Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/12/2022

[Contributo al dibattito] - Uno sguardo altro sulla Cina contemporanea e le sue contraddizioni di classe

di Sandro Moiso

Chuăng, Il sorgo e l’acciaio. Il regime sviluppista socialista e la costruzione della Cina contemporanea, Porfido Edizioni, Torino 2022, pp. 200, euro 12,00

La prima cosa che salta all’occhio, fin dalla lettura delle prime pagine, nel testo prezioso appena pubblicato dalle Edizioni Porfido è che a differenza dell’Italietta, in cui la sinistra antagonista troppo spesso continua a portarsi appresso le incrostazioni del gramscismo e di un certo operaismo ancora influenzato da brandelli di maoismo, in altre e ben più significative aree del mondo, in questo caso Cina e Stati Uniti, il riferimento ai linguaggi e alle esperienze teoriche della Sinistra Internazionalista costituisce una solida base per l’analisi dei più importanti fenomeni sociali, politici ed economici e delle inevitabili contraddizioni di classe che hanno contraddistinto la Repubblica Popolare Cinese dalle sue origini fino a oggi.

Indagare sulle origini e le ragioni dell’attuale salda integrazione della Cina nella “comunità materiale del capitale” è il compito che si sono posti i membri del collettivo comunista internazionalista Chuaˇng, gruppo anonimo i cui membri si distribuiscono appunto fra la Cina e gli Stati Uniti. Il carattere Chuaˇng, da cui il collettivo prende il nome, in cinese è riassumibile nell’immagine di un cavallo che sfonda un cancello e riveste il significato simbolico di liberarsi, attaccare, caricare, sfondare, forzare l’entrata o l’uscita: agire con impeto.

Da alcuni anni le pubblicazioni sull’omonima rivista e la serie di articoli, traduzioni e interviste ospitate sul blog chuangen.org, rappresentano una delle fonti di informazione e analisi più attente e pertinenti sulle dinamiche e le traiettorie delle trasformazioni sociali e del conflitto di classe nella Cina attuale. Il libro, appena tradotto in Italia ma già apparso nel 2016 sul primo numero della rivista, rappresenta la prima parte di un progetto in corso di pubblicazione sulla storia economica della Cina che, con taglio dichiaratamente “materialista”, vuole smarcarsi tanto da una letteratura “di sinistra” da anni sostanzialmente monopolizzata e caratterizzata dalle varie correnti ideologiche di origine “maoista” che, occorre qui ricordarlo, hanno spesso poco a che vedere con il marxismo inteso in senso stretto, quanto dallo specialismo di chiara marca accademica.

Come hanno sottolineato gli autori:

ripercorriamo lo sviluppo materiale della società cinese per evitare di rimanere invischiati nelle battaglie ideologiche del passato. Qui non si tratta di difendere una tradizione di sinistra contro un’altra. Anzi, a differenza della maggior parte delle ricostruzioni, la nostra serie storica de-enfatizza intenzionalmente i dibattiti ideologici e il ruolo dei leader, compresi quelli di Mao e Deng. Non siamo qui per riportare in vita i morti o per far rivivere le glorie del passato. Anche nel nostro lavoro di ricostruzione storica, il focus resta totalmente orientato al presente. Ripercorriamo gli sviluppi materiali della società cinese per tracciare le possibili aperture politiche del nostro tempo1.

Il sorgo e l’acciaio si concentra sul periodo che va dalla fondazione della Repubblica Popolare fino agli anni della Rivoluzione culturale. A partire dalla ricostruzione del contesto economico e sociale in cui maturò il progetto rivoluzionario cinese (costantemente inteso nella sua dimensione collettiva di fenomeno di massa), ci guida nei meandri del processo di costruzione di quello che viene definito “regime sviluppista socialista”, vero assemblaggio in corso d’opera di pratiche, sistemi produttivi, metodi di inquadramento e disciplinamento della forza lavoro ed estrazione del surplus agricolo, definito dal rapporto tra il Partito Comunista Cinese e la base sociale della rivoluzione.

È fra i meandri di questo processo che vediamo emergere tutti gli elementi che andranno a definire i contorni dell’attuale conflitto sociale in Cina: l’irrisolto divario tra città e campagna, la sovrapposizione fra strutture partitiche e apparati dello Stato, la graduale formazione di una classe dirigente di “ingegneri rossi” da un lato e di un semi-proletariato a cavallo fra mondo contadino e sfruttamento urbano, dall’altro. “Uno dei più importanti slanci verso lo sviluppo nella storia dell’umanità”: un sistema, come ci illustra Chuăng, crollato sotto il peso delle proprie contraddizioni e del contesto storico internazionale in cui viene a maturare, ma che, nondimeno, sedimenta gli elementi strutturali che, a partire dalla successiva fase di “riforma ed apertura”, porteranno […] la Cina degli ultimi decenni a rappresentare non solo l’ancora di salvezza per un’economia globale scossa da una crisi ancora irrisolta, ma che ha costituito anche il teatro di una vivace, quanto in parte misconosciuta, conflittualità sociale e di classe, protagonista una giovane e massiva classe operaia cinese. Le sue lotte ricalcano in parte le caratteristiche e i limiti del ciclo di conflittualità globale dell’ultimo decennio, anche se, considerata la posizione strutturale del Paese, hanno, e non potranno che avere anche in futuro, un’eco e una portata mondiale2.

Per tutti questi motivi, si afferma ancora nella Prefazione:

Approcciarsi ad una comprensione della Cina contemporanea appare oggi compito non più procrastinabile. La rapida mutazione dello scenario internazionale, le linee di faglia che vanno ad approfondirsi, i tamburi di guerra totale sempre più incalzanti che fanno da sfondo a questa fase di transizione del capitalismo globalizzato, rendono ormai imprescindibile dotarsi di una cassetta degli attrezzi analitica e teorica “di parte”, che provi a sottrarre la “questione” della Cina tanto al tifo per un fantomatico “socialismo con caratteristiche cinesi”, che assumerebbe sempre più i tratti di faro alternativo per una parte consistente di periferia del mondo, quanto, soprattutto, alle sirene di una sinofobia occidentale sempre meno strisciante, substrato ideologico e narrativo dello scontro inter-imperialistico a venire3.

Attrezzarsi, dunque, non solo per capire la Cina e le sue contraddizioni, ma anche il conflitto interimperialistico allargato che verrà e che è già nell’aria e che, per forza di cose, vedrà coinvolte direttamente una potenza al suo tramonto e una già emersa da tempo. Non a caso due aree, quella dell’America settentrionale e quella sino-asiatica, da cui gli osservatori e i “tifosi” del conflitto di classe potrebbero e dovrebbero attendersi le sorprese maggiori.

Il presente volume costituisce, nell’intento degli autori, il primo di una serie di tre dedicati all’«emergere della Cina fuori dagli imperativi globali dell’accumulazione capitalista» e nello stesso si analizza

la fase esplicitamente non capitalista di questa storia, l’era socialista ed i suoi prodromi, durante la quale vide la luce la prima infrastruttura industriale moderna dell’Asia orientale. Il secondo volume coprirà la “Riforma e l’Apertura” avviate alla fine degli anni ’70, per giungere alla cosiddetta distruzione della “ciotola di riso di ferro” durante l’ondata di deindustrializzazione degli anni ’90. La sezione finale, che coprirà il terzo volume, illustrerà il periodo successivo a questa fase di deindustrializzazione ancora in corso, ivi inclusa la trasformazione capitalista dell’agricoltura e la creazione del proletariato cinese contemporaneo4.

Nell’analizzare l’evoluzione dei rapporti sociali e di classe all’interno del sistema politico-economico cinese i compagni di Chuăng utilizzano, come anticipato già dal sottotitolo dell’opera, la definizione di “socialismo sviluppista”, riferito in particolar modo al periodo compreso tra il 1949 e il 1969 ovvero tra l’affermazione della Repubblica Popolare e la fine della Rivoluzione culturale (1966-1969). Secondo gli autori, infatti:
Il sistema socialista, al quale qui facciamo riferimento come “regime sviluppista”, non fu né un modo di produzione né una “fase di transizione” tra capitalismo e comunismo, tantomeno tra modo di produzione tributario e capitalismo. Non costituendo un modo di produzione propriamente detto, esso non rappresentò nemmeno una forma di “capitalismo di Stato”, nel quale gli imperativi capitalisti potessero essere perseguiti sotto l’egida dello Stato, con una classe capitalista semplicemente sostituita nella forma, ma non nella funzione, da una gerarchia di burocrati governativi.
Il regime sviluppista socialista designò invece la rottura di qualsiasi modo di produzione e la scomparsa dei meccanismi astratti (siano essi tributari, filiali o di mercato) che governano i modi di produzione in quanto tali. In queste condizioni, solo forti strategie di sviluppo a trazione statale furono in grado di guidare lo sviluppo delle forze produttive. La burocrazia dilagò perché non poté farlo la borghesia. Dato l’alto tasso di povertà e la posizione ricoperta dalla Cina lungo l’arco dell’espansione capitalistica, solo i programmi di industrializzazione “big push” di uno Stato forte, associati a resilienti configurazioni di potere locale, consentirono l’edificazione di un sistema industriale. Ma tale realizzazione non coincise con una transizione di successo ad un nuovo modo di produzione.
Questo sistema industriale non fu immediatamente o “naturalmente” capitalista. La storia è fondamentalmente contingente. Nell’era socialista non esistevano mercati, né in forma simile a quella assunta durante il precedente sistema imperiale, né con le modalità con cui si sarebbero sviluppati in futuro. Il denaro esisteva nominalmente, ma non era soggetto agli imperativi mercantili del modo di produzione tributario né agli imperativi del valore del sistema capitalista; rappresentava invece il mero riflesso meccanico della pianificazione statale, che non veniva calcolata in base ai prezzi ma in base alla pura quantità di prodotto industriale. Il denaro non poteva funzionare come equivalente universale. Nelle campagne la rendita veniva estratta sotto forma di grano, attraverso il sistema della “forbice dei prezzi”, ma questo prelievo non rispecchiava quello del sistema di tassazione imperiale, né si realizzava come espropriazione dei contadini e privatizzazione delle terre agricole. Fatto più importante, forse, mai in nessuna delle fasi precedenti della storia cinese la massa contadina era rimasta così ancorata alla terra. La divisione fra campagna e città che emerse in questi anni sarebbe diventata una caratteristica fondamentale del regime sviluppista. Sotto il socialismo non si verificò alcuna sostanziale urbanizzazione, a parte quella causata dall’immediata ricostruzione post-bellica o quella legata all’andamento naturale, e la transizione demografica (che vede la crescita dei lavoratori urbani impiegati nell’industria e nei servizi soppiantare la popolazione rurale) non ebbe luogo.
Allo stesso tempo, non v’era evidenza alcuna di una transizione verso il comunismo, che rimaneva un orizzonte puramente ideologico. La forza lavoro si espanse, l’orario di lavoro tendeva ad aumentare, e la socializzazione della produzione creò unità produttive locali autarchiche ed atomizzate: una vita collettiva su piccola scala, lontana però dalla nuova società comunitaria promessa. La libertà di movimento diminuì con il proliferare delle crisi, presero forma due distinte classi di élite, il divario rurale-urbano si ampliò e, gli ultimi decenni del periodo videro l’emergere di una nuova classe di lavoratori diseredati. Ondate di scioperi ed altre forme di agitazione culminarono nella “breve” Rivoluzione culturale del 1966-1969 […] Nei primi anni del dopoguerra, il PCC fu in grado di mantenere l’egemonia sul progetto comunista grazie alle campagne redistributive nelle aree rurali e la ricostruzione delle città. I fallimenti della fine degli anni ’50 (carestia nelle campagne e scioperi nelle città costiere), non solo misero in discussione il mandato popolare del partito, ma segnarono l’inizio del processo di ossificazione del progetto comunista stesso. Con l’evaporarsi della partecipazione popolare seguita a questi fallimenti, quello che era stato un progetto comunista di massa si ritrovò ridotto ai suoi mezzi: il regime sviluppista. Questo stesso regime necessitava per il suo mantenimento dell’intervento sempre più esteso del partito, destinato così a fondersi con lo Stato (come apparato amministrativo burocratico de facto) e a recidere i legami con il progetto originale(( Ivi, pp.14-16 )).

Per questi motivi non solo i compagni del collettivo possono affermare che a differenza di molte sinistre, non devono nemmeno cercare di tracciare il “filo rosso” della storia, «per scoprire dove il progetto socialista “sarebbe andato storto” e cosa si sarebbe potuto fare per instaurare il comunismo in qualche universo parallelo», ma anche che

Ai comunisti di oggi, tra i quali ci collochiamo, la pratica, la strategia e la teoria del PCC (così come quella di altre formazioni all’interno di questa corrente storica) appaiono nel migliore dei casi estranee e, nel peggiore, aberranti. Nonostante i duri limiti materiali dell’epoca, possiamo affermare chiaramente come molte delle azioni introdotte dal PCC siano semplicemente ingiustificabili. Altre appaiono oscure o incomprensibilmente presuntuose. Ma questo genere di giudizi di valore ha scarsa utilità analitica. Esistono già numerosi resoconti che si prodigano a dipingere i fatti nei termini di un tradimento da parte di “falsi” comunisti, o semplicemente come prodotto dell’azione di una leadership avida e zelante. La storia qui esaminata non è una storia della morale. In accordo con il nostro approccio materialista, le questioni del tradimento o della rettitudine non costituiscono che fattori di minima rilevanza. Il progetto comunista cinese è stato fenomeno collettivo, frutto dello sforzo e del sostegno di milioni di persone. In questa sede tenteremo di scrivere una storia di tale progetto, e del suo fallimento5.

Resta, però, all’interno dell’analisi condotta nel testo un dubbio per il lettore più attento, riguardante la differenza che si vuole rimarcare tra esperienza cinese e esperienza russa.

Nostro obiettivo resta inoltre quello di analizzare l’era socialista cinese […]. Studi comparativi sui diversi progetti rivoluzionari sarebbero certamente utili, ma richiederebbero adeguati parametri di confronto. Oggi, la letteratura sulla Cina e su altri stati socialisti tende ad essere fortemente appiattita sull’esperienza russa. Una delle nostre tesi fondamentali è come semplicemente la Cina non fosse la Russia. Anche se influenzati dall’esperienza sovietica, i tentativi cinesi di emulazione non furono mai completi, comunque sempre applicati in un contesto fondamentalmente differente. Ancor più importante, il punto di riferimento risultava esso stesso in costante mutamento, ed i cinesi, nel progettare le proprie forme di gestione e pianificazione industriale, spesso attinsero da periodi divergenti della storia russa.
Al di là di questo, la geografia dell’influenza sovietica non fu uniforme. Al di fuori del cuore industriale del Nord-Est, la produzione cinese fu fortemente modellata su altri sistemi di gestione aziendale, pianificazione economica ed amministrazione statale. Assunta la Russia come modello, i cinesi attinsero anche dall’esperienza dell’epoca imperiale, del regime nazionalista del periodo repubblicano, dai giapponesi e dalle imprese occidentali nelle città costiere. Tutte queste influenze furono combinate nel tentativo consapevole di creare una nazione distintamente “cinese”, con una propria economia nazionale unitaria6.

Ciò non toglie però che l’economia cinese sia passata proprio nel periodo esaminato attraverso alcune tipiche contraddizioni di quello che era stato considerato il “socialismo in un solo paese” dell’URSS di età staliniana e successive. Per esempio la permanenza di un sistema salariale che, come si afferma ancora nel libro:

rispecchiasse le priorità strategiche d’investimento dello Stato centrale. In base a ciò, fra i lavoratori impiegati nell’industria pesante, gli addetti ai lavori manuali percepivano i salari più alti, con paghe per le maestranze di grado superiore quasi equivalenti a quelle dei quadri di medio livello (come i capi reparto), e fondamentalmente alla pari con le paghe dei docenti universitari e assistenti ingegneri. I lavoratori dell’industria pesante di grado inferiore, invece, ricevevano poco meno della media degli insegnanti di scuola elementare. Questo a sottolineare quanto le stratificazioni salariali progettate dal partito fossero destinate non solo a differenziare i diversi settori industriali urbani, ma anche i lavoratori stessi all’interno della fabbrica7

Mi perdonino gli autori, ma altro che “socialismo”, qui ci troviamo davanti agli stessi problemi sociali e organizzativi emersi durante l’industrializzazione forzata di staliniana memoria, con tutte le conseguenze politiche e di classe che ne derivarono. Motivo per cui, anche se non è il caso di riaprire qui il dibattito sulla permanenza o meno del capitalismo, seppur di Stato, in presenza del regime salariale di scambio ineguale tra lavoro e sua effettiva retribuzione, certo è difficile cogliere una significativa differenza tra il regime del lavoro vigente in URSS e quello cinese del periodo preso in esame. Questo paragone può valere poi ancora per la violenta, e drammatica, mutazione avvenuta in agricoltura che portò a momenti di carestia e fame diffusa.

Nella pratica le politiche del Grande Balzo finirono per minare le fondamenta stesse del regime sviluppista socialista arrestando la produzione e l’esportazione delle eccedenze di grano dalle campagne verso le città. Con una sottrazione di una significativa quota di forza lavoro dal settore agricolo e, allo stesso tempo, con la requisizione crescente di grano per il consumo industriale, la produzione totale del cereale rimase ben al di sotto del fabbisogno reale. L’agricoltura collettivizzata risultava in grado di fornire un surplus, ma senza riuscire a innescare quel tipo di rivoluzione della produttività che avrebbe reso veramente possibile un effettivo slittamento demografico. La produttività del lavoro agricolo non era progredita in modo sostanziale, specialmente se paragonata alle prototipiche rivoluzioni agricole che avevano aperto la transizione capitalista delle nazioni europee. I risultati furono la carestia ed un devastante collasso economico8.

Ancora una volta lo stesso effetto ottenuto in Russia con l’industrializzazione forzata e la collettivizzazione agraria dall’alto degli anni Trenta. Occorrerebbe dunque evitare di negare la similitudine tra rivoluzione cinese e trasformazioni dell’URSS in chiave capitalistica, considerato che in entrambi i casi il termine socialismo è spesso servito per mascherare il salto verso lo Stato e l’economia di stampo capitalistico. Anche l’accentramento svolge questa funzione per un’economia arretrata o parzialmente tale oppure in crisi. Come accadde infatti anche nell’Occidente capitalistico con la Grande Crisi e l’intervento statale nell’economia ad opera del Fascismo, del Nazismo e del New Deal. Allora non è forse proprio lo sviluppismo a costituire il problema di fondo di transizioni che hanno avuto essenzialmente caratteri nazional-borghesi più ancora che socialisti?

Fatte però tutte le dovute considerazioni, non resta che sottolineare l’utilità del testo e il metodo applicato per arricchire un dibattito che ancora oggi, all’alba del terzo millennio e di un nuovo conflitto di portata mondiale e devastante, definire asfittico è ancora troppo poco.

Grazie dunque ai compagni di Chuăng e a quelli delle edizioni Porfido per l’impegno assunto nello stimolarlo con le loro ricerche e questa pubblicazione, motivo per cui non ci rimane che attender l’uscita degli altri due volumi previsti dell’opera.

Note

  1. https://positionspolitics.org/dirty-work/  

  2. Prefazione all’edizione italiana di Chuăng, Il sorgo e l’acciaio. Il regime sviluppista socialista e la costruzione della Cina contemporanea, Porfido Edizioni, Torino 2022, pp. 6 -7  

  3. ivi, p.7  

  4. Chuăng, Introduzione op. cit., pp. 13-14  

  5. Ivi, p.17  

  6. Ivi, pp. 17-18  

  7. Ivi, p.89  

  8. Ivi, p. 133  

Fonte

26/09/2022

I limiti dello sviluppo sono sempre più evidenti

Un confronto a distanza su crescita e decrescita fra Serge Latouche e Dennis Meadows (“I limiti dello sviluppo"): testi ripresi da antropocene.org e comune-info.net.

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20 anni di decrescita


Vent’anni fa intorno al concetto/slogan decrescita cominciavano a nascere iniziative, movimenti, ricerche. Quel concetto/slogan ha motivato coloro che si interessavano ai temi della critica allo sviluppo e tante e tanti ecologisti, ma ha poco a poco interessato, in diversi angoli del mondo, anche la politica istituzionale, quasi sempre per rigettarlo e renderlo ridicolo.

Di certo coloro che sono in alto non vogliono cambiare la logica produttivistica, non vogliono smettere di perpetuare il capitalismo, e fanno di tutto per opporsi (a cominciare dallo svuotare di senso espressioni come “transizione ecologica”, “resilienza”, “economia circolare”...). Oggi quale scenario hanno di fronte i diversi movimenti della decrescita? Come possono difendersi dalle aggressioni del greenwashing o dell’ecofascismo?

A questi temi è dedicato l’intervento di Serge Latouche (raccolto da Mauro Bonaiuti dell’Ass. per la decrescita) con cui è stata aperta a Venezia la Conferenza internazionale della decrescita.

La crescita si fermerà, per un motivo o per l’altro

Cinquant’anni dalla pubblicazione di The Limits of Growth (I limiti dello sviluppo): un’intervista di Juan Bordera e Ferran Puig Vilar a Dennis Meadows, coautore del Rapporto.

Questo è un anno speciale. Ricorre il 50° anniversario della pubblicazione di una delle opere più importanti del XX secolo: The Limits of Growth [I limiti dello sviluppo (nell’edizione italiana – N.d.R.]. Quell’opera che, già nel 1972, dava un chiaro avvertimento che il pianeta aveva dei limiti e poco tempo per affrontarli. Per questo motivo, uno dei principali autori, Dennis Meadows, ha rilasciato interviste ad alcuni dei più importanti media del mondo, come Le Monde o la Suddeutsche Zeitung.

Inflazione galoppante. Guerra. Problemi energetici sempre più gravi. Ondate di calore precoci e più potenti. Arresti di scienziati. Mattanze alle frontiere. Battute d’arresto sui diritti delle donne che ci riportano indietro di 50 anni... Esattamente 50 anni. Tutto questo ha qualche collegamento?

In realtà lo ha.

Juan Bodera: Sono passati 50 anni dalla pubblicazione del vostro libro e il vostro scenario standard del modello World3 è molto simile alla realtà; avevate previsto che la crescita si sarebbe fermata intorno al 2020. È quello che stiamo iniziando a vedere ora?

Dennis Meadows: Non avevamo fatto previsioni, avevamo detto che è impossibile “prevedere” con precisione qualsiasi cosa in cui il comportamento umano sia un fattore. Quello che avevamo fatto è stato modellare 12 scenari coerenti con le regole fisiche e sociali: 12 possibili futuri.

Uno di questi, lo “standard”, come sapete, mostrava che la crescita si sarebbe fermata intorno al 2020. Poi tutte le variabili (produzione industriale, produzione alimentare, ecc.) avrebbero raggiunto il picco e in circa 15 anni avrebbero iniziato a diminuire inesorabilmente.

Questo assomiglia a ciò che stiamo vivendo? Direi di sì. Il mondo sta mostrando sempre di più le conseguenze di uno schianto contro i limiti.

Ciò che avevamo fatto con molta attenzione, già nel 1972, è stato chiarire che dopo il picco di qualsiasi variabile, tutto diventa ancora più imprevedibile, poiché entrano in gioco fattori che non potevano essere rappresentati nel nostro modello. A questo punto è ovvio che saremo guidati più da fattori psicologici, sociali e politici, che da vincoli fisici.

L’ho sentita definire il cambiamento climatico come “un sintomo”; di cosa sarebbe esattamente un sintomo?

È essenziale riconoscere che il cambiamento climatico, l’inflazione e la carenza di cibo a volte sono visti come problemi, ma in realtà sono sintomi di un problema più grande.

Proprio come un mal di testa persistente può talvolta essere sintomo di un cancro, molte difficoltà attuali sono sintomi di livelli di consumo materiale cresciuti oltre i limiti del pianeta. Naturalmente i sintomi sono importanti. Un mal di testa merita una risposta. Tuttavia, un’aspirina può far sentire temporaneamente meglio il paziente, ma non risolve il problema di fondo. La crescita incontrollata delle cellule cancerose nel corpo deve essere trattata.

Non si può sostenere la crescita affrontando i problemi uno per uno. Anche se riuscissimo a risolvere il cambiamento climatico, continuando a crescere andremmo incontro al problema successivo, che sia una carenza di acqua, di cibo o di altre risorse cruciali. La crescita si fermerà, per un motivo o per l’altro.

Il mito del progresso, secondo cui la tecnologia verrà sempre in soccorso (idrogeno, cattura e stoccaggio di CO2...), è una delle idee più paralizzanti per affrontare il vero problema: la decrescita è inevitabile, poiché non si tratta di un problema tecnico.

Forse ciò di cui abbiamo bisogno è un cambiamento culturale, morale ed etico?

Sì, sono d’accordo, quello era uno dei punti cruciali del nostro lavoro già 50 anni fa. In condizioni ideali la tecnologia può darti più tempo, però non risolve il problema. Può darti l’opportunità di apportare i cambiamenti politici e sociali necessari. Ma finché si avrà un sistema che si basa sulla crescita per risolvere ogni problema, la tecnologia non potrà evitare che si superino molti limiti cruciali, come stiamo già vedendo.

Nonostante l’importanza e l’enorme utilità del vostro lavoro, lei e i suoi colleghi siete stati molto criticati. Questo continua ad accadere a chiunque esca dal discorso dominante dell’Happycrazia. C’è un’impossibilità sociale a parlare di certi temi perché la trasformano in un catastrofista, in un amaro pessimista?

Ero molto ingenuo negli anni ’70, quando abbiamo pubblicato il libro. Ero stato formato come scienziato e avevo l’impressione che, utilizzando il metodo scientifico, avremmo prodotto dati indiscutibili e che, se li avessimo mostrati alla gente, questo sarebbe stato sufficiente per portare un cambiamento nella visione e nelle azioni delle persone. Questo è a dir poco ingenuo.

Ci sono due modi di affrontare queste situazioni: in uno raccogli i dati e poi decidi quali conclusioni sono coerenti con i dati: il metodo scientifico. Nell’altro, molto comune, si decide quali conclusioni sono importanti e cerchi dati che si adattino e supportino le tue “conclusioni”. Questo è ciò che accade, ad esempio, con i negazionisti del cambiamento climatico.

Non ho cercato di vincere quei dibattiti [tra pessimisti e ottimisti] con questo tipo di persone. Quando qualcuno viene da me con rabbia e mi accusa di qualsiasi cosa, mi limito a dirgli: “Spero che tu abbia ragione”. E vado avanti.

Esiste una tendenza nei sistemi, nelle aziende, nelle persone, a combattere per la propria autoconservazione, spesso sulla base di visioni a breve termine, che non consentono di andare avanti a lungo. Come combattere queste inerzie e abitudini?

L’unico modo per gestire la situazione è ampliare l’orizzonte temporale e spaziale. E quindi vedere i potenziali costi e benefici in prospettiva. Un esempio: la pandemia e la sua gestione nel mio Paese [gli Stati Uniti] sono state dolorose, molto miopi. Se non si estendono i vaccini a tutto il mondo, non sono così utili.

Come prolungare quel lasso di tempo? Con le future generazioni. La maggior parte delle persone ha preoccupazioni legittime e genuine per il futuro dei propri figli, nipoti e pronipoti.

In Spagna, ultimamente, ci sono buone notizie per quanto riguarda la decrescita: la prima assemblea dei cittadini per il clima ha scelto tra le sue 172 misure, la necessità di educare alla decrescita, diversi partiti politici – tra cui il Ministro della Sanità, del Consumo e del Benessere Sociale – hanno fatto dichiarazioni a favore dell’apertura di questo inevitabile dibattito e l’IPCC sta inserendo sempre più spesso questa parola nei suoi rapporti.

Siamo più vicini a un Tipping Point [punto di svolta] sociale – come dice Timothy Lenton – o dovremo aspettare che le crisi diventino ancora più evidenti per reagire?

La risposta a entrambe le domande è: sì. Siamo più vicini a un punto di svolta sociale positivo, ma d’altra parte temo che dovremo aspettare che le crisi diventino ancora più evidenti per reagire. Ed è ancora peggio: se la nostra situazione attuale ci fosse stata descritta, diciamo, nel 2000, avremmo pensato che questa fosse già una crisi catastrofica. Siamo la rana, cucinata a fuoco lento, che non salta fuori dalla pentola. Purtroppo credo che questa sia la nostra situazione.

Secondo il modello HANDY, un parametro fondamentale per causare i collassi è la disuguaglianza, che aumenta parallelamente alla mancanza di fiducia tra simili, altro motivo di collasso. La struttura del nostro sistema economico fa sì che entrambi aumentino ogni anno. E rende impossibile adattarsi ai limiti, perché l’élite – che di solito è distaccata dalla realtà e quindi non rileva gli allarmi – è quella che funge da modello. Come districarsi in questo pasticcio?

La verità non si trova in poche equazioni, ovviamente. Si trova nella storia. E la nostra storia millenaria dimostra che i potenti cercano più potere e lo trovano più facilmente grazie alla loro situazione: è un ciclo di feedback positivo. Nella dinamica dei sistemi questo fenomeno si chiama “successo per chi ha già successo”. Raramente ci discostiamo da questo fenomeno.

Nessuno può districare questo groviglio. Non credo che esista un’azione o una legge in grado di farlo. In alcune culture, tuttavia, si sono visti meccanismi di ridistribuzione evoluti. Nel nord-ovest degli Stati Uniti ci sono alcune tribù che hanno un’usanza chiamata “Potlatch“, una cerimonia in cui i capi della tribù, i più ricchi, regalano parte dei loro beni – sto semplificando, certo.

Anche nel buddismo esiste una tradizione di distacco materiale in molti dei suoi praticanti. Ma si tratta di rare eccezioni.

Nel nostro mondo la tendenza è quella di accumulare potere e, come lei dice, questo aiuta a distaccarsi dalla realtà. Poi si può finire con un collasso, anche del proprio potere, e tutto ricomincia da capo. È un processo che avviene in risposta ai limiti. E la disuguaglianza sta crescendo in tutti i Paesi.

In che misura le élite stanno anticipando la necessità matematica di ridurre la disuguaglianza? Oppure stanno solo preoccupandosi per la propria sopravvivenza?

Beh, non si può parlare propriamente di “élite”. Alcune élite sono preoccupate e stanno facendo tutto il possibile per ridurre la disuguaglianza, altre non ci pensano nemmeno – probabilmente la maggioranza – e altre ancora lavorano per renderla sempre più grande. Di certo non c’è alcuna tendenza generalizzata a ridurre la disuguaglianza. E a volte si dice che la crescita fa sì che la ricchezza raggiunga tutti; il che, visto che i tassi di crescita e di disuguaglianza sono aumentati contemporaneamente, è chiaramente e palesemente falso.

Vede oggi una maggiore preoccupazione per il collasso della civiltà nei circoli del potere, economico e politico? O continuano a fare business as usual come al solito?

Non sono nei circoli del potere, quindi non posso rispondere. Sono un insegnante di 80 anni in pensione. È il 50° anniversario de I limiti dello sviluppo e, a parte le interviste che vengono fatte su un libro che suscita ancora interesse, non c’è così tanta l'attenzione come potrebbe sembrare.

Tenendo conto dell’attuale miopia spaziale e temporale rispetto ai limiti, non pensa che la visione moderna del mondo sia obsoleta? Potrebbe suggerire alcuni spunti filosofici per passare a una nuova cosmologia?

Grazie per aver immaginato che io possa avere la capacità di fare queste cose. Che l’attuale visione del mondo sia obsoleta è evidente anche solo guardando le notizie. Quasi nessuno può essere contento dello stato del mondo.

Su una nuova cosmologia: esiste un’enorme varietà di filosofie e pratiche spirituali, molte delle quali sono coerenti con il funzionamento del mondo. Quelle che funzionano devono riconoscere l’interazione e la dipendenza che abbiamo con il mondo naturale. Abbiamo già discusso del mito diffuso secondo cui la tecnologia ci porterà a superare qualsiasi ostacolo. Lo vediamo con la sfida del clima: c’è questa cosa chiamata cattura e sequestro del carbonio (CCS).

Nonostante il fatto inconfutabile che sia più economico, rapido e semplice ridurre il consumo di energia, si tende a cercare la soluzione tecnologica che ci permetta di fare ciò che non possiamo più fare senza causare gravi danni. È una fantasia totale. Il meglio che possiamo dire della CCS è che è un’idea che farà guadagnare un mucchio di soldi a poche persone.

Siamo come su un tapis roulant che sta accelerando rapidamente. Sa, quei tapis roulant su cui corri, ma non vai da nessuna parte. È quello che stiamo facendo. Quando prendiamo decisioni sbagliate, questo ci porta a crisi che, per forza di cose, accorciano la nostra prospettiva temporale, tutto diventa reattivo mentre acceleriamo. Questo a sua volta ci aiuta a prendere altre decisioni sbagliate, perché restringiamo sempre di più il nostro orizzonte temporale. È un circolo vizioso.

Penso che nei prossimi 20 anni assisteremo a più cambiamenti di quanti ne abbiamo visti negli ultimi 100. Non voglio che accada quello che sto per dirle, ma credo che sia molto probabile: ci saranno disastri significativi dovuti al caos climatico e all’esaurimento dei combustibili fossili, che riporteranno l’umanità a stati più decentralizzati e disconnessi. Lentamente, si evolveranno culture più preparate alla situazione. Solo allora, credo, potrà emergere una “nuova cosmologia” appropriata.

Crede che una coalizione di élite dotate potrebbe cambiare il corso degli eventi?

Élite dotate? Mi sembra un ossimoro.

Traduzione a cura della Redazione di Antropocene.org

Fonte: Monthly Review 10.08.2022

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02/11/2018

Genova: senza rumor di parole


«Quello che succede a Genova da anni e che è amplificato dal crollo del ponte Morandi ha un forte valore generale nel senso che è l’esemplificazione di una città che non ha natura morfologica per sopportare il peso dell’industrializzazione, che è stata industrializzata e violentata nella sua natura fisica per seguire questo progetto e che nel momento in cui questo progetto è fallito a livello generale, sta mostrando a livello urbano questa incompatibilità tra il territorio e alcuni piani del capitalismo».

Alcune riflessioni di due compagni di Genova intorno alla città a partire dal crollo del ponte Morandi.

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Una "intervista" di valore quasi assoluto, da ascoltare assolutamente.

25/08/2018

Le “magnifiche sorti e progressive”


Dall’esaltazione delle “magnifiche sorti e progressive” alla demonizzazione del periodo di “sprechi e corruzione” il crollo del ponte di Genova ha messo in moto un dibattito molto ampio sui temi dell’intervento pubblico in economia, delle nazionalizzazioni, del rapporto tra i privati e lo Stato: un dibattito nel corso del quale si stanno sprecando i riferimenti alle fasi pregresse della ricostruzione del Paese dopo la guerra, dell’avvento del consumismo, della dismissione dell’intervento pubblico, del ruolo dei partiti, degli industriali, dei banchieri fino ai processi economici, sociali e politici verificatisi nel corso degli ultimi anni.

Un dibattito che merita una brevissima chiosa.

A posteriori, paradossalmente ma non troppo, si può affermare con sicurezza che è più semplice, nell’enormità delle difficoltà materiali, ricostruire un Paese distrutto dalla guerra così come si presentava l’Italia nel 1945.

Più semplice per un motivo di fondo: esisteva un “idem sentire” quello – appunto – della ricostruzione materiale delle fabbriche, delle case, dei ponti, delle strade, delle ferrovie.

Un “idem sentire” che permise il varo di una Costituzione Repubblicana molto avanzata nei suoi enunciati ma anche molto complessa da attuare.

Ogni tassello che si aggiungeva era una vittoria di tutti, rappresentava un ritorno alle condizioni di una qualche – sia pure precaria – normalità: si usciva dalla disoccupazione, dall’abitare in scantinati o coabitando con estranei, era possibile tornare a viaggiare con i treni e con gli autobus. Insomma: cambiava il modo di vivere quotidiano.

E’ questo un punto da sottolineare con grande evidenza, assieme a quello di un’analisi sociale che registrava un assetto con poche sfumature.

Una società suddivisa in blocchi abbastanza omogenei con chiare distinzioni sul piano dello status, delle condizioni di vita, delle stesse abitudini e propensioni individuali e collettive. Non semplice, all’epoca, salire sull’”ascensore sociale”, bloccato soprattutto da una scuola di “classe”.

Lo scontro politico era molto aspro, teso, contrapposto tra sintesi “a priori”: certo influivano le vicende internazionali, la logica dei blocchi, la Corea, Berlino, la Cecoslovacchia e quant’altro; soprattutto però era lineare il confronto di classe che aveva base nelle grandi fabbriche che rappresentavano,comunque, il luogo dell’agognata ricostruzione.

Così si formò, nel fuoco della necessità, l’intervento dello Stato in Economia posto in parallelo (e in intreccio) con quello dei grandi gruppi privati.

Fu la stagione delle grandi PPSS del dopoguerra, l’IRI, l’Intersind, la Grande ENI di Mattei, il piano siderurgico di Sinigaglia, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la STET (che Agnelli poi si portò a casa pagando lo 0,6% del capitale), delle banche di stato: l’Italia più minuta conobbe l’energia elettrica e il telefono.

Si crearono le condizioni per il welfare, un’operazione realizzata sicuramente scontando lo scotto di grandi distorsioni ma anche con efficacia soprattutto per il ruolo tenuto dagli Enti Locali che rappresentarono all’epoca un tessuto prezioso di integrazione e di sviluppo.

In tempi di riformismo annunciato è bene anche ricordare cosa accadde in quella fase: già citata la nazionalizzazione dell’energia elettrica occorre aggiungere l’istituzione della scuola media unica, lo statuto dei lavoratori, il superamento delle gabbie salariali, l’istituzione delle Regioni (che in quella fase si pensava rappresentassero un tassello fondamentale per una crescita della capacità inclusiva della democrazia), la scala mobile, la riforma pensionistica, la riforma fiscale (dalla “Vanoni” in avanti), l’equo canone, il servizio sanitario nazionale, l’istituzione dei servizi sociali nei comuni con il superamento dei cosiddetti “enti inutili” (decreto 616 del '78), la legge 285 sulla disoccupazione giovanile, i grandi interventi al Sud, la costruzione della rete autostradale.

Difficile anche in poche righe elencare le contraddizioni: la sovranità limitata e la conseguente “conventio ad excludendum”, il dualismo nord/sud, la speculazione edilizia, forme di clientelismo politico spiccato, lo spreco di danaro pubblico che iniziò in allora e poi crebbe in modo esponenziale a partire dagli anni ’70, fino a minare alla base il sistema.

Ribadisco, però: al fondo c’era il comune afflato per ricostruire.

Era la “Repubblica dei Partiti”, come l’ha definita a suo tempo Pietro Scoppola: partiti che svolgevano anche un’essenziale funzione pedagogica, di vere e proprie sedi di acculturamento collettivo.

Più complicata e difficile fu la fase successiva, quella del passaggio verso il consumismo al riguardo del cui avvento fu scelta la strada della possessione individualistica e del rapido consumo dei beni, di tutti i beni anche quelli pubblici come il suolo, l’ambiente, i servizi.

L’agire politico stava perdendo la propria capacità di “visione” che era stata prerogativa dei grandi partiti di massa negli anni precedenti. Si verificò un’accentuazione nella “cessione di sovranità” alla spinta di lobbie, corporazioni, gruppi di potere, “capitani coraggiosi” di vario ordine e grado.

Soprattutto si era persa la capacità di “pensare” collettivamente, di disporre di un obiettivo comune: non riuscirono a rappresentare questo obiettivo, via via, le privatizzazioni, la prospettiva europea, l’idea del superamento della mediazione politica tramite i partiti. Anzi questi passaggi hanno funzionato da fattore di allontanamento, di divisione, di separatezza culturale e politica, di dispersione sociale.

Progressivamente si addivenne a una dismissione, a un arretramento, a uno sfrangiamento della società in parallelo con lo sfaldarsi dell’azione politica (Bauman aveva scritto di “società liquida”: si può aggiungere a “società liquida” non poteva che corrispondere una “politica liquida”).

Si mostrava un’evidente incapacità da parte dei partiti di riuscire a interpretare e far sintesi nell’emergere di nuove contraddizioni portate anche e soprattutto dal mutare dei costumi (nell’accentazione della spinta ai diritti individuali) e dal presentarsi di novità fondamentali nella vita quotidiane. Novità dettate dall’avvento di una tecnologia il cui uso è stato mirato anch’esso, pressoché esclusivamente, in funzione della chiusura individualistica (televisione compresa, che pure nella prima fase aveva funzionato da medium unificante).

Si era smarrito anche il senso dell’identità della propria appartenenza materiale, di quella che si dovrebbe ancora definire come “identità di classe”.

Così riassunta per sommi capi la vicenda: all’interno di questa dissoluzione sociale e politica si sono inseriti gli elementi del risentimento di massa espresso dai tanti trascurati e maltrattati nella rincorsa darwiniana al benessere nella riscoperta del “familismo amorale” descritto da Banfield.

Il quadro generale, è bene ricordarlo, era composto da “meriti” in gran parte fasulli e da “bisogni” artatamente indotti).

Gli elementi del formarsi e del crescere del fenomeno del risentimento di massa sono stati del resto ben analizzati con vera capacità di visione, da parte di chi ha saputo interpretare la “pars destruens” di questa complessa vicenda.

Oggi, quindi, ci troviamo di fronte ad una metà dell’azione politica possibile: quella della distruzione, della negazione, nell’incapacità di delineare un orizzonte, nell’assenza di una visione di sistema, di un progetto, del delinearsi di una prospettiva.

In sostanza siamo:

1) Nell’episodicità della propaganda misurata sulle pulsioni immediate di una indistinta “opinione pubblica” regolata dai social, e nell’esaltazione acritica di una “escludente” visione della politica contrabbandata come “democrazia diretta”.

2) Nell’assenza di una visione adatta per guardare avanti e di una mancanza di capacità d’interpretazione delle diverse fasi storiche.

Tutto pronto,insomma, per passare finalmente alla fase di “dialogo diretto tra un Capo e le Masse” tanto agognata in passato da epigoni rivelatisi incapaci di realizzare il sogno dell’autoritarismo.

Non a caso, in queste ore, si è tornato a parlare di elezione diretta di un non meglio identificato “Presidente”.

E a sinistra?

A sinistra forse potrebbe aiutare il recupero di determinate coordinate di fondo nel frattempo colpevolmente smarrite.

Si tratta di far capire che è tempo di ricostruzione senza arrendersi al nichilismo della sovranità della tecnica e al peso soffocante di inaccettabili disuguaglianze, non solo economiche.

Una ricostruzione che non potrà essere avviata in nome della chiusura egoistica e dell’individualismo competitivo ma attraverso l’espressione di un’idea di progettualità collegata direttamente con l’azione politica.

Una connessione di progettualità magari inizialmente attuata anche in una forma molto parziale, per far sì, almeno, sia nelle istituzioni sia nello svilupparsi della vita quotidiana, si possa ricominciare a sentire la voce di chi non si abbandona all’apparente ineluttabilità dell’esistente.

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23/08/2018

Per una definizione del regime cinese


Di seguito pubblichiamo un interessante contributo sulla Cina di Giorgio Casacchia e Diego Gullotta – che non necessariamente coincide con il punto di vista della redazione – che a nostro avviso può aprire un dibattito sul gigante asiatico che proprio in questi giorni evidenzia un aspro dibattito all’interno del Partito Comunista, dell’esercito e della nuova classe imprenditoriale. Ci rendiamo disponibili fin d’ora ad ospitare altri interventi.

Per una definizione del regime cinese

Attualmente la Cina è la più agguerrita fra le nazioni che competono con il grande capitale europeo occidentale e statunitense, contendendogli l’egemonia continentale su Asia, Africa, America Latina e, da qualche tempo, sull’Europa orientale. In questo senso si presenta come il campione della rivincita postcoloniale. Tuttavia, la Cina non propone un modello alternativo globale, egualitario e antisviluppista, condivisibile dalle regioni marginali e ritardatarie, ma esalta solo se stessa come nazione tesa alla ricchezza e alla potenza, la ricaduta del cui sviluppo economico potrà sussidiariamente e occasionalmente far balenare occasioni di crescita anche alle nazioni subalterne.

Di questa configurazione di turbocapitalismo a genesi e conduzione partitica, in assenza di società civile e con una presenza minoritaria di grande proprietà privata costantemente interagente con quella pubblica, si sono date le definizioni più varie.

La dizione ufficiale (“socialismo di mercato alla cinese”) è motivata dal rimando alle origini e dal desiderio di stabilire continuità nella classe dirigente e rinnovare le fedeltà popolari a una configurazione che pure non presenta più alcun elemento comunista.

La definizione di “neoliberismo cinese” è respinta dalla retorica del mercato e della marginalità dello Stato cara ai teorici della corrente. In quella che oggi è nientemeno la seconda nazione al mondo per crescita economica, il capitalismo è stato generato e diretto fin dall’Ottocento dallo Stato, prima imperiale, poi repubblicano, oggi soi-disant comunista, così come i primi esperimenti di mercato libero nelle campagne furono prima incoraggiati e poi scoraggiati dallo Stato.

La descrizione poi della Cina in termini di economia potente, ricca di potenzialità, ma inquinata dalla corruzione e dal dispotismo è la più asfittica e improduttiva, viziata dall’incomprensione della convivenza necessaria fra pratiche politiche e economiche e dall’assioma capitalismo-libertà.

Infine, neanche la dizione preferita dalla sinistra cinese espatriata, “capitalismo di Stato”, sembra perspicua, non valendo nel caso cinese l’opposizione con un “capitalismo non di Stato”, che non si dà. La dinamica contraddittoria che agita il regime cinese contemporaneo non è certo quella fra pubblico e privato, essendo il privato esistente solo in quanto consentito e infiltrato a ogni livello dallo Stato, semmai è quella fra centro e periferia, fra tendenze centripete e centrifughe, fra smania di arricchimento dei quadri locali e correttivi e reindirizzi di parte centrale.

Probabilmente, il rimando più efficace resta quello alla varietà dei capitalismi e alle diverse configurazioni che il capitalismo prende nel coniugare natura globale e acclimatamenti locali, di cui il caso cinese è uno dei tanti, sia pure fra i più rilevanti e potenzialmente egemone. La varietà cinese riecheggia, nell’immaginario, l’assetto fordista, nel quale una politica di alti salari (sia pure qui e ora solo come promessa continuamente rinnovata) dava al mercato interno il modo di garantire la conversione monetaria dei profitti.

Nelle parole di Gramsci, “Ford dà 6 dollari al minimo, ma vuole gente che sappia lavorare e sia sempre in condizione di lavorare, che cioè sappia coordinare il lavoro col regime di vita”. Probabilmente, proprio la vacuità di una promessa non sufficientemente mantenuta (lo Stato periodicamente impone a tutte le aziende, comprese quelle straniere, rialzi salariali, proprio perché altrimenti i salari ristagnerebbero o sarebbero spinti ancor più verso il basso) induce nella fase presente all’esternalizzazione il regime cinese, alla ricerca di nuovi territori dove realizzare quei profitti che il territorio nazionale, popolato di lavoratori a bassa e/o occasionale retribuzione, continua a non poter garantire.

In ogni caso, una rassegna dei principali movimenti che hanno configurato il regime cinese contemporaneo può gettare qualche luce sulle ragioni della perdurante innominabilità del caso cinese, a oltre trent’anni dal suo varo.

Le premesse

Premessa del regime cinese attuale, emerso dalla svolta rappresentata dalle Riforme e Apertura di Deng Xiaoping del 1979, fu la sconfitta della rivoluzione proletaria. Una volta esauritasi la Rivoluzione Culturale (1966-69), la disfatta nella battaglia contro il “diritto borghese” spianò la via alla ripresa del percorso prerivoluzionario.

Si ricorderà che nel 1976 i pochi dirigenti della rivoluzione culturale rimasti al potere lanciarono un’ultima iniziativa di contrasto alla riformazione della borghesia nella società postrivoluzionaria. Senza la mobilitazione delle masse in una rivoluzione permanente (ancorché ridefinita “continua”, per aggirare il rimando trotzkista), in un riscontro con la “repubblica tumultuaria” in Machiavelli o con la “multitudo” portatrice di “potentia”costantemente scagliata contro la “potestas” dell’ordine costituito in Spinoza, lo scambio fra equivalenti e il principio “a ciascuno secondo il suo lavoro” (raccolti sotto la dizione “diritto borghese”) avrebbero infatti potuto trasformare lo Stato da agente della rivoluzione in gestore dell’economia, polarizzato la popolazione in dirigenti e diretti, dato origine a un ceto di gestori di un’economia di crescita, abbandonata la tensione verso l’eguaglianza, disperso la classe operaia e disgregati i collettivi contadini, insomma riformato una classe grande e piccolo borghese urbana, in posizione di privilegio economico e normativo. Il rilancio dell’iniziativa rivoluzionaria resse tuttavia solo pochi mesi e si concluse con l’estromissione e l’incarceramento dei promotori.

Nel biennio 1977-79 il regime cinese denunciò il socialismo egualitario maoista come “socialismo della povertà” e riprese la strada (che la rivoluzione maoista aveva frenato) dello sviluppo economico pianificato diretto dallo Stato, varando le “quattro modernizzazioni” (l’industria, l’agricoltura, la tecnologia, l’esercito) ed equiparando così tout court rivoluzione e crescita. Si confermava ancora una volta che quando lo Stato proletario contrasta la povertà non con la lotta contro l’ineguaglianza ma con la crescita economica rischia di cambiare colore e di virare dal rosso al nero.

La prima svolta

Sullo slancio del biennio, si manifestò la prima grande svolta della contemporaneità cinese. Le riforme di Deng Xiaoping del 1979 coinvolsero nel progetto sviluppista la parte allora maggioritaria della popolazione, quella rurale. Sciolte le Comuni Popolari (le organizzazioni collettive che gestivano tutti gli aspetti della vita contadina), i contadini furono spronati ad arricchirsi, in competizione fra loro, producendo prodotti agricoli diversificati in proprio e avviando attività imprenditoriali, con assunzioni di manodopera salariata, per la trasformazione di tali prodotti. Fu l’epoca dei mercati privati e delle piccole e medie imprese agricole, che promosse potentemente sia la produzione di beni non strategici (diversificazione delle colture, prodotti dell’industria leggera) sia la polarizzazione di classe.

Alla strategia fu dato il nome di “socialismo di mercato alla cinese”, nome apparentemente incongruo ma che riprendeva invece coerentemente le politiche di parziale liberalizzazione dell’economia agricola che erano già state varate nei primi anni sessanta da Liu Shaoqi, presidente della repubblica, contro cui la rivoluzione culturale aveva efficacemente lottato, note col nome di “tre libertà e una garanzia” (responsabilità del produttore per i profitti e le perdite, mercato libero, campi privati a gestione famigliare). Ma i mercati capitalistici della manodopera e delle merci nelle campagne e la formazione di una borghesia imprenditoriale rurale erano ancora visti come parte di una strategia comunista, e dovevano svolgersi in un ambito ristretto e tattico (per Chen Yi, l’economista ideologo delle riforme, il mercato doveva restare “un uccello in gabbia”).

Le riforme iniziano dunque nelle campagne, le forze economiche che qui vengono liberate sono una prima importante base di accumulazione primitiva del nuovo corso denghista; fino alla fine degli anni ottanta, quando verrà invece lasciata ristagnare a favore di una politica basata sull'“egemonia urbana”, la campagna segna una considerevole crescita economica con la nascita di nuove classi di piccoli proprietari terrieri, e con l’avviamento di una parziale industrializzazione tramite le imprese rurali.

La seconda svolta

La seconda grande svolta, che segna il trapasso dalla rivoluzione all’allineamento con le nazioni capitalistiche sviluppate, si colloca nei primi anni novanta, quando lo Stato cinese abbandona le campagne, avvia il ciclopico progetto di urbanizzazione culminato ai giorni nostri con il trasferimento di oltre metà della popolazione cinese in aree urbane, terreno di crescita di una piccola e media borghesia consumista (ribattezzata anodinamente “classe media”), e apre al grande capitale occidentale, trasformando il paese in “fabbrica del mondo” e “cantiere del mondo”.

La presenza del capitale straniero fu tuttavia contenuta nelle “zone economiche speciali” (Z.E.S.), aree privilegiate per risorse e posizione geografica, rette da una normativa più favorevole che nel resto del paese allo sfruttamento capitalistico congiunto nazionale e straniero e destinate idealmente a fare da traino al resto dell’economia indigena grazie all’importazione di tecnologia, tecniche gestionali, conoscenze, canali con il mondo sviluppato.

Un brandello di ideologia rivoluzionaria sopravviveva ancora nella veste menscevica data a queste misure: all’arricchimento di pochi seguirebbe il benessere generale. Fuor di ideologia e dentro il pragmatismo che caratterizzerà il nuovo corso all’insegna della depoliticizzazione, con le Z.E.S. dapprima istituite lontane dal “centro” e poi sempre più diffuse in forme via via più sofisticate (aree di libero scambio e quant’altro) si avvia una rottura dell’assetto statale basato sul comando assoluto verticale del centro che controlla e distribuisce tutte le risorse. Un processo di “sovranità graduata” si accompagna a una fortissima decentralizzazione amministrativa.

La “liberazione del pensiero”, che pone ideologicamente la pratica contro l’ideologia del maoismo e avvia un vasto processo di depoliticizzazione, fa il paio con la teoria economica detta in inglese del trickle-down (sgocciolamento), ovvero delle briciole che cadono dalle mense dei ricchi: che prima si arricchisca una parte della popolazione, (perché) arricchirsi è glorioso, gli altri ne avranno successivamente beneficio e condivideranno la gloria del futuro individuo riformato, aperto e proprietario.

Le due grandi leve che hanno consentito la rapida crescita indigena con aumenti a due cifre del PIL annuo per un ventennio sono state da un lato la disponibilità di grandi masse di capitale straniero in cambio di manodopera disciplinata e a basso costo e dell’accesso alle materie prime e ai mercati interni, dall’altro l’avvio di una politica del credito/debito fra centro e periferia che ha arricchito a dismisura le élites regionali legate al Partito comunista e messo in libera circolazione un’armata di centinaia di milioni di contadini trasformati in manovali della grande e piccola urbanizzazione.

Il meccanismo è semplice: localmente, i terreni agricoli vengono innanzitutto sgombrati dai coltivatori (con trasferimenti coatti in altre aree o la loro messa sul mercato come manodopera non qualificata) e poi dichiarati edificabili, con un aumento immediato del loro valore di decine di volte. Su tali terreni si attuano progetti edilizi grazie all’accesso indisturbato ai fondi pubblici, tramite il prestito delle banche di Stato, che a loro volta rimoltiplicano il valore delle aree.

La comune appartenenza all’unico accesso alla classe dirigente, ovvero la militanza di Partito, stabiliscono immediatamente nessi diretti e sottratti alla sorveglianza di massa fra il direttore di banca che concede il prestito, lo Stato che finanzia la banca con fondi pubblici, l’imprenditore che vince l’appalto, l’amministratore locale che gestisce il piano regolatore, mentre le maestranze bisognose di lavoro non inceppano il meccanismo, che almeno parzialmente è creduto parte di un piano generale di aumento del benessere nazionale.

Il risultato è quello odierno: una consistente popolazione di subalterni vaga di cantiere in cantiere, di fabbrica in fabbrica, di mansioni a basso valore aggiunto regolate dall’economia degli algoritmi, di megalopoli in megalopoli, sottopagata, con ridotta previdenza sociale e basso prestigio in una condizione che è quella del non poter rimanere in città e allo stesso tempo non poter tornare al proprio villaggio; il territorio è devastato dalla speculazione edilizia, che l’ha coperto di cemento spesso invendibile e inutilizzato (viaggiando in treno per i quattrocento chilometri che separano le grandi città di Nanchino e Suzhou, nel Delta del Fiume Azzurro, dal finestrino non si vedono che grandi distese di edifici residenziali a schiera, immensi centri commerciali, viluppi di superstrade, sopraelevate e TAV, e le cosiddette “città fantasma”, agglomerati urbani sfitti e invenduti), il debito cinese calcolato in sei volte il PIL, uno dei maggiori del mondo, la concentrazione del 44% delle ricchezze del paese nelle mani del 4% della popolazione, fatta quasi esclusivamente di figli, nipoti e pronipoti degli alti quadri dirigenziali del Partito. Nelle parole di uno studioso cinese contemporaneo, “con le riforme sono peggiorati tutti i parametri, l’aria, l’acqua, la terra, la politica, l’educazione, i rapporti umani, a eccezione del PIL”.

Il “miracolo” cinese basato sulle esportazioni del made in China, sullo sfruttamento della mano d’opera a basso costo e sugli investimenti esteri si è oggi trasformato in “ascesa” cinese: le sue basi sono le infrastrutture materiali e immateriali che irretiscono dapprima il centro e l’ovest del paese, su cui in passato non si era puntato per dare vantaggio alle zone costiere, e finalmente vanno verso l’Asia e l’Africa con l’indefinito, flessibile ma reale piano delle vie della seta marittima e di terra battezzato la “Nuova Via della Seta” (o OBOR – One Belt One Road), occasione di investimento di surplus, esportazione di modelli urbanistici posticci, apertura di nuovi mercati basati sul controllo logistico, consolidamento e creazione di alleanze strategiche etc etc; sono il passaggio dal made in China al created in China, con un investimento sulla “conoscenza” che va a ridefinire questa ultima come una delle forze trainanti del sogno cinese. Sì, perché al miracolo e all’ascesa si è voluto, in un alternarsi di cosmesi, fare il verso al sogno americano sbarazzandosi del contributo più caratteristico che la Cina abbia prodotto nella modernità: il conflitto.

Bisogna dunque riformulare queste auto-narrazioni mirabolanti dal punto di vista delle trasformazioni di classe. Nei primi anni novanta si avvia un grande piano di ristrutturazione delle aziende di stato, ciò ha significato lo sgretolamento della classe operaia. Non è solo il sangue sparso al tempo della repressione del Movimento di Tienanmen dell’89 a rendere possibile questo compito, se la rivoluzione culturale aveva visto, fra le altre cose, un certo protagonismo operaio potenzialmente capace di rimettere in discussione la reificazione della classe emersa nella Cina maoista all’indomani del ‘49, la sua radicale negazione associata allo sviluppismo ha creato un deserto culturale e politico che, a giusto titolo, passa col nome di post-socialismo.

Al posto della “vecchia” aristocrazia operaia va formandosi quella dei nongmingong, corpo docile e sfruttato del miracolo cinese. È questa nuova classe di contadini che vanno a fare gli operai ma a cui non è consentito di divenirlo a pieno radicandosi nel mondo urbano, se non ai suoi margini, che va a costituire il grosso del mondo dei subalterni attuale. Dopo trent’anni di edificazione del miracolo (manifattura ed edilizia) si contano quasi trecento milioni di nongmingong, termine ambiguo e paradossale che sostituisce l’iniziale appellativo di “teppa” (liumang) e che oggi solo in parte è sostituito dal termine “nuovi operai” (xin gongren). Dai primi anni duemila, al decrescere delle proteste della vecchia classe operaia, aumentano quelle della nuova che, dopo la nuova e avanzata legge sul lavoro del 2008, vede un forte protagonismo operaio con scioperi di massa nel 2010.

Questi scioperi non riguardano più solo il salario e le condizioni lavorative, ma anche la sfera della riproduzione sociale: casa, famiglia, istruzione, sanità, pensione... Riguardo alla rappresentanza sindacale, è tema di questi giorni, essa è ancora inesistente, se per sindacato non si intende quello statale-padronale offerto di grazia dal partito. La seconda generazione di nuovi operai è più conflittuale della prima, è sul terreno della riproduzione sociale che vede agire una serie di organizzazioni autonome, particolarmente nella regione del Guangdong, che esprimono una forte coscienza di classe. Il numero degli operai nella manifattura scende costantemente, l’ascesa cinese si basa sempre più sullo sfruttamento del lavoro nei servizi.

Le lotte dentro la fabbrica e il regime dei dormitori segnano il passo ed emergono quelle per il diritto alla città. È su questo piano che bisogna leggere i conflitti di classe attuali in Cina, qui i subalterni confinati nei margini urbani, con una cittadinanza di serie b incontrano il potenziale conflittuale degli strati più bassi della classe media. Una classe giovane e a cui per “avere successo” nelle grandi metropoli non basta la retorica del sogno e dell’ascesa (realizzazione dell’individuo proprietario in una nazione forte), il lavoro gli ha assorbito tutti gli spazi della vita, il capitale sociale e culturale è interamente catturato da ritmi lavorativi senza più margini, e l’aspettativa verso il futuro si riduce, partendo dalla considerazione che l’acquisto di una casa è divenuto un privilegio, una buona istruzione all’estero anche, relazioni sociali fuori dal bruto interesse strumentale rare. Sopra i subalterni e lo strato basso della classe media, troviamo una classe media che è stata costruita dall’ingegneria sociale dei dominanti dalla seconda metà degli anni novanta.

Il discorso della “classe (lett. “strato”) media” ha sostituito quello di “classe” negli studi accademici, nell’ideologia governativa e nei media. Espressione della cultura dominante, la classe media è definita in sostanza solo dallo stile di vita e dai consumi, dal punto di vista sociologico è numericamente esigua (11% della popolazione), concentrata nelle grandi aree urbane. Dal punto di vista ideologico, essa funziona come rappresentazione della società del moderato benessere e al contempo serve a oscurare l’esigua minoranza della classe dominante (3%).

Due elementi sovrastrutturali sostengono la crescita cinese. La concentrazione del potere nel Partito/Stato, che a tutt’oggi non trova contraltari e che ha prevenuto la nascita di una grande borghesia al suo esterno covandola al suo interno; l’ideologia dello sviluppo economico come unico valore condivisibile e (in teoria) accessibile alle masse, coniugata con lo sciovinismo di grande nazione. Il potere, indiscusso, è esercitato dalla presenza negli apparati politici, economici, culturali di funzionari di Partito, al tempo stesso dirigenti, manager, direttori, rettori, presidi ecc., e dalla gestione e presidio della società effettuati da circa 90.000 quadri, uno ogni 14 Cinesi, oltreché dall’assenza di correnti e fazioni nel Partito (vedi p. es. l’elezione di Xi Jinping a “presidente a vita” avvenuta quest’anno con 2 astenuti e 1 voto nullo su 2.958 votanti). Questo strapotere si giustifica col passato glorioso del PCC, ma anche con l’abilità dimostrata nel tenere il paese unito dopo l’implosione dell’URSS, e infine per la fedeltà alla promessa di perseguire la crescita economica senza ripensamenti.

Lo sciovinismo, con punte parossistiche (p.es. in occasione del conflitto col Giappone a proposito delle isole Diaoyu/Senkaku furono malmenate le comunità giapponesi in Cina) è oggi il cemento della nazione, ma è un atteggiamento antico, risalente alla metà dell’Ottocento, quando la Cina, perseguendo il progetto di diventare ricca e potente quanto l’imperialismo europeo occidentale, nordamericano e giapponese che si affacciava allora alle sue coste, onde difendersene, circoscrisse le procedure della modernizzazione nel campo dell’“utile”, contrapposto al “fondamento”, che doveva restare indigeno e immune da contaminazioni. D’altra parte, più di recente, Deng Xiaoping ammoniva ancora, a proposito della sua politica di apertura all’estero opulento, che “quando si aprono le finestre, entrano le mosche”.

Le riforme e aperture, vale a dire il mettersi al passo col mondo capitalista e divenire così uno dei poli centrali della globalizzazione capitalista, hanno reso vacuo, ma non innocuo, il nazionalismo post-socialista. La categoria di popolo e quella delle masse intese come essenze unificanti non riescono più a svolgere il proprio compito, la società è costituita da gruppi, interessi, valori differenti e complessi, spesso in conflitto spesso giustapposti. Basti qui fare l’esempio della cittadinanza: se in passato la discriminante era l’appartenenza al mondo urbano o a quello agricolo, oggi l’accesso alla città e ai diritti è condizionato da dispositivi basati sul punteggio, cioè sul valore del capitale umano. Sovranità graduata con caratteristiche cinesi.

Tuttavia, ancor più potentemente di queste modalità di fidelizzazione al regime, opera il denaro, presentato come il mezzo e fine di ogni esistenza, il cui accumulo è costantemente suggerito dalla spinta al consumismo e agevolato, oggi, dalle modalità d’indebitamento in rete, virtuali, istantanee. Il fascino dell’inorganico nel senso di W.Benjamin (la parte immateriale, comunicativa della merce dentro la più ampia nozione di feticcio), della merce e del consumo, diviene dominante negli anni novanta, la sua base è nella mercificazione dell’abitare e nella riforma dell’istruzione.

La cultura intesa come stile di vita diviene centrale. Oggi investe tutti i campi della vita, l’ascesa cinese poggia infatti nella spinta al consumo interno, le piattaforme digitali, smaterializzando l’inorganico, svolgono il ruolo di spinta al consumo delle famiglie fin dentro i villaggi di campagna. È quindi la vita quotidiana e la riproduzione sociale a divenire il luogo dove si manifestano con maggiore evidenza le intricate relazioni di potere. Se nella Cina maoista il denaro era praticamente assente, se s’eccettuano le piccole somme per le piccole spese, essendo tutto il resto distribuito dallo Stato, si misura quanto stili e tempi del capitalismo finanziario abbiano permeato la vita cinese contemporanea, dove perfino il gioco in borsa (permesso solo nelle due uniche borse nazionali di Shangai e Shenzhen) è diventato una modalità consueta anche per pensionati e casalinghe.

Il momento attuale

Attualmente, il rallentamento della crescita che subisce la contemporaneità cinese ha innescato un’accelerazione dell’espansione economica (e militare) all’estero, mirante all’acquisizione di nuovi territori e di nuove alleanze per la valorizzazione del capitale nazionale, oltre che di nuovi dispositivi di fidelizzazione interna e internazionale basati sull’esportazione del “modello cinese” (arricchimento selettivo delle classi medie tramite la crescita guidata dallo Stato, in un contesto di soffocamento dei conflitti), in grado di alimentare l’orgoglio patrio e la speranza in nuove occasioni per arricchirsi.

Insieme al mastodontico progetto della Nuova Via della Seta già menzionato, il regime cinese ha formulato un piano di rinnovamento del sistema produttivo che termina enfaticamente nel 2049, a cento anni dalla fondazione della Nuova Cina. Sulla base di una visione telelogica dello sviluppo caratterizzato da diverse fasi in successione poste come naturali e indiscutibili, vengono considerati i limiti della produzione manifatturiera basata sulle esportazioni, di bassa qualità, i limiti dati dalla rincorsa alla quantità e alla velocità. Si punta ora alla qualità e al valore aggiunto.

Centrale è dunque tutto il discorso dell’economia della conoscenza, del suo impiego nella ricerca scientifica, nell’innovazione tecnologica, nell’informatizzazione e nella creazione di piattaforme digitali capaci di far convergere diversi settori della produzione, dell’educazione e ricerca, delle istituzioni. Dalla biomedicina all’aerospaziale, dalle nuove reti della comunicazione alla produzione di energia tradizionale e “verde”, dall’ingegneria alla logistica alla robotica, alla chimica, al design e imballaggio fino ai nuovi sistemi informatizzati e i nuovi macchinari per l’agricoltura la nuova direzione, dal nostro punto di vista, non tanto e non solo deve essere analizzata dentro quel più vasto discorso di critica verso le concezioni sociologiche ed economicistiche dominanti sul post-industriale o società dell’informazione/società delle reti, ma anche, nello specifico cinese, dal punto di vista dei dispositivi governativi e delle ricadute sulla produzione della soggettività contemporanea.

Ci limitiamo qui a sottolineare come la logica di questo sviluppo basato sulla conoscenza enfatizzi la produzione di qualità (gaoduan, high end) oscurando nel contempo tutti i soggetti coinvolti nella produzione dei servizi a basso valore aggiunto che sono comunque la base necessaria e sfruttata su cui si edifica lo spazio urbano dell’immateriale; si enfatizza e si stimola la produzione di un soggetto che sappia affidarsi solo su se stesso, e che per questo rincorra un alto livello di istruzione e di iperspecializzazione e accumuli continuamente capitale sociale e culturale per la competizione nel mercato della produzione e riproduzione sociale; innovazione, sviluppo, creatività e via dicendo sono la chiave di volta con cui le nuove forme di esclusione ed espulsione sociale, tradizionale sfruttamento del lavoro vengono ulteriormente legittimate.

Infine, il socialismo di mercato, espressione orwelliana di una neolingua capace di svuotare di senso i concetti ed alienare il significato al significante, si rivela in questo piano che vuole ridefinire la posizione della Cina presente e futura nella divisione globale del lavoro, come “operare secondo la logica del mercato e sotto la guida del governo”. Stato e mercato, pur nelle contraddizioni che emergono tra stato centrale e locale, tra piccole, medie e grandi imprese, appaiono come gli unici attori legittimati a governare su scala globale il capitalismo alla cinese.

Conclusioni

Se questa descrizione del regime cinese coglie qualche elemento reale, si pone la questione di come si possano formare in esso soggettività rivoluzionarie estranee alle logiche egemoniche e in grado di esprimere un’alternativa che riprenda i temi dell’abolizione dello sfruttamento e dell’eguaglianza. Come già accennato, il ribellismo è vivace: scioperi spontanei costellano la quotidianità cinese. Ma il quadro in cui si inseriscono rientra ancora pienamente nell’“accesso al miglioramento economico”, anche se la frustrazione che segue le frequenti sconfitte delle lotte alimentano lo scontento e la disillusione che storicamente rappresentano il brodo di coltura dell’autonomia. Una certa estraneità dai valori ufficiali si coglie anche nelle culture digitali emergenti, spesso capaci di porsi come strumento e linguaggio utile a costruire forme di auto-organizzazione, ma più spesso disponibili a divenire risorsa per le varie strategie del mercato, per l’assoggettamento della vita, per la produzione di soggettività docili e performanti dentro la monotona cacofonia dell’urbano globale.

Fonte

22/08/2018

Genova - Due o tre cose che so (di lei)


di Franco Fratini

In molti – compagni, filistei, testimoni – hanno percepito il carattere simbolico a diversi livelli del crollo del viadotto sul Polcevera a Genova.

È destino che ciò che accade a Genova abbia spesso un carattere di premonizione di epoche che altrove tardano a rivelarsi oppure di suggello ad altre che si trascinano oltre la loro perdita di senso. Perché questo succeda, è già stato detto, scritto e anche cantato, al di fuori di ogni folklore locale o retorica campanilistica: l’estrema angustia dello spazio disponibile unitamente a una posizione geografica e politica assolutamente strategica rendono unica o perlomeno rara l’esperienza di viverci attivamente. Qui a Genova non c’è altra scelta da fare che approfondire radicalmente, fino alle estreme conseguenze e fino al loro esaurimento, le opzioni disponibili – senza che a soccorso ne possano giungere altre dalla “frontiera” dello sviluppo o, come si diceva un tempo, del progresso.

L’area su cui insistono oggi i resti del viadotto è la foce del Polcevera, il luogo della grande industrializzazione cittadina nei settori degli armamenti, del siderurgico e del meccanico, decisa alla fine dell’ottocento dalla Sinistra Storica: è il territorio della frazione di Campi dove trovano sede l’Ansaldo, la Siac e infine il grande raccordo ferroviario (quello della deportazione in Germania di quasi 1.500 operai nel giugno 1944). Nel 1961 l’Italsider incorpora la Siac e nel 1963 inizia la costruzione del viadotto sul Polcevera. L’epoca è caratterizzata da una grande esaltazione sviluppista che coinvolge tutte le parti sociali: l’Italia sta scalando posizioni nella competizione europea per la produzione siderurgica, scavalcando il Benelux e avvicinando la Francia e l’inarrivabile Germania: i bollettini Italsider arrivano a casa di tutti i dipendenti, operai e impiegati, che nella maggioranza vivono tra Sestri Ponente e Rivarolo, in mezzo al fumo delle colate e degli altoforni Martin-Siemens; tutti respiriamo a pieni polmoni, con ebbrezza, il gas incolore del progresso dentro lo stato-piano trionfante. La costruzione del grande ponte, necessaria per far fronte allo sviluppo del traffico privato su gomma, (non ancora di quello delle merci, il container non è ancora arrivato a metter le ruote alle navi[1]) spezza in due un quartiere per tre anni: uno dei tre cavalletti giganti viene costruito proprio sulla strada intitolata al partigiano gappista Walter Fillak, che è l’unica via di collegamento tra Sampierdarena e Rivarolo. Per tre anni i veicoli sono obbligati a circumnavigare i palazzi a lato della strada aggirando l’enorme cantiere, mentre le gigantesche diagonali del cavalletto irrompono negli ultimi piani dei palazzi e penetrano stabilmente nei cornicioni, senza alcuna resistenza. Si sostiene già all’epoca, prima della sua inaugurazione: quello sul Polcevera sarà il viadotto sospeso più lungo d’Europa, un altro trionfo dell’ingegneria e dell’impiantistica italiana, e sarà un’opera d’arte; deve essere considerato un onore convivere, anzi far parte di quella struttura.

Appena pochi anni dopo la realizzazione del ponte entra in crisi verticale e irreversibile il comparto siderurgico[2]; ma la strenua lotta per la “difesa del posto del lavoro”, obiettivo che a Genova si presenta assieme – si badi bene – come operaio, istituzionale e curiale, fa sì che la vicenda della crisi si protragga per oltre quaranta anni, peraltro senza che sia stata fatta alcuna inchiesta sulla percentuale di morti per malattie polmonari nell’area dello stabilimento a partire dagli anni cinquanta del secolo scorso. Sono nati nel frattempo i comitati di quartiere contro l’inquinamento, ma la nuova sensibilità ambientale ha dovuto fare i conti con la necessità del sistema locale oligarchico-privato di perpetuare il discorso politico della propria rappresentanza attraverso il mantenimento di simulacri di classe operaia, scelta che presuppone il fatto che la questione non venga affrontata nei termini più ovvi del mantenimento del reddito per gli addetti e di grande riconversione strutturale delle attività. Si potrebbe dire a questo proposito: crisi dello stato-piano senza autonomia di classe a Genova. Cosicché le vaste aree ex Italsider, invece di essere interessate da una radicale trasformazione con l’insediamento di nuove e diverse attività produttive, di studio e di ricerca, vengono regalate[3] a un industriale bresciano a condizione che costui continui la tradizione siderurgica genovese, a prevalente beneficio dell’ex partito di maggioranza relativa – e incidentalmente delle mosche cocchiere di quel partito parodia chiamato Lotta Comunista[4].

Anche il ponte, quello che ora tutti chiamano “Ponte Morandi”, ha cominciato da subito a degradarsi e ha continuato a farlo negli anni successivi, in quanto realizzato con tecniche costruttive avveniristiche ma non collaudate (gli stralli in cemento armato pre-compresso). Ogni mese di ogni anno a partire dagli anni settanta il ponte è stato oggetto di manutenzioni parziali e ricorrenti – ma mai definitive, visto che un nuovo ingente appalto era stato previsto a breve. Toppe, cuci-scuci e rabberciamenti per fronteggiare il suo evidente e progressivo degrado – ma non si è mai e poi mai detto che il viadotto andava demolito e ricostruito, anche da parte dei sostenitori di altre grandi infrastrutture, come la cosiddetta “bretella” o “gronda”, che ne avrebbero ridotto l’utilizzo. Il punto è che era un’opera d’arte (sic) e che apparteneva all’epoca dell’ultima grandeur genovese, quella della industrializzazione pesante e del mito della classe operaia, baluardo antifascista, a pochi anni di distanza dal 30 giugno. Per tutti, noi compresi, era un simbolo intoccabile, non l’unico. Che si debba attendere il crollo improvviso di una struttura fisica, con il suo carico di morti e disagi a lunghissimo termine per persone, cose e socialità, per poterne decretare la fine, è un fatto misterioso – quando i presupposti del cedimento siano così noti e conclamati. Del resto, anche i presupposti di una alluvione sono noti e presenti da decenni, ma i lavori di prevenzione non si sono conclusi neppure a distanza di quattro e sette anni dalle ultime alluvioni. Questi sono gli effetti di una perversa concezione dell’appalto pubblico che con il codice degli appalti ha normato in ogni articolo il fumus di mafia e di mazzette, generando altre e più raffinate forme di malaffare, nonché della completa de-responsabilizzazione per via giudiziaria delle funzioni pubbliche, cui l’opinione pubblica si è assuefatta. Di fatto, lavori di manutenzione ingenti sul ponte erano previsti, ma avrebbero dovuto andare a gara.

Ma è probabilmente l’intera concezione dell’utilizzo del cemento armato come materiale di costruzione rapido nella messa in opera e a basso costo che va posta in discussione; in fondo si tratta di un materiale di recente introduzione ed evidentemente effimero e poco affidabile (oltre ad essere infestante e molto brutto, anche in quanto rudere). Da questo punto di vista la vicenda del viadotto sul Polcevera è una perfetta metafora della rappresentanza politica della città e, per estensione, di questo paese e probabilmente non solo (pure l’Italia come premonizione o suggello di epoche non ha scherzato negli ultimi cento anni). Anche la storica rappresentanza politica della città è definitivamente collassata, con le sue vecchie complicità e le sue opache figure di falso rinnovamento: è accaduto con le elezioni amministrative del giugno 2017 ma è nuovamente emerso quando la folla ai funerali di stato delle vittime del crollo ha applaudito oltre che il presidente e i membri del nuovo governo, anche i nuovi esponenti della giunta, ma ha fischiato gli esponenti della Sinistra (non Storica) lì intervenuti: qualsiasi cosa costoro dicano o pensino nella città che fu operaia, essi sono spacciati. Ma, per essere chiari fino in fondo, a essere spacciati sono anche coloro che agitano le vecchie bandiere nell’illusione che al loro abbandono debba essere addebitata la crisi della cosiddetta sinistra. Eppure fino al 2015 il “disciolto” partito comunista localmente disponeva delle sorti della economia locale, agendo in nome e per conto della vecchia classe operaia e dei suoi figli, e fino al giugno dello scorso anno un sindaco di tradizione comunista aveva tentato l’impossibile manutenzione di un sistema di idee scaduto e conservativo al limite del passatismo. E ora, dopo che questo rigido sistema che per decenni si è ottusamente opposto al cambiamento, è improvvisamente collassato, siamo a pochi passi dalla barbarie e dall’arretramento generale della società.**

Per quanto riguarda la “sinistra”, esiziale è stata la scelta della “rendita politica” operaia e più in generale della difesa del “posto di lavoro” anziché della garanzia di reddito per i precarizzati provenienti da settori industriali obsoleti e per i precari; è stata impressionante la cecità, che purtroppo coinvolge anche settori della militanza critica o antagonista, di fronte alla nuova composizione di classe che è emersa a seguito dei profondi cambiamenti intervenuti nella struttura del lavoro negli ultimi decenni. Ed è stato desolante l’appiattimento su una prospettiva sindacale che ne è conseguito. Senza considerare il fatto che, sotto il profilo della difesa e dell’incremento dei “posti di lavoro”, da sempre il comitato di affari di turno del capitale è vincente, e sono molto più affidabili, agli occhi della classe operaia (intendo ciò che è rimasto di quel soggetto politico, quella residua sindacalizzata), il “trumpismo” negli USA e il “leghismo” in Italia, verso i quali di fatto si sono spostati i consensi elettorali. Altrettanto fatale si è rivelata la perdita progressiva di focus della progettualità politica di classe, che per secoli si è occupata delle condizioni materiali dei corpi (fame, sete, pulizia, servizi) e che ora, essendo la soddisfazione di tali condizioni alla portata di molti, gira a vuoto come una vite spanata: ha senso la difesa di “conquiste” se queste si limitano a gonfiare gli stomaci e a svuotare i cervelli? Se il progetto si riassume nella manutenzione per via sindacale – a ogni livello – dei corpi e non già e non ancora nella ricerca e nella soddisfazione della mente (paesaggio, immaginazione e speculazione mentale, accoglienza)? Di un congedo da questi vecchi orizzonti c’è bisogno estremo. La finanziarizzazione, dopo la fine del movimento operaio, ci ha posto di fronte a un rapporto di capitale e a oligarchie privato-pubbliche capaci solo di intendere e di volere investimenti e risultati a breve, lo short-termism domina incontrastato, con il suo respiro corto ed affrettato, con le sue sempre più asfittiche “trimestrali”. Oggi lavorare su progetti di lungo periodo, utilizzando le nuove tecniche di impresa rovesciate di senso – dal mantenimento in senso alto dell’ambiente alla gestione delle migrazioni, per quanto riguarda questo paese – potrebbe tornare ad essere rivoluzionario.

NOTE

[1]Le misure del container ISO (acronimo di International Organization for Standardization) sono state stabilite in sede internazionale nel 1967.

[2]Alla fine degli anni settanta si rendere necessaria a livello europeo la riduzione della produzione siderurgica, la fine dei sussidi pubblici al settore e un drastico ridimensionamento del numero degli addetti. Oggi più del 60% della produzione è realizzato in paese asiatici, mentre l’Europa a 28 paesi supera di poco il 20%.***

[3] Con l’ “ATTO MODIFICATIVO ALL’ACCORDO DI PROGRAMMA 29.11.1999” stipulato l’8 ottobre 2005, auspici l’allora Sindaco di Genova Giuseppe Pericu e il Presidente della Regione Claudio Burlando.

[4] Lotta Comunista a Genova ha conquistato i vertici della FIOM, oltre che quelli della Compagnia Lavoratori Merci Varie in Porto.

Immagine in apertura: fotografia di Michele Guyot Bourg, le case sotto il ponte Morandi, anni Ottanta. Il reportage si intitola “Vivere sotto una cupa minaccia”

Fonte

** Bell'articolo, però va detto che la concezione che l'autore ha di sinistra comunista è quanto meno opinabile.

*** Anche questo ampiamente opinabile. Anzitutto nell'allora CEE non si rendeva affatto necessaria, ma si impose la riduzione della produzione siderurgica in quanto il capitale, in piena crisi globale di accumulazione, aveva identificato una ripartenza della stessa nella contrazione della sovracapacità produttiva, da operarsi sia con la delocalizzazione nei paesi allora emergenti (Cina e India appunto), sia con la distruzione vera e propria di capacità industriale. Questo secondo più infausto scenario è quello che fu scelto per l'industria italiana (in particolare quella statale) e che una intera classe dirigente di quaquaraquà.