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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/12/2024

“Terrorista” è sempre e solo “il nemico”

Da “terrorista” super-ricercato ad alleato fedele o leader con cui comunque discutere è un attimo.

La lista, nella storia, è praticamente infinita. Ma ogni volta riesce a sorprendere la massa altrettanto sterminata di servi o semplici cretini che per anni hanno bevuto fideisticamente la favoletta sui “mostri” indicati dal padrone politico (nel nostro caso il governo degli Stati Uniti, seguito da tutti gli “alleati” scodinzolanti).

Vale per gli “opinionisti” e i semplici cronisti, costretti ad aggiornare nell’arco di 24 ore sia i nomi delle organizzazioni che quello dei singoli “mostri”. Vale a maggior ragione per i telespettatori passivi che fanno da vasca di raccolta del liquame mediatico trasmesso dagli schermi e dai giornali.

“Al Joulani” – al secolo Ahmed al-Shareh – e la sua Hay’at Tahrir al Sham stanno ricevendo il trattamento di “demo-washing” più rapido che si ricordi. La filiale di Al Qaeda per la Siria era già stata ribattezzata “i ribelli” al tempo della prima conquista di Aleppo, nel 2011, ma gli schedari e le definizioni erano rimasti molto più prudenti. In fondo, come facevi a fidarti di chi aveva buttato giù le Torri Gemelle facendo 3.000 morti?

Ma il tempo e il nemico cambiano spesso. Così il fatto di combattere Assad, e poi abbattere il suo regime, ha pian piano “sbiancato” e “angelicato” l’immagine di questo signore della guerra.

Gli Stati Uniti erano rimasti comunque sul chi vive (Al Julani si era distinto anche in Iraq, finendo per cinque anni in prigioni Usa), lasciando sempre ben visibile il “wanted” nei suoi confronti, e soprattutto la taglia da 10 milioni di dollari sulla sua testa.

Che è ancora valida, in questi giorni.

Poi, certo, ai piani alti stanno cercando di rimediare... L’emittente Nbc News, rende noto infatti che sono in corso discussioni nell’amministrazione Biden per “creare un percorso che possa consentire al mondo di interagire con il nuovo governo” in Siria. Insomma per rimuovere velocemente il suo nome e quello di Hts dalla “lista nera”.

Niente di nuovo, si diceva. Era accaduto anche con Menachem Begin, leader dell’Irgun (organizzazione terroristica sionista), mente e braccio dell’attentato che distrusse l’ambasciata britannica a Roma (1946), nonché il King David Hotel di Gerusalemme (90 morti, nel 1946).

Era accaduto anche con personaggi decisamente migliori, come Nelson Mandela e Yasser Arafat, Pepe Mujica (ex dirigente dei Tupamaros poi presidente dell'Uruguay) e Dilma Roussef (ex guerrigliera poi presidente del Brasile), Patrick McGuinness (capo militare dell’Ira e poi parlamentare irlandese protagonista della trattativa con la Gran Bretagna insieme al “capo politico”, Gerry Adams).

Quindi quale lezione dobbiamo obbligatoriamente trarre da queste e altre centinaia di riscritture dell’identità politica?

Intanto che il termine “terrorismo” non ha alcun significato condiviso. Ogni combattente, di una qualsiasi causa, è “terrorista” per qualcuno e un “santo liberatore” per qualcun altro. Detto in termini generali: “terrorista” è sempre e solo “il nemico”. È un sinonimo, non una definizione...

E lo resta finché non vince. Allora diventa un soggetto con cui bisogna fare necessariamente i conti e passa perciò dalla lista dei “terroristi” a quella degli “statisti”.

Se perde, invece, resta per sempre nella lista nera e viene inseguito in giro per il mondo anche a distanza di 50 anni.

Come diceva Franklyn Delano Roosevelt di Anastasio Somoza (dittatore del Nicaragua, poi rovesciato dai Sandinisti): “È un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana”. Dunque va bene se ci serve e fin quando ci serve, poi si vede e casomai se ne trova un altro...

È il principio della realpolitik, non c’è da meravigliarsi. In politica e in guerra la morale entra soltanto nella formazione delle ragioni per cui si combatte. Combattere per sterminare un popolo è genocidio, combattere per liberarsi da un occupante o dagli sfruttatori è sacrosanto e rivoluzionario, comunque positivo.

Ma in entrambi i casi si combatte. Le distinzioni si fanno allora sui metodi e sugli obiettivi. E la casistica su cosa è vietato fare anche in guerra è diventata la base su cui provare a creare un diritto internazionale credibile. Ossia non disegnato sugli interessi mutevoli della potenza temporaneamente egemone sul mondo.

Il resto, sembra chiaro, è solo retorica ipocrita e parecchio infame. Semplice giustificazione delle scelte fatte per interessi inconfessabili, ma di solare evidenza.

Al Julani e gli ex Al Qaeda tornano come i freedom fighters esaltati nella serie Rambo poi perseguiti e combattuti in tutto il mondo dopo l’11 settembre, ma che oggi possono di nuovo tornare utili agli interessi occidentali.

Basta ricordarsene, quando si legge un giornale o si ascolta la tv...

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24/03/2024

Davvero non si trovano i lavoratori? Il mito alla prova dei numeri

Sin dalla nascita della scrittura, ben 3500 anni fa e forse ancora prima, l’essere umano ha fatto ricorso al mito per darsi una spiegazione della realtà, per tramandare il sistema di valori e i principi di una società. Spesso, i miti servivano ad ammonire gli esseri umani a non compiere atti contro natura. Uno dei motivi ricorrenti del mito greco è la hybris, termine che sta a indicare appunto la tracotanza dell’essere umano, l’arroganza. Hanno peccato di hybris, ad esempio, Icaro, Sisifo o Prometeo. Tutti, a loro modo, arroganti verso gli Dei, ma archetipi della lotta dell’uomo per il raggiungimento della conoscenza.

Purtroppo, i nostri tempi amari e reazionari ci stanno consegnando un nuovo mito i cui personaggi, pur peccando di hybris e tracotanza, sono più interessati alla diffusione della menzogna – anche a costo di apparire ridicoli – che a squarciare i veli dell’ignoranza. Si tratta di un mito ben noto ai nostri lettori dato che ne abbiamo spesso smascherato le falsità e la pretestuosità ma che, tuttavia, è di recente tornato all’onore delle cronache. Si tratta del mito del “lavoro che, in Italia, c’è ma mancano i lavoratori”. Basta fare una piccola ricerca su Google per essere praticamente sommersi da risultati recenti. Negli ultimi mesi, ad esempio, ne hanno parlo Il Resto del Carlino, Panorama, La Stampa, La7 e l’Huffington Post. Quando va bene si tratta di dichiarazioni di imprese o cooperative circa le loro aspettative di assunzioni, spesso tuttavia si tratta di vere e proprie illazioni condite dalle solite infamie: i lavoratori sono sfaticati, schizzinosi e non vogliono fare sacrifici. Come detto, non è la prima volta che ci tocca smascherare certa retorica ma, repetitat iuvant e dunque, ripetiamo.

Il problema in Italia merita di essere osservato da almeno due punti di vista: a) quanti sono i posti vacanti, cioè quelle posizioni per cui le imprese cercano lavoratori senza trovarli; b) come reagiscono i salari di fronte a questa presunta abbondanza di domanda di lavoro (ricordiamolo: le imprese domandano lavoro, mentre i lavoratori lo offrono).

L’entità del problema: i posti vacanti in Italia sono insufficienti

Se si vuole studiare lo stato della domanda di lavoro non soddisfatta, una fonte attendibile di dati è l’ISTAT che ogni trimestre fornisce un resoconto sullo stato del mercato del lavoro in cui analizza anche i dati sui posti vacanti nell’industria e nei servizi. Effettivamente, il tasso di posti vacanti (cioè il rapporto tra posti vacanti e offerta di lavoro) ha subito una crescita sostenuta tra il 2020 e il 2022, dopodiché la crescita si è arrestata. Ciononostante, il numero assoluto di posti vacanti è rimasto stabile anche nel 2023 ad un livello prossimo, ma inferiore, ai 500 mila posti vacanti per trimestre. Una cifra quasi doppia rispetto alla media italiana degli ultimi anni. Poiché i posti vacanti segnalano lo stato della domanda di lavoro, è evidente che essa sembra in uno stato di buona salute rispetto alle secche dell’ultimo decennio. Buona salute che, a dirla tutta, sembra comunque essersi raffreddata negli ultimi trimestri dato che il tasso di posti vacanti ha smesso di crescere da almeno un anno, soprattutto nel comparto industriale. Tuttavia, il mercato del lavoro italiano ha sicuramente goduto del rimbalzo post-pandemia attraversando una fase di crescita occupazionale e riduzione della disoccupazione, anche a fronte di ore lavorate pressoché stagnanti. La crescita dei posti vacanti va letta in relazione a questi dati: se l’occupazione cresce è perché cresce la domanda di lavoro. La crescita dei posti vacanti segnala che le imprese stanno cercando lavoratori più di prima. Trovare lavoratori, tuttavia, può richiedere tempo: da qui, i posti vacanti. Ma, la domanda da porsi è se questi posti siano davvero tanti e se, quindi, la disoccupazione in discesa ma elevata, possa dipendere in parte o in tutto da un mancato incontro tra l’offerta (i lavoratori ‘choosy’, schizzinosi e fannulloni) e la domanda (i posti vacanti) o dipenda, piuttosto, dal fatto che ci sia poco lavoro. Il grafico qui sotto riporta qualche dato.

La colonnina rossa rappresenta il numero assoluto di posti vacanti. Come si può notare, seppur con una tendenza crescente, resta sempre inferiore alle altre due colonne. Che cosa rappresentano? La colonna gialla rappresenta i disoccupati giovani (tra 15 e 29 anni), la colonna blu i disoccupati totali. Come si può notare, quindi, la quantità di posti vacanti (la colonna rossa) non è tale da occupare neanche tutti i disoccupati giovani (la colonna gialla), figuriamoci l’intero ammontare di disoccupati (la colonna blu). Anche in una fase di riduzione della disoccupazione, questa è ancora 5 volte superiore ai posti vacanti. Possiamo quindi proporre una conclusione a questa prima analisi: il numero di posti di lavoro disponibili è più alto rispetto a quello a cui eravamo abituati negli ultimi decenni, ma è ancora largamente insufficiente a sconfiggere la piaga della disoccupazione. Vale a dire, non vi è (nemmeno stavolta...) alcuna ragione per imputare la disoccupazione alla scarsa disponibilità dei lavoratori a lavorare.

Che fare? Formazione e salari

I disoccupati sono, per definizione, lavoratori e lavoratrici che sono disposti a lavorare e cercano attivamente lavoro, ma non lo trovano. La definizione in sé dovrebbe bastare a spazzare il campo dall’accusa di fannulloni. Ad ogni modo, si potrebbe obiettare – e certo lo si fa – che questi disoccupati non abbiano caratteristiche individuali in linea con le richieste del mercato, non siano sufficientemente formati o preparati. Bene, se si va a guardare l’andamento dei posti vacanti, si vedrà che il settore in cui esso è cresciuto di più è proprio il settore alberghiero e della ristorazione. Si tratta dunque di un settore che non richiede un’elevata specializzazione e nel quale, come vedremo, si annidano le peggiori sacche di sfruttamento e bassi salari. E se davvero fossero così alla ricerca di personale, perché non proporre una formazione interna? Vale a dire, perché non dovrebbe essere proprio l’azienda a garantire la formazione del lavoratore per le mansioni che gli chiede di compiere ma deve farsene carico lo Stato, quindi i lavoratori stessi? Il tema dell’istruzione è strettamente legato al tema dei posti vacanti ma, a nostro parere, da un punto di vista contrario a quello della vulgata liberista. La formazione è cruciale per la vita civile di un lavoratore e lo Stato deve farsene carico indipendentemente dalle logiche e dalle richieste del mercato. Ma, proprio a questo riguardo, vi è un altro settore in sofferenza: quello dell’istruzione. Un settore vessato dalle pochissime assunzioni degli ultimi anni, in cui tutto l’onere dell’educazione delle nuove generazioni poggia sulle spalle di insegnanti precari e mal pagati. È notevole, direte, che proprio dopo anni spesi ad imprecare perché i giovani e le giovani studentesse si impegnassero in studi troppo classici invece di imparare un mestiere, proprio il settore dell’istruzione sia in cerca di maestri, professoresse et similia. Ma come, non ci volevate tutti idraulici, fornai e meccanici pronti ad essere spremuti negli ingranaggi della produzione? Non era tutto tempo sprecato quello perso dietro allo studio delle guerre puniche, della letteratura, delle materie umanistiche?

Ma cosa accomuna il settore della ristorazione e il settore dell’istruzione? I bassi salari e il livello di sfruttamento. L’Italia è fanalino di coda nella crescita dei salari reali. È ormai noto che siamo l’unico paese OCSE in cui i salari reali si sono ridotti nell’ultimo trentennio. Vari studi certificano che la povertà lavorativa, vale a dire la povertà che attanaglia chi pure un lavoro ce l’ha, è un fenomeno diffusissimo che riguarda circa il 30% dei lavoratori e delle lavoratrici. Eppure, neanche questa fantomatica e disperata richiesta di lavoratori riesce a dare una spinta decisa ai salari. Se si guarda alle retribuzioni, dalla fine del 2022 sono cresciute in media di circa il 3%, un livello infimo dopo anni di inflazione elevata che ne ha eroso drammaticamente il potere d’acquisto: in termini reali siamo di fronte a una riduzione del salario. Sia nella ristorazione che nell’istruzione, tuttavia, le retribuzioni sono cresciute meno della media. Nell’istruzione si osserva un 2% di crescita, nella ristorazione addirittura uno 0,8%. A fronte di cosa? A fronte di una crescita delle ore lavorate per dipendente superiore a più di 3 volte la media nazionale. Cosa vuol dire? Che nella ristorazione i lavoratori stanno lavorando di più, ma i salari non crescono affatto. Ma se davvero mancano così tanto i lavoratori, perché non li pagate di più, verrebbe da dire.

È evidente, dunque, non solo che la domanda di lavoro da parte delle imprese non sia esplosa e non sia ancora sufficiente, ma anche che l’interesse che si cela dietro ai titoloni dei giornali sia quello di trovare, celermente, lavoratori da spremere e pronti a lavorare per salari da fame e ritmi di lavoro stressanti. Si tratta, niente di più, niente di meno, di un’arma di persuasione con la quale si cerca di scaricare ancora una volta sui lavoratori l’onere della propria condizione di miseria. Ma la realtà non dice questo: i posti di lavoro sono pochi e sono pagati peggio. Insomma, non è il lavoratore italiano che è pigro e svogliato, è il padrone che è avaro e ingordo.

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20/03/2024

Gli antisemiti al governo di Tel Aviv

Nel linguaggio ordinario si è soliti chiamarla “eterogenesi dei fini”, indicando le conseguenze inattese o sorprendenti di comportamenti considerati logici in senso lineare.

Il pensiero dialettico, che cerca invece di rispettare e riflettere il movimento della realtà, è più pronto a riconoscervi il classico rovesciamento della “tesi” in “antitesi”. Che non è una “magia” astratta, ma una necessità del reale.

Scendiamo subito sul piano politico concreto, anche se occupandoci comunque di “concetti” che nella narrazione dominante sembravano saldi come la roccia pur essendo prodotti di un’operazione tanto furbesca quanto criminale.

Parliamo dell’identificazione assoluta tra “antisionismo, antigiudaismo e antisemitismo”, ovvero della pratica politica e comunicativa per cui si mette all’indice ogni critica all’operato dello Stato di Israele qualificandola come “antisemitismo”, “odio razziale verso gli ebrei” e amenità varie.

Coloro che hanno pensato, praticato e imposto questa ferrea identificazione tra concetti e soggetti diversi (un ebreo può non essere sionista; al ceppo semita appartengono anche tutti gli arabi, i siriaci, ecc; Israele è uno Stato come tutti gli altri, senza alcuna “eccezionalità” di origine divina, ecc.) aveva immaginato un “meccanismo perfetto”.

Di fatto: siccome gli ebrei sono stati certamente vittime dell’Olocausto (ma non solo loro), ossia di un genocidio pianificato con logica industriale nei campi di sterminio, per estensione qualsiasi critica alla “forma statuale” sionista nata dopo la Seconda guerra mondiale può e deve essere ridotta a una “nuova variante” di quell’aberrazione razzista che ha prodotto l’Olocausto.

Geniale, in effetti. Falsario, certo, ma geniale.

In questo modo Israele – con il sostegno decisivo di quell’Occidente imperialista che aveva prodotto i campi di sterminio – è stato per quasi 80 anni posto al riparo da tutte le convenzioni internazionali (leggi, trattati, risoluzioni Onu), libero di impadronirsi di tutto il territorio che riusciva ad annettersi, senza confini precisi riconosciuti internazionalmente, e soprattutto libero di cacciare il popolo palestinese che quei territori abitava da sempre.

Fin quando si è arrivati al genocidio di Gaza come rappresaglia per gli attacchi del 7 ottobre (dopo 75 anni di massacri unilaterali). A questo punto la sproporzione abissale tra danno subito (1.200 morti circa) e danno provocato (32.000 vittime finora, in maggioranza bambini) ha messo tutto il mondo davanti a un orrore che non può essere impedito dallo sventolio a sproposito dei termine “antisemita”. Anche perché sono numerosissimi gli ebrei in tutto il mondo che esprimono apertamente il proprio disgusto e la condanna per quel che Israele sta facendo.

Avevamo, nel nostro piccolo, intuito e scritto che quella “narrazione” integralista che identifica Israele con “tutti gli ebrei” e rifiuta di distinguere tra credenze religiose, ambizioni millenaristiche di un movimento politico (il sionismo) e politica effettiva di uno Stato (Israele) poteva diventare un pericolo per tutti gli ebrei sparsi per il mondo. A prescindere dal loro consenso o meno verso i crimini di Netanyahu o Ben-Gvir.

E non solo nella “giungla” – come amabilmente Borrell ha definito tutto il mondo non euro-atlantico – ma anche qui, nel “giardino” del neoliberismo che deve affrontare la propria crisi di egemonia.

Per esemplificare citiamo un articolo del Corriere della Sera – “Concerti saltati, articoli rimossi, la censura anti israeliana dall’Eurovision ad Amos Oz” – peraltro scritto dai due corrispondenti a Parigi e New York, città certo non famose per l’antisemitismo.

“Concerti cancellati, serate annullate, articoli rimossi. In un disprezzo indistinto verso israeliani (pro o contro il governo Netanyahu non importa), sionisti ed ebrei, negli Stati Uniti e in Europa si fa largo dopo il 7 ottobre quel filone della cancel culture che contesta ciò che ha a che fare con l’identità ebraica o Israele, sentiti come parte di un unico problema.”

Quella identificazione forzata e forzuta pensata per annichilire ogni contestazione a Israele si sta trasformando nel suo contrario. Sorvoliamo sulla sciocchezza del riferimento alla “cancel culture” (un’idiozia anti-storica nata in alcune università statunitensi) e restiamo sul concreto. Se per decenni impedisci di “distinguere tra ebrei, sionisti e Israele” – bollando come “antisemita” chi provava a farlo – non puoi poi attenderti che quella distinzione sia oggi “senso comune”.

Hai lavorato duro per sopprimerla, ci eri quasi riuscito... ed ecco che sei costretto a richiamarla in vita per limitare i danni che possono arrivare ad ebrei innocenti per colpa di sionisti suprematisti genocidi al vertice di uno Stato-canaglia, che opera al di fuori di ogni regola internazionale e lo rivendica come proprio “diritto” per grazia divina.

È forse esagerata l’immagine elaborata da Thomas Friedman sul New York Times – “Le scelte del premier Netanyahu, i bombardamenti e le decine di migliaia di vittime civili hanno aggravato la situazione tanto che Israele sta diventando «radioattiva» e la diaspora ebraica nel mondo sempre più insicura” – ma è certo che l’orrore di Gaza sta alienando definitivamente ogni simpatia verso tutto il mondo “ebraico-sionista-israeliano”.

Tutti i meccanismi linguistici e retorici elaborati per stigmatizzare i critici di Tel Aviv possono essere ora utilizzati in senso opposto. Non perché sia “giusto”, ma perché è stato reso possibile da chi li ha creati. Sono “strumenti”, come ogni arma...

Perché sarà magari possibile tracciare una qualche distinzione semantica tra “genocidio”, “massacro”, mattanza”, “sterminio” e altri termini suggeriti dai media mainstream per descrivere quel che accade a Gaza.

Ma l’orrore supera i confini delle parole. E chi non vuole mettervi fine – Netanyahu e Ben-Gvir in testa – opera per coinvolgere milioni di ebrei senza colpa in una reazione che faticherà a “distinguere”. Sono loro, dunque, i veri “antisemiti” di questo tempo infame.

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03/04/2022

La danza macabra del Capitale: retorica bellica dal Covid all’Ucraina

C’è un fenomeno che, soprattutto in Italia, ha ininterrottamente attraversato gli eventi degli ultimi due anni, dal Covid alla guerra in Ucraina, fino a espandersi in una bolla mediatica senza limiti: una insistita e onnipervasiva retorica bellica. Nei momenti più difficili dell’emergenza pandemica, nella primavera del 2020, è stato creato ad arte dai governanti e dai media, loro servi, uno scenario di guerra perfetto. Se da più parti si inneggiava a una “guerra contro il virus”, da altre si parlava di medici come “eroi” perché – lo sappiamo – non può esserci una guerra senza eroi. La retorica della guerra esige anche patriottismo e unità nazionale: ecco allora che ogni dove emergevano squallidi conati di patriottismo e di nazionalismo, dall’esposizione del tricolore alle finestre al canto dell’inno nazionale.

Attenzione, però. La guerra dichiarata non era solo contro il Covid ma anche contro tutti i possibili “untori” del Covid: ecco, quindi, eserciti schierati per le strade, elicotteri, droni, squadre speciali, incursori d’assalto che se la prendevano con chi portava il cane a passeggio o con qualche corridore isolato. La retorica della guerra al Covid ha avuto poi una ripercussione sulla nostra vita di tutti i giorni: soltanto in uno stato d’assedio, soltanto in uno stato militarizzato sarebbe stato necessario esibire un’autocertificazione (interpretabile in mille modi) per poter uscire di casa. Tale retorica bellica, adeguatamente pompata dai media, ha creato una linea netta fra due categorie: quella dei buoni, degli eroi, dei “patrioti” e quella dei cattivi, dei nemici, meritevoli soltanto di disprezzo e di odio.

La stessa retorica è presente in qualsiasi notizia legata alla guerra in Ucraina. Con un piccolo particolare: adesso si tratta di una guerra vera. Sembra proprio che i media non aspettassero altro: ancora una volta, patrocinata dall’alto, si traccia una linea di demarcazione fra i buoni e i cattivi. Buoni sono gli europei, i patrioti e i nazionalisti, gli ucraini e Zelensky; cattivi sono Putin, i suoi oligarchi, tutto il popolo russo e tutta la cultura russa (la quale, in Occidente, può essere tranquillamente censurata). L’Europa, la Nato, gli Stati Uniti difendono la democrazia contro la barbarie russa. La democrazia occidentale, nata e cresciuta in seno alla macchina capitalista, secondo questa logica equivale alla pace la quale, per essere ‘esportata’, ha bisogno di guerre sanguinarie (come a Kabul, a Belgrado o a Baghdad). La retorica della pace e della democrazia del capitalismo occidentale, rimbalzata sui media, assomiglia al “bispensiero” orwelliano, secondo il quale “la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”. Solo nel malato modo di pensare improntato al sistema capitalistico si può ritenere che la guerra possa portare alla pace. Su questa retorica bellica, fulgido esempio di “bispensiero”, è improntata anche la decisione dell’Italia di aumentare le spese militari al 2%: Draghi, il suo governo e gli sciacalli mediatici non aspettavano niente di meglio che una guerra reale. Se ci facciamo caso, le notizie sul Covid che continuavano a imperversare quotidianamente su media e telegiornali, sono magicamente scomparse dal momento in cui la Russia ha invaso l’Ucraina per riapparire relativamente poco tempo fa, in forma più blanda e meno pervasiva. Il potere attuale dei media assomiglia infatti a un altro degli slogan dei dittatori di 1984 di George Orwell: “Chi controlla il passato controlla il futuro, chi controlla il presente controlla il passato”.

Se i russi sono stati identificati come i nuovi nemici, Zelensky e gli ucraini sono i nuovi eroi. Abbiamo anche assistito allo squallido spettacolo di tutte le cancellerie e i parlamenti europei in piedi sull’attenti di fronte ai discorsi di Zelensky, il quale si è trasformato in una sorta di profeta del patriottismo e dell’ultranazionalismo. È paradossale vedere i ‘pacifisti’ occidentali osannare come una specie di santone un personaggio che non ha fatto altro che richiedere una “no fly zone” sull’Ucraina, la quale porterebbe a una pericolosa escalation del conflitto. Zelensky è tutto tranne che un pacifista. Con ciò non si vuole certo giustificare Putin, ci mancherebbe altro. E non si vuole certo negare l’enorme tragedia umanitaria che ha investito il popolo ucraino. Solo chi ha ormai del tutto disimparato a pensare potrebbe ipotizzare un simile ragionamento; una cosa è la realtà, un’altra la retorica bellica mediatizzata, frutto di un capitalistico “bispensiero” occidentale; ed è da quest’ultima che dobbiamo stare in guardia. Nel personaggio di Zelensky non sappiamo fino in fondo quanto ci sia di ‘reale’ e quanto di spettacolare, di mediatico, senza nulla togliere al suo essere, in fin dei conti, proprio un attore, un uomo di spettacolo.

Il regime di Putin, d’altra parte, è un retaggio di quel “socialismo da caserma” di cui parla Robert Kurz, ormai convertitosi nel capitalismo più violento e ostentato. Sotto il suo travestimento spettacolare improntato al “bispensiero” (secondo il quale la democrazia e la pace sono altri modi per dire guerra), il lucido pensatore tedesco ci ricorda che non esiste più nessun “mondo unico” occidentale: “Il «mondo unico», finalmente realizzato e riconosciuto come tale, confinato nella forma feticistica del sistema della merce in dissolvimento sotto i colpi della crisi, getta la maschera, rivelando il volto orribile di una guerra civile mondiale ai suoi inizi, senza più fronti ben definiti, ma solo esplosioni di violenza cieca a ogni livello”[1]. Lo spettacolo capitalistico getta la maschera da clown per rivelare la sua vera, terribile natura. E i governi occidentali, come stupide marionette del Capitale, stanno già ballando la loro danza macabra.

Note

[1] R. Kurz, Il collasso della modernizzazione. Dal crollo del socialismo da caserma alla crisi dell’economia mondiale, a cura di S. Cerea, Mimesis, Milano-Udine, 2017, pp. 177-178.

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11/08/2021

Quando leggo “green”-qualcosa metto mano alla fondina

“Resilienza”, “green deal”, “green pass”, “transizione ecologica” etc., sono tutte parole vuote intorno alle quali ruotano le grandi narrazioni del potere che servono al potere stesso per illuderci che, questa volta, davvero, hanno preso sul serio la possibilità di un vero cambiamento.

Invece, come al solito, stanno mettendo in scena soltanto dei cambiamenti di facciata dietro i quali si nascondono le grandi manovre di messa in sicurezza degli interessi e dei privilegi economici di pochi sulla pelle dell’umanità intera.

Ora sappiamo anche che la vecchia Europa ha tramato contro India e Sudafrica che chiedevano alla comunità internazionale di liberalizzare i brevetti sui vaccini.

E gli epidemiologi di tutto il mondo ci avevano pure avvisati che, senza vaccinare le popolazioni dei paesi più poveri, il virus avrebbe continuato a mutare e a viaggiare indisturbato, dappertutto. E così è stato.

Puntualmente, sono arrivate da noi – ma guarda un po’ – proprio la variante del Covid indiana e quella sudafricana.

Ecco perché, con queste premesse, misure come il “green pass” finiscono per apparire come la classica foglia di fico che serve a nascondere l’inerzia del nostro paese quanto quella dell’intera Unione Europea rispetto alle cause principali di diffusione del coronavirus.

E così, mentre il nostro governo soccombe alla logica ordoliberista della vecchia Europa spostando la responsabilità dei nuovi contagi sul piano meramente individuale; mentre non viene messa in campo nessuna misura per rendere efficace la tracciabilità dei contagi; mentre si crepa sul posto di lavoro al ritmo di tre morti al giorno; mentre le scuole continueranno ad avere classi con 30 alunni (ed a rischio di crollo) e mentre i mezzi pubblici continueranno ad essere tremendamente affollati, vorrebbero farci credere che basterà un codice a barre sullo smartphone a rassicurarci sulle buone intenzioni e sull’effettivo impatto delle decisioni di chi ci governa in tema di lotta contro la pandemia.

Andrea Crisanti, appena due settimane, ha avvertito che «senza tracciamento i vaccini non bastano» e che mancano ancora progettazione, coordinazione, strumenti informatici, infrastrutture, investimenti economici adeguati e regole più stringenti sull’isolamento delle persone.

Come non ricordare il clamoroso fallimento della strombazzatissima applicazione “Immuni”? 11.298 positivi che lo segnalarono all’app e 88.217 le notifiche inviate. Pochissimi e, con l’impennarsi della curva, nell’autunno 2020, “Immuni” finì ben presto nel dimenticatoio.

Stando così le cose, tutto mi suggerisce che continueremo a vivere così, per chissà quanto altro tempo, nell’eterna proroga di uno stato di emergenza sempre più insopportabile.

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08/08/2021

La retorica delle Olimpiadi

Le Olimpiadi di Tokyo hanno messo in luce un brutto guaio legato alla retorica sportiva. Non c’entra lo sciovinismo da competizione: fare il tifo insieme è bello e, quando va bene, lo è anche esultare. Il problema inizia in sala stampa, con le interviste agli atleti. Chissà perché, quasi tutti i vincitori si sentono in dovere di trarre una qualche conclusione filosofica dal proprio successo. E il concetto che esprimono è più o meno sempre lo stesso: “Questa medaglia dimostra che se ci credi tutto è possibile”.

Di sicuro gli sportivi dicono questa frase con sincerità e convinzione. Purtroppo, però, rimane una frase sbagliata, per non dire una fesseria. La retorica del “getta il cuore oltre l’ostacolo” è un grande inganno in molti campi dell’esistenza, ma paradossalmente ha più successo proprio nell’ambito in cui la sua falsità è più manifesta: lo sport.

Basta rifletterci un attimo: sei hai le articolazioni fragili, non vincerai l’oro nei 100 metri piani. Se soffri d’asma, non diventerai un campione di stile libero. Se sei alto un metro e sessanta, non schiaccerai mai a canestro. Non importa quanto lo desideri, quanto ti alleni, quanto ci credi. È impossibile e basta, per un motivo brutale quanto ovvio: le condizioni fisiche di partenza non sono uguali per tutti.

Ma andiamo oltre. A pensarci bene, anche quando i mezzi fisici sono comparabili, il successo di un atleta può essere determinato da fattori imperscrutabili. Immaginiamo due nuotatori che toccano la fine della corsia a un centesimo di secondo l’uno dall’altro. Il tizio che arriva in ritardo ci ha creduto meno del primo? Si è allenato meno duramente? Ha fatto meno sacrifici? Probabilmente no, ma ha perso lo stesso.

Questo non significa che le medaglie si vincano solo per superiorità genetica o per fortuna: bisogna anche essere motivati e lavorare sodo. Grazie tante. Il punto è che determinazione e impegno sono condizioni necessarie, ma, da sole, non sufficienti a garantire il successo. Lo sappiamo tutti, in fondo, è dannatamente ovvio, ma ci piace lo stesso pensare che “basta crederci e tutto è possibile”.

Ecco, siamo arrivati al punto della questione. Perché ci piace tanto pensare che “volere è potere”? In effetti, questo genere di retorica si estende ben oltre l'ambito sportivo. Ce la propinano per tutta la vita in messaggi esaltanti, che si presentano come discorsi motivazionali ma in realtà sono marketing (abbigliamento, prodotti per il corpo, automobili, perfino società che vendono luce e gas).

Eppure, la retorica del “se lavori sodo ce la fai” è in realtà il contrario di un discorso motivazionale. È una frase reazionaria, tesa al mantenimento dello status quo. Chi ha di più colpevolizza chi ha di meno per tenerlo dov'è: “Se non ce la fai – è il messaggio – la responsabilità è solo tua: non ci hai creduto abbastanza, non hai lavorato abbastanza”. E per rendere la lezione più convincente, i pochissimi che dal basso riescono a salire (spesso estratti a sorte) vengono esaltati come eroi, come prove viventi che la società in fondo è giusta, perché “se ci credi tutto è possibile”.

Questo show è un trucco per nascondere la realtà, e cioè che la realizzazione personale è spesso impedita da barriere economiche, sociali e culturali che nessuno intende rimuovere né mettere in discussione. Il risultato è che nove volte su 10 il successo è appannaggio di chi parte dalle condizioni migliori: per loro, la frase “volere è potere” ha molto più senso.

Fonte

13/12/2020

The Liberator

di Nico Maccentelli

Tra i war movie di ultima generazione, The Liberator, questa produzione di fresca realizzazione (2020) e disponibile su Netflix, è certamente una novità per l’utilizzo della Trioscope Enhanced Hybrid Animation, una tecnica di animazione che si basa sull’ibridazione tra riprese dal vivo e computer grafica. Il risultato può piacere, ma può lasciare anche interdetti, anche se abituati alla visione dopo i primi minuti sembrerà di vedere un live vero e proprio.

Ma al di là della tecnica, che certamente ha giovato al portafogli dei produttori per le economie di ripresa, location e ambientazione, questa miniserie in otto puntate riprende lo schema tipico di film sulla seconda guerra mondiale ben blasonati come Patton o Il Grande Uno Rosso: il battaglione che viene spedito nei vari scenari bellici e che si destreggia tra SS spietate e soldati della Wermacht con efficienti capacità belliche. Non certo i pivelli teutonici dei fumetti di Eroica letti da bambini, che cadevano tra un “teufel” e un “donnerwetter”. Qui c’è la guerra vera, con le sue vicende ed epiloghi individuali che non guardano in faccia a nessuno.

Un aspetto che rende interessante The Liberator è che siamo in presenza di un battaglione di reietti, composto da nativi pellerosse e da messicani, sostenuti ad amorevoli scarpate in bocca dal solito ufficiale rigorosamente wasp, ma comprensivo e cameratesco. Una chiave che funziona visto che di pellerosse prestati alla guerra dello zio Sam contro Hitler o il Sol Levante ormai ne abbiamo un florilegio: dal navajo Charlie Whitehorse in Windtalkers di John Woo al pima Ira Hayes in Flags of our fathers di Clint Eastwood.

La storia, ovviamente romanzata ma tratta da una vicenda vera, ci parla del viaggio dell’inossidabile capitano Felix Sparks nei vari teatri di guerra europei, con un ricambio costante della sua truppa, per prematura dipartita a miglior vita di quasi tutti i suoi soldati.

Dalla Sicilia ad Anzio, dal sud della Francia ai gelidi monti tedeschi, fino a Dachau, il nucleo essenziale come ogni film di guerra che si rispetti è il cameratismo, l’amicizia oltre ogni limite, fino all’estremo sacrificio. Quindi anche in questo caso una buona dose di retorica non manca. Del resto ce la siamo ritrovata anche negli ultimi kolossal come Dunkirk e 1917.

Difficilmente si può vedere un film di guerra che non tocchi queste corde, le uniche che possano rendere vagamente (e aggiugerei vanamente) accettabile la signora carneficina per eccellenza in ogni epoca della storia. Forse Clint Eastwood con l’elegiaco Lettere da Iwo Jima ha potuto salvarsi con l’espediente riuscito di un’ottica completamente ribaltata: la guerra vista dal nemico, ossia dai giapponesi. Ma esce dal coro guerrafondaio anche Quentin Tarantino con Bastardi senza gloria: una riuscitissima parodia del nazismo, letteralmente antifa e di totale fantasia che mette insieme guerra, Resistenza, giustizialismo e un teatro che va a fuoco con strage di alti papaveri del Reich, Hitler incluso, e che fa fare a Brad Pitt una figura migliore che in Fury. Del resto, a un carrista eroe è sempre preferibile un implacabile giustiziere di nazi.

Comunque, nonostante i limiti patriottardi e camerateschi, The Liberator per gli amanti del genere è assolutamente godibile e soddisfa anche i palati più antifascisti, ossia coloro che giustamente storcono il naso nel riscontrare forti vocazioni paranaziste nella gran parte dei war movie di attualità (ma dove sono finiti i Platoon di Olver Stone? E i Full Metal Jacket di Stanley Kubrick?), certamente più tecnologici, ma con la sfiga di descrivere le aggressioni macellaie d’oggi giorno compiute dall’esercito dello Zio Sam dall’Iraq alla Siria nel nome di una vantata “superiorità democratica e di civiltà”.

Insomma: l’epopea della guerra al nazifascismo, vista con il filtro della storicizzazione, anche se fu guerra tra imperialismi e grande macelleria anch’essa di popoli, è diventata un rifugio delle coscienze critiche, ossia di coloro che non digeriscono le immonde tragedie delle guerre contemporanee e in questa trovano valori positivi, a partire dai legami con le Resistenze antifasciste.

Qualche riga su chi realizzato questa produzione. Jeb Stuart anzi tutto, regista e al tempo stesso creatore di questa mini serie e autore dello script: è una collaudata certezza. Infatti, tra sceneggiature e regie, da Linea di sangue al Fuggitivo a Trappola di cristallo, ha sempre sfornato prodotti di buona qualità. E sembra riprendersi dopo una periodo di ferma durato una decina d’anni.

Il cast vede Bradley James nei panni del capitano Sparks. Di questo attore britannico si è visto ancora poco ma di qualità: da Arthur Pendragon in Merlin a Giuliano de’ Medici ne I Medici. Il Trioscope non altera l’espressività e la cifra attoriale degli interpreti e certamente vanno menzionati anche Josè Miguel Vasquez, Martin Sensmeier, Finney Cassidy, poco conosciuti come del resto tutti gli altri attori, ma che in complesso ci regalano avvincenti cammei.

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10/10/2020

Brancaccio - Due o tre cose che so sui ricchi

Radio uno RAI – ERESIE – 9 ottobre 2020 – Il rapporto annuale UBS ci dice che pure nel mezzo della crisi i miliardari hanno visto crescere le loro ricchezze. Poi però cerca di persuaderci che questi ricchi guadagnano tanto anche perché investono in scienza, tecnologia, ricerca medica, un po’ come fossero novelli Prometei che strappano il fuoco a Zeus e lo concedono a noi comuni mortali per prosperare. In realtà, a ben guardare i dati, si scopre che le cose stanno diversamente: i ricchi di questo tempo sono spesso rampolli di famiglia che godono in larga misura di banali rendite immobiliari. Il capitalismo contemporaneo somiglia al vecchio regime aristocratico più di quanto si dica in giro. Il commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.



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20/08/2020

Tutto il potere ai mercati, dunque a Draghi

Dietro il discorso di Draghi al meeting di Cielle c’è una realtà che va conosciuta e capita per bene, altrimenti si fanno chiacchiere sulla base di “sentito dire” o, peggio ancora, del “mi piace/non mi piace”.

Molti editorialisti si sono concentrati sull’ennesima “innovazione lessicale” dell’ex governatore di Banca d’Italia e Bce (e anche ex vice-presidente di Goldman Sachs, a voler essere un po’ informati): la distinzione tra “debito buono”, impiegato per investimenti e formazione, e “debito cattivo” finalizzato a “sussidi”.

Sembra un’ovvietà, come molte altre innovazioni lessicali. Ma il contesto finanziario occidentale in cui questa distinzione viene ricordata le conferisce un significato concreto, anche politicamente rilevante: i mercati compreranno di preferenza i titoli di Stato emessi da quei Paesi che faranno debito del primo tipo, e puniranno quelli che sussidiano le fasce deboli della popolazione impoverite o azzerate dalla crisi.

Non è una nostra interpretazione maligna, ma una semplice constatazione che possiamo trovare anche in autorevoli editoriali di testate specializzate in finanza (il sempre preciso Guido Salerno Aletta...).

I termini strutturali del problema sono questi:

a) gli Stati, nell’epoca neoliberista del capitalismo occidentale, sono stati privati del potere di “stampare moneta”, trasformando le banche centrali in istituzioni “indipendenti” dal potere politico. L’Italia in questo è stata all’avanguardia, visto che già nel 1981, il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta (il maestro di Prodi e tanti altri), decretò la separazione tra il suo ministero e la Banca d’Italia. Di fatto, quest’ultima non poteva più partecipare alle aste di collocamento dei titoli di Stato, e quindi il nuovo debito pubblico (o il rifinanziamento di quello vecchio) poteva essere finanziato solo dai “mercati”. I quali pretendevano una remunerazione maggiore, facendo scendere il prezzo di quei titoli e aumentando perciò la spesa pubblica in interessi. La motivazione va ricordata: siccome i governi d’allora “spendevano troppo”, si disse che in questo modo sarebbero stati costretti ad essere più “austeri”, a limitare la spesa. Piccola nota: allora il rapporto debito/Pil era intorno al 60%...

b) ma gli Stati, oltre alle normali spese istituzionali (amministrazione pubblica, esercito, polizie, sanità, istruzione, welfare, ecc.), in caso di crisi debbono comunque garantire una rilevante copertura delle perdite generate dal settore privato. È avvenuto nel 2008-2009, sta accadendo ora su scala mondiale. Per fare questo, non potendo “stampare moneta”, debbono indebitarsi chiedendo prestiti ai “mercati”. Ossia ai grandi investitori professionali, come banche d’affari, assicurazioni, fondi di investimento, ecc.

c) la moneta, in caso di crisi, viene creata dal nulla dalle banche centrali (Federal Reserve, Bce, Bank of England, ecc.), ma non può essere girata agli Stati. Solo i grandi “investitori professionali” possono ottenerla, “vendendo” a prezzo intero alle banche centrali i titoli in loro possesso (di Stato o privati, come azioni, prodotti derivati, ecc.) che a causa della crisi non valgono più nulla. Con il quantitive easing delle banche centrali, in altre parole, si “salva il sistema finanziario privato” ossia gli investitori professionali – sostituendo carta straccia con nuova moneta creata dal nulla.

d) con quella moneta “i mercati” comprano il nuovo debito pubblico che gli Stati (o addirittura l’Unione Europea, per la prima volta con il solo Recovery Fund) sono costretti ad emettere per salvare il sistema delle imprese a rischio fallimento.

e) ma il debito fatto dagli Stati dovrà essere ripagato. E poiché gli Stati, in epoca neoliberista, non possono più far conto su un sistema di imprese pubbliche che genera profitti, quel debito dovrà essere “onorato” spremendo le rispettive popolazioni. Cosa che si può fare solo aumentando le tasse, vendendo patrimonio pubblico (imprese, immobili, terreni, monumenti, ecc) e/o tagliando la spesa pubblica “improduttiva”; ossia sanità, istruzione, pensioni, assegni sociali, edilizia pubblica, ecc. È la storia degli ultimi 40 anni...

Dov’è la novità?

Con la pandemia da Covid-19 la scala di intervento richiesta agli Stati diventa tale che non si può più “agire col bisturi” sulla spesa pubblica, tagliando qualcosina qui, un po’ di più lì, rinviando questo o anticipando quello. Ora serve la scure.

Perché tutto il poco che c’è dev’essere dato al sistema delle imprese, per definizione descritto come l’unico che può “creare ricchezza, lavoro, occupazione” (non è vero e proprio la storia dell’economia mista italiana lo dimostra, ma con l’ideologia neoliberista non si discute).

E qui torniamo alla distinzione di Draghi tra debito buono e debito cattivo. La spesa per sostenere il sistema privato è “buona”, quella per i servizi o i “sussidi” alla popolazione è “cattiva”.

A deciderlo non è né una teoria macroeconomica, né un’istituzione politica superiore. Sono soltanto i mercati, che comprano già ora e compreranno titoli degli Stati a seconda di come questi spendono i propri soldi. Quelli che pensano anche in qualche misura (pur minima) alla popolazione saranno “schifati”, dunque sarà lasciato salire lo spread, avranno un voto sempre più basso dalle agenzie di rating (poche, tutte statunitensi e controllate dagli “investitori professionali”). Fino al disastro economico e sociale.

Di fatto, “i mercati” commissariano le politiche dei governi, subordinandoli.

Detta così, però, i colpevoli sarebbero presto individuati anche dalle popolazioni meno avvedute (con dei rappresentanti politici non tutti completamente venduti). Serve una strategia di comunicazione che “distragga” l’attenzione pubblica, dirottandola verso altri nemici.

Sappiamo per esperienza che oltre 30 anni di “politiche per favorire i giovani” hanno creato semplicemente un mercato del lavoro senza più diritti, con salari bassi, pensioni sempre più tardive e assegni da fame; una sanità semi-privatizzata (quando va bene), un’istruzione ridotta a quiz Invalsi, analfabetismo funzionale e ripresa dell’emigrazione, ecc.

I “giovani” degli anni ‘90, quelli che dovevano beneficiare di quelle politiche, stanno ora avvicinandosi alla pensione come al patibolo. E per quelli che sono giovani oggi andrà ancora peggio.

Ma proprio su questo tasto, per quanto logorato, torna a battere uno dei portavoce più autorevoli dei “mercati”, Mario Draghi.

Che vuol dire? Che le risorse esistenti – la spesa pubblica ordinaria – andranno spostate dal welfare ad altri obbiettivi, genericamente definiti “per la crescita e dunque per i giovani”.

Significa che le pensioni in essere dovranno essere ridotte, come avvenuto in Grecia dal 2015 in poi. Che tutto dovrà essere destinato a supportare le imprese (azzerando contributi previdenziali e imposte varie, costruendo infrastrutture che servono solo a chi le mette in piedi con i soldi pubblici, come il Tav in Valsusa o addirittura il “tunnel dello Stretto”, ecc).

Aspettiamoci quindi un ritorno alla grande del “conflitto generazionale”, con i giovani incitati a scagliarsi contro “i privilegi degli anziani” (padri e nonni che li mantengono, spesso, con le loro pensioni e salari decenti strappati a morsi in un’altra epoca).

Questo è chiamato a fare Draghi. Con l’appoggio integrale di tutte le “forze politiche” presenti in Parlamento.

La novità, insomma, sta nel fatto che il capitale finanziario, ossia “i mercati”, pretende il controllo diretto delle istituzioni politiche.

In nome della “democrazia”, naturalmente...

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Il “debito buono” di Draghi corrisponde al diritto dei padroni di licenziare

Intervenendo al paludato meeting di CL, l’ex presidente della BCE Mario Draghi ha dettato la linea al governo Conte, prendendosi gli applausi di Confindustria e di tutte le forze politiche ed ipotecando per il prossimo futuro la guida di un possibile nuovo governo, con basi parlamentari più ampie di quelle che sostengono l’attuale esecutivo.

Il cuore del suo ragionamento è che i fondi a disposizione del governo non devono essere “sprecati” in sussidi ma dirottati sulla “formazione e sui giovani”, che è solo una formula elegante per ribadire che vanno spesi a sostegno delle imprese.

A Draghi non va giù che lo Stato continui a spendere per il reddito di cittadinanza o per gli ammortizzatori sociali come la CIG (o per quota 100), ma vorrebbe che tutto andasse a sostenere le imprese, secondo l’insana logica che finanziando le imprese private si rilancia il mercato, l’economia, il benessere e quindi il futuro delle nuove generazioni.

L’interruzione dell’erogazione degli ammortizzatori sociali porterebbe però all’immediata sospensione del divieto di licenziare e la conseguenza, inevitabile, sarebbe un aumento spropositato della disoccupazione, che è fortemente lievitata in questi mesi.

Già con il decreto Agosto il governo Conte ha allargato le maglie del divieto, dando per esempio la possibilità alle aziende di licenziare in caso di fallimento, espediente assai diffuso che le aziende utilizzano per disfarsi di manodopera eccedente, ricomparendo il giorno dopo sotto una nuova veste giuridica nella gestione della medesima attività.

Ma per Draghi questo è troppo poco, anzi non sarebbe etico, perché invece di preoccuparsi delle nuove generazioni, così facendo, Conte starebbe sprecando soldi che poi comunque dovremo restituire.

E così dicendo Draghi innanzitutto chiarisce che “i soldi dell’UE” sono tutto meno che a fondo perduto e che graveranno pesantemente sul debito pubblico per i prossimi decenni.

In secondo luogo, finge di non capire che per preoccuparsi delle nuove generazioni serve innanzitutto che le attuali sopravvivano, e che milioni di padri e madri disoccupati non si capisce come potrebbero badare ai propri figli.

Infine dimentica che il debito pubblico, se non viene finanziarizzato (come spesso le imprese fanno con gli sgravi e le diverse forme di aiuti economici che ricevono dallo Stato) ma speso in consumi o utilizzato in investimenti, è sempre debito buono, perché ha un effetto positivo sulla crescita economica interna.

Per essere veramente utile al rilancio delle condizioni di vita di questo Paese, il debito andrebbe utilizzato per investimenti pubblici gestiti dal pubblico e finalizzati ad una politica industriale che l’Italia non ha più, al rilancio della Pubblica Amministrazione e dell’economia pubblica, alla salvaguardia dell’ambiente.

La linea di Draghi non ha nulla di nuovo, è la ricetta di sempre che domina le politiche UE, improntate alla scuola economica ordoliberista. La ricetta che anche il governo Conte sta ingoiando e gestendo, ma ancora a piccole dosi.

Una buona fetta di esponenti PD ha dato segnali di approvazione per la proposta di Draghi, così come hanno fatto in molti dell’opposizione di centro-destra. Se Conte dovesse andare in crisi, magari per le fibrillazioni post elezioni regionali, sappiamo già cosa ci aspetta.

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12/07/2020

Lo smartworking tra moda, retorica e pochi fatti

Introduzione

In seguito allo scoppio dell’emergenza Covid-19, lo smartworking è assurto agli onori della cronaca. Questa elevata popolarità ha avviato un dibattito sui media nel quale si sono confrontate opinioni diverse. Tra le quali possiamo citare quelle del giuslavorista Pietro Ichino (“Smartworking? Per dipendenti pubblici spesso è una vacanza”) e del sindaco di Milano, Giuseppe Sala (“È ora di tornare a lavorare”) pubblicate entrambe dal Corriere della Sera[1]. Si tratta di due opinioni che equiparano lo smartworking al Non-lavoro[2]. A questo proposito una precisazione è necessaria: quello che le organizzazioni hanno adottato durante l’emergenza e i lavoratori hanno usato non è smartworking, ma un più modesto home working o lavoro da casa del tutto assimilabile ad un telelavoro forzato. Infatti, lo smartworking per essere tale[3], ossia “Smart”, dovrebbe essere caratterizzato da una flessibilità spazio-temporale (figura 1) basata sulla libertà e sull’autonomia del lavoratore nel decidere quando e dove lavorare. Libertà ed autonomia esercitate in un contesto organizzativo basato sulla fiducia reciproca e su una valutazione degli obiettivi raggiunti. Questi aspetti stanno alla base dello slogan che accompagna lo smartworking: “Lavoro dove voglio (a casa, in ufficio, al parco, ecc.) e quando voglio (la mattina, il pomeriggio, la sera, la notte)”.

Il dibattito recente, quindi, è viziato da questa incomprensione. Inoltre, nel caso dello smartworking passare dalle opinioni ad una conoscenza più strutturata è difficile perché la letteratura organizzativa e manageriale non se n’è ancora occupata in maniera sistematica. Infatti, oltre ad essere una pratica piuttosto recente e ancora poco diffusa, lo smarworking può essere letto come un’innovazione complessa (organizzativa, manageriale e tecnologica) che coinvolge tre livelli di analisi: micro (l’individuo, il singolo lavoratore), meso (l’organizzazione e le sue componenti), macro (la società considerata nel suo complesso) e che può essere studiata da diverse prospettive e sotto vari aspetti:

  • La diffusione, l’adozione e l’utilizzo dello smartworking da parte delle organizzazioni (quali sono le determinanti della diffusione, dell’adozione e dell’utilizzo? Quali sono le criticità nella fase di implementazione e di utilizzo?).
  • Gli impatti dello smartworking sui lavoratori (in termini di soddisfazione, benessere, carriera, bilanciamento vita privata-lavoro, ecc.), sulle organizzazioni (in termini di cultura e clima organizzativo, organizzazione del lavoro, rapporto tra lavoratori, produttività, ecc.) e sulla società (in termini di impatti sulle città, sulla mobilità, sull’ambiente, ecc.).
  • La prospettiva critica, propria dei Critical Management Studies, che vede lo smartworking come uno strumento di sfruttamento dei lavoratori.
Figura 1 – Lo smartworking/lavoro agile e la flessibilità spazio-temporale (Report, Osservatorio diversity, inclusion e smartworking di SDA Bocconi of Management, 2018-2019).


Di seguito si cercherà di sintetizzare ciò che sappiamo su questi tre fronti: diffusione/adozione, impatti e visione critica.

La Smartworking tra teoria delle mode manageriali e discorso manageriale

Partiamo dalla diffusione. Per capire la diffusione dello smartworking, possiamo riferirci alle teorie sulla diffusione delle innovazioni organizzative e manageriali. In questo campo, è importante comprendere come sia stata costruita (1) la conoscenza relativa allo smartworking, (2) l’etichetta “smartworking” e (3) il discorso che sussume la conoscenza e in cui è incastonata l’etichetta.

L’origine, lo sviluppo e la diffusione della conoscenza sono stati oggetto di ricerche di diversi autori di varie discipline, alcuni dei quali hanno analizzato i fenomeni di moda, poiché la scienza – come avevano già intuito Simmel e Veblen agli inizi del Novecento – ne è caratterizzata come qualsiasi altra impresa collettiva. A questo proposito, il classico studio di Pitirim A. Sorokin del 1956 fu dirompente per le tesi sostenute sulla diffusione delle mode di stampo quantofrenico nelle scienze sociali.

Passando dalla conoscenza in generale alla conoscenza nel campo dell’economia e del management abbiamo due riferimenti centrali: un articolo del 1966, pubblicato sull’American Economic Review, da Martin Bronfebrenner[4] e l’altro pubblicato quant’anni dopo da Abrahamson sull’Academy of Management Review[5]. Bronfebrenner distingue trend, cicli e mode nella scienza economica: mentre i trend e i cicli riguardano processi di formazione e istituzionalizzazione di idee, le mode sono risposte immediate a problemi che riguardano gli sviluppi di lungo periodo della scienza.

Se Bronfebrenner adotta una prospettiva di analisi «interna» della scienza, Abrahamson, con il suo articolo sulle mode manageriali del 1996 e i successivi contributi[6], propone un modello in cui una determinata innovazione manageriale può essere studiata come una moda manageriale. In particolare, un’innovazione può essere vista come una moda se: (1) tale innovazione sperimenta una rapida crescita della sua popolarità seguita da una rapida decrescita della medesima e (2) tale dinamica è il prodotto di un processo di creazione e diffusione della moda manageriale che coinvolge particolari categorie di fornitori di innovazioni manageriali (in questo caso nella veste di fashion setters, per esempio, le scuole di management e il sistema dei media).

Inoltre, quando si costruisce un’innovazione manageriale, la scelta delle parole, l’uso del linguaggio e la costruzione del discorso sono importanti perché veicolano le idee. La loro qualità, quindi, incide anche sulla qualità delle idee. Questo è vero in ogni campo, incluso quello delle discipline dell’organizzazione e del management. Inoltre, il discorso intorno alle idee non è creato e/o disseminato a caso. Come osservava Foucault[7], che ha inaugurato gli studi sul discorso, nelle società occidentali moderne, la produzione di discorsi cui si è attribuito (almeno per un certo periodo di tempo) un valore di “verità” è legata anche a vari meccanismi di disciplinamento e di controllo messi in campo dalle istituzioni di potere.

La diffusione del discorso sullo Smartworking

Possiamo partire da questi contributi (studi sulle mode manageriali e sul discorso) per comprendere come si sia diffuso lo smartworking prima dello scoppio dell’emergenza Covid-19 sia nel discorso pubblico (media e comunità scientifica) sia nelle organizzazioni come pratica manageriale.

Il primo punto da chiarire riguarda il significato attribuito al termine smartworking.

In Italia, in particolare, il tema è importante perché si è rilevato l’uso di due etichette: smartworking e lavoro agile. Prima di tutto, le organizzazioni definiscono lo smartworking/lavoro agile in opposizione al telelavoro[8]:

“Il lavoro agile e lo smartworking non sono il telelavoro. Questa forte e marcata differenziazione tra lavoro agile/smartworking e telelavoro denota un’esperienza negativa che le organizzazioni hanno avuto con il telelavoro. Diventa, quindi, importante distanziarsi da questa esperienza, sia da un punto di vista semantico, sia da un punto di vista di politiche e di pratiche organizzative”.

Questa differenziazione, però, è più retorica che non reale. Infatti, in un articolo dedicato al telelavoro del 1996 si poteva leggere[9]:

“L’introduzione e la diffusione del telelavoro sono destinate a determinare profondi cambiamenti non soltanto nelle imprese che dovessero decidere di adottare questa modalità di lavoro, ma anche nel contesto più ampio dell’ambiente sociale ed economico in cui le imprese operano. […] A differenza di quanto avveniva in precedenza [i lavoratori] non dovrebbero più porsi alla ricerca di un «posto di lavoro», ma dovrebbero prefiggersi l’obiettivo di «ricercare del lavoro» da svolgere. […] Si dovrebbe verificare un alleggerimento della domanda di trasporti su tratte brevi […] Si dovrebbe ridurre la necessità di spazio per gli uffici delle aziende […] di contro le persone, lavorando a casa, dovrebbero richiedere un aumento delle dimensioni delle unità abitative”.

Le finalità del telelavoro introdotte da questo articolo del 1996 sono del tutto assimilabili a quelle dello smartworking e del lavoro agile a tal punto che alcuni potrebbero obiettare, parafrasando un titolo di un articolo del 2001[10], che lo smartworking non è nient’altro che “old wine in new bottles”. In realtà se le finalità appaiono simili, il regime giuridico che regola i due istituti ha una differenza sostanziale: il telelavoro richiede un contratto di lavoro differente e una sede fissa di lavoro diversa da quella presso la sede della propria azienda[11].

Nella pratica manageriale, i termini smartworking e lavoro agile sono usati a volte come sinonimi a volte con delle differenze[12]:

“Emerge la tendenza a concepire lo smartworking come un concetto ombrello più ampio che può racchiudere al suo interno anche il Lavoro agile. Lo smartworking, quindi, è “qualcosa” di più del Lavoro agile. Il termine “smart” può sussumere l’“agilità”, ma può anche andare oltre e diventare “rigido”. Lo smartworking richiama in maniera più complessa l’interazione tra tecnologia, spazio fisico (la struttura fisica dell’organizzazione) e organizzazione del lavoro (la struttura sociale dell’organizzazione). Il termine “Smart”, che significa intelligente, richiama maggiormente il concetto di “razionalità” dei primi studiosi di organizzazione, dove la razionalità aveva l’obiettivo di “studiare per ridurre gli sprechi, per ridurre le attività inutili”. L’agilità, invece, richiama maggiormente alla mente il concetto di “organizzazione snella”, di movimento, ossia, la capacità di adattarsi alla situazione (un misto di “improvvisazione” organizzata e di bricolage). Il rapporto tra le due etichette è ancora fluido, eterogeno, legato alle esperienze singole. Non c’è, quindi, ancora un processo di istituzionalizzazione chiara ed univoca”.

Il legislatore italiano, invece, ha scelto di usare il termine lavoro agile nella Legge n. 81/2017 che ha istituzionalizzato questa modalità di lavoro[13].

Lo smartworking nel dibattito pubblico (2009-2018): ricerca e risultati[14]

Prima della legge e nell’anno della sua introduzione il dibattito sui media è stato particolarmente vivace. L’analisi condotta sulla stampa (Il Corriere della Sera, La Repubblica, Il Sole 24 ore)[15] mostra che il processo di istituzionalizzazione del tema a livello mediatico è in atto, soprattutto a partire dal 2017. Permane comunque un’incertezza semantica e un accostamento di uno o più termini che designano la pratica anche dopo l’approvazione della legge (per esempio, remote working, telelavoro, smart-working, smart work ecc.).

Nel periodo considerato (2009-2018), la stampa si è sempre mostrata molto favorevole allo smartworking: nel 54% degli articoli analizzati se ne parla positivamente; nel 30% se ne parla molto positivamente: abbiamo rilevato molta retorica e un’esaltazione dello smartworking considerato una pratica di rottura con il passato, portatrice di una nuova mentalità (in certi casi di una nuova epoca, di una rivoluzione, di un cambio di paradigma) e per questo  progressista, orientata all’innovazione e al futuro[16].

Negli articoli analizzati si sottolinea soprattutto il beneficio per il lavoratore in termini di bilanciamento tra vita privata e vita lavorativa. Lo smartworking viene presentato come una pratica trasversale alle categorie (tutti i soggetti hanno bisogno di conciliare), sebbene, in alcuni casi, sia stata accostata alle donne (viste ancora come la principale categoria che necessita di bilanciare) e ai giovani (meno disposti a sacrificare la propria vita privata per il lavoro): nella rappresentazione mediatica, adottare questa pratica significa per le aziende lavorare sull’employer branding in modo da attrarre «i talenti migliori». Per l’attenzione al tema del “benessere” del lavoratore, lo smart working è spesso affiancato negli articoli al tema del welfare aziendale.

Altri temi connessi sono la digitalizzazione delle organizzazioni e delle città, la sostenibilità ambientale e l’aumento degli spazi di Coworking. In questi casi, si evidenziano i benefici in termini di vivibilità e di qualità della vita nello spazio urbano.

Essendo una modalità di lavoro che si fonda sulla flessibilità spazio-temporale, essa chiama in causa un nuovo modello di leadership basato sull’orientamento al risultato, sulla fiducia, sull’autonomia e sulla responsabilità del lavoratore; non più invece sulla presenza in ufficio e sul controllo costante dell’operato.

Quando il tema del nuovo modello di leadership si accompagna a quello relativo all’aumento di produttività, lo smartworking viene presentato come uno strumento di “efficientamento” dei processi, di riduzione dei costi e di razionalizzazione degli spazi. Questo accostamento emerge paradossalmente anche in quegli articoli che hanno ad oggetto le trattative e gli accordi sindacali relativi all’introduzione della pratica nelle aziende.

Se i benefici vengono presentati come una fonte di emancipazione del lavoratore dal lavoro, d’altra parte emergono sporadicamente gli aspetti negativi della pratica se portata alle sue estreme conseguenze: l’erosione del tempo libero come tempo per sé, che rischia di essere fagocitato da un’attività lavorativa continua e senza confini (questo è il motivo per cui si ritiene importante parlare di “diritto alla disconnessione”); il potenziale svuotamento dell’esperienza di lavoro che si fonda sullo scambio di idee e sulla socializzazione dei membri di una stessa organizzazione; l’individualizzazione e la “tecnologizzazione” delle relazioni che isolano l’individuo e lo indeboliscono sotto diversi aspetti (occasioni di apprendimento, potere di contrattazione, etc.); la riduzione dell’individuo con la sua identità a mero obiettivo-prestazione-risultato; la disgregazione del collante valoriale e identitario dei membri di un’organizzazione fino al dissolvimento dell’organizzazione stessa.

Tali aspetti rimangono marginali e poco discussi negli articoli: su 1008 articoli analizzati solo nel 2% dei casi sono state rilevate le ombre e i possibili effetti perversi dello Smartworking. Pertanto, emerge l’immagine di una stampa poco critica e poco riflessiva[17].

Lo smartworking nel dibattito accademico: ricerca e risultati[18]

Se sulla stampa il dibattito è stato vivace, non si può dire lo stesso della ricerca accademica. Fino al 2019, l’etichetta smartworking è stata pressoché assente nella pubblicistica scientifica italiana e internazionale. Alcune delle etichette più frequenti che si avvicinano al concetto di flessibilità spazio-temporale che sta alla base dello smartworking sono[19]: flexitime, telecommuting, telework, working from home, mobile work, remote work. Alcune di queste si riferiscono alla flessibilità dei tempidi lavoro, altre, invece, alla flessibilità degli spazi di lavoro.

Lo smartworking dovrebbe in effetti coniugare queste due forme di flessibilità. Gli argomenti più prossimi allo smartworking, da un punto di vista accademico, ricadono sotto le espressioni Flexible Work Practices (FWPs) e Flexible Work Arrangements (FWAs). Le due etichette differiscono perché le practices sono caratterizzate da un maggior livello di formalizzazione e standardizzazione rispetto ai semplici arrangements che sono spesso lasciati alla mera contrattazione/negoziazione tra l’organizzazione e il singolo lavoratore.

I primi articoli in questo ambito risalgono alla metà degli anni Ottanta del secolo scorso. Per esempio, uno dei primi articoli, pubblicato nel 1984, dal titolo “Occupational stress in female managers: a comparative study”[20] s’incentra sullo stress delle lavoratrici, specie se managers, generato dai problemi del bilanciamento/conflitto tra vita privata e lavoro, e propone i Flexible Work Arrangements come possibile soluzione del conflitto.

Un altro articolo[21], del 1992, invece, vede i Flexible Work Arrangements come ingrediente di un’organizzazione del lavoro post-fordista. In linea di massima, quindi gli articoli dedicati a questo tema partono dall’esigenza di individuare modalità organizzative che consentano, da una parte, il bilanciamento vita privata-lavoro; dall’altra lo sviluppo di soluzioni più vicine ai bisogni dell’organizzazione contemporanea, che potremmo definire “post-fordiste”.

Molti degli articoli, però, sono rassegne della letteratura; solo alcuni presentano lavori empirici i cui risultati, tuttavia, sono ancora limitati, parziali e spesso incoerenti gli uni rispetto agli altri. Questo dipende dal fatto che, poiché le politiche/pratiche oggetto di rilevazione sono molto eterogenee (variano da organizzazione a organizzazione), manca il materiale empirico per condurre studi ampi e longitudinali che coinvolgano campioni significativi di lavoratori e di organizzazioni.

Ad oggi quindi la maggior parte degli studi sono analisi di correlazione e questo è un limite nella misura in cui gli antecedenti e le conseguenze variano sistematicamente come funzione delle caratteristiche dei lavoratori. I pochi “esperimenti”[22] i cui risultati sono stati pubblicati sono viziati dal fatto di riguardare singole organizzazioni o specifici contesti socio-culturali[23].

Possiamo citare, però, a titolo di esempio, due articoli rappresentativi di ciò che la flessibilità spazio-temporale del lavoro può comportare a livello individuale e a livello organizzativo. In uno studio pubblicato nel 2012 su Academy of Management Journal [24]si mette in evidenza come la carriera di chi adotta la flessibilità spazio-temporale dipenda da come sia percepita la sua scelta da parte dei manager dell’organizzazione. Se la sua scelta è percepita come un modo per incrementare la produttività individuale, allora l’uso della flessibilità ha un impatto positivo sulla carriera. Se, invece, la sua scelta è percepita come un modo per gestire la propria vita privata, allora, l’utilizzo della flessibilità ha un impatto negativo. Pertanto, questo studio mette in evidenza l’importanza delle percezioni dei manager e il fatto che la flessibilità venga adottata non per consentire un miglioramento del bilanciamento vita privata lavoro, ma per incrementare la produttività, ossia per far lavorare di più le persone.

Un paper teorico pubblicato nel 2015[25], invece, si focalizza su tre potenziali trappole che possono caratterizzare la fase di implementazione della flessibilità spazio-temporale nelle organizzazioni. Queste trappole sono: l’alterazione delle dinamiche vita-lavoro (riduzione dei contatti tra utilizzatori della flessibilità e gli altri lavoratori/portatori di interesse; difficoltà per i responsabili nel valutare le prestazioni, l’intrusione del lavoro nella sfera privata); problemi sul fronte dell’equità e della giustizia tra chi ha accesso alla flessibilità e chi no; incoerenze tra dimensioni diverse dell’organizzazione (per esempio, dichiarare di essere in favore della flessibilità senza modificare le mansioni, i ruoli e le aspettative nei confronti dei lavoratori).

Per riassumere, sul piano strettamente accademico-scientifico lo smartworking non è stato ancora pienamente codificato: è qualcosa di cui si parla nei media, nelle società di consulenza, nelle organizzazioni. Il discorso, però, è ancora un discorso basato su opinioni.

La curva di diffusione, l’adozione e gli impatti

In merito alla curva di diffusione e al tasso di adozione dello smartworking, nel periodo pre-covid ci trovavamo ancora in una fase di crescita/sviluppo con grandi differenze tra imprese ed enti della pubblica amministrazione e, all’interno della categoria delle imprese, tra piccole, medie e grandi imprese. Nel suo complesso, prima dello scoppio dell’emergenza Covid-19, le organizzazioni che avevano adottato lo smartworking[26] erano ancora una minoranza. Queste organizzazioni potevano essere considerate early adopters di una pratica nuova che, come abbiamo scritto, non è ancora stata pienamente codificata. Inoltre, anche tra le organizzazioni che avevano adottato lo smartworking c’erano grandi differenze nelle modalità di implementazione. In particolare, lo smartworking riguardava pochi lavoratori che potevano accedere a questa flessibilità, peraltro con molti vincoli spaziali e temporali, e spesso con l’attivazione di modalità di controllo sull’attività da parte del datore di lavoro.

Focalizzando l’attenzione sul caso italiano, sul fronte della diffusione e dell’adozione dello smartworking, un ruolo importante è stato giocato dal Comune di Milano che ha lanciato nel 2014 la giornata del lavoro agile (diventata “settimana” a partire dal 2017). La giornata del lavoro agile è stata l’occasione per mettere insieme imprese, enti pubblici, università per sperimentare lo smartworking ed avviare una raccolta dati sistematica[27]. Alla prima edizione della giornata avevano aderito 104 organizzazioni (7 enti pubblici e 97 imprese), nel 2018, il dato sale a 408 organizzazioni. Questa iniziativa anche se ha contribuito al processo di legittimazione culturale e normativa, rimane in ogni caso limitata e sperimentale.

Inoltre, alcune aziende hanno deciso di adottare lo smartworking in parallelo alla riprogettazione e razionalizzazione delle proprie strutture fisiche[28], quindi lo smartworking tende a sovrapporsi all’adozione dei cosiddetti uffici diffusi, ossia uffici senza postazione (aperte o chiuse) fisse per i lavoratori. Questa sovrapposizione complica l’attività di ricerca perché è difficile distinguere tra gli aspetti dello smartworking in senso stretto e quelli degli uffici diffusi.

Riassumendo, lo smartworking per essere adottato ed implementato dalle singole organizzazioni richiede cambiamenti a livello di[29]:

  • Cultura organizzativa: dalla cultura del controllo alla fiducia (conta il risultato e non il tempo passato nell’organizzazione);
  • Organizzazione del lavoro e management: capacità di pianificazione e programmazione delle attività, lavoro per obiettivi e valutazione del risultato;
  • Tecnologie: la tecnologia deve sostenere tutte le forme di flessibilità e collaborazione possibile;
  • Diritti dei lavoratori: lo smartworking non deve diventare invasivo (diritto alla disconnessione) e deve prevedere nuovi benefit (per esempio, passare dai buoni-pasto ai buoni-affitto o a contribuzioni varie per il mantenimento della propria abitazione e/o della connessione internet). Su questo tema non è stata fatta ancora una riflessione approfondita.
Gli impatti dello smartworking più citati sono[30]:

  • Impatti individuali: migliore equilibrio tra sfera lavorativa e privata, ma anche rischio di isolamento, mancanza di socializzazione e work-holism;
  • Impatti per le organizzazioni: incremento produttività, diminuzione permessi, straordinari, turn over, ma anche indebolimento della cultura e dell’identità organizzativa;
  • Impatti sulla società: minore emissione di CO2, migliore viabilità, ma anche indebolimento di alcuni servizi accessori (bar, ristoranti, ecc.).
Infine, come abbiamo visto il frame legato al discorso sullo smartworking è spesso positivo lasciando sullo sfondo trappole e rischi. Quando assume le forme della critica, come nel caso delle dichiarazioni di Ichino e Sala, è una critica verso i lavoratori e non verso le organizzazioni. È importante, invece, avviare, in parallelo alle ricerche mainstream, delle ricerche che facciano emergere le potenzialità di sfruttamento e precarizzazione delle relazioni di lavoro che stanno dietro lo smartworking.

Conclusioni

Le organizzazioni durante l’emergenza Covid-19 non hanno sperimentato lo smartworking. Lo smartworking, infatti, si basa su di una flessibilità nel tempo e nello spazio impossibile da realizzare durante le limitazioni dei contatti fisici e sociali resesi necessarie dall’emergenza sanitaria. Lo smartworking, inoltre, prima dell’emergenza era una pratica di cui si parlava molto, ma con una bassa diffusione (soprattutto nelle piccole e medie imprese e nella pubblica amministrazione) e poco codificata (ossia, caratterizzata da un’elevata eterogeneità tra le organizzazioni). Inoltre, di questa pratica, da un punto di vista scientifico ed accademico, sappiamo ancora poco: le ricerche sono ancora limitate e i risultati contradditori. Ci troviamo di fronte, quindi, ad una vera e propria moda, in cui gli aspetti legati ai “miti” prevalgono ancora su quelli basati sulla “razionalità” in cui le stesse critiche non vanno al di là dei pregiudizi. Nel futuro, finita l’emergenza, bisognerà continuare nell’attività di ricerca al fine di mettere in evidenza gli aspetti positivi e quelli negativi di tutti gli attori in gioco (lavoratori, organizzazioni, società).

Note:

[1] «Coronavirus, Ichino: “Smart working? Per dipendenti pubblici spesso è vacanza”», Corriere della Sera, 15 giugno 2020; «Sala, “Stop allo smart working torniamo al lavoro”», Corriere della Sera, 19 giugno 2020.

[2] Si veda l’intervista all’ex assessora Chiara Bisconti a commento: “Lavorare da casa o in ufficio? Entrambi, grazie”. Blog “Articolo 3”, Economia & Management Plus (https://emplus.egeaonline.it/it/31/articolo-3/1167/lavorare-da-casa-o-lavorare-in-ufficio-entrambi-grazie).

[3] Report, Osservatorio diversity, inclusion e smart working di SDA Bocconi of Management, 2018-2019.

[4] P.A. Sorokin, Fads and Foibles in Modern Sociology and Related Sciences, Westport (CT), Greenwood Press, 1956.

[5] E. Abrahamson, «Management fashion», Academy of Management Review, 21(1), 1996, pp. 254-285.

[6] E. Abrahamson, C. Fombrun, «Macro-cultures: determinants and consequences», Academy of Management Review, 19(4), 1994, pp. 728-755; E. Abrahamson, G. Fairchild, «Knowledge industries and idea entrepreneurs: new dimensions of innovative products, services, and organizations», in C. Bird Schoonhoven, E. Romanelli (eds.), The entrepreneurship dynamic: origins of entrepreneurship and the evolution of industries, Stanford (CA), Stanford Business Books, 2001, pp. 147-177.

[7] M. Foucault, La volontà di sapere: storia della sessualità 1, Milano, Feltrinelli, 1978 (ed. or. 1976).

[8] S. Cuomo, S. Basaglia, Z. Simonella, «Gli esiti di una indagine qualitativa presso aziende ed enti», In AA.VV., Gli esiti della Giornata del lavoro agile, 2016, p. 80.

[9] P.F. Camussone, «Gli effetti del telelavoro: come la tecnologia cambierà gli assetti delle aziende e dell’ambiente socio-economico», Economia & Management, n. 3, 1996.

[10] Spell, C. S. 2001. Management fashions: Where do they come from, and are they old wine in new bottles? Journal of Management Inquiry, 10: 358–373.

[11] S.Cuomo, A. Mapelli. 2012. “La flessibilità paga”, Egea, p. 26-40

[12] S. Cuomo, S. Basaglia, Z. Simonella, «Gli esiti di una indagine qualitativa presso aziende ed enti», In AA.VV., Gli esiti della Giornata del lavoro agile, 2016, p. 80.

[13] Per questo motivo, in questo articolo i due termini sono utilizzati come sinonimi.

[14] Report, Osservatorio diversity, inclusion e smartworking, 2018-2019.

[15] È stata condotta una content analysis degli articoli pubblicati su: La Repubblica, Il Corriere della Sera e Il Sole24ore. Si tratta dei due principali quotidiani italiani, ai quali è stato aggiunto il quotidiano che tratta temi economico-manageriali e legali. Gli articoli sono stati estratti dal database factiva. Per la ricerca degli articoli sono state usate diverse parole-chiave:«lavoro agile», «smart working», «smart-working», «smartworking», «smart work», «smart-work», «smartwork». Il periodo considerato va dal 2009 – anno in cui è stato individuato il primo articolo in cui compariva una delle parole-chiave – al 2018. È stato escluso il 2019 in quanto anno in corso al momento dell’analisi. Sono stati analizzati 1008 articoli. Durante la ricerca sono stati eliminati gli articoli «doppi», articoli molto brevi a carattere pubblicitario e altri contributi che non sono stati ritenuti rilevanti ai fini dell’analisi.

[16] Le altre parole accostate erano: miracolo, evoluzione, Nuova frontiera, terzo millennio (ufficio, organizzazione), giovani, talenti, nuovi modelli, modernità, tecnologia, sfida, Sharing Economy, sostenibilità, un nuovo umanesimo, un mezzo di accelerazione del cambiamento, leggerezza, meritocrazia inclusiva.

[17] Emergono alcune differenze tra quotidiani: Il Sole24ore dà più spazio ad articoli tecnici di commento alla legislazione. Il Corriere della Sera è quello più allineato alla cultura e ai valori delle aziende, ma è anche quello in cui troviamo articoli che discutono gli aspetti più critici dello smartworking. La Repubblica ha toni più cauti, ma è sostanzialmente allineata all’idea che una sua introduzione possa portare un beneficio al dipendente. Come Il Sole24ore e il Corriere della Sera, il quotidiano La Repubblica mette in evidenza i temi della conciliazione, della tecnologia, e dei benefici in termini di produttività, ma dà più spazio ai temi della sostenibilità ambientale e ad articoli di analisi socio-economica.

[18] Report, Osservatorio diversity, inclusion e smartworking, 2018-2019.

[19] Banca dati Business Source Premiere.

[20] Davidson MJ, Cooper CL. Occupational Stress in Female Managers: A Comparative Study. Journal of Management Studies, 1984;21(2):185-205.

[21] Boreham P. The Myth of Post-Fordist Management: Work Organization and Employee Discretion in Seven Countries. Employee Relations. 1992;14(2):13-24.

[22] Le virgolette sono d’obbligo, perché gli scienziati sociali s’illudono (e hanno la pretesa scientista/positivista) di condurre esperimenti come nelle scienze naturali per acquisire maggiore credito scientifico. Tuttavia, molto spesso tali “esperimenti” non rispettano neanche lontanamente i requisiti dell’esperimento scientifico secondo il modello classico ideato da Galileo. Per un approfondimento si veda: Rago, M. (2018) Gli esperimenti nelle scienze sociali. Milano, Franco Angeli.

[23] Sherman, E. L. (2020). Discretionary Remote Working Helps Mothers Without Harming Non-mothers: Evidence from a Field Experiment. Management Science, 66(3), 1351-1374.

[24] LESLIE LM, TAE-YOUN PARK, SI ANH MEHNG, FLAHERTY MANCHESTER C. Flexible Work Practices: A Source of Career Premiums or Penalties? Academy of Management Journal. 2012;55(6).

[25] Kossek EE, Thompson RJ, Lautsch BA. Balanced Workplace Flexibility: AVOIDING THE TRAPS. California Management Review. 2015;57(4):5-25.

[26] Si vedano i rapporti di ricerca de: Osservatorio diversity, inclusion e smartworking di SDA Boccono School of Management; Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano.

[27] Si vedano i rapporti delle differenti giornate/settimane messi a disposizione dal Comune di Milano: https://www.comune.milano.it/aree-tematiche/lavoro-e-formazione/lavoro/lavoro-agile.

[28] https://www.manageritalia.it/files/17667/dir-11-2015-intervista-cuomo.pdf.

[29] Report, Osservatorio diversity, inclusion and smartworking di SDA Bocconi of Management, 2018-2019.

[30] Report, Osservatorio diversity, inclusion and smartworking di SDA Bocconi of Management, 2018-2019.

Fonte

05/06/2020

Per chi funziona la democrazia americana?

Per chi funziona la democrazia americana? Negli Stati Uniti si sono accorti dopo la schiavitù, le stragi dei nativi americani, l’emarginazione dei neri, la povertà degli slums, che la loro democrazia è profondamente giusta con i vincenti e tremendamente ingiusta con i perdenti.

Così, dopo il lockdown per il virus e milioni di disoccupati, è arrivato anche il coprifuoco nelle città in seguito alle proteste per la morte dell’afroamericano George Floyd, ucciso per asfissia da un poliziotto di Minneapolis.

E come se non bastasse, sullo scenario Usa presiede il leader più squilibrato dell’esperimento americano nella storia recente, che ha dato al tutto un tocco surreale brandendo una Bibbia come fosse un’arma impropria davanti alla chiesa di Saint John: è in momenti come questi che si valutano con ancora maggiore rispetto i western di Sergio Leone. In questa immagine del presidente mancano solo la corda per la forca e il revolver di Clint Eastwood: questa è l’America come la vede Trump.

“Sono il presidente della legge e dell’ordine” proclama Trump, in realtà è lo sceriffo di una giustizia sommaria. Ricordiamoci che il 3 gennaio ha iniziato l’anno facendo uccidere da un drone il generale iraniano Qassem Soleimani all’aeroporto di Baghdad, in violazione di ogni legge internazionale.

Anche il capo del Pentagono Mark Esper prende le distanze: le forze armate, ha detto, devono restare fuori dalla politica mentre Trump aveva minacciato di ricorrere all’esercito.

In più c’è il virus circolante e qualcuno di buon senso ha avvertito che con queste manifestazioni di massa si scatenerà una nuova ondata di contagi che colpirà i più poveri. La pandemia sta infatti uccidendo molte più persone nella popolazione afroamericana e ispanica, un fatto che non sorprende in un Paese dove il sistema sanitario è privato.

È la povertà intrinseca del sistema politico americano che permette stermini di massa – così com’è avvenuto per i nativi americani – e che oggi può avvenire silenziosamente nei confronti dei più poveri.

Ma non è il Covid-19 che preoccupa di più l’America: piuttosto la trappola che è scattata con l’uccisione di George Floyd. La trappola è la caduta della maschera di finta democrazia e uguaglianza che gli americani indossano ogni mattina per dare vita a una delle società più ipocrite che si conoscano.

Basti pensare che ogni giorno in tv e costantemente a Hollywood non si fa altro che parlare di diritti umani e politici, di giustizia, di emancipazione delle minoranze, in un profluvio di retorica che dà il voltastomaco.

Ma come sappiamo questi di Hollywood sono film “democratici” che fanno piangere le mamme e ridere gli amici.

Vediamo qualche cifra. Negli Stati Uniti le 400 persone più ricche della lista Forbes possiedono più ricchezza dei 200 milioni di americani che stanno in basso.

E se sei nero le cose vanno peggio. Il valore medio netto del reddito delle famiglie bianche nel 2010 era stato di 113mila dollari circa, oltre 20 volte il valore medio netto delle famiglie americane africane (5677 dollari) e 18 volte quello delle famiglie ispaniche (6.325 dollari).

Altro che sogno americano. La crescita diseguale dei redditi ha accentuato le disuguaglianze sociali. La persistente disuguaglianza di reddito fra i tre grandi gruppi etnici – bianchi 75%, neri 12,5%, ispanici 9% – ne rivela le origini razziali.

Anche i risultati scolastici dei neri e degli ispanici sono inferiori a quelli dei bianchi, in correlazione con il livello sociale dei genitori. I tassi di disoccupazione dei neri e dei bianchi sono in rapporto di due a uno. I neri e gli ispanici al di sotto della soglia di povertà sono tre volte più numerosi dei bianchi.

Forti discriminazioni a carico dei neri si hanno nell’esercizio della giustizia, nelle condizioni sanitarie, nella situazione abitativa. Negli Usa convivono due società, una bianca e una nera e ispanica, separate e disuguali.

Certo ci sono anche i bianchi poveri ed è proprio su questi che ha puntato Trump alle ultime elezioni e su cui punta ancora se non gli daranno la colpa di averli ancora di più impoveriti. Ci sono 40 milioni di nuovi disoccupati e in testa a quelli che anno perso il lavoro per il coronavirus ci sono i Latinos e gli afroamericani.

Ma è difficile maneggiare le tendenze di una società sempre più pervasa dall’ipocrisia e dall’ignoranza.

Il vero carburante di questo Paese è la paura, altrimenti non ci sarebbe il più grande arsenale privato del mondo: ogni briciolo in più di ricchezza viene guadagnato a spese delle ingiustizie che subiscono gli altri, quindi tutto deve essere difeso con le unghie e con i denti.

Certo è una società che sa adattarsi magnificamente anche alla propria disuguaglianza. Prendiamo la famosa genuflessione della polizia e della Guardia Nazionale che sembra un gesto per fraternizzare con i manifestanti. In realtà si tratta di una tecnica insegnata in tutte le scuole di polizia del Paese per attenuare la tensione nelle strade.

Lo spiega a Le Monde il capo della polizia di Camden, New Jersey, una città popolata al 95% da neri e ispanici. “Sfilare con i manifestanti è un metodo per calmare gli animi”, dice Joseph Wysoki. Poi, passata la paura, giù botte da orbi come prima.

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