di Gioacchino Toni
Serge Latouche, Il disastro urbano e la crisi dell’arte contemporanea, traduzione di Cristina Cecchi, elèuthera, Milano 2025, pp. 104, ed. cartacea € 14,00, ed. digitale € 6,99
Se la città produttivista, con tutti i suoi disastri ambientali e sociali, vanta ormai una lunga storia, è con il processo di globalizzazione scatenatosi alla fine del vecchio millennio che, sostiene Serge Latouche, si assiste all’esplosione dell’urbano. Pur distruggendo con l’industrializzazione ottocentesca una parte importante delle città storiche (come hanno raccontato Émile Zola e Charles Dickens), la modernità ha comunque mantenuto o strutturato un qualche equilibrio urbano, sociale e valoriale grazie anche alla lotta di classe che, con le sue rivendicazioni e le sue lotte, ha saputo imporre il mantenimento di un minimo di vivibilità e socialità.
È con la mercificazione e la finanziarizzazione – con la deregolamentazione della società salariale e dello Stato sociale, con la disintermediazione finanziaria e con la disarticolazione delle barriere economiche e mercantili – imposte dalla globalizzazione inaugurata dal duo Reagan-Thatcher che si assiste alla omnimercificazione del mondo. Tutto diviene commerciabile in una società che sembra fare della crescita il suo scopo primario. Alla luce di tali premesse, il recupero dei centri storici che ha caratterizzato gli ultimi decenni si è spesso risolto in gentrificazione e museificazione inaugurando un’espulsione nelle periferie dei ceti popolari, espulsione ultimamente portata avanti anche attraverso il meccanismo degli affitti brevi.
Il disastro urbano, scrive Latouche, «non è tanto il risultato del fallimento degli architetti o degli urbanisti, quanto il risultato di una crisi di civiltà», dunque, per ricomporre il tessuto sociale locale e urbano, continua lo studioso, occorre uscire «da questa società di crescita che atomizza la società e perde di vista il bene comune»; la realizzazione di una società di decrescita, che abbandoni una volta per tutte «il culto insensato dello sviluppo per lo sviluppo, della crescita per la crescita» appare a Latouche come l’unica possibilità di ricomposizione.
Non si tratta, però, mette in guardia lo studioso, di «fare un’inversione caricaturale che consista nell’esaltare la decrescita per la decrescita». Anche alla luce del fatto che oltre due miliardi di persone, non ammesse nelle città, si trovino a vivere in bidonvilles e in favelas autocostruite, occorre saper contrapporre alla società di crescita un’utopia radicale, sistematica e ambiziosa che preveda di: «rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare». Insomma, secondo lo studioso, serve un altro modo di abitare la città. Per quanto l’utopia della decrescita implichi una visione globale, per attuarla, però, puntualizza Latouche, non si può che partire dai territori.
Rifacendosi al pensiero di autori contemporanei come Cornelius Castoriadis e Jean Baudrillard e riprendendo le idee e le sperimentazioni dell’utopista ottocentesco William Morris, Latouche giunge a ritenere che il disastro urbano e l’insignificanza dell’arte contemporanea abbiano le medesime origini. La società di crescita «con la sua pervasiva artificializzazione della vita lacera il territorio, divora lo spazio, rode il senso dei luoghi, disintegra il tessuto sociale» compromettendo «ogni capacità di meravigliarsi, a favore di quella replica infinita dello stesso che è il segno distintivo dell’arte contemporanea».
Occorre prendere atto, sostiene Latouche, che la generazione dei grandi maestri dell’architettura come Le Corbusier, Ludwig Mies van der Rohe e Walter Gropius, e persino quelli di loro più attenti alla questione ecologica, come Frank Lloyd Wright, Alvar Alto e Hassan Fathy, così come la generazione successiva che vanta personalità del calibro di Renzo Piano, Paolo Portoghesi, Frank Dehry, Ricardo Bofill e specialisti dell’abitare ecologico come Philippe Madec, Christian de Portzamper e Jacques Ferrier, non sono riusciti ad andare oltre alla realizzazione di singole unità, non hanno insomma saputo/potuto “fare città” ed evitare la decomposizione del tessuto urbano, la cementificazione del territorio e, in generale, l’aumento della bruttezza.
Il trionfo del mercato e della globalizzazione, sostiene Latouche, «dissolve l’arte nell’ossimoro dell’industria culturale», in tale contesto la finanziarizzazione dell’arte ha finito per imporre su scala globale una sorta di pensiero unico. Baudrillard aveva saputo anticipare sin dai primi anni Settanta del secolo scorso quel processo di annientamento dell’arte operato del mercato sviluppato dall’industria cultuale che avrebbe condotto, come sostiene Castoriadis, alla condanna dell’opera d’arte a divenire prodotto destinato, al pari di tutti gli altri prodotti contemporanei, alla smania della novità e alla rapida obslolescenza.
Per quanto anche prima dell’avvio di quella che è stata definita l’era della globalizzazione si avesse a che fare con un’economia di crescita, la società di allora, puntualizza Latouche, non era ancora stata del tutto fagocitata dall’economia. «La cultura non era ancora completamente industrializzata e mercificata» e ancora si avevano artisti operanti in maniera genuinamente critica nei confronti della società. Nel frattempo persino la critica artistica radicale alimentata in Francia dai Situazionisti è stata ampiamente recuperata dal nuovo spirito del capitalismo che si è dimostrato particolarmente abile nell’utilizzare «le resistenze messe in atto per mantenere in vita il mito dell’arte e della cultura, mentre ne distrugge la realtà».
Convinto che al fallimento della politica urbana e all’insignificanza dell’arte contemporanea abbia contribuito la crisi della cultura, Latouche ritiene che insieme alla ricostruzione del tessuto locale e urbano, il progetto della decrescita possa fornire gli strumenti e l’immaginario per ricostruire anche il senso del bello, per «re-incantare il mondo».
Per quanto la soluzione della decrescita proposta da Latouche sollevi perplessità e critiche anche nell’ambito della critica anticapitalista, lo studioso ha indubbiamente il merito di denunciare efficacemente la follia produttivista a partire dalle sue fondamenta.
L’analisi di Latouche andrebbe comunque aggiornata alla luce dell’incidenza che la rivoluzione digitale e l’introduzione dell’intelligenza artificiale stanno comportando a livello sociale e culturale, con tutto ciò che ne consegue a livello del fare società, di costruzione identiaria e di immaginario. Un mutamento che riscrive l’idea stessa di crescita indirizzandola verso forme inedite. Se, anche alla luce di ciò, è difficile immaginare come possa essere avviato e praticato un tale programma di decrescita coinvolgendo attivamente una popolazione che ha sedimentato atomizzazione e individualismo, di certo resta viva l’urgenza sociale, ambientale e culturale di fermare la deriva produttivista, prima che sia davvero troppo tardi.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/09/2022
I limiti dello sviluppo sono sempre più evidenti
Un confronto a distanza su crescita e decrescita fra Serge Latouche e Dennis Meadows (“I limiti dello sviluppo"): testi ripresi da antropocene.org e comune-info.net.
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20 anni di decrescita
20 anni di decrescita
Vent’anni fa intorno al concetto/slogan decrescita cominciavano a nascere iniziative, movimenti, ricerche. Quel concetto/slogan ha motivato coloro che si interessavano ai temi della critica allo sviluppo e tante e tanti ecologisti, ma ha poco a poco interessato, in diversi angoli del mondo, anche la politica istituzionale, quasi sempre per rigettarlo e renderlo ridicolo.
Di certo coloro che sono in alto non vogliono cambiare la logica produttivistica, non vogliono smettere di perpetuare il capitalismo, e fanno di tutto per opporsi (a cominciare dallo svuotare di senso espressioni come “transizione ecologica”, “resilienza”, “economia circolare”...). Oggi quale scenario hanno di fronte i diversi movimenti della decrescita? Come possono difendersi dalle aggressioni del greenwashing o dell’ecofascismo?
A questi temi è dedicato l’intervento di Serge Latouche (raccolto da Mauro Bonaiuti dell’Ass. per la decrescita) con cui è stata aperta a Venezia la Conferenza internazionale della decrescita.
La crescita si fermerà, per un motivo o per l’altro
Cinquant’anni dalla pubblicazione di The Limits of Growth (I limiti dello sviluppo): un’intervista di Juan Bordera e Ferran Puig Vilar a Dennis Meadows, coautore del Rapporto.
Questo è un anno speciale. Ricorre il 50° anniversario della pubblicazione di una delle opere più importanti del XX secolo: The Limits of Growth [I limiti dello sviluppo (nell’edizione italiana – N.d.R.]. Quell’opera che, già nel 1972, dava un chiaro avvertimento che il pianeta aveva dei limiti e poco tempo per affrontarli. Per questo motivo, uno dei principali autori, Dennis Meadows, ha rilasciato interviste ad alcuni dei più importanti media del mondo, come Le Monde o la Suddeutsche Zeitung.
Inflazione galoppante. Guerra. Problemi energetici sempre più gravi. Ondate di calore precoci e più potenti. Arresti di scienziati. Mattanze alle frontiere. Battute d’arresto sui diritti delle donne che ci riportano indietro di 50 anni... Esattamente 50 anni. Tutto questo ha qualche collegamento?
In realtà lo ha.
Juan Bodera: Sono passati 50 anni dalla pubblicazione del vostro libro e il vostro scenario standard del modello World3 è molto simile alla realtà; avevate previsto che la crescita si sarebbe fermata intorno al 2020. È quello che stiamo iniziando a vedere ora?
Dennis Meadows: Non avevamo fatto previsioni, avevamo detto che è impossibile “prevedere” con precisione qualsiasi cosa in cui il comportamento umano sia un fattore. Quello che avevamo fatto è stato modellare 12 scenari coerenti con le regole fisiche e sociali: 12 possibili futuri.
Uno di questi, lo “standard”, come sapete, mostrava che la crescita si sarebbe fermata intorno al 2020. Poi tutte le variabili (produzione industriale, produzione alimentare, ecc.) avrebbero raggiunto il picco e in circa 15 anni avrebbero iniziato a diminuire inesorabilmente.
Questo assomiglia a ciò che stiamo vivendo? Direi di sì. Il mondo sta mostrando sempre di più le conseguenze di uno schianto contro i limiti.
Ciò che avevamo fatto con molta attenzione, già nel 1972, è stato chiarire che dopo il picco di qualsiasi variabile, tutto diventa ancora più imprevedibile, poiché entrano in gioco fattori che non potevano essere rappresentati nel nostro modello. A questo punto è ovvio che saremo guidati più da fattori psicologici, sociali e politici, che da vincoli fisici.
L’ho sentita definire il cambiamento climatico come “un sintomo”; di cosa sarebbe esattamente un sintomo?
È essenziale riconoscere che il cambiamento climatico, l’inflazione e la carenza di cibo a volte sono visti come problemi, ma in realtà sono sintomi di un problema più grande.
Proprio come un mal di testa persistente può talvolta essere sintomo di un cancro, molte difficoltà attuali sono sintomi di livelli di consumo materiale cresciuti oltre i limiti del pianeta. Naturalmente i sintomi sono importanti. Un mal di testa merita una risposta. Tuttavia, un’aspirina può far sentire temporaneamente meglio il paziente, ma non risolve il problema di fondo. La crescita incontrollata delle cellule cancerose nel corpo deve essere trattata.
Non si può sostenere la crescita affrontando i problemi uno per uno. Anche se riuscissimo a risolvere il cambiamento climatico, continuando a crescere andremmo incontro al problema successivo, che sia una carenza di acqua, di cibo o di altre risorse cruciali. La crescita si fermerà, per un motivo o per l’altro.
Il mito del progresso, secondo cui la tecnologia verrà sempre in soccorso (idrogeno, cattura e stoccaggio di CO2...), è una delle idee più paralizzanti per affrontare il vero problema: la decrescita è inevitabile, poiché non si tratta di un problema tecnico.
Forse ciò di cui abbiamo bisogno è un cambiamento culturale, morale ed etico?
Sì, sono d’accordo, quello era uno dei punti cruciali del nostro lavoro già 50 anni fa. In condizioni ideali la tecnologia può darti più tempo, però non risolve il problema. Può darti l’opportunità di apportare i cambiamenti politici e sociali necessari. Ma finché si avrà un sistema che si basa sulla crescita per risolvere ogni problema, la tecnologia non potrà evitare che si superino molti limiti cruciali, come stiamo già vedendo.
Nonostante l’importanza e l’enorme utilità del vostro lavoro, lei e i suoi colleghi siete stati molto criticati. Questo continua ad accadere a chiunque esca dal discorso dominante dell’Happycrazia. C’è un’impossibilità sociale a parlare di certi temi perché la trasformano in un catastrofista, in un amaro pessimista?
Ero molto ingenuo negli anni ’70, quando abbiamo pubblicato il libro. Ero stato formato come scienziato e avevo l’impressione che, utilizzando il metodo scientifico, avremmo prodotto dati indiscutibili e che, se li avessimo mostrati alla gente, questo sarebbe stato sufficiente per portare un cambiamento nella visione e nelle azioni delle persone. Questo è a dir poco ingenuo.
Ci sono due modi di affrontare queste situazioni: in uno raccogli i dati e poi decidi quali conclusioni sono coerenti con i dati: il metodo scientifico. Nell’altro, molto comune, si decide quali conclusioni sono importanti e cerchi dati che si adattino e supportino le tue “conclusioni”. Questo è ciò che accade, ad esempio, con i negazionisti del cambiamento climatico.
Non ho cercato di vincere quei dibattiti [tra pessimisti e ottimisti] con questo tipo di persone. Quando qualcuno viene da me con rabbia e mi accusa di qualsiasi cosa, mi limito a dirgli: “Spero che tu abbia ragione”. E vado avanti.
Esiste una tendenza nei sistemi, nelle aziende, nelle persone, a combattere per la propria autoconservazione, spesso sulla base di visioni a breve termine, che non consentono di andare avanti a lungo. Come combattere queste inerzie e abitudini?
L’unico modo per gestire la situazione è ampliare l’orizzonte temporale e spaziale. E quindi vedere i potenziali costi e benefici in prospettiva. Un esempio: la pandemia e la sua gestione nel mio Paese [gli Stati Uniti] sono state dolorose, molto miopi. Se non si estendono i vaccini a tutto il mondo, non sono così utili.
Come prolungare quel lasso di tempo? Con le future generazioni. La maggior parte delle persone ha preoccupazioni legittime e genuine per il futuro dei propri figli, nipoti e pronipoti.
In Spagna, ultimamente, ci sono buone notizie per quanto riguarda la decrescita: la prima assemblea dei cittadini per il clima ha scelto tra le sue 172 misure, la necessità di educare alla decrescita, diversi partiti politici – tra cui il Ministro della Sanità, del Consumo e del Benessere Sociale – hanno fatto dichiarazioni a favore dell’apertura di questo inevitabile dibattito e l’IPCC sta inserendo sempre più spesso questa parola nei suoi rapporti.
Siamo più vicini a un Tipping Point [punto di svolta] sociale – come dice Timothy Lenton – o dovremo aspettare che le crisi diventino ancora più evidenti per reagire?
La risposta a entrambe le domande è: sì. Siamo più vicini a un punto di svolta sociale positivo, ma d’altra parte temo che dovremo aspettare che le crisi diventino ancora più evidenti per reagire. Ed è ancora peggio: se la nostra situazione attuale ci fosse stata descritta, diciamo, nel 2000, avremmo pensato che questa fosse già una crisi catastrofica. Siamo la rana, cucinata a fuoco lento, che non salta fuori dalla pentola. Purtroppo credo che questa sia la nostra situazione.
Secondo il modello HANDY, un parametro fondamentale per causare i collassi è la disuguaglianza, che aumenta parallelamente alla mancanza di fiducia tra simili, altro motivo di collasso. La struttura del nostro sistema economico fa sì che entrambi aumentino ogni anno. E rende impossibile adattarsi ai limiti, perché l’élite – che di solito è distaccata dalla realtà e quindi non rileva gli allarmi – è quella che funge da modello. Come districarsi in questo pasticcio?
La verità non si trova in poche equazioni, ovviamente. Si trova nella storia. E la nostra storia millenaria dimostra che i potenti cercano più potere e lo trovano più facilmente grazie alla loro situazione: è un ciclo di feedback positivo. Nella dinamica dei sistemi questo fenomeno si chiama “successo per chi ha già successo”. Raramente ci discostiamo da questo fenomeno.
Nessuno può districare questo groviglio. Non credo che esista un’azione o una legge in grado di farlo. In alcune culture, tuttavia, si sono visti meccanismi di ridistribuzione evoluti. Nel nord-ovest degli Stati Uniti ci sono alcune tribù che hanno un’usanza chiamata “Potlatch“, una cerimonia in cui i capi della tribù, i più ricchi, regalano parte dei loro beni – sto semplificando, certo.
Anche nel buddismo esiste una tradizione di distacco materiale in molti dei suoi praticanti. Ma si tratta di rare eccezioni.
Nel nostro mondo la tendenza è quella di accumulare potere e, come lei dice, questo aiuta a distaccarsi dalla realtà. Poi si può finire con un collasso, anche del proprio potere, e tutto ricomincia da capo. È un processo che avviene in risposta ai limiti. E la disuguaglianza sta crescendo in tutti i Paesi.
In che misura le élite stanno anticipando la necessità matematica di ridurre la disuguaglianza? Oppure stanno solo preoccupandosi per la propria sopravvivenza?
Beh, non si può parlare propriamente di “élite”. Alcune élite sono preoccupate e stanno facendo tutto il possibile per ridurre la disuguaglianza, altre non ci pensano nemmeno – probabilmente la maggioranza – e altre ancora lavorano per renderla sempre più grande. Di certo non c’è alcuna tendenza generalizzata a ridurre la disuguaglianza. E a volte si dice che la crescita fa sì che la ricchezza raggiunga tutti; il che, visto che i tassi di crescita e di disuguaglianza sono aumentati contemporaneamente, è chiaramente e palesemente falso.
Vede oggi una maggiore preoccupazione per il collasso della civiltà nei circoli del potere, economico e politico? O continuano a fare business as usual come al solito?
Non sono nei circoli del potere, quindi non posso rispondere. Sono un insegnante di 80 anni in pensione. È il 50° anniversario de I limiti dello sviluppo e, a parte le interviste che vengono fatte su un libro che suscita ancora interesse, non c’è così tanta l'attenzione come potrebbe sembrare.
Tenendo conto dell’attuale miopia spaziale e temporale rispetto ai limiti, non pensa che la visione moderna del mondo sia obsoleta? Potrebbe suggerire alcuni spunti filosofici per passare a una nuova cosmologia?
Grazie per aver immaginato che io possa avere la capacità di fare queste cose. Che l’attuale visione del mondo sia obsoleta è evidente anche solo guardando le notizie. Quasi nessuno può essere contento dello stato del mondo.
Su una nuova cosmologia: esiste un’enorme varietà di filosofie e pratiche spirituali, molte delle quali sono coerenti con il funzionamento del mondo. Quelle che funzionano devono riconoscere l’interazione e la dipendenza che abbiamo con il mondo naturale. Abbiamo già discusso del mito diffuso secondo cui la tecnologia ci porterà a superare qualsiasi ostacolo. Lo vediamo con la sfida del clima: c’è questa cosa chiamata cattura e sequestro del carbonio (CCS).
Nonostante il fatto inconfutabile che sia più economico, rapido e semplice ridurre il consumo di energia, si tende a cercare la soluzione tecnologica che ci permetta di fare ciò che non possiamo più fare senza causare gravi danni. È una fantasia totale. Il meglio che possiamo dire della CCS è che è un’idea che farà guadagnare un mucchio di soldi a poche persone.
Siamo come su un tapis roulant che sta accelerando rapidamente. Sa, quei tapis roulant su cui corri, ma non vai da nessuna parte. È quello che stiamo facendo. Quando prendiamo decisioni sbagliate, questo ci porta a crisi che, per forza di cose, accorciano la nostra prospettiva temporale, tutto diventa reattivo mentre acceleriamo. Questo a sua volta ci aiuta a prendere altre decisioni sbagliate, perché restringiamo sempre di più il nostro orizzonte temporale. È un circolo vizioso.
Penso che nei prossimi 20 anni assisteremo a più cambiamenti di quanti ne abbiamo visti negli ultimi 100. Non voglio che accada quello che sto per dirle, ma credo che sia molto probabile: ci saranno disastri significativi dovuti al caos climatico e all’esaurimento dei combustibili fossili, che riporteranno l’umanità a stati più decentralizzati e disconnessi. Lentamente, si evolveranno culture più preparate alla situazione. Solo allora, credo, potrà emergere una “nuova cosmologia” appropriata.
Crede che una coalizione di élite dotate potrebbe cambiare il corso degli eventi?
Élite dotate? Mi sembra un ossimoro.
Traduzione a cura della Redazione di Antropocene.org
Fonte: Monthly Review 10.08.2022
Fonte
12/07/2021
“La fine del sogno occidentale”, di Serge Latouche
Eleuthera (ri)pubblica (2021, euro 17) dopo vent’anni un libro importante di Serge Latouche.
Se uno non sapesse che il libro è stato scritto alla fine del secolo scorso non troverebbe una riga che non sia di attualità, purtroppo. Il mondo non cambia, e se (non) cambia peggiora.
Il libro è organizzato in cinque capitoli, nei quali si analizza lo stato del mondo, 20 anni fa.
Tra i tanti temi toccati, alcuni colpiscono con evidenza, per esempio il passaggio dal colonialismo al neocolonialismo è stato un cambiamento di forma, in molti casi, ma i rapporti economici fra stati ex-coloniali e stati ex-colonizzati non sono cambiati troppo.
Si parla della mercificazione totale del mondo, tutto si compra e si vende, e “i prodotti culturali vengono trattati come merci uguali alle altre e le riserve culturali come un banale e nocivo protezionismo”.
A proposito dell’Africa Latouche scrive che “il gruppo invaso non può più cogliere se stesso se non attraverso le categorie dell’altro, cioè quelle degli europei” (p.35). E subito dopo si introduce un elemento chiave: “Nei rapporti con le società del Sud è più grazie al dono, e non alla spoliazione, che il centro si trova investito di uno straordinario potere.”
A pag.46-47 si legge che “il sistema tecnoeconomico mondializzato è responsabile della scomparsa di migliaia di culture” e “In Occidente l’economia non solo non è complementare alla cultura ma tende a rimpiazzarla assorbendo in sé tutte le dimensioni culturali... La diversità che resiste, o che si ricicla, rimane sempre in una situazione fragile e provvisoria di fronte al rullo compressore dell’uniformazione”.
“Questo effetto dell’occidentalizzazione non è il risultato di un meccanismo economico in quanto tale, ma di un processo più complesso di distruzione culturale chiamato deculturazione. Questa deculturazione si riproduce a sua volta e si aggrava con la terapia messa in opera per porvi rimedio: la politica di sviluppo e la modernizzazione”.
“Gli ultimi superstiti delle culture non occidentali testimoniano una grande indifferenza per molte nostre merci, e soprattutto un’allergia ancora maggiore verso la logica della loro produzione”.
Se venti anni fa Latouche li vedeva con chiarezza, adesso questi fatti sono sempre più evidenti, ma niente è stato fatto, in realtà, per cambiare qualcosa.
A proposito del dono, prestiti agli stati di enti sovranazionali (FMI e Banca Mondiale, per esempio), cavallo di Troia per rinnovate e più profonde dipendenze, segnalo che nel 2004 fu pubblicato “Confessioni di un sicario dell’economia”, di John Perkins, libro nel quale l’autore spiega in dettaglio, in prima persona, le cose che racconta(va) Latouche (qui un documentario tratto dal libro di Perkins).
Mi è capitato da pochissimo di leggere sul n.1414 di Internazionale un articolo di un giornalista tedesco, Bernd Dörries, sul Somaliland, uno stato africano dichiaratosi indipendente dal 1991, riconosciuto quasi da nessuno, e per questo, per fortuna, non ha debiti (per ora) perché nessuno gli ha fatto prestiti/dono/capestro, caso più unico che raro.
Dice Karl Marx che “I filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo in diversi modi; ora si tratta di trasformarlo”.
Serge Latouche dice tutto, è il filosofo perfetto, fa la parte necessaria, per Marx, quella di interpretare il mondo, purtroppo cambiarlo sembra impossibile. In quarta pagina c’è una frase che dice, con amarezza, moltissimo: “Abbiamo l’incredibile privilegio di assistere in diretta al crollo della nostra civiltà”.
da La Bottega del Barbieri
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Il pessimismo di Latouche, che sollecita la sensazione di impotenza e la resa al declino, si iscrive nella parabola della cultura occidentale che lui stesso descrive.
Si potrebbero trovare delle similitudini con l’hegeliana “nottola di Minerva” – la consapevolezza piena di un fenomeno storico – che vola solo al tramonto, ossia quando tutto è compiuto.
Ma è più interessante osservare questi molteplici segno del declino opposti alla retorica della “competitività” che tracima da ogni discorso dell’establishment occidentale.
Se si dovessero prendere sul serio tutti gli indicatori della competitività sciorinati dai “manager”, infatti, si vedrebbe che l’Occidente è da un paio di decenni – proprio quelli trascorsi dalla prima pubblicazione del libro di Latouche – irrimediabilmente superato in tromba dallo sviluppo della Cina.
E dunque si può avere una visione più ampia del solo rimpianto della fine di una civiltà – quella occidentale-liberista, ormai negata soltanto dal potere – e scoprire l’evoluzione del mondo futuro in altre direzioni.
L’intreccio contemporaneo di tre grandi crisi sistemiche – quella economica, che perdura dal 2008, quella ambientale e quella sanitaria – obbligano a pensare l’evoluzione in termini tendenzialmente cooperativi e non di “competizione” globale.
E dunque a scoprire le virtù salvifiche di pianificazione e programmazione. Ma su tutt’altra scala e con tutt’altra creatività rispetto al tardo “socialismo reale” brezneviano.
Lo “spirito del mondo” – per usare un’altra formula hegeliana – non sta rincantucciato in un anfratto in attesa di tempi migliori, ma avanza superando l’esistente e dando forma al futuro. Non può essere “inventato”, va riconosciuto. E chi sta all’interno della civiltà in declino, ha meno possibilità di capirlo.
Redazione Contropiano
Fonte
19/05/2014
L’errore filosofico della decrescita
Sostenere
la «qualità» contro la quantità significa proprio solo questo:
mantenere intatte determinate condizioni di vita sociale in cui alcuni
sono pura quantità, altri qualità.
(Antonio Gramsci, Quaderno 10)
Il libro di Giovanni Mazzetti, dal titolo Critica della decrescita, Edizioni Punto Rosso 2014, benché sia stato scritto da un economista, porta a segno una critica al progetto politico della decrescita che non ricorre ad argomentazioni economiche ma filosofiche. Per essere più precisi, quella di Mazzetti si presenta come una «critica alla prospettiva culturale» dei sostenitori della decrescita (Latouche, Pallante), mettendone in evidenza contraddizioni oggettive e soggettive (intendendo con le prime quelle che sorgono dal confronto con la realtà storica, con le seconde quelle che sorgono dall’interno delle tesi di tale prospettiva). A nostro avviso le prime sono più importanti delle seconde, anche perché sono quelle quantitativamente e qualitativamente più consistenti.
La prima osservazione è di natura metodologica. Poiché, secondo la definizione datane dai suoi sostenitori, la decrescita non è una teoria ma un progetto politico che intende modificare una realtà, Mazzetti sostiene che, per capire cosa sia necessario fare e come cambiare tale realtà, occorre «verificare se, grazie al proprio sistema di orientamento, si è realmente in grado di individuare correttamente dove ci si trova e come [vi] si è giunti». Insomma, siamo sicuri di capire con le nostre categorie interpretative la realtà su cui si vuole intervenire politicamente? La domanda non è di poca rilevanza, se è vero ciò che Marx sostiene, ossia che gli uomini fanno sì la storia ma agendo entro condizioni storiche ereditate. Se si dimenticano o si si leggono male queste condizioni, si rischia di anteporre una qualunque “visione” alla “cosa da osservare”, cadendo in quell’errore che storicamente è stato variamente definito: utopismo, idealismo, soggettivismo, moralismo, avanguardismo... Per quanto è umanamente e – il che è uguale – storicamente possibile, chi osserva dovrebbe cogliere la realtà come processo iuxta propria principia. E Mazzetti nutre seri dubbi sulla capacità orientativa delle tesi dei “decrescisti”.
Infatti, per l’autore, la “crescita”, bersaglio centrale dei decrescisti, intesa senza altre specificazioni, non aiuta a capire bene questa realtà. Essa andrebbe sostituita con il “concetto analitico” (cioè più specifico e meno generico) di accumulazione capitalistica. Vediamo perché. Poiché la crescita si è presentata storicamente come accumulazione di merci, le nostre relazioni nella modernità si sono configurate come «rapporti di merce». Lo scambio di merci non si dà in natura, è invece un prodotto storico di quell’agire umano che, giungendo «alla sua piena maturità solo con la società borghese», consente quell’«incerto processo attraverso il quale quell’universalità di relazioni, propria di ciò che chiamiamo umanità, è stata infine acquisita». Gli uomini nella loro storia, usciti dal loro particolare ambiente sociale (famiglia, tribù, ecc.), sono entrati in contatto tra loro da ogni angolo del globo producendo e scambiando merci. Negare questo significa negare l’ambivalenza dei processi storico-economici che sottostanno alla storia dei rapporti di produzione capitalistici. Latouche invece insiste nel vedere nei rapporti di merce solo una configurazione ideologica della realtà, cioè qualcosa di arbitrario: se noi scambiamo merci e le nostre relazioni si limitano solo allo scambio, ciò è l’effetto di un’imposizione ideologica che ha colonizzato il nostro immaginario. Facciamo così solo perché ci è stato detto che così è meglio. Dunque Latouche, sostiene Mazzetti, giunge ad affermare «l’inessenzialità dei rapporti borghesi, nonostante questi rapporti abbiano rappresentata la struttura portante sulla quale è stata edificata l’odierna umanità». Come dire, non era necessario che andasse così, ma ci è stato imposto. Nessuna necessità conseguente è ravvisabile dunque dalla strutturazione dei rapporti di produzione capitalistici...
A noi viene da pensare, seguendo il ragionamento di Mazzetti, che la negazione (solo a parole, s’intende) dell’universalità di questi rapporti è uno dei tipici errori dei negatori etici del capitalismo (di destra e di sinistra), ogni qualvolta si propongono soluzioni “particolari” (la felicità raggiungibile in un hortus conclusus, che sia la propria interiorità, il proprio consumo equo-solidale, il proprio quartiere o il proprio Paese). Questa universalità di relazioni si è sviluppata grazie a una merce terza assunta come mediatore, il denaro, che ha garantito una cooperazione tra gli essere umani da varie parti del globo per assicurarsi in maniera non militare beni che avrebbero garantito la riproduzione in maniera pacifica (cioè non per mezzo di assalti, devastazioni e saccheggi). Il che non vuol dire che non ci siano state guerre per l’appropriazione delle risorse, ma semplicemente che una volta stabilite determinate relazioni, esse vanno avanti quotidianamente senza armi. Scrive dunque Mazzetti: «se la forma di questa cooperazione – il denaro – ha assunto una dimensione feticistica ciò è accaduto appunto perché gli esseri umani, fino ad oggi, non hanno saputo porre la loro stessa cooperazione altrimenti che come un qualcosa di esteriore e di sovrastante». L’inversione che ne consegue, cioè la rappresentazione dei rapporti di produzione dietro i rapporti di merce e dunque monetari, tipica del mondo capitalistico, si ripercuote anche nelle visioni di alcuni critici, che leggono solo come ideologica la natura di quei rapporti.
Seguendo questa negazione (altrettanto) ideologica dei rapporti di merce, si giunge ad affermare che, tolta l’ideologia, rimarrebbe la natura umana non contaminata. Gli esseri umani che non si pongono come obiettivo la crescita recupererebbero dunque la loro vera natura umana. Tuttavia, continua Mazzetti, uno dei punti centrali del discorso di Marx è che non esiste una natura umana fissata una volta per tutte e che la “natura” degli esseri umani si struttura attraverso le relazioni, sempre cangianti, con gli altri esseri umani. Per dirla, ancora, con Marx: «la storia tutt’intera non è che una trasformazione continua della natura umana».
Anche quella libertà che Pallante va cercando nei rapporti concepiti nel progetto della decrescita, i quali dovrebbero fondarsi «su libere scelte e su affinità culturali», aumentando così «la libertà delle persone perché [si] liberano dalla dipendenza totale del mercato», altro non è che il risultato storico di un’evoluzione sociale dell’umanità. Si chiede a questo punto Mazzetti: «Già, ma dove avrebbero mai imparato quegli individui, ai quali antenati avevano trasmesso un cultura fondata su una simbiosi immediata con l’organismo di cui facevano parte [le comunità originarie], a procedere sulla base di quel potere che definiamo come “libertà individuale”?» Anche qui un’osservazione di Marx aiuta a capire: «l’uomo si isola soltanto attraverso il processo storico. Originariamente egli si presenta come un essere che appartiene alla specie umana, alla tribù, come un animale gregario […] Lo scambio stesso è uno dei movimenti principali di questo isolamento. Esso rende superfluo il gregarismo e lo dissolve». Ne risulta che il vituperato mercato, visto solo in maniera unilaterale, è proprio la base di quel concetto di libertà individuale richiamato da Pallante (il che non significa che senza mercato non c’è libertà, ma solo che l’idea storicamente è potuta nascere grazie allo sviluppo di quelle relazioni sociali che sottostanno allo sviluppo del mercato).
L’errore del nostrano decrescista conduce a un altro errore, a quello che potremmo chiamare il peccato dell’immediatezza. Secondo il suo pensiero, infatti, basterebbe «uscire dalla ruota del criceto dove si corre in continuazione per rimanere allo stesso punto», intendendo con questa metafora che basta rinunciare alla crescita ed essere ipso facto fuori dal suo dominio ideologico. Purtroppo, ricorda invece Mazzetti, la ruota del criceto «non è altro che la struttura delle nostre relazioni sociali, dalle quali non è possibile uscire, né più né meno di come nessuno di noi può “uscire” dal nostro corpo». All’essere umano è, certo, data la possibilità di produrre altre relazioni sociali, ma, appunto, esse vanno prodotte e la possibilità (per chi mastica un po’ di filosofia) è una categoria modale dell’essere sociale che non corrisponde con la realtà: tra di esse passa la stessa differenza che intercorre tra un seme e la pianta. Una pianta deriva da un seme, ma non necessariamente da un seme deriva una pianta (se ad esempio non lo si coltiva, cioè se non interviene una soggettività esterna che lo modifica con il proprio lavoro).
Poiché la possibilità si può dare solo in seno alla generalità delle relazioni sociali (leggi rapporti di produzione), «l’elemento principale sul quale agire è quello dei rapporti con i propri simili, in particolare i rapporti di proprietà. Parlare di un’autoproduzione positiva della propria vita resa possibile da una scelta unilaterale [la decrescita], equivale a fantasticare di un produttore che potrebbe produrre senza doversi appropriare delle condizioni materiali di qualsiasi produzione, cioè come puro spirito». È per questa ragione che il concetto di crescita andrebbe sostituito con quello di accumulazione capitalistica, altrimenti s’incorre in quegli errori tipici dell’economia politica borghese, che Marx etichettava come “robinsonate” (da Robinson Crusoe, prototipo del self-made man, il quale su un’isola deserta ricrea “da solo” quello che in realtà gli uomini per secoli e secoli hanno prodotto anche per lui). Per Mazzetti, pertanto, «la libertà nuova di cui abbiamo bisogno è ancora da produrre».
Vista così, non ha senso parlare di decolonizzazione dell’immaginario dalla crescita, come se ciò bastasse a liberarsi delle catene che ci vengono imposte, perché tutto ciò in nome di cui lottiamo altro non è che il prodotto di uno sviluppo sociale. Tale decolonizzazione, scrive Mazzetti, porta alla rimozione di alcune conquiste storiche attraverso le quali siamo diventati umani» (corsivo nostro). Appunto, una robinsonata.
Ma qui occorre fare un’altra distinzione capitale, senza la quale si commettono errori grossolani. Occorre cioè distinguere tra crescita e sviluppo. Scrive Mazzetti: «la riproduzione di un organismo individuale o collettivo è un processo attraverso il quale l’organismo estrinseca ciò che concretamente è e dà corpo alle potenzialità che sono eventualmente latenti nella sua “natura”. La crisi si presenta così sia come impossibilità di estrinsecare le proprie capacità, col sopravvenire di un blocco riproduttivo, sia come incapacità di risolvere i problemi che hanno determinato quel blocco». Per l’autore, la mancata distinzione tra crescita e sviluppo, induce i decrescisti in errore circa la spiegazione della natura della crisi. La crescita ha rappresentato per un lungo periodo la «specifica forma dello sviluppo», cioè la fase fordista con il conseguente – vai a sputarci sopra – sviluppo dello stato sociale keynesiano (non automatico, ma reso possibile da quello sviluppo e dalle lotte operaie). Mentre l’economia capitalistica comincia ad entrare in crisi subito dopo la guerra, il capitalismo ha continuato a svilupparsi e ad estendersi per tutto il mondo (complici i processi storici che abbiamo conosciuto). La crisi che oggi è sotto i nostri occhi è il frutto dello sviluppo del capitalismo, manifestatasi in una fase di crescita calante (o decrescita, se vi pare).
La critica allo “sviluppismo” porta infine alla critica del concetto di storia come progresso, nel quale, scrive Pallante, «la chiave di ogni miglioramento è il cambiamento». Il cambiamento viene dunque «rappresentato come un’imposizione arbitraria dell’esistenza», scrive Mazzetti. «Ma nella realtà la vita stessa è inevitabilmente un continuo cambiamento»: da quando nasciamo a quando moriamo, impariamo, e perciò cambiamo, a fare cose che non sapevamo fare. Poiché la stessa vita è «l’insieme delle attività che gli organismi estrinsecano per riprodursi come “viventi”, e le circostanze mutano continuamente per eventi ambientali e in conseguenza della loro stessa attività, non può esserci vita senza cambiamento». E così conclude l’autore di questo libretto: «Come scrive Marx, l’uomo moderno non può non essere ricorrentemente insoddisfatto, perché, a differenza dei suoi antenati che hanno sempre rappresentato sé stessi nei limiti di una forma data, ha scoperto il segreto della sua natura. Per questo non può pretendere di riprodursi in una situazione determinata, ma deve produrre la sua totalità, non deve cercare di rimanere qualcosa di divenuto, ma deve cercare se stesso nel movimento stesso del divenire».
A noi sembra che in poco più di cinquanta pagine Mazzetti abbia chiarito alcuni punti filosofici che servono a orientarci meglio e a districarci in mezzo a quelle “utopie letali” di cui Carlo Formenti ha recentemente parlato, fornendo o riaffermando strumenti storico-concettuali il cui valore va oltre la critica alla decrescita.
Fonte
(Antonio Gramsci, Quaderno 10)
Il libro di Giovanni Mazzetti, dal titolo Critica della decrescita, Edizioni Punto Rosso 2014, benché sia stato scritto da un economista, porta a segno una critica al progetto politico della decrescita che non ricorre ad argomentazioni economiche ma filosofiche. Per essere più precisi, quella di Mazzetti si presenta come una «critica alla prospettiva culturale» dei sostenitori della decrescita (Latouche, Pallante), mettendone in evidenza contraddizioni oggettive e soggettive (intendendo con le prime quelle che sorgono dal confronto con la realtà storica, con le seconde quelle che sorgono dall’interno delle tesi di tale prospettiva). A nostro avviso le prime sono più importanti delle seconde, anche perché sono quelle quantitativamente e qualitativamente più consistenti.
La prima osservazione è di natura metodologica. Poiché, secondo la definizione datane dai suoi sostenitori, la decrescita non è una teoria ma un progetto politico che intende modificare una realtà, Mazzetti sostiene che, per capire cosa sia necessario fare e come cambiare tale realtà, occorre «verificare se, grazie al proprio sistema di orientamento, si è realmente in grado di individuare correttamente dove ci si trova e come [vi] si è giunti». Insomma, siamo sicuri di capire con le nostre categorie interpretative la realtà su cui si vuole intervenire politicamente? La domanda non è di poca rilevanza, se è vero ciò che Marx sostiene, ossia che gli uomini fanno sì la storia ma agendo entro condizioni storiche ereditate. Se si dimenticano o si si leggono male queste condizioni, si rischia di anteporre una qualunque “visione” alla “cosa da osservare”, cadendo in quell’errore che storicamente è stato variamente definito: utopismo, idealismo, soggettivismo, moralismo, avanguardismo... Per quanto è umanamente e – il che è uguale – storicamente possibile, chi osserva dovrebbe cogliere la realtà come processo iuxta propria principia. E Mazzetti nutre seri dubbi sulla capacità orientativa delle tesi dei “decrescisti”.
Infatti, per l’autore, la “crescita”, bersaglio centrale dei decrescisti, intesa senza altre specificazioni, non aiuta a capire bene questa realtà. Essa andrebbe sostituita con il “concetto analitico” (cioè più specifico e meno generico) di accumulazione capitalistica. Vediamo perché. Poiché la crescita si è presentata storicamente come accumulazione di merci, le nostre relazioni nella modernità si sono configurate come «rapporti di merce». Lo scambio di merci non si dà in natura, è invece un prodotto storico di quell’agire umano che, giungendo «alla sua piena maturità solo con la società borghese», consente quell’«incerto processo attraverso il quale quell’universalità di relazioni, propria di ciò che chiamiamo umanità, è stata infine acquisita». Gli uomini nella loro storia, usciti dal loro particolare ambiente sociale (famiglia, tribù, ecc.), sono entrati in contatto tra loro da ogni angolo del globo producendo e scambiando merci. Negare questo significa negare l’ambivalenza dei processi storico-economici che sottostanno alla storia dei rapporti di produzione capitalistici. Latouche invece insiste nel vedere nei rapporti di merce solo una configurazione ideologica della realtà, cioè qualcosa di arbitrario: se noi scambiamo merci e le nostre relazioni si limitano solo allo scambio, ciò è l’effetto di un’imposizione ideologica che ha colonizzato il nostro immaginario. Facciamo così solo perché ci è stato detto che così è meglio. Dunque Latouche, sostiene Mazzetti, giunge ad affermare «l’inessenzialità dei rapporti borghesi, nonostante questi rapporti abbiano rappresentata la struttura portante sulla quale è stata edificata l’odierna umanità». Come dire, non era necessario che andasse così, ma ci è stato imposto. Nessuna necessità conseguente è ravvisabile dunque dalla strutturazione dei rapporti di produzione capitalistici...
A noi viene da pensare, seguendo il ragionamento di Mazzetti, che la negazione (solo a parole, s’intende) dell’universalità di questi rapporti è uno dei tipici errori dei negatori etici del capitalismo (di destra e di sinistra), ogni qualvolta si propongono soluzioni “particolari” (la felicità raggiungibile in un hortus conclusus, che sia la propria interiorità, il proprio consumo equo-solidale, il proprio quartiere o il proprio Paese). Questa universalità di relazioni si è sviluppata grazie a una merce terza assunta come mediatore, il denaro, che ha garantito una cooperazione tra gli essere umani da varie parti del globo per assicurarsi in maniera non militare beni che avrebbero garantito la riproduzione in maniera pacifica (cioè non per mezzo di assalti, devastazioni e saccheggi). Il che non vuol dire che non ci siano state guerre per l’appropriazione delle risorse, ma semplicemente che una volta stabilite determinate relazioni, esse vanno avanti quotidianamente senza armi. Scrive dunque Mazzetti: «se la forma di questa cooperazione – il denaro – ha assunto una dimensione feticistica ciò è accaduto appunto perché gli esseri umani, fino ad oggi, non hanno saputo porre la loro stessa cooperazione altrimenti che come un qualcosa di esteriore e di sovrastante». L’inversione che ne consegue, cioè la rappresentazione dei rapporti di produzione dietro i rapporti di merce e dunque monetari, tipica del mondo capitalistico, si ripercuote anche nelle visioni di alcuni critici, che leggono solo come ideologica la natura di quei rapporti.
Seguendo questa negazione (altrettanto) ideologica dei rapporti di merce, si giunge ad affermare che, tolta l’ideologia, rimarrebbe la natura umana non contaminata. Gli esseri umani che non si pongono come obiettivo la crescita recupererebbero dunque la loro vera natura umana. Tuttavia, continua Mazzetti, uno dei punti centrali del discorso di Marx è che non esiste una natura umana fissata una volta per tutte e che la “natura” degli esseri umani si struttura attraverso le relazioni, sempre cangianti, con gli altri esseri umani. Per dirla, ancora, con Marx: «la storia tutt’intera non è che una trasformazione continua della natura umana».
Anche quella libertà che Pallante va cercando nei rapporti concepiti nel progetto della decrescita, i quali dovrebbero fondarsi «su libere scelte e su affinità culturali», aumentando così «la libertà delle persone perché [si] liberano dalla dipendenza totale del mercato», altro non è che il risultato storico di un’evoluzione sociale dell’umanità. Si chiede a questo punto Mazzetti: «Già, ma dove avrebbero mai imparato quegli individui, ai quali antenati avevano trasmesso un cultura fondata su una simbiosi immediata con l’organismo di cui facevano parte [le comunità originarie], a procedere sulla base di quel potere che definiamo come “libertà individuale”?» Anche qui un’osservazione di Marx aiuta a capire: «l’uomo si isola soltanto attraverso il processo storico. Originariamente egli si presenta come un essere che appartiene alla specie umana, alla tribù, come un animale gregario […] Lo scambio stesso è uno dei movimenti principali di questo isolamento. Esso rende superfluo il gregarismo e lo dissolve». Ne risulta che il vituperato mercato, visto solo in maniera unilaterale, è proprio la base di quel concetto di libertà individuale richiamato da Pallante (il che non significa che senza mercato non c’è libertà, ma solo che l’idea storicamente è potuta nascere grazie allo sviluppo di quelle relazioni sociali che sottostanno allo sviluppo del mercato).
L’errore del nostrano decrescista conduce a un altro errore, a quello che potremmo chiamare il peccato dell’immediatezza. Secondo il suo pensiero, infatti, basterebbe «uscire dalla ruota del criceto dove si corre in continuazione per rimanere allo stesso punto», intendendo con questa metafora che basta rinunciare alla crescita ed essere ipso facto fuori dal suo dominio ideologico. Purtroppo, ricorda invece Mazzetti, la ruota del criceto «non è altro che la struttura delle nostre relazioni sociali, dalle quali non è possibile uscire, né più né meno di come nessuno di noi può “uscire” dal nostro corpo». All’essere umano è, certo, data la possibilità di produrre altre relazioni sociali, ma, appunto, esse vanno prodotte e la possibilità (per chi mastica un po’ di filosofia) è una categoria modale dell’essere sociale che non corrisponde con la realtà: tra di esse passa la stessa differenza che intercorre tra un seme e la pianta. Una pianta deriva da un seme, ma non necessariamente da un seme deriva una pianta (se ad esempio non lo si coltiva, cioè se non interviene una soggettività esterna che lo modifica con il proprio lavoro).
Poiché la possibilità si può dare solo in seno alla generalità delle relazioni sociali (leggi rapporti di produzione), «l’elemento principale sul quale agire è quello dei rapporti con i propri simili, in particolare i rapporti di proprietà. Parlare di un’autoproduzione positiva della propria vita resa possibile da una scelta unilaterale [la decrescita], equivale a fantasticare di un produttore che potrebbe produrre senza doversi appropriare delle condizioni materiali di qualsiasi produzione, cioè come puro spirito». È per questa ragione che il concetto di crescita andrebbe sostituito con quello di accumulazione capitalistica, altrimenti s’incorre in quegli errori tipici dell’economia politica borghese, che Marx etichettava come “robinsonate” (da Robinson Crusoe, prototipo del self-made man, il quale su un’isola deserta ricrea “da solo” quello che in realtà gli uomini per secoli e secoli hanno prodotto anche per lui). Per Mazzetti, pertanto, «la libertà nuova di cui abbiamo bisogno è ancora da produrre».
Vista così, non ha senso parlare di decolonizzazione dell’immaginario dalla crescita, come se ciò bastasse a liberarsi delle catene che ci vengono imposte, perché tutto ciò in nome di cui lottiamo altro non è che il prodotto di uno sviluppo sociale. Tale decolonizzazione, scrive Mazzetti, porta alla rimozione di alcune conquiste storiche attraverso le quali siamo diventati umani» (corsivo nostro). Appunto, una robinsonata.
Ma qui occorre fare un’altra distinzione capitale, senza la quale si commettono errori grossolani. Occorre cioè distinguere tra crescita e sviluppo. Scrive Mazzetti: «la riproduzione di un organismo individuale o collettivo è un processo attraverso il quale l’organismo estrinseca ciò che concretamente è e dà corpo alle potenzialità che sono eventualmente latenti nella sua “natura”. La crisi si presenta così sia come impossibilità di estrinsecare le proprie capacità, col sopravvenire di un blocco riproduttivo, sia come incapacità di risolvere i problemi che hanno determinato quel blocco». Per l’autore, la mancata distinzione tra crescita e sviluppo, induce i decrescisti in errore circa la spiegazione della natura della crisi. La crescita ha rappresentato per un lungo periodo la «specifica forma dello sviluppo», cioè la fase fordista con il conseguente – vai a sputarci sopra – sviluppo dello stato sociale keynesiano (non automatico, ma reso possibile da quello sviluppo e dalle lotte operaie). Mentre l’economia capitalistica comincia ad entrare in crisi subito dopo la guerra, il capitalismo ha continuato a svilupparsi e ad estendersi per tutto il mondo (complici i processi storici che abbiamo conosciuto). La crisi che oggi è sotto i nostri occhi è il frutto dello sviluppo del capitalismo, manifestatasi in una fase di crescita calante (o decrescita, se vi pare).
La critica allo “sviluppismo” porta infine alla critica del concetto di storia come progresso, nel quale, scrive Pallante, «la chiave di ogni miglioramento è il cambiamento». Il cambiamento viene dunque «rappresentato come un’imposizione arbitraria dell’esistenza», scrive Mazzetti. «Ma nella realtà la vita stessa è inevitabilmente un continuo cambiamento»: da quando nasciamo a quando moriamo, impariamo, e perciò cambiamo, a fare cose che non sapevamo fare. Poiché la stessa vita è «l’insieme delle attività che gli organismi estrinsecano per riprodursi come “viventi”, e le circostanze mutano continuamente per eventi ambientali e in conseguenza della loro stessa attività, non può esserci vita senza cambiamento». E così conclude l’autore di questo libretto: «Come scrive Marx, l’uomo moderno non può non essere ricorrentemente insoddisfatto, perché, a differenza dei suoi antenati che hanno sempre rappresentato sé stessi nei limiti di una forma data, ha scoperto il segreto della sua natura. Per questo non può pretendere di riprodursi in una situazione determinata, ma deve produrre la sua totalità, non deve cercare di rimanere qualcosa di divenuto, ma deve cercare se stesso nel movimento stesso del divenire».
A noi sembra che in poco più di cinquanta pagine Mazzetti abbia chiarito alcuni punti filosofici che servono a orientarci meglio e a districarci in mezzo a quelle “utopie letali” di cui Carlo Formenti ha recentemente parlato, fornendo o riaffermando strumenti storico-concettuali il cui valore va oltre la critica alla decrescita.
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