Sedici ore di lavoro in cambio di un panino e un gadget. È quanto offrono gli organizzatori dell’evento balneare di Jovanotti. Un caso paradigmatico.
È una fotografia azzeccata, quella del volantino del Comune di Cerveteri Marina in cui si cercano volontari per la raccolta differenziata durante il tour dell’estate: il Jova Beach Party. È Jovanotti, travestito da Zio Sam, mentre chiede il nostro aiuto, almeno sedici ore di lavoro, in cambio di un panino, una bibita e un gadget. È l’immagine dell’industria culturale: quella che ogni sera fattura milioni di euro ma non paga i lavoratori, perché ormai chiamati volontari, ragazzi fortunati.
Giorno dopo giorno ci si abitua a non vedere, a non guardare in che modo si produce realmente ciò che abbiamo attorno: che si tratti di barattoli di pomodoro pelato o di mega installazioni su cui si esibiranno le star più o meno del momento. Una rimozione che può avere svariate giustificazioni, ma che prima o poi torna a chiedere il conto, a svegliarci di soprassalto.
Così per il prossimo concerto di Lorenzo Jovanotti vengono reclutati volontari per «presidiare i contenitori della raccolta differenziata dislocati sull’area dell’evento e informare le persone su come fare bene la raccolta differenziata». In cambio, niente poco di meno che «accesso all’evento; buono per panino + bibita; maglietta Beach Angels + cappellino; – e dulcis in fundo – assicurazione a copertura di danni personali e a terzi». Il Jova Beach Party aveva già fatto parlare di sé per i rischi presunti o reali causati all’ambiente, considerando che le date si terranno su spiagge o addirittura a Plan de Corones, in Alto Adige.
Gli organizzatori hanno cercato di replicare alle critiche sul danno ambientale dell’evento, rimane il nodo della pulizia dei luoghi che gli organizzatori assicurano. Mentre rete e giornali non hanno fatto attendere la propria posizione sulla quesitone ambientale – sacrosanta – ben poco, se non nulla, si è sentito per le condizioni di lavoro di centinaia di lavoratori non pagati perché definiti volontari usati proprio per garantire il rispetto dell’ambiente. Dalle 8 di mattina a fine concerto. E bisogna che ti consideri un ragazzo fortunato a fare 16 ore gratis perché ti hanno regalato un sogno, un panino e un gadget. Neppure i sali minerali per resistere in caso di calo di pressione sotto il sole cocente di un’estate dalle temperature record.
Verrebbe da fare ironia se non si trattasse di una situazione talmente seria da non poterci permettere alcun sarcasmo. Pare che in media il costo di produzione di ciascuna data si aggiri attorno al milione e mezzo di euro e facendo due calcoli, con una media di 50 mila spettatori al modico prezzo di 60 euro ciascuno, il fatturato di tre milioni. Profitto 1,5 milioni di euro a serata. Panino più bibita più maglietta e cappellino per chi invece lavora dalla mattina a notte inoltrata. Guarda mamma come ci si diverte a far lavorare la gente gratis, a non fare i contratti e guadagnare un casino di soldi.
Il caso del Jova Beach Party è altresì emblematico perché sostenuto dal Wwf allo scopo di sensibilizzare contro l’uso della plastica monouso, un testimonial che per una azione che sì dovrebbe essere prassi comune quotidiana di qualsiasi cittadino guadagna un milione e mezzo circa. Che in questo paese, ma non solo, i lavoratori subiscano da decenni attacchi spietati alle proprie condizioni di lavoro, ai salari, ai diritti sociali è cosa nota. Giorno dopo giorno, un pezzettino più o meno grande alla volta.
In questa quotidianità si affermano e consolidano pratiche di completo rovesciamento ideologico, di cui la più in voga pare essere quella del lavoro definito volontariato affinché acquisisca una natura benevola, dove quel che importa è la partecipazione, la condivisione di un interesse che non sia un rapporto tra chi comanda e chi esegue, ma la condivisione di un momento di utilità sociale, che fa apparire di cattivo gusto ogni pretesa del fondamento stesso del lavoro nel nostro sistema capitalistico l’interesse monetario – quello di ricevere una retribuzione per la fatica fatta.
Così sul lavoro gratuito, ridenominato volontariato, oggi poggiano interi settori economici che fanno profitto, che hanno bisogno di lavoratori ma possono far leva sull’immaginario – del volontario sorridente o del disoccupato che si prende cura delle aiuole sotto casa – per risparmiare sui costi e quindi fare più profitti. O risparmiare di più come nel caso del volontariato fatto presso le amministrazioni pubbliche.
Tra questi settori, merita un posto d’eccezione, per la pervasività del fenomeno, quello della produzione culturale dove festival di ogni tipo, musei, concerti, mostre, fino ad arrivare ai grandi eventi internazionali stanno letteralmente in piedi grazie al lavoro gratuito di centinaia di volontari.
Il caso Expo Milano ha fatto scuola: 18 mila volontari furono ingaggiati gratuitamente – con l’accordo dei sindacati confederali – perché un salario vale meno del «costruire un network di relazioni vere basato su entusiasmo, energia, talento, intraprendenza, voglia di fare ed esperienze vissute, che potrà esserti utile anche nel tuo futuro», come si poteva leggere sui depliant di reclutamento. L’importante è pensare positivo.
Negli anni abbiamo visto migranti con la pettorina gialla pulire gli escrementi dei cavalli a capo delle carrozze di una processione locale. E li abbiamo ritrovati a pulire il Parco Ferrari di Modena, dopo il concerto di Vasco Rossi. Parliamo di eventi che generano milioni di fatturato, tra biglietti, sponsor e tutti i costi risparmiati grazie alla messa a disposizione di infrastrutture pubbliche a danno anche degli abitanti di quegli stessi luoghi, visto che la spiaggia libera che è stata scelta come location dell’evento verrà chiusa al pubblico: un bene comune sottratto per venti lunghi giorni.
Un apparato il cui incommensurabile valore collettivo è letteralmente messo a disposizione di imprese e profitti privati: sia quelli dell’organizzazione che quelli del luogo. Il turismo, petrolio d’Italia, ma anche eventi culturali, concerti, fiere, sagre. Ne approfittano tutti, tranne i lavoratori che se non lavorano gratuitamente, ricevono salari del tutto indecenti, come i lavoratori che hanno smontato l’imponente palco di Ultimo dopo il concerto allo stadio Olimpico di Roma. Quattro euro l’ora, molti di loro neppure con uno straccio di contratto per la giornata lavorata.
Gli organizzatori si giustificano: «non sono nostri lavoratori». Si tratta di una deresponsabilizzazione ricercata: lavoratori in nero, sottopagati e finti volontari sono cooptati e gestiti attraverso cooperative o agenzie, strutturate o di comodo. È il sempiterno gioco delle tre carte, tra appalti e subappalti, lo stesso che imperversa lungo il ciclo di produzione di ormai tutti i settori economici.
Fuori fuoco appaiono anche le contro-critiche secondo cui nessuno costringe queste persone ad accettare, anzi spesso lo fanno proprio con entusiasmo perché possono godersi un concerto a cui non avrebbero potuto partecipare. Per mancanza di soldi, molto probabilmente.
Un argomento che fa acqua da tutte le parti. Primo perché quelle attività sono necessarie al buon funzionamento dell’evento, parti indispensabili della produzione ed è surreale poter pensare di non essere disposti neppure a retribuirle dal momento che senza questo lavoro non ci sarebbe alcun concerto. Un ragionamento che va esteso a qualsiasi attività economica che non può definirsi tale senza la minima capacità di retribuire i propri fattori di produzione. Vale nell’industria culturale come in tutte le altre.
Tornando al punto delle contro-critiche, bisogna dire che per ogni volontario arruolato c’è un lavoratore disoccupato che rimane a casa, uno dei tanti, troppi a cui quotidianamente si vuol fare credere che la propria condizione è il risultato delle proprie scelte, scarse attitudini, responsabilità individuale. E non c’entra nulla l’avere a cuore il proprio territorio o la sagra tradizionale del proprio comune per cui fare i volontari è quasi un orgoglio, come lo è stato per decenni per i militanti dei partiti che gestivano le proprie feste – che nel momento in cui sono venuti meno i militanti hanno iniziato ad usare anche gli studenti in alternanza scuola-lavoro.
Non esiste “militanza” quando questa attività accresce i profitti di uno o di pochi, quando quel che produci non è anche tuo, non puoi dividerlo con la tua comunità.
Inoltre, qualcuno dovrà prima o poi chiedersi come mai un giovane non può permettersi di andare a un concerto e preferisce lavorare più di dodici ore sotto il sole, con uno sforzo fisico non indifferente – non sta mica su una poltrona massaggiatrice – pur di goderselo. Sarà che i prezzi sono troppo alti e allo stesso tempo i salari troppo bassi, addirittura nulli in molti troppi casi, come in questo.
Poiché come società forse non abbiamo ancora la forza di pretendere la cultura gratuita o accessibile per tutti, potremmo almeno avere la dignità di chiedere salari più alti, salari decenti. Il problema è tutto nostro perché dall’altro lato, quelli che propongono e sostengono tali pratiche, sanno bene che impiegare volontari ha anche l’effetto di dissuadere chi invece nel gruppo ha ancora un piccolo salario, un rimborso spese. Il ricatto è presto sul tavolo: o così o prendiamo un altro volontario.
Qui si apre una partita per nulla semplice che investe non soltanto questo settore e in cui non è possibile giocare da soli. Rivendicare i diritti di uno o di tutti rimane uno sport collettivo, che prende forma se e solo se ci si oppone a una deriva anche quando privatamente ci può fare comodo. La questione salariale ombelico del mondo!
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/07/2019
08/07/2019
Milano. Un sindaco “al di sopra di ogni sospetto”
“I sentimenti che ho sono negativi, qui è stato processato il lavoro e io ne ho fatto tanto”. È scandalizzato il Sindaco di Milano Giuseppe Sala nell’apprendere della sua condanna a sei mesi di reclusione (convertiti in 45.000 euro di pena pecuniaria) per il maxi-appalto della Piastra dei servizi di Expo 2015.
Tuttavia, riuscendo stoicamente a contenere la tanta amarezza, rassicura i milanesi sulla durata del suo mandato.
Ma i sentimenti negativi colpiscono, scavando, nel profondo e Beppe proprio non cela fa a garantire una eventuale ricandidatura. “Di guardare avanti ora non me la sento” afferma e solo gli oltremodo maliziosi possono pensare ad un tono minaccioso nelle sue parole.
Ha tutte le ragioni di essere risentito un uomo che, di “lavoro”, ne ha fatto davvero tanto. Prima ancora di essere eletto sindaco, infatti, aveva messo a disposizione della grandeur milanese la sua efficienza e le sue competenze di manager fino ad arrivare alla nomina di commissario ed infine a.d. di Expo 2015.
I suoi sforzi sono stati fondamentali per costruire il lascito dell’esposizione universale: un buco di quasi 1.5 miliardi, una legittimazione del lavoro volontario (in accordo con CGIL, CISL, UIL), un mercato immobiliare deregolamentato e sempre più a vocazione speculativa. L’apoteosi della gestione emergenziale delle “grandi opere”.
Quando si hanno di queste medaglie non può essere di certo una sentenza a portarle via. Al di la della fedina penale dell’uomo, vale l’impronta che questi riesce ad imprimere sulla città. Non a caso si sono rincorsi gli attestati di solidarietà bipartisan (da Zingaretti al presidente della camera di commercio passando per Forza Italia) e nemmeno uno come Salvini se la è sentita di affondare il colpo arrivando, anzi, a dire di sentirsi orgoglioso della Milano dell’expo. Quando si lavora bene proprio tutti sono costretti a riconoscertelo. Ma la stima di amici e nemici non è qualcosa di casuale, la si costruisce con intuito e senso del marketing arrivando fino alla disinvoltura. Beppe nostro piace proprio per questo, perché è capace di farsi fotografare con le calze color pride ed il giorno dopo promuovere il Daspo per i rom.
Spingere sulla retorica ambientalista ed aumentare il biglietto dei mezzi pubblici. Capace di incarnare, insomma, il modello Milano che sempre più rappresenta un laboratorio da espandere quanto più possibile.
La città vetrina, la città smart, il luna park dei ceti alti moderni capaci di fare i soldi (nel modo di sempre) ma conservare una spiccata sensibilità umanitaria.
L’elezione a sindaco di Milano e della città metropolitana, una consacrazione. “Una nuova speranza” per un liberismo la cui egemonia culturale era stata scalfita da un decennio di crisi e che cercava insistentemente un upgrade. E quale luogo migliore se non la città delle start up? La sfida è difficile ma Sala è l’uomo giusto nel posto giusto pronto a raccoglierla.
Continuare la dismissione del bene pubblico in favore delle privatizzazioni, mettere a valore ogni centimetro di suolo ma in modo moderno ed accattivante con parole come project financing o social hausing. Come ogni uomo che ha una visione, però, i suoi confini non possono essere limitati ad una, seppur vitale, metropoli. Sempre più evidenti i segnali che svelano come si marci verso la “città-stato”, quella specie di mini-lander tedesco che in autonomia (e qui l’autonomia differenziata ci sta a pennello) gestisce i suoi rapporti internazionali e con l’UE.
Ritagliarsi un ruolo, anche se periferico, all’interno del polo produttivo a trazione franco-tedesca. E per una capitale del farmaco che svanisce c’è un olimpiade invernale che arriva. Sono ormai storia del costume le immagini dei salti e dell’esultanza abbracciato al governatore Fontana per l’assegnazione della sede olimpica. Meno risalto, invece,hanno ricevuto le sue affermazioni a margine della cerimonia in cui dichiarava come già migliaia di lavoratori volontari fossero pronti per il grande evento.
Parole che fanno trasparire come la “città che funziona” si regga in realtà su qualcosa di moderno nella forma ma più che classico nella sostanza: lo sfruttamento. E cosi si manda in soffitta la vetusta contrapposizione ricchi e poveri sostituendola con la più aggiornata high skilled contro low skilled. Locuzioni anglosassoni rilanciano, così, l’”uguaglianza” povertà/colpa in una città ed una regione dove persistono ancora livelli anche alti di benessere. Concetto fondamentale da far passare per evitare di metter mano al tema delle diseguaglianze e della redistribuzione della ricchezza.
Si capisce bene come, in questo contesto, sia facile indicare il sindaco quale vittima sfruttando la retorica dell’”uomo del fare” che si scontra con la viscosità della burocrazia. Del manager comunque liberale e meno peggio di quegli altri.
Una retorica così forte da azzittire le già solo sussurrate richieste di dimissioni da parte delle opposizioni. Anestetizzare la reattività anche della “sinistra radicale”. Sala quindi va avanti magari riuscendo pure a rimediare l’aura del martire da questa faccenda.
Fonte
Tuttavia, riuscendo stoicamente a contenere la tanta amarezza, rassicura i milanesi sulla durata del suo mandato.
Ma i sentimenti negativi colpiscono, scavando, nel profondo e Beppe proprio non cela fa a garantire una eventuale ricandidatura. “Di guardare avanti ora non me la sento” afferma e solo gli oltremodo maliziosi possono pensare ad un tono minaccioso nelle sue parole.
Ha tutte le ragioni di essere risentito un uomo che, di “lavoro”, ne ha fatto davvero tanto. Prima ancora di essere eletto sindaco, infatti, aveva messo a disposizione della grandeur milanese la sua efficienza e le sue competenze di manager fino ad arrivare alla nomina di commissario ed infine a.d. di Expo 2015.
I suoi sforzi sono stati fondamentali per costruire il lascito dell’esposizione universale: un buco di quasi 1.5 miliardi, una legittimazione del lavoro volontario (in accordo con CGIL, CISL, UIL), un mercato immobiliare deregolamentato e sempre più a vocazione speculativa. L’apoteosi della gestione emergenziale delle “grandi opere”.
Quando si hanno di queste medaglie non può essere di certo una sentenza a portarle via. Al di la della fedina penale dell’uomo, vale l’impronta che questi riesce ad imprimere sulla città. Non a caso si sono rincorsi gli attestati di solidarietà bipartisan (da Zingaretti al presidente della camera di commercio passando per Forza Italia) e nemmeno uno come Salvini se la è sentita di affondare il colpo arrivando, anzi, a dire di sentirsi orgoglioso della Milano dell’expo. Quando si lavora bene proprio tutti sono costretti a riconoscertelo. Ma la stima di amici e nemici non è qualcosa di casuale, la si costruisce con intuito e senso del marketing arrivando fino alla disinvoltura. Beppe nostro piace proprio per questo, perché è capace di farsi fotografare con le calze color pride ed il giorno dopo promuovere il Daspo per i rom.
Spingere sulla retorica ambientalista ed aumentare il biglietto dei mezzi pubblici. Capace di incarnare, insomma, il modello Milano che sempre più rappresenta un laboratorio da espandere quanto più possibile.
La città vetrina, la città smart, il luna park dei ceti alti moderni capaci di fare i soldi (nel modo di sempre) ma conservare una spiccata sensibilità umanitaria.
L’elezione a sindaco di Milano e della città metropolitana, una consacrazione. “Una nuova speranza” per un liberismo la cui egemonia culturale era stata scalfita da un decennio di crisi e che cercava insistentemente un upgrade. E quale luogo migliore se non la città delle start up? La sfida è difficile ma Sala è l’uomo giusto nel posto giusto pronto a raccoglierla.
Continuare la dismissione del bene pubblico in favore delle privatizzazioni, mettere a valore ogni centimetro di suolo ma in modo moderno ed accattivante con parole come project financing o social hausing. Come ogni uomo che ha una visione, però, i suoi confini non possono essere limitati ad una, seppur vitale, metropoli. Sempre più evidenti i segnali che svelano come si marci verso la “città-stato”, quella specie di mini-lander tedesco che in autonomia (e qui l’autonomia differenziata ci sta a pennello) gestisce i suoi rapporti internazionali e con l’UE.
Ritagliarsi un ruolo, anche se periferico, all’interno del polo produttivo a trazione franco-tedesca. E per una capitale del farmaco che svanisce c’è un olimpiade invernale che arriva. Sono ormai storia del costume le immagini dei salti e dell’esultanza abbracciato al governatore Fontana per l’assegnazione della sede olimpica. Meno risalto, invece,hanno ricevuto le sue affermazioni a margine della cerimonia in cui dichiarava come già migliaia di lavoratori volontari fossero pronti per il grande evento.
Parole che fanno trasparire come la “città che funziona” si regga in realtà su qualcosa di moderno nella forma ma più che classico nella sostanza: lo sfruttamento. E cosi si manda in soffitta la vetusta contrapposizione ricchi e poveri sostituendola con la più aggiornata high skilled contro low skilled. Locuzioni anglosassoni rilanciano, così, l’”uguaglianza” povertà/colpa in una città ed una regione dove persistono ancora livelli anche alti di benessere. Concetto fondamentale da far passare per evitare di metter mano al tema delle diseguaglianze e della redistribuzione della ricchezza.
Si capisce bene come, in questo contesto, sia facile indicare il sindaco quale vittima sfruttando la retorica dell’”uomo del fare” che si scontra con la viscosità della burocrazia. Del manager comunque liberale e meno peggio di quegli altri.
Una retorica così forte da azzittire le già solo sussurrate richieste di dimissioni da parte delle opposizioni. Anestetizzare la reattività anche della “sinistra radicale”. Sala quindi va avanti magari riuscendo pure a rimediare l’aura del martire da questa faccenda.
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22/11/2018
Milano-Cortina 2026, un’”opportunità imperdibile”. Le Olimpiadi come ipoteca
Lunedì mattina il consiglio comunale di Calgary si è espresso unanimemente per formalizzare il ritiro della candidatura della città canadese ad ospitare le Olimpiadi invernali del 2026. La decisione è maturata in seguito ad un referendum non vincolante che lo scorso 13 novembre ha visto oltre 300 mila cittadini recarsi alle urne per esprimersi sulla questione. Il 56% dei votanti ha bocciato la proposta, e il sindaco stesso della città, convinto promotore del sì, si è trovato costretto ad ammettere come di fronte a un’affluenza tanto alta e ad un voto tanto chiaro non avesse più senso proseguire il discorso olimpico né per il 2026 né per l’edizione ventura del 2030.
Il comitato per il no ha costruito una campagna estremamente semplice, ma efficace, evidenziando quanto dal punto di vista mediatico e politico le Olimpiadi avrebbero distratto la municipalità dall’affrontare i veri problemi dei cittadini, in particolare modo aggravando la questione ambientale e quella abitativa, e divergendo risorse necessarie al sistema sanitario e alla lotta alla povertà crescente.
Nelle previsioni del comune inoltre l’impresa olimpica sarebbe stata in buona parte finanziata da un rialzo di 25 dollari annui delle imposte a carico di ogni famiglia per i seguenti 25 anni. Il comitato per il no da questo punto di vista si è limitato ad evidenziare come questo rincaro potesse divenire ben maggiore, benché già deprecabile, considerando che, soltanto nella fase di valutazione dell’opportunità o meno di presentare la candidatura, i costi avevano sforato il budget per questa fase iniziale del 600%.
Non è certo la prima volta che negli ultimi 5 anni una città si esprime con decisione contro le Olimpiadi, già Innsbruck, Amburgo, Budapest, Cracovia, Monaco e infine Sion, soltanto quest’estate, hanno con forza dato la stessa risposta al Comitato Olimpico Internazionale: NO.
Che le Olimpiadi siano oggi un problema per le comunità locali non è più una sorpresa, dal 1968 a oggi nessuna città ha rispettato in termini di costi il budget previsionale, Tokyo ha rivisto al rialzo il proprio budget per i giochi del 2020 dai 7,3 miliardi iniziali ai 30 miliardi di dollari attuali, Sochi nel 2018 superò il proprio budget del 280%, e procedendo a ritroso di storie virtuose non se ne trovano. La corruzione e la speculazione, così come la devastazione sociale e ambientale di cui le olimpiadi si accompagnano sono ormai temi riconosciuti dall’opinione pubblica internazionale, tanto che il Guardian e il New York Times trovano quasi comiche le analisi costi-benefici (sempre favorevoli e sempre smentite) prodotte per le varie città da compagnie di consulenza private fortemente interessate all’organizzazione dell’evento, e parlano della corsa alle olimpiadi come della competizione che nessuno vuole vincere.
Quali notizie dall’Italia?
Tra tutti i quotidiani che commentano i risultati di Calgary è impossibile trovare un’analisi del risultato, tutto ciò che si può leggere è l’unanime riconoscimento dell’opportunità che le nostre città si trovano nelle mani in seguito alla grande ondata di defezioni.
Zaia, Fontana, Salvini e Sala esultano in silenzio per il ritiro dell’ennesimo concorrente, e invitano a non abbassare la guardia perché la partita non è ancora vinta, sorprendentemente – possiamo dire – resta ancora un avversario, e possiamo solo immaginare come i nostri rappresentanti si sfreghino le mani di fronte ai recenti tentennamenti di Stoccolma, ultima alternativa a Milano-Cortina per i prossimi giochi del 2026.
La nostra “classe dirigente” invece che interrogarsi sull’organizzazione di quello che dovrebbe essere un preventivo imprescindibile passaggio popolare, di fronte a un’impresa che inciderà così pesantemente e negativamente sulla vita di tanti cittadini, mette in ghiaccio lo champagne per festeggiare una vittoria in una competizione senza avversari.
Ma in che modo l’organizzazione di un ennesimo grande evento è un’opportunità per il nostro paese?
Sono ancora freschi nella memoria dei cittadini romani gli incalcolabili costi che la città ha dovuto sopportare per ospitare i mondiali di nuoto 2009, la ormai celeberrima Vela di Calatrava, ancora incompiuta, costata al comune oltre 660 milioni di euro a fronte di un budget iniziale di 60, resta un monumento allo spreco. Di certo più virtuosa non è stata Torino nella valorizzazione degli impianti costruiti in occasione delle olimpiadi del 2006. Le strutture, vendute a pezzi quando non semplicemente dimenticate, offrono oggi dimora a degrado e criminalità come ci ricordano i membri del comitato NoTav. Le piste di Cesana Pariol (78 milioni), Pragelato (54 milioni) e di San Sicario (25 milioni) hanno imposto il disboscamento e la cementificazione di intere montagne e sono oggi abbandonate così come i resti del villaggio olimpico (145 milioni), il Jumping Hotel e tanti altri impianti.
Non è certo un caso che il Movimento 5 stelle proprio facendosi paladino della guerra alle grandi opere abbia ottenuto storiche vittorie nei comuni di Roma e Torino, dove, in particolare modo, il movimento NoTav è riuscito a racchiudere attorno a sé una vera e propria campagna di resistenza culturale a questo tipo di politiche capitalistiche così dannose per le comunità locali.
I 5 stelle tanto opportunisticamente hanno saputo intestarsi politicamente queste lotte popolari da movimento anti-sistema quanto oggi, altrettanto opportunisticamente da forza di governo, sono pronti a voltar loro le spalle per piegare la testa di fronte alle lusinghe o ai diktat del capitale.
Un caso emblematico di questa rinuncia è quello della capitale dove il presidente dell’A.S. Roma Pallotta, forte delle proprie promesse di investimenti in uno stadio sportivo e nella riqualificazione di una zona alluvionata, può permettersi di minacciare i tifosi e ricattare il comune per ottenere l’autorizzazione a edificare 1 milione di metri cubi di torri alte fin oltre i 100 metri (per lo più terziario-direzionali o residenze di lusso). Le battaglie NoTap e NoTav ricordano purtroppo da troppo vicino la questione dello stadio romano, prima fieramente osteggiato poi accettato come investimento improvvisamente imprescindibile, e poco importa dei danni ambientali, dei costi sociali o della corruzione che queste imprese portano con sé, una volta al potere i 5s hanno preferito piegarsi piuttosto che andare a rottura con i poteri forti.
Milano città vetrina, più opaca che pulita
A Milano una consultazione popolare è ritenuta tanto superflua da non essere presa nemmeno in considerazione. Sì perché a Milano va tutto bene, l’economia gira, questo ci viene ripetuto fino allo sfinimento e, se per Milano consideriamo solo la città patinata e imbellettata a cui guarda il capitalismo milanese, il discorso ha senz’altro un senso. Per la nostra classe dirigente le olimpiadi sono solo un espediente funzionale perché la nostra smart city si possa prendere una rivincita sul palcoscenico internazionale dopo che a gennaio ha subito lo smacco del mancato assegnamento da parte dell’UE dell’agenzia europea del farmaco. Sì perché la Milano che i nostri dirigenti vedono non è altro che un prodotto in vetrina, è la città di Citylife e Porta Nuova – fotografate da riviste di moda e tendenza e utilizzate come sfondo per i telegiornali – è la meta privilegiata dei giovani americani e tedeschi che vengono a fare il master in Bocconi, è la città del bosco verticale e degli archilover, è un centro d’elezione per le week dedicate a moda, design, libri e musica dove finalmente l’arte e la cultura sono opportunità di investimento per i grandi sponsor.
Per una città in vetrina un grande evento non è altro che un’ottima occasione per ripulire e rafforzare i poteri dell’amministrazione, non ci ricordiamo come a Como per il Natale 2017 il sindaco emise un’ordinanza perché i barboni fossero portati fuori dal centro per i 45 giorni del periodo natalizio o come per Expo 2015 il comune abbia avuto occasione di sdoganare tutto e di più? Dal lavoro gratuito al cemento autostradale, dalle deroghe al codice degli appalti alla convivenza con la corruzione, dall’uso dei poteri commissariali alla legalizzazione delle marchette stampa, fino alla più grande schedatura di massa di lavoratori mai vista – in centinaia furono tenuti fuori da Expo sulla base di controlli di polizia richiesti dal Governo –. A Expo tutto era giustificato perché per quei sei mesi il mondo ci guardava e non si poteva che ringraziare i magistrati che sapevano dimostrare “sensibilità istituzionale” non indagando durante il grande evento. La corsa e gli affanni che precedono l’organizzazione di un grande evento giustificano ogni nefandezza e abuso, i problemi divengono spazzatura da nascondere sotto i mobili, ma tutto resta sempre legittimo, perché comunque vada, deve essere un successo.
Quando tutto sarà finito l’Olimpiade ci lascerà la solita montagna di sprechi che richiederanno l’intervento del capitale pubblico per ripianare le perdite, tutto come sempre a scapito dei cittadini, va forse diversamente ora che la riqualificazione dell’area di Expo impone la necessità di trasferire le facoltà scientifiche della Statale fuori dalla città solo per rendere più appetibili quei terreni per i grandi capitali? In ogni caso questa è un’operazione che costerà allo stato 130 milioni di fondi europei e che va contro gli interessi degli studenti, che si vedranno ridurre gli spazi a loro disposizione dai 220.000 metri quadri attuali di Città Studi a 150.000. Ma come rinunciare alla socializzazione delle spese di un grande evento pur di attrarre qualche nuovo speculatore?
Un’olimpiade per una città in vetrina vuol dire rafforzamento dei poteri di polizia dell’amministrazione, più ordine, più controlli, più perquisizioni, più sgomberi, più sfratti, offre un grande assist all’edilizia in-sostenibile e alla speculazione – che già oggi è assecondata dal turismo dei grandi eventi e dal fenomeno AirBnB che apprezza gli appartamenti del centro fin oltre i 10.000 euro al metro quadro, e spinge allo sviluppo e alla crescita di veri e propri quartieri-dormitorio nelle periferie –. Significa pulizia del centro dai non presentabili, marginalizzazione e esclusione dei meno abbienti nelle periferie, ghettizzazione dei soggetti potenzialmente disturbatori – tutto questo nel cuore di una regione già saldamente in mano alla Lega nord, che sull’odio razziale e sociale costruisce i suoi successi.
Milano è il modello di sviluppo per questo paese? Retorica troppo spesso assecondata, anche a “sinistra”, per noi da combattere quotidianamente, condizione necessaria per chi vuole rimettere al centro gli interessi di chi subisce le conseguenze di questo modello di sfruttamento.
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Il comitato per il no ha costruito una campagna estremamente semplice, ma efficace, evidenziando quanto dal punto di vista mediatico e politico le Olimpiadi avrebbero distratto la municipalità dall’affrontare i veri problemi dei cittadini, in particolare modo aggravando la questione ambientale e quella abitativa, e divergendo risorse necessarie al sistema sanitario e alla lotta alla povertà crescente.
Nelle previsioni del comune inoltre l’impresa olimpica sarebbe stata in buona parte finanziata da un rialzo di 25 dollari annui delle imposte a carico di ogni famiglia per i seguenti 25 anni. Il comitato per il no da questo punto di vista si è limitato ad evidenziare come questo rincaro potesse divenire ben maggiore, benché già deprecabile, considerando che, soltanto nella fase di valutazione dell’opportunità o meno di presentare la candidatura, i costi avevano sforato il budget per questa fase iniziale del 600%.
Non è certo la prima volta che negli ultimi 5 anni una città si esprime con decisione contro le Olimpiadi, già Innsbruck, Amburgo, Budapest, Cracovia, Monaco e infine Sion, soltanto quest’estate, hanno con forza dato la stessa risposta al Comitato Olimpico Internazionale: NO.
Che le Olimpiadi siano oggi un problema per le comunità locali non è più una sorpresa, dal 1968 a oggi nessuna città ha rispettato in termini di costi il budget previsionale, Tokyo ha rivisto al rialzo il proprio budget per i giochi del 2020 dai 7,3 miliardi iniziali ai 30 miliardi di dollari attuali, Sochi nel 2018 superò il proprio budget del 280%, e procedendo a ritroso di storie virtuose non se ne trovano. La corruzione e la speculazione, così come la devastazione sociale e ambientale di cui le olimpiadi si accompagnano sono ormai temi riconosciuti dall’opinione pubblica internazionale, tanto che il Guardian e il New York Times trovano quasi comiche le analisi costi-benefici (sempre favorevoli e sempre smentite) prodotte per le varie città da compagnie di consulenza private fortemente interessate all’organizzazione dell’evento, e parlano della corsa alle olimpiadi come della competizione che nessuno vuole vincere.
Quali notizie dall’Italia?
Tra tutti i quotidiani che commentano i risultati di Calgary è impossibile trovare un’analisi del risultato, tutto ciò che si può leggere è l’unanime riconoscimento dell’opportunità che le nostre città si trovano nelle mani in seguito alla grande ondata di defezioni.
Zaia, Fontana, Salvini e Sala esultano in silenzio per il ritiro dell’ennesimo concorrente, e invitano a non abbassare la guardia perché la partita non è ancora vinta, sorprendentemente – possiamo dire – resta ancora un avversario, e possiamo solo immaginare come i nostri rappresentanti si sfreghino le mani di fronte ai recenti tentennamenti di Stoccolma, ultima alternativa a Milano-Cortina per i prossimi giochi del 2026.
La nostra “classe dirigente” invece che interrogarsi sull’organizzazione di quello che dovrebbe essere un preventivo imprescindibile passaggio popolare, di fronte a un’impresa che inciderà così pesantemente e negativamente sulla vita di tanti cittadini, mette in ghiaccio lo champagne per festeggiare una vittoria in una competizione senza avversari.
Ma in che modo l’organizzazione di un ennesimo grande evento è un’opportunità per il nostro paese?
Sono ancora freschi nella memoria dei cittadini romani gli incalcolabili costi che la città ha dovuto sopportare per ospitare i mondiali di nuoto 2009, la ormai celeberrima Vela di Calatrava, ancora incompiuta, costata al comune oltre 660 milioni di euro a fronte di un budget iniziale di 60, resta un monumento allo spreco. Di certo più virtuosa non è stata Torino nella valorizzazione degli impianti costruiti in occasione delle olimpiadi del 2006. Le strutture, vendute a pezzi quando non semplicemente dimenticate, offrono oggi dimora a degrado e criminalità come ci ricordano i membri del comitato NoTav. Le piste di Cesana Pariol (78 milioni), Pragelato (54 milioni) e di San Sicario (25 milioni) hanno imposto il disboscamento e la cementificazione di intere montagne e sono oggi abbandonate così come i resti del villaggio olimpico (145 milioni), il Jumping Hotel e tanti altri impianti.
Non è certo un caso che il Movimento 5 stelle proprio facendosi paladino della guerra alle grandi opere abbia ottenuto storiche vittorie nei comuni di Roma e Torino, dove, in particolare modo, il movimento NoTav è riuscito a racchiudere attorno a sé una vera e propria campagna di resistenza culturale a questo tipo di politiche capitalistiche così dannose per le comunità locali.
I 5 stelle tanto opportunisticamente hanno saputo intestarsi politicamente queste lotte popolari da movimento anti-sistema quanto oggi, altrettanto opportunisticamente da forza di governo, sono pronti a voltar loro le spalle per piegare la testa di fronte alle lusinghe o ai diktat del capitale.
Un caso emblematico di questa rinuncia è quello della capitale dove il presidente dell’A.S. Roma Pallotta, forte delle proprie promesse di investimenti in uno stadio sportivo e nella riqualificazione di una zona alluvionata, può permettersi di minacciare i tifosi e ricattare il comune per ottenere l’autorizzazione a edificare 1 milione di metri cubi di torri alte fin oltre i 100 metri (per lo più terziario-direzionali o residenze di lusso). Le battaglie NoTap e NoTav ricordano purtroppo da troppo vicino la questione dello stadio romano, prima fieramente osteggiato poi accettato come investimento improvvisamente imprescindibile, e poco importa dei danni ambientali, dei costi sociali o della corruzione che queste imprese portano con sé, una volta al potere i 5s hanno preferito piegarsi piuttosto che andare a rottura con i poteri forti.
Milano città vetrina, più opaca che pulita
A Milano una consultazione popolare è ritenuta tanto superflua da non essere presa nemmeno in considerazione. Sì perché a Milano va tutto bene, l’economia gira, questo ci viene ripetuto fino allo sfinimento e, se per Milano consideriamo solo la città patinata e imbellettata a cui guarda il capitalismo milanese, il discorso ha senz’altro un senso. Per la nostra classe dirigente le olimpiadi sono solo un espediente funzionale perché la nostra smart city si possa prendere una rivincita sul palcoscenico internazionale dopo che a gennaio ha subito lo smacco del mancato assegnamento da parte dell’UE dell’agenzia europea del farmaco. Sì perché la Milano che i nostri dirigenti vedono non è altro che un prodotto in vetrina, è la città di Citylife e Porta Nuova – fotografate da riviste di moda e tendenza e utilizzate come sfondo per i telegiornali – è la meta privilegiata dei giovani americani e tedeschi che vengono a fare il master in Bocconi, è la città del bosco verticale e degli archilover, è un centro d’elezione per le week dedicate a moda, design, libri e musica dove finalmente l’arte e la cultura sono opportunità di investimento per i grandi sponsor.
Per una città in vetrina un grande evento non è altro che un’ottima occasione per ripulire e rafforzare i poteri dell’amministrazione, non ci ricordiamo come a Como per il Natale 2017 il sindaco emise un’ordinanza perché i barboni fossero portati fuori dal centro per i 45 giorni del periodo natalizio o come per Expo 2015 il comune abbia avuto occasione di sdoganare tutto e di più? Dal lavoro gratuito al cemento autostradale, dalle deroghe al codice degli appalti alla convivenza con la corruzione, dall’uso dei poteri commissariali alla legalizzazione delle marchette stampa, fino alla più grande schedatura di massa di lavoratori mai vista – in centinaia furono tenuti fuori da Expo sulla base di controlli di polizia richiesti dal Governo –. A Expo tutto era giustificato perché per quei sei mesi il mondo ci guardava e non si poteva che ringraziare i magistrati che sapevano dimostrare “sensibilità istituzionale” non indagando durante il grande evento. La corsa e gli affanni che precedono l’organizzazione di un grande evento giustificano ogni nefandezza e abuso, i problemi divengono spazzatura da nascondere sotto i mobili, ma tutto resta sempre legittimo, perché comunque vada, deve essere un successo.
Quando tutto sarà finito l’Olimpiade ci lascerà la solita montagna di sprechi che richiederanno l’intervento del capitale pubblico per ripianare le perdite, tutto come sempre a scapito dei cittadini, va forse diversamente ora che la riqualificazione dell’area di Expo impone la necessità di trasferire le facoltà scientifiche della Statale fuori dalla città solo per rendere più appetibili quei terreni per i grandi capitali? In ogni caso questa è un’operazione che costerà allo stato 130 milioni di fondi europei e che va contro gli interessi degli studenti, che si vedranno ridurre gli spazi a loro disposizione dai 220.000 metri quadri attuali di Città Studi a 150.000. Ma come rinunciare alla socializzazione delle spese di un grande evento pur di attrarre qualche nuovo speculatore?
Un’olimpiade per una città in vetrina vuol dire rafforzamento dei poteri di polizia dell’amministrazione, più ordine, più controlli, più perquisizioni, più sgomberi, più sfratti, offre un grande assist all’edilizia in-sostenibile e alla speculazione – che già oggi è assecondata dal turismo dei grandi eventi e dal fenomeno AirBnB che apprezza gli appartamenti del centro fin oltre i 10.000 euro al metro quadro, e spinge allo sviluppo e alla crescita di veri e propri quartieri-dormitorio nelle periferie –. Significa pulizia del centro dai non presentabili, marginalizzazione e esclusione dei meno abbienti nelle periferie, ghettizzazione dei soggetti potenzialmente disturbatori – tutto questo nel cuore di una regione già saldamente in mano alla Lega nord, che sull’odio razziale e sociale costruisce i suoi successi.
Milano è il modello di sviluppo per questo paese? Retorica troppo spesso assecondata, anche a “sinistra”, per noi da combattere quotidianamente, condizione necessaria per chi vuole rimettere al centro gli interessi di chi subisce le conseguenze di questo modello di sfruttamento.
Fonte
30/10/2018
Milano: le lunghe mani “smart” sulla città
L’ultimo numero di “D La Repubblica” contiene uno speciale interamente dedicato a “Milano vicino all’Europa”: il repertorio completo della retorica e delle celebrazioni che circondano, ormai da tempo, Milano in quanto città-vetrina internazionale, innovativa ed accogliente e che l’hanno portata ad ottenere dalla società FPA, del gruppo Digital 360, per il quarto anno consecutivo, il titolo di città più “smart” d’Italia, ovvero “più vicina ai bisogni dei cittadini, più inclusiva, più vivibile”.
A quanto pare, però, le caratteristiche che sfodera Repubblica come punti forti della città c’entrano ben poco con l’inclusività e la vivibilità.
Meta privilegiata dai giovani americani e tedeschi che vengono a fare il master in Cattolica o in Bocconi, centro d’elezione per le “city” e le “week” dedicate a moda, design, libri, arte, musica perché finalmente “è passato il concetto – anche tra i grandi sponsor – che l’arte non sia solo un godimento, ma anche un buon investimento”, città smart grazie alla realizzazione di opere come i grattacieli di City Life, pronta a trasformare l’ex area Expo in un “ambiziosissimo tecno-park che assomiglierà ad un campus americano”, per finire con una sviolinata sulle politiche di accoglienza del Sindaco Sala e su come gli stranieri sono buoni a “produrre reddito, Pil, tasse e rimesse verso i paesi emergenti”, pur avendo qualche problemino di povertà e marginalità sociale, ma tutto sommato niente di ché.
Ah scusate. Forse ci siamo sbagliati... perché noi Milano la vediamo un po’ diversa da questa.
O forse ai giornalisti di Repubblica, acuti osservatori, è sfuggito qualcosina. Se solo avessero messo il naso fuori da via Tortona e dal quadrilatero della moda si sarebbero accorti che:
– a Milano gli spazi autogestiti dove si fa cultura, quella gratis e accessibile a tutti e non quella degli investimenti dei grandi sponsor, vengono sistematicamente sgomberati dalle forze dell’ordine, come è successo di recente ai collettivi Zip e Lambretta;
– a fronte delle speculazioni edilizie di City Life, dove un appartamento costa 10.000 euro al metro quadro, in città esiste una vera e propria emergenza abitativa, l’edilizia popolare cade a pezzi, e i progetti sociali che cercano di sopperire a tale emergenza come il residence sociale “aldo dice 26 X 1” vengono altrettanto sgomberati; a quanto pare gli sfrattati se ne fanno poco del fatto che il Bosco Verticale abbia “rimesso la città sulle mappe degli archilover globali”...
– nell’hinterland, nel frattempo, si moltiplicano gli incendi dolosi nei depositi di rifiuti, espressione del potere mafioso ben radicato sul territorio. È la “guerra dei rifiuti”, che negli ultimi 15 mesi in tutta la Lombardia ha visto almeno un incendio al mese, soprattutto nel milanese e nel pavese, e che fa della regione una terra dei fuochi al pari di altre zone d’Italia.
– chi abita l’Hinterland milanese (soprattutto le classi popolari costrette ad allontanarsi dalla città a causa degli affitti elevatissimi) subisce poi il degrado e l’inefficienza del sistema di trasporto di Rfi e Trenord, fatto di quotidiani ritardi, soppressioni e guasti, che rendono il pendolarismo in Lombardia una vera odissea, fino alle tragedie come quella di Pioltello, che ha visto il deragliamento di un treno e la morte di tre persone a causa delle condizioni pessime delle rotaie; ed è di ieri l’ennesimo guasto su un treno di Trenord, con i vagoni che si sono riempiti di fumo a causa di un guasto ai freni.
– Milano come centro della cultura digitale e della “condivisione di competenze per costruire il nuovo”; ma, dietro queste parole fumose, sharing economy a Milano vuol dire soprattutto lavoro sfruttato dei fattorini, che fanno consegne con paghe da fame e privi di qualsiasi tutela: la chiamano innovazione ma è caporalato digitale. Accanto a loro, ulteriori forme di lavoro precario come quella dei lavoratori della logistica, negli stabilimenti e centri di smistamento appena fuori dalla città; il modello EXPO del lavoro gratuito e degli stage; quella degli operatori sociali dei centri di accoglienza che affollano Milano e l’hinterland, pagati pochissimo con turni massacranti e che rischiano ora il posto di lavoro anche a causa della svolta securitaria di Salvini, con la chiusura del centro di accoglienza di via Corelli e la sua riconversione in un cpr. Sacche enormi di lavoratori precari uniti nella logica di sfruttamento del sistema delle cooperative e dei cambi di appalto.
– nonostante ATM sia in attivo di più di 39 milioni, è previsto da gennaio un rincaro di biglietti e abbonamenti.
– La creazione dell’”ambiziosissimo tecno park” in salsa americana è stata pensata al solo fine di coprire i buchi di bilancio lasciati dall’Expo e il trasferimento delle facoltà scientifiche della Statale in quell’area serve per rendere appetibili quei terreni alle grandi multinazionali che ci speculeranno; in ogni caso è un’operazione che va contro gli interessi degli studenti che si vedranno ridurre gli spazi a loro disposizione dai 220.000 metri quadri attuali di Città Studi a 150.000. Evidentemente la parte del leone nell’ambiziosissimo tecnopark la giocheranno le multinazionali e non l’Università Statale. E per quest’operazione scellerata di svendita dell’università pubblica lo stato sborserà 130 milioni di fondi europei. I finanziamenti alla ricerca vengono continuamente tagliati ma quando c’è da socializzare le perdite dell’Expo vuoi che non si trovino 130 milioni?
– Per quanto il PD locale si autoproclami aperto all’accoglienza e tollerante, in piazza a “dare un segnale contro il razzismo” ci va soltanto per opportunismo quando le politiche razziste le porta avanti Salvini e non quando sono targate Minniti, che del PD è uno dei fiori all’occhiello.
Al di là della retorica patinata, è questa la vicinanza di Milano all’Europa, che viene proclamata come modello da Repubblica: sacche enormi di lavoro precario, svendita delle istituzioni e dei servizi pubblici ai privati e una città che diventa sempre più a misura di ricchi, mentre i poveri se ne devono stare nelle periferie a prendersi le briciole (perché in effetti con il biglietto ATM a due euro forse non vale la pena andare fino in piazza Gae Aulenti per “sperare di incontrare i Ferragnez + pupo”). Nel frattempo, l’aria continua ad essere irrespirabile, a dispetto di car sharing e bike sharing tanto decantati, anche grazie alle guerre mafiose che si consumano nell’hinterland intorno alla questione rifiuti.
A fronte di tutto questo, il resoconto che ha premiato Milano come città più smart d’Italia parla della città come di “una realtà che fronteggia con determinazione le sfide ambientali e funzionali metropolitane e che ha saputo individuare nuove dinamiche di sviluppo economico”.
Ma a noi le “dinamiche di sviluppo economico” di Milano sembrano le stesse di tante altre parti d’Italia: l’intera città cannibalizzata dalla speculazione edilizia utile solo a pochi ricchi, le classi popolari esiliate nei quartieri dormitorio fuori città (ormai anche la periferia è diventata off limits) il servizio di trasporto pubblico che connette città e hinterland abbandonato all’incuria e al degrado; un centro dorato ed esclusivo che si autocompiace della propria “modernità”, mentre tutto il resto attorno va in malora: queste non sono dinamiche di sviluppo economico “nuove”, sono le tradizionali e vecchissime ricette di “sviluppo” che vengono proposte.
Ed è questo il modello di città che noi, come Potere al Popolo Milano, vogliamo combattere su tutti i fronti, prima di tutto smascherando le ipocrisie dei media e di presunte “agenzie di rating” delle città, a favore invece di politiche del lavoro, abitative, culturali e dei trasporti realmente al servizio degli interessi pubblici e non schiave della speculazione privata.
#riprendiamociquellocheènostro #poterealpopolo
Fonte
A quanto pare, però, le caratteristiche che sfodera Repubblica come punti forti della città c’entrano ben poco con l’inclusività e la vivibilità.
Meta privilegiata dai giovani americani e tedeschi che vengono a fare il master in Cattolica o in Bocconi, centro d’elezione per le “city” e le “week” dedicate a moda, design, libri, arte, musica perché finalmente “è passato il concetto – anche tra i grandi sponsor – che l’arte non sia solo un godimento, ma anche un buon investimento”, città smart grazie alla realizzazione di opere come i grattacieli di City Life, pronta a trasformare l’ex area Expo in un “ambiziosissimo tecno-park che assomiglierà ad un campus americano”, per finire con una sviolinata sulle politiche di accoglienza del Sindaco Sala e su come gli stranieri sono buoni a “produrre reddito, Pil, tasse e rimesse verso i paesi emergenti”, pur avendo qualche problemino di povertà e marginalità sociale, ma tutto sommato niente di ché.
Ah scusate. Forse ci siamo sbagliati... perché noi Milano la vediamo un po’ diversa da questa.
O forse ai giornalisti di Repubblica, acuti osservatori, è sfuggito qualcosina. Se solo avessero messo il naso fuori da via Tortona e dal quadrilatero della moda si sarebbero accorti che:
– a Milano gli spazi autogestiti dove si fa cultura, quella gratis e accessibile a tutti e non quella degli investimenti dei grandi sponsor, vengono sistematicamente sgomberati dalle forze dell’ordine, come è successo di recente ai collettivi Zip e Lambretta;
– a fronte delle speculazioni edilizie di City Life, dove un appartamento costa 10.000 euro al metro quadro, in città esiste una vera e propria emergenza abitativa, l’edilizia popolare cade a pezzi, e i progetti sociali che cercano di sopperire a tale emergenza come il residence sociale “aldo dice 26 X 1” vengono altrettanto sgomberati; a quanto pare gli sfrattati se ne fanno poco del fatto che il Bosco Verticale abbia “rimesso la città sulle mappe degli archilover globali”...
– nell’hinterland, nel frattempo, si moltiplicano gli incendi dolosi nei depositi di rifiuti, espressione del potere mafioso ben radicato sul territorio. È la “guerra dei rifiuti”, che negli ultimi 15 mesi in tutta la Lombardia ha visto almeno un incendio al mese, soprattutto nel milanese e nel pavese, e che fa della regione una terra dei fuochi al pari di altre zone d’Italia.
– chi abita l’Hinterland milanese (soprattutto le classi popolari costrette ad allontanarsi dalla città a causa degli affitti elevatissimi) subisce poi il degrado e l’inefficienza del sistema di trasporto di Rfi e Trenord, fatto di quotidiani ritardi, soppressioni e guasti, che rendono il pendolarismo in Lombardia una vera odissea, fino alle tragedie come quella di Pioltello, che ha visto il deragliamento di un treno e la morte di tre persone a causa delle condizioni pessime delle rotaie; ed è di ieri l’ennesimo guasto su un treno di Trenord, con i vagoni che si sono riempiti di fumo a causa di un guasto ai freni.
– Milano come centro della cultura digitale e della “condivisione di competenze per costruire il nuovo”; ma, dietro queste parole fumose, sharing economy a Milano vuol dire soprattutto lavoro sfruttato dei fattorini, che fanno consegne con paghe da fame e privi di qualsiasi tutela: la chiamano innovazione ma è caporalato digitale. Accanto a loro, ulteriori forme di lavoro precario come quella dei lavoratori della logistica, negli stabilimenti e centri di smistamento appena fuori dalla città; il modello EXPO del lavoro gratuito e degli stage; quella degli operatori sociali dei centri di accoglienza che affollano Milano e l’hinterland, pagati pochissimo con turni massacranti e che rischiano ora il posto di lavoro anche a causa della svolta securitaria di Salvini, con la chiusura del centro di accoglienza di via Corelli e la sua riconversione in un cpr. Sacche enormi di lavoratori precari uniti nella logica di sfruttamento del sistema delle cooperative e dei cambi di appalto.
– nonostante ATM sia in attivo di più di 39 milioni, è previsto da gennaio un rincaro di biglietti e abbonamenti.
– La creazione dell’”ambiziosissimo tecno park” in salsa americana è stata pensata al solo fine di coprire i buchi di bilancio lasciati dall’Expo e il trasferimento delle facoltà scientifiche della Statale in quell’area serve per rendere appetibili quei terreni alle grandi multinazionali che ci speculeranno; in ogni caso è un’operazione che va contro gli interessi degli studenti che si vedranno ridurre gli spazi a loro disposizione dai 220.000 metri quadri attuali di Città Studi a 150.000. Evidentemente la parte del leone nell’ambiziosissimo tecnopark la giocheranno le multinazionali e non l’Università Statale. E per quest’operazione scellerata di svendita dell’università pubblica lo stato sborserà 130 milioni di fondi europei. I finanziamenti alla ricerca vengono continuamente tagliati ma quando c’è da socializzare le perdite dell’Expo vuoi che non si trovino 130 milioni?
– Per quanto il PD locale si autoproclami aperto all’accoglienza e tollerante, in piazza a “dare un segnale contro il razzismo” ci va soltanto per opportunismo quando le politiche razziste le porta avanti Salvini e non quando sono targate Minniti, che del PD è uno dei fiori all’occhiello.
Al di là della retorica patinata, è questa la vicinanza di Milano all’Europa, che viene proclamata come modello da Repubblica: sacche enormi di lavoro precario, svendita delle istituzioni e dei servizi pubblici ai privati e una città che diventa sempre più a misura di ricchi, mentre i poveri se ne devono stare nelle periferie a prendersi le briciole (perché in effetti con il biglietto ATM a due euro forse non vale la pena andare fino in piazza Gae Aulenti per “sperare di incontrare i Ferragnez + pupo”). Nel frattempo, l’aria continua ad essere irrespirabile, a dispetto di car sharing e bike sharing tanto decantati, anche grazie alle guerre mafiose che si consumano nell’hinterland intorno alla questione rifiuti.
A fronte di tutto questo, il resoconto che ha premiato Milano come città più smart d’Italia parla della città come di “una realtà che fronteggia con determinazione le sfide ambientali e funzionali metropolitane e che ha saputo individuare nuove dinamiche di sviluppo economico”.
Ma a noi le “dinamiche di sviluppo economico” di Milano sembrano le stesse di tante altre parti d’Italia: l’intera città cannibalizzata dalla speculazione edilizia utile solo a pochi ricchi, le classi popolari esiliate nei quartieri dormitorio fuori città (ormai anche la periferia è diventata off limits) il servizio di trasporto pubblico che connette città e hinterland abbandonato all’incuria e al degrado; un centro dorato ed esclusivo che si autocompiace della propria “modernità”, mentre tutto il resto attorno va in malora: queste non sono dinamiche di sviluppo economico “nuove”, sono le tradizionali e vecchissime ricette di “sviluppo” che vengono proposte.
Ed è questo il modello di città che noi, come Potere al Popolo Milano, vogliamo combattere su tutti i fronti, prima di tutto smascherando le ipocrisie dei media e di presunte “agenzie di rating” delle città, a favore invece di politiche del lavoro, abitative, culturali e dei trasporti realmente al servizio degli interessi pubblici e non schiave della speculazione privata.
#riprendiamociquellocheènostro #poterealpopolo
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18/05/2018
Milano - Nuove condanne per EXPO, ma la speculazione continua
In questi giorni a Milano è in corso un simbolico passaggio del testimone tra quello che è stato EXPO e il dopo EXPO. Ma è un passaggio che avviene nel segno della più assoluta continuità: grandi speculazioni immobiliari che hanno attraversato giunte milanesi differenti per colore politico ma tutte accomunate dalla visione di una città sempre più orientata a incarnare gli interessi nazionali e internazionali della borghesia e delle élites finanziarie.
Una città a tal punto funzionale al capitalismo impegnato nella competizione globale da far dire a Sala, ora sindaco e già amministratore delegato di EXPO, che Milano è una “città sistemica” che ha tra i suoi doveri quello di mettere al servizio del paese il suo modello e che, in assenza di risposte, si rivolgerebbe direttamente all’Europa e alle sue risorse per continuare ad attrarre il mondo della finanza e delle imprese.
Accade così che proprio mentre arrivano a conclusione i primi procedimenti penali riguardanti gli appalti per la realizzazione di EXPO, a giorni l’Università Statale dovrà deliberare sul progetto per il nuovo campus universitario in area EXPO, assai caro al Rettore Vago, che dello spostamento delle facoltà scientifiche dall’attuale sede di Città Studi all’ex area di EXPO ha fatto il proprio cavallo di battaglia; il nuovo campus sorgerà nell’ambito del più vasto progetto Human Technopole, che prevede anche la creazione di un centro di ricerca sostenuto dal governo con un finanziamento di circa 150 milioni all’anno per 10 anni e di cui saranno parte anche multinazionali del farmaco: un’occasione d’oro per riaffermare il “modello Milano”.
Nelle aule del Tribunale intanto – in cui riecheggeranno ancora a lungo i contrasti, legati proprio alle inchieste su EXPO e giunti fino al CSM, tra il pm Alfredo Robledo e l’ex capo della Procura Edmondo Bruti Liberati – sono cadute in primo grado le accuse di associazione a delinquere ma ci sono state condanne, lo scorso 8 maggio, per turbativa d’asta e falso che consentono d’intravvedere come, dietro le speculazioni edilizie realizzate, si celassero appetiti non sempre leciti.
E così – se per Sala è arrivato il proscioglimento dall’accusa di abuso d’ufficio e turbativa d’asta per la piantumazione della piastra di EXPO e il 7 giugno inizierà il processo a suo carico solo per l’accusa di falso, legata alla presunta retrodatazione di verbali – tra i condannati ci sono personaggi del calibro di Antonio Rognoni, ex direttore generale di Infrastrutture Lombarde spa, gigante da 11 miliardi di investimenti, condannato ora a tre anni e già definito dal Gip “mente del sodalizio criminale”, manager considerato vicino a Comunione e Liberazione ai tempi di Formigoni ma rimasto in auge nel passaggio della Regione al leghista Maroni.
A proposito di continuità va ricordato, tornando indietro di qualche anno, che erano di Comunione e Liberazione gli assessori allo sviluppo del territorio delle giunte Albertini (Maurizio Lupi, successivamente anche ministro delle Infrastrutture) e Moratti (Carlo Masseroli, già uomo forte di Forza Italia e ora direttore generale di Milanosesto spa, la società che si occupa del progetto dell’ex area Falck) negli anni in cui nascevano i progetti delle aree ex FIERA (poi Citylife) ed ex Centro Direzionale (poi Porta Nuova).
E’ bene sottolineare che i progetti in questione, approvati dalle giunte milanesi di centrodestra, sono stati poi attuati come capisaldi della modernizzazione della città dalle giunte Pisapia e Sala proprio negli anni in cui la Commissione europea, attraverso il concetto di “rigenerazione urbana”, individuava le aree metropolitane come luoghi strategici in cui concentrare gli investimenti per favorire il processo di valorizzazione capitalistica.
Tornando all’attualità, Vago – rettore dell’Università Statale – parla di “opportunità imperdibile e irripetibile” riferendosi al trasferimento delle facoltà scientifiche che costringerebbe a quotidiani trasferimenti assai dispendiosi in termini di tempo e di costi (è annunciato tra l’altro a Milano a breve l’aumento del costo dei servizi pubblici di trasporto) quasi 20.000 studenti e 2.000 lavoratori. Per questa “imperdibile opportunità” Renzi e Maroni, firmando il patto per la Lombardia, hanno stanziato 130 milioni di fondi pubblici, vincolando l’erogazione allo spostamento della sede nell’area in cui verrà costruito il campus. La realizzazione del progetto vale complessivamente 318 milioni di euro e, dalle informazioni che non senza difficoltà iniziano a trapelare, il colosso australiano delle costruzioni LendLease ne metterebbe 134 in cambio della possibilità di gestire per 99 anni il business, l’Università Statale 55 milioni per le attrezzature, oltre a sobbarcarsi circa 19 milioni di euro per 27 anni per affitti, servizi e fornitura di energia. E ovviamente il Politecnico e la Bicocca hanno iniziato a immaginare investimenti immobiliari nell’area attualmente occupata dalle facoltà della Statale.
Così la Capitale materiale vicina all’Europa continua a essere anche una sorta di laboratorio del neoliberismo urbanistico, a tutto ed esclusivo vantaggio delle imprese e dei loro appetiti, che sta espellendo gli abitanti delle classi meno abbienti spingendoli a vivere in condizioni di crescente disagio verso le zone periferiche.
Fonte
Una città a tal punto funzionale al capitalismo impegnato nella competizione globale da far dire a Sala, ora sindaco e già amministratore delegato di EXPO, che Milano è una “città sistemica” che ha tra i suoi doveri quello di mettere al servizio del paese il suo modello e che, in assenza di risposte, si rivolgerebbe direttamente all’Europa e alle sue risorse per continuare ad attrarre il mondo della finanza e delle imprese.
Accade così che proprio mentre arrivano a conclusione i primi procedimenti penali riguardanti gli appalti per la realizzazione di EXPO, a giorni l’Università Statale dovrà deliberare sul progetto per il nuovo campus universitario in area EXPO, assai caro al Rettore Vago, che dello spostamento delle facoltà scientifiche dall’attuale sede di Città Studi all’ex area di EXPO ha fatto il proprio cavallo di battaglia; il nuovo campus sorgerà nell’ambito del più vasto progetto Human Technopole, che prevede anche la creazione di un centro di ricerca sostenuto dal governo con un finanziamento di circa 150 milioni all’anno per 10 anni e di cui saranno parte anche multinazionali del farmaco: un’occasione d’oro per riaffermare il “modello Milano”.
Nelle aule del Tribunale intanto – in cui riecheggeranno ancora a lungo i contrasti, legati proprio alle inchieste su EXPO e giunti fino al CSM, tra il pm Alfredo Robledo e l’ex capo della Procura Edmondo Bruti Liberati – sono cadute in primo grado le accuse di associazione a delinquere ma ci sono state condanne, lo scorso 8 maggio, per turbativa d’asta e falso che consentono d’intravvedere come, dietro le speculazioni edilizie realizzate, si celassero appetiti non sempre leciti.
E così – se per Sala è arrivato il proscioglimento dall’accusa di abuso d’ufficio e turbativa d’asta per la piantumazione della piastra di EXPO e il 7 giugno inizierà il processo a suo carico solo per l’accusa di falso, legata alla presunta retrodatazione di verbali – tra i condannati ci sono personaggi del calibro di Antonio Rognoni, ex direttore generale di Infrastrutture Lombarde spa, gigante da 11 miliardi di investimenti, condannato ora a tre anni e già definito dal Gip “mente del sodalizio criminale”, manager considerato vicino a Comunione e Liberazione ai tempi di Formigoni ma rimasto in auge nel passaggio della Regione al leghista Maroni.
A proposito di continuità va ricordato, tornando indietro di qualche anno, che erano di Comunione e Liberazione gli assessori allo sviluppo del territorio delle giunte Albertini (Maurizio Lupi, successivamente anche ministro delle Infrastrutture) e Moratti (Carlo Masseroli, già uomo forte di Forza Italia e ora direttore generale di Milanosesto spa, la società che si occupa del progetto dell’ex area Falck) negli anni in cui nascevano i progetti delle aree ex FIERA (poi Citylife) ed ex Centro Direzionale (poi Porta Nuova).
E’ bene sottolineare che i progetti in questione, approvati dalle giunte milanesi di centrodestra, sono stati poi attuati come capisaldi della modernizzazione della città dalle giunte Pisapia e Sala proprio negli anni in cui la Commissione europea, attraverso il concetto di “rigenerazione urbana”, individuava le aree metropolitane come luoghi strategici in cui concentrare gli investimenti per favorire il processo di valorizzazione capitalistica.
Tornando all’attualità, Vago – rettore dell’Università Statale – parla di “opportunità imperdibile e irripetibile” riferendosi al trasferimento delle facoltà scientifiche che costringerebbe a quotidiani trasferimenti assai dispendiosi in termini di tempo e di costi (è annunciato tra l’altro a Milano a breve l’aumento del costo dei servizi pubblici di trasporto) quasi 20.000 studenti e 2.000 lavoratori. Per questa “imperdibile opportunità” Renzi e Maroni, firmando il patto per la Lombardia, hanno stanziato 130 milioni di fondi pubblici, vincolando l’erogazione allo spostamento della sede nell’area in cui verrà costruito il campus. La realizzazione del progetto vale complessivamente 318 milioni di euro e, dalle informazioni che non senza difficoltà iniziano a trapelare, il colosso australiano delle costruzioni LendLease ne metterebbe 134 in cambio della possibilità di gestire per 99 anni il business, l’Università Statale 55 milioni per le attrezzature, oltre a sobbarcarsi circa 19 milioni di euro per 27 anni per affitti, servizi e fornitura di energia. E ovviamente il Politecnico e la Bicocca hanno iniziato a immaginare investimenti immobiliari nell’area attualmente occupata dalle facoltà della Statale.
Così la Capitale materiale vicina all’Europa continua a essere anche una sorta di laboratorio del neoliberismo urbanistico, a tutto ed esclusivo vantaggio delle imprese e dei loro appetiti, che sta espellendo gli abitanti delle classi meno abbienti spingendoli a vivere in condizioni di crescente disagio verso le zone periferiche.
Fonte
05/02/2018
Milano/2. Una metropoli “competitiva” che produce mostri
(Seconda puntata)
La città di Milano ormai non è più solo “vicina all’Europa”, ma sembra sempre di più essere già in Europa. L’ha messo nero su bianco il sindaco Sala nella sua intervista al Corriere della Sera dello scorso 24 gennaio[1]. Come sottolineato nell’editoriale di Sergio Cararo su Contropiano.org[2], “il processo di decentralizzazione e verticalizzazione dei poteri decisionali, delle forze produttive, delle alte tecnologie e dei servizi finanziari intorno al nucleo duro europeo, non ha devastato solo le condizioni di vita dei settori popolari ma anche i rapporti interni alla borghesia italiana, in particolare nel nord del paese”.
L’esigenza di concentrare e gerarchizzare i processi dentro l’Unione Europea, costringe l’Italia ad adeguarsi, ed il sindaco Sala ammonisce: se Milano non verrà assecondata nel prendersi il posto che le spetta in questa partita, sarà costretta ad agganciarsi direttamente al Centro europeo.
E’ stato in questi mesi sottolineato da voci diverse come la concentrazione della ricchezza nel nostro paese sia sempre più marcata, e questo dato ha il suo risvolto plastico a livello territoriale nelle regioni del Nord-est, vero traino produttivo ed economico di un Italia sempre più spaccata a metà.
Ciò che non tutti vogliono ammettere però è che questi processi hanno anche una conseguenza politica e istituzionale, che si manifesta con la più o meno esplicita candidatura di Milano a nuova capitale d’Italia sotto diversi aspetti, come invece evidenzia lo stesso Cararo in un’interessante dossier[3].
Considerare e leggere la vicenda del quartiere di Città studi non può quindi prescindere da questa cornice, dal ruolo che la città di Milano sta assumendo e quale partita sta giocando nello scacchiere nazionale ed internazionale.
Una città con questa idea e questo ruolo, deve adeguare anche la sua offerta formativa, la funzione dei propri atenei. Calzante in questo senso quanto evidenziato da Noi Restiamo nel lancio della assemblea nazionale “Dove stanno andando i nostri atenei?” lo scorso dicembre:
“salvare la formazione d’eccellenza aperta a pochi fortunati, formare giovani menti che sgomitano per essere spedite all’estero nei paesi core dell’economia europea, destinando agli esclusi un percorso di precarietà segnato tanto dalle riforme del lavoro, quanto dalla crisi sistemica e dalla disoccupazione, nonché dall’introduzione di nuove tecnologie [...]. Il sistema dell’Alta Formazione riconosce ancora una centralità del pubblico, ma è evidente come nella cornice dei Trattati comunitari “pubblico” non sia sinonimo di “interesse collettivo per il bene comune”, ma sempre più esso agisca per conto terzi e, per restare nell’ambito che qui ci interessa, il pubblico stia cercando di collocare l’Università e la Ricerca nello stato italiano al posto loro assegnato nel puzzle ricomposto dai riassestamenti del sistema produttivo europeo”.
Non è un caso l’insistenza del rettore Vago, sull’irrepitibilità e imperdibilità data dall’opportunità del trasferimento da Città studi. E così ha fatto anche il candidato rettore De Luca, “delfino” di Vago, nell’iniziativa del 29 gennaio, ribadendo che la “straordinaria convergenza istituzionale” ha permesso lo stanziamento dei fondi per la ristrutturazione (un terzo del totale necessario), vincolandoli al trasferimento stesso; la retorica si è poi allargata, anche negli interventi degli altri candidati, alla necessità di mettere in sinergia dipartimenti, facoltà, laboratori, per rendere competitiva ed eccellente l’Università di Milano sul piano nazionale ed europeo.
Appare sempre più chiaramente, quindi, come in questo trasferimento si coniughi la ristrutturazione della città in forme sempre più funzionali al suo ruolo di centro direzionale, con l’adeguamento dei suoi poli universitari. Mettere le vaste aree attualmente occupate a disposizione della “riqualificazione” che sta già interessando da più di un decennio tutte le zone della prima periferia, rendendola “attrattiva” ad altri soggetti nazionali e internazionali; favorire l'ampliamento delle Università già di eccellenza del Politecnico e Bicocca; “fare spazio” a uffici direttivi di aziende, banche, finanziarie e altre multinazionali, negozi alla moda e locali per i nuovi yuppies in salsa italica; infine, perché no? coprire quell’enorme buco nero rappresentato dall’operazione EXPO, “il più grande successo della mia carriera” nelle parole di Sala.
Da tutti i candidati presenti al dibattito veniva rimarcata, più o meno esplicitamente, la necessità di integrare l’offerta formativa alle logiche di mercato, aumentare la collaborazione con i soggetti privati, far “guidare” la programmazione dell’ateneo da questi interessi. I problemi venivano individuati nella “modalità” con cui è stata portata avanti l’operazione, nella mancanza di consultazione delle varie componenti accademiche, di elaborazione di un chiaro piano di rilancio del quartiere che verrà abbandonato, e di un’eventuale piano B.
Nell’idea dell’establishment accademico infatti, ma anche nazionale ed europeo, la formazione non può avere altro ruolo che spingere per superare gli avversari economici e politici sul piano della competizione internazionale sulla ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie. Una logica che viene applicata anche al rapporto tra gli stessi atenei, in una gara alla produttività di cui l’ANVUR è l’esempio più evidente e il “boia” che determina l’erogazione dei fondi legandola alla “produzione” e al “merito” degli Atenei.
Sono linee guida che ritroviamo nei più importanti documenti europei in ambito educativo, fin dall’inizio degli anni ’90, e che immaginano questa ristrutturazione non “a caso” ma dentro un gioco in cui ogni ateneo deve avere e conquistare il proprio posto, negli equilibri di forza fra gli stati membri. Un gioco pesantemente condizionato se non blindato dai vincoli imposti al bilancio degli stati dalla stessa UE[4].
Tutto questo sembra essere in contraddizione con dichiarazioni come quella, ultima in ordine di tempo, di Mauro Gola, presidente degli industriali del cuneese. Gola sollecita le famiglie a far iscrivere i propri figli agli istituti tecnici e professionali, in sintesi: non crediate di poter studiare, ciò di cui le aziende hanno bisogno sono operai e tecnici. Il sistema formativo deve produrre i lavoratori di cui ha bisogno, e con le qualifiche di cui ha bisogno, non di più e non di meno[5]. Se questa dichiarazione va dritta al punto, in tale direzione vanno anche le decine e decine di articoli e dichiarazioni uscite negli ultimi anni da parte dei più diversi esponenti politici, giornalistici e imprenditoriali che insistono sull’inutilità di certi percorsi di studi, la necessità di incentivi alle imprese e ai corsi di formazione e master promossi dalle Fondazioni private; non ultimo passo in questa direzione l’inserimento dell’Alternanza scuola-lavoro nelle scuole superiori; e tornando a Milano, in questo solco si inserisce anche il tentativo, poi bocciato dal TAR, di introdurre il numero chiuso alle facoltà umanistiche della statale.
Due velocità insomma, una serie A e una serie B in tutti gli ambiti, dall’educazione al lavoro, all’interno del paese fra nord e sud, fra paesi. E’ questa l’unica, ineluttabile via individuata per il rilancio in chiave capitalistica nella durissima competizione internazionale dentro la crisi. “C’è lo chiede l’Europa”, “lo chiedono i mercati”. Una competizione devastante, in cui l’unica cosa certa è chi ne deve pagare i costi e le conseguenze: le classi popolari.
E’ chiaro che il tema della formazione sia quindi centrale nel panorama politico e proprio questo periodo di campagna elettorale si è aperto con l’iperattivismo della ministra Fedeli e le sparate demagogiche dei candidati dei maggiori partiti politici. Particolarmente ridicola quella di Grasso sulla riduzione delle tasse universitarie: lo stesso Grasso che negli scorsi cinque anni ha sostenuto il Partito Democratico nell’applicazione di tutte le linee guida che abbiamo ripercorso in questo articolo, accompagnate dalle politiche sul lavoro di cui il Jobs Act è il fiore all’occhiello[6].
In conclusione, bisogna essere contro l’eccellenza? Opporsi all’opportunità di ricevere dei finanziamenti straordinari, in un periodo di tagli e crisi? Non di questo si tratta, ma di spostare il piano del ragionamento dai paletti che ci vogliono imporre. Implementare analisi e comprensione dei fenomeni che stanno investendo la città di Milano e la ristrutturazione dei propri atenei dentro il quadro generale in cui ci troviamo. E’ fondamentale opporsi alla logica di fondo di questi processi, che portano a una sempre maggiore elitizzazione delle università da un lato, e nel caso di Città studi anche all’ampliamento di quella Milano roccaforte degli interessi internazionali e nazionali della borghesia e delle élite finanziarie, sulla pelle degli abitanti della città e delle altre aree del paese.
L’espulsione di sempre maggiori fette di popolazione nei quartieri dormitorio, in periferie degradate con servizi scadenti, costretti a percorrere notevoli distanze per recarsi al lavoro (quando c’è), si è materializzata nell’incidente ferroviario di Pioltello di pochi giorni fa, per fare un esempio. Così come la privatizzazione di ogni aspetto della vita sociale e dei servizi, l’impossibilità di accedere alle cure mediche, la chiusura e trasferimento dei presidi sanitari, l’annunciato aumento del costo del trasporto pubblico, e si potrebbe continuare.
Occorre da parte nostra rimettere al centro i bisogni dei nostri, di chi paga la crisi e il costo della competizione internazionale e dell’integrazione dell’Italia nell’Unione Europea, del salvataggio delle banche e dei favori a mercato e finanza. E’ questo che si propone la lista Potere al Popolo, e che si proverà a portare avanti cercando di interloquire con le numerose realtà di resistenza e di lotta che si trovano sul territorio.
Questo contributo non ha la pretesa di essere esaustivo né risolutivo, ma vuole provare a portare degli elementi di lettura e di dibattito riguardo uno dei temi che saranno al centro della campagna elettorale in alcune aree di Milano, e in generale all’intera città.
Con questo spirito andremo nei quartieri nelle prossime settimane, nei mercati rionali, alle fermate della metropolitana, a far conoscere ai nostri l’esistenza di questo soggetto non nuovo ma diverso, che con la sua forza ricompositiva si propone di rappresentare chi si è cercato di mettere a tacere.
Occorre ridare Potere al Popolo!
Note
[1] http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/18_gennaio_23/sala-se-l-italia-non-ci-segue-milano-dovra-rivolgersi-all-europa-2dc2e4c2-0083-11e8-9961-f20884a97d4b.shtml
[2] http://contropiano.org/editoriale/2018/01/26/la-borghesia-europea-sollecit…
[3] http://contropiano.org/news/politica-news/2017/02/20/1-vuole-spostare-la-capitale-milano-le-campagne-stampa-roma-capitale-089094
http://contropiano.org/news/politica-news/2017/02/21/2-vuole-spostare-la-capitale-roma-milano-citta-globali-paese-asimmetrico-089097
http://contropiano.org/news/politica-news/2017/02/24/3-vuole-spostare-la-capitale-roma-milano-la-meridionalizzazione-roma-089121
[4] http://www.eurostop.info/ad-un-anno-dal-no-nel-referendum-parte-la-campagna-lart-81-costituzione/
http://contropiano.org/news/news-economia/2018/01/06/problema-non-le-elezioni-quello-avviene-099379
[5] http://torino.repubblica.it/cronaca/2018/01/28/news/cuneo_gli_industriali_scrivono_ai_genitori_dei_ragazzi_delle_medie_abbiamo_estremo_bisogno_di_tecnici_e_operai_specializz-187464639/
[6] http://noirestiamo.org/2018/01/17/un-futuro-senza-ministro-fedeli/ ; http://noirestiamo.org/2018/01/08/taglio-sulle-tasse-universitarie-offre-…
La prima puntata Milano: trasferimento delle facoltà scientifiche a Expo
Fonte
La città di Milano ormai non è più solo “vicina all’Europa”, ma sembra sempre di più essere già in Europa. L’ha messo nero su bianco il sindaco Sala nella sua intervista al Corriere della Sera dello scorso 24 gennaio[1]. Come sottolineato nell’editoriale di Sergio Cararo su Contropiano.org[2], “il processo di decentralizzazione e verticalizzazione dei poteri decisionali, delle forze produttive, delle alte tecnologie e dei servizi finanziari intorno al nucleo duro europeo, non ha devastato solo le condizioni di vita dei settori popolari ma anche i rapporti interni alla borghesia italiana, in particolare nel nord del paese”.
L’esigenza di concentrare e gerarchizzare i processi dentro l’Unione Europea, costringe l’Italia ad adeguarsi, ed il sindaco Sala ammonisce: se Milano non verrà assecondata nel prendersi il posto che le spetta in questa partita, sarà costretta ad agganciarsi direttamente al Centro europeo.
E’ stato in questi mesi sottolineato da voci diverse come la concentrazione della ricchezza nel nostro paese sia sempre più marcata, e questo dato ha il suo risvolto plastico a livello territoriale nelle regioni del Nord-est, vero traino produttivo ed economico di un Italia sempre più spaccata a metà.
Ciò che non tutti vogliono ammettere però è che questi processi hanno anche una conseguenza politica e istituzionale, che si manifesta con la più o meno esplicita candidatura di Milano a nuova capitale d’Italia sotto diversi aspetti, come invece evidenzia lo stesso Cararo in un’interessante dossier[3].
Considerare e leggere la vicenda del quartiere di Città studi non può quindi prescindere da questa cornice, dal ruolo che la città di Milano sta assumendo e quale partita sta giocando nello scacchiere nazionale ed internazionale.
Una città con questa idea e questo ruolo, deve adeguare anche la sua offerta formativa, la funzione dei propri atenei. Calzante in questo senso quanto evidenziato da Noi Restiamo nel lancio della assemblea nazionale “Dove stanno andando i nostri atenei?” lo scorso dicembre:
“salvare la formazione d’eccellenza aperta a pochi fortunati, formare giovani menti che sgomitano per essere spedite all’estero nei paesi core dell’economia europea, destinando agli esclusi un percorso di precarietà segnato tanto dalle riforme del lavoro, quanto dalla crisi sistemica e dalla disoccupazione, nonché dall’introduzione di nuove tecnologie [...]. Il sistema dell’Alta Formazione riconosce ancora una centralità del pubblico, ma è evidente come nella cornice dei Trattati comunitari “pubblico” non sia sinonimo di “interesse collettivo per il bene comune”, ma sempre più esso agisca per conto terzi e, per restare nell’ambito che qui ci interessa, il pubblico stia cercando di collocare l’Università e la Ricerca nello stato italiano al posto loro assegnato nel puzzle ricomposto dai riassestamenti del sistema produttivo europeo”.
Non è un caso l’insistenza del rettore Vago, sull’irrepitibilità e imperdibilità data dall’opportunità del trasferimento da Città studi. E così ha fatto anche il candidato rettore De Luca, “delfino” di Vago, nell’iniziativa del 29 gennaio, ribadendo che la “straordinaria convergenza istituzionale” ha permesso lo stanziamento dei fondi per la ristrutturazione (un terzo del totale necessario), vincolandoli al trasferimento stesso; la retorica si è poi allargata, anche negli interventi degli altri candidati, alla necessità di mettere in sinergia dipartimenti, facoltà, laboratori, per rendere competitiva ed eccellente l’Università di Milano sul piano nazionale ed europeo.
Appare sempre più chiaramente, quindi, come in questo trasferimento si coniughi la ristrutturazione della città in forme sempre più funzionali al suo ruolo di centro direzionale, con l’adeguamento dei suoi poli universitari. Mettere le vaste aree attualmente occupate a disposizione della “riqualificazione” che sta già interessando da più di un decennio tutte le zone della prima periferia, rendendola “attrattiva” ad altri soggetti nazionali e internazionali; favorire l'ampliamento delle Università già di eccellenza del Politecnico e Bicocca; “fare spazio” a uffici direttivi di aziende, banche, finanziarie e altre multinazionali, negozi alla moda e locali per i nuovi yuppies in salsa italica; infine, perché no? coprire quell’enorme buco nero rappresentato dall’operazione EXPO, “il più grande successo della mia carriera” nelle parole di Sala.
Da tutti i candidati presenti al dibattito veniva rimarcata, più o meno esplicitamente, la necessità di integrare l’offerta formativa alle logiche di mercato, aumentare la collaborazione con i soggetti privati, far “guidare” la programmazione dell’ateneo da questi interessi. I problemi venivano individuati nella “modalità” con cui è stata portata avanti l’operazione, nella mancanza di consultazione delle varie componenti accademiche, di elaborazione di un chiaro piano di rilancio del quartiere che verrà abbandonato, e di un’eventuale piano B.
Nell’idea dell’establishment accademico infatti, ma anche nazionale ed europeo, la formazione non può avere altro ruolo che spingere per superare gli avversari economici e politici sul piano della competizione internazionale sulla ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie. Una logica che viene applicata anche al rapporto tra gli stessi atenei, in una gara alla produttività di cui l’ANVUR è l’esempio più evidente e il “boia” che determina l’erogazione dei fondi legandola alla “produzione” e al “merito” degli Atenei.
Sono linee guida che ritroviamo nei più importanti documenti europei in ambito educativo, fin dall’inizio degli anni ’90, e che immaginano questa ristrutturazione non “a caso” ma dentro un gioco in cui ogni ateneo deve avere e conquistare il proprio posto, negli equilibri di forza fra gli stati membri. Un gioco pesantemente condizionato se non blindato dai vincoli imposti al bilancio degli stati dalla stessa UE[4].
Tutto questo sembra essere in contraddizione con dichiarazioni come quella, ultima in ordine di tempo, di Mauro Gola, presidente degli industriali del cuneese. Gola sollecita le famiglie a far iscrivere i propri figli agli istituti tecnici e professionali, in sintesi: non crediate di poter studiare, ciò di cui le aziende hanno bisogno sono operai e tecnici. Il sistema formativo deve produrre i lavoratori di cui ha bisogno, e con le qualifiche di cui ha bisogno, non di più e non di meno[5]. Se questa dichiarazione va dritta al punto, in tale direzione vanno anche le decine e decine di articoli e dichiarazioni uscite negli ultimi anni da parte dei più diversi esponenti politici, giornalistici e imprenditoriali che insistono sull’inutilità di certi percorsi di studi, la necessità di incentivi alle imprese e ai corsi di formazione e master promossi dalle Fondazioni private; non ultimo passo in questa direzione l’inserimento dell’Alternanza scuola-lavoro nelle scuole superiori; e tornando a Milano, in questo solco si inserisce anche il tentativo, poi bocciato dal TAR, di introdurre il numero chiuso alle facoltà umanistiche della statale.
Due velocità insomma, una serie A e una serie B in tutti gli ambiti, dall’educazione al lavoro, all’interno del paese fra nord e sud, fra paesi. E’ questa l’unica, ineluttabile via individuata per il rilancio in chiave capitalistica nella durissima competizione internazionale dentro la crisi. “C’è lo chiede l’Europa”, “lo chiedono i mercati”. Una competizione devastante, in cui l’unica cosa certa è chi ne deve pagare i costi e le conseguenze: le classi popolari.
E’ chiaro che il tema della formazione sia quindi centrale nel panorama politico e proprio questo periodo di campagna elettorale si è aperto con l’iperattivismo della ministra Fedeli e le sparate demagogiche dei candidati dei maggiori partiti politici. Particolarmente ridicola quella di Grasso sulla riduzione delle tasse universitarie: lo stesso Grasso che negli scorsi cinque anni ha sostenuto il Partito Democratico nell’applicazione di tutte le linee guida che abbiamo ripercorso in questo articolo, accompagnate dalle politiche sul lavoro di cui il Jobs Act è il fiore all’occhiello[6].
In conclusione, bisogna essere contro l’eccellenza? Opporsi all’opportunità di ricevere dei finanziamenti straordinari, in un periodo di tagli e crisi? Non di questo si tratta, ma di spostare il piano del ragionamento dai paletti che ci vogliono imporre. Implementare analisi e comprensione dei fenomeni che stanno investendo la città di Milano e la ristrutturazione dei propri atenei dentro il quadro generale in cui ci troviamo. E’ fondamentale opporsi alla logica di fondo di questi processi, che portano a una sempre maggiore elitizzazione delle università da un lato, e nel caso di Città studi anche all’ampliamento di quella Milano roccaforte degli interessi internazionali e nazionali della borghesia e delle élite finanziarie, sulla pelle degli abitanti della città e delle altre aree del paese.
L’espulsione di sempre maggiori fette di popolazione nei quartieri dormitorio, in periferie degradate con servizi scadenti, costretti a percorrere notevoli distanze per recarsi al lavoro (quando c’è), si è materializzata nell’incidente ferroviario di Pioltello di pochi giorni fa, per fare un esempio. Così come la privatizzazione di ogni aspetto della vita sociale e dei servizi, l’impossibilità di accedere alle cure mediche, la chiusura e trasferimento dei presidi sanitari, l’annunciato aumento del costo del trasporto pubblico, e si potrebbe continuare.
Occorre da parte nostra rimettere al centro i bisogni dei nostri, di chi paga la crisi e il costo della competizione internazionale e dell’integrazione dell’Italia nell’Unione Europea, del salvataggio delle banche e dei favori a mercato e finanza. E’ questo che si propone la lista Potere al Popolo, e che si proverà a portare avanti cercando di interloquire con le numerose realtà di resistenza e di lotta che si trovano sul territorio.
Questo contributo non ha la pretesa di essere esaustivo né risolutivo, ma vuole provare a portare degli elementi di lettura e di dibattito riguardo uno dei temi che saranno al centro della campagna elettorale in alcune aree di Milano, e in generale all’intera città.
Con questo spirito andremo nei quartieri nelle prossime settimane, nei mercati rionali, alle fermate della metropolitana, a far conoscere ai nostri l’esistenza di questo soggetto non nuovo ma diverso, che con la sua forza ricompositiva si propone di rappresentare chi si è cercato di mettere a tacere.
Occorre ridare Potere al Popolo!
Note
[1] http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/18_gennaio_23/sala-se-l-italia-non-ci-segue-milano-dovra-rivolgersi-all-europa-2dc2e4c2-0083-11e8-9961-f20884a97d4b.shtml
[2] http://contropiano.org/editoriale/2018/01/26/la-borghesia-europea-sollecit…
[3] http://contropiano.org/news/politica-news/2017/02/20/1-vuole-spostare-la-capitale-milano-le-campagne-stampa-roma-capitale-089094
http://contropiano.org/news/politica-news/2017/02/21/2-vuole-spostare-la-capitale-roma-milano-citta-globali-paese-asimmetrico-089097
http://contropiano.org/news/politica-news/2017/02/24/3-vuole-spostare-la-capitale-roma-milano-la-meridionalizzazione-roma-089121
[4] http://www.eurostop.info/ad-un-anno-dal-no-nel-referendum-parte-la-campagna-lart-81-costituzione/
http://contropiano.org/news/news-economia/2018/01/06/problema-non-le-elezioni-quello-avviene-099379
[5] http://torino.repubblica.it/cronaca/2018/01/28/news/cuneo_gli_industriali_scrivono_ai_genitori_dei_ragazzi_delle_medie_abbiamo_estremo_bisogno_di_tecnici_e_operai_specializz-187464639/
[6] http://noirestiamo.org/2018/01/17/un-futuro-senza-ministro-fedeli/ ; http://noirestiamo.org/2018/01/08/taglio-sulle-tasse-universitarie-offre-…
La prima puntata Milano: trasferimento delle facoltà scientifiche a Expo
Fonte
02/02/2018
Milano/1. Trasferimento delle facoltà scientifiche a Expo; un regalo alla speculazione
Questo contributo cerca di mettere in collegamento alcune considerazioni generali fatte collettivamente dentro Eurostop, con un caso emblematico nel territorio milanese, portando elementi di dibattito anche in vista della campagna elettorale, ma in generale su ciò che avviene nella capitale economica del paese.
Da più di un anno ormai si discute della volontà da parte del Comune di Milano, della Regione con l’appoggio del Governo e dei maggiori organi accademici di trasferire le facoltà scientifiche dell’università statale dalla loro storica sede nel quartiere Città Studi, all’area di EXPO. Per sostenere il progetto, Renzi e Maroni sono riusciti a far saltar fuori 130 milioni di euro dal patto Governo-Regione Lombardia, la cui elargizione è vincolata allo spostamento.
Lo stesso Partito democratico, di concerto con la Lega, sta imponendo tagli e austerità e l’implacabile smantellamento del welfare e di qualunque altro tipo di investimento per esempio nella sanità o nella formazione e ricerca2. Il trasferimento riguarderebbe circa 20.000 studenti e .000 lavoratori, molti dei quali vivono nel quartiere con le loro famiglie, ed è stato annunciato a seguito del mancato trasferimento a EXPO dell’EMA, Agenzia europea del farmaco (tema sul quale Eurostop Milano intende aprire un approfondimento prossimamente).
Lo scorso 29 gennaio si è tenuta nell’Aula magna dell’Università statale un’iniziativa di confronto fra i candidati rettori dell’ateneo meneghino. Non essendo ancora aperta la “campagna elettorale”, la scadenza del mandato dell’attuale rettore Vago è infatti prevista per il prossimo settembre 2018, erano presenti solo i professori che hanno già manifestato intenzione di candidarsi. L’attuale rettore è uno dei principali protagonisti di questa come di altre lugubri vicende3, e nel solco con il suo operato il futuro rettore dovrà necessariamente rapportarsi.
L’iniziativa di lunedì scorso si colloca invece in piena campagna elettorale per le politiche e le regionali, e non a caso: il dibattito era costruito e incentrato su uno dei temi fondamentali per il futuro della Statale di Milano, ma che ha una valenza molto più ampia e riguarda l’intera città. Gli stessi organizzatori ospiteranno un dibattito sugli stessi temi fra tutti i candidati alle elezioni regionali, che si terranno in Lombardia come in Lazio il prossimo 4 marzo.
Andiamo con ordine: nel 2015 a Milano viene ospitata con grande fragore il maxi-evento spot EXPO, il quale si è reso celebre per i ritardi nel completamento dei lavori, il non aver raggiunto gli obiettivi prefissati in quanto a numero di visitatori; per l’utilizzo di mano d’opera non pagata, le indagini sulle infiltrazioni mafiose, turbativa d’asta, falso, a carico di vari dirigenti, imprenditori e membri delle istituzioni. Alcune di queste indagini vedono lo stesso sindaco Sala come indagato4.
Il tutto in un’area già fortemente colpita dal punto di vista ambientale, per la presenza di stabilimenti considerati ad alto rischio di incidente5. Un’enorme superficie (si parla di 1 milione di metri quadrati) messa al bando per il post-EXPO già nel 2014, ma che ha visto l’asta andare “deserta” da parte dei soggetti privati a cui era rivolta6, costata al comune e alla Regione 150 milioni di euro.
Come previsto dalle realtà sociali, politiche e dai comitati milanesi che si erano opposte alla realizzazione di EXPO, l’area si trova ora inutilizzata. Ed ecco che si crea rapidamente una convergenza trasversale che va dal rettore Vago, i cui rapporti con Maroni sono noti7, fino all’attuale sindaco Sala e all’interessamento diretto del governo Renzi: si parla di trasferire le facoltà scientifiche e due presidi ospedalieri (Istituto Tumori e Besta) dal quartiere Città Studi all’area EXPO, nella periferia nord-ovest nella zona di Rho, con la sua completa ristrutturazione. A supportare l’ipotesi arrivano 130 milioni di euro dal patto governo-regioni, che coprirebbero un terzo degli investimenti necessari alla costruzione del nuovo campus. Il resto va reperito, chi l’avrebbe detto, dalla vendita delle infrastrutture e dei terreni dove attualmente si trovano i dipartimenti, attualmente proprietà dell’Università statale, e da investimenti privati.
Fin da subito le università del Politecnico e di Bicocca si dichiarano interessate a investire nell’area lasciata vuota dall’Università statale, il che fa pensare che forse l’attuale sede non è poi così mal messa. Insieme alle facoltà scientifiche invece, nell’enorme area di EXPO si stabilirà il progetto Human Technopole, un centro di ricerca avanzato in cui la parte del leone la farà l’Istituto italiano di tecnologia (IIT), finanziato con soldi pubblici ma a gestione privata(!), che già aveva suscitato polemiche soprattutto da parte di esponenti del CNR e dell’AIRI all’atto della sua fondazione8. Parte del progetto saranno anche, ciliegina sulla torta, grandi multinazionali del farmaco.
Ci sono sufficienti elementi per dire apertamente che si tratti di una grande operazione speculativa, utile a coprire il buco nei bilanci lasciato da EXPO, aprendo un enorme cantiere con relativi appalti per la costruzione del nuovo campus, accollando rischi e costi all’Università pubblica. Di più, un vero e proprio party per i privati, dal “basso cabotaggio” dei nostrani speculatori immobiliari, che si accaparreranno anche Città studi a ridosso del centro di Milano, alle fondazioni private, fino alle grandi multinazionali. Un’orgia dei peggiori interessi, concentrati in un unico luogo.
Elementi messi in evidenza in diversi e numerosi comunicati, dibattiti e manifestazioni pubbliche promosse negli scorsi mesi dai diversi comitati cittadini, rappresentanti dei lavoratori dell’università e collettivi studenteschi che si stanno spendendo nella battaglia contro il trasferimento.
Fin qui la cronaca. Occorre però fare alcune altre considerazioni sulla vicenda, in quanto si inserisce dentro un panorama generale che riguarda l’idea di sviluppo e di integrazione internazionale del nostro paese e della città. E’ un processo che investe le grandi aree metropolitane, così come la ristrutturazione del sistema universitario italiano, del mondo del lavoro, del welfare, portata avanti dai vari governi nazionali e regionali con la pressoché totale unanimità da parte delle principali forze politiche.
Chi più si è speso in questa direzione è certamente il Partito democratico, con il consenso più o meno attivo di Forza Italia e della Lega Nord, forza quest’ultima che si presenta alternativa ma perfettamente inserita nell’establishment come dimostra il caso del referendum lombardo per l’autonomia dello scorso 22 ottobre: promosso da Maroni e appoggiato dai più importanti sindaci del PD. Il Movimento 5 stelle nella propria ambiguità non è estraneo a questa dinamica e a dimostrarlo sta il fatto che il gruppo consiliare M5S ha proposto di effettuare un referendum simile nella vicina Emilia-Romagna9, così come più recentemente le dichiarazioni di Di Maio. (fine prima puntata, segue)
Note
1 Candidato di Potere al popolo nel collegio uninominale 2 di Milano (Loreto-Pasteur, città Studi, Viale Umbria, Porta Romana)
2 https://chenesaradicittastudi.wordpress.com/2017/05/15/perche-ce-lo-chiede-leuropa/
3 Intervento della polizia in università, tentativo di imporre il numero chiuso alle facoltà umanistiche, e così via.
4 https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/23/expo-il-sindaco-sala-indagato
http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/06/23/news/inchiesta-expo-ecco-perche-sala-e-sotto-accusa-1.303836
http://milano.repubblica.it/cronaca/2016/07/06/news/le_mani_di_cosa_nostra_sugli_appalti_alla_fiera_di_milano_11_arresti_e_confische_milionarie-143507034/
5 http://www.affaritaliani.it/milano/citta-studi-in-arexpo-m5s-area-a-rischio-di-incidente-rilevante-514778.htm
6 https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/11/15/expo-deserto-bando-per-acqu…
7 http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/12/13/vago-il-rettore-che-piace-a-tutti-ma-soprattutto-al-governatoreMilano05.html
8 http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/17_novembre_21/agenzia-farmaco-ema-human-technopole-cingolani-886d53e0-ce87-11e7-bf2a-292d3c6f067f.shtml ; http://www.repubblica.it/rubriche/la-scuola-siamo-noi/2016/02/29/news/la_fragilita_dell_iit_l_istituto_privato_che_comandera_la_ricerca_italiana-134509491/; http://milano.repubblica.it/cronaca/2017/04/06/news/statale_a_expo_ar…
9 http://bologna.repubblica.it/cronaca/2017/07/25/news/emilia-romagna_regione_autonoma_il_m5s_referendum_fra_i_cittadini_-171613800/
Fonte
Da più di un anno ormai si discute della volontà da parte del Comune di Milano, della Regione con l’appoggio del Governo e dei maggiori organi accademici di trasferire le facoltà scientifiche dell’università statale dalla loro storica sede nel quartiere Città Studi, all’area di EXPO. Per sostenere il progetto, Renzi e Maroni sono riusciti a far saltar fuori 130 milioni di euro dal patto Governo-Regione Lombardia, la cui elargizione è vincolata allo spostamento.
Lo stesso Partito democratico, di concerto con la Lega, sta imponendo tagli e austerità e l’implacabile smantellamento del welfare e di qualunque altro tipo di investimento per esempio nella sanità o nella formazione e ricerca2. Il trasferimento riguarderebbe circa 20.000 studenti e .000 lavoratori, molti dei quali vivono nel quartiere con le loro famiglie, ed è stato annunciato a seguito del mancato trasferimento a EXPO dell’EMA, Agenzia europea del farmaco (tema sul quale Eurostop Milano intende aprire un approfondimento prossimamente).
Lo scorso 29 gennaio si è tenuta nell’Aula magna dell’Università statale un’iniziativa di confronto fra i candidati rettori dell’ateneo meneghino. Non essendo ancora aperta la “campagna elettorale”, la scadenza del mandato dell’attuale rettore Vago è infatti prevista per il prossimo settembre 2018, erano presenti solo i professori che hanno già manifestato intenzione di candidarsi. L’attuale rettore è uno dei principali protagonisti di questa come di altre lugubri vicende3, e nel solco con il suo operato il futuro rettore dovrà necessariamente rapportarsi.
L’iniziativa di lunedì scorso si colloca invece in piena campagna elettorale per le politiche e le regionali, e non a caso: il dibattito era costruito e incentrato su uno dei temi fondamentali per il futuro della Statale di Milano, ma che ha una valenza molto più ampia e riguarda l’intera città. Gli stessi organizzatori ospiteranno un dibattito sugli stessi temi fra tutti i candidati alle elezioni regionali, che si terranno in Lombardia come in Lazio il prossimo 4 marzo.
Andiamo con ordine: nel 2015 a Milano viene ospitata con grande fragore il maxi-evento spot EXPO, il quale si è reso celebre per i ritardi nel completamento dei lavori, il non aver raggiunto gli obiettivi prefissati in quanto a numero di visitatori; per l’utilizzo di mano d’opera non pagata, le indagini sulle infiltrazioni mafiose, turbativa d’asta, falso, a carico di vari dirigenti, imprenditori e membri delle istituzioni. Alcune di queste indagini vedono lo stesso sindaco Sala come indagato4.
Il tutto in un’area già fortemente colpita dal punto di vista ambientale, per la presenza di stabilimenti considerati ad alto rischio di incidente5. Un’enorme superficie (si parla di 1 milione di metri quadrati) messa al bando per il post-EXPO già nel 2014, ma che ha visto l’asta andare “deserta” da parte dei soggetti privati a cui era rivolta6, costata al comune e alla Regione 150 milioni di euro.
Come previsto dalle realtà sociali, politiche e dai comitati milanesi che si erano opposte alla realizzazione di EXPO, l’area si trova ora inutilizzata. Ed ecco che si crea rapidamente una convergenza trasversale che va dal rettore Vago, i cui rapporti con Maroni sono noti7, fino all’attuale sindaco Sala e all’interessamento diretto del governo Renzi: si parla di trasferire le facoltà scientifiche e due presidi ospedalieri (Istituto Tumori e Besta) dal quartiere Città Studi all’area EXPO, nella periferia nord-ovest nella zona di Rho, con la sua completa ristrutturazione. A supportare l’ipotesi arrivano 130 milioni di euro dal patto governo-regioni, che coprirebbero un terzo degli investimenti necessari alla costruzione del nuovo campus. Il resto va reperito, chi l’avrebbe detto, dalla vendita delle infrastrutture e dei terreni dove attualmente si trovano i dipartimenti, attualmente proprietà dell’Università statale, e da investimenti privati.
Fin da subito le università del Politecnico e di Bicocca si dichiarano interessate a investire nell’area lasciata vuota dall’Università statale, il che fa pensare che forse l’attuale sede non è poi così mal messa. Insieme alle facoltà scientifiche invece, nell’enorme area di EXPO si stabilirà il progetto Human Technopole, un centro di ricerca avanzato in cui la parte del leone la farà l’Istituto italiano di tecnologia (IIT), finanziato con soldi pubblici ma a gestione privata(!), che già aveva suscitato polemiche soprattutto da parte di esponenti del CNR e dell’AIRI all’atto della sua fondazione8. Parte del progetto saranno anche, ciliegina sulla torta, grandi multinazionali del farmaco.
Ci sono sufficienti elementi per dire apertamente che si tratti di una grande operazione speculativa, utile a coprire il buco nei bilanci lasciato da EXPO, aprendo un enorme cantiere con relativi appalti per la costruzione del nuovo campus, accollando rischi e costi all’Università pubblica. Di più, un vero e proprio party per i privati, dal “basso cabotaggio” dei nostrani speculatori immobiliari, che si accaparreranno anche Città studi a ridosso del centro di Milano, alle fondazioni private, fino alle grandi multinazionali. Un’orgia dei peggiori interessi, concentrati in un unico luogo.
Elementi messi in evidenza in diversi e numerosi comunicati, dibattiti e manifestazioni pubbliche promosse negli scorsi mesi dai diversi comitati cittadini, rappresentanti dei lavoratori dell’università e collettivi studenteschi che si stanno spendendo nella battaglia contro il trasferimento.
Fin qui la cronaca. Occorre però fare alcune altre considerazioni sulla vicenda, in quanto si inserisce dentro un panorama generale che riguarda l’idea di sviluppo e di integrazione internazionale del nostro paese e della città. E’ un processo che investe le grandi aree metropolitane, così come la ristrutturazione del sistema universitario italiano, del mondo del lavoro, del welfare, portata avanti dai vari governi nazionali e regionali con la pressoché totale unanimità da parte delle principali forze politiche.
Chi più si è speso in questa direzione è certamente il Partito democratico, con il consenso più o meno attivo di Forza Italia e della Lega Nord, forza quest’ultima che si presenta alternativa ma perfettamente inserita nell’establishment come dimostra il caso del referendum lombardo per l’autonomia dello scorso 22 ottobre: promosso da Maroni e appoggiato dai più importanti sindaci del PD. Il Movimento 5 stelle nella propria ambiguità non è estraneo a questa dinamica e a dimostrarlo sta il fatto che il gruppo consiliare M5S ha proposto di effettuare un referendum simile nella vicina Emilia-Romagna9, così come più recentemente le dichiarazioni di Di Maio. (fine prima puntata, segue)
Note
1 Candidato di Potere al popolo nel collegio uninominale 2 di Milano (Loreto-Pasteur, città Studi, Viale Umbria, Porta Romana)
2 https://chenesaradicittastudi.wordpress.com/2017/05/15/perche-ce-lo-chiede-leuropa/
3 Intervento della polizia in università, tentativo di imporre il numero chiuso alle facoltà umanistiche, e così via.
4 https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/23/expo-il-sindaco-sala-indagato
http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/06/23/news/inchiesta-expo-ecco-perche-sala-e-sotto-accusa-1.303836
http://milano.repubblica.it/cronaca/2016/07/06/news/le_mani_di_cosa_nostra_sugli_appalti_alla_fiera_di_milano_11_arresti_e_confische_milionarie-143507034/
5 http://www.affaritaliani.it/milano/citta-studi-in-arexpo-m5s-area-a-rischio-di-incidente-rilevante-514778.htm
6 https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/11/15/expo-deserto-bando-per-acqu…
7 http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/12/13/vago-il-rettore-che-piace-a-tutti-ma-soprattutto-al-governatoreMilano05.html
8 http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/17_novembre_21/agenzia-farmaco-ema-human-technopole-cingolani-886d53e0-ce87-11e7-bf2a-292d3c6f067f.shtml ; http://www.repubblica.it/rubriche/la-scuola-siamo-noi/2016/02/29/news/la_fragilita_dell_iit_l_istituto_privato_che_comandera_la_ricerca_italiana-134509491/; http://milano.repubblica.it/cronaca/2017/04/06/news/statale_a_expo_ar…
9 http://bologna.repubblica.it/cronaca/2017/07/25/news/emilia-romagna_regione_autonoma_il_m5s_referendum_fra_i_cittadini_-171613800/
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15/11/2017
Apre “Fico”, dal modello Expo alla green economy
Il gran giorno è arrivato! Oggi pomeriggio il premier Gentiloni, e alcuni ministri tra cui Poletti (Lavoro), Franceschini (Cultura) Martina (Politiche Agricole) e Galletti (Ambiente) inaugurerà a Bologna il FICO (Fabbrica Italiana Contadina), l’ultimo progetto di Oscar Farinetti per mettere a valore “anche il cibo scaduto”.
Un progetto fortemente voluto da Andrea Segrè, professore di economia e politica agraria che ha costruito la sua carriera sulla gestione degli aiuti pubblici allo sviluppo agricolo nei paesi in via di sviluppo e sulla riconversione dei sistemi agricoli dei paesi ex sovietici e balcanici a sistemi di mercato, per poi cimentarsi sul Last Minute Market e sulle politiche contro lo spreco alimentare, diventando così presidente del CAAB e della Fondazione FICO.
Segrè si è buttato a capofitto su questo progetto, cavalcando l’onda del cibo sano, del riuso delle risorse, e dell’immagine bucolica che in molti oggi hanno del mondo contadino. Farinetti ha accolto a piene mani l’idea, e con la compiacenza del comune di Bologna, il gioco è stato facile.
Inaugura così oggi la più grande fiera italiana del cibo, confezionata in un progetto “smart” sul modello expo, che di smart ha davvero tutto, per dirla ironicamente, a partire dall’acronimo.
FICO allude al mondo contadino, tradizionale e autorganizzato, dove un suolo di qualità corrisponde ad assicurare cibo di qualità, ma come tutti i colossi di questo genere, si traduce in un enorme mercato dove tutto quello che si mette in mostra, è la capacità delle aziende di competere per avere un posto al FICO, una bella immagine, e mostrare un mondo inesistente e surreale, dove l’innovazione tecnologica pare a portata di tutti, dove la sperimentazione pare davvero libera, il cibo, l’aria e la terra davvero sani e sfruttati in modo “sostenibile”.
FICO nasce su un area di 100.000 m3, fino ad oggi dedicata al mercato CAAB (centro agroalimentare Bolognese) di proprietà quasi interamente pubblica. Farinetti è stato talmente smart che nella trattativa per la costruzione di questo polo dell’agroalimentare d’eccellenza, ha ottenuto questo enorme spazio gratuitamente, impegnando la Regione a fornire un comodissimo servizio navetta dalla stazione alla modica cifra di 5e a corsa, e a rivedere parte della viabilità del quartiere su cui verte FICO. Con Trenitalia invece, l’accordo è stato siglato pochi giorni fa, e mira a portare a Bologna 6 milioni di turisti nei prossimi 3 anni.
Si tratta di un progetto talmente smart, che la città stessa si presta ad accogliere trasformandosi in bomboniera, e in aree gentrificate in periferia. FICO sorge in un area periferica di Bologna, il quartiere Pilastro, che grazie a FICO sta subendo un processo di gentrificazione accelerata, dove al posto delle case popolari si costruiranno nuovi quartieri residenziali, e dove al posto dei progetti di inclusione, saranno promosse attività che mirino a fare bello il quartiere, come una pista ciclabile che finisce sul nulla e una nuova viabilità (in quasi totale funzione di FICO).
Il progetto si inserisce in quella che ormai è conosciuta come “Eatalyworld, la Disneyland del cibo made in Italy”, e vede la partecipazione tra le tante, della giunta Merola, coop adriatica, CAAB, e ovviamente Eataly. Includerà due ettari di campi, 40 fabbriche, 45 ristoranti, 12 aule didattiche, un teatro, un cinema, un centro congressi da mille posti e sei giostre.
Sarà uno spazio smart per promuovere il territorio forse, e forse anche attività di carattere ambientale che male non fanno di certo, ma ciò che è palese ad oggi, è quanto è costato alle casse pubbliche (50 milioni di valore immobiliare solo per fare un esempio), di quanto ha già fatto guadagnare ai costruttori come Coop, Cmb e Melegari, e di quanto guadagneranno banche e fondazioni in termini non solo di immagine. In sintesi un progetto che fa della green economy la base per enormi profitti e speculazioni.
Un progetto super smart, dove i lavoratori verranno pagati “8 euro l’ora”, come sta a cuore a Farinetti, ma con contratti precari e senza speranza di aumenti salariali. Previste inoltre oltre 300mila ore di alternanza scuola-lavoro per circa 20mila studenti di 200 scuole sparse sull’intero territorio italiano. Con la collaborazione di Randstad, Farinetti “lo smart” lancia il progetto “un giorno da Fico”, che dovrebbe servire a “sensibilizzare gli studenti ai temi dell’innovazione e della filiera agroalimentare made in Italy, preparare i giovani ai nuovi scenari del mercato del lavoro, promuovendo il superamento degli stereotipi di genere, gli studi scientifico-tecnologici e la formazione terziaria”, ma che in altre parole, dovrebbe servire ad avere forza lavoro gratuita e non sindacalizzata.
Un grande incubatore di sperimentazione, sulle nuove tecniche di sfruttamento del lavoro, dell’immagine e del territorio.
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Un progetto fortemente voluto da Andrea Segrè, professore di economia e politica agraria che ha costruito la sua carriera sulla gestione degli aiuti pubblici allo sviluppo agricolo nei paesi in via di sviluppo e sulla riconversione dei sistemi agricoli dei paesi ex sovietici e balcanici a sistemi di mercato, per poi cimentarsi sul Last Minute Market e sulle politiche contro lo spreco alimentare, diventando così presidente del CAAB e della Fondazione FICO.
Segrè si è buttato a capofitto su questo progetto, cavalcando l’onda del cibo sano, del riuso delle risorse, e dell’immagine bucolica che in molti oggi hanno del mondo contadino. Farinetti ha accolto a piene mani l’idea, e con la compiacenza del comune di Bologna, il gioco è stato facile.
Inaugura così oggi la più grande fiera italiana del cibo, confezionata in un progetto “smart” sul modello expo, che di smart ha davvero tutto, per dirla ironicamente, a partire dall’acronimo.
FICO allude al mondo contadino, tradizionale e autorganizzato, dove un suolo di qualità corrisponde ad assicurare cibo di qualità, ma come tutti i colossi di questo genere, si traduce in un enorme mercato dove tutto quello che si mette in mostra, è la capacità delle aziende di competere per avere un posto al FICO, una bella immagine, e mostrare un mondo inesistente e surreale, dove l’innovazione tecnologica pare a portata di tutti, dove la sperimentazione pare davvero libera, il cibo, l’aria e la terra davvero sani e sfruttati in modo “sostenibile”.
FICO nasce su un area di 100.000 m3, fino ad oggi dedicata al mercato CAAB (centro agroalimentare Bolognese) di proprietà quasi interamente pubblica. Farinetti è stato talmente smart che nella trattativa per la costruzione di questo polo dell’agroalimentare d’eccellenza, ha ottenuto questo enorme spazio gratuitamente, impegnando la Regione a fornire un comodissimo servizio navetta dalla stazione alla modica cifra di 5e a corsa, e a rivedere parte della viabilità del quartiere su cui verte FICO. Con Trenitalia invece, l’accordo è stato siglato pochi giorni fa, e mira a portare a Bologna 6 milioni di turisti nei prossimi 3 anni.
Si tratta di un progetto talmente smart, che la città stessa si presta ad accogliere trasformandosi in bomboniera, e in aree gentrificate in periferia. FICO sorge in un area periferica di Bologna, il quartiere Pilastro, che grazie a FICO sta subendo un processo di gentrificazione accelerata, dove al posto delle case popolari si costruiranno nuovi quartieri residenziali, e dove al posto dei progetti di inclusione, saranno promosse attività che mirino a fare bello il quartiere, come una pista ciclabile che finisce sul nulla e una nuova viabilità (in quasi totale funzione di FICO).
Il progetto si inserisce in quella che ormai è conosciuta come “Eatalyworld, la Disneyland del cibo made in Italy”, e vede la partecipazione tra le tante, della giunta Merola, coop adriatica, CAAB, e ovviamente Eataly. Includerà due ettari di campi, 40 fabbriche, 45 ristoranti, 12 aule didattiche, un teatro, un cinema, un centro congressi da mille posti e sei giostre.
Sarà uno spazio smart per promuovere il territorio forse, e forse anche attività di carattere ambientale che male non fanno di certo, ma ciò che è palese ad oggi, è quanto è costato alle casse pubbliche (50 milioni di valore immobiliare solo per fare un esempio), di quanto ha già fatto guadagnare ai costruttori come Coop, Cmb e Melegari, e di quanto guadagneranno banche e fondazioni in termini non solo di immagine. In sintesi un progetto che fa della green economy la base per enormi profitti e speculazioni.
Un progetto super smart, dove i lavoratori verranno pagati “8 euro l’ora”, come sta a cuore a Farinetti, ma con contratti precari e senza speranza di aumenti salariali. Previste inoltre oltre 300mila ore di alternanza scuola-lavoro per circa 20mila studenti di 200 scuole sparse sull’intero territorio italiano. Con la collaborazione di Randstad, Farinetti “lo smart” lancia il progetto “un giorno da Fico”, che dovrebbe servire a “sensibilizzare gli studenti ai temi dell’innovazione e della filiera agroalimentare made in Italy, preparare i giovani ai nuovi scenari del mercato del lavoro, promuovendo il superamento degli stereotipi di genere, gli studi scientifico-tecnologici e la formazione terziaria”, ma che in altre parole, dovrebbe servire ad avere forza lavoro gratuita e non sindacalizzata.
Un grande incubatore di sperimentazione, sulle nuove tecniche di sfruttamento del lavoro, dell’immagine e del territorio.
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24/05/2017
Il dibattito pubblico lo conferma: esce Lsd dai rubinetti
Caro direttore, amici lettori, autorità competenti.
Vorrei attirare la vostra attenzione su una mia teoria che ogni giorno si dimostra più fondata e che dovrebbe allarmare tutti. Qualcuno ha sciolto dell’acido negli acquedotti, non c’è altra spiegazione. Il tono del dibattito pubblico, i suoi argomenti, le decisioni prese in seguito o sull’onda di quello che si dice al bar o alla fila alla posta (o che ha scritto su Facebook mio cugggino) sembrano meno lucide di un assaggiatore del Narcos o di un chitarrista rock degli anni Settanta.
L’ultimo esempio è il complicato affaire dei vaccini, un argomento importante che è stato trasformato (credo dopo massiccia assunzione di Lsd dai rubinetti) in una guerra tra untori medievali millenaristi vogliosi di strage per malattia e un esercito di crocerossini inventori della penicillina. Ogni voce sensata o ragionevole, da una parte e dall’altra, è stata zittita. Un dibattito sui vaccini da somministrare ai bambini è diventato la caricatura di uno scontro ideologico. Risultato, per non saper né leggere né scrivere: il decreto fatto in fretta e furia, pieno di buchi e di incertezze, spropositato rispetto a quello che le strutture sanitarie e scolastiche potranno fare. Se va bene sarà un casino indicibile, con in più l’introduzione di un classismo sanitario ripugnante: chi è contrario potrà continuare a essere contrario pagando, chi non potrà pagare dovrà essere d’accordo.
Come del resto è successo coi voucher: per paura di prendere un’altra sberla in un altro referendum, zac, via tutti. Non una soluzione, ma una decapitazione, tipo abbattere la casa perché hai bruciato l’arrosto. Credo che i primi sversamenti di acido lisergico negli acquedotti del Paese siano cominciati all’Expo, quando ci si divideva tra “lo straordinario successo” e il “flop clamoroso e costoso”. Oggi che si potrebbe andare a controllare gli effetti di quel “miracolo” (per esempio se ci sono i tanti punti di pil in più promessi, o le migliaia di posti di lavoro creati che no, non ci sono), addio, tutto perdonato, tutto dimenticato, ci sono altre priorità.
Alte concentrazioni di acido nella capitale ovvio. Prima il derby a testate tra olimpici e non-olimpici, poi tutti esperti di costruzione di stadi e marketing urbano, poi fotografatori di monnezza traboccante dei cassonetti (o di cassonetti lindi come a Zurigo centro, per contrastare con una cazzata altre cazzate). Politici o presunti tali vanno in tivù a dire di bambini uccisi dai topi. Saviano dice il suo pensiero sul Pd, eccolo accusato di grillismo, Saviano dice qualcosa contro Grillo, eccolo ri-arruolato, “uno di noi”. De Bortoli era un bravo e attendibile giornalista e diventa una specie di punkabbestia fissato con le scie chimiche. Gli stessi che menavano fendenti su “voi votate con Salvini” al referendum sulle riforme costituzionali, ora discutono una legge elettorale che piace solo a loro e a Salvini. Senza nemmeno sapere di che si parla si prendono le misure sull’avversario: se un Di Maio ha detto bianco io devo dire nero, se Renzi ha detto nero io devo dire bianco, la realtà dei fatti è un dettaglio trascurabile sullo sfondo. Arrivano le cifre del Jobs act – oggettivamente un disastro – ed ecco pronto il ribaltamento: senza sarebbe stato peggio. Però si può sparare al ladro. Quelli che dicevano no, no, non siamo mica in Texas ora dicono, bene, giusto, la sicurezza! Ma solo di notte. Molti ridono.
Tutto questo senza il minimo rossore né vago imbarazzo, come fosse normale vedere gli elefanti rosa, come se il Paese fosse una enorme Woodstock della scemenza collettiva, tutti a tirare mutande e reggiseni sul palco in omaggio a questa o quella star dei due schieramenti, indipendentemente da quello che sta suonando. Date retta: c’è acido negli acquedotti. Non c’è altra spiegazione.
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Vorrei attirare la vostra attenzione su una mia teoria che ogni giorno si dimostra più fondata e che dovrebbe allarmare tutti. Qualcuno ha sciolto dell’acido negli acquedotti, non c’è altra spiegazione. Il tono del dibattito pubblico, i suoi argomenti, le decisioni prese in seguito o sull’onda di quello che si dice al bar o alla fila alla posta (o che ha scritto su Facebook mio cugggino) sembrano meno lucide di un assaggiatore del Narcos o di un chitarrista rock degli anni Settanta.
L’ultimo esempio è il complicato affaire dei vaccini, un argomento importante che è stato trasformato (credo dopo massiccia assunzione di Lsd dai rubinetti) in una guerra tra untori medievali millenaristi vogliosi di strage per malattia e un esercito di crocerossini inventori della penicillina. Ogni voce sensata o ragionevole, da una parte e dall’altra, è stata zittita. Un dibattito sui vaccini da somministrare ai bambini è diventato la caricatura di uno scontro ideologico. Risultato, per non saper né leggere né scrivere: il decreto fatto in fretta e furia, pieno di buchi e di incertezze, spropositato rispetto a quello che le strutture sanitarie e scolastiche potranno fare. Se va bene sarà un casino indicibile, con in più l’introduzione di un classismo sanitario ripugnante: chi è contrario potrà continuare a essere contrario pagando, chi non potrà pagare dovrà essere d’accordo.
Come del resto è successo coi voucher: per paura di prendere un’altra sberla in un altro referendum, zac, via tutti. Non una soluzione, ma una decapitazione, tipo abbattere la casa perché hai bruciato l’arrosto. Credo che i primi sversamenti di acido lisergico negli acquedotti del Paese siano cominciati all’Expo, quando ci si divideva tra “lo straordinario successo” e il “flop clamoroso e costoso”. Oggi che si potrebbe andare a controllare gli effetti di quel “miracolo” (per esempio se ci sono i tanti punti di pil in più promessi, o le migliaia di posti di lavoro creati che no, non ci sono), addio, tutto perdonato, tutto dimenticato, ci sono altre priorità.
Alte concentrazioni di acido nella capitale ovvio. Prima il derby a testate tra olimpici e non-olimpici, poi tutti esperti di costruzione di stadi e marketing urbano, poi fotografatori di monnezza traboccante dei cassonetti (o di cassonetti lindi come a Zurigo centro, per contrastare con una cazzata altre cazzate). Politici o presunti tali vanno in tivù a dire di bambini uccisi dai topi. Saviano dice il suo pensiero sul Pd, eccolo accusato di grillismo, Saviano dice qualcosa contro Grillo, eccolo ri-arruolato, “uno di noi”. De Bortoli era un bravo e attendibile giornalista e diventa una specie di punkabbestia fissato con le scie chimiche. Gli stessi che menavano fendenti su “voi votate con Salvini” al referendum sulle riforme costituzionali, ora discutono una legge elettorale che piace solo a loro e a Salvini. Senza nemmeno sapere di che si parla si prendono le misure sull’avversario: se un Di Maio ha detto bianco io devo dire nero, se Renzi ha detto nero io devo dire bianco, la realtà dei fatti è un dettaglio trascurabile sullo sfondo. Arrivano le cifre del Jobs act – oggettivamente un disastro – ed ecco pronto il ribaltamento: senza sarebbe stato peggio. Però si può sparare al ladro. Quelli che dicevano no, no, non siamo mica in Texas ora dicono, bene, giusto, la sicurezza! Ma solo di notte. Molti ridono.
Tutto questo senza il minimo rossore né vago imbarazzo, come fosse normale vedere gli elefanti rosa, come se il Paese fosse una enorme Woodstock della scemenza collettiva, tutti a tirare mutande e reggiseni sul palco in omaggio a questa o quella star dei due schieramenti, indipendentemente da quello che sta suonando. Date retta: c’è acido negli acquedotti. Non c’è altra spiegazione.
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21/02/2017
2/ Chi vuole spostare la Capitale da Roma a Milano? Città globali, paese asimmetrico
Proviamo a mettere in fila i ragionamenti che ci spingono a segnalare la tossicità di questa ipotesi di spostamento della Capitale da Roma a Milano.
Abbiamo già detto della battuta di Pisapia dell’aprile 2015. Poi è venuto il modello Expo a indicare nella metropoli milanese un modello sociale e ideologico fondato sulla modernità, la competitività e l’obbedienza alle leggi del decoro, sia umano che urbano. La ripulitura delle scritte contro l’Expo dopo la turbolenta manifestazione del 1 maggio e la predisposizione al lavoro gratuito concretizzata dall’Expo, indicavano nella città un habitat sociale più normalizzato e cooptabile sui parametri fondanti del modello ordoliberista europeo. Un contesto sociale assai diverso da quello rabbioso, resiliente e disincantato della Capitale.
Ma a chi storce il naso sui molti mali di Roma, occorre rammentare le ridotte dimensioni del Comune di Milano rispetto a quelle del comune capitolino, tra l’altro del tutto deregolamentate. La “gentrificazione” di Milano inoltre è avvenuta già da anni. Uniche eccezione le strade degli immigrati di vecchio e nuovo insediamento. Il prodotto è un serbatoio sociale e politico di consenso all'ideologia e agli interessi delle classi dominanti. Lo stesso riscontrabile nei Municipi I e II di Roma, gli unici su diciotto dove il Pd o il SI al referendum di dicembre hanno vinto, esattamente come avvenuto nel comune di Milano.
Ed anche in termini delle spese che i Comuni destinano ai servizi per i loro abitanti è evidente la divaricazione tra Roma e Milano. Il Comune di Roma negli ultimi 18 anni ha realizzato una spesa corrente media pari a 1.200 euro/abitante contro i 1.400 di Milano (1.600 euro contro 1.900 negli ultimi 5 anni).
In alcuni settori questo è particolarmente evidente: nel trasporto pubblico locale, la spesa media di Roma negli ultimi 5 anni è stata di 260 euro/residente contro le 580 di Milano, mentre nel settore mense e servizi scolastici il rapporto è stato di 28 euro/residente a Roma contro 49 di Milano (1)
C’è poi la “Milano vicino l’Europa” come cantava Lucio Dalla, e qui ci avviciniamo di più al bersaglio grosso della ipotesi in discussione.
Da tempo è infatti in corso un processo di profonda ristrutturazione delle aree metropolitane e non solo in Italia. Il modello indicato è quello delle “città globali” pronte ad attrarre e smistare investimenti e flussi finanziari e reti di servizi avanzati. David Harvey e Mike Davis hanno scritto su questo libri di straordinario interesse (2).
Sono ormai numerosi e confermati i dati che dicono come siano le metropoli ad essere diventate il centro propulsore dell’economia capitalistica nella fase della globalizzazione. La preponderante dimensione finanziaria del capitalismo produce una ricerca spasmodica di spazi e occasioni su cui valorizzare l’enorme liquidità cartacea oggi a disposizione. Le città, il loro suolo, i loro flussi, i loro servizi, diventano così un terreno di caccia per banche, fondi di investimenti e multinazionali, le quali spingono per mettere a valore anche il verde pubblico, i rifiuti, gli asili e quant’altro. In pratica si va materializzando una vero assalto e saccheggio ai residui del welfare state anche locale.
L’Unione Europea, ha accentuato enormemente i processi di concentrazione e verticalizzazione dei centri economici e dei luoghi decisori. Le città devono dunque funzionalizzarsi a questo spiriti dell’epoca. Se in una Unione Europea a due velocità l’Italia vuole essere magari “ultima tra i primi” piuttosto che “prima tra gli ultimi”, non può che dotarsi di una città globale per stare nella competizione. In tale processo, le disuguaglianze sociali nelle metropoli si vanno drasticamente accentuando, anche a livello europeo (3)
Ma l’Italia ha dimostrato più volte di essere un paese fortemente asimmetrico, con una parte di essa (Lombardia, Emilia, un po’ di Piemonte e di Nordest) più integrate nel processo di concentrazione produttiva, finanziaria, tecnologica europeo, e il resto del paese assai più arretrato. Milano resta saldamente sul podio della classifica delle città più smart d'Italia. A dirlo è il rapporto ICity Rate 2016, lo studio realizzato sulle città “intelligenti”. La seconda città è Bologna di cui viene apprezzata la qualità della “governance” (sic!).
Scrive il rapporto ICity che “Nella dimensione Economy il capoluogo lombardo si distanzia dalle altre città in maniera decisa: è il luogo con il più alto valore aggiunto pro capite, la maggiore intensità brevettuale, la principale sede di imprese di grandi dimensioni, e ha visto nascere negli ultimi anni il maggior numero di Fablab e maker space. Gli artigiani digitali scelgono Milano, e soprattutto la città sceglie di investire su un modello nuovo di innovazione urbana che sposta l’asse della strategia di sviluppo verso forme nuove di economia collaborativa e social innovation; un modello che si realizza attraverso la concessione di spazi, il sostegno economico a progetti e imprese, la creazione di reti di innovatori e la definizione di nuove ed articolate politiche urbane”. (4)
E il resto del paese? Anche a causa dei continui e profondi tagli alla spesa e agli investimenti pubblici, comincia a pesare una arretratezza oggi accentuata dalla recessione ma anche dai disastri naturali che si sono abbattuti su quell’Italia centrale dei mille e bellissimi borghi ripetutamene devastati dal sisma e destinato allo spopolamento. E poi c’è il Meridione dove tutti gli indicatori produttivi e sociali sono precipitati e ormai si assiste una nuova ondata migratoria verso le città del Nord Italia, ma soprattutto verso il Nord Europa (5)
Ma occorre segnalare come ormai il Meridione si stia allargando come condizione materiale di esistenza e sovrastrutture anche al centro del paese, fino a inglobare Roma, la Capitale.
(Fine della seconda parte, segue)
vedi la prima parte: Le campagne stampa contro Roma Capitale
Note:
1) Dati del gruppo Audit sul debito comunale di Roma, Decide Roma
2) David Harvey: Il capitalismo contro il diritto alla città; Mike Davis: Le città morte
3) Coesione sociale e competitività in sei città europee, Politecnico Milano 2010
4) Rapporto ICity Lab 2016
5) Rapporto Migrantes 2016
Fonte
17/12/2016
“Roma-Milano. La gestione affaristica contro il territorio e i cittadini”
Da Radio Città Aperta
Metropoli in profonda crisi, sindaci indagati o dimezzati... Ne parliamo con Guido Lutrario, dell'Unione Sindacale di Base di Roma. Ciao Guido buongiorno.
Ciao, buongiorno a tutti...
Cominciamo da Roma per una questione cronologica, perché è più recente l'arresto di Raffaele Marra. Questa mattina i carabinieri hanno arrestato quello che è il braccio destro di Virginia Raggi. Un nome che è sulla bocca di tutti ormai da mesi proprio perché personaggio decisamente “poco limpido”. C'era da aspettarselo, era nell'aria... Come è possibile che si sia arrivati a questo punto, quando gran parte degli osservatori e anche degli stessi membri del Movimento 5 Stelle segnalavano rispetto a Marra una “criticità”?
Noi l'abbiamo chiesto pubblicamente, alla sindaca Raggi, di disfarsi di questo personaggio, ma abbiamo anche capito, nell'arco di questi mesi, che la relazione stretta con Marra evidentemente rappresentava un gruppo che ha gestito l'amministrazione comunale in questi mesi. Noi abbiamo chiesto che venisse rimosso, che non svolgesse funzioni di responsabilità, che non gli venissero affidati incarichi rilevanti come quello di direttore del personale. Lui veniva già da un'esperienza alla regione Lazio, con la giunta Polverini; ed era stato contestato proprio nel ruolo di direttore del personale... Noi ci siamo chiesti: ma perché i dipendenti capitolini, che già sono martoriati da tutta la vicenda del salario accessorio, del non rinnovato contratto, ecc. devono subire questo personaggio che non ci piace, anche perché viene da una storia politica che non avrebbe niente, in teoria, a che fare con il Movimento 5 Stelle? Viene dall'amministrazione di destra della Polverini, dall'amministrazione Alemanno, è un personaggio con un curriculum che non ha niente a che fare con il Movimento 5 Stelle e che quindi non aveva le carte in regola per realizzare il programma con il quale il Movimento 5 Stelle ha vinto le elezioni comunali di Roma. In realtà questo personaggio è stato tenuto in ruoli di grande responsabilità a dispetto di tutti; perché la richiesta non è venuta solo dall'Unione Sindacale di Base, è venuta anche all'interno stesso del Movimento 5 Stelle. Ma la sindaca Raggi ha resistito e ha voluto mantenere questa relazione, che ovviamente per noi ha rappresentato un dato preoccupante. Perché, evidentemente, non si poteva disfare di un personaggio chiave. Oggi noi diciamo chiaramente alla sindaca: ora c'è la possibilità di una svolta, torniamo al programma. Ci siamo liberati di un personaggio discutibile, che sicuramente non aveva nessuna intenzione di mettere in pratica il programma, c'è nell'amministrazione comunale di Roma un insieme di dirigenti che esprimono una posizione di destra, che stanno conducendo una vera e propria guerra contro i poveri nella nostra città. Avviene sul tema delle abitazioni, sulle mancate revoche dei piani di zona, che sono una evidente truffa ai danni di decine di migliaia di cittadini romani e su cui l'amministrazione aveva preso degli impegni che finora non sono stati, purtroppo, rispettati. Ci sono vicende legate alla gestione dei servizi, alle aziende partecipate... c'è un intreccio tra affari e funzionari dell'amministrazione pubblica. Finché una giunta non avrà la forza e il coraggio di liberarsi di questo mondo dell'amministrazione che condiziona la vita della città, la stessa possibilità di governare in modo trasparente e vicino ai cittadini la città, il rinnovamento non sarà possibile. Questo lo avevamo chiesto a chiare lettere. Peraltro, è abbastanza sintomatico che per l'assemblea che noi avevamo organizzato il 4 ottobre, in Campidoglio, ci venne negata la sala della Protomoteca proprio da un signore che stanotte è stato assicurato alla giustizia... Anche se non abbiamo mai augurato il carcere a nessuno, però diciamo “ma guarda un po', proprio il sig. Marra che voleva impedire ai lavoratori e ai cittadini romani di riunirsi in assemblea in Campidoglio per chiedere cosa? Il rispetto del programma su cui l'amministrazione Raggi è andata al governo della città”. Noi speriamo che ci sia un cambio di passo, che questo sia l'opportunità per invertire una tendenza che non ci piace, per ripristinare l'agenda che sta scritta nel programma elettorale del Movimento 5 Stelle e che noi vorremmo vedere realizzata negli interessi di tutti quelli che hanno sperato in un rinnovamento vero.
Ma tu credi davvero che...
...è un'opportunità, speriamo che la giunta la sappia cogliere.
Tu credi che ci sia questa volontà, cioè la volontà di voltare pagina, mettere un punto e ripartire – come dicevi poco fa – dal programma? Ti chiedo questo perché non si tratta di un personaggio che un po' a sorpresa viene scoperto essere coinvolto in vicende poco chiare. Parliamo di un personaggio sulla bocca di tutti ormai da mesi, molto vicino a tutto il giro dell'amministrazione Alemanno, insieme a Panzironi, quindi anche Mafia capitale, già ai tempi del Ministero delle Politiche agricole. Insomma, è un personaggio che dal 2006 caratterizza in maniera non trasparente la politica italiana e, in particolare, quella romana. Quindi che venga scelto un personaggio così fa venire qualche dubbio sulla reale volontà di un cambio di passo, del cambio di passo a cui facevi riferimento tu...
Finora questa volontà non si è manifestata, c'è poco da fare. Noi quello che speriamo è che adesso, di fronte a fatti evidenti... Peraltro non abbiamo parlato dell'altro soggetto che è stato arrestato. Fa parte di una storia che è quella dei costruttori e del condizionamento che i costruttori hanno sempre esercitato sulla vita della città, sul futuro, sul suo sviluppo, sulle sue dinamiche urbanistiche...
Parliamo – scusami se ti interrompo – di Sergio Scarpellini, costruttore e immobiliarista romano?
Sì, di Scarpellini. Una delle tante famiglie di costruttori che a Roma – sempre gli stessi nomi dell'arco di 30-40 anni – hanno condizionato pesantemente la vita della città; in particolare sul tema abitativo, che resta uno dei drammi irrisolti di questa città e su cui, purtroppo, questa amministrazione sta semplicemente ripercorrendo quello che hanno o non hanno fatto le precedenti amministrazioni. Io dico che c'è una opportunità, cioè che di fronte a questo dato di fatto non c'è solo la sindaca che “deve intervenire per cambiare il ruolo o ridimensionare le funzioni di un direttore, di un amministratore, di un funzionario”. C'è un dato di fatto. C'è la magistratura che interviene e c'è un personaggio che viene tolto di mezzo. E' una opportunità. Adesso la giunta è di fronte ad un bivio e speriamo che imbocchi la strada giusta, che, ripeto, è quella del programma. Lo vuole fare o non lo vuole fare? E' chiaro che l'alternativa è andare a casa. Non è che ci siano molte altre strade, perché una amministrazione che si presenta ai cittadini nel segno del rinnovamento e che poi non agisce in questo senso, che conserva funzionari compromessi con le passate stagioni, che non mette in pratica il programma di cambiamento sociale atteso soprattutto dalla grande periferia della città... Beh, è una amministrazione che poi non ha un grande futuro davanti.
Io voglio sottolineare anche un fatto, sotto gli occhi di tutti. Mentre il sindaco di Milano si autosospende per la vicenda dell'Expo, passano praticamente pochi minuti e arriva un provvedimento forse tenuto nel cassetto e tirato fuori nel momento opportuno. Bisognava pareggiare quello che succedeva a Milano con la situazione di Roma. Questo fa parte di un sistema che, nel complesso, viene screditato ogni giorno di più. Io penso che anche per il Movimento 5 Stelle ci sia adesso un po' una necessità ultimativa: o questa amministrazione – questa sindaca romana su cui sono puntati gli occhi di tutto il paese, su cui è cominciata dal giorno stesso del suo inserimento un'attività anche di boicottaggio mediatico – cioè, questa amministrazione è stata immediatamente attaccata in tutte le forme e con motivazioni non sempre solide... Ma il Movimento 5 Stelle, al centro di questo attacco, ha difeso l'amministrazione, ma l'ha anche in qualche modo sollecitata a comportamenti diversi, a partire dalle nomine. Sono problemi che dovranno gestire loro, ovviamente, però mi pare che sono di fronte ad una necessità di prendere decisioni importanti e noi speriamo che queste decisioni vadano nella direzione – ripeto – di porre mano al programma. Noi abbiamo assistito quest'estate, come tanti romani, al balletto delle nomine; e abbiamo formulato una domanda semplice semplice. Questo cambio di assessori, questi rimbalzi, queste sostituzioni... sono legate a una volontà dei singoli soggetti di rispettare il programma o rispondono ad altre logiche? Purtroppo questa domanda non ha trovato risposte, specie sul programma – che è la cosa che a noi interessa di più, per esempio la salvaguarda del carattere pubblico delle aziende partecipate, la reinternalizzazione di molti servizi, ecc... Oggi leggo che la sindaca parla di razionalizzazione delle aziende partecipate. E' un termine equivoco, perché in questi anni razionalizzazione ha sempre significato riduzione del personale...
Esatto. In questi anni è stato chiarissimo, purtroppo, come termine...
Giustamente. Però lo si usa oggi in modo equivoco nei confronti degli ascoltatori, dei cittadini, dell'elettorato. Razionalizzare... Qui non si razionalizza niente, si taglia. Noi avevamo ascoltato invece altri progetti, per esempio la reinternalizzazione di molti servizi che certamente è anche utile ad evitare sprechi, perché sappiamo che reinternalizzare molte attività corrisponde anche ad una riduzione di costi. Per esempio viene abbattuto in automatico il profitto per quelle aziende private che sono esattamente le gestrici del servizio esternalizzato. Ma di questo però non c'è finora alcun segnale. Noi non abbiamo ravvisato nulla in questo senso; né nella gestione rifiuti, né nella gestione dei servizi collegati al trasporto pubblico... Su Acea erano stati lanciati dei segnali, ma poi sono scomparsi... E poi sulle politiche abitative, che riteniamo la cosa più grave, perché proprio su quel terreno erano stati lanciati segnali più incoraggianti; ma purtroppo molto è andato per il momento deluso. C'è ancora tempo, ovviamente, per affrontare le questioni... Ma si tratta di salvare il patrimonio pubblico, di allargare questo patrimonio, perché c'è una fetta di povertà nella nostra città in crescita esponenziale. Ma non si interviene su questo. C'è invece una sorta di istigazione ad una guerra tra poveri. La vicenda di San Basilio è abbastanza evidente. Non la voglio fare troppo lunga. Io penso che ci sia una possibilità oggi e che questa possibilità l'amministrazione la deve cogliere. Se non la coglie, a questo punto, evidentemente, non c'è nessuna volontà di andare nella direzione giusta.
E staremo a vedere. Senti, ci siamo un po' allungati ma non posso non chiederti una battuta anche su Milano. Già hai fatto un piccolo riferimento alla necessità di “pareggiare” un'inchiesta che coinvolge il Pd a Milano con qualcos'altro che coinvolga in questo caso i 5Stelle a Roma. Ed è già una prima chiave di lettura. Sala viene indagato per concorso in falso ideologico, sul più importante appalto economico di Expo... Senza entrare nel merito, trovo che uno spunto interessante di riflessione sia proprio la questione delle grandi opere che ciclicamente ritorna in Italia. Ed Expo ci è sempre stato proposto come l'esempio per cui le grandi opere vanno fatte. “Vedete, Expo è stato un successo, tutto è andato benissimo”... Ora piano piano comincia ad emergere che Expo forse non è stato così un successo e che anche lì qualcosa di strano è accaduto...
Sì. Sulla vicenda Expo c'è stata una contro inchiesta dei movimenti proprio su tutta la vicenda degli appalti, di come si andava ad utilizzare quell’enorme spazio su cui poi è stata realizzata la struttura dell'esposizione universale. Io ricordo, un po' a grandi linee, quella vicenda, ma su questo i movimenti avevano parlato chiaro... C'era stata una enorme speculazione, erano stati gonfiati i costi alla grande e questa è la solita storia dei grandi eventi nel nostro paese. Sono occasioni per avvicinare grandi investitori privati i quali, però, arrivano con l'obiettivo di saccheggiare il territorio, depredarlo, utilizzarlo, spremerlo al massimo e poi ritirarsi senza che sul territorio resti niente, se non il disastro e un intervento a tempo determinato. Chiusa la vicenda si chiudono anche le opportunità che ci sono state, il lavoro a tempo parziale... E poi – diamine – Expo è stato anche il laboratorio del lavoro gratuito nel nostro paese...
...dello sfruttamento intensivo...
Si sono inventati anche le nuove forme di sfruttamento che ormai, purtroppo, sono diffuse anche nel resto del paese. E' stato un po' un esperimento pilota. La vicenda dei grandi eventi, indubbiamente, è questo. “Intervengo per far venire investitori dall'estero”, che però vengono con questa logica di rapina, e l'amministratore sta esattamente al centro di questo processo. Attira e stabilisce relazioni con investitori, ma non si preoccupa del futuro del proprio territorio. E' sempre un investimento a tempo determinato, però l'amministratore – che può essere il sindaco, il direttore di una società costituita ad hoc per la gestione degli appalti, un assessore di volta in volta diverso – svolge questa funzione di cerniera, per cui il capitale privato è determinante nello stabilire gli obiettivi, le modalità di gestione, a cosa deve servire, quanto tempo deve durare l'investimento, quando finisce l'utilizzo di quel finanziamento... E questa è la logica perversa con cui stanno devastando il territorio prendendoci in giro e facendoci credere che arrivano i soldi per lo sviluppo; ma questo sviluppo in realtà non arriva mai. Che poi in questa vicenda la classe attualmente al governo ci sia dentro fino al collo... questo è talmente evidente, ci siamo talmente abituati, che quasi non fa più notizia. La notizia è invece che il sindaco – l'unico di cui hanno potuto fregiarsi nella passata tornata elettorale delle amministrative – fa parte dello stesso sistema. Che poi lui in particolare sia implicato fino in fondo, o non lo sia, francamente non ritengo sia neanche molto importante. Il meccanismo è sempre lo stesso. C'è una gestione affaristica in cui l'interesse del territorio e dei cittadini non è nemmeno contemplato.
E non va, e non può sicuramente andare bene in questo modo. Grazie Guido per essere stato con noi.
Ciao, grazie a voi.
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Metropoli in profonda crisi, sindaci indagati o dimezzati... Ne parliamo con Guido Lutrario, dell'Unione Sindacale di Base di Roma. Ciao Guido buongiorno.
Ciao, buongiorno a tutti...
Cominciamo da Roma per una questione cronologica, perché è più recente l'arresto di Raffaele Marra. Questa mattina i carabinieri hanno arrestato quello che è il braccio destro di Virginia Raggi. Un nome che è sulla bocca di tutti ormai da mesi proprio perché personaggio decisamente “poco limpido”. C'era da aspettarselo, era nell'aria... Come è possibile che si sia arrivati a questo punto, quando gran parte degli osservatori e anche degli stessi membri del Movimento 5 Stelle segnalavano rispetto a Marra una “criticità”?
Noi l'abbiamo chiesto pubblicamente, alla sindaca Raggi, di disfarsi di questo personaggio, ma abbiamo anche capito, nell'arco di questi mesi, che la relazione stretta con Marra evidentemente rappresentava un gruppo che ha gestito l'amministrazione comunale in questi mesi. Noi abbiamo chiesto che venisse rimosso, che non svolgesse funzioni di responsabilità, che non gli venissero affidati incarichi rilevanti come quello di direttore del personale. Lui veniva già da un'esperienza alla regione Lazio, con la giunta Polverini; ed era stato contestato proprio nel ruolo di direttore del personale... Noi ci siamo chiesti: ma perché i dipendenti capitolini, che già sono martoriati da tutta la vicenda del salario accessorio, del non rinnovato contratto, ecc. devono subire questo personaggio che non ci piace, anche perché viene da una storia politica che non avrebbe niente, in teoria, a che fare con il Movimento 5 Stelle? Viene dall'amministrazione di destra della Polverini, dall'amministrazione Alemanno, è un personaggio con un curriculum che non ha niente a che fare con il Movimento 5 Stelle e che quindi non aveva le carte in regola per realizzare il programma con il quale il Movimento 5 Stelle ha vinto le elezioni comunali di Roma. In realtà questo personaggio è stato tenuto in ruoli di grande responsabilità a dispetto di tutti; perché la richiesta non è venuta solo dall'Unione Sindacale di Base, è venuta anche all'interno stesso del Movimento 5 Stelle. Ma la sindaca Raggi ha resistito e ha voluto mantenere questa relazione, che ovviamente per noi ha rappresentato un dato preoccupante. Perché, evidentemente, non si poteva disfare di un personaggio chiave. Oggi noi diciamo chiaramente alla sindaca: ora c'è la possibilità di una svolta, torniamo al programma. Ci siamo liberati di un personaggio discutibile, che sicuramente non aveva nessuna intenzione di mettere in pratica il programma, c'è nell'amministrazione comunale di Roma un insieme di dirigenti che esprimono una posizione di destra, che stanno conducendo una vera e propria guerra contro i poveri nella nostra città. Avviene sul tema delle abitazioni, sulle mancate revoche dei piani di zona, che sono una evidente truffa ai danni di decine di migliaia di cittadini romani e su cui l'amministrazione aveva preso degli impegni che finora non sono stati, purtroppo, rispettati. Ci sono vicende legate alla gestione dei servizi, alle aziende partecipate... c'è un intreccio tra affari e funzionari dell'amministrazione pubblica. Finché una giunta non avrà la forza e il coraggio di liberarsi di questo mondo dell'amministrazione che condiziona la vita della città, la stessa possibilità di governare in modo trasparente e vicino ai cittadini la città, il rinnovamento non sarà possibile. Questo lo avevamo chiesto a chiare lettere. Peraltro, è abbastanza sintomatico che per l'assemblea che noi avevamo organizzato il 4 ottobre, in Campidoglio, ci venne negata la sala della Protomoteca proprio da un signore che stanotte è stato assicurato alla giustizia... Anche se non abbiamo mai augurato il carcere a nessuno, però diciamo “ma guarda un po', proprio il sig. Marra che voleva impedire ai lavoratori e ai cittadini romani di riunirsi in assemblea in Campidoglio per chiedere cosa? Il rispetto del programma su cui l'amministrazione Raggi è andata al governo della città”. Noi speriamo che ci sia un cambio di passo, che questo sia l'opportunità per invertire una tendenza che non ci piace, per ripristinare l'agenda che sta scritta nel programma elettorale del Movimento 5 Stelle e che noi vorremmo vedere realizzata negli interessi di tutti quelli che hanno sperato in un rinnovamento vero.
Ma tu credi davvero che...
...è un'opportunità, speriamo che la giunta la sappia cogliere.
Tu credi che ci sia questa volontà, cioè la volontà di voltare pagina, mettere un punto e ripartire – come dicevi poco fa – dal programma? Ti chiedo questo perché non si tratta di un personaggio che un po' a sorpresa viene scoperto essere coinvolto in vicende poco chiare. Parliamo di un personaggio sulla bocca di tutti ormai da mesi, molto vicino a tutto il giro dell'amministrazione Alemanno, insieme a Panzironi, quindi anche Mafia capitale, già ai tempi del Ministero delle Politiche agricole. Insomma, è un personaggio che dal 2006 caratterizza in maniera non trasparente la politica italiana e, in particolare, quella romana. Quindi che venga scelto un personaggio così fa venire qualche dubbio sulla reale volontà di un cambio di passo, del cambio di passo a cui facevi riferimento tu...
Finora questa volontà non si è manifestata, c'è poco da fare. Noi quello che speriamo è che adesso, di fronte a fatti evidenti... Peraltro non abbiamo parlato dell'altro soggetto che è stato arrestato. Fa parte di una storia che è quella dei costruttori e del condizionamento che i costruttori hanno sempre esercitato sulla vita della città, sul futuro, sul suo sviluppo, sulle sue dinamiche urbanistiche...
Parliamo – scusami se ti interrompo – di Sergio Scarpellini, costruttore e immobiliarista romano?
Sì, di Scarpellini. Una delle tante famiglie di costruttori che a Roma – sempre gli stessi nomi dell'arco di 30-40 anni – hanno condizionato pesantemente la vita della città; in particolare sul tema abitativo, che resta uno dei drammi irrisolti di questa città e su cui, purtroppo, questa amministrazione sta semplicemente ripercorrendo quello che hanno o non hanno fatto le precedenti amministrazioni. Io dico che c'è una opportunità, cioè che di fronte a questo dato di fatto non c'è solo la sindaca che “deve intervenire per cambiare il ruolo o ridimensionare le funzioni di un direttore, di un amministratore, di un funzionario”. C'è un dato di fatto. C'è la magistratura che interviene e c'è un personaggio che viene tolto di mezzo. E' una opportunità. Adesso la giunta è di fronte ad un bivio e speriamo che imbocchi la strada giusta, che, ripeto, è quella del programma. Lo vuole fare o non lo vuole fare? E' chiaro che l'alternativa è andare a casa. Non è che ci siano molte altre strade, perché una amministrazione che si presenta ai cittadini nel segno del rinnovamento e che poi non agisce in questo senso, che conserva funzionari compromessi con le passate stagioni, che non mette in pratica il programma di cambiamento sociale atteso soprattutto dalla grande periferia della città... Beh, è una amministrazione che poi non ha un grande futuro davanti.
Io voglio sottolineare anche un fatto, sotto gli occhi di tutti. Mentre il sindaco di Milano si autosospende per la vicenda dell'Expo, passano praticamente pochi minuti e arriva un provvedimento forse tenuto nel cassetto e tirato fuori nel momento opportuno. Bisognava pareggiare quello che succedeva a Milano con la situazione di Roma. Questo fa parte di un sistema che, nel complesso, viene screditato ogni giorno di più. Io penso che anche per il Movimento 5 Stelle ci sia adesso un po' una necessità ultimativa: o questa amministrazione – questa sindaca romana su cui sono puntati gli occhi di tutto il paese, su cui è cominciata dal giorno stesso del suo inserimento un'attività anche di boicottaggio mediatico – cioè, questa amministrazione è stata immediatamente attaccata in tutte le forme e con motivazioni non sempre solide... Ma il Movimento 5 Stelle, al centro di questo attacco, ha difeso l'amministrazione, ma l'ha anche in qualche modo sollecitata a comportamenti diversi, a partire dalle nomine. Sono problemi che dovranno gestire loro, ovviamente, però mi pare che sono di fronte ad una necessità di prendere decisioni importanti e noi speriamo che queste decisioni vadano nella direzione – ripeto – di porre mano al programma. Noi abbiamo assistito quest'estate, come tanti romani, al balletto delle nomine; e abbiamo formulato una domanda semplice semplice. Questo cambio di assessori, questi rimbalzi, queste sostituzioni... sono legate a una volontà dei singoli soggetti di rispettare il programma o rispondono ad altre logiche? Purtroppo questa domanda non ha trovato risposte, specie sul programma – che è la cosa che a noi interessa di più, per esempio la salvaguarda del carattere pubblico delle aziende partecipate, la reinternalizzazione di molti servizi, ecc... Oggi leggo che la sindaca parla di razionalizzazione delle aziende partecipate. E' un termine equivoco, perché in questi anni razionalizzazione ha sempre significato riduzione del personale...
Esatto. In questi anni è stato chiarissimo, purtroppo, come termine...
Giustamente. Però lo si usa oggi in modo equivoco nei confronti degli ascoltatori, dei cittadini, dell'elettorato. Razionalizzare... Qui non si razionalizza niente, si taglia. Noi avevamo ascoltato invece altri progetti, per esempio la reinternalizzazione di molti servizi che certamente è anche utile ad evitare sprechi, perché sappiamo che reinternalizzare molte attività corrisponde anche ad una riduzione di costi. Per esempio viene abbattuto in automatico il profitto per quelle aziende private che sono esattamente le gestrici del servizio esternalizzato. Ma di questo però non c'è finora alcun segnale. Noi non abbiamo ravvisato nulla in questo senso; né nella gestione rifiuti, né nella gestione dei servizi collegati al trasporto pubblico... Su Acea erano stati lanciati dei segnali, ma poi sono scomparsi... E poi sulle politiche abitative, che riteniamo la cosa più grave, perché proprio su quel terreno erano stati lanciati segnali più incoraggianti; ma purtroppo molto è andato per il momento deluso. C'è ancora tempo, ovviamente, per affrontare le questioni... Ma si tratta di salvare il patrimonio pubblico, di allargare questo patrimonio, perché c'è una fetta di povertà nella nostra città in crescita esponenziale. Ma non si interviene su questo. C'è invece una sorta di istigazione ad una guerra tra poveri. La vicenda di San Basilio è abbastanza evidente. Non la voglio fare troppo lunga. Io penso che ci sia una possibilità oggi e che questa possibilità l'amministrazione la deve cogliere. Se non la coglie, a questo punto, evidentemente, non c'è nessuna volontà di andare nella direzione giusta.
E staremo a vedere. Senti, ci siamo un po' allungati ma non posso non chiederti una battuta anche su Milano. Già hai fatto un piccolo riferimento alla necessità di “pareggiare” un'inchiesta che coinvolge il Pd a Milano con qualcos'altro che coinvolga in questo caso i 5Stelle a Roma. Ed è già una prima chiave di lettura. Sala viene indagato per concorso in falso ideologico, sul più importante appalto economico di Expo... Senza entrare nel merito, trovo che uno spunto interessante di riflessione sia proprio la questione delle grandi opere che ciclicamente ritorna in Italia. Ed Expo ci è sempre stato proposto come l'esempio per cui le grandi opere vanno fatte. “Vedete, Expo è stato un successo, tutto è andato benissimo”... Ora piano piano comincia ad emergere che Expo forse non è stato così un successo e che anche lì qualcosa di strano è accaduto...
Sì. Sulla vicenda Expo c'è stata una contro inchiesta dei movimenti proprio su tutta la vicenda degli appalti, di come si andava ad utilizzare quell’enorme spazio su cui poi è stata realizzata la struttura dell'esposizione universale. Io ricordo, un po' a grandi linee, quella vicenda, ma su questo i movimenti avevano parlato chiaro... C'era stata una enorme speculazione, erano stati gonfiati i costi alla grande e questa è la solita storia dei grandi eventi nel nostro paese. Sono occasioni per avvicinare grandi investitori privati i quali, però, arrivano con l'obiettivo di saccheggiare il territorio, depredarlo, utilizzarlo, spremerlo al massimo e poi ritirarsi senza che sul territorio resti niente, se non il disastro e un intervento a tempo determinato. Chiusa la vicenda si chiudono anche le opportunità che ci sono state, il lavoro a tempo parziale... E poi – diamine – Expo è stato anche il laboratorio del lavoro gratuito nel nostro paese...
...dello sfruttamento intensivo...
Si sono inventati anche le nuove forme di sfruttamento che ormai, purtroppo, sono diffuse anche nel resto del paese. E' stato un po' un esperimento pilota. La vicenda dei grandi eventi, indubbiamente, è questo. “Intervengo per far venire investitori dall'estero”, che però vengono con questa logica di rapina, e l'amministratore sta esattamente al centro di questo processo. Attira e stabilisce relazioni con investitori, ma non si preoccupa del futuro del proprio territorio. E' sempre un investimento a tempo determinato, però l'amministratore – che può essere il sindaco, il direttore di una società costituita ad hoc per la gestione degli appalti, un assessore di volta in volta diverso – svolge questa funzione di cerniera, per cui il capitale privato è determinante nello stabilire gli obiettivi, le modalità di gestione, a cosa deve servire, quanto tempo deve durare l'investimento, quando finisce l'utilizzo di quel finanziamento... E questa è la logica perversa con cui stanno devastando il territorio prendendoci in giro e facendoci credere che arrivano i soldi per lo sviluppo; ma questo sviluppo in realtà non arriva mai. Che poi in questa vicenda la classe attualmente al governo ci sia dentro fino al collo... questo è talmente evidente, ci siamo talmente abituati, che quasi non fa più notizia. La notizia è invece che il sindaco – l'unico di cui hanno potuto fregiarsi nella passata tornata elettorale delle amministrative – fa parte dello stesso sistema. Che poi lui in particolare sia implicato fino in fondo, o non lo sia, francamente non ritengo sia neanche molto importante. Il meccanismo è sempre lo stesso. C'è una gestione affaristica in cui l'interesse del territorio e dei cittadini non è nemmeno contemplato.
E non va, e non può sicuramente andare bene in questo modo. Grazie Guido per essere stato con noi.
Ciao, grazie a voi.
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