Niente può esser peggio di Israele e del suprematismo sionista. Sapete ormai tutti che si è appena installato, per volontà di Sua Maestà Trump, «il miglior amico che Israele abbia mai avuto», il «governo tecnico» incaricato di amministrare la Striscia di Gaza sotto la supervisione del Board of Peace presieduto sempre da Sua Maestà – tramite Il Cognato Supremo Jared Kushner (sionista ultrà, garantito docg).
Non proprio un ente «nemico» di Tel Aviv, insomma. Anzi, nato per facilitare al massimo il suo dominio sulla Striscia, anche se in qualche modo alternativo alla «soluzione finale» preferita da Netanyahu, Smorich e BenGivr (il genocidio totale, senza sopravvissuti).
Perché quest’organismo fantasmatico e totalmente privo di autonomia, ovviamente estraneo ad ogni rappresentatività dei palestinesi, si riunisse formalmente era necessario che Ali Shaath, neo-nominato capo del comitato tecnocratico palestinese di Gaza, potesse andare al Cairo partendo dalla Cisgiordania.
Ma un funzionario palestinese ha riferito al Times of Israel che Ali Shaath è stato bloccato alla partenza e «interrogato» dalla polizia israeliana per oltre sei ore. Solo in un secondo momento è stato lasciato libero di proseguire il suo viaggio.
L’ingegnere, peraltro originario di Khan Younis, ha dichiarato a Palestinian Basma Radio che il primo compito del nuovo «governo» sarebbe eliminare... le macerie, spingendo magari i detriti in mare per creare nuove isole, ampliando così la superficie da destinare a infrastrutture e rifugi.
L’operazione promette di essere più rapida di altre alternative, con un tempo previsto di almeno tre anni. La proposta appare azzardata, ma le agenzie delle Nazioni unite impegnate nella rimozione delle macerie a Gaza stanno in fondo già facendo qualcosa di simile, riutilizzando parte del materiale per livellamenti, strade e ricostruzione. Ma in questo modo se ne smaltirebbero comunque troppo poche e in tempi biblici, vista la dimensione delle distruzioni provocate dall’Idf.
Si tratta di almeno 61 milioni di tonnellate, contenente di tutto, compresi ordigni inesplosi, materiali pericolosi e corpi in decomposizione ai quali dovrebbe essere garantita una sepoltura dignitosa.
La precondizione, però, qualunque sia la «soluzione» scelta, è che Israele riapra i valichi e consenta l’ingresso di tutti i mezzi necessari, senza limitazioni. Ma se non riesce nemmeno a passare il responsabile formale del nuovo «ente amministrativo» scelto da Trump si può immaginare cosa accadrà per aiuti e macchinari...
Lo stesso «Comitato di pace» del presidente Usa appare ancora molto vago, pieno di «buchi» (non tutte le posizioni risultano coperte), e dagli obiettivi così incerti da sembrare quasi «compreso» nella «nuovo Onu» solo filo-americana che lo stesso Trump vorrebbe consolidare a sua esclusivo vantaggio (60 paesi da lui «invitati» in cambio del versamento di un miliardo di dollari, per partecipare ai futuri profitti).
Sia l’ANP di Abu Mazen che Hamas – obtorto collo – hanno dichiarato il proprio sostegno al nuovo ente, nutrendo chiaramente la speranza che l’impronta Usa sia tale da far togliere il piede dal tubo dell’ossigeno sia a Gaza che in Cisgiordania.
I problemi non mancano, visto che a ricoprire la carica di «responsabile della sicurezza» a Gaza dovrebbe essere Sami Nasman, contro cui Hamas ha emesso in passato un ordine di cattura.
Tutti i nomi del team «tecnocratico» erano stati approvati da Israele, anche se lo stesso Netanyahu l’ha definito utile solo ad una «transizione simbolica» per la «seconda fase» che non impedirà comunque a Tel Aviv di raggiungere i suoi obiettivi, tra cui il disarmo di Hamas e la smilitarizzazione della Striscia.
Come si vede, il completamento del genocidio resta l’opzione principale. Tutto il resto sarebbe vissuto da Israele come una «sconfitta».
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29/10/2025
Le aziende italiane sognano grandi affari a Gaza
di Antonio Mazzeo
Le forze armate israeliane continuano a bombardare la Striscia di Gaza nonostante l’accordo di cessate il fuoco promosso da Donald Trump ma in Italia c’è già chi pensa a fare affari miliardari con la “ricostruzione” di Gaza City.
L’edizione italiana di Fortune (nota rivista economica USA) ha pubblicato un articolo dal significativo titolo “La ricostruzione a Gaza e le sfide per le imprese tricolore” in cui elenca le principali società che punterebbero a mettere le mani sull’affaire, stimato internazionalmente tra i 50 e i 70 miliardi di dollari.
“Le aziende europee avranno una corsia privilegiata nelle gare per la ricostruzione, e in questo quadro aziende italiane come Webuild, Ansaldo Energia, Saipem e Maire, potrebbero partecipare alle attività di ricostruzione”, scrive Fortune Italia.
“Prysmian potrebbe essere coinvolta nella fornitura dei cavi dell’alta tensione per ripristinare la rete elettrica e di quelli per l’elettrificazione degli edifici. Ci sono poi aziende come Buzzi Unicem e Cementir che potrebbero essere coinvolte in ogni caso, essendo tra i maggiori produttori al mondo di cemento e calcestruzzo (e quindi in grado di collaborare con chiunque sarà il committente dei lavori)”.
In pole position dunque le aziende leader del settore costruzioni ed engineering, prima fra tutte la Webuild assopigliatutto delle Grandi Opere in Italia, prima fra tutti il Ponte sullo Stretto di Messina, irrealizzabile, ma per cui è previsto comunque un investimento non inferiore ai 15 miliardi di euro.
“Si parla di aziende italiane di dimensione globale, abituate a destreggiarsi in mezzo continente, tra appalti e tecnologie all’avanguardia”, commenta ancora Fortune. Che poi si lancia in giudizi politici positivi per la destra al governo in Italia. “È interessante notare due fattori che potrebbero favorire le aziende italiane: la prossimità geografica, che consente di abbattere i costi di trasporto rispetto ad altri competitor e la prossimità politica, perché indubbiamente il ruolo equilibrato del governo Meloni, favorevole alla pace ma contrario a frettolosi riconoscimenti di nuovi stati e non equidistante tra Israele e un gruppo terroristico come Hamas, ci rende più credibili agli occhi di americani e israeliani”.
Fonte
Le forze armate israeliane continuano a bombardare la Striscia di Gaza nonostante l’accordo di cessate il fuoco promosso da Donald Trump ma in Italia c’è già chi pensa a fare affari miliardari con la “ricostruzione” di Gaza City.
L’edizione italiana di Fortune (nota rivista economica USA) ha pubblicato un articolo dal significativo titolo “La ricostruzione a Gaza e le sfide per le imprese tricolore” in cui elenca le principali società che punterebbero a mettere le mani sull’affaire, stimato internazionalmente tra i 50 e i 70 miliardi di dollari.
“Le aziende europee avranno una corsia privilegiata nelle gare per la ricostruzione, e in questo quadro aziende italiane come Webuild, Ansaldo Energia, Saipem e Maire, potrebbero partecipare alle attività di ricostruzione”, scrive Fortune Italia.
“Prysmian potrebbe essere coinvolta nella fornitura dei cavi dell’alta tensione per ripristinare la rete elettrica e di quelli per l’elettrificazione degli edifici. Ci sono poi aziende come Buzzi Unicem e Cementir che potrebbero essere coinvolte in ogni caso, essendo tra i maggiori produttori al mondo di cemento e calcestruzzo (e quindi in grado di collaborare con chiunque sarà il committente dei lavori)”.
In pole position dunque le aziende leader del settore costruzioni ed engineering, prima fra tutte la Webuild assopigliatutto delle Grandi Opere in Italia, prima fra tutti il Ponte sullo Stretto di Messina, irrealizzabile, ma per cui è previsto comunque un investimento non inferiore ai 15 miliardi di euro.
“Si parla di aziende italiane di dimensione globale, abituate a destreggiarsi in mezzo continente, tra appalti e tecnologie all’avanguardia”, commenta ancora Fortune. Che poi si lancia in giudizi politici positivi per la destra al governo in Italia. “È interessante notare due fattori che potrebbero favorire le aziende italiane: la prossimità geografica, che consente di abbattere i costi di trasporto rispetto ad altri competitor e la prossimità politica, perché indubbiamente il ruolo equilibrato del governo Meloni, favorevole alla pace ma contrario a frettolosi riconoscimenti di nuovi stati e non equidistante tra Israele e un gruppo terroristico come Hamas, ci rende più credibili agli occhi di americani e israeliani”.
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11/07/2025
Si è aperta a Roma la Conferenza per la Ricostruzione dell’Ucraina. Ridda di cifre
La Conferenza per la Ricostruzione dell’Ucraina (URC) rappresenta ormai un appuntamento annuale dedicato al rilancio economico e infrastrutturale del Paese dopo l’attacco russo del febbraio 2022. Alla conferenza partecipano governi, organizzazioni internazionali, attori finanziari, imprese, rappresentanti della società civile e autorità locali.
Ma la URC in realtà ha una storia più lunga, perchè la Ukraine Reform Conference, venne avviata a Londra già nel 2017 con l’obiettivo di sostenere il programma di riforme interne elaborato dal governo ucraino.
A partire dal 2022, con l’attacco sul campo da parte della Russia, la conferenza ha esteso il proprio mandato per includere anche il tema della ricostruzione. I danni della guerra stimati fino ad ora sono di 176 miliardi ma i fondi richiesti e di cui si parla per ricostruire l’Ucraina arrivano alla cifra di 524/589 miliardi. Non solo ma una parte di questa cifra potrebbe accollarsela la stessa Russia.
Nel febbraio scorso la Banca mondiale ha pubblicato un rapporto annuale – il Fourth Rapid Damage and Needs Assessment – che valuta l’entità dei danni subiti dall’Ucraina e i costi necessari per provvedere alla sua ricostruzione e ripresa.
Secondo le stime riportate nel rapporto, a dicembre 2024 i danni diretti inflitti a edifici e infrastrutture ammontano a circa $176 miliardi. I settori più colpiti risultano essere quello abitativo (con danni per $57 miliardi, ovvero il 33% del totale dei danni), quello dei trasporti (circa $36 miliardi, pari al 21%) e quello dell’energia e delle attività estrattive (circa $20 miliardi, pari al 12%).
Le cifre però si gonfiano se si considerano le perdite complessive – comprendenti l’interruzione dei servizi, l’aumento dei costi operativi e la riduzione di entrate per governo e privati – e qui si registra un incremento del 18%, passando dai $499 miliardi stimati nel 2023 ai $589 miliardi nel 2024.
Alla luce di questi dati, la Banca mondiale prevede che un piano decennale di ricostruzione e ripresa, da realizzare tra il 2025 e 2035, che richiederà investimenti per almeno $524 miliardi.
Secondo la Banca mondiale, nel 2025 l’Ucraina punta a realizzare progetti d’investimento per un totale di $17,32 miliardi. Tuttavia, al momento solo 7,36 miliardi sono stati assicurati, di cui 1,7 miliardi attraverso prestiti e sovvenzioni da parte di partner e istituzioni finanziarie internazionali (IFI). Dati alla mano, il gap finanziario in termini di investimenti per il 2025 ammonta dunque a $9,96 miliardi – una carenza che rischia di rallentare in modo irreversibile i tempi previsti per la ricostruzione e ostacolare il rilancio economico del Paese.
Alla luce di questi dati, risulta essenziale un coinvolgimento ancora più ampio del settore privato, estendendo l’appello a investitori oltre i confini dell’Ucraina.
Non sorprende che i settori più colpiti dalla guerra siano anche quelli che necessitano al più presto di maggiori investimenti. Al netto delle spese statali ucraine destinate alla ripresa e alla ricostruzione dei settori analizzati, le principali carenze finanziarie si registrano infatti nel comparto energetico e d’estrazione ($3,5 miliardi), nell’edilizia ($3,4 miliardi) e in misura minore nella sfera dell’istruzione e della ricerca scientifica ($760 milioni).
Il Piano di ricostruzione si ispira al principio del “Building Back Better” e prevede l’integrazione dell’Ucraina nell’Unione europea.
Se il protrarsi del conflitto costituisce un fattore di revisione (al rialzo) dei numeri stilati dalla Banca mondiale, anche eventuali ridefinizioni dei confini potranno influenzare i costi per la ripresa e la ricostruzione.
L’Ispi rileva che sebbene “l’intero territorio ucraino abbia subito attacchi a seguito del 24 febbraio 2022, il 66% dei danni diretti ($116 miliardi) e il 47% dei costi di ripresa/ricostruzione ($248 miliardi) totali sono da ascrivere alle sole regioni caratterizzate dai maggiori scontri – quelle di Kharkiv, Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhya e Kherson”.
Qualora Kiev decidesse di concedere le quattro regioni contese per raggiungere la fine delle ostilità, sarebbe la Russia a doversi fare carico di una quota significativa delle spese per la ricostruzione di queste aree, che da sole rappresentano circa il 36% (pari a $188 miliardi) del fabbisogno totale stimato per l’intero territorio ucraino.
Il governo ucraino ha più volte sottolineato l’impossibilità di sostenere autonomamente le spese di ripresa e ricostruzione, esortando gli alleati occidentali a incrementare gli investimenti nel Paese.
Fonte
Ma la URC in realtà ha una storia più lunga, perchè la Ukraine Reform Conference, venne avviata a Londra già nel 2017 con l’obiettivo di sostenere il programma di riforme interne elaborato dal governo ucraino.
A partire dal 2022, con l’attacco sul campo da parte della Russia, la conferenza ha esteso il proprio mandato per includere anche il tema della ricostruzione. I danni della guerra stimati fino ad ora sono di 176 miliardi ma i fondi richiesti e di cui si parla per ricostruire l’Ucraina arrivano alla cifra di 524/589 miliardi. Non solo ma una parte di questa cifra potrebbe accollarsela la stessa Russia.
Nel febbraio scorso la Banca mondiale ha pubblicato un rapporto annuale – il Fourth Rapid Damage and Needs Assessment – che valuta l’entità dei danni subiti dall’Ucraina e i costi necessari per provvedere alla sua ricostruzione e ripresa.
Secondo le stime riportate nel rapporto, a dicembre 2024 i danni diretti inflitti a edifici e infrastrutture ammontano a circa $176 miliardi. I settori più colpiti risultano essere quello abitativo (con danni per $57 miliardi, ovvero il 33% del totale dei danni), quello dei trasporti (circa $36 miliardi, pari al 21%) e quello dell’energia e delle attività estrattive (circa $20 miliardi, pari al 12%).
Le cifre però si gonfiano se si considerano le perdite complessive – comprendenti l’interruzione dei servizi, l’aumento dei costi operativi e la riduzione di entrate per governo e privati – e qui si registra un incremento del 18%, passando dai $499 miliardi stimati nel 2023 ai $589 miliardi nel 2024.
Alla luce di questi dati, la Banca mondiale prevede che un piano decennale di ricostruzione e ripresa, da realizzare tra il 2025 e 2035, che richiederà investimenti per almeno $524 miliardi.
Secondo la Banca mondiale, nel 2025 l’Ucraina punta a realizzare progetti d’investimento per un totale di $17,32 miliardi. Tuttavia, al momento solo 7,36 miliardi sono stati assicurati, di cui 1,7 miliardi attraverso prestiti e sovvenzioni da parte di partner e istituzioni finanziarie internazionali (IFI). Dati alla mano, il gap finanziario in termini di investimenti per il 2025 ammonta dunque a $9,96 miliardi – una carenza che rischia di rallentare in modo irreversibile i tempi previsti per la ricostruzione e ostacolare il rilancio economico del Paese.
Alla luce di questi dati, risulta essenziale un coinvolgimento ancora più ampio del settore privato, estendendo l’appello a investitori oltre i confini dell’Ucraina.
Non sorprende che i settori più colpiti dalla guerra siano anche quelli che necessitano al più presto di maggiori investimenti. Al netto delle spese statali ucraine destinate alla ripresa e alla ricostruzione dei settori analizzati, le principali carenze finanziarie si registrano infatti nel comparto energetico e d’estrazione ($3,5 miliardi), nell’edilizia ($3,4 miliardi) e in misura minore nella sfera dell’istruzione e della ricerca scientifica ($760 milioni).
Il Piano di ricostruzione si ispira al principio del “Building Back Better” e prevede l’integrazione dell’Ucraina nell’Unione europea.
Se il protrarsi del conflitto costituisce un fattore di revisione (al rialzo) dei numeri stilati dalla Banca mondiale, anche eventuali ridefinizioni dei confini potranno influenzare i costi per la ripresa e la ricostruzione.
L’Ispi rileva che sebbene “l’intero territorio ucraino abbia subito attacchi a seguito del 24 febbraio 2022, il 66% dei danni diretti ($116 miliardi) e il 47% dei costi di ripresa/ricostruzione ($248 miliardi) totali sono da ascrivere alle sole regioni caratterizzate dai maggiori scontri – quelle di Kharkiv, Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhya e Kherson”.
Qualora Kiev decidesse di concedere le quattro regioni contese per raggiungere la fine delle ostilità, sarebbe la Russia a doversi fare carico di una quota significativa delle spese per la ricostruzione di queste aree, che da sole rappresentano circa il 36% (pari a $188 miliardi) del fabbisogno totale stimato per l’intero territorio ucraino.
Il governo ucraino ha più volte sottolineato l’impossibilità di sostenere autonomamente le spese di ripresa e ricostruzione, esortando gli alleati occidentali a incrementare gli investimenti nel Paese.
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05/03/2025
Gaza - Il vertice arabo del Cairo dettaglia un piano per la ricostruzione, e non è quello di Trump
I leader arabi riuniti al Cairo hanno adottato il piano egiziano per il governo e la ricostruzione di Gaza e per contrastare la proposta di sfollamento dei palestinesi presentata dal presidente degli Stati Uniti Trump, ampiamente condannata dal vertice del Cairo.
La proposta include un piano di ricostruzione di Gaza del valore di 53 miliardi di dollari e prevede che l’Autorità Palestinese (ANP) supervisioni il processo attraverso un Comitato di Amministrazione di Gaza per i primi sei mesi, seguiti dal pieno ritorno dell’Autorità Palestinese nella Striscia.
Il piano egiziano prevede la formazione di una commissione per gestire gli affari della Striscia di Gaza in un periodo di transizione di 6 mesi, a condizione che sia indipendente e composta da tecnici che lavorino sotto l’ombrello del governo palestinese. Secondo il piano, saranno forniti alloggi temporanei per gli sfollati a Gaza durante il processo di ricostruzione e aree in 7 località della Striscia ospiteranno più di 1,5 milioni di persone.
La fase di recupero dovrebbe durare 6 mesi con un costo di 3 miliardi di dollari per rimuovere le macerie dall’asse di Salah al Din e fornire 200.000 unità abitative temporanee.
Successivamente, inizierebbe la prima fase della durata di 2 anni con un costo di 20 miliardi di dollari per terminare il processo di rimozione delle macerie e creare stazioni di elettricità, acqua e telecomunicazioni. La seconda fase inizierà successivamente, con un costo di 30 miliardi di dollari, e si concentrerà sulla riforma agricola, sulla creazione di una zona industriale e di un porto marittimo, e sul completamento della costruzione e della ristrutturazione di 460.000 unità abitative.
Il piano prevede inoltre che Egitto e Giordania addestrino la polizia palestinese da dispiegare nella Striscia di Gaza. Il piano suggerisce la possibilità di dispiegare forze internazionali delle Nazioni Unite a Gaza e in Cisgiordania.
La road map araba sulla ricostruzione di Gaza uscita dal vertice del Cairo, mira a contrastare le proposte del presidente Donald Trump per una “Riviera del Medio Oriente” presentando un piano per ricostruire la striscia devastata senza spostare forzatamente la sua popolazione palestinese.
L’Egitto ospiterà il prossimo aprile una conferenza internazionale per la ricostruzione di Gaza al quale parteciperanno i rappresentanti di circa 100 Paesi, ha annunciato il presidente egiziano, Abdel Fattah al Sisi.
Hussein al-Sheikh, segretario del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), ha detto a Middle East Eye a margine del vertice che la priorità immediata sia per i palestinesi che per gli arabi è quella di stabilire un cessate il fuoco permanente a Gaza e porre fine alla devastante guerra israeliana. “In primo luogo, un completo ritiro israeliano è essenziale per ripristinare la stabilità e la sicurezza”, ha detto al-Sheikh, sottolineando che questo consentirebbe ai palestinesi di riaffermarsi sulla loro terra e iniziare a ricostruire.
L’esito del vertice arabo del Cairo non è piaciuto agli Stati Uniti né ad Israele.
Il portavoce della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Brian Hughes, ha respinto la proposta degli Stati arabi per la ricostruzione di Gaza, sostenendo che questa non riconosce che l’enclave è “inabitabile” e disseminata di detriti e ordigni inesplosi, rendendo la vita impossibile ai suoi residenti. Hughes ha ribadito il piano di Trump di ricostruire il territorio “libero da Hamas”, una visione che è stata ampiamente criticata dai leader arabi come un tentativo sottilmente velato di prenderne il controllo da parte degli Stati Uniti.
Il ministero degli Esteri israeliano ha affermato che la dichiarazione del vertice arabo tenutosi al Cairo per discutere la ricostruzione di Gaza “non è riuscita ad affrontare” la realtà della situazione ed ha ribadito il sostegno all’idea del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che mira a sfollare con la forza i palestinesi e trasferirli in Giordania ed Egitto, affermando che gli Stati arabi l’hanno respinta senza darle una possibilità.
Fonte
La proposta include un piano di ricostruzione di Gaza del valore di 53 miliardi di dollari e prevede che l’Autorità Palestinese (ANP) supervisioni il processo attraverso un Comitato di Amministrazione di Gaza per i primi sei mesi, seguiti dal pieno ritorno dell’Autorità Palestinese nella Striscia.
Il piano egiziano prevede la formazione di una commissione per gestire gli affari della Striscia di Gaza in un periodo di transizione di 6 mesi, a condizione che sia indipendente e composta da tecnici che lavorino sotto l’ombrello del governo palestinese. Secondo il piano, saranno forniti alloggi temporanei per gli sfollati a Gaza durante il processo di ricostruzione e aree in 7 località della Striscia ospiteranno più di 1,5 milioni di persone.
La fase di recupero dovrebbe durare 6 mesi con un costo di 3 miliardi di dollari per rimuovere le macerie dall’asse di Salah al Din e fornire 200.000 unità abitative temporanee.
Successivamente, inizierebbe la prima fase della durata di 2 anni con un costo di 20 miliardi di dollari per terminare il processo di rimozione delle macerie e creare stazioni di elettricità, acqua e telecomunicazioni. La seconda fase inizierà successivamente, con un costo di 30 miliardi di dollari, e si concentrerà sulla riforma agricola, sulla creazione di una zona industriale e di un porto marittimo, e sul completamento della costruzione e della ristrutturazione di 460.000 unità abitative.
Il piano prevede inoltre che Egitto e Giordania addestrino la polizia palestinese da dispiegare nella Striscia di Gaza. Il piano suggerisce la possibilità di dispiegare forze internazionali delle Nazioni Unite a Gaza e in Cisgiordania.
La road map araba sulla ricostruzione di Gaza uscita dal vertice del Cairo, mira a contrastare le proposte del presidente Donald Trump per una “Riviera del Medio Oriente” presentando un piano per ricostruire la striscia devastata senza spostare forzatamente la sua popolazione palestinese.
L’Egitto ospiterà il prossimo aprile una conferenza internazionale per la ricostruzione di Gaza al quale parteciperanno i rappresentanti di circa 100 Paesi, ha annunciato il presidente egiziano, Abdel Fattah al Sisi.
Hussein al-Sheikh, segretario del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), ha detto a Middle East Eye a margine del vertice che la priorità immediata sia per i palestinesi che per gli arabi è quella di stabilire un cessate il fuoco permanente a Gaza e porre fine alla devastante guerra israeliana. “In primo luogo, un completo ritiro israeliano è essenziale per ripristinare la stabilità e la sicurezza”, ha detto al-Sheikh, sottolineando che questo consentirebbe ai palestinesi di riaffermarsi sulla loro terra e iniziare a ricostruire.
L’esito del vertice arabo del Cairo non è piaciuto agli Stati Uniti né ad Israele.
Il portavoce della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Brian Hughes, ha respinto la proposta degli Stati arabi per la ricostruzione di Gaza, sostenendo che questa non riconosce che l’enclave è “inabitabile” e disseminata di detriti e ordigni inesplosi, rendendo la vita impossibile ai suoi residenti. Hughes ha ribadito il piano di Trump di ricostruire il territorio “libero da Hamas”, una visione che è stata ampiamente criticata dai leader arabi come un tentativo sottilmente velato di prenderne il controllo da parte degli Stati Uniti.
Il ministero degli Esteri israeliano ha affermato che la dichiarazione del vertice arabo tenutosi al Cairo per discutere la ricostruzione di Gaza “non è riuscita ad affrontare” la realtà della situazione ed ha ribadito il sostegno all’idea del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che mira a sfollare con la forza i palestinesi e trasferirli in Giordania ed Egitto, affermando che gli Stati arabi l’hanno respinta senza darle una possibilità.
Fonte
22/02/2025
Il vertice arabo di Riad frena i piani di Trump su Gaza
I leader di cinque paesi arabi (Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Qatar, EAU) si sono riuniti ieri a Riad per discutere i piani per la ricostruzione postbellica di Gaza.
Il vertice è stato convocato in un momento di crescente opposizione nella regione alla proposta di Donald Trump di far sì che gli Stati Uniti assumano il controllo del territorio palestinese e ne sfollino la popolazione.
Le dichiarazioni di Trump – apertamente sostenute da Israele – hanno suscitato condanne in tutto il mondo arabo, con i leader arabi che hanno respinto qualsiasi tentativo di sfollare i palestinesi e si sono impegnati a sviluppare un proprio quadro per la ricostruzione di Gaza.
Secondo la Saudi Press Agency, i leader riuniti a Riad hanno ribadito il loro impegno a sostenere la causa palestinese e hanno scambiato opinioni sugli sviluppi regionali e internazionali.
Il presidente egiziano Al Sisi, ha cancellato una visita a Washington per protestare contro la proposta di Trump. Al Sisi ha annunciato un piano per la ricostruzione di Gaza che prevede il mantenimento della popolazione palestinese nella propria terra, opponendosi così al trasferimento forzato. L’Egitto potrebbe trovarsi presto di fronte alle pressioni economiche, considerando che gli Stati Uniti forniscono annualmente aiuti militari e civili per circa 2 miliardi di dollari. Una cifra però non impossibile da sostituire da parte dei paesi arabi del Golfo.
“Dal nostro punto di vista, ciò che accadrà a Gaza dopo questo conflitto è una questione palestinese”, ha affermato il ministro degli esteri del Qatar al-Ansari quando gli è stato chiesto un commento sull’obiettivo dichiarato di Israele di eliminare Hamas. “È una questione palestinese su chi rappresenta i palestinesi in una veste ufficiale e anche sui gruppi e i partiti politici nella propria sfera politica”, ha affermato.
Durante il recente incontro con il segretario di stato USA Rubio, lo sceicco degli Emirati Arabi Uniti Mohamed bin Zayed al Nahjan ha ribadito la posizione degli Emirati respingendo qualsiasi tentativo di allontanare il popolo palestinese dalla propria terra.
Le discussioni sono destinate a proseguire in occasione del prossimo vertice arabo di emergenza al Cairo del 4 marzo, dove i leader regionali affronteranno la crisi in corso a Gaza e la stabilità della regione in senso più ampio.
Il vertice straordinario della Lega Araba al Cairo, quindi, potrebbe rappresentare un momento chiave per definire le prossime mosse della diplomazia regionale e chiarire se il piano Trump troverà applicazione o se prevarranno soluzioni più orientate al rispetto della sovranità palestinese.
Donald Trump ha intanto dichiarato che “si siederà” e guarderà i paesi arabi elaborare una controproposta al suo piano per gli Stati Uniti di “prendere il controllo” della Striscia di Gaza e sfollare con la forza due milioni di palestinesi.
Venerdì, mentre era in corso il vertice arabo a Riad, ha detto per la prima volta che non avrebbe costretto nessuno ad accettare i palestinesi della Striscia di Gaza, ma ha comunque pensato che fosse una buona idea.
“Non lo sto forzando. Mi siederò e lo consiglierò, e poi gli Stati Uniti saranno i proprietari del sito”, ha detto a Fox News Radio, aggiungendo: “Un altro modo per farlo è con le persone lì, ma non credo che funzionerebbe. Mi piace il mio piano”.
A Gaza si va concludendo la prima fase della tregua che dovrebbe scadere il 1° marzo, e che ha visto finora il rilascio di 19 ostaggi israeliani in cambio di oltre 1.100 palestinesi prigionieri nelle carceri israeliane.
Fonte
Il vertice è stato convocato in un momento di crescente opposizione nella regione alla proposta di Donald Trump di far sì che gli Stati Uniti assumano il controllo del territorio palestinese e ne sfollino la popolazione.
Le dichiarazioni di Trump – apertamente sostenute da Israele – hanno suscitato condanne in tutto il mondo arabo, con i leader arabi che hanno respinto qualsiasi tentativo di sfollare i palestinesi e si sono impegnati a sviluppare un proprio quadro per la ricostruzione di Gaza.
Secondo la Saudi Press Agency, i leader riuniti a Riad hanno ribadito il loro impegno a sostenere la causa palestinese e hanno scambiato opinioni sugli sviluppi regionali e internazionali.
Il presidente egiziano Al Sisi, ha cancellato una visita a Washington per protestare contro la proposta di Trump. Al Sisi ha annunciato un piano per la ricostruzione di Gaza che prevede il mantenimento della popolazione palestinese nella propria terra, opponendosi così al trasferimento forzato. L’Egitto potrebbe trovarsi presto di fronte alle pressioni economiche, considerando che gli Stati Uniti forniscono annualmente aiuti militari e civili per circa 2 miliardi di dollari. Una cifra però non impossibile da sostituire da parte dei paesi arabi del Golfo.
“Dal nostro punto di vista, ciò che accadrà a Gaza dopo questo conflitto è una questione palestinese”, ha affermato il ministro degli esteri del Qatar al-Ansari quando gli è stato chiesto un commento sull’obiettivo dichiarato di Israele di eliminare Hamas. “È una questione palestinese su chi rappresenta i palestinesi in una veste ufficiale e anche sui gruppi e i partiti politici nella propria sfera politica”, ha affermato.
Durante il recente incontro con il segretario di stato USA Rubio, lo sceicco degli Emirati Arabi Uniti Mohamed bin Zayed al Nahjan ha ribadito la posizione degli Emirati respingendo qualsiasi tentativo di allontanare il popolo palestinese dalla propria terra.
Le discussioni sono destinate a proseguire in occasione del prossimo vertice arabo di emergenza al Cairo del 4 marzo, dove i leader regionali affronteranno la crisi in corso a Gaza e la stabilità della regione in senso più ampio.
Il vertice straordinario della Lega Araba al Cairo, quindi, potrebbe rappresentare un momento chiave per definire le prossime mosse della diplomazia regionale e chiarire se il piano Trump troverà applicazione o se prevarranno soluzioni più orientate al rispetto della sovranità palestinese.
Donald Trump ha intanto dichiarato che “si siederà” e guarderà i paesi arabi elaborare una controproposta al suo piano per gli Stati Uniti di “prendere il controllo” della Striscia di Gaza e sfollare con la forza due milioni di palestinesi.
Venerdì, mentre era in corso il vertice arabo a Riad, ha detto per la prima volta che non avrebbe costretto nessuno ad accettare i palestinesi della Striscia di Gaza, ma ha comunque pensato che fosse una buona idea.
“Non lo sto forzando. Mi siederò e lo consiglierò, e poi gli Stati Uniti saranno i proprietari del sito”, ha detto a Fox News Radio, aggiungendo: “Un altro modo per farlo è con le persone lì, ma non credo che funzionerebbe. Mi piace il mio piano”.
A Gaza si va concludendo la prima fase della tregua che dovrebbe scadere il 1° marzo, e che ha visto finora il rilascio di 19 ostaggi israeliani in cambio di oltre 1.100 palestinesi prigionieri nelle carceri israeliane.
Fonte
21/02/2025
Oggi a Riad il vertice arabo sul futuro di Gaza
L’Arabia Saudita ospita oggi i leader di Egitto, Giordania, Qatar ed Emirati Arabi Uniti a Riad per discutere la proposta egiziana sul futuro della Striscia di Gaza. I più stretti partner arabi degli Stati Uniti in Medio Oriente sono stati gettati nel caos quando Trump ha detto di voler svuotare Gaza dai palestinesi e prendere il controllo dell’enclave, ma hanno iniziato a muoversi su una controproposta.
Il vertice arabo a Riad si svolge contemporaneamente ad un evento economico a Miami ospitato dal Fondo per gli investimenti pubblici dell’Arabia Saudita. Trump ha più volte affermato di essere ansioso di vedere aumentare gli investimenti sauditi negli Stati Uniti e ha in programma di parlare all’evento. Il debito annuo di duemila miliardi di dollari che attanaglia gli Stati Uniti deve infatti essere coperto dagli investitori esteri, il rischio è il crack degli USA.
Dopo l’incontro a Washington tra Trump e il re Abdullah di Giordania all’inizio di febbraio, alcuni ritengono che il sovrano hascemita sia riuscito a convincere Trump ad abbandonare la sua idea di acquisizione di Gaza in cambio di un piano postbellico guidato dal Cairo, ha detto un funzionario egiziano a Middle East Eye.
Il piano egiziano prevede che i palestinesi rimangano nella Striscia di Gaza. Vivranno in alloggi mobili mentre i detriti vengono rimossi e inizia la ricostruzione. Il principale punto critico è chi pagherà per la ricostruzione e gli alloggi temporanei.
L’ipotesi di Trump che gli Stati Uniti prendano il controllo dell’enclave senza pagarla appare uno stratagemma per far pagare il conto agli stati arabi del Golfo. Una valutazione congiunta fornita martedì dalle Nazioni Unite, dall’Unione Europea e dalla Banca Mondiale ritiene che saranno necessari più di 50 miliardi di dollari per ricostruire Gaza, di cui almeno 20 miliardi di dollari nei primi tre anni. Ma Egitto e Giordania sono a corto di liquidità, quindi i candidati a pagare il conto sarebbero l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar.
E poi c’è la situazione sul campo. Israele è fermamente contrario alla creazione di uno Stato palestinese e all’unificazione di Gaza e della Cisgiordania occupata sotto un unico governo palestinese. Ma questa è anche la precondizione ufficiale dell’Arabia Saudita per normalizzare le relazioni con Israele. Il piano egiziano per il controllo di Gaza prevede una forza di polizia composta da palestinesi di Gaza ma che non appartengono ad Hamas nè all’Autorità Nazionale Palestinese. Nel frattempo, verrebbero nominati dei tecnici e notabili locali per governare l’enclave nei suoi primi giorni.
Del resto già adesso come parte dell’accordo di cessate il fuoco, contractors militari privati americani ed egiziani sono stati dispiegati nel corridoio Netzarim che divide Gaza.
Tra i candidati a governare Gaza rispunta la figura di Mohammad Dahlan, ampiamente screditato tra tutte le fazioni palestinesi ma uomo di fiducia degli Emirati Arabi Uniti ed anche degli egiziani. Dahlan ha viaggiato spesso al Cairo negli ultimi mesi. Era un ex membro dell’Autorità Palestinese a Gaza, ma si è scontrato con il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas ed è stato espulso.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato pubblicamente di essere disposti a schierare forze di pace arabe a Gaza in cambio di una nuova leadership nell’Autorità Palestinese. Ma l’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti hanno interlocutori diversi tra i palestinesi, se sarà dovranno trovare un accordo.
Fonte
Il vertice arabo a Riad si svolge contemporaneamente ad un evento economico a Miami ospitato dal Fondo per gli investimenti pubblici dell’Arabia Saudita. Trump ha più volte affermato di essere ansioso di vedere aumentare gli investimenti sauditi negli Stati Uniti e ha in programma di parlare all’evento. Il debito annuo di duemila miliardi di dollari che attanaglia gli Stati Uniti deve infatti essere coperto dagli investitori esteri, il rischio è il crack degli USA.
Dopo l’incontro a Washington tra Trump e il re Abdullah di Giordania all’inizio di febbraio, alcuni ritengono che il sovrano hascemita sia riuscito a convincere Trump ad abbandonare la sua idea di acquisizione di Gaza in cambio di un piano postbellico guidato dal Cairo, ha detto un funzionario egiziano a Middle East Eye.
Il piano egiziano prevede che i palestinesi rimangano nella Striscia di Gaza. Vivranno in alloggi mobili mentre i detriti vengono rimossi e inizia la ricostruzione. Il principale punto critico è chi pagherà per la ricostruzione e gli alloggi temporanei.
L’ipotesi di Trump che gli Stati Uniti prendano il controllo dell’enclave senza pagarla appare uno stratagemma per far pagare il conto agli stati arabi del Golfo. Una valutazione congiunta fornita martedì dalle Nazioni Unite, dall’Unione Europea e dalla Banca Mondiale ritiene che saranno necessari più di 50 miliardi di dollari per ricostruire Gaza, di cui almeno 20 miliardi di dollari nei primi tre anni. Ma Egitto e Giordania sono a corto di liquidità, quindi i candidati a pagare il conto sarebbero l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar.
E poi c’è la situazione sul campo. Israele è fermamente contrario alla creazione di uno Stato palestinese e all’unificazione di Gaza e della Cisgiordania occupata sotto un unico governo palestinese. Ma questa è anche la precondizione ufficiale dell’Arabia Saudita per normalizzare le relazioni con Israele. Il piano egiziano per il controllo di Gaza prevede una forza di polizia composta da palestinesi di Gaza ma che non appartengono ad Hamas nè all’Autorità Nazionale Palestinese. Nel frattempo, verrebbero nominati dei tecnici e notabili locali per governare l’enclave nei suoi primi giorni.
Del resto già adesso come parte dell’accordo di cessate il fuoco, contractors militari privati americani ed egiziani sono stati dispiegati nel corridoio Netzarim che divide Gaza.
Tra i candidati a governare Gaza rispunta la figura di Mohammad Dahlan, ampiamente screditato tra tutte le fazioni palestinesi ma uomo di fiducia degli Emirati Arabi Uniti ed anche degli egiziani. Dahlan ha viaggiato spesso al Cairo negli ultimi mesi. Era un ex membro dell’Autorità Palestinese a Gaza, ma si è scontrato con il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas ed è stato espulso.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato pubblicamente di essere disposti a schierare forze di pace arabe a Gaza in cambio di una nuova leadership nell’Autorità Palestinese. Ma l’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti hanno interlocutori diversi tra i palestinesi, se sarà dovranno trovare un accordo.
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27/06/2023
La finanza euroatlantica prepara l’affare della ricostruzione dell’Ucraina
Il 21 e 22 giugno si è svolta a Londra la sesta edizione della Ukraine Recovery Conference, rinominata così dallo scorso anno. Le precedenti edizioni, che avevano il nome di Ukraine Reform Conference, hanno preso avvio dal 2017 e sono un’ulteriore prova della funzione strategica che era affidata alla progressiva integrazione del paese nel Blocco Euroatlantico.
L’evento è stato aperto dal primo ministro britannico Rishi Sunak, che ha annunciato un altro pacchetto di aiuti all’Ucraina che includerà 3 miliardi di dollari di garanzie per sbloccare i prestiti della Banca Mondiale e 305 milioni di dollari di assistenza bilaterale.
Anche il segretario di Stato USA Antony Blinken ha annunciato che Washington invierà 1,3 miliardi di dollari per modernizzare la rete infrastrutturale ed energetica.
Sono però infinitamente maggiori le risorse che serviranno alla ricostruzione del paese che, secondo le stime di marzo della Banca Mondiale, superano già i 400 miliardi e aumentano col proseguire della guerra.
I governi occidentali vogliono dunque “stimolare” i privati a mobilitare i propri capitali, e i privati non vedono l’ora di trovare nuove opportunità di profitto.
Oltre 400 multinazionali hanno infatti partecipato all’evento e si sono dette pronte a partecipare allo sforzo, a partire dai sette principi cardine individuati già nell’edizione di luglio 2022: partenariato, focus sulle riforme, trasparenza e stato di diritto, partecipazione democratica, coinvolgimento multilaterale, inclusione e uguaglianza di genere, sostenibilità. E il percorso concreto della ricostruzione è cominciato poco dopo.
Difatti, a novembre Kiev ha assunto i servizi di consulenza del più grande fondo di investimento mondiale, BlackRock, per capire come attirare investimenti privati.
A febbraio in questa cooperazione si è aggiunta la più grande banca al mondo, JPMorgan, e a inizio maggio è stato annunciato l’Ukraine Development Fund (UDF), con l’aiuto anche di consulenti della multinazionale McKinsey.
Il fondo, che ad ogni modo non diventerà operativo fino alla fine delle ostilità, si presenta come una vera e propria banca di investimento, di cui il consiglio di amministrazione dovrebbe essere composto da rappresentanti governativi e di istituzioni finanziarie e internazionali.
BlackRock e JPMorgan, che stanno prestando la propria consulenza gratuitamente, avranno però un’idea molto chiara dei progetti più redditizi.
Questo strumento è ascrivibile a quelli di finanza mista, che puntano a raccogliere capitali da stati, donatori e istituti multilaterali in maniera agevolata, per attrarre risorse private. Il compito sarà dunque quello di effettuare i primi investimenti e assorbire le prime perdite, creando le condizioni ottimali per interessare il coinvolgimento delle multinazionali, ovvero il profitto a rischi d’impresa ridotti.
Il primo a rispondere a questa possibilità è stato il miliardario australiano Andrew Forrest, promettendo 500 milioni. E secondo il ministro per la Ricostruzione di Kiev, Oleksandr Kubrakov, tale iniziativa post-bellica dovrebbe essere finanziata anche tramite l’esproprio dei beni russi congelati in territorio euroatlantico (depositi bancari, partecipazioni azionarie, immobili, ecc.).
Ma, sebbene nella UE se ne stia parlando, per avere una parvenza di legalità (si tratta pur sempre di “proprietà private”) nel caso di quelli demaniali occorrerebbe ci fosse stata una dichiarazione di guerra ufficiale. Alquanto problematica, insomma...
Ad ogni modo, sul sito del ministero dell’Economia ucraino si legge che “l’UDF si concentrerà su cinque settori chiave dell’economia ucraina (energia, infrastrutture, agricoltura, produzione e IT)” e che “sosterrà il ruolo dell’Ucraina nella decarbonizzazione e nella transizione verde e come porta d’accesso alla sicurezza energetica europea”.
Come detto all’inizio, la funzione strategica che l’Ucraina già da tempo aveva assunto nella catena imperialistica occidentale ora dovrebbe prendere una nuova dimensione.
Con la presentazione londinese è stata resa pubblica una prima idea di come, sulla ricostruzione ucraina, si incontreranno gli interessi immediati della speculazione finanziaria e della messa a valore di capitali che non avrebbero altro sbocco (lo sanno bene in Italia e all’estero), e le esigenze della competizione strategica su diversi campi con l’emergente mondo multipolare, da parte del Blocco Euroatlantico.
Fonte
L’evento è stato aperto dal primo ministro britannico Rishi Sunak, che ha annunciato un altro pacchetto di aiuti all’Ucraina che includerà 3 miliardi di dollari di garanzie per sbloccare i prestiti della Banca Mondiale e 305 milioni di dollari di assistenza bilaterale.
Anche il segretario di Stato USA Antony Blinken ha annunciato che Washington invierà 1,3 miliardi di dollari per modernizzare la rete infrastrutturale ed energetica.
Sono però infinitamente maggiori le risorse che serviranno alla ricostruzione del paese che, secondo le stime di marzo della Banca Mondiale, superano già i 400 miliardi e aumentano col proseguire della guerra.
I governi occidentali vogliono dunque “stimolare” i privati a mobilitare i propri capitali, e i privati non vedono l’ora di trovare nuove opportunità di profitto.
Oltre 400 multinazionali hanno infatti partecipato all’evento e si sono dette pronte a partecipare allo sforzo, a partire dai sette principi cardine individuati già nell’edizione di luglio 2022: partenariato, focus sulle riforme, trasparenza e stato di diritto, partecipazione democratica, coinvolgimento multilaterale, inclusione e uguaglianza di genere, sostenibilità. E il percorso concreto della ricostruzione è cominciato poco dopo.
Difatti, a novembre Kiev ha assunto i servizi di consulenza del più grande fondo di investimento mondiale, BlackRock, per capire come attirare investimenti privati.
A febbraio in questa cooperazione si è aggiunta la più grande banca al mondo, JPMorgan, e a inizio maggio è stato annunciato l’Ukraine Development Fund (UDF), con l’aiuto anche di consulenti della multinazionale McKinsey.
Il fondo, che ad ogni modo non diventerà operativo fino alla fine delle ostilità, si presenta come una vera e propria banca di investimento, di cui il consiglio di amministrazione dovrebbe essere composto da rappresentanti governativi e di istituzioni finanziarie e internazionali.
BlackRock e JPMorgan, che stanno prestando la propria consulenza gratuitamente, avranno però un’idea molto chiara dei progetti più redditizi.
Questo strumento è ascrivibile a quelli di finanza mista, che puntano a raccogliere capitali da stati, donatori e istituti multilaterali in maniera agevolata, per attrarre risorse private. Il compito sarà dunque quello di effettuare i primi investimenti e assorbire le prime perdite, creando le condizioni ottimali per interessare il coinvolgimento delle multinazionali, ovvero il profitto a rischi d’impresa ridotti.
Il primo a rispondere a questa possibilità è stato il miliardario australiano Andrew Forrest, promettendo 500 milioni. E secondo il ministro per la Ricostruzione di Kiev, Oleksandr Kubrakov, tale iniziativa post-bellica dovrebbe essere finanziata anche tramite l’esproprio dei beni russi congelati in territorio euroatlantico (depositi bancari, partecipazioni azionarie, immobili, ecc.).
Ma, sebbene nella UE se ne stia parlando, per avere una parvenza di legalità (si tratta pur sempre di “proprietà private”) nel caso di quelli demaniali occorrerebbe ci fosse stata una dichiarazione di guerra ufficiale. Alquanto problematica, insomma...
Ad ogni modo, sul sito del ministero dell’Economia ucraino si legge che “l’UDF si concentrerà su cinque settori chiave dell’economia ucraina (energia, infrastrutture, agricoltura, produzione e IT)” e che “sosterrà il ruolo dell’Ucraina nella decarbonizzazione e nella transizione verde e come porta d’accesso alla sicurezza energetica europea”.
Come detto all’inizio, la funzione strategica che l’Ucraina già da tempo aveva assunto nella catena imperialistica occidentale ora dovrebbe prendere una nuova dimensione.
Con la presentazione londinese è stata resa pubblica una prima idea di come, sulla ricostruzione ucraina, si incontreranno gli interessi immediati della speculazione finanziaria e della messa a valore di capitali che non avrebbero altro sbocco (lo sanno bene in Italia e all’estero), e le esigenze della competizione strategica su diversi campi con l’emergente mondo multipolare, da parte del Blocco Euroatlantico.
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27/04/2023
La Conferenza sulla ricostruzione dell’Ucraina prepara il grande affare del capitale italiano in crisi
Ieri si è svolta la Conferenza bilaterale per la ricostruzione dell’Ucraina, annunciata dal ministro del made in Italy Urso già a gennaio, nel corso della sua visita a Kiev. Nei mesi scorsi anche Germania e Francia hanno dato vita a momenti come questo, e ora è toccato all’Italia.
Oltre ad Urso, erano presenti Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Giancarlo Giorgetti per la parte italiana, per quella ucraina invece vi erano i titolari dei ministeri dell’Economia, delle Infrastrutture e degli Esteri oltre al Primo Ministro. Hanno presenziato anche diverse istituzioni finanziarie internazionali.
Ma gli invitati centrali di questo incontro sono state le circa mille realtà tra associazioni e aziende (iscritte vi erano 600 imprese italiane e 150 ucraine) ad essere presenti, compresa Confindustria. Non sono mancate anche le principali società nazionali, private e pubbliche, attive nei settori strategici.
Proprio qualche giorno fa Tajani, in un impeto di onestà, aveva detto che “non possiamo lasciare la ricostruzione solo a imprese francesi, tedesche, americane o britanniche”. Parliamo di un affare da 411 miliardi, secondo le stime della Banca Mondiale.
La Banca Europea per gli Investimenti ha valutato in 14 miliardi la necessità per i bisogni prioritari della ricostruzione a partire già da ora. L’istituto si riferisce al fast recovery, che dovrebbe prevedere il ripristino delle infrastrutture civili ed energetiche fondamentali distrutte in questi mesi.
Poi si vedrà una lunga fase, almeno decennale, di interventi più generali su tutto il tessuto economico del paese, con un obiettivo preciso: raggiungere gli standard richiesti per entrare nella UE. Per questo, come contropartita, Kiev dovrà impegnarsi anche in riforme che garantiscano – tra le tante altre cose – anche maggiore legalità e trasparenza per la realizzazione dei progetti (un accenno neanche velato alla corruzione dilagante ai vertici di Kiev).
Questo intreccio tra finalità diverse è stato evidenziato anche da Giorgia Meloni, per la quale “bisogna riconoscere gli sforzi enormi di Kiev, anche durante la guerra, per riformare il suo sistema e avvicinarlo ai target richiesti dalla Commissione. È fondamentale riconoscere quello sforzo accelerando e avviando in tempi rapidi i negoziati di adesione all’UE”.
“Parlare della ricostruzione dell’Ucraina – ha detto sempre la prima ministra – significa scommettere sulla vittoria e la fine del conflitto, e sono sicura che il futuro dell’Ucraina sarà di pace, benessere e sempre più europeo”.
Di nuovo, la fine della guerra viene identificata con la sconfitta della Russia, chiudendo le porte a ogni possibilità di un celere cessate il fuoco.
Così ha ribadito anche Zelensky, in collegamento all’evento. “L’Ucraina non cederà ma il proprio territorio al nemico. [...] Vogliamo ricostruire ma con standard moderni, per far sì che la nostra popolazione possa vivere come milioni di altri, in sicurezza”.
Intanto il primo risultato dell’incontro è stata la firma di un memorandum annunciato da Urso per lo sviluppo del brand «Made in Ukraine». Il Piano Marshall per l’Ucraina, così lo ha definito il ministro italiano, partirà proprio dalla filiera agroalimentare, e ora si attende di definire gli aspetti tecnici.
In generale, il sunto della conferenza è un salto di qualità nel rapporto tra Italia e Ucraina. Il primo ministro di Kiev, Shmyhal, ha affermato che “siamo ad un nuovo livello della partnership tra i nostri Paesi. La ricostruzione inizia adesso. Siamo uniti nella difesa e siamo uniti nella ricostruzione”.
Il prossimo anno all’Italia spetterà la presidenza del G7, e anche a questo livello multilaterale il governo si è già preso l’impegno a sostenere la ripresa ucraina. Il momento italiano appena concluso ha voluto essere invece un preludio della futura Ukraine Recovery Conference, lanciata per il 2025.
La giornata di ieri è stata segnata da altri eventi significativi per ciò che riguarda il conflitto ucraino. Mentre Lavrov confermava all’ONU che l’intesa sull’esportazione di grano è a un punto morto, lamentandosi poi della NATO e della UE, Xi Jinping ha sentito telefonicamente Zelensky.
La pace non sembra ancora a portata di mano, mentre due cose emergono con chiarezza dalla conferenza per la ricostruzione. La prima è che in essa le istituzioni europee vedono un’opportunità per sperimentare una nuova forma di integrazione europea, e rafforzare ulteriormente il ruolo della UE.
La seconda è che la guerra, con le sue distruzioni, rimane la principale opportunità del capitale in crisi per prendere una boccata d’aria. Distruggere per poi ricostruire, è la logica della valorizzazione a ogni costo in un mondo finito, ma la preoccupazione è che l’Ucraina non basti. La tendenza alla guerra rimane il pericolo principale che la crisi del modo di produzione capitalistico porta con sé.
Fonte
Oltre ad Urso, erano presenti Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Giancarlo Giorgetti per la parte italiana, per quella ucraina invece vi erano i titolari dei ministeri dell’Economia, delle Infrastrutture e degli Esteri oltre al Primo Ministro. Hanno presenziato anche diverse istituzioni finanziarie internazionali.
Ma gli invitati centrali di questo incontro sono state le circa mille realtà tra associazioni e aziende (iscritte vi erano 600 imprese italiane e 150 ucraine) ad essere presenti, compresa Confindustria. Non sono mancate anche le principali società nazionali, private e pubbliche, attive nei settori strategici.
Proprio qualche giorno fa Tajani, in un impeto di onestà, aveva detto che “non possiamo lasciare la ricostruzione solo a imprese francesi, tedesche, americane o britanniche”. Parliamo di un affare da 411 miliardi, secondo le stime della Banca Mondiale.
La Banca Europea per gli Investimenti ha valutato in 14 miliardi la necessità per i bisogni prioritari della ricostruzione a partire già da ora. L’istituto si riferisce al fast recovery, che dovrebbe prevedere il ripristino delle infrastrutture civili ed energetiche fondamentali distrutte in questi mesi.
Poi si vedrà una lunga fase, almeno decennale, di interventi più generali su tutto il tessuto economico del paese, con un obiettivo preciso: raggiungere gli standard richiesti per entrare nella UE. Per questo, come contropartita, Kiev dovrà impegnarsi anche in riforme che garantiscano – tra le tante altre cose – anche maggiore legalità e trasparenza per la realizzazione dei progetti (un accenno neanche velato alla corruzione dilagante ai vertici di Kiev).
Questo intreccio tra finalità diverse è stato evidenziato anche da Giorgia Meloni, per la quale “bisogna riconoscere gli sforzi enormi di Kiev, anche durante la guerra, per riformare il suo sistema e avvicinarlo ai target richiesti dalla Commissione. È fondamentale riconoscere quello sforzo accelerando e avviando in tempi rapidi i negoziati di adesione all’UE”.
“Parlare della ricostruzione dell’Ucraina – ha detto sempre la prima ministra – significa scommettere sulla vittoria e la fine del conflitto, e sono sicura che il futuro dell’Ucraina sarà di pace, benessere e sempre più europeo”.
Di nuovo, la fine della guerra viene identificata con la sconfitta della Russia, chiudendo le porte a ogni possibilità di un celere cessate il fuoco.
Così ha ribadito anche Zelensky, in collegamento all’evento. “L’Ucraina non cederà ma il proprio territorio al nemico. [...] Vogliamo ricostruire ma con standard moderni, per far sì che la nostra popolazione possa vivere come milioni di altri, in sicurezza”.
Intanto il primo risultato dell’incontro è stata la firma di un memorandum annunciato da Urso per lo sviluppo del brand «Made in Ukraine». Il Piano Marshall per l’Ucraina, così lo ha definito il ministro italiano, partirà proprio dalla filiera agroalimentare, e ora si attende di definire gli aspetti tecnici.
In generale, il sunto della conferenza è un salto di qualità nel rapporto tra Italia e Ucraina. Il primo ministro di Kiev, Shmyhal, ha affermato che “siamo ad un nuovo livello della partnership tra i nostri Paesi. La ricostruzione inizia adesso. Siamo uniti nella difesa e siamo uniti nella ricostruzione”.
Il prossimo anno all’Italia spetterà la presidenza del G7, e anche a questo livello multilaterale il governo si è già preso l’impegno a sostenere la ripresa ucraina. Il momento italiano appena concluso ha voluto essere invece un preludio della futura Ukraine Recovery Conference, lanciata per il 2025.
La giornata di ieri è stata segnata da altri eventi significativi per ciò che riguarda il conflitto ucraino. Mentre Lavrov confermava all’ONU che l’intesa sull’esportazione di grano è a un punto morto, lamentandosi poi della NATO e della UE, Xi Jinping ha sentito telefonicamente Zelensky.
La pace non sembra ancora a portata di mano, mentre due cose emergono con chiarezza dalla conferenza per la ricostruzione. La prima è che in essa le istituzioni europee vedono un’opportunità per sperimentare una nuova forma di integrazione europea, e rafforzare ulteriormente il ruolo della UE.
La seconda è che la guerra, con le sue distruzioni, rimane la principale opportunità del capitale in crisi per prendere una boccata d’aria. Distruggere per poi ricostruire, è la logica della valorizzazione a ogni costo in un mondo finito, ma la preoccupazione è che l’Ucraina non basti. La tendenza alla guerra rimane il pericolo principale che la crisi del modo di produzione capitalistico porta con sé.
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01/03/2023
22/02/2023
Biden in Ucraina e Polonia. Si sposta Il centro di gravità europeo?
Ieri Joe Biden era a Kiev. Sembra vi sia giunto in aereo direttamente dagli Stati Uniti, prima della visita in Polonia, programmata da tempo. Fino a pochi giorni fa, la Casa Bianca aveva risolutamente negato una possibile tappa ucraina del presidente, durante il suo viaggio europeo.
Evidentemente, si è voluto scegliere Kiev per annunciare nuove sanzioni anti-russe e un ulteriore aiuto militare per 500 milioni di dollari e lo si è fatto nel giorno istituito ufficialmente per ricordare i “martiri” golpisti del febbraio 2014.
Per Biden, quella di ieri è stata la prima visita in Ucraina da presidente; da vice di Barack Obama, vi si era recato nel 2009, tre volte nel 2014 e ancora nel 2015 e quindi nel 2017, anche per affari di famiglia.
Ma il cuore del viaggio europeo di Joe Biden è la Polonia, dove invece ieri c’era Giorgia Meloni, a ribadire il giro d’affari italo-polacco, che lo scorso anno ha «raggiunto la cifra record di 29 miliardi di euro». Un giro d’affari che si intreccia con gli interessi economico-politici del complesso militare industriale italiano, nel sostegno all’Ucraina nazigolpista da parte di fascisti italiani e sanfedisti di Polonia.
Una Polonia che sta cercando di raggiungere la leadership militare nella UE, avendo in mente un potenziale conflitto con la Russia, scrive Artëm Ignatev su Fond Strategiceskoj Kultury.
Le principali forze della NATO si stanno spostando verso la Polonia, scriveva The Times alla vigilia della visita di Joe Biden. E ancora: «Sembra che il centro di gravità europeo si sia spostato a est», afferma l’ex comandante delle forze yankee in Europa, Ben Hodges.
A fine giugno sarà polacco anche il comandante dell’Eurocorps, il generale Yaroslav Gromadzinsky, ora responsabile dell’addestramento dell’esercito ucraino in Germania al Gruppo di assistenza all’Ucraina.
Lo scorso novembre, Politico scriveva che «La Polonia ha forse il miglior esercito d’Europa. Ci sono circa 150.000 uomini in servizio, di cui 30.000 nella milizia territoriale. Questi “soldati del fine settimana” seguono 16 giorni di addestramento e poi corsi di aggiornamento e, sull’esempio dell’Ucraina, sono dotati di missili anticarro e antiaerei».
Varsavia, che già schiera 647 carri armati (quasi tre volte di più della Gran Bretagna) e ha un bilancio di guerra che raggiunge il 4%, ha un accordo da 4,9 miliardi di euro con Washington per 250 carri Abrams, in sostituzione dei 240 carri d’epoca sovietica inviati in Ucraina, e altri 116 Abrams seguiranno più tardi. L’aeronautica dispone di F-16 americani e c’è un accordo da 4,6 miliardi di dollari per 32 F-35.
Con la Corea del Sud, la Polonia ha una serie di accordi da 10-12 miliardi di dollari per l’acquisto di armamenti vari, tra cui 1.000 carri armati K2, 600 pezzi di artiglieria semovente e 288 lanciarazzi multipli K9A1 “Chunmoo”.
Ormai è noto a tutti il ruolo di Varsavia nelle forniture militari a Kiev e nell’addestramento delle sue truppe. Ma c’è di più e c’è qualcosa cui Varsavia tiene particolarmente.
Il 16 febbraio, alla vigilia della conferenza di Monaco, il presidente polacco Andrzej Duda è volato a Londra, per discutere col premier britannico Rishi Sunak dell’addestramento di piloti ucraini su aerei NATO, cui presto si darà il via in Gran Bretagna, ma soprattutto di un prossimo significativo aumento di truppe NATO in territorio polacco.
Il polonista Stanislav Stremidlovskij suppone però che la visita di Duda a Londra, quando avrebbe potuto benissimo incontrare Sunak due giorni dopo a Monaco, nasconda qualche piano polacco-britannico in occasione della visita di Biden a Varsavia.
Dunque, non solo The Times, ma anche The Spectator parla di uno spostamento «del centro di gravità europeo verso la Polonia», con la politica filoamericana e filo NATO di Varsavia che «contrasta con i sogni persistenti e infruttuosi della Francia di una politica estera e di sicurezza europea comune, e anche col desiderio di creare un esercito europeo», mentre il deciso «sostegno della Polonia a Kiev contrasta con l’ambivalenza di Macron e l’evasività di Scholz».
Secondo The Telegraph, «la leadership polacca» ha dimostrato che Varsavia non ha più bisogno dell’asse franco-tedesco, ma pretende larga autonomia e «ha il pieno diritto di raggiungerla».
Tuttavia, la Polonia non si è guadagnata da sola questo “nuovo status”, ma l’ha solo preso in prestito, osserva Stremidlovskij, e prima o poi dovrà rimborsarlo. Al momento, gioca sullo status di “paese di prima linea“, ma quando il conflitto ucraino finirà, il centro di gravità d’Europa si sposterà nuovamente verso Berlino e Parigi.
Ecco quindi che The Times raccomanda ai polacchi di «stabilire una cooperazione con la Germania nella lotta contro Putin».
E allora, cosa cercava davvero Duda a Londra? Quasi sicuramente, quello che cercano tutti, Italia compresa. Dopo aver partecipato alla distruzione dell’Ucraina, inviando sempre più armi e sempre più distruttive, che continuano a ingrassare le industrie militari, ora sono tutti in corsa per accaparrarsi anche un posto al tavolo della ricostruzione e guadagnare anche da quella.
Al termine dell’incontro di Londra, Duda, secondo le sue stesse parole, ha infatti detto a Sunak di aspettarsi «il sostegno del Regno Unito per entrare a far parte di una coalizione di paesi che parteciperanno alla ripresa economica dell’Ucraina... la nostra partecipazione a questo processo è qualcosa che do per scontato».
Così, il Ministro dello sviluppo e della tecnologia, Waldemar Buda, parla di 1.750 aziende polacche – edilizie, alimentari e farmaceutiche – ansiose di partecipare alla ricostruzione che, in base ai dati di Kiev, comporterà investimenti per 750 miliardi di dollari, di cui Varsavia ne rivendica almeno un decimo, senza contare la mano d’opera a costo quasi-zero fornita proprio dagli ucraini, ridotti ormai da anni a elemosinare lavoro in Polonia.
C’è però da sgomitare per farsi largo tra la concorrenza che, secondo The New York Times, è data da migliaia di imprese che, «in tutto il mondo, sono prese da una febbre dell’oro multimiliardaria». Dunque, bisogna muoversi in fretta, cercando i giusti appoggi.
Anche perché i governi che stanzieranno i fondi per la ricostruzione, vorranno che siano le proprie imprese a ottenere contratti, in proporzione a quei fondi. Sembra dunque che Varsavia cerchi a Londra una solida sponda per partecipare in grande all’affare ucraino.
Ma, per ottenere il risultato voluto, osserva Strmidlovskij, Varsavia dovrebbe avere un “rapporto speciale” con Londra, che invece non appare molto solido. In materia di armamenti, Varsavia si affida a Washington, non a Londra, con grossi profitti del complesso militare-industriale americano, ma non di quello britannico. E a Londra non è che ne siano così entusiasti.
Insomma, la visita di Biden rientra in tutti quei momenti che contribuiscono a spiegare il forte interesse di Varsavia a che la guerra in Ucraina vada avanti il più a lungo possibile, infischiandosene ovviamente, a dispetto delle dichiarazioni ufficiali, della «conclusione vittoriosa» del conflitto da parte di Kiev: è importante per la Polonia, che Russia e Ucraina si dissanguino.
Di più: Varsavia farà di tutto perché l’Ucraina (o quel che rimarrà del suo territorio) conservi in ogni caso una posizione secondaria, che non intralci le mire polacche alla leadership europea.
Andrzej Szlezak, ex sindaco di Stalowa Wola, nel Voivodato della Precarpazia, dice chiaro e tondo che l’ideale per Varsavia sarebbe che né Russia, né Ucraina vincessero la guerra: «la vittoria russa costituirebbe una vera minaccia per la Polonia che, a causa dell’intervento in questa guerra, è economicamente esausta, emarginata e politicamente distrutta dall’interno. La vittoria dell’Ucraina trasformerebbe la Polonia in una sua appendice, controllata politicamente dagli USA ed economicamente dalla Germania...
Se né Russia né Ucraina vincono, si verificherà una situazione per cui entrambe saranno indebolite a tal punto da non poter minacciare le posizioni geopolitiche della Polonia».
Una visione, quella di Szlezak, che fa il paio con le ripetute omelie, ad esempio, della Fondazione “Libertà e Democrazia”, che non perde occasione per giurare sulla “polonicità storica” di regioni quali quelle di Kiev, L’vov, Ternopol, Cernigov, Cerkassy, Dnepropetrov.
Un po’ come se Stoccolma, osserva Valentin Lesnik su Odna Rodina, dichiarasse che la Polonia è svedese, dal momento che tale fu dal 1655 al 1660. Di fatto: non pare che qualcuno, a Varsavia, abbia mai smesso di guardare a quelle terre.
Insomma, nei rapporti polacco-ucraini si è di fronte a una situazione per cui a Varsavia, per obbedire agli interessi USA, si deve ostentare “amore” per Kiev, ma non per questo si ha intenzione di dimenticare alcunché del passato, anche di quello recente.
Su News Front, Julija Vitjazeva riferisce di come, appena pochi giorni fa, il rappresentante statunitense presso la Helsinki Commission, Paul Massaro, avesse postato un selfie con un gallone raffigurante Stepan Bandera, rimuovendolo dopo poche ore «su richiesta di un caro amico polacco».
Se Varsavia si muove al seguito di Washington, anche per quest’ultima è oggi estremamente poco vantaggioso inimicarsi Varsavia, per la quale le carneficine in Volinya di 80 anni fa, commesse dai nazionalisti ucraini di Bandera, non possono essere dimenticate.
Joe Biden può ben giurare a Vladimir Zelenskij che gli USA “rimarranno a fianco di Kiev finché sarà necessario”; ma è a Varsavia che si sta tirando la volata.
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Evidentemente, si è voluto scegliere Kiev per annunciare nuove sanzioni anti-russe e un ulteriore aiuto militare per 500 milioni di dollari e lo si è fatto nel giorno istituito ufficialmente per ricordare i “martiri” golpisti del febbraio 2014.
Per Biden, quella di ieri è stata la prima visita in Ucraina da presidente; da vice di Barack Obama, vi si era recato nel 2009, tre volte nel 2014 e ancora nel 2015 e quindi nel 2017, anche per affari di famiglia.
Ma il cuore del viaggio europeo di Joe Biden è la Polonia, dove invece ieri c’era Giorgia Meloni, a ribadire il giro d’affari italo-polacco, che lo scorso anno ha «raggiunto la cifra record di 29 miliardi di euro». Un giro d’affari che si intreccia con gli interessi economico-politici del complesso militare industriale italiano, nel sostegno all’Ucraina nazigolpista da parte di fascisti italiani e sanfedisti di Polonia.
Una Polonia che sta cercando di raggiungere la leadership militare nella UE, avendo in mente un potenziale conflitto con la Russia, scrive Artëm Ignatev su Fond Strategiceskoj Kultury.
Le principali forze della NATO si stanno spostando verso la Polonia, scriveva The Times alla vigilia della visita di Joe Biden. E ancora: «Sembra che il centro di gravità europeo si sia spostato a est», afferma l’ex comandante delle forze yankee in Europa, Ben Hodges.
A fine giugno sarà polacco anche il comandante dell’Eurocorps, il generale Yaroslav Gromadzinsky, ora responsabile dell’addestramento dell’esercito ucraino in Germania al Gruppo di assistenza all’Ucraina.
Lo scorso novembre, Politico scriveva che «La Polonia ha forse il miglior esercito d’Europa. Ci sono circa 150.000 uomini in servizio, di cui 30.000 nella milizia territoriale. Questi “soldati del fine settimana” seguono 16 giorni di addestramento e poi corsi di aggiornamento e, sull’esempio dell’Ucraina, sono dotati di missili anticarro e antiaerei».
Varsavia, che già schiera 647 carri armati (quasi tre volte di più della Gran Bretagna) e ha un bilancio di guerra che raggiunge il 4%, ha un accordo da 4,9 miliardi di euro con Washington per 250 carri Abrams, in sostituzione dei 240 carri d’epoca sovietica inviati in Ucraina, e altri 116 Abrams seguiranno più tardi. L’aeronautica dispone di F-16 americani e c’è un accordo da 4,6 miliardi di dollari per 32 F-35.
Con la Corea del Sud, la Polonia ha una serie di accordi da 10-12 miliardi di dollari per l’acquisto di armamenti vari, tra cui 1.000 carri armati K2, 600 pezzi di artiglieria semovente e 288 lanciarazzi multipli K9A1 “Chunmoo”.
Ormai è noto a tutti il ruolo di Varsavia nelle forniture militari a Kiev e nell’addestramento delle sue truppe. Ma c’è di più e c’è qualcosa cui Varsavia tiene particolarmente.
Il 16 febbraio, alla vigilia della conferenza di Monaco, il presidente polacco Andrzej Duda è volato a Londra, per discutere col premier britannico Rishi Sunak dell’addestramento di piloti ucraini su aerei NATO, cui presto si darà il via in Gran Bretagna, ma soprattutto di un prossimo significativo aumento di truppe NATO in territorio polacco.
Il polonista Stanislav Stremidlovskij suppone però che la visita di Duda a Londra, quando avrebbe potuto benissimo incontrare Sunak due giorni dopo a Monaco, nasconda qualche piano polacco-britannico in occasione della visita di Biden a Varsavia.
Dunque, non solo The Times, ma anche The Spectator parla di uno spostamento «del centro di gravità europeo verso la Polonia», con la politica filoamericana e filo NATO di Varsavia che «contrasta con i sogni persistenti e infruttuosi della Francia di una politica estera e di sicurezza europea comune, e anche col desiderio di creare un esercito europeo», mentre il deciso «sostegno della Polonia a Kiev contrasta con l’ambivalenza di Macron e l’evasività di Scholz».
Secondo The Telegraph, «la leadership polacca» ha dimostrato che Varsavia non ha più bisogno dell’asse franco-tedesco, ma pretende larga autonomia e «ha il pieno diritto di raggiungerla».
Tuttavia, la Polonia non si è guadagnata da sola questo “nuovo status”, ma l’ha solo preso in prestito, osserva Stremidlovskij, e prima o poi dovrà rimborsarlo. Al momento, gioca sullo status di “paese di prima linea“, ma quando il conflitto ucraino finirà, il centro di gravità d’Europa si sposterà nuovamente verso Berlino e Parigi.
Ecco quindi che The Times raccomanda ai polacchi di «stabilire una cooperazione con la Germania nella lotta contro Putin».
E allora, cosa cercava davvero Duda a Londra? Quasi sicuramente, quello che cercano tutti, Italia compresa. Dopo aver partecipato alla distruzione dell’Ucraina, inviando sempre più armi e sempre più distruttive, che continuano a ingrassare le industrie militari, ora sono tutti in corsa per accaparrarsi anche un posto al tavolo della ricostruzione e guadagnare anche da quella.
Al termine dell’incontro di Londra, Duda, secondo le sue stesse parole, ha infatti detto a Sunak di aspettarsi «il sostegno del Regno Unito per entrare a far parte di una coalizione di paesi che parteciperanno alla ripresa economica dell’Ucraina... la nostra partecipazione a questo processo è qualcosa che do per scontato».
Così, il Ministro dello sviluppo e della tecnologia, Waldemar Buda, parla di 1.750 aziende polacche – edilizie, alimentari e farmaceutiche – ansiose di partecipare alla ricostruzione che, in base ai dati di Kiev, comporterà investimenti per 750 miliardi di dollari, di cui Varsavia ne rivendica almeno un decimo, senza contare la mano d’opera a costo quasi-zero fornita proprio dagli ucraini, ridotti ormai da anni a elemosinare lavoro in Polonia.
C’è però da sgomitare per farsi largo tra la concorrenza che, secondo The New York Times, è data da migliaia di imprese che, «in tutto il mondo, sono prese da una febbre dell’oro multimiliardaria». Dunque, bisogna muoversi in fretta, cercando i giusti appoggi.
Anche perché i governi che stanzieranno i fondi per la ricostruzione, vorranno che siano le proprie imprese a ottenere contratti, in proporzione a quei fondi. Sembra dunque che Varsavia cerchi a Londra una solida sponda per partecipare in grande all’affare ucraino.
Ma, per ottenere il risultato voluto, osserva Strmidlovskij, Varsavia dovrebbe avere un “rapporto speciale” con Londra, che invece non appare molto solido. In materia di armamenti, Varsavia si affida a Washington, non a Londra, con grossi profitti del complesso militare-industriale americano, ma non di quello britannico. E a Londra non è che ne siano così entusiasti.
Insomma, la visita di Biden rientra in tutti quei momenti che contribuiscono a spiegare il forte interesse di Varsavia a che la guerra in Ucraina vada avanti il più a lungo possibile, infischiandosene ovviamente, a dispetto delle dichiarazioni ufficiali, della «conclusione vittoriosa» del conflitto da parte di Kiev: è importante per la Polonia, che Russia e Ucraina si dissanguino.
Di più: Varsavia farà di tutto perché l’Ucraina (o quel che rimarrà del suo territorio) conservi in ogni caso una posizione secondaria, che non intralci le mire polacche alla leadership europea.
Andrzej Szlezak, ex sindaco di Stalowa Wola, nel Voivodato della Precarpazia, dice chiaro e tondo che l’ideale per Varsavia sarebbe che né Russia, né Ucraina vincessero la guerra: «la vittoria russa costituirebbe una vera minaccia per la Polonia che, a causa dell’intervento in questa guerra, è economicamente esausta, emarginata e politicamente distrutta dall’interno. La vittoria dell’Ucraina trasformerebbe la Polonia in una sua appendice, controllata politicamente dagli USA ed economicamente dalla Germania...
Se né Russia né Ucraina vincono, si verificherà una situazione per cui entrambe saranno indebolite a tal punto da non poter minacciare le posizioni geopolitiche della Polonia».
Una visione, quella di Szlezak, che fa il paio con le ripetute omelie, ad esempio, della Fondazione “Libertà e Democrazia”, che non perde occasione per giurare sulla “polonicità storica” di regioni quali quelle di Kiev, L’vov, Ternopol, Cernigov, Cerkassy, Dnepropetrov.
Un po’ come se Stoccolma, osserva Valentin Lesnik su Odna Rodina, dichiarasse che la Polonia è svedese, dal momento che tale fu dal 1655 al 1660. Di fatto: non pare che qualcuno, a Varsavia, abbia mai smesso di guardare a quelle terre.
Insomma, nei rapporti polacco-ucraini si è di fronte a una situazione per cui a Varsavia, per obbedire agli interessi USA, si deve ostentare “amore” per Kiev, ma non per questo si ha intenzione di dimenticare alcunché del passato, anche di quello recente.
Su News Front, Julija Vitjazeva riferisce di come, appena pochi giorni fa, il rappresentante statunitense presso la Helsinki Commission, Paul Massaro, avesse postato un selfie con un gallone raffigurante Stepan Bandera, rimuovendolo dopo poche ore «su richiesta di un caro amico polacco».
Se Varsavia si muove al seguito di Washington, anche per quest’ultima è oggi estremamente poco vantaggioso inimicarsi Varsavia, per la quale le carneficine in Volinya di 80 anni fa, commesse dai nazionalisti ucraini di Bandera, non possono essere dimenticate.
Joe Biden può ben giurare a Vladimir Zelenskij che gli USA “rimarranno a fianco di Kiev finché sarà necessario”; ma è a Varsavia che si sta tirando la volata.
Fonte
05/01/2023
Guerra in Ucraina - L’anno che verrà
Non è la prima volta che troviamo squarci di informazione realistica sulla guerra in Ucraina soltanto nelle analisi di alcuni militari, preferibilmente in pensione, e dunque più liberi di dire la propria.
Il generale Fabio Mini è uno di questi, anche per la sua preparazione teorica (esiste anche una teoria della guerra, e non bisognerebbe ignorarla). In questa analisi, apparsa sul Fatto Quotidiano, rilascia – tra le altre cose – autentici flash che spiegano le modalità cangianti della propaganda euro-atlantica, una definizione più precisa degli obiettivi reali delle due parti (Russia e Nato), la “necessaria evoluzione” dello scontro sul terreno in relazione al raggiungimento o meno di questi obiettivi, nonché la pelosa “solidarietà” dei “ricostruttori”, che non vedono l’ora di entrare in azione a distruzione completata.
Delle sorti e delle sofferenze del popolo ucraino, naturalmente, nessuno si interessa. A partire da Zelenskij e dal suo cerchio magico.
Un’autentica illuminazione, infine, arriva con l’individuazione della “rinazificazione di buona parte dell’Europa in termini anche formali e di tutto l’Occidente in termini concettuali. Se non nelle parole sicuramente nei fatti”.
Una conferma indiretta, ma decisamente autorevole, di quanto avevamo osservato fin dai primi mesi della guerra e che fornisce qualche spiegazione anche sulla condiscendenza dei cosiddetti “liberali” davanti alla ‘resistibile ascesa’ di Giorgia-madre-cristiana e delle sue coorti nostalgiche...
Buona lettura.
Il generale Fabio Mini è uno di questi, anche per la sua preparazione teorica (esiste anche una teoria della guerra, e non bisognerebbe ignorarla). In questa analisi, apparsa sul Fatto Quotidiano, rilascia – tra le altre cose – autentici flash che spiegano le modalità cangianti della propaganda euro-atlantica, una definizione più precisa degli obiettivi reali delle due parti (Russia e Nato), la “necessaria evoluzione” dello scontro sul terreno in relazione al raggiungimento o meno di questi obiettivi, nonché la pelosa “solidarietà” dei “ricostruttori”, che non vedono l’ora di entrare in azione a distruzione completata.
Delle sorti e delle sofferenze del popolo ucraino, naturalmente, nessuno si interessa. A partire da Zelenskij e dal suo cerchio magico.
Un’autentica illuminazione, infine, arriva con l’individuazione della “rinazificazione di buona parte dell’Europa in termini anche formali e di tutto l’Occidente in termini concettuali. Se non nelle parole sicuramente nei fatti”.
Una conferma indiretta, ma decisamente autorevole, di quanto avevamo osservato fin dai primi mesi della guerra e che fornisce qualche spiegazione anche sulla condiscendenza dei cosiddetti “liberali” davanti alla ‘resistibile ascesa’ di Giorgia-madre-cristiana e delle sue coorti nostalgiche...
Buona lettura.
*****
di Fabio Mini - Il Fatto Quotidiano
La situazione sul campo di battaglia è congelata (in tutti i sensi) ma non statica. Le truppe russe e ucraine si muovono abbastanza agevolmente conducendo azioni limitate, ma soprattutto tendendo ad acquisire e consolidare le posizioni.
A sud di Zaporizha, il fiume Dniepr svolge appieno la sua funzione di confine naturale e ora che l’Ucraina ha unilateralmente annullato gli accordi sulle acque di confine con la Russia è palesemente un elemento fondamentale delle ostilità. La Russia, dopo aver lasciato le posizioni delle regioni di Kherson e Zaporizha ad ovest del fiume, continua a controllare quelle ad est che comprendono le parti più sensibili ed economicamente utili alla guerra, inclusa la centrale nucleare di Energodar.
Da Zaporizha a Kiev il fiume piega verso nord-ovest e le truppe ucraine controllano il territorio orientale fino al confine russo, concentrando però le forze e gli sforzi contro le posizioni delle regioni di Lugansk e Donetsk.
Su tutta la linea di contatto tra le forze contrapposte, la Russia opera bombardamenti missilistici e delle artiglierie, mentre sono rallentate le azioni a medio e raggio. L’Ucraina conferma l’intenzione di premere ancora sul Donbass per respingere i russi oltre il confine, mentre la Russia sta consolidando le posiziona sul Dniepr a sud e sta preparando un’offensiva “invernale” o estiva (quella primaverile sarebbe più difficile ma più sorprendente) per arrivare al Dniepr anche al centro e al nord.
Il che significa conquistare territori fino a Dnipro e Kiev. Non era questa l’intenzione iniziale che, come pochi avevano intuito, non era né la conquista di Kiev né l’occupazione di tutta l’Ucraina. Come non era l’intenzione iniziale quella di distruggere Mariupol, Kherson e Kharchiv.
Gli aiuti americani hanno riequilibrato le capacità ed ora, mentre gli ucraini si attendono un aiuto decisivo occidentale, se non proprio un intervento diretto, per raggiungere in Donbass e oltre, la Russia sta considerando la necessità di arrivare al fiume anche a Dnipro e Kiev. Con qualsiasi arma.
I margini per un cessate il fuoco da parte di entrambi non esistono, almeno fino a quando uno di essi non raggiungerà gli obiettivi prefissati. Esisterebbe però se gli Stati Uniti decidessero di trattare con la Russia per una definizione della sicurezza in Europa e se americani ed europei si accontentassero delle distruzioni strutturali effettuate finora dai russi per avviare quel piano Marshall da tutti vagheggiato come investimento e che diventa più costoso e impegnativo ogni giorno che passa.
Lo stesso presidente Zelensky nella sua visita negli Stati Uniti ha spiegato ai politici americani che gli aiuti in armi per la continuazione della guerra e quindi delle distruzioni “non sono un’elemosina ma un investimento”.
Il nostro premier Draghi e il Cepr-Centre for Economic Policy di Londra tre mesi dopo l’inizio della guerra avevano calcolato una esigenza di finanziamento della ricostruzione tra 220 e 540 miliardi di dollari (equivalente a un range di variabilità del 245%). Una stima ‘a spanne’ non proprio degna di tali esperti della finanza, visto che la regola di Chitarrella per l’estimo che si insegna a geometri e ragionieri dice che se la stima varia del 50% è già un numero a caso.
Nello stesso periodo (maggio-giugno) l’Ucraina lo calcolava attorno ai 750 miliardi includendo ripristino, ricostruzione, innovazione e finanziamenti privati. A settembre, con stesso metodo di calcolo, la cifra raggiungeva il trilione.
Oggi con la campagna anti-strutturale in corso e l’arrivo di nuove armi si può realisticamente considerare il doppio.
Purtroppo l’avidità da ricostruzione non ha limiti e anche questo non induce a sospendere le ostilità. Ma esiste un limite fisico: di questo passo nel giro di qualche mese in Ucraina non rimarrà più nulla da distruggere.
È vero che si può ovviare all’inconveniente distruggendo ciò che è stato distrutto, come avvenuto con i bombardamenti Nato contro la Serbia, ma questo non aumenta il costo della ricostruzione e quindi nemmeno il profitto degli “investitori”.
Semmai sarà da valutare se la Russia potrà sostenere questo ritmo di bombardamenti e fino a quando. Gli ucraini già contano sulla carenza di munizioni russe e mettono in evidenza ogni tipo di difficoltà, ma è un calcolo che in questi dieci mesi di guerra si è dimostrato fallace. In compenso, non è dato sapere (segreto di stato) quante munizioni, soldati e famiglie rimangono all’Ucraina.
I missili e i razzi russi continuano ad arrivare e il fatto che molti siano obsoleti o imprecisi tecnicamente conta poco se il loro compito è quello di saturare la capacità di fuoco antiaereo dell’Ucraina.
Nel frattempo gli obiettivi sono sempre più disastrati e cinicamente individuati: le stesse immagini trasmesse da Kiev mostrano soltanto vecchi tanto rassegnati da apparire indifferenti e troppo stanchi perfino per fuggire. Sono finite le immagini delle carovane di giovani donne e bambini in fuga. Così come sono sparite le immagini di volontari e resistenti con le bombe molotov a presidio delle barricate.
Evidentemente la comunicazione di propaganda è cambiata proprio per rassicurare gli investitori. I vecchi sono a consumazione e non serviranno nella ricostruzione. Saranno un peso in meno. Donne e bambini sono al sicuro e i giovani combattenti non sono più i disperati con le scarpe da ginnastica e un archibugio in mano che sono serviti a mobilitare l’intero occidente eroico e rivoluzionario.
Oggi i soldati che vediamo sono ben equipaggiati e armati, sono addestrati dai migliori istruttori del mondo (come Biden chiamò i suoi soldati a Kiev), le armi sono le migliori disponibili sul mercato anche se l’ex presidente Poroshenko ironizza sulle gomme di scorta delle nostre blindo e quindi l’investimento nella continuazione della guerra e nella vittoria finale sarà “remunerativo”. E non è solo una promessa, ma una certezza.
In Ucraina si combatte e si combatterà ancora a lungo e questo prolungamento e allargamento del conflitto è esattamente quello che l’entourage di Zelensky si aspettava. Lui e i suoi stanno vincendo alla grande è sono felici. L’Ucraina un po’ meno.
Per valutare i risultati dei russi è invece necessario un distinguo. Se si parte da ciò che l’Occidente dei fanatici della guerra credeva e si aspettava (o fingeva di aspettarsi) la Russia ha fallito: non ha occupato l’Ucraina, non ha distrutto Kiev, non ha messo un governo fantoccio, non ha impaurito l’Occidente e non ha invaso né i parsi baltici, né la Germania, la Francia o il Benelux.
Se si parte invece da quello che i soliti pochi avevano valutato basandosi sulla natura e quantità delle forze, ovvero che si trattasse di operazioni tattiche ad obiettivi limitati (Donbass) e pressioni strategiche per un negoziato, si può osservare che il Donbass è ancora in mano russa e che la fascia di protezione fra Russia e Crimea è assicurata.
La guerra è tutt’altro che perduta e anche se finisse oggi la presenza russa in Ucraina, includendo la ‘presenza’ delle bombe sulla testa della gente, è destinata a durare. Questo sul campo di battaglia.
In termini politici, la Russia ha ottenuto un controllo molto labile delle provincie annesse e non ha ottenuto nessuna disponibilità a trattare. La presunta coesione occidentale che si sarebbe realizzata in ambito europeo e Nato è tutt’altro che stabile, ma il sostegno americano all’Ucraina è forte e deciso, per ora, e la minaccia alla Russia è concreta.
Inoltre gli obiettivi dichiarati dai russi non sono stati raggiunti: la smilitarizzazione dell’Ucraina si è tradotta in rimilitarizzazione dell’intero continente europeo e la denazificazione dell’Ucraina si è tradotta in rinazificazione di buona parte dell’Europa in termini anche formali e di tutto l’Occidente in termini concettuali. Se non nelle parole sicuramente nei fatti.
Buon Anno.
Fonte
01/01/2023
Ucraina, piatto ricco mi ci ficco
La trattativa per un cessate il fuoco in Ucraina non sembra nemmeno sul punto di nascere ma in realtà tutti gli addetti ai lavori sanno che da tempo ormai gli Stati Uniti, di fronte all’insostenibilità militare e finanziaria del confronto tra Ucraina e Russia, hanno dato luce verde alla CIA per dare vita ad una ipotesi di negoziato con mediazioni varie, ultima arrivata quella indiana.
C’è da essere fiduciosi sull’apertura di un negoziato? Tutto il sistema politico e mediatico scommette sulla sua impraticabilità, pur se in qualche momento di lucidità ne ravvisa l’improcrastinabilità, dato che Kiev è allo stremo e ancor più lo sono le finanze europee. A sostegno deciso di un’ipotesi che vorrebbe la fine della guerra in Aprile, arriva ora una notizia di assoluto interesse.
Il più grande fondo speculativo del mondo, BlackRock, il cui peso è dato dal volume dei suoi affari (ottomila miliardi di Dollari in portafoglio) e dalla rinomata influenza sulla politica statunitense, lavora alla raccolta fondi per la ricostruzione post-bellica dell’Ucraina. Le stime minori per rimettere in piedi il Paese arrivano a 350 miliardi di Dollari, quelle più pesanti si spingono a mille miliardi di Dollari. Per BlackRock sarebbe uno dei più colossali affari di questo decennio e, di fronte a questa prospettiva, non c’è afflato ideologico statunitense che tenga il confronto.
L’eventualità che ciò si realizzi rappresenterebbe una nuova applicazione sul campo della strategia “distruggi e terrorizza” poi divenuta “distruggi e ricostruisci”, iniziata con la prima guerra in Iraq. La strategia prevede la distruzione dei paesi ostili a Washington, che oltre a liberarsi di avversari politici che questionano la sua legittimità di dominare il mondo a loro esclusiva convenienza, produce prima un gran guadagno per il settore bellico, volano centrale dell’economia statunitense, poi un business altrettanto grande per la ricostruzione di quello che prima si è distrutto.
Infatti, la fine delle ostilità si chiude sempre con in allegato un contratto che favorisce le multinazionali estrattive e le aziende di costruzione statunitensi, ai quali si aggiungono poi succosi contratti che il Pentagono firma con le società di mercenari incaricata di vegliare sul personale civile e diplomatico statunitense durante tutti gli anni della ricostruzione. I becchini si fanno medici: il tritolo di ieri diventa il cemento di domani.
La strategia del “distruggi e ricostruisci” è quindi portatrice per gli USA di grandi successi economici, oltre che geopolitici, ed è appunto legata ai successi militari a stelle e strisce. Infatti è fallita solo in Afghanistan e Siria, dove gli Stati Uniti hanno raccolto figuracce e disseminato il campo di mine e fughe. A Kabul sono stati letteralmente cacciati da alcune migliaia di uomini in ciabatte e turbante, a Damasco invece – aiutati da Iran e Hezbollah, oltre che dai siriani – ci hanno pensato i russi, che sono intervenuti ed hanno sbaraccato in poco tempo l’Isis e tutta la Nato.
Le tasche piene dei soliti noti
Dal punto di vista politico, economico e militare gli USA non usciranno comunque dall’Ucraina. La Monsanto (ora Bayern) resterà proprietaria della quota enorme di terra ucraina ottenuta praticamente in forma gratuita. Si è fantasticato in propaganda sull’impatto che l’assenza di grano ucraino sul mercato avrebbe sulla crisi alimentare africana, ma era una colossale fake news. I raccolti ucraini vanno per il 95% in Europa, in Africa solo il 5% .
L’acquisizione di campi coltivabili fu semplice, non certo un ricordo nobile per la sovranità ucraina. Monsanto ha preso le terre, i diritti di sfruttamento e persino i finanziamenti internazionali per la produzione, che l’Ucraina richiedeva e gli statunitensi incassavano. Secondo una interrogazione parlamentare di Die Linke al Bundestag, ci fu una linea di credito da 17 miliardi di dollari concessa all’Ucraina nel 2014 da parte delle istituzioni finanziare internazionali guidate dal FMI per far ripartire le coltivazioni. Se le accuse di Die Linke fossero vere, saremmo al paradosso di un governo che riceve finanziamenti che poi dà alle imprese straniere per fare landgrabbing in casa propria.
Idem dicasi per i 37 laboratori biologici per la guerra batteriologica aperti e gestiti dai militari USA in territorio ucraino. Secondo il Cremlino il Pentagono ha finanziato la modernizzazione di almeno sessanta laboratori biologici segreti lungo i confini cinese e russo e il ministero degli Esteri cinese afferma che dispone dei dati che mostrano che Washington ha 336 laboratori sotto il suo controllo in 30 stati al di fuori della propria giurisdizione nazionale.
Si ricordi che gli esperimenti sul guadagno di funzione, cioè gli studi che permettono di modificare geneticamente un virus animale al fine di trasformarlo in un patogeno che possa essere trasmesso da uomo a uomo, sono vietati negli Stati Uniti dal 2014. In questo l’Ucraina è una cuccagna: agli statunitensi i risultati degli esperimenti, agli ucraini i rischi di possibili contaminazioni.
I laboratori resteranno saldamente nelle mani statunitensi, così come saranno gli Stati Uniti i maggiori creditori dell’Ucraina, che dovrà passare l’eternità a risarcire Washington per le forniture di armamenti, che tutti fanno finta di credere siano aiuti quando in realtà sono contratti di vendita.
Dovranno rinunciare, forse, alle ricche miniere del Donbass ed ai relativi affari di Hunter Biden, che andrà a tirare crack altrove. Del resto il potere d’interdizione del Presidente Biden non sarà più quello avuto fino ad ora; le elezioni di middle term e la sua demenza avanzata lo rilegano ormai a un puro ruolo raffigurativo. La stessa ridicola cerimonia di Zelensky al Congresso con l’esultanza di congress-man democratici ormai scaduti e la presenza di solo 70 dei 238 senatori repubblicani, è stata in qualche modo il canto del cigno di Biden più che l’inizio di una nuova era. La pagliacciata sulla minaccia russa è servita soprattutto a sostenere l’enorme aumento del budget per le spese militari, portate alla stratosferica somma di 858 miliardi di Dollari (addirittura 45 in più di quelli richiesti dalla Casa Bianca!), record assoluto nella storia statunitense e indicatore di direzione per la prossima guerra alla Cina.
Un simile aumento di budget sembra anche ignorare i risultati di un audit interno, che rivela come il Pentagono non sappia dove siano andati a finire 6500 miliardi di Dollari, circa il 40% del PIL degli USA. Denari dei cittadini di cui mancano i rendiconti, che risultano “dispersi in azione”.
E se la lobby delle armi viene soddisfatta anche quella del petrolio avrà la propria parte. La guerra voluta dagli USA ha ottenuto il principale risultato che si prefiggeva: bloccata la partnership commerciale tra Russia ed Europa, fine delle forniture energetiche che consentivano lo sviluppo dei paesi UE, blocco delle attività finanziarie e rottura delle relazioni politiche. La dipendenza europea dalla Russia è diventata dipendenza dagli Stati Uniti e dal loro gas liquido, in scarsa quantità, di minor qualità e maggior prezzo.
Firmare una pace ma continuare la guerra
A questo punto, il proseguimento della guerra così com’è non avrebbe senso, i risultati che si volevano ottenere si sono ottenuti. Mosca è lontana dall’Occidente ed è sempre più ancorata ad Oriente. La pressione militare della Nato sulla Russia resterebbe alta e, anche se gli accordi di pace dovessero prevedere Crimea e Donbass come territori russi, il risultato sarebbe quello di mettere altri 300, utilissimi, chilometri tra Mosca e la linea del fronte ucraino. L’addio scontato alla Nato da parte di Kiev potrà essere sostituito dall’abbraccio mortale della UE, così i drammi sociali e i costi del ripristino dell’economia ucraina verranno pagati dagli europei.
Continuare una guerra convenzionale sarebbe un enorme onere per Washington e Bruxelles senza nessuna possibilità di vittoria sul campo. Di contro, addestrare, armare e finanziare i gruppi neonazisti incaricati di continuare le azioni militari anche dopo il raggiungimento di un accordo di pace, costerebbe poco e renderebbe molto. Un po’ quello messo in opera dal 2014 al 2022 con gli Accordi di Minsk, il cui rispetto è stato una burla, serviva solo ad avere tempo per costruire l’esercito ucraino, come ha candidamente confessato Angela Merkel.
Nelle teste d’uovo del Pentagono e di Langley si prospetta uno scenario nel quale l’Ucraina viene ridotta sensibilmente nelle sue dimensioni, creando così una corrente politico-militare che non riconosce gli accordi e sceglie la via del conflitto. Si creerebbe così un modello di guerriglia permanente come quello dei mujaheddin afghani e dei ceceni, che tennero Mosca impegnata militarmente per anni, senza altro scopo che fiaccarla e metterla nelle condizioni di dirottare le risorse del comparto bellico orientato sulla guerra a bassa intensità, più che su quella convenzionale e nucleare che preoccupa USA e UE.
Perché come sempre avviene dopo un conflitto che ha radici lontane, la pace non comporta la pacificazione. Soprattutto se gli sponsor della guerra continuano a soffiare sul fuoco del terrore.
Fonte
C’è da essere fiduciosi sull’apertura di un negoziato? Tutto il sistema politico e mediatico scommette sulla sua impraticabilità, pur se in qualche momento di lucidità ne ravvisa l’improcrastinabilità, dato che Kiev è allo stremo e ancor più lo sono le finanze europee. A sostegno deciso di un’ipotesi che vorrebbe la fine della guerra in Aprile, arriva ora una notizia di assoluto interesse.
Il più grande fondo speculativo del mondo, BlackRock, il cui peso è dato dal volume dei suoi affari (ottomila miliardi di Dollari in portafoglio) e dalla rinomata influenza sulla politica statunitense, lavora alla raccolta fondi per la ricostruzione post-bellica dell’Ucraina. Le stime minori per rimettere in piedi il Paese arrivano a 350 miliardi di Dollari, quelle più pesanti si spingono a mille miliardi di Dollari. Per BlackRock sarebbe uno dei più colossali affari di questo decennio e, di fronte a questa prospettiva, non c’è afflato ideologico statunitense che tenga il confronto.
L’eventualità che ciò si realizzi rappresenterebbe una nuova applicazione sul campo della strategia “distruggi e terrorizza” poi divenuta “distruggi e ricostruisci”, iniziata con la prima guerra in Iraq. La strategia prevede la distruzione dei paesi ostili a Washington, che oltre a liberarsi di avversari politici che questionano la sua legittimità di dominare il mondo a loro esclusiva convenienza, produce prima un gran guadagno per il settore bellico, volano centrale dell’economia statunitense, poi un business altrettanto grande per la ricostruzione di quello che prima si è distrutto.
Infatti, la fine delle ostilità si chiude sempre con in allegato un contratto che favorisce le multinazionali estrattive e le aziende di costruzione statunitensi, ai quali si aggiungono poi succosi contratti che il Pentagono firma con le società di mercenari incaricata di vegliare sul personale civile e diplomatico statunitense durante tutti gli anni della ricostruzione. I becchini si fanno medici: il tritolo di ieri diventa il cemento di domani.
La strategia del “distruggi e ricostruisci” è quindi portatrice per gli USA di grandi successi economici, oltre che geopolitici, ed è appunto legata ai successi militari a stelle e strisce. Infatti è fallita solo in Afghanistan e Siria, dove gli Stati Uniti hanno raccolto figuracce e disseminato il campo di mine e fughe. A Kabul sono stati letteralmente cacciati da alcune migliaia di uomini in ciabatte e turbante, a Damasco invece – aiutati da Iran e Hezbollah, oltre che dai siriani – ci hanno pensato i russi, che sono intervenuti ed hanno sbaraccato in poco tempo l’Isis e tutta la Nato.
Le tasche piene dei soliti noti
Dal punto di vista politico, economico e militare gli USA non usciranno comunque dall’Ucraina. La Monsanto (ora Bayern) resterà proprietaria della quota enorme di terra ucraina ottenuta praticamente in forma gratuita. Si è fantasticato in propaganda sull’impatto che l’assenza di grano ucraino sul mercato avrebbe sulla crisi alimentare africana, ma era una colossale fake news. I raccolti ucraini vanno per il 95% in Europa, in Africa solo il 5% .
L’acquisizione di campi coltivabili fu semplice, non certo un ricordo nobile per la sovranità ucraina. Monsanto ha preso le terre, i diritti di sfruttamento e persino i finanziamenti internazionali per la produzione, che l’Ucraina richiedeva e gli statunitensi incassavano. Secondo una interrogazione parlamentare di Die Linke al Bundestag, ci fu una linea di credito da 17 miliardi di dollari concessa all’Ucraina nel 2014 da parte delle istituzioni finanziare internazionali guidate dal FMI per far ripartire le coltivazioni. Se le accuse di Die Linke fossero vere, saremmo al paradosso di un governo che riceve finanziamenti che poi dà alle imprese straniere per fare landgrabbing in casa propria.
Idem dicasi per i 37 laboratori biologici per la guerra batteriologica aperti e gestiti dai militari USA in territorio ucraino. Secondo il Cremlino il Pentagono ha finanziato la modernizzazione di almeno sessanta laboratori biologici segreti lungo i confini cinese e russo e il ministero degli Esteri cinese afferma che dispone dei dati che mostrano che Washington ha 336 laboratori sotto il suo controllo in 30 stati al di fuori della propria giurisdizione nazionale.
Si ricordi che gli esperimenti sul guadagno di funzione, cioè gli studi che permettono di modificare geneticamente un virus animale al fine di trasformarlo in un patogeno che possa essere trasmesso da uomo a uomo, sono vietati negli Stati Uniti dal 2014. In questo l’Ucraina è una cuccagna: agli statunitensi i risultati degli esperimenti, agli ucraini i rischi di possibili contaminazioni.
I laboratori resteranno saldamente nelle mani statunitensi, così come saranno gli Stati Uniti i maggiori creditori dell’Ucraina, che dovrà passare l’eternità a risarcire Washington per le forniture di armamenti, che tutti fanno finta di credere siano aiuti quando in realtà sono contratti di vendita.
Dovranno rinunciare, forse, alle ricche miniere del Donbass ed ai relativi affari di Hunter Biden, che andrà a tirare crack altrove. Del resto il potere d’interdizione del Presidente Biden non sarà più quello avuto fino ad ora; le elezioni di middle term e la sua demenza avanzata lo rilegano ormai a un puro ruolo raffigurativo. La stessa ridicola cerimonia di Zelensky al Congresso con l’esultanza di congress-man democratici ormai scaduti e la presenza di solo 70 dei 238 senatori repubblicani, è stata in qualche modo il canto del cigno di Biden più che l’inizio di una nuova era. La pagliacciata sulla minaccia russa è servita soprattutto a sostenere l’enorme aumento del budget per le spese militari, portate alla stratosferica somma di 858 miliardi di Dollari (addirittura 45 in più di quelli richiesti dalla Casa Bianca!), record assoluto nella storia statunitense e indicatore di direzione per la prossima guerra alla Cina.
Un simile aumento di budget sembra anche ignorare i risultati di un audit interno, che rivela come il Pentagono non sappia dove siano andati a finire 6500 miliardi di Dollari, circa il 40% del PIL degli USA. Denari dei cittadini di cui mancano i rendiconti, che risultano “dispersi in azione”.
E se la lobby delle armi viene soddisfatta anche quella del petrolio avrà la propria parte. La guerra voluta dagli USA ha ottenuto il principale risultato che si prefiggeva: bloccata la partnership commerciale tra Russia ed Europa, fine delle forniture energetiche che consentivano lo sviluppo dei paesi UE, blocco delle attività finanziarie e rottura delle relazioni politiche. La dipendenza europea dalla Russia è diventata dipendenza dagli Stati Uniti e dal loro gas liquido, in scarsa quantità, di minor qualità e maggior prezzo.
Firmare una pace ma continuare la guerra
A questo punto, il proseguimento della guerra così com’è non avrebbe senso, i risultati che si volevano ottenere si sono ottenuti. Mosca è lontana dall’Occidente ed è sempre più ancorata ad Oriente. La pressione militare della Nato sulla Russia resterebbe alta e, anche se gli accordi di pace dovessero prevedere Crimea e Donbass come territori russi, il risultato sarebbe quello di mettere altri 300, utilissimi, chilometri tra Mosca e la linea del fronte ucraino. L’addio scontato alla Nato da parte di Kiev potrà essere sostituito dall’abbraccio mortale della UE, così i drammi sociali e i costi del ripristino dell’economia ucraina verranno pagati dagli europei.
Continuare una guerra convenzionale sarebbe un enorme onere per Washington e Bruxelles senza nessuna possibilità di vittoria sul campo. Di contro, addestrare, armare e finanziare i gruppi neonazisti incaricati di continuare le azioni militari anche dopo il raggiungimento di un accordo di pace, costerebbe poco e renderebbe molto. Un po’ quello messo in opera dal 2014 al 2022 con gli Accordi di Minsk, il cui rispetto è stato una burla, serviva solo ad avere tempo per costruire l’esercito ucraino, come ha candidamente confessato Angela Merkel.
Nelle teste d’uovo del Pentagono e di Langley si prospetta uno scenario nel quale l’Ucraina viene ridotta sensibilmente nelle sue dimensioni, creando così una corrente politico-militare che non riconosce gli accordi e sceglie la via del conflitto. Si creerebbe così un modello di guerriglia permanente come quello dei mujaheddin afghani e dei ceceni, che tennero Mosca impegnata militarmente per anni, senza altro scopo che fiaccarla e metterla nelle condizioni di dirottare le risorse del comparto bellico orientato sulla guerra a bassa intensità, più che su quella convenzionale e nucleare che preoccupa USA e UE.
Perché come sempre avviene dopo un conflitto che ha radici lontane, la pace non comporta la pacificazione. Soprattutto se gli sponsor della guerra continuano a soffiare sul fuoco del terrore.
Fonte
09/11/2022
Dopo la guerra c’è solo il pantano
di Fabio Mini
In Ucraina le operazioni militari proseguono stancamente. Il tempo, invece, incalza: nove mesi passati tra azioni e reazioni, ritirate e rioccupazioni, offensive, controffensive e contro-controffensive sembrano soltanto anticipazioni di qualcosa che tende all’eternità.
I cicli della guerra da un lato e dall’altro si susseguono secondo i cicli delle stagioni, dei rifornimenti, degli avvicendamenti di truppe al fronte e degli spostamenti di popolazioni. La migrazione interna forzata è più grave di quella verso l’esterno. Anche perché ormai riguarda soltanto i sopravvissuti e senza di loro anche la parvenza della dimensione umana della guerra scompare.
La guerra militare prosegue sul piano comune delle “piccole operazioni” o small wars. Gli annunci roboanti di grandi movimenti di truppe in avanzata o ritirata sono immaginati e fatti immaginare dai piccoli episodi. Le grandi frecce sulle mappe sono sparite. Ci sono puntini: il soldato che spara, la vecchietta che piange, il lume di una candela, il fornello all’aperto sotto un cielo sempre più plumbeo.
Nonostante ci siano centinaia di satelliti che scrutano l’Ucraina e la Russia, nessuno si azzarda a diffondere le immagini di un settore o dell’intero fronte. Le piccole guerre sono invisibili oltre a essere sostanzialmente incontrollabili.
Hanno però un vantaggio: possono essere combattute da tutti, contemporaneamente o in successione. In Ucraina combattono i russi, i ceceni e una decina di etnie federate impegnati nelle piccole guerre in Donbass, a Kherson e Zaporizhzhia. Combattono gli ucraini, i polacchi, gli inglesi, gli americani, i lituani, gli estoni e “forse” qualche italiano nelle “operazioni speciali” nel Baltico, nel Mar Nero e lungo il Dniepr.
E mentre gli ucraini scavano trincee e gli americani sparano missili e denaro dai satelliti, gli inglesi organizzano colpi di mano e sabotaggi più per provocare le reazioni, che poi toccherebbe ad altri affrontare, che per infliggere perdite sostanziali.
Quasi a voler alimentare il mito cinematografico del pugno di uomini che ribalta le sorti della guerra (mai avvenuto) che aiutare l’Ucraina a uscire vincitrice; più per sport e svago nazionale che per assumere qualche responsabilità della tragedia da essi fortemente voluta.
Churchill diceva che gli italiani vanno a una partita di calcio come se andassero in guerra e in guerra come se andassero a una partita. Lui, che non aveva pudore politico o peli sulla lingua, probabilmente si tratteneva dal confessare che tale caratteristica è in realtà quella di molti suoi connazionali in uniforme e non.
Se le small wars di entrambe le parti trasmettono la sensazione della frammentazione e della guerra senza fine e senza fini, la realtà del quadro generale è resa dalle enormi distruzioni strutturali.
I russi alle piccole guerre hanno accoppiato la sistematica distruzione delle strutture essenziali: collegamenti, trasporti, impianti elettrici e di riscaldamento. Gli ucraini, che per 8 anni hanno bombardato e distrutto il Donbass con le proprie artiglierie, ora usano gli Himars per distruggere quanto già distrutto.
Anche qui le immagini che ci vengono somministrate a dosi massicce rendono solo una minima parte della realtà e sono incongruenti. Si dice che i russi non hanno più munizioni e ogni giorno sparano l’equivalente delle scorte di molti Paesi della Nato. Gli americani hanno ordinato alla propria industria la costruzione di razzi per gli Himars perché in carenza di scorte.
Si dice che gli ucraini stanno vincendo e ogni giorno la lista dei danni di guerra inflitti dai russi aumenta. Lo scorso giugno l’istituto di economia dell’Università di Kiev denunciava danni strutturali subiti per 95,5 miliardi di dollari che avrebbero avuto bisogno di 550 miliardi di fondi pubblici e 200 miliardi di fondi privati per il ripristino materiale e socio-economico. Per un totale di 750 miliardi di dollari.
L’allora presidente Draghi prevedeva un Piano Marshall per l’Ucraina tra i 250 e 500 miliardi e così delineava la dimensione del business della ricostruzione che comunque avrebbe sottratto risorse a quelle disponibili per la ricostruzione europea dai danni indiretti della crisi economica globale e della guerra in Ucraina.
A settembre, la stima di Kiev dei danni è salita a 127 miliardi (31 miliardi in più in tre mesi di relativa diminuzione dei combattimenti). Applicando gli stessi criteri di giugno, a questa entità di danni corrisponde un fabbisogno totale di un trilione di dollari (mille miliardi) e la fine è ancora oltre l’orizzonte.
Ovviamente, le prospettive di business aumentano e allettano tutti gli sponsor della guerra e molti di quelli che auspicano la pace a senso unico o la tregua locale senza considerare la sicurezza regionale e globale. Ma la disponibilità di finanziamento inizia a essere esorbitante anche rispetto al potenziale finanziario del mondo occidentale e si manifestano i primi seri dubbi sulla fine che faranno i soldi e sulla capacità ucraina di gestirli rispettando le condizioni che verranno imposte per ottenerli.
La rivista Forbes giorni fa ha riportato la riflessione del giovane economista ucraino Yuriy Gorodnichenko, professore a Berkeley, il quale ricorda che in passato, “quando le è stato concesso sostegno finanziario internazionale, Kiev si è impegnata in piani di riforme che poi non si sono concretizzati. Lo Stato di diritto andava già da tempo rinforzato, e questo non è accaduto nonostante gli sforzi dell’Unione europea che nel 2017 aveva stretto un accordo di cooperazione politica ed economica con l’Ucraina”.
Un rapporto della Corte dei conti europea ha già segnalato che in Ucraina “corruzione e interessi oligarchici sembrano endemici: danneggiano il processo democratico, oltre a ostacolare concorrenza e crescita economica”.
Ma questo, all’attuale dirigenza europea sembra non interessare e tornano invece le istanze per nuovi finanziamenti anticipatori del presunto Piano Marshall. Mentre il sindaco di Kiev dispone l’oscuramento della Capitale per mancanza di energia, il presidente Zelensky sogna la fine della guerra per andare a “prendere il sole in Crimea”. O in Versilia.
Comunque vadano le cose, i miliardi continueranno a piovere sull’Ucraina e contano poco le riflessioni realistiche sulla ricostruzione. Benn Steil, direttore di Economia internazionale presso il think tank Council on foreign relations e autore di The Marshall Plan: Dawn of the Cold War, ha osservato che il “Piano Marshall ha funzionato non tanto per la quantità di soldi investiti, ma perché l’Europa del dopoguerra è stata accuratamente divisa in due e stabilizzata”, dalla pax americana da una parte e da quella sovietica dall’altra.
“Kiev rischia di non avere questo privilegio – avvertiva Steil qualche mese fa – la Russia potrebbe non riuscire a conquistare l’Ucraina, ma è più che capace di renderla un posto infernale dove vivere e fare business”.
Oggi, i segnali di questa profezia sono concreti.
Fonte
In Ucraina le operazioni militari proseguono stancamente. Il tempo, invece, incalza: nove mesi passati tra azioni e reazioni, ritirate e rioccupazioni, offensive, controffensive e contro-controffensive sembrano soltanto anticipazioni di qualcosa che tende all’eternità.
I cicli della guerra da un lato e dall’altro si susseguono secondo i cicli delle stagioni, dei rifornimenti, degli avvicendamenti di truppe al fronte e degli spostamenti di popolazioni. La migrazione interna forzata è più grave di quella verso l’esterno. Anche perché ormai riguarda soltanto i sopravvissuti e senza di loro anche la parvenza della dimensione umana della guerra scompare.
La guerra militare prosegue sul piano comune delle “piccole operazioni” o small wars. Gli annunci roboanti di grandi movimenti di truppe in avanzata o ritirata sono immaginati e fatti immaginare dai piccoli episodi. Le grandi frecce sulle mappe sono sparite. Ci sono puntini: il soldato che spara, la vecchietta che piange, il lume di una candela, il fornello all’aperto sotto un cielo sempre più plumbeo.
Nonostante ci siano centinaia di satelliti che scrutano l’Ucraina e la Russia, nessuno si azzarda a diffondere le immagini di un settore o dell’intero fronte. Le piccole guerre sono invisibili oltre a essere sostanzialmente incontrollabili.
Hanno però un vantaggio: possono essere combattute da tutti, contemporaneamente o in successione. In Ucraina combattono i russi, i ceceni e una decina di etnie federate impegnati nelle piccole guerre in Donbass, a Kherson e Zaporizhzhia. Combattono gli ucraini, i polacchi, gli inglesi, gli americani, i lituani, gli estoni e “forse” qualche italiano nelle “operazioni speciali” nel Baltico, nel Mar Nero e lungo il Dniepr.
E mentre gli ucraini scavano trincee e gli americani sparano missili e denaro dai satelliti, gli inglesi organizzano colpi di mano e sabotaggi più per provocare le reazioni, che poi toccherebbe ad altri affrontare, che per infliggere perdite sostanziali.
Quasi a voler alimentare il mito cinematografico del pugno di uomini che ribalta le sorti della guerra (mai avvenuto) che aiutare l’Ucraina a uscire vincitrice; più per sport e svago nazionale che per assumere qualche responsabilità della tragedia da essi fortemente voluta.
Churchill diceva che gli italiani vanno a una partita di calcio come se andassero in guerra e in guerra come se andassero a una partita. Lui, che non aveva pudore politico o peli sulla lingua, probabilmente si tratteneva dal confessare che tale caratteristica è in realtà quella di molti suoi connazionali in uniforme e non.
Se le small wars di entrambe le parti trasmettono la sensazione della frammentazione e della guerra senza fine e senza fini, la realtà del quadro generale è resa dalle enormi distruzioni strutturali.
I russi alle piccole guerre hanno accoppiato la sistematica distruzione delle strutture essenziali: collegamenti, trasporti, impianti elettrici e di riscaldamento. Gli ucraini, che per 8 anni hanno bombardato e distrutto il Donbass con le proprie artiglierie, ora usano gli Himars per distruggere quanto già distrutto.
Anche qui le immagini che ci vengono somministrate a dosi massicce rendono solo una minima parte della realtà e sono incongruenti. Si dice che i russi non hanno più munizioni e ogni giorno sparano l’equivalente delle scorte di molti Paesi della Nato. Gli americani hanno ordinato alla propria industria la costruzione di razzi per gli Himars perché in carenza di scorte.
Si dice che gli ucraini stanno vincendo e ogni giorno la lista dei danni di guerra inflitti dai russi aumenta. Lo scorso giugno l’istituto di economia dell’Università di Kiev denunciava danni strutturali subiti per 95,5 miliardi di dollari che avrebbero avuto bisogno di 550 miliardi di fondi pubblici e 200 miliardi di fondi privati per il ripristino materiale e socio-economico. Per un totale di 750 miliardi di dollari.
L’allora presidente Draghi prevedeva un Piano Marshall per l’Ucraina tra i 250 e 500 miliardi e così delineava la dimensione del business della ricostruzione che comunque avrebbe sottratto risorse a quelle disponibili per la ricostruzione europea dai danni indiretti della crisi economica globale e della guerra in Ucraina.
A settembre, la stima di Kiev dei danni è salita a 127 miliardi (31 miliardi in più in tre mesi di relativa diminuzione dei combattimenti). Applicando gli stessi criteri di giugno, a questa entità di danni corrisponde un fabbisogno totale di un trilione di dollari (mille miliardi) e la fine è ancora oltre l’orizzonte.
Ovviamente, le prospettive di business aumentano e allettano tutti gli sponsor della guerra e molti di quelli che auspicano la pace a senso unico o la tregua locale senza considerare la sicurezza regionale e globale. Ma la disponibilità di finanziamento inizia a essere esorbitante anche rispetto al potenziale finanziario del mondo occidentale e si manifestano i primi seri dubbi sulla fine che faranno i soldi e sulla capacità ucraina di gestirli rispettando le condizioni che verranno imposte per ottenerli.
La rivista Forbes giorni fa ha riportato la riflessione del giovane economista ucraino Yuriy Gorodnichenko, professore a Berkeley, il quale ricorda che in passato, “quando le è stato concesso sostegno finanziario internazionale, Kiev si è impegnata in piani di riforme che poi non si sono concretizzati. Lo Stato di diritto andava già da tempo rinforzato, e questo non è accaduto nonostante gli sforzi dell’Unione europea che nel 2017 aveva stretto un accordo di cooperazione politica ed economica con l’Ucraina”.
Un rapporto della Corte dei conti europea ha già segnalato che in Ucraina “corruzione e interessi oligarchici sembrano endemici: danneggiano il processo democratico, oltre a ostacolare concorrenza e crescita economica”.
Ma questo, all’attuale dirigenza europea sembra non interessare e tornano invece le istanze per nuovi finanziamenti anticipatori del presunto Piano Marshall. Mentre il sindaco di Kiev dispone l’oscuramento della Capitale per mancanza di energia, il presidente Zelensky sogna la fine della guerra per andare a “prendere il sole in Crimea”. O in Versilia.
Comunque vadano le cose, i miliardi continueranno a piovere sull’Ucraina e contano poco le riflessioni realistiche sulla ricostruzione. Benn Steil, direttore di Economia internazionale presso il think tank Council on foreign relations e autore di The Marshall Plan: Dawn of the Cold War, ha osservato che il “Piano Marshall ha funzionato non tanto per la quantità di soldi investiti, ma perché l’Europa del dopoguerra è stata accuratamente divisa in due e stabilizzata”, dalla pax americana da una parte e da quella sovietica dall’altra.
“Kiev rischia di non avere questo privilegio – avvertiva Steil qualche mese fa – la Russia potrebbe non riuscire a conquistare l’Ucraina, ma è più che capace di renderla un posto infernale dove vivere e fare business”.
Oggi, i segnali di questa profezia sono concreti.
Fonte
21/04/2020
Ricostruzione. Qualche idea, tante resistenze...
Come si esce da questo disastro? Ce lo stiamo chiedendo tutti, di qua e di là delle consolidate differenze di classe, prospettiva sociale, aspirazioni di cambiamento. Ma le risposte – pure numerose – sollevano più interrogativi di quanto non diano risposte.
Lasciamo perdere tranquillamente il mantra confindustriale, ripetuto fino alla noia dai servi dei servi, che sogna di poter semplicemente tornare “come prima”. Un sogno che non ha fatto i conti – nemmeno quelli economici – con quello che sta accadendo, settimana dopo settimana (ognuna vale circa il 2% del Pil), figuriamoci con la situazione che avremo di fronte quando la frana si sarà stabilizzata.
A costoro dovrebbe essere sufficiente vedere le file che si formano negli Stati Uniti, ogni giorno, per ricevere un pacco viveri. Lavoratori ora disoccupati (22 milioni in sole quattro settimane), che ancora possiedono un’auto cui avevano fatto il pieno di benzina (circa 50 centesimi al litro, laggiù), ma che la usano ormai soltanto per questo.
Non gliene frega nulla, naturalmente. In quella foto vedrebbero soltanto una massa sterminata di manodopera pronta ad essere impiegata a qualsiasi prezzo. Pardon, salario...
Non mancano rare riflessioni molto più ragionate, anche in termini di “sistema”, come quella prodotta da Guido Salerno Aletta su Milano Finanza. Che stabilisce un confronto secco con la necessità di ricostruzione che fu affrontata anche alla fine della Seconda Guerra mondiale.
Lì lo Stato – una Repubblica fragilissima (il fascismo e la monarchia erano stati battuti, ma sopravvivevano in tante teste) – si fece carico di delineare una strategia economica complessa, con capitali Usa (il “piano Marshall”) e mobilitando il risparmio dei cittadini (di quelli che ne avevano...) verso l’impiego nell’economia reale.
È la stessa esigenza che ci si trova davanti oggi. Ma con significative differenze che, per l’appunto, sollevano più domande che risposte.
In entrambi i casi – allora ed oggi – si pone la necessità di cambiare modello di sviluppo. Allora da un’economia di guerra con poche fabbriche funzionanti e infrastrutture devastate dalla guerra. Oggi da un modello a centralità della finanza in direzione di un sistema produttivo ricostruito, appunto privilegiando l’economia reale.
Ma...
Allora il livello della distruzione era pressoché completo, e questo – non paradossalmente – facilitava il “ridisegno” del sistema, perché non ci potevano essere resistenze significative contro la necessità di ricostruire. Anche il movimento operaio riconosceva questa necessità, restando ben presto incastrato negli ingranaggi della macchina che ripartiva, la “tutela minacciosa” degli Usa e la spartizione stabilita a Yalta.
Oggi il livello della distruzione che ci troveremo davanti è ancora ignoto. E, in quel che sopravviverà, ci saranno resistenze fortissime. Chi privilegia il “ritorno agli assetti precedenti” non è affatto sconfitto, per il momento. Anzi, è rabbioso per le perdite, ma mantiene saldamente il potere di determinare le decisioni politiche (basta ricordare il disastro combinato l’8 marzo, quando hanno convinto il governo a rinunciare a chiudere alcune parti della Lombardia) e preme in modo irresistibile per “ripartire” come se il virus non ci fosse più.
Anche l’elezione del nuovo presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, è un segno chiaro di questo potere “continuista” e suicida. Un bocconiano, uno specialista in private equity, in combinazioni finanziarie; uno che non ha costruito né guidato alcuna azienda produttiva – fino a pochissimi anni fa – e che non concepisce altre soluzioni tranne quelle che già conosce.
Le stesse che hanno portato al fallimento attuale. Peraltro non ammesso come tale (“andava tutto bene, se non c’era questo virus sopravvalutato...”).
La sterzata drastica che Salerno Aletta disegna, come minimo, presuppone sia uno Stato “forte” (nel senso di economicamente autorevole, non poliziescamente menacciuto), sia una disponibilità del “sistema” ad essere ridisegnato per un efficace passaggio dalla centralità della finanza a quella dell’economia reale. Entrambe le condizioni, diciamo così, sembrano al momento scarse.
Può essere che, proseguendo la pandemia, e dunque un’alternanza di stop-and-go (“chiudere tutto”, “riaprire tutto”), la seconda condizione si possa manifestare. La prima – la qualità di direzione complessiva della macchina statale sull’economia – invece appare certamente poco modificabile in tempi brevi. Quarant’anni di demolizione e demonizzazione dell’intervento statale nell’economia (il vero centro teorico del neoliberismo trionfante) non si superano con un atto di volontà.
Domande, per l’appunto.
Buona lettura.
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
Per guidare la ripresa del Paese, occorre una strategia chiara: ad un medesimo tempo, come si fece già in Italia nel Dopoguerra, si deve abbattere il debito pubblico esistente, stavolta immettendo liquidità nel sistema bancario, e riportare il risparmio delle famiglie verso l’economia reale.
QE per le Imprese – Abbattere il debito pubblico immettendo liquidità nel sistema bancario.
Solo tenendo fermo il timone del Carro, questo tirerà dritto e le ruote dell’economia torneranno a girare veloci.
Non è il maggior debito pubblico il volano principale da attivare per la ripresa economica. Non convincono, quindi, le mozioni degli affetti, gli appelli alla sottoscrizione patriottica di emissioni straordinarie.
Già nel Dopoguerra, il debito pubblico ereditato da quella infausta ventura venne abbattuto in termini reali con una fiammata inflazionistica, allora ritenuta assai preferibile rispetto ad un prelievo patrimoniale.
Le iniziative in corso da parte della Bce devono essere colte al volo, modificandole adeguatamente, per monetizzarne una ben cospicua quota di debito pubblico, immettendo nuova liquidità nell’economia reale, non sui mercati finanziari. Nessun valore sarà sostenibile per gli asset quotati, nonostante le manovre di sostegno da parte delle Banche centrali, se l’economia reale non tornerà ad essere vigorosa.
Stavolta si tratta di immettere nuova liquidità nel sistema bancario a fronte del ritiro definitivo dei titoli di Stato da questo detenute. La Bce deve rinunciare al signoraggio sulla liquidità corrispondente, da destinare al finanziamento dell’economia reale.
Deve essere direttamente la Banca d’Italia, stavolta, a gestire questa componente del Pepp (Pandemic Emergency Purchase Program) già deciso dalla Bce, ed in via di ulteriore ampliamento. Il debito pubblico in circolazione va dunque abbattuto, in ragione del 20% del pil, in ciascun Paese dell’Eurozona.
Dobbiamo uscire dalla crisi con un rapporto debito/pil invariato: questa è l’unica solidarietà europea possibile, realistica e praticabile. Non serve modificare i Trattati, non serve ricorrere al Mes, non serve una emissione comune di Recovery Bond da parte della Unione europea. Occorre solo coordinare la politica monetaria con quella fiscale.
Riducendo le detenzioni bancarie di debito pubblico, soprattutto in Italia, con il Qe per le Imprese si migliora anche il rating degli istituti e si avvia quel processo di riduzione del rischio da debito sovrano che su di esse incombe, e che da tempo è auspicato.
Vanno però cambiate le modalità di immissione della liquidità: le aste devono essere effettuate a livello nazionale, da parte di ciascuna Banca centrale, ritirando unicamente i titoli di Stato detenuti dalle banche sottoposte alla loro rispettiva giurisdizione.
Si eviterà così il paradosso cui abbiamo assistito in questi anni per la modalità di gestione accentrata delle aste del Qe sulla Piazza di Francoforte, con la Banca d’Italia che iscriveva in continuazione i titoli di Stato che venivano acquistati all’attivo del proprio bilancio, mentre la liquidità del suo passivo fluiva direttamente all’estero peggiorando il saldo dell’Italia nel sistema di pagamenti Target 2.
Per quanto riguarda gli acquisti di titoli di Stato operati finora dalla Bce, nel complesso, alla data del 13 aprile scorso, le detenzioni di titoli di Stato della Banca d’Italia derivate dalla attivazione dei Qe (principalmente attraverso il PSPP – Public Sector Purchase Program) ammontavano a 382,5 miliardi di euro. L’ammontare complessivo di acquisti di titoli del debito pubblico, nell’eurozona, è stato invece pari a 2.262 miliardi di euro.
Le Banche italiane, alla fine del terzo trimestre del 2018, detenevano titoli di Stato italiani a medio e lungo termine per 317 miliardi di euro: è una cifra che si avvicina al 18% del pil di quell’anno. Ed è questa, grosso modo, la cifra cui si dovrà avvicinare per l’Italia l’ammontare degli acquisti da gestire sulla base del Qe per le Imprese, rimodellando ed ampliando il Pepp già in corso, e su cui c’è l’intenzione da parte della Bce di insistere rispetto ai 750 miliardi già previsti fino alla fine dell’anno in corso.
In pratica, considerando per l’Italia un importo complessivo di nuova liquidità per 300 miliardi di euro, da destinare unicamente al settore bancario, ci si avvicinerebbe al 20% del pil. Questo importo sarebbe destinato per due terzi al finanziamento delle imprese e solo per un terzo alla copertura delle maggiori emissioni nette derivanti dall’incremento del deficit pubblico per l’anno in corso. In pratica, nel portafogli delle banche italiane, le detenzioni di titoli pubblici dovrebbero ridursi ad una ottantina di miliardi di euro.
La liquidità aggiuntiva incassata dalle banche italiane, verrebbe obbligatoriamente destinata, per 250 miliardi di euro, al finanziamento delle imprese e per le sole operazioni relative alle attività produttive localizzate in Italia. Si riprenderebbero i vincoli di destinazione produttiva già più volte introdotti dalla Bce con le Ltro (Long Term refinancing operation), ma con una differenza fondamentale: in questo caso, non si tratterebbe dei finanziamenti a termine, a tre anni, a fronte di collaterali offerti dalle banche: una duplice condizione che ha sempre fortemente pregiudicato sia la efficacia per le imprese delle operazioni di Ltro sia la capacità delle banche di offrire a tal fine validi collaterali.
Non casualmente, l’art 7 del decreto legge Salva Italia, il primo provvedimento d’urgenza varato dal governo Monti, compì una autentica acrobazia finanziaria: le banche italiane erano autorizzate ad emettere titoli obbligazionari, su cui lo Stato forniva la propria garanzia sovrana, che sarebbero serviti alle banche stesse come collaterali necessari per ottenere la liquidità da parte della Bce. Con questa liquidità, ottenuta dalla Bce pagandola un niente, le banche si comprarono i titoli di Stato italiani che fruttavano loro ricchi interessi. Anche se lo Stato italiano incassava regolarmente il prezzo fissato per fornire alle banche la sua garanzia, queste si sistemavano alla meglio i bilanci mentre le aziende fallivano. Non è questo il meccanismo, paradossale, che ora va riprodotto.
Un ulteriore vantaggio del Qe per le Imprese risiede nel fatto che la nuova liquidità per le banche non deriva dalla necessità di smobilizzare altri asset che, in questo momento, potrebbe determinare minusvalenze rilevanti.
Sui finanziamenti bancari alle imprese, agevolati dalla nuova liquidità, ben si potrebbe appoggiare la garanzia pubblica di cui si discute, ma senza apporre scadenze di sorta. Il finanziamento dovrebbe essere commisurato in percentuale all’ultimo fatturato, ed essere concesso a tempo indeterminato, fino alla chiusura della attività, senza prevederne la restituzione a termine.
Detassare gli apporti di risparmio al capitale produttivo.
Il tanto invidiato patrimonio delle famiglie italiane, le cui attività finanziarie ammontavano nel 2018 a 4.190 miliardi di euro a fronte di passività per appena 941 miliardi, deve tornare al centro del sistema produttivo. Ma deve ritrovare la convenienza legale e fiscale per rimetterlo in moto.
È il momento di ribaltare le convenienze: occorre riportare la ricchezza delle famiglie verso gli impieghi nell’economia reale. Da troppo tempo si privilegia l’impiego finanziario, soprattutto all’estero, anziché l’investimento direttamente produttivo.
È la nostra stessa Storia che ci insegna come fare, perché è già stato fatto, assai bene e con risultati duraturi. L’Italia del Dopoguerra non fu ricostruita aumentando la spesa pubblica, né finanziandola con nuove tasse né ricorrendo al deficit, ma mobilitando il risparmio privato, silente ed inoperoso. La ricostruzione del patrimonio immobiliare, la realizzazione delle case di “civile abitazione” che ancora oggi rappresentano un fattore di enorme stabilità del nostro sistema sociale, fu agevolata fiscalmente, garantendo in cambio di quell’impiego finanziario una esenzione venticinquennale dalle imposte. Lo stesso bisogna fare oggi.
Occorre rendere fiscalmente conveniente, e soprattutto stabile nel tempo, il vantaggio derivante da ogni nuovo apporto finanziario che venga effettuato dall’imprenditore che abbia una partita Iva e dai soci dell’impresa: va disposta la completa defiscalizzazione dalle imposte sul reddito personale e di impresa, per la durata di dieci anni e per un importo pari a dieci volte gli utili, a condizione che questi siano reinvestiti e non vengano distribuiti.
Serve un meccanismo fortemente premiale, che lasci ampia libertà di scelta, ma che incentivi la destinazione delle risorse personali allo sviluppo della impresa.
Bisogna tornare a produrre. Occorre risolvere la contraddizione dell’Italia, che un po’ tutti ormai ci rimproverano: quella di essere diventata un Convento povero, abitato da Frati ricchi e tirchi. Il tempo dei rentier è finito.
Fonte
Lasciamo perdere tranquillamente il mantra confindustriale, ripetuto fino alla noia dai servi dei servi, che sogna di poter semplicemente tornare “come prima”. Un sogno che non ha fatto i conti – nemmeno quelli economici – con quello che sta accadendo, settimana dopo settimana (ognuna vale circa il 2% del Pil), figuriamoci con la situazione che avremo di fronte quando la frana si sarà stabilizzata.
A costoro dovrebbe essere sufficiente vedere le file che si formano negli Stati Uniti, ogni giorno, per ricevere un pacco viveri. Lavoratori ora disoccupati (22 milioni in sole quattro settimane), che ancora possiedono un’auto cui avevano fatto il pieno di benzina (circa 50 centesimi al litro, laggiù), ma che la usano ormai soltanto per questo.
Non gliene frega nulla, naturalmente. In quella foto vedrebbero soltanto una massa sterminata di manodopera pronta ad essere impiegata a qualsiasi prezzo. Pardon, salario...
Non mancano rare riflessioni molto più ragionate, anche in termini di “sistema”, come quella prodotta da Guido Salerno Aletta su Milano Finanza. Che stabilisce un confronto secco con la necessità di ricostruzione che fu affrontata anche alla fine della Seconda Guerra mondiale.
Lì lo Stato – una Repubblica fragilissima (il fascismo e la monarchia erano stati battuti, ma sopravvivevano in tante teste) – si fece carico di delineare una strategia economica complessa, con capitali Usa (il “piano Marshall”) e mobilitando il risparmio dei cittadini (di quelli che ne avevano...) verso l’impiego nell’economia reale.
È la stessa esigenza che ci si trova davanti oggi. Ma con significative differenze che, per l’appunto, sollevano più domande che risposte.
In entrambi i casi – allora ed oggi – si pone la necessità di cambiare modello di sviluppo. Allora da un’economia di guerra con poche fabbriche funzionanti e infrastrutture devastate dalla guerra. Oggi da un modello a centralità della finanza in direzione di un sistema produttivo ricostruito, appunto privilegiando l’economia reale.
Ma...
Allora il livello della distruzione era pressoché completo, e questo – non paradossalmente – facilitava il “ridisegno” del sistema, perché non ci potevano essere resistenze significative contro la necessità di ricostruire. Anche il movimento operaio riconosceva questa necessità, restando ben presto incastrato negli ingranaggi della macchina che ripartiva, la “tutela minacciosa” degli Usa e la spartizione stabilita a Yalta.
Oggi il livello della distruzione che ci troveremo davanti è ancora ignoto. E, in quel che sopravviverà, ci saranno resistenze fortissime. Chi privilegia il “ritorno agli assetti precedenti” non è affatto sconfitto, per il momento. Anzi, è rabbioso per le perdite, ma mantiene saldamente il potere di determinare le decisioni politiche (basta ricordare il disastro combinato l’8 marzo, quando hanno convinto il governo a rinunciare a chiudere alcune parti della Lombardia) e preme in modo irresistibile per “ripartire” come se il virus non ci fosse più.
Anche l’elezione del nuovo presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, è un segno chiaro di questo potere “continuista” e suicida. Un bocconiano, uno specialista in private equity, in combinazioni finanziarie; uno che non ha costruito né guidato alcuna azienda produttiva – fino a pochissimi anni fa – e che non concepisce altre soluzioni tranne quelle che già conosce.
Le stesse che hanno portato al fallimento attuale. Peraltro non ammesso come tale (“andava tutto bene, se non c’era questo virus sopravvalutato...”).
La sterzata drastica che Salerno Aletta disegna, come minimo, presuppone sia uno Stato “forte” (nel senso di economicamente autorevole, non poliziescamente menacciuto), sia una disponibilità del “sistema” ad essere ridisegnato per un efficace passaggio dalla centralità della finanza a quella dell’economia reale. Entrambe le condizioni, diciamo così, sembrano al momento scarse.
Può essere che, proseguendo la pandemia, e dunque un’alternanza di stop-and-go (“chiudere tutto”, “riaprire tutto”), la seconda condizione si possa manifestare. La prima – la qualità di direzione complessiva della macchina statale sull’economia – invece appare certamente poco modificabile in tempi brevi. Quarant’anni di demolizione e demonizzazione dell’intervento statale nell’economia (il vero centro teorico del neoliberismo trionfante) non si superano con un atto di volontà.
Domande, per l’appunto.
Buona lettura.
*****
Serve una Stella polare
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
Per guidare la ripresa del Paese, occorre una strategia chiara: ad un medesimo tempo, come si fece già in Italia nel Dopoguerra, si deve abbattere il debito pubblico esistente, stavolta immettendo liquidità nel sistema bancario, e riportare il risparmio delle famiglie verso l’economia reale.
QE per le Imprese – Abbattere il debito pubblico immettendo liquidità nel sistema bancario.
Solo tenendo fermo il timone del Carro, questo tirerà dritto e le ruote dell’economia torneranno a girare veloci.
Non è il maggior debito pubblico il volano principale da attivare per la ripresa economica. Non convincono, quindi, le mozioni degli affetti, gli appelli alla sottoscrizione patriottica di emissioni straordinarie.
Già nel Dopoguerra, il debito pubblico ereditato da quella infausta ventura venne abbattuto in termini reali con una fiammata inflazionistica, allora ritenuta assai preferibile rispetto ad un prelievo patrimoniale.
Le iniziative in corso da parte della Bce devono essere colte al volo, modificandole adeguatamente, per monetizzarne una ben cospicua quota di debito pubblico, immettendo nuova liquidità nell’economia reale, non sui mercati finanziari. Nessun valore sarà sostenibile per gli asset quotati, nonostante le manovre di sostegno da parte delle Banche centrali, se l’economia reale non tornerà ad essere vigorosa.
Stavolta si tratta di immettere nuova liquidità nel sistema bancario a fronte del ritiro definitivo dei titoli di Stato da questo detenute. La Bce deve rinunciare al signoraggio sulla liquidità corrispondente, da destinare al finanziamento dell’economia reale.
Deve essere direttamente la Banca d’Italia, stavolta, a gestire questa componente del Pepp (Pandemic Emergency Purchase Program) già deciso dalla Bce, ed in via di ulteriore ampliamento. Il debito pubblico in circolazione va dunque abbattuto, in ragione del 20% del pil, in ciascun Paese dell’Eurozona.
Dobbiamo uscire dalla crisi con un rapporto debito/pil invariato: questa è l’unica solidarietà europea possibile, realistica e praticabile. Non serve modificare i Trattati, non serve ricorrere al Mes, non serve una emissione comune di Recovery Bond da parte della Unione europea. Occorre solo coordinare la politica monetaria con quella fiscale.
Riducendo le detenzioni bancarie di debito pubblico, soprattutto in Italia, con il Qe per le Imprese si migliora anche il rating degli istituti e si avvia quel processo di riduzione del rischio da debito sovrano che su di esse incombe, e che da tempo è auspicato.
Vanno però cambiate le modalità di immissione della liquidità: le aste devono essere effettuate a livello nazionale, da parte di ciascuna Banca centrale, ritirando unicamente i titoli di Stato detenuti dalle banche sottoposte alla loro rispettiva giurisdizione.
Si eviterà così il paradosso cui abbiamo assistito in questi anni per la modalità di gestione accentrata delle aste del Qe sulla Piazza di Francoforte, con la Banca d’Italia che iscriveva in continuazione i titoli di Stato che venivano acquistati all’attivo del proprio bilancio, mentre la liquidità del suo passivo fluiva direttamente all’estero peggiorando il saldo dell’Italia nel sistema di pagamenti Target 2.
Per quanto riguarda gli acquisti di titoli di Stato operati finora dalla Bce, nel complesso, alla data del 13 aprile scorso, le detenzioni di titoli di Stato della Banca d’Italia derivate dalla attivazione dei Qe (principalmente attraverso il PSPP – Public Sector Purchase Program) ammontavano a 382,5 miliardi di euro. L’ammontare complessivo di acquisti di titoli del debito pubblico, nell’eurozona, è stato invece pari a 2.262 miliardi di euro.
Le Banche italiane, alla fine del terzo trimestre del 2018, detenevano titoli di Stato italiani a medio e lungo termine per 317 miliardi di euro: è una cifra che si avvicina al 18% del pil di quell’anno. Ed è questa, grosso modo, la cifra cui si dovrà avvicinare per l’Italia l’ammontare degli acquisti da gestire sulla base del Qe per le Imprese, rimodellando ed ampliando il Pepp già in corso, e su cui c’è l’intenzione da parte della Bce di insistere rispetto ai 750 miliardi già previsti fino alla fine dell’anno in corso.
In pratica, considerando per l’Italia un importo complessivo di nuova liquidità per 300 miliardi di euro, da destinare unicamente al settore bancario, ci si avvicinerebbe al 20% del pil. Questo importo sarebbe destinato per due terzi al finanziamento delle imprese e solo per un terzo alla copertura delle maggiori emissioni nette derivanti dall’incremento del deficit pubblico per l’anno in corso. In pratica, nel portafogli delle banche italiane, le detenzioni di titoli pubblici dovrebbero ridursi ad una ottantina di miliardi di euro.
La liquidità aggiuntiva incassata dalle banche italiane, verrebbe obbligatoriamente destinata, per 250 miliardi di euro, al finanziamento delle imprese e per le sole operazioni relative alle attività produttive localizzate in Italia. Si riprenderebbero i vincoli di destinazione produttiva già più volte introdotti dalla Bce con le Ltro (Long Term refinancing operation), ma con una differenza fondamentale: in questo caso, non si tratterebbe dei finanziamenti a termine, a tre anni, a fronte di collaterali offerti dalle banche: una duplice condizione che ha sempre fortemente pregiudicato sia la efficacia per le imprese delle operazioni di Ltro sia la capacità delle banche di offrire a tal fine validi collaterali.
Non casualmente, l’art 7 del decreto legge Salva Italia, il primo provvedimento d’urgenza varato dal governo Monti, compì una autentica acrobazia finanziaria: le banche italiane erano autorizzate ad emettere titoli obbligazionari, su cui lo Stato forniva la propria garanzia sovrana, che sarebbero serviti alle banche stesse come collaterali necessari per ottenere la liquidità da parte della Bce. Con questa liquidità, ottenuta dalla Bce pagandola un niente, le banche si comprarono i titoli di Stato italiani che fruttavano loro ricchi interessi. Anche se lo Stato italiano incassava regolarmente il prezzo fissato per fornire alle banche la sua garanzia, queste si sistemavano alla meglio i bilanci mentre le aziende fallivano. Non è questo il meccanismo, paradossale, che ora va riprodotto.
Un ulteriore vantaggio del Qe per le Imprese risiede nel fatto che la nuova liquidità per le banche non deriva dalla necessità di smobilizzare altri asset che, in questo momento, potrebbe determinare minusvalenze rilevanti.
Sui finanziamenti bancari alle imprese, agevolati dalla nuova liquidità, ben si potrebbe appoggiare la garanzia pubblica di cui si discute, ma senza apporre scadenze di sorta. Il finanziamento dovrebbe essere commisurato in percentuale all’ultimo fatturato, ed essere concesso a tempo indeterminato, fino alla chiusura della attività, senza prevederne la restituzione a termine.
Detassare gli apporti di risparmio al capitale produttivo.
Il tanto invidiato patrimonio delle famiglie italiane, le cui attività finanziarie ammontavano nel 2018 a 4.190 miliardi di euro a fronte di passività per appena 941 miliardi, deve tornare al centro del sistema produttivo. Ma deve ritrovare la convenienza legale e fiscale per rimetterlo in moto.
È il momento di ribaltare le convenienze: occorre riportare la ricchezza delle famiglie verso gli impieghi nell’economia reale. Da troppo tempo si privilegia l’impiego finanziario, soprattutto all’estero, anziché l’investimento direttamente produttivo.
È la nostra stessa Storia che ci insegna come fare, perché è già stato fatto, assai bene e con risultati duraturi. L’Italia del Dopoguerra non fu ricostruita aumentando la spesa pubblica, né finanziandola con nuove tasse né ricorrendo al deficit, ma mobilitando il risparmio privato, silente ed inoperoso. La ricostruzione del patrimonio immobiliare, la realizzazione delle case di “civile abitazione” che ancora oggi rappresentano un fattore di enorme stabilità del nostro sistema sociale, fu agevolata fiscalmente, garantendo in cambio di quell’impiego finanziario una esenzione venticinquennale dalle imposte. Lo stesso bisogna fare oggi.
Occorre rendere fiscalmente conveniente, e soprattutto stabile nel tempo, il vantaggio derivante da ogni nuovo apporto finanziario che venga effettuato dall’imprenditore che abbia una partita Iva e dai soci dell’impresa: va disposta la completa defiscalizzazione dalle imposte sul reddito personale e di impresa, per la durata di dieci anni e per un importo pari a dieci volte gli utili, a condizione che questi siano reinvestiti e non vengano distribuiti.
Serve un meccanismo fortemente premiale, che lasci ampia libertà di scelta, ma che incentivi la destinazione delle risorse personali allo sviluppo della impresa.
Bisogna tornare a produrre. Occorre risolvere la contraddizione dell’Italia, che un po’ tutti ormai ci rimproverano: quella di essere diventata un Convento povero, abitato da Frati ricchi e tirchi. Il tempo dei rentier è finito.
Fonte
21/11/2019
Sisma Centro Italia, il diavolo in un dettaglio
La prima scossa del 24 agosto 2016, causò 300 vittime ad Amatrice e 11 in Accumoli.
51 furono registrate lungo le frazioni di Arquata del Tronto nelle Marche.
Quella successiva del 30 ottobre non uccise nessuno, ma la sua forza dirompente (6,5° di magnitudo) fece ancora più danni a case e palazzi, colpendo patrimoni inestimabili quali la Basilica di San Benedetto a Norcia.
La sua struttura sopravvive solo perché imbracata nei ponteggi di sostegno.
Io scrivo da qui, da questa piazza deserta.
Sprechi e immobilismo
I soldi per sistemare non sono mai mancati: nel novembre 2017 la Commissione europea mise a disposizione cospicui stanziamenti per il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale. Umbria e Marche avrebbero distribuito finora oltre mezzo miliardo di euro sia alle strutture alberghiere che direttamente alle famiglie, per alloggiare in via temporanea circa 30.000 sfollati, 25.000 nelle Marche e 5.000 in Umbria.
Questi finanziamenti a fondo perduto affiancarono le prime SAE (Soluzioni Abitative di Emergenza), prefabbricati dai costi folli: € 6750 al mq circa.
Le magagne però emersero quasi subito: problemi idraulici e conseguenti allagamenti, controsoffitti cadenti, coibentazione insufficiente e,tanto per gradire, presenza occasionale di topi. Secondo lo studio tecnico Pasqua Palombi di Norcia (addetto alla stesura dei progetti di ricostruzione da presentare alla Regione) i costi spropositati furono causati dagli oneri di urbanizzazione (sbancamento delle aree preposte all’installazione dei moduli, allacci della rete idrica, elettrica e fognaria) mentre un fabbricato costruito con norme antisismiche, non sarebbe costato più di 1500/2000 € al mq. Un contrasto stridente.
Per le 125 casette di Pieve Torina, si spesero € 6.882.218 solo per codesti oneri.
Tutto cambia quando un progetto di ristrutturazione viene presentato agli organi competenti, avviando così il percorso kafkiano per l’approvazione, soggetta ai vincoli ambientali che non consentono di ricostruire con volumetrie diverse, legando l’immobile demolito a rigidi parametri ormai obsoleti. A oggi, secondo le cifre fornite dall’agenzia ANSA, a fronte di 2500 lucidi progettuali presentati da Norcia, Cascia e Preci, ne sono stati approvati solo 500.
Ovviamente, dovendo affrontare tali difficoltà, molti rinunciano a ricostruire, incassando i sussidi senza investirli, sfruttando (chi ce l’ha) la seconda casa sopravvissuta ai crolli, o dividendo quella degli anziani genitori, che magari ha più stanze disponibili.
La soluzione SAE piace a pochi, anche perché questa parola “emergenza” ha un suono beffardo, e minaccia altresì di protrarsi all’infinito, sebbene adesso nella maggior parte dei Comuni, le casette siano finalmente confortevoli e tecnologicamente più attrezzate: tutte espongono sul tetto cilindri a pannelli solari, che sono accumulatori di acqua calda.
Le SAE rimangono comunque un palliativo; paradossalmente proprio ora che sono decenti, dopo le sconcezze rilevate nelle prime, diventano una scusante per rimandare la ricostruzione ad aeternum.
Quando la forma diventa sostanza
Come spesso succede, il diavolo si nasconde nei dettagli; anzi, un solo piccolo ma fatale dettaglio, nelle pieghe del quale si cela l’inghippo della mancata ricostruzione: il DPR n° 380 del 2001 che al comma 1 dell’art. 3 in sostanza recita:
“all’interno di un’area paesaggistica…” – tipo quella dei parchi nazionali che abbraccia tutti i comuni e le frazioni colpiti dal sisma – “…qualsiasi modifica della sagoma a seguito della ricostruzione pertinente l’edificio demolito, non può essere considerata ristrutturazione, bensì costruzione ex novo”.
La fregatura è proprio qui, in questo rigo striminzito.
Il geometra Pasqua, titolare dello studio tecnico prima menzionato, racconta che il ministero dei Beni Culturali, nel respingere l’ennesima domanda, si è finalmente deciso nel settembre 2019 a comunicare la motivazione che riguarda tutta Italia, inoltrando alla regione Umbria la circolare con la norma in questione.
In conformità di questa, viene bocciata persino una forma migliorativa e più funzionale dei fabbricati obsoleti degli anni '60, quando non esistevano ancora i piani regolatori.
In quell’epoca, molti edifici venivano costruiti adottando sovente canoni estetici orrendi (i primi “ecomostri” videro la luce proprio allora). Lo stesso vale per casali di campagna fatti di tufo, materiale poroso e friabile, che anche a causa di una sagoma arcaica, non sono stati in grado di opporre resistenza a una scossa violenta, pur inferiore a 6,5° di magnitudo, come quella che distrusse L’Aquila.
Un fabbricato che cambia anche di poco morfologia, rientrerebbe quindi in una categoria differente, con tempi più lunghi per l'approvazione, e maggiori ostacoli burocratici lungo il percorso.
Il controsenso è che così legiferando, il ministero rifiuta il permesso proprio a ristrutturazioni che migliorerebbero il profilo estetico, oltre a garantire la sicurezza di costruzioni altrimenti anacronistiche, nel caso di futuri cataclismi.
È questo il nocciolo della questione, che costringe il Centro Italia a un’attesa che appare sempre più vana con il passare del tempo. Una richiesta di emendamento è stata già spedita al ministero; la risposta è attesa entro e non oltre dicembre.
Per non alimentare illusioni, bisogna però ricordare che una sentenza della Corte Costituzionale aveva già annullato una modifica simile alla legge vigente, concessa precedentemente alla Regione Lombardia.
Tabula Rasa. Cronache tipicamente italiane
Se Castelluccio e Norcia, almeno a livello business tra norcinerie e trattorie familiari cercano di andare avanti, viceversa percorrendo le strade ancora parzialmente interrotte che sconfinano dall’Umbria alle Marche, sembra che il sisma sia passato da tre mesi, non tre anni fa.
Le frazioni di Arquata, Capodacqua Pescara del Tronto e Forca Canapine, sono rase al suolo come da un bombardamento a tappeto.
Qui sono morte 51 persone, le uniche vittime sono tutte marchigiane.
Macerie ovunque, ce ne sono ancora 50.000 tonnellate da rimuovere, eppure i lavori sono di nuovo fermi, anzi se ne producono ancora con le costose opere in corso per mettere in sicurezza il territorio.
A Visso, i camion e le scavatrici dell’esercito sono parcheggiati vicino alla Croce Rossa.
Nel centro storico ancora transennato, si aggira tra i detriti un piccolo wildcat, ma sta lì solo per aprire le tracce alla fibra ottica.
Ricostruzione zero, rimozione sotto zero, ma fibre ottiche a gravare sulle bollette dei privati, si, certamente!
Cronache tipicamente italiane, che si tingono di melodramma, quando esaminiamo la situazione sanitaria: allo stato attuale, Norcia, Preci e tutte le frazioni adiacenti non hanno un ospedale, ma solamente un centro di Primo Soccorso fuori dalle mura, dotato di una saletta per le emergenze, una sala radiologia, e un minuscolo poliambulatorio.
Una sola ambulanza, che per raggiungere l’ospedale più vicino, quello di Spoleto, deve percorrere 50 km su strade tortuose.
Non ho idea di come facciano ad affrontare le emergenze, specie nel caso siano coinvolti gli anziani. Meglio contare sulla salute di ferro degli umbri.
La “movida” del sabato sera a Norcia è tutta concentrata fuori da Porta Ascolana, lungo i negozietti a catena che hanno abbandonato la piazza della Basilica allo sguardo desolato di San Benedetto, il quale mostra con la mano aperta i ponteggi di una ricostruzione negata.
Ragazzi e ragazze – così come adulti e anziani, che altri posti dove andare non hanno – si consolano, piluccando antipasti e sbevazzando all’ora dell’apericena dentro i bar superstiti. Niente cinema però, né teatro, non ci sono spazi disponibili.
Da ciò emerge la pigrizia e la mancanza di visione della politica: dopo una tragedia come quella che ha colpito il Centro-Italia, la ripresa doveva partire proprio lavorando sullo spirito e sul morale della gente, prima che sulle strutture. Così non è stato, rinnegando oltretutto quella “cultura” di cui troppo spesso i suoi falsi sostenitori si riempiono la bocca a sproposito.
PS. Alla luce della legge che regola la conformazione delle sagome da ricostruire, le polemiche politiche sono perfettamente inutili.
Qui non è questione di destra o sinistra: finché quella norma assurda non verrà emendata, le vite dei terremotati rimarranno sospese nel limbo di una burocrazia ottusa. Tutto il resto è chiacchiera da bar. Tanto per cambiare.
Norcia, 19 novembre2019
(Copyright di Flavio Bacchetta – foto e testi)
Fonte
01/11/2019
“Dicono”, perché sono solo dei truffatori...
Dicono che bisogna dare i soldi di Radio Radicale ai terremotati. Oppure che bisogna dare ai terremotati i soldi per i migranti.
«Dicono» nel senso che a sostenere questa tesi è gente che avrebbe responsabilità di governo o che fa politica e che dunque sa (o dovrebbe sapere) che è una stronzata.
Già, perché i soldi per i terremotati ci sono: sono previsti (o rendicontati) in ogni finanziaria, ci sono dei decreti, c’è persino un accordo tra Associazione Bancaria Italiana e Cassa depositi e prestiti per lo stanziamento dei fondi per la ricostruzione privata.
Il problema è che questi soldi non vengono spesi. Perché? Fondamentalmente per i motivi che in quattro gatti cerchiamo di raccontare ormai da tre anni, tra l’indifferenza più o meno generale e le menzogne spudorate di certe forze politiche: mancano i piani per la ricostruzione; l’eccessivo numero di leggi, leggine e ordinanze rende impossibile la vita ai cittadini e il lavoro dei funzionari pubblici; fondamentalmente manca la volontà politica di ricostruire.
E i terremotati non vengono mai presi in considerazione, subiscono delle scelte prese altrove, ben al di sopra delle loro teste, spesso per motivi puramente propagandistici, dunque alieni rispetto alla realtà dei fatti, buoni giusto per alimentare la macchina della propaganda e prendere qualche voto in più.
Dunque, chi cerca di mettere i terremotati contro i migranti, o chi vuole silenziare Radio Radicale – o certa stampa tipo il manifesto e Avvenire – con la scusa dei soldi per il sisma che non ci sarebbero (e invece ci sono ma non vengono toccati), è un bugiardo e una persona che moralmente fa schifo, perché utilizza una tragedia per la propria sete di potere.
Arquata del Tronto, 31 ottobre 2019. Resistere agli anni e ai governi che passano.
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