Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/09/2020

Fiorella Mannoia dice no al blocco Usa contro Cuba

Fiorella Mannoia, una tra le cantautrici più amate, ha aderito alla campagna contro il blocco statunitense verso Cuba. Lo ha fatto dal suo account Twitter ufficiale.

Nel suo tweet ha scritto che: “Cuba ha subito per 60 anni l’embargo più crudele mai perpetrato contro una nazione. A prescindere da ciò che pensi di Cuba, questo è un crimine che il popolo cubano sta pagando, soprattutto in un momento come questo. Io dico di no ”, ha commentato Fiorella Mannoia, riferendosi a un video pubblicato dall’Associazione Italia Cuba. Inutile dire che sul suo profilo twitter sia partita una ampia e talvolta aspra discussione su Cuba.

Ormai sono quasi 60 anni che gli Stati Uniti mantengono un feroce ed esteso blocco contro Cuba non avendo mai perdonato all’isola e alla sua Rivoluzione di non aver piegato la testa davanti alle aggressioni e alle ingerenze Usa.

Dopo alcune significative aperture avvenute durante l’amministrazione Obama, negli ultimi quattro anni l’offensiva statunitense è invece ripresa e si è intensificata con l’amministrazione Trump, con lo scopo di incidere il più possibile sull’economia cubana, impedendone il normale sviluppo e causare difficoltà, carenze e disagio al popolo cubano affinché cessi di sostenere la Rivoluzione cubana.

Non è la prima volta che Fiorella Mannoia, prende posizione contro il blocco e la politica di vessazioni degli Stati Uniti contro Cuba. A ottobre del 2019 in un altro tweet, mettendo il dito nella piaga dell’ipocrisia, scriveva: “Cuba ha un embargo che dura da 60 anni e sono tutti d’accordo. Ma con Erdogan che sta massacrando un popolo traccheggiano, ci pensano, tentennano... poi dice che uno deve credere nella politica”.

E nel 2013, proprio dopo un viaggio a Cuba così riportava le sue impressioni: “Sono tornata da Cuba più confusa di quando ero partita. Cuba è gioia e dolore, è un’altalena di sentimenti e di valutazioni, è amore e odio, è ciò che poteva essere e non è stato… almeno non compiuto” scrive Fiorella Mannoia, “Di una cosa sono certa, dai racconti di chi ha vissuto la rivoluzione si capisce che è stata un’avventura epica, unica nella storia. Ho imparato a non dare giudizi affrettati su Cuba, nel bene e nel male, perché è più complicato di quanto si immagini”.

Insomma una lezione di rispetto, approccio e impegno verso una realtà come Cuba dalla quale molti avrebbero tutto da imparare.

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29/03/2016

Una balla di Grasso contro Fiorella Mannoia

Il Corriere della Sera è da sempre il termometro della classe dirigente italica. Può esserci la monarchia assoluta o albertina, il fascismo o il regime democristiano, Berlusconi o il Pd renziano, al Corriere non si può mai imputare una critica al governo esistente che non sia in nome del rafforzamento del governo esistente. Della serie “siete troppo buoni”, insomma.

È quindi un segnale di pesante incanaglimento il velenoso corsivone di prima pagina che il critico televisivo Aldo Grasso dedica, si fa per dire, a Fiorella Mannoia. Lo riportiamo integralmente qui sotto, di modo che possiate verificare di persona quanto stiamo per dire.

Il problema non è essere d’accordo oppure no con le posizioni di Fiorella (in questo caso noi lo siamo), perché – come si usava dire una volta – il pluralismo è il lievito della democrazia. Siccome la democrazia è ormai un lusso che questa classe dirigente non si può più permettere, ecco che i censori di regime tirano fuori gli artigli per indicare al popolino la strega da bruciare.

Qual’è il “reato” commesso dalla cantante? Aver osato affermare, a proposito degli attentati di Parigi e Bruxelles, che «Questo è il risultato dell’andare in giro per il mondo a destituire presidenti, a metterci nelle condizioni di farci odiare». Delineando dunque il quadro di una guerra vera e propria in cui, come in tutte le guerre, «loro ammazzano noi e noi ammazziamo loro, questo è davanti agli occhi di tutti. Questa è una nuova guerra, noi li ammazziamo in modi diversi e loro hanno il loro modo di ucciderci. I nostri morti per i loro».

Anatema! Il raffinato critico inorridisce e si lascia andare. Non è vero, proclama, che “il Califfato è la conseguenza inevitabile dei nostri peccati storici”, ovvero atti concreti come guerre, bombardamenti, sottrazione delle risorse, distruzione di stati, armamento di milizie che poi si autonomizzano e sfuggono di mano, ecc. Se abbiamo dei “peccati”, inveisce Grasso, questi sono soltanto “la laicità dello Stato, la libertà di pensiero, l’uguaglianza dei cittadini, la lotta alla sottomissione o cosucce del genere”. Valori ideali, mica bazzeccole!

Insomma: noi ce ne stavamo buoni buoni a casa nostra, coltivando la laicità dello stato a colpi di family day, esercitando la libertà di pensiero tra una censura e l’altra (Paolo Poli, che ora tutti omaggiano, ne avrebbe avute da raccontare…), realizzando l’uguaglianza facendo crescere le disuguaglianze (i rapporti statistici in proposito occuperebbero ormai un container), lottando contro la sottomissione a colpi di cariche di polizia e torture nei commissariati (non si riesce neanche a istituzionalizzare il reato di tortura)… ed ecco che quei folli criminali jihadisti integralisti hanno cominciato a piazzare bombe nelle nostre strade!

Fare il critico è un mestiere letterario, diciamo genere prossimo alla narrativa, sia pure di piccole dimensioni. E il corsivo di Grasso ci illustra, molto sinteticamente, quasi in epigramma, la narrazione di regime sulla guerra in corso. Non ci sono motivi, solo odio per i “nostri valori”. Non c’è dunque nulla da capire, solo da combattere. O meglio – visto che la guerra contemporanea è fatta da specialisti e tecnologie, non più da eserciti di massa – c’è solo da applaudire i cari leader che stanno al governo solo per difenderci.

Se il Corriere è diventato – di nuovo, come ai tempi del fascismo – questa roba qui, è il caso di cominciare a preoccuparsi. O, come direbbe Grasso, quanto sono pericolose le idee, quando si devono foraggiare così tanti scriba di regime per combatterle…

*****

Fiorella Mannoia, se le bugie sono mancate verità

Aldo Grasso

Fiorella Mannoia è recidiva. Nel corso di un’intervista radiofonica ha accusato l’Occidente di essere la causa della strage di Bruxelles: «Devo constatare che siamo in guerra, loro ammazzano noi e noi ammazziamo loro, questo è davanti agli occhi di tutti. Questa è una nuova guerra, noi li ammazziamo in modi diversi e loro hanno il loro modo di ucciderci. I nostri morti per i loro». Anche dopo gli attentati di Parigi si era espressa allo stesso modo: è colpa dell’Occidente se in Medio Oriente i tagliagole reagiscono con la guerra santa. «Questo è il risultato dell’andare in giro per il mondo a destituire presidenti, a metterci nelle condizioni di farci odiare», sostiene Mannoia.

Purtroppo sono in molti a pensarla come la cantante. Siamo in guerra, ma dobbiamo fare finta di non esserlo, sopraffatti da un moralismo autodenigratorio. Al terrorismo, all’islamismo armato dovremmo rispondere mettendo fiori nei nostri cannoni, lumini, buone intenzioni, frasi fatte e ancestrali sensi di colpa, visto che il Califfato è la conseguenza inevitabile dei nostri peccati storici. Quello che Mannoia non dice è che questi peccati sono la laicità dello Stato, la libertà di pensiero, l’uguaglianza dei cittadini, la lotta alla sottomissione o cosucce del genere, e se diciamo una bugia è una mancata verità.

Mannoia è recidiva. Come sono pericolose le idee, quando si ha una sola idea!

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28/12/2015

Fiorella Mannoia a Capodanno, i lavoratori tutto l’anno

La cantante ha annunciato su Facebook che non sarà al Circo Massimo la notte di San Silvestro. “Voglio avvertire tutti che il concerto di Capodanno a Roma è saltato.
 Non chiedetemi perché, non lo so… anche se… un’idea ce l’ho. Approfitto per augurarvi una notte serena. Buon Natale!
Insomma, se un artista non è in linea con il “capo”, salta il concerto o non mette piede nei salotti buoni della TV. I casi illustri in passato sono stati molti: da Beppe Grillo a Corrado Guzzanti, da Michele Santoro a Daniele Luttazzi, passando per Enzo Biagi; e potrei continuare ancora…

La notizia ha fatto il giro della rete e molti, a ragione, si sono indignati. Nessuna spiegazione sulle ragioni dell’assenza, anche se rispondendo a un utente chiarisce: “Non è il Vaticano che non mi vuole!”. Tanti i messaggi di solidarietà postati sui social network, con l’hashtag #iostoconfiorella.

Anche io sto con Fiorella, e ci mancherebbe, ma sto anche con quelle migliaia di lavoratrici e lavoratori che, per aver espresso la propria idea o aver contestato il “capo”, si sono visti sbattere in un “reparto confino” o, peggio, sono stati licenziati.

Donne e uomini di cui non parla mai nessuno. Donne e uomini indegni finanche di un hashtag. Ad esempio, chi vive la realtà di un centro commerciale o di una multinazionale del commercio, sa benissimo che è difficoltoso anche poter andare in bagno ed è spesso necessario chiedere il permesso. E denunciare, protestare o anche solo discutere le decisioni che ti riguardano non è affatto facile: il rischio è una vera e propria apartheid.

Questo è il clima che si vive nei luoghi del commercio, dove l’organizzazione del lavoro è quasi “militare”.  Tante storie che sento ogni giorno nelle nostre stanze sindacali e tantissime altre che purtroppo non ascolta nessuno, storie di ordinarie vessazioni vissute nella solitudine e nel dolore.

Insomma, libertà di parola e di critica per Fiorella Mannoia, ma anche per tutti quelli che fanno un lavoro “normale”.

15/04/2015

“Il lavoro si paga”. Fiorella Mannoia mette in riga il ministro. Ministero convoca Cremaschi

L'operazione ideologica dei Renzi boys tesa a legittimare l'uso del lavoro gratuito sta incontrando – per fortuna – le dovute resistenze sul suo cammino. Ultima in ordine di tempo è la cantante Fiorella Mannoia che con sintesi ed efficacia ha dato il benservito al ministro Poletti che continua a vaticinare le opportunità del lavoro gratuito, all'Expo di Milano ma non solo. "La gente lavora tutta la vita, se ha la fortuna di trovarne uno, va in pensione a 67 anni che sono parenti prossimi di 70 e se è fortunato avrà una pensione da fame dopo aver speso tutto il tempo di una vita a pagare mutui, rate, bollette, tasse", ha scritto sulla sua pagina fb la cantante commentando le dichiarazioni del ministro del Lavoro Poletti al tg di Sky. "Ora - continua Fiorella Mannoia - volete rubare anche il tempo dell'adolescenza. Ma andate a lavorare voi che da una vita vivete con lauti stipendi pagati da noi. Andateci voi a fare volontariato. Il lavoro si paga!". Un ragionamento che non fa una grinza quello di Fiorella Mannoia, una artista che apprezziamo come tale ma anche per le sue incursioni nell'agenda politica.

Ma sulla strada dei sostenitori della bontà del lavoro gratuito ci sono anche altri ostacoli. Giovedì mattina infatti la sezione territoriale di Milano del Ministero del Lavoro ha convocato Giorgio Cremaschi e gli altri firmatari dell'esposto presentato la settimana scorsa dal Forum Diritti Lavoro contro il ricorso al lavoro gratuito all'Expo.

Infine segnaliamo una interessante inchiesta pubblicata oggi su Il Fatto, relativa all'uso e all'abuso dei voucher per pagare i giovani lavoratori da parte dei datori di lavoro. Il ricorso a questo strumento è praticamente esploso tra il 2012 e il 2013 e ancora più negli anni successivi. “Sempre più assistiamo al dilagare di voucher e stage nel settore del commercio” denuncia ad esempio la Filcams “Si tratta di una deriva pericolosa che erode posti di lavoro senza crearne di nuovi, ma aumentando il precariato. Perché i voucher e gli stage vengono a sostituire l’assunzione e i normali contratto di lavoro”.

Si conferma così che il Jobs Act non ha affatto cancellato le forme dello sfruttamento creativo della manodopera nel nostro paese. Il Jobs Act non serve infatti a creare lavoro ma a pagare di meno e rendere più precario quello che c'è già. E proprio ai nefasti effetti del Jobs Act è è dedicato il convegno promosso dal Forum Diritti Lavoro a Roma venerdì 17 aprile (a partire dalle 10.00 nella sala di via Galilei 56).

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