
La battaglia della comunicazione ai tempi del Coronavirus l’hanno
vinta sicuramente loro, per il momento: le cronache “leggere” (quelle
cioè che oggi valgono una delle prima posizioni sui siti dei maggiori
quotidiani) ci dicono che dieci giorni fa si sono ritrovati in 3.500, in
Francia, per il raduno annuale dei Puffi che, tra l’altro,
rappresentano notoriamente la metafora di una società comunista. Non
sappiamo altrove (ci sarebbe bisogno di uno studio più approfondito), ma
in Italia l’intera vicenda del Coronavirus è stata giocata dal ceto
politico unicamente sul piano della comunicazione: qual è lo stile
comunicativo migliore per ottenere il maggior ritorno possibile in
termini di consenso? Non è cinismo, a ben vedere, ma la logica
conseguenza di una distanza ormai incolmabile tra la cittadinanza e
QUESTA classe politica, che cerca ogni appiglio a cui aggrapparsi, come
il barone di Münchhausen al suo codino, soprattutto in uno dei Paesi in
cui più forte era, in passato, l’incidenza delle ideologie e in cui più
veloce – ma non indolore – è stato il loro accantonamento. In un
contesto del genere, spiace dirlo, ogni imprevedibile catastrofe (e il
virus in questo modo è stato descritto, a onta del buon senso) fornisce
un grande appoggio al governo in carica, che ben felicemente può
assumersi “l’onere” di salvatore della patria, da un lato richiedendo ai
cittadini restrizioni alle proprie libertà, dall’altro imponendo una
sorta di solidarietà nazionale alle opposizioni.
Entrambi difficilmente potranno rifiutare tali richieste, onde
evitare di apparire menefreghisti rispetto all’interesse nazionale e,
soprattutto, rispetto alle necessità di ciascun individuo. Nello
specifico italiano, il premier Conte, infatti, guadagna consensi –
almeno stando ai sondaggi – forte anche dell’aplomb serioso e
preoccupato che riesce a mostrare nelle occasioni ufficiali. Passa quasi
in secondo piano, ahinoi, la concreta risposta del governo alla
diffusione del Coronavirus in Italia, tra ritardi, improbabili
accelerazioni, incredibili contraddizioni e l’impressione di decidere
giorno per giorno.
Tutto, pur di non mettere in discussione quei tagli
al Servizio Sanitario Nazionale che hanno reso ogni ospedale un posto
ostile, distante e insicuro.
Allo stesso tempo, la libertà di spostamento conosce quelle
limitazioni che servono a perimetrare la gravità del momento, ma
il
diritto di proprietà rimane inviolabile, quasi un tabù divino: a fronte
delle oggettive carenze nei reparti di terapia intensiva e dell’indegna
borsa nera delle mascherine, a governo e opposizione non viene in mente
di requisire cliniche private oppure stabilimenti che producono
materiale sanitario.
Persino l’emergenza, in Italia, arretra quando
rischia di intaccare gli interessi economici e di “fare giurisprudenza”,
creando un precedente. L’opposizione, dicevamo, si trova in un bel
guaio: prima il cancan delle sardine, adesso la risalita del governo,
cioè del Pd. La retorica sui migranti non attecchisce, adesso, anzi:
assegnerebbe un voto basso e il giudizio di essere “fuori tema” al
compitino di Salvini, il quale cerca di reintrodurre forzatamente
l’argomento nel dibattito nazionale (sottolineando la facilità quasi
automatica con cui vengono chiuse le frontiere nazionali, in tempi di
diffusione virale), ma si pone su un piano scivoloso, rischiando di
scatenare “l’effetto immedesimazione”, nel momento in cui – per l’Europa
e il mondo intero – lo Straniero, l’Untore e l’Indesiderato è italiano,
non africano.
Ecco, allora, che la Lega si attesta su posizioni difensive,
rispolverando l’anima settentrionale e separatista: esaltazione dei
“governatori” (termine improprio, inesistente nel nostro ordinamento
istituzionale) del Nord e criticando il Sud pigro e irresponsabile,
refrattario alle limitazioni di contatto e spostamento. Quello leghista è
il classico atteggiamento di chi sta sulla difensiva e si rinchiude
nelle proprie roccaforti, che sono peraltro i territori che per primi
hanno sofferto per
l’incapacità degli amministratori locali e nazionali.
Inizialmente, infatti, i vari Fontana e Zaia aveva sminuito il rischio
del contagio e la mortalità del virus: il timore di un rallentamento
delle economie regionali e di una limitazione dei profitti industriali
aveva consigliato loro di non inimicarsi la classe sociale di
riferimento. La svolta, però, è stata improvvisa e clamorosa, nel
momento in cui i vari esperti di comunicazione hanno comunicato come
l’atteggiamento “negazionista” non avrebbe pagato, nel momento in cui la
popolazione veniva educata a dosi progressive di drammaticità. Urgeva,
quindi, un cambio, per non fare la figura del grillino qualunque: ecco
la scena, veramente grottesca, di Fontana che si auto-proclama in
quarantena e si mette in diretta social la mascherina (quella inutile,
tra l’altro), neanche si stesse immolando per il popolo. Una delle scene
più tristi degli ultimi tempi (e la concorrenza è ampia).
Il problema, però, è alla base: come ogni “fatto sociale globale” il
Coronavirus presenta una forte narrazione territoriale e mette in primo
piano, inevitabilmente, gli amministratori locali, che devono
dimostrarsi all’altezza delle odierne regole della politica-spettacolo.
Zaia si difende (dopo tanti anni passati a studiare Berlusconi), ma
Fontana è francamente impresentabile, a partire dall’aspetto estetico,
che ricorda il vecchietto reduce da una bella chiacchierata al parco con
i piccioni. Non resta, quindi, che iniziare la gara a chi la spara più
grossa, secondo la linea comunicativa della catastrofe imminente e
immaginando il format del film catastrofici, in cui l’aria esterna è
infetta e letale al solo respiro. A questo punto, il governo deve
allinearsi alla locomotiva lombardo-veneta e agire di conseguenza:
quando ormai i buoi sono fuori dal recinto e il contagio è iniziato
vengono chiuse le scuole (il che vuol dire, in un Paese che ha
rinunciato al welfare, affidare i bambini, potenziali untori, ai nonni
anziani, potenziali vittime), le attività non strettamente produttive,
quindi i ristoranti (ma non il business imperante della ristorazione a
domicilio, come se i riders fossero cyborg immuni a ogni contagio), i
bar, i pub, i parchi. Gli spostamenti vengono primi inibiti da e verso
il Nord, poi tra i diversi comuni italiani, poi anche dentro lo stesso
comune, se non per motivi essenziali e “solitari”. Tra questi
inizialmente è prevista la famosa “passeggiata”, coerente con la logica
per cui l’ossigenazione in spazi aperti rinforza l’organismo,
allontanandone il virus; successivamente viene riclassificata anche la
“passeggiata”, ridotta a spostamento per raggiungere un negozio di
prodotti alimentari. Il risultato, che dà la misura di come sia
organizzata la società in Italia, è che tuttora, nonostante la
condizione di emergenza e i provvedimenti eccezionali,
non sia chiaro
cosa è possibile e cosa è proibito fare.
Come sempre in questi casi (e non solo), enorme è il potere
discrezionale della forze dell’ordine, tanto che i denunciati, alla
fine, sono... gli stranieri (oltre a quelli a cui Burioni fa la spia su
Twitter, con foto vecchie di trent’anni), secondo il facile automatismo:
almeno due stranieri = bottiglia di Peroni = bivacco = denuncia. In
pochi hanno notato, peraltro, come i diversi documenti di
auto-certificazione (altro capolavoro della tecnicalità amministrativa
italiana) siano previsti solo nella nostra lingua, così da poter
inchiodare facilmente i non-italiani. In questa sorta di “emergenza
sincopata” rimangono incredibilmente aperte e funzionanti non solo le
filiere dell’industria alimentare (nelle quali, peraltro, i dipendenti
lavorano nelle stesse identiche modalità dell’ante-virus), ma anche il
manifatturiero: evidentemente fabbricare le Ferrari a Maranello è
fondamentale per la quotidiana sopravvivenza! Proprio gli organi di
stampa del centro-sinistra (Repubblica e L’Espresso) si distinguono per
l’invocazione alle fabbriche aperte, “per non azzerare il mercato”.
Ancora una volta – ma ci saremmo stupiti del contrario –
la prospettiva
dei lavoratori non trova sponde politiche.
Dal punto di vista della comunicazione al tempo del Coronavirus,
l’exploit del centro-sinistra è stato molto blando, come sempre, tanto
che “l’opportunità” di avere il segretario del Pd contagiato dalla
malattia è stata lasciata cadere con eleganza: solo con raccapricciante
fantasia possiamo immaginare cosa avrebbe fatto Salvini nelle sue stesse
condizioni, con un live h24 della sua malattia e del modo eroico in cui
la sconfiggeva. Poco da segnalare sulla destra radicale, che continua
la sua scomparsa in dissolvenza. Casapound propone un risibile programma
di rilancio nazionale (presunte “proposte shock” che sarebbero
sottoscritte anche da Brunetta, da cui probabilmente le hanno copiate) e
invita i connazionali a sintonizzarsi sulle frequenze di Radio Bandiera
Nera, in una sorta di versione primaverile e depotenziata del Papeete.
Mai una sorpresa neanche da Forza Nuova, che invoca il pugno duro contro
i disordini sociali, che significa più esplicitamente implorare una
repressione senza mezze misure delle proteste nelle carceri, a conferma
dei timori della piccola borghesia rattrappita.
A sinistra, di contro, sono state prodotte tante riflessioni
pertinenti e interessanti (è rispuntato pure Agnoletto, finalmente in
panni a lui congeniali), nonostante un’estrema frammentarietà e
un’inevitabile tecnicità dell’argomento che, come già detto,
consiglierebbe di astenersi dal proporre facili soluzioni. A tutte le
strutture della sinistra anticapitalista proponiamo alcune linee di
ragionamento, che scavino tra le contraddizioni più evidenti di un fatto
sociale che, almeno nel mondo occidentale, non accade propriamente ogni
anno: di certo non sarà alla pari di una guerra – come pure
enfaticamente (e vergognosamente) viene detto dai collezionisti di
souvenir cronologici – ma non è neanche la semplice mobilità limitata
che si ebbe dopo lo shock petrolifero degli anni Settanta. I punti su
cui riflettere, quindi, non mancano:
Il Coronavirus come setaccio tra lavoro produttivo e improduttivo in
senso marxiano: quasi confortando il noto assunto di Lenin, il governo
italiano blocca le libertà civili, ma non la produzione (privata). Si
continua a lavorare nei campi, nei cantieri, nelle fabbriche, come pure
in quei settori che di fatto sono “para-produttivi”, perché funzionali
alla veicolazione delle merci prodotte (gli autotrasportatori, i driver,
i commessi dei supermercati, gli impiegati delle Poste e degli istituti
bancari).
L’epidemia/pandemia ha rimesso al centro del villaggio la
normale graduatoria delle attività lavorative, in termini di interesse
collettivo (e di profittabilità privata, nello specifico dei Paesi
capitalistici): tutta la narrazione sull’economia delle piattaforme,
della Smart Economy, delle start-up viene fortemente ridimensionata,
alla luce di un’evidenza che è dura da accettare. Una percentuale molto
elevata di lavoratori italiani (dipendenti o autonomi) può stare a casa –
e “magari” anche perdere il lavoro – ma l’economia del Paese ne
risentirà solo marginalmente. Di contro, chi lavora in determinati
settori della Old Economy dovrà crepare in catena di montaggio o sui
ponteggi: non c’è virus che tenga. Noi, come sinistra di classe, siamo
preparati a questa “rivelazione” o dobbiamo rivedere qualcosa, nel
nostro bagaglio teorico?
Il Coronavirus come elemento destrutturante dell’Unione europea: ma
come, il palinsesto economico dell’Europa liberista non era rigido,
immodificabile, tetragono, impietoso?! È “bastata” una pandemia – i cui
costi umani sono ancora insondabili – per far aprire i cordoni delle
borse e legittimare misure eccezionali, pari quasi a una Legge di
bilancio ex novo! Dove è finita tutta le retorica sull’adeguamento
obbligato alle direttive di Bruxelles, vista come una sorta di Dracula
inarrestabile, un cerbero spietato, assetato del sangue dei cittadini?!
Il virus ha improvvisamente fornito ardimento a quella stessa classe
politica italiana reduce da un trentennale appecoronamento in favore del
neoliberismo continentale? Persino gli euroburocrati, al netto di qualche
gaffe iniziale (subito stigmatizzata da giornalisti ed editorialisti
fino a ieri ugualmente proni a Bruxelles), si sono dimostrati
disponibili, solidali, “complici” del prossimo sforacchiamento italiano!
Allora la “gabbia europea” si poteva effettivamente scardinare, quella
fortezza non era impenetrabile! Il problema – viene da dire, guardando
alla nostra parte politica – non era lo sforzo inane contro un
avversario imbattibile, ma la nostra incapacità di costruire una
concreta opposizione di massa al progetto europeista. Non eravamo
abbastanza. Ma si poteva fare. Si può ancora fare, evidentemente, questa
volta senza scomodare alcuna pandemia.
Il Coronavirus come ennesima conferma del diritto alla casa come
fondamentale e inalienabile, in un’epoca – peraltro – che associa
l’espressione ‘diritti umani’ a variabili molto più frivole (la banda
larga di internet, l’aperitivo del venerdì, la settimana bianca). I
giorni di clausura forzata (non per tutti/e, ripetiamo) sono stati resi
ancora più pesanti dai tanti articoli che magnificavano la “riscoperta
obbligata” della propria famiglia, dello stare a casa, del godersi le
quattro mura domestiche. “La casa è la nostra tana”, ci veniva detto: va
bene, accettiamo anche questa regressione allo stato animale, ma
vorremmo sapere come mai le istituzioni si siano accorti solo adesso
dell’importanza di avere un tetto sotto cui ripararsi – non solo dai
virus – e cosa stiano facendo in favore di chi la fortuna del suddetto
tetto sopra la testa non ce l’ha. Gli sfratti, gli sgomberi, come pure
le mancate sanzioni per chi specula, affitta in nero e sfrutta chi si
trovi in condizione di bisogno come si pongono di fronte alla retorica
della “tana”? Oppure il nuovo gioco della borghesia consiste nello
“stanare” le volpi e i tassi dalle tane, neanche fossimo tra la nobiltà
al galoppo nello Yorkshire?
Il Coronavirus come sbugiardamento tanto del decentramento
amministrativo, quanto della privatizzazione dei servizi essenziali:
fiumi di parole su quanto fosse dinamica l’Italia della modifica del
Titolo V della Costituzione, di quanto fosse moderno il Paese con la
sanità privata a lucrare sulla crisi di quella pubblica ed eccoci a una
situazione in stile Ebola, con le più ricche e performanti regioni
italiane incapaci di gestire un virus “senza kalashnikov” (come definito
dalla virologa Ilaria Capua) e più forte delle altre. Eccoci
all’appello alla carità pelosa e interessata di qualche Vip, eccoci
all’emergenza ingestibile della provincia di Bergamo, distretto di
Nairobi (e qui ci chiediamo come mai pari commozione non sia dedicata
alle migliaia di bambini che in Africa muoiono di diarrea), eccoci al
puttaniere Bertolaso tornato in ballo, agli ospedali costruiti con i
Lego (mattoncini dorati, però, dati i costi) e resi operativi quando non
serviranno più. Eccoci – e questa è una vera ferita aperta – ai
lavoratori della sanità usati come carne da macello, senza le minime
precauzioni necessarie, mentre i primari dei rispettivi reparti ormai
vivono in televisione, tipo Elettra Lamborghini.
Il Coronavirus come richiesta di “sacrifici nazionali”. Va bene:
diamo l’oro alla patria, mandiamo avanti la baracca, non usciamo quando
non si deve uscire, usciamo quando si deve andare a lavorare,
“abbozziamo” quando perdiamo il lavoro oppure quando questo mese non ci
pagano e il prossimo ci licenziano, quando paghiamo servizi (mense
scolastiche, trasporto pubblico, il cosiddetto “welfare aziendale”) di
cui non potremo usufruire per mesi, soprassedendo sul fatto che la
decisione sul ripristino della “normalità” sarà politica e non
medico-sanitaria, con il rischio che l’attuale corsa, da parte della
classe politica, a chi la spara più grossa (“il virus si trasmette anche
con lo sguardo”), per mostrarsi “friendly” con i cittadini, possa
tenerci dentro casa fino a Ferragosto. Ma poi? I cittadini cosa
otterranno in cambio? Dopo i sacrifici delle guerre mondiali (
si parva licet,
non vogliamo fare nessun paragone improprio) una popolazione arrabbiata
e battagliera (ma pure organizzata) ottenne il suffragio veramente
universale e lo Stato sociale. Adesso? Otterremo solo il mantenimento di
dispositivi di controllo ulteriormente potenziati, di cui verrà
“dimenticata” la disattivazione? L’abitudine alla delazione di massa
(“Ho visto uno che fa pisciare il cane troppo distante da casa sua,
adesso lo dico a Burioni”)? L’ufficializzazione istituzionale del lavoro
a chiamata (“Questo mese ci saranno pochi turisti, non venite a
lavorare”)? Oppure otterremo una ri-statalizzazione dei servizi pubblici
essenziali, ospedali tornati a essere dignitosi, lavoratori al centro
dell’attenzione mediatica e dell’apprezzamento collettivo, anche se non
vanno al Grande Fratello Vip, magari persino un sistema di relazioni
internazionali basato sulla cooperazione tra popoli liberi, non sulla
condizione pre-hobbesiana, per cui le sfortune dei cinesi sono le nostre
fortune (almeno fin quando il motivo scatenante non si sposta qui), “il
virus in Francia speriamo faccia più morti che in Italia”, “il turismo
in Spagna deve andare male così quello italiano si risolleva”... Otterremo tutto questo? Soprattutto: lo otterremo semplicemente
chiedendolo??
Il Coronavirus come produttore di un mondo nuovo. Da più parti gli
eventi di questi mesi sembrano (e spesso oggettivamente sono) talmente
eccezionali da immaginare una prossima palingenesi: l’Italia che uscirà
dalla quarantena di massa (per quanto selettiva) non potrà che essere
migliore. Il mondo nuovo – quello che non riusciamo a costruire,
nonostante una militanza quotidiana e pluriennale – dovrebbe sorgere
grazie a un contagio e a una paura di contagio, che farebbero rinsavire –
non si sa bene perché e come – classe politica, imprenditoria e
padroncini vari. Non ci facciamo fregare: non sarà così. Come ogni
“calamità naturale” (anche quelle che non lo sono, tecnicamente, come
non lo è nessuna emergenza sanitaria), il riassetto del “post” non potrà
che essere peggiore del “pre”, perché il riallineamento produttivo e
politico avverrà verso il basso, non certo verso l’alto. Ci vorremmo
sbagliare, e siamo pronti a inserire il “Compagno Coronavirus” nel
pantheon del socialismo, ma le tante lezioni che il movimento comunista
ha preso dalla storia non lasciano spazio all’ottimismo. La gestione
politica del dopo-crisi ci dovrà trovare con gli occhi ben aperti.
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