Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Darwinismo sociale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Darwinismo sociale. Mostra tutti i post

17/05/2020

President Evil

di Alessandra Daniele

Il decorso della pandemia di Covid-19 negli Stati Uniti è catastrofico.

A causa della criminale strafottenza di Donald Trump, come della Sanità Usa, riassumibile nel motto “paga o muori”.

La patria del darwinismo sociale pratica l'”immunità di gregge” che conviene ai lupi.

La tara è strutturale, è un errore di sistema che prescinde dalle leadership temporanee, ma Trump, da miliardario, ne è entusiasta, e durante la sua presidenza s’è adoperato per peggiorare la situazione.

Le cifre ufficiali della pandemia negli Usa, già terribili, sono comunque una sottostima che non tiene conto delle centinaia di migliaia di casi non diagnosticati e non inclusi nelle statistiche, fra cui i senzatetto che finiscono da sempre nelle fosse senza nome.

Per ovvi motivi socio-economici, afroamericani e latini vengono contagiati e soccombono al virus 5 volte più dei bianchi.

Il lockdown, già a macchia di leopardo, è durato poco, ed è stato contestato da proteste dell’estrema destra direttamente appoggiate da Trump, il quale continua a stornare l’attenzione dalle sue colpe nel disastro rinfocolando le teorie complottiste sulle armi di distruzione di massa di Wuhan.

Dirottare il malcontento popolare sul Grande Nemico – nel caso di Trump la Cina – di solito funziona, ma stavolta potrebbe non bastare al presidente per assicurarsi la rielezione a novembre, nonostante la pochezza del suo sfidante Joe Biden, grigia cariatide dell’establishment Democratico.

L’intenzione di Trump quindi è sfruttare il pericolo del contagio per allontanare dai seggi elettorali più gente possibile fra le minoranze etniche e le classi sociali più colpite dalla pandemia di Covid-19, e dalla conseguente crisi economica, che in un paese privo di ammortizzatori sociali s’annuncia altrettanto sanguinosa, con decine di milioni di disoccupati che insieme al lavoro perderanno anche la casa.

Se questo sarà lo scenario però, l’unico sistema che avrà Donald Trump di venire rieletto sarà essere l’unico a votare.

Fonte

08/05/2020

Non si uccidono così anche i cavalli? Il sequel

Non è sicuramente vero che le notizie siano tutte uguali. Alcune danno immediatamente il senso che siamo di fronte a qualcosa di enorme. Ma non è detto che siano queste le notizie preferite dai media mainstream. Né che siano trattate, quando pure vengono date, nella loro inquietante dimensione.

È il caso di questa, proveniente dagli Stati Uniti e riportata dall’agenzia Ansa, la “madre nobile” di tutti i dispacci che finiscono poi nelle redazioni dei giornali e di lì, in piccola parte, alla nostra attenzione.
“C’è chi va alle feste per sballarsi e chi invece per infettarsi di coronavirus. E’ l’ultima follia negli Stati Uniti, dove le autorità hanno lanciato l’allarme per l’aumento dei cosiddetti “Covid-19 party”, in cui gli invitati sani si mischiano con persone positive al virus nella speranza di essere contagiati e, guarendo, diventare immuni e poter tornare a girare liberamente.

È una moda – scrivono i giornali – che si sta diffondendo soprattutto nello stato di Washington, il focolaio iniziale della pandemia in Usa dove i casi hanno superato le 15 mila unità con 834 vittime.

“È inaccettabile ed irresponsabile – ha commentato Meghan DeBolt, direttrice dell’assessorato alla Sanità della contea di Walla Walla – esporsi deliberatamente ad un contagio, è rischioso per chi lo fa e per gli altri”. In realtà l’idea di farsi contagiare di proposito non è una pratica nuova in America. In passato – ricordano alcuni osservatori – molti genitori erano soliti portare i loro figli alle cosiddette “feste della varicella” per farli venire a contatto con altri bambini che avevano la malattia.

L’idea dei “Covid-19 party” ha cominciato a girare soprattutto dopo che le autorità sanitarie di tutto il mondo hanno cominciato a considerare l’idea dei passaporti d’immunità, il documento che certificherebbe l’assenza di rischio di contagio della persona che lo possiede. E che quindi consente a coloro che sono risultati positivi al virus e poi guariti di viaggiare o di tornare a lavoro più velocemente.

A sconsigliare le feste Covid-19 soprattutto i Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), l’ente federale che si occupa della salute pubblica negli Stati Uniti, che sottolineano come solitamente i giovani che si espongono al contagio e nella maggior parte dei casi non hanno bisogno di un ricovero in ospedale per guarire, ma il rischio è che si infettino persone più vulnerabili mettendo quindi a repentaglio la loro vita.”
La cosa più sbagliata che si possa fare è definire questa una “follia”, anche se certamente è anche questo. Quando si mettono in moto comportamenti collettivi che individualmente sarebbero classificati come irrazionali bisogna interrogarsi sulle ragioni che li provocano, altrimenti restano solo incomprensibili.

Nessuno che sia sano di mente, individualmente, si augura di finire dentro una guerra. Eppure la guerra è la più antica delle ricorrenze, per l’umanità. Nessuno si augura di dover “esodare” a piedi attraverso terre sconosciute e mari ostili, eppure accade in questi anni, fin sulle nostre coste...

È evidente, secondo noi, che se migliaia di persone si tuffano in un party sperando di venire contagiati dal coronavirus, oltretutto in uno degli Stati che più di altri ha rappresentato la cifra del progresso tecnologico dagli anni ‘80 ad oggi (lo Stato di Washington ha per capitale Seattle), su di loro si sono abbattute più crisi contemporaneamente.

Quella sanitaria – in un sistema sostanzialmente privo di tutele sociali – si è trasformata immediatamente in una crisi occupazionale e dunque di reddito. I dati di ieri sulle richieste si sussidio di disoccupazione (negli Usa non c’è cassa integrazione, ma solo un sussidio per sei mesi) dicono che nell’ultima settimana ne sono state presentate 3,2 milioni.

Significa che altrettante persone hanno perso il lavoro, di qualsiasi tipo, ma soprattutto meno qualificato. In totale, in sole sette settimane, sono diventati 33,3 milioni i nuovi disoccupati che si aggiungono ai quasi 100 (milioni!) che le statistiche ufficiali chiamano pudicamente “scoraggiati” (ossi che il lavoro neanche lo cercano più). Per una popolazione totale di 315 milioni, una volta sottratte “testa e coda” (minorenni e anziani, detenuti, ospedalizzati), la disoccupazione reale negli Usa ha raggiunto circa il 60% della forza lavoro disponibile.

In una situazione del genere diventa “comprensibile” – certo non da imitare – lo pseudo-ragionamento che porta tanti a “desiderare” il contagio con l’aria di chi dice “io speriamo che me la cavo”. Se non sono troppo vecchio e sono sempre stato in discreta salute quella speranza è persino fondata.

Inutile incazzarsi per lo scarsissimo “senso civico”. In una società che ha fatto dell’individualismo il baricentro valoriale del proprio “successo” è assolutamente normale che l’individualismo produca il suo presunto opposto: un branco irresponsabile, che poi sciama ovunque consapevole di poter contagiare anche chi non è fisicamente attrezzato per reggere il Covid-19 (sulla sanità Usa è bene stendere una lapide).

E dunque ecco prendere forma, senza che nessuno l’abbia sollecitata o organizzata, la soluzione malthusiana dell’immunità di gregge raggiunta attraverso lo sterminio, per selezione naturale. Il contrario di quella – decisamente più civile – raggiungibile con le vaccinazioni di massa.

In assenza di vaccino, del resto, gentaglia come Boris Johnson, Donald Trump o Jair Bolsonaro l’ha persino teorizzata. La stessa Confindustria italiana, senza nominarla per timore di farsi inseguire per strada come negli anni ‘70, in fondo dice la stessa cosa quando pretende – e ottiene – che le attività economiche riprendano anche se il contagio è ancora ben oltre i livelli di guardia (se 30.000 morti vi sembran pochi, per ora).

E allora quei disperati dei Covid-party sono l’equivalente odierno dei maratoneti del ballo (Non si uccidono così anche i cavalli?) che negli anni ‘30 si prestavano a qualsiasi fatica solo per la speranza di poter sopravvivere arrivando primi. In fondo, hanno persino qualche probabilità statistica in più di ottenere un risultato (l’immunità, mica il posto di lavoro...). Insomma: un vantaggio competitivo rispetto ai loro simili, altrettanto disoccupati.

Ma se un sistema, a 90 anni di distanza, riproduce esattamente gli stessi meccanismi, vuol dire che non ha prodotto nel frattempo alcun “progresso”, sbrilluccichii a parte...

Non sentite anche voi quel rintocco di campana, in sottofondo?

Fonte

07/04/2020

La criminalità del capitalismo, spiegata dall’Economist

L’ultimo numero dell'Economist, autorevole rivista del capitalismo mondiale, titola il suo editoriale e la copertina, “A grim calculus“. Un calcolo truce.

Quale calcolo? Quello tra due grandezze: il costo di fermare l’economia e quello delle vite perdute per la pandemia da Covid19.

Come il calcolo dell’equilibrio perfetto tra inflazione e disoccupazione, che non esiste, ma che è alla base delle teorie liberiste che hanno dominato il mondo negli ultimi trent’anni, così per il settimanale britannico si possono e si devono misurare, da un lato, la chiusura delle città e delle attività, dall’altro il valore delle vite salvate; perché tutto ha un prezzo.

“Immaginate che ci siano due malati critici ed un solo ventilatore. Questa è la scelta con la quale si potrebbero confrontare gli staff ospedalieri a New York, a Parigi, a Londra... come è già in Lombardia e a Madrid... l medici dovrebbero dire chi sottoporre al trattamento chi lasciare senza di esso, chi possa vivere e chi probabilmente morire.”

Con questo esordio sulla terribile scelta del medico – senza ovviamente chiedersi perché manchino i ventilatori – l’Economist già annuncia la sua conclusione da eugenetica sociale. Ma prima di arrivarci seguiamo il suo percorso.

“Non attribuiremo una cifra in dollari alla vita umana”. Questa frase del governatore di New York Cuomo viene citata nell’articolo per spiegare che la realtà dei governanti è esattamente opposta.

“Sembra spietato, ma attribuire una cifra in dollari alla vita, o almeno sistematizzare questo modo di pensare, è esattamente ciò di cui i leader avranno bisogno se dovranno farsi strada attraverso i mesi strazianti a venire. Come in quel reparto ospedaliero, i compromessi e gli scambi, (tra dollari e vita) sono inevitabili”.

Si tratta dunque di trovare il giusto scambio tra economia e vita, il “trade off”, questo calcolo è il compito di chi governa.

Per questo il settimanale britannico contesta il primo lassismo di Trump sulla diffusione dell’epidemia.

“Per due settimane, Trump ha ipotizzato che la cura avrebbe potuto essere peggiore del problema stesso“. Attribuire un valore in dollari alla vita dimostra invece che si sbagliava. Chiudere l’economia causerà enormi danni economici. I modelli però suggeriscono che lasciare che il covid-19 bruci la popolazione significherebbe farne meno, all’economia, ma potrebbe portare a 1 milione di morti in più.

“Si può allora realizzare una contabilità completa, usando il valore ufficiale calibrato per età di ogni vita salvata. Ciò suggerisce che il tentativo di mitigare la malattia vale 60.000 dollari per ogni famiglia americana. Alcuni vedono la stessa formulazione di Trump come un errore. Ma questa è un’illusione confortevole. C’è davvero uno scambio, e per l’America oggi il costo di un blocco è di gran lunga superato dalle vite salvate.”

Capito il concetto? Trump non ha sbagliato a contare in dollari le vite – scelta “giusta” – ma semplicemente ha sbagliato i conti. Se si fosse fatto come inizialmente lui proponeva ci sarebbero stati un milione di morti che, calcolati in termini assicurativi, per il paese più ricco del mondo, sarebbero stati un costo superiore a quello della fermata produttiva. Quindi son i costi superiori della strage ad averla, per ora, ridotta.

Ogni paese fa questi conti, sostiene ancora il settimanale, dalla Cina che blocca tutto anche per danneggiare le industrie estere, all’India che, povera come è, non può certo permettersi lo stesso calcolo del valore della vita degli USA e della UE. Là il costo dei morti sarà presto minore di quello del blocco economico. E la Russia di Putin, vera ossessione delle classi dirigenti euroatlantiche, le sue misure antivirus le prende solo per rafforzare il regime.

Insomma, al di là delle ipocrisie ufficiali, ogni governo, secondo il giornale, giunge a definire “una misura contabile che aiuti a confrontare cose molto diverse come la vita, il lavoro e la contesa di valori morali e sociali in una società complessa. Maggiore è la crisi, più importanti sono tali misurazioni. Quando un bambino è bloccato in un pozzo, prevarrà il desiderio di aiutare senza limiti, e così dovrebbe essere. Ma in una guerra o in una pandemia i leader non possono sfuggire al fatto che ogni corso d’azione imporrà enormi costi sociali ed economici. Per essere responsabile, devi misurarli complessivamente l’uno contro l’altro.”

Ecco allora la conclusione già annunciata all’esordio dell’editoriale della la rivista economica più diffusa : “Alla fine, anche se molte persone stanno morendo, il costo del distanziamento potrebbe superare i benefici. Questo è un lato delle scelte e dei compromessi che nessuno è ancora pronto ad ammettere.” Ma che, anche senza ammetterli, si suggerisce di praticarli.

Come una multinazionale dichiara in esubero quei lavoratori in sovrappiù rispetto ai suoi conti economici e ai suoi guadagni, così uno Stato di mercato alla fine deve rassegnarsi ad abbandonare al male una parte della sua popolazione. Per evitare guai peggiori a tutti gli altri. È il “male minore” che si fa strage.

La nostra società è come il Titanic, non ci sono scialuppe per tutti, quindi c’è chi dovrà essere abbandonato. E guarda caso saranno i passeggeri di terza classe.

L’Economist, con questo suo editoriale, è riuscito ad esprimere, con toni disincantati e privi di ipocrisia, il carattere intrinsecamente criminale e regressivo del capitalismo.

Criminale, perché una società che scarti la vita delle persone in base al calcolo economico lo è per sua natura.

Regressivo, perché questo scarto nasce dalla convinzione che non ci possano mai essere respiratori, cure, cibo, vita dignitosa per tutti.

La feroce competitività capitalista nasce dall’indisponibilità per tutti delle risorse che sono concentrate in un numero ristrette di mani. Da qui il darwinismo sociale, che nella sua forma estrema ha prodotto il nazismo.

Il capitalismo è una giungla dove si calcola quanto costa e chi salvare, un insieme di tecnologia e regressione umana che riemerge ad ogni crisi, pandemica o economica che sia.

Oggi più che mai invece la scienza e le tecnologia ci permetterebbero di salvare e far vivere bene tutti, soltanto se fossero sottratte alla logica del profitto. Ma sono proprio il profitto e l’accumulazione della ricchezza le sole grandezze economiche che il giornale britannico si guarda bene dal mettere in comparazione e scambio, in trade off, perché quelle devono restare sacre e non discutibili.

Dobbiamo in fondo ringraziare questo articolo perché ci ha mostrato con chiarezza e senza giri di parole a quali orrori arriveremo se non rifiutiamo e superiamo il capitalismo.

Fonte

27/03/2020

L’eugenetica risorge in Usa, col coronavirus

La differenza tra un sistema teso a salvaguardare la vita umana e uno para-nazista che adotta la “selezione mirata” della cittadinanza, eliminando “gli inutili” ai fini produttivi si vede soprattutto nelle grandi emergenze. Prima ancora che diventino catastrofi.

Gli Stati Uniti, con o senza Trump, hanno da sempre aborrito la creazione di un sistema sanitario pubblico universale ed efficiente, preferendo lasciare tutto lo spazio possibile alla sanità privata, praticamente inaccessibile anche per chi lavora con un reddito non proprio basso.

Anche di recente, e anche a viaggiatori italiani benestanti, i prezzi e le modalità della sanità Usa sono risultati sconvolgenti.

Fin qui, però, siamo ancora nel campo fetido del “se c’hai gli shei ti curi, altrimenti fatti tuoi”...

L’irruzione della pandemia da coronavirus su un sistema sanitario inesistente, nella forma pubblica, ha fin dall’inizio posto la domanda che anche in Italia, Spagna, Francia, ormai sta diventando la “norma”: chi curare prima?

Nell’impossibilità materiale di mettere in terapia intensiva tutti i malati che ne hanno disperato bisogno, i medici sono costretti ad adottare i criteri della medicina di guerra. Ossia privilegiare chi ha una qualche speranza in più di sopravvivere in base a età, condizioni generali, resistenza fisica alla pratica altamente invasiva dell’intubazione.

Terribile, ma non inumano. È il principio per cui un sacerdote anziano, per cui i parrocchiani avevano comprato un respiratore artificiale, autotassandosi, l’ha ceduto a un paziente molto più giovane. Accettando così di morire. Terribile, ma in questo caso altamente umano.

Al contrario, negli Stati Uniti del trionfo privatistico, la scelta di “chi curare” e chi no è stata assunta direttamente dagli Stati, ossia dalla classe politica. E i criteri sono ben altri: i medici saranno infatti obbligati a preferire quelli che “hanno più valore per la società” – che potranno insomma tornare al lavoro, prima o poi – scartando disabili fisici o psichici e tante altre “figure” che fin qui avevano potuto sopravvivere solo grazie agli sforzi solitari delle famiglie (anche il welfare, negli Usa, è praticamente inesistente).

Questi criteri non sono applicati per la prima volta nella Storia. E senza riesumare le preistoriche pratiche degli spartani o dell’antica Roma (la rupe Tarpea), in epoca moderna l’eugenetica ha avuto una sola breve stagione di egemonia.

Nella Germania nazista.

***** 

Usa, «niente respiratori per i disabili». Più di 10 Stati scelgono chi salvare

Elena Molinari, New York – Avvenire *

In Tennessee le persone affette da atrofia muscolare spinale verranno «escluse» dalla terapia intensiva. In Minnesota saranno la cirrosi epatica, le malattie polmonari e gli scompensi cardiaci a togliere ai pazienti affetti da Covid-19 il diritto a un respiratore.

Il Michigan darà la precedenza ai lavoratori dei servizi essenziali. E nello Stato di Washington, il primo a essere colpito dal coronavirus, così come in quelli di New York, Alabama, Tennessee, Utah, Minnesota, Colorado e Oregon, i medici sono chiamati a valutare il livello di abilità fisica e intellettiva generale prima di intervenire, o meno, per salvare una vita.

Mentre sugli Stati Uniti si sta abbattendo la prima ondata di casi di coronavirus e gli ospedali si preparano a essere invasi da pazienti con difficoltà respiratorie, i vari Stati cercano di fornire ai medici dei criteri guida per prendere le decisioni più difficili: scegliere chi attaccare a un respiratore e chi no.

Nei piani preparati o rivisti in questi giorni dagli esperti locali emergono approcci diversi. Ma anche una preoccupante tendenza. Fra i circa 36 Stati che hanno reso noti i loro criteri, una decina elenca anche considerazioni di tipo intellettivo, e altri parlano di condizioni precise che possono portare alla discriminazione nei confronti dei disabili.

L’Alabama è il caso più eclatante. Nel suo documento intitolato Scarce Resource Management sostiene che i «disabili psichici sono candidati improbabili per il supporto alla respirazione».

Ma anche frasi contenute nelle linee guida di Washington, come «capacità cognitiva», o di Maryland e Pennsylvania, come «disturbo neurologico grave», hanno suscitato l’allarme delle associazioni di difesa dei disabili. Già tre gruppi (Disability Rights Washington, Self-Advocates in Leadership, The Arc of the United States) hanno fatto causa allo Stato di Washington per impedire l’entrata in vigore dei criteri per l’accesso alle cure salvavita per il Covid-19.

E una mezza dozzina di altre organizzazioni si sono appellate al governo federale affinché imponga alle Amministrazioni locali e agli ospedali il principio che i disabili hanno diritto allo stesso trattamento degli altri. A far paura è che i criteri di accesso alle cure siano costruiti sull’idea in base alla quale alcune vite valgono meno di altre.

«Le persone affette da disabilità sono terrorizzate che se le risorse si fanno scarse, verranno inviati in fondo alla fila – sostiene Ari Ne’eman, docente al Lurie Institute for Disability Policy dell’Università Brandeis –. E hanno ragione, perché molti Stati lo affermano in modo abbastanza esplicito nei loro criteri».

Al di là dei singoli documenti, negli Stati Uniti che cercano di prepararsi all’insufficienza di letti di terapia intensiva, si è già affermato un altro principio inquietante per i più vulnerabili. Si tratta della “regola d’oro” presente in quasi tutti i documenti di gestione delle risorse: si chiede a un paziente se, in caso di scarsità di strumenti salvavita, vuole avervi accesso o lasciare il posto a chi potrebbe avere più probabilità di sopravvivenza. O «maggiore valore per la società». Una regola che «impone una pressione inaudita », conclude Ne’eman.

Fonte

Il mito del conflitto generazionale e la realtà del conflitto di classe

L’emergenza sanitaria di queste settimane, come avviene in tutti gli stati emergenziali, sta mostrando in tutta la sua crudezza alcuni tratti tipici della nostra organizzazione economica e sociale. Gli effetti devastanti dell’austerità sul sistema sanitario rivelano in modo brutale cosa significhi davvero la logica della scarsità delle risorse imposta dalle politiche economiche degli ultimi decenni. A fronte di una disponibilità limitata di posti di terapia intensiva occorre, come in un’economia di guerra, effettuare delle scelte e sacrificare il più vecchio o il già malato, colui che avrà meno possibilità di sopravvivenza a favore del più giovane e sano. La scarsità delle risorse, non certo naturale o da deficit tecnologico, ma imposta da anni di politiche di austerità, impone una logica di sapore darwinista di selezione del soggetto da salvare, contrapponendo giovani e vecchi, sani e malati.

Questa apparente contrapposizione non è limitata, però, al campo della salute. Da molti anni il dibattito pubblico è permeato di una retorica che è divenuta quasi costitutiva del nostro modo di pensare: quella di un inevitabile conflitto economico intergenerazionale tra giovani e anziani, per la spartizione di risorse economiche scarse, nel tempo della crisi demografica irreversibile dell’occidente.

Il presupposto oggettivo di questa idea è l’esistenza di un’indubbia crisi demografica che nei paesi europei, e più in generale nel mondo industrializzato, ha avuto inizio negli anni ’70-’80 del secolo scorso e si manifesta come crescente squilibrio anagrafico tra giovani e vecchi, con la crescita degli ultimi e la diminuzione dei primi.

La simultanea riduzione dei tassi di natalità e mortalità, e addirittura in Italia il superamento del numero di morti rispetto al numero di nati già a partire dalla fine degli anni ’80, hanno portato non solo ad un evidente invecchiamento, favorito quest’ultimo anche dal progresso tecnologico in campo sanitario, ma anche ad un graduale declino della popolazione, compensato in molti paesi europei soltanto dal saldo netto positivo dei flussi migratori (immigrati meno emigrati). Del resto, per dare un’idea della situazione anagrafica del nostro paese basta osservare che nel 2018 l’età mediana (quella che ripartisce la popolazione ordinata secondo l’età in due gruppi ugualmente numerosi) in Italia era pari a 46,8 anni, a fronte dei 31 anni nel periodo dell’immediato dopoguerra, e che nel 2017 il tasso di natalità (definito come il rapporto tra il numero dei nati vivi dell’anno e l’ammontare medio della popolazione residente) era pari a 7,5/1000 e quello di mortalità (definito come il rapporto tra il numero dei decessi nell’anno e l’ammontare medio della popolazione residente) attorno al 10/1000.

Declino e invecchiamento sono una realtà evidente della demografia contemporanea occidentale e in particolare del nostro e di altri paesi, che affonda le sue radici in un complesso di cause che sono insieme materiali e culturali.

A partire da questo stato di cose, occorre allora porsi alcune domande che richiedono uno sforzo di riflessione ampio. La prima e più immediata è questa: ammesso e non concesso che il declino demografico sia un dato esogeno rispetto al funzionamento e allo stato di salute del sistema economico (e non lo è affatto), l’attuale rapporto numerico tra giovani e vecchi rende davvero inevitabile l’esplosione di un conflitto distributivo generazionale, da risolversi con politiche di restrizione della quota di reddito devoluta agli anziani (obiettivo perseguito dalle riforme pensionistiche varate dal 1992 ad oggi)?

Più in breve: gli interessi oggettivi dei lavoratori giovani e degli anziani pensionati sono davvero inevitabilmente contrapposti?

Rispondere a questa prima domanda ci permette di fissare il primo tassello del puzzle della decostruzione della nefasta teoria del conflitto tra generazioni.

Al principio del 2019 il Fondo Monetario Internazionale pubblicava un rapporto sulla sostenibilità dei sistemi pensionistici, in cui veniva messo sotto accusa il sistema previdenziale italiano, considerato ad alto rischio di collasso e insostenibile nel lungo periodo. Vi si affermava: “Abbassare l’età pensionabile” – con chiaro riferimento alla riforma nota come quota 100 – “abbasserà il tasso di partecipazione alla forza lavoro e la crescita potenziale, aggiungendosi ad un già alto conto pensionistico”. Seguivano raccomandazioni sulla necessità di aumentare l’età pensionabile, per evitare che un domani i giovani non abbiano più modo di accedere alla pensione e siano costretti a finanziarla con proprie risorse una volta raggiunta l’anzianità.

Il report del FMI esemplifica plasticamente una visione egemone ormai da trent’anni, che continuamente viene riproposta con altisonante allarmismo e che ritorna oggi con clamore nel dibattito corrente sul superamento di quota 100: “non ci sono risorse per finanziare i sistemi pensionistici” si afferma. “L’unica soluzione è un aumento dell’età pensionabile o una riduzione drastica dell’assegno pensionistico”. “Se queste misure non venissero attuate i giovani sarebbero condannati ad un presente e ad un futuro di privazioni a causa degli iniqui privilegi garantiti agli anziani. E se mai proprio dovessimo garantire flessibilità in uscita ai pensionati occorrerebbe farlo a parità di risorse, ovvero con una penalizzazione dell’assegno previdenziale”, etc. etc.

Ma quali sono i presupposti di questa impostazione? Per rispondere, bisogna partire dalle radici di teoria economica e di prospettiva politica e culturale che si celano dietro al mito del conflitto economico tra le generazioni. Vi sono molti pilastri su cui si sostiene questo mito. Il primo discende direttamente dalla logica intrinseca alla teoria economica neoclassica, oggi dominante, secondo cui un sistema economico dispone di risorse date, scarse. Quest’idea si basa sull’assunzione che i sistemi economici di mercato tendano – magicamente – sempre a raggiungere il pieno impiego delle risorse disponibili, ovvero la piena occupazione dei lavoratori e il pieno utilizzo del capitale fisico a disposizione. Una visione armonica e idilliaca del capitalismo come sistema destinato a generare piena occupazione, una semplice fandonia in malafede che è stato dimostrato essere logicamente fallace e fondata su presupposti teorici del tutto inconsistenti. Ma qui la scienza non c’entra nulla, nella misura in cui la teoria neoclassica fornice una patina di legittimità agli interessi delle classi dominanti. Tornando al nostro ragionamento, è evidente che, se si ritiene il capitalismo un sistema che porta necessariamente alla piena occupazione, non si potrà che ragionare sempre in un’ottica di risorse scarse. Se tutti i lavoratori sono impiegati e tutto il capitale è pienamente utilizzato, infatti, il sistema sta già producendo il massimo producibile date le condizioni demografiche e tecnologiche esistenti. In questa dimensione è evidente che una crescita della popolazione anziana, a sistemi pensionistici dati, non potrà che comportare un drenaggio di risorse dai più giovani occupati.

Se le cose stessero davvero così è evidente che, in condizioni di declino demografico, mantenere un sistema pensionistico nelle condizioni attuali implicherebbe spostare risorse date dai giovani occupati agli anziani pensionati, con pregiudizio inevitabile della generazione lavoratrice. Proprio da qui nasce la retorica dell’inevitabilità di riforme pensionistiche restrittive come àncora di salvataggio per i giovani i quali, già colpiti dalla precarietà del lavoro, sarebbero, poveri diavoli, anche costretti a finanziare insostenibili assegni pensionistici per anziani benestanti.

La ricetta conseguente a questa impostazione in campo previdenziale è, da ormai trent’anni, sempre la stessa: riduzione dei diritti pensionistici e ridimensionamento della spesa previdenziale. La leva attraverso cui questa riduzione è stata attuata in Italia è stata la trasformazione del sistema retributivo in contributivo e, a seguire, la progressiva riduzione dei coefficienti di trasformazione, sulla base dell’idea che più anni di vita debbano implicare una rendita pensionistica mensile minore. A ciò si è unito l’aumento continuo dell’età pensionabile.

Se però capovolgessimo le premesse alla base di questo programma di austerità previdenziale, anche queste apparenti conseguenze logiche perderebbero ogni consistenza e coerenza. Se la disoccupazione, il precariato, la discontinuità delle carriere e il lavoro nero non fossero dati immutabili del sistema economico, come invece la teoria economica dominante ci vorrebbe far credere, ma caratteristiche strettamente legate alle politiche economiche e al modello di sviluppo capitalistico adottato, allora si aprirebbe un pozzo di risorse sterminato, attraverso cui coniugare un maggior benessere dei giovani con la possibilità di finanziare agevolmente le pensioni degli anziani, anche in presenza di un aumento dell’aspettativa media di vita e di un innegabile declino demografico. Più occupazione e carriere più sicure e continue significa infatti una crescita enorme del montante contributivo che finanzia un sistema pensionistico.

A tutto questo si aggiunge poi un altro tassello molto rilevante. Nel discorso corrente in tema previdenziale si fa sempre esclusivo riferimento alle risorse reperibili dai contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro. È noto infatti che la stragrande maggioranza dei sistemi previdenziali viene finanziata tramite la raccolta dei contributi pagati dai lavoratori dipendenti e autonomi e, in quota parte, dalle imprese a favore dei loro dipendenti. Si tratta di una voce che va ad incrementare il cosiddetto costo del lavoro. A differenza di tanti altri trasferimenti o servizi sociali, sanitari, d’istruzione, di trasporto pubblico etc., la previdenza viene infatti finanziata in massima parte tramite la leva contributiva. In termini macroeconomici, questo significa che il costo del mantenimento della popolazione non più attiva ricade praticamente in toto su lavoratori e imprese, mentre i percettori di altre tipologie di reddito sono totalmente esenti da questo sforzo di finanziamento. Nel corso degli ultimi decenni il sistema industriale nel mondo occidentale ha conosciuto una progressiva crisi e fette consistenti di profitti sono state assorbite dalla finanza: plusvalenze azionarie, rendite da interessi, rendite e plusvalenze da speculazioni immobiliari. Flussi enormi di ricchezza che non contribuiscono in alcun modo al sostentamento del sistema previdenziale, il quale invece potrebbe attingere anche alla fiscalità generale, ovvero le imposte. Una fiscalità che, naturalmente, andrebbe ripensata su base molto più progressiva e universale, per colpire con più incisività i redditi da capitale e in generale i redditi più elevati.

Infine, in piena coerenza logica con quanto spiegato in merito alla visione dominante del funzionamento dell’economia, nel dibattito corrente mai si pone l’accento sulla possibilità di finanziare la spesa sociale in deficit. E se lo si fa, lo si concepisce come un intervento emergenziale, un’eccezione alla regola del pareggio di bilancio imposta e poi cristallizzata dai trattati europei (Maastricht, Fiscal Compact). In ossequio al paradigma teorico dominante, se il sistema tende al pieno impiego qualunque intervento in deficit non potrebbe che portare a spinte inflazionistiche e a spiazzamento degli investimenti privati da parte della spesa pubblica, senza alcun risultato in termini occupazionali e di crescita.

Se invece, ancora una volta, si ritiene che il sistema capitalistico tenda ad un costante sottoimpiego delle risorse per via di una cronica carenza di domanda aggregata, qualsiasi spesa in deficit, anche per spesa corrente, ad esempio per le pensioni, non può che accrescere, tramite un aumento della domanda aggregata, la produzione e l’occupazione. Un meccanismo virtuoso che si dispiegherebbe fino al raggiungimento del pieno impiego. Del resto, un raggiungimento di una piena e buona occupazione sarebbe a sua volta quel tassello mancante, già discusso in precedenza, che contribuirebbe alla piena sostenibilità dei sistemi pensionistici tramite le entrate contributive. Che si finanzino direttamente le pensioni in deficit, creando un meccanismo di crescita dei consumi e quindi della produzione e dell’occupazione; oppure che si pratichino, tramite altre voci di spesa pubblica, politiche di espansione della domanda orientate alla piena occupazione, il risultato finale, in relazione agli equilibri occupazionali e previdenziali, sarebbe lo stesso: un forte aumento delle entrate contributive generato da un aumento dell’occupazione, che permetterebbe, a regime, un adeguato finanziamento delle prestazioni pensionistiche nel lungo periodo.

Ed ecco che, rovesciando il paradigma economico dominante, si scioglie come neve al sole ogni presupposto teorico alla base del mito del conflitto tra generazioni. Maggiore occupazione, più alti salari, stabilità lavorativa per i giovani, fanno rima con pensioni più alte e sicure e con maggior flessibilità in uscita.

Il benessere delle generazioni è così legato da un unico filo indissolubile. Un filo che le classi dominanti cercano in tutti i modi di spezzare nella loro lotta senza quartiere contro il lavoro in tutte le sue forme e fasi, dove salario e pensione rappresentano evidentemente due fasi temporali del reddito da lavoro. Ogni attacco al salario è indirettamente un attacco alle pensioni del presente e del futuro, ed ogni attacco alle pensioni è un attacco a quella particolare fase del reddito da lavoro inquadrabile come salario differito.

La guerra ideologica che vorrebbe giovani e vecchi in conflitto su due barche diverse è dunque parte della lotta di classe finalizzata a spezzare l’unità, anche anagrafica, della classe lavoratrice nel suo insieme. La guerra allo stato sociale, dalla sanità alle pensioni, dall’istruzione ad ogni altro genere di servizio di base è una guerra contro i lavoratori di tutte le età e, a vari livelli, è parte di quel gigantesco programma di redistribuzione del reddito dai poveri ai ricchi che si perpetua da molti anni.

Non esiste alcun conflitto generazionale! L’unico vero conflitto economico è quello di classe tra i pochissimi che detengono la stragrande maggioranza della ricchezza sociale prodotta e i moltissimi che si dividono quello che resta.

Fonte

15/03/2020

Gran Bretagna - Tra pandemia ed eugenetica di Stato

Sabato 14 Marzo in Gran Bretagna le persone risultate positive al test di Covid-19 erano 1.140, mentre 6 sono decedute. Un picco sia del numero dei contagiati, ben più di 300 rispetto a venerdì, sia nei decessi. In una conferenza stampa di metà settimana il Primo Ministro britannico Boris Johnson ha stimato che le persone infettate fossero tra le 5.000 e le 10.000. I test però sono stati limitati a coloro che sono stati in zone di alto contagio o che sono entrati in contatto con una persona contagiata, nonostante abbia fatto scalpore il fatto che la sottosegretaria alla salute Nadine Dorries sia risultata positiva.

E molte denunce parlano della resistenza nel fare effettuare il test nonostante i sintomi riscontrati come ha denunciato un lettore del “The Guardian”.

Il primo caso registrato di contagio si è avuto il 31 gennaio scorso, mentre il primo decesso il 5 marzo. Il test sviluppato nei laboratori britannici è disponibile dal 10 febbraio.

Nonostante il Primo Ministro abbia definito l’epidemia: «la più grave crisi sanitaria di una generazione», la strategia dichiarata dell’esecutivo consiste nel non prendere per ora alcuna misura drastica per il suo contenimento.

La filosofia di fondo del leader conservatore è quella di sviluppare una “herd immunity”, cioè una immunità di gruppo, nonostante questo costerà nelle parole di Chris Whitty – che ha affiancato Johnson – 500.000 morti se l’80% dei cittadini britannici fosse contagiato e si avesse l’1% di mortalità.

Come ha commentato criticamente Roy Steward, ex ministro Tory: «è meglio che la gente muoia adesso per proteggere la maggioranza della popolazione sul lungo periodo».

La affermazioni del capo dei consulenti scientifici britannici sono tanto agghiaccianti quanto coerenti con la visione “tory” di un darwinismo sociale tanto cinico quando pragmatico in sintesi: i più vulnerabili – cioè i più poveri – moriranno. Il Chief Medical Officer ha stimato che 1/5 dei lavoratori si ammalerà.

Johnson in questa sua lucida follia ha messo le mani avanti: «molte famiglie perderanno dei cari prematuramente».

La decisione di non prendere praticamente misure di contenimento trova le sue ragioni nella “nudge theory”, riservando queste ad un momento previsto di picco per impedire che una loro presa precoce possa inficiarne l’efficacia perché di fatto stancherebbe le persone sottoposte a tali restrizioni.

In realtà queste sballate concezioni sono frutto di un mix di due fattori: la filosofia di fondo della società neo-liberista che ha in una delle figure chiave dei conservatori inglesi – Margareth Thatcher – la prima esecutrice nel Vecchio Continente, dopo la sua prima sperimentazione nella dittatura cilena di Pinochet e negli Stati Uniti di Ronald Reagan.

La “Lady di Ferro” affermava che non esiste la società ma solamente gli individui. Alcuni ce la faranno, altri creperanno.

Il secondo fattore, conseguente al primo è il collasso del sistema sanitario britannico, che in 10 anni ha conosciuto tagli pari al 30%, già abbondantemente congestionato prima dell’emergenza pandemica.

Secondo quanto riportato da un inchiesta della “FAZ” sul sistema sanitario tedesco, messo a confronto con quello britannico, che abbiamo citato in un un altro articolo: la Gran Bretagna che ha un sistema sanitario nazionale, ha un quinto degli abitanti in meno, poco più di 100 mila posti letto di cui 4 mila dedicati alla terapia intensiva, con un tasso d’occupazione del 92% – cioè è saturo praticamente – e ¾ di quelli della terapia intensiva, cioè circa 1.000 posti disponibili in terapia intensiva per questa emergenza.

Solo 1.000 i posti in terapia intensiva disponibili...

Come aveva evidenziato il programma laburista nel suo manifesto elettorale di cui avevamo fatto una sintesi ragionata, traducendo ampi stralci, il collasso del sistema sanitario ed in generale del social care sta in alcune cifre: “Ci sono 100.000 posti vacanti nelle NHS England, inclusa una carenza di 43.000 infermiere. Ci sono 15.000 posti letto in meno”.

Questo porta a gravi criticità a cui il Labour provvederà con un piano di emergenza e con uno stop alla privatizzazione del settore, che avrà un innalzamento delle risorse di almeno il 4,3% annuo. La parte dedicata alla questione sanitaria, non solo ospedaliera e non solo curativa, ma anche di prevenzione gratuita – tra cui un check-up dentistico annuale – è molto dettagliata e riguarda sia il miglioramento del servizio che le condizioni di lavoro. Si tratta di una rivoluzione culturale come testimonia questo breve passaggio: “aboliremo i fast-food vicino alle scuole e adotteremo regole più stringenti rispetto alla pubblicità di cibo spazzatura e ai livelli di sale nel cibo”.

È nella cura degli anziani che gli effetti dell’austerità si sono rivelati più letali. I tagli ai fondi per il Social Care hanno lasciato un milione e mezzo di persone anziane senza le cure di cui necessitano. Circa 8 miliardi sono stati espunti dai budget per il Social Care dal 2010″.

La costruzione di un Servizio di Cura Nazionale è una delle soluzioni adottate, che provvederà tra l’altro a colmare le carenze d’organico del settore. “Circa un milione e mezzo di persone lavorano nei servizi di cura, ma ci sono 100.000 posti vacanti”.

Questa la realtà dei fatti. Si tratta di un cinismo reiterato.

Tobby Helm, in un interessante contributo su “The Guardian” il primo luglio scorso riprende le conclusioni sconcertanti di una ricerca dell’Insitute for Public Policy Research (IPPR) secondo il quale ci sarebbero stati ben 130.000 morti dal 2012 al 2019 in Gran Bretagna dovute ai tagli della medicina preventiva.

Una cifra mostruosa che ci permette di capire le conseguenze concrete del neo-liberalismo partendo da tutti i tagli che hanno di fatto reso possibili patologie come attacchi di cuore, cancro ai polmoni e problemi di fegato generati da una filosofia della salute pubblica che ha cancellato ogni strategia preventiva – anche perché non lucrativa per la sanità privata – ed un “buon affare” per la white economy. In sintesi meglio far ammalare le persone, per poi lucrare sulla loro malattia, anziché prevenire le patologie.

Il governo conservatore ha avuto una prassi piuttosto “opaca” nella gestione dell’emergenza sanitaria, fino ad esplicitare oggi questo vasto progetto eugenetico su vasta scala.

Saranno i più vulnerabili a morire, tra questi probabilmente gli 1,9 milioni di pensionati che vivono sotto la soglia di povertà, coloro che soffrono di una vulnerabilità abitativa tale da soggiornare stipati in un appartamento in affitto (visto che l’auto quarantena è l’alfa e l’omega dei suggerimenti governativi), gli “hidden homeless” cioè i senza-casa che vivono negli accampamenti alle periferie delle grandi città impossibilitati a potere seguire ogni minima prescrizione igienica, e le fasce meno protette della working class che con contratti “a zero ore” ed una paga irrisoria, o finti “lavoratori autonomi” saranno costretti ad andare al lavoro anche se malati.

L’ultima scena del recente film di Ken Loach “Sorry, We missed you”, in cui il protagonista finto lavoratore autonomo è costretto ad andare a lavorare nonostante le pesanti conseguenze di un pestaggio subito, non appare oggi una iperbole distopica ma a maggiore ragione una puntuale e tragica descrizione della realtà odierna.

Come ha scritto giustamente Dawn Foster su “Jacobin” «come impedisci alle persone di andare al lavoro quando potrebbero essere malate, se il farlo risultasse finanziariamente proibitivo per loro?»

La differenza dell’aspettativa di vita già oggi in Gran Bretagna tra i più ricchi ed i più poveri è 9,4 anni per gli uomini e 7,4 per le donne, e come è stato calcolato prendendo la metro da Westmister a Cannin Town nella city, per ogni fermata che si allontana dal centro l’aspettativa di vita dei suoi abitanti si abbassa di un anno.

Così nessuna misura è stata presa per ora, salvo il rinvio delle elezioni municipali, per cui si sarebbe dovuto eleggere il sindaco di Londra, a differenza della Francia che le ha mantenute...

Si raccomanda alle persone che hanno la febbre a più di 37,8 gradi centigradi o che tossiscono di mettersi in quarantena per una settimana, si vietano le gite scolastiche all’estero e si raccomanda ai più anziani di non andare in crociera!

Addirittura sono state autorizzate le visite nelle case di riposo, come ha affermato Jeremy Hunt, in continuità con una gestione criminale che si è caratterizzata per l’assenza di test sui passeggeri in zone a rischio.

Non si sono vietati alcuni avvenimenti di massa come le corse ippiche a Cheltenham, per cui si aspettano 60 mila spettatori e il match di rugby a Cardiff tra Galles e Scozia, con 75 mila spettatori attesi questo fine settimana.

Questo è quanto.

Fonte

22/04/2018

A scuola di ferocia

Trattare gli episodi di violenza nei confronti degli insegnanti con toni moralistici, pietistici o, peggio, invocando la perdita di generici orizzonti valoriali, appare limitante e, in alcuni casi, addirittura fuorviante.

Studenti, insegnanti e lavoratori sono sottoposti da decenni a una vera e propria scuola di ferocia e di darwinismo sociale.

“La politica è manovrata da un’ideologia supercompetitiva altamente diffusa che reca il messaggio secondo il quale se si vuole sopravvivere nella società è necessario ridurre i rapporti sociali a forme di guerriglia sociale. Sono troppi i giovani oggi che imparano troppo presto che il loro destino dipende da una responsabilità individuale, indipendentemente da relazioni strutturali più ampie.” Così scriveva nel 2015 Henry Giroux, studioso americano e padre della pedagogia critica, attaccando il modello di società perseguito dal neoliberalismo autoritario.

Gli effetti dell’ipercompetitività aggressiva e sempre più violenta sono sotto gli occhi di tutti e stanno aumentando vistosamente anche nel mondo della scuola.

Le reiterate violenze sugli insegnanti da parte di genitori e studenti, registrate dalla cronaca negli ultimi anni, sono la manifestazione più evidente dell’etica della sopraffazione, propria di un modello di società fondato sulla logica dell’homo homini lupus. La cosiddetta “comunità educante” si è trasformata, al di là delle tanto sbandierate politiche dell’inclusione, in luogo di atomizzazione sociale e di esclusione. Tutto ciò è stato reso possibile per mezzo del setaccio dell’insegnamento/apprendimento per competenze, basato sul paradigma della competitività.

Gli studenti, a partire dalla scuola primaria fino ad arrivare alla secondaria di secondo grado, sono costantemente sottoposti a un tour de force meccanico e omologante di misurazione e quantificazione delle competenze. In realtà questa è soltanto la faccia di un prisma, distinguibile ma non separabile dal sistema complessivo. Parlare di sistema complessivo significa far riferimento a un’architettura sociale costruita su vari livelli di competizione integrata, sull’individualismo e sulla disintegrazione di ogni forma di solidarietà.

Solo per fare un esempio, qualche mese fa abbiamo letto notizie riguardanti istituti scolastici che vantavano, nelle loro presentazioni, un’utenza “scremata”, quella dei figli della buona borghesia italiana, ma che, soprattutto, ostentavano un’utenza priva di soggetti indesiderati. Orgogliosamente, il liceo romano Quirino Visconti si offriva sul mercato con questi termini: “Le famiglie che scelgono il liceo sono di estrazione medio-alta borghese, per lo più residenti in centro, ma anche provenienti da quartieri diversi, richiamati dalla fama del liceo. Tutti, tranne un paio, sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile. Tutto ciò favorisce il processo di apprendimento”.

Si potrebbe pensare che la selezione dell’utenza operata da alcuni istituti costituisca un’eccezione nella scuola dell’inclusività. In realtà lo stesso vessillo dell’inclusività, tanto sbandierato in tutte le sue forme, si tratti di BES, DSA o disabilità, è semplice falsa coscienza. Nel documento del MIUR sul “Supporto all’inclusione scolastica” si legge: “I principi che sono alla base del nostro modello di integrazione scolastica – assunto a punto di riferimento per le politiche di inclusione in Europa e non solo – hanno contribuito a fare del sistema di istruzione italiano un luogo di conoscenza, sviluppo e socializzazione per tutti, sottolineandone gli aspetti inclusivi piuttosto che quelli selettivi”. Al di là del proclamato spirito inclusivo, l’attuale forma assunta dall’inclusione si traduce da un lato in una forma di parossismo classificatorio, utile alla contabilizzazione, alla gerarchizzazione delle competenze – si certifica ciò che uno può e sa fare e cosa da lui si può spremere, anche se disabile – e dall’altro in uno strumento di controllo e di sorveglianza di massa da parte dell’attuale società autoritaria di mercato.

Nella legge 107 del 2015, l’ultima e la più radicale delle controriforme della scuola, lo studente viene tracciato e inserito in una filiera che metterà a servizio del mercato una serie di informazioni utili al suo sfruttamento futuro come forza lavoro potenziale: “Tali insegnamenti […] sono parte del percorso dello studente e sono inseriti nel curriculum dello studente, che ne individua il profilo associandolo a un’identità digitale e raccoglie tutti i dati utili anche ai fini dell’orientamento e dell’accesso al mondo del lavoro, relativi al percorso degli studi, alle competenze acquisite.”

In questa dimensione parcellizzata e segmentata, ciascun soggetto è isolato ed escluso rispetto all’altro e la stessa relazione umana tra docente e studente, condizione imprescindibile di ogni azione educativa, viene a mancare. L’insegnante diviene un mero certificatore con il compito di valutare livelli di performance, pretese “competenze civiche” (vedi il caso degli studenti sanzionati per aver criticato l’alternanza scuola – lavoro) e assume il ruolo di fiancheggiatore delle imprese nella valutazione degli studenti.

Questa scuola della competizione alimenta forme di aggressività e di paura dell’esclusione. Ecco che le valutazioni negative, le sanzioni disciplinari, i semplici rimproveri, possono essere percepiti da studenti e famiglie – peraltro sempre più invadenti – come una sorta di anticamera dell’esclusione sociale. Nella società della competizione generalizzata e globale, dell’individualismo aberrante e della lotta di tutti contro tutti, non è ammessa sconfitta. Questa, infatti, si traduce nel fallimento e nell’emarginazione. Da tale senso di sconfitta e di frustrazione possono scaturire rabbia e violenza nei confronti della funzione valutativa svolta dal docente nell’ambito del sistema scolastico neoliberista.

Tutto ciò è fortemente corroborato da un modello sociale che criminalizza la solidarietà, che implementa violenza e ferocia contro gli ultimi e che, nel gioco al massacro generalizzato prodotto da una concorrenza onnivora, emargina e colpevolizza gli sconfitti.

Quanto sta accadendo in Italia rappresenta una tendenza presente in altri paesi europei ormai da anni. In Francia, da molto tempo, a causa di insulti, minacce e aggressioni, gli insegnanti sono stati costretti a ricorrere a una polizza assicurativa speciale per tutelarsi in caso di violenze subite ad opera di genitori e studenti.

L’insegnante odierno ha un ruolo specifico: se un tempo accompagnava i ragazzi nel processo di crescita ed emancipazione culturale in senso lato, oggi è diventato un mero strumento della società ipercompetitiva e deve limitarsi ad applicare le regole della competizione, a misurare e a valutare i livelli di performance. D’altronde gli stessi studenti hanno la chiara percezione dello svilimento della professione insegnante che si traduce in crisi dell’autorevolezza del docente.

La scuola è dunque un osservatorio privilegiato e un laboratorio formativo nel quale si sperimentano nuove forme di ingegneria e di gerarchizzazione sociale, ispirate a una serie di “valori”, tutti ovviamente funzionali al mercato.

La ferocia alla quale si abbandonano spesso genitori e studenti non può essere archiviata come mero nichilismo. Esiste oggi un solo e unico valore, quello del profitto, con la sua ferocia, con la sua violenza, con la sua criminalizzazione di ogni forma di solidarietà.

Fonte

11/03/2017

La svolta renziana: affamare gli anziani con teorie selettive e anti-umane

Peppino Caldarola non è un rivoluzionario di professione. Anzi, la sua biografia è l'esatto opposto della nostra o di quelle che ci piacciono. Ex Psiup, poi nel Pds, parlamentare membro del Comitato parlamentare di controllo sui Servizi segreti. Poi dal 2006 al 2008 presidente dell'Associazione parlamentare di amicizia con Israele. Vicedirettore di Rinascita e quindi direttore de l'Unità.

Insomma, è stato molto interno ai palazzi del potere e avversario acerrimo di tutto quel che si è mosso all'opposizione, sociale e politica, in questo paese. E infatti questo articolo non è stato scritto per noi, ma è apparso su uno dei più seguiti giornali online, Lettera 43.

Proprio per questo la sua lettura della proposta avanzata dal Pd renziano assume un "valore di prova" di quanto andiamo scrivendo da anni. Ossia che il programma del capitale multinazionale, ben riassunto dalla tecnoburocrazia dell'Unione Europea e dunque dai singoli governi nazionali è semplicissimo: DOVETE MORIRE.

*****

Il Pd ha in mano la proposta più indecente per far uscire l’Italia dalla crisi: tassare i più vecchi e avvicinarli alla morte con una progressione negli stenti.

E poi dice che uno si butta a sinistra (cit. Totò). Dopo aver letto l’intervista alla Stampa dell'ex sottosegretario Nannicini, che fa coppia con l’altro economista di governo, Taddei, messo ai vertici del Pd da Civati e diventato in 24 ore renziano, non ci resta che piangere. E qui le citazioni sono finite perché ti vengono davvero le lacrime al pensiero che quello che probabilmente è ancora il partito più forte dell’area di centro-sinistra ha in mano la proposta più indecente per far uscire l’Italia dalla crisi: tassare gli anziani.

DA NANNICINI UNA CULTURA SELETTIVA ORRIBILE. Dice il prode Nannicini che gli anziani dovrebbero dare di più al fisco di quelli più giovani. Non si capisce se è prevista una progressività per cui un ottantenne non autonomo dovrebbe pagare più tasse di un quarantenne forte e sicuro di sé. La seconda idea (chiamiamola così) dell’economista bocconiano (ma a chi danno la cattedra in quella famosa università?) prevede che anche per i salari si adotti lo stesso criterio. Siamo l’unico Paese, dice Nannicini, in cui i salari salgono con l’età mentre in tutto il mondo avviene il contrario. Non so se ha davvero studiato la comparazione mondiale dell’evoluzione salariale, ma so che quello che dice Nannicini esprime una cultura selettiva orribile.

Non vale la pena argomentare su quel che serve ai più anziani per campare e quindi sull’obbligo civile di tutelarli invece che avvicinarli alla morte con una progressione negli stenti. Quello che colpisce nelle teorie del Nannicini è la cultura profonda. Il conflitto generazionale diventa l’asse del processo dei riformatori renziani. Altri si attardano sul conflitto di classe, altri ancora ragionano sull’alto della piramide contro il basso della piramide, il meglio delle teste pensanti dell’economia mondiale si interroga sulle diseguaglianze e le mette in rapporto al modello del turbo-capitalismo finanziario. In Italia no. Il bocconiano Nannicini, che nasce a sinistra con un papà di sinistra, decide che il conflitto supremo, essendo quello fra giovani e vecchi, deve vedere questi ultimi puniti nel procedere dell’età.

GLI ANZIANI PIÙ POVERI COME CITTADINI DI SERIE B. In Toscana, oltre al Conducator d’eccellenza, è nato il Carlo Marx dei ricchi. Perché immaginate se un vecchio ricco ha il problema della progressione fiscale. Ce l’avrà il vecchio povero o buon borghese, che poco alla volta dovrà, a mano a mano che cresceranno le esigenze di cura, scoprire che le tasse gli toglieranno parte di quel che ha guadagnato. Capite il concetto? «Quel che ha guadagnato».

LE TEORIE ANTI-UMANE DEI RENZIANI. Nannicini ha iniziato l’intervista alla Stampa dicendo che i suoi ispiratori sono Gramsci e Veltroni. Ho letto Gramsci e se fossi un parente querelerei Nannicini, lo potrebbe fare l’istituto che porta il suo nome se non fosse diventato renziano. Conosco Walter e mi dispiaccio quando vedo il suo nome accostato a questo darwinismo sociale francamente disgustoso. Il Lingotto di Renzi darà vita a teorie selettive e anti-umane che fanno sperare che lui e i renziani non tornino mai più al governo. Invecchierai anche tu Nannicini con i tuoi coetanei che ti inseguiranno con i forconi.

da http://www.lettera43.it 

Fonte