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08/03/2026

La Rivoluzione Cubana vista dalla Cina

Questa storia della rivoluzione cubana richiamata a beneficio del lettore comune sul Google cinese, Baidu, che può parere anodina a una prima lettura, sembra invece motivata da un richiamo ancora attuale: la rivoluzione cubana fu combattuta anche da migliaia di partigiani cinesi, lavoratori e loro discendenti trasportati a Cuba dall’imperialismo per coltivare i latifondi, durante la prima occupazione statunitense dell’isola.

È ovvio che un dato del genere non può che rafforzare la simpatia delle masse cinesi per Cuba (che, assai vivace un tempo, è ormai probabilmente offuscata da decenni di ‘arricchirsi è giusto’, a detrimento di altre istanze, quali quelle internazionaliste).

Il resoconto mette bene in evidenza quant’erano esigue, inizialmente e per un lungo periodo, le forze della rivoluzione armata, che pure finirono per prevalere; la centralità dell’abolizione della grande proprietà privata e la sua riassegnazione, una volta sminuzzata, al popolo; l’internazionalismo (d’altronde l’esempio di Guevara da tempo rasenta il mito); la superiorità militare della guerriglia sulla guerra regolare ecc..

Ma sembra possibile anche una seconda lettura del richiamo al contributo cinese alla rivoluzione cubana. Si può cioè intendere come un velato monito all’energumeno della Casa Bianca: attento a dove ficchi le zampe, la Repubblica Cubana la fecero anche i Cinesi, gli antenati di quelli odierni, ed è nota la fedeltà cinese alle tradizioni di famiglia.

Detto questo, è sorprendente che nella temperie della Cina contemporanea emergano ancora richiami a tutta una serie di fattori chiave del passato, insieme all’esortazione a difenderne l’attualità: la necessità e l’efficacia, contro il capitalismo e l’imperialismo, di un Partito di quadri e combattente; la routine seguita dall’imperialismo statunitense, che ieri come oggi resta quella dell’intervento militare nelle regioni che mostrano di volersi sottrarre alle sue grinfie, donde la necessità della guerra rivoluzionaria; l’inanità del pacifismo e dell’opinionismo.

Giorgio Casacchia

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La rivoluzione cubana

Cuba si trova nella parte nord-occidentale del Mar dei Caraibi ed è la più grande nazione insulare delle Indie Occidentali. Dista solo 90 miglia nautiche dallo stato americano della Florida. Nel 1492 Cuba fu scoperta da Cristoforo Colombo e successivamente divenne una colonia della Spagna.

Il popolo cubano intraprese una lunga lotta contro il dominio coloniale. Nel XIX secolo, per ottenere l’indipendenza e la liberazione, esso combatté due guerre d’indipendenza, la Prima (1868-1878) e la Seconda (1895-1898).

Gli Stati Uniti covarono sin da subito il progetto d’annettere l’isola, che da sempre consideravano un “accessorio naturale” del continente nordamericano, un “frutto maturo” destinato prima o poi a cadere in mano loro. Affermò a suo tempo il segretario di Stato americano John Quincy Adams [1767-1848]: “La posizione strategica di Cuba nel Golfo del Messico e nel Mar dei Caraibi, la semplicità dei costumi della sua popolazione, la sua collocazione tra la nostra costa meridionale e l’isola di Santo Domingo, l’ampio porto dell’Avana, che si trova di fronte alla nostra lunga linea costiera povera di buoni porti, nonché le caratteristiche della sua produzione e del suo consumo, che offrono una base per un commercio reciprocamente vantaggioso: tutto ciò conferisce a Cuba un’importanza così rilevante per gli interessi della nostra nazione che nessun altro territorio straniero può eguagliarla; e il nostro rapporto con essa è quasi pari a quello che intercorre tra i vari Stati della nostra Unione”.

Gli Stati Uniti tentarono d’acquistare Cuba per 100 milioni di dollari, ma il governo spagnolo rifiutò.

Alla fine del XIX secolo, il capitalismo statunitense si sviluppò rapidamente ed entrò progressivamente nella fase imperialista; il capitale americano arrivò a controllare a Cuba i settori industriali dello zucchero, del tabacco, della cantieristica navale e altri comparti. Per tutelare i propri interessi economici nell’isola, nel momento in cui la Seconda Guerra d’Indipendenza cubana stava per conseguire la vittoria finale, gli Stati Uniti intervennero militarmente con il pretesto di “aiutare” l’indipendenza di Cuba.

Nel 1933, Fulgencio Batista [1901-'73] ordì un colpo di Stato e, in qualità di capo di stato maggiore dell’esercito, prese il controllo del governo; nel 1940 divenne presidente, ma fu sconfitto alle elezioni del 1944 e lasciò il potere, per riprenderlo tuttavia nel marzo 1952, con il sostegno del governo statunitense. Al suo ritorno, nel primo anno sciolse il parlamento, abolì la costituzione del 1940 (che aveva caratteri progressisti di matrice borghese) e promulgò uno “Statuto costituzionale” e leggi anti operaie.

L’anno seguente dichiarò “illegale” il Partito Socialista Popolare di Cuba; nel 1954 vietò inoltre scioperi e manifestazioni di massa. Nei pochi anni successivi alla sua ascesa, decine di migliaia di cubani furono uccisi o imprigionati o esiliati, oltre 100.000 persone emigrarono all’estero e più di un milione rimasero senza lavoro.

Nel frattempo, il capitale statunitense rafforzò ulteriormente la presa sull’economia cubana e Cuba e Stati Uniti firmarono un “Trattato di mutua assistenza militare”, in base al quale le forze militari e di polizia statunitensi della base navale di Guantánamo avrebbero partecipato direttamente alla repressione del movimento rivoluzionario cubano.

La dittatura di Batista aggravò le contraddizioni interne del paese e suscitò una forte resistenza popolare.

Svolgimento delle ostilità

Il 26 luglio 1953, Fidel Castro guidò un gruppo di rivoluzionari di 165 membri all’assalto della caserma Moncada, nei sobborghi di Santiago di Cuba, con l’obiettivo d’impadronirsi delle armi per armare il popolo e avviare un ampio movimento di liberazione. L’azione non ebbe successo e molti rivoluzionari caddero, mentre Fidel Castro e altri sopravvissuti furono arrestati e imprigionati. Fallì anche l’attacco alla caserma di Bayamo, lanciato nello stesso periodo.

L’assalto alla Moncada segnò l’inizio della lotta armata contro la dittatura, con l’obiettivo di ripristinare la Costituzione abolita da Fulgencio Batista, e incoraggiò i lavoratori cubani a intraprendere la lotta rivoluzionaria contro i monopoli imperialisti, il latifondo e il capitalismo. Nel paese emerse un nuovo movimento politico organizzato,il Movimento 26 Luglio, che pose la questione della lotta armata contro la tirannia.

Dopo l’arresto, Fidel Castro fu condannato a 15 anni di carcere. Processato in un tribunale di Santiago, Castro, che era un avvocato, ottenne il permesso di difendersi da solo. In aula pronunciò un’appassionata arringa, il celebre discorso intitolato «La storia mi assolverà», che in seguito divenne il programma politico della lotta armata.

Su pressione del movimento popolare esploso in tutto il paese che esigeva l’amnistia per i prigionieri politici, Fulgencio Batista, alla vigilia delle elezioni presidenziali del novembre 1954, liberò i partecipanti all’assalto alla caserma Moncada. Una volta rilasciato grazie all’amnistia, Fidel Castro tornò all’Avana ma, l’anno seguente, si trasferì con suo fratello Raul Castro a Città del Messico, dove organizzò una forza rivoluzionaria, in attesa dell’occasione per rientrare a Cuba e riprendere la lotta.

In Messico, Fidel Castro incontrò Ernesto Che Guevara, uno dei fondatori della teoria della guerriglia in America Latina. Guevara era un giovane medico argentino che aveva studiato medicina presso l’Università di Buenos Aires; a 24 anni aveva abbandonato gli studi e preso a viaggiare in lungo e in largo in Sudamerica. Nel 1954 servì nel governo democratico di Jacobo Árbenz in Guatemala. Dopo che Árbenz fu rovesciato dai militari, Guevara fuggì in Messico. Nel 1955 si unì al Movimento 26 Luglio guidato da Fidel Castro in Messico e ricevette l’addestramento alla guerriglia.

Ampliamento del conflitto

La sera del 25 novembre 1956, Fidel Castro, salpò dalla foce del fiume Tuxpan, in Messico sul panfilo Granma, alla testa di un contingente rivoluzionario cubano di 82 membri, dirigendosi verso Cuba. Il piano prevedeva che, al loro arrivo il 30 novembre, i rivoluzionari guidati da Frank Pais avviassero una serie di azioni di guerriglia a Santiago di Cuba per coordinarsi con lo sbarco. In quel giorno, Pais riuscì rapidamente a prendere il controllo della città secondo il piano stabilito.

Tuttavia, a causa del mare agitato, il gruppo di Castro raggiunse la provincia orientale di Cuba solo il 2 dicembre. Appena sbarcata, la spedizione rivoluzionaria fu circondata dalle truppe di Fulgencio Batista. Dopo tre giorni di sanguinosi combattimenti, soltanto 12 uomini riuscirono a rompere l’accerchiamento e a rifugiarsi nella Sierra Maestra, tra cui lo stesso Fidel Castro, suo fratello Raul Castro ed Ernesto Che Guevara.

Nella Sierra Maestra essi stabilirono una base rivoluzionaria e avviarono la guerriglia. Nel gennaio 1957, le forze ribelli attaccarono di notte la caserma di La Plata, uccidendo 12 soldati nemici e ottenendo la prima vittoria. Nel maggio dello stesso anno, le truppe di Fidel Castro assalirono Uvero, eliminando 53 soldati.

In seguito, i ribelli dichiararono apertamente l’obiettivo di rovesciare il regime reazionario di Batista, instaurare un governo rivoluzionario popolare e promuovere la riforma agraria, la liberazione dei prigionieri politici e il ripristino dei diritti politici dei cittadini. Queste parole d’ordine ottennero un ampio sostegno tra le diverse classi sociali e le forze ribelli continuarono a crescere e rafforzarsi.

La lotta condotta nella base rivoluzionaria della Sierra Maestra ebbe un’importante influenza sulla resistenza nazionale contro la dittatura di Fulgencio Batista.

Il 13 marzo 1957, il presidente della Federazione Studentesca dell’Università dell’Avana, Antonio Echeverria, guidò un gruppo di giovani patrioti nell’assalto al palazzo presidenziale di Batista, all’Avana. Sebbene l’azione volta a rovesciare la dittatura fallisse, contribuì a promuovere lo sviluppo attivo della lotta di massa; da allora, il movimento studentesco prese il nome di Direttorio Rivoluzionario 13 Marzo e intraprese la lotta armata.

Il 9 aprile, i lavoratori dell’Avana proclamarono uno sciopero generale. Il 5 settembre 1957 scoppiò un’insurrezione popolare nella città di Cienfuegos. I rivoluzionari e i marinai insorti occuparono il comando navale di Cayo Loco, presero il controllo della città e distribuirono armi alla popolazione. Le truppe di Batista intervennero e repressero brutalmente l’insurrezione.

Nel corso della lotta contro la tirannia di Batista, la Sierra Maestra divenne il coagulo di tutte le forze antigovernative. A Cuba si costituì un fronte nazionale democratico e antimperialista, incentrato sul “Movimento 26 di Luglio” e guidato dal comandante in capo Fidel Castro, al quale parteciparono attivamente anche il Partito Socialista Popolare, il “Direttorio Rivoluzionario 13 Marzo” e altre forze e fazioni politiche.

La “Dichiarazione sulla riforma agraria” proclamata da Fidel Castro il 12 luglio 1957 e il Decreto-Legge n. 3 sul “Diritto alla terra per i contadini”, annunciato il 10 ottobre 1958, ebbero un ruolo estremamente importante nella mobilitazione delle masse rivoluzionarie. In forza di questi documenti, nelle zone liberate furono confiscate le terre ai latifondisti e distribuite ai contadini.

La base sociale della rivoluzione si ampliò. Contadini, operai, studenti universitari e altri si unirono in massa alle file dell’insurrezione. Tra la fine del 1957 e l’inizio del 1958, le forze guerrigliere crebbero fino a oltre 2000 uomini, e Fidel Castro le riorganizzò trasformandole nell’Esercito Insurrezionale.

Per liberare tutto il Paese, l’Esercito Insurrezionale condusse attivamente varie operazioni militari. All’inizio del 1958, Raúl Castro guidò 50 combattenti attraverso le zone occupate dal nemico, trasferendosi dalla Sierra Maestra alla Sierra Cristal, dove aprì il “Secondo Fronte Orientale Frank País”. Poco dopo, l’area compresa tra Mayarí e Baracoa, nel nord della provincia di Oriente, passò sotto il controllo degli insorti. Contemporaneamente, sotto il comando di Juan Almeida, fu aperto il “Terzo Fronte Santiago de Cuba”.

Le forze guerrigliere guidate dal Partito Socialista Popolare operarono nella parte settentrionale della provincia di Las Villas. Un gruppo armato del “Direttorio Rivoluzionario 13 Marzo” sbarcò nel febbraio 1958 nella zona di Nuevitas e, dopo cinque giorni di marcia, raggiunse la Sierra dell’Escambray, dove avviò attività guerrigliere. Entro la prima metà del 1958, l’attività dell’Esercito Ribelle s’estendeva alla maggior parte della Cuba Orientale. Anche in diverse altre province del Paese scoppiarono insurrezioni armate.

Nel maggio 1958, dopo aver represso la sciopero d’aprile e le insurrezioni armate all’Avana e in altre città, Batista iniziò a progettare una “offensiva totale” contro la Sierra Maestra. A quel tempo, la base principale dei guerriglieri contava poco più di 300 uomini, armati solo di fucili e mitragliatrici leggere. Il governo di Batista schierò oltre 10.000 soldati, col sostegno di aerei, carri armati e artiglieria, per accerchiare la zona. Operarono bombardamenti aerei contro le basi ribelli anche le truppe statunitensi di stanza a Guantánamo.

Di fronte alla preponderanza delle forze nemiche, l’Esercito Ribelle condusse una dura guerriglia. Nei villaggi montani attuava manovre ingegnose, sfruttando appieno la difficile conformazione geografica della zona per logorare e attaccare il nemico. I soldati del governo erano riluttanti a combattere per Batista e avevano il morale basso. I guerriglieri educavano i prigionieri dell’esercito governativo prima di rimandarli indietro; molti di questi, tornando alle truppe di Batista, diffondevano idee rivoluzionarie, e nel giro di poche settimane disertavano altri soldati.

Con l’appoggio della popolazione locale, l’Esercito Ribelle inflisse numerosi colpi alle truppe nemiche in avanzata. Alla fine di luglio, durante tre giorni di combattimenti a Santo Domingo, i ribelli, rafforzati da rinforzi, annientarono la più potente unità dell’esercito governativo e passarono all’offensiva. Dopo oltre un mese di scontri, i guerriglieri neutralizzarono più di 1.000 soldati nemici e liberarono completamente la regione della Sierra Maestra, decretando il fallimento della “offensiva totale” lanciata da Batista.

Svolta della rivoluzione

Nella seconda metà del 1958, la guerra rivoluzionaria a Cuba entrò in una nuova fase. Alla fine di agosto, due colonne della guerriglia, partirono dalle montagne della Sierra Maestra, attraversarono le paludi delle province di Oriente e del sud di Camagüey e lanciarono un’offensiva nelle regioni occidentali di Cuba.

Nella provincia di Las Villas, secondo gli accordi politici già raggiunti, si unirono all’attacco le forze rivoluzionarie del “Comitato Direttivo della Rivoluzione del 13 marzo”, del Partito Sociale del Popolo e di altri gruppi armati anti-americani e anti-dittatoriali. Ciò permise di unire le forze nella regione e accelerare il corso delle operazioni militari dell'esercito. La liberazione dalla occupazione delle truppe di Batista della città strategica di Fomento ebbe un grande significato politico e militare, consentendo alla guerriglia di assumere il controllo di vaste aree del territorio.

Il 29 dicembre 1958, la guerriglia iniziò l’attacco alla capitale provinciale di Santa Clara. Le truppe governative a difesa della città erano circa 3.000, equipaggiate con armi automatiche e un grande quantitativo di munizioni, supportate da oltre 20 carri armati, un treno corazzato e unità aeree. L’esercito rivoluzionario impegnato nell’attacco era di circa 400 uomini, armati con fucili automatici e semiautomatici. Nonostante il vantaggio delle forze governative, il comando della guerriglia decise di assaltare Santa Clara.

Per impedire che le truppe governative provenienti dalle regioni orientali, in particolare le unità meccanizzate, intervenissero come rinforzo, Guevara ordinò alla vigilia dell’attacco di far saltare i ponti vicino alla città di Falcón. Con il sostegno della popolazione, l’esercito rivoluzionario ottenne già il primo giorno della battaglia risultati decisivi, catturando il treno corazzato del governo, carico di armi e munizioni.

Il 1° gennaio 1959, l’ultima guarnigione della caserma “Leoncio Vidal” si arrese. Nello stesso giorno, le forze rivoluzionarie occuparono la capitale orientale Santiago de Cuba. Il giorno precedente, il dittatore Batista era fuggito precipitosamente all’estero. Le forze reazionarie locali e l’ambasciata statunitense tentarono di deviare la rivoluzione, promuovendo un loro rappresentante per sostituire Batista. Tuttavia, il comando della guerriglia e il Partito Sociale del Popolo lanciarono uno sciopero generale, sventando il complotto.

Il 2 gennaio, le forze rivoluzionarie entrarono a L’Avana, le truppe governative si arresero e la guerra rivoluzionaria del popolo raggiunse la vittoria.

Vittoria della rivoluzione

Il 3 gennaio 1959 a Santiago de Cuba fu istituito un governo rivoluzionario provvisorio, con a capo come presidente ad interim il rappresentante della borghesia liberale, mentre Castro assunse il comando delle forze armate. Questo governo non ratificò le leggi redatte dai rivoluzionari.

Nel febbraio successivo, le forze rivoluzionarie costrinsero tale governo alle dimissioni. Il governo rivoluzionario era principalmente guidato dalle forze rivoluzionarie del “Movimento del 26 luglio”, capeggiate da Fidel Castro, e comprendeva esponenti di vari partiti contrari a Batista.

Il nuovo regime attuò profonde trasformazioni sociali ed economiche, promuovendo la riforma agraria e lo sviluppo industriale, nazionalizzando le proprietà delle imprese statunitensi e della grande e media borghesia locale, e perseguendo una politica volta a contrastare l’intervento imperialista e a salvaguardare l’indipendenza nazionale.

Nel 1961, Castro dichiarò che la rivoluzione cubana aveva natura socialista. Nello stesso anno, il “Movimento del 26 luglio” si fuse con il Partito Sociale del Popolo e il “Comitato Direttivo della Rivoluzione del 13 marzo” dando origine all’Organizzazione Unificata della Rivoluzione Cubana. Nel 1965, questa organizzazione cambiò nome in Partito Comunista di Cuba. La vittoria della guerra rivoluzionaria cubana segnò l’inizio di un nuovo capitolo nella storia di Cuba.

La vittoria della rivoluzione cubana, come un tuono improvviso, scosse il sogno geopolitico americano.

La guerra rivoluzionaria cubana fu una guerra di rivoluzione democratica nazionale condotta dal popolo cubano contro il regime dittatoriale filostatunitense. Questa guerra ricevette un ampio sostegno dalla popolazione cubana e si combinò con il movimento rivoluzionario nazionale e democratico del popolo, che costituì la fonte di forza per il successo della rivoluzione.

La guerra rivoluzionaria attraversò diverse fasi: inizialmente insurrezioni urbane, poi, dopo i fallimenti, si trasformò in una lunga guerra di guerriglia nelle campagne, fino a evolversi in attacchi alle città per conquistare il potere. Le forze armate rivoluzionarie si svilupparono gradualmente durante la guerra di guerriglia; le truppe del governo reazionario, pur avendo superiorità numerica rispetto alle forze rivoluzionarie, non erano particolarmente efficaci sul piano del combattimento.

Gli Stati Uniti non compresero pienamente la natura del “Movimento del 26 luglio”, che guidava la guerra rivoluzionaria cubana, ritenendolo semplicemente un movimento volto a ripristinare la Costituzione di natura borghese del 1940. Convinti di poter controllare la situazione a Cuba e per altre ragioni, non ebbero il tempo di intervenire militarmente, e così le forze armate rivoluzionarie conquistarono il potere.

Le principali lezioni ed esperienze della guerra rivoluzionaria cubana sono le seguenti.

In primo luogo, una volta maturata una situazione rivoluzionaria, per conquistare il potere la lotta politica deve evolvere in lotta armata. Fra l’imperialismo statunitense, il suo controllo e sfruttamento a lungo termine di Cuba, e il popolo cubano esisteva una profonda contraddizione. I governi cubani, collusi con l’imperialismo statunitense e pronti a sacrificare gli interessi nazionali, erano odiati dal popolo. La guerra di rivoluzione democratica nazionale aveva quindi solide basi sociali e politiche.

Tuttavia, per un lungo periodo, la lotta dei partiti rivoluzionari si era concentrata principalmente sulla lotta politica ed economica; di conseguenza, sebbene i governi cubani cambiassero di volta in volta, i partiti rivoluzionari non riuscivano a conquistare il potere. Dopo il 1953, venne finalmente compresa la gravità delle contraddizioni tra il popolo cubano e i gruppi monopolistici stranieri con i loro agenti, generate dal regime dittatoriale di Batista sul piano politico, economico, interno ed estero. In una condizione rivoluzionaria ormai matura, Castro intraprese con coraggio la lotta armata, dando inizio alla conquista del potere attraverso le armi.

In secondo luogo, per condurre una guerra rivoluzionaria è necessario determinare una linea corretta. Questo è l’importante problema strategico da risolvere per primo. Guevara, nelle sue Memorie della guerra rivoluzionaria cubana, afferma che la guerra rivoluzionaria cubana prevedeva due linee: l’una consisteva nel creare basi rivoluzionarie nelle montagne e da lì lanciare l’attacco alle città; l’altra consisteva nell’insurrezione diretta nelle città per conquistare immediatamente il potere.

All’inizio, egli aveva avviato un’insurrezione urbana, ma dopo il fallimento scelse di istituire basi rivoluzionarie nelle montagne. Dopo averle create, ampliò gradualmente le zone liberate e infine attaccò le città. La pratica della guerra rivoluzionaria cubana dimostrò che questa era la linea vincente.

Naturalmente, scegliere questa linea non escludeva le insurrezioni urbane. Quando necessario, era opportuno organizzare sequenze di rivolte in città per sostenere la lotta di “contenimento e scontro” nelle basi montane, specialmente durante la fase di offensiva strategica, quando era essenziale promuovere le insurrezioni urbane per occupare le città e, infine, conquistare il potere.

In terzo luogo, per condurre una guerra rivoluzionaria è necessario formare un esercito rivoluzionario forte. La guerra di guerriglia, estremamente dura e faticosa, richiede dai combattenti rivoluzionari una ferma convinzione rivoluzionaria, uno spirito rivoluzionario tenace, resistenza alla fatica e alle difficoltà, oltre a una disciplina ferrea e capacità di lavorare con le masse. Guevara scrive nelle sue memorie: “Come in tutti gli eserciti del mondo, anche i membri del nostro esercito devono rispettare i superiori. Devono obbedire immediatamente agli ordini, ovunque vengano inviati, anche se ciò comporta grandi fatiche. Tuttavia, nel loro lavoro devono anche considerarsi sia investigatori sociali sia operatori giudiziari.
Come investigatori sociali, devono entrare in contatto con il popolo per capire le correnti di pensiero e gli umori della popolazione, così da poter formulare proposte costruttive alle organizzazioni superiori; come operatori giudiziari, hanno la responsabilità di criticare qualsiasi cattiva condotta avvenga dentro o fuori dall’esercito e di fare tutto il possibile per eliminarla. Dobbiamo fare in modo che il popolo – operai, contadini, studenti e persone di ogni settore – consideri come un onore, nelle giuste circostanze, affiancare con le armi in mano chi indossa l’uniforme militare e combattere insieme a loro”
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In quarto luogo, è necessario costruire un fronte unito rivoluzionario più ampio possibile, coordinando lotta politica, lotta economica, lotta culturale e lotta armata. Durante la guerra rivoluzionaria cubana, il “Movimento del 26 luglio” si unì, formando un ampio fronte rivoluzionario, con il Partito Sociale del Popolo, il “Comitato Direttivo della Rivoluzione del 13 marzo”, il Partito Rivoluzionario Cubano, il Partito del Popolo Cubano, il Partito Nazionale e il “Movimento Operaio Cubano”, tutte organizzazioni e partiti contrari al regime dittatoriale di Batista. Il Partito Sociale del Popolo sosteneva che il “Movimento del 26 luglio”, senza il supporto di “azioni dirette delle masse e dello sciopero generale”, non avrebbe potuto ottenere la vittoria. Perciò, esso chiamò e organizzò operai e contadini a partecipare all’esercito rivoluzionario, mobilitando il popolo a fornire supporto economico. Molti membri del Partito Sociale del Popolo e del “Comitato Direttivo della Rivoluzione del 13 marzo” si unirono all’esercito rivoluzionario guidato dal “Movimento del 26 luglio” nella Sierra Maestra.

Allo stesso tempo, le unità di guerriglia del Partito Sociale del Popolo, del “Comitato Direttivo della Rivoluzione del 13 marzo” e di altre organizzazioni agirono in stretta collaborazione con l’esercito rivoluzionario del “Movimento del 26 luglio”, infliggendo gravi perdite alle truppe governative. Il popolo cubano, conducendo lotte politiche, economiche e culturali di varie forme, supportò direttamente la lotta armata, e in particolare lo sciopero generale finale contribuì insieme all’esercito rivoluzionario a rovesciare il regime dittatoriale.

La guerra rivoluzionaria cubana, grazie alla formazione di un ampio fronte unito anti-dittatoriale e allo sviluppo di molteplici forme di lotta politica, economica e culturale, creò un potente movimento rivoluzionario nazionale e democratico del popolo cubano, permettendo così di ottenere in tempi relativamente brevi la vittoria finale contro il regime dittatoriale di Batista.

I cinesi durante la guerra

Secondo le statistiche, tra il giugno 1847 e il 1874 arrivarono a Cuba 141.000 lavoratori cinesi, pari a un decimo della popolazione dell’isola in quel periodo.

Tra il 1868 e il 1878 il popolo cubano lanciò la prima guerra d’indipendenza contro il dominio oppressivo del governo coloniale spagnolo, ma senza successo. La seconda guerra d’indipendenza si svolse dal 1895 al 1898 e, grazie all’intervento degli Stati Uniti, riuscì infine a rovesciare il dominio spagnolo; tuttavia, Cuba divenne di fatto una dipendenza del governo e dei capitalisti statunitensi.

Durante le due guerre d’indipendenza, migliaia di cinesi, ancora con la tradizionale treccia, si unirono al fiume della rivoluzione; all’epoca vi furono diverse unità composte interamente da cinesi. Queste truppe cinesi, formate in gran parte da cantonesi e hakka, erano valorose e non temevano la morte. L’eroe della guerra d’indipendenza cubana, il generale Gonzalo de Quesada, pronunciò una celebre frase, che ora è incisa in un parco della capitale cubana L’Avana: «In tutta la guerra d’indipendenza cubana non vi fu un solo cinese traditore, né un solo cinese disertore».

Oltre la metà dei soldati nelle unità cinesi era composta da hakka, che diedero piena prova del loro carattere tenace e indomito, spargendo il loro sangue sull’isola e nel Mar dei Caraibi.

Negli anni Cinquanta del XX secolo, Castro e suo fratello avviarono la lotta guerrigliera contro il regime; vi parteciparono anche numerosi cinesi. Tra i più noti vi furono tre comandanti: Armando Choy, Gustavo Chui e Moisés Sio Wong.

Armando Choy nacque a Cuba nel 1934; suo padre era emigrato sull’isola nel 1918, mentre sua madre era una cubana bianca. Choy fu uno dei veterani del celebre “Movimento del 26 luglio” nella storia della rivoluzione cubana e uno dei fondatori del Partito Comunista di Cuba. Nell’aprile 1961, quando la CIA statunitense sostenne lo sbarco di esuli anticomunisti cubani alla Baia dei Porci, respinti sulle spiagge, Choy si distinse nelle operazioni di accerchiamento; all’epoca era comandante di battaglione. Nel 1976 fu promosso generale di brigata e ricoprì anche l’incarico di ambasciatore.

Gustavo Chui nacque nel 1938; sua madre era una cubana nera e proveniva da una famiglia modesta. Iniziò l’attività rivoluzionaria a soli sedici anni e partecipò alla battaglia della Baia dei Porci; nel 1980 fu promosso generale di brigata. Guidò truppe cubane in missioni militari in Africa, in Angola, Etiopia e Mozambico, e ricoprì l’incarico di vice capo di stato maggiore delle forze cubane in Angola. Nel 1988 il veicolo su cui viaggiava saltò su una mina e perse una gamba nell’esplosione.

Wang nacque nel 1938 e partecipò al “Movimento del 26 luglio”. Suo padre era arrivato a Cuba nel 1895; sua madre era cinese, mentre suo cognato era stato segretario della sezione cubana del Kuomintang cinese ed era un ricco uomo d’affari. Durante gli studi superiori, Wang prese parte ad attività antigovernative; nel 1957 si unì alla rivoluzione e fu incaricato di organizzare un corpo di polizia militare. Wang fu anche aiutante di campo di Raúl Castro. Nel 1976 venne promosso generale di brigata e presidette in tarda età l’Associazione di amicizia sino-cubana.

Castro chiese personalmente a Wang quanti cinesi avessero preso parte alle guerre d’indipendenza cubane e alla guerra rivoluzionaria. Wang rispose che il numero esatto forse non sarà mai conosciuto, poiché molti cinesi che parteciparono ai combattimenti avevano adottato nomi spagnoli; tuttavia, secondo una stima prudente, almeno più di diecimila cinesi presero parte alle guerre d’indipendenza del XIX secolo, mentre alcune centinaia avrebbero partecipato alla guerra rivoluzionaria.

Cuba è un pugnale puntato al petto degli Stati Uniti (Post Cinese,2021)

Dei grandi eventi storici globali, sono certamente responsabili le grandi potenze, ma non va dimenticato che anche molti Paesi piccoli possono scuotere il mondo, esercitando un’influenza globale. L’esempio più tipico è la Repubblica di Cuba: pur essendo un piccolo paese latinoamericano, la crisi dei missili lo proiettò nell’arengo mondiale. Essa rischiò infatti di provocare una guerra nucleare tra USA e URSS, minacciando la sicurezza e gli interessi globali. Cuba ebbe infatti, nel periodo sovietico, una presenza internazionale molto rilevante. Oggi però i tempi sono cambiati: quale posizione occupa attualmente Cuba nel mondo? Al tempo dell’URSS, la Repubblica di Cuba godette del sostegno sovietico e fu di conseguenza una nazione relativamente potente, con un certo sviluppo economico e una presenza internazionale significativa.

Dopo la dissoluzione dell’URSS tuttavia Cuba si trovò senza aiuti e iniziò progressivamente il suo declino. A trent’anni di distanza, quale posizione occupa oggi Cuba nel mondo? La sua attuale condizione si può riassumere in quattro punti.

Primo: è il paese piccolo con il sistema medico più sviluppato al mondo
Molti si chiedono perché, in America Latina, numerosi dirigenti di Stato scelgano di farsi curare a Cuba. L’esempio più emblematico è l’ex presidente del Venezuela, Hugo Chávez, che si sottopose a un intervento chirurgico proprio a Cuba. La ragione è che il sistema sanitario cubano è considerato tra i più avanzati al mondo. A Cuba c’è un medico ogni 170 abitanti; le tecnologie e le attrezzature mediche sono ai vertici internazionali, la sua reputazione in questo ambito è riconosciuta a livello globale, conferendole un’elevata considerazione internazionale.

Secondo: è tutto sommato un paese ancora prospero
Sebbene con la fine degli aiuti dell’Unione Sovietica, le entrate della Repubblica di Cuba abbiano subito una forte contrazione, il Paese dispone ancora di un’agricoltura sviluppata e di una solida base industriale. Ancora oggi Cuba è considerata uno dei paesi più ricchi dell’America Latina, con un PIL pro capite vicino ai 10.000 dollari. Nel complesso, rimane una nazione prospera. La popolazione cubana è ritenuta tra le più felici al mondo, ciò che costituisce un fattore importante della buona reputazione di Cuba nel mondo.

Terzo: ha numerosi marchi di fama mondiale
Pur non essendo una nazione grande (ha circa km2100.000 di territorio e 10 milioni di abitanti), Cuba gode di una notevole notorietà nel sistema industriale globale. In particolare, possiede molti prodotti e marchi conosciuti a livello internazionale, p.es. lo zucchero di canna cubano, il tabacco e le apparecchiature mediche. Sono fattori che accrescono costantemente la presenza e l’influenza di Cuba nel mondo. I sigari cubani per esempio hanno un mercato molto ampio negli stessi USA.

Quarto: gode di grande prestigio in America Latina
L’economia, la politica e le forze armate costituiscono una forza complessiva tra le più rilevanti dell’America Latina. Inoltre, i leader cubani hanno mostrato una forte capacità di mobilitazione nella regione, permettendo a Cuba di farsi numerosi alleati, come la Colombia, il Venezuela e la Bolivia.

Fonte

07/02/2025

[Reportage] Cuba - Difficoltà e resistenza per un cambiamento che non sia resa

Per le vie dell’Avana le parole di Marco Rubio sul re-inserimento di Cuba nelle liste dei paesi complici del terrorismo risuonano sui telefonini e sulla televisione. Nessuno si stupisce e nemmeno si dispera. Una signora mi dice “abbiamo resistito a cose peggiori rispetto a Trump. Certo oggi la situazione non è facile e lui attaccherà, ma noi andiamo avanti”. I problemi del quotidiano coinvolgono le persone di Cuba in maniera più immediata che la politica internazionale, e la sensazione è che non ci si aspetti mai altro se non tradimenti, aggressioni e violenza. Nonostante questo cubane e cubani sono allegri e accoglienti, sorridono a tutte e tutti, cercano di fare affari, vendere un giornale o una moneta ad 3 pesos del Che. Dal Canada e dagli USA arrivano migliaia di turisti l’anno, l’aeroporto con più voli su Avana è quello di Miami, a dirlo sembra una stranezza ma è così.

La contraddizione è il metodo dell’isola e le narrazioni su Cuba troppo spesso subiscono l’interesse politico che esiste... da una parte quello USA e il sogno di tornare ad avere il controllo dell’isola, dall’altro quello di chi difende senza se e senza ma la revolucion. Mi pare, per come ho visto, conosciuto e attraversato l’isola, che nulla di più distante dalla realtà sia la polarizzazione. Certo ci sono persone che si posizionano nei due estremi ma la maggioranza di coloro che ho incontrato e con cui ho parlato vogliono dei cambiamenti senza perdere le proprie peculiarità e senza diventare un pezzo del mondo occidentale. E così mentre a Remedios manca la luce per 20/21 ore al giorno le persone escono di casa, ridono e ballano al buio, alcuni trovano escamotage per vedere la televisione altri accendono il fuoco per cucinare, ridono, dicono “è così da dopo il Covid”, c’è rassegnazione e si aspetta un cambio. A Trinidad invece è l’autorganizzazione di necessità a rispondere agli “apagon”, generatori e batterie elettriche permettono a bar, locali e ristoranti di tenere le luci accese, non si parla quasi mai di politica e se ci provi le parole sono rarefatte e di necessità. Però sia a Remedios che a Trinidad mi sono sentito dire “questa è Cuba, abbiamo sempre trovato una soluzione e la troveremo ancora. Non devono arrivare persone da fuori a dirci che fare”.

Difficoltà e resistenza convivono, l’unicità e la dignità di sapersi diversi e diverse è forte. Jose Martì è un simbolo, la tardiva indipendenza dalla Spagna è un lascito che l’ingerenza degli Stati Uniti hanno trasformato in incubo. La rivoluzione che ha attraversato e vinto nel paese nella metà degli anni ’50 del secolo scorso ha immerso il suo sacrificio nella voglia di libertà ed indipendenza. Libertà ed indipendenza sono ancora parole importanti, e hanno certo significato diverso visto che, nonostante l’avvento di internet, la libertà di espressione non è così garantita a Cuba. Però certamente la situazione è in evoluzione ed è come tutto complessa, non c’è la caccia al giornalista e neppure la possibilità di dire e scrivere ciò che si vuole, neppure per chi è straniero ma vive l’isola. Lo scontro narrativo è ciò che mi sono trovato dinanzi arrivando all’Avana lo scorso 22 di gennaio, un raro giorno di pioggia nella stagione secca.

Girano voci che sull’isola non ci siano cibo o carburante, la verità è che cibo e carburante ci sono se paghi in dollari o euro, e se sei nei circuiti turistici e privati (anche se un privato vero e proprio non esiste a Cuba ed è tutto partecipato dallo Stato). Se vai a prendere un caffè all’Avana, in un bar statale, lo paghi dai 40 ai 60 pesos (1 euro oggi è cambiato per strada 320 pesos, il cambio ufficiale poco più di 120) ma non trovi latte e zucchero ad accompagnarlo. Il bar di fianco, Particular, ha tutto ma il caffè può costare dai 300 ai 700 pesos. È tutto così, uno scontro quotidiano. L’apertura al mercato misto pubblico/privato ha portato ossigeno in un primo momento all’economia cubana ma poi ha generato uno iato sempre maggiore tra chi lavora in “proprio” con il turismo e chi no. Gli stipendi del “pubblico” sono bassissimi, un medico prende 7000 pesos al mese, e il sistema de la “Libreta” che seppe rispondere al bloqueo USA e al Periodo Especial garantendo cibo e vestiti, oggi non regge più.

Cubane e cubani sanno benissimo che due dei lasciti della revolution, istruzione e sport, sono per loro occasioni. Chi migra lo fa dopo essersi laureato o essersi allenato, quando vanno all’estero arrivano qualificati: medici, musicisti, sportivi di prim’ordine e spesso riescono a essere ben pagati per fare il lavoro che hanno imparato a fare a Cuba dove non trovano la possibilità di realizzarsi. Ma c’è chi rimane perchè non vuole rassegnarsi all’idea che dove è nato non possa fare ciò che vuole e c’è anche chi non va via perchè si sente fedele alla rivoluzione, a dirmelo è una ragazza, 30enne a Vinales. Oggi chi prende seriamente in considerazione di andarsene, giovane, dall’isola e sfruttare il suo piano di studi altrove lo fa grazie a leggi, come quella di Zapatero in Spagna, che rendono meno difficile uscire dall’isola. Se all’Avana questo si vede meno quando esci e vai a occidente o oriente il “buco” generazionale è evidente.

Nonostante questi e altri problemi, sull’isola la voglia di rivendicarsi come cubani e cubane è fortissima, c’è identità e dignità, anche se la paura esiste e si vede. Solo fino a pochi anni fa si viveva in maniera totalmente diversa, e non c’erano tutte queste persone, soprattutto bambini, che chiedono l’elemosina. Anche se un signore che racconta la battaglia di Santa Clara perché faceva parte della colonna del Che ricorda che la “moda” di chiedere caramelle e shampoo agli stranieri arriva direttamente dal “periodo especial”, dagli anni ’90, quando davvero, dopo la caduta dell’URSS, per mesi a Cuba mancarono molte cose. Oggi invece non sono ripartite in maniera uguale.

L’assenza di Fidel, gigante della politica, è enorme. Forse nemmeno Fidel avrebbe trovato le soluzioni ma certamente ci avrebbe messo la faccia. Una ragazza mi dice “ma ti pare che Fidel avrebbe fatto come Diaz-Canel che quando la gente protestava per il pane ha invitato il popolo a scendere in strada per difendere la rivoluzione? No Fidel sarebbe sceso in piazza lui, e avrebbe affrontato chi manifestava con il pensiero di abbattere la rivoluzione e parlato con chi aveva fame”. Me lo racconta in un ristorante dell’Avana, con il generatore che da corrente, me lo dice arrabbiata e aggiunge “ed io non sono mai stata acritica neppure con Fidel”. Fidel teneva assieme Cuba, si faceva vedere, ho raccolto racconti di decine e decine di persone che mi hanno confessato “quel giorno ero nel palazzo del governo, ad un certo punto è arrivato Fidel. Si è messo da parte e ascoltava, ascoltava tutti”. Pare così, pare che non ci fosse riunione a cui Fidel non mettesse l’orecchio. C’è chi lo piange, c’è chi lo critica, ma non c’è chi non lo rispetti. Con la sua morte sono finiti i momenti di massa e collettivi che tenevano assieme le generazioni. Fidel morendo ha decretato che non ci fosse il culto della sua personalità, non ci sono statue, non ci sono poster, ed è vietato commercializzare la sua immagine.

Anche per Camilo Cienfuegos è così, il terzo grande leader della rivoluzione, morto troppo presto per dire la sua. Di Camilo c’è il volto in Plaza de la Revolution, a pochi metri da quello del Che che invece impazza nelle magliette e nelle calamite, in tutta l’isola. Cuba è un’isola magnifica, una riserva dalle uova d’oro per il capitalismo internazionale, tanto che alberghi e imprese turistiche si stanno posizionando aprendo in collaborazione con lo stato luoghi dai Cajos all’Avana. Ora la speculazione non è consentita totalmente per il controllo statale, ma sono lì per quello. Me lo confida il responsabile di un hotel 6 stelle a Cajo Santa Maria Cuba. Mi dice “quando il comunismo sarà sconfitto qui diventeremo ricchi. Con il potenziamento dell’aeroporto faremo viaggi quotidiani per USA e Canada. Venderemo pacchetti per il fine settimana, altro che Miami”.

Obama, cercando di allentare le misure anti-Cuba, aveva in testa di abbattere Castro senza violenza, accrescendo le differenze che il mercato misto stava generando, accelerando un processo di corruzione dei valori e della storia, infestando Cuba con dollari, finta-amicizia, e cercando così di conquistarla. La stupidità statunitense e le ritrosie culturali non gli hanno lasciato spazio, e dall’altra parte Fidel, pur avendo lasciato la presidenza di Cuba, aveva colto la postura subdola del nobel per la pace, e si era opposto. Ma quel processo non è terminato e l’assenza di una classe politica cubana all’altezza della storia non sta trovando le soluzioni necessarie per rispondere all’offensiva in atto. L’avvicinamento all’URSS voluto da Castro ha travolto il sogno rivoluzionario dei “barbudos” ed è stato un qualcosa che oggi definiremmo real politik, Cuba si era messa in mezzo tra USA e URSS ma l’aggressione statunitense e il bloqueo spinsero Castro verso Mosca. Una mossa che ruppe il processo continentale di de-colonizzazione, diede impulso economico all’isola, costrinse Cuba nel campo “campista” e iniettò forza economica all’isola. Si trasformò in dipendenza per l’incapacità, duole dirlo, di usare quei soldi per costruire un sistema di produzione agricola e industriale capace di garantire indipendenza. Uno dei grossi errori di quell’enorme generazione, assieme a quello di non aver alimentato una cultura politica florida, una classe politica brillante, e una società civile critica ma non nemica. I due grandi errori che non erodono l’unicità del “caimano ribelle”, di un sogno grandioso che ha permesso e permette a Cuba di essere un posto vivo e sicuro, un posto dove la solidarietà esiste e si respira, dove nonostante la drammatica situazione non vedi gente morire di fame o dormire per strada.

Non è elogio di un qualcosa che si è perso o forse non è mai voluto essere ma il riconoscimento di un qualcosa che grazie ad una rivoluzione, che dobbiamo riconoscere è sempre e solo un momento e poi si trasforma in norma, ha permesso di scrivere una storia totalmente diversa da quella di ogni altro paese del Latino America. Se la politica cubana saprà ascoltare, aprirsi, accettare gli errori, mettersi in discussione, e mettere mano al presente, insomma rivoluzionare il percorso che ad oggi è arrivato acciaccato mi pare di cogliere che c’è un popolo pronto a vedere cosa succede e salvarsi ancora e salvare non solo loro. Forse è la speranza che mi guida a scrivere questo, ma una speranza che si alimenta con l’energia positiva che non pensavo di trovare in un contesto tanto difficile.

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03/05/2022

Cuba - Il popolo in piazza per confermare l’appoggio alla Rivoluzione

“Dipingiamo insieme il paesaggio dell’unità e della continuità. Il paesaggio di una rivoluzione al potere”. Il presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, ha salutato così la folla straordinaria di oltre un milione di lavoratori che si è radunata in Plaza de la Revolucion all’Avana.

“Alle 4 di mattina le strade erano già piene e il raduno è stato uno dei più numerosi che si siano mai realizzati a Cuba e in America Latina, grazie all’organizzazione dei comitati di difesa rivoluzionaria e alla partecipazione di delegazioni da varie parti del mondo, che ha offerto una importante testimonianza internazionalista”, ha commentato Luciano Vasapollo, economista e dirigente politico, grande amico di Cuba.

Al parco centrale è poi arrivato Raùl Castro che prima ha avuto colloqui e scambi con le persone, alle quali ha assicurato che “la rivoluzione va avanti e c’è questo grande senso di appartenenza rivoluzionaria da parte del Popolo cubano e che in un momento internazionale così difficile, di guerra, Cuba è presente con questa manifestazione e il suo grande progetto di pace, di solidarietà internazionalista, di amicizia fra i popoli, di collaborazione nella solidarietà, nella cooperazione, nella complementarietà”.

Secondo Vasapollo, “questa apertura internazionalista è la cosa più importante, anche in un momento difficile in cui ancora una volta Cuba è sfidata così brutalmente dal Bloqueo: Biden sta facendo un blocco ancora più duro di quello di Trump, dunque crescono le sanzioni mentre il Covid chiaramente ha tolto l’entrata maggiore a Cuba, che è quella del turismo, e in cui, ovviamente, ci sono stati e ci sono dei fenomeni anche inflazionistici nel paese, dovuti al cambio monetario, che hanno richiesto un grandissimo intervento da parte del governo con gli aumenti salariali, ma anche con queste difficoltà, come ha detto il presidente Michael Díaz-Canel Bermúdez, non si farà nessun passo indietro sulla strada del socialismo, per cui si faranno gli interventi necessari ma sempre nella traiettoria socialista”.


Come se fosse un enorme esercito, sostenitori e compagni hanno sfilato ancora una volta sotto lo slogan “Cuba vive e lavora”. Migliaia di bandiere e tanti slogan, oltre agli autobus per il trasporto dei manifestanti.

“Buongiorno Cuba. Il 1 è arrivato. Maggio, partito dei lavoratori, marcia di chi fa il Paese. Ci vediamo accanto a Martí, dove Fidel è stato tante volte, dove è tornato Raúl”, aveva scritto su Twitter il Primo Segretario del Partito e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, salutando la storica giornata di questa domenica e, poiché Cuba non è mai stata sola, nemmeno nei momenti più difficili, ha ricevuto non solo il saluto fraterno da altre latitudini, ma accompagnamento faccia a faccia, nel corteo proletario, di centinaia di amici stranieri.

Sia le congratulazioni arrivate da lontano, sia la compagnia fisica, si basano su ciò che veramente muove i cubani, e questo riassume il tweet del membro dell’Ufficio Politico e ministro degli Affari Esteri, Bruno Rodríguez Parrilla: “dimostrazione di un lavoro che non si arrende e si batte con volontà creativa di fronte all’estremo risorgere di un blocco opportunistico e criminale. I piani dell’imperialismo falliranno davanti alla ferma determinazione dei cubani a difendere la loro Rivoluzione".

Nella grande sfilata attraverso la Plaza de la Revolución della capitale, in occasione della Giornata Internazionale dei Lavoratori, più di mille amici solidali provenienti da circa 60 paesi hanno accompagnato i cubani, portando tutti forti messaggi di sostegno al socialismo e contro le politiche imperiali.

Dagli Stati Uniti, ad esempio, è arrivata Rachele Fruit, candidata alla carica di governatore della Florida, e rappresentante del Partito Socialista dei Lavoratori, che si è detta orgogliosa di partecipare all’evento a Cuba perché vede il sostegno del popolo al suo governo.

“I lavoratori negli Stati Uniti cercano un modo per unirsi e organizzarsi per difendersi. Dobbiamo imparare la solidarietà da Cuba per estenderla al mondo intero”, ha evidenziato, come una delle ragioni principali della lotta dei lavoratori nel suo Paese.

“Dobbiamo porre fine alle guerre, affinché questo flagello, che non è altro che uno strumento di confronto tra paesi imperialisti, non aumenti nel mondo. Nessuno difende i diritti del proletariato. Siamo a un punto in cui scoppia la terza guerra mondiale e dobbiamo evitarla”, ha affermato, e ha sostenuto come nella sua nazione, negli ultimi anni, siano cresciute le proteste per migliori condizioni di lavoro, per il pieno pagamento delle ore lavorate, per far rispettare impegni presi tra datori di lavoro e dipendenti, tra le altre richieste.

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26/07/2021

Con Cuba, senza dubitare neanche un secondo

68 anni fa, una mattina di carnevale a Santiago de Cuba, sono partite dalla fattoria Siboney le auto degli assalitori della Caserma Moncada. Contemporaneamente facevano lo stesso gli uomini e le donne che si preparavano ad attaccare la Caserma “Carlos Manuel de Céspedes” a Bayamo, e l’ospedale e il palazzo dei tribunali nel capoluogo della provincia.

Poco più di un centinaio di rivoluzionari che ardevano di impazienza e coraggio. La maggior parte erano giovani del Partito Ortodosso che hanno abbracciato la lotta armata contro la dittatura. A capo di loro c’era un avvocato ed ex candidato deputato alle lezioni parlamentari, perdute: Fidel Alejandro Castro Ruz, 27 anni, figlio di un proprietario terriero, Ángel Castro Argiz, immigrato galiziano.

L’obiettivo da perseguire era quello di chiamare un’insurrezione popolare per rovesciare la dittatura dell’ex sergente – auto-elevatori all’alto rango di generale – Fulgencio Batista.

Lo scopo non fu raggiunto. La ribellione armata significò per i rivoluzionari una sanguinosa sconfitta militare.

Il manipolo dei sopravvissuti, tra cui Fidel Castro – che nel processo che li condannò al carcere si difese con un potente discorso noto come “La storia mi assolverà” – continuò la lotta in carcere, in esilio e nella guerriglia, fino alla vittoria del gennaio 1959.

È passato più di mezzo secolo di trionfi, errori e disavventure della Rivoluzione Cubana, assediata senza tregua dall’impero yankee. Il calendario degli attentati a Cuba registra tutto ciò che il cervello malato di odio di un Caligola nucleare può immaginare.

L’invasione di mercenari di Playa Girón nel 1961, i tentativi di assassinare Fidel – dal fucile con mirino telescopico al veleno nascosto in un sigaro – la formazione e l’equipaggiamento di bande nell’Escambray, l’introduzione di malattie contagiose nel paese, la distruzione con sostanze chimiche di campi e coltivazioni di canna da zucchero, il sabotaggio di impianti industriali, l’esplosione della nave “La Coubre” nel porto dell’Avana, lo spionaggio aereo ed elettronico, il finanziamento di cospirazioni e – per riassumere tante iniquità – il blocco, l’azione più spietata e disumana contro un popolo che conosce la storia.

Il blocco yankee cerca di strangolare un intero popolo con la fame, con le carenze e le malattie. La storia non registra un crimine più efferato di quello che gli Stati Uniti hanno commesso contro Cuba. Mai una nazione è stata – come nel caso di Cuba – sotto a una pressione così estrema da parte della più grande potenza militare ed economica del mondo da cercare di costringerla a inginocchiarsi perdendo la propria dignità e rinunciando alla propria indipendenza e sovranità.

Ma è stata la dignità di Cuba, recuperata dal processo iniziato quella mattina del 1953 nella fattoria Siboney a Santiago de Cuba, che ha resistito a tutti i colpi di stato dei mafiosi degli USA. Quando si scriverà la storia di questo periodo storico, senza dubbio, la responsabilità criminale degli USA farà vergognare i cittadini americani, come sta già iniziando ad accadere.

I cittadini onesti e informati degli USA sono dalla parte del David dei Caraibi che sfida la Casa Bianca e il Pentagono.

In America Latina dobbiamo creare legami di unità con la solidarietà che Cuba suscita negli Stati Uniti, in Europa, Africa e Asia.

Soprattutto noi latinoamericani, fratelli di Cuba, abbiamo il dovere di abbracciare l’isola con l’affetto, l’ammirazione e la solidarietà attiva che essa ha conquistato con il suo coraggio antimperialista.

Nelle attuali difficili ore – forse le più amare della sua storia – Cuba ha bisogno di quella solidarietà che la aiuti a rafforzare le sue riserve morali e politiche, a correggere – come sta facendo – i suoi errori e inadeguatezze e ad opporre ancora una volta l’unità del suo popolo alle minacce dall’impero.

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20/04/2021

Cuba, l'abbraccio di Raul Castro

Come annunciato 10 anni fa, quando assunse il ruolo che fu di Fidel, il Generale Raul Castro ha presentato all’ottavo Congresso del Partito Comunista di Cuba le sue dimissioni da ogni incarico dirigente. Le dimissioni di Raul arrivano in una data simbolicamente importante, giacché coincidono con la proclamazione del carattere socialista della Rivoluzione e con la vittoria contro l’invasione mercenaria ordita dalla CIA alla Baia dei Porci di 60 anni fa.

Ricorrenze che ben si attagliano alla storia politica di Raul e persino al tratto personale di un dirigente che è sempre apparso come poco incline all’istrionismo ma dotato di grande convinzione ideologica, notevole equilibrio e assoluta determinazione nel portare a compimento le missioni assegnategli.

Con la sua uscita di scena, finisce un’epoca, quella dei Castro, che ha costruito la Cuba socialista procurandole rispetto e ammirazione ad ogni dove del mondo. Ma Raul è stato molto più che il fratello di Fidel: sebbene come tutti e più di tutti devoto al fratello Fidel, Comandante en Jefe della Rivoluzione, di Cuba e del suo popolo ovunque residente, Raul ha brillato di luce propria e lo ha fatto in ogni epoca della storia di questi 63 anni di Revoluciòn ed ha lasciato un segno nella vita dell’isola.

In primo luogo Raul è stato un dirigente rivoluzionario, prima nella Sierra Maestra e poi nella difesa del socialismo cubano. Si è disimpegnato sin dall’inizio nel ruolo di Ministro della Difesa, ma si è caratterizzato anche come severo custode dell’impianto ideologico del socialismo cubano. Raul fu implacabile nella seconda metà degli anni ’90 intervenne con forza impedendo qualunque deriva e respingendo ogni lusinga da parte di chi, in Europa (e in Spagna significativamente) approfittando del periodo especial, tentò in ogni modo di intervenire sull’identità ideologica e sulle ambizioni del suo gruppo dirigente con l’obiettivo di facilitare gli investimenti sull’isola socialista.

Raul fu anche l’artefice di un ampliamento del ruolo delle Forze Armate nel settore economico.

Proprio nei momenti economicamente più difficili, quando la caduta del campo socialista tolse di colpo a Cuba tanto i sussidi dell’Unione Sovietica come l’85% del volume degli scambi commerciali, la capacità di Fidel Castro fu quella di iniziare un processo di prudenti ma progressive aperture nel modello economico senza minimamente intaccare il sistema politico. Una scommessa riuscita anche grazie alla capacità imprenditoriale delle FAR, che si distinsero per efficienza e permisero diverse articolazioni economiche del Paese, tra le quali una sostenibile espansione dell’offerta turistica.

Si è sempre ritenuto che Raul fosse stato incline ad un modello di tipo cinese, ovvero con una forte centralizzazione dello Stato e con un modello di partito unico, ma le caratteristiche di Cuba (80% di area urbana e 20 agricola) mal si associano a quelle cinesi (78% di area agricola e 22% di area urbana); è semmai il Viet-Nam, che con Cuba condivide molti degli assetti strutturali, ad aver ispirato Raul nella scelta del modello di sistema. Raul, infatti, è stato maestro di concretezza senza però nutrire alcun fascino per le virate liberali che tanta sinistra hanno ammaliato.

Quando Fidel decise di passare il timone di Cuba, Raul fu il prescelto. Non si trattò di una gestione dinastica, come il mainstream occidentale ha sostenuto. Chi pensa che il legame di parentela con Fidel avesse giocato un ruolo, conosceva poco Fidel e lo stesso Raul. A far decidere per Raul furono i suoi meriti, acquisiti nella guerriglia prima e nella gestione delle Forze Armate e del Partito poi, che disegnarono un profilo di affidabilità assoluta oltre che di capacità d’interpretazione fedele del volere di Fidel.

Tanto la generazione “storica” dei dirigenti cubani, ovvero quelli che fecero trionfare la Rivoluzione, come quella dei giovani (formata da dirigenti nati con la Rivoluzione già consolidata) riconobbero in Raul un elemento di garanzia per tutte le sensibilità e i differenti approcci che potevano legittimamente manifestarsi. Non una mediazione tra spinte diverse, come erroneamente si è detto e scritto negli organi di stampa occidentali, quanto piuttosto una figura nei confronti della quale tutti provavano un profondo rispetto, gli riconoscevano una assoluta autorevolezza e con cui sentivano di potersi identificare.

Raul è stato un gestore efficiente e preciso del disegno politico di Fidel e, insignito del ruolo più alto dopo il ritiro del fratello, ha dimostrato tutto il suo pragmatismo. Proprio seguendo gli insegnamenti di Fidel, che ha indicato come la flessibilità delle scelte politiche può darsi solo con l’inflessibilità dei principi che la guidano, Raul seppe gestire nel migliore dei modi il passaggio ad una nuova fase dei rapporti con gli Stati Uniti. Anche qui, furono diversi gli analisti in errore, che interpretarono il dialogo tra i due paesi come una disponibilità cubana a rivedere le sue posizioni. Lo scenario di quella normalizzazione si diede invece perché Barak Obama prese atto del fallimento della politica statunitense anacronistica e criminale verso Cuba e non perché Cuba, pur di ottenere una normalizzazione, fosse disposta ad intervenire nel suo impianto sistemico e valoriale.

Nelle precondizioni per un dialogo utile, Cuba pose in chiaro da subito che doveva essere garantito il principio di reciprocità tra i due paesi, così come il rispetto delle diversità e specificità di ordine politico e culturale, ovvero il reciproco ascolto di due sistemi che sono per natura opposti ma che possono riconoscersi e rispettarsi. E a dimostrazione che non si trattava solo di parole, quel processo di normalizzazione iniziò proprio con l’accettazione di una delle proposte di Cuba a più alto valore politico e simbolico: il rilascio dei prigionieri cubani, seppelliti ingiustamente sotto condanne giuridicamente folli (composte da ergastoli doppi e decine di anni di carcere per aver combattuto il terrorismo) in cambio del rilascio di Alan Gross, l’agente della CIA arrestato a L’Avana in piena attività spionistica. Le condanne dei 5 eroi cubani erano state politiche e alla politica USA toccava rimediare. Così avvenne e fu un buon modo per porre concretamente la reciprocità delle condizioni. Fidel aveva giurato che sarebbero tornati in patria e Raul li riportò.

Oggi, quando Miguel Diaz Canel eredita funzioni e ruoli di Raul, le relazioni tra Cuba e gli USA sono nel punto peggiore di questi 63 anni (ad eccezione della crisi dei missili nel ’62). Ma sebbene il percorso di normalizzazione tra i due paesi sia stato seppellito da Donald Trump, quello di ammodernamento dell’isola socialista procede, non senza difficoltà ma procede. I processi produttivi, l’organizzazione del mercato del lavoro, l’ampliamento significativo dei settori destinati all’economia privata, si sposano però indissolubilmente con il carattere pubblico ed universale della sfera dei diritti sociali e questo conferisce autorevolezza e credibilità ad un processo che in molti dallo sguardo appannato si ostinano a leggere come un progressivo cedimento.

Il Congresso ha salutato con commovente affetto l’uscita di scena di Raul, per quanto aver abbandonato il suo ruolo formale non ne impedirà di mettere a disposizione del Paese la sua saggezza, esperienza ed autorevolezza. La nuova direzione del partito, senza la presenza fisica di Fidel e Raul, si muoverà comunque nella direzione dello sviluppo senza rinunciare ai principi che i fratelli Castro hanno indicato durante 63 anni.

L’ottavo Congresso ha deciso di dare ulteriore implementazione al processo riformatore dell’economia ed una maggiore adattabilità ai mutamenti socioeconomici che, come in tutto il mondo, si manifestano anche a Cuba. Difficile poter definire in base alle teorie economiche classiche la sperimentazione in corso; si delinea un modello tutto cubano, calibrato sulle necessità e possibilità del Paese e non importato dalle dottrine altrove pensate ed applicate. Una forma di sperimentazione suscettibile di cambiamenti continui, ma con una bussola che orienta bene. Che pur senza renderli incompatibili, mostra con chiarezza il Nord e il Sud nel disegno di un futuro possibile. Anche se costretti a subire per mancanza di alternative i meccanismi propri di un sistema capitalistico da accettare come inevitabili, lo sforzo è quello di adattarle all’identità cubana, che mantiene l’orizzonte dell’egualitarismo socialista fondato sui diritti universali come obiettivo irrinunciabile.

È però evidente come ogni ipotesi di sviluppo di Cuba abbia nella fine del blocco o, comunque, nell’indifferenza verso di esso da parte della comunità internazionale, una leva imprescindibile. Cuba, che pure ha dimostrato anche nella pandemia la sua capacità di superare se stessa e il mondo intero, non può e non deve essere lasciata sola di fronte all’arroganza genocida dell’impero in decadenza.

La nuova amministrazione USA non sembra purtroppo voler ripercorrere il cammino di avvicinamento che Obama volle proporre, piuttosto appare come preoccupata di mantenere una linea di ostilità verso quella che a Washington chiamano “l’asse del male”, ovvero Cuba, Venezuela e Nicaragua, alle quali ora si somma anche la Bolivia. In assenza di un deciso cambio di rotta statunitense, Cuba – che non potrà contare sull’aiuto venezuelano – non ha però nessuna intenzione di flettere le ginocchia.

Il portavoce di Biden, alla notizia delle dimissioni di Raul Castro, ha detto che Washington “segue con assoluto interesse” la situazione cubana. Questo però, lo si sapeva, fin qui niente di nuovo. Sarebbe interessante piuttosto sapere se Biden ha intenzione di svegliarsi dal sonno della ragione che costringe gli USA da 63 anni a sbattere la faccia contro il muro cubano. Oppure se anche lui intende proseguire sulla strada percorsa da chi lo ha preceduto, gli 11 presidenti e 26 direttori della CIA che si sono insediati promettendo di abbattere il socialismo cubano e se ne sono andati a casa con Cuba socialista che li salutava sorridendo.

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18/04/2021

Cuba - 60 anni di Rivoluzione Socialista


Nel mezzo del più profondo dolore e della più grande indignazione, è nato l’energica e storica dichiarazione. Quel 16 aprile 1961, nel cuore dell’Avana, Fidel definì il carattere socialista della Rivoluzione Cubana.

Accanto ai resti degli eroici giovani caduti a causa della crudele azione imperialista del giorno precedente [l’invasione della Baia dei Porci, ndt], il leader della Rivoluzione affermò categoricamente il cammino già intrapreso, in mezzo ad aggressioni e minacce:

“Perché ciò che gli imperialisti non possono perdonarci è che siamo qui; ciò che gli imperialisti non possono perdonarci è la dignità, l’integrità, il coraggio, la fermezza ideologica, lo spirito di sacrificio e lo spirito rivoluzionario del popolo di Cuba”.

“È questo che non ci possono perdonare, che siamo lì sotto il loro naso e che abbiamo fatto una Rivoluzione socialista proprio sotto il naso degli Stati Uniti! […] Compagni operai e contadini, questa è la Rivoluzione socialista e democratica degli umili, con gli umili e per gli umili. E per questa Rivoluzione degli umili, con gli umili e per gli umili, siamo pronti a dare la vita”
.

Ha segnato un momento assoluto per la nazione. Cuba stava diventando non solo il primo paese libero dal giogo imperialista in America Latina e nei Caraibi, ma anche il primo a intraprendere la straordinaria sfida di costruire il Socialismo in questa parte del mondo. Noi, gli ultimi a liberarsi dal giogo coloniale, siamo stati i primi a scommettere sulla società del futuro.

La Rivoluzione raccolse il meglio della tradizione storica di lotta del popolo cubano e lo fuse con il pensiero marxista-leninista di forgiare una società migliore, più giusta, più unita, dove gli esseri umani fossero fratelli e non lupi che si sbranano a vicenda.

Fu un’esperienza sui generis, eccitante, impegnativa, a volte utopica, non esente da difficoltà e sotto la costante pressione di minacce, aggressioni e blocchi imperiali.

Coloro che combatterono e coloro che caddero quel glorioso aprile di 60 anni fa a Playa Larga, Pálpite, Soplillar, San Blas e Playa Girón, lo fecero in nome del Socialismo, in difesa della Rivoluzione Socialista.

Il Socialismo ha reso per la prima volta il popolo padrone delle sorti del paese; proprietario delle nostre terre, delle nostre industrie e zuccherifici, delle nostre miniere, delle nostre acque. Le principali risorse del paese cessarono di essere nelle mani di un gruppo di privilegiati e divennero patrimonio del popolo cubano. Per la prima volta nella storia di Cuba, lo Stato e il governo cessarono di essere dalla parte dei ricchi e si misero al servizio dei poveri.

Il Socialismo alimentava l’orgoglio nobile e la dignità nazionale. Da bordello per i marines yankee e covo della mafia americana, Cuba è diventata in questi decenni un paese rispettato per i suoi principi, la sua diplomazia, la sua leadership nella lotta per cause nobili e giuste.

Il Socialismo ha portato alla nazione le più ampie possibilità di educazione e cultura per il popolo. Da un paese con più di un milione di analfabeti nel 1959 a uno con più di 1,5 milioni di laureati. Da un paese con teatri e fondazioni culturali d’élite ad uno popolato di musei, case di cultura, gruppi teatrali e di danza, artisti plastici, musicisti, registi, istruttori d’arte.

Il Socialismo ha portato la scienza e la conoscenza a un livello inimmaginabile sei decenni fa. Da poche figure scientifiche a un polo scientifico biofarmaceutico di rilevanza mondiale; da pochi studi sociali a prestigiose istituzioni di scienze sociali in tutto il paese; dalla scarsa conoscenza del tempo e del clima a una potente rete meteorologica nazionale.

Il Socialismo ha trasformato lo sport in un vero diritto del popolo. Dalle eccezionali prestazioni isolate di Font, Capablanca e Kid Chocolate, fino a diventare una potenza sportiva mondiale con decine di campioni olimpici e centinaia di campioni mondiali e panamericani, forgiati dalle scuole o dalle aree dello sport di massa.

Il Socialismo ha dato significato ai precetti di Martì della “piena dignità dell’uomo” e che “la Patria è l’Umanità”, promuovendo enormi valori umani e morali. Metteva i cittadini al centro delle politiche di governo, generava posti di lavoro decenti, dava la terra ai contadini, dava la proprietà della casa a chi ci viveva, apriva possibilità di auto-miglioramento, incoraggiava il rispetto del talento e della dedizione.

Ha reso i nostri cittadini capaci di darsi non solo al lavoro rivoluzionario ma anche agli ideali di un mondo più giusto e libero. La solidarietà più profonda ha diffuso il sangue cubano nell’indipendenza dell’Africa e ha portato la luce della conoscenza e della salute a decine di nazioni in tutto il mondo.

Il Socialismo ha creato, in un paese senza grandi ricchezze, un sistema di sicurezza sociale come pochi altri, che protegge l’operaio, il contadino, il pensionato, la donna incinta, il malato, le famiglie con maggiori necessità, e che non discrimina in base all’origine, al colore della pelle, al credo religioso o politico.

Il Socialismo ha dato potere alle donne cubane, le ha rese partecipanti fondamentali nella costruzione sociale, ha dato loro salari uguali a quelli degli uomini a parità di lavoro, ha aperto loro opportunità in professioni e mestieri che prima erano loro proibiti, e le ha trasformate in attori politici, scientifici, culturali, sportivi e lavorativi di primo ordine. Oggi sono una forza visibile nel nostro Parlamento e nel Governo.

Il Socialismo ha dato al popolo la capacità di partecipare, di discutere, di decidere sui destini della nazione come mai prima. Tutte le grandi decisioni di questi decenni sono state analizzate dal popolo e decise con il suo consenso. Cuba ha la più ampia e originale rete di organizzazioni di massa e sociali che coinvolge la grande maggioranza del nostro popolo. I suoi principali leader sono membri dei più alti organi legislativi del paese: l’Assemblea Nazionale e il Consiglio di Stato. Il più alto rappresentante dei lavoratori ha un posto permanente nelle sessioni del governo. La Costituzione della Repubblica è stata il risultato di un ampio e ricco dibattito popolare e del sostegno della maggioranza dei cittadini.

Il Socialismo ha permesso che in mezzo al più feroce blocco economico mai subito da un paese e da un popolo, si sia conservata la massima giustizia e solidarietà sociale possibile e che sia stato privilegiato il diritto alla vita di ogni cubano, anche in mezzo alle peggiori circostanze; come hanno confermato tutti questi mesi di dura battaglia mondiale contro il Covid-19, in cui milioni di cittadini – anche nei paesi più ricchi del pianeta – sono stati abbandonati al loro destino e condannati a morire da un sistema che li esclude.

Il Socialismo ci ha insegnato ad affrontare l’egoismo feroce e l’individualismo escludente e a pensare collettivamente, a sognare il bene comune, ad agire come un paese, a rafforzare la coscienza e la cooperazione tra i cittadini rispetto alle meschinità e all’indisciplina sociale ancora presenti.

La strada percorsa in questi 60 anni è stata lunga e difficile. Non è stata esente da errori, idealismo e battute d’arresto. Abbiamo costruito la società che abbiamo potuto in mezzo alla trincea permanente, e non del tutto quella che abbiamo voluto e per la quale continuiamo a lottare. Abbiamo realizzato molti dei nostri sogni, ma altri restano da conquistare. Anche se quello che abbiamo fatto è straordinario per un paese povero e assediato come il nostro.

Quando gli altri piegavano le loro bandiere, moralmente sconfitti, Cuba e la sua Rivoluzione continuavano a difendere il Socialismo, i suoi ideali e le sue conquiste.

Anche nelle peggiori circostanze, il Socialismo era la chiave – con la guida di Fidel, Raul e la Generazione Storica – affinché nessuno fosse abbandonato al suo destino, affinché le principali conquiste sociali non fossero gettate alla deriva, affinché la dignità, la libertà e l’indipendenza nazionale non fossero calpestate.

Siamo stati in grado di superare i nostri ostacoli e le nostre situazioni di stallo. Abbiamo lottato incessantemente per sviluppare la nostra economia e generare prosperità e soddisfazione per i nostri cittadini nello scenario più avverso. Affrontiamo con le idee una potente macchina culturale, ideologica e mediatica che riversa tonnellate di messaggi e simboli manipolati, bugie e confusione sul nostro popolo e sull’opinione pubblica mondiale.

Dobbiamo essere capaci di elaborare un’economia politica al servizio del Socialismo per l’attuale e la futura Cuba, di sviluppare un pensiero sociale critico e contribuente, capace di partecipare efficacemente e con forza alla battaglia culturale che si sta conducendo.

Il nostro Socialismo deve raggiungere il dispiegamento di tutte le proprie forze e potenzialità, e la capacità dialettica di rivoluzionarsi più e più volte.

Quel giorno in cui ci siamo proclamati socialisti è diventata anche la data scelta per celebrare la fondazione del Partito Comunista di Cuba, lo strumento politico della Rivoluzione per guidare il destino della società che stiamo costruendo.

Il Partito dell’avanguardia organizzata inizia oggi il suo 8° Congresso. Lo fa difendendo l’ideale di “promuovere e consolidare la costruzione di una società socialista prospera e sostenibile in termini economici, sociali e ambientali, impegnata a rafforzare i valori etici, culturali e politici forgiati dalla Rivoluzione, in un paese sovrano, indipendente, socialista, democratico, prospero e sostenibile”.

Per raggiungere questo obiettivo, dovrà sostenere l’inestimabile forza dell’unità all’interno della diversità della nostra stessa società. Quello che ci ha portato fin qui, non importa quanto tempestose siano le acque che abbiamo solcato.

La nostra forza continua ad essere un lavoro collettivo, profondamente umanista e socialmente giusto. Come ha sottolineato Fidel fin dai giorni del gennaio 1959: “La Rivoluzione è il lavoro di tutti, la Rivoluzione è il sacrificio di tutti, la Rivoluzione è l’ideale di tutti e la Rivoluzione sarà il frutto di tutti”.

A Cuba, la validità della Rivoluzione e del Socialismo è stata resa possibile dalla coesione della maggioranza del nostro popolo con il partito e i suoi dirigenti. La Generazione Storica ha saputo guidare la società cubana e il Partito durante questi sei decenni. Si apre ora una nuova tappa nella direzione del processo rivoluzionario.

Molti dei delegati di questo Congresso erano appena bambini o non erano nemmeno nati quando fu proclamato il carattere socialista della Rivoluzione. Ora tocca alle giovani generazioni, figlie del più grande processo politico latinoamericano, portare avanti il lavoro. Non sarà un compito facile. Le sfide economiche, politiche, ideologiche e sociali che affrontiamo sono altrettanto impegnative, ma anche più complesse, come quelle di quei tempi in cui abbiamo deciso la strada del Socialismo, a cui non abbiamo rinunciato.

Fidel ha tracciato un percorso nella sua Riflessione del 17 aprile 2011, quando era in sessione lo storico 6° Congresso del Partito: “La nuova generazione è chiamata a rettificare e cambiare senza esitazione tutto ciò che deve essere rettificato e cambiato, e a continuare a dimostrare che il Socialismo è anche l’arte di realizzare l’impossibile: costruire e realizzare la rivoluzione degli umili, dagli umili e per gli umili, e difenderla per mezzo secolo dal potere più potente che sia mai esistito”.

Come 60 anni fa i combattenti e i miliziani che avrebbero poi combattuto e vinto alla Baia dei Porci proclamarono all’angolo iconico della 23esima e della 12esima strada, con i fucili in alto: Viva la Rivoluzione Socialista!

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03/01/2021

Auguri Cuba, auguri rivoluzione

Traduzione a cura di Brics-PSUV Italia

Questo 1 Gennaio, il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) ha presentato un comunicato con la volontà di porgere al Popolo e al Governo cubano gli auguri di commemorazione del 62° anniversario della Rivoluzione Cubana.
“VIVA IL 62° ANNIVERSARIO DELLA RIVOLUZIONE CUBANA!

Il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) fa gli auguri al Popolo e al Governo della Repubblica di Cuba per il compimento di un nuovo anniversario del trionfo della Rivoluzione Cubana.

Nel commemorare i 62 anni dal gesto eroico dell’Esercito Ribelle, noi venezuelane e venezuelani abbiamo issato le bandiere della dignità e dell’indipendenza, che nel corso di questi decenni hanno difeso la patria di Martì e Fidel.

Il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) espone la sua più alta stima e considerazione al Popolo e al Governo della Repubblica di Cuba, fedele esponente della volontà dei Popoli della Nostra America Latinocaraibica di essere liberi e indipendenti, ed esempio per chi nel mondo lotta fermamente per costruire un degno futuro per tutte e tutti.

VIVA IL 62° ANNIVERSARIO DELLA RIVOLUZIONE CUBANA!

VIVA LA FRATELLANZA TRA I POPOLI DI CUBA E VENEZUELA!”
La voce nel video è del Comandante Hugo Chavez

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11/09/2020

Fiorella Mannoia dice no al blocco Usa contro Cuba

Fiorella Mannoia, una tra le cantautrici più amate, ha aderito alla campagna contro il blocco statunitense verso Cuba. Lo ha fatto dal suo account Twitter ufficiale.

Nel suo tweet ha scritto che: “Cuba ha subito per 60 anni l’embargo più crudele mai perpetrato contro una nazione. A prescindere da ciò che pensi di Cuba, questo è un crimine che il popolo cubano sta pagando, soprattutto in un momento come questo. Io dico di no ”, ha commentato Fiorella Mannoia, riferendosi a un video pubblicato dall’Associazione Italia Cuba. Inutile dire che sul suo profilo twitter sia partita una ampia e talvolta aspra discussione su Cuba.

Ormai sono quasi 60 anni che gli Stati Uniti mantengono un feroce ed esteso blocco contro Cuba non avendo mai perdonato all’isola e alla sua Rivoluzione di non aver piegato la testa davanti alle aggressioni e alle ingerenze Usa.

Dopo alcune significative aperture avvenute durante l’amministrazione Obama, negli ultimi quattro anni l’offensiva statunitense è invece ripresa e si è intensificata con l’amministrazione Trump, con lo scopo di incidere il più possibile sull’economia cubana, impedendone il normale sviluppo e causare difficoltà, carenze e disagio al popolo cubano affinché cessi di sostenere la Rivoluzione cubana.

Non è la prima volta che Fiorella Mannoia, prende posizione contro il blocco e la politica di vessazioni degli Stati Uniti contro Cuba. A ottobre del 2019 in un altro tweet, mettendo il dito nella piaga dell’ipocrisia, scriveva: “Cuba ha un embargo che dura da 60 anni e sono tutti d’accordo. Ma con Erdogan che sta massacrando un popolo traccheggiano, ci pensano, tentennano... poi dice che uno deve credere nella politica”.

E nel 2013, proprio dopo un viaggio a Cuba così riportava le sue impressioni: “Sono tornata da Cuba più confusa di quando ero partita. Cuba è gioia e dolore, è un’altalena di sentimenti e di valutazioni, è amore e odio, è ciò che poteva essere e non è stato… almeno non compiuto” scrive Fiorella Mannoia, “Di una cosa sono certa, dai racconti di chi ha vissuto la rivoluzione si capisce che è stata un’avventura epica, unica nella storia. Ho imparato a non dare giudizi affrettati su Cuba, nel bene e nel male, perché è più complicato di quanto si immagini”.

Insomma una lezione di rispetto, approccio e impegno verso una realtà come Cuba dalla quale molti avrebbero tutto da imparare.

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26/07/2020

L’assalto alla Caserma Moncada: ricordi di un fatto eterno

Chi li vide quel pomeriggio del 25 luglio 1953 nella Chiesa del Cobre, con quella gioia che i giovani emanano al loro passaggio, sicuramente pensò che avrebbero trascorso giorni di festa nei carnevali di Santiago de Cuba; o che per la prima volta si trovavano lì ed è per questo che chiesero al fotografo di turno di registrare la loro visita alla Vergine della Carità.

Forse nessuno dei presenti immaginava che, poche ore dopo, quei cinque giovani, insieme ad altri rivoluzionari, sarebbero stati protagonisti dell’assalto alla Caserma Moncada e della presa dell’Ospedale Civile e del Palazzo di Giustizia.

Pedro Gerardo Gutiérrez Santos compirà 92 anni tra qualche mese, ma conserva una memoria sorprendente, piena di ricordi e dettagli che sembrano sfuggire al tempo. È uno dei giovani che posa nella fotografia, un’istantanea che 67 anni dopo lo riempie ancora di un orgoglio unico, quello che ti fa sentire parte dell’inizio di qualcosa di molto più grande. Ce la mostra. Accanto a lui ci sono anche Oscar Quintela, José Luis López, Julio Trigo e René Bidea.

Ci dice che erano i suoi compagni di viaggio. La notte del 24 luglio avevano soggiornato nell’appartamento di Abel Santamaría a Vedado, sulla 25a strada, tra la O e l’Infanta.

“Giorni prima, Fidel ci aveva detto che avremmo fatto un viaggio, che avremmo dovuto trovare una scusa con la famiglia per stare via un paio di giorni. Questo è tutto. Fidel aveva pianificato ogni passo, ogni mossa con attenzione, in modo che solo poche persone conoscessero il piano stesso.

Era pura strategia, nel caso qualcuno di noi fosse stato catturato non avrebbe potuto dire, anche sotto tortura, nomi, indirizzi, nessun dettaglio, perché non sapevamo nulla, solo la certezza del perché eravamo lì: per Cuba.

Da casa di Abel, alcuni di noi sono partiti in treno, altri in autobus. Sono stato uno dei pochi che ha viaggiato in macchina.

Quando siamo arrivati a Santiago de Cuba, avevamo solo un piccolo pezzo di carta con un indirizzo: Calle Celda, numero 8. Immaginate, non conoscevamo Santiago e ci eravamo completamente persi, non volevamo destare sospetti e chiedere a nessuno per strada. Abbiamo approfittato del rumore del carnevale e abbiamo trovato un uomo che, dopo qualche bicchiere, ci ha spiegato come arrivarci.

Quando arrivammo c’erano già altri compagni installati e verso le 23.00 Abel Santamaría apparve accanto a Renato Guitart. Fu allora che ci portarono alla Granjita Siboney e sapevamo che avremmo fatto la storia.”

Pedro Gerardo è nato all’Esquina de Tejas, sulla collina dell’Avana. Ma quando era quasi un bambino la sua famiglia si trasferì a Las Cañas, un quartiere povero situato all’ingresso della città di Calabazar.

Ha trascorso tutta la sua giovinezza in questa piccola città. Quando aveva solo 17 anni e ricevette una tessera che dimostrava la sua età, iniziò a lavorare in una fabbrica tessile.

“È da qui che ho iniziato ad occuparmi dei problemi del sindacato. Perché? Perché ho sempre creduto che sia necessario difendere ciò che è giusto, ciò che va a vantaggio di tutti, dei più bisognosi.

Ho lavorato 22 anni in quel posto e lì ho anche perso parte del mio udito a causa del rumore stesso delle attrezzature, ora devo indossare un apparecchio acustico nell’orecchio, perché sono sordo come un cannone”, dice con una risata e in modo conciliante.

“Come dicevo, è in fabbrica che iniziai ad occuparmi della difesa dei diritti dei lavoratori; sono stato anche presidente della Gioventù Ortodossa di Calabazar ed è in questo periodo che ho incontrato Fidel.”

Gli chiedo maggiori dettagli e lui ci dice che c’era una specie di liceo a Calabazar, “dove ci incontravamo e uno di questi incontri fu con il Comandante en Jefe.”

All’epoca, ricorda, il Presidente della Repubblica era Carlos Prío Socarrás e Fidel era molto interessato alle operazioni che Prío stava facendo per rilevare la tenuta El Rocío, che copre l’intera area dal Parco Lenin al Giardino Botanico. “Stava prendendo possesso di quelle terre ed espropriando i guajiros della zona.

Fu con il nostro sostegno che si è intrufolato nella fattoria travestito da contadino e poté scattare foto e denunciare ciò che stava accadendo".

Ma in realtà il fattore scatenante che diede vita al Movimento del 26 luglio fu il colpo di Stato di Fulgencio Batista del 10 marzo 1952, dice.

Ricordo, come fosse ora, che Fidel si incontrò con noi e ci disse: “Non pensate che se Batista è entrato e ha preso il potere con la forza delle armi, deve essere lo stesso per farlo uscire?” E mettemmo d’accordo ed è così che mi unii a quella che poi sarebbe diventata il M-26-7.

"Al Prado 109 c’era il Liceo Nazionale del Partito Popolare Cubano (Ortodosso) e vi abbiamo tenuto diverse riunioni, dice. Più tardi, grazie all’intervento di Alvaro Barba, allora presidente del Feu all’Università dell’Avana, riuscimmo ad “intrufolarci” in alcune aule dell’Università e a fare pratica maneggiando le armi con una o due pistole calibro 45, che Fidel ottenne, e anche alcuni fucili Winchester e Springfield.”

“Poi” – continua – “ci esercitammo alla fattoria di Santa Elena a Nueva Paz.

Anche ad Artemis altri giovani facevano pratica di tiro e tenevano le armi. La verità è che nessuno sapeva con certezza, tranne i capi principali, per cosa ci stavamo preparando.”

Alla Granjita Siboney, Pedro ha passato la maggior parte del tempo a fare la guardia in un angolo. Vigilando. “Quando riuscii ad entrare e a prendere la mia uniforme, erano rimaste solo le taglie grandi ed io ero magro. Ho dovuto lasciare i vestiti che avevo addosso e metterli in modo da poterci stare un po’.”

Alla fine, dice, anche questo giocò a suo favore quando fuggì, permettendogli di sbarazzarsi facilmente dell’uniforme.

“Anche quando eravamo tutti pronti, Fidel ci organizzò in tre gruppi: il primo gruppo sotto il comando di Fidel – quello in cui mi trovavo – avrebbe attaccato l’edificio principale: la Caserma Moncada. Gli altri, guidati da Abel Santamaría e Raúl Castro, avrebbero tentato di prendere rispettivamente l’Ospedale Civile e il Palazzo di Giustizia.

Quello che è successo il 26, tutta Cuba lo sa. Noi che stavamo per attaccare la Moncada abbiamo visto l’intero piano disfatto dalla confusione causata dall’arrivo inaspettato di una pattuglia turistica che ha provocato uno scontro a fuoco che ha messo in allarme le truppe di Batista sulla nostra presenza. In pochi secondi si è formato uno scontro a fuoco che non sto a raccontare. Non so ancora bene come ho fatto ad uscire ed a salire su uno dei carri che ci avevano portato a Santiago.

Il guaio fu allora dover lasciare la città, dice. “Non conoscevamo le strade e se commettevamo un errore in una direzione c’era il pericolo che ci saremmo imbattuti nell’esercito e nelle sue barricate e saremmo stati scoperti. Ne siamo usciti vivi per miracolo.

Sulla via del ritorno a Calabazar, ho saputo che la polizia stava portando in caserma diversi giovani che sospettavano potessero essere coinvolti nell’assalto alla Caserma.

Immediatamente, in complicità con un amico che era anche lui della Gioventù Ortodossa, andai nella casa che la sua famiglia aveva a Guanabo, con la scusa che lì avrei fatto dei lavori di falegnameria”, dice Pedro.

“Sono stato lì solo per due giorni circa, ma ho preso tutto il sole che ho potuto, in modo che sembrasse che ci fossi stato più a lungo. E quando sono tornato a Calabazar, sono andato io stesso dalla polizia e ho detto loro: “Ho sentito che mi stavano cercando”. Immaginate, erano molto sorpresi, non gli è mai passato per la testa che mi sarei presentato in quel modo.

Per farla breve” – ha cercato di riassumere – “mi portarono alla Caserma e mi interrogarono da cima a fondo, ma non riuscirono a tirarmi fuori niente. Avevo inventato una storia molto solida e sembra che ci abbiano creduto, perché due giorni dopo essere stato in prigione, il tenente mi chiamò nel suo ufficio e mi disse che potevo andarmene.

Quando l’ho sentito dire, tutto il mio corpo si bloccò”, Pedro confessa. Il suo primo pensiero in quel momento fu che avrebbero applicato la legge della fuga e gli avrebbero sparato alle spalle. “Metà confuso, mi alzai e me ne andai da quel posto con il cuore in bocca. Quando arrivai alla fermata dell’autobus, che era a pochi metri dalla Caserma, potevo respirare e sentirmi libero.

Poi” – ricorda – “quando Melba e Haydée furono liberati, noi giovani dell’Ortodossia ci unimmo a loro offrendo il nostro aiuto. Abbiamo fatto delle collette per comprare cibo, prodotti igenici e altre cose da mandare a coloro che avevano partecipato all’assalto, che si erano salvati e stavano al carcere del Presidio Modelo.

Una delle persone che fece il viaggio a Santiago con me, José Luis López, non ha mai destato sospetti. La polizia non indagò nemmeno su di lui. Ne approfittammo per mandarlo all’allora Isola dei Pini e, oltre alle provviste, per chiedere a Fidel cosa voleva che facessimo, che cosa sarebbe successo dopo.

La risposta di Fidel fu forte: ‘Non preoccuparti, uscirò di qui e prenderò Batista’. E così fu...

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02/01/2019

1 gennaio 1959. Sessanta anni della Rivoluzione Cubana


La Rete dei Comunisti saluta con fraterna solidarietà militante il Sessantesimo anniversario della Rivoluzione Cubana che si celebra il 1 gennaio del 2019.

Cuba è tra i pochi paesi del mondo prodotto di una Rivoluzione popolare che non ha accettato di dissolversi nel 1989 (come avvenuto in diversi paesi europei), che ha resistito per cinquanta anni all’aggressione di un vicino potente, ingombrante e arrogante come gli USA. La Rete dei Comunisti difende fino in fondo il processo rivoluzionario autodeterminato di Cuba il quale, nonostante un blocco sempre più restrittivo e con la crisi sistemica del capitale internazionale, sta portando avanti una resistenza decisamente eroica a difesa e rafforzamento del socialismo, anche con la grande attuale sfida del perfezionamento delle linee economiche e sociali nella pianificazione socialista, a cui partecipano attivamente e instancabilmente, il popolo e il governo di Cuba diretti da un forte e dinamico Partito Comunista.

Per la Rete dei Comunisti è forte la convinzione politica strategica che in America Latina è in atto il tentativo imperialista di rovesciare il percorso di autodeterminazione della Nuestra America, che ha visto la vittoria di importanti processi rivoluzionari, con connotati antimperialisti ed antiliberisti ed una caratterizzazione di classe propri della transizione socialista.

Ciò avviene a partire dalla portata e dal ruolo di vari e dinamici movimenti di classe e di alcuni partiti comunisti, ad iniziare dal riferimento fondamentale di quello cubano. E’ grazie al suo esempio rivoluzionario che si è messo in moto un processo di democrazia partecipata popolare in gran parte del continente latinoamericano, aiutando, con i suoi medici e insegnanti, con la teoria e la pratica internazionalista, il riscatto di popoli da secoli sfruttati fino alla vittoria e alla nascita di governi rivoluzionari e progressisti in un’area che gli USA hanno considerato per un secolo e mezzo il loro cortile di casa.

In questi sessanta anni la Rivoluzione Cubana ha vinto molte sfide e ha rappresentato un esempio nel mondo non solo per noi marxisti e comunisti, ma per tutti i popoli che rispondono con le varie forme autodeterminate di resistenza alla ferocia dell’imperialismo.

Cuba rivoluzionaria socialista ha dato un contributo decisivo per liberare un numero crescente di paesi dal dominio neoliberista e dall’imperialismo, e dai loro misfatti militari, economici e sociali che vedono responsabilità non solo degli USA ma anche di governi e multinazionali europee.


Per tutto questo in sempre più ampie aree del mondo si rafforza la convinzione dell’importanza fondamentale che l’esperienza dei comunisti cubani rappresenta, poiché con spirito di sacrificio rivoluzionario hanno da sempre insegnato, senza armi ma con la forza del loro esempio, a milioni di esseri umani nei Sud del mondo, e non solo, il valore della libertà, della solidarietà, dell’autodeterminazione, della democrazia e della giustizia sociale.

E’ questo che i governi, e i Parlamenti del mondo capitalista, i mezzi di informazioni e i poteri forti del capitalismo anche europeo non perdonano a Cuba rivoluzionaria e socialista.

La Rete dei Comunisti assume da sempre come esempio la coerenza e la vitalità di questa Rivoluzione che ha cambiato il volto storico e politico del continente latinoamericano e ha dato forza e coraggio ai militanti antimperialisti e anticapitalisti in tutto il mondo, attraverso un internazionalismo politico militante fortemente sentito, generoso e riconosciuto.

Tutte le forze comuniste, rivoluzionarie, democratiche e progressiste e l’intera umanità hanno un debito verso la Rivoluzione, il Governo, il Popolo, il Partito Comunista di Cuba e i suoi dirigenti, a cominciare dal Comandante Fidel Castro di cui tutta l’umanità sente la mancanza.

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