Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/08/2025

Disastro urbano e insignificanza dell’arte nella società di crescita secondo Latouche

di Gioacchino Toni

Serge Latouche, Il disastro urbano e la crisi dell’arte contemporanea, traduzione di Cristina Cecchi, elèuthera, Milano 2025, pp. 104, ed. cartacea € 14,00, ed. digitale € 6,99

Se la città produttivista, con tutti i suoi disastri ambientali e sociali, vanta ormai una lunga storia, è con il processo di globalizzazione scatenatosi alla fine del vecchio millennio che, sostiene Serge Latouche, si assiste all’esplosione dell’urbano. Pur distruggendo con l’industrializzazione ottocentesca una parte importante delle città storiche (come hanno raccontato Émile Zola e Charles Dickens), la modernità ha comunque mantenuto o strutturato un qualche equilibrio urbano, sociale e valoriale grazie anche alla lotta di classe che, con le sue rivendicazioni e le sue lotte, ha saputo imporre il mantenimento di un minimo di vivibilità e socialità.

È con la mercificazione e la finanziarizzazione – con la deregolamentazione della società salariale e dello Stato sociale, con la disintermediazione finanziaria e con la disarticolazione delle barriere economiche e mercantili – imposte dalla globalizzazione inaugurata dal duo Reagan-Thatcher che si assiste alla omnimercificazione del mondo. Tutto diviene commerciabile in una società che sembra fare della crescita il suo scopo primario. Alla luce di tali premesse, il recupero dei centri storici che ha caratterizzato gli ultimi decenni si è spesso risolto in gentrificazione e museificazione inaugurando un’espulsione nelle periferie dei ceti popolari, espulsione ultimamente portata avanti anche attraverso il meccanismo degli affitti brevi.

Il disastro urbano, scrive Latouche, «non è tanto il risultato del fallimento degli architetti o degli urbanisti, quanto il risultato di una crisi di civiltà», dunque, per ricomporre il tessuto sociale locale e urbano, continua lo studioso, occorre uscire «da questa società di crescita che atomizza la società e perde di vista il bene comune»; la realizzazione di una società di decrescita, che abbandoni una volta per tutte «il culto insensato dello sviluppo per lo sviluppo, della crescita per la crescita» appare a Latouche come l’unica possibilità di ricomposizione.

Non si tratta, però, mette in guardia lo studioso, di «fare un’inversione caricaturale che consista nell’esaltare la decrescita per la decrescita». Anche alla luce del fatto che oltre due miliardi di persone, non ammesse nelle città, si trovino a vivere in bidonvilles e in favelas autocostruite, occorre saper contrapporre alla società di crescita un’utopia radicale, sistematica e ambiziosa che preveda di: «rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare». Insomma, secondo lo studioso, serve un altro modo di abitare la città. Per quanto l’utopia della decrescita implichi una visione globale, per attuarla, però, puntualizza Latouche, non si può che partire dai territori.

Rifacendosi al pensiero di autori contemporanei come Cornelius Castoriadis e Jean Baudrillard e riprendendo le idee e le sperimentazioni dell’utopista ottocentesco William Morris, Latouche giunge a ritenere che il disastro urbano e l’insignificanza dell’arte contemporanea abbiano le medesime origini. La società di crescita «con la sua pervasiva artificializzazione della vita lacera il territorio, divora lo spazio, rode il senso dei luoghi, disintegra il tessuto sociale» compromettendo «ogni capacità di meravigliarsi, a favore di quella replica infinita dello stesso che è il segno distintivo dell’arte contemporanea».

Occorre prendere atto, sostiene Latouche, che la generazione dei grandi maestri dell’architettura come Le Corbusier, Ludwig Mies van der Rohe e Walter Gropius, e persino quelli di loro più attenti alla questione ecologica, come Frank Lloyd Wright, Alvar Alto e Hassan Fathy, così come la generazione successiva che vanta personalità del calibro di Renzo Piano, Paolo Portoghesi, Frank Dehry, Ricardo Bofill e specialisti dell’abitare ecologico come Philippe Madec, Christian de Portzamper e Jacques Ferrier, non sono riusciti ad andare oltre alla realizzazione di singole unità, non hanno insomma saputo/potuto “fare città” ed evitare la decomposizione del tessuto urbano, la cementificazione del territorio e, in generale, l’aumento della bruttezza.

Il trionfo del mercato e della globalizzazione, sostiene Latouche, «dissolve l’arte nell’ossimoro dell’industria culturale», in tale contesto la finanziarizzazione dell’arte ha finito per imporre su scala globale una sorta di pensiero unico. Baudrillard aveva saputo anticipare sin dai primi anni Settanta del secolo scorso quel processo di annientamento dell’arte operato del mercato sviluppato dall’industria cultuale che avrebbe condotto, come sostiene Castoriadis, alla condanna dell’opera d’arte a divenire prodotto destinato, al pari di tutti gli altri prodotti contemporanei, alla smania della novità e alla rapida obslolescenza.

Per quanto anche prima dell’avvio di quella che è stata definita l’era della globalizzazione si avesse a che fare con un’economia di crescita, la società di allora, puntualizza Latouche, non era ancora stata del tutto fagocitata dall’economia. «La cultura non era ancora completamente industrializzata e mercificata» e ancora si avevano artisti operanti in maniera genuinamente critica nei confronti della società. Nel frattempo persino la critica artistica radicale alimentata in Francia dai Situazionisti è stata ampiamente recuperata dal nuovo spirito del capitalismo che si è dimostrato particolarmente abile nell’utilizzare «le resistenze messe in atto per mantenere in vita il mito dell’arte e della cultura, mentre ne distrugge la realtà».

Convinto che al fallimento della politica urbana e all’insignificanza dell’arte contemporanea abbia contribuito la crisi della cultura, Latouche ritiene che insieme alla ricostruzione del tessuto locale e urbano, il progetto della decrescita possa fornire gli strumenti e l’immaginario per ricostruire anche il senso del bello, per «re-incantare il mondo».

Per quanto la soluzione della decrescita proposta da Latouche sollevi perplessità e critiche anche nell’ambito della critica anticapitalista, lo studioso ha indubbiamente il merito di denunciare efficacemente la follia produttivista a partire dalle sue fondamenta.

L’analisi di Latouche andrebbe comunque aggiornata alla luce dell’incidenza che la rivoluzione digitale e l’introduzione dell’intelligenza artificiale stanno comportando a livello sociale e culturale, con tutto ciò che ne consegue a livello del fare società, di costruzione identiaria e di immaginario. Un mutamento che riscrive l’idea stessa di crescita indirizzandola verso forme inedite. Se, anche alla luce di ciò, è difficile immaginare come possa essere avviato e praticato un tale programma di decrescita coinvolgendo attivamente una popolazione che ha sedimentato atomizzazione e individualismo, di certo resta viva l’urgenza sociale, ambientale e culturale di fermare la deriva produttivista, prima che sia davvero troppo tardi.

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24/07/2025

Modello Milano: si chiama "capitalismo"

Non ho letto né ho intenzione di leggere le carte dell'inchiesta milanese. Ancor meno ho intenzione di addentrarmi nel solito ginepraio di bla bla sul rapporto fra procure e istituzioni, nella solita rissa fra giustizialisti e (presunti) garantisti, nella solita guerriglia fra destre e sinistre di governo entrambe conniventi con il sistema economico e finanziario in questione.

È ora, davvero, di "semplificare": non l'urbanistica, ma il dibattito politico e culturale. Il cosiddetto "modello Milano", strombazzato da destra e da manca e a destra e a manca da un paio di decenni in qua, è un modello fondato sulla rendita immobiliare e finanziaria, sul mantra assoluto della "attrazione di capitali", sulla deregolamentazione impudente, sulla trasformazione delle città in dispositivi spietati della produzione di ricchezza per pochi (i soliti ricchi, e gli arricchiti sulla base del suddetto modello), sulla espulsione violenta dei ceti popolari e dei ceti medi dai centri storici e dai quartieri vivibili. In breve, sulla distruzione della civiltà urbana – ingrediente non secondario della tanto strombazzata "identità italiana".

Questo modello ha egemonizzato, ben oltre Milano, la visione e l'amministrazione di tutte le principali città italiane, saldandosi con il suo modello gemello, quello basato sulla turisticizzazione forzata delle città d'arte, dei borghi gentrificabili e di tutto il territorio rapinabile. La questione non è morale, è politica ed economico-politica, e si chiama capitalismo (neoliberale), un nome che è scomparso dal lessico della sinistra ufficiale: o ricompare, o la sinistra ufficiale continuerà a essere un niente.

Aggiunta non marginale. C'è stato un tempo, anni '60 e '70, in cui l'urbanistica era una disciplina progressista, e in versione riformista o rivoluzionaria lavorava a fianco della sinistra, riformista e rivoluzionaria. La sparizione dell'urbanistica prima, e poi la sua trasformazione in alleata del sistema della rendita immobiliare e finanziaria, è un pezzo non secondario della storia culturale dell'Italia dell’ultimo secolo. Bisogna ricostruire l'alleanza fra una politica e un'urbanistica riformatrici, se non rivoluzionarie. E oltre Milano, bisogna guardare a New York. Dove lo stesso modello drogato di crescita verticale, produzione di ricchezza stratosferica per pochi ed espulsione di massa degli abitanti sta già arrivando al capolinea. Qualcuno se n'è accorto, si chiama Zohran Mamdani e a 33 anni, invocando il ritorno a una città vivibile e accessibile, ha sbaragliato Cuomo alle primarie dem. Non c'è solo Trump nel nostro futuro.

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18/07/2025

Il sistema Milano contagia anche Roma e Torino: arrestiamolo subito!

di Paolo Berdini

Dopo che la magistratura milanese ha scoperchiato il sistema che ha tenuto in scacco Milano da decenni, il sindaco Sala si è limitato a dire “di non riconoscersi nella lettura dell’indagine”. Strano. Quel sistema va avanti dal 1995 quando iniziano i primi consistenti finanziamenti pubblici che hanno drogato il mercato immobiliare milanese e spinto i prezzi delle case ad un livello insostenibile per tutti i cittadini ad eccezione di un pugno di immobiliaristi, finanzieri d’assalto e architetti compiacenti. Sala è stato un grande protagonista degli ultimi due decenni.

Dal 2009 diventa general manager del comune di Milano chiamato dalla sindaca Moratti (centrodestra); poi responsabile dell’Expo 2015; dal 2016 sindaco per il centrosinistra. Un ruolo centrale, ma non si è accorto di nulla. Eppure qualcuno aveva gridato allo scempio. I tanti comitati di cittadini. Illustri docenti come Sergio Brenna che ha denunciato da anni la questione degli scali ferroviari. Tecnici come Gabriele Mariani che ha sollevato anzi tempo il sistema delle deroghe per costruire dovunque grattacieli. Sala non li ha ascoltati ed anzi, quando Gianni Barbacetto ha squadernato il sistema milanese lo ha denunciato per diffamazione!

Afferma oggi la magistratura che “si è svilito l’interesse pubblico” e ne ha giovato soltanto quello privato. Milano è stata scempiata da tanti grattacieli privati mentre la città pubblica declinava. Sono stati venduti immobili pubblici come il Pirellino, piscine e chiusi servizi. Non ci sono i soldi, si diceva. In realtà la “sinistra” alla guida di Milano si è dimenticata l’uguaglianza e diritti di tutti sanciti dalla Costituzione.

La cieca ubriacatura per un sistema che si teneva in piedi soltanto per imponenti finanziamenti – l’ex sindaco Gabriele Albertini ha parlato di 6 miliardi di investimenti pubblici nel decennio della sua sindacatura – ha portato all’ambizione di esportare il modello Milano in altre due grandi città, Torino e Roma.

A Torino dal 2021, il PD ha imposto come assessore all’Urbanistica Paolo Mazzoleni che aveva avuto ruoli importanti nella giostra milanese, e che anche dopo gli avvisi di garanzia avuti nella vicende urbanistiche, è stato difeso strenuamente quando le opposizioni torinesi hanno chiesto di fare un passo indietro. Nulla. Eppure Torino ha avuto un sindaco come Novelli e assessore all’urbanistica un uomo integerrimo come Raffaele Radicioni. Mazzoleni ha così potuto iniziare pochi giorni fa la fase finale per approvare il nuovo piano urbanistico torinese, improntato, afferma, ad una cultura “adattiva”. Termine tragico alla luce della bravura delle forze economiche milanesi ad adattarsi al nuovo modo di distruggere la città.

E veniamo a Roma. In questo caso la capitale morale del paese ha fatto almeno due regali. Pochi anni fa, Manfredi Catella, intervistato sulle pagine del Sole24Ore, affermava che dopo i successi milanesi si sarebbe interessato a Roma. Ed in effetti è attivo nel tentare di acquisire la proprietà pubblica (CDP) delle ex caserme di via Guido Reni e ha portato a termine alcuni interventi di valorizzazioni di immobili di pregio nel centro storico.

L’altro regalo si chiama Stefano Boeri, chiamato dal sindaco Gualtieri niente meno che a ripensare le periferie romane. Come possa l’architetto che ha collaborato a cambiare in chiave privatistica Milano pensare di risolvere i problemi delle carenze pubbliche delle sterminate periferie romane non è dato sapere. Per ora afferma che serviranno una buona dose di grattacieli. Come a Milano. E anche a Roma il PD ha imposto il silenzio.

In buona sostanza, dopo Milano è indispensabile arrestare anche Roma e Torino. Arrestare Ro-Mi-To, insomma. Non nel senso di tradurre in prigione i corrotti. A questo ci pensano egregiamente la magistratura e le forze dell’ordine. Arrestare nel senso di chiudere per sempre con l’urbanistica privatistica e tornare a regole pubbliche chiare e valide erga omnes. Non si vede ancora questo orizzonte. Mentre il PD tace, si vede soltanto la richiesta strumentale delle destre di dimissioni di Sala, quando sono state quelle stesse forze a tentare di approvare la legge Salva Milano.

Il solo modo per uscire dal baratro è riscrivere regole etiche. Soltanto in questo modo potremo ricostruire la città pubblica, dare case alle fasce sociali deboli e costruire servizi per città inclusive. Il modello milanese è fallito miseramente e la stessa sorte toccherà alle colonie torinese e romana.

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06/07/2025

“Caldo record? Nelle città non si piantano alberi e si usano materiali che fanno l’effetto-termosifone”

L’adattamento climatico è ancora una chimera. Nonostante gli allarmi, le strategie messe sulla carta, gli eventi estremi e i conseguenti disastri. Lo dimostrano l’asfalto appena rifatto che cede a causa del caldo sull’autostrada A4 Venezia-Milano, i lavoratori esposti a temperature record, gli incendi che minacciano anche le città italiane, malori e decessi. Per non parlare degli interventi di riqualificazione eseguiti nelle città italiane, che sembrano non tenere in minima considerazione i criteri per mitigare le ondate di calore di cui si parla da anni. Chi amministra e chi costruisce ormai conosce quali materiali utilizzare per mitigare le isole di calore, che un angolo di verde è meglio di una colata di cemento, che il consumo di suolo è deleterio per i centri urbani. E allora che cos’è che non abbiamo ancora capito? Da dove bisogna partire per mitigare gli effetti devastanti delle ondate di calore sempre più frequenti e intense? ilfattoquotidiano.it lo ha chiesto a Michele Munafò, professore di Tecnica e pianificazione urbanistica presso l’Università Sapienza di Roma e responsabile dell’Area monitoraggio e analisi integrata uso suolo, trasformazioni territoriali e processi desertificazione presso Ispra.

Quanto accade in questi giorni dimostra che il cambiamento climatico non è un tema che può uscire dall’agenda politica, ma è cronaca.

Isole di calore, incendi, malori sono alcuni dei fronti aperti dall’emergenza caldo. Ormai conosciamo gli effetti su salute e benessere della popolazione, sul nostro sistema produttivo, sull’agricoltura, sul nostro modo di vivere. Anche le soluzioni sono note. Dobbiamo ripensare città, territori e stili di vita in funzione del cambiamento climatico. E per migliorare l’ambiente dove vive gran parte della popolazione, cioè i centri urbani, dobbiamo rivedere profondamente il modello insediativo, dopo l’espansione urbana ed edilizia degli ultimi decenni. La priorità assoluta è togliere invece che mettere. Noi siamo abituati ad aggiungere, cemento, asfalto, edifici e tutti quegli elementi che poi, nella situazione in cui siamo, non fanno che peggiorare l’impatto dei cambiamenti climatici. Sarebbe necessario avere finalmente una legge nazionale sul consumo di suolo di cui si parla da anni ma che, a differenza di altri Paesi europei, l’Italia non ha ancora”.

Cosa rischiamo con la “politica del mettere”?

“Abbiamo condotto uno studio sulle nostre città, analizzando le temperature medie registrate su alcuni materiali artificiali, nel periodo estivo degli ultimi dieci anni. Ebbene, nelle aree dove la presenza di questi materiali è al di sotto del 10 per cento (mentre c’è una prevalenza di superfici naturali), la temperatura media al suolo degli ultimi dieci anni è di 36,4 gradi nel periodo estivo, mentre nelle aree dove le superfici artificiali superano il 50% della copertura si arriva a 41 gradi. Se i materiali artificiali superano il 90%, invece, la temperatura media di questi materiali sfiora i 46 gradi. Stiamo ricoprendo le nostre città di materiali che agiscono come se fossero grandissimi termosifoni: accumulano calore sotto i raggi del sole e scaldano l’aria. Per contrastare le isole di calore, bisogna eliminare questi elementi: depavimentare, riportare suoli naturali dove oggi ci sono cemento e asfalto, piantare vegetazione che ha un effetto di raffrescamento. Dove non è possibile, dobbiamo agire sui materiali, scegliendo quelli permeabili e studiare l’orientamento delle nostre costruzioni e infrastrutture per assicurare una ventilazione adeguata. Non possiamo pensare di risolvere i cambiamenti climatici chiudendoci in casa o in ufficio con un condizionatore”.

In Italia diverse città si sono dotate di piani per il clima e l’adattamento climatico, nei quali si elencano tutti gli strumenti che sarebbe il caso di adottare per mitigare le isole di calore. Eppure è molto facile imbattersi in piazze appena riqualificate senza un albero o in strade che appaiono come una distesa di cemento. Nel primo caso la ragione è spesso attribuita alla presenza dei sottoservizi, gallerie, metropolitane.

“La scusa dei sottoservizi non regge. Riusciamo a mettere alberi sui tetti degli edifici, quindi si può fare, ovviamente con le specie giuste. Ma ci sono tanti modi per creare verde. Non ci sono solo alberi di alto fusto, ma anche superfici erbacee o con arbusti, in grado comunque di assicurare una mitigazione delle temperature rispetto a una lastra di asfalto. Ci sono mille soluzioni diverse, anche se la vegetazione è quella più efficiente per ridurre le temperature. Sia attraverso gli effetti di ombreggiatura, sia attraverso l’evapotraspirazione e la riduzione delle superfici artificiali che hanno un potere riscaldante. Dunque la priorità è depavimentare e lo si può fare ovunque, in alcuni casi in modo radicale, come nei progetti di forestazione urbana, in altri casi con la presenza di infrastrutture verde e blu da declinare in vari modi”.

Qualche anno fa le parole dell’ex ministro della Salute tedesco Karl Lauterbach in visita in Italia (“queste destinazioni non avranno futuro a lungo termine”) suscitarono molti malumori. Ma lei non crede che un’altra priorità dovrebbe essere la tutela di turisti, oltre a quella dei cittadini?

“Certo, ma bisogna fare interventi di vario tipo e non è una cosa che si risolve dall’oggi al domani. Tutti quelli di cui stiamo parlando, dalla depavimentazione alla piantumazione, offrono già un servizio ecosistemico di raffrescamento. E possono agire sia sul singolo progetto per ridurre l’impatto delle isole di calore in un luogo, sia attraverso una rete di infrastrutture verdi e blu (dunque con l’utilizzo di acqua), sia con i cosiddetti percorsi freschi che, proprio dal punto di vista turistico, possono accompagnare una strategia di visita della città attraverso il collegamento di luoghi turistici. Il senso è quello di offrire percorsi ombreggiati e parchi urbani, in alternativa a strade e piazze più assolate. Se poi noi aumentiamo in maniera diffusa la presenza di vegetazione, avremo comunque l’effetto di ridurre la temperatura media su scala urbana”.

In che misura?

“Un altro studio condotto in collaborazione con il Cnr ci ha svelato che, se aumentiamo del 5% – quindi non di tanto – la copertura arborea di tutta la città, la temperatura media urbana scende di mezzo grado. Può sembrare poco, ma posso assicurare che in questo momento storico anche mezzo grado di temperatura media, a livello urbano, sarebbe un risultato significativo”.

Si parla spesso dell’utilizzo di materiali più chiari, a basso albedo. In Italia a che punto siamo concretamente? Quando poi parte il cantiere, quanto si stanno davvero utilizzando questi materiali?

“La verità è che noi ci siamo dimenticati della nostra esperienza. Nei secoli passati, le nostre città erano realizzati con materiali chiari, le pietre cosiddette fresche, in grado di adeguarsi meglio a climi caldi. Ancora oggi, nei centri storici si vedono sovente muri spessi, strade orientate secondo i venti prevalenti, materiali chiari. Tutto questo, nel corso dei secoli, lo abbiamo dimenticato. E oggi, dopo decenni di crescita urbana e cementificazione dei nostri suoli, abbiamo una situazione sul territorio completamente da rivedere e stravolgere”.

Qualche esempio?

“Non dobbiamo pensare al nuovo progetto, a costruire sul non costruito per costruire ancora, ma dobbiamo agire sul costruito e sulle aree dismesse, degradate che abbiamo nelle città. Grandi parchi urbani devono prendere il posto di colate di cemento non utilizzate o grandi parcheggi utilizzati poco durante l’anno. Più di un terzo delle superfici costruite sono legate a esigenze di trasporto pubblico e privato. Anche a livello europeo si parla di ripristino della natura, non di tutela della natura”.

Torniamo allo spazio utilizzato per esigenze di trasporto...

“Oggi sembra impossibile eliminare un posto dove sosta un’auto per piantare un albero, ma tutte queste auto che occupano spazio in strada, e magari vengono lasciate per tantissime ore senza essere utilizzate, creano calore. Va ripensato tutto: non solo il sistema dei trasporti pubblici, ma anche la riorganizzazione dei servizi e dello spazio urbano per ridurre le esigenze di mobilità a lungo e medio raggio. Per questo, oggi si parla sempre più della città di 15 minuti, dove i principali servizi sono disponibili e raggiungibili a piedi nel giro di 15 minuti partendo dal luogo in cui si vive”.

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14/12/2024

“Salva Milano”, sfascia il Paese

Il partito del cemento è uscito allo scoperto. E non poteva scegliere data migliore per farlo: la Giornata nazionale degli alberi, lo scorso 21 novembre.

D’altronde, perché parlare di Piani del verde comunali (peraltro non obbligatori in Italia, vergognoso) o di alberi a Milano, quando c’è da salvare torri di cemento cresciute più veloci dei platani e aprire nuove possibilità di deregolamentazione urbanistica?

Il 21 novembre è andato in scena, nel nostro teatrino parlamentare, il dibattito per il cosiddetto provvedimento “Salva Milano”, la leggina ad urbem che affossa quel che rimane della pianificazione urbanistica lasciando pieno campo alla legge della rendita (vuoi immobiliare, vuoi fondiaria). Il tutto al cospetto pure di alunne e alunni invitati in Parlamento per un giorno. Future generazioni che al ritorno a scuola, scrivendo il loro tema sulla giornata in Parlamento, citeranno il “Salva Milano”. Rendiamoci conto.

Veniamo però ai fatti. Da anni il Comune di Milano rilascia ardite autorizzazioni edilizie per fare torri, condomini, grattacieli nei cortili o laddove prima c’erano due magazzini, una palazzina o un deposito. Il tutto interpretando a modo suo la legge urbanistica nazionale e dilatando il concetto di ristrutturazione così da sostituire un piccolo volume preesistente con un condominio, rinunciando pure a incassare un bel po’ di oneri di urbanizzazione che servono a fare opere per tutti.

D’altronde da circa vent’anni Milano e i suoi sindaci hanno imboccato la strada pericolosa del cemento impegnandosi con tutto loro stessi a innalzare il più possibile i valori immobiliari. Per loro il principio a cui conformare il governo del territorio è l’attrattività (per cittadini ben paganti, ovvio). Attrattività è la parola che piace a destra come a sinistra e, infatti, i parlamentari la citavano con gran profusione quel 21 novembre.

Nel caso di Milano molta dell’attrattività l’hanno pagata tutti gli italiani perché tutti hanno contribuito a Expo 2015, alle Olimpiadi 2026, alla privatizzazione degli scali ferroviari, alle nuove Metropolitane e a tanto altro fatto con soldi pubblici non solo milanesi e non solo lombardi.

Quell’attrattività è fondata su un modello di vita urbana molto esclusivo e disegnato tutto addosso a una idea di felicità privata dove quel che conta è quel che possiedi, dove abiti, chi frequenti, quanti apericena fai alla settimana, se hai la palestra e il giardino in condominio, se hai la colonnina per la ricarica dell’auto elettrica, se hai soldi per pagarti la piscina pubblica nel frattempo trasformata in una location glamour per spritz-man, etc..

Ma chi l’ha stabilito poi che quella attrattività è cosa buona e giusta e, tanto meno, l’immagine della sostenibilità? E così, a furia di cemento, torri, grattacieli e archistar l’ultima Giunta ha oltrepassato quel poco di buon senso urbanistico che rimaneva ancora, decidendo che la ristrutturazione e la rigenerazione urbana fossero quella roba secondo la quale al posto di un piccolo magazzino artigianale posto in un cortile, si poteva allegramente costruire un condominio a torre da decine e decine di appartamenti da vendere dai seimila euro al metro quadrato in su.

Ma questa non è la Milano che tutti vogliono, con buona pace del sindaco, della sua giunta e dei tanti parlamentari che li sostengono (da tempo). E così qualcuno ha iniziato a dubitare e denunciare. Sono partite le inchieste ed eccoci qua nel pieno di un casino imbarazzante fatto già di mezze torri vendute, davanti alle quali schiere di parlamentari di destra e sinistra si danno da fare come matti per mettere una pezza (che io chiamerei condono, ma loro chiamano interpretazione autentica della legge urbanistica nazionale).

E la pezza, come tradizione vuole, è peggio del buco perché si vara una norma per mettere fuori legge l’urbanistica ovunque. In buona sostanza d’ora in poi la volumetria di un box potrà diventare quella di una palazzina. Quella di una palazzina di un condominio, e così via. Il tutto versando solo pochi denari al Comune, del tutto insufficienti a garantire quel minimo di servizi pubblici necessari per compensare l’aumento del numero di cittadini.

La vicenda è già sufficiente per vergognarsi di quel che hanno fatto a Milano e stanno facendo in Parlamento, da destra e sinistra. Ma oggi siamo nel 2024. E ha fatto bene qualche parlamentare a ricordarlo, ma non certo per mettere mano all’urbanistica affossandola.

Si è appena conclusa una fallimentare Cop29 dove si è ricordato che il 2024 è stato un anno pessimo e la politica non è stata capace di fare nulla a beneficio del clima. Pertanto i parlamentari che invocano il 2024 dovrebbero invocare lo stop alla crescita compulsiva delle città, ancor più se quella crescita la sfigura, si fonda sulla deregulation urbanistica e sulla espulsione delle fasce sociali più deboli, quelle che non possono permettersi appartamenti da cinquemila euro al metro quadrato in su.

E non ci vengano a dire che quell’urbanistica allegra in altezza a Milano è stata fatta per non consumare suolo, come ho sentito dire in aula Parlamentare. Falso. Milano continua a consumare suolo e il brivido per l’altezza non ha frenato un bel niente.

Negli ultimi 17 anni Milano ha consumato una media di 18 ettari all’anno di suoli agricoli o liberi al bordo o interni alla città. Semmai Milano è la dimostrazione del contrario: scegliere l’altezza non equivale a non consumare suolo. Non sono quindi i sindaci, assessori e parlamentari milanesi a poterci dare lezioni di non consumo di suolo. Men che meno oggi. Negli ultimi venticinque anni non ho sentito uno solo di loro fare un discorso a favor di suolo con una energia e vigoria tale e quale a quella che ho visto in Parlamento per il cosiddetto “Salva Milano”. E faccio notare che non stanno neppure cogliendo l’occasione di questo imbarazzante provvedimento urbanistico per approvare uno stop al consumo di suolo. Se ne guardano bene.

Quel che si sta compiendo è un doppio disastro nazionale. Per “salvare Milano”, il Parlamento sta decidendo che in tutte le città italiane si potranno costruire torri, condomini, grattacieli semplicemente chiedendo la più semplice delle autorizzazioni edilizie, senza un piano attuativo, senza adeguare i servizi, saltando a piè pari qualsiasi pianificazione urbanistica. E per di più la decisione parlamentare avrà pure valore retroattivo. Fatico a non mettere questa roba dentro il faldone dei “condoni”.

Il secondo disastro è culturale. Questo “Salva Milano” come volete che venga letto e capito dalle persone? Come un provvedimento per salvare il Pianeta? La miglior mossa per la transizione ecologica? Una legge per adeguare le città alla crisi climatica? Il primo di una serie di provvedimenti per avere città resilienti? Non credo proprio. Verrà visto come l’ennesimo abuso di potere politico all’italiana, dove i provvedimenti urbanistici in odor di condono e cemento che si approvano sono la normalità. Dove il cemento vince sul verde. Altro che “Salva Milano”, qui siamo in pieno “Sfascia tutto”. Benvenuti nello Sfasciocene.

Concludo con un appello alle sindache e ai sindaci che sono dalla parte del suolo. Vi chiedo di prendere le distanze da questo provvedimento facendo sentire la vostra voce. Prendete posizione pubblicamente, scrivete alla redazione di Altreconomia, intervenite: redazione@altreconomia.it.

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18/11/2023

La città più obesa d'America, o dei disastri del capitalismo

Spesso negli ambienti meno mainstrem (dagli onesti democratici, ai riformisti, fino ai comunisti) si disctetta delle storture del modello in cui viviamo, di tutte quelle cose che andrebbero corrette - o soppresse - per determinare un cambio di passo (dalla più generica qualità della vita, fino ai rapporti di produzione e il disastro climatico-ambientale che ci pende sulla testa più di una spada di damocle).

Niente di quel che ha visto o letto lo scrivente però, rende plasticamente e in maniesca adeguatamente scioccante, le devastazioni che il capitale ha prodotto con scientifica precisione a partire dagli inizi dei "30 gloriosi" nella sua patria americana. Niente come il video seguente


A pensare che in quegli anni si parlava male, malissimo dell'URSS, di Stalin, vengono i sudori freddi...

16/05/2023

[Contributo al dibattito] - La “città dei 15 minuti” tra realtà e leggende

Vi è un corposo "non detto" nel breve saggio che segue: la questione di classe. Qualsiasi analisi od opinione che non considera che le metropoli sono divenute da decenni i luoghi privilegiati per l'estrazione di valore dalla società, corrono il grosso rischio di risultare nuove e più sofisticate forme di gentrificazione.

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A dystopian plan!” Migliaia di cittadini lo hanno gridato lo scorso 18 febbraio 2023 per le strade di Oxford, in Inghilterra, in una manifestazione contro il piano di mobilità proposto dal Consiglio Comunale. Fomentata dai media e da alcuni gruppi politici, la popolazione si è scagliata contro un piano che condivide una visione di città sostenibile nota come “città dei 15 minuti”, termine coniato da Carlos Moreno, docente all’Università Sorbona di Parigi e rapidamente divenuto popolare tra gli amministratori locali di molte grandi città europee e non solo (Hernàndez-Morales, 2023). I manifestanti di Oxford sostenevano che le azioni messe in atto dal Comune li avrebbero costretti all’isolamento fisico nei rispettivi quartieri di residenza perché penalizzavano fortemente tutti i loro movimenti in automobile (O’Sullivan & Zuidijk, 2023). Le restrizioni sulla circolazione delle auto private in determinati quartieri della città, regolate attraverso un nuovo sistema di riconoscimento delle targhe, venivano paragonate dai manifestanti al “Big Brother” del celebre libro di George Orwell “Nineteen Eighty-Four” (Orwell, 1949). L’introduzione della misura di controllo viene così argomentata dal suo ideatore Duncan Enright, consigliere comunale al centro delle critiche e delle minacce: concedendo alle auto private permessi temporanei di cento giorni all’anno per attraversare alcune zone centrali, si vorrebbe incentivare lo spostamento dei cittadini con i mezzi pubblici o attraverso la mobilità dolce e ridurre il congestionamento del traffico (Oxford City Council, 2022).

Anche in Italia abbiamo assistito ad iniziative simili: in città come Milano e Bologna e in altri centri urbani, progetti per ridurre i flussi e migliorare la viabilità urbana sono all’ordine del giorno. Nelle cosiddette “città 30” la riduzione del limite di velocità da 50 a 30 km/h è stata estesa a numerosi quartieri per migliorare la sicurezza stradale (Finizio, 2023). Dobbiamo aspettarci reazioni di matrice popolare simili a quelle di Oxford anche in Italia? Quel che appare certo, è che la manifestazione di Oxford ha messo sotto i riflettori l’esistenza di forti malumori sul principio della città dei 15 minuti, che arriva ad essere accusata di limitare le libertà individuali dei cittadini, ridimensionandole ad un raggio di movimento di 15 minuti dalla propria abitazione (Marcelo, 2023).

Ci sembra un’affermazione ovvia ma, viste le premesse, è bene ricordarlo una volta ancora: la città dei 15 minuti non è un espediente per limitare la libertà di movimento, decidere la scuola da far frequentare ai propri figli, l’ospedale migliore per potersi curare piuttosto che i luoghi dove andare a fare la spesa, sono imprescindibili libertà personali dei cittadini che non vengono certamente messe in discussione dall’adozione del modello di città dei 15 minuti. La città dei 15 minuti rappresenta piuttosto una opportunità per migliorare la qualità della vita in città offrendo alle persone la possibilità di vivere a pochi passi dal lavoro, dalla scuola e da altre attività quotidiane, piuttosto che essere costrette ad affrontare strade intasate dal traffico e lunghi spostamenti che riducono il tempo libero a propria disposizione.

Del resto, cambiare gli stili di vita in coerenza con obiettivi di sostenibilità ambientale, sociale ed economica rappresenta ormai da anni una necessità ampiamente riconosciuta anche a livello politico, e il tema è diventato ancora di più sensibile dopo la crisi pandemica del 2020. In questo contesto, la città dei 15 minuti può rappresentare una risposta alle criticità ambientali e sociali emerse in ambiti urbani. Quali dovrebbero essere le sue priorità? In primis, guardare alla città non solo attraverso la lente dell’architetto o dell’urbanista, ma coinvolgendo altre discipline sociali in grado di contribuire alla comprensione della natura multidimensionale, dinamica e fortemente complessa della città. Mettere al centro il cittadino, la sua partecipazione nella vita pubblica locale e le sue opportunità di migliorare il proprio livello di benessere. La città dei 15 minuti dovrebbe poter restituire ai cittadini lo spazio urbano sottratto al traffico motorizzato (Allam et al., 2021). Il concetto di prossimità, chiave di volta della città dei 15 minuti, si rifà al pensiero teorico di Jane Jacobs, autrice di “The Death and Life of Great American Cities” (Jacobs, 1961), proponendo una lettura incentrata sulla prossimità alle funzioni urbane e sull’efficienza degli spostamenti. Nella visione di Carlos Moreno, le cosiddette “Urban Social Functions” (Moreno, 2020) diventano di prossimità, perché raggiungibili a piedi, permettendo alle persone di interagire di più l’una con l’altra, intensificando così i rapporti che danno luogo allo scambio di idee e competenze che abbracciando tanto la sfera economica quanto quella sociale (Urban Movement, 2022).

Negli ultimi anni sono state le conseguenze della crisi economica e sociale legata alla pandemia da Covid-19 ad aver ulteriormente alimentato il dibattito pubblico sulla città sostenibile e sulla prossimità dei servizi in un contesto di mobilità fortemente influenzato dal lavoro a distanza. Il modello della “città dei 15 minuti”, teorizzato dall’accademico Carlos Moreno, complice la pandemia, è diventato in poco tempo fulcro di nuove politiche urbane irrompendo nel panorama politico attraverso le campagne per le elezioni amministrative in diverse grandi città. La città dei 15 minuti passa a quel punto dall’essere semplicemente l’idea di un urbanista all’essere fatta propria da pianificatori territoriali e sindaci in giro per il mondo: è da qui ne deriva la grande popolarità. Senza alcuna pretesa di essere esaustivi, ne ricordiamo alcuni casi tra i più significativi.  

La città di Portland negli USA ha adottato già nel 2012, sotto la guida del Sindaco Sam Adams, il “Portland Plan”, poi ripreso anche dai suoi successori. La città statunitense propone il concetto di “complete neighborhood” nell’ambito della strategia “Healthy Connected Neighborhood”. I quartieri “completi” hanno come caratteristiche principali la prossimità dei servizi e la migliore gestione del traffico urbano (Hiskes, 2010). Il piano si pone come obiettivo il creare le condizioni affinché l’80% degli abitanti viva nei “complete neighborhood” entro il 2035. Dal punto di vista dei pianificatori, questo obiettivo si raggiungerebbe aumentando le abitazioni nelle aree con più alta densità di servizi, in modo da sostenere l’economia locale, migliorare i trasporti pubblici, l’accessibilità a scuole, spazi pubblici, strutture ricreative, centri sanitari e negozi alimentari. Un altro aspetto considerato imprescindibile è la sicurezza negli spostamenti e la permeabilità dello spazio urbano a pedoni e ciclisti (City of Portland, 2013). Un rapporto pubblicato nel 2017 mostra i risultati ottenuti nei primi anni di applicazione del Portland Plan attraverso diversi indicatori ambientali, economici e sociali che  evidenziano miglioramenti in diverse aree e, in particolare, sotto l’aspetto della salute degli individui e nelle emissioni di CO2 (City of Portland, 2017).

La città di Buenos Aires in Argentina, con il Sindaco Horacio Rodríguez Larreta dal 2015 persegue il principio della “ciudad a escala humana”, che ha come obiettivo quello di migliorare gli spostamenti interni alla città. Per migliorare la viabilità cittadina si è lavorato principalmente sui collegamenti tra bus e metropolitana e sono state progettate nuove piazze e aree pedonali. Buenos Aires ha chiuso un centinaio di strade per facilitare la percorribilità e la sicurezza dei pedoni e ha attivato il servizio di eco-bike per incentivare gli spostamenti sostenibili (Buenos Aires Ciudad, 2017). Gli interventi, che in alcuni casi hanno interessato anche la riqualificazione urbana di quartieri popolari, hanno visto l’attiva partecipazione dei cittadini per individuare i reali bisogni e le esigenze dei singoli quartieri (Buenos Aires Ciudad, 2023).

La città di Melbourne in Australia ha approvato nel 2017 il “Plan Melbourne 2017 – 2050”, che ha individuato i criteri d’azione per il medio e lungo termine basati sul principio del “20-Minute Neighbourhood”. L’iniziativa australiana persegue il concetto di “living locally”, incentrato su progetti di pedonalizzazione, potenziamento delle reti ciclabili e del trasporto pubblico, affinché i cittadini possano raggiungere più facilmente e in meno tempo i servizi (Victoria State Government, 2021). Nel 2018 è stato avviato il programma pilota “20-Minute Neighbourhood” in tre quartieri: Strathmore, Croydon South e Sunshine West. Gli interventi che hanno visto anche in questo caso l’attiva partecipazione dei residenti nel processo decisionale, sono diversificati in base ai contesti territoriali: a Strathmore l’azione è iniziata con il rifacimento della segnaletica orizzontale, l’abbassamento del limite di velocità per gli autoveicoli, e la realizzazione di uno spazio pubblico pedonale (Victoria State Government, 2019b); nel Croydon South sono stati migliorati i collegamenti pedonali, ciclabili e del trasporto pubblico e l’impianto di illuminazione pubblica (Victoria State Government, 2019a); a Sunshine West l’attenzione è stata rivolta, oltre al miglioramento dello spazio pedonale, all’economia locale, attraverso il sostegno ai negozianti locali e con il lancio dei negozi “pop-up” per rivitalizzare le strade commerciali del quartiere (Victoria State Government, 2019c).

A Barcellona Ada Colau, rieletta Sindaca nel 2019, prosegue il progetto delle “Superilles” che ha come obiettivo di migliorare la viabilità cittadina, rendendo la città più verde e vivibile e recuperando lo spazio usato dalle auto per concederlo alle persone. I “Superblocchi” consistono in una struttura a griglia dove le strade perimetrali vengono destinate al traffico motorizzato mentre le vie interne sono riservate alla mobilità dolce. (Ajuntament de Barcelona, 2023). Il processo di costituzione dei Superblocchi coinvolge direttamente i residenti locali che, in collaborazione con le altre organizzazioni e con i rappresentanti del Comune, espongono le necessità su cui deve fondarsi il piano di intervento (Joanneum Research, 2016). Il primo quartiere interessato dalla nuova configurazione è stato Poblenou, dove il progetto pilota delle “Superilles” è stato lanciato nel 2016. Sono stati due i passaggi principali: il primo, caratterizzato da soluzioni di urbanistica tattica ed interventi provvisori, ha permesso di velocizzare i lavori e ridurre le spese e di coinvolgere più attivamente i residenti locali che hanno dato vita ad idee come parchi giochi per bambini, aree sportive, tavoli da picnic e da ping-pong, spazi di incontro e tour letterari; la seconda fase è stata quella di interventi convenzionali volti al completamento del progetto iniziale (Public Space, 2017).

La città di Bogotà in Colombia ha adottato nel 2020 con la Sindaca Claudia López Hernández la politica della “città dei 30 minuti”. In una città dove i pendolari, nel 2019, hanno perso mediamente 191 ore all’anno a causa del congestionamento del traffico, la soluzione viene vista nella nell’accessibilità ai servizi che passa attraverso il miglioramento della rete ciclabile – aumentata in due anni di circa 85 km – e della viabilità pedonale (Hixson & Lindsay, 2021; Hendricks, 2022; Barr, 2023). Ma non si punta solo sulla mobilità a piedi o in bicicletta; con il principio dei “barrios vitales” si creano benefici per i pedoni togliendo spazio alle auto e ridestinandolo a interventi di urbanistica tattica. Il quartiere pilota di questo progetto è San Felipe dove sono state predisposte aree pedonali sicure e che incentivano l’incontro e la socializzazione, zone di parcheggio temporaneo per chi necessita di fare una rapida commissione, zone di sosta temporanea per il carico/scarico merci e “zone ad uso flessibile” ossia estensioni su strada per la circolazione dei pedoni in prossimità dei locali (Alcadìa Mayor de Bogotà, 2022).

Nel 2020 Anne Hidalgo diventa Sindaca di Parigi con un programma incentrato sulla “Ville du quart d’heure”, una città della prossimità in cui il cittadino può trovare tutto ciò di cui ha bisogno a distanza di 15 minuti a piedi o in bicicletta da casa. Il principio della “Ville du quart d’heure” si basa sull’adeguamento di funzioni già esistenti per ospitare un numero di attività più ampio rispetto a quelle per cui erano stati concepiti. Ad esempio, le scuole possono offrire, fuori dall’orario delle lezioni, attività ricreative, culturali e sportive rivolte alla cittadinanza (Ville de Paris, 2022). Diversi quartieri sono stati scelti per attuare i primi progetti pilota: a Les Olympiades, un “municipio mobile” avvicina i servizi comunali ai cittadini e, su iniziativa degli stessi residenti, una bricoteca diventa un luogo in cui è possibile prendere in prestito utensili di lavoro e apprenderne l’utilizzo. Nel quartiere Vaugirard le scuole aprono lo spazio a giovani e anziani che possono trascorrere del tempo studiando, giocando o socializzando. Il quartiere Porte de Montmartre, dedica uno spazio riqualificato agli incontri tra cittadini, alle consulenze digitali ed alle esigenze di carattere amministrativo o per incontri con le istituzioni (Ville de Paris, 2022).

A partire dal 2021 la “città dei 15 minuti” è entrata a far parte delle politiche urbane anche in Italia, con la vittoria di Sala a Milano e di Gualtieri a Roma.

Osservando i singoli progetti di messa a terra delle politiche urbane nelle diverse città brevemente richiamati sopra, si riscontarono numerose similitudini soprattutto nei tentativi di gestire aspetti legati alla mobilità e all’accessibilità delle aree con quelli legati alla vita sociale dei residenti.

L’idea di una “città dei 15 minuti” ha monopolizzato l’attenzione degli addetti ai lavori e dell’opinione pubblica, scatenando un vivace dibattito a livello globale, forse anche a causa della forte esposizione mediatica delle iniziative ad essa legate avvenute in un momento di particolare sensibilità rispetto ai temi della mobilità urbana, dell’accessibilità ai servizi e delle disuguaglianze socioeconomiche dell’era post-Covid. Del resto, come sottolineato in un precedente articolo su economiaepoliticaLa città dei 15 minuti è una città meno diseguale e più ricca di opportunità. In risposta a E. Glaeser” (Lelo, Monni Tomassi, 2022), le critiche non sono mancate. Per l’economista statunitense Edward Glaeser, la città dei 15 minuti è un modello di politica urbana sbagliato perché riduce le opportunità dei cittadini anziché aumentarle, creando immobilismo, accentuando le disuguaglianze, e costringendo le fasce sociali più deboli a maggiore isolamento e segregazione (Glaeser, 2021). Per Richard Florida e Carlo Ratti, il modello proposto da Moreno sarebbe inadeguato soprattutto per le città americane, sviluppate secondo una visione tentacolare dove le periferie sono molto distanti (Florida & Ratti, 2021).

A nostro avviso e anche alla luce di quanto richiamato sopra possiamo dire che oggi la città dei 15 minuti è soprattutto un modello sul quale si innescano ambiziosi obiettivi legati ai principi di sostenibilità ambientale sociale ed economica che hanno come conseguenza un miglioramento del benessere e della qualità della vita in ambito urbano. Un tentativo con l’evidente obiettivo di contrastare quelle disuguaglianze nell’accesso ai servizi che nelle grandi città metropolitane determinano disuguaglianze in termini di opportunità soprattutto per chi vive nelle periferie più disagiate di queste grandi metropoli (Lelo Monni Tomassi, 2019).

È ancora troppo presto per valutare gli effetti dell’adozione di questo modello nelle città che lo hanno scelto, possiamo però affermare che il dibattito che ne è scaturito a livello globale in seguito alla sua introduzione e sperimentazione in molte città in giro per il mondo indica una forte richiesta di politiche urbane incentrate sui temi della prossimità, della sostenibilità e accessibilità. Una sensibilità che non casualmente è stata fatta propria anche dal C40 Cities, la rete globale di città nata per affrontare la crisi climatica, che recentemente ha accolto il principio della città dei 15 minuti tra i suoi pilastri. Il percorso da fare rimane lungo, ma la strada sembra tracciata e l’obiettivo chiaro e condiviso: la città dei 15 minuti non è certamente un “A dystopian plan!”, quanto piuttosto un modello di sviluppo urbano più eguale e sostenibile per tutti.

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14/05/2023

La questione abitativa come contraddizione strategica

Mentre nel paese e, parzialmente nell’agenda politica, si torna a discutere di affitti impossibili, emergenza abitativa, e questione salariale, è andato in stampa il libro “Prigionieri del mattone”, curato dall’Asia-Usb ed edito da L’Armadillo editore. Si tratta di un prezioso e documentato lavoro di ricerca e analisi dei molti contesti sul tema dell’abitare finalmente affrontato da un punto di vista complessivo.

In esso è contenuta una analisi di classe della questione abitativa che continua a incidere pesantemente sia sulle condizioni di vita di milioni di persone, sia a rappresentare la manifestazione più devastante di quell’aspetto del capitalismo rappresentato dalla rendita.

Nel libro si fa tesoro delle analisi di studiosi marxisti della dimensione metropolitana come Mike Davis e di urbanisti italiani più attenti alla dimensione sociale e conflittuale del diritto alla città.

Infine, e non certo per importanza, vi si ritrovano i documenti, le piattaforme, le esperienze di movimenti sociali e sindacali sul fronte abitativo come l’Asia-Usb.

Il libro è stato reso possibile dall’agire collettivo di intellettuali, economisti, attivisti sindacali e dei movimenti sociali che hanno voluto rappresentare l’idea-forza della possibilità del cambiamento radicale sulle problematiche abitative.

È un testo che analizza e fa la sintesi dei processi di finanziarizzazione del mercato della casa, di arricchimento con le rendite immobiliari e, di contro, delle risposte in termini delle lotte popolari collettive che negli ultimi decenni sono state le uniche protagoniste della resistenza e del riscatto sociale per affermare il diritto all’abitare.

Anche chi ha fatto il lavoro più difficile di scrittura e strutturazione di buona parte del libro ha voluto mantenere l’anonimato, scegliendo la gestione collegiale e un elaborato collettivo.

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12/06/2022

Cemento, arma di costruzione di massa

di Gioacchino Toni

Schade, dass Beton nicht brennt (Peccato che il cemento non bruci). Così, riprendendo una scritta tracciata sulle mura della città dagli squatter berlinesi, è intitolato un film documentario realizzato dal Gruppo NovemberFilm nei primi anni Ottanta sul movimento di occupazione delle case vuote nella zona di Kreuzberg. L’ostilità espressa dagli autonomen berlinesi non è evidentemente tanto rivolta al calcestruzzo in sé – materiale utilizzato per edificare sin dall’antichità – quanto piuttosto al suo impiego moderno – nella variante “rinforzata”, il cosiddetto “cemento armato” – con cui sono edificati i quartieri degradati a cui sono costrette le fasce più povere della popolazione. Nonostante un glossario tecnico un po’ approssimativo, a questo slogan occorre riconoscere il merito di aver colto il legame esistente tra degrado urbanistico-abitativo, a cui è relegata una larga fetta di società, ed il materiale con cui tale habitat è edificato.

È proprio tale materiale ad essere preso di mira dal saggio di Anselm Jappe, Cemento. Arma di costruzione di massa (elèuthera 2022), testo in cui l’autore riflette sul cemento armato a partire dal crollo del viadotto Morandi nel 2018 a Genova. Al di là di colpevoli e criminali incurie e di eventuali ricorsi a materiali di scarsa qualità, il cemento armato è un materiale destinato ad un precoce invecchiamento divenuto simbolo dell’architettura novecentesca, tanto dei grandi maestri del funzionalismo quanto dei più anonimi fautori del disastro urbanistico-ambientale di cui è ormai impossibile non prendere atto.

Dapprima integrato nei metodi di costruzione tradizionali e celebrato da alcune avanguardie storiche, la sua “rivoluzione” in Francia può dirsi avvenire nel primo dopoguerra con l’industrializzazione del settore delle costruzioni edili che lo elegge come materiale imprescindibile. Se il cemento armato tende ad essere associato alle costruzioni funzionaliste-razionaliste, non ha fatto mancare il suo apporto nemmeno negli edifici neogotici, nelle ville liberty e nell’architettura organica.

Il boom del cemento armato, almeno in Occidente, si ha tra gli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso e se già dopo pochi decenni dalla loro costruzione le stretture realizzate con tale materiale iniziano il loro inesorabile processo di decadimento, per quanto possa essersi data una buona manutenzione, presto si dovrà fare i conti con l’obsolescenza di buona parte dell’ambiente edificato che ci circonda.

Se è vero che nella società contemporanea vengono da tempo mosse critiche nei confronti dei progettisti e delle imprese costruttrici – fedeli alle logiche del profitto – e si levano diverse voci contro l’imperativo di continuare a costruire senza sosta, forse, suggerisce Jappe, sarebbe utile mettere in discussione lo stresso cemento armato. Il legame tra cemento e capitalismo potrebbe non risolversi nel suo contribuire ai profitti di pochi, ma, secondo lo studioso, si potrebbe vedere in esso «la perfetta materializzazione della logica del valore della merce […] chiamato concrete in inglese e concreto nello spagnolo e nel portoghese latinoamericani, può ben essere considerato come il lato concreto dell’astrazione capitalista» (p. 18).

Se la gestione capitalista dello spazio, con l’ingiustizia sociale che ne deriva, è stata ed è oggetto di critiche, anche feroci, scarso interesse è stato sin qua rivolto ai materiali impiegati. Jappe propone dunque di trasformare in atto di accusa l’elogio che spesso viene fatto al cemento armato in quanto materiale che ha permesso l’architettura e l’urbanistica dei secoli XX e XXI. A scanso di equivoci è bene sottolineare che nel volume l’autore non propone il ritorno a murature prive di legnati; ciò che gli interessa è invece concentrare i suoi ragionamenti su di un materiale particolare come il cemento armato per il suo legame con il capitalismo industriale.

Con riferimento alla Francia, quando ha iniziato ad essere impiegato, il cemento armato è stato utilizzato soprattutto negli edifici pubblici, nelle opere di ingegneria civile e nelle abitazioni popolari. Servirà qualche tempo prima che questo venga accettato nelle dimore borghesi. La sua introduzione può dunque dirsi socialmente connotata tanto che finisce per essere “rivendicato” dal pensiero più progressista come “materiale proletario” da elogiare, inoltre, per la sua modernità.

Nonostante l’edilizia del cemento armato tenda ad indirizzarsi verso l’abitazione di massa, secondo Jappe non si deve scorgere una forma di emancipazione proletaria in quella che definisce una modernizzazione delle baracche.

L’architettura modernista del dopoguerra ha introdotto una novità degna di nota: i poveri sfogano la loro rabbia sulle loro stesse case. Il legame tra i grandi complessi residenziali e il continuo “degrado”, piccolo o grande che sia, è a tal punto visibile che ormai è considerato inevitabile, “naturale”. Non ci sono prove di tali pratiche nei tuguri proletari del XIX secolo. Il successo è innegabile: invece di attaccare le case dei ricchi, gli “esclusi” attaccano ora le loro stesse case (pp. 61-62).

Se precedentemente il proletariato urbano manteneva un legame orgoglioso con le abitazioni e i quartieri in cui dimorava, per quanto miseri fossero, nell’era del cemento armato tende invece a rivolgere l’odio non verso la classe avversa ma verso se stesso e verso i luoghi in cui vive ed a tale ribaltamento, sostiene Jappe, il ruolo dell’urbanesimo e della gestione del territorio è stato tutt’altro che secondario.

Il diffondersi delle nuove abitazioni è andato ad affiancare forme di inurbamento e modernizzazione forzati che hanno indotto a trasformare l’arredamento domestico, alla diffusione dell’automobile, all’abbandono dell’autoproduzione e alla perdita delle abilità nelle riparazioni domestiche anche più banali. Al di là dei miglioramenti reali, tutto ciò è stato reso possibile anche grazie alla capacità del capitalismo di far provare un senso di vergogna a quanti ancora vivevano “alla vecchia maniera”.

Il cemento armato è alla base anche della cosiddetta “architettura brutalista” spesso applicata nella costruzione di nuovi edifici universitari e, secondo l’autore, ciò appare del tutto in linea con l’avvento della “università di massa”.

Nel corso degli anni Cinquanta del Novecento tanto negli ambienti lettristi che, successivamente, situazionisti si produsse una critica radicale all’urbanistica dell’epoca che prese di mira anche il funzionalismo a cui tanti, anche di tradizione progressista, erano devoti. Quelle mosse da tali ambienti non erano, però, critiche animate da uno spirito nostalgico-tradizionalista – come invece accade ai nostri giorni in diversi critici della modernità di matrice libertaria – si trattava piuttosto di prospettare un altro modello di modernità, libero tanto da rigurgiti passatisti quanto da acritiche celebrazioni dell’esistente:

l’urbanismo unitario, e qui stava la loro originalità, non doveva servire all’ordine esistente, al lavoro o alla vita familiare, alla circolazione delle automobili o agli “svaghi” autorizzati, alla standardizzazione o all’economia. Tutto al contrario, l’architettura immaginata da lettristi e situazionisti era volta al gioco e al nomadismo, al “comportamento sperimentale” e allo smarrimento: in breve, alla “costruzione di situazioni”. Un aspetto essenziale era quindi la struttura labirintica, così come la possibilità per gli abitanti di modificare gli edifici (p. 73).

Raoul Vaneigem nel 1961, nei suoi Commentaires contre l’urbanisme scrive:

Abitare è il ‘bevete Coca-Cola’ dell’urbanistica. Si rimpiazza la necessità di bere con quella di bere Coca-Cola. […] Mischiando il machiavellismo al cemento armato, l’urbanistica ha la coscienza a posto. […] Bisogna costruire in fretta, c’è molta gente da alloggiare, dicono gli umanisti del cemento armato. Bisogna scavare trincee senza tardare, dicono i generali, c’è la patria da salvare. Non c’è forse qualche ingiustizia nel lodare i primi e nel beffarsi dei secondi?1.

Il ricorso massiccio al cemento si rivela nocivo per la salute del pianeta; si pensi alla ricaduta ambientale dell’estrazione massiccia di sabbia e ghiaia, all’impoverimento dei terreni ed al consumo di energia con conseguenti ricadute in termini di emissione di anidride carbonica determinata dalla sua produzione, oltre a richiedere l’impiego di una grande quantità di risorse idriche. Trattandosi però di cemento armato, occorre considerare anche la presenza del ferro nel calcolo dell’impatto sul pianeta.

Al di là dei problemi di impatto sulla salute e sull’ambiente, occorre però, secondo Jappe, concentrarsi sulla responsabilità del cemento armato nell’aver permesso l’architettura moderna così come si è sviluppata con tutta la sua negatività, pertanto, sostiene l’autore, la domanda da porsi non è tanto cosa il cemento armato abbia reso possibile – nella consapevolezza che non mancano di certo esempi positivi – quanto piuttosto occorre chiedersi cosa sia scomparso a causa sua e cosa abbia reso impossibile, quanto abbia inciso sulla perdita di savoir-faire e sul declino dell’artigianato edile, quante capacità e competenze nell’ambito dell’edilizia abbia cancellato...

L’omogenizzazione, la standardizzazione e l’anonimato dell’architettura e dell’urbanistica dell’età del cemento armato è sicuramente figlia della rottura operata dal capitalismo industriale nei confronti dello sviluppo millenario della civiltà.

Una delle prime esigenze del potere moderno è di vedere e controllare ogni cosa: conosciamo il ruolo emblematico del carcere detto “panottico” proposto in Inghilterra da Jeremy Bentham nel 1780. Le lunghe arterie dritte che attraversano le città moderne non servono solo a sparare sugli insorti, ma anche a impedire che qualcuno pensi anche solo di insorgere […] L’ideale panottico del potere si realizza non solo nella linea retta senza ostacoli, ma anche nel culto della trasparenza […] Questo fanatismo per la trasparenza corrisponde al desiderio di sorveglianza totale da parte di chi detiene il potere. L’architettura della visibilità è sorta quando la credenza in un Dio che tutto sa e tutto vede cominciò a intimorire meno le coscienze: Bentham era un protagonista dell’Illuminismo! Ed è anche una lotta contro il nostro lato oscuro, contro tutto ciò che sfugge al controllo della razionalità strumentale (pp. 155-156).

Il volume di Jappe termina dedicando un capitolo a William Morris ed alla sua lucida presa di coscienza, in pieno Ottocento, di come la meccanizzata produzione seriale dia luogo a realizzazioni di pessima qualità estetica derivata dalla logica profonda del “sistema fabbrica” e dalla parcellizzazione del lavoro svilente l’apporto creativo individuale. I meriti delle proposte di Morris sono probabilmente da ricercarsi più sul versante delle problematiche poste che su quello delle reali risposte praticate; la sua ambizione di unire etica ed estetica, di dare vita ad un’esperienza in grado di liberare tanto la creatività dei lavoratori, attraverso modalità produttive preindustriali, quanto la fruizione dei destinatari dal grigiore della produzione seriale, impatta, inevitabilmente, con la logica complessiva di un sistema economico che ne impedisce di fatto l’attuazione. Resta, tuttavia, un apprezzabile, per quanto romantico e utopistico, tentativo di invertire la rotta rispetto ai tempi correnti.

Insomma, un’alternativa al cemento armato, arma di costruzione di massa nelle mani del capitalismo, pare possibile soltanto mettendo davvero in discussione quest’ultimo.

Note

1) Raoul Vaneigem, Commentaires contre l’urbanisme, “Internationale situationniste”, n. 6, 1961, p. 33; riprodotto in Internationale situationniste 1958-1969, trad. it. Commenti contro l’urbanistica, Nautilus, Torino, 1994.

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22/07/2020

“Modello Milano”, il pasto nudo della speculazione immobiliare

Il dualismo Nord/Sud è stato evidente nel decorso di questa epidemia, con una diffusione del contagio nettamente superiore al Nord piuttosto che al Sud.

Sergio Brenna, ex docente di urbanistica al Politecnico di Milano, risponde ad alcune domande e affronta alcune questioni rispetto al modello di sviluppo urbanistico e territoriale del nord Italia e in particolare di Milano, come anticipazione di quanto verrà sviluppato nel dibattito di mercoledì prossimo a Milano, sulla “questione settentrionale”.

*****

La crisi sanitaria da cui il Paese, e soprattutto la Lombardia, non è ancora uscita del tutto ha colpito in modo particolare le zone più altamente industrializzate e inquinate d'Italia. Verosimilmente l’alta urbanizzazione del nord, e la necessità di concentrare un gran numero di esseri umani nei luoghi della produzione, sono state concause determinanti nel favorire la diffusione dei contagi. E altrettanto verosimilmente l’inquinamento, soprattutto nella pianura padana, è stato ed è un fattore di indebolimento delle difese naturali contro i virus. Il ruolo di una pianificazione urbanistica e di un modello di sviluppo industriale e territoriale vorace come quello della Lombardia, quanto ha inciso in questa dinamica?

Per quanto non si possa sostenere che ci sia una correlazione diretta tra storture nella pianificazione dell’uso del territorio e sviluppo della pandemia nelle regioni del Nord, credo si possano individuare alcuni punti di carattere urbanistico-insediativo che soprattutto nelle leggi regionali della Lombardia destro-leghista hanno posto ulteriori condizioni di facilitazione della sua diffusione e difficoltà di controllo.

Tra questi mi pare di poter indicare principalmente:

1) l’equiparazione tra spazi per servizi pubblici e servizi privati sostitutivi;

2) la conseguente riduzione quantitativa degli spazi pubblici di una regione che si pretende più ricca delle più avanzate economie europee, ma non sa essere altrettanto civile;

3) l’indifferenza funzionale delle scelte localizzative decise privatamente;

4) una riduzione del consumo di suolo, non solo molto più modesta e lenta degli obiettivi europei, ma senza una vera riduzione del peso insediativo cui invece si sta consentendo di concentrarsi senza limiti sul già urbanizzato.

Parliamo della deregolamentazione della pianificazione urbanistica. Molte delle leggi regionali sulla riduzione del consumo di suolo, tra cui quella della Lombardia, hanno promosso la fine del concetto di pianificazione e sdoganato la svendita del territorio ai costruttori. Il cosiddetto “Modello Milano” è stato ed è la punta di diamante dello sviluppo industriale ed urbano che premia la speculazione urbana in salsa green, la privatizzazione e la deregolamentazione del sistema pubblico...

Esattamente. Mi è capitato recentemente di ascoltare, in una trasmissione televisiva sulle “magnifiche sorti e progressive” del cosiddetto Modello Milano, la comune rivendicazione, da parte di esponenti di parti politiche che dovrebbero essere avverse, della bontà di un nuovo “rito ambrosiano”.

Questo dimenticando che quello “storico” degli anni ’50/’60 (imitato poi in diversi comuni del Paese) è consistito nell’ignorare la legge n. 1150/42, che richiedeva l’obbligo preventivo di un Piano regolatore generale, sostituendovi invece la prassi di contrattazioni “provvisorie” caso per caso, i cui contenuti ipocritamente avrebbero dovuto essere poi soggetti a conferma o rigetto in una futura pianificazione pubblica del Piano Regolatore Generale.

Ciò che una volta almeno si ammetteva essere un’ipocrita scappatoia arrangiata e formalmente provvisoria, oggi viene rivendicato come metodo stabile legalizzato dalla legislazione regionale e ratificato come legittimo persino da una recente sentenza del TAR sull’Accordo di Programma tra Comune di Milano e FS/Sistemi Urbani, in merito al riuso degli ex scali ferroviari.

Si sancisce così che, nei cosiddetti nuovi strumenti di pianificazione strategica, le leggi regionali possono autorizzare i Comuni a derogare dal rispetto delle normative minime inderogabili della legislazione nazionale.

In questo modo, implicitamente, si ratifica che in Lombardia (ma anche in molte altre regioni del Nord e non solo) in campo urbanistico la molto discutibile “autonomia differenziata” è già in essere...

Basta poi continuare a votare leggi regionali a mio avviso in palese contrasto con la legislazione nazionale (in Lombardia, ad esempio, la L.R. 12/05 e la recente L. R. 18/19 sulla Rigenerazione Urbana: +20% sulle quantità edificatorie dei PGT, -60% sugli oneri urbanizzativi!) e il gioco è fatto. Non costa nulla a chi le approva, non essendoci pericolo che il Governo o il Parlamento, tramite l’Avvocatura dello Stato, le impugni per violazione delle proprie prerogative, e i cittadini in dissenso sugli esiti di queste procedure molto spesso o non si vedono riconosciuta la legittimazione a impugnare via via le mille deroghe in esse contenute o – quando ciò viene ammesso – difficilmente hanno le risorse economiche per continuare ripetutamente a farlo.

E in tutto ciò che fine fa la questione della riduzione del consumo di suolo?

In tutto ciò c’è una palese deformazione dell’obiettivo di riduzione del consumo di nuovi suoli (in Lombardia rinviato sine die dopo che la L.R. n. 31/2014 aveva indicato ritmi di riduzione ben più blandi di quelli già vigenti in Germania e coi quali ben difficilmente si sarebbe potuto giungere al consumo di suolo zero al 2050, come indicato dalle direttive europee) non solo perché rimane il dubbio di fondo sulla reale efficacia di questo strumento nelle mani di un’amministrazione regionale che, prima con Formigoni, poi con Maroni, ora con Fontana, ha voluto connotarsi con lo slogan “ognuno padrone a casa propria”.

Ossia la logica che ha portato a far approvare piani urbanistici di durata solo quinquennale (cioè senza alcuna visione di lungo periodo) da parte di ciascun Comune e praticamente senza più alcun controllo di area vasta; ma soprattutto perché il tema correlato della “rigenerazione urbana”, cioè della concentrazione dei nuovi interventi edificatori su aree già urbanizzate, suscita più di una legittima preoccupazione.

Innanzitutto per la genericità ed indeterminazione di obiettivi e strumenti con cui dovrà attuarsi; e poi per la riduzione degli standard pubblici, riportati dalla Legge Regionale 12/2005 al livello minimo inderogabile dei 18 mq/abitante del 1968 e questo in una Regione che per sviluppo economico ama appunto paragonarsi e confrontarsi con quelle più sviluppate della Germania, ma non sa imitarne il livello di dotazioni pubbliche e di tutela ambientale.

Insomma la tanto decantata “eccellenza lombarda” in verità è uno esercizio di retorica che lascia buchi pesantissimi sul territorio... In verità il Modello Milano non arriva (e non intende arrivare) nemmeno lontanamente vicino ai livelli della dotazione di spazi pubblici come invece in altre regioni competitor (ad esempio la Baviera). La restrizione degli spazi fisici pubblici da un lato, e privatizzazione del territorio è una storia politica di lunga data...

Si. Si noti che la Lombardia – che con la prima legge urbanistica regionale approvata in Italia, la L.R. n. 51/75, aveva portato gli standard minimi per spazi pubblici di quartiere a 26,5 mq/abitante, mentre le realtà urbane europee si spingono a prevedere 50 mq/abitante e oltre. Insomma, la Lombardia che si proclama più ricca delle altre regioni italiane e persino più della ricca Baviera, non sa essere altrettanto civilmente sviluppata in tema di dotazioni di spazi pubblici!

Anche la durata quinquennale e non ripetibile dei vincoli di uso pubblico, stabilita a botta calda dal Parlamento dopo la sentenza choc della Corte Costituzionale del 1968 (ricordo in Facoltà di Architettura i TazeBao che a caratteri cubitali strillavano “Urbanistica incostituzionale!”), potrebbe motivatamente essere rimessa in discussione da una visione progressista oggi sempre più evanescente.

La sentenza della Corte Costituzionale, infatti, chiedeva solo un termine temporale ai vincoli di uso pubblico, anziché la durata a tempo indeterminato di ogni genere di vincolo prevista per i PRG nella Legge 1150/42. Se si considera però che i Piani Regolatori della Legge del 1865 duravano ben 25 anni e i Piani Attuativi degli attuali PRG/PGT ne durano tuttora 10, non si vede perché in linea di principio non si potrebbe tornare a proporre una simile durata, sicuramente più congrua a quella delle dinamiche urbane.

Questa riflessione non sarebbe completa se non ci si soffermasse anche su altri limiti della Legge Ponte. La 1150/42 prevedeva, infatti, che dopo la redazione del PRG vi fosse un’ulteriore fase di pianificazione pubblica comunale, coi Piani Particolareggiati di Esecuzione: solo dopo il privato avrebbe potuto presentare i propri piani di lottizzazione, che avrebbero però avuto una valenza poco più che di riassetto catastale delle proprietà, in adeguamento alle indicazioni del piano attuativo pubblico.

La Legge Ponte, invece, dopo l’approvazione del PRG con le sue prescrizioni localizzative e quantitative affida direttamente ai Piani di lottizzazione privati il compito di configurare l’assetto urbano ed edificatorio, e il privato lo fa ovviamente tutelando soprattutto la facilità attuativa del prodotto edilizio che deve poi far fruttare. Certo, le quantità edificatorie e di spazi pubblici sono quelle del PRG, ma come distribuirle è in funzione del massimo rispetto dell’assetto fondiario esistente in modo da turbarlo il meno possibile e le cessioni di aree pubbliche sono spesso fatte in zone residuali e frazionate.

Addirittura si è andata affermando la consuetudine che con i progetti cosiddetti “innovativi” in deroga al piano urbanistico vigente – una volta contrattate pattiziamente le quantità edificatorie e altrettanto pattiziamente gli spazi pubblici da realizzarsi, in genere non più del 50%, in una sorta di spartizione mezzadrile, mentre il rispetto degli standard minimi inderogabili richiederebbe il 65-70% e oltre – l’attuatore privato possa liberamente scegliere le funzioni (residenza, terziario, commercio; inutile pensare ad attività produttive oggi non più ritenute remunerative in ambito urbano) con cui dare attuazione all’intervento, secondo le convenienze di mercato che via via si vanno manifestando.

È evidente che in questa concezione l’ordine dell’assetto insediativo e la compatibilità tra le funzioni è l’ultima delle preoccupazioni che passa per la testa agli amministratori pubblici.

Ai molti che oggi lamentano che la cosiddetta “ragioneria degli standard”, conseguente al DM 1444/68, sia limitativa della libertà di fantasia progettuale, ricordo che nella mia esperienza di assessore ho visto discutere animatamente nei Consigli comunali quali fossero i limiti entro cui si potesse concedere di “monetizzare” le quantità di spazi pubblici da cedere per “far tornare i conti” delle norme imposte dal PRG, ma si discuteva di percentuali dell’1-2% e con valori assoluti di 500-1.000 mq.

È evidente, invece, che quando indici incongruenti “pattiziamente contrattati” negli strumenti urbanistici cosiddetti “innovativi” impongono la “monetizzazione” del 40-50% e oltre delle cessioni di aree pubbliche dovute, siamo di fronte a “convenzioni non urbanistiche” del tutto simili a quelle di prima della Legge Ponte e negli anni ’70-‘90 unanimemente deprecate, come lo erano quelle de Le mani sulla città, per rifarsi al bel film di testimonianza civile girato dal regista Francesco Rosi appunto nel 1963.

Si era già cominciato negli anni ’90 con i PII (Programmi integrati di intervento), PRU (Programmi di riqualificazione urbana), PRUSST (Programmi di riqualificazione urbana e sviluppo sostenibile del territorio) e con gli Accordi di programma, anche se per quasi vent’anni l’immobiliarismo tradizionale non aveva nemmeno osato credere alla possibilità di uno stravolgimento così totale della logica urbanistica che si era instaurata con la Legge Ponte 765/67 e con il relativo decreto attuativo DM 1444/68.

Poi è entrata in campo la grande finanza globalizzata, con la sua sterminata capacità di investimento su scommesse speculative di lungo periodo (aree pagate il doppio della rendita fondiaria corrente), e i Comuni col cappello in mano si sono resi complici nel cercare di raggranellare qualche briciola degli altrui grandi guadagni attesi.

Sulle grandi aree dismesse (ex aree fieristiche urbane, ex scali ferroviari di più o meno recente dismissione, ex caserme, ex insediamenti industriali) si sta procedendo come negli anni ’50/’60, quando a decidere dove, quanto e che cosa costruire era la convenienza economica di proprietà fondiarie e investitori immobiliari.

Con due aggravanti, però: 1) che oggi la dimensione fisica ed economico-temporale degli interventi proposti ai Comuni è enormemente accresciuta dalla dimensione finanziaria globalizzata e da quella delle aree in corso di dismissione d’uso (fabbriche, scali ferroviari, caserme, ecc.); 2) che allora i Comuni si dividevano tra quelli asserviti da Giunte compiacenti (Roma/Rebecchini, Napoli/Gava, Palermo/Ciancimino e giù giù per varie plaghe d’Italia) e quelli che si illudevano di poter beneficiare di qualche contropartita di utilità pubblica, moderandone le tendenze, pur senza una visione di pianificazione pubblica preventiva.

Oggi i Comuni, indipendentemente dall’orientamento politico, spesso pensano solo a facilitare le aspettative di investimento finanziario degli operatori, offrendosi di comparteciparvi con le aree di proprietà comunale (è accaduto a Milano con 100.000 mq comunali venduti a Hines/Catella, a Porta Nuova, e rischia di accadere di nuovo con quelle indotte dal nuovo stadio a S. Siro).

Solo così si spiega come possa essere accaduto che a Milano, su ex Fiera/Citylife e Porta Nuova, si sia arrivati da parte degli operatori finanziari a offrire alla rendita fondiaria proprietaria il doppio di quella corrente in operazioni immobiliari tradizionali e di più limitata estensione (1.800 €/mq slp pari – con quegli indici edificatori – a circa 2.000 €/mq di suolo contro gli 800-900 €/mq slp correnti in operazioni immobiliari tradizionali).

Qui a investire non sono più operatori immobiliari classici, che devono reperire i finanziamenti in banca e rientrare in tempi brevi per non fallire, ma direttamente le banche, le assicurazioni, i fondi pensione americani, i fondi sovrani mediorientali, ecc. che possono permettersi scommesse speculative di lunghissimo periodo e rischiare persino di perderle senza con ciò fallire.

Per quanto li si voglia “innovativamente” denominare con termini accattivanti, si tratta di fatto di “convenzioni non urbanistiche” del tutto analoghe a quelle pre-Legge Ponte/DM 1444/68 ma, appunto, in versione ed estensione 2.0 consentita da investimenti finanziari globalizzati.

Ve lo immaginate oggi vedere il Parlamento discutere e i governi cadere per quella quisquilia che sono vieppiù divenute, in epoca di finanza globalizzata, il governo del territorio e la rendita fondiaria che ne consegue?

Le modifiche legislative continuamente susseguitesi, che consentono ai Comuni di derogare sempre più ampiamente ai dettati minimi del DM 1444/68, che li dichiarava “inderogabili”, hanno continuato ad apparire qua e là in vari decreti omnibus e “milleproroghe”, prima con Berlusconi, poi con i vari Governi “tecnici” o di “emergenza”, e da ultimo persino il recentissimo Decreto Semplificazioni del Governo “alternativo” Conte-M5S-PD, senza che nessun parlamentare non dico lo mettesse in discussione, ma neppure se ne accorgesse.

E le sentenze dei TAR che prendono atto di ciò dichiarandolo perfettamente legittimo ne sono l’inevitabile conseguenza.

La questione urbanistica (e le sue conseguenze in termini di vivibilità e salubrità delle città e del territorio), ahimé, è totalmente scomparsa dall’orizzonte sia della politica che della società!

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30/06/2019

“Rigenerazione urbana”? Un facilitatore per rendite e capitali


di Sergio Brenna

Il Disegno di Legge n. 113 del 23.03.2018, d’iniziativa del deputato Morassut del PD ed ex assessore all’urbanistica a Roma con Veltroni ora in discussione alla Camera, è l’ennesimo tentativo surrettizio per trasformare il ruolo dei Comuni nel definire un urbanistica pubblica, in regolatori/facilitatori del traffico di rendite e capitali.

Era stato già tentato nel dicembre 2005 dalla “strana coppia” di deputati milanesi Lupi (FI/Pdl) e Mantini (Margherita/PD) con il loro libro “I nuovi principi dell’urbanistica” (ma forse intendevano “I nuovi prìncipi dell’urbanistica”!) e con un loro DDL approvato da un ramo del Parlamento e caduto solo per fine legislatura nel 2006, cui nella legislatura successiva tentarono di dare seguito presentando DDL distinti, ancorché ispirati da forti affinità elettive nei contenuti.

In occasione della presentazione del libro e dei dibattiti parlamentari essi raccolsero con favore alcuni interventi che indicavano il nucleo fondante dei nuovi principi nell’abbandono di un progetto pubblico dell’uso di città e territorio, tipico della visione a loro avviso obsoleta dell’urbanistica e nell’avvento della nuova visione “dell’economistica”.

Non deve quindi sorprendere che in quella legislatura a promuovere l’evoluzione dell’urbanistica in economistica fosse, ancor più che un DDL sul governo del territorio, il Documento Economico Programmatico Finanziario del Ministro dell’Economia Tremonti approvato dal Governo per decreto-legge nel 2008.

Tremonti, del resto, aveva già dato prova del suo modo di considerare subalterno l’uso della risorsa territorio alle contingenti esigenze del bilancio economico quando, nel 2005, in risposta a un quesito dell’Associazione Nazionale delle Tesorerie al Ministero delle Finanze sulla mancata riproposizione nel TU sull’edilizia (DPR n. 380/2001, a seguito della Riforma Bassanini delle procedure amministrative) dell’obbligo imposto dalla L. 10/77 (Bucalossi) di allocare gli oneri di urbanizzazione in apposito capitolo di bilancio vincolato all’esecuzione di opere di urbanizzazione, fece rispondere che se nel TU quel disposto non era stato riportato (anche se illegittimamente !), l’obbligo doveva considerarsi decaduto.

Si aprì per i Comuni la manna della possibilità di far fronte alle ristrettezze contingenti dei bilanci, “vendendo” nuove possibilità edificatorie. Nemmeno il Governo Prodi pose rimedio a questa illegittima stortura, che è proseguita sino allo scorso anno.

Nel marasma dell’attuale innaturale alleanza di governo/contratto tra Lega e M5S non sorprende che tutto ciò si ripresenti di nuovo sotto le false vesti di necessità di innovazione.

Gramsci in una nota scritta in carcere nel 1930 (A. Gramsci, Quaderni dal carcere Q 3, §34, p. 311) osservava: “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”; una considerazione che è purtroppo ancora oggi particolarmente attuale. Se non saremo in grado di far nascere una più razionale organizzazione della società, sulle rovine dell’attuale, andremo incontro a un’epoca ancora più oscurantista e imbarbarita della presente.

A proposito di Rigenerazione urbane e progetto pubblico di città e territorio, ricordo che De Mico (finanziere milanese dell’era Craxi e della “Milano da bere”, ndr) sull’area della ex stazione delle Varesine a Milano – poi divenuta parte dell’oggi decantato Porta Nuova Project, via via di proprietà di Hines/Catella/Fondo Sovrano Qatar – ottenne a suo tempo dal Consiglio di Stato una sentenza che, in base ad una perizia tecnica molto controversa, gli consentiva una volumetria di circa 240.000 mc.

Che ciò dovesse necessariamente corrispondere a 80.000 mq di GFA/slp (superficie lorda di pavimento) non era per nulla scontato, sapendo che ciò inevitabilmente comportava doverla accatastare in edifici molto alti; ovviamente invece quella era la scelta immobiliarmente più facile e gradita alla proprietà, trattandosi così di spazi alti circa 3 metri, indifferentemente fungibili a uffici o residenza secondo le fluttuazioni di mercato.

Un’Amministrazione comunale non arrendevolmente succube avrebbe potuto imporre scelte tipologiche tali che, a pari volumetria, corrispondessero edifici di minor altezza e minor GFA, come ho dimostrato possibile in alcuni schizzi di studio pubblicati in un mio libro.

Se qualcuno poi mi obiettasse che si tratta di fantasie da accademico vada a vedersi le immagini dei nuovi uffici del Ministero delle Finanze francese a Bercy (prog. Paul Chemetov) e il Markthall di Rotterdam che sono realmente costruiti e perfettamente funzionanti.

Altrettanto si può dire per la proposta Parco Possibile di Jacopo Gardella e Pierfrancesco Sacerdoti, che sul resto dell’area proponeva di riarticolare le medesime volumetrie previstevi in edifici bassi lungo gli assi del cardo-decumano milanese, concentrando gli edifici alti in posizioni appartate. Anche questa totalmente ignorata dall’Amministrazione comunale dell’epoca Moratti-Masseroli, che lasciò mano completamente libera alle “fantasie immobiliaristiche” di Hines-Catella coi vari Diamantoni, Solaria, Siringa, Bosco Verticale, Nido falloforico e via vaneggiando.

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26/06/2019

Olimpiadi invernali e Modello Milano, un altro passo verso disuguaglianza e devastazione del territorio


Le Olimpiadi Invernali nel 2026 si terranno a Milano e Cortina. Il sindaco Sala e il governatore Fontana esultano, ed esultano anche molti cittadini sui social a quanto ci viene raccontato.

Noi invece ci chiediamo cosa vorranno dire queste Olimpiadi nella città del Modello Milano, nella città dei progetti urbanistici faraonici e di impatto, nella città del benessere, il capoluogo di provincia più ricco di Italia, la città che con la sua provincia produce un valore aggiunto che sostanzialmente doppia quello delle altre provincie del Nord Italia, anche di quelle che costituiscono le zone del paese dove si gode di maggior benessere, come mostra una recente ricerca di PaP.

Che cosa significhino queste Olimpiadi in una città dove per vivere bene è necessario guadagnare circa il doppio di quello che i dati ci dicono essere lo stipendio minimo nazionale (1.570 euro al mese, secondo i dati dell’osservatorio Jobpricing).

In molti altri contesti abbiamo denunciato come dietro il cosiddetto Modello Milano ci sia in realtà un intreccio di interessi economici che hanno a che fare con le aree dismesse (ex scali ferroviari, ippodromi, patrimonio pubblico dismesso o in dismissione, ultimo caso è quello dell’accorpamento degli ospedali San Paolo e San Carlo), con un’urbanistica preda di interessi privati spacciati per interessi pubblici, con gli investimenti di multinazionali e fondi di investimento internazionali. Interessi che coinvolgono, peraltro, le organizzazioni criminali e la ‘ndrangheta in particolare, infiltrata nello smaltimento rifiuti, nel movimento terra e soprattutto nell’edilizia.

Le Olimpiadi invernali sono, a nostro parere, solo un tassello della trasformazione di Milano in città per ricchi e dei ricchi. In linea coi progetti City Life e Porta Nuova, queste olimpiadi produrranno nuove colate di cemento, nuove strutture faraoniche, la cui ricollocazione dopo il grande evento, sarà tutta da vedere, come l’esperienza di Expo insegna.

Il che è sostanzialmente in linea con un altro progetto molto discusso, quello del nuovo stadio, che dovrebbe rimpiazzare il vecchio Meazza, a pochi metri di distanza, caratterizzandosi come luogo di consumo e scambio di merci prima che luogo di sport.

Nella Milano che vuole darsi un’immagine ricca e solidale queste Olimpiadi saranno un altro modo per nascondere le contraddizioni, perché il processo di gentrificazione prosegue, con il suo portato di smantellamento delle reti sociali e di solidarietà, l’espulsione dei ceti popolari dalla città e la trasformazione dei bisogni essenziali e dei servizi in merce.

In una città che sta mettendo i suoi atenei e i suoi centri di ricerca sempre più al servizio del privato, che investe nelle scienze della vita e nelle biotecnologie soprattutto in un’ottica di profitto, si pensi al recente progetto VITAE, un nuovo polo in via Serio, che mescolerà ricerca oncologica, uffici all’avanguardia, ricerca pubblica e privata, in un mix difficile da districare, quest’ennesimo evento vetrina che muoverà soldi e investimenti non supportati da una logica amministrativa realmente al servizio della cittadinanza, non porterà ricchezza e benessere per tutti, ma profitti astronomici per i soliti noti e lavoro precario per molti: non è un caso che il Sindaco abbia già annunciato: “20mila volontari sono già pronti e nessuna città ha il nostro stesso consenso popolare”, nel solco di quella prima esperienza di lavoro gratuito (“ma fa curriculum”!) che è stato Expo e che ha aperto la strada a molte distorsioni, non ultima quella Alternanza Scuola Lavoro che nelle nostre scuole troppo spesso si traduce in lavoro nero minorile.

Quello cui siamo davanti è un intreccio di interessi economici, che vorrebbe concretizzare uno degli obiettivi centrali dell’Unione Europea da Lisbona 2000 in poi: la costruzione di una società della conoscenza competitiva e inclusiva. Ma sappiamo bene che questo obiettivo non è raggiungibile, perché la competitività, la prevalenza delle logiche economiche sue quelle politiche e sociali, la messa a profitto delle dimensioni essenziali della vita umana (la casa, la salute, il lavoro) non possono andare a braccetto con una logica di reale inclusione sociale.

Coloro che solo cinque anni fa si dicevano contrari alle Olimpiadi, in una logica meramente elettoralistica, come la Lega e Salvini stesso, o come i Cinque Stelle, che a Roma hanno a nostro parere correttamente, bloccato la candidatura per le olimpiadi, oggi invece si dicono entusiasti di questa “occasione per Milano e per gli italiani”, in un’ottica che li svela per quello che sono: non amministratori pubblici, non politici al servizio di uno Stato, ma meri gestori di interessi e decisioni che si prendono altrove, nei centri del potere economico e, dal punto di vista politico, fuori dai confini nazionali.

Avremmo voluto che a Milano come a Calgary si ragionasse nei termini di ciò che è meglio per la cittadinanza tutta e infatti la città ha scelto di ritirare la propria candidatura per queste Olimpiadi dopo un referendum popolare, invece rischiamo di trovarci a fare la stessa esperienza di Montreal 2010, dove le Olimpiadi Invernali hanno provocato una devastazione urbanistica e tasse aggiuntive per i cittadini per i 16 anni successivi.

E’ chiaro infatti alle comunità montane quale è l’impatto della costruzione di enormi strutture in alta quota, utilizzate solo in concomitanza dell’evento, e poi abbandonate, insieme a distese di parcheggi e strade in ecosistemi sempre più fragili e compromessi.

L’amministrazione cittadina e regionale vogliono fare di queste Olimpiadi una vetrina, la conferma di Milano come metropoli globale, che della globalizzazione capitalistica sposa tutte le scelte; noi crediamo invece che sarà necessario vigilare e denunciare quanto questa ultima operazione accrescerà ancora le disuguaglianze e le disparità che già governano questa città e questa regione.

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31/05/2019

Vivere alla fine del giorno

di Jack Orlando

È possibile definire grande democrazia un paese dove la polizia uccide quasi mille persone l’anno? Dove i tassi di malnutrizione infantile, povertà cronica e violenza endemica sono gli stessi di un teatro bellico?

Si direbbe di no, eppure è questa la condizione degli Stati Uniti d’America; il gigante più giovane dell’età degli imperi, che ha saputo plasmare, a sua immagine e somiglianza, l’Occidente stesso da cui è nato, un gigante dai piedi d’argilla che si voleva invincibile e che ora scorge il proprio tramonto.

Le contraddizioni stridenti del sistema yankee sembrerebbero ad una prima indagine storpiature inspiegabili. Com’è possibile che la terra del benessere e dei sogni a portata di mano possa far convivere, nelle sue città, accumulazione sfrenata di ricchezza e lande sterminate di miseria?

È possibile perché l’essenza stessa di un certo modo di produrre ricchezza e concepire la democrazia si fonda proprio sul diritto del censo più forte, sulla violenza sistematica e sulla negazione di dignità degli esseri su cui questa ricchezza è prodotta.

D’altronde è il paese costruito col sudore degli schiavi, espanso con lo sterminio dei nativi, reso grande dal saccheggio di ogni terra di prossimità. Rapimento, omicidio, rapina, governo, profitto.

La questione nera, dramma cardine della storia americana, ben lungi dall’essersi risolta con l’elezione di un afroamericano alla Casa Bianca, è riemersa dopo alcuni decenni di buio e il mondo ha scoperto che esiste ancora l’apartheid e che la violenza razziale appartiene ancora agli attrezzi di dominio dello Stato, che ancora si muore di fame sotto le insegne dell’opulenza capitalista.

I viadotti degli Stati Uniti post-crisi sono diventati spontanei slums di tende e cartoni abitati da esseri umani che hanno perso tutto dopo essere stati espulsi dal mondo del lavoro; le vestigia della Rust Belt, la vecchia cintura industriale, presentano uno scenario desolante disertato da chiunque ne avesse l’opportunità ed in cui sono rimasti a contendersi le briciole solo i più disperati; i quartieri dei neri, peggio ancora, arrancano in un limbo a metà tra la quarantena e l’abbandono di stato.

Praticamente ogni membro della comunità afroamericana è immerso, già dall’infanzia, in un ambiente afflitto dalla fame, dal razzismo, dalle bande armate, dalla dilagante dipendenza dalle droghe, dall’abuso di potere e dall’assenza di vie d’uscita dalla povertà; arrivare ai trent’anni senza essere in galera o sotto terra per overdose o morte violenta è considerabile un lusso.

La narrazione ufficiale, fedele ad una tradizione colonialista, vorrebbe i neri come soggetti irrecuperabili, antisociali ed autodistruttivi ed a guardare le statistiche si scoprirebbe che è anche vero che nei ghetti ci si ammazza di più, ci si rapina di più, ci si droga di più, si stupra di più, si rinuncia di più ad una vita ordinaria ma, d’altronde, come potrebbe essere diverso quando la storia ed ogni forza del paese condannano ogni giorno e senza appello questa comunità ad una condizione perenne di morte in vita, di disperazione e svilimento?

Il movimento Black Lives Matter, reazione agli omicidi polizieschi, ha riacceso le luci su questo universo negato, risvegliando l’interesse ed l’attenzione del mondo su di sé. Non a caso ha ricominciato ad essere oggetto di studio, narrazione, analisi. L’ultimo prodotto, cronologicamente, di questo interesse è il docufilm di Roberto Minervini: Che fare quando il mondo è in fiamme, un ritratto neorealista in bianco e nero della vita nel ghetto di Baton Rouge.

È un racconto della resistenza (o resilienza) a quest’inferno terreno, resistenza individuale o collettiva, politica o esistenziale; unica possibilità di riscatto per questi dannati della metropoli.

Resistono quei bambini che provano a crescere sani in un’aria malata, resiste quella donna che tenta di conservare il proprio lavoro e il proprio equilibrio nonostante i colpi della vita, resistono gli indiani contro lo spettro della gentrificazione che sottrae il tetto a chi già fatica ad avere pane, resistono le nuove pantere nere che cercano di rivitalizzare le vecchie parole d’ordine del Black Power.

È un film di denuncia che fa il paio con il precedente Louisiana (2015) che invece narra della non-vita dei bianchi poveri, i redneck/white trash del sud rurale e dimenticato da dio. Certamente è un film che ha il pregio di dare voce a chi voce non ne ha, che costringe a guardare ciò che ancora non si vuole vedere e che, per chi non ha alcuna cognizione del contesto americano, sarà probabilmente un pugno allo stomaco.

C’è però da dire che basta una conoscenza minimamente approfondita dell’argomento per notare che è un film che resta in superficie, non entra purtroppo nel profondo del ghetto: questa sensazione di vivere in un crepuscolo interminabile, dove il domani o non c’è o, se c’è, non sarà che peggio dell’oggi è perfettamente ripresa dalla telecamera ma rimane una sorta di condizione naturale ed immanente della vita afroamericana, probabilmente andare più al fondo dei meccanismi economici, sociali e politici che determinano questa condizione avrebbe reso un maggior servizio alla causa nera nonché una critica strutturale al sistema americano, che andasse oltre la dimensione pasoliniana.

Anche le minacce del Ku Klux Klan, la testa mozzata, le svastiche sulle scuole e le ronde armate delle Black Panthers somigliano, più che ad espressioni politiche di tensioni reali e determinanti, a rimanenze di un passato remoto, spettri che ancora vagano anacronisticamente in un’epoca che si sovrappone al loro tempo. Eppure le Panthers sono impegnate nel rivendicare giustizia per la morte di Alton Sterling, ucciso negli stessi giorni di Philando Castile in modo egualmente brutale e ingiustificabile, in una delle fasi di picco del movimento nero e dei disordini razziali che hanno attraversato il paese contando anche atti di spontaneismo armato contro la polizia.

La stessa regia, con una fotografia magistrale ed una scala di grigi che restituisce forte il senso di marginalità e di sogni negati, concentrandosi sui corpi lascia fuori un’altra grande protagonista della vita dei ghetti: l’urbanistica. Le inner cities dei neri sono ambienti degradati e degradanti, fatti di alloggi malsani, sovraffollamento; il deserto sociale ed esistenziale è ovunque riflesso da edifici sventrati dall’abbandono e grate di ferro alle finestre non di rado forate da proiettili; l’economia asfittica dei ghetti è fatta di rivendite di liquori, rigattieri, piccole botteghe scalcagnate. Non è mai pienamente comprensibile la sfera dell’umano se non si tiene conto del contesto in cui questa vita va dispiegandosi e quali siano gli spazi, tanto fisici che relazionali, che permettano il manifestasi di comunità.

In definitiva potremmo dire: è un bel film, che nonostante i passaggi profondi e toccanti di alcune scene, mantiene una sua leggerezza di fondo che lo rende un film forte, ma non scomodo.

Si potrebbe anche dire che sia un’occasione mancata per un prodotto così esteticamente valido e per una storia così forte, ma forse sarebbe ingeneroso.

Ciò che invece rimane ben impresso, ed è forse il maggior pregio di Minervini, è la cappa di vuoto opprimente che circonda il ghetto, una dimensione in cui il futuro è assente, il passato è doloroso ed il presente costringe a chiedersi se Dio sia ancora sveglio o abbia chiuso gli occhi sugli ultimi, lasciandoli soli in questa bolla deprimente.

Eppure, dentro la bolla, c’è chi tira avanti a testa alta, ci sono cuori che continuano a battere dove ci sono istinti di resistenza, sia essa la protezione della comunità o la cura dei propri affetti e di sé stessi senza cedere al nichilismo ed alla follia necrocapitalista.

Evidentemente, alla fine dei giorni, c’è ancora possibilità vita.

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