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24/09/2022

Il gorgo: globalizzazione, guerra, USA, Cina ed Europa nell'incerto presente

Alberto Deambrogio intervista Raffaele Sciortino

Raffaele Sciortino, già attivista nel movimento no global e no Tav e dottore di ricerca in studi politici alla Statale di Milano, è oggi ricercatore indipendente, autore di studi critici sulla globalizzazione e sulle relazioni sino-americane. Ha pubblicato, con Asterios, Obama nella crisi globale (2010), I dieci anni che sconvolsero il mondo. Crisi globale e geopolitica dei neopopulismi (2019) e, sul rapporto sino- americano, Un passaggio oltre il bipolarismo. Il rapprochement sino-americano 1969-1972 (2011). A fine settembre per Asterios pubblicherà un nuovo saggio dal titolo: Stati Uniti e Cina allo scontro globale. Strutture, strategie, contingenze.

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Alberto Deambrogio: La situazione che stiamo vivendo è caratterizzata sicuramente da alcuni punti fermi, visibili e da alcune tendenze la cui traiettoria finale è difficile da individuare. Siamo in guerra, in presenza di uno shock energetico e della scarsità di materie prime, l’inflazione si sta accoppiando con la recessione mentre si è aperta una nuova imponente stagione di riarmo. Quali sono, secondo te, le caratteristiche salienti del conflitto in atto?

Raffaele Sciortino: Sull’Ucraina è necessario un breve résumée delle puntate precedenti. Dopo la fine dell’Unione Sovietica la Nato si è allargata fino ai confini russi; nel dicembre 2001, sotto l’amministrazione Bush jr., Washington si è ritirata dal più importante trattato sulle forze strategiche, l’ABM, firmato nel lontano 1972; intanto, dopo il lungo e sanguinoso conflitto in Cecenia degli anni Novanta, con ingerenza statunitense, negli anni Duemila hanno iniziato il loro corso le rivoluzioni colorate filo-occidentali in Georgia (2003), Ucraina (2004), Kirghizistan (2005); è poi arrivato nel 2008 il conflitto aperto provocato dalla Georgia.

Infine, l’Ucraina, la cui destabilizzazione è, dalla fine della Guerra Fredda, un obiettivo al quale gli Stati Uniti negli ultimi quindici anni non hanno mai smesso di lavorare. Basterebbe rileggersi La grande scacchiera di Brzezinski, del 1997, dove è già ben delineato, financo come cronoprogramma, il piano per fare della Russia un buco nero al quale non permettere neppure una limitata sfera di influenza nel suo vicino estero.

La mobilitazione di Euro Maidan del 2014 – rovesciando, con l’accorta regia yankee, un governo ucraino non ostile a Mosca sulla base, a scanso di facili complottismi, di un blocco sociale proteso a entrare nella civile famiglia europea incentrato sui ceti medi urbani ed egemonizzato politicamente da forze ipernazionaliste anti-russe – ha poi definitivamente innescato il corso di crisi sfociato oggi nella guerra per procura russo-ucraina.

Dunque, un '89 fuori tempo massimo per gli ucraini, diventati così carne da macello, finora volontaria, per i piani statunitensi che possono fare affidamento su una dirigenza locale del tutto prona. A pochi mesi dal ritiro dall’Afghanistan Washington ha firmato con Kiev, nel novembre 2021, un accordo di cooperazione strategica che nella sostanza vincolava l’Ucraina al gioco geopolitico degli Stati Uniti. Il segretario della Nato, Stoltenberg, ha dichiarato da qualche parte che la Nato aveva iniziato ad aumentare i sostegni all’Ucraina mesi prima dell’invasione russa. Sinistri, pacifisti ed ecologisti occidentali subito schieratisi contro la “guerra di Putin” son serviti.

Dunque, una minaccia esistenziale per Mosca – basti pensare a cosa significherebbe un’Ucraina come base di armi strategiche poste ai confini con la Russia per la tenuta stessa della deterrenza nucleare – che ha dovuto reagire con quello che “tecnicamente” si può definire una strategia di difesa preventiva basata su un attacco probabilmente finalizzato a costringere Kiev a un negoziato alle proprie condizioni (obiettivo, si sa, fallito). Senza per questo potersi garantire, quand’anche l’esito del conflitto sul campo non le sia alla fine sfavorevole, alcuna garanzia di tenuta. Non solo, infatti, Washington ha oramai in mano la leva di uno sfiancamento permanente del nemico, ma avendo attivato lo sganciamento finanziario e monetario di Mosca dai circuiti globali, può mettere a rischio la compattezza stessa della compagine statale, economica e sociale russa.

Con il conflitto ucraino la strategia di Washington del doppio fronte, anti-cinese e anti-russo, sembra aver abbracciato un corso oramai irreversibile, almeno per i tempi della politica – e affossata la possibilità di una mossa nei confronti di Mosca, non pregiudizialmente indisponibile, analoga al rapprochement sino-americano degli anni Settanta con cui le riuscì di inserire un cuneo poderoso tra Cina e l’allora Unione Sovietica.

Alla Russia va fatto pagare un lungo conto: il rafforzamento della presidenza Putin e la sua ricerca di indipendenza strategica ed economica (Unione Economica Euroasiatica); i rapporti, fin qui, di buon vicinato economico con la Germania e l’appoggio al progetto euro; il riavvicinamento alla Cina, sempre più rilevante sia sul piano geopolitico sia per l’aspirazione a un ordine monetario internazionale meno dollarocentrico; la geopolitica dell’energia (intervento vincente in Siria, rapporti meno tesi con l’Opec). In più, Mosca con la sua attitudine e azione funge da catalizzatrice delle tensioni fra Stati Uniti e soggetti meno potenti ma indisponibili a una piena sottomissione all’egemonia del dollaro.

Ma la questione è di fondo. Per il quadrante europeo Washington una strategia ce l’ha ed è quella di sempre: il doppio contenimento di Russia e Germania. Mosca come nemico o avversario, a seconda delle fasi, da tenere fuori dall’Europa isolandola; Berlino come alleata (o vassalla?) da tenere sotto attraverso la continuamente ventilata, costruita, provocata minaccia russa.

Fa dunque premio il caveat di Mackinder – il cui pensiero geopolitico rappresenta pur sempre la bibbia dell’approccio strategico a stelle e strisce – ovvero impedire ad ogni costo un’alleanza “euroasiatica” tra Germania e Russia (cui oggi, però, sarebbe da aggiungere proprio la Cina). Che suonerebbe la campana a morto per il dominio mondiale di sua maestà il Dollaro.

All’immediato, credo, la guerra continuerà, puntando gli Usa a prolungare il conflitto il più possibile per dissanguare il nemico senza il rischio di dover intervenire direttamente. Almeno fino a quando i settori proletari della società ucraina non chiederanno il conto della distruzione del paese. Ma, alle attuali condizioni, ciò non pare una prospettiva vicina avendo, la guerra, rinfocolato l’odio anti-russo che farà premio sulla rabbia per il “tradimento” occidentale. A sua volta l’attitudine della classe dirigente ucraina è dettata dall’esasperazione di non aver potuto affittare impunemente, causa la Russia, le risorse nazionali e la propria forza-lavoro all’Occidente, come invece hanno avuto modo e tempo di fare le classi dominanti degli altri paesi dell’Est Europa – non senza ritorni, finora, va detto. Ma anche per questi il vento sta cambiando, la crisi preme alle porte, i costi da pagare per la sudditanza a Washington saranno sempre più alti e sempre meno compensati dai ricavi opportunistici a spese di una UE debole e frammentata. L’Ungheria guidata dall’unico effettivo “sovranista” europeo sembra averlo fiutato da tempo – come, su un altro quadrante geopolitico, Erdogan.

Del resto, i giochi non sono ancora del tutto fatti, soprattutto se Mosca dovesse riuscire a conseguire un accettabile successo militare in Ucraina e tenere sul fronte interno. A quel punto le conseguenze economiche della crisi ucraina si saranno fatte sentire e il consenso geopolitico atlantista potrebbe incrinarsi, per esempio sul tema sanzioni: vedremo allora fino a che punto Washington potrà tirare la corda con gli alleati europei o almeno con alcuni di essi, e fino a che punto la Nato è effettivamente solida. Soprattutto foriera di conseguenze è poi la perdita di soft power americano nei confronti di una parte consistente delle società europee, che possono questa volta saggiare immediatamente nelle proprie tasche i costi della sudditanza atlantista dei propri governi. Non era mai successo, finora, a questa scala e in questa misura. Biden che fa rimpiangere Trump?!

Inoltre, il resto del mondo in genere si è mostrato restio a far propria la narrazione occidentale sulla crisi in corso, e ancor meno ad accettare il regime sanzionatorio contro Mosca, dai paesi asiatici a quelli latino-americani e africani. Democrazie contro autocrazie è slogan per palati buoni occidentali, non certo al di fuori. Ma la fonte maggiore di tensioni future non può che essere l’ulteriore avvicinamento di Mosca e Pechino. Washington ha alzato il tiro, per la Russia si è aperta una lotta per l’esistenza nella quale, del caso, non è esclusa nessuna misura. Inoltre, la trappola ucraina serve proprio a indebolire la sponda russa, divenuta via via più importante, della geopolitica cinese. Se la Russia dovesse saltare sarebbe più difficile per Pechino – a quel punto isolata e accerchiata – proseguire con successo il nuovo corso intrapreso sul piano economico e monetario.

A.D.: Molti parlano di crisi della globalizzazione. Quest’ultima è stata ed è un fenomeno complesso. Prendiamone un solo aspetto: il ruolo fondamentale del dollaro come moneta di scambio e come strumento per governare i flussi di valore globali. Ora che, anche a seguito delle risposte alle sanzioni verso la Russia, il mondo di Bretton Woods pare incrinarsi, quali sono i possibili sviluppi di un’articolazione del sistema monetario mondiale? Con un dollaro più debole il sistema sociale e politico interno agli USA come potrebbe reagire?

R.S.: La questione della globalizzazione e della sua possibile crisi – non siamo ancora, ad oggi, a un effettivo processo di de-globalizzazione – la riprendo nel mio libro sullo scontro Usa/Cina, leggendola appunto come imperialismo finanziario del dollaro, nuova forma dell’egemonia mondiale statunitense all’uscita dalla crisi degli anni Settanta. Non torno qui sulla genealogia degli assemblaggi globali, solo alcuni cenni sul nuovo ruolo del dollaro, e dunque degli Stati Uniti, dopo la fine di Bretton Woods 1 (1971). In estrema sintesi, il perno del sistema a partire dagli anni Ottanta è dato dal ruolo unico di garanti dell’ordine mondiale assunto dagli Stati Uniti dopo la fine del bipolarismo USA/URSS. Sia in senso politico-militare sia soprattutto in senso economico come economia finanziarizzata in grado di chiudere il cerchio dei circuiti della liquidità internazionale costringendo tutti gli attori, per la tenuta stessa del sistema, a mantenere solvente quello che era diventato il massimo debitore mondiale.

Al centro di questo nuovo Grande Gioco, tra finanziarizzazione e geopolitica, è sicuramente il ruolo mondiale del dollaro. Che va inteso sia come sistema di pagamenti (divenuto) indispensabile per la circolazione dei flussi internazionalizzati del valore sia come dispositivo strategico del soggetto che lo emette, in un intreccio non lineare bensì sempre più contraddittorio tra la funzione di equivalente del valore prodotto a scala nazionale e a scala mondiale. La sua piena internazionalizzazione data dalla fine del bipolarismo, anche se la sua egemonia sostitutiva della sterlina britannica si era già consolidata nel secondo dopoguerra. Allora, però, gli Stati Uniti erano usciti dal secondo conflitto mondiale come primo paese manifatturiero e primo creditore al mondo. La fase inaugurata dalle mosse monetarie degli anni Settanta, al contrario, li ha visti affermarsi come primi debitori in grado non di meno di captare i flussi di ricchezza prodotti lungo filiere di produzione divenute internazionali.

Quelle mosse significavano, dapprima, la possibilità – poi divenuta permanente – di una monetizzazione dei crescenti debiti a carico degli altri attori mondiali. Il mercato mondiale delle merci e dei capitali produce infatti una domanda continua e crescente di liquidità in una valuta abbondante e universalmente accettata, che solo l’egemone mondiale grazie ai suoi “collaterali” geopolitici – un dispositivo militare capace di proiezione globale – può offrire e garantire. Come valuta di riserva, come mezzo di pagamento nel commercio internazionale, come denominazione del credito agli investimenti – obbligazioni, prestiti bancari, titoli di ogni tipo – dei titoli di debito pubblico, delle azioni trattate dalle borse valori, dei contratti futures su varie tipologie di merci, come collaterale per transazioni creditizie in altre valute. Che si tratti di petro-dollari, dei surplus commerciali dei paesi asiatici ed europei, dello scambio di materie prime, il dollaro è chiaramente dominante nel sistema dei pagamenti internazionali, per quantità e“qualità”, ben al di là della quota parte statunitense al commercio e alla produzione industriale mondiali.

Inoltre, contando su un mercato enorme, il dollaro è il classico “porto sicuro” per gli investimenti finanziari in caso di rilevante crisi economica e/o geopolitica, al punto che una corsa al dollaro se ne può oramai considerare segnale significativo.

Ovviamente, questo sistema non può non beneficare gli Stati Uniti, su tutti i piani. Nei termini di costi minimi, in situazioni di normalità, per quei finanziamenti privati e statali – oramai trilioni di dollari, che non verranno mai del tutto ripagati in quanto emessi nella moneta del debitore – che reggono il mercato interno, la spesa militare “normale” (compresi gli investimenti in digitale) e sociale, e soprattutto il credito alla finanza che permette la razzia di ricchezza in tutto il mondo. E, in situazioni critiche, i pacchetti di “stimolo”, l’emissione senza limiti di moneta (cosiddetto Quantitative Easing) per sorreggere Wall Street, il finanziamento straordinario della spesa militare per rimettere in riga soggetti recalcitranti. Ma il sistema del dollaro fonda la sua forza ed egemonia – un po’ un unicum nella parabola del capitalismo mondiale – anche grazie alla capacità di farvi partecipare, comunque in subordine, tutta una pletora di soggetti che, al di là dell’appartenenza nazionale, trafficano una massa crescente di titoli in dollari (nell’ordine di 33 trilioni a inizio 2022) senza corrispettivo reale immediato che vaga in cerca di valorizzazione futura quale che sia, esercitando una pressione sulle forze del lavoro e sulle risorse naturali a scala mondiale.

Ed è qui che il piano del sistema monetario scivola, per così dire, quasi senza soluzione di continuità su quello della strategia mondiale di Washington. Il tutto oliato dal controllo delle informazioni acquisite sulla gran parte delle transazioni monetarie mondiali (sistema SWIFT). Nel corso degli ultimi decenni si è fatto evidente il movimento a fisarmonica del dollaro come moneta mondiale (l’ho descritto nel mio lavoro del 2019 sulla geopolitica dei neopopulismi). A seconda del problema e dell’avversario principali del momento, il dollaro svalutato è servito a scaricare debiti e inflazione sul resto del mondo, il dollaro rivalutato ne ha captato i flussi di ricchezza producendo choc valutari, fuga di capitali, contrazione del credito nei paesi indebitatisi nel ciclo precedente di denaro facile. In entrambe le eventualità, la Federal Reserve ha agito e agisce come centrale operativa del complesso finanziario-militare ottemperando alle esigenze di volta in volta diverse di Wall Street, della politica economica, della geopolitica statunitense e minando o limitando così la sovranità monetaria degli altri stati. Alla politica della moneta e dei tassi si è poi aggiunto nel tempo l’uso della leva delle sanzioni, primarie (dirette) e secondarie (indirette), attuate o minacciate, al fine di disconnettere dal sistema di pagamenti dollaro-centrico, e dunque dalla rete del commercio e del credito mondiali, qualunque entità – singoli individui, imprese, organizzazioni, stati – rappresenti una minaccia alla sicurezza nazionale, alla politica estera o all’economia degli Stati Uniti.

È bene, però, per evitare fraintendimenti, non indulgere eccessivamente sul carattere esclusivamente predatorio della strategia del dollaro. Il sistema dollaro-centrico è in prima istanza una struttura costituitasi e consolidatasi nei decenni tra dinamiche concorrenziali inter-capitalistiche e lotte di classe nel quadro dell’egemonia mondiale statunitense. Serve a oliare e a “chiudere” il circuito internazionale della produzione di valore; non è dunque una pura escrescenza monetaria e finanziaria così come l’economia statunitense non è vuota di attività produttive detenendo ancora la leadership in molti settori a tecnologia avanzata, intrecciati alla ricerca e produzione di guerra, dall’informatica alle tecnologie della comunicazione, dall’industria della salute all’agro-industriale, ai brevetti e ai diritti di proprietà intellettuale. Siamo, piuttosto, di fronte alla forma assunta dalla riproduzione del capitale sociale complessivo nel quadro del passaggio alla sussunzione reale del lavoro. In questo senso la funzione del dollaro, in termini prettamente capitalistici, è stata ed è ancora effettiva e efficace, con tutti i suoi squilibri e le sue asimmetrie, nel senso della estensione e della tenuta mondiale del rapporto di capitale. Ciò non toglie che questa struttura e la strategia corrispondente non hanno potuto evitare tutta una serie di criticità e contraddizioni – sul piano dell’accumulazione mondiale e dunque dei crescenti attriti geopolitici – che le attuali tendenze non faranno che accentuare.

Di qui l’attuale “fatica” del dollaro. In effetti dopo l’esplosione finanziaria del 2008 il dollaro non è andato incontro a quel tracollo che natura e decorso della successiva crisi mondiale avrebbero potuto far pensare. Né sono stati fatti passi concreti verso quella riforma del sistema monetario e finanziario internazionale in senso multilaterale da più parti auspicato. Ma lo stato di salute dei fondamentali dell’economia statunitense, soprattutto sotto il profilo della gestione del doppio indebitamento, interno e con l’estero, non è nel frattempo affatto migliorato. Di qui il fatto che numerosi stati hanno preso a diversificare riserve e obbligazioni. In particolare, Pechino ha cessato di incrementare i dollari detenuti nelle diverse forme, sia per tutelarsi dalla volatilità di questa valuta sia per la concomitante diminuzione del surplus commerciale. Anche il circuito dei petrodollari è via via divenuto meno importante, ancorché tuttora cruciale per la fissazione del prezzo e per il pagamento delle materie prime in dollari. Il governo statunitense – meglio: l’asse tra la Banca Centrale e Tesoro, cuore con il Pentagono del sistema di potere yankee – ha nell’ultimo decennio iniziato così a prendere a prestito sempre più da se stesso e da istituzioni finanziarie interne – oramai diventate le maggiori acquirenti di titoli del Tesoro statunitensi, per tre quarti dell’intero debito federale. Questo grazie al cosiddetto alleggerimento quantitativo (Quantitative Easing) con le quali la Federal Reserve ha mantenuto i tassi di interesse a livelli bassissimi con la medesima manovra monetaria con cui riempiva di titoli del Tesoro i propri forzieri e di liquidità i mercati finanziari, svalutando altresì di fatto gli asset in dollari delle entità estere.

Ciò nonostante, non solo non siamo affatto alla de-dollarizzazione – qualunque forma questa possa assumere – ma il dollaro non si vede confrontato neppure sul medio termine da alcun serio rivale sistemico. Solo che i limiti non sono aggirabili all’infinito. Lo segnala, tra l’altro, l’ondata inflattiva accesasi dopo i postumi della crisi pandemica – che non ha certamente un’unica causa, ma cui ha dato senza dubbio il suo contributo la massiccia liquidità emessa in Occidente, in particolare nei primi due anni di diffusione del covid. Si rischia così, allo stato, un circolo vizioso: frenare l’inflazione richiede tassi di interesse più alti, i quali a loro volta innescheranno con molta probabilità una recessione facendo saltare più d’una azienda-zombie e una parte del sopravalutato mercato azionario. Proprio mentre la Federal Reserve ha dovuto iniziare a ridurre, seppur ancora timidamente, il proprio bilancio acquistando meno titoli di stato.

Difficile dire quale sarà il prosieguo. Una cosa sembra certa: la fine in vista del denaro facile farà scoppiare più di una bolla, azionaria e obbligazionaria. È probabile che a Washington si pensi ancora di poter evitare soluzioni troppo drastiche. O congelando del tutto la situazione – almeno fino alle elezioni di medio termine che non promettono bene per i dem. Oppure lasciando che l’inflazione bruci un po’ di debiti con un haircut interno che si spera “ordinato”. Il prezzo da pagare sarebbe, comunque, una situazione di stagflazione forse prolungata e il rinvio ulteriore di una seria ristrutturazione produttiva.

Resta in teoria l’opzione “nucleare” del rialzo secco e rapido dei tassi di interesse al fine di attirare nuovamente, con un dollaro rivalutato, i flussi di ricchezza mondiali e scaricare la crisi che si approssima sugli altri soggetti. Qualcosa di simile al Volcker choc di fine anni Settanta-inizio Ottanta, che diede il via al decennio reaganiano di riaffermazione dell’egemonia a stelle e strisce e di crisi definitiva del cosiddetto socialismo reale (si tratterebbe, oggi, della Cina). Ma l’opzione è nelle condizioni odierne di più difficile praticabilità quanto alle ricadute interne ed esterne. Sul primo versante, al di là delle ripercussioni strettamente economiche, le reazioni sociali e politiche ad una recessione e a un nuovo crollo finanziario sarebbero tutte da vedere, mentre l’attuale personale politico non sembra preparato a uno scontro interno duro, per il quale non basterebbe con ogni probabilità l’armamentario populista e anti-populista finora utilizzato. Sul fronte esterno, la captazione di capitali dal resto del mondo – indispensabili per una ristrutturazione che accorci la distanza tra finanza e impresa produttiva e incrementi l’estrazione di plusvalore relativo – non è così facile.

Due, almeno, le differenze essenziali. Allora la manovra di Washington fu accettata da tutte le borghesie occidentali – con il consenso della parte più anti-proletaria dei ceti medi – come leva per sconfiggere sia il ciclo di lotte operaie del lungo Sessantotto sia le velleità dei paesi del cosiddetto Terzo Mondo. In tutta evidenza, oggi i termini del problema sono altri: le classi medie occidentali sono nel vortice della tempesta, come l’ascesa dei neopopulismi ha messo in luce; gli alleati sono sempre più insoddisfatti e inquieti rispetto al loro padrino. Allora la Cina era fuori dal gioco, fu proprio la fase inaugurata dalla svolta (geo)politica statunitense a permetterle di entrarvi. Oggi, palesemente, Pechino è sempre meno disposta a stare alle regole del gioco statunitense, tanto meno a rimanere con il cerino in mano in caso di una nuova caduta recessiva o di un nuovo caos finanziario.

Il nesso geopolitica-strategia del dollaro si è dunque fatto più intricato, contraddittorio anche. Le ricette fin qui utilizzate, anche nella dimensione economico- finanziaria, non è detto che servano altrettanto bene per la nuova situazione. Né amplificare il caos mondiale per colmare i vuoti così creati o impedirlo ad altri, potrà bastare più a lungo. La Cina è, allo stesso tempo, sempre più distante e sempre più vicina.

A.D.: Restiamo intorno al tema dei possibili sviluppi della globalizzazione. In queste settimane, proprio accanto alle vicende drammatiche della guerra in atto, si sta delineando un ruolo della Cina come nuova nemica globale da contenere. Quest’ultima e gli USA sono davvero a un confronto con implicazioni rischiose per il mondo intero, eppure hanno interessi comuni indistricabili al presente. Come vedi in prospettiva questa lotta per l’egemonia, con le sue possibili derive irrazionali e i suoi “vorrei ma non posso”?

R.S.: È il cuore della questione. Bisogna però fare un passo indietro.

Nel nuovo tipo di egemonia che gli Stati Uniti hanno instaurato sul mondo dopo gli anni Settanta, dopo la fine del regime monetario di Bretton Woods, centrale è stata la Cina, ovvero l’apertura dei mercati occidentali all’esportazione cinese, il che ha permesso l’internazionalizzazione delle produzioni, la costituzione di filiere globali della produzione che hanno permesso alla Cina di fare in trent’anni quell’incredibile ascesa che gli altri paesi a capitalismo maturo hanno fatto in cento, centocinquant’anni. Però sempre con la Cina in posizione asimmetrica, evidente nell’obbligo tacito di acquistare titoli del Tesoro statunitense a supporto del dollaro.

Ora, la crisi scoppiata nel 2008 con l’epicentro negli Stati Uniti solo in superficie è stata una crisi finanziaria, in realtà ha segnato il primo passaggio di una crisi sistemica. A partire dalle risposte che le sono state date dal sistema finanziario statunitense, dallo Stato statunitense e poi a cascata da tutti gli altri attori globali, è stata però sostanzialmente congelata. Congelata non senza aver innescato due processi fondamentali, di cui oggi vediamo una prima precipitazione forte a livello geopolitico. Il primo processo è quello che l’Economist ha chiamato la slowbalization. La globalizzazione ascendente, dell’ultimo trentennio perlomeno, non ha subito interruzioni nei suoi tre indici fondamentali, ovvero nel commercio mondiale, nella costituzione di filiere globali della produzione e chiaramente della logistica, e negli investimenti esteri, ma osserviamo sicuramente un rallentamento degli indici di crescita. Contestualmente a livello produttivo e più in generale a livello di capacità di rimettere in moto l’accumulazione capitalistica e quindi la macchina dei profitti, con alti e bassi e in situazioni ovviamente differenziate, per quanto riguarda l’Occidente (diverso il discorso per l’Asia Orientale e in particolare per la Cina) noi abbiamo assistito a una sostanziale stagnazione. Il termine non è precisissimo perché appunto le situazioni sono differenziate sia tra l’Europa e gli Stati Uniti, sia internamente all’Europa; ma diciamo fondamentalmente una crescita asfittica e ancor più una incapacità di rilanciare l’accumulazione di capitale. Il che è andato insieme, come effetto-che- diventa-causa, con un indebitamento crescente impulsato (proprio per bloccare gli effetti dirompenti economici, e poi sociali e politici della crisi globale) dalle banche centrali, in particolare dalla Federal Reserve.

Che cosa ha comportato e comporta tutto ciò sul versante cinese? La consapevolezza nelle élites, nei vertici del partito-Stato, che il rapporto asimmetrico con Washington e l’Occidente – che ha voluto dire fondare la propria ascesa sulle esportazioni per il mercato occidentale per l’accesso a capitali e tecnologie – è divenuto troppo sbilanciato e non più adeguato agli interessi e alle necessità dello sviluppo cinese. Per ovviare alla crisi del 2008, la Cina è intervenuta con un’emissione di liquidità pazzesca, e in questo modo ha anche aiutato l’Occidente. Ma il suo modello di sviluppo economico non può basarsi su di un indebitamento continuo, che creerebbe una bolla simile a quella dell’Occidente destinata prima o poi a scoppiare. Dunque Pechino, in particolare con la dirigenza di Xi Jinping, ha messo in campo un piano, una politica industriale e una politica economica finalizzata a risalire le cosiddette catene del valore. Per farla breve, si tratta di un ribilanciamento dell’economia interna e del rapporto della sua economia con l’esterno (doppia circolazione). In termini concreti questo significa dipendere meno dalle esportazioni, incentivare il proprio mercato interno, essere meno esposti agli impulsi finanziari occidentali e proiettarsi all’esterno con le cosiddette Vie della Seta.

Ovviamente, in tutto ciò diviene fondamentale per la Cina salire a delle produzioni tecnologicamente più avanzate, soprattutto in un campo in cui è ancora indietro che è quello dei microchip. Si noti come l’attenzione venga rivolta non tanto e non solo alla produzione digitale per il consumo di massa, quanto al design, alla produzione e alla progettazione dei circuiti integrati che ne stanno alla base (la base poi anche, ovviamente, delle tecnologie militari).

Questo piano di ribilanciamento cinese, se riuscisse, sarebbe per le multinazionali statunitensi e occidentali in generale – e soprattutto per il controllo statunitense attraverso il dollaro – non dico la fine (perché non è questa l’intenzione e neanche la capacità, considerando i rapporti di forza) ma comunque un serio colpo. È esattamente questa ipotesi che ha scatenato la reazione statunitense, già abbozzata nel corso dell’amministrazione Obama e poi lanciata con la cosiddetta guerra commerciale di Trump. La guerra commerciale non ha tanto come vero obiettivo quello di riequilibrare la bilancia commerciale tra Cina e Stati Uniti, perché come dicevo prima non è questo il problema. Gli Stati Uniti dominano il mondo tranquillamente facendo debito. Il problema è mantenere la priorità e il predominio del dollaro, ed impedire alla Cina di risalire tecnologicamente a stadi più elevati di accumulazione capitalistica.

E infatti noi vediamo che c’è una perfetta continuità tra l’amministrazione Trump e l’amministrazione Biden. Biden non ha fatto altro che affinare questa strategia che ha preso la forma del cosiddetto “decoupling tecnologico selettivo”. Con ‘decoupling’ si intende lo sganciamento della Cina dall’accesso a capitali e tecnologie elevate occidentali, in un contesto internazionale in cui gli Stati Uniti consapevolmente impongono gli stessi meccanismi anche ai paesi dell’Occidente e agli alleati dell’Asia (Giappone e Taiwan). “Selettivo” perché ovviamente rompere del tutto con la Cina sarebbe per gli Stati Uniti come uccidere la gallina dalle uova d’oro, il che non è, almeno attualmente, né nei piani, né fattibile. Contemporaneamente sul piano geopolitico gli Stati Uniti si sono riorientati verso l’Asia orientale e hanno varato una strategia di nuovo contenimento della Cina (strategia del cosiddetto Indo-Pacifico), il cui fulcro sono il Mar Cinese (settentrionale e meridionale) e Taiwan.

Il governo cinese, con lucida valutazione dei reali rapporti di forza, non punta in questa fase ad una risposta simmetrica a quella statunitense – un decoupling di marca cinese – ma a ricavare margini maggiori di azione su tutti i piani, almeno fin quando ciò sarà possibile, in ordine alla strategia prioritaria del recupero tecnologico e della doppia circolazione che richiede di non farsi “sganciare” dal mercato mondiale.

Questo permette di rispondere più direttamente alla tua domanda. L’ascesa della Cina è effettiva, ma non tale da poter diventare una sfida in senso stretto egemonica non avendo il Dragone i numeri per sostituire lo specifico ruolo globale ricoperto dagli Stati Uniti, ovvero le capacità per riconfigurare l’intero circuito capitalistico mondiale divenendone il nuovo perno. Quell’ascesa necessita inoltre dell’apertura della Cina al mercato mondiale e di questo, e non solo di sue parti, alla Cina. Il che si riverbera sul lato delle strategie: Pechino oggi mira ad una collocazione più autonoma nel capitalismo globale stando però bene attenta a non farsene tagliare fuori dalla strategia statunitense. Lo si vede sul piano monetario. Pechino non è (ancora?) pronta alla sfida al dominio mondiale del dollaro, anche se ovviamente nel perseguire la sua ascesa non può fare a meno di porsi la questione di una propria valuta che risulti gradualmente più diffusa a scala globale e possa in parte attutire i rischi legati alla dipendenza dal biglietto verde. Senza poterlo, però, sostituire.

Più di recente, il deteriorarsi delle relazioni con Washington nonché l’uso del dollaro come arma nel conflitto ucraino hanno infatti convinto i vertici cinesi del fatto che l’esposizione al sistema incentrato sul dollaro rappresenta oramai un rischio sempre meno controbilanciato dal vantaggio dell’accesso ai mercati di esportazione occidentali. La Cina, insomma, non può più giocare sempre e comunque alle regole della Federal Reserve. È qui che si inserisce, altro tassello del puzzle, la strategia comunemente definita di internazionalizzazione della moneta cinese, che nelle intenzioni di Pechino dovrebbe essere cauta e regolata ma sempre più appare una scelta obbligata. Nella quale strategia rientra anche il varo dello yuan digitale.

In realtà Pechino, pur favorevole a un sistema monetario internazionale più multilaterale, non è (ancora) disposta alla piena convertibilità della sua valuta né ad assumersi l’onere di fare dello yuan una moneta di riserva internazionale. Al contempo, sta moderatamente aprendo, e non chiudendo, i propri servizi di pagamento nazionali in yuan a società internazionali di peso (come American Express, Visa, Mastercard) come difesa preventiva rispetto a ulteriori passaggi del decoupling statunitense. Le mosse descritte paiono quindi più di stampo difensivo anche se gli effetti, come sempre, possono andare ben oltre le intenzioni iniziali. Soprattutto nel caso venisse in futuro fatto il passo di agganciare la moneta digitale, con le caratteristiche e le potenzialità viste, a riserve centrali decisamente spostate sull’oro piuttosto che sulle riserve in dollari.

Di qui la contraddizione di fase che ci accompagnerà probabilmente per qualche decennio se non esploderà prima. La contraddizione sorge dal bisogno, speculare e insieme opposto, per Cina e per Stati Uniti di conservare la globalizzazione, e dalla necessità al tempo stesso di mettere in atto delle strategie che minano la globalizzazione stessa, che quindi tendono verso una sua crisi e poi, eventualmente, verso una de-globalizzazione.

Solo se e allorché ci si approssimerà al punto di fusione dei rapporti internazionali e dello scontro Stati Uniti/ Cina – non senza una profondissima crisi interna della società statunitense – una effettiva de-globalizzazione e quindi una de-dollarizzazione potranno avere inizio. Ma sarà il segnale, secondo me almeno, non di un cambio egemonico in vista, tanto meno di un nuovo, più equo “ordine internazionale”, bensì della disarticolazione del sistema mondiale.

Comunque sia, tutto ciò la dice lunga sulla temperatura piuttosto alta del sistema mondiale – più alta di quanto si potesse pensare prima dello scoppio della crisi ucraina. Difficile al momento prevederne le ricadute complessive. Se pure non siamo ancora a una crisi geopolitica dalla portata tale da innescare un processo di vera e propria de-globalizzazione – per il quale sarà quasi sicuramente necessaria una situazione che coinvolga direttamente l’attore cinese – quanto si sta dando adombra quel processo e rivela il senso di marcia della politica mondiale.

A.D.: Per tornare ad avere una accumulazione capitalistica ai livelli desiderati occorre distruggere capitale. Questa banale considerazione interna al sistema economico sociale in cui viviamo ha oggi un’implicazione molto pesante per l’Europa: gli USA stanno scaricando soprattutto su di essa i costi necessari, quelli connessi alla guerra. Che idea ti sei fatto dell’attore europeo, del suo inesistente ruolo politico, della crisi dell’asse franco tedesco? Cosa può eventualmente cambiare ora dopo le recenti elezioni francesi?

R.S.: Per intanto, la (meritata) campana a morto è suonata per quel che restava delle aspirazioni autonome europee – già ridimensionate dall’eurocrisi, ma apparentemente rilanciate dalla risposta alla crisi pandemica. Dopo la burrasca causata da Trump, Biden nei primi mesi della sua presidenza ha parzialmente ricomposto alcuni contenziosi aperti. Di qui gli accordi con Bruxelles su acciaio e aerospaziale (l’annoso scontro Boeing-Airbus) e il lancio previsto di una tassa globale minima sui proventi esteri delle multinazionali (in realtà poca cosa) all’interno di un generale cambiamento di stile politico, tornato alle movenze liberali e globaliste. Prezzo da pagare per l’Europa e per Berlino: una nuova torsione anti-russa, dinamica già evidente nei mille ostacoli frapposti alla messa in funzione del gasdotto North Stream 2.

Ora, grazie al conflitto ucraino Washington ha non solo (definitivamente?) affossato quel gasdotto, ma inferto un colpo durissimo all’intera politica energetica della Ue portandola a un quasi sganciamento dalle forniture russe. E rendendo di qui in avanti le interconnessioni commerciali con Mosca oltremodo ardue se non impossibili per l’industria tedesca (e, in subordine, italiana). Un combinato disposto che, se non muteranno le condizioni di fondo, metterà in discussione la competitività internazionale tedesca e a rischio, alla lunga, lo stesso tessuto industriale europeo, accentrato a quello tedesco, a tutto favore della strategia di decoupling, con conseguente tentativo di riportare a casa parte delle produzioni (reshoring) degli yankee allorché questa dovesse andare incontro, in un probabile futuro, a un indurimento secco nei confronti di Pechino.

Al centro delle preoccupazioni statunitensi, infatti, sta il rapporto tra il progetto europeo-tedesco e la Cina. Il punto per Washington è “convincere” l’Europa, e soprattutto Berlino, che Pechino è (già) un nemico. Convincere con pressioni e fatti compiuti, innanzitutto. Come è avvenuto con il boicottaggio, imposto e vinto già sotto Trump, alla diffusione della rete digitale 5G di Huawei nei paesi dell’Unione Europea. Su questa linea Biden non ha avuto che da proseguire.

La situazione di doppia finestra, verso Occidente e verso Oriente, di cui ha finora usufruito l’economia tedesca (ed europea), va chiudendosi, e non solo verso la Russia. Inoltre, sul medio-lungo periodo Berlino avrà da temere l’ascesa economico-tecnologica cinese che, dovesse riuscire, le toglierebbe alla lunga mercati di investimenti e di sbocco. Certo, non è un pericolo immediato, a tutt’oggi l’intreccio economico sino-tedesco è pressoché indispensabile per le multinazionali teutoniche. Il che rende vieppiù scottante per Washington il problema di dove e come imporre a Berlino e all’Europa tutta, da subito, linee rosse anti-cinesi.

Non è facilissimo discutere il perché dell’appiattimento repentino e quasi completo delle classi dirigenti europee all’ukaze ucraino di Washington – anche contro titubanze e critiche da parte di settori della borghesia industriale, in primis quella tedesca. La UE appare unita solo nella retorica mediatica anti-russa – degna del peggior lecchinaggio atlantista – ovvero, ancora una volta, nella subordinazione agli interessi strategici statunitensi in occasione di un serio giro di vite nella politica internazionale deciso a Washington. Per il resto è più divisa che mai, come si vede anche dalle diatribe sulle sanzioni anti-russe e sull’invio di armi in Ucraina. Anche il riarmo votato dal parlamento tedesco nel giugno 2022 andrà, per ora, a beneficio dell’acquisto di sistemi d’arma prodotti (e controllati) dagli Stati Uniti. Contrasti interni congeniti alla UE ben sfruttati dalla postura decisamente filo-americana di buona parte dei paesi dell’Est Europa, frammentazione dei processi decisionali, giri di valzer dei francesi sempre schadenfroh per ogni danno subito da Berlino, indebolimento della leadership tedesca con la dipartita di Merkel e il ministero degli esteri dato a un partito che di verde ha soprattutto la passione per il colore del dollaro nell’assoluto livore anti-russo e anti-cinese, e altro ancora: tutto ciò ha il suo peso. Ma il nodo di fondo è che l’Unione Europea non è uno stato, non può dunque surrogare la persistente semi-sovranità politica e militare – a far data dalla II Guerra Mondiale – dei suoi membri. Non solo: l’europeizzazione di un numero crescente di processi, norme e istituzioni ha finito paradossalmente con l’avere l’effetto opposto a misura che, veicolo di una globalizzazione dai tratti spiccatamente americani sotto l’attenta supervisione britannica (fino al Brexit), ha indebolito l’autonomia statale di Germania e Francia, invischiandole tra l’altro nella rete dei paesi europeo-orientali vassalli imperterriti di Washington e utenti opportunisti dei finanziamenti europei. L’assenza di una consistente lotta di classe ha fatto il resto. Infine, su tutto, aleggia il timore europeo, e degli europei, non necessariamente consapevole, che senza l’ombrello della Nato, e dunque il pedaggio a Washington, il privilegio occidentale del benessere diffuso, difficilmente terrebbe a fronte delle pretese crescenti dell’Oriente.

Questa situazione di impasse tedesca, e dunque europea, non può essere automaticamente superata per la semplice spinta dei fattori geoeconomici, ma solo da un drastico peggioramento che la crisi ucraina e poi una recessione globale potrebbero innescare, fissando troppo in alto l’asticella dei danni da incamerare e inducendo così una reazione sociale, probabilmente dai tratti neopopulisti e comunque in qualche modo connotata in senso anti-americano. Ciò dovrebbe mettere in seria crisi, pena l’avvitamento della situazione, il rapporto tra le classi lavoratrici e l’attuale classe dirigente, inchiodata per ragioni storiche e più recenti al quadro dell’atlantismo globalista e perciò “irriformabile”: una prospettiva, però, che sembra al momento ancora lontana. Le elezioni francesi non cambiano sostanzialmente il quadro, ma sono un primo, debole segnale di quanto potrebbe mettersi in moto, così come la crisi del governo Draghi.

C’è infine un aspetto di fondo, che accenno solo: difficilmente assisteremo, per i motivi visti, ad una ripresa di protagonismo europeo, anzi solo “liberandosi” dalla camicia di forza della UE la Germania, unico attore europeo potenzialmente in grado di autonomia a scala globale, potrebbe provare a giocare una partita in proprio nella competizione mondiale, economica e militare.

A.D.: Ultimamente hai potuto lavorare a un approfondimento di quel che accade in Cina. Come sta sviluppando questo grande attore sulla scena mondiale, caratterizzata da enorme incertezza, le sue dinamiche interne tra liberisti e statalisti? Quali sono le sintesi dialettiche tra spinte alla modernizzazione e maggiori coperture sociali? Qual’ è la temperatura delle lotte di classe in quel paese?

R.S.: La peculiare transizione cinese al capitalismo – sull’onda di una rivoluzione contadina antimperialista e grazie alla trasformazione di centinaia di milioni di contadini in proletari che oggi producono per il mercato mondiale – se da un lato non ha reso possibile, per il “ritardo” storico e i limiti di fondo dal punto di vista capitalistico della sua formazione economico-sociale, l’accesso al club imperialista, dall’altro ha prodotto un’anomalia che ne fa un caso a parte rispetto al rapporto di dipendenza “neocoloniale” dei paesi extra-europei o del defunto socialismo reale. La presenza di un proletariato ampio e disciplinato in rapporto dialettico con uno stato centralizzato ha permesso finora un circolo virtuoso tra spinte dal basso e sviluppo capitalistico. In questo quadro, sebbene la parte decisiva del plusvalore estratto ritorni nelle metropoli occidentali, il residuo di profitti che rimane in Cina può essere centralizzato da uno stato che non è un comitato eterodiretto dalle metropoli imperialiste, ma persegue un progetto di sviluppo di capitalismo nazionale. Ad oggi, per quello che abbiamo detto, l’equilibrio, dentro il partito-stato, si è spostato decisamente, con Xi Jinping, a favore degli “statalisti” (termine, però, che non rende del tutto la complessità delle dinamiche politiche interne).

Ma i risultati acquisiti, realmente notevoli e non certo dovuti ai favori dell’Occidente, sono oggi sempre più a rischio per l’insieme di ragioni che abbiamo detto. Dunque, la Cina è a un bivio che l’attuale stadio del mercato mondiale, all’incrocio tra dinamica interna ed evolversi dell’imperialismo, impone: o fa un salto di sviluppo o rischia di saltare per la pressione imperialista ostile alla sua ascesa. La sfida che le si pone davanti è esistenziale: per la tenuta del proprio sviluppo economico; per la stabilità del compromesso sociale tra classi; per la coesione come Stato unitario.

In questo quadro, il nesso tra dinamiche internazionali e situazione di classe interna è diretto e quasi immediato. Nei due sensi. Le spinte, operaie e contadine, al miglioramento delle condizioni di vita – nei margini concessi dalla collocazione cinese nella divisione internazionale del lavoro – costringono il partito-stato nella direzione della ristrutturazione dei processi produttivi e dunque a ricontrattare il rapporto con l’imperialismo. La pressione di quest’ultimo, a sua volta, rischia di mettere in seria difficoltà quella ristrutturazione, quindi la prosecuzione dello sviluppo cinese, quindi la stabilità del compromesso sociale alla base della stabilità politica e della tenuta del partito e dello stato unitario.

Non è qui ovviamente possibile anche solo accennare alle dinamiche di classe in corso. Paradossalmente, ma neanche tanto, la Cina degli ultimi quindici anni si è proposta come la patria della lotta di classe in una fase storica in cui questa è quasi scomparsa nella sua forma manifesta in Occidente. In particolare, penso alle lotte dei cosiddetti migranti rurali (nongmingong) che si spostano dalle campagne alle città, proletarizzandosi “a metà” (anche se questo discorso sarebbe lungo: ne tratto, appunto, nel nuovo libro, sia dal punto di vista della questione agraria in Cina sia sotto la visuale della nuova composizione di classe proletaria). Lotte che hanno prodotto un netto incremento dei salari – nel mentre anche i redditi nelle campagne sono migliorati, pur in un quadro di forti criticità (lotta alla povertà assoluta, ancora), e ha iniziato a far capolino una classe media urbana.

Per dirla in maniera paradossale, la Cina è uno stato democratico non nel senso degli aspetti formali, istituzionali e procedurali – oggi del resto svuotati nell’Occidente che se ne pretende un campione – ma nel senso del rapporto sostanziale tra proletariato e Stato, un rapporto dialettico a misura che le resistenze proletarie, di varia natura, interloquiscono con un potere che non solo ne deve recepire la spinta in direzione di un compromesso sociale ma che cerca di incanalarla per impulsare lo stesso sviluppo capitalistico. Specularmente, la lotta di classe ha connotazioni democratiche, nei due sensi: lotta contro lo sfruttamento per il miglioramento della condizione operaia nel quadro dato, e finora accettato, dei rapporti capitalistici di produzione (lotta trade-unionistica si sarebbe detto una volta); spinta sullo stato per un salto qualitativo dello sviluppo capitalistico nazionale a fronte di un capitale multinazionale rapace e arrogante. Già solo questa spinta rende la lotta di classe in Cina, ancora del tutto inserita nelle maglie dei rapporti capitalistici, fatto mondiale.

Su questo sfondo, l’evoluzione della lotta di classe democratica in Cina ha come prossimo passaggio davanti a sé, con ogni probabilità, due scenari che potrebbero sì intrecciarsi, ma sono in ultima istanza alternativi. Un acuirsi della crisi globale con un rallentamento della crescita economica cinese, dentro l’approfondirsi dello scontro con Washington, rimetterà in discussione il patto sociale, rendendo più incerta la sua attuale ridefinizione socialdemocratica. Una ripresa della conflittualità – che non è detto sarà puramente proletaria per composizione, si pensi ai precari equilibri nelle campagne, alla proletarizzazione incompiuta della forza-lavoro, all’emergente classe media urbana o agli studenti, ecc. come per programma – potrebbe anche rimettere in discussione il controllo del partito unico e dello stato sull’economia spingendo verso una completa liberalizzazione politica ed economica. È ciò che in Occidente si cerca di promuovere, in quanto indebolirebbe il più temibile avversario attuale dell’ordine imperialista. Ma è anche l’obiettivo, per esempio, del “sindacalismo libero”, con agganci interni alle fazioni liberali dello stesso PCC, che tutto vogliono fuorché uno scontro duro e diretto con l’Occidente. Il punto dirimente è che questo percorso, che nelle intenzioni mira a una democrazia di tipo occidentale, presuppone un accesso della Cina al club dei paesi sviluppati ovvero imperialisti. Il che, per come si configura oggi l’imperialismo mondiale, sempre più accentrato e predatorio, è possibile? Questo sviluppo, avrebbe in realtà come effetto – alle condizioni date: cioè una democratizzazione di tipo liberale prima di una compiuta trasformazione imperialista della Cina – un indebolimento del paese e una sua possibile frammentazione.

In alternativa, la lotta di classe potrebbe approfondire i tratti classisti finora mostrati. Su questa base, il proletariato cinese arriverebbe comunque a cozzare con gli ostacoli che l’imperialismo occidentale frappone a uno sviluppo del paese e dunque al miglioramento della sua condizione. Il classismo si colorirebbe necessariamente di nazionalismo antimperialista, dovendo così sviluppare una attitudine non solo “sindacale”, ma altresì politica. Il che, in prima battuta, convergerebbe con quella parte del PCC e dello stato che non può allentare la presa sull’economia e sulla società, pena sconquassi sociali e politici inimmaginabili. Su questo percorso, è inevitabile aspettarsi un intreccio, nelle lotte proletarie, tra istanze di classe e istanze nazionali, intreccio che potrebbe sciogliersi in futuro nella direzione di un movimento anticapitalistico solo a condizione di una ripresa classista anche al di fuori della Cina.

Dunque, la contraddizione di classe e quella tra Cina e imperialismo sussistono entrambe nel loro inestricabile intreccio, che può sortire esiti anche molto differenti. Scontrandosi con gli ostacoli frapposti dall’imperialismo occidentale allo sviluppo del proprio paese e al miglioramento della propria condizione, la lotta delle classi lavoratrici correrà probabilmente parallela a istanze di riscatto nazionale, tra ripresa del classismo e nazionalismo antimperialista. A maggior ragione se si andasse verso uno scontro militare con gli Stati Uniti.

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