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26/09/2022

I limiti dello sviluppo sono sempre più evidenti

Un confronto a distanza su crescita e decrescita fra Serge Latouche e Dennis Meadows (“I limiti dello sviluppo"): testi ripresi da antropocene.org e comune-info.net.

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20 anni di decrescita


Vent’anni fa intorno al concetto/slogan decrescita cominciavano a nascere iniziative, movimenti, ricerche. Quel concetto/slogan ha motivato coloro che si interessavano ai temi della critica allo sviluppo e tante e tanti ecologisti, ma ha poco a poco interessato, in diversi angoli del mondo, anche la politica istituzionale, quasi sempre per rigettarlo e renderlo ridicolo.

Di certo coloro che sono in alto non vogliono cambiare la logica produttivistica, non vogliono smettere di perpetuare il capitalismo, e fanno di tutto per opporsi (a cominciare dallo svuotare di senso espressioni come “transizione ecologica”, “resilienza”, “economia circolare”...). Oggi quale scenario hanno di fronte i diversi movimenti della decrescita? Come possono difendersi dalle aggressioni del greenwashing o dell’ecofascismo?

A questi temi è dedicato l’intervento di Serge Latouche (raccolto da Mauro Bonaiuti dell’Ass. per la decrescita) con cui è stata aperta a Venezia la Conferenza internazionale della decrescita.

La crescita si fermerà, per un motivo o per l’altro

Cinquant’anni dalla pubblicazione di The Limits of Growth (I limiti dello sviluppo): un’intervista di Juan Bordera e Ferran Puig Vilar a Dennis Meadows, coautore del Rapporto.

Questo è un anno speciale. Ricorre il 50° anniversario della pubblicazione di una delle opere più importanti del XX secolo: The Limits of Growth [I limiti dello sviluppo (nell’edizione italiana – N.d.R.]. Quell’opera che, già nel 1972, dava un chiaro avvertimento che il pianeta aveva dei limiti e poco tempo per affrontarli. Per questo motivo, uno dei principali autori, Dennis Meadows, ha rilasciato interviste ad alcuni dei più importanti media del mondo, come Le Monde o la Suddeutsche Zeitung.

Inflazione galoppante. Guerra. Problemi energetici sempre più gravi. Ondate di calore precoci e più potenti. Arresti di scienziati. Mattanze alle frontiere. Battute d’arresto sui diritti delle donne che ci riportano indietro di 50 anni... Esattamente 50 anni. Tutto questo ha qualche collegamento?

In realtà lo ha.

Juan Bodera: Sono passati 50 anni dalla pubblicazione del vostro libro e il vostro scenario standard del modello World3 è molto simile alla realtà; avevate previsto che la crescita si sarebbe fermata intorno al 2020. È quello che stiamo iniziando a vedere ora?

Dennis Meadows: Non avevamo fatto previsioni, avevamo detto che è impossibile “prevedere” con precisione qualsiasi cosa in cui il comportamento umano sia un fattore. Quello che avevamo fatto è stato modellare 12 scenari coerenti con le regole fisiche e sociali: 12 possibili futuri.

Uno di questi, lo “standard”, come sapete, mostrava che la crescita si sarebbe fermata intorno al 2020. Poi tutte le variabili (produzione industriale, produzione alimentare, ecc.) avrebbero raggiunto il picco e in circa 15 anni avrebbero iniziato a diminuire inesorabilmente.

Questo assomiglia a ciò che stiamo vivendo? Direi di sì. Il mondo sta mostrando sempre di più le conseguenze di uno schianto contro i limiti.

Ciò che avevamo fatto con molta attenzione, già nel 1972, è stato chiarire che dopo il picco di qualsiasi variabile, tutto diventa ancora più imprevedibile, poiché entrano in gioco fattori che non potevano essere rappresentati nel nostro modello. A questo punto è ovvio che saremo guidati più da fattori psicologici, sociali e politici, che da vincoli fisici.

L’ho sentita definire il cambiamento climatico come “un sintomo”; di cosa sarebbe esattamente un sintomo?

È essenziale riconoscere che il cambiamento climatico, l’inflazione e la carenza di cibo a volte sono visti come problemi, ma in realtà sono sintomi di un problema più grande.

Proprio come un mal di testa persistente può talvolta essere sintomo di un cancro, molte difficoltà attuali sono sintomi di livelli di consumo materiale cresciuti oltre i limiti del pianeta. Naturalmente i sintomi sono importanti. Un mal di testa merita una risposta. Tuttavia, un’aspirina può far sentire temporaneamente meglio il paziente, ma non risolve il problema di fondo. La crescita incontrollata delle cellule cancerose nel corpo deve essere trattata.

Non si può sostenere la crescita affrontando i problemi uno per uno. Anche se riuscissimo a risolvere il cambiamento climatico, continuando a crescere andremmo incontro al problema successivo, che sia una carenza di acqua, di cibo o di altre risorse cruciali. La crescita si fermerà, per un motivo o per l’altro.

Il mito del progresso, secondo cui la tecnologia verrà sempre in soccorso (idrogeno, cattura e stoccaggio di CO2...), è una delle idee più paralizzanti per affrontare il vero problema: la decrescita è inevitabile, poiché non si tratta di un problema tecnico.

Forse ciò di cui abbiamo bisogno è un cambiamento culturale, morale ed etico?

Sì, sono d’accordo, quello era uno dei punti cruciali del nostro lavoro già 50 anni fa. In condizioni ideali la tecnologia può darti più tempo, però non risolve il problema. Può darti l’opportunità di apportare i cambiamenti politici e sociali necessari. Ma finché si avrà un sistema che si basa sulla crescita per risolvere ogni problema, la tecnologia non potrà evitare che si superino molti limiti cruciali, come stiamo già vedendo.

Nonostante l’importanza e l’enorme utilità del vostro lavoro, lei e i suoi colleghi siete stati molto criticati. Questo continua ad accadere a chiunque esca dal discorso dominante dell’Happycrazia. C’è un’impossibilità sociale a parlare di certi temi perché la trasformano in un catastrofista, in un amaro pessimista?

Ero molto ingenuo negli anni ’70, quando abbiamo pubblicato il libro. Ero stato formato come scienziato e avevo l’impressione che, utilizzando il metodo scientifico, avremmo prodotto dati indiscutibili e che, se li avessimo mostrati alla gente, questo sarebbe stato sufficiente per portare un cambiamento nella visione e nelle azioni delle persone. Questo è a dir poco ingenuo.

Ci sono due modi di affrontare queste situazioni: in uno raccogli i dati e poi decidi quali conclusioni sono coerenti con i dati: il metodo scientifico. Nell’altro, molto comune, si decide quali conclusioni sono importanti e cerchi dati che si adattino e supportino le tue “conclusioni”. Questo è ciò che accade, ad esempio, con i negazionisti del cambiamento climatico.

Non ho cercato di vincere quei dibattiti [tra pessimisti e ottimisti] con questo tipo di persone. Quando qualcuno viene da me con rabbia e mi accusa di qualsiasi cosa, mi limito a dirgli: “Spero che tu abbia ragione”. E vado avanti.

Esiste una tendenza nei sistemi, nelle aziende, nelle persone, a combattere per la propria autoconservazione, spesso sulla base di visioni a breve termine, che non consentono di andare avanti a lungo. Come combattere queste inerzie e abitudini?

L’unico modo per gestire la situazione è ampliare l’orizzonte temporale e spaziale. E quindi vedere i potenziali costi e benefici in prospettiva. Un esempio: la pandemia e la sua gestione nel mio Paese [gli Stati Uniti] sono state dolorose, molto miopi. Se non si estendono i vaccini a tutto il mondo, non sono così utili.

Come prolungare quel lasso di tempo? Con le future generazioni. La maggior parte delle persone ha preoccupazioni legittime e genuine per il futuro dei propri figli, nipoti e pronipoti.

In Spagna, ultimamente, ci sono buone notizie per quanto riguarda la decrescita: la prima assemblea dei cittadini per il clima ha scelto tra le sue 172 misure, la necessità di educare alla decrescita, diversi partiti politici – tra cui il Ministro della Sanità, del Consumo e del Benessere Sociale – hanno fatto dichiarazioni a favore dell’apertura di questo inevitabile dibattito e l’IPCC sta inserendo sempre più spesso questa parola nei suoi rapporti.

Siamo più vicini a un Tipping Point [punto di svolta] sociale – come dice Timothy Lenton – o dovremo aspettare che le crisi diventino ancora più evidenti per reagire?

La risposta a entrambe le domande è: sì. Siamo più vicini a un punto di svolta sociale positivo, ma d’altra parte temo che dovremo aspettare che le crisi diventino ancora più evidenti per reagire. Ed è ancora peggio: se la nostra situazione attuale ci fosse stata descritta, diciamo, nel 2000, avremmo pensato che questa fosse già una crisi catastrofica. Siamo la rana, cucinata a fuoco lento, che non salta fuori dalla pentola. Purtroppo credo che questa sia la nostra situazione.

Secondo il modello HANDY, un parametro fondamentale per causare i collassi è la disuguaglianza, che aumenta parallelamente alla mancanza di fiducia tra simili, altro motivo di collasso. La struttura del nostro sistema economico fa sì che entrambi aumentino ogni anno. E rende impossibile adattarsi ai limiti, perché l’élite – che di solito è distaccata dalla realtà e quindi non rileva gli allarmi – è quella che funge da modello. Come districarsi in questo pasticcio?

La verità non si trova in poche equazioni, ovviamente. Si trova nella storia. E la nostra storia millenaria dimostra che i potenti cercano più potere e lo trovano più facilmente grazie alla loro situazione: è un ciclo di feedback positivo. Nella dinamica dei sistemi questo fenomeno si chiama “successo per chi ha già successo”. Raramente ci discostiamo da questo fenomeno.

Nessuno può districare questo groviglio. Non credo che esista un’azione o una legge in grado di farlo. In alcune culture, tuttavia, si sono visti meccanismi di ridistribuzione evoluti. Nel nord-ovest degli Stati Uniti ci sono alcune tribù che hanno un’usanza chiamata “Potlatch“, una cerimonia in cui i capi della tribù, i più ricchi, regalano parte dei loro beni – sto semplificando, certo.

Anche nel buddismo esiste una tradizione di distacco materiale in molti dei suoi praticanti. Ma si tratta di rare eccezioni.

Nel nostro mondo la tendenza è quella di accumulare potere e, come lei dice, questo aiuta a distaccarsi dalla realtà. Poi si può finire con un collasso, anche del proprio potere, e tutto ricomincia da capo. È un processo che avviene in risposta ai limiti. E la disuguaglianza sta crescendo in tutti i Paesi.

In che misura le élite stanno anticipando la necessità matematica di ridurre la disuguaglianza? Oppure stanno solo preoccupandosi per la propria sopravvivenza?

Beh, non si può parlare propriamente di “élite”. Alcune élite sono preoccupate e stanno facendo tutto il possibile per ridurre la disuguaglianza, altre non ci pensano nemmeno – probabilmente la maggioranza – e altre ancora lavorano per renderla sempre più grande. Di certo non c’è alcuna tendenza generalizzata a ridurre la disuguaglianza. E a volte si dice che la crescita fa sì che la ricchezza raggiunga tutti; il che, visto che i tassi di crescita e di disuguaglianza sono aumentati contemporaneamente, è chiaramente e palesemente falso.

Vede oggi una maggiore preoccupazione per il collasso della civiltà nei circoli del potere, economico e politico? O continuano a fare business as usual come al solito?

Non sono nei circoli del potere, quindi non posso rispondere. Sono un insegnante di 80 anni in pensione. È il 50° anniversario de I limiti dello sviluppo e, a parte le interviste che vengono fatte su un libro che suscita ancora interesse, non c’è così tanta l'attenzione come potrebbe sembrare.

Tenendo conto dell’attuale miopia spaziale e temporale rispetto ai limiti, non pensa che la visione moderna del mondo sia obsoleta? Potrebbe suggerire alcuni spunti filosofici per passare a una nuova cosmologia?

Grazie per aver immaginato che io possa avere la capacità di fare queste cose. Che l’attuale visione del mondo sia obsoleta è evidente anche solo guardando le notizie. Quasi nessuno può essere contento dello stato del mondo.

Su una nuova cosmologia: esiste un’enorme varietà di filosofie e pratiche spirituali, molte delle quali sono coerenti con il funzionamento del mondo. Quelle che funzionano devono riconoscere l’interazione e la dipendenza che abbiamo con il mondo naturale. Abbiamo già discusso del mito diffuso secondo cui la tecnologia ci porterà a superare qualsiasi ostacolo. Lo vediamo con la sfida del clima: c’è questa cosa chiamata cattura e sequestro del carbonio (CCS).

Nonostante il fatto inconfutabile che sia più economico, rapido e semplice ridurre il consumo di energia, si tende a cercare la soluzione tecnologica che ci permetta di fare ciò che non possiamo più fare senza causare gravi danni. È una fantasia totale. Il meglio che possiamo dire della CCS è che è un’idea che farà guadagnare un mucchio di soldi a poche persone.

Siamo come su un tapis roulant che sta accelerando rapidamente. Sa, quei tapis roulant su cui corri, ma non vai da nessuna parte. È quello che stiamo facendo. Quando prendiamo decisioni sbagliate, questo ci porta a crisi che, per forza di cose, accorciano la nostra prospettiva temporale, tutto diventa reattivo mentre acceleriamo. Questo a sua volta ci aiuta a prendere altre decisioni sbagliate, perché restringiamo sempre di più il nostro orizzonte temporale. È un circolo vizioso.

Penso che nei prossimi 20 anni assisteremo a più cambiamenti di quanti ne abbiamo visti negli ultimi 100. Non voglio che accada quello che sto per dirle, ma credo che sia molto probabile: ci saranno disastri significativi dovuti al caos climatico e all’esaurimento dei combustibili fossili, che riporteranno l’umanità a stati più decentralizzati e disconnessi. Lentamente, si evolveranno culture più preparate alla situazione. Solo allora, credo, potrà emergere una “nuova cosmologia” appropriata.

Crede che una coalizione di élite dotate potrebbe cambiare il corso degli eventi?

Élite dotate? Mi sembra un ossimoro.

Traduzione a cura della Redazione di Antropocene.org

Fonte: Monthly Review 10.08.2022

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