violenza, nessun odio, nessuna vendetta. Quando si tratta di Cuba, la storia ha calpestato gli iettatori che predicevano un Muro di Berlino tropicale. Raúl Castro dice addio parlando non solo di socialismo, ma della necessità di reinventarlo e di essere disposto ad applicare correzioni ed esperimenti. Il presidente Miguel Díaz-Canel, che gli succede, aggiunge che è necessario connettersi con la società e rafforzare una democrazia con il cognome socialista, “legata alla giustizia e all’equità sociale, al pieno esercizio dei diritti umani, alla rappresentanza e partecipazione effettiva della società nei processi economici e sociali in atto ... Tutto questo in un ambiente sempre più libero dai pesi della burocrazia, dell’eccessivo centralismo e dell’inefficienza”.
Si tratta sicuramente di costruire un nuovo edificio sulle fondamenta di un impegno storico esemplare, anche se chi ha passato la vita a presagire il fallimento della Rivoluzione cubana non lo vuole ammettere. Quando la battezzò, Fidel Castro la descrisse come socialista, democratica, degli umili, con gli umili e per gli umili. Non era una frase retorica. Lo disse per strada, davanti a una folla di persone armate e determinate a combattere un’invasione da parte del governo degli Stati Uniti e dei suoi mercenari, il 16 aprile 1961.
Come riconosciuto dallo scrittore spagnolo Manuel Vázquez Montalbán, il peggio di Cuba non è stato il fatto di essere sola, la cosa peggiore è stata essere circondata, anche se con la chiaroveggenza di scommettere sul socialismo, senza le malformazioni politiche ed economiche dell’Europa intramurale.
A proposito, un grande teorico marxista, Francisco Fernández Buey, ha classificato come “politici ipocriti” coloro che hanno impedito la costruzione del socialismo in Europa dell’Est e in seguito si sono lamentati che si sia sviluppata una mostruosità. E aggiunge: “In un tale contesto, il discorso coraggioso di Castro ha per me il valore della coerenza morale ... L’unico modo per sapere se Cuba sarebbe potuta diventare socialista nel senso originario del termine, o se lo può ancora diventare, è pensare nell’ipotesi se gli fosse stato permesso ciò che la maggior parte delle persone voleva quando ha fatto la rivoluzione. Ma sappiamo che non glielo hanno lasciato fare, né glielo lasciano fare”.
E poi l’era “post-Castro” è arrivata senza i cataclismi annunciati. Il rinnovamento avviene da anni davanti agli occhi del mondo, con pazienza e tattiche astute che hanno contribuito a sgrovigliare le qualità e le capacità della gente comune.
Non è solo che i guerriglieri non sono più nominalmente nel Partito che ha condotto la politica nazionale, ma che la generazione che dirige il destino del Paese è nata dopo il 1959 e si esprime anche in termini femminili. L’età media dei suoi leader è ora di 42,5 anni. Il 54,2% di coloro che ricoprono responsabilità sono donne e il 47,7%, afroamericani e mulatti. Sono 75 le prime segretarie dei comitati comunali e distrettuali (42%). L’intera struttura del potere politico e governativo è cambiata, ma non il suo cammino.
La vera scommessa per Cuba non è cambiare, ma dare un senso a quella parola e continuare a navigare in una situazione di continua emergenza. I becchini si stancheranno di alzare la pala?
Fonte
18/04/2021
Cuba - Il passaggio di consegne di Raùl Castro
Come si può leggere, non si è trattato di un discorso di circostanza, ma di una relazione dettagliata dello stato cui è giunto il processo di costruzione di una società socialista, senza tacere i limiti, i problemi, i successi e l’impegno.
Una lezione per chiunque intenda affrontare il compito del “cambiamento” come un problema concreto, che richiede tempi ed esperienze, tentativi e correzioni di rotta. Non un “desiderio” astratto e, come tale, sempre insoddisfatto.
Rapporto centrale all’8° Congresso del Partito Comunista di Cuba
Compagni:
L’apertura dell’ottavo Congresso del Partito avviene in una data epocale nella storia della nazione: il 60° anniversario della proclamazione da parte del Comandante in Capo Fidel Castro Ruz del carattere socialista della Rivoluzione, il 16 aprile 1961, al commiato del lutto per i morti del giorno prima nel bombardamento delle basi aeree, preludio all’invasione mercenaria di Playa Giron, organizzata e finanziata dal governo degli Stati Uniti come parte dei piani per schiacciare l’esempio della Rivoluzione cubana e reimporre il dominio neocoloniale sull’Isola, con la complicità dell’Organizzazione degli Stati Americani.
Pensiamo di concludere il Congresso lunedì prossimo, 19 aprile, quando commemoreremo anche il 60° anniversario della vittoria sulla spedizione mercenaria, ottenuta in meno di 72 ore dai combattenti dell’Esercito Ribelle, dalla polizia e dai miliziani che, sotto la guida personale del compagno Fidel, non diedero un attimo di tregua agli invasori e versarono il loro sangue per la prima volta in difesa del socialismo.
I clamorosi colpi inferti dalla Sicurezza dello Stato ai gruppi controrivoluzionari, che agivano come quinta colonna all’interno del paese, hanno favorito il trionfo sui piani del nemico.
L’invasione di Playa Girón, effettuata sotto il mandato di un presidente democratico, faceva parte del “programma di azioni segrete contro il regime castrista”, messo in atto dal presidente Eisenhower, repubblicano, che prevedeva la creazione di un’opposizione unificata a Cuba, la guerra psicologica, piani per assassinare i principali leader rivoluzionari, specialmente Fidel, il sabotaggio di obiettivi economici e azioni terroristiche nelle città, la promozione di bande armate controrivoluzionarie che massacravano contadini, operai e giovani che partecipavano alla gloriosa campagna di alfabetizzazione.
Non dimenticheremo mai i 3.478 morti e i 2.099 mutilati e invalidi, vittime del terrorismo di Stato applicato contro il nostro paese.
Teniamo l’Ottavo Congresso due anni dopo la proclamazione della Costituzione della Repubblica il 10 aprile 2019, un secolo e mezzo dopo la prima Costituzione Mambo a Guáimaro.
L’approvazione della Costituzione richiede l’aggiornamento di una buona parte delle leggi e delle altre disposizioni legali che sviluppano i suoi precetti, per cui l’Assemblea Nazionale del Potere Popolare ha approvato il corrispondente calendario legislativo, che viene rispettato.
Nel periodo da aprile 2019 a oggi, il Parlamento cubano ha approvato undici leggi allo scopo di assicurare il funzionamento e l’organizzazione delle principali strutture dello Stato e del governo. Da parte sua, il Consiglio di Stato ha emesso 33 decreti legge.
La direzione dello Stato e del governo ha adottato una serie di decisioni volte a rafforzare la capacità legislativa con la partecipazione di istituzioni, università e vari centri di ricerca.
Il Rapporto Centrale che vi presento oggi è stato precedentemente approvato dall’Ufficio Politico.
In questa occasione, considerando le restrizioni che ci impone il confronto con la pandemia COVID-19, il numero di delegati al Congresso è stato limitato a 300, proposti dalla base ed eletti democraticamente in rappresentanza degli oltre 700.000 militanti, integrati in circa 58.000 nuclei.
In queste circostanze straordinarie stiamo tenendo l’Ottavo Congresso, adempiendo il 17° obiettivo approvato nella Prima Conferenza Nazionale del Partito, che ha stabilito la periodicità di cinque anni per la celebrazione del grande evento del Partito, salvo in caso di minaccia di guerra, gravi disastri naturali e altre situazioni eccezionali.
Non siamo in tempi normali, tutt’altro, ma siamo giunti alla conclusione che non solo era possibile ma anche necessario tenere il nostro Congresso nella data prevista.
Siamo arrivati a questo grande evento con un aumento di 27.000 iscritti al partito, segno che il declino che era stato evidente dal 2006 si è fermato.
Questo risultato incoraggiante è stato caratterizzato nonostante le perdite causate da morti, disattivazioni di iscrizioni e le sanzioni esterne applicate. È anche incoraggiante il fatto che in media più di 39.400 nuovi militanti si sono iscritti ogni anno, un terzo dei quali provenienti dalle file della Lega dei Giovani Comunisti.
Tuttavia, non possiamo ignorare che, in linea con le tendenze demografiche della nazione, l’età media dei membri del nostro partito sta aumentando, il 42,6% di loro ha più di 55 anni.
Allo stesso tempo, c’è stato un costante aumento del numero di membri della Lega dei Giovani Comunisti, che trae la sua adesione dalla massa degli studenti e dei giovani lavoratori; tra questi ultimi, la priorità è stata data ai contadini, ai lavoratori agricoli e ad altri importanti settori dell’economia, per i quali esiste un potenziale non sfruttato che potrebbe servire come prezioso contributo alla futura crescita del Partito.
Una menzione speciale merita la lotta contro la pandemia secondo il piano nazionale approvato dall’Ufficio Politico il 30 gennaio 2020, che è stato aggiornato e arricchito con le esperienze accumulate nelle diverse tappe.
Questo piano include azioni intersettoriali con l’integrazione delle agenzie dell’Amministrazione Centrale dello Stato, le organizzazioni di massa e la partecipazione attiva della gente, specialmente dei giovani. La sua principale forza è la volontà politica di occuparsi della salute della popolazione.
L’attuazione di questo piano ha dimostrato che è possibile controllare l’epidemia seguendo i protocolli stabiliti, fornendo un’attenzione differenziata ai gruppi vulnerabili, la ricerca attiva dei casi, così come l’isolamento dei sospetti e dei contatti, l’ospedalizzazione e il trattamento preventivo e terapeutico con farmaci innovativi prodotti dall’industria farmaceutica e biotecnologica cubana, sorta sotto la direzione personale del Comandante in Capo.
I risultati raggiunti sono possibili solo in una società socialista, un sistema sanitario universale libero e accessibile con professionisti competenti e impegnati; tuttavia, negli ultimi mesi c’è stata un’epidemia mondiale, dalla quale Cuba non è esclusa, come risultato, tra le altre ragioni, dell’allentamento del rispetto delle misure stabilite.
La risposta del paese al COVID-19 è stata caratterizzata dal contributo di scienziati ed esperti nello sviluppo di ricerche e innovazioni, con l’introduzione immediata dei loro risultati finalizzati alla prevenzione, diagnosi, trattamento e riabilitazione dei pazienti.
Stiamo lavorando intensamente sulle prove cliniche di cinque candidati vaccini che potrebbero servire per immunizzare l’intera popolazione cubana e contribuire alla salute di altre nazioni. Questi risultati, come ho già espresso in altre occasioni, fanno crescere ogni giorno la mia ammirazione per Fidel (Applausi).
L’ottavo Congresso concentrerà il suo lavoro sull’analisi dei risultati del lavoro di tre commissioni nominate dall’Ufficio Politico.
Il primo, presieduto dal primo ministro Manuel Marrero Cruz, si occuperà dei risultati economici e sociali raggiunti dallo svolgimento del Settimo Congresso fino ad oggi e le proiezioni per continuare ad avanzare nello sviluppo del paese, la valutazione del processo di attuazione dal Sesto Congresso delle linee guida della politica economica e sociale del Partito e la rivoluzione, e la proposta di aggiornarli e la concettualizzazione del modello economico e sociale cubano, così come lo stato di adempimento della Strategia Economico-Sociale per la promozione dell’Economia e il confronto della crisi mondiale causata da COVID-19.
La seconda commissione, diretta dal compagno José Ramón Machado Ventura, secondo segretario del Comitato Centrale, valuta l’adempimento della risoluzione approvata dal Settimo Congresso sugli obiettivi di lavoro della Prima Conferenza Nazionale, tenutasi nel gennaio 2012, relativi al funzionamento del Partito, l’attività ideologica e il legame con le masse, così come le proiezioni per perfezionare il lavoro del Partito nelle circostanze attuali e future.
Infine, la terza commissione, diretta dal presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, presenta una valutazione della situazione della politica dei quadri del Partito, della Lega dei Giovani Comunisti, delle organizzazioni di massa, dello Stato e del Governo, così come del ruolo del Partito nel raggiungimento di risultati superiori.
I documenti che presentiamo oggi al vostro esame, frutto del lavoro di queste tre commissioni, sono stati precedentemente discussi nei comitati provinciali del Partito e nei consigli di governo di quel livello, con la partecipazione dei primi segretari del Partito, dei dirigenti delle organizzazioni di massa e dei quadri amministrativi dei comuni, così come nei consigli di direzione delle agenzie dell’Amministrazione Centrale dello Stato e nei dirigenti nazionali delle organizzazioni di massa e della Lega dei Giovani Comunisti.
Come risultato di queste discussioni, sono stati fatti cambiamenti significativi che hanno arricchito il suo contenuto. Più recentemente, sono stati sottoposti all’esame dei delegati al Congresso raggruppati nelle rispettive delegazioni provinciali.
Senza pretendere di coprire tutte le questioni incluse nel lavoro delle suddette commissioni, ne passerò brevemente in rassegna alcune.
Si è già detto che lo sviluppo dell’economia nazionale, insieme alla lotta per la pace e la fermezza ideologica, costituiscono le principali missioni del Partito.
Negli ultimi cinque anni, l’economia cubana ha dimostrato resistenza di fronte agli ostacoli posti dall’intensificazione del blocco economico, commerciale e finanziario degli Stati Uniti, il che ha permesso di conservare le principali conquiste della Rivoluzione nei settori della salute pubblica, dell’educazione e della sicurezza sociale, senza rinunciare agli obiettivi di sviluppo stabiliti e all’appoggio solidale ad altre nazioni.
Ci sono ancora effetti negativi associati all’eccessiva burocrazia, allo scarso controllo delle risorse, causa e condizione per eccellenza del dannoso fenomeno della corruzione e di altre illegalità che limitano l’aumento della produttività e dell’efficienza. I problemi strutturali del modello economico, che non fornisce sufficienti incentivi al lavoro e all’innovazione, non hanno cessato di essere presenti.
Per trasformare irreversibilmente questo scenario, è necessario rendere più dinamico il processo di aggiornamento del modello economico e sociale, in modo da promuovere un’adeguata combinazione del carattere centralizzato della pianificazione con la necessaria autonomia e decentralizzazione nei livelli intermedi e di base del sistema imprenditoriale e dei governi locali.
È anche necessario consolidare il processo d’investimento, sulla base della sua completezza, senza spazio per pasticci e improvvisazioni, per migliorare la produttività e l’efficienza delle prestazioni del settore statale dell’economia nelle aree che determinano lo sviluppo del paese, rendendo più flessibili e istituzionalizzate le forme di gestione non statali.
Recentemente, l’ambito delle attività di lavoro autonomo è stato significativamente ampliato da 127 attività permesse a più di 2.000. Questa decisione, accolta con entusiasmo dall’opinione pubblica nazionale ed estera, è stata, come era prevedibile, messa in discussione pochi giorni dopo e definita insufficiente da coloro che sognano la restaurazione capitalista del paese e la privatizzazione massiccia della proprietà popolare dei principali mezzi di produzione.
Senza che noi nemmeno abbiamo attuato questa importante decisione, è stato richiesto l’esercizio privato di alcune professioni, mentre altre non sono permesse. Sembrerebbe che l’egoismo, l’avidità e il desiderio di redditi più alti stiano incoraggiando alcune persone a desiderare l’inizio di un processo di privatizzazione che spazzerebbe via le fondamenta e l’essenza della società socialista costruita in più di sei decenni.
Lungo questo percorso, anche il sistema educativo nazionale e il sistema sanitario pubblico, entrambi gratuiti e universalmente accessibili a tutti i cubani, verrebbero smantellati in un breve periodo di tempo.
Altri, sperando di far esplodere il principio socialista del monopolio statale sul commercio estero, hanno chiesto l’autorizzazione delle importazioni commerciali private per stabilire un sistema non statale di commercio interno.
Sono questioni che non possono prestarsi alla confusione, tanto meno all’ingenuità dei quadri dirigenti e dei membri del Partito. Ci sono limiti che non possiamo superare perché le conseguenze sarebbero irreversibili e porterebbero a errori strategici e alla distruzione stessa del socialismo e quindi della sovranità e dell’indipendenza nazionale.
Quando parlo di questi argomenti, ricordo ciò che disse il Comandante in Capo della Rivoluzione Cubana alla chiusura del VI Congresso della Lega dei Giovani Comunisti il 4 aprile 1992: “Senza fermezza, senza determinazione, senza uno spirito coerente, la Rivoluzione non avrebbe nemmeno trionfato, perché chi fa concessioni, chi cede, chi si ammorbidisce, chi tradisce, chi tradisce, non arriva mai a nulla” (Applausi).
Non si può mai dimenticare che la proprietà di tutto il popolo dei mezzi fondamentali di produzione è la base del potere reale dei lavoratori.
Il sistema delle imprese statali si trova di fronte alla sfida di dimostrare nella pratica e consolidare la sua posizione come forma dominante di gestione nell’economia. Questo non è qualcosa che si può ottenere per decreto, è una condizione essenziale per la sostenibilità della società socialista, quindi è inevitabile provocare uno scuotimento delle strutture aziendali dall’alto verso il basso e viceversa, che bandisca definitivamente l’inerzia, il conformismo, la mancanza di iniziativa e la comoda attesa di istruzioni dai livelli superiori.
Dobbiamo cambiare le vecchie cattive abitudini e sviluppare tratti imprenditoriali e proattivi nella gestione delle nostre aziende e stabilimenti, che ogni giorno funzioneranno con maggiore autonomia, perseguendo produzioni più elevate con maggiore efficienza.
Tutto questo è facile da dire, il difficile, ma non impossibile, è materializzare e consolidare il cambiamento. È necessario cementare un vero cambiamento di mentalità per difendere l’aumento della produzione nazionale, soprattutto di alimenti, per bandire la dannosa abitudine di importarli e per generare esportazioni diversificate e competitive.
Senza smettere di aspirare e lavorare per livelli più alti di soddisfazione dei nostri bisogni, dobbiamo abituarci a vivere con quello che abbiamo e non pretendere di spendere più di quello che siamo in grado di generare in reddito.
Fare diversamente è un errore che abbiamo già fatto e che non dobbiamo ripetere. Non dobbiamo dimenticare che il risparmio è il reddito più rapido e sicuro a nostra disposizione.
Il settore del turismo internazionale, in costante crescita fino al 2018, ha subito un calo nel 2019 a causa delle misure adottate dall’amministrazione statunitense, oltre agli effetti devastanti della pandemia globale di COVID-19.
Nonostante questo, abbiamo approfittato della chiusura della maggior parte degli stabilimenti per fare manutenzione e migliorare le strutture alberghiere, in modo che quando l’attività turistica riprenderà possiamo offrire un servizio di qualità superiore. Siamo ottimisti e fiduciosi che questo settore non solo si riprenderà, ma continuerà a svilupparsi a beneficio di tutta la nostra popolazione.
Il modello economico e sociale di sviluppo socialista ci impone di avere una capacità sufficiente per regolare il mercato, con la massima armonia possibile, attraverso l’uso di metodi indiretti, sempre meno amministrativi. È necessario fare in modo che le richieste insoddisfatte della nostra popolazione costituiscano un incentivo per i produttori nazionali, basato sull’uso efficiente e razionale delle risorse materiali e finanziarie (Applausi).
Questi sono gli scopi perseguiti dalla Strategia Economico-Sociale per rilanciare l’economia e affrontare la crisi mondiale causata dalla COVID-19, approvata dai più alti livelli del Partito e del Governo.
Non è ozioso ribadire che le decisioni in economia non possono in nessun caso generare una rottura con gli ideali di giustizia e uguaglianza della Rivoluzione e tanto meno indebolire l’unità del popolo intorno al suo Partito, che difenderà sempre il principio che a Cuba non sarà mai permessa l’applicazione di terapie d’urto contro gli strati più poveri della popolazione e quindi nessuno sarà lasciato inerme.
Nonostante l’aggravarsi delle tensioni sull’economia nazionale, questa è un’occasione appropriata per ringraziare molti dei nostri creditori per la loro disponibilità a ristrutturare i debiti scaduti e allo stesso tempo per assicurare loro la nostra volontà di riprendere l’adempimento dei nostri impegni finanziari internazionali mentre iniziamo la ripresa dell’economia.
Allo stesso modo, ratifichiamo la decisione di garantire i depositi bancari in valuta liberamente convertibile e in pesos cubani, così come il contante nelle mani della popolazione e delle persone giuridiche straniere e nazionali.
La situazione estrema di mancanza di liquidità ci ha costretti a reintrodurre le vendite in moneta liberamente convertibile in una parte del commercio al dettaglio e più tardi nel commercio all’ingrosso.
Questa misura necessaria aveva lo scopo iniziale di assicurare la presenza sul mercato interno di una serie di assortimenti che negli ultimi cinque anni erano scomparsi dall’offerta statale, lasciando spazio all’attività illegale di acquisto all’estero e di rivendita di questi articoli a tassi di profitto molto elevati.
Già sotto gli effetti del COVID-19, le vendite in moneta liberamente convertibile sono state estese ad altri prodotti, compresi quelli alimentari, con lo scopo di incoraggiare le rimesse che i cittadini cubani all’estero inviano ai loro parenti nel territorio nazionale.
Inoltre, il governo ha assicurato l’assegnazione di una quantità considerevole di valuta estera per garantire la sostenibilità della fornitura in pesos cubani di un piccolo gruppo di prodotti alimentari di base, di igiene e di igiene personale, e sta lavorando per ristabilire la presenza di fornitori nazionali in questo mercato.
Credo che si debba sottolineare che, a causa di un’inadeguata politica di comunicazione sociale e della pubblicazione di approcci errati in diversi nostri mezzi di stampa, si è generata una certa confusione tra alcuni quadri dirigenti che si sono scagliati contro la presunta disuguaglianza derivante da queste vendite e hanno preteso che tutto il commercio interno del paese ritorni sul libretto di approvvigionamento.
Con il passare dei mesi e gli interventi pubblici del Presidente della Repubblica, del Primo Ministro e di altri responsabili del governo, è diventato chiaro che le vendite in moneta liberamente convertibile sono necessarie e che dureranno per tutto il tempo necessario per recuperare e rafforzare l’economia e garantire così la convertibilità reale della moneta nazionale.
In mezzo a queste complesse circostanze abbiamo continuato ad adottare misure nell’interesse di incoraggiare l’investimento straniero, eliminando ritardi, rallentamenti e ostacoli nel suo funzionamento che compromettono il suo contributo decisivo al rendimento dell’economia nazionale.
È ora di cancellare dalle nostre menti i pregiudizi del passato associati agli investimenti stranieri e garantire la corretta preparazione e progettazione di nuove imprese con la partecipazione di capitale straniero.
Lo dimostrano i risultati raggiunti nella Zona di Sviluppo Speciale di Mariel, che è diventata un importante polo di attrazione per gli investitori stranieri e nazionali che godono di infrastrutture impressionanti, che non hanno cessato di essere implementate nonostante le misure di rafforzamento del blocco statunitense.
Per quanto riguarda l’attuazione delle Linee Guida e della Politica Economica e Sociale del Partito e della Rivoluzione, è giusto sottolineare che in generale la tendenza al progresso si sta consolidando; tuttavia, ci sono ancora alcune carenze nella pianificazione, organizzazione, controllo e monitoraggio dei processi e in alcuni casi reazioni lente e tardive per correggere le deviazioni, così come una mancanza di completezza e visione rispetto ai livelli di rischio e alle carenze. Le azioni di formazione e comunicazione sociale non hanno avuto la tempestività, la qualità e la portata richieste.
Persiste la resistenza al cambiamento e la mancanza di capacità innovativa, che si esprime in atteggiamenti di inerzia e immobilità quando si tratta di attuare le misure adottate, la paura di esercitare i poteri concessi e il pregiudizio verso forme di proprietà e gestione non statali.
La Commissione Permanente per l’Attuazione e lo Sviluppo non è riuscita a organizzare adeguatamente la partecipazione dei diversi attori coinvolti nell’attuazione delle Linee Guida e ha assunto funzioni che hanno superato il mandato concesso dal Congresso, che ha limitato il ruolo che corrispondeva alle agenzie, organizzazioni ed enti.
Allo stesso tempo, le organizzazioni politiche e di massa non sono state sufficientemente incoraggiate a svolgere un ruolo più attivo in questo processo.
Di conseguenza, l’Ufficio Politico ha preso la decisione di distribuire le responsabilità per l’attuazione delle linee guida tra la Commissione e le agenzie dell’Amministrazione Centrale dello Stato e le entità nazionali, dopo di che sono stati fatti maggiori progressi.
Come risultato dell’aggiornamento delle Linee Guida approvato al VII Congresso, si propone di mantenerne 17, modificarne 165, eliminarne 92 e aggiungerne 18, per un totale di 200.
Come è noto, la Concettualizzazione del Modello Economico e Sociale, in altre parole, la guida teorica e concettuale per la costruzione del socialismo a Cuba, è stata approvata in linea di principio nel VII Congresso, con il mandato di discuterla nelle organizzazioni del Partito e della Lega dei Giovani Comunisti e con ampi settori della società e poi sottoporla all’approvazione della sessione plenaria del Comitato Centrale del Partito.
Nell’ambito del lavoro affidato alla Commissione n. 1, creata dall’Ufficio Politico per valutare l’aggiornamento del contenuto di questo documento programmatico, sono stati ratificati i suoi postulati principali e sono state introdotte modifiche, in conformità con la Costituzione, volte anche a raggiungere una maggiore precisione in alcune questioni, che saranno discusse dai delegati nelle rispettive commissioni.
Il primo gennaio di quest’anno, dopo più di un decennio di studio e di lavoro, abbiamo iniziato l’applicazione del Compito di Ordinamento, che, come è stato ribadito, non è una soluzione magica ai problemi della nostra economia, ma permetterà, come indica il suo nome, di ordinare e rendere trasparente la performance dei diversi attori dello scenario economico e di favorire l’amore per il lavoro come mezzo e significato di vita dei cittadini.
È necessario cancellare l’idea dannosa, sorta sotto la protezione del paternalismo e dell’egualitarismo, che Cuba è l’unico paese dove si può vivere senza lavorare. Il livello di vita e di consumo dei cubani dovrebbe essere determinato dal reddito legale che ricevono e non da sovvenzioni eccessive e gratuità indebite.
I pochi mesi trascorsi hanno confermato la complessità e la portata di questo processo, che tocca tutte le componenti della società cubana con un ampio insieme di decisioni e azioni che non hanno precedenti nella storia recente della Rivoluzione.
Non per niente la fase di ideazione e progettazione ha richiesto tanto tempo, con la partecipazione e il contributo di specialisti e ricercatori altamente qualificati della sfera produttiva e accademica del paese e il prezioso contributo di istituzioni di altre nazioni, così come le esperienze di processi simili applicati in Cina e Vietnam, salvando le differenze.
Come è stato ampiamente spiegato, insieme a risultati ineccepibili nell’istituzione dell’unificazione monetaria e del tasso di cambio, nella riforma generale dei salari, delle pensioni e dell’assistenza sociale, così come nella riduzione dei sussidi e delle gratifiche, assicurando attenzione alle persone vulnerabili, sono state rivelate anche carenze nella sua attuazione causate da una debole preparazione e formazione, negligenza, mancanza di esigenza, controllo, sensibilità politica e insufficiente comunicazione istituzionale da parte dei quadri e dei funzionari incaricati della sua esecuzione pratica, che ha portato alla fissazione di prezzi eccessivi e non conformità con le tariffe dei servizi pubblici, cioè, elettricità, acqua, gas, mense dei lavoratori, eccetera. Ci sono stati anche errori e ritardi legati alla riforma dei salari e ai sistemi di pagamento.
Tutto ciò ha richiesto un intenso lavoro da parte della direzione del Partito, dello Stato e del Governo per correggere rapidamente le deviazioni rilevate e modificare quelle che si discostavano dal disegno previsto.
Il Compito Organizzativo deve continuare il suo processo di attuazione secondo il calendario approvato fino alla sua piena applicazione e, soprattutto, il consolidamento dei suoi postulati e il raggiungimento dei risultati economici e produttivi che contribuiranno alla costruzione di un socialismo prospero e sostenibile a Cuba.
Il contenuto dell’articolo 5 della Costituzione della Repubblica, che è stato redatto nella sua interezza dal Comandante in capo Fidel Castro Ruz, è stato mantenuto nella Costituzione attuale, con lo stesso numero e contenuto della Costituzione promulgata nel 1976, e sancisce il Partito Comunista di Cuba come la forza dirigente superiore della società e dello Stato, che organizza e guida gli sforzi comuni verso la costruzione del socialismo.
Pertanto, il testo costituzionale implica un’enorme responsabilità per tutti i militanti, poiché l’autorità morale dell’unico partito che garantisce e rappresenta l’unità della nazione, emana proprio dall’adempimento esemplare del dovere e dei postulati costituzionali, così come da alte qualità etiche, politiche e ideologiche, in stretto contatto con le masse.
Il Partito, come organizzazione che riunisce l’avanguardia rivoluzionaria, ha l’onorevole missione di essere il degno erede della fiducia riposta dal popolo nel leader fondatore della Rivoluzione, il Comandante in Capo Fidel Castro Ruz. Questo non è qualcosa di nuovo, l’ho detto quasi 15 anni fa per evitare qualsiasi tipo di confusione, e lo ripeto oggi perché sento che è un concetto che conserva tutta la sua validità per il presente e il futuro della nazione (Applausi).
Lo stesso Fidel, già il 14 marzo 1974, diceva: “Il Partito è l’avanguardia del popolo, la sicurezza del popolo, la garanzia del popolo. L’organizzazione dell’avanguardia è fondamentale. Sapete cosa dà sicurezza alla rivoluzione? Il partito. Sapete cosa dà la perennità alla rivoluzione? Sapete cosa dà futuro alla rivoluzione, cosa dà vita alla rivoluzione, cosa dà futuro alla rivoluzione? Il Partito. Senza il Partito la Rivoluzione non potrebbe esistere” (Applausi).
Nel periodo trascorso dal VII Congresso, tenutosi nel 2016, si è continuato a progredire nella realizzazione degli Obiettivi della Prima Conferenza Nazionale in termini di modifiche introdotte nei metodi e nello stile di lavoro dell’organizzazione del partito nell’attenzione alle organizzazioni di base e ai principali problemi della vita politica, economica e sociale della nazione, con lo scopo di superare la soppressione e l’interferenza nelle funzioni e decisioni che corrispondono allo Stato, al governo e alle istituzioni amministrative.
Lo stiamo ripetendo da più di 60 anni e, in realtà, bisogna dire che si è fatto ben poco: ognuno nel suo, e il Partito in quello che gli corrisponde, senza smettere di condurre, insieme a quelle autorità, il confronto delle situazioni che riguardano la popolazione.
Gli statuti del nostro Partito lo definiscono come la continuazione del Partito Rivoluzionario Cubano, creato da Martí per guidare la lotta per l’indipendenza, del Primo Partito Comunista fondato da Carlos Baliño e Julio Antonio Mella e di quello nato dall’integrazione volontaria delle tre organizzazioni rivoluzionarie che guidarono la lotta contro la tirannia di Batista.
L’esistenza a Cuba di un solo partito è stata e sarà sempre il centro delle campagne del nemico, determinato a frammentare e disunire i cubani con i canti delle sirene della sacrosanta democrazia borghese, basata sulla tattica secolare del “divide et impera”.
L’unità dell’immensa maggioranza dei cubani intorno al Partito, al lavoro e agli ideali della Rivoluzione è stata la nostra arma strategica fondamentale per affrontare con successo ogni tipo di minaccia e aggressione. Per questo questa unità deve essere custodita con zelo e mai accettare la divisione tra i rivoluzionari sotto falsi pretesti di maggiore democrazia, perché questo sarebbe il primo passo per distruggere la Rivoluzione stessa, il socialismo e di conseguenza l’indipendenza nazionale dall’interno e ricadere sotto il dominio dell’imperialismo nordamericano.
Ora, se abbiamo un solo partito, dobbiamo promuovere, nel suo funzionamento e in generale nella nostra società, la più ampia democrazia e un permanente scambio sincero e profondo di opinioni, non sempre coincidenti, rafforzare il legame con le masse lavoratrici e la popolazione e assicurare la crescente partecipazione dei cittadini alle decisioni fondamentali.
L’attenzione del Partito verso la Lega dei giovani comunisti, le organizzazioni studentesche e i movimenti giovanili è stata rafforzata per valorizzare il loro ruolo guida e rafforzare il loro lavoro politico-ideologico, pur preservando la loro indipendenza organizzativa.
Per continuare a consolidare l’unità dei cubani, abbiamo continuato ad affrontare i pregiudizi e tutti i tipi di discriminazione che ancora persistono.
Allo stesso modo, è stata aggiornata la politica di attenzione alle istituzioni religiose e alle associazioni fraterne che sono sempre più coinvolte in diverse sfere dell’attività nazionale.
Per quanto riguarda le organizzazioni di massa, siamo giunti alla conclusione che è necessario rivitalizzare le loro attività in tutte le sfere della società e aggiornare il loro funzionamento in accordo con i tempi che viviamo, che sono molto diversi da quelli dei primi anni della Rivoluzione quando sono nate. È necessario salvare il lavoro alla base, nelle fabbriche, nelle fattorie, negli isolati e nei quartieri in difesa della Rivoluzione e nella lotta contro le manifestazioni di criminalità e indisciplina sociale. È necessario elevare la combattività e l’intransigenza rivoluzionaria e rafforzare il loro contributo al lavoro ideologico, alla lotta contro i piani sovversivi del nemico e alla creazione e al consolidamento dei valori.
Il partito continua a sostenere il lavoro della Federazione delle Donne Cubane e di altre istituzioni nella difesa dei diritti delle donne e nella denuncia della violenza di genere. I pregiudizi associati all’orientamento sessuale e all’identità di genere saranno affrontati in modo più approfondito.
In conformità con il mandato costituzionale, il Consiglio di Stato ha approvato la commissione che redigerà il progetto preliminare del Codice della Famiglia per l’analisi in Parlamento e la successiva discussione con la popolazione, attività sulla quale si sta già lavorando.
La creazione del programma di governo e della commissione guidata dal presidente Díaz-Canel per affrontare la questione della discriminazione razziale permetterà di affrontare più efficacemente l’eredità del passato e di assicurare una maggiore coerenza nella presentazione e nello svolgimento del dibattito pubblico sulla questione.
D’altra parte, anche se il lavoro ideologico è una delle direzioni principali del lavoro del Partito, devo confessare che non sono soddisfatto dei progressi ottenuti.
Se è vero che i nostri media si caratterizzano per la loro aderenza alla verità e il rifiuto della menzogna, è anche vero che ci sono ancora manifestazioni di trionfalismo, stridore e superficialità nel modo in cui trattano la realtà del paese. A volte vengono presentati lavori giornalistici che, invece di chiarire, tendono a confondere. Questi approcci danneggiano la credibilità della politica di informazione e comunicazione sociale approvata.
L’immediatezza nell’approccio agli affari nazionali non dovrebbe essere in contrasto con l’obiettività, la professionalità e, soprattutto, l’intenzionalità politica.
Nel lavoro politico-ideologico, non basta fare di più; abbiamo bisogno di creatività, di adattarci efficacemente allo scenario in cui viviamo, di promuovere lo studio della storia del paese, di trasmettere ad ogni cubano il messaggio di ottimismo e la fiducia che insieme sapremo affrontare e superare qualsiasi ostacolo. In breve, abbiamo bisogno di una profonda trasformazione volta a rafforzare l’essenza e i valori che emanano dal lavoro della Rivoluzione.
Il programma di sovversione e di influenza ideologica e culturale volto a screditare il modello di sviluppo socialista e a presentare la restaurazione capitalista come unica alternativa è stato raddoppiato.
La componente sovversiva della politica statunitense nei confronti di Cuba è incentrata sull’indebolimento dell’unità nazionale. In questo senso, la priorità è data alle azioni rivolte ai giovani, alle donne e agli accademici, al settore artistico e intellettuale, ai giornalisti, agli atleti, alle persone di diversità sessuale e alle religioni.
Vengono manipolate questioni di interesse per gruppi specifici legati alla protezione degli animali, dell’ambiente o delle manifestazioni artistiche e culturali, il tutto finalizzato a disconoscere le istituzioni esistenti.
Le azioni di aggressione non hanno cessato di essere finanziate con l’uso di stazioni radio e televisive con sede negli Stati Uniti, allo stesso tempo che cresce l’appoggio monetario per lo sviluppo di piattaforme per la generazione di contenuti ideologici che chiamano apertamente a sconfiggere la Rivoluzione, lanciano inviti a manifestazioni in spazi pubblici, incitano all’esecuzione di atti di sabotaggio e terrorismo, incluso l’assassinio di agenti dell’ordine pubblico e rappresentanti del potere rivoluzionario. Senza la minima modestia, dichiarano le tasse pagate dagli Stati Uniti agli esecutori di queste azioni criminali.
Non dimentichiamo che il governo degli Stati Uniti ha creato l'”Internet Working Group for Cuba”, che mira a trasformare le reti sociali in canali di sovversione, la creazione di reti wireless al di fuori del controllo statale e la realizzazione di attacchi informatici alle infrastrutture critiche.
Sono ormai diverse decine di anni che parliamo dei benefici e dei pericoli dell’uso di Internet e delle reti sociali in questo Parlamento, utilizzando anche la favola della lingua di Esopo, che può essere usata per i migliori e anche per i peggiori scopi. Non ci deve essere spazio per l’ingenuità in questa fase e l’entusiasmo sfrenato per le nuove tecnologie senza prima garantire la sicurezza informatica.
La menzogna, la manipolazione e la propagazione di fake news non conoscono più limiti. Attraverso di loro, un’immagine virtuale di Cuba come una società morente e senza futuro, sul punto di crollare e cedere il passo all’agognata esplosione sociale, viene plasmata e diffusa ai quattro venti.
Tuttavia, la verità è diversa, la controrivoluzione interna, che manca di una base sociale, di una leadership e di una capacità di mobilitazione, continua a diminuire nel numero dei suoi membri e nel numero di azioni di impatto sociale, concentrando il suo attivismo sulle reti sociali e su Internet.
Siamo fermamente convinti che le strade, i parchi e le piazze appartengono e apparterranno ai rivoluzionari e che non negheremo mai al nostro eroico popolo il diritto di difendere la sua Rivoluzione (Applausi).
Queste circostanze richiedono di per sé quella trasformazione urgente di cui ho parlato nel campo ideologico.
Nell’area della politica dei quadri, abbiamo continuato a lavorare per adempiere agli accordi degli ultimi congressi del Partito e della Prima Conferenza Nazionale. Sono stati fatti progressi nella concezione organizzativa e nella materializzazione della politica di rinnovamento graduale delle cariche decisionali. Allo stesso modo, c’è stato un aumento progressivo e sostenuto nella promozione di giovani, donne, neri e mulatti sulla base del merito e delle qualità personali, anche se ciò che è stato raggiunto è assolutamente insufficiente rispetto alle principali responsabilità nel Partito, nello Stato e nel Governo. La promozione dei quadri della Lega dei giovani comunisti al lavoro professionale nel Partito continua.
Allo stesso tempo, persistono debolezze nell’attuazione della politica dei quadri, che si riflettono nella tendenza al formalismo e nella superficialità di molti quadri che si considerano indispensabili e non prestano attenzione alla formazione delle riserve. C’è uno scarso legame con il popolo, una mancanza di sensibilità e incapacità di mobilitare i collettivi nella soluzione dei problemi e un lavoro debole verso i subordinati.
C’è un’insufficiente cultura comunicativa che limita la capacità di motivare, capire, partecipare e discutere le questioni che riguardano la massa dei lavoratori. Ci sono ancora casi di compagni che vengono promossi a posizioni di comando senza aver dimostrato la loro capacità e preparazione per esercitarle, mentre c’è una debole intenzionalità e proiezione per migliorare la composizione del quadro in termini di donne, neri e mulatti.
Persiste la pratica di mantenere come comandanti in seconda e sostituti compagni che tutti sanno non avere le condizioni per essere promossi, il che danneggia l’autorità del capo, invece di preservarla, e congela il normale sviluppo e la promozione dei nuovi leader. Ritengo opportuno fare riferimento al contenuto dell’articolo 4 della Costituzione della Repubblica, che afferma: “La difesa della Patria socialista è il più grande onore e il dovere supremo di ogni cubano”.
Questo importante postulato della Costituzione deve essere preso in considerazione nel lavoro di tutti i militanti comunisti, compresa la politica dei quadri. Non si può permettere la promozione a posti superiori di compagni che, per motivi ingiustificati, non hanno completato il servizio militare attivo, che è il principale percorso di formazione militare che tutti i cittadini, in primo luogo i quadri, devono seguire. Questo problema diventa più importante con il passare del tempo.
La tendenza verso un basso tasso di natalità entro il 2030 sarà un problema serio sotto molti aspetti, ed è per questo che si devono cercare altre soluzioni.
In questo ambito, abbiamo il prezioso esempio della decisione, presa su richiesta del Ministero degli Affari Esteri, dal 2002, 19 anni fa, che tutti gli studenti dell’Istituto Superiore di Relazioni Internazionali, di entrambi i sessi, prima del loro ingresso, faranno servizio militare per un anno nella Brigata di frontiera, di fronte alla base navale illegale di Guantánamo. Tutto questo è stato realizzato durante tutti questi anni senza alcun problema.
Alla luce della tendenza all’invecchiamento della popolazione cubana – come dicevo – che, tra molti altri effetti negativi, limita il numero di cittadini che raggiungono l’età legale per arruolarsi nel servizio militare, si dovrebbe studiare l’esperienza dell’Istituto Superiore di Relazioni Internazionali con lo scopo di generalizzare gradualmente che tutti gli studenti dell’istruzione superiore compiano questo dovere prima.
Lo stesso presidente della Repubblica, Díaz-Canel, su chiamata del Comandante in Capo, fece volontariamente il servizio militare in unità di difesa antiaerea per assimilare la nuova tecnica, dopo essersi laureato come ingegnere elettronico all’Università Centrale di Las Villas, e, come lui stesso mi ha detto, questo periodo, nel suo caso, di tre anni, fu molto utile nella sua formazione come quadro rivoluzionario.
Vorrei applaudire il presidente per l’esempio che ha dato (Applausi).
A causa della sua natura strategica, la politica dei quadri richiede un costante miglioramento e aggiornamento, in modo da assicurare la selezione, la formazione e la promozione di quadri caratterizzati da impegno per la Rivoluzione, umiltà, modestia, esempio personale, leadership e fermezza di convinzioni di fronte a qualsiasi vestigio di elitarismo, vanità, autosufficienza e ambizione.
La politica dei quadri del Partito Comunista di Cuba deve assicurare la cava dei dirigenti di domani, in stretta unione con le masse, con la capacità di mobilitare, dialogare, argomentare ed essere decisivi, per elevare la sensibilità politica e umana, la responsabilità, la disciplina, la domanda e il controllo, facendo uso della leadership collettiva come unica via per trovare le migliori soluzioni ai problemi.
Ora passerò alle questioni di politica estera.
Lo scenario internazionale che affrontiamo oggi è notevolmente diverso da quello dell’aprile 2016, quando abbiamo tenuto il VII Congresso. Questi cinque anni sono stati caratterizzati da un aumento senza precedenti dell’aggressività del governo degli Stati Uniti.
Storicamente, l’egemonismo imperialista degli Stati Uniti ha rappresentato una minaccia per il destino e la sopravvivenza della nazione cubana. Non è un fenomeno nuovo. Ha accompagnato i cubani fin dalle origini della Patria, quando i primi aneliti di sovranità e indipendenza sono sorti tra il nostro popolo.
Era già una sfida per gli eroi che intrapresero la lotta contro il colonialismo spagnolo nel XIX secolo. Lo affrontano le generazioni di cubani che hanno continuato la lotta nel XX secolo e lo affronta il popolo che oggi difende, in stretta unità, la libertà e la giustizia raggiunte.
Si materializzò con particolare durezza durante l’occupazione militare del nostro paese tra il 1898 e il 1902, e la successiva imposizione dell’emendamento Platt come appendice alla Costituzione.
Si consolidò con il Trattato di Relazioni del 1934, un argomento che ho osservato nelle conversazioni che ho avuto con diversi cittadini che è poco padroneggiato, che il vicino del nord impose al governo nazionale del giorno sotto la minacciosa presenza di unità navali della Marina degli Stati Uniti nella baia dell’Avana.
Così, in un apparente e ipocrita gesto amichevole, fu sostituito l’emendamento Platt, le cui disposizioni più laceranti rimasero nel nuovo strumento, insieme agli impegni politici ed economici che consolidarono la subordinazione e la dipendenza di Cuba dagli Stati Uniti fino al gennaio 1959.
È una sfida intimamente associata alla concezione imperialista del “Destino manifesto”, la brutale Dottrina Monroe e le visioni del panamericanismo con cui hanno cercato di soggiogare la nostra regione dai tempi di Simón Bolívar.
Negli ultimi quattro anni, all’immenso e ineguale potere degli Stati Uniti e all’escalation dell’aggressione contro Cuba, si è aggiunta l’impunità. Il governo degli Stati Uniti sembrava convinto di poter godere della libertà di agire a suo piacimento e del diritto di imporre la sua volontà al mondo con il semplice supporto dell’uso della forza e cercò di mettere in crisi politica, giuridica e morale i pilastri su cui si erano appoggiate per decenni le relazioni internazionali.
La comunità internazionale sembrava incapace di frenare gli oltraggi e gli abusi più flagranti da parte della principale potenza economica, militare e tecnologica, le cui azioni irresponsabili sono state la più grande minaccia alla pace, alla stabilità, all’equilibrio ecologico e alla sopravvivenza della vita sulla Terra.
Questo contesto spiega in parte l’effetto particolarmente dannoso del blocco economico con cui gli Stati Uniti stanno attaccando il nostro paese. Si spiega anche con le condizioni di un’economia internazionale sempre più interconnessa, interdipendente e sempre più soggetta ai dettami dei centri di potere finanziario controllati da Washington.
Nonostante il ripetuto e schiacciante rifiuto della comunità internazionale, il blocco danneggia le relazioni economiche di Cuba praticamente con tutte le nazioni del pianeta, indipendentemente dalla posizione politica di un paese o dalle sue relazioni con noi.
In molti casi, i governi non hanno nemmeno la capacità di far valere le loro prerogative sovrane sulle azioni delle entità nazionali basate nei loro territori, poiché queste sono spesso docilmente subordinate a Washington, come se vivessimo in un mondo soggiogato dal potere unipolare degli Stati Uniti.
È un fenomeno che si esprime con particolare impatto nel settore finanziario, quando le banche nazionali di diversi paesi privilegiano le disposizioni dell’amministrazione statunitense rispetto alle decisioni politiche dei propri governi. Queste realtà si riaffermano con la diffusione della globalizzazione neoliberale.
Quel blocco, che il nostro popolo ha affrontato per più di 60 anni con sforzo, sacrificio e creatività, sarebbe stato capace di devastare l’economia e la stabilità sociale di qualsiasi paese, anche quelli più ricchi e potenti di Cuba. È la guerra economica più completa, disuguale e prolungata mai scatenata contro una nazione.
Solo nelle condizioni del sistema socialista, basato sulla giustizia sociale, sull’unità del popolo intorno al Partito e sullo sforzo unitario e compatto per difendere il paese, una nazione sottosviluppata e relativamente piccola come la nostra, con scarse ricchezze naturali, può evitare il collasso e persino avanzare nel suo sviluppo.
La politica anti-Cuba scatenata dalla precedente amministrazione statunitense è stata rafforzata proprio nelle dure condizioni della pandemia COVID-19. La natura spietata dell’imperialismo divenne palesemente evidente.
A volte i dati oggettivi sui danni che gli Stati Uniti hanno causato all’economia cubana e l’impatto oggettivo delle più di 240 misure coercitive adottate dal 2017 non sono sufficientemente compresi o attentamente valutati.
Bisogna capire che non si tratta di semplici azioni per aumentare il blocco, ma di nuovi metodi, alcuni dei quali senza precedenti, che hanno portato la grandezza della guerra economica a un livello qualitativamente più aggressivo, che si riflette nella penuria materiale che accompagna la vita quotidiana di ogni cubano.
A questo si aggiunge la spudorata campagna finanziata da Washington per promuovere la menzogna che il blocco non è reale, che non danneggia realmente l’economia cubana, che non è un problema significativo per il nostro sviluppo e la nostra stabilità economica. È una falsità che si diffonde attraverso i potenti media al servizio dell’imperialismo e le reti digitali destinate a influenzare il pensiero di molti, compresi alcuni dei nostri compatrioti.
Tra le prime azioni per rafforzare l’assedio economico contro Cuba è stata quella di designare nel novembre 2017 una lista di entità commerciali cubane che sarebbero state sottoposte a restrizioni aggiuntive a quelle già imposte dal blocco. Quella lista, che è stata aggiornata diverse volte, comprende oggi 231 unità, molte delle quali hanno la responsabilità della rete di vendita al dettaglio del paese, il sistema di approvvigionamento dei bisogni più importanti per l’economia e la popolazione, tutte le strutture alberghiere del paese e diverse istituzioni del settore finanziario.
Il governo degli Stati Uniti giustifica questa azione con il pretesto di limitare l’attività delle imprese appartenenti al settore della difesa e della sicurezza, che accusa di sostenere la repressione dei diritti umani a Cuba e l’intervento cubano in Venezuela.
Il nostro popolo sa bene che questa illegittima persecuzione è diretta contro entità di successo la cui funzione sociale è interamente economica e commerciale, come avviene ovunque nel mondo, e che assicurano un contributo significativo all’economia nazionale.
Sa anche con chiara certezza e per esperienza storica che l’obiettivo di questa misura è estendere l’assedio economico per sabotare il sistema imprenditoriale, ostacolare il processo di aggiornamento dell’economia, rompere la gestione dello Stato e imporre l’informalità, l’atomizzazione dell’attività economica e il caos, con l’obiettivo dichiarato di strangolare il paese e provocare un’esplosione sociale.
Nel compito straordinario di affrontare la pandemia di COVID-19, abbiamo dovuto dedicare notevoli risorse per assicurare urgentemente le attrezzature e i materiali necessari per i nostri ospedali e centri di assistenza sanitaria. Il costo sarebbe stato meno oneroso se Cuba non avesse dovuto ricorrere a mercati lontani e spesso indiretti per acquisire tecnologie soggette ai divieti del blocco.
La persecuzione finanziaria, invece, ha assunto le caratteristiche di una vera e propria caccia alle transazioni cubane, che danneggia la nostra capacità di pagare i prodotti e i servizi che importiamo e il pagamento di quelli che esportiamo, con il conseguente aumento del costo del commercio estero nel suo insieme.
Per punire Cuba e i cubani che vivono dentro e fuori del paese, gli Stati Uniti hanno prima limitato e poi tagliato praticamente ogni possibilità di inviare denaro a Cuba.
Queste realtà sono presenti nella carenza di prodotti essenziali per il consumo della popolazione. Sono anche la causa di molte delle difficoltà dell’industria nazionale ad avere in tempo, con la qualità e gli standard richiesti, gli input necessari per la produzione. Questo include beni di consumo così come medicine e prodotti dell’industria alimentare.
L’inasprimento del blocco complica l’adempimento degli impegni finanziari internazionali, nonostante la ferma determinazione di onorarli e lo sforzo che stiamo facendo per effettuare pagamenti che, sebbene modesti, comportano grandi sacrifici.
Sempre più spesso sono state attuate misure per limitare i viaggi a Cuba, sia per via aerea che marittima, il che ha inferto un colpo brutale a una parte considerevole del settore non statale dell’economia dedicato ai servizi.
Il danno causato da queste misure al livello di vita della popolazione non è né fortuito né il risultato di effetti collaterali; è la conseguenza di un proposito deliberato di punire, nel suo insieme, il popolo cubano.
Una delle azioni più significative, per il suo grado di crudeltà, per la sua inammissibilità di fronte al diritto internazionale e per l’impunità con cui gli Stati Uniti la compiono, è la determinazione, da aprile 2019, di privare Cuba delle forniture di combustibile. Per ottenere questo, stanno applicando misure tipiche della guerra non convenzionale per impedire che queste forniture raggiungano il territorio nazionale.
Questa è una delle azioni che meglio illustra la nuova dimensione acquisita dalla guerra economica contro Cuba. Per affrontarlo, abbiamo attraversato periodi di grande tensione e se il costo non è stato devastante, come previsto dagli Stati Uniti, è grazie alla forza della società che abbiamo costruito e difeso e alla capacità di resistenza del nostro eroico popolo.
Un altro degli atti che meglio descrive la natura dell’imperialismo e l’escalation della sua aggressione contro la nazione è la campagna immorale scatenata contro la cooperazione medica internazionale fornita da Cuba.
Il nostro record su questo fronte non ha eguali nel mondo. È uno sforzo consustanziale ai principi morali su cui è costruita la società cubana. Si basa sulla nozione che si condivide ciò che si ha, non ciò che si deve risparmiare. Il successo di aver costruito, con perseveranza e dedizione, una capacità significativa di risorse umane e di avere un sistema di salute pubblica robusto, efficace e sostenibile ci dà la possibilità di condividere con altri.
È uno sforzo di solidarietà che continuerà indipendentemente dalle campagne. Ha salvato vite, affrontato malattie, alleviato sofferenze e migliorato la salute e il benessere di milioni di persone in tutto il mondo, quasi sempre tra le popolazioni più vulnerabili o svantaggiate, nelle zone più remote, a volte in condizioni di estrema difficoltà e persino di pericolo. Include un lavoro importante e lodevole per assistere i paesi che hanno subito disastri naturali.
L’attacco degli Stati Uniti mira a screditare un lavoro così nobile e riconosciuto e a privare Cuba del reddito giusto, onesto e legittimo che migliaia di professionisti tecnicamente ed eticamente formati nel paese assicurano con i loro sforzi.
L’accesso all’assistenza sanitaria è un diritto umano universale e il governo degli Stati Uniti commette un crimine quando, per attaccarci, sabota l’unica fonte di servizi medici a cui hanno accesso milioni di persone nel mondo.
Oltre a tutto ciò, nell’aprile 2019, e con l’obiettivo di intimidire gli investitori, le imprese e gli imprenditori stranieri che scommettono su una relazione economica e commerciale con Cuba, gli Stati Uniti hanno deciso, per la prima volta, di permettere, sotto il titolo III della famigerata Legge Helms-Burton, l’ammissione nei tribunali cubani di cause intentate da presunti rivendicatori di proprietà che furono giustamente e legittimamente nazionalizzate nei primi anni della Rivoluzione.
Questa non è una nuova legge, è un’invenzione che risale al 1996, che codifica il blocco nella legge e stabilisce come obbligo del governo degli Stati Uniti di attaccare Cuba economicamente, su scala internazionale e in modo globale. Stabilisce anche come mandato legale la promozione della sovversione politica per distruggere l’ordine costituzionale cubano, con l’appoggio ogni anno di finanziamenti ufficiali e milionari del bilancio federale.
Arriva a progettare il programma di intervento politico nel nostro paese e l’instaurazione di una tutela che assoggetterebbe la nazione cubana alla condizione di un territorio sottomesso e subordinato alla sovranità degli Stati Uniti sotto un interveniente nominato dagli Stati Uniti.
È uno spregevole strumento politico e giuridico, concepito con grande opportunismo nei momenti più duri del Periodo Speciale e quando Washington era sicuro che la Rivoluzione non sarebbe stata in grado di sostenersi né di essere fedele al suo impegno di sostenere le bandiere del socialismo e salvaguardare la causa difesa dai nostri martiri.
Per questo diciamo che è una “legge” che il nostro popolo deve ricordare bene e che non può permettersi di dimenticare, anche se un giorno dovesse essere abrogata.
Quando, nel dicembre 2014, decidemmo congiuntamente con il governo degli Stati Uniti, allora guidato dal presidente Barack Obama, di procedere verso una migliore intesa tra i nostri rispettivi paesi, dissi davanti all’Assemblea Nazionale del Potere Popolare: “[…] è stato fatto un passo importante, ma resta da risolvere l’essenziale, che è la fine del blocco economico, commerciale e finanziario contro Cuba, che si è intensificato negli ultimi anni, soprattutto nel settore delle transazioni finanziarie, con l’applicazione di enormi e illegittime multe contro le banche di vari paesi“.
La condotta aggressiva scatenata dall’ex amministrazione statunitense riafferma con chiarezza che qualsiasi prospettiva di vera evoluzione positiva nelle relazioni tra i due paesi, perché sia sostenibile, dovrebbe essere associata all’eliminazione del blocco economico e del quadro legislativo che lo sostiene.
Non ci illudiamo che si tratti di qualcosa di facile e semplice; al contrario, richiederà la volontà politica sensibile e rispettosa di chi governa negli Stati Uniti. Cuba ha sostenuto e continua a sostenere che non identifichiamo il popolo americano come un nemico, che le differenze politiche e ideologiche non sono un impedimento a una relazione rispettosa e civile con il nostro vicino.
Abbiamo anche dichiarato che possiamo sviluppare una relazione di cooperazione su molte questioni che beneficeranno entrambi i paesi e la regione.
Non dimenticheremo mai il contenuto dell’articolo 16, paragrafo a) della Costituzione, che riafferma che le relazioni economiche, diplomatiche e politiche con qualsiasi altro Stato non possono mai essere negoziate sotto aggressione, minaccia o coercizione.
Riaffermo da questo Congresso del Partito la volontà di sviluppare un dialogo rispettoso e costruire un nuovo tipo di relazioni con gli Stati Uniti, senza pretendere che per raggiungere questo Cuba debba rinunciare ai principi della Rivoluzione e del Socialismo, fare concessioni inerenti alla sua sovranità e indipendenza, cedere nella difesa dei suoi ideali e nell’esercizio della sua politica estera, impegnata per cause giuste, la difesa dell’autodeterminazione dei popoli e l’appoggio storico ai paesi fratelli.
Allo stesso tempo, abbiamo il dovere di rimanere vigili, di assumere con responsabilità le lezioni della storia e di proteggere il nostro paese e il diritto sovrano di esistere per il quale tante generazioni di cubani si sono sacrificate.
Dobbiamo farlo senza trascurare la difesa e con uno sforzo costante e impegnato, volto a costruire le basi economiche che ci permetteranno di affrontare con successo una guerra economica incessante e asimmetrica, da parte di una potenza disposta a sfruttare la sua grandezza e influenza economica per attaccare la nostra Patria.
Compagni:
Esattamente cinque anni fa, abbiamo avvertito che la regione dell’America Latina e dei Caraibi era sotto gli effetti di una forte e articolata controffensiva promossa dall’imperialismo e dalle oligarchie regionali contro i governi rivoluzionari e progressisti che erano saliti al potere come risultato della resistenza e della lotta dei popoli contro gli effetti nefasti dei modelli neoliberali.
Questa controffensiva si è rafforzata quando la direzione della politica estera degli Stati Uniti è caduta nelle mani di personaggi sinistri, legati a episodi di ingerenza e interventismo nella nostra regione, e associati a elementi dell’ultradestra cubano-americana, molti dei quali con noti trascorsi di terrorismo e corruzione.
Non hanno mai nascosto il loro impegno per la validità della Dottrina Monroe. Hanno mescolato il fanatismo antisocialista con la disperazione per raggiungere obiettivi a breve termine. Hanno fatto ricorso a metodi di guerra non convenzionale e a operazioni di destabilizzazione che si sono rivelate estremamente pericolose per l’intera regione.
Hanno dimostrato disprezzo per i nostri popoli e le nostre istituzioni. Hanno ignorato i diritti sovrani di tutte le nazioni dell’emisfero e hanno minacciato pericolosamente la pace e la sicurezza regionale. Diversi governi della regione hanno cercato di ignorare la Proclamazione dell’America Latina e dei Caraibi come zona di pace, firmata all’Avana dai capi di Stato e di governo dell’America Latina e dei Caraibi nel gennaio 2014.
Questo strumento politico trascendentale si basa su principi essenziali per la piena indipendenza, il reale godimento dei diritti sovrani e per le aspirazioni di unità e integrazione della nostra regione.
Questi includono il rispetto dei principi e delle norme del diritto internazionale e dei principi e degli scopi della Carta delle Nazioni Unite; la risoluzione pacifica delle controversie; l’obbligo di non intervenire, direttamente o indirettamente, negli affari interni di qualsiasi altro Stato; e l’osservanza dei principi di sovranità nazionale, uguaglianza dei diritti e autodeterminazione dei popoli; l’impegno dei paesi della regione a promuovere relazioni amichevoli e cooperative tra di loro e con altre nazioni, indipendentemente dalle differenze tra i loro sistemi politici, economici e sociali o i loro livelli di sviluppo; a praticare la tolleranza e a vivere insieme in pace come buoni vicini; e l’impegno a rispettare pienamente il diritto inalienabile di ogni Stato a scegliere il proprio sistema politico, economico, sociale e culturale, come condizione essenziale per assicurare la coesistenza pacifica tra le nazioni.
L’uso frequente di bugie per giustificare le azioni è stato combinato con crudeli misure coercitive unilaterali e minacce costanti, con costi elevati per i popoli della Nostra America. Il governo degli Stati Uniti ha deciso di lanciare dalla fine del 2018 una specifica offensiva di aggressione contro il Venezuela, il Nicaragua e Cuba, allo scopo di raggiungere in breve termine il rovesciamento dei governi dei tre paesi.
Anche se ha fallito nel suo intento, quel tentativo è un forte richiamo al fatto che le ambizioni dell’imperialismo di dominare la regione non sono minacce di un lontano e oscuro passato che è già stato superato, ma un pericolo attuale nei circoli del potere politico negli Stati Uniti.
Come parte di questa offensiva, è stato promosso il salvataggio della screditata OSA come strumento di dominazione e aggressione neocoloniale, così come il suo braccio armato, il Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca, il TIAR, sempre al servizio degli interessi egemonici degli Stati Uniti. Allo stesso modo, è stato fatto un tentativo di sabotare la CELAC e l’UNASUR è stato distrutto.
Nel caso ci fossero dubbi, dobbiamo riconoscere che il neoliberismo ha dimostrato ancora una volta la sua incapacità di rispondere ai problemi sociali della regione. Il suo ruolo nello smantellamento delle strutture di giustizia sociale e l’attacco dottrinario a qualsiasi nozione di giustizia sociale hanno lasciato la maggior parte dei paesi impotenti e indifesi di fronte al flagello del COVID-19.
La sua eredità è stata l’aumento delle disuguaglianze, l’approfondimento della polarizzazione sociale e l’aggravamento della crisi di stagnazione e instabilità sofferta da molte delle società della Nostra America.
Come risultato, abbiamo osservato l’esaurimento accelerato dei governi che promuovono politiche neoliberali, manifestazioni di instabilità sociale, lo scoppio di proteste popolari e la mobilitazione dei giovani, insieme all’attivazione delle forze di sinistra e progressiste, come evidenziato dal Forum di San Paolo, uno spazio di coordinamento politico di forze politiche di sinistra e movimenti sociali.
Si è anche osservato come queste forze progressiste siano state sottoposte a processi giudiziari politicamente motivati e a campagne di diffamazione con l’appoggio dei mass media corporativi, al fine di indebolirle e quindi impedire la loro partecipazione o accesso ai governi.
Noi cubani ribadiamo la nostra solidarietà con il Venezuela, con l’unione civile-militare del suo eroico popolo, e con il suo unico presidente legittimo, il compagno Nicolás Maduro Moros.
Ribadiamo la nostra solidarietà con il Nicaragua sandinista, con il suo popolo e con il presidente comandante Daniel Ortega Saavedra.
Salutiamo il presidente Luis Arce dello Stato Plurinazionale della Bolivia, una nazione dove il popolo ha messo in scena una vittoria popolare che ha costituito uno schiaffo agli Stati Uniti e al suo strumento, l’Organizzazione degli Stati Americani, che aveva organizzato il colpo di stato contro il compagno Evo Morales Ayma.
Osserviamo con speranza, rispetto e solidarietà i processi politici condotti dai presidenti Andrés Manuel López Obrador in Messico e Alberto Fernández in Argentina, nei loro sforzi per invertire le conseguenze dell’attuazione delle politiche neoliberali che hanno causato tanti danni alle loro nazioni.
Accogliamo e sosteniamo i tentativi di entrambi i governi di recuperare i processi d’integrazione veramente latinoamericani.
Ribadiamo il nostro sostegno incondizionato agli sforzi della Repubblica Argentina per recuperare la sovranità sulle Malvinas, la Georgia del Sud e le isole Sandwich del Sud.
Riaffermiamo la nostra solidarietà con l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva, leader del Partito dei Lavoratori del Brasile, contro il quale è stato avviato un procedimento legale politicizzato. Insistiamo che la sua innocenza, la piena libertà e tutti i diritti politici devono essere ripristinati.
Continueremo a difendere gli interessi legittimi delle nazioni caraibiche e sosteniamo la loro richiesta di ricevere un risarcimento per le conseguenze della schiavitù e del colonialismo. I Caraibi possono sempre contare su Cuba. In particolare, riaffermiamo il nostro impegno nei confronti del fraterno popolo di Haiti, per il quale la comunità internazionale dovrebbe fare molto di più.
Riaffermiamo il nostro pieno sostegno all’autodeterminazione e all’indipendenza di Porto Rico.
L’impegno di Cuba per l’unità dell’America Latina e dei Caraibi è incrollabile, la lealtà in difesa della sovranità e del diritto all’autodeterminazione dei popoli è un principio della Rivoluzione, e la volontà di promuovere la cooperazione e l’integrazione regionale è parte della nostra causa. Non cederemo un istante nel compito di contribuire a fare della Nostra America la patria comune di tutti i suoi figli.
Compagni:
In questi cinque anni, sono state consolidate eccellenti relazioni con i partiti e i governi della Repubblica Popolare Cinese, della Repubblica Socialista del Vietnam, della Repubblica Democratica Popolare del Laos e della Repubblica Democratica Popolare di Corea, paesi socialisti asiatici ai quali siamo uniti da storica amicizia e solidarietà. I progetti economici che stiamo sviluppando con la Cina e il Vietnam in varie sfere della nostra economia, che contribuiscono al piano di sviluppo economico e sociale fino al 2030, sono importanti.
Anche in questi anni si sono approfondite le relazioni politiche di alto livello con la Federazione Russa, un paese con il quale condividiamo un ampio accordo sulle più diverse questioni dell’agenda internazionale e che ha mantenuto una ferma posizione di rifiuto del blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti a Cuba.
Nonostante le differenze politiche esistenti, abbiamo fatto progressi nei nostri legami con l’Unione europea attraverso l’attuazione dell’accordo di dialogo politico e di cooperazione, sulla base del rispetto reciproco e della reciprocità. La promozione di relazioni di cooperazione in settori come le energie rinnovabili, l’agricoltura e la cultura dovrebbe essere enfatizzata.
Manteniamo la nostra collaborazione e solidarietà con i paesi dell’Africa, un continente al quale siamo legati da forti legami di storia, cultura e fratellanza. Migliaia di impiegati nel settore sanitario e in altri settori vi lavorano in più di 30 paesi. Siamo grati per la posizione unanime dell’Unione Africana in solidarietà con Cuba e contro il blocco durante questi anni.
Il nostro sostegno alle cause dei popoli palestinese e saharawi resterà immutato negli impegni.
Lo scenario sopra descritto e la sua probabile evoluzione nel futuro esige da tutti noi di assicurare, in modo permanente, la priorità della difesa, in totale corrispondenza con le accurate riflessioni di Fidel contenute nel Rapporto Centrale al Primo Congresso: “Finché esisterà l’imperialismo, il Partito, lo Stato e il popolo presteranno la massima attenzione ai servizi di difesa. La guardia rivoluzionaria non sarà mai trascurata. La storia insegna fin troppo eloquentemente che chi dimentica questo principio non sopravvive all’errore.”
Il concetto strategico della guerra di tutto il popolo è ancora in pieno vigore, come afferma l’articolo 217 della Costituzione della Repubblica di Cuba, il che significa che ogni cittadino sa e ha un mezzo, un posto e un modo per combattere contro il nemico, sotto la guida del Partito.
Questa dottrina suppone l’attenzione permanente al rafforzamento della capacità e della disposizione combattiva, l’aggiornamento dei piani difensivi del paese e la preparazione dei dirigenti, dei capi e degli organi di direzione ai diversi livelli per condurre le azioni previste.
In questo senso, consideriamo necessario ristabilire, non appena le condizioni del confronto COVID-19 lo permettano, la realizzazione delle giornate nazionali di difesa con la partecipazione massiccia del popolo, spogliandole di qualsiasi formalismo o fanfara e garantendo così la loro efficacia e utilità per la preparazione della popolazione. Non dimentichiamo che l’invulnerabilità militare si ottiene attraverso un miglioramento costante.
Durante questo periodo, le Forze Armate Rivoluzionarie hanno continuato la preparazione delle truppe, la produzione, la modernizzazione, la manutenzione e la conservazione della tecnologia militare e degli armamenti, la preparazione del Teatro delle Operazioni Militari, insieme alla partecipazione al confronto di situazioni eccezionali e disastri di ogni tipo, tra i quali spicca COVID-19.
L’Unione dell’Industria Militare ha assicurato, a partire dal potenziale scientifico raggiunto, la preparazione e la modernizzazione di una parte significativa dell’armamento e della tecnologia militare e ha assunto, in modo crescente, la produzione di pezzi di ricambio e articoli di ampia richiesta per la popolazione.
Nel suo Rapporto Centrale al Primo Congresso del Partito, il compagno Fidel disse: “L’Esercito Ribelle fu l’anima della Rivoluzione e dalle sue armi vittoriose la nuova Patria emerse libera, bella, potente e invincibile. Quella dichiarazione è ancora oggi pienamente valida, per questo ribadisco che le Forze Armate Rivoluzionarie, nate dall’Esercito Ribelle, non hanno rinunciato e non rinunceranno ad essere per sempre l’anima della Rivoluzione” (Applausi prolungati).
I combattenti del Ministero dell’Interno, in stretto collegamento con il popolo, il Partito e le organizzazioni di massa, le Forze Armate Rivoluzionarie e le altre istituzioni dello Stato e del Governo, hanno continuato a rafforzare la prevenzione e la lotta contro l’attività del nemico, i piani sovversivi, la criminalità, le illegalità e la corruzione, così come l’indisciplina sociale e i comportamenti dannosi.
Negli ultimi cinque anni, questa organizzazione ha raggiunto un livello superiore di organizzazione e coesione nelle strutture di comando e l’attenzione alle unità di base, una questione in cui è giusto riconoscere il contributo decisivo del vice ammiraglio Julio César Gandarilla Bermejo, membro del Comitato Centrale del Partito, deputato all’Assemblea Nazionale del Potere Popolare e ministro dell’Interno fino alla sua morte alla fine dello scorso anno.
Al suo brillante record di servizio alla Rivoluzione, devo aggiungere oggi la corretta e lungimirante selezione e preparazione delle nuove generazioni che garantiscono la continuità con la staffetta sicura nella direzione dell’istituzione.
Considero opportuno riconoscere il contributo delle Forze Armate Rivoluzionarie e del Ministero dell’Interno nella produzione alimentare, che ha permesso alle due istituzioni di essere autosufficienti nella maggior parte dei prodotti necessari all’alimentazione del loro personale. I livelli di soddisfazione raggiunti rappresentano l’83% e il 72% delle richieste delle Forze Armate Rivoluzionarie e del Ministero dell’Interno, rispettivamente.
Come previsto, l’ottavo Congresso del Partito segnerà la conclusione del processo di trasferimento ordinato delle principali responsabilità dalla generazione storica alla nuova generazione.
Al sesto congresso del Partito, 10 anni fa, ho detto che, sebbene avessimo fatto diversi tentativi di promuovere i giovani a posizioni di comando, le selezioni non avevano sempre successo, e di conseguenza non avevamo allora un pool di sostituti ben preparati con sufficiente esperienza e maturità per assumere i nuovi e complessi compiti di leadership nel Partito, nello Stato e nel governo.
Dissi anche che avremmo dovuto risolvere la questione gradualmente, senza fretta e improvvisazione, il che avrebbe richiesto anche il rafforzamento dello spirito democratico e del carattere collettivo del funzionamento degli organi dirigenti del Partito e del potere statale e governativo e il ringiovanimento sistematico di tutta la catena delle cariche amministrative e del Partito nel paese.
Anche se non possiamo dare per scontato questo fronte strategico di lavoro, sono soddisfatto che stiamo consegnando la guida del paese a un gruppo di dirigenti preparati, forgiati da decenni di esperienza nel passaggio dalla base alle più alte responsabilità, impegnati nell’etica e nei principi della Rivoluzione e del socialismo, identificati con le radici e i valori della storia e della cultura della nazione, impregnati di grande sensibilità verso il popolo, pieni di passione e spirito antimperialista e consapevoli di rappresentare la continuità dell’opera iniziata da Céspedes il 10 ottobre 1868, continuata da Gómez, Maceo, Calixto García e Agramonte; ricominciato da Martí alla testa del Partito Rivoluzionario Cubano; da Baliño e Mella con la fondazione del Primo Partito Comunista di Cuba; da Villena, Guiteras, Jesús Menéndez, Abel, José Antonio, Frank País, Camilo, Ché, Blas Roca, Celia, Haydée, Melba e Vilma, Almeida e il nostro Comandante in Capo, Fidel (Applausi).
Uno di questi compagni, selezionati nel tempo, dacché abbiamo cominciato a vedere in lui una serie di qualità, è il compagno Miguel Díaz-Canel Bermúdez, membro dell’Ufficio Politico e Presidente della Repubblica negli ultimi tre anni, carica che, secondo la valutazione della direzione del Partito, sta svolgendo con buoni risultati.
Abbiamo già detto che Díaz-Canel non è il risultato di un’improvvisazione, ma di una selezione ponderata di un giovane rivoluzionario con le condizioni per essere promosso a posizioni superiori.
Per 15 anni è stato con successo Primo Segretario del Partito nelle province di Villa Clara e Holguín, dopo di che è stato nominato Ministro dell’Istruzione Superiore, Vice Presidente del Consiglio dei Ministri e Primo Vice Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri, posizioni che ha ricoperto contemporaneamente all’attenzione del fronte ideologico nel Partito.
In questi ultimi tre anni Díaz-Canel ha potuto formare una squadra e favorire la coesione con gli organi superiori del Partito, dello Stato e del Governo.
Per quanto mi riguarda, il mio compito di Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba si conclude con la soddisfazione di aver compiuto il mio dovere e la fiducia nel futuro della Patria, con la meditata convinzione di non accettare proposte di rimanere negli organi superiori dell’organizzazione del partito, nelle cui file continuerò a militare come un combattente rivoluzionario in più, pronto a dare il mio modesto contributo fino alla fine della mia vita (Prolungati applausi).
Nulla mi obbliga a questa decisione, ma credo ardentemente nella forza e nel valore dell’esempio e nella comprensione dei miei compatrioti e che nessuno dubiti che finché vivo sarò pronto, con il piede nella staffa, a difendere la Patria, la Rivoluzione e il Socialismo.
Con più forza che mai gridiamo:
Viva Cuba Libre! (Esclamazioni di: “Lunga vita!”)
Lunga vita a Fidel! (Esclamazioni di: “Lunga vita!”)
Patria o morte!
Vinceremo!
(Applausi).
Fonte