Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/07/2026

Una ricerca sulla finanziarizzazione del mercato immobiliare nella città di Milano

Per parlare di casa oggi bisogna per forza parlare anche di finanza, soprattutto se ci si trova a Milano. Da questa premessa Alberto Bortolotti, architetto e ricercatore del Politecnico, ha pubblicato sotto la supervisione del professore Gabriele Pasqui lo studio “La finanziarizzazione del mercato urbano. Il caso milanese”, presentato lo scorso 20 aprile nella sede del Centro di competenze territori AntiFragili (Craft). Nel rapporto Bortolotti evidenzia con un approccio quantitativo e qualitativo come il capitale finanziario influenzi lo sviluppo urbano e la gestione del patrimonio edilizio, con effetti sull’economia della città e sulla vita quotidiana di chi la abita.

Bortolotti partiamo dall’inizio. Che cosa si intende per finanziarizzazione?

Parliamo di un concetto ampio che appare nella letteratura già dagli anni Novanta e che vede interfacciarsi soggetti diversi. Possiamo definirlo come il dominio della finanza sull’economia reale: tutto ciò che ha a che vedere con parametri finanziari che influenzano lo stato, dall’economia all’istruzione. Nell’immobiliare questo si traduce nel trattamento di beni immobili come prodotti finanziari. Da questa definizione abbiamo deciso di inquadrare il fenomeno attraverso due mosse pratiche: la prima vedendo come la mobilitazione di strumenti finanziari impatti i grandi progetti e le aree circostanti; la seconda mappando – grazie al supporto del Mapping and urban data lab (Maudlab) e dei suoi Fabio Manfredini e Nilva Aramburu Guevara – tutti quegli immobili utilizzati come asset, cioè raggruppati all’interno di fondi o in società di investimento immobiliare.

Il rendimento di questi beni è dato dall’affitto?

L’affitto è la voce principale che genera un cespite per questo tipo di investimento. Tanto è vero che spesso si parla di build to rent, ovvero operatori che costruiscono immobili sapendo già che ci sarà un locatario che subentrerà per un certo numero di anni. In questi casi l’edificio può venire realizzato stipulando contratti prima della costruzione che servono a finanziare l’immobile, a soddisfare le esigenze dell’affittuario e a definire un rendimento atteso per i quotisti del fondo. Molto dipende dalla scala dell’operazione e dal numero di conduttori: le dinamiche possono variare ma il principio resta lo stesso. La questione dell’affitto è quindi centrale, anche perché alcuni dei primi strumenti della finanza di mercato applicati al settore immobiliare derivano dal mondo delle infrastrutture – come autostrade, ferrovie o grandi opere pubbliche – dove i ricavi sono stabili e prevedibili nel tempo. Alcune di queste tecniche sono poi state impiegate nei mercati immobiliari: pensiamo alla cartolarizzazione in cui si emettono titoli il cui rendimento dipende dagli affitti. In altre parole, non si valuta lo stabile in sé ma la sua capacità di generare reddito dalla locazione.

Nella ricerca si menzionano le prime dieci città europee per costo d’affitto mensile degli uffici prime, ovvero quelli nei business district (che nel caso di Milano sono Cordusio e Porta Nuova). Si parte da Londra, seguita da Parigi e Stoccolma. Milano è quarta, prima di Dublino, Lussemburgo e Francoforte. Quando e come è arrivata la finanziarizzazione nell’immobiliare italiano?

Dall’inizio degli anni Duemila e con la normativa sui fondi alla fine degli anni Novanta. Consideriamo che anche lo stato ha utilizzato tecniche di finanza e riorganizzazione immobiliare: durante i Governi Berlusconi, per esempio, sono state avviate operazioni di cartolarizzazione del patrimonio pubblico sugli immobili Inps, in cui stabili pubblici sono stati trasformati in strumenti finanziari da vendere per generare liquidità. Negli ultimi decenni è cambiato il modo di fare sviluppo immobiliare. Nel secondo Dopoguerra erano soprattutto grandi famiglie milanesi a possedere terreni e a realizzarci quartieri. Successivamente sono entrati in gioco gli sviluppatori, spesso ex costruttori che selezionavano aree strategiche da cui estrarre rendita, pensiamo a Milano 2 e Milano 3 sviluppate da Berlusconi. Per finanziare questi progetti gli operatori chiedevano soldi alle banche con mutui e quello che non riuscivano a vendere veniva cartolarizzato attraverso queste ultime. In Italia la cartolarizzazione nasce quindi come operazione legata ai crediti bancari problematici per trasformare flussi futuri in titoli finanziari assimilabili a obbligazioni. Le tecniche attuali per raccogliere credito sulla base di previsioni di reddito sono arrivate invece più tardi, mutuate dal sistema anglosassone, e come parte di un più ampio processo di finanziarizzazione dell’economia che ha progressivamente spostato il sistema da modello bancocentrico a uno dominato dalla finanza di mercato, anche in un Paese come il nostro che era fondato sulle banche e sulle casse di risparmio di territorio.

Che effetto ha avuto?

Quello a cui si è assistito è stato lo smantellamento progressivo degli istituti bancari. Tanto è vero che se oggi guardiamo le strutture societarie delle banche di territorio e delle casse di credito cooperativo vediamo che fanno riferimento ai tre maggiori gruppi bancari italiani. E questo accorpamento è dovuto, a mio parere, a una volontà della Banca d’Italia e della Banca centrale europea di creare strutture più grandi. In questo modo gli sviluppatori classici e gli spin-off bancari, cioè società di sviluppo legate ad alcuni investitori delle banche, hanno lasciato spazio ad attori più specializzati che lavorano in proprio, svincolati dai grandi intermediari.

Nella ricerca, attraverso i sistemi informativi dell’Agenzia dell’Entrate (Sister), avete individuato circa 4.054 immobili finanziarizzati tra Milano e la sua Città Metropolitana gestiti da 65 attori del mercato urbano. Tra questi spiccano Intesa Sanpaolo (702 beni), Ferrovie dello Stato (656), Arexpo (285), Lendlease (181), Mediobanca (171), EuroMilano (168), Kryalos (165), Investire (144), Generali (137), Redo (131), Bnp Paribas (125) e Prelios (106).

Esatto, anche se sicuramente ci è sfuggito qualcosa perché il catasto ha diversi problemi di affinamento. E poi è stato difficile ricostruire questi attori perché il 90% dei fondi immobiliari in Italia sono di tipo chiuso, quindi con un tempo di vita limitato e non quotati. Poi ci sono attori e attori: alcuni mobilitano capitali “pazienti”, come grandi fondi pensione bancari, che accettano rendimenti più bassi in una logica di diversificazione; altri sono più speculativi e operano nel breve periodo su operazioni più rischiose e ad alto rendimento. A Milano abbiamo entrambi ma forse prevalgono i soggetti ad alto rischio.

Le mappature presentate restituiscono una rappresentazione visiva della finanziarizzazione e la sua “clusterizzazione” nel centro storico e a Porta Nuova.

Nel mappare gli edifici abbiamo rilevato una concentrazione molto significativa. Mi ha sorpreso che tantissimi palazzi del centro storico siano asset dove la gente non vive. Questo porta a una riflessione: la presenza di uffici, hotel, negozi e centri commerciali nel centro ha probabilmente spinto molti abitanti fuori dalla prima cerchia, innescando a cascata altre gentrificazioni verso l’esterno. Anche nelle aree dei grandi progetti gli investimenti si estendono alle zone limitrofe: nell’ex scalo Farini, per esempio, dal 2020 al 2025 il volume d’affari sugli immobili non residenziali è passato da 2,4 a 18,5 milioni di euro, pari a una crescita del 960%.

Dal 2016 al 2023 le compravendite di uffici, negozi e centri commerciali a Milano sono passate da 2.403 a 2.703, mentre il residenziale da 21.978 a 24.832.

Le compravendite del residenziale sono in continuo aumento, probabilmente perché in Italia la casa è ancora un bene rifugio. Al di là che si tratti di soggetti finanziari o di privati, il residenziale è visto come una sicurezza e in un contesto di precarietà del lavoro ed esposizione finanziaria le famiglie più abbienti tendono a investirvi per tutelare il proprio stile di vita e proteggersi dalle turbolenze.

Spesso come giustificazione si dice che la finanziarizzazione c’è sempre stata.

Diciamo che bisogna intendere che cosa c’è sempre stato: il fatto che si realizzino degli immobili con capitale bancario preso a prestito o capitale finanziario, questo c’è sempre stato. Però una presenza così forte di soggetti finanziari all’interno delle società di sviluppo immobiliare mi sembra qualcosa di inedito. In passato abbiamo avuto degli imprenditori che hanno fatto importanti opere di sviluppo ma non avevano alle spalle fondi finanziari internazionali che operano anche nel campo dell’energia o della robotica.

Nella ricerca scrive che la finanziarizzazione ha cambiato il rapporto tra operatori immobiliari e pubblica amministrazione, con una dipendenza di quest’ultima dai primi a scapito della regia comunale.

Uno dei problemi è stato che pur di rigenerare delle parti di città “abbandonate” si è deciso di facilitare l’allocazione di capitali con alto rendimento per gli operatori privati senza richiedere le giuste compensazioni. Ne è conseguito che negli ultimi 40 anni c’è stato uno smantellamento significativo nelle amministrazioni di competenze tecniche – architetti, ingegneri, geologi, strutturisti – che prima c’erano e che invece in questo momento solo il privato può fornire. Il risultato è la tendenza alla dismissione del patrimonio pubblico.

Che cosa si potrebbe fare di diverso?

L’Europa potrebbe intervenire sul regolamento comunitario limitando, per esempio, gli investimenti nel comparto residenziale. Oppure si potrebbe valutare una tassazione progressiva su alcuni tipi di fondi, perché non è chiaro come mai in Italia ci sia un’aliquota fissa mentre la tassazione per le persone è progressiva: si tassa più il lavoro che i rendimenti delle grandi società. E poi si potrebbe decidere di alzare i tabellari degli oneri di urbanizzazione. Basti pensare a quanto è stato fatto di edilizia residenziale sociale negli anni – molto poco – a fronte dei tanti interventi di rigenerazione su vasta scala: è chiaro che c’è un problema. Mi sarei aspettato che l’amministrazione promuovesse strumenti di cattura della rendita più efficaci perché vi fosse un contrappeso non solo sull’edilizia abbordabile ma anche sui servizi carenti, come piscine pubbliche, parchi e strutture sportive. Gli oneri potrebbero essere modulati: aumentati quando il mercato tira – come oggi – e ridotti nelle fasi recessive, in base alla volontà del decisore pubblico.

Nello studio evidenziate che i processi di finanziarizzazione sono stati resi possibili da una politica del Comune iniziata nel 2011, sostenuta da dispositivi giuridici, fiscali e urbanistici abilitanti a livello nazionale ed europeo.

Forze dell’economia hanno progressivamente spinto affinché l’immobiliare divenisse una delle grandi classi di investimento all’interno dei mercati finanziari con la conseguenza che la finanziarizzazione è uno – non l’unico – dei fenomeni che genera la crisi abitativa.

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14/04/2024

Due anni per le case green: che farà il governo Meloni?

Il 12 aprile è stata adottata in via definitiva la direttiva sulle case green, con l’obiettivo di una riconversione del parco immobiliare europeo per arrivare a zero emissioni entro il 2050. Dopo una trattativa protrattasi per mesi, il testo è stato infine approvato dall’Ecofin, che riunisce i ministri di Economia e Finanze della UE, ed entrerà ufficialmente in vigore 20 giorni dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale comunitaria.

Dalla pubblicazione all’implementazione possono passare due anni, e dunque, teoricamente, dovrebbe essere il governo Meloni ad occuparsene. Ossia l’unico esecutivo che, insieme a quello dell’Ungheria, ha votato contro la direttiva (Svezia, Repubblica Ceca, Croazia, Polonia e Slovacchia si sono astenute).

Il testo della direttiva è cambiato in un gioco al continuo ribasso rispetto alle ambizioni iniziali, e nella forma attuale prevede che ogni Stato definisca un proprio piano nazionale di ristrutturazione, purché si raggiungano determinati obiettivi. Una flessibilità che comunque, in un paese dove oltre la metà degli edifici risale a prima del 1970, significherà un’ingente spesa.

Il ministro dell’Economia Giorgetti ha infatti ribadito che il problema rimane “chi paga?“. Il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, ci ha tenuto a ribadire la spada di Damocle che pende sul governo, ricordando che “nessun obbligo di intervento sugli immobili è ad oggi previsto. Solo il governo potrebbe imporlo, recependo la direttiva“.

Le finte opposizioni italiane ne hanno subito approfittato per criticare Palazzo Chigi sul tema ambientale. Tiziana Beghin, del Movimento 5 Stelle, ha criticato Giorgetti perché anziché “chiedere risorse aggiuntive […] preferisce una sterile quanto inutile opposizione di bandiera“.

La realtà è che, in quanto a sterilità, sono queste dichiarazioni propagandistiche a vincere. Come è successo altre volte, Giorgetti esprime il realismo dei vincoli euroatlantici imposti alla politica economica: col nuovo Patto di Stabilità e un Def che già presagisce miliardi e miliardi di austerità, chi può credere che si potrebbe ottenere un euro per una direttiva già mutilata?

Il “chi paga?” rimane, e sarà il nodo fondamentale della faccenda quando il governo Meloni dovrà mettere mano alla questione. La risposta la sa tutta la classe dirigente: pagheranno i lavoratori, e la destra dovrà spiegare che non è l’immigrato che sta togliendo soldi dalle loro tasche o lo «status symbol» della casa di proprietà, ma Bruxelles.

Sempre che il governo regga in un quadro in cui l’adesione totale alle tagliole della UE sta svuotando sempre più di significato le sparate sulla “sovranità nazionale” fatte per fini elettorali. Un esecutivo che prepara un altro enorme condono col nome di «pace edilizia», mentre gli viene richiesto l’ammodernamento degli edifici, è già evidentemente con l’acqua alla gola.

Il governo Meloni è però solo un sintomo di un problema sistemico. L’annacquato dettato della disposizione ci ricorda come la contraddizione fondamentale di tutta questa storia sia l’impossibilità di conciliare profitto e tutela dell’ambiente.

Ma non è solo una questione di fatturati e fondi. Per ridurre (neanche più combattere) la crisi climatica, serve un diverso indirizzo politico generale, che riorganizzi l’intero modello in rottura con quei vincoli già ricordati che incatenano il nostro paese a un modello di competizione e accaparramento, ormai votato alla guerra.

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16/10/2023

Le «case green» slittano a dicembre: è la contraddizione del Green Deal della UE

Due giorni fa, in piena notte, la riunione fiume di quasi 10 ore del «trilogo» dell’Unione Europea (Commissione, Consiglio e Parlamento) si è conclusa senza un accordo finale sulla direttiva sull’efficientamento energetico degli edifici. È stata dunque rimandata a dicembre la parola fine su questo dossier.

Nel testo concordato il 14 ottobre non c’è più il percorso a tappe forzate per le classi energetiche minime da raggiungere per le strutture esistenti. Invece, è apparsa una riduzione percentuale dei consumi energetici sull’intero parco edilizio residenziale da qui al 2050, ma senza armonizzazione europea delle certificazioni.

Rimangono ancora da discutere molti nodi di non secondaria importanza. Il primo è sicuramente quello dei meccanismi dei mutui green per finanziare le ristrutturazioni, ma c’è anche il tema dell’installazione dei pannelli solari sugli edifici pubblici, delle colonnine di ricarica per auto e l’uso delle pompe di calore e lo stop alle caldaie a gas.

Da tutti i punti ancora senza intesa, e dall’intesa stessa, è chiara la grande flessibilità che verrà data ai vari governi nazionali. Si tratta di ampie libertà rispetto alla severità dell’iniziale proposta della Commissione, le quali sono state richieste a gran voce da vari paesi, con l’Italia in prima linea.

La leghista Isabella Tovaglieri, relatrice ombra della direttiva per il gruppo Identità e Democrazia del parlamento di Strasburgo, ha rivendicato questo risultato come una vittoria del governo italiano. A suo avviso, alle famiglie del Bel Paese si è così evitato di “pagare un’eco-patrimoniale”, con la stessa Confedilizia che si è detta sollevata.

Sempre la Tovaglieri ha detto che “il fronte dell’ambientalismo ideologico si è incrinato proprio sulle battaglie di bandiera della legislatura”. Questa trattativa è stata infatti subito ed esplicitamente associata alle prospettive delle elezioni europee del 2024, sulle quali si stanno muovendo in tanti per assicurare una maggioranza di destra alla guida della UE.

Con altre parole l’europarlamentare leghista ha esposto più chiaramente la contraddizione di fondo dei piani inizialmente stilati a Bruxelles: “non può esserci sostenibilità ambientale senza quella economica e sociale”. Una formula su cui potremmo essere d’accordo, se si intendesse che la necessaria transizione ecologica non può essere fatta pagare ai settori popolari.

Ovviamente, il senso è diverso. La maggioranza Ursula così come la destra che si dice sovranista sono d’accordo che la maggiore autonomia energetica e la riorganizzazione industriale del continente dovranno essere i lavoratori, i pensionati, i giovani a pagarla.

Il cortocircuito è però di fondo, nel modello sociale incompatibile con gli obiettivi climatici prefissati. Il disaccoppiamento tra crescita economica e riduzione delle emissioni, secondo un recente studio dell’università di Leeds e dalla London School of Economics, procede troppo lento per stare entro i limiti posti dall’Accordo di Parigi.

Ma il problema è in un sistema fondato sulla tutela a tutti i costi dei profitti, fatti attraverso lo sfruttamento di persone e risorse. L’ambiente non può essere protetto se danneggia i dividendi, e ricompare di nuovo con forza la contraddizione tra capitale e natura.

Se ci si aggiunge l’incapacità della classe dirigente a far fronte alla crisi e all’inflazione, se non con massacranti e inutili aumenti dei tassi di interesse, ci si rende facilmente conto di come serva un’alternativa sistemica. Serve che non sia il privato e la valorizzazione senza fine in un mondo finito a indirizzare gli investimenti.

Devono essere le esigenze della collettività a guidare lo sviluppo del mondo, almeno sempre che vogliamo davvero mantenere la nostra casa abitabile.

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29/06/2023

Edilizia, il boom è già finito

di Guido Salerno Aletta

L'Istat non ha dubbi: l'indice destagionalizzato della produzione nelle costruzioni, che ha come campo di osservazione tutta l'attività delle costruzioni, riferita sia alla produzione di nuovi manufatti sia alla manutenzione di quelli esistenti, ad aprile scorso ha registrato una marcata flessione mensile (-3,8%) che si è riflessa in un risultato congiunturale negativo anche nel complesso del trimestre febbraio–aprile 2023 (-0,8%).

In termini tendenziali, rispetto allo stesso mese del 2022, ad aprile scorso è emerso un netto peggioramento, con la terza flessione consecutiva, sia nella serie grezza (-9,5%) sia in quella corretta per gli effetti di calendario (-6,3).

Sono in rallentamento anche i prezzi delle abitazioni: i dati provvisori del primo trimestre del 2023 relativi all'indice dei prezzi delle abitazioni (IPAB) acquistate dalle famiglie, per fini abitativi o per investimento, mostrano un aumento dello 0,1% rispetto all'ultimo trimestre del 2022 e dell'1,1% nei confronti del primo trimestre del medesimo anno, in contrazione rispetto al +2,7% registrato nel quarto trimestre 2022.

L'aumento tendenziale dell'IPAB, rispetto allo stesso trimestre del 2022, è da attribuire soprattutto ai prezzi delle abitazioni nuove che sono aumentati del 5,4% (in accelerazione rispetto al +4,5% del trimestre precedente) e in misura minore ai prezzi delle abitazioni esistenti la cui crescita decelera, passando dal +2,3% del quarto trimestre 2022 al +0,4%.

Su base congiunturale, rispetto al trimestre precedente, il leggero aumento dell'IPAB (+0,1%) è imputabile ai prezzi delle abitazioni nuove che crescono dell'1,6% mentre quelli delle abitazioni esistenti diminuiscono dello 0,2%.

Questi andamenti, conclude l'Istat, si manifestano in un contesto di rallentamento dei volumi di compravendita: -8,3% la flessione tendenziale registrata nel primo trimestre 2023 dall'Osservatorio del mercato immobiliare dell'Agenzia delle entrate per il settore residenziale, dopo il -2,1% del trimestre precedente.

Si è dunque esaurito completamente l'impulso dato dai bonus fiscali, sia a livello di attività nel settore delle costruzioni per le manutenzioni sia in termini di valorizzazione complessiva del patrimonio immobiliare esistente.

Il crollo del potere di acquisto delle famiglie italiane, cui si è aggiunto il peso dell'IMU sulle seconde case, ha distrutto valore patrimoniale: fatto pari a 100 il valore degli immobili rilevato nel 2010, quello rilevato nel primo trimestre di quest'anno, quindi tredici anni dopo, è salito intorno a quota 116 per le case di nuova costruzione mentre per le abitazioni esistenti è calato ancora, scendendo verso quota 82. La media dei prezzi arriva complessivamente attorno a quota 90 visto il maggior peso che hanno sul mercato le case esistenti, pari a circa l'80%.

Se si prende come anno di riferimento il 2015 (sempre con base =100), il valore tendenziale delle abitazioni nuove è arrivato a quota 117,8 mentre quello delle case esistenti è salito solo a 104,6. Il valore del patrimonio edilizio esistente non cresce come i prezzi al consumo ma, come i redditi da lavoro, si svaluta.

L'aumento dei costi di finanziamento dei mutui ha influito a loro volta sull'andamento dei prezzi degli immobili esistenti: secondo l'Abi, il tasso di interesse medio ponderato sulle nuove operazioni per le famiglie è passato dall'1,92% del maggio 2022 al 4,24% del maggio scorso. Inoltre, nel primo trimestre di quest'anno la quota degli acquisti finanziati con mutuo è scesa al 64,1% rispetto al 65,3% dell'ultimo trimestre del 2022, mentre il rapporto tra la somma finanziata ed il valore dell'immobile è passato dal 77,3% al 76,6%.

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14/05/2023

La questione abitativa come contraddizione strategica

Mentre nel paese e, parzialmente nell’agenda politica, si torna a discutere di affitti impossibili, emergenza abitativa, e questione salariale, è andato in stampa il libro “Prigionieri del mattone”, curato dall’Asia-Usb ed edito da L’Armadillo editore. Si tratta di un prezioso e documentato lavoro di ricerca e analisi dei molti contesti sul tema dell’abitare finalmente affrontato da un punto di vista complessivo.

In esso è contenuta una analisi di classe della questione abitativa che continua a incidere pesantemente sia sulle condizioni di vita di milioni di persone, sia a rappresentare la manifestazione più devastante di quell’aspetto del capitalismo rappresentato dalla rendita.

Nel libro si fa tesoro delle analisi di studiosi marxisti della dimensione metropolitana come Mike Davis e di urbanisti italiani più attenti alla dimensione sociale e conflittuale del diritto alla città.

Infine, e non certo per importanza, vi si ritrovano i documenti, le piattaforme, le esperienze di movimenti sociali e sindacali sul fronte abitativo come l’Asia-Usb.

Il libro è stato reso possibile dall’agire collettivo di intellettuali, economisti, attivisti sindacali e dei movimenti sociali che hanno voluto rappresentare l’idea-forza della possibilità del cambiamento radicale sulle problematiche abitative.

È un testo che analizza e fa la sintesi dei processi di finanziarizzazione del mercato della casa, di arricchimento con le rendite immobiliari e, di contro, delle risposte in termini delle lotte popolari collettive che negli ultimi decenni sono state le uniche protagoniste della resistenza e del riscatto sociale per affermare il diritto all’abitare.

Anche chi ha fatto il lavoro più difficile di scrittura e strutturazione di buona parte del libro ha voluto mantenere l’anonimato, scegliendo la gestione collegiale e un elaborato collettivo.

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24/02/2023

SuperCaos 110%

di Guido Salerno Aletta

Ha destato sorpresa il decreto-catenaccio (D.L. 16 febbraio 2023 n. 11) con cui il Governo ha deciso "per ragioni di straordinaria necessità ed urgenza di introdurre ulteriori e più incisive misure per la tutela della finanza pubblica nel settore delle agevolazioni fiscali ed economiche in materia edilizia e di definire il perimetro della responsabilità derivante dal meccanismo della cessione dei crediti ad essa connessa".

Il fatto è che con il comma 124 dell'articolo 1 della Legge di bilancio per il 2023, il sistema delle agevolazioni era stato appena rimesso a punto.

Con il Decreto legge prima citato, salve poche eccezioni che riguardano sostanzialmente lavori già avviati, i meccanismi della cessione del credito e dello sconto in fattura sono stati bloccati.

In pratica si è dovuto riconoscere che il sistema della cessione dei crediti fiscali e degli sconti in fattura era completamente sfuggito di mano.

Ci sono due punti, ora, da risolvere.

In primo luogo, questo blocco lascia in sospeso lavori per diversi miliardi di euro, somme per le quali non si trovano cessionari disposti ad acquistare i crediti spettanti ai committenti e dunque i lavori sono fermi, con le ditte che hanno già preso impegni e non sanno come andare avanti per farsi pagare le spese sostenute. Secondo i dati forniti da Uninpresa, si tratta di circa 15 miliardi di crediti fiscali fermi, che tengono bloccati i lavori di 90 mila cantieri e con 130 mila posti di lavoro a rischio.

In secondo luogo, c'è il rischio di dover contabilizzare in un'unica soluzione, come maggior debito pubblico, l'intero importo delle agevolazioni già concesse senza scontarle annualmente come minori entrate a mano a mano che i crediti di imposta vengono fatti valere da coloro che li detengono. Se venisse assorbito come minori entrate anno per anno, è un onere assai rilevante ma ancora gestibile, ma se invece dovesse esser contabilizzato tutto insieme si tratterebbe di un maggior debito pubblico di 110 miliardi di euro. Una somma che comunque è assai superiore ai 72 miliardi complessivamente previsti come minori incassi per le varie agevolazioni. Il superbonus 110% in edilizia, in particolare, da solo ha tirato per 61 miliardi, rispetto ai 36 miliardi previsti: un successo straordinario.

C'è un aspetto da approfondire, quello della contrattazione dei crediti fiscali, al cui esito si conviene la cessione: mentre doveva essere solo una transazione economica tra due soggetti a fini esclusivamente fiscali, è diventata in taluni casi una operazione finanziaria. I crediti verrebbero comprati sul mercato come oggetto di investimento, da rivendere successivamente a chi ha effettivamente la possibilità di utilizzarli come credito fiscale. Rappresentano la cartolarizzazione di un credito (se pure esercitabile solo sul piano fiscale) nei confronti dello Stato.

Si sta probabilmente verificando ciò che era negli auspici di coloro che sostenevano che la libera circolazione dei crediti fiscali avrebbe creato una sorta di "moneta fiscale", creando le condizioni per un impulso economico aggiuntivo ragguagliabile ad un intervento keynesiano di spesa. La riduzioni di imposta, circolando, diventano infatti un mezzo di pagamento aggiuntivo rispetto alla moneta ufficiale.

Il fatto è che mentre la spesa pubblica, per essere erogata in disavanzo, richiede la previa emissione di titoli di debito e la correlativa contabilizzazione di questo, la circolazione dei crediti fiscali è rimasta finora in un'area grigia, quella della semplice previsione di un minor gettito futuro.

Non solo. Ancor più rilevante è il fatto che mentre la spesa pubblica è sempre decisa quantitativamente, viene erogata entro i limiti previsti ed in ogni caso nel limite delle disponibilità di bilancio, i crediti fiscali sono stati disciplinati come una sorta di "diritto" a disposizione di chiunque facesse una serie di lavori edilizi, senza un limite preordinato di capienza. Insomma, è stato attivato un meccanismo a tiraggio, lasciando ai singoli la decisione di avvalersi di questo beneficio.

Insomma, anche a volere prendere per buona la teoria della "moneta fiscale", la sua stamperia è stata lasciata aperta, praticamente a disposizione di chiunque facesse richiesta di soldi.

A dire il vero, visto che gli uffici della Agenzia delle Entrate contabilizzano subito gli importi dei crediti di imposta, iscrivendoli nei cassetti fiscali dei contribuenti, non sarebbe stato difficile immaginare un sistema a plafond o a rubinetto, magari con priorità e su base annuale.

Si sente parlare di cartolarizzare i crediti fiscali che ancora non hanno un cessionario, per sbloccare la situazione e disciplinarne il rimborso: ma questo significa dichiarare apertamente che si tratta di nuovo debito pubblico e non di minori entrate da scontare anno per anno.

Un pasticcio.

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18/02/2023

La lotta di classe tra i padroni mette in crisi il governo Meloni

In assenza di una mobilitazione di massa di dimensioni adeguate, ci pensano i problemi economici concreti a minare l’egemonia (post?)fascista sul nostro paese.

Sembra quasi paradossale, ma il primo inciampo serio è arrivato su un terreno che appariva socialmente blindato: i costruttori edili. La decisione presa dal ministro leghista dell’economia, Giancarlo Giorgetti, ha seguito più la logica di Mario Draghi e dell’Unione Europea (ridurre il deficit previsto e quindi il debito pubblico futuro) che non quella caratteristica di tutto il centrodestra (favorire con soldi pubblici i settori sociali di riferimento).

La materia è parecchio intricata, visto che le norme che regolano il settore edilizio sono in gran parte antiche, derivanti da innumerevoli stratificazioni di provvedimenti susseguitisi nell’arco di 80 anni, ed in buona parte “nuovissime”, dopo la legge che istituiva il “superbonus” del 110% per le ristrutturazioni di case miranti a migliorarne l’efficienza energetica di almeno due “classi”.

Già Mario Draghi aveva minato questa parte della normativa, riducendo l’entità del superbonus per alcune tipologie di lavori, allo scopo di ridurre anche il carico per i conti pubblici. Generando così una marea di incertezze su quali meccanismi restavano praticabili, in un ginepraio di codicilli che inchiodavano nell’incertezza proprietari di immobili, imprese edili, banche, fiscalisti, commercialisti, geometri, Comuni.

Giorgetti, e quindi, il governo ha ora decretato lo stop totale alla cessione dei crediti e allo sconto in fattura (restano attive solo le detrazioni fiscali), anche se non sarà un blocco immediato, perché i lavori già avviati avranno ancora a disposizione la possibilità di liquidare i bonus. Il che ovviamente rischia di far fermare tutti i progetti ancora sulla carta, che però hanno messo in moto impegni, contratti, indebitamenti, fatturato prevedibile, assunzioni, ordinativi. Con altrettanto ovvie ricadute sull’occupazione e le previsioni sulla crescita del Pil. Un bel casino...

Immediate le ricadute sindacali e politiche. Con Forza Italia che minaccia di non votare il provvedimento in aula neanche con la minaccia della “fiducia” (significherebbe far cadere il governo, o comunque comprometterne pesantemente la credibilità politica a soli quattro mesi dalla nascita).

Leghisti e fascisti sono più cauti ma comunque “malpancisti”, visto che rappresentano socialmente gran parte delle categorie danneggiate dallo stop al superbonus. I “Grillini” – principali fautori del superbonus, quando erano al governo – sono ovviamente all’attacco per rivendicare la “positività” del provvedimento in termini di Pil e occupazione.

E infine i sindacati complici – CgilCislUil – che si sono improvvisamente ridestati dal coma profondo che li caratterizza da decenni, al punto da minacciare scioperi accuratamente evitati per ogni altro tipo di problemi del lavoro.

La materia è complessa, dicevamo, ma rappresenta un primo test sui problemi innumerevoli posti dalla “transizione ecologica” ed energetica. Pochi giorni fa l’Unione Europea ha approvato definitivamente una cosiddetta “direttiva green” che obbligherà a migliorare l’efficienza energetica degli immobili portandoli tutti alla classe energetica “E” entro il 2030 e a quella “D” entro il 2033.

Uno sforzo e costi enormi per paesi come il nostro, caratterizzati da un patrimonio immobiliare “storico” (la grande tradizione medioevale e rinascimentale dei centri storici), oppure semplicemente sciatto (l’autocostruzione di necessità) o speculativo (i “palazzinari” italiani non hanno nulla da invidiare a quelli turchi, alla prova-terremoto).

Per di più, la folle politica edilizia seguita negli ultimi 40 anni (annullare l’edilizia popolare, liberalizzare il mercato degli affitti, “costringere” chiunque lavorasse a comprare almeno la casa di abitazione) ha creato una situazione in cui quasi l’80% della popolazione risulta ormai proprietario almeno di un appartamento.

Lavoratori, insomma, ma “proprietari”. Un dato che ha favorito certamente anche l’identificazione di tanti di loro con la “classe media”, i suoi valori reazionari, le sue fisime “securitarie”, il suo individualismo di m...

Lavoratori, comunque, con i salari fermi a 30 anni fa, o addirittura diminuiti. Che dunque non hanno poche o nessuna possibilità di realizzare i lavori di ristrutturazione edilizia necessari a raggiungere gli obiettivi fissati in sede europea. E che, non mettendosi al passo, si ritroveranno con immobili pesantemente svalutati o addirittura invendibili per legge (ci sono ancora incertezze, sul punto).

Ergo: come si fa a ristrutturare tutto questo immenso patrimonio?

La pensata grillina del superbonus sembrava un accenno alla soluzione, addirittura in anticipo sulla tempistica europea (se ne parlava da anni, in quelle sedi), ma con il “piccolo difetto” di scaricare quasi per intero il costo dell’operazione sul debito pubblico.

Non entriamo ora nei complessi calcoli richiesti dagli “effetti di ritorno” su quegli stessi conti in termini di tasse derivanti dall’aumento del fatturato delle imprese e dai salari dei nuovi occupati, e che riducono anche in modo consistente gli importi per le casse dello Stato.

Ma è certo che a breve termine sforamenti anche pesanti ci sarebbero stati. Magari non i 110 miliardi sbandierati dal ministro leghista dell’economia, ma cifre grosse sì...

Non a caso la seconda mossa decisa da Giorgetti ha riguardato il divieto per le pubbliche amministrazioni ad acquistare crediti derivanti dai bonus edilizi. In pratica, proprio per colpa delle “mine” piazzate sotto il superbonus dal governo Draghi, i Comuni – dalla Regione Sardegna a Treviso – stavano cominciando ad acquistare i crediti che le banche non ritenevano più così sicuri, in modo da garantire che le imprese potessero eseguire i lavori già contrattualizzati ma non partiti.

Anche questo, naturalmente, avrebbe aumentato il deficit pubblico, anche perché molti Comuni – che hanno subito tagli drastici nei trasferimenti dallo Stato centrale – hanno bilanci già disastrati.

Un caos esponenziale, dunque, che i fascisti di governo hanno cercato di risolvere alla loro maniera: bloccare tutto.

Sarebbe da ridere se la rivolta sociale partisse grazie alla frantumazione del “blocco sociale reazionario” e piccolo borghese. Ma la Storia fa di questi scherzi...

Fonte

10/02/2022

Il sub appalto della legalità

A detta dei costruttori, alcune norme anti-appalto, aggiunte dal governo per fermare gli illeciti utilizzi del bonus 110%, sembrerebbero fermare i cantieri, perché le banche, in ottemperanza alle misure anti-frode, sospenderebbero il credito.

I palazzinari che fanno? Smettono di fare spericolati sub appalti? No, chiedono che il governo tolga i freni all’illegalità.

Pare che il governo oggi stesso cerchi di rimediare. Cioè, di lasciar fare illeciti, purché l’edilizia, che sta dando una mano alla crescita del PIL, continui a produrre plusvalenze.

È una storia esemplare del capitalismo italiano: se la legalità intralcia il fatturato, abbassiamo la legge.

Il bello è che lo dicono senza pudore né rimorsi: il lavoro pulito non rende quanto quello sporco (e magari pure nero), invece che aumentare controlli e sanzioni, abbassiamo la guardia contro l’illegalità. Ce lo chiede il PNRR.

Fonte

20/10/2021

La Cina è a un punto di svolta?

di Michael Roberts[1]

Questa settimana si sono aggravati i problemi del debito che affliggono il mercato immobiliare cinese dopo il default di un’altra agenzia immobiliare causato dalle sue obbligazioni e dopo che Evergrande, il gruppo immobiliare più fortemente indebitato al mondo[2], ha protratto per un secondo giorno la sospensione delle sue azioni senza dare spiegazioni. Fantasia Holdings, un’agenzia di medie dimensioni, che solo poche settimane fa ha rassicurato gli investitori di non avere "problemi di liquidità", ha dichiarato in una presentazione effettuata in Borsa che lunedì "non ha effettuato il pagamento" di un'obbligazione da 206 milioni di $ in scadenza quel giorno, innescando un default formale. L'insolvenza si aggiunge ai timori che la crisi di Evergrande possa diffondersi includendo un numero elevato di agenzie immobiliari cinesi, che rappresentano gran parte del mercato obbligazionario asiatico ad alto rendimento.

Il 23 settembre Evergrande non ha pagato degli interessi su un'obbligazione off-shore, innescando una proroga di 30 giorni prima di un default formale, e non ha ancora fatto alcun annuncio in merito. Ma anche prima che la crisi del debito del China Evergrande Group mandasse in tilt il settore immobiliare del paese, le società immobiliari cinesi erano impegnate nel tentativo di guadagnare abbastanza per pagare gli interessi sul loro debito. Alla fine di giugno, secondo i calcoli di Reuters basati sui dati Refinitiv, la quota aggregata di copertura degli interessi dei 21 grandi gruppi immobiliari cinesi quotati a Hong Kong è sceso a 0,94, il peggior risultato da almeno un decennio[3].

Quota di copertura degli interessi dei gruppi immobiliari cinesi quotati a Hong Kong

In altre parole, il settore immobiliare privato cinese è ora composto da società "zombie" proprio come il 15-20% delle società nelle principali economie capitaliste[4]. La domanda ora è se le autorità cinesi consentiranno a queste aziende di fallire. All'inizio di quest'anno le azioni di Huarong, il più grande gestore di crediti inesigibili della Cina, sono state sospese per mesi dopo che la società ha ritardato i suoi rapporti finanziari prima di svelare finalmente una perdita record ad agosto. I ritardi hanno acceso un dibattito sulla misura in cui Pechino interverrà per aiutare le aziende in difficoltà.

Il settore immobiliare subisce pressioni da Pechino per ridurre la leva finanziaria dopo decenni di espansione guidata dal debito che ha contribuito ad alimentare la rapida crescita economica del paese. Le autorità finanziarie del governo hanno fissato tre "punti fermi" che le società finanziarie e immobiliari non possono superare. Nel 2020, la People's Bank of China e il Ministero dell’edilizia abitativa hanno annunciato di aver redatto nuove regole per il finanziamento destinato alle società immobiliari. I gruppi immobiliari che intendono rifinanziarsi vengono valutati rispetto a tre soglie:
1. un tetto del 70% delle passività sugli asset, esclusi gli anticipi su progettati contratti di vendita ;
2. un massimale del 100% sull'indebitamento netto del patrimonio netto;
3. un rapporto tra liquidità e indebitamento a breve termine pari ad almeno uno.
Le agenzie verranno classificate in base a quante soglie saranno violate e di conseguenza verrà limitato l’aumento del loro debito. Attualmente sono molte le grandi società immobiliari che si trovano in quella situazione.

Il governo si trova di fronte a un dilemma. Se consente ad Evergrande e ad altre società immobiliari di fallire, allora potrebbero non essere costruite milioni di case per le famiglie e le perdite subite dai finanziatori e dagli investitori in queste società potrebbero avere un effetto a cascata su tutta l'economia. D'altra parte, se le autorità dovessero salvare le società, allora la speculazione potrebbe continuare poiché il settore immobiliare potrebbe pensare di avere il sostegno del governo per tutti i propri progetti speculativi essendo "troppo grandi per fallire" – questo è il cosiddetto "rischio morale"[5]; lo stesso dilemma che hanno dovuto affrontare le autorità statunitensi nel 2008, quando i mercati immobiliari andavano a gonfie vele e gli istituti di credito ipotecario e le banche andarono a rotoli.

Molto probabilmente, il governo farà una cosa intermedia. Garantirà che le case promesse a 1,8 milioni di cinesi da agenzie del calibro di Evergrande saranno costruite rilevando i progetti; già le autorità locali si sono mosse per rilevare i progetti di Evergrande a livello locale. Allo stesso tempo, il governo centrale e la Banca Popolare Cinese consentiranno ad Evergrande di spostare il default sugli investitori e i detentori delle obbligazioni (in una certa misura). Se queste perdite si ripercuotono sul settore finanziario, il governo cinese avrà molto da fare per assorbire il colpo, come ha fatto in passato. Ad esempio, il debito di Evergrande pari a 300 miliardi di $ dovrebbe essere messo a confronto con il credito totale in essere della Cina pari a 50 trilioni di $, una cifra non molto grande. Inoltre, se il conto finale dovesse ricadere sullo stato e sulle banche statali, le riserve potrebbero digerire facilmente le perdite.

Il vero problema è che negli ultimi dieci anni (e anche prima) i leader cinesi hanno permesso una massiccia espansione degli investimenti improduttivi e speculativi da parte del settore capitalistico dell'economia. Nel tentativo di costruire abbastanza case e infrastrutture per la popolazione urbana in forte aumento, il governo centrale e quelli locali hanno lasciato il lavoro ai gruppi privati. Invece di costruire case in affitto, hanno optato per la soluzione del "libero mercato" dei gruppi privati che costruiscono per la vendita. In Cina, uno sviluppo simile a quello di Evergrande non era solo un capitalismo che faceva il suo mestiere, ma un capitalismo favorito dai funzionari governativi per i loro scopi. Pechino voleva case e i funzionari locali volevano guadagnarci, così i progetti di edilizia abitativa hanno contribuito a garantire entrambe le cose. Il risultato fu un aumento enorme dei prezzi delle case nelle principali città e una massiccia espansione del debito. In effetti, il settore immobiliare ha ormai raggiunto oltre il 20% del PIL cinese.

Questa crescita del settore immobiliare e di altre attività improduttive nella finanza e nei media di consumo ha caratterizzato il tasso di crescita annuale ufficiale della Cina. Poiché il settore produttivo dell'industria, della manifattura, delle comunicazioni hi-tech, ecc. cresceva più lentamente, le autorità si illudevano di poter affermare che erano stati raggiunti gli obiettivi di crescita del PIL reale del 6-8% annuo, ma ciò era dovuto sempre più al mercato immobiliare. Certo, le case devono essere costruite, ma come ha affermato tardivamente il presidente Xi, "le case servono per viverci, non per speculare”.

Il settore immobiliare della Cina in miliardi di Remimbi (prezzi 2010)

Non c'è modo di sottrarsi al fatto che verrà inferto un colpo immediato alla crescita a causa di Evergrande e dalle ripercussioni ad essa associate. La ripresa della Cina dalla crisi provocata dalla pandemia era già traballante, in parte a causa delle nuove epidemie della variante COVID che hanno causato mini blocchi, ma principalmente perché la crescita degli investimenti e del commercio è stata limitata dalla ripresa irregolare nelle principali economie capitaliste. Quindi la Cina sarà fortunata se raggiungerà un tasso del 2% per il resto di quest'anno.

Cina, previsioni del PIL reale, in percentuale

Ancora più preoccupante, anche se una spirale più caotica nel mercato immobiliare potrebbe essere evitata, la fine del modello immobiliare alimentato dal credito (o anche una sua riduzione) significherà una crescita inferiore. Questo è il problema. Gli "esperti occidentali della Cina" sono convinti o che la Cina stia per avere finalmente un'implosione finanziaria (qualcosa che si prevede quasi ogni anno negli ultimi 20 anni); o che l'economia entrerà in una fase di crescita bassa del 2-3% all'anno, di poco superiore alle economie capitaliste "mature".

Una delle ragioni che vengono avanzate è che la popolazione attiva sta diminuendo[6] (anzi, viene affermato che il tasso di fecondità della Cina sia ora inferiore a quello del Giappone) al punto che la popolazione si potrebbe dimezzare entro la fine del secolo. Un altro motivo molto diffuso tra gli esperti è che si sia esaurito il modello di crescita cinese guidato dagli investimenti e dalle esportazioni. Invece degli investimenti, la Cina dovrebbe ora fare affidamento sull'aumento dei consumi di massa, come negli Stati Uniti e nella maggior parte del G7, cosa che comporta una riduzione delle dimensioni dello stato attraverso le privatizzazioni ed aprire maggiormente l'economia ai "mercati di consumo". Inoltre, le esportazioni potrebbero non garantire più un grande contributo al tasso di crescita della Cina a causa delle barriere commerciali e tecnologiche erette dagli Stati Uniti e dai suoi alleati per isolare e frenare i progressi della Cina. Il governo cinese[7] ne è consapevole. Per questo la dirigenza di Xi parla di un modello di sviluppo a “doppia circolazione”[8], dove il commercio e gli investimenti all'estero si fondono con la produzione per il grande mercato interno.

Come ho sostenuto in un articolo precedente: “Dal 2009 gli investimenti lordi hanno superato in media il 47% del PIL; ma la crescita del PIL reale sta rallentando, quindi sta diminuendo il rendimento della produttività cinese sui nuovi investimenti (o la produttività dell'input di capitale). Già nel 2006, prima della crisi globale, occorrevano 2,9 unità di investimento per aumentare di 1 unità il PIL reale. Nel 2014, ce ne vogliono 6,6 unità, per cui la Cina, per sostenere una crescita del PIL reale del 7%, deve tornare al suo tasso medio della TFP [produttività totale dei fattori] di lungo termine di oltre il 2,5% all'anno”. Negli articoli precedenti[9] ho attaccato le argomentazioni degli esperti occidentali secondo cui la Cina sta per avere un crollo finanziario come quello del 2008 nelle maggiori economie capitaliste; o che il suo tasso di crescita si ridurrà quasi a zero a causa dei fallimenti del suo modello economico guidato dallo stato.

L’aumento del PIL reale dipende da due fattori: aumento delle dimensioni della forza lavoro e aumento della produttività della forza lavoro esistente. Se il primo rallenta o addirittura diminuisce, una crescita abbastanza rapida della produttività può compensare o addirittura superare il primo. La crescita della produttività dipende principalmente da maggiori investimenti di capitale in tecnologia; una tecnologia superiore che consente di risparmiare tempo di lavoro e una forza lavoro meglio addestrata in grado di fornirne di più in meno tempo. Il problema per la Cina da quel momento in poi è che al suo settore capitalista è stato permesso di espandersi (in modo "disordinato", afferma Xi) al punto in cui le contraddizioni della produzione capitalista stanno iniziando a danneggiare l'ascesa in precedenza spettacolare della Cina[10].

In effetti, l'appello di Xi alla "prosperità comune"[11] è un riconoscimento che il settore capitalista, tanto promosso dai leader cinesi (e dal quale ottengono molti vantaggi personali) è sfuggito di mano a tal punto da minacciare la stabilità del controllo del Partito Comunista. Prendiamo il commento del miliardario Jack Ma prima che venisse "rieducato" dalle autorità: “In Cina i consumi non vengono spinti dal governo ma dall'imprenditorialità e dal mercato. Negli ultimi 20 anni, il governo era molto forte. Ora si stanno indebolendo. È la nostra opportunità; è arrivato il nostro momento di entrare in scena, per vedere come l'economia di mercato, l'imprenditorialità, possano sviluppare il consumo reale.”The Guardian[12], 25 luglio 2019.

La profittabilità del settore capitalista è in calo da tempo, così come nelle maggiori economie capitaliste. Quindi i capitalisti cinesi hanno cercato maggiori profitti in settori improduttivi come quello immobiliare, il credito al consumo e i media: è lì che si trovano i miliardari. Questi settori oggi stanno esplodendo in faccia ai leader cinesi.

Cina: saggio di profitto interno
Dal grande balzo in avanti, alla “rivoluzione culturale”- dalla crisi industriale alla riforma di Deng- Dalla privatizzazione di alcune imprese statali alla Depressione globale

In Cina gli investimenti del settore statale sono sempre stati più solidi degli investimenti privati. La Cina è sopravvissuta, anzi ha prosperato, durante la Great Recession, non a causa di un aumento della spesa pubblica in stile keynesiano[13] verso il settore privato, come sostenevano alcuni economisti, sia in Occidente che in Cina, ma a causa degli investimenti diretti dello stato. Questi hanno svolto un ruolo cruciale nel mantenere la domanda aggregata, prevenire le recessioni e ridurre l'incertezza per tutti gli investitori. Quando in Cina rallentano gli investimenti nel settore capitalista, e di conseguenza rallenta o diminuisce la crescita dei profitti, interviene il settore statale.

Gli investimenti delle imprese statali sono cresciuti in maniera particolarmente rapida nel 2008-09 e nel 2015-16, quando è rallentata la crescita degli investimenti delle imprese private. Come ha mostrato David Kotz in un recente articolo[14]: “La maggior parte degli studi più recenti ignora il ruolo delle imprese statali nella stabilizzazione della crescita economica e nella promozione del progresso tecnico. Sosteniamo che le imprese statali stanno svolgendo un ruolo nel favorire la crescita in diversi modi. Le imprese statali stabilizzano la crescita nei periodi di recessione economica effettuando massicci investimenti, promuovono inoltre importanti innovazioni tecniche investendo in aree più a rischio del progresso tecnico. Inoltre, le imprese pubbliche adottano un approccio di alto livello nel trattare i lavoratori, che si dimostrerà favorevole alla transizione verso un modello economico più sostenibile. La nostra analisi empirica indica che in Cina le imprese statali hanno promosso la crescita a lungo termine e compensato l'effetto negativo del declino economico”.

Crescita annuale nominale degli investimenti delle imprese statali (linea punteggiata %) rispetto agli investimenti di quelle non statali (linea scura %) 2004-2017

Fonte NBS (2018)
Nota La crescita annuale nominale degli investimenti è la crescita degli investimenti mensili rispetto agli investimenti operati nello stesso mese dello scorso anno. Il grafico rappresenta l’andamento medio trimestrale della crescita annuale nominale.


Ciò che occorre non è un'ulteriore espansione del settore dei consumi aprendoli al "libero mercato", ma investimenti statali in tecnologia per stimolare l’aumento della produttività. Inoltre che gli investimenti del settore statale vengano diretti verso obiettivi ambientali e lontano dall'espansione incontrollata delle industrie di combustibili fossili che emettono carbonio. Come ha affermato Richard Smith: “I cinesi non hanno bisogno di uno standard di vita più elevato basato su un consumismo senza fine. Hanno bisogno di uno stile di vita migliore: aria, acqua e suolo puliti e non inquinati, cibo sicuro e nutriente, assistenza sanitaria pubblica completa, alloggi sicuri e di qualità, un sistema di trasporto pubblico incentrato sulle biciclette urbane e sui trasporti pubblici anziché su auto e tangenziali”. L'aumento dei consumi personali e la crescita dei salari seguiranno, come sempre, tali investimenti.

Ma ciò significa che è tempo per il governo cinese di tornare indietro verso investimenti statali e la pianificazione degli alloggi, della tecnologia e dei servizi pubblici coinvolgendo in tale pianificazione i lavoratori industriali e urbanizzati altamente qualificati della Cina. Sfortunatamente, i leader cinesi non vogliono alcun cambiamento in questa direzione, quindi continuerà a permanere il pericolo di un declino economico di lungo periodo.

Note

1) Tradotto da Antonio Pagliarone

2) https://thenextrecession.wordpress.com/2021/09/19/not-so-evergrande/

3) https://www.reuters.com/world/china/chinese-property-developers-ability-repay-debt-hits-decade-low-2021-10-04/

4) https://thenextrecession.wordpress.com/2017/01/23/beware-the-zombies/

5) Ossia la tendenza a perseguire i propri interessi a spese della controparte, confidando nell'impossibilità, per quest'ultima, di verificare la presenza di dolo o negligenza.

6) https://thenextrecession.wordpress.com/2021/05/23/china-demographic-crisis/

7) https://thenextrecession.wordpress.com/2021/08/08/chinas-crackdown-on-the-three-mountains/

8) Explainer: What we know about China's 'dual circulation' economic strategy https://www.weforum.org/agenda/2020/09/chinas-dual-circulation-economic-strategy/

9) https://thenextrecession.wordpress.com/2020/10/28/chinas-growth-challenge/

10) https://thenextrecession.wordpress.com/2021/08/08/chinas-crackdown-on-the-three-mountains/

11) https://thenextrecession.wordpress.com/2021/09/11/china-and-common-prosperity/

12) https://www.theguardian.com/world/2019/jul/25/china-business-xi-jinping-communist-party-state-private-enterprise-huawei

13) https://thenextrecession.wordpress.com/2018/08/06/chinas-keynesian-policies/

14) The Impact of State-Owned Enterprises on China's Economic Growth https://thenextrecession.files.wordpress.com/2021/10/kotz-on-state-enterprises.pdf

Fonte

11/07/2020

Decreto semplificazioni, così riparte l’assalto ai centri storici

di Paolo Berdini

La lettura del provvedimento legislativo “Semplificazioni del sistema Italia” e del suo allegato sulle opere pubbliche che dovrebbero portare l’Italia nel futuro – parole del presidente del consiglio Giuseppe Conte – ci fa invece comprendere che torneremo ad un passato che credevamo superato per sempre. Con le norme sulla liberalizzazione dell’edilizia (art. 10) si torna agli anni della ricostruzione post bellica e all’attacco dei centri storici. Con la cancellazione delle regole di appalto delle opere pubbliche (art. 1) si fa tornare l’orologio della storia a prima di “Mani pulite”. Con lo sterminato elenco di grandi opere (130) si torna infine al 2001, facendo impallidire Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti.

Iniziamo con l’immediato dopoguerra, quando i piani regolatori furono accantonati e si applicarono le regole semplificate dei “piani di ricostruzione”. Non esiste forse nessun centro storico italiano che sia rimasto esente da scempi e volgari ricostruzioni che ne hanno alterato per sempre l’equilibrio. L’articolo 10 del provvedimento del governo introduce molte semplificazioni al testo di legge che regolava gli interventi edilizi (DPR 380/91) e tutte vanno nella direzione dell’attacco delle aree storiche delle città. Si potrà ad esempio alterare un edificio e se le cubature aggiuntive non si potessero inserire nella sagoma dell’edificio esistente, si prevede (sic!) di realizzarle anche con alterazioni della sagoma e con il superamento delle altezze esistenti. Prepariamoci a un attacco alla bellezza dei centri storici.

Ancora. In caso di ristrutturazioni urbane “potranno essere alterati anche i prospetti degli edifici”, anche nei centri antichi. E, per concludere, si prevede che si possa comunque ottenere la deroga ad ogni regola se i Consigli comunali attestino l’interesse pubblico degli interventi. Una prassi agevole, essendo la dichiarazione di interesse pubblico molto discrezionale e semplice da ottenersi, come dimostrano decenni di scempi.

Il secondo ritorno al passato riguarda il ripristino delle condizioni regolamentari che vigevano in epoca precedente al periodo di Mani pulite. Come noto, negli anni ’80 il malcostume dilagò perché la mala politica si impadronì del sistema degli appalti pubblici. Nel 1994 l’allora ministro dei lavori pubblici, Francesco Merloni, corse ai ripari e fece approvare una legge che era sembrata in grado di sconfiggere per sempre il malaffare. La legge per il suo grande rigore incontrò sin da subito forti resistenze e fu sottoposta a molte variazioni.

Come se la storia non insegnasse nulla, Giuseppe Conte prevede che i sindaci possano affidare senza alcuna gara pubblica lavori fino a 150 mila euro. Per tutti gli importi superiori a questa cifra fino al massimo di oltre 5 milioni di euro, verranno espletate gare negoziate senza bando di evidenza pubblica. I comuni potranno infatti chiamare discrezionalmente da 5, 10 e 15 imprese (secondo le fasce di importi dei lavori) ad inviare offerte. Nel periodo di tangentopoli si scoprì che i cartelli di imprese si accordavano sui nomi dei vincitori delle varie gare e non dimenticavano mai di ringraziare, con generose dazioni di denaro, gli amministratori di turno. Con l’articolo 1 del provvedimento di “semplificazione” viene dunque abrogato l’attuale codice degli appalti, come richiesto con implacabile insistenza dal partner del precedente governo Conte, Matteo Salvini. La cancellazione è ancora temporanea poiché scade al 31 luglio 2021, ma ci sarà tempo e modo per prorogarla sine die.

Il ritorno al passato si conclude con la riscoperta della Legge obiettivo, voluta dal governo Berlusconi (n. 443/2001). Si trattò, come noto, di un provvedimento che toglieva prerogative alle autonomie locali, accentrando poteri decisionali e finanziamenti in capo al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti allora guidato da Pietro Lunardi. La gran parte del lungo elenco di opere che venne approvato all’epoca non è stato realizzato, ma è servito efficacemente allo scopo: drenare risorse dai comuni alle grandi opere inutili. In questo caso si parla di una mole di finanziamenti che – anche con il contributo del Recovery fund – arriveranno a 200 miliardi, lasciando finanziamenti irrisori all’innovazione dei sistemi urbani.

Viviamo oggi un momento grave sotto il profilo economico e sociale. A settembre si inizieranno a sentire le conseguenze della pandemia. L’unico modo per rilanciare il sistema Italia era quello di aprire alla trasformazione delle città avviando in modo sistematico quel processo di riconversione ecologica di cui si parla da anni. Solo così si potevano conseguire risultati immediati. Si è invece scelto di perpetuare un modello che ha dimostrato di non funzionare neppure nel periodo della vitalità economica esistente nel 2001. Figuriamoci adesso, in piena crisi globale.

La gravità del rischio del ritorno al passato è così grande che solo uno scatto di dignità del Parlamento potrà cancellare lo scempio annunciato dei centri storici, la ripresa della corruzione negli appalti e il perpetrarsi di un modello economico fallimentare. Anche se sarà difficile che ciò avvenga. Il Pd e la inessenziale sinistra di complemento al governo condividono – fino a prova contraria – quelle norme. I 5Stelle continuano invece a vendere fumo.

Il provvedimento “Semplificazioni” è stato infatti salutato come un colpo alla burocrazia. È vero l’esatto contrario. Viene infatti potenziato il ruolo del Cipe e le stesse figure dei commissari per l’attuazione delle opere potranno dotarsi di uffici tecnici di scopo ad hoc, disarticolando e marginalizzando ulteriormente il ruolo delle strutture tecniche dello Stato. Nella storia accade spesso che innovatori anche animati da giuste intenzioni, tornino rapidamente nelle braccia della restaurazione. È avvenuto con i 5stelle. Hanno conseguito un enorme successo elettorale opponendosi alla cultura delle grandi opere e oggi finanziano prioritariamente il Tav della Val di Susa e il Mose di Venezia. Dopo il tragico crollo del ponte di Genova avevano dichiarato – Conte per primo – che i Benetton sarebbero stati duramente sanzionati. Ora, oltre al nuovo viadotto sul Polcevera, gli affideranno anche il ponte sullo Stretto di Messina tanto caro a Silvio Berlusconi.

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06/07/2019

Turismo/Dannazione. Airbnb “porta ricchezza” a chi? Il caso di Firenze

E’ uscita una ricerca promossa dalla piattaforma stessa sulla ricchezza che Airbnb porta al nostro paese. Secondo questa ricerca, Airbnb, tra introiti accumulati dai proprietari di case e la spesa dei turisti tra bar, ristoranti, attrazioni etc., farebbe fruttare a Firenze circa 445 milioni di euro annui.

Bene, ma a chi va questa ricchezza?

1) agli speculatori. Secondo una ricerca dell’Università di Siena, gli appartamenti messi in affitto sulla piattaforma appartengono per la maggior parte ad una manciata di proprietari, i cosiddetti “host”, che concentrano nelle loro mani centinaia di appartamenti. Ciò vuol dire che quella degli affitti a breve termine è ormai una speculazione vera e propria dei pochi ai danni dei molti;
qui il link alla ricerca: https://tinyurl.com/yy3u57pz

2) ai proprietari delle attività turistiche, ma non di certo ai lavoratori . L’Ispettorato del Lavoro ha calcolato che, nella sola provincia di Firenze, l’evasione contributiva è aumentata del 350% dal 2016. A farla da padrone, guarda caso, il settore del turismo. Vuol dire che la ricchezza accumulata dai proprietari non viene redistribuita ai lavoratori, che sono invece sempre più precari e sottopagati.
qui i dati: https://tinyurl.com/y4bdu3vt

3) alla rendita fondiaria. L’aumento degli affitti a breve termine ha causato una diminuzione dell’offerta per affitti a lungo termine (quelli verso cui si dirigono sia gli studenti, sia i giovani in cerca di autonomia dai genitori). In breve: gli affitti volano alle stelle, trainando anche il valore degli immobili in vendita, e questo favorisce sia gli investitori, sia i grandi proprietari di case (principalmente finanziarie e banche) che grazie all’aumento del turismo fanno affari d’oro.
qui un prospetto sul prezzo delle case: https://tinyurl.com/yyr3dy2a

SE LA RICCHEZZA E’ NELLE MANI DI POCHI, COSA OCCORRE FARE PER REDISTRIBUIRLA?

Nel nostro programma per le amministrative, (che trovate a questo link: https://tinyurl.com/yy6xkaue), abbiamo tratteggiato alcune possibili soluzioni.

1) Una tassazione per host e per zona: non è possibile che la città, e in particolare il centro storico, divengano un parco giochi per speculatori. Pretendiamo che i controlli che regione e comune stanno conducendo siano finalizzati alla riduzione del numero di appartamenti per host, senza per questo punire chi, in possesso di una sola casa, la affitta ai turisti per arrotondare lo stipendio. Per questo a un livello di tassazione minimo (host con un solo appartamento), deve seguire un regime più severo (host con due o tre appartamenti) e soprattutto il divieto di immettere sul mercato più di 3 appartamenti! Bisogna inoltre favorire la distribuzione equa degli appartamenti affittati su piattaforma prevedendo delle fasce di tassazione decrescenti dal centro verso la periferia;

2) più controlli e pene più severe per chi assume a nero! Il comune può stipulare un protocollo di intesa con l’Ispettorato del lavoro e punire, ad esempio togliendo loro il permesso per il suolo pubblico, quei proprietari che assumono a nero ed evadono i contratti nazionali!

3) Più case popolari! Sia il centro sia la periferia sono pieni di contenitori vuoti. Quelli pubblici possono essere rilevati immediatamente dal comune e utilizzati per farne delle case popolari o servizi alla residenza. Quelli appartenenti a grossi proprietari possono essere sottoposti ad una forte tassazione in modo da forzarli a immetterli sul mercato, e in alcuni casi requisiti per farne case popolari. In questo modo si costringerebbe il prezzo degli affitti a seguire una dinamica discendente.

Fonte

30/10/2018

Milano: le lunghe mani “smart” sulla città

L’ultimo numero di “D La Repubblica” contiene uno speciale interamente dedicato a “Milano vicino all’Europa”: il repertorio completo della retorica e delle celebrazioni che circondano, ormai da tempo, Milano in quanto città-vetrina internazionale, innovativa ed accogliente e che l’hanno portata ad ottenere dalla società FPA, del gruppo Digital 360, per il quarto anno consecutivo, il titolo di città più “smart” d’Italia, ovvero “più vicina ai bisogni dei cittadini, più inclusiva, più vivibile”.

A quanto pare, però, le caratteristiche che sfodera Repubblica come punti forti della città c’entrano ben poco con l’inclusività e la vivibilità.

Meta privilegiata dai giovani americani e tedeschi che vengono a fare il master in Cattolica o in Bocconi, centro d’elezione per le “city” e le “week” dedicate a moda, design, libri, arte, musica perché finalmente “è passato il concetto – anche tra i grandi sponsor – che l’arte non sia solo un godimento, ma anche un buon investimento”, città smart grazie alla realizzazione di opere come i grattacieli di City Life, pronta a trasformare l’ex area Expo in un “ambiziosissimo tecno-park che assomiglierà ad un campus americano”, per finire con una sviolinata sulle politiche di accoglienza del Sindaco Sala e su come gli stranieri sono buoni a “produrre reddito, Pil, tasse e rimesse verso i paesi emergenti”, pur avendo qualche problemino di povertà e marginalità sociale, ma tutto sommato niente di ché.

Ah scusate. Forse ci siamo sbagliati... perché noi Milano la vediamo un po’ diversa da questa.

O forse ai giornalisti di Repubblica, acuti osservatori, è sfuggito qualcosina. Se solo avessero messo il naso fuori da via Tortona e dal quadrilatero della moda si sarebbero accorti che:

– a Milano gli spazi autogestiti dove si fa cultura, quella gratis e accessibile a tutti e non quella degli investimenti dei grandi sponsor, vengono sistematicamente sgomberati dalle forze dell’ordine, come è successo di recente ai collettivi Zip e Lambretta;

– a fronte delle speculazioni edilizie di City Life, dove un appartamento costa 10.000 euro al metro quadro, in città esiste una vera e propria emergenza abitativa, l’edilizia popolare cade a pezzi, e i progetti sociali che cercano di sopperire a tale emergenza come il residence sociale “aldo dice 26 X 1” vengono altrettanto sgomberati; a quanto pare gli sfrattati se ne fanno poco del fatto che il Bosco Verticale abbia “rimesso la città sulle mappe degli archilover globali”...

– nell’hinterland, nel frattempo, si moltiplicano gli incendi dolosi nei depositi di rifiuti, espressione del potere mafioso ben radicato sul territorio. È la “guerra dei rifiuti”, che negli ultimi 15 mesi in tutta la Lombardia ha visto almeno un incendio al mese, soprattutto nel milanese e nel pavese, e che fa della regione una terra dei fuochi al pari di altre zone d’Italia.

– chi abita l’Hinterland milanese (soprattutto le classi popolari costrette ad allontanarsi dalla città a causa degli affitti elevatissimi) subisce poi il degrado e l’inefficienza del sistema di trasporto di Rfi e Trenord, fatto di quotidiani ritardi, soppressioni e guasti, che rendono il pendolarismo in Lombardia una vera odissea, fino alle tragedie come quella di Pioltello, che ha visto il deragliamento di un treno e la morte di tre persone a causa delle condizioni pessime delle rotaie; ed è di ieri l’ennesimo guasto su un treno di Trenord, con i vagoni che si sono riempiti di fumo a causa di un guasto ai freni.

– Milano come centro della cultura digitale e della “condivisione di competenze per costruire il nuovo”; ma, dietro queste parole fumose, sharing economy a Milano vuol dire soprattutto lavoro sfruttato dei fattorini, che fanno consegne con paghe da fame e privi di qualsiasi tutela: la chiamano innovazione ma è caporalato digitale. Accanto a loro, ulteriori forme di lavoro precario come quella dei lavoratori della logistica, negli stabilimenti e centri di smistamento appena fuori dalla città; il modello EXPO del lavoro gratuito e degli stage; quella degli operatori sociali dei centri di accoglienza che affollano Milano e l’hinterland, pagati pochissimo con turni massacranti e che rischiano ora il posto di lavoro anche a causa della svolta securitaria di Salvini, con la chiusura del centro di accoglienza di via Corelli e la sua riconversione in un cpr. Sacche enormi di lavoratori precari uniti nella logica di sfruttamento del sistema delle cooperative e dei cambi di appalto.

– nonostante ATM sia in attivo di più di 39 milioni, è previsto da gennaio un rincaro di biglietti e abbonamenti.

– La creazione dell’”ambiziosissimo tecno park” in salsa americana è stata pensata al solo fine di coprire i buchi di bilancio lasciati dall’Expo e il trasferimento delle facoltà scientifiche della Statale in quell’area serve per rendere appetibili quei terreni alle grandi multinazionali che ci speculeranno; in ogni caso è un’operazione che va contro gli interessi degli studenti che si vedranno ridurre gli spazi a loro disposizione dai 220.000 metri quadri attuali di Città Studi a 150.000. Evidentemente la parte del leone nell’ambiziosissimo tecnopark la giocheranno le multinazionali e non l’Università Statale. E per quest’operazione scellerata di svendita dell’università pubblica lo stato sborserà 130 milioni di fondi europei. I finanziamenti alla ricerca vengono continuamente tagliati ma quando c’è da socializzare le perdite dell’Expo vuoi che non si trovino 130 milioni?

– Per quanto il PD locale si autoproclami aperto all’accoglienza e tollerante, in piazza a “dare un segnale contro il razzismo” ci va soltanto per opportunismo quando le politiche razziste le porta avanti Salvini e non quando sono targate Minniti, che del PD è uno dei fiori all’occhiello.

Al di là della retorica patinata, è questa la vicinanza di Milano all’Europa, che viene proclamata come modello da Repubblica: sacche enormi di lavoro precario, svendita delle istituzioni e dei servizi pubblici ai privati e una città che diventa sempre più a misura di ricchi, mentre i poveri se ne devono stare nelle periferie a prendersi le briciole (perché in effetti con il biglietto ATM a due euro forse non vale la pena andare fino in piazza Gae Aulenti per “sperare di incontrare i Ferragnez + pupo”). Nel frattempo, l’aria continua ad essere irrespirabile, a dispetto di car sharing e bike sharing tanto decantati, anche grazie alle guerre mafiose che si consumano nell’hinterland intorno alla questione rifiuti.

A fronte di tutto questo, il resoconto che ha premiato Milano come città più smart d’Italia parla della città come di “una realtà che fronteggia con determinazione le sfide ambientali e funzionali metropolitane e che ha saputo individuare nuove dinamiche di sviluppo economico”.

Ma a noi le “dinamiche di sviluppo economico” di Milano sembrano le stesse di tante altre parti d’Italia: l’intera città cannibalizzata dalla speculazione edilizia utile solo a pochi ricchi, le classi popolari esiliate nei quartieri dormitorio fuori città (ormai anche la periferia è diventata off limits) il servizio di trasporto pubblico che connette città e hinterland abbandonato all’incuria e al degrado; un centro dorato ed esclusivo che si autocompiace della propria “modernità”, mentre tutto il resto attorno va in malora: queste non sono dinamiche di sviluppo economico “nuove”, sono le tradizionali e vecchissime ricette di “sviluppo” che vengono proposte.

Ed è questo il modello di città che noi, come Potere al Popolo Milano, vogliamo combattere su tutti i fronti, prima di tutto smascherando le ipocrisie dei media e di presunte “agenzie di rating” delle città, a favore invece di politiche del lavoro, abitative, culturali e dei trasporti realmente al servizio degli interessi pubblici e non schiave della speculazione privata.

#riprendiamociquellocheènostro #poterealpopolo

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20/04/2018

“Operaio di 69 anni” muore sul lavoro, ma si fa finta di niente

I lanci di agenzia sono sempre un po’ prudenti. E i giornali che li ricopiano si guardano bene dal cogliere aspetti sgraditi all’editore, per quanto evidenti.

Prendiamo dunque questa notizia di ieri:
Un operaio di 69 anni, Emanuele Di Paola, è morto in via Fortuna a Palermo cadendo da un’altezza di 8 metri. L’uomo, insieme al figlio, stava lavorando sul tetto in una palazzina quando ha perso l’equilibrio ed è caduto sull’asfalto. E’ morto sul colpo. Le indagini sono condotte dai carabinieri.
Notate niente di strano? Nessun particolare che dovrebbe far scattare nella testa di un giornalista l’allarme tipico del mestiere (“cazzo, questa è grossa!”)?

Beh, a noi sembra proprio che “un operaio di 69 anni” sia una frase che contiene un problema gigantesco, visto che persino con la “riforma Fornero” si va in questo momento in pensione a 66 anni e 7 mesi.

Che ci faceva un operaio di quell’età in cima ad un tetto? Non stava lavorando per se stesso, a quanto pare. Non è insomma il classico incidente di un padrone di casa anziano che si mette a riparare da solo qualcosa nella o sulla sua abitazione.

E’ certo, a legislazione vigente, che il povero Di Paola stessa lavorando in nero, come accade in larga parte dell’edilizia e non solo nel Sud. Chi lo ha “assunto” (parola grossa, senza contratto e con salario a giornata) ha commesso svariati reati. E’ presumibile quindi che l’operaio stesse cercando di arrotondare il reddito rappresentato da una pensione particolarmente magra, perché a quell’età non si va in giro per tetti se non costretti dal bisogno più stringente. Ma per l’informazione mainstream è tutto “normale”; una notizia così la si relega in taglio basso nelle pagine di cronaca locale, a fianco degli incidenti stradali occasionali.

Quando scriviamo che il progetto delle classi dominanti è “dovete morire prima, possibilmente sul lavoro” non scherziamo affatto. Non è una battuta esagerata scritta o detta per fare un po’ di scena.

E’ proprio così. Noi ci limitiamo a registrarlo. E a lavorare – con l’informazione e l’intervento sociale/politico – per mettere fine a questo progetto.

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12/04/2018

Bologna. Il capitale finanziario che governa la città

Il Corriere di Bologna pubblica i nuovi dati sui numeri da record dei dividendi delle società bolognesi che sono protagoniste della Borsa di Milano. Solo quest’estate eravamo stati informati sulle cifre da primato mondiale delle società quotate di tutto il mondo riferite al primo semestre del 2017; dividendi stellari che continuano a crescere anno dopo anno, anzi trimestre dopo trimestre.

Per quanto riguarda la nostra città, il numero record corrisponde a 880 milioni di dividendi (130 in più rispetto al 2017) che, in totale, si sono spartiti gli azionisti delle quotate in Piazza Affari.

A godere delle gioie dei dividendi ci sentiamo in dovere di segnalare per primo Palazzo d’Accursio che vede crescere i provenienti sia da Hera, la multiutility che gestisce i servizi di acqua, luce e gas, che dall’Aeroporto. Per il comune di Bologna solo grazie ad Hera l’entrata corrisponde a 13,8 milioni che per altro saranno destinati a salire ulteriormente nei prossimi anni. Il piano industriale di Hera al 2021 prevede un Margine Operativo Lordo (il dato più importante dell’utile per gli stessi analisti finanziari che permette di vedere chiaramente se l’azienda è in grado di generare ricchezza) in aumento a ritmi serrati, ciò porta con sé anche un aumento dei dividendi: lo scorso anno ogni azione valeva 9 centesimi (il dividendo pagato da Hera corrispondeva a 134 milioni), mentre quest’anno è aumentata a 9,5 centesimi (141 milioni) per poi salire a 10 e a 10,5 centesimi fino al 2021 dove il dividendo toccherà quota 156 milioni. In pratica nel giro di poco il comune vedrà aumentare il tesoretto di oltre 2 milioni e si stima di quasi 3 milioni in più per l’area metropolitana nel suo complesso.

Per l’aeroporto Marconi vediamo invece la spartizione dei beni di un totale di 14,1 milioni, di cui 6,5 ai soci pubblici: la quota più grossa è della Camera del commercio con 5,3 milioni, seguita da Comune e Città metropolitana che si divideranno 880.000 euro.

Dall’altra parte la distribuzione più ingente arriva a UnipolSai per un totale di 410 milioni di euro, a seguire Unipol che rimane stabile con 129 milioni di euro. Numeri più alti li troviamo anche per la capo gruppo IMA, la multinazionale del packaging che vede un pagamento degli azionisti che arriva a 66,7 milioni di euro (4 volte di più di quelli erogati nel 2017); Igd Siiq, la società immobiliare delle Coop distribuisce 49,3 milioni e poi Datalogic che è uno dei principali produttori di lettori di codici a barre, mobile computer, sensori, sistemi di visione e marcatura laser per il settore manifatturiero, per la logistica e trasporti, oltre che per il comparto della grande distribuzione, vede un ammontare di 29,3 milioni.

L’amministrazione cittadina ha già dimostrato di non avere remore ad attuare politiche che favoriscano la speculazione finanziaria ed edilizia, abbiamo infatti visto promuovere qualsiasi tipo di concessione di speculazione pro-privati della città come con F.I.C.O. e People Mover, svendere il patrimonio pubblico con la riforma regionale sull’edilizia residenziale pubblica, introdurre forme di governance mista pubblico-privato e aziendalizzare sempre di più il mondo della formazione a partire dall’Università di Bologna. Anche e in particolare in questa città vediamo un blocco di potere che da anni comanda ed esprime nei numeri del capitale finanziario un concentrato in mani di pochi e ritrae redditi giganteschi e sempre maggiori, figlio di una strategia di finanziarizzazione messa in campo dai governi della città e della regione a guida PD. Il prodotto di questa strategia è la tendenza che vediamo tutti i giorni nei nostri quartieri, nei posti di lavoro, nelle scuole e nelle università con l’emergere di una sempre maggiore periferia geografica e sociale in cui si concentra una crisi delle condizioni degli strati sociali più deboli che arriva a colpire una fetta sempre maggiore della popolazione cittadina.

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05/04/2018

Due operai morti a Crotone. E’ questo il vero “terrorismo”

Finiscono sui media solo se muoiono almeno in due, altrimenti se ne accorgono solo i familiari.

L’ennesimo “incidente sul lavoro” è avvenuto stamattina a Crotone, in Calabria, e ha coinvolto diversi operai in un cantiere edile. Due di loro – un italiano ed un ucraino – sono stati estratti ormai morti dalle macerie di un muro di contenimento crollato all’improvviso. Un altro è rimasto ferito in modo molto grave ed è ora ricoverato in ospedale.

La ditta per cui lavoravano è incaricata della ristrutturazione e il prolungamento del lungomare verso Capo Colonna.

Con quelle di oggi salgono a 154 le vittime sul lavoro dal 1 gennaio di quest’anno.

Una cifra superiore a quella registrata nello stesso periodo dello scorso anno, il che dimostra come la strage di diritti e regole sul mercato del lavoro abbia avuto come conseguenza anche la diminuzione delle misure di sicurezza (per “ridurre i costi”) e della capacità dei lavoratori di farle rispettare.

Ah, dimenticavamo. Nello stesso periodo le vittime del terribile “terrorismo” sono state zero. Esattamente come in tutto lo scorso anno.

Forse sarebbe ora, per noi che andiamo a lavorare tutti i giorni, di cominciare a preoccuparci dei pericoli veri.

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03/04/2018

Gran Bretagna. La lista nera dei lavoratori, spiati da polizia e imprese

Operai e sindacalisti delle costruzioni che denunciavano problemi nella sicurezza venivano schedati in una blacklist. “Le aziende controllavano segretamente i potenziali dipendenti, e quelli ritenuti politicamente problematici non potevano più lavorare”.

Per anni, in Gran Bretagna, i lavoratori edili sindacalizzati che si lamentavano di violazioni della sicurezza sono stati segnalati a una lista nera segreta da agenti di una sezione speciale della polizia. La lista, utilizzata e finanziata da diverse imprese di costruzione britanniche, veniva usata illegalmente dalle ditte per negare l’impiego a molti lavoratori e sindacalisti per lunghi periodi di tempo.

Un’indagine interna della polizia – riporta il Guardian – ha trovato prove che “hanno rivelato un flusso di informazioni potenzialmente scorretto” verso organizzazioni esterne, informazioni che terminavano sulla lista nera. In risposta a una denuncia inoltrata dal Blacklist Support Group (Bsg), che rappresenta molti degli operai schedati, Richard Martin, vice commissario aggiunto della Metropolitan Police britannica (Met), in una lettera in cui si delineano le conclusioni dell’indagine ha scritto che l’accusa che la polizia avesse fornito informazioni riservate alla lista nera era “dimostrata”.

Nonostante l’ammissione, non saranno intraprese ulteriori azioni contro gli agenti coinvolti fino a quando non sarà conclusa un’inchiesta pubblica, ha detto il Met in una dichiarazione riportata da Euronews.

Lo scandalo delle liste nere è scoppiato nel 2009, in seguito al rinvenimento di un database stampato contenente informazioni su 3.212 lavoratori. Era stato utilizzato da oltre 40 società di costruzione per controllare la gestione del personale e le nuove assunzioni.

Molti lavoratori sono stati registrati per aver sollevato problemi di sicurezza. La lista nera includeva anche i dettagli delle opinioni politiche, delle competenze e delle attività sindacali degli schedati.

“Aspettavamo da sei anni questo esito. Quando abbiamo iniziato a parlare della collusione della polizia nella lista nera, la gente ci guardava come se fossimo teorici della cospirazione”, ha dichiarato il segretario della Bsg Dave Smith. “Ci è stato detto: cose del genere non accadono qui. Con questa ammissione dalla polizia di Met, la nostra ricerca della verità è stata confermata”. Ha aggiunto Smith: “Se sta accadendo nell’edilizia, la stessa cosa accadrà in altri settori”.

Milioni di sterline in risarcimento sono stati versati in cause civili negli anni successivi alla scoperta della lista nera. Nel 2016 – riporta la Bbc – il sindacato Unite ha raggiunto un accordo con le imprese di costruzione che ha portato a 256 lavoratori “schedati” indennizzi per oltre 10 milioni di sterline.

Il segretario generale aggiunto di Unite (a questo link una ricostruzione della vertenza), Howard Beckett, ha dichiarato: “Consulteremo urgentemente i nostri esperti legali per individuare con esattezza quali azioni legali possiamo intentare a nome dei nostri membri, le cui vite sono state rovinate a causa delle attività della polizia”.

Il Watergate dell’edilizia

Lo scandalo delle liste nere – ricostruisce la Bbc – è venuto alla luce nel 2009 a seguito di un’incursione nella sede di un’organizzazione, la Consulting Association. L’elenco portato alla luce in alcuni casi includeva anche dettagli su relazioni personali e attività politica, nonché i collegamenti sindacali sui siti di costruzione. Stando alla Bbc, sono otto le ditte che hanno utilizzato la lista nera, e che sono state citate in giudizio dagli operai: Carillion, Balfour Beatty, Costain, Kier, Laing O’Rourke, Sir Robert McAlpine, Skanska UK e Vinci.

“Si sa che le grandi aziende hanno finanziato la lista nera clandestina almeno dagli anni settanta – scrive la Bbc –. (...) Le aziende controllavano segretamente i potenziali dipendenti, e quelli ritenuti politicamente problematici non potevano più lavorare, senza che sapessero il perché”.

L’operazione di blacklisting è stata giudicata illegale e chiusa nel 2009 dall‘Information Commissioner’s Office dopo la pubblicazione di un articolo sul Guardian. I media britannici sostengono che l’inchiesta interna di Scotland Yard avrebbe rivelato l’esistenza di una sezione speciale, la Industrial Intelligence Section. “Le accuse sul coinvolgimento nella lista nera saranno completamente esplorate durante l’inchiesta pubblica sulla polizia sotto copertura”, ha dichiarato Scotland Yard in una nota.

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18/10/2017

Cina. Il nodo delle riforme al 19° congresso del Partito Comunista

Il 19° congresso del Partito è tutto impostato per confermare il consolidamento del potere del presidente Xi Jinping. Tuttavia, per molti osservatori delle vicende cinesi ciò che più conta è se, calato il sipario su questo evento, verrà impressa un’accelerazione alle riforme economiche. Per i leader cinesi infatti rispettare le previsioni di crescita rappresenta la chiave per salvaguardare la credibilità del Partito comunista (Pcc). La legittimità di quest’ultimo a governare potrebbe essere messa in discussione se si verificasse un drammatico rallentamento della crescita, e non è ancora chiaro se verranno attuate politiche utili a prevenire quest’eventualità.

Ciò dipenderà probabilmente da quanto Xi riuscirà a risolvere la principale contraddizione insita nella dichiarazione conclusiva del terzo Plenum del Pcc del 2013. Quest’ultima suggerì che il mercato dovrebbe svolgere un compito “decisivo” nella distribuzione delle risorse, ma riaffermò anche che lo Stato avrebbe continuato a giocare un “ruolo guida” nell’economia. Quest’ambiguità ha da allora condizionato la formulazione e l’applicazione delle riforme.

Da questa contraddizione derivano tre problemi che la nuova leadership dovrà affrontare: una potenziale crisi finanziaria (e il ruolo, al suo interno, delle aziende di Stato, SOE); il passaggio a un processo di urbanizzazione più efficiente; aggredire i fattori sistemici della corruzione.

Da anni ormai la crescita del rapporto tra debito e prodotto interno lordo ha fatto suonare il campanello d’allarme per un’imminente crisi finanziaria. Il recente declassamento da parte di S&P, che segue una mossa simile da parte di Moody’s, rappresenta un ulteriore avvertimento. Il punto è che tutte le economie che hanno sperimentato un simile aumento del debito hanno poi patito una crisi finanziaria e non c’è alcun motivo per cui la Cina dovrebbe fare eccezione.

Eppure la Cina è diversa, non perché sia immune da pressioni finanziarie, ma perché i rapporti all’interno del suo sistema economico e la struttura stessa di quest’ultimo sono differenti da quelli delle altre economie. Gli osservatori più ottimisti sottolineano che la maggior parte del debito della Cina è pubblico piuttosto che privato ed ha origine in patria invece che all’estero. Inoltre, i patrimoni delle famiglie sono generalmente solidi.

Ma né gli ottimisti né i pessimisti hanno riconosciuto che l’entità dell’attuale impennata del debito della Cina deriva dalla nascita, una quindicina d’anni fa, di un mercato immobiliare privato. Una volta creato quest’ultimo, l’impennata dei flussi di credito diede vita a valori di mercato per la terra, in precedenza nascosti in un sistema socialista. L’aumento del valore degli immobili di cinque volte negli ultimi dieci anni spiega perché è cresciuto il debito e non il prodotto interno lordo, dal momento che l’aumento dei prezzi della terra e il trasferimento di simili proprietà non sono inclusi nel Pil.

I rischi si annidano maggiormente nella concentrazione di crediti deteriorati all’interno di un gruppo di SOE che devono essere ristrutturate o chiuse. Tuttavia, poiché molte delle maggiori SOE sono considerate campioni nazionali della Cina, le necessarie riforme sono state rallentate. Quindi la questione non riguarda tanto il settore bancario, quanto piuttosto la necessità di tirare fuori le SOE da quelle che normalmente dovrebbero essere attività commerciali private in un contesto di mercato.

La fonte principale di crescita sostenibile nel medio termine è il processo di urbanizzazione, poiché nel prossimo decennio altri 150 milioni di residenti in aree rurali si trasferiranno in città. I pianificatori cinesi ritengono che questi migranti vadano incanalati verso le città piccole e medie e che deve essergli impedito di accedere a quelle maggiori, come Pechino e Shanghai. Lo Stato dirigerà dunque gli spostamenti di questi lavoratori attraverso politiche draconiane di residenza, invece di permettere alle forze di mercato e alle decisioni individuali di orientare le migrazioni. La scelta di spedire i migranti nelle città minori però riduce la crescita economica, poiché la produttività è di gran lunga maggiore nelle città più grandi.

Anche se favorire una crescita accelerata continua a rappresentare una priorità per la leadership, Xi considera vitale per il mantenimento della legittimità del Pcc anche la sua campagna contro la corruzione. È opinione comune che il malaffare rallenti la crescita, poiché frena la spinta ad investire. Ma i due obiettivi della leadership potrebbero rivelarsi incompatibili in Cina, dove lo Stato controlla tutte le principali risorse, e i tassi di rendimento del settore pubblico sono molto più bassi di quelli privati.

Infatti, poiché spesso le privatizzazioni in Cina si rivelano irrealizzabili, la corruzione permette il trasferimento a interessi privati dei diritti di utilizzo di proprietà statali attraverso accordi formali o informali con funzionari che le controllano. L’unicità del sistema amministrativo della Cina quindi incoraggia una partnership tra interessi pubblici e privati per favorire una crescita dalla quale entrambi traggono guadagno. La leadership cinese non sembra voler ammettere che combattere la corruzione sostenendo allo stesso tempo la crescita richiederebbe che lo Stato rinunciasse al suo ruolo dominante nel controllo dell’attività economica (**).

Gli impressionanti risultati economici della Cina sono il frutto della scelta di contare gradualmente di più sulle forze di mercato per determinare i risultati economici da raggiungere (***), anche se è sempre lo Stato a dettare le priorità. La questione ora è se la nuova leadership saprà trovare il giusto equilibrio per permettere al mercato di svolgere il ruolo “decisivo” immaginato dal terzo Plenum mantenendo il ruolo “guida” del Pcc.

* Tratto da Eastasiaforum.org (traduzione da Cinaforum.it)

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Note:
** ma chi lo dice?
*** opinabile, molto basta vedere il mercato che ha combinato a giro per il mondo.