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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/04/2021

Brancaccio - Ipocrisie borghesi sulla catastrofe climatica

RAI radio uno – Eresie – 23 aprile 2021 – In occasione del vertice sul clima i leader mondiali riprendono l’idea di Greta secondo cui la battaglia contro il riscaldamento globale è una questione di conflitto generazionale, tra vecchi inquinatori e giovani vittime che ne pagheranno le conseguenze. Ma questa interpretazione nasconde un altro conflitto, tra ricchi e poveri, che è ancor più rilevante per i destini della crisi ecologica. Come anche il FMI riconosce, c’è un enorme problema di distribuzione dei costi dell’abbattimento delle emissioni inquinanti, tra le nazioni più e meno sviluppate e tra le classi sociali. Una lotta di classe irrisolta, che lascia in sospeso la tremenda minaccia di una possibile catastrofe climatica. Come ogni venerdì su RAI radio uno, il commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.


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11/02/2021

Finché c’è vita vai a lavoro: l’amara ricetta dell’Unione Europea

Nel processo ormai trentennale di smantellamento dello Stato sociale in Italia e in Europa, alle pensioni è spettato e continua a spettare il ruolo di boccone prelibato, oggetto di furiosi attacchi reiterati volti alla progressiva riduzione dei diritti pensionistici dei lavoratori. Da diversi anni l’Unione europea è in prima linea nel delineare in modo preciso e martellante le tappe dell’austerità pensionistica. Raccomandazioni, moniti, lettere, linee guida. Tutto converge verso lo stesso obiettivo: ridurre all’osso il pilastro previdenziale pubblico per favorire la previdenza privata, dietro cui si annidano i giganteschi interessi degli intermediari finanziari (banche, assicurazioni, società di investimento).

Per favorire questo processo, per anni si è attivata una campagna assillante basata sulla presunta insostenibilità dei sistemi previdenziali in un’epoca di invecchiamento della popolazione. Si è agitato lo spettro di conti pensionistici descritti in modo tendenzioso come al collasso e si è fatto leva su un falso senso di “giustizia” intergenerazionale contro gli avidi anziani divoratori di pensioni pubbliche pagate dai giovani precari. La fase pandemica, anziché portare all’allentamento di questa pressione, la sta esacerbando tramite quell’architettura di strumenti pensati ad arte per scambiare denaro con diritti sociali.

Il Recovery fund è la chiave di volta di questo ricatto. Come noto, il piano di prestiti e aiuti in via di definizione avrà una condizionalità esplicita, prevedendo come prerequisito di accesso il rispetto delle raccomandazioni del semestre europeo, ovvero il rispetto di quell’insieme di linee guida di politica economica che l’UE ogni anno definisce e si impegna a far osservare agli Stati membri. Tra queste l’austerità pensionistica. La non osservanza di quelle linee guida, porterebbe, in tempi “ordinari”, all’ostilità dei mercati, a sua volta scatenata da un atteggiamento punitivo della Banca centrale europea che condiziona la propria linea di difesa dei debiti pubblici dei paesi all’osservanza della retta via. A questa strada di ricatto “ordinario” si aggiunge in questi tempi quella ancora più cogente e diretta dei prestiti e degli aiuti condizionati alla linea dell’austerità.

Ma andiamo a vedere in modo più diretto cosa ci dicono le raccomandazioni del semestre europeo in tema pensionistico, riportate nel documento di Economia e finanza redatto dal MEF per il 2020. Alla spesa pubblica e in particolare alla spesa pensionistica spetta proprio il posto d’onore. Ecco qui la raccomandazione numero 1: “Per quanto riguarda la politica di bilancio, si raccomanda di perseguire la riduzione del rapporto debito/PIL, la revisione della spesa pubblica e la riforma della tassazione, nonché di non invertire precedenti riforme in materia pensionistica e di ridurre la spesa pensionistica”.

Il risvolto concreto, nel caso specifico dell’Italia, suona forte e chiaro: dobbiamo ridurre la spesa pensionistica e non invertire le precedenti riforme, ovvero lasciar che l’impianto disegnato con le riforme del 2010-2011, le ultime della lunga serie di interventi restrittivi iniziati nel 1992, rimanga inalterato. Quelle norme per cui si va in pensione a 67 anni senza se e senza ma e che piano piano porteranno l’età di accesso alla pensione dai 67 anni ai 68, poi ai 69, ai 70 e così via tramite l’adeguamento automatico all’evoluzione della speranza di vita.

A leggere le raccomandazioni dell’UE, sembra quasi che quota 100 non esista. Non si tratta, però, di una svista. È vero, i liberisti più oltranzisti volevano sbarazzarsi di questa recente riforma a ogni costo, ma niente paura, ci ha già pensato il tempo ad abolirla. Per quanto Salvini possa fingere di non ricordarlo, quota 100 è stata pensata come misura sperimentale a termine, di durata triennale. Nessuno dovrà quindi nemmeno prendersi la briga di abolirla per tornare agli effetti della legge Fornero, perché il 2021 sarà il suo ultimo anno di applicazione. 

Mentre il governo giallorosso, già prima dell’attuale crisi politica, traccheggiava e prendeva tempo cercando di elaborare soluzioni di transizione graduale dalla fine di quota 100 al ritorno del regime Fornero, l’UE riprendeva a martellare sul tema previdenziale partorendo un emblematico libro verde dal titolo “on ageing” sull’invecchiamento e la solidarietà intergenerazionale.

Il libro verde, pubblicato pochi giorni fa, è la perfetta illustrazione dei fondamenti teorici e ideologici della filosofia del conflitto intergenerazionale e della conseguente ricetta dell’austerità pensionistica predicata e attuata dalle istituzioni europee e dai governi nazionali.

Ecco il punto di partenza: “è probabile che un numero maggiore di pensionati e un numero minore di persone in età lavorativa possano condurre ad aliquote contributive più alte e tassi di sostituzione più bassi per garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche. Tali sviluppi potrebbero caricare sulle generazioni più giovani un doppio fardello e, quindi, sollevare questioni di equità intergenerazionale”.

Tradotto in estrema sintesi: se ci sono più pensionati e meno giovani al lavoro il risultato non potrà che essere o la diminuzione delle pensioni future o l’aumento dei contributi, pesando sulle giovani generazioni. 

L’idea è quella di dover stabilizzare il cosiddetto indice di dipendenza, ovvero il rapporto tra popolazione non in età da lavoro e popolazione in età da lavoro. Naturalmente, in presenza di invecchiamento demografico, se l’indice deve essere stabilizzato occorre necessariamente diminuire la popolazione non attiva, restringendone il campo tramite l’aumento dell’età legale di pensionamento. Non vi sarebbe altra scappatoia possibile. Si afferma addirittura a chiare lettere che, nell’ottica della stabilizzazione, mediamente a livello europeo l’età pensionabile dovrebbe presto giungere a 70 anni con valori lievemente disomogenei tra paesi (71 nel caso dell’Italia).

Ecco qui i termini della soluzione prospettata: “I sistemi pensionistici potrebbero sostenere vite lavorative più lunghe modificando l’età pensionabile e i requisiti di carriera, le aliquote di rendimento o i benefici pensionistici in maniera automatica, in modo tale da riflettere una più lunga aspettativa di vita. Limitare il pensionamento anticipato a casi oggettivamente garantiti, stabilire un diritto generale a lavorare oltre l’età pensionabile e prevedere sistemi di pensionamento flessibili sono tutti elementi che potrebbero rendere i sistemi pensionistici adeguati e sostenibili”.

In breve: aumento dell’età pensionabile e diminuzione delle pensioni in essere in modo da riflettere in modo automatico l’aumento della speranza di vita. E stretti limiti ad eventuali eccezioni alla regola. Naturalmente, se ciò comporta aumenti soverchianti di età pensionabile e pensioni da fame, non dovremmo però preoccuparci: “Pensioni complementari di alta qualità, sicure ed efficienti dal punto di vista dei costi, che integrino gli schemi pensionistici obbligatori, possono fornire risparmi pensionistici ulteriori. Politiche volte a facilitare e incoraggiare la partecipazione alla previdenza complementare dovrebbero prendere in considerazione i costi fiscali e gli effetti distributivi...”. Ci pensa insomma la previdenza complementare ad integrare le nostre pensioni future! Quella gestita dai privati tramite gli affidabili fondi che investivano in Lehman Brothers.

Il punto è allora, evidentemente, un altro: la redistribuzione, logica e inevitabile, deve passare, secondo i detrattori delle pensioni pubbliche, per l’obolo del profitto privato degli intermediari finanziari e per i rischi spaventosi dell’instabilità finanziaria dei loro investimenti. Una bella prospettiva per milioni di lavoratori futuri pensionati!

Questo futuro così fosco dipinto come destino inevitabile è però nient’altro che una medicina amara che vorrebbero farci ingoiare dietro false rappresentazioni e ricatti istituzionali: le false narrazioni dei conti pensionistici in rosso e dei giovani sfruttati dai vecchi e i meccanismi istituzionali del ricatto permanente di cui il Recovery Fund è in questa fase il più potente strumento. 

Una medicina amara da rispedire energicamente al mittente assieme al pacchetto di ricatti che le fa da contenitore, assieme ad una brevissima e chiara nota esplicativa al margine: l’aumento dell’aspettativa di vita media, peraltro tristemente rallentato dalla crisi negli ultimissimi anni, è soltanto una buona notizia per l’umanità. Non deve e non può rappresentare la scusa per allungare indefinitamente l’età da lavoro, ma al contrario, anche grazie al progresso tecnico che accorcia i tempi di lavoro necessario, è l’occasione per allungare i tempi della vita dedicati al riposo e alla realizzazione personale e sociale. Le pensioni non vanno diminuite, ma vanno aumentate. I meccanismi di uscita dal mercato del lavoro devono garantire una significativa flessibilità di scelta senza che ciò comporti una decurtazione drastica dell’assegno pensionistico. Il finanziamento della spesa pensionistica infine è un problema inesistente: lo si garantisce attraverso tre strade non necessariamente alternative ma che si rafforzano a vicenda: tramite il raggiungimento della piena e buona occupazione che garantisce un aumento del montante contributivo; tramite la leva fiscale se necessario, con imposte fatte pagare a chi ha molto; tramite, infine, il ricorso alla spesa in deficit. Proprio quegli strumenti che l’austerità e il liberismo ci hanno sottratto da troppo tempo.

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06/09/2020

Contro tutti i lavoratori: vecchi, giovani, donne e uomini

Da mesi ormai le sirene dei difensori più strenui del libero mercato suonano, scandalizzate, ogni qual volta si parla della norma sul blocco dei licenziamenti, introdotta dal Governo per i mesi della quarantena forzata, prorogata poi per tutto il 2020 a seguito della gravissima crisi economica innescata dalla pandemia e dalle relative misure di contenimento dei contagi. Su quella norma si è detto un po’ di tutto: che alla lunga non potrebbe che favorire la disoccupazione, che non sarebbe sostenibile per le imprese, che violerebbe i cardini dell’economia di mercato, e così via.

Il tema stavolta viene ripreso da Federico Fubini sul Corriere della Sera di pochi giorni fa e poi rilanciato con enfasi dal giornale online Open fondato da Enrico Mentana con i seguenti titoli evocativi: “Lavoro e lockdown: Il blocco dei licenziamenti? Pagano le donne e i giovani” e “Il blocco dei licenziamenti salva gli over 50: a pagarne le conseguenze sono donne e giovani”.

La tesi, stando ai critici del blocco dei licenziamenti, è che l’impossibilità di licenziare avrebbe scaricato i costi del crollo della produzione sugli unici soggetti sostanzialmente licenziabili, ovvero i lavoratori precari privi di tutele e di ammortizzatori sociali: i lavoratori a tempo determinato, quelli a progetto o le partite IVA che, scaduto il contratto di collaborazione, non sono stati più richiamati (senza contare tutti quei lavoratori del tutto privi di contratto). Lavoratori, questi ultimi, privi di ogni ammortizzatore sociale e di quella cassa integrazione usata in questi mesi per coprire il vuoto lavorativo e di stipendio determinato dal blocco coatto della produzione prima e dalla successiva crisi poi.

Fubini ci ricorda che da febbraio a luglio sono stati persi 598.000 posti di lavoro come conseguenza della crisi, alla faccia di chi ci parla di ripresa e di chi vergognosamente commenta il modestissimo rimbalzo occupazionale degli ultimissimi mesi. Dato il blocco dei licenziamenti dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato, si è evidentemente trattato di lavoratori precari. Ne segue questo ragionamento: siccome i precari sono per lo più giovani, la crisi si è scaricata sui giovani per colpa di un provvedimento insostenibile dal punto di vista economico, il blocco dei licenziamenti dei lavoratori non precari. A latere, si aggiunge una sciatta analisi di genere per cui, siccome i settori più colpiti dalla chiusura forzata delle attività economiche sono stati commercio al dettaglio, ristorazione, turismo, moda e spettacolo – settori in cui l’occupazione precaria e femminile è percentualmente molto rilevante, ragion per cui si può affermare che i costi della crisi si sono scaricati, di fatto, oltre che sui giovani, sulle donne. Rincara la dose la redazione di Open: “c’è un’Italia che a livello lavorativo non è stata toccata – o quasi – dagli effetti della pandemia, e un’altra che si è fatta carico degli oneri e dell’impatto della crisi sanitaria, quella dei giovani e delle donne”. E ancora in chiusura: “Ancora una volta dunque una crisi divide un’Italia a doppia velocità: a farne le spese sono sempre donne e giovani”.

Che approccio c’è dietro a questa mera citazione di dati statistici di genere e di età? E perché questo approccio è molto pericoloso ed è il più classico dei cavalli di Troia di una cultura che vorrebbe destrutturare definitivamente l’unità della classe lavoratrice?

Ben tre sono i luoghi comuni del pensiero economico dominante che si celano tra quelle righe, espressi da altrettante dicotomie deboli, erette a chiave di lettura dei rapporti economici al fine di nascondere la dicotomia essenziale: quella tra capitale e lavoro.

La dicotomia lavoratori protetti contro lavoratori non protetti. Nella vulgata liberista i primi sarebbero i responsabili oggettivi della condizione dei secondi: in un mondo di risorse scarse con poche opportunità di lavoro, se concedo troppo a qualcuno dovrò concedere troppo poco a qualcun altro. Salari troppo elevati contrattati da sindacati intrusivi, eccesso di rigidità in entrata e in uscita sul mercato del lavoro e limitata libertà di licenziamento per i lavoratori cosiddetti garantiti sarebbero dunque le cause profonde che giustificano l’esistenza di una massa di lavoratori non garantiti a salari bassi.

Nello specifico della crisi da Covid-19: se le imprese sono in crisi e devono liberarsi di manodopera e lo Stato non consente loro di farlo, l’unico modo per tamponare le perdite è scaricare tutti i lavoratori non garantiti al loro destino. Sarebbe allora l’eccesso di garanzie di alcuni a determinare la triste sorte degli altri. La proverbiale guerra tra poveri e poverissimi insomma.

Ma chi scompare in questa lettura dei rapporti economici? Da un lato, la crisi stessa e le sue cause profonde, assieme all’unico soggetto che potrebbe davvero arginarla (lo Stato); dall’altro, la controparte sociale dei lavoratori, ovvero i capitalisti. La perdita di posti di lavoro provocata dalla crisi può essere arginata e superata solo ricreando quei posti di lavoro che i soggetti privati in condizioni di carenza di domanda di beni e servizi non sono in grado di garantire. Lo può fare soltanto lo Stato attraverso investimenti pubblici che riattivino il meccanismo di produzione-occupazione-consumo-produzione, magari fino al raggiungimento del pieno impiego.

Allo stesso modo nella narrazione dominante scompare il capitale e il rapporto di produzione capitalistico. Si dà per assunto che la distribuzione del reddito tra salari e profitti sia un dato immodificabile e dipendente dai meccanismi di mercato. A profitto invariabile e a livello di produzione dato, la torta che resta per i lavoratori andrebbe spartita più equamente tra i lavoratori stessi, tra i precari e i garantiti, tra i più abbienti e i meno abbienti.

L’aspetto paradossale dell’analisi peraltro è che l’articolista ammette che il Governo, con lo sforzo della cassa integrazione, è riuscito a salvare posti di lavoro paragonando il caso dell’Italia con quello degli Stati Uniti: “Se l’obiettivo era preservare i rapporti di lavoro, in parte ha funzionato; lo ha fatto, almeno, in confronto a un paese dove non è stato fatto niente di simile come gli Stati Uniti. Lo U.S. Bureau of Labour Statistics mostra che il numero degli occupati in America è crollato dell’8,7% fra marzo e giugno, mentre l’Istat fa vedere che in Italia il calo fra febbraio e giugno è stato del 2,57%. Il nostro Paese ha preservato una proporzione maggiore di posti, pur subendo una recessione più violenta. La cassa integrazione e il blocco dei licenziamenti in questo hanno avuto l’effetto desiderato dal governo”.

Tuttavia a questo primo passaggio si aggiunge che questo salvataggio, riuscito, ha però come rovescio della medaglia una distribuzione dei suoi costi a sfavore delle categorie più svantaggiate identificate come detto nei precari, nei giovani e nelle donne. L’aspetto curioso della questione è che se si ammette che lo Stato, spendendo, è in grado di salvare posti di lavoro, non si capisce perché non dovrebbe essere in grado, sempre spendendo, di salvarne altri (per i precari lasciati ai margini) o crearne di nuovi attraverso investimenti pubblici. Se il meccanismo funziona perché non applicarlo fino in fondo?

Sulla stessa falsariga si inserisce la retorica dello scontro tra vecchi e giovani. Non è certo nuova l’operazione ideologica che vorrebbe disegnare uno scontro generazionale epocale tale per cui le pessime condizioni di vita e lavoro delle nuove generazioni dipenderebbero dal tenore di vita insostenibile delle vecchie generazioni, ritenute iper-garantite avendo vissuto negli anni delle vacche grasse – che però esistono solo nei sogni dei portaborse dei padroni. L’identificazione tra giovane e precario sarebbe la prova di questo insanabile conflitto da cui è possibile uscire, ancora una volta, soltanto togliendo qualcosa a chi ha un po’ di più, i vecchi, per darla a chi ha un po’ meno, i giovani. Che non salti in mente a nessuno che il problema non sono né le pensioni degli anziani né i salari decorosi della generazione più matura, ma proprio il precariato e lo smantellamento del diritto del lavoro avvenuto dagli anni ’90 in poi.

Infine, il conflitto tra uomini e donne. Qui scadiamo semplicemente nel ridicolo, o meglio nell’irresponsabile svilimento di una questione importantissima come quella di genere, nei suoi nessi cruciali con il mercato del lavoro. Senza alcuna analisi dei motivi strutturali del maggior tasso di precariato delle donne rispetto agli uomini e menzionando solo la maggior presenza delle donne nei settori più esposti al calo della produzione di questi mesi, si dipinge sic et simpliciter una crisi che andrebbe a colpire le donne più degli uomini, simulando così un altro scontro fittizio che va a comporre il puzzle delle dicotomie fuorvianti.

Tutto per rinfocolare quella cultura che ad ogni costo vorrebbe nascondere, tramite finte dicotomie e vacui capri espiatori, l’unico vero scontro esistente, quello tra sfruttati e sfruttatori.

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20/08/2020

Tutto il potere ai mercati, dunque a Draghi

Dietro il discorso di Draghi al meeting di Cielle c’è una realtà che va conosciuta e capita per bene, altrimenti si fanno chiacchiere sulla base di “sentito dire” o, peggio ancora, del “mi piace/non mi piace”.

Molti editorialisti si sono concentrati sull’ennesima “innovazione lessicale” dell’ex governatore di Banca d’Italia e Bce (e anche ex vice-presidente di Goldman Sachs, a voler essere un po’ informati): la distinzione tra “debito buono”, impiegato per investimenti e formazione, e “debito cattivo” finalizzato a “sussidi”.

Sembra un’ovvietà, come molte altre innovazioni lessicali. Ma il contesto finanziario occidentale in cui questa distinzione viene ricordata le conferisce un significato concreto, anche politicamente rilevante: i mercati compreranno di preferenza i titoli di Stato emessi da quei Paesi che faranno debito del primo tipo, e puniranno quelli che sussidiano le fasce deboli della popolazione impoverite o azzerate dalla crisi.

Non è una nostra interpretazione maligna, ma una semplice constatazione che possiamo trovare anche in autorevoli editoriali di testate specializzate in finanza (il sempre preciso Guido Salerno Aletta...).

I termini strutturali del problema sono questi:

a) gli Stati, nell’epoca neoliberista del capitalismo occidentale, sono stati privati del potere di “stampare moneta”, trasformando le banche centrali in istituzioni “indipendenti” dal potere politico. L’Italia in questo è stata all’avanguardia, visto che già nel 1981, il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta (il maestro di Prodi e tanti altri), decretò la separazione tra il suo ministero e la Banca d’Italia. Di fatto, quest’ultima non poteva più partecipare alle aste di collocamento dei titoli di Stato, e quindi il nuovo debito pubblico (o il rifinanziamento di quello vecchio) poteva essere finanziato solo dai “mercati”. I quali pretendevano una remunerazione maggiore, facendo scendere il prezzo di quei titoli e aumentando perciò la spesa pubblica in interessi. La motivazione va ricordata: siccome i governi d’allora “spendevano troppo”, si disse che in questo modo sarebbero stati costretti ad essere più “austeri”, a limitare la spesa. Piccola nota: allora il rapporto debito/Pil era intorno al 60%...

b) ma gli Stati, oltre alle normali spese istituzionali (amministrazione pubblica, esercito, polizie, sanità, istruzione, welfare, ecc.), in caso di crisi debbono comunque garantire una rilevante copertura delle perdite generate dal settore privato. È avvenuto nel 2008-2009, sta accadendo ora su scala mondiale. Per fare questo, non potendo “stampare moneta”, debbono indebitarsi chiedendo prestiti ai “mercati”. Ossia ai grandi investitori professionali, come banche d’affari, assicurazioni, fondi di investimento, ecc.

c) la moneta, in caso di crisi, viene creata dal nulla dalle banche centrali (Federal Reserve, Bce, Bank of England, ecc.), ma non può essere girata agli Stati. Solo i grandi “investitori professionali” possono ottenerla, “vendendo” a prezzo intero alle banche centrali i titoli in loro possesso (di Stato o privati, come azioni, prodotti derivati, ecc.) che a causa della crisi non valgono più nulla. Con il quantitive easing delle banche centrali, in altre parole, si “salva il sistema finanziario privato” ossia gli investitori professionali – sostituendo carta straccia con nuova moneta creata dal nulla.

d) con quella moneta “i mercati” comprano il nuovo debito pubblico che gli Stati (o addirittura l’Unione Europea, per la prima volta con il solo Recovery Fund) sono costretti ad emettere per salvare il sistema delle imprese a rischio fallimento.

e) ma il debito fatto dagli Stati dovrà essere ripagato. E poiché gli Stati, in epoca neoliberista, non possono più far conto su un sistema di imprese pubbliche che genera profitti, quel debito dovrà essere “onorato” spremendo le rispettive popolazioni. Cosa che si può fare solo aumentando le tasse, vendendo patrimonio pubblico (imprese, immobili, terreni, monumenti, ecc) e/o tagliando la spesa pubblica “improduttiva”; ossia sanità, istruzione, pensioni, assegni sociali, edilizia pubblica, ecc. È la storia degli ultimi 40 anni...

Dov’è la novità?

Con la pandemia da Covid-19 la scala di intervento richiesta agli Stati diventa tale che non si può più “agire col bisturi” sulla spesa pubblica, tagliando qualcosina qui, un po’ di più lì, rinviando questo o anticipando quello. Ora serve la scure.

Perché tutto il poco che c’è dev’essere dato al sistema delle imprese, per definizione descritto come l’unico che può “creare ricchezza, lavoro, occupazione” (non è vero e proprio la storia dell’economia mista italiana lo dimostra, ma con l’ideologia neoliberista non si discute).

E qui torniamo alla distinzione di Draghi tra debito buono e debito cattivo. La spesa per sostenere il sistema privato è “buona”, quella per i servizi o i “sussidi” alla popolazione è “cattiva”.

A deciderlo non è né una teoria macroeconomica, né un’istituzione politica superiore. Sono soltanto i mercati, che comprano già ora e compreranno titoli degli Stati a seconda di come questi spendono i propri soldi. Quelli che pensano anche in qualche misura (pur minima) alla popolazione saranno “schifati”, dunque sarà lasciato salire lo spread, avranno un voto sempre più basso dalle agenzie di rating (poche, tutte statunitensi e controllate dagli “investitori professionali”). Fino al disastro economico e sociale.

Di fatto, “i mercati” commissariano le politiche dei governi, subordinandoli.

Detta così, però, i colpevoli sarebbero presto individuati anche dalle popolazioni meno avvedute (con dei rappresentanti politici non tutti completamente venduti). Serve una strategia di comunicazione che “distragga” l’attenzione pubblica, dirottandola verso altri nemici.

Sappiamo per esperienza che oltre 30 anni di “politiche per favorire i giovani” hanno creato semplicemente un mercato del lavoro senza più diritti, con salari bassi, pensioni sempre più tardive e assegni da fame; una sanità semi-privatizzata (quando va bene), un’istruzione ridotta a quiz Invalsi, analfabetismo funzionale e ripresa dell’emigrazione, ecc.

I “giovani” degli anni ‘90, quelli che dovevano beneficiare di quelle politiche, stanno ora avvicinandosi alla pensione come al patibolo. E per quelli che sono giovani oggi andrà ancora peggio.

Ma proprio su questo tasto, per quanto logorato, torna a battere uno dei portavoce più autorevoli dei “mercati”, Mario Draghi.

Che vuol dire? Che le risorse esistenti – la spesa pubblica ordinaria – andranno spostate dal welfare ad altri obbiettivi, genericamente definiti “per la crescita e dunque per i giovani”.

Significa che le pensioni in essere dovranno essere ridotte, come avvenuto in Grecia dal 2015 in poi. Che tutto dovrà essere destinato a supportare le imprese (azzerando contributi previdenziali e imposte varie, costruendo infrastrutture che servono solo a chi le mette in piedi con i soldi pubblici, come il Tav in Valsusa o addirittura il “tunnel dello Stretto”, ecc).

Aspettiamoci quindi un ritorno alla grande del “conflitto generazionale”, con i giovani incitati a scagliarsi contro “i privilegi degli anziani” (padri e nonni che li mantengono, spesso, con le loro pensioni e salari decenti strappati a morsi in un’altra epoca).

Questo è chiamato a fare Draghi. Con l’appoggio integrale di tutte le “forze politiche” presenti in Parlamento.

La novità, insomma, sta nel fatto che il capitale finanziario, ossia “i mercati”, pretende il controllo diretto delle istituzioni politiche.

In nome della “democrazia”, naturalmente...

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27/03/2020

Il mito del conflitto generazionale e la realtà del conflitto di classe

L’emergenza sanitaria di queste settimane, come avviene in tutti gli stati emergenziali, sta mostrando in tutta la sua crudezza alcuni tratti tipici della nostra organizzazione economica e sociale. Gli effetti devastanti dell’austerità sul sistema sanitario rivelano in modo brutale cosa significhi davvero la logica della scarsità delle risorse imposta dalle politiche economiche degli ultimi decenni. A fronte di una disponibilità limitata di posti di terapia intensiva occorre, come in un’economia di guerra, effettuare delle scelte e sacrificare il più vecchio o il già malato, colui che avrà meno possibilità di sopravvivenza a favore del più giovane e sano. La scarsità delle risorse, non certo naturale o da deficit tecnologico, ma imposta da anni di politiche di austerità, impone una logica di sapore darwinista di selezione del soggetto da salvare, contrapponendo giovani e vecchi, sani e malati.

Questa apparente contrapposizione non è limitata, però, al campo della salute. Da molti anni il dibattito pubblico è permeato di una retorica che è divenuta quasi costitutiva del nostro modo di pensare: quella di un inevitabile conflitto economico intergenerazionale tra giovani e anziani, per la spartizione di risorse economiche scarse, nel tempo della crisi demografica irreversibile dell’occidente.

Il presupposto oggettivo di questa idea è l’esistenza di un’indubbia crisi demografica che nei paesi europei, e più in generale nel mondo industrializzato, ha avuto inizio negli anni ’70-’80 del secolo scorso e si manifesta come crescente squilibrio anagrafico tra giovani e vecchi, con la crescita degli ultimi e la diminuzione dei primi.

La simultanea riduzione dei tassi di natalità e mortalità, e addirittura in Italia il superamento del numero di morti rispetto al numero di nati già a partire dalla fine degli anni ’80, hanno portato non solo ad un evidente invecchiamento, favorito quest’ultimo anche dal progresso tecnologico in campo sanitario, ma anche ad un graduale declino della popolazione, compensato in molti paesi europei soltanto dal saldo netto positivo dei flussi migratori (immigrati meno emigrati). Del resto, per dare un’idea della situazione anagrafica del nostro paese basta osservare che nel 2018 l’età mediana (quella che ripartisce la popolazione ordinata secondo l’età in due gruppi ugualmente numerosi) in Italia era pari a 46,8 anni, a fronte dei 31 anni nel periodo dell’immediato dopoguerra, e che nel 2017 il tasso di natalità (definito come il rapporto tra il numero dei nati vivi dell’anno e l’ammontare medio della popolazione residente) era pari a 7,5/1000 e quello di mortalità (definito come il rapporto tra il numero dei decessi nell’anno e l’ammontare medio della popolazione residente) attorno al 10/1000.

Declino e invecchiamento sono una realtà evidente della demografia contemporanea occidentale e in particolare del nostro e di altri paesi, che affonda le sue radici in un complesso di cause che sono insieme materiali e culturali.

A partire da questo stato di cose, occorre allora porsi alcune domande che richiedono uno sforzo di riflessione ampio. La prima e più immediata è questa: ammesso e non concesso che il declino demografico sia un dato esogeno rispetto al funzionamento e allo stato di salute del sistema economico (e non lo è affatto), l’attuale rapporto numerico tra giovani e vecchi rende davvero inevitabile l’esplosione di un conflitto distributivo generazionale, da risolversi con politiche di restrizione della quota di reddito devoluta agli anziani (obiettivo perseguito dalle riforme pensionistiche varate dal 1992 ad oggi)?

Più in breve: gli interessi oggettivi dei lavoratori giovani e degli anziani pensionati sono davvero inevitabilmente contrapposti?

Rispondere a questa prima domanda ci permette di fissare il primo tassello del puzzle della decostruzione della nefasta teoria del conflitto tra generazioni.

Al principio del 2019 il Fondo Monetario Internazionale pubblicava un rapporto sulla sostenibilità dei sistemi pensionistici, in cui veniva messo sotto accusa il sistema previdenziale italiano, considerato ad alto rischio di collasso e insostenibile nel lungo periodo. Vi si affermava: “Abbassare l’età pensionabile” – con chiaro riferimento alla riforma nota come quota 100 – “abbasserà il tasso di partecipazione alla forza lavoro e la crescita potenziale, aggiungendosi ad un già alto conto pensionistico”. Seguivano raccomandazioni sulla necessità di aumentare l’età pensionabile, per evitare che un domani i giovani non abbiano più modo di accedere alla pensione e siano costretti a finanziarla con proprie risorse una volta raggiunta l’anzianità.

Il report del FMI esemplifica plasticamente una visione egemone ormai da trent’anni, che continuamente viene riproposta con altisonante allarmismo e che ritorna oggi con clamore nel dibattito corrente sul superamento di quota 100: “non ci sono risorse per finanziare i sistemi pensionistici” si afferma. “L’unica soluzione è un aumento dell’età pensionabile o una riduzione drastica dell’assegno pensionistico”. “Se queste misure non venissero attuate i giovani sarebbero condannati ad un presente e ad un futuro di privazioni a causa degli iniqui privilegi garantiti agli anziani. E se mai proprio dovessimo garantire flessibilità in uscita ai pensionati occorrerebbe farlo a parità di risorse, ovvero con una penalizzazione dell’assegno previdenziale”, etc. etc.

Ma quali sono i presupposti di questa impostazione? Per rispondere, bisogna partire dalle radici di teoria economica e di prospettiva politica e culturale che si celano dietro al mito del conflitto economico tra le generazioni. Vi sono molti pilastri su cui si sostiene questo mito. Il primo discende direttamente dalla logica intrinseca alla teoria economica neoclassica, oggi dominante, secondo cui un sistema economico dispone di risorse date, scarse. Quest’idea si basa sull’assunzione che i sistemi economici di mercato tendano – magicamente – sempre a raggiungere il pieno impiego delle risorse disponibili, ovvero la piena occupazione dei lavoratori e il pieno utilizzo del capitale fisico a disposizione. Una visione armonica e idilliaca del capitalismo come sistema destinato a generare piena occupazione, una semplice fandonia in malafede che è stato dimostrato essere logicamente fallace e fondata su presupposti teorici del tutto inconsistenti. Ma qui la scienza non c’entra nulla, nella misura in cui la teoria neoclassica fornice una patina di legittimità agli interessi delle classi dominanti. Tornando al nostro ragionamento, è evidente che, se si ritiene il capitalismo un sistema che porta necessariamente alla piena occupazione, non si potrà che ragionare sempre in un’ottica di risorse scarse. Se tutti i lavoratori sono impiegati e tutto il capitale è pienamente utilizzato, infatti, il sistema sta già producendo il massimo producibile date le condizioni demografiche e tecnologiche esistenti. In questa dimensione è evidente che una crescita della popolazione anziana, a sistemi pensionistici dati, non potrà che comportare un drenaggio di risorse dai più giovani occupati.

Se le cose stessero davvero così è evidente che, in condizioni di declino demografico, mantenere un sistema pensionistico nelle condizioni attuali implicherebbe spostare risorse date dai giovani occupati agli anziani pensionati, con pregiudizio inevitabile della generazione lavoratrice. Proprio da qui nasce la retorica dell’inevitabilità di riforme pensionistiche restrittive come àncora di salvataggio per i giovani i quali, già colpiti dalla precarietà del lavoro, sarebbero, poveri diavoli, anche costretti a finanziare insostenibili assegni pensionistici per anziani benestanti.

La ricetta conseguente a questa impostazione in campo previdenziale è, da ormai trent’anni, sempre la stessa: riduzione dei diritti pensionistici e ridimensionamento della spesa previdenziale. La leva attraverso cui questa riduzione è stata attuata in Italia è stata la trasformazione del sistema retributivo in contributivo e, a seguire, la progressiva riduzione dei coefficienti di trasformazione, sulla base dell’idea che più anni di vita debbano implicare una rendita pensionistica mensile minore. A ciò si è unito l’aumento continuo dell’età pensionabile.

Se però capovolgessimo le premesse alla base di questo programma di austerità previdenziale, anche queste apparenti conseguenze logiche perderebbero ogni consistenza e coerenza. Se la disoccupazione, il precariato, la discontinuità delle carriere e il lavoro nero non fossero dati immutabili del sistema economico, come invece la teoria economica dominante ci vorrebbe far credere, ma caratteristiche strettamente legate alle politiche economiche e al modello di sviluppo capitalistico adottato, allora si aprirebbe un pozzo di risorse sterminato, attraverso cui coniugare un maggior benessere dei giovani con la possibilità di finanziare agevolmente le pensioni degli anziani, anche in presenza di un aumento dell’aspettativa media di vita e di un innegabile declino demografico. Più occupazione e carriere più sicure e continue significa infatti una crescita enorme del montante contributivo che finanzia un sistema pensionistico.

A tutto questo si aggiunge poi un altro tassello molto rilevante. Nel discorso corrente in tema previdenziale si fa sempre esclusivo riferimento alle risorse reperibili dai contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro. È noto infatti che la stragrande maggioranza dei sistemi previdenziali viene finanziata tramite la raccolta dei contributi pagati dai lavoratori dipendenti e autonomi e, in quota parte, dalle imprese a favore dei loro dipendenti. Si tratta di una voce che va ad incrementare il cosiddetto costo del lavoro. A differenza di tanti altri trasferimenti o servizi sociali, sanitari, d’istruzione, di trasporto pubblico etc., la previdenza viene infatti finanziata in massima parte tramite la leva contributiva. In termini macroeconomici, questo significa che il costo del mantenimento della popolazione non più attiva ricade praticamente in toto su lavoratori e imprese, mentre i percettori di altre tipologie di reddito sono totalmente esenti da questo sforzo di finanziamento. Nel corso degli ultimi decenni il sistema industriale nel mondo occidentale ha conosciuto una progressiva crisi e fette consistenti di profitti sono state assorbite dalla finanza: plusvalenze azionarie, rendite da interessi, rendite e plusvalenze da speculazioni immobiliari. Flussi enormi di ricchezza che non contribuiscono in alcun modo al sostentamento del sistema previdenziale, il quale invece potrebbe attingere anche alla fiscalità generale, ovvero le imposte. Una fiscalità che, naturalmente, andrebbe ripensata su base molto più progressiva e universale, per colpire con più incisività i redditi da capitale e in generale i redditi più elevati.

Infine, in piena coerenza logica con quanto spiegato in merito alla visione dominante del funzionamento dell’economia, nel dibattito corrente mai si pone l’accento sulla possibilità di finanziare la spesa sociale in deficit. E se lo si fa, lo si concepisce come un intervento emergenziale, un’eccezione alla regola del pareggio di bilancio imposta e poi cristallizzata dai trattati europei (Maastricht, Fiscal Compact). In ossequio al paradigma teorico dominante, se il sistema tende al pieno impiego qualunque intervento in deficit non potrebbe che portare a spinte inflazionistiche e a spiazzamento degli investimenti privati da parte della spesa pubblica, senza alcun risultato in termini occupazionali e di crescita.

Se invece, ancora una volta, si ritiene che il sistema capitalistico tenda ad un costante sottoimpiego delle risorse per via di una cronica carenza di domanda aggregata, qualsiasi spesa in deficit, anche per spesa corrente, ad esempio per le pensioni, non può che accrescere, tramite un aumento della domanda aggregata, la produzione e l’occupazione. Un meccanismo virtuoso che si dispiegherebbe fino al raggiungimento del pieno impiego. Del resto, un raggiungimento di una piena e buona occupazione sarebbe a sua volta quel tassello mancante, già discusso in precedenza, che contribuirebbe alla piena sostenibilità dei sistemi pensionistici tramite le entrate contributive. Che si finanzino direttamente le pensioni in deficit, creando un meccanismo di crescita dei consumi e quindi della produzione e dell’occupazione; oppure che si pratichino, tramite altre voci di spesa pubblica, politiche di espansione della domanda orientate alla piena occupazione, il risultato finale, in relazione agli equilibri occupazionali e previdenziali, sarebbe lo stesso: un forte aumento delle entrate contributive generato da un aumento dell’occupazione, che permetterebbe, a regime, un adeguato finanziamento delle prestazioni pensionistiche nel lungo periodo.

Ed ecco che, rovesciando il paradigma economico dominante, si scioglie come neve al sole ogni presupposto teorico alla base del mito del conflitto tra generazioni. Maggiore occupazione, più alti salari, stabilità lavorativa per i giovani, fanno rima con pensioni più alte e sicure e con maggior flessibilità in uscita.

Il benessere delle generazioni è così legato da un unico filo indissolubile. Un filo che le classi dominanti cercano in tutti i modi di spezzare nella loro lotta senza quartiere contro il lavoro in tutte le sue forme e fasi, dove salario e pensione rappresentano evidentemente due fasi temporali del reddito da lavoro. Ogni attacco al salario è indirettamente un attacco alle pensioni del presente e del futuro, ed ogni attacco alle pensioni è un attacco a quella particolare fase del reddito da lavoro inquadrabile come salario differito.

La guerra ideologica che vorrebbe giovani e vecchi in conflitto su due barche diverse è dunque parte della lotta di classe finalizzata a spezzare l’unità, anche anagrafica, della classe lavoratrice nel suo insieme. La guerra allo stato sociale, dalla sanità alle pensioni, dall’istruzione ad ogni altro genere di servizio di base è una guerra contro i lavoratori di tutte le età e, a vari livelli, è parte di quel gigantesco programma di redistribuzione del reddito dai poveri ai ricchi che si perpetua da molti anni.

Non esiste alcun conflitto generazionale! L’unico vero conflitto economico è quello di classe tra i pochissimi che detengono la stragrande maggioranza della ricchezza sociale prodotta e i moltissimi che si dividono quello che resta.

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