Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Decrescita. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Decrescita. Mostra tutti i post

09/11/2025

Il marxismo ecologico nell'Antropocene

In questa intervista con Xu Tao e Lv Jiayi, John Bellamy Foster discute la storia e l'attualità del marxismo ecologico. Esplora le origini del termine Antropocene, il concetto di decrescita, l'incidenza della teoria della frattura metabolica e le questioni all'avanguardia che oggi devono affrontare i giovani studiosi della decrescita.

*****

Xu Tao e Lv Jiayi: Lei ha una grande influenza nell'ambito del marxismo ecologico. I suoi testi sono punti di riferimento per i ricercatori marxisti di tutto il mondo. Tuttavia, per quanto ne sappiamo, le sue prime ricerche si concentravano sull'economia politica marxista e sulla teoria dello sviluppo capitalistico, in particolare sulla teoria del capitale monopolistico di Paul M. Sweezy e Paul A. Baran. Cosa l’ha portato a spostare il focus della sua ricerca sul marxismo ecologico? Ha ancora ulteriori interessi e ricerche nell'ambito dell'economia politica marxista attuale?

John Bellamy Foster: Avete ragione, il mio lavoro si è concentrato sempre più sull'ecologia, anche se questo cambiamento è stato più un'aggiunta alla mia precedente ricerca in economia politica che un vero e proprio riorientamento. Sono stato attratto dalla questione ecologica in seguito alla rilevazione che il capitalismo stava generando una crisi ecologica planetaria radicata nel sistema di accumulazione classista, e che stava mettendo sempre più in pericolo l'intera umanità. Ma, allo stesso tempo, ho continuato a pubblicare importanti lavori di economia politica. L'economia politica e l'ecologia non sono questioni particolarmente diverse. La critica di Marx all'economia politica del capitale è fondamentale per tutta l'analisi ecologica marxista, e la sua critica ecologica – ora nota come teoria della frattura metabolica – è determinante per la nostra comprensione dell'attuale stagnazione economica. A mio avviso, non possono essere separate, anche se spesso dobbiamo farlo per motivi di analisi. Piuttosto, costituiscono aspetti diversi della crisi materiale del nostro tempo.

Per molti versi, gran parte dell'analisi economica associata alla rivista Monthly Review, che affronta il rapporto tra stagnazione ed esplosione finanziaria – Stagnation and the Financial Explosion, è il titolo del libro di Harry Magdoff e Paul M. Sweezy (1986) – è stata ormai ampiamente accettata, dopo la grande crisi finanziaria del 2007-2010. Ma poiché questi problemi sono chiaramente endemici all'accumulazione sottomessa al capitale finanziario monopolistico, il sistema stesso non ha risposte e cerca costantemente di distogliere l'attenzione dalla contraddizione fondamentale: il capitale stesso. Attualmente, le questioni del militarismo, dell'imperialismo e dell'ambiente planetario, che insieme rappresentano una crisi esistenziale per l'umanità, hanno spesso la precedenza sull'analisi diretta della crisi economica, sebbene siano tutte intrinsecamente correlate.

XT e LJ: All’interno degli studi del marxismo ecologico, molti studiosi, tra cui lei stesso, sostengono che l'umanità stia vivendo nell'epoca dell'Antropocene. Potrebbe approfondire l'origine e lo sviluppo del concetto di Antropocene? In che modo questo concetto ci aiuta a comprendere la crisi ecologica capitalista? Inoltre, molti studiosi (come Andreas Malm) sostengono che il concetto di Antropocene implichi una logica narrativa dominata interamente dalle scienze naturali, che attribuisce le questioni ecologiche all'umanità nel suo complesso, oscurando così le posizioni politiche e ideologiche. Pertanto, essi preferiscono il termine “Capitalocene” (ovvero l'idea che il capitale stia distruggendo l'ambiente ecologico). Come valuta questa prospettiva?

JBF: Il termine Antropocene ha in realtà una lunga storia. La parola è apparsa per la prima volta in inglese già nel 1973 nella traduzione dell'articolo “The Anthropogenic System (Period)” di E. V. Shantser, presente nella The Great Soviet Encyclopedia. Qui, “Antropocene” era usato come termine alternativo ad “Antropogene”, il nome che i sovietici avevano dato al periodo geologico ora chiamato Quaternario (che comprende il Pleistocene e l'Olocene). Questo uso fu introdotto nel 1922 dal geologo sovietico Aleksei Petrovitch Pavlov, e influenzò Vladimir I. Vernadskij, autore di Biosfera (1926). L’interpretazione della biosfera da parte di Vernadskij fornì una proto-analisi del sistema terrestre. L'introduzione del concetto di “Antropogene” o “Antropocene” in questa fase aveva lo scopo di suggerire che in qualche modo l'umanità stava influenzando la geologia e il sistema ambientale dell'intero pianeta. Sia Pavlov che Vernadskij sottolinearono con forza il ruolo dominante dei fattori antropogenici nella biosfera.

Certamente, Pavlov e Vernadskij hanno introdotto questo cambiamento nel modo in cui guardiamo al rapporto dell'uomo con i cicli biogeochimici della Terra nel contesto di un periodo geologico, anziché di un'epoca geologica più breve, collegando così il loro concetto all'intero periodo in cui sono esistiti gli esseri umani e i loro antenati ominidi. Inoltre, il loro quadro di riferimento era collegato al concetto di biosfera. Risale all’inizio di questo secolo l'individuazione che i fattori antropogenici – che ora superano quelli non antropogenici – siano la forza principale dei cambiamenti del Sistema Terra. Nell'interpretazione scientifica più aggiornata, l’Antropocene è visto come il successore dell’Olocene ed è contemporaneo alla Grande Accelerazione che dagli anni ’50 del secolo scorso – attraverso il consumo globale di materiali e risorse – sta influenzando l’intero metabolismo del Sistema Terra.

Tuttavia, nonostante la nostra comprensione geologica/ambientale sia cresciuta, sarebbe un errore che per meri motivi tecnici si sottovalutassero i precursori del pensiero olistico-dialettico precedente alla comparsa dei concetti contemporanei di Sistema Terra e Antropocene. Nel 1911, E. Ray Lankester, il più importante zoologo britannico della fine del XIX secolo, allievo di Charles Darwin e Thomas Huxley e amico intimo di Karl Marx, pubblicò il suo Kingdom of Man. In quest'opera, fu avanzata un'argomentazione simile a quella di Friederich Engels nel suo Dialettica della natura, secondo cui gli esseri umani avevano acquisito un potere in relazione alla terra, che avrebbe potuto portare alla distruzione della loro stessa civiltà – metaforicamente definita come “vendetta” della natura – se non si fossero mantenute le condizioni ambientali. Il conflitto tra il dominio dell'uomo sulla natura e la “vendetta della natura” era simbolicamente raffigurato sulla copertina di The Kingdom of Man. Sotto il titolo c'era un'immagine della prima specie di parassita del sangue tripanosoma [genere Trypanosoma] scoperta nel 1843 e riscoperta da Lankester nel 1871. In Africa, una specie di parassita tripanosoma trasportato dalla mosca tse-tse era responsabile della morte di un numero imprecisato di persone a causa della malattia del sonno, dovuta agli effetti ambientali del capitalismo e del colonialismo, che per Lankester simboleggiavano la “vendetta della natura”. Per Lankester, il principale nemico della natura era il capitale. Egli sosteneva, come Marx ed Engels prima di lui, che solo un cambiamento nelle relazioni sociali e scientifiche avrebbe potuto impedire il degrado ambientale globale e le epidemie che minacciavano la vita, compresa quella umana.

Fu Nikolaj Bucharin, una delle figure di spicco della Rivoluzione d'Ottobre, a dichiarare alla Seconda Conferenza Internazionale sulla Storia della Scienza e della Tecnologia, tenuta a Londra nel 1931, che «vivendo e lavorando nella biosfera, l'uomo sociale ha radicalmente rimodellato la superficie del pianeta». Bucharin, seguendo Marx, vide questo fenomeno come un cambiamento epocale nel «metabolismo» dell'umanità e della natura. Tuttavia, il concetto unificante di biosfera fu in gran parte escluso dal pensiero occidentale, sebbene fosse presente in modo piuttosto surrettizio negli ambienti scientifici, fino a quando, nell'aprile del 1970, apparve sulla copertina di Scientific American in occasione della prima Giornata della Terra. Non è un caso che l'autore dell'articolo di copertina di quel numero fosse il famoso ecologista di Yale, G. Evelyn Hutchinson, ex allievo dei principali biologi marxisti britannici: Joseph Needham (l'autore di Scienza e civiltà in Cina) e J. B. S. Haldane. Ed è a un altro importante biologo marxista britannico, Lancelot Hogben, che Hutchinson deve la sua adesione all’ecologia. Sia Needham che Hogben erano presenti al discorso di Bucharin a Londra. Per anni, l'intera discussione sulla biosfera fu associata al pensiero sovietico e marxista.

Ciò che cambiò questa situazione alla fine degli anni '50 e negli anni '60 non fu solo la crescita del movimento ambientalista, ma anche il rapido sviluppo della scienza del clima, prima nell'Unione Sovietica e poi negli Stati Uniti. Ciò portò alla scoperta dell'accelerazione del riscaldamento globale, sollevata per la prima volta da Mikhail Budyko nell'Unione Sovietica. Negli anni '70 e '80, lo sviluppo della climatologia, insieme al concetto di biosfera, ha portato alla nascita dell'analisi del Sistema Terra. Da ciò è nato l'attuale concetto di Antropocene, espresso da Paul Crutzen ed Eugene Stoermer – e successivamente ripreso dall'Anthropocene Working Group – che indica un'epoca geologica completamente nuova, in rottura con l'Olocene degli ultimi 11.700 anni, in cui le forze antropogeniche sono ora i principali fattori del cambiamento del Sistema Terra.

La storia pregressa del concetto di Antropogene/Antropocene nella scienza sovietica, è minimizzata nella visione occidentale dominante. La tesi che il termine sia stato coniato per la prima volta negli anni '80 da Stoermer (in un modo in gran parte privo di significato scientifico sistematico) e successivamente da Crutzen, è presentata come la storia ufficiale, se non altro perché il concetto poteva essere presentato come americano.

Ma, a prescindere dall’origine del concetto di Antropocene, l’adozione di questo termine – direttamente associato alla crisi ecologica planetaria – riveste un'enorme importanza dal punto di vista scientifico, poiché evidenzia che la società umana, grazie ai progressi economici e tecnologici, ha la responsabilità di preservare il pianeta come luogo di vita per l'umanità (e per innumerevoli altre specie) e che il mancato rispetto di tale responsabilità comporterebbe (metaforicamente) la “vendetta della natura”.

Il termine Capitalocene è stato coniato da Malm da un punto di vista socio-scientifico. Egli sostiene che attribuire la nuova era geologica agli esseri umani (attraverso l'uso di anthro) sminuisce l'importanza della causa principale del cambiamento ambientale planetario: il capitalismo come specifico modo storico di produzione. Tuttavia, ciò presenta una serie di problemi. Il concetto naturalistico di Antropocene non impedisce in alcun modo un'analisi socio-scientifica di questo fenomeno in termini di ruolo del capitalismo. Inoltre, tentare di imporre il concetto di Capitalocene agli scienziati naturali il cui ambito non è quello delle scienze sociali – senza una reale comprensione della scala temporale geologica – è un tentativo piuttosto arrogante di ignorare la complessità del problema dal punto di vista delle scienze naturali.

Gli scienziati naturali che sostenevano la nozione dell'Epoca dell'Antropocene stavano già compiendo una svolta rivoluzionaria motivata dalla necessità di affrontare la crisi ecologica planetaria. Mettere in discussione questa consapevolezza sulla base di una prospettiva ristretta delle scienze sociali, come se fosse l'unica questione in gioco, non ha fatto altro che rendere più difficile il loro compito. Alla fine ha prevalso la visione conservatrice e nel 2024 la Commissione Internazionale di Stratigrafia e l'Unione Internazionale delle Scienze Geologiche hanno respinto la proposta di designare l'Antropocene come nuova epoca geologica all'interno della Scala Temporale Geologica, una decisione che è stata, in parte, motivata da ragioni politiche. Inutile dire che questo non pone fine alla questione, ma crea un ulteriore ostacolo ai tentativi di sensibilizzare la popolazione mondiale sulla natura della trasformazione che ha avuto luogo nel rapporto dell'uomo con il sistema terrestre.

Nella teoria ecologica marxista, è necessario considerare la natura e la società come dialetticamente correlate, con la società umana come forma emergente all'interno del metabolismo universale della natura. Ciò significa che in base a questa correlazione, è un errore sussumere la descrizione naturalistica all’interno di una descrizione socio-scientifica focalizzata sul capitalismo, col rischio di perdere la natura dell'interazione dialettica. (Con la stessa logica, una prospettiva strettamente naturalistico-scientifica eliminerebbe l'essenziale aspetto sociale del problema e la natura stessa dell'interazione). Sebbene il capitalismo sia il principale responsabile del degrado del Sistema Terra, l'epoca dell'Antropocene persisterà anche all'interno di qualsiasi organizzazione socialista immaginabile, anche nel contesto di un rapporto più sostenibile con il pianeta. Nel momento in cui l’umanità diventa la forza principale nella trasformazione del Sistema Terra, questa condizione è irreversibile finché la società industriale continuerà su questa strada. Vivremo "sul filo del rasoio" e il rapporto sostenibile con il pianeta rimarrà una responsabilità fondamentale e una preoccupazione costante. L’unica questione riguardo a tutto ciò è come governiamo la nostra relazione con il pianeta ora e in futuro.

XT e LJ: All’interno del marxismo ecologico, il concetto di decrescita è stato ampiamente discusso. Lo studioso giapponese Kohei Saito è arrivato persino a sostenere che Marx, in ultima analisi, indichi la via verso un “comunismo della decrescita”. Che giudizio dà dei concetti di “decrescita” e di “comunismo della decrescita”? Costituiscono, secondo lei, un progresso negli studi sul marxismo ecologico?

JBF: Ho alcune riserve nei confronti del concetto di “comunismo della decrescita”, soprattutto per come viene sviluppato da Saito. Ci sono due questioni in gioco: da un lato, le tesi specifiche di Saito rispetto a Marx; dall’altro, il concetto generale di decrescita e, più nello specifico, quello di “comunismo della decrescita”.

Nel suo primo libro, L’ecosocialismo di Karl Marx (2016 [2023]), Saito aveva cercato di ampliare la tradizione della frattura metabolica (metabolic rift), sviluppata da diversi pensatori precedenti, tra cui il sottoscritto. Tale analisi aveva respinto l’accusa, avanzata da alcuni ecosocialisti della prima generazione, secondo cui Marx sarebbe stato un pensatore “prometeico” o un produttivista estremo. (Va notato che una simile interpretazione del prometeismo come mero industrialismo ha in realtà poco a che vedere con il mito originario di Prometeo, soprattutto come viene rappresentato da Eschilo nel Prometeo incatenato). Da questo punto di vista, Saito ha offerto contributi rilevanti. Tuttavia, nei suoi due libri più recenti – Marx in the Anthropocene e Il Capitale nell’Antropocene (quest’ultimo tradotto in inglese con il titolo Slow Down) – Saito rovescia la sua posizione, arrivando a sostenere che Marx sia stato un pensatore prometeico o iper-industrialista sino alla fine degli anni ’50 del XIX secolo. Secondo Saito, perfino al tempo della redazione del Capitale Marx sarebbe stato un “ecosocialista di transizione”, ancora legato all’idea della necessità della crescita economica (almeno sotto il socialismo), e perciò ancora in gran parte un produttivista. Solo negli ultimi quindici anni della sua vita, nell’interpretazione di Saito, Marx avrebbe abbandonato definitivamente ogni forma di produttivismo, trasformandosi in un “comunista della decrescita” contrario all’espansione delle forze produttive e alla crescita economica.

Così, nelle sue opere più recenti, Saito – in contraddizione con la propria analisi precedente – ci presenta un Marx “dalla barba nera” degli anni ’50 dell’Ottocento come un convinto prometeico, fautore dell’espansione della produzione come fine a se stessa; un Marx “dalla barba grigia” del Capitale del 1867 come un ecosocialista in transizione, consapevole della frattura metabolica ma ancora intriso di elementi prometeici; e infine un Marx “dalla barba bianca” degli ultimi anni, ormai trasformato in un “comunista della decrescita” che rifiuta ogni forma di crescita economica, sia con il capitalismo che con il socialismo.

Il problema è che entrambe le parti dell'argomentazione di Saito – la reintroduzione di Marx come un iper-industrialista prometeico per la gran parte della sua vita, e la descrizione della metamorfosi di Marx in un “comunista della decrescita” negli anni finali della vita – sono infondate. Non vi è alcuna prova – nonostante i richiami di Saito a G. A. Cohen – che Marx sia mai stato un produttivista estremo, nel senso di considerare l’espansione della produzione come fine ultimo dello sviluppo umano. E non esiste alcun elemento che dimostri che negli ultimi anni Marx si sia trasformato in un “comunista della decrescita”, tanto che Saito non è riuscito a trovare neppure una frase negli scritti di Marx che sostenga una simile tesi. Da un punto di vista testuale, l’argomentazione non ha alcun fondamento.

Le affermazioni che Saito interpreta come indizi di una prospettiva decrescista si riferiscono in realtà all’impegno di Marx, costante per tutta la vita, per uno sviluppo umano sostenibile, come la teoria ecologica marxista sottolinea da decenni. In questo senso, l’approccio di Marx era certamente ecologico. Tuttavia, la dicotomia concettuale tra crescita e decrescita, nel senso in cui la intendiamo oggi, era impensabile nella sua epoca: applicarla a Marx è dunque storicamente anacronistico. Marx visse agli albori della Rivoluzione industriale, non in un’economia sviluppata a livello mondiale come quella odierna; la maggior parte del mondo non era ancora industrializzata, e perfino in Inghilterra i trasporti locali avvenivano ancora in carrozza.

Sebbene personaggi come Engels o Lankester avvertissero dei rischi ambientali globali già verso la fine dell’Ottocento, nella loro mente questo non si traduceva nell'idea che il problema fosse la crescita economica in astratto, e la decrescita come soluzione non avrebbe certamente mai sfiorato i loro pensieri. Essi vedevano la contraddizione ecologica nella natura stessa del capitalismo, orientato al profitto immediato e perciò incapace di proteggere l’ambiente. Il problema, per loro, era quello dello sviluppo umano sostenibile.

Tuttavia, mettendo da parte l'affermazione di Saito secondo cui Marx era un “comunista della decrescita”, rimane la questione, molto attuale, dei concetti di “decrescita” e di “comunismo della decrescita”. Penso che il concetto di decrescita pianificata sia una prospettiva strategica necessaria nella critica al mondo distruttivo, diseguale e irrazionale del capitalismo monopolistico del Nord globale. Il consumo energetico pro capite negli Stati Uniti, ad esempio, è sessanta volte quello del Nepal. Se tutti i popoli del pianeta avessero l’impronta ecologica degli Stati Uniti, oggi servirebbero tre o quattro pianeti Terra per sostenere il sistema. Gli Stati Uniti e l’Europa sono responsabili della maggior parte delle emissioni storiche di anidride carbonica, e i loro livelli pro capite restano superiori a quelli della Cina, nonostante il loro ruolo nella produzione mondiale sia sempre meno centrale. Gli Stati Uniti sono inoltre il Paese più dipendente dall’automobile al mondo. Nel Nord globale domina un sistema che massimizza l’accumulazione di capitale per un'esigua minoranza, attraverso lo sfruttamento e l’espropriazione esercitati dalle multinazionali, mentre produce una vera e propria crisi di abitabilità per il pianeta. È evidente che tutto ciò richiede una rivoluzione ecologica nel XXI secolo.

In termini ecologici, ciò significa che i Paesi ricchi devono ridurre il proprio consumo energetico pro capite, mentre i Paesi più poveri devono poterlo aumentare, fino a raggiungere un equilibrio globale sostenibile. I Paesi ricchi del nucleo capitalistico sono anche i Paesi storicamente imperialisti, che continuano a espropriare surplus dal Sud globale a beneficio del Nord. Uno studio pubblicato nel luglio 2024 su Nature Communications da Jason Hickel e suoi collaboratori mostra che il lavoro nel Sud fornisce il 90% del contributo globale alla produzione, ricevendo in cambio solo il 21% del reddito mondiale. Questa disuguaglianza è il cuore stesso del sistema imperialista globale.

Ciò che è essenziale nel Nord globale non è soltanto la decrescita in senso negativo, quantitativo, ma una decrescita positiva: la costruzione di una società fondata sull’uguaglianza sostanziale e sulla sostenibilità ecologica. Ciò richiede un'attenzione particolare allo sviluppo qualitativo, alla ridistribuzione del reddito, della ricchezza e delle risorse, al soddisfacimento dei bisogni umani fondamentali di tutta la popolazione, alla produzione finalizzata all'uso e non allo scambio, alla distribuzione razionale delle risorse, alla valorizzazione dei beni comuni e dei valori comunitari e così via. Affermare che i limiti alla crescita – o persino della decrescita – siano necessari nelle regioni più ricche, che più sprecano e sfruttano all’interno del capitalismo globale, non significa farne un principio assoluto, così come non significa trasformare in un principio assoluto la crescita economica stessa. Il principio guida dell’ecologia marxista è sempre lo sviluppo umano sostenibile. Inoltre, sarebbe errato affermare che i Paesi più poveri non hanno bisogno di una crescita dei mezzi di produzione. Essere socialisti oggi significa battersi per una società fondata sull’uguaglianza sostanziale e sulla sostenibilità ecologica, in una prospettiva globale.

Una critica dettagliata delle tesi di Saito su tutti questi punti si trova nell’articolo di Brian Napoletano, Was Karl Marx a Degrowth Communist?, pubblicato nel numero di giugno 2024 di Monthly Review.

XT e LJ: Per i giovani studiosi che si occupano di marxismo ecologico, quali sono oggi i temi più innovativi e le direzioni di ricerca più promettenti? In quali aspetti il pensiero ecologico di Marx merita ancora di essere approfondito?

JBF: La vostra domanda implica una distinzione tra due piani: da un lato, la ricerca sul pensiero ecologico di Marx e sul marxismo classico in generale; dall’altro, lo sviluppo di queste analisi per affrontare la crisi ecologica attuale. Per quanto riguarda Marx, siamo ancora solo all’inizio: le risposte si trovano nella natura stessa del suo materialismo, che era ecologico fin dalle radici, ossia legato a una concezione materialista della natura da cui nacque anche la sua concezione materialista della storia. Il mancato riconoscimento del valore del suo materialismo, soprattutto nel marxismo occidentale che ha ridotto il materialismo marxiano a un insieme di formule economiche che escludono la natura, ha impoverito il pensiero marxista. A ciò si aggiunge il rifiuto, tipico del marxismo occidentale, della dialettica della natura propria del marxismo classico. Ho appena terminato di scrivere un libro, Breaking the Bonds of Fate: Epicurus and Marx (2025), nel quale riprendo un tema già trattato in Marx’s Ecology (2000): esplorare le radici del materialismo di Marx in una prospettiva più olistica. Da questa prospettiva, lo studio dello sviluppo del pensiero marxiano diventa un progetto imponente, che richiede un approfondimento teorico e un ritorno alle sue basi originarie.

Altri progetti che ho in mente – e che ho solo parzialmente perseguito – riguardano l'esplorazione dell'estetica e dell'ecologia di Marx, le basi ecologiche del suo anti-eurocentrismo, l’analisi della frattura metabolica in campi come l’epidemiologia, la teoria dell’imperialismo ecologico, e il rapporto tra ecologia e produzione comunitaria. È necessario prestare maggiore attenzione alla critica che Marx ha mosso per tutta la vita all'espropriazione della natura (legata all’analisi dell’espropriazione dei beni comuni) e alla concezione della dialettica della natura come naturalismo dialettico o ecologia dialettica. Il concetto marxista di teoria del lavoro nella cultura – cioè l’origine antropologica dell’essere umano – è intimamente connesso a una visione ecologica dell’origine dell’umanità, che va riscoperta e sviluppata. Il saggio di Engels Parte avuta dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia è, a questo proposito, fondamentale. Resta poi da approfondire il rapporto tra il marxismo classico e la teoria evoluzionistica. Un punto essenziale nello sviluppo della dialettica marxiana è la teoria dell’emergenza o dei livelli integrativi, cruciale per ogni prospettiva ecologica.

Nel cercare di comprendere la nostra situazione ecologica contemporanea attraverso gli strumenti e i metodi dell’ecologia marxiana, dobbiamo essere chiari sui nostri stessi metodi, consentendoci al tempo stesso di attingere al meglio di ciò che la scienza e la cultura possono offrire nella ricerca di soluzioni sostenibili. La critica di Marx all’economia politica del capitale rimane fondamentale, ma deve essere integrata con la sua critica ecologica (come nella teoria della frattura metabolica) se vogliamo giungere al cuore del problema ecologico contemporaneo. Dobbiamo inoltre rivolgere la nostra attenzione alla lunga storia del marxismo ecologico successiva a Marx, che ho esplorato nel mio libro The Return of Nature (2020) – anche se su questo punto resta ancora molto da fare. L’idea, elaborata per la prima volta da Brett Clark e Richard York nel 2005, secondo cui l’intero problema del metabolismo del carbonio – e quindi del cambiamento climatico – può essere compreso, nella sua essenza, attraverso la teoria marxiana della frattura metabolica, ha aperto un campo di critica del capitalismo contemporaneo che continua ad ampliarsi in molte direzioni.

La dialettica della natura, che sottolinea l’interrelazione organica di tutte le cose, è fondamentale nella prospettiva marxiana e richiede un’applicazione continua. Ad esempio, è un errore cadere nella trappola riduzionista, ossia considerare l’attuale crisi ecologica planetaria solo in termini di cambiamento climatico, per quanto quest’ultimo possa sembrare onnicomprensivo, poiché è fondamentale riconoscere che abbiamo già superato, o stiamo per superare, la maggior parte degli altri limiti planetari. Tutti i problemi ecologici odierni devono essere affrontati, comprese le condizioni della sopravvivenza umana (e della sopravvivenza delle specie viventi in generale), insieme alle condizioni del vivere bene sulla Terra. L’ambito di ricerca più importante, a mio avviso, è quello della civiltà ecologica, ossia le condizioni di uno sviluppo umano sostenibile oltre il capitalismo. Stiamo lottando per generare un’intera nuova era dello sviluppo umano. Il marxismo ecologico è centrale in questo processo.

L'ecologia e le molteplici crisi del capitalismo

XT e LJ: L'espansione infinita della produzione capitalistica ha distrutto la capacità di carico dell'ambiente naturale, causando una crisi ecologica globale. Lei ha ripristinato il carattere originale del pensiero ecologico marxista con una grande quantità di prove concrete, in particolare la sua teoria della “frattura metabolica”, che ha ottenuto ampio riconoscimento nella comunità accademica. In che modo la teoria della frattura metabolica rivela la relazione tra il sistema capitalista e la crisi ambientale? Ha avuto nuove riflessioni sulla teoria della “frattura metabolica” negli ultimi anni?

JBF: Non considero la teoria della frattura metabolica come una mia teoria. Il mio articolo del 1999 in cui ho introdotto l'argomento era intitolato “La teoria della frattura metabolica di Marx”. L'ho sempre considerata fondamentalmente una teoria di Marx, il lato ecologico della sua teoria dell'alienazione. In numerose opere ho cercato di sviluppare ciò che Marx nella sua opera definiva una “esposizione genetica”, che è stata poi elaborata in vari modi e applicata a problemi concreti. Il concetto stesso di frattura metabolica ha dei limiti. L'ecologia marxiana ha una base più ampia in una comprensione materialista e dialettica del rapporto dell'uomo con la natura e la società che non può essere facilmente compresa nella sua interezza nella teoria della frattura metabolica in quanto tale, che riguarda principalmente la questione della crisi ecologica. Pertanto, l'ecologia marxiana nel suo complesso deve essere vista in termini di questioni più ampie relative al metabolismo dell'umanità e della natura e al materialismo organico di Marx, che permea tutto il suo pensiero.

La costruzione dialettica della teoria della frattura metabolica di Marx non è stata pienamente sviluppata in Marx's Ecology, sebbene fosse implicita in essa. È stata approfondita in alcuni dei miei lavori successivi, ad esempio The Return of Nature (2020), The Robbery of Nature (con Brett Clark, 2020), Capitalism in the Anthropocene (2022) e The Dialectis of Ecology (2024). È importante riconoscere che Marx aveva formulato tre concetti: il “metabolismo universale della natura” (talvolta indicato anche come “metabolismo naturale”), il “metabolismo sociale” e la frattura metabolica (o «la frattura irreparabile nel processo interdipendente del metabolismo sociale, un metabolismo prescritto dalle leggi naturali della vita stessa»). Il metabolismo sociale, che Marx equiparava al processo lavorativo e produttivo, è il lato ecologico della produzione, il rapporto specificamente umano con il metabolismo universale della natura. La frattura metabolica si verifica quando un metabolismo sociale alienato rompe il legame umano con il metabolismo universale della natura in modo tale da creare una crisi ecologica per la riproduzione sociale.

Il concetto di frattura metabolica continua ad essere sviluppato man mano che approfondiamo vari aspetti dell'analisi di Marx. Ad esempio, ora sappiamo che la teoria di Marx in questo ambito è stata influenzata dal lavoro del suo amico Roland Daniels, Mikrokosmos, uno studio rimasto inedito fino alla fine degli anni '80 del secolo scorso. Negli ultimi anni è stata esplorata la connessione che Marx stesso, ispirato da Engels, ha tracciato tra la frattura metabolica e le epidemie periodiche nel capitalismo. Pensatori come Rob Wallace nel suo Dead Epidemiologists (2020) e Sean Creaven nel suo Contagion Capitalism (2024), hanno applicato l'analisi della frattura metabolica al COVID-19.

È vero, come voi osservate, che la crisi ecologica contemporanea può essere vista in termini di capacità di carico [ecologico], ma esprimerla semplicemente in questo modo significa ridurre l'intero problema a una questione di scala. Tuttavia, non è solo la scala ad essere coinvolta, ma anche il sistema, che è più direttamente correlato alla questione della frattura metabolica. Il superamento dei limiti planetari non è quindi solo una questione di scala di produzione, ma anche di modalità di organizzazione della produzione, delle particolari tecnologie utilizzate, dei fini della produzione e così via. La teoria della frattura metabolica si occupa quindi sia del sistema che della scala, il che solleva tutta una serie di questioni qualitative. Ad esempio, la produzione di sostanze tossiche non è solo una questione di scala, ma riguarda la produzione stessa di sostanze tossiche.

Esistono diversi modi in cui l'irrazionalità intrinseca del modo di produzione capitalistico, in particolare nella sua fase monopolistica, genera, nei cicli biogeochimici del pianeta, rotture che non sono una semplice questione di capacità di carico, ma sono legate alla struttura stessa della produzione. Nel suo tentativo di espandersi in forme sempre più irrazionali sotto il capitalismo monopolistico globale, il capitale intensifica il problema ecologico. L'analisi della frattura metabolica ci permette quindi di affrontare tutta la complessità del problema ecologico, senza ridurre tutto a una nozione di capacità di carico, come se ciò che produciamo, come produciamo e per chi produciamo non fossero anch'essi elementi essenziali del problema.

XT e LJ: Oltre alla crisi ecologica, lei pensa che il capitalismo stia affrontando altre crisi? Ad esempio, crisi economiche e finanziarie, crisi di guerre imperialiste, crisi culturali e ideologiche e così via.

JBF: La crisi produttiva e finanziaria è endemica al capitalismo in quanto sistema di sfruttamento classista. Anche l'imperialismo è endemico al capitalismo e, nella sua fase matura e monopolistica, diventa totalizzante, il che significa che non abbiamo solo uno scambio economico (ed ecologico) globalmente ineguale, ma anche una costante tendenza alla guerra globale, che oggi è accentuata dal declino degli Stati Uniti come potenza egemonica globale del sistema capitalista. L'ideologia riguarda principalmente il modo in cui una classe dominante giustifica il proprio dominio e il modo in cui le altre classi resistono – nel regno delle idee. La cultura nasce da forme di parentela e comunità umane e dal modo in cui i valori d'uso sono generati e assorbiti nella società, il che influenza le “strutture del sentire” (termine usato da Raymond Williams), caratterizzando diverse epoche storiche. Il conflitto ideologico e culturale è intrinseco a un sistema capitalistico globale classista e all'imperialismo radicato nelle disuguaglianze e nella conseguente appropriazione globale del valore.

Tutte queste contraddizioni del capitalismo alimentano dialetticamente la crisi ecologica, che ha portato il livello della crisi capitalistica a una scala planetaria. Lo storico marxista britannico E. P. Thompson vedeva nella preparazione alla guerra nucleare e nella distruzione ambientale una nuova realtà storica: “lo sterminismo, l'ultimo stadio della civiltà”. Se modifichiamo la frase di Thompson e ci riferiamo allo “sterminismo come ultimo stadio della civiltà capitalista”, arriviamo alla realtà dell'attuale crisi planetaria generata dal rapporto sociale del capitale. Tutto ciò rappresenta l'irrazionalità fondamentale della nostra epoca. Tutto nel sistema capitalista monopolistico globalizzato di oggi procede verso lo sterminismo ed è evidente nel genocidio che Israele (e gli Stati Uniti) stanno imponendo alla popolazione palestinese di Gaza. Questo perché l'ostacolo ad affrontare la crisi ecologica, insieme a tutte le altre crisi del capitalismo/imperialismo, è l'ostacolo del capitale stesso. L'accumulazione di capitale senza restrizioni secondo la sua logica interna, si è trasformata nell'accumulazione di catastrofi su scala planetaria. Tutte le soluzioni, quindi, indicano la necessità di andare contro la logica del capitale.

L'approccio dialettico implica una lotta continua contro il riduzionismo, affrontando la questione della “totalità”. Se il capitalismo minaccia di trascinare il mondo intero nell'ecologia negativa dello sterminismo, ciò è in ultima analisi il prodotto del sistema di sfruttamento sociale e di espropriazione incentrato sulle classi che costituisce il modo stesso di accumulazione del capitale. Lottare contro le oppressioni a tutti i livelli e le crisi che esse generano è parte integrante della lotta contro lo sterminismo capitalista. Non è un caso che il fascismo sia ritornato nella maggior parte delle società capitalistiche. Monthly Review si occupa continuamente della crisi economica, della crisi dello Stato, dell'imperialismo, della guerra e delle oppressioni basate sull'identità razziale e di genere (e transgender). Ciò significa combattere le imposizioni culturali/ideologiche provenienti dall'alto, i movimenti reazionari e, soprattutto, il capitale stesso.

XT e LJ: Il capitalismo digitale, nato dalla combinazione di capitale e tecnologia digitale, è diventato una nuova forma di sfruttamento capitalistico contemporaneo. Anche la ricerca accademica sul capitalismo digitale è in crescita. Pensa che il capitalismo digitale causerà problemi ecologici? Che il capitalismo digitale dovrà affrontare crisi ecologiche?

JBF: Il concetto di “capitalismo digitale” copre ormai un ampio spettro. La tecnologia digitale è, ovviamente, qui per restare. Di per sé non è certo una cosa negativa, ma rappresenta l'espansione delle capacità umane. Negli anni '50, Sweezy, economista marxista e uno dei fondatori di Monthly Review, scrisse un rapporto in cui affermava che sarebbe arrivato un giorno in cui sarebbe stato normale per le persone andare in giro con un computer in tasca. Il problema non è la tecnologia in sé, ma il modo in cui essa è modellata dalle relazioni sociali. Le relazioni sociali nel capitalismo sono relazioni di classe finalizzate all'accumulazione di capitale e all'arricchimento della classe capitalista come unico fine della società. In tali circostanze, lo sviluppo e l'uso della tecnologia, e persino le limitazioni alla tecnologia imposte dalla società, sono in gran parte determinati dalle relazioni di classe dell'accumulazione.

Il capitalismo digitale – che include ovviamente il capitalismo della sorveglianza (un termine introdotto per la prima volta da Monthly Review), il capitalismo dell'intelligenza artificiale, il capitalismo dei droni e così via – pone seri problemi, in gran parte dovuti al modo in cui la tecnologia viene utilizzata nella guerra di classe del capitale contro i lavoratori. In effetti, la parola chiave in tutto questo è capitalismo. Non credo che sia possibile definire correttamente alcuna fase o stadio del capitalismo in termini di tecnologia, anche se questa gioca necessariamente un ruolo importante. Piuttosto, deve essere definito nei termini della fase più recente e dominante dell'accumulazione, concentrandosi sulle relazioni tra le classi sociali. Altrimenti è facile cadere nella trappola di una specie di determinismo tecnologico.

È fondamentale esaminare attentamente l'influenza della tecnologia sulle relazioni sociali, non la tecnologia in sé. Per quanto riguarda la tecnologia e la crisi ambientale, bisogna evitare ogni tipo di feticismo. È vero che la rivoluzione digitale pone nuovi problemi ecologici: basti pensare alle quantità astronomiche di energia necessarie per i nuovi complessi informatici di grandi dimensioni. Tuttavia, la vera contraddizione non è la modalità tecnologica, che ovviamente è influenzato dal sistema, ma piuttosto la natura delle relazioni sociali del capitalismo stesso. La tecnologia digitale potrebbe rappresentare un vantaggio per la società. Ma nel contesto delle relazioni sociali di produzione esistenti, essa è intrappolata nelle contraddizioni del sistema e nelle sue tendenze sfruttatrici, soggette a crisi, e sterministe che ora coinvolgono l'intero pianeta. La tecnologia digitale viene utilizzata principalmente dal sistema di accumulazione per dividere e controllare ulteriormente le persone, piuttosto che per soddisfare le esigenze individuali, sociali e ambientali. Di conseguenza, sta accentuando tutte le contraddizioni del capitalismo, comprese quelle ecologiche. Un articolo molto profetico su questo argomento, intitolato “Imperialism in the Silicon Age”, è stato scritto più di quarant'anni fa da A. Sivanandan nel numero di luglio-agosto 1980 di Monthly Review.

XT e LJ: Molti studiosi, tra cui lei stesso, ritengono che i paesi capitalisti sfruttino e controllino le risorse ecologiche globali attraverso mezzi politici, economici e militari, causando degrado ecologico e disuguaglianza, dando così origine all'imperialismo ecologico. In che modo l'imperialismo ecologico, come nuova forma di imperialismo, si collega e si differenzia dall'imperialismo classico? Inoltre, l'imperialismo ecologico ha dei limiti e potrebbe andare incontro a crisi?

JBF: L'imperialismo ecologico non è una nuova forma di imperialismo, ma il fondamento di tutto l'imperialismo, che rende possibile l'imperialismo economico e sempre lo accompagna. Fin dall'inizio, il capitalismo si è sviluppato in gran parte grazie al saccheggio coloniale delle risorse e della manodopera delle periferie, un processo condotto con la forza, senza alcuna finzione di scambio equo. Tale espropriazione è l'espropriazione diretta delle risorse, compresa l'espropriazione della terra e dei corpi. Secondo Marx, non si trattava di scambio, ma di rapina. Egli sosteneva che la rivoluzione industriale fosse stata preceduta da un processo di “espropriazione originaria” (un termine che egli preferiva a “accumulazione originaria [o primitiva]”, poiché meglio coglieva la natura effettiva del processo in atto), in cui i beni comuni venivano espropriati con la forza, creando la massa del proletariato industriale. Lo stesso processo di espropriazione originaria ebbe luogo anche nelle colonie, ma lì, come spiegava Marx, fu ancora più esplicitamente violento e brutale, comportando l'estirpazione (genocidio) delle popolazioni indigene e la schiavitù. Se l'imperialismo economico, come scriveva Marx, comporta un processo di espropriazione in cui si ottiene più lavoro a un costo minore, l'imperialismo ecologico comporta un processo in cui si ottiene più natura a un costo minore. Il colonialismo consisteva nel saccheggio della natura, delle risorse e dei corpi a beneficio della “madre patria”. L'aspetto dello scambio economico era spesso solo superficiale.

Molti studi sono stati dedicati alla tradizione della frattura metabolica nel commercio del guano, nel Perù del XIX secolo (in particolare nelle isole Chincha). La crisi del suolo tra l'inizio e la metà del XIX secolo, che era al centro della teoria della frattura metabolica di Marx, è stata causata dall'agricoltura capitalista industrializzata, in cui le principali sostanze chimiche del terreno, tra cui azoto, potassio e fosforo, venivano prelevate sotto forma di alimenti e di fibre, e inviati a centinaia o addirittura migliaia di chilometri verso i nuovi centri manifatturieri urbani – che erano anche centri di concentrazione demografica – dove finivano per inquinare le città, invece di essere restituite alla terra. Il risultato fu la perdita di fertilità del suolo. Per porvi rimedio, il capitale si rivolse inizialmente ai fertilizzanti naturali, il più produttivo dei quali era il guano proveniente dalle isole Chincha al largo del Perù. Ciò portò a un enorme commercio di guano. Molti degli scavatori di guano erano lavoratori cinesi a contratto, chiamati dai britannici “coolies”, e di fatto erano sottoposti a una forma di schiavitù. I lavoratori che scavavano il guano sulle isole Chincha, in condizioni di estremo sfruttamento e di fatto, di schiavitù, morivano invariabilmente sul lavoro. In questo caso, troviamo un classico esempio di imperialismo ecologico. Le guerre dell'oppio in Cina – che ebbero origine dalla creazione britannica di piantagioni di papavero in India per l'esportazione forzata di oppio in Cina – furono verosimilmente un caso di imperialismo ecologico di altro tipo e possono essere studiate in tale contesto. Questi esempi storici ci aiutano a comprendere la natura dell'imperialismo ecologico odierno.

Proprio come ci sono stati frequenti tentativi di fornire un resoconto degli scambi economici ineguali, in una letteratura che ha avuto origine dal lavoro del teorico marxista dell'imperialismo Arghiri Emmanuel – il cui libro sullo scambio ineguale è stato ora ripubblicato dalla Monthly Review Press in una nuova edizione – così ci sono stati crescenti tentativi negli ultimi anni di rendere conto dello scambio ecologico ineguale. Misurare l'imperialismo del commercio rispetto alle risorse ecologiche, tuttavia, è molto più difficile, poiché non può essere fatto in termini monetari e quindi solleva questioni di incommensurabilità. Ciononostante, sono stati compiuti progressi significativi nel delineare l'imperialismo ecologico. Il lavoro più importante a questo proposito, a mio parere, è il modello elaborato dal grande teorico dei sistemi ecologici Howard T. Odum, che ha sintetizzato il suo approccio con quello di Marx. Hannah Holleman e io abbiamo scritto un articolo sulla critica di Odum all'imperialismo ecologico per il Journal of Peasant Studies nel 2014.

Il futuro ecologico del socialismo

XT e LJ: Nel suo libro Capitalism in the Anthropocene: Ecological Ruin or Ecological Revolution ha scritto: «Dobbiamo costruire un futuro più sostenibile: sanare la frattura metabolica e costruire un nuovo regno di libertà sociale». Come possiamo superare la frattura metabolica? Attraverso la lotta del «proletariato ambientale»? La creazione di nuovi regni di libertà porta al socialismo ecologico?

JBF: Nella sua analisi della frattura metabolica, nel primo volume de Il Capitale, Marx insisteva sulla necessità di «ripristinare» il metabolismo sociale in linea con il metabolismo universale della natura, cosa possibile nella sua interezza solo nella società superiore del socialismo. Ovviamente, il movimento socialista avrebbe dovuto impegnarsi per questo obiettivo nel presente, come parte del movimento verso il futuro. Naturalmente Marx riteneva che questo sarebbe stato un compito primario nella costruzione di una società socialista. Insisteva sulla necessità di creare condizioni sostenibili per «la catena delle generazioni umane». Per il marxismo, il riconoscimento delle condizioni materiali, siano esse naturali o sociali, è fondamentale per comprendere la dialettica tra necessità e libertà. Per promuovere la libertà sociale in una società socialista sono necessari un livello di sviluppo materiale che garantisca risorse sufficienti per tutti e condizioni di sostanziale uguaglianza e sostenibilità ecologica. È solo in questo contesto che è possibile lo sviluppo di una società caratterizzata da quella che Marx definiva «libertà in generale».

Oggi, la forza oggettiva del cambiamento è quella che può essere definita «proletariato ambientale», ovvero un ambito della classe operaia che esprime un materialismo rivoluzionario nel senso più profondo e ampio del termine, e non si limita alla ristretta sfera economica legata al lavoro in fabbrica, in cui [questo termine] viene spesso concepito. Possiamo vederlo emergere a livello globale nel contesto dell'attuale crisi materiale, che è anche una lotta per la sopravvivenza. I movimenti dei diseredati (comprese le lotte dei lavoratori sfruttati, degli indigeni, degli oppressi razziali, degli oppressi di genere, dei contadini, dei lavoratori senza terra e simili) stanno diventando sempre più coesi. Alla fine poco importa se li chiamiamo “movimenti ambientalisti” o “movimenti dei lavoratori”: entrambi sono necessari e rappresentano una tendenza oggettiva in risposta allo sterminismo capitalista. Marx ed Engels in La sacra famiglia, come si ricorderà, affermarono che il proletariato è quella classe della società moderna che è «costretta da un bisogno inderogabile, impellente, assoluto – espressione pratica della necessità – ad insorgere contro la disumanità di un sistema di produzione che cerca di alienare l'umanità da se stessa, dalla società, dalla natura e dalla possibilità della libertà umana».

XT e LJ: Come ha detto lei, la lotta del proletariato ambientale è un fattore importante. Tuttavia, oggi molte persone credono che il proletariato abbia perso la sua natura rivoluzionaria e stia gradualmente scomparendo. In che modo dovremmo intendere la presenza tangibile del proletariato ambientale nei paesi capitalisti? Il proletariato ambientale perderà la sua natura rivoluzionaria come sostengono alcuni?

JBF: Il concetto di proletariato ambientale rimanda al concetto di proletariato nel materialismo storico classico, che è stato in gran parte perso, e, allo stesso tempo, utilizza questo concetto per esaminare le condizioni oggettive e le tendenze del nostro tempo. Nel marxismo occidentale, il concetto di proletariato è stato sempre più ridotto al solo proletariato industriale o, addirittura, al proletariato operaio, spesso limitato al lavoro organizzato (e talvolta semplicemente al lavoro organizzato dei white collars). Negli Stati Uniti, era visto come costituito semplicemente dai blue collars. Di conseguenza, il proletariato è stato ridotto a semplici relazioni economiche, che a loro volta sono state interpretate in termini sempre più ristretti. Sotto molti aspetti, il concetto di proletariato (e di classe operaia) non è stato interpretato secondo la teoria socialista, ma secondo l'economia capitalista dominante che lo ha relegato solo ad un ruolo meccanico: una visione che purtroppo si è riflessa in gran parte della teoria marxista.

Marx ed Engels, tuttavia, affrontarono la questione in modo diverso. L'opera originale del materialismo storico classico sul proletariato è stata La situazione della classe operaia in Inghilterra di Engels. Ciò che emerge immediatamente quando si legge l'opera di Engels è che la sua concezione della classe operaia è più ambientale e più olistica rispetto a quella odierna, secondo cui la classe operaia è semplicemente una categoria economica. Scrivendo poco dopo le cosiddette rivolte di “Plug Plot Riots”, e durante il movimento Cartista, Engels si è innanzitutto occupato delle condizioni di vita del proletariato industriale nelle grandi città, dedicando capitoli separati al proletariato agricolo e al proletariato minerario. Si è concentrato sull'ambiente urbano, compresi gli alloggi, l'inquinamento di ogni tipo, la disponibilità di acqua pulita, la qualità del cibo (e la sua adulterazione), le malattie, la mortalità e l'aspettativa di vita per classe ed età, la disabilità, il lavoro minorile, le sostanze chimiche, la segregazione urbana e la divisione etnica tra inglesi e irlandesi.

Naturalmente, Engels si è occupato anche delle condizioni del lavoro in fabbrica, dello sfruttamento, dell'esercito industriale di riserva e delle condizioni del lavoro industriale. Ma il lavoro industriale passò in secondo piano nella sua analisi dell'intero ambiente [di vita] del proletariato. La sua analisi ruotava attorno al concetto di “omicidio sociale”, ovvero al fatto che la classe operaia aveva un'aspettativa di vita molto più bassa a causa delle sue complessive condizioni. Non solo Engels, ma anche Marx, vedeva il proletariato soprattutto in questo modo. Ciò è evidente in tutto Il Capitale, nonostante l'analisi economica teorica fosse più incentrata sullo sfruttamento e sulla produzione di plusvalore.

Assumere una concezione puramente economica della classe operaia tende a indebolire piuttosto che a rafforzare la filosofia della prassi. Tra le altre cose, minimizza l'intero ambito della riproduzione sociale, compresa la sfera domestica, la riproduzione della classe operaia e le relazioni di genere, che hanno tutte svolto un ruolo fondamentale nel materialismo storico classico. Ma tralascia anche la più ampia prospettiva ambientale rispetto alle condizioni della classe operaia. Sostituisce una concezione materialistica della storia – la prospettiva stessa di Marx ed Engels – con un'interpretazione economica molto più ristretta della storia.

Non c'è dubbio che l'isolamento del solo fattore economico avesse originariamente un senso nello sviluppo del movimento socialista, che si occupava principalmente del capitalismo come sistema di sfruttamento e della necessità per la classe operaia di organizzarsi sia economicamente che politicamente per rispondere allo sfruttamento capitalista. Tuttavia, è chiaro che nei periodi rivoluzionari più radicali, la lotta della classe operaia si concentra sulle condizioni materiali in un senso molto più ampio, che va oltre il mero aspetto economico, affrontando anche quelle condizioni materiali che definiamo “ambientali”.

Oggi, l'idea stessa dell'emergere di un proletariato ambientale ha a che fare con la dissoluzione, nell'era della crisi planetaria, di ogni netta distinzione tra condizioni materiali economiche e ambientali, e con una fusione delle due, affinché il movimento stesso sia oggettivamente spinto in una direzione più rivoluzionaria. Possiamo già vedere questo fenomeno in atto in tutto il Sud globale, ma anche nel Nord, specialmente in quelle che chiamiamo comunità in prima linea. Negli Stati Uniti i movimenti per la giustizia ambientale che si basano sulla classe e sulla razza, che legano insieme l'ecologia e l'economia, sono più evidenti nelle comunità nere, latine e indigene. Oggi è una realtà oggettiva che le lotte future saranno più materialiste, in senso lato, esprimendo lotte non solo per la giustizia sociale, ma anche per la sopravvivenza.

XT e LJ: Marx ha sottolineato: «Una formazione sociale non perisce finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza». La premessa di Marx – per discutere dei futuri sistemi sociali razionali – si basa sullo sviluppo delle forze produttive e dei rapporti di produzione. Tuttavia, il socialismo ecologico non sembra essersi concentrato sulle condizioni per la nascita di nuovi rapporti di produzione. Come dovremmo interpretare il rapporto tra socialismo ecologico e l'affermazione di Marx? Il raggiungimento del socialismo ecologico richiede un alto sviluppo delle forze produttive?

JBF: Marx, nella sua famosa discussione sulle forze produttive e sui rapporti di produzione – parte della sua metafora della base/sovrastruttura del 1859 – non forniva una prospettiva deterministica, ma piuttosto quello che definiva il «filo conduttore» dei suoi studi. Oggi le cose ci appaiono in modo diverso. Le catene imposte dalle relazioni sociali sono ancora presenti, ma il problema principale del capitale finanziario monopolistico non è lo sviluppo delle forze produttive in quanto tali, ma piuttosto, da un punto di vista economico, l'incapacità di assorbire all'interno del processo di accumulazione l'enorme produttività o la capacità di generare surplus entro i ristretti parametri di classe dell'ordine esistente. Le conseguenti tendenze alla sovraccumulazione nel nucleo capitalista hanno reso formalmente “razionali” per il sistema lo spreco economico e la distruzione di ogni genere, nonostante siano sostanzialmente irrazionali. Il problema delle forze produttive diventa quindi quello del loro utilizzo e, in alcuni casi, della loro ridondanza.

Nell'attuale sistema capitalisa monopolistico-finanziario, il nemico è qualsiasi tipo di conservazione. Infatti, negli Stati Uniti, dove il movimento [ambientalista] per la conservazione era una forza importante nel XIX e all'inizio del XX secolo, la parola stessa, dato il feticcio del consumo ostentato, è quasi scomparsa. Ogni tipo di irrazionalità sprecona che generi profitti viene promossa al fine di aumentare la ricchezza ai vertici della società. Il risultato è un sistema di stagnazione economica, finanziarizzazione e proliferazione di beni di consumo inutili e irrazionali, mentre i bisogni umani fondamentali, persino la protezione della terra come luogo di abitazione umana, vengono sistematicamente trascurati. Un elemento chiave è l'incapacità del capitalismo di pianificare (tranne in tempo di guerra), e quindi la discrepanza assoluta tra il modello di sviluppo e i bisogni della popolazione. Tale irrazionalità e mancanza di pianificazione socioeconomica sono fondamentali per la conservazione del capitale monopolistico stesso. Il sistema genera costantemente contraddizioni sempre maggiori, che ora stanno coinvolgendo l'intera Terra. Per quanto riguarda il problema ecologico, sappiamo esattamente cosa fare per risolverlo. Ma le catene delle relazioni sociali capitalistiche bloccano i cambiamenti necessari in ogni punto, e creano persino forze opposte o controrivoluzionarie che non solo sono irrazionali, ma ora anche di natura sterministica. Non si tratta semplicemente dell'espansione quantitativa delle forze produttive, bensì del loro sviluppo qualitativo e del loro utilizzo razionale, che sono ostacolati dagli attuali rapporti sociali capitalistici.

XT e LJ: In quanto grande potenza, la Cina ha compiuto grandi sforzi nella protezione ecologica e ambientale. Come valuta gli sforzi e i contributi della Cina alla protezione dell'ambiente? Per i paesi in via di sviluppo come la Cina, potrebbe fornire alcuni suggerimenti per la protezione dell'ambiente?

JBF: La Cina non è solo una grande potenza, ma, cosa ancora più significativa nel contesto mondiale attuale, è un paese impegnato nel “socialismo con caratteristiche cinesi”. Come tutti i paesi, la Cina ha enormi problemi ambientali. Ma il pensiero di Xi Jinping ha collegato l'obiettivo di sviluppare una grande società socialista moderna, tra il 2035 e il 2050, alla costruzione di una civiltà ecologica e di una Cina esteticamente bella. Egli insiste sul fatto che le montagne verdi sono più importanti e più preziose delle montagne d'oro. Non si tratta solo di parole, ma rappresentano principi che sono stati messi in pratica, costituendo uno sforzo coordinato che ha già reso la Cina leader mondiale nelle tecnologie energetiche alternative per far fronte al cambiamento climatico, nella riforestazione, nella velocità di riduzione dell'inquinamento e in altri settori. La Cina è attualmente il principale emettitore di anidride carbonica a livello globale, ma su base pro capite è ben al di sotto di paesi come Stati Uniti, Regno Unito, Germania e Giappone. Il problema principale in questo caso è la dipendenza della Cina dalle centrali a carbone, che tuttavia è ormai notevolmente al di sotto del suo picco massimo. Pechino sta compiendo sforzi strenui per ridurre le sue emissioni complessive e la dipendenza dal carbone e sta introducendo obiettivi rigidi in materia di emissioni, non più semplicemente obiettivi [di riduzione] di intensità di carbonio, a partire dal 2026. Inoltre, vi sono segnali che le emissioni di carbonio della Cina abbiano ormai raggiunto il picco massimo e stiano diminuendo prima del previsto.

Nonostante tutte le difficoltà e le contraddizioni, non c'è dubbio che gli sforzi molto seri della Cina in questo senso offrano speranza all'umanità intera. Questi sforzi, inoltre, non sono semplicemente imposti dall'alto, come spesso si suppone. Non solo sono motivati dal Partito Comunista Cinese, ma sono anche in parte una risposta ai movimenti ambientalisti di massa cinesi. Il concetto di “civiltà ecologica” è sorto come visione sistematica all'inizio degli anni '80 in Unione Sovietica. Tuttavia, è stato adottato, sviluppato e messo in pratica in Cina. Inutile dire che l'idea stessa di costruire una civiltà ecologica va contro la logica principale del capitalismo. Sebbene le contraddizioni siano enormi, la Cina sta attualmente tracciando un percorso peculiare verso lo sviluppo umano sostenibile, notevole per un Paese in via di sviluppo. Ha ripreso la linea di massa e sta ricostruendo l'alleanza tra operai e contadini con i suoi modelli di rivitalizzazione rurale e di doppia circolazione. Non credo che il percorso intrapreso dalla Cina sia l'unico, nemmeno nel Sud globale. Vediamo altri paesi di orientamento socialista compiere enormi progressi in base alle proprie condizioni. Vorrei qui menzionare in particolare Cuba e Venezuela. Tutti i percorsi verso lo sviluppo umano sostenibile, per definizione, vanno contro la logica del capitalismo. Tuttavia, c'è da sperare che il legame tra il marxismo ecologico e la civiltà ecologica in Cina ispiri lotte simili in tutto il mondo.

Fonte

18/09/2024

Ecologia conflittuale e di classe. Da Dario Paccino a Michael Löwy

di Marc Tibaldi

L’ecologia politica di Dario Paccino – Tra l’imbroglio ecologico e le lotte contro il nucleare, a cura di Gennaro Avallone e Sirio Paccino Ombre corte, Verona 2024, 139 pagine, 13 euro

Nel volume collettivo dedicato a Dario Paccino, i due curatori, assieme a Giulia Arrighetti, Angelo Baracca, Lucia Giulia Fassini, Giorgio Ferrari, Vincenzo Miliucci, Alfonso Natella e Roberta Pompili, propongono una serie di contributi che si concentrano su due questioni fondamentali utili per i movimenti sociali ed ecologisti contemporanei. La prima riguarda la centralità del concetto di “imbroglio ecologico”, per comprendere la gestione tecnocratica dall’alto della crisi climatica e ambientale in corso; la seconda è relativa alla rilevanza dell’ecologia politica per capire quanto sia necessario sostenere l’abbandono dell’energia nucleare in ogni sua forma, civile o militare.

Questioni fondamentali affrontate a partire dal metodo di lavoro di Paccino e ripercorrendo le lotte dei movimenti. Ricordiamo che Ombre corte, nel 2023, ha ripubblicato L’imbroglio ecologico, uno dei testi chiave dell’ecologismo internazionale. È in sintonia con questi intenti anche il libro di Löwy. L’ecosocialismo per lui è una corrente di pensiero e di azione ecologica che fa proprie le conquiste fondamentali del marxismo mentre le libera dalle sue scorie produttiviste. La logica capitalista del mercato e del profitto, così come quella dell’autoritarismo burocratico del defunto “socialismo reale”, è incompatibile con le esigenze di salvaguardia dell’ambiente. Ma l’ecosocialismo critica anche gli attuali vicoli ciechi dell’ecologia politica, che non mette in discussione il potere del capitale, e propone una trasformazione radicale dei rapporti di produzione, dell’apparato produttivo e dei modelli di consumo dominanti, rompendo con i fondamenti della civiltà capitalista/industriale.

Ecosocialismo – Un’alternativa radicale alla catastrofe capitalista, di Michael Löwy, Ombre corte, Verona 2024, 156 pagine, 14 euro

Molto interessante il confronto che Löwy ingaggia con pensatori e movimenti, a iniziare da alcuni saggi di Walter Benjamin, in cui il filosofo – negli anni ’20 del Novecento – precorre le riflessioni degli ecologisti sociali, denunciando l’idea di dominio della natura e proponendo una nuova concezione della tecnica: non più dominio della natura da parte dell’uomo ma “dominio del rapporto tra natura e umanità”. Benjamin riprese anche alcune intuizioni di Charles Fourier, che già a inizio ‘800 aveva sognato un lavoro ben lontano dallo sfruttare la natura.

Nel libro, è dirimente il confronto con il pensiero di Serge Latouche e del movimento della decrescita. Löwy – pur sottolineando che questa corrente è lungi dall’essere omogenea e mettendo in luce la giusta demistificazione dello “sviluppo sostenibile” – attacca il rifiuto in blocco dell’umanesimo e del pensiero illuminista, l’attaccamento etnocentrico territoriale che sconfina nella condanna delle migrazioni e delle ibridazioni, del loro relativismo culturale, etc. Non è un caso che Latouche si sia confrontato con l’ideologo ultradestro Alain de Benoist e che alcuni suoi libri siano stati tradotti anche da editori ambigui.

Altri confronti interessanti sono quelli con il pensiero di André Gorz, di Joel Kovel, di Murray Bookchin. Utilizzando le parole di Löwy: “Questo libro non è un’esposizione sistematica delle idee o delle pratiche ecosocialiste, ma più modestamente il tentativo di esplorarne alcuni aspetti, terreni ed esperienze. Non mira a codificare una nuova dottrina né a fissare una qualche ortodossia. Una delle virtù dell’ecosocialismo è proprio la sua diversità, la sua pluralità, la molteplicità di prospettive e approcci, spesso convergenti o complementari ma anche, a volte, divergenti”, come dimostrano gli interessanti documenti pubblicati in appendice, che provengono da diverse reti ecosocialiste. Per sintetizzare e concludere, possiamo dire che in questo libro Michael Löwy presenta le idee di chi vuole che “il valore di scambio sia sostituito dal valore d’uso”, e “la produzione sia organizzata in funzione dei bisogni sociali e delle esigenze di tutela ambientale”.

Merita un elogio Ombre corte per l’attenzione editoriale ad autori che riflettono sulle questioni ecologiche e ambientali; oltre ai due titoli di cui abbiamo parlato, segnaliamo: Jason W. Moore (Ecologia-mondo e crisi del capitalismo), Dipesh Chakrabarty (La sfida del cambiamento climatico), James O’Connor (La seconda contraddizione del capitalismo), Razmig Keucheyan (La natura è un campo di battaglia), Jacopo Nicola Bergamo (Marxismo ed ecologia).

Fonte

29/05/2024

Pasolini oggi, fuori dagli schemi

di Paolo Lago

Guido Santato, Pasolini oggi. Studi e letture, Carocci, Roma, 2024, pp. 234, euro 25,00.

Il titolo del recente volume di Guido Santato, Pasolini oggi, appare particolarmente significativo; come scrive lo stesso autore, esso “intende sottolineare da un lato la permanente e straordinaria attualità di Pasolini, dall’altro la necessità di una rinnovata e approfondita lettura della sua opera, estremamente complessa per la sua articolazione multimediale: un’opera che spazia dalla poesia alla narrativa, alla saggistica, al cinema, al teatro, alle traduzioni dei classici, al giornalismo, alla pittura”. L’opera di Pasolini è estremamente poliedrica e complessa e deve essere oggetto di una lettura seria e rigorosa, “rinnovata” e “approfondita”. Pasolini non può continuare ad essere una sorta di “ovetto Kinder della cultura italiana”, come ha scritto Pierluigi Sassetti utilizzando una suggestione offerta da Slavoj Žižek1, un ovetto nel quale ognuno trova la sorpresa che più gli aggrada. Non può essere usato e citato a sproposito da clowneschi politicanti da strapazzo. Una citazione dall’opera di Pasolini dovrebbe essere sempre preceduta da una conoscenza rigorosa e approfondita, mai superficiale: basti solo pensare all’“infame mantra”, come lo definisce Wu Ming 1, su “Pasolini che stava con la polizia e i manganelli”2, emerso anche lo scorso febbraio in merito ai fatti avvenuti a Pisa (giovani manifestanti pro Palestina picchiati dalle forze dell’ordine).

Per affrontare l’opera poliedrica e multimediale di Pasolini, Guido Santato, uno dei massimi esperti dell’autore bolognese, adotta svariati punti di vista. I saggi presenti nel volume – alcuni già editi presso diverse sedi, altri inediti e presentati adesso per la prima volta – intendono sondare diversi aspetti e sfaccettature dell’opera pasoliniana, cercando di abbracciare i più svariati ambiti: la poesia, la narrativa, il cinema, il teatro, financo la musica (di cui Pasolini era appassionato ed esperto). Il primo saggio è dedicato all’importante presenza di Dante nell’opera di Pasolini, da Ragazzi di vita (1955) fino al postumo Petrolio. Lo studioso attraversa l’intera opera pasoliniana sondando il fondamentale ‘sostrato’ dantesco presente in essa, anche negli interventi critici e negli articoli giornalistici. Il secondo saggio analizza invece l’importanza che Erich Auerbach ha giocato per Pasolini, soprattutto per la “mescolanza degli stili” presente nell’intera sua opera nonché per il “realismo creaturale”. Auerbach è l’autore dell’importante saggio Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale, che rappresenta un fondamentale punto di riferimento per Pasolini in qualunque genere o stile si cimenti.

Diversi saggi presenti nel volume di Guido Santato sono poi dedicati alla produzione poetica in friulano: è necessario infatti ricordare che Pasolini è prima di tutto poeta e comincia la sua attività poetica proprio componendo in friulano. Le poesie friulane rappresentano quindi un’importante chiave di accesso per tutta la produzione artistica successiva. Particolarmente interessante risulta l’analisi condotta dallo studioso su La seconda forma de “La meglio gioventù” (1974) in cui viene sondata la riscrittura che Pasolini attua della sua poesia friulana giovanile nella raccolta La nuova gioventù. Si tratta di una riscrittura ‘in nero’ in cui, al posto dell’idillio, dominano il dolore ed il lutto, in una società dominata dall’abbrutimento dei nuovi consumi che ormai ha perduto qualsiasi caratteristica idilliaca e qualsiasi innocenza.

Il rigoroso excursus attuato dallo studioso attraverso l’opera pasoliniana prosegue con un saggio dedicato alla tragedia Pilade e con un’analisi del tema della tradizione in Pasolini. Interessante è ricordare, a questo proposito, che già a partire da un articolo scritto quando aveva vent’anni, Pasolini “teorizza un uso antitradizionale della tradizione: una tradizione proposta in funzione di un sostanziale rinnovamento rispetto alla cultura ufficiale”. Il saggio successivo è dedicato alla presenza della musica nel cinema di Pasolini, dall’importante funzione ‘sacralizzante’ della musica di Bach in Accattone (1961) fino alle inserzioni di musica etnica e tradizionale, ad esempio, in Edipo re (1967) e Medea (1970). Alla complessa ricezione di Pasolini oggi è dedicato il saggio dal titolo Un grande autore che non ha bisogno della qualifica di “classico”: infatti – scrive Santato – l’edizione di tutte le opere di Pasolini all’interno della collana dei “Meridiani” rischia di trasformarlo in un “classico”, “operando uno slittamento dal piano editoriale a quello della definizione critica”. Però, “l’attribuzione della qualifica di «classico» a Pasolini appare problematica per più ragioni e non sembra poter essere riferita in modo appropriato alla sua opera”. Infatti, “Pasolini è il più anticlassico e trasgressivo fra i grandi autori del Novecento: tende costantemente alla rottura degli ordini formali e delle separazioni tra i generi”.

Dopo un suggestivo saggio dedicato ai (densi) rapporti fra Pasolini e il Giappone (paese in cui lo studioso Hideyuki Doi svolge una rigorosa opera di analisi dell’autore corsaro), Santato avvia una interessante e pionieristica ricerca su Pasolini come possibile “precursore” della “decrescita”. Infatti, soprattutto negli ultimi decenni, “il pensiero di Pasolini è stato ripreso anche nell’ambito della sociologia, dell’economia e del diritto”. Lo studioso osserva che, recentemente, due economisti come Giulio Sapelli e Serge Latouche sembrano aver raccolto a distanza l’appello di Pasolini in tema di sfruttamento operato da uno cieco “sviluppo” capitalistico (opportunamente distinto dal “progresso”). Se Sapelli dedica un interessante e innovativo studio a Pasolini, dal titolo Modernizzazione senza sviluppo. Il capitalismo secondo Pasolini, Latouche sembra riprendere, nella sua idea di “decrescita felice”, le polemiche pasoliniane contro il modello di sviluppo neocapitalistico. Come scrive Santato, “per Latouche è necessario decolonizzare l’immaginario occidentale che è stato colonizzato da quello che egli chiama «l’economismo sviluppista»”. Si può inoltre ricordare che all’interno della collana “I precursori della decrescita” diretta da Latouche, nel 2014, è stato pubblicato il volumetto di Piero Bevilacqua dal titolo Pier Paolo Pasolini. L’insensata modernità, nel quale lo scrittore corsaro viene annoverato fra i precursori del pensiero della “decrescita”. Anche lo stesso Latouche, in un volume del 2016, annovera Pasolini fra i precursori della “decrescita felice”. Come nota Santato, “in conclusione, credo che Pasolini possa essere considerato un precursore della «decrescita felice» a condizione di non racchiuderne strumentalmente il pensiero entro gli schemi della stessa. Il pensiero in continuo e spiazzante movimento, la capacità di analisi, lo spirito di denuncia, l’acutezza anticipatrice del Pasolini corsaro non possono essere racchiusi in alcuno schema più o meno preordinato”. D’altra parte, come ebbi modo di scrivere proprio qui su “Carmilla”, sarebbe interessante porre a confronto il pensiero di Pasolini anche con quello di un altro lucido interprete della contemporaneità come Robert Kurz, studioso della Wertkritik (la “critica del valore”), secondo il quale è necessaria un’“anti-modernità radicale ed emancipatoria [...] che tagli i ponti una volta per tutte con la storia fin qui data, una storia di rapporti feticistici e di dominio”3.

Dall’analisi di Santato emerge un Pasolini prepotentemente fuori dagli schemi, un autore che non può essere racchiuso e incasellato in pensieri a senso unico: si tratta infatti di un autore “multimediale”, incline alla mescolanza degli stili e dei registri, alla rottura degli ordini formali, all’utilizzo di linguaggi sempre nuovi e sempre diversi. Anche nel saggio che chiude il volume, dedicato all’enorme fortuna che l’opera pasoliniana ha conosciuto in tutto il mondo, emerge il profilo di un autore difficilmente incasellabile in schemi predefiniti. Oggi, in una società digitalizzata e sempre più avviata verso un universo dominato dalle fake news, dall’intelligenza artificiale e dall’irrealtà, fatta di pensieri preconfezionati e di schieramenti obbligati, comprendere e studiare Pasolini – come capiamo dalla lettura di Pasolini oggi – è un sicuro esercizio di realtà, di appiglio a un rigore che sembra perduto, di anticonformismo e di ricerca di luce laddove sembra regnare un indefinito e inquietante buio.

Note

  1. Cfr. P. Sassetti, Post(f)azione, … Per gli eredi … Per coloro che sapranno apprezzare l’eredità…, in A. Guidi e P. Sassetti (a cura di), L’eredità di Pier Paolo Pasolini, Mimesis, Milano-Udine, 2009, p. 118. Cfr. anche S. Žižek, L’epidemia dell’immaginario, trad. it. Meltemi, Roma, 2004, p. 73. 

  2. Cfr. Wu Ming 1, La polizia contro Pasolini, Pasolini contro la polizia, uscito su “Internazionale” il 29 ottobre 2015. Per avere una visione scevra da idee preconfezionate si invita a una lettura integrale dell’articolo. Cfr. anche Guy van Stratten, Pasolini, il ’68, gli studenti e la polizia, “Codice Rosso”, 2 novembre 2020. 

  3. Cfr. R. Kurz, Ragione sanguinaria, trad. it. Mimesis, Milano-Udine, 2014, pp. 20-21.

Fonte

06/08/2023

Decrescita pianificata: ecosocialismo e sviluppo umano sostenibile

Tutti i concetti importanti hanno contorni dialetticamente vaghi.

Herman E. Daly [1]

Il termine decrescita indica un insieme di approcci politico-economici che, di fronte all'attuale accelerazione della crisi ecologica planetaria, rifiutano la crescita economica esponenziale e illimitata come definizione di progresso umano.

Abbandonare la crescita economica nelle società ricche significa azzerare la formazione di capitale netto. Con il continuo sviluppo tecnologico e il miglioramento delle capacità umane, il mero investimento di sostituzione è in grado di promuovere un costante progresso qualitativo della produzione nelle società industriali mature, eliminando al contempo le condizioni di sfruttamento del lavoro e riducendone l'orario. Unitamente alla ridistribuzione globale del surplus sociale e alla riduzione degli sprechi, ciò consentirebbe di migliorare notevolmente la vita della maggior parte delle persone. La decrescita, che si rivolge specificamente ai settori più opulenti della popolazione mondiale, è quindi diretta al miglioramento delle condizioni di vita della grande maggioranza, mantenendo le condizioni ambientali dell'esistenza e promuovendo uno sviluppo umano sostenibile.[2]

La scienza ha stabilito senza ombra di dubbio che, nell'odierna “economia del mondo intero”, è necessario operare all'interno di un budget complessivo del Sistema Terra rispetto alla portata fisica consentita.[3] Tuttavia, anziché costituire un ostacolo insormontabile allo sviluppo umano, questo può essere visto come l'inizio di una nuova fase di civiltà ecologica basata sulla creazione di una società di uguaglianza sostanziale e sostenibilità ecologica, o ecosocialismo. La decrescita, in questo senso, non mira all'austerità, ma a trovare una «prospera via d'uscita» dal nostro attuale mondo estrattivista, sprecone, ecologicamente insostenibile, mal sviluppato, sfruttatore e diseguale, gerarchico e classista.[4] In alcuni settori dell'economia si verificherebbe una crescita continua, resa possibile da riduzioni in altri. La spesa per i combustibili fossili, gli armamenti, i jet privati, i veicoli sportivi, le seconde case e la pubblicità, dovrebbe essere tagliata per lasciare spazio alla crescita in settori come l'agricoltura rigenerativa, la produzione alimentare, gli alloggi dignitosi, l'energia pulita, l'assistenza sanitaria accessibile, l'istruzione universale, il welfare comunitario, i trasporti pubblici, la connettività digitale e altri settori legati alla produzione ecologica e ai bisogni sociali.[5]

Quando furono ideati i primi sistemi di contabilità del reddito nazionale, all'epoca della Seconda guerra mondiale, tutti gli aumenti del reddito nazionale, indipendentemente dalla fonte, furono considerati crescita economica. Il Prodotto Interno Lordo, o PIL, divenne la misura principale del progresso umano.[6] Tuttavia, molti di questi aspetti sono discutibili dal più ampio punto di vista sociale ed ecologico. Secondo il sistema prevalente di contabilità economica nazionale, tutto ciò che fornisce “valore aggiunto”, secondo il processo di valorizzazione capitalistico, rappresenta una “crescita”. Questo include cose come le spese di guerra, la produzione di prodotti tossici e di scarto, il consumo di lusso da parte dei più ricchi, il marketing (che comprende la ricerca della motivazione, il targeting, la pubblicità e la promozione delle vendite), la sostituzione del consumo sociale con quello privato, come nel caso della sostituzione del trasporto pubblico con l'automobile privata, l'espropriazione dei beni comuni; le spese aziendali per migliorare lo sfruttamento dei lavoratori; le spese legali legate all'amministrazione, al controllo e alla valorizzazione della proprietà privata; le attività antisindacali da parte della dirigenza aziendale; il cosiddetto sistema giudiziario penale; l'aumento dei costi farmaceutici e assicurativi; l'occupazione nel settore finanziario; le spese militari e persino le attività criminali.[7] L'estrazione massima delle risorse naturali è considerata cruciale per una rapida crescita economica, poiché attinge al «dono gratuito... al capitale» della natura.[8]

Al contrario, la produzione non di mercato e di sussistenza realizzata in tutto il mondo, il lavoro domestico svolto principalmente dalle donne, le numerose spese per la crescita e lo sviluppo umano (viste come relativamente non produttive), la conservazione dell'ambiente e la riduzione della tossicità della produzione sono state considerate come se “non contassero nulla” o di valore inferiore, poiché non aumentano la produttività o promuovono direttamente il valore economico.[9]

Oggi, la tragedia elementare di tutto questo è sotto gli occhi di tutti. È ormai opinione diffusa che la crescita economica, basata sull'accumulazione continua di capitale, sia la causa principale della distruzione della Terra come luogo sicuro per l'umanità. La crisi del Sistema Terra è evidente nel superamento dei confini planetari legati al cambiamento climatico, all'acidificazione degli oceani, alla distruzione dello strato di ozono, all'estinzione delle specie, all'interruzione dei cicli dell'azoto e del fosforo, al consumo del suolo (comprese le foreste), all'esaurimento dell'acqua dolce, al carico di aerosol e alle nuove entità (come le sostanze chimiche di sintesi, le radiazioni nucleari e gli OGM).[10] La spinta all'accumulazione di capitale sta quindi generando una “crisi di abitabilità” per l'umanità di questo secolo.[11]

Il consenso scientifico mondiale, rappresentato dal Gruppo Intergovernativo di esperti sul Cambiamento Climatico (IPCC) delle Nazioni Unite, ha stabilito che la temperatura media globale deve essere mantenuta, con l'entrata in funzione di meccanismi di feedback positivi, al di sotto di un aumento di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali in questo secolo – o altrimenti, con un livello di rischio sproporzionatamente più elevato, «ben al di sotto» di un aumento di 2°C – se non si vuole che la destabilizzazione del clima minacci una catastrofe assoluta. Nel Sixth Assessment Report dell'IPCC (AR6, pubblicato nelle sue varie parti nel 2021-23), lo scenario più ottimistico è quello di un aumento della temperatura media globale alla fine del secolo, rispetto ai livelli preindustriali, inferiore a 1,5°C. Ciò richiede che il limite di 1,5°C non venga oltrepassato prima del 2040, aumentando di un decimo di grado fino a 1,6°C, per poi scendere verso la fine del secolo fino a un aumento di 1,4°C. Tutto ciò si basa sul raggiungimento di emissioni nette di carbonio pari a zero (anzi, zero reali) entro il 2050, il che dà una probabilità del 50% che il limite della temperatura climatica non venga superato.[12]

Tuttavia, secondo l'autorevole scienziato del clima Kevin Anderson, del Tyndall Center for Climate Change Research, questo scenario è già stato superato. In base ai dati dell'IPCC, è ora necessario raggiungere il punto di zero emissioni di anidride carbonica entro il 2040, per avere lo stesso 50% di possibilità di evitare un aumento di 1,5°C. «A partire da ora», scriveva Anderson nel marzo 2023,

per non superare l'aumento di 1,5°C di riscaldamento sono necessari tagli alle emissioni dell'11% all'anno, e di quasi il 5% per [non superare] 2°C. Tuttavia questi tassi medi globali ignorano il concetto di equità, centrale in tutti i negoziati sul clima delle Nazioni Unite, che concede ai “paesi in via di sviluppo” un po' di tempo in più per decarbonizzarsi. Se si tiene conto dell'equità, la maggior parte dei Paesi “sviluppati” dovrà raggiungere emissioni zero di CO2 tra il 2030 e il 2035, mentre i Paesi in via di sviluppo ne seguiranno l'esempio entro il decennio successivo. Qualsiasi ritardo ridurrà ulteriormente queste tempistiche.[13]

Nel maggio 2023, l'Organizzazione Meteorologica Mondiale ha indicato che esiste una probabilità del 66% che la temperatura superficiale globale media annua superi l'aumento di 1,5°C, rispetto ai livelli preindustriali, per "almeno" un anno entro il 2027.[14]

Gli attuali scenari dell'IPCC fanno parte di un processo conservativo, progettato per conformarsi ai prerequisiti dell'economia capitalistica, che prevede in tutti gli scenari una crescita economica continua nei paesi ricchi, escludendo qualsiasi cambiamento sostanziale nelle relazioni sociali. L'unico strumento su cui si basa la modellazione climatica è l'ipotesi di cambiamenti tecnologici indotti dai prezzi. Gli scenari esistenti si basano su tecnologie a emissioni negative, come la bioenergia, la cattura e il sequestro del carbonio (BECCS) e la cattura diretta del carbonio nell'aria (DAC), che attualmente non esistono su larga scala e non possono essere introdotte nei tempi previsti. Inoltre presentano enormi rischi ecologici. Questa esaltazione di tecnologie essenzialmente inesistenti e di per sé distruttive per l'ambiente (dato il loro enorme fabbisogno di terra, acqua ed energia) è stata contestata dagli stessi scienziati dell'IPCC. Così, nel Summary for Policymakers for the mitigation report, parte 3 dell'AR6, gli scienziati autori del rapporto concordavano sul fatto che tali tecnologie non sono praticabili in un arco di tempo ragionevole e suggerivano che le soluzioni a bassa energia, basate sulla mobilitazione popolare, potrebbero offrire la migliore speranza di realizzare le massicce trasformazioni ecologiche ora necessarie. Tutto questo, tuttavia, è stato escluso nella pubblicazione finale del Summary for Policymakers, come deciso dai governi nell'ambito di una procedura che consente loro la censura degli scienziati dell'IPCC.[15]

Le soluzioni tecnologiche, indotte dai prezzi, che consentirebbero di continuare la crescita economica e di perpetuare le attuali relazioni sociali, non esistono di fatto nella scala e nel tempo necessari. Sono quindi necessari grandi cambiamenti socioeconomici nel modo di produzione e di consumo, in contrasto con l'egemonia politico-economica dominante. «Tre decenni di compiacenza», scrive Anderson, «hanno fatto sì che la tecnologia da sola non sia in grado di ridurre le emissioni abbastanza velocemente». C'è quindi una drastica necessità di soluzioni a basso consumo energetico, basate su cambiamenti nei rapporti di produzione e consumo, che affrontino anche le profonde disuguaglianze. Le necessarie riduzioni delle emissioni sono «possibili solo modificando la capacità produttiva della società, evitando di consentire il lusso privato di pochi e l'austerità per tutti gli altri, e orientandola verso una più ampia prosperità pubblica e la sufficienza privata. Per la maggior parte delle persone, affrontare il cambiamento climatico porterà molteplici benefici, da alloggi a prezzi accessibili a un'occupazione sicura. Ma per quei pochi di noi che hanno beneficiato in modo sproporzionato dello status quo», insiste Anderson, «ciò significa una profonda riduzione della quantità di energia che utilizziamo e delle cose che accumuliamo».[16]

Un approccio alla decrescita/deaccumulazione che metta in discussione la società dell'accumulazione e il primato della crescita economica è fondamentale in questo caso. L'approvvigionamento sociale per i bisogni umani e la forte riduzione delle disuguaglianze sono parti essenziali di un passaggio verso un'economia fondata su un basso consumo energetico e sull'eliminazione di forme e scale di produzione ecologicamente distruttive. In questo modo, la vita della maggior parte delle persone potrà essere migliorata sia economicamente che ecologicamente. Per raggiungere questo obiettivo, tuttavia, è necessario andare contro la logica del capitalismo e la mitologia di un sistema di mercato autoregolato. Una trasformazione così radicale può essere raggiunta solo introducendo livelli significativi di pianificazione economica e sociale, attraverso la quale, se portata a compimento, i produttori associati lavorerebbero insieme in modo razionale per regolare il lavoro e il processo produttivo che governa il metabolismo sociale dell'umanità e della natura nel suo complesso.

Il socialismo classico del XIX secolo, nell'opera di Karl Marx e Friedrich Engels, vedeva la necessità di istituire una pianificazione collettiva in risposta alle contraddizioni ecologiche e sociali, oltre che a quelle economiche, del capitalismo. L'analisi di Engels insisteva sulla necessità di una pianificazione socialista per superare la frattura ecologica tra città e campagna, mentre la teoria della frattura metabolica di Marx, operando su un piano più generale, insisteva sulla necessità di uno sviluppo umano sostenibile.

La pianificazione è stata fondamentale per tutte le economie, sia capitalistiche che socialiste, in tempo di guerra. Gigantesche corporazioni monopolistiche hanno istituito di propria iniziativa quello che l'economista John Kenneth Galbraith ha definito un «sistema di pianificazione», anche se operante in gran parte all'interno, piuttosto che tra, conglomerati multinazionali.[17] Tuttavia, l'intera idea di pianificazione economica è vista, ideologicamente, come antagonista del mercato capitalistico ed è stata effettivamente bandita dalla discussione pubblica – dichiarandola inattuabile e una forma di dispotismo – dopo il trionfo del capitalismo con la Guerra Fredda e la fine dell'Unione Sovietica.

Questa situazione sta ora rapidamente cambiando. Come ha recentemente osservato l'economista francese Jacques Sapir, «il piano e la pianificazione sono tornati di moda», a causa delle contraddizioni interne ed esterne del sistema di mercato capitalistico.[18] È ormai chiaro che, senza il ritorno alla pianificazione e a una regolamentazione ambientale-statale dell'economia in un contesto di decrescita/deaccumulazione del capitale, non c'è alcuna possibilità di affrontare con successo l'attuale emergenza planetaria e garantire la continuazione della società industrializzata e la sopravvivenza della popolazione umana.

Marx, Engels e la pianificazione ecologica

Marx ed Engels sono sempre stati riluttanti a fornire quelle che Marx chiamava «ricette... per l’osteria dell’avvenire», delimitando le forme che le società socialiste e comuniste avrebbero dovuto assumere. Come disse Engels, «Speculare su fatti come il modo in cui la società futura regolerà la distribuzione dei viveri e delle abitazioni porta difilato all'utopia».[19] Tuttavia, in tutti i loro scritti fu chiaro che la riorganizzazione della produzione in una società di produttori associati avrebbe comportato un lavoro cooperativo organizzato secondo un piano comune.

Ne I principi del comunismo, Engels scrisse che nella società futura «tutti i rami della produzione» sarebbero stati gestiti «dall'intera società, cioè in conto comune, secondo un piano comune, e con la partecipazione di tutti i membri della società». Lo stesso approccio fu adottato da Marx ed Engels nel Manifesto del Partito Comunista, dove sottolinearono la necessità di un «Aumento delle fabbriche nazionali e degli strumenti di produzione, dissodamento e miglioramento dei terreni secondo un piano comune».[20] In questo caso, il problema di porre fine alla divisione tra città e campagna attraverso la distribuzione della popolazione in modo più uniforme nel paese, in modo che non fosse più concentrata nelle grandi città industriali che separavano le popolazioni urbane da quelle rurali, era al centro della loro idea di piano comune.

Gran parte dell'analisi di Marx nei Grundrisse si concentrava sulla necessità di una «economia di tempo e ripartizione pianificata del tempo di lavoro nei differenti rami di produzione», che costituiva «la suprema legge economica sulla base della produzione comune».[21] Come scrisse a Engels l'8 gennaio 1868, riferendosi ai suoi Lineamenti di una critica dell'economia politica del 1843: «Realmente, nessuna forma sociale può impedire che, in un modo o nell'altro, sia il tempo di lavoro disponibile della società a regolare la produzione. Finché questa regolazione non si attua mediante il controllo, diretto e consapevole del tempo di lavoro da parte della società – il che è possibile solo con la proprietà comune –, ma mediante il movimento del prezzo delle merci, le cose rimangono al punto da te già illustrato molto bene nei “Deutsch-Französische Jahrbücher”».[22] Questo primo lavoro di Engels fu molto ammirato da Marx. Nel suo Compendio dell’articolo di Friedrich Engels, «Lineamenti di una critica dell'economia politica» del 1843, Marx sottolinea la «Scissione fra suolo e uomo», e quindi l'alienazione della natura, come base esterna della produzione capitalistica.

Nel Capitale, Marx ha sostenuto, a proposito della pianificazione, che la parte del prodotto sociale destinata alla riproduzione dei mezzi di produzione è propriamente collettiva, mentre l'altra parte, destinata al consumo, è divisa tra i consumatori individualmente. Il modo in cui una determinata società effettua questa importantissima divisione è la chiave dell'intero modo di produzione e riflette lo sviluppo storico della società stessa. Nel socialismo, il tempo di lavoro sarebbe necessariamente ripartito «socialmente secondo un piano» che «regola l’esatta proporzione delle differenti funzioni lavorative con i differenti bisogni». Ciò sarebbe possibile solo quando «i rapporti della vita pratica quotidiana presentano agli uomini, giorno per giorno, relazioni chiaramente razionali fra di loro e fra loro e la natura» come risultato dello sviluppo storico; infatti, «il processo materiale di produzione si toglie il suo mistico velo di nebbie soltanto quando sta, come prodotto di uomini liberamente uniti in società, sotto il loro controllo cosciente e condotto secondo un piano».[23] Come Marx spiegò in occasione della Comune di Parigi, le «società cooperative riunite» nella società futura avrebbero regolato «la produzione nazionale secondo un piano comune».[24] Il fatto che tale pianificazione fosse tanto un problema economico che ecologico era chiaro in tutta la sua opera.

«La libertà in questo campo», in una società superiore, scrisse Marx nel terzo libro del Capitale, «può consistere soltanto in ciò, che l'uomo socializzato, cioè i produttori associati, governino razionalmente questo ricambio organico con la natura, portandolo sotto il loro comune controllo...; che essi eseguano il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa».[25] Il primato storico della distruzione ecologica causata dall'uomo in forme come la deforestazione e la desertificazione, incarnava, per Marx, una «tendenza socialista» inconscia, dal momento che dimostrava la necessità di un controllo sociale.[26]

Tuttavia, fu Engels, nell'Anti-Dühring, a fondare in modo più esplicito la necessità della pianificazione in relazione alle condizioni ambientali. Per Engels, sono le esternalità negative della produzione capitalistica, associate alla divisione tra città e campagna, al problema permanente degli alloggi e alla distruzione delle condizioni naturali e sociali dell'esistenza della classe operaia, a richiedere una pianificazione su larga scala. La stessa industria moderna, sosteneva, aveva bisogno di «acqua relativamente pura», in contrapposizione a quella che esisteva nella «città industriale» che «trasforma qualsiasi acqua in fetido liquido di scolo».[27] Estendendo temi presenti sia ne La situazione della classe operaia in Inghilterra che nel Manifesto del Partito Comunista, dichiarava:

La soppressione dell'antagonismo di città e campagna non solo è possibile, ma è diventata una diretta necessità della stessa produzione industriale, così come è diventata del pari una necessità della produzione agricola e inoltre dell’igiene pubblica. Solo con la fusione di città e campagna può essere eliminato l'attuale avvelenamento di acqua, aria e suolo, solo con questa fusione le masse che oggi agonizzano nelle città saranno messe in una condizione in cui i loro rifiuti siano adoperati per produrre le piante e non le malattie... La soppressione della separazione di città e campagna non è dunque un’utopia, neanche sotto l’aspetto per cui essa ha come sua condizione la distribuzione più omogenea possibile della grande industria su tutto il paese.[28]

Organizzare la produzione collettivamente secondo un «piano sociale», sosteneva Engels, avrebbe distrutto «il precedente asservimento degli uomini ai loro propri mezzi di produzione», caratteristico della produzione capitalistica di merci.[29] Nel socialismo, naturalmente «la società dovrà sapere quanto lavoro richiede ogni oggetto d'uso per la sua produzione». Essa dovrà quindi «organizzare il piano di produzione a seconda dei mezzi di produzione, ai quali appartengono, in modo particolare, anche le forze-lavoro. Il piano, in ultima analisi, sarà determinato dagli effetti utili dei diversi oggetti d'uso considerati in rapporto tra di loro e in rapporto alla quantità di lavoro necessaria alla loro produzione».[30] Ma al di là dell'uso razionale ed economico del lavoro all'interno dell'industria, la pianificazione sarebbe necessaria per superare l'esaurimento del suolo in campagna e il relativo inquinamento della città. «Solo una società che faccia ingranare, armoniosamente, le une nelle altre le sue forze produttive, secondo un solo grande piano», scrisse Engels, «può permettere all'industria di stabilirsi in tutto il paese con quella dislocazione che è più appropriata al suo sviluppo e alla conservazione, ovvero allo sviluppo, degli altri elementi della produzione».[31]

Nella Dialettica della natura, Engels si preoccupava in particolare dell'incapacità dell'economia politica classica, in quanto «scienza borghese della società», di rendere conto dell’«attività umana rivolta alla produzione e allo scambio» che non fosse intenzionale, esterna al mercato e remota. Il carattere anarchico e non pianificato dell'economia capitalistica amplificava così i disastri ecologici. «Cosa importava (ai piantatori spagnoli a Cuba)», scriveva,

che bruciarono le foreste sui pendii delle montagne e trovarono nella cenere concime sufficiente per una sola generazione di piante di caffè altamente remunerative - cosa importava loro che dopo di ciò le piogge tropicali portassero via l’ormai indifeso humus e lasciassero dietro di sé solo nude rocce? Nell’attuale modo di produzione viene preso prevalentemente in considerazione, sia di fronte alla natura che di fronte alla società, solo il primo, più palpabile risultato. E poi ci si stupisce che gli effetti più remoti delle azioni dirette a questo scopo si rivelino del tutto diversi, per lo più di carattere opposto.[32]

Per promuovere gli interessi della comunità umana nel suo complesso, era quindi necessario agire «secondo un piano» e regolare la produzione in linea con la scienza, tenendo conto dell'ambiente terrestre, cioè in accordo con le leggi della natura.[33]

Marx ed Engels vedevano nel socialismo un'espansione delle forze produttive in senso quantitativo e qualitativo ed Engels, nell'Anti-Dühring, fa addirittura riferimento al fatto che l'avvento del socialismo avrebbe comportato «uno sviluppo ininterrotto e costantemente accelerato delle forze produttive, e quindi ... un incremento praticamente illimitato della produzione stessa». Tuttavia, il contesto in cui scrivevano non era l'odierna “economia mondiale”, ma piuttosto una fase ancora iniziale dell'industrializzazione. Nel periodo dello sviluppo industriale, che va dall'inizio del XVIII secolo fino alla prima Giornata della Terra del 1970, il potenziale produttivo industriale mondiale è aumentato di circa 1.730 volte, il che, da una prospettiva ottocentesca, sarebbe sembrato «un incremento praticamente illimitato». Oggi, invece, si pone il problema dell'overshoot ecologico.[34]

Pertanto, le conseguenze ecologiche a lungo termine della produzione, sottolineate da Engels, sono sempre più in primo piano nel nostro tempo. Ciò è simboleggiato dall'Epoca dell'Antropocene proposta nella Scala dei Tempi Geologici, che inizia intorno al 1950 e che rappresenta l'emergere della società umano-industrializzata come fattore primario del cambiamento del Sistema Terra. Da questo punto di vista l'aspetto forse più notevole dell'affermazione di Engels sullo sviluppo delle forze produttive nel socialismo è che essa è immediatamente seguita – nello stesso paragrafo e in quello successivo – dall'opinione che l'obiettivo del socialismo non sia l'espansione della produzione in sé, ma piuttosto lo «sviluppo e l’esercizio completamente liberi [delle ... facoltà fisiche e spirituali]» degli esseri umani, che richiede un rapporto razionale e pianificato con «la cerchia delle condizioni di vita che circondano gli uomini».[35]

Marx ed Engels, quindi, consideravano cruciale la pianificazione nell'organizzazione della società socialista/comunista, che l’avrebbe liberata dal dominio dello scambio di merci, «secondo un piano». Tuttavia, non si può pensare che essi immaginassero il tipo di pianificazione centralizzata di un'economia di comando, come sarebbe emerso alla fine degli anni Venti e Trenta nell'Unione Sovietica. Piuttosto, essi sostenevano che la pianificazione da parte dei produttori diretti sarebbe stata democratica rispetto alla produzione stessa.[36] L'intero sistema del socialismo, come diceva Marx, «inizia con l'autogoverno delle comunità» in una società in cui il «lavoro cooperativo» sarebbe stato «sviluppato su scala nazionale e, di conseguenza,... promosso con mezzi nazionali».[37] L'organizzazione razionale del lavoro umano come lavoro comune o cooperativo, inoltre, non poteva avvenire senza un sistema di pianificazione. «Ogni lavoro sociale in senso immediato, ossia ogni lavoro in comune, quando sia compiuto su scala considerevole, abbisogna, più o meno, d’una direzione che procuri l’armonia delle attività individuali e compia le funzioni generali che derivano dal movimento del corpo produttivo complessivo», come un sistema di riproduzione metabolica sociale. La produzione richiede quindi una guida, una previsione e una gestione, nel senso di un “direttore” d'orchestra. La visione di Marx di un'economia pianificata, come ha sottolineato Michael A. Lebowitz, era quella di un'economia gestita da «direttori d'orchestra associati» che avrebbero governato razionalmente il metabolismo fra l'umanità e la natura.[38]

Come scrisse Marx in Teorie sul plusvalore, sulla necessità di un approccio non capitalista, e quindi non esaustivo, al lavoro e alla natura,

L'anticipazione del futuro – anticipazione reale – nella produzione di ricchezza ha luogo in generale solo con riferimento all'operaio e alla terra. Sia per l’uno che per l’altra, con uno sforzo e un esaurimento prematuri, con la rottura dell'equilibrio fra dare e avere, si può realiter anticipare e distruggere il futuro. Per entrambi, ciò avviene nella produzione capitalistica. Ciò che qui è expended, exsists come δύναμις [parola greca che indica la potenza, nel senso di forza causale di Aristotele], e la durata di questa δύναμις è accorciata dal modo forzato della expenditure*.[39]

Il capitalismo, secondo i fondatori del materialismo storico, promuoveva una dialettica negativa e perversa di sfruttamento, espropriazione ed esaurimento/sterminio, la «rovina comune delle classi in lotta». Ciò che era necessario, pertanto, era la «trasformazione rivoluzionaria di tutta la società».[40]

Questa dialettica negativa di sfruttamento, espropriazione ed esaurimento/sterminio che caratterizza il capitalismo fu colta vividamente da Engels nei termini della nozione di «vendetta» della natura, un'espressione metaforica che Jean-Paul Sartre, nella sua Critica della ragione dialettica, avrebbe convertito nel concetto di «controfinalità».[41] Gli esseri umani, attraverso le loro formazioni sociali di classe, sono diventati anti-physis (anti-natura). Questo si può vedere nella distruzione delle foreste e nelle conseguenti inondazioni (Sartre aveva in mente la produzione contadina cinese descritta nella Histoire de la Chine di René Grousset del 1942), in cui le popolazioni hanno minato la propria esistenza e le loro presunte vittorie sulla natura, con risultati catastrofici. «La natura», scriveva Sartre, «diventa la negazione dell'uomo proprio nella misura in cui l'uomo è reso anti-physis» e quindi «antipraxis».[42] L'unica risposta al problema dell'alienazione della natura per Sartre, come per Marx ed Engels, era quella di modificare i rapporti sociali di produzione che spingono l'umanità verso la catastrofe finale. Ciò richiedeva una rivoluzione della terra sotto forma di una nuova prassi socialista di sviluppo umano sostenibile, in cui la vita stessa non fosse più posta come nemica dell'umanità: la riunificazione di natura e società.

La tradizione del “comunismo della decrescita” all'interno del marxismo risale a William Morris, il quale sosteneva che la Gran Bretagna poteva fare a meno della metà del carbone che utilizzava.[43] Ma può anche essere vista come collegata a quella che Paul Burkett definiva la «visione globale dello sviluppo umano sostenibile» di Marx. In questo caso, l'accumulazione del capitale doveva essere sostituita da progressi nello sviluppo umano qualitativo e dedicata alla produzione di valore d'uso (piuttosto che di valore di scambio) e al soddisfacimento dei bisogni di tutti gli individui, partendo dai bisogni più elementari fino ad arrivare ai bisogni umani e sociali più sviluppati, in armonia con l'ambiente nel suo complesso.[44]

L'efficacia della pianificazione centralizzata

Quando presero il potere nella Rivoluzione d'Ottobre del 1917, «i bolscevichi», come ha osservato l'economista marxista Paul Baran, «non avevano alcuna intenzione di instaurare immediatamente il socialismo (e una pianificazione economica completa) nel loro paese affamato e devastato».[45] In origine, prevedevano una rigida regolamentazione e un controllo del mercato capitalistico sotto un governo diretto dai lavoratori e la nazionalizzazione delle imprese chiave, con una lunga e lenta transizione verso un'economia completamente socialista. In realtà, all'epoca non esisteva alcuna nozione concreta di pianificazione centralizzata o di economia di comando.[46] «La parola "pianificazione"», ha scritto Alec Nove in An Economic History of the U.S.S.R,

aveva un significato molto diverso [in Unione Sovietica] nel 1923-6 rispetto a quello che acquisì in seguito. Non c'era un programma di produzione e di allocazione completamente elaborato, non c'era una "economia di comando". Gli esperti del Gosplan... lavorarono con notevole originalità, lottando con statistiche inadeguate per creare il primo "bilancio dell'economia nazionale" della storia, in modo da fornire una sorta di base per la pianificazione della crescita.... Il punto è che ciò che emerse da questi calcoli non furono piani nel senso di ordini di agire, ma "dati di controllo”, che erano in parte una previsione e in parte una guida per le decisioni strategiche di investimento, una base per discutere e determinare le priorità.[47]

Il comunismo di guerra, iniziato a metà del 1918, otto mesi dopo la Rivoluzione d'Ottobre, fu uno sforzo disperato per far fronte al caos e alle devastazioni derivanti dalla guerra civile russa, compresa l'invasione del paese da parte di tutte le maggiori potenze imperiali a sostegno delle forze “bianche”. Il comunismo di guerra non si basava sulla pianificazione, ma sulle nazionalizzazioni all'ingrosso, sulla produzione bellica, sul divieto di commercio privato, sulla parziale eliminazione dei prezzi, sulle razioni gratuite e sulla requisizione forzata dei rifornimenti e delle eccedenze.[48] Lo Stato rivoluzionario sovietico vinse la guerra civile, sconfiggendo le armate bianche e costringendo le potenze imperiali a lasciare il Paese. Ma l'economia fu devastata e il piccolo proletariato industriale, che era stato la spina dorsale della rivoluzione, fu decimato. Nel 1920 il numero degli operai industriali era la metà rispetto al 1914.[49] Nel 1921, di fronte al deterioramento economico, alla carestia e alla rivolta dei marinai di Kronstadt, V. I. Lenin organizzò una ritirata strategica, reintroducendo una parziale economia di libero mercato nella Nuova Politica Economica (NEP). A partire dal 1920, Lenin prese anche l'iniziativa personale di introdurre un piano per l'elettrificazione di tutta la Russia entro dieci o quindici anni, costruendo centrali elettriche e relative infrastrutture in tutte le principali regioni industriali. Questo si sarebbe rivelato il più grande risultato in termini di sviluppo economico nei primi anni Venti.[50]

La NEP fu vista come un periodo di transizione nel movimento verso il socialismo. Lenin la definì «capitalismo di Stato». Lo Stato sovietico mantenne il controllo dei vertici dell'economia, tra cui l'industria pesante, la finanza e il commercio estero. Nella concezione iniziale di Lenin, la NEP era un'alleanza limitata con il grande capitale con l'obiettivo di trasformare la produzione secondo la sua forma più sviluppata di capitalismo monopolistico, ma sotto il controllo socialista, in accordo con i contadini. «Lo Stato sovietico», ha scritto Tamás Krausz in Reconstructing Lenin, «accordava un trattamento preferenziale al capitale organizzato su larga scala e alla proprietà statale orientata al mercato piuttosto che alla proprietà privata anarchica, all'economia caotica incontrollabile dei piccoli borghesi». Lenin utilizzò il concetto di capitalismo di Stato per riferirsi non solo al settore statale in un'economia mista, ma anche a una formazione sociale definita, che andasse in direzione del socialismo, che costituisce l'essenza della NEP.[51]

Fu durante la NEP che venne introdotto per la prima volta nell'economia un livello di pianificazione dello sviluppo. Il Consiglio Supremo dell'Economia Nazionale era stato istituito già nel 1917. Tuttavia, fu con la NEP che venne istituito il Gosplan come principale commissione statale per la pianificazione. Il Gosplan sviluppò il primo sistema di bilanci per un'economia nazionale, fornendo dati di controllo per guidare le decisioni di investimento con direttive limitate a pochi settori strategici sotto il controllo dello Stato. Nel 1923-24 fu introdotto un metodo nuovo di tabelle input-output, ispirato al Tableau économique di François Quesnay e agli schemi di riproduzione di Marx nel Capitale.[52]

Nel 1925, la NEP era riuscita a ripristinare l'economia prebellica e la produzione industriale all’infuori dell'agricoltura stava iniziando a stabilizzarsi. Nel 1922 Lenin aveva accennato al fatto che la NEP avrebbe potuto rimanere in vigore a lungo, ritenendo venticinque anni una stima «un po' troppo pessimistica».[53] Ma con la sua morte nel 1924 e il successo della NEP nel ripristino dell'economia, si aprì un Grande Dibattito sulla trasformazione socialista e la pianificazione. La teoria marxista classica si basava sulle rivoluzioni avvenute precedentemente nei paesi sviluppati dell'Europa occidentale. La rivoluzione russa era stata originariamente concepita come l'innesco di una più ampia rivoluzione proletaria europea, che tuttavia non si è mai materializzata. La Russia si trovò ad essere un paese sottosviluppato, prevalentemente contadino, in uno stato di isolamento politico ed economico, di fronte alla continua minaccia di nuove invasioni imperiali.

Tutti i principali partecipanti al Grande Dibattito concordarono sulla necessità di passare a un'economia pianificata socialista, ma emersero disaccordi sulla natura e i tempi del cambiamento e sul grado di espropriazione delle terre da parte dei contadini. Alcuni bolscevichi di spicco, come Nikolaj Bucharin, si schierarono a favore di quella che era allora la linea dominante, insistendo su un approccio più lento, a crescita equilibrata, basato sulla continuazione della NEP come periodo di transizione. Al contrario, coloro che, come l'economista E. A. Preobraženskij, si identificavano con l'“opposizione di sinistra”, erano favorevoli a un passaggio molto più rapido a un'economia pianificata centralmente e all'espropriazione da parte dei contadini attraverso un processo di accumulazione primitiva socialista.[54] I principali esponenti dell'opposizione di sinistra, tra cui Preobraženskij e Lev Trotskij, e di quella che Iosif Stalin avrebbe definito l'opposizione di destra, cui apparteneva Bucharin (con cui Stalin si era schierato durante il Grande Dibattito), vennero tutti eliminati ,uno dopo l'altro, lasciando a Stalin l'intero comando.[55]

Con l'ascesa al potere di Stalin nel 1928, fu adottato un percorso di rapida industrializzazione in linea con le proposte originariamente avanzate dall'opposizione di sinistra, a cui lo stesso Stalin si era inizialmente opposto. L'obiettivo divenne quello di costruire il «socialismo in un solo paese», data la posizione isolata dell'URSS. Ciò, tuttavia, prese la forma di una brutale accumulazione socialista primitiva e di un'economia di comando burocratica gestita dall'alto, a partire dal primo piano quinquennale del 1929. Nel 1925-26, sotto la NEP, il settore statale costituiva il 46% dell'economia; nel 1932 era salito al 91%.[56]

La tragedia della pianificazione sovietica risiedeva nelle terribili circostanze storiche in cui era nata, portando a quella che il noto storico dell'URSS, Moshe Lewin, ha definito «la scomparsa della pianificazione nel piano».[57] La produzione industriale nel 1928-29 sotto la NEP era cresciuta a un tasso del 20%. Eppure, questo non era considerato sufficiente. Bucharin si espresse contro i piani, sostenuti da “pazzi”, che cercavano un tasso di crescita economica annuale doppio rispetto a quello che la NEP aveva prodotto. Il processo di pianificazione fu quindi concepito fin dall'inizio su basi irrealistiche. Sorse un sistema di pianificazione centrale che assunse la forma specifica di un'economia di comando, in cui tutte le direttive sull'allocazione della manodopera e delle risorse, sui fattori di produzione, sugli obiettivi specifici e così via, venivano stabilite burocraticamente dall'alto. Ciò fu accompagnato dalla perpetuazione del carattere di base del processo lavorativo capitalistico, con l'incorporazione delle tecniche di gestione scientifica taylorista, eliminando la possibilità di forme di organizzazione dal basso o di controllo da parte dei lavoratori, come originariamente previsto dai Soviet operai.

Le direttive stabilite nel primo piano quinquennale erano al di là di ogni possibilità di realizzazione, con la conseguenza che il piano, di fatto, fu accantonato fin quasi dall'inizio. Il sistema di comando che ne emerse era amministrato in modo centralizzato e burocratico, mentre la pianificazione razionale era quasi assente. Nel frattempo, il “ritmo sostenuto” dell'industrializzazione comportò la confisca massiccia delle proprietà dei contadini e la collettivizzazione forzata, che colpì milioni di persone. Come ha scritto Lewin, «la spinta anti-contadina di Stalin fu un attacco contro le masse popolari. Richiedeva una coercizione su così vasta scala che l'intero Stato doveva essere trasformato in un'enorme macchina oppressiva». In tali circostanze, la dura irreggimentazione della popolazione era inevitabile.[58]

Tuttavia, con tutti i suoi difetti e le sue barbarie, l'economia di comando rozza, goffa e burocratica che sorse in Unione Sovietica, ebbe un enorme successo nei suoi effetti sullo sviluppo. Fu in grado di dare priorità agli investimenti nell'industria pesante in un modo mai visto prima. Il tasso di crescita medio annuo della produzione industriale per gli anni 1930-40 fu ufficialmente “del 16,5%”, che, come afferma Lewin, era «certamente una cifra impressionante (e non molto meno impressionante anche nel caso in cui si preferiscano valutazioni minori da parte degli economisti occidentali)».[59] L'Unione Sovietica passò all'industrializzazione, espandendo anche i trasporti e la produzione di energia elettrica, l'agricoltura rimase indietro. Altri grandi miglioramenti si ebbero nel campo dell'istruzione e nell'urbanizzazione.[60] Tra il 1928 e il 1941 furono costituite circa ottomila grandi imprese moderne.[61]

Nel 1928, l'Unione Sovietica era ancora un paese sottosviluppato, ma all’epoca della Seconda guerra mondiale era già emersa come una grande potenza industriale. Non si può mettere in dubbio il duro realismo di Stalin quando, nel 1931, affermò: «Siamo indietro di 50-100 anni rispetto ai paesi avanzati. Dobbiamo colmare questa distanza in dieci anni. O ce la faremo o saremo schiacciati».[62] I suoi calcoli erano corretti. Quando la Wehrmacht tedesca invase la Russia esattamente dieci anni dopo, nel 1941, con più di tre milioni di truppe dell'Asse, organizzate in divisioni corazzate e schierate su un fronte di 1.800 miglia, le forze di invasione si trovarono di fronte a una grande potenza industriale e militare del tutto diversa dalla Russia che avevano affrontato nella Prima Guerra Mondiale. Le forze sovietiche opposero una resistenza straordinaria, di gran lunga superiore a quella che Adolf Hitler e i suoi consiglieri prevedevano. La storia del mondo moderno si sarebbe fondata proprio su questo fatto, portando alla sconfitta della Germania nazista.[63]

Tuttavia, le debolezze dell'economia sovietica, con la sua produzione pianificata e amministrata centralmente, avrebbero inciso negativamente sul sistema dopo la Seconda guerra mondiale. Sebbene avesse mantenuto tassi di crescita piuttosto impressionanti e, nel periodo post-stalinista, in particolare all'inizio dell'era di Leonid Brežnev, fosse in grado di fornire sia armi che burro, nel contesto della Guerra Fredda – in cui si confrontava con una controparte molto più forte e aggressiva, gli Stati Uniti – le debolezze del sistema sovietico divennero sempre più evidenti.[64] L'economia pianificata burocratica aveva portato a una concentrazione del potere e all'emergere di una nuova classe dirigente formata da vertici della burocrazia, o nachal'niki, derivante dal sistema della nomenklatura (che esercitava il controllo sui membri di alto livello del Partito), che pesava sul sistema, impedendo i necessari cambiamenti.[65] Nonostante i primi sviluppi nell'analisi input-output, l'economia di comando sovietica non integrò mai i metodi della cibernetica e le possibilità di una pianificazione più ottimale emersero con la nuova rivoluzione informatica nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale, nonostante alcuni movimenti fossero avvenuti in questa direzione.[66] L'eccessiva enfasi sui nuovi progetti di investimento portò a trascurare gli investimenti di sostituzione [di macchinari, attrezzature e impianti], con il risultato che la produzione fu portata avanti con attrezzature obsolete con conseguenti numerose interruzioni del lavoro.[67] La proletarizzazione del lavoro, unita alla piena occupazione e ad altre garanzie, ridusse le possibilità di coercizione economica all'interno del sistema, rispetto al capitalismo, ponendo il problema di incentivi materiali per i lavoratori.[68]

Il sistema sovietico di gestione delle imprese, come Che Guevara riconobbe acutamente, era basato sul capitalismo pre-monopolistico, non sul capitalismo monopolistico, e quindi si basava soprattutto sulle transazioni interaziendali piuttosto che intra-aziendali. Ciò significava che le imprese dipendevano dai prezzi esterni, con l'ironico risultato che le relazioni di mercato indebolivano la pianificazione a livello aziendale in modi che non si verificavano all'interno di quello che Galbraith aveva definito il «sistema di pianificazione» delle corporations in Occidente. Allo stesso tempo, la produzione in fabbrica era organizzata secondo il vecchio modello della Ford Motors, in cui ogni divisione o sindacato produceva tutti i componenti, in contrapposizione al più sviluppato sistema di produzione monopolistico capitalistico con fornitori multipli, che impediva il rallentamento dei flussi produttivi.[69] Soprattutto, l'economia di comando sovietica si basava fin dall'inizio su uno sviluppo estensivo, piuttosto che intensivo, attraverso la selezione forzata di manodopera e risorse, in contrapposizione all’implementazione di efficienze dinamiche.[70] Di conseguenza, una volta che la manodopera e le risorse cominciarono a scarseggiare, piuttosto che il contrario, l'economia entrò in stagnazione, creando una diffusa carenza.[71]

Tuttavia, anche allora l'economia continuò a crescere, anche se più lentamente, fino al caos dell'era Gorbaciov, fornendo nel contempo alla popolazione ampi servizi sociali, invidiabili rispetto alla maggior parte dei paesi del mondo, anche se privi di consumismo di massa e di beni di lusso.[72] Alla fine, fu la direzione intrapresa dai vertici della gerarchia sociale della nomenklatura, che aspirava allo stesso stile di vita opulento delle alte sfere occidentali, a segnare il destino del sistema sovietico.[73]

Come spiegarono Harry Magdoff e Fred Magdoff in Approaching Socialism, “le carenze dell'economia sovietica, che divennero evidenti non molto tempo dopo la ripresa dalla Seconda guerra mondiale, non furono il risultato del fallimento della pianificazione centralizzata, ma del modo in cui la pianificazione fu condotta. La pianificazione centralizzata in tempo di pace non richiede il controllo, da parte delle autorità centrali, di ogni dettaglio della produzione. Non solo il comandismo e l'assenza di democrazia non sono ingredienti necessari della pianificazione centralizzata, ma sono controproducenti per una buona pianificazione. Ironia della sorte, furono il carattere di classe del sistema sovietico e la corruzione dilagante a portarlo alla sua fine.[74]

Il periodo dell'economia di comando della Cina, dopo la rivoluzione del 1949, fu molto più breve, durando essenzialmente dal 1953 al 1978. La Cina lanciò il suo primo piano quinquennale, basato sul modello sovietico, nel 1953 e la sua fase di pianificazione durò fino all’istituzione delle "riforme di mercato", un quarto di secolo dopo. Durante il suo periodo di pianificazione centralizzata, in cui dovette anche affrontare la minaccia statunitense che la costrinse a dirottare le principali risorse necessarie alla difesa nazionale, la Repubblica Popolare Cinese raggiunse comunque risultati considerevoli, ponendo le basi industriali e sociali per l'ancor più notevole sviluppo economico, che sarebbe seguito con l'apertura dell'economia cinese e la sua integrazione controllata con l'economia mondiale.

Non c'è dubbio che nel periodo iniziale di pianificazione i risultati dell'economia di comando cinese fossero discontinui. La pianificazione centralizzata, com’è stata istituita in Cina, presentava molte delle stesse criticità che aveva in Unione Sovietica, portò a squilibri ed allo stesso fenomeno di «scomparsa della pianificazione nel piano». Tuttavia, furono raggiunti enormi risultati. L'agricoltura fu posta su nuove basi, con i collettivi e la proprietà sociale.[75] «Poche persone ne furono consapevoli», scrisse Fred Magdoff nella sua prefazione a The Unknown Cultural Revolution: Life and Change in a Chinese Village di Dongping Han,

«nella visita in Cina nell'estate del 1974, durante la Rivoluzione Culturale, di una delegazione di agronomi statunitensi. Essi viaggiarono molto e rimasero stupiti da ciò che osservarono, come descritto in un articolo del New York Times (24 settembre 1974). La delegazione era composta da dieci scienziati «esperti osservatori di colture con una vasta esperienza in Asia». Come disse il premio Nobel Norman Borlaug: «Dovevi cercare attentamente per trovare un terreno mal coltivato. Ovunque viaggiassimo, tutto era verde e bello. I progressi erano molto più rimarchevoli di quanto mi aspettassi». Il capo della delegazione, Sterling Wortman, vicepresidente della Fondazione Rockefeller, descrisse il raccolto di riso come «... davvero di prim'ordine. Un terreno coltivato dopo l’altro, come qualsiasi cosa che si possa vedere». Gli osservatori rimasero colpiti anche dal livello di abilità degli agricoltori nelle comuni. Wortman dichiarò: «Sono tutti elevati al miglior livello di abilità. Condividono tutti gli input a loro disposizione». Una dettagliata descrizione delle loro osservazioni sull’agricoltura cinese fu pubblicata dal Dr. Sprague nel 1975 sulla prestigiosa rivista Science. Gran parte dei progressi dell'agricoltura cinese dopo la Rivoluzione Culturale furono resi possibili dai progressi compiuti in quel periodo. Anche l'aumento dell'uso di fertilizzanti verificatosi tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 fu reso possibile dalle fabbriche appaltate dalla Cina nel 1973.[76]

La crescita del potenziale industriale in Cina sotto Mao Zedong è stata "relativamente rapida" se paragonata a quella di quasi tutti gli altri Paesi in via di sviluppo.[77] L'alfabetizzazione e l'aspettativa di vita media sono state completamente trasformate, ponendo la Cina, alla fine degli anni '70, al pari dei Paesi a medio reddito in termini di fattori di sviluppo umano, nonostante il reddito pro capite ancora estremamente basso. L'«impatto netto della pianificazione» fu un enorme incremento del "tasso di progresso tecnico". Come ha scritto Chris Bramall nella sua opera principale del 1993, In Praise of Maoist Economic Planning, «Se si pensa che le capacità siano un migliore indicatore dello sviluppo economico rispetto all'opulenza, sia la Cina che la provincia del Sichuan si erano molto sviluppate al momento della morte di Mao. Il fatto che la Banca Mondiale scelga di dare maggiore risalto all'opulenza è una decisione puramente normativa».[78]

Dopo il 1978 la Cina è passata rapidamente da un'economia interamente pianificata a livello centrale a un sistema di economia mista, simile alla NEP di Lenin. In termini marxisti potrebbe essere visto strutturalmente, come ha osservato Samir Amin, come un "capitalismo di stato" sotto la guida del Partito Comunista Cinese (sebbene siano stati utilizzati anche i termini "socialismo di mercato" e persino "socialismo di stato").[79] Ciò significa che c'è stata una brusca svolta verso il mercato, mentre il settore statale è rimasto enorme, dominando i vertici dell'economia e guidando l'intero sistema, sotto il "socialismo con caratteristiche cinesi". Il PIL cinese è cresciuto di trenta volte tra il 1978 e il 2015, superando di gran lunga tutti gli altri "miracoli economici" storici in materia di industrializzazione.[80]

I terreni, soprattutto nelle aree rurali, sono rimasti per la maggior parte di proprietà statale/collettiva. Attualmente la Cina ha circa 150.000 imprese statali, di cui circa 50.000 di proprietà del governo centrale e il resto dei governi locali. Le imprese statali rappresentano circa il 30% del PIL totale (circa il 40% del PIL non agricolo) e circa il 44% del patrimonio nazionale.[81] Queste imprese sono strettamente controllate dal governo (con i direttori generali delle imprese statali nominati dal Dipartimento centrale per l’Organizzazione del Partito). Sono integrate nel mercato, ma ricevono sostegno e sussidi statali e devono soddisfare gli obiettivi governativi al di là della massimizzazione dei profitti, fornendo al contempo un surplus economico allo Stato, pari al 30% dei loro profitti. Durante la pandemia COVID-19, il Partito ha assegnato alle imprese statali un ruolo significativo.[82]

La Cina continua a introdurre piani quinquennali in cui il controllo sul settore statale è il suo principale punto di forza per guidare l'intera economia.[83] Nel 2002, c'erano sei imprese statali cinesi nella Global Fortune 500. Nel 2012 sono salite a sessantacinque. Il Partito Comunista Cinese riconosce esplicitamente che il mercato è una forza senza cuore e senza cervello, che richiede un ruolo diretto dello Stato nella guida dell'economia. Ciò ha assunto la forma di quella che è nota come “regolazione statale (ovvero regolazione pianificata)” e del principio di “coproduzione” di stato e mercato.[84]

Come ha osservato Yi Wen, economista e vicepresidente del Consiglio della Federal Reserve di St. Louis, «la Cina ha compresso in una sola generazione i circa 150-200 (o anche più) anni di cambiamenti economici rivoluzionari sperimentati dall'Inghilterra nel 1700-1900 e dagli Stati Uniti nel 1760-1920 e dal Giappone nel 1850-1960».[85] Un aspetto importante dell'economia cinese, che conserva un settore statale trainante, e quindi una capacità molto maggiore da parte dello Stato di regolare l'economia - e di pianificare i cambiamenti nella ripartizione di lavoro e risorse - è una maggiore immunità alle crisi economiche, generalmente limitate a disturbi locali della produzione.[86] Tuttavia, le contraddizioni centrali del “socialismo con caratteristiche cinesi” si trovano nel livello di disuguaglianza che ha ormai quasi raggiunto proporzioni statunitensi, e nell'estremo sfruttamento della manodopera migrante dalle aree rurali, impiegata nella produzione di esportazione per le multinazionali straniere. Queste sono diventate le principali aree problematiche.[87]

La fine dell'Unione Sovietica e l'apertura della Cina all'economia mondiale sono state universalmente accolte in Occidente - in particolare nell’ambito dell'economia ortodossa, nucleo ideologico del sistema - come la prova definitiva che la pianificazione economica era impraticabile e destinata a fallire fin dall'inizio. Il socialismo veniva identificato interamente con la pianificazione, che, si diceva, portava all'inevitabile fallimento. Implicito a tutto ciò era il «presupposto che la pratica sovietica rivela la natura essenziale di un'economia pianificata a livello centrale».[88]

Tuttavia, una condanna così categorica della pianificazione centralizzata in tutte le sue forme e circostanze, avulsa dall'analisi concreta, non aveva alcuna base teorica ed era contraddetta dalla realtà. Le stesse economie capitaliste avevano spesso fatto ricorso alla pianificazione centralizzata di emergenza in tempo di guerra. Durante la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti, ad esempio, istituirono un esteso sistema di pianificazione nazionale, gestito dal War Production Board e da altre agenzie, che spostava risorse e produzione mentre istituiva il razionamento e il controllo dei prezzi. La produzione automobilistica civile, che costituiva il principale settore industriale del paese, fu rapidamente convertita nella produzione di armamenti, carri armati e aerei. C'era un disperato bisogno di produrre navi da guerra e navi mercantili. I beni militari erano necessari non solo per gli Stati Uniti ma anche per i loro alleati.[89] Ciò richiese anche una massiccia espansione e importanti cambiamenti nella forza lavoro, poiché milioni di uomini furono chiamati al servizio militare. L'occupazione retribuita delle donne crebbe del 57% durante la guerra; nel 1943, le donne costituivano il 65% della forza lavoro nell'industria aeronautica.[90] Tutto ciò richiedeva una pianificazione centrale, con agenzie di pianificazione, direttive statali e controlli fiscali e monetari. La ricerca governativa nel campo della scienza e della tecnologia fu potenziata, soprattutto col famoso Progetto Manhattan. Il surplus economico generato dalla società fu massicciamente reindirizzato per facilitare la produzione bellica, mentre l'industria doveva essere coordinata per massimizzare specifici beni militari al momento e al ritmo giusto.[91] La pianificazione centralizzata, come l'ha definita Michał Kalecki, «include il volume della produzione, il fondo salari, i progetti di investimento più ampi, nonché il controllo dei prezzi e la distribuzione dei materiali di base». La pianificazione americana in tempo di guerra si adatta in larga misura a questa definizione, dimostrando che un'economia mista non era sempre incompatibile con la pianificazione centralizzata.[92]

Senza una pianificazione sociale ed economica, gli obiettivi del socialismo volti all'uguaglianza sostanziale e alla sostenibilità ecologica sono impossibili da raggiungere. La logica e l'esperienza storica mostrano che senza un sistema di pianificazione di qualche tipo che operi a vari livelli, dal luogo di lavoro locale a quello nazionale, non è possibile affrontare efficacemente l'emergenza ecologica planetaria o permettere un «buen vivir per tutte le persone».[93] Semplicemente, questo non può essere realizzato in una società di «Accumulate, accumulate! Questo dicono Mosé e i profeti!»[94] La pianificazione, tuttavia, deve essere democratica se vuole ottenere risultati socialmente ottimali. «Non c'è nulla nella pianificazione centrale» in sé, notano Fred e Harry Magdoff in "Approaching Socialism",

«che richiede il comandismo e la consegna di tutti gli aspetti della pianificazione alle autorità centrali. Ciò si verifica a causa dell'influenza di particolari interessi burocratici e del potere sovrastante dello Stato. La pianificazione per il popolo deve coinvolgere il popolo. I piani delle regioni, delle città e dei paesi richiedono il coinvolgimento attivo delle popolazioni locali, delle fabbriche e dei negozi nei consigli dei lavoratori e delle comunità. Il programma generale, in particolare la decisione sulla distribuzione delle risorse tra beni di consumo e investimenti, richiede la partecipazione del popolo. E per questo, il popolo deve conoscere i fatti, un modo chiaro per informare il proprio pensiero e contribuire alle decisioni fondamentali.[95]

Un'economia pianificata, unificata e diversificata, che comprenda più livelli e preveda la "democrazia nell’intero processo", non richiede l'eliminazione del mercato dei consumi o della libertà dei lavoratori di lavorare dove vogliono (e quindi un mercato del lavoro in questo senso).[96] Richiede, tuttavia, il controllo degli investimenti in beni capitali e della finanza, e quindi dei controlli sociali che consentano l’investimento del surplus economico in modi che vadano a beneficio della popolazione nella sua interezza (comprese le generazioni future), assicurando condizioni egualitarie, le basi fondamentali dello sviluppo umano per tutti gli individui e la protezione dell'ambiente naturale.

Nel suo saggio “In Defense of Socialist Planning” del 1986, Ernest Mandel sosteneva che il vantaggio principale della pianificazione economica è che le decisioni sulla distribuzione delle risorse e del lavoro vengono prese a priori e poi corrette per tentativi ed errori, piuttosto che a posteriori attraverso la forza mediatrice del mercato delle merci (e del suo «razionamento da parte del portafoglio»). La pianificazione consente quindi di prendere decisioni direttamente sulla base di ciò che Marx chiamava la «gerarchia dei ... bisogni». Ciò non richiede che tutte le decisioni siano prese da una burocrazia centralizzata; è coerente con una democrazia socializzata basata sulla «istituzionalizzazione della sovranità popolare». I parametri fondamentali della produzione sarebbero stabiliti dai produttori associati in una società organizzata sul principio della cooperazione. Una società di questo tipo «crescerebbe nella civiltà piuttosto che nel consumismo».[97]

Stati socialisti e ambiente

C'è un'idea ampiamente diffusa, che è diventata quasi universalmente accettata dopo la fine dell'Unione Sovietica, secondo cui i risultati sovietici in merito all’ambiente fossero nettamente peggiori di quelli occidentali, e che questo fosse attribuibile al socialismo e alla pianificazione centralizzata.[98] È vero che i risultati dell'URSS in merito all’ambiente fossero deplorevoli sotto molti aspetti. Basti pensare a Chernobyl e al lago d'Aral. Nell'era di Stalin, molti dei pionieri ecologisti sovietici furono epurati, con importanti conseguenze per lo sviluppo sovietico. Tuttavia, la visione dominante cancella i successi ambientali sovietici, che si riscontrano nelle cinture verdi intorno alle città, nelle famose zapovedniki (riserve ecologiche scientifiche), nelle massicce campagne di rimboschimento/forestazione, nel ruolo di guida nella promozione di accordi ambientali a livello internazionale e nelle potenti organizzazioni ambientaliste, che esercitavano pressioni sul governo. La All-Russian Society for the Preservation of Nature (Società Russa per la Conservazione della Natura), guidata in gran parte da scienziati, contava trentasette milioni di membri nel 1987, il che la rendeva la più grande organizzazione di difesa della conservazione al mondo.[99]

Con l'industrializzazione e la modernizzazione dell'Unione Sovietica, che ha dovuto affrontare elevati livelli di spesa militare a causa della minaccia occidentale della Guerra Fredda, l'Unione Sovietica si è naturalmente allineata ai livelli occidentali di distruzione ambientale. Come l'Occidente, alla fine ha risposto, anche se non senza contraddizioni, ai propri movimenti ambientalisti. La protezione e la conservazione dell'ambiente furono incorporate, anche se in modo inadeguato, nel sistema di pianificazione generale. L'Unione Sovietica disponeva di un sistema molto esteso di leggi ambientali, che tuttavia non erano sufficientemente applicate. Furono gli scienziati sovietici, presto seguiti da quelli statunitensi, a lanciare per primi l'allarme sull'accelerazione del riscaldamento globale.[100] Grandi sforzi furono compiuti anche nel settore della conservazione del suolo.[101] Negli anni '80, il concetto di "civiltà ecologica" nacque per la prima volta in Unione Sovietica e fu presto adottato in Cina, dove è diventato un aspetto centrale della pianificazione generale, come si evince dai piani quinquennali cinesi.[102] Importanti economisti sovietici, come P. G. Oldak, sostennero la necessità di una trasformazione radicale della contabilità del reddito nazionale sovietico per integrare le misure dirette alla compensazione della distruzione ambientale. «'Di più'» sosteneva, «non è sempre 'meglio'».[103]

I risultati ambientali dell'Unione Sovietica in materia di inquinamento, pur non essendo soddisfacenti, erano generalmente migliori se confrontati con quelli degli Stati Uniti, a parità di popolazione. Le emissioni pro capite di anidride solforosa, protossido di azoto, particolato e anidride carbonica dell'Unione Sovietica erano tutte molto inferiori a quelle degli Stati Uniti, mentre le emissioni pro capite di anidride carbonica sono diminuite negli ultimi anni. L'impronta ecologica pro capite dell'Unione Sovietica, la misura più completa dell'impatto ambientale, era di gran lunga inferiore a quella degli Stati Uniti, e il divario è aumentato negli anni '80, quando l'impronta ecologica pro capite degli Stati Uniti ha continuato a crescere mentre quella dell'URSS si è stabilizzata. Inoltre, questo era vero nonostante gli Stati Uniti fossero in grado di «scaricare i danni ambientali su molti altri Paesi». Gli Stati Uniti erano molto più ricchi e tecnologicamente avanzati, ma causarono anche molti più danni all'ambiente globale.[104]

Sebbene la pianificazione sovietica e quella di altre società post-rivoluzionarie siano state indirizzate alla crescita economica, imitando in qualche misura il capitalismo, la spinta interna e di classe all'accumulazione di capitale, non è una caratteristica strutturale intrinseca di una società socialista pianificata. Per questo motivo, Paul M. Sweezy ha sostenuto nel 1989 che le economie pianificate, realmente esistenti, offrissero all'umanità le migliori possibilità di realizzare le rapide trasformazioni della produzione e del consumo necessarie per affrontare la crisi ambientale globale.[105]

Cuba, sebbene sia un paese povero che deve far fronte a un perenne blocco economico da parte degli Stati Uniti, è stata a lungo riconosciuta come la nazione più ecologica della Terra, secondo il Living Planet Report della World Wildlife Federation. Cuba è stata in grado di dimostrare che un paese può avere un’alta valutazione dello sviluppo umano pur avendo una bassa impronta ecologica. Ciò è dovuto al fatto che nella sua pianificazione ha posto in primo piano lo sviluppo umano per la popolazione nel suo complesso, comprese le condizioni ambientali.[106]

Nel frattempo, la Repubblica Popolare Cinese ha fatto passi da gigante nella direzione della "civiltà ecologica", nonostante il suo tentativo di portare il reddito pro capite della popolazione al di sopra del livello attuale, che attualmente è meno di un quinto di quello degli Stati Uniti (in termini di cambio di mercato), che necessita di alti tassi di crescita economica.[107] Ciò è stato accompagnato da una continua, seppur ridotta, dipendenza dalle centrali a carbone come principale fonte di energia. Tuttavia, la Cina ha fatto passi da gigante nel campo delle tecnologie sostenibili, dove è leader mondiale; nella rapida riduzione dell'inquinamento; e nei livelli globali di riforestazione/rimboschimento.[108]

Nell'attuale clima ecologico, Cina e Cuba, insieme ad altre economie miste, dirette dallo stato e semi-pianificate, come il Venezuela, con i suoi tentativi, attraverso la Rivoluzione Bolivariana, di costruire uno stato comunitario e i suoi straordinari risultati in termini di sicurezza e sovranità alimentare - offrono una speranza di svolta ecologica nell'attuale emergenza planetaria, attualmente assente nell'opulento mondo capitalista.[109]

Pianificare lo sviluppo umano sostenibile

La decrescita pianificata o 'deaccumulazione' e il passaggio a uno sviluppo umano sostenibile sono ormai inevitabili nei Paesi più ricchi, le cui impronte ecologiche pro capite sono insostenibili su base planetaria, se si vuole che la civiltà organizzata sopravviva. La portata e il ritmo della necessaria trasformazione ecologico-energetica, come sottolineato nei rapporti scientifici sul cambiamento climatico e su altri limiti planetari, indicano che per evitare la catastrofe è necessario attuare una trasformazione rivoluzionaria dell'intero sistema di produzione e consumo secondo il principio «Meglio più piccolo, ma meglio».[110] Pertanto, i principali paesi capitalisti/imperialisti, che costituiscono la principale fonte del problema, devono cercare una «via d'uscita prospera», concentrandosi sul valore d'uso piuttosto che sul valore di scambio.[111] Ciò richiede di passare a livelli molto più bassi di consumo energetico e di gravitare verso uguali quote globali pro capite, azzerando contemporaneamente le emissioni di carbonio.

Allo stesso tempo, i Paesi più poveri con una bassa impronta ecologica devono potersi sviluppare in un processo generale che prevede la contrazione del flusso di energia e materiali nei Paesi ricchi e la convergenza del consumo pro capite in termini fisici nel mondo intero.[112] Il ridimensionamento delle economie ricche richiederà un massiccio passaggio a tecnologie sostenibili, tra cui l'energia solare ed eolica. Ma nessuna delle tecnologie esistenti è in grado, da sola, di risolvere il problema climatico nella tempistica richiesta, per non parlare dell'affrontare l'emergenza planetaria nella sua interezza, consentendo al contempo la prosecuzione dell'accumulazione esponenziale illimitata e la cattiva distribuzione imposte dal capitalismo.[113]

Ciò che è oggettivamente necessario a questo punto della storia umana è quindi una trasformazione rivoluzionaria delle relazioni sociali che regolano la produzione, il consumo e la distribuzione. Ciò significa un drastico allontanamento dal sistema del capitale monopolistico, dello sfruttamento, dell'espropriazione, dello spreco e dell'incessante spinta all'accumulazione.[114] Al suo posto, un'umanità rivoluzionaria basata sulla popolazione attiva - un emergente proletariato ambientale - dovrà esigere una nuova formazione sociale che provveda ai bisogni fondamentali di tutta la popolazione, seguiti dai bisogni della comunità, compresi i bisogni di sviluppo di tutti gli individui.[115] Ciò sarà reso possibile da miglioramenti qualitativi del lavoro, dal rilievo dato al lavoro utile e al lavoro di cura, insieme alla condivisione dell'abbondante ricchezza sociale, essa stessa prodotto del lavoro umano. Un rapporto sostenibile con la Terra è un requisito assoluto senza il quale non ci può essere un futuro umano. Tutto questo richiede di andare contro la logica dell'accumulazione capitalista nel presente. La pianificazione economica dovrà essere riorganizzata, non per la crescita economica o per la guerra contro altri Paesi, ma per creare una nuova serie di priorità sociali finalizzate alla prosperità umana e a un metabolismo sociale sostenibile con la Terra.

Una «visione socialista degli Stati Uniti», ha scritto Harry Magdoff nel 1995, richiederebbe una diminuzione dell'uso di energia, della produzione di auto civili e dei sussidi governativi alle imprese che distruggono l'ambiente. «Nei Paesi ricchi sarebbe necessario uno stile di vita molto più semplice per preservare la Terra come luogo dell'esistenza umana». Per raggiungere questo obiettivo, «la crescita dovrebbe essere ridotta o controllata». In un tale sistema sarebbe essenziale concentrarsi sui bisogni primari, come un alloggio adeguato e dignitoso per tutti. Le spese belliche orientate all'imperialismo dovrebbero cessare e le restrizioni all'immigrazione dovrebbero essere eliminate. Tutto questo richiede una pianificazione sociale ed economica. Nulla di tutto ciò potrebbe essere ottenuto affidandosi principalmente al sistema dei prezzi di mercato, che promuove invariabilmente disuguaglianza, distruzione ambientale, guerra ed esclusione.[116] Come ha scritto il sociologo britannico Anthony Giddens in The Politics of Climate Change, «una pianificazione di qualche tipo è inevitabile» di fronte all'attuale crisi planetaria.[117]

Negli Stati Uniti e in altri Paesi ricchi esistono già attualmente i mezzi per una trasformazione massiccia e qualitativa della società in linea con le priorità sociali e i bisogni della classe operaia oppressa, allontanandosi dall'imperialismo e dall'oppressione globale dei “miserabili della terra”. Questo si può facilmente vedere nell’attuale bilancio militare di trilioni di dollari, che potrebbe essere riutilizzato per realizzare quei cambiamenti nell'infrastruttura energetica necessari per la sopravvivenza umana. Ma si può anche vedere nei crescenti livelli di espropriazione del surplus dai produttori diretti. Uno studio della RAND Corporation ha stimato che tra il 1980 e il 2018 sono stati espropriati 47 trilioni di dollari (in dollari del 2018), al 90% più povero della popolazione statunitense, calcolati sulla base di quanto avrebbero ricevuto se il reddito fosse cresciuto in modo equo all'interno dell'economia del periodo. Questa cifra supera l'intero valore attuale del patrimonio immobiliare statunitense, che nel gennaio 2022 era di 43 trilioni di dollari.[118] Alla base di questo enorme surplus sociale c'è il lavoro sociale, che deve essere considerato su base economica ed ecologica, e non più sulla base dell'accumulazione privata.[119]

Anche l'esame più superficiale dei più ampi sprechi e sfruttamenti del sistema solleva quello che Morris chiamava il problema del «lavoro utile contro fatica inutile».[120] L'enorme surplus economico derivante dal lavoro sociale - misurato non solo dai profitti, dagli interessi e dagli affitti, ma anche dagli sprechi, dalla cattiva distribuzione e dall'irrazionalità di base del sistema - è già molte volte superiore a quello necessario per realizzare i vasti cambiamenti necessari per creare una società di sviluppo umano sostenibile. È il capitalismo stesso che impone la scarsità e l'austerità alla popolazione per costringere i lavoratori a sacrificare ulteriormente le loro vite per un sistema di sfruttamento, che ora minaccia una crisi di abitabilità planetaria per tutta l'umanità e innumerevoli altre forme di vita.

La maggior parte delle strategie di decrescita, anche quelle promulgate dagli ecosocialisti, rimandano all'ideologia dominante, preferendo non sollevare la questione della pianificazione, anche di fronte all'emergenza planetaria. In effetti, si tende a rinunciare a misure ovvie come la nazionalizzazione delle società energetiche e il taglio obbligatorio delle emissioni per le imprese. Invece, i teorici della decrescita propongono generalmente un menu di "alternative politiche", come un Green New Deal in stile keynesiano, un reddito di base universale, una riforma fiscale ecologica, una settimana lavorativa più breve, una maggiore automazione e così via, nessuna delle quali entra in conflitto diretto con il sistema, o si avvicina ad affrontare l'enormità del problema, in quelle che vengono considerate riforme non riformiste.[121]

Le proposte per una drastica riduzione dell'occupazione, non solo per un orario di lavoro più breve, sostenute, in molti programmi di decrescita, da un reddito di base garantito, cercano di aggiustare i parametri del capitalismo, piuttosto che trascenderli, in un approccio che genererebbe il tipo di condizioni distopiche descritte nel romanzo di Kurt Vonnegut, Player Piano.[122] Come scrissero Leo Huberman e Sweezy quando la nozione di un reddito di base garantito fu ventilata per la prima volta negli anni '60, «la nostra conclusione può essere solo che l'idea di un reddito garantito incondizionatamente non è il grande principio rivoluzionario che gli autori di The Triple Revolution evidentemente credono che sia. Se applicato nel nostro sistema attuale, sarebbe, come la religione, un oppiaceo del popolo che tende a rafforzare lo status quo. E in un sistema socialista... non sarebbe affatto necessario e potrebbe fare più male che bene».[123]

Alcuni socialisti della non-decrescita, di fronte al cambiamento climatico, hanno ceduto al feticismo della tecnologia, proponendo pericolose misure di geoingegneria che inevitabilmente aggraverebbero la crisi ecologica planetaria nel suo complesso.[124] Non c'è dubbio che molti a sinistra vedano oggi l'intera soluzione come consistente in un Green New Deal che espanderebbe i posti di lavoro green e la tecnologia green, portando la crescita green in un circolo apparentemente virtuoso. Ma poiché questo è solitamente orientato a un'economia di crescita keynesiana e difeso in questi termini, i presupposti alla base di tutto ciò sono discutibili.[125] Una proposta più radicale, più in linea con la decrescita, sarebbe un People's Green New Deal orientato al socialismo e alla pianificazione ecologica democratica.[126]

Sotto il capitale monopolistico-finanziario di oggi, interi settori della professione sanitaria, dell'istruzione, delle arti e così via sono colpiti da quella che è nota come la "malattia del costo di Baumol", dal nome di William J. Baumol, che introdusse l'idea nel suo libro del 1966, Performing Arts: The Economic Dilemma.[127] Questo si verifica quando i salari aumentano e la produttività no. Così, come dichiara la rivista Forbes senza alcuna traccia di ironia: «La produzione di un quartetto [d'archi] che suona Beethoven non è aumentata dal XIX secolo», sebbene il loro reddito sia aumentato. La malattia del costo di Baumol è considerata applicabile principalmente a quei settori di lavoro in cui la nozione di aumento quantitativo della produttività è generalmente priva di significato. Tuttavia, come si misura la produttività di un infermiera che cura i pazienti? Certamente non dal numero di pazienti per infermiera, indipendentemente dalla quantità di cure che ciascuno riceve e dai risultati ottenuti. Il risultato degli obiettivi incentrati sul profitto, nell'economia altamente finanziarizzata di oggi, è il sottoinvestimento e l'istituzionalizzazione di bassi salari proprio in quei settori caratterizzati come soggetti alla cosiddetta malattia del costo di Baumol, semplicemente perché non favoriscono direttamente l'accumulazione di capitale.

Al contrario, in una società ecosocialista, dove l'accumulazione di capitale non è l'obiettivo primario, sarebbero spesso quelle aree ad alta intensità di lavoro nelle professioni di cura, nell'istruzione, nelle arti e nelle relazioni organiche con la terra ad essere considerate più importanti e integrate nella pianificazione sociale.[128] In un'economia orientata alla sostenibilità, il lavoro stesso potrebbe sostituire l'energia dei combustibili fossili, come nella piccola agricoltura biologica e sostenibile, più efficiente in termini ecologici.[129]

Scrivendo nel 1957 in The Political Economy of Growth, Baran ha sostenuto che il surplus economico pianificato potrebbe essere intenzionalmente ridotto nella pianificazione socialista, rispetto a quanto era allora possibile, al fine di garantire la «conservazione delle risorse umane e naturali». In questo caso, l'accento non sarebbe stato posto semplicemente sulla crescita economica, ma sul soddisfacimento dei bisogni sociali, compresa la riduzione dei costi ambientali; ad esempio, scegliendo di tagliare «l'estrazione del carbone».[130] Tutto ciò significava, in effetti, dare priorità allo sviluppo umano sostenibile rispetto a forme distruttive di crescita economica. Oggi, l'eliminazione dei combustibili fossili, anche se comporta una riduzione del surplus economico generato dalla società, è diventata una necessità assoluta per il mondo intero, che si trova di fronte a quella che Noam Chomsky ha definito «la fine dell'umanità organizzata».[131] Per dirla con le parole di Engels e Marx, è necessario sbloccare la «valvola di sicurezza inceppata» sulla locomotiva capitalista «che corre verso la rovina». La scelta è tra socialismo o sterminismo, «rovina o rivoluzione».[132]

Note

* Expended: speso; exsists: esiste; δύναμις: forza; expenditure: spesa.

[01] Herman E. Daly, Beyond Growth, Boston, Beacon Press, 1996, p. 2.

[02] In termini marxisti, la decrescita rappresenta un passaggio dalla riproduzione allargata, in termini di rendimento materiale, alla riproduzione semplice. Vedi Paul M. Sweezy, The Theory of Capitalist Development, New York, Monthly Review Press, 1970, pp. 75–95. Il principale teorico dell'economia stazionaria (finalizzata alla semplice riproduzione nel contesto di un'economia mondiale) è il compianto Herman E. Daly, in opere come Beyond Growth e Steady-State Economics. Daly fu un critico acuto dell'economia capitalista esistente e fece spesso ricorso a Marx nelle sue analisi. Tuttavia, il suo approccio all'economia stazionaria era originariamente ispirato alla concezione di John Stuart Mill dello "stato stazionario" e, come Mill, cercava, secondo le parole di Marx, di "riconciliare gli inconciliabili" del capitale e del lavoro, vedendo un'economia senza crescita come compatibile con il capitalismo o almeno con un sistema di mercato, e implementata da politiche governative, licenze e limiti. L'irrealismo di tutto ciò è stato in parte riconosciuto da Daly, che ha affrontato l'implementazione di un'economia senza crescita come una questione di fede, concludendo la sua grande opera, Beyond Growth, con Dio e una "economia centrata sulla Creazione". Tuttavia, la sua analisi era profondamente critica e persino radicale. Vedi Herman E. Daly, Beyond Growth, Boston, Beacon Press, 1996, pp. 216–24; Herman E. Daly, Steady-State Economics , Washington DC, Island Press, 1991; Herman E. Daly e John B. Cobb, Jr., Per il bene comune, Boston, Beacon Press, 1989. Per una critica ai tentativi di riconciliare un'economia senza crescita con il capitalismo, vedi John Bellamy Foster, Capitalism in the Anthropocene, New York, Monthly Review Press, 2022, pp. 363–72.

[03] Herman E. Daly, "Economics in a Full World", Scientific American, settembre 2005, pp. 100–7.

[04] Howard T. Odum e Elisabeth C. Odum, A Prosperous Way Down, Boulder, Colorado, University Press of Colorado, 2001.

[05] Jason Hickel, Less Is More, London, Windmill, 2020, p. 30.

[06] Per le critiche ecologiche della contabilità del reddito nazionale si veda Daly e Cobb, For the Common Good, pp. 64–84, pp. 401–55; John Bellamy Foster e Brett Clark, The Robbery of Nature, New York, Monthly Review Press, 2020, pp. 260–61; Marilyn Waring, Counting for Nothing, Toronto, University of Toronto Press, 1999.

[07] Per una discussione sullo spreco nel capitalismo si veda Victor Wallis, Red-Green Revolution: The Politics and Technology of Ecosocialism, Toronto, Political Animal Press, 2022, pp. 24–30.

[08] Karl Marx and Friedrich Engels, Collected Works, New York, International Publishers, 1975, vol. 37, pp. 732-33.

[09] M. Waring, Counting for Nothing, pp. 153–81.

[10] Johan Rockström et al., "A Safe Operating Space for Humanity", Nature 461, n. 24, 2009, pp. 472–75; Will Steffen et al., "Planetary Boundaries", Science 347, n. 6223, 2015, pp. 736–46; Sadrine Dixson-Declève et al., Earth for All, Gabriella, BC., New Society Publishers, 2022, pp. 13–19.

[11] Carles Soriano, Anthropocene, Capitalocene, and Other '-Cenes,' Monthly Review 74, n. 6 novembre 2022, p. 1; Trad. it. "Antropocene, Capitalocene e altri “-cene”: perché una corretta comprensione della teoria del valore di Marx è necessaria per uscire dalla crisi planetaria", Antropocene.org, 04,12,2022.

[12] Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, Sixth Assessment Report, Working Group I: The Physical Science Basis, 2021, 14, ipcc.ch ; Andrea Januta, "Explainer: The UN Climate Report's Five Futures Decoded", Reuters, 9 agosto 2021; International Energy Agency, Net Zero by 2050 Scenario (MZE), Global Energy and Climate Model, ottobre 2022, www.iea.org.

[13] Kevin Anderson, "La natura conservatrice dell'IPCC maschera la vera portata dell'azione necessaria per evitare cambiamenti climatici catastrofici", The Conversation, 24 marzo 2023; si veda anche David Spratt, Faster, Higher, Hotter: What We Learned About the Climate System in 2022 , parte 1, Resilience.org, 20 febbraio 2023

[14] "Global Temperatures Set to Reach New Records in Next Five Years, World Meteorological Organization, May 17, 2023.

[15]  Leaked Scientist Consensus Report on Mitigation, AR6, part 3, section B4.3; “Notes from the Editors,” Monthly Review 74, n. 2 June 2022. Sulle soluzioni a basso consumo energetico per il cambiamento climatico, vedi Joel Milward Hopkins, Julia K. Steinberger, Narasimha D. Rao, and Yannick Oswald, “Providing Decent Living with Minimum Energy: A Global Scenario,” Global Environmental Change 65, November 2020; Jason Hickel et al., “Urgent Need for Post-Growth Climate Mitigation Scenarios,” Nature Energy 6, 2021, pp. 766–68.

[16] Anderson, IPCC’s Conservative Nature; Hickel, Less Is More, pp. 126–64

[17] John Kenneth Galbraith, Economics and the Public Purpose, New York, New American Library, 1973, pp. 77–204; Paul M. Sweezy, “Utopian Reformism”, Monthly Review 25, n. 6 novembre 1973, pp. 1–11.

[18] Jacques Sapir, “Is Economic Planning Our Future?,” Studies on Russian Economic Development 33, no. 6, 2022, pp. 583–97.

[19] Karl Marx, Capital, vol. 1, London, Penguin, 1976, p. 99; Friedrich Engels, The Housing Question, Moscow, Progress Publishers, 1975, p. 97.

[20] Karl Marx and Friedrich Engels,The Communist Manifesto, New York, Monthly Review Press, 1964, pp. 40, 74.

[21] Karl Marx, Grundrisse, London, Penguin, 1973, p. 173; Michael A. Lebowitz, The Socialist Imperative, New York, Monthly Review Press, 2015, pp. 70–71.

[22] Karl Marx and Friedrich Engels, Selected Correspondence, Moscow, Progress Publishers, 1975, pp. 186–87; Marx e Engels, Collected Works, vol. 3, London, Penguin, 1981, pp. 375–76, pp. 418–43.

[23] Marx, Capital, vol. 1, pp. 172–73.

[24] Karl Marx and Friedrich Engels, Writings on the Paris Commune, ed. Hal Draper, New York, Monthly Review Press, 1971, p. 77.

[25] Karl Marx, Capital, vol. 3, p. 959. La maggior parte degli attuali approcci ecosocialisti alla decrescita si basano fondamentalmente sulle nozioni di Marx di metabolismo sociale e frattura metabolica. Vedi Mattias Schmelzer, Andrea Vetter e Aaron Vansintjan, The Future Is Degrowth, London, Verso, 2022, pp. 84–86, pp. 122–23, pp. 237–44.

[26] Karl Marx and Friedrich Engels, Selected Correspondence, p. 190 (Marx to Engels, 25 marzo 1868); John Bellamy Foster, “Capitalism and the Accumulation of Catastrophe ”, Monthly Review 63, n. 7, dicembre 2011, pp. 3–5.

[27] Marx and Engels, Collected Works, vol. 25,pp.  281–82; Engels, The Housing Question, p. 92.

[28] Marx and Engels, Collected Works, vol. 25, p. 279, pp. 282-83.

[29] Marx and Engels, Collected Works, vol. 25, pp. 219, 282.

[30] Marx and Engels, Collected Works, vol. 25, pp. 294-95.

[31] Marx and Engels, Collected Works, vol. 25, pp. 277-82; Jasper Bernes, “The Belly of the Revolution,” in Materialism and the Critique of Energy, eds. Brent Ryan Bellamy and Jeff Diamanti, Chicago, MCM Publishing, 2018, pp. 340–42.

[32] Marx and Engels, Collected Works, vol. 25, pp. 463-64.

[33] Marx and Engels, Collected Works, vol. 25, pp. 460-63.

[34] William R. Catton, Overshoot, Urbana, University of Illinois Press, 1982.

[35] Marx and Engels, Collected Works, vol. 25, pp. 269-70; Walt Rostow, The World Economy, Austin, University of Texas Press, 1978, pp. 47–48, pp. 659–62.

[36] Michał Kalecki sosteneva “una sintesi di pianificazione centrale e controllo operaio”. Michał Kalecki, Selected Essays on Economic Planning, Cambridge, Cambridge University Press, 1986, p. 31. Marta Harnecker ha evidenziato come modello praticabile il sistema di pianificazione partecipativa sviluppato nello stato del Kerala in India. Marta Harnecker, A World to Build, New York, Monthly Review Press, 2015, pp. 153–57. Ha anche fornito una guida per l'implementazione della pianificazione partecipativa, in Marta Harnecker e José Bartolemé, Planning From Below: A Decentralized Participatory Planning Proposal, New York, Monthly Review Press, 2019. Per un'opera marxista critica sul ruolo dei produttori diretti nel "socialismo reale" si veda Michael A. Lebowitz,The Contradictions of “Real Socialism, New York, Monthly Review Press, 2012.

[37] Marx and Engels, Collected Works, vol. 24, p. 519; Karl Marx, Karl Marx, On the First International, New York, McGraw Hill, 1973, p. 11; Marx, Grundrisse, p. 159, pp. 171–72; Paul Burkett, “Marx’s Vision of Sustainable Human Development,” Monthly Review 57, no. 5 October 2005, p. 43; Ernest Mandel, “In Defense of Socialist Planning,” New Left Review 159 September–October 1986, p. 7; Ernest Mandel, "In Defense of Socialist Planning", New Left Review 159 settembre-ottobre 1986, p. 7.

[38] Marx, Capital, vol. 1, pp. 448–49; Lebowitz, Contradictions of “Real Socialism”, p. 21. Il concetto di “riproduzione metabolica sociale” è stato sviluppato da István Mészáros sulla base dell'uso di Marx del concetto di metabolismo sociale nei Grundrisse. Vedi István Mészáros, Beyond Capital, New York, Monthly Review Press, 1995, pp. 39–71.

[39] Karl Marx, Theories of Surplus Value, vol. 3, Moscow, Progress Publishers, 1971, pp. 309–10; John Bellamy Foster e Paul Burkett, Marx and the Earth, Chicago, Haymarket, 2016, p. 149. La parola greca δίναμις, usata da Aristotele, si riferisce alla "potenza" come fonte di cambiamento in qualcos'altro, quindi una forza causale. William Charlton, "Aristotelian Powers", Phronesis 32, n. 3 (1987): 277–89.

[40] Marx and Engels, Communist Manifesto, p. 2.

[41] Marx and Engels, Collected Works, vol. 25, p p.460-61; Jean-Paul Sartre, Critique of Dialectical Reason, vol. 1, London, Verso, 2004, p. 164. Marx e Engels hanno utilizzato la nozione di “sterminio” nel senso ottocentesco sia di morte che di rimozione nel contesto della rovina ecologica dell'Irlanda nel diciannovesimo secolo sotto il colonialismo britannico. Vedi Foster e Clark, The Robbery of Nature, pp. 64–77. Sulla dialettica di sfruttamento, espropriazione ed esaurimento in Marx e Sartre, si veda Alberto Toscano, “Antiphysics/Antipraxis: Universal Exhaustion and the Tragedy of Materiality”, in Materialism and the Critique of Energy, eds . Bellamy e Diamanti, pp. 480-92; Michael A.Lebowitz, Between Capitalism and Community, New York, Monthly Review Press, 2020, pp. 176–77.

[42] Marx and Engels, Collected Works, vol. 25, pp. 460-61; Jean-Paul Sartre, Critique of Dialectical Reason, vol. 1, pp. 164-66. Lo stesso Engels descrisse vividamente come la deforestazione in Russia «aveva distrutto le riserve di acqua del sottosuolo», cosicché «l'acqua piovana e nevosa scorreva veloce lungo i torrenti e i fiumi senza essere assorbita, producendo gravi alluvioni», mentre «in estate i fiumi diventavano poco profondi e il terreno si seccava. In molte delle aree più fertili della Russia si dice che il livello dell'acqua del sottosuolo sia sceso di un metro intero, cosicché le radici del mais non possono più raggiungerla e appassiscono. In modo che non solo gli esseri umani sono rovinati, ma in molte zone anche la terra stessa per almeno una generazione». Marx and Engels, Collected Works, vol. 27, p. 387. Tali osservazioni ecologiche avrebbero avuto un impatto sui successivi pensatori socialisti. Lenin annotò in particolare questi passaggi di Engels sulla deforestazione e l'impoverimento del suolo in Russia. V.I. Lenin, Collected Works, vol. 39, Moscow, Progress Publishers, 1974, p. 501.

[43] John Bellamy Foster,  The Return of Nature, New York, Monthly Review Press, 2020, pp. 137–38.

[44] Burkett, “Marx’s Vision of Sustainable Human Development,” pp. 34–62; Kohei Saito, Marxism in the Anthropocene, Cambridge, Cambridge University Press, 2022, pp. 232–42.

[45] Paul A. Baran, The Longer View, New York, Monthly Review Press, 1969, pp. 151.

[46] Andrew Zimbalist and Howard J. Sherman, Comparing Economic Systems , Orlando, Academic Press Inc., 1984, p. 130.

[47] Alec Nove, An Economic History of the U.S.S.R., London, Penguin, 1969, p. 101.

[48] Nove, An Economic History of the U.S.S.R., pp. 74, 80; Zimbalist and Sherman, Comparing Economic Systems, p. 132.

[49] Zimbalist and Sherman, Comparing Economic Systems, p. 130.

[50] Tadeusz Kowalik, “Central Planming,” in Problems of the Planned Economy, ed. John Eatwell, Murray Milgate e Peter Newman, London, Macmillan, 1990, p. 43.

[51] Tamás Krausz, Reconstructing Lenin, New York, Monthly Review Press, 2015, pp. 335–38; Moshe Lewin, L'ultima lotta di Lenin, London, Pluto, 1975, pp. 26–28, pp. 115–16; Nove, Storia economica dell'URSS , 52, 58; Alfred Rosmer, Mosca sotto Lenin (New York: Monthly Review Press, 1972), 131–33.

[52] Nove, An Economic History of the U.S.S.R., pp. 100–1, p. 134; Fyodor I. Kushirsky, Soviet Economic Planning, 1965–1980, Boulder, Westview, 1982, pp. 6–8; Zimbalist and Sherman, Comparing Economic Systems, p. 147.

[53] Nove, An Economic History of the U.S.S.R., p. 120; V.I. Lenin, Collected Works, vol. 32, Moscow, Progress Publishers, 1973, pp. 429–30.

[54] Nikolai Bukharin, The Politics and Economics of the Transition Period, London, Routledge, 1979, pp. 108–13; E. A. Preobrazhensky, The Crisis of Soviet Industrialization, White Plains, New York, M. E. Sharpe, 1979, p. 63; Harry Magdoff and Paul M. Sweezy, “Perestroika and the Future of Socialism—Part Two,” Monthly Review 41, no. 11, April 1990, p. 2; Nicholas Spulber, Soviet Strategy for Economic Growth, Bloomington, Indiana University Press, 1964, pp. 102–3

[55] Nove, An Economic History of the U.S.S.R., pp. 124–28, 132, 147; Spulber, Soviet Strategy for Economic Growth, pp. 66-68, 72.

[56] Nove, An Economic History of the U.S.S.R., p. 137; Harry Braverman, Labour and Monopoly Capital, New York, Monthly Review Press, 1998, pp. 8–12; Gregory Grossman, "Command Economy", in Problems of the Planned Economy, eds. Eatwell, Milgate e Newman, 58-62.

[57] Moshe Lewin, Russia/URSS/Russia, New York, New Press, 1995, pp. 95–114. Vedi anche Alec Nove, The Economics of Feasible Socialism, London, George Allen and Unwin, 1983, pp. 79–81; Michael Ellman, “Socialist Planning,” in Problems of the Planned Economy, eds. Eatwell, Milgate, and Newman, p. 14.

[58] Lewin, Russia/URSS/Russia, p. 112, pp. 95–108; Magdoff and Sweezy, “Perestroika and the Future of Socialism—Part Two,” 2; Spulber, Soviet Strategy for Economic Growth, p. 126.

[59] Lewin, Russia/URSS/Russia, pp. 108–9.

[60] Ernest Mandel, Marxist Economic Theory, vol. 2, New York, Monthly Review Press, 1968, pp. 557–59.

[61] Lewin, Russia/URSS/Russia, p. 114. Per un elenco delle principali caratteristiche strutturali dell'economia pianificata sovietica, vedi Paul Cockshott, How the World Works, New York, Monthly Review Press, 2019, pp. 209–10.

[62] Stalin citato da Baran, The Longer View, p. 179.

[63] "Invasion of the Soviet Union, June 1941", Holocaust Encyclopedia, United States Holocaust Memorial Museum.

[64] David Kotz, “The Direction of Soviet Economic Reform,” Monthly Review 44, no. 4, September 1992, p. 15.

[65] Lewin, Russia/URSS/Russia , p. 142, ix; Moshe Lewin, “Society and the Stalinist State in the Period of the Five-Year Plans,” Social History 1, n. 2, maggio 1976, pp. 172–73; Paul M. Sweezy, Post-Revolutionary Society, New York, Monthly Review Press, 1980, pp. 144–45; Harry Magdoff and Fred Magdoff, “Approaching Socialism”, Monthly Review 57, n. 3, luglio-agosto 2005, pp. 40–41.

[66] Elena Veduta, “Some Lessons on Planning from the World’s First Socialist Economy”, Monthly Review 74, n. 5 October 2022, pp. 23–36; Lebowitz, Contradictions of “Real Socialism,” pp. 115–20. L'idea promossa dalla scuola economica "austriaca", con figure come Ludwig von Mises, Friedrich Hayek e Lionel Robbins, secondo cui la pianificazione centralizzata era impossibile perché avrebbe richiesto la risoluzione simultanea di milioni di equazioni, era sbagliata fin dall'inizio, come adeguatamente dimostrato da Oscar Lange. Oggi la maggior parte dei beni non viene prodotta sulla base di segnali di mercato, ma è il prodotto di una pianificazione interna aziendale. Tuttavia, l'informatizzazione degli input e degli output del sistema di pianificazione avrebbe notevolmente favorito l'efficienza complessiva. Oskar Lange and Fred M. Taylor, On the Economic Theory of Socialism, New York, McGraw-Hill, 1938, pp. 57–98; Ernest Mandel, “In Defense of Socialist Planning,” New Left Review I/159, September–October 1986, p. 11; P. Cockshott, A. Cottrell, and J. Dapprich, Economic Planning in an Age of Climate Crisis, London, Cockshott, Cottree, and Dapprich, 2022.

[67] Magdoff and Sweezy, "Perestroika and the Future of Socialism—Part Two,", p. 6; Magdoff and Magdoff, "Approaching Socialism", p. 44.

[68] Sweezy, Post-Revolutionary Society, pp. 140–41.

[69] Helen Yaffe, Che Guevara: The Economics of Revolution, New York, Palgrave Macmillan, 2009, pp. 38–39; Michael Löwy, The Marxism of Che Guevara, New York, Rowman e Littlefield, 1973, pp. 440–41, pp. 7–51. Sulle imprese sovietiche, vedi Spulber, Soviet Strategy for Economic Growth, pp. 119–129; Magdoff and Magdoff, “Approaching Socialism”, p. 44; Galbraith, Economics and the Public Purpose, pp. 108–17.

[70] Zimbalist and Sherman,Comparing Economic Systems, pp. 24–25.

[71] Magdoff e Sweezy, "Perestroika and the Future of Socialism—Part Two", pp. 3–7; János Kornai, The Socialist System, Princeton, Princeton University Press, 1992.

[72] Per un confronto tra i tassi di crescita statunitensi e sovietici, vedi David M. Kotz with Fred Weir, Russia's Path from Gorbachev to Putin, London, Routledge, 2007, pp. 35–36.

[73] Stephen F. Cohen, Soviet Fates and Lost Alternatives, New York, Columbia University Press, 2011, pp. 136–40; Stanislav Menshikov, “Russian Capitalism Today,” Monthly Review 51, no. 3 July–August 1999, pp. 81–99; Kotz, Russia’s Path from Gorbachev to Putin, pp. 105–25; Gordon M. Hahn, Russia’s Revolution from Above, 1985–2000, New Brunswick, New Jersey, Transaction Publishers, 2002.

[74] Magdoff and Magdoff, "Approaching Socialism", p. 49.

[75] Sulla riforma agraria cinese, vedi William Hinton, Through a Glass Darkly, New York, Monthly Review Press, 2006, pp. 37–84.

[76] Fred Magdoff, “Preface,” in Dongping Han, The Unknown Cultural Revolution: Life and Change in a Chinese Village, New York, Monthly Review Press, 2008, x.

[77] Rostow, World Economy, p. 522, 536.

[78] Chris Bramall, In Praise of Maoist Economic Planning: Living Standards and Economic Development in Sichuan Since 1931, Oxford, Oxford University Press, 1993, pp. 335–36.

[79] Samir Amin, “China 2013,” Monthly Review 64, no. 10 March 2013, p. 20.

[80] Yi Wen, “The Making of an Economic Superpower: Unlocking China's Secret of Rapid Industrialization,” Federal Reserve Board of St Louis, Economic Research, Working Paper Series, August 2015, p. 2; John Ross, China's Great Road, Glasgow, Praxis, 2021, p. 13, 178.

[81] Lowell Dittmer, “Transformation of the Chinese Political Economy in the New Era,” in China’s Political Economy in the Xi Jinping Epoch, ed. Lowell Dittmer, Singapore, World Scientific Publishing, 2021, p. 8; Gang Chen, “Consolidating Leninist Control of State-Owned Enterprises: China’s State Capitalism 2.0,” in China’s Political Economy in the Xi Jinping Epoch, ed. Dittmer, p. 44.

[82] Chen, “Consolidating Leninist Control of State-Owned Enterprises”, p. 59.

[83] Chen, “Consolidating Leninist Control of State-Owned Enterprises,” pp. 45–49, 59; Tian Hongzhi and Li Hui, “How Does the Five-Year Plan Promote China’s Economic Development?,” Hradec Economic Days (2021), diglib.uhk.cz.

[84] Cheng Enfu, China's Economic Dialectic, New York, International Publishers, 2021, pp. 48–49, 66–67, 143, 295–310.

[85] Wen, "The Making of a Economic Superpower", p. 9.

[86] L'apparente capacità della Cina di evitare le principali oscillazioni del ciclo economico non significa che la società sia esente da crisi in un senso più ampio di trasformazione. Vedi Wen Tiejun, Ten Crises: The Political Economy of China’s Development (1949–2020), New York, Palgrave Macmillan, 2021; John Ross, “Why China’s Socialist Economy Is More Efficient than Capitalism,” MR Online, June 6, 2023.

[87] “Wealth and Inequality in the U.S. and China,” University of Southern California US-China Institute, November 19, 2020, china.usc.edu; Cheng Enfu, China’s Economic Dialectic, pp. 287–93; Marc Blecker, “The Political Economy of Working Class Re-formation,” in China’s Political Economy in the Xi Jinping Epoch, ed. Dittmer, pp. 87–105; John Bellamy Foster and Robert W. McChesney, The Endless Crisis, New York, Monthly Review Press, 2012, pp. 155–83.

[88] Magdoff e Sweezy, "Perestroika and the Future of Socialism—Part Two", p. 1; Mandel, "In Defense of Socialist Planning", p. 9.

[89] Si veda l'articolo di Martin Hart-Landsberg “Planning an Ecologically Sustainable and Democratic Economy” Monthly Review 75, n. 3 July-August 2023. Sulla pianificazione britannica in tempo di guerra, vedi Cockshott, Cottrell e Dapprich, Economic Planning in an Age of Climate Crisis, pp. 63–75.

[90] Rosie the Riveter: More than a Poster Girl,” U.S. Army Ordnance Corps, goordnance.army.mil; “Rosie the Riveter,” History.com, March 27, 2023.

[91] Magdoff and Magdoff, "Approaching Socialism", pp. 53-54.

[92] Kalecki, Selected Essays on Economic Planning, p. 27.

[93] Fred Magdoff and Chris Williams, Creating an Ecological Society, New York, Monthly Review Press, 2017, p. 290.

[94] Marx, Capital, vol. 1, p. 742.

[95] Magdoff and Magdoff, "Approaching Socialism", pp. 54-55.

[96] Lange, "On the Economic Theory of Socialism", pp. 72-73. Il termine "democrazia popolare a processo integrale" è intrinseco alle concezioni cinesi contemporanee di come la democrazia possa essere resa più concreta. Nonostante le limitazioni nell'applicazione di questo concetto in Cina, esso riveste un'importanza critica nello sviluppo della democrazia socialista. Xi Jinping, The Governance of China , vol. 4, Pechino, Foreign Languages ​​Press, 2022, pp. 299–301.

[97] Mandel, “In Defense of Socialist Planning,” pp. 6–8, 13–17, 22, 25; Karl Marx, Texts on Method, Oxford, Basil Blackwell, 1975, p. 195; Gregory Grossman, “Material Balances,” in Problems of the Planned Economy, eds. Eatwell, Milgate, and Newman, p. 178.

[98] Un'opera chiave nell'attacco ideologico ai dati ambientali sovietici è stata quella di Murray Feshbach e Arthur Friendly Jr., Ecocide in the USSR, New York, Basic Books, 1992. La tecnica utilizzata è stata quella di mettere in risalto la distruzione ecologica sovietica, ignorando il fatto che molte delle stesse condizioni di ecocidio esistevano, e spesso su scala maggiore in termini pro capite e di impatto globale, in Occidente.

[99] Salvatore Engel-Di Mauro, Socialist States and the Environment, London, Pluto, 2021, p. 115; Foster, Capitalism in the Anthropocene, p. 328.

[100] Foster, Capitalism in the Anthropocene, pp. 316–37.

[101] Engel-Di Mauro, Socialist States and the Environment, pp. 120–24, 139.

[102] John Bellamy Foster, “Ecological Civilization, Ecological Revolution”, Monthly Review 74, n. 5 ottobre 2022, pp. 1–11. Trad. it. "Civiltà ecologica, rivoluzione ecologica. Una prospettiva ecologico marxista", Antropocene.org, 17 novembre 2022.

[103] G. Oldak, “Balanced Natural Resource Utilization and Economic Growth,” Problems in Economics 28, no. 3 1985, p. 3; P. G. Oldak, “The Environment and Social Production,” Pyotr Kapitsa et al., Society and the Environment: A Soviet View, Moscow, Progress Publishers, 1977, pp. 56–68; P. G. Oldak and D. R. Darbanov, “A Bioeconomic Program,” Soviet Studies in Philosophy 13, no. 2–3 1974, pp. 68–73.

[104] Engel Di-Mauro, Socialist States and the Environment, pp.129–31, 141–42.

[105] Paul M. Sweezy,“Socialism and Ecology,”, Monthly Review 41, n. 4 September 1989, pp. 1–8.

[106] Engel Di-Mauro, Socialist States and the Environment, pp. 170–94; “As World Burns, Cuba Number 1 for Sustainable Development: WWF,” Telesur, October 27, 2016; Matt Trinder, “Cuba Found to Be the Most Sustainable Country in the World,” Green Left, January 10, 2020; Mauricio Betancourt, “The Effect of Cuban Agroecology in Mitigating the Metabolic Rift: A Quantitative Approach to Latin American Food Production,” Global Environmental Change 63, 2020, pp. 1–10; Rebecca Clausen, Brett Clark, and Stefano B. Longo, “Metabolic Rifts and Restoration: Agricultural Crises and the Potential of Cuba’s Organic, Socialist Approach to Food Production,” World Review of Political Economy 6, no. 1, 2015, pp. 4–32.

[107] “Comparing the United States and China by Economy,” Statistics Times, May 15, 2021, statisticstimes.com.

[108] Foster, “Ecological Civilization, Ecological Revolution”; Barbara Finamore, Will China Save the Planet?, Cambridge, Polity Press, 2018, pp. 156–58.

[109] Ana Felicien, Christina M. Schiavoni, and Liccia Romero, “The Politics of Food in Venezuela,” Monthly Review 70, no. 2 June 2018, pp. 1–19; Owen Schalk, “Venezuela’s Seed Law Should Be a Global Model,” Canadian Dimension, January 16, 2023. Sul Venezuela e la decrescita, vedi Chris Gilbert, “‘Where Danger Lies…’: The Communal Alternative in Venezuela,” Monthly Review 75, n. 3 July-August 2023; vedi anche John Bellamy Foster, “Chávez and the Communal State,” Monthly Review 66, no. 11 April 2015, pp. 1–17.

[110] Uno degli ultimi articoli di Lenin era "Meglio meno, ma meglio". Baran in seguito scrisse un saggio intitolato "Better Smaller But Better". Entrambi avevano a che fare con ritirate politiche strategiche. Ma entrambi riflettevano anche un modo di pensare che riconosceva che i cambiamenti qualitativi sono spesso più importanti dei cambiamenti quantitativi per ottenere progressi significativi. Vedi V.I. Lenin, “Better Fewer But Better,” in Lewin, Lenin’s Last Struggle, pp. 156–76; Baran, The Longer View, pp. 203–9.

[111] Odum and Odum, A Prosperous Way Down, p. 139.

[112] Erald Kolasi, “The Ecological State,” Monthly Review 72, no. 9, February 2021, pp. 23—36, Trad.it. "Lo stato ecologico", Antropocene.org, 3 giugno 2021; Tom Athanasiou and Paul Baer, Dead Heat: Global Justice and Global Warming, New York, Seven Stories, 2002.

[113] Il rapporto originale degli scienziati sulla mitigazione, trapelato prima della sua censura da parte dei governi prima che venisse pubblicato, indicava che l'aumento di scala della cattura e del sequestro del carbonio (CCS), della bioenergia con cattura e sequestro del carbonio (BECCS) e delle tecnologie nucleari, erano tutte impraticabili e non in grado di svolgere altro che un ruolo minore nella mitigazione del cambiamento climatico. Vedi Leaked Scientist Consensus Report on Mitigation, AR6, part 3, B4.3. Leaked Scientist Consensus Report on Mitigation, AR6, part 3, B4.3. Vedi anche Mathilde Fajardy, Alexandre Köberle, Niall MacDowell, and Andrea Fantuzzi, “BECCS Deployment: A Reality Check,” Grantham Institute, Imperial College London, Briefing Paper no. 28, January 19, 2019; Julian Allwood, “Technology Will Not Solve the Problem of Climate Change,” Financial Times, November 16, 2021.

[114] Sullo spreco ecologico ed economico del capitale monopolistico, vedi Foster, Capitalism in the Anthropocene , pp. 373–89.

[115] Sul proletariato ambientale, vedi Foster, Capitalism in the Anthropocene , pp. 483–92.

[116] Harry Magdoff, “A Note on Market Socialism,” Monthly Review 47, n. 1, May 1995, pp. 12–18.

[117] Anthony Giddens, The Politics of Climate Change, Cambridge, Polity Press, 2011, p. 95; Andreas Malm, Fossil Capital, London, Verso, 2016, p. 382; Sui vari modi di combinare piano e mercato si veda Alec Nove, "Planned Economy", in Problems of the Planned Economy, eds. Eatwell, Milgate e Newman, pp. 195–97.

[118] Fred Magdoff and John Foster, “Grand Theft Capital,” Monthly Review 75, no. 1 May 2023, pp. 19–20; Carter C. Price and Kathryn A. Edwards, “Trends in Income from 1975 to 2018,” RAND Corporation Working Paper WR-A156-1, Santa Monica, 2020, p. 12 (fig. 2), p. 40; “U.S. Housing Market Has Doubled in Value Since the Great Recession, Gaining 6.9 Trillion in 2021,” Cision PR Newswire, January 27, 2002.

[119] Sul calcolo del surplus economico, vedi Michael Dawson and John Bellamy Foster, “The Tendency of the Surplus to Rise, 1963–1988,” in The Economic Surplus in Advanced Economies, Brookfield, Vermont, Edward Elgar, 1992, pp.  42– 70.

[120] William Morris, Signs of Change, London, Longmans, Green, and Co., 1896, pp. 141–73; Foster, The Return of Nature, pp. 103–5.

[121] Schmelzer, Vetter and Vansintjan, The Future is Degrowth, pp. 240.

[122] Kurt Vonnegut Jr.,  Player Piano, New York, Dell, 1974.

[123] Leo Huberman and Paul M. Sweezy, "The Triple Revolution", Monthly Review 16, n. 7 November 1964, p. 422; Robert W. McChesney and John Nichols, People Get Ready, New York, Nation Books, 2016, pp. 80–81; Giorgos Kallis, "The Degrowth Alternative", Great Transition Initiative, February 2015, org .

[124] Vedi la critica proposta in Foster e Clark, The Robbery of Nature, pp. 269–87.

[125] Vedi, ad esempio, Noam Chomsky and Robert Pollin, Climate Crisis and the Global Green New Deal, London, Verso, 2020. Pollin, il cui punto di vista si distingue in qualche modo da quello di Chomsky, è un forte oppositore delle alternative alla decrescita, insistendo sul fatto che il disaccoppiamento assoluto sulla scala richiesta può essere raggiunto a costi minimi senza contrazione della crescita economica attraverso un quadro di "politica industriale" con gree taxes, finanziamenti statali e incentivi di mercato.

[126] Max Ajl, A People’s Green New Deal , London, Pluto, 2021.

[127] William J. Baumol and William G. Bowen, Performing Arts: An Economic Dilemma, Cambridge, Massachusetts, MIT Press, 1968.

[128] Varun Ganapathi, “Understanding Baumol’s Cost Disease and its Impacts on Healthcare,” Forbes, April 8, 2022; Aaron Benanav, Automation and the Future of Work, London, Verso, 2020, pp. 57–60.

[129] Magdoff and Williams, Creating an Ecological Society, pp. 251–57; Herman Daly, “Postscript,” in Economics, Ecology, Ethics: Essays Toward a Steady State Economy, ed. Herman E. Daly, San Francisco, W. H. Freeman, 1980, p. 366.

[130] Paul A. Baran, The Political Economy of Growth, New York, Monthly Review Press, 1957, p. 42.

[131] Noam Chomsky, "The End of Organised Humanity", Climate Damage, video di YouTube, 19:24, 12 April 2023.

[132] Marx and Engels, Collected Works, vol. 25, pp. 145–46, 153, 270; Marx and Engels, The Communist Manifesto, 2; Karl Marx and Friedrich Engels, Ireland and the Irish Question, Moscow, Progress Publishers, 1971, p. 142. Vedi anche Walter Benjamin, Selected Writings, vol. 4, Cambridge, Massachusetts, Harvard University Press, 2003, p. 402; Michael Löwy, Fire Alarm, London, Verso, 2016, pp. 66–67; John Bellamy Foster, “Engels’s Dialectics of Nature in the Anthropocene,” Monthly Review 72, no. 6 (November 2020): 1–3. Trad. it. "La Dialettica della Natura di Engels nell'antropocene", Antropocene.org, 22 gennaio 2021.

John Bellamy Foster