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24/09/2022

Usa e UE prima del voto: “in Italia comandiamo noi” e “Meloni non ci fa paura”

Quanto è libero un paese dell’Europa occidentale che aderisce alla Nato ed è membro dell’Unione Europea?

I nostri lettori conoscono la nostra risposta: zero.

Sappiamo che molti compagni di strada coltivano ancora l’illusione secondo cui una diversa maggioranza di governo potrebbe, sfruttando il peso economico e politico dell’Italia, spuntare una riforma dei trattati europei tale da interrompere la spirale austerità-recessione-aumento del debito-nuova austerità-nuova recessione, con tutte le conseguenze ben note sulle condizioni di vita dei lavoratori e delle masse popolari in genere.

Secondo quella visione speranzosa, nella UE gli Stati avrebbero un peso ancora predominante (manterrebbero insomma un elevato grado di “sovranità”) e solo al termine di grandi dibattiti si arriverebbe ad una conclusione unitaria. Reazionaria, perché questa è l’attuale maggioranza sia nell’Unione Europea sia nel parlamento italiano, ma se dovesse essercene un’altra le cose potrebbero forse andare diversamente.

Già Alexis Tsipras ha dovuto sperimentare sulla pelle del proprio paese che questa è una visione che non vede le cose come stanno. Ma anche il governo Conte 1, su tutt’altre posizioni politiche rispetto a Syriza, ha ben presto sbattuto il muso sulla dura realtà.

Ciò nonostante, quella visione resta nella testa, anche perché assumerne una più realistica comporta ragionamenti più complessi e prevede un conflitto sociale di ampie dimensioni e di forte radicalità, ben oltre le sole vicende elettorali ed anche le nostre forze attuali.

In poche ore Stati Uniti ed Unione Europea, ai loro massimi livelli, hanno spazzato via ogni illusione sulla possibilità di cambiare indirizzo tramite i risultati elettorali.

Un alto funzionario della Casa Bianca, mentre Joe Biden parlava all’Assemblea Generale dell’Onu, ha spiegato alla stampa che “Chiunque diventerà il nuovo primo ministro italiano, il presidente” americano “dovrà avere una conversazione precoce e prendere le misure di quella persona”, oltre che ”stabilire cosa questo significherà”.

Sappiamo tutti che questa era ed è, da sempre, la prassi abituale. Ogni nuovo presidente del Consiglio italiano, per prima cosa dopo esser stato nominato (non necessariamente “eletto”...) prende un aereo diretto a Washington. Cominciò De Gasperi, lo hanno imitato tutti.

Però non è affatto abituale che sia la Casa Bianca a chiarire al mondo che la governance dell’Italia (e di altri paesi, naturalmente) è affare loro, non degli elettori. Questo significa, di fatto, la frase “chiunque diventerà il nuovo primo ministro italiano, il presidente” americano “dovrà avere una conversazione precoce e prendere le misure di quella persona”.

La “paura” di questi giorni, quella cui doveva rispondere l’anonimo funzionario agli ordini diretti di Biden, è ovviamente la quasi certezza che Giorgia Meloni, con il suo partito postfascista, risulterà la più votata, candidandosi dunque ad assumere la carica di presidente del Consiglio.

E un fascista – uomo o donna non fa mai nessuna differenza – a capo di un “democratico” paese dell’Europa occidentale, “faro di civiltà” e giudice (molto parziale) del tasso di “democraticità” del resto del mondo, dovrebbe essere una preoccupazione per tutti coloro che si dicono democratici.

Non è così comunque per il presidente degli Stati Uniti – “democratico”, almeno questo è il nome del suo partito – che guarda con molta tranquillità a questo possibile esito delle elezioni politiche italiane.

“Non crediamo – ha detto il rappresentante della Casa Bianca – che, al di là dei risultati delle elezioni, l’Italia uscirà dalla coalizione che sostiene l’Ucraina“. Che sia un “democratico” o un fascista, insomma, questa è la cosa principale: che voglia fare la guerra alla Russia insieme agli Usa.

“Questo non significa che sarà esattamente lo stesso che con Draghi. Ma pensiamo che questa narrativa da ‘fine del mondo’ sulle elezioni italiane non corrisponde con le nostre aspettative su cosa accadrà“.

In poche parole, fra l’altro, ha spazzato via l’argomento principale a sostegno del “voto utile” (“non mandare l’estrema destra al governo”). Se gli Stati Uniti “democratici” non sono preoccupati dai centurioni di Giorgia Meloni, perché dovrebbero esserlo i loro servi in Italia? Certo, con Draghi era tutto più scontato, ma insomma anche con Meloni la “quadra” verrà trovata facilmente, dicono a Washington.

Ancora più esplicita, se si può, è stata Ursula von der Leyen, che è pur sempre Presidente della Commissione Europea, ossia “capo del governo” continentale.

Rispondendo alle stesse domande rivolte al funzionario statunitense (“siete preoccupati per l’attesa vittoria di Giorgia Meloni?”) von der Leyen ha risposto con gelida minacciosità: «Noi lavoreremo con qualsiasi governo democratico che vorrà lavorare con noi», ma «se le cose dovessero andare per il verso sbagliato, abbiamo gli strumenti» per rispondere.

Quali strumenti? Non certo l’invasione militare per “liberare l’Italia dal fascismo”, ma più prosaicamente i vincoli stabiliti nei trattati europei e le decisioni sui fondi comunitari.

Perché non ci fossero equivoci la presidente ha portato l’esempio di Polonia e soprattutto Ungheria, cui sono stati tagliati i finanziamenti comunitari perché «valori come la democrazia e i diritti fondamentali sono a forte rischio».

È da ricordare che questa decisione europea ha ricevuto il voto contrario proprio di Fratelli d’Italia, oltre che della Lega...

Può forse far piacere a qualche mente debole che ci sia “un’Europa” pronta a demolire le velleità nazionaliste di un governo a trazione postfascista. Ma invitiamo a considerare due cose.

a) A questa “Europa” – in realtà quello “stato sovranazionale in formazione” chiamato Unione Europea – interessa assai poco che un governo sia quasi fascista o meno; l’importante è che si adegui alle scelte fatte da Bruxelles.

b) “Qualsiasi sia il governo che gli italiani sceglieranno” – foss’anche quello di Unione Popolare – sarà trattato esattamente nello stesso modo: o si allinea alle politiche comunitarie (sulla guerra, l’austerità, le privatizzazioni, il taglio del debito pubblico, ecc.) oppure «abbiamo gli strumenti per ricondurlo all’ovile».

Da questa consapevolezza occorre partire, se non si vogliono fare chiacchiere astratte sulla politica e il futuro delle classi popolari, in questo paese come in tutta Europa.

Non a caso La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, nel suo programma L’avvenire in comune, ha esplicitamente inserito un “piano B” che prevede anche l’uscita dall’Unione Europea nel caso non si riesca a cambiare la struttura dei trattati in senso favorevole ai popoli.

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