Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/12/2020

The Liberator

di Nico Maccentelli

Tra i war movie di ultima generazione, The Liberator, questa produzione di fresca realizzazione (2020) e disponibile su Netflix, è certamente una novità per l’utilizzo della Trioscope Enhanced Hybrid Animation, una tecnica di animazione che si basa sull’ibridazione tra riprese dal vivo e computer grafica. Il risultato può piacere, ma può lasciare anche interdetti, anche se abituati alla visione dopo i primi minuti sembrerà di vedere un live vero e proprio.

Ma al di là della tecnica, che certamente ha giovato al portafogli dei produttori per le economie di ripresa, location e ambientazione, questa miniserie in otto puntate riprende lo schema tipico di film sulla seconda guerra mondiale ben blasonati come Patton o Il Grande Uno Rosso: il battaglione che viene spedito nei vari scenari bellici e che si destreggia tra SS spietate e soldati della Wermacht con efficienti capacità belliche. Non certo i pivelli teutonici dei fumetti di Eroica letti da bambini, che cadevano tra un “teufel” e un “donnerwetter”. Qui c’è la guerra vera, con le sue vicende ed epiloghi individuali che non guardano in faccia a nessuno.

Un aspetto che rende interessante The Liberator è che siamo in presenza di un battaglione di reietti, composto da nativi pellerosse e da messicani, sostenuti ad amorevoli scarpate in bocca dal solito ufficiale rigorosamente wasp, ma comprensivo e cameratesco. Una chiave che funziona visto che di pellerosse prestati alla guerra dello zio Sam contro Hitler o il Sol Levante ormai ne abbiamo un florilegio: dal navajo Charlie Whitehorse in Windtalkers di John Woo al pima Ira Hayes in Flags of our fathers di Clint Eastwood.

La storia, ovviamente romanzata ma tratta da una vicenda vera, ci parla del viaggio dell’inossidabile capitano Felix Sparks nei vari teatri di guerra europei, con un ricambio costante della sua truppa, per prematura dipartita a miglior vita di quasi tutti i suoi soldati.

Dalla Sicilia ad Anzio, dal sud della Francia ai gelidi monti tedeschi, fino a Dachau, il nucleo essenziale come ogni film di guerra che si rispetti è il cameratismo, l’amicizia oltre ogni limite, fino all’estremo sacrificio. Quindi anche in questo caso una buona dose di retorica non manca. Del resto ce la siamo ritrovata anche negli ultimi kolossal come Dunkirk e 1917.

Difficilmente si può vedere un film di guerra che non tocchi queste corde, le uniche che possano rendere vagamente (e aggiugerei vanamente) accettabile la signora carneficina per eccellenza in ogni epoca della storia. Forse Clint Eastwood con l’elegiaco Lettere da Iwo Jima ha potuto salvarsi con l’espediente riuscito di un’ottica completamente ribaltata: la guerra vista dal nemico, ossia dai giapponesi. Ma esce dal coro guerrafondaio anche Quentin Tarantino con Bastardi senza gloria: una riuscitissima parodia del nazismo, letteralmente antifa e di totale fantasia che mette insieme guerra, Resistenza, giustizialismo e un teatro che va a fuoco con strage di alti papaveri del Reich, Hitler incluso, e che fa fare a Brad Pitt una figura migliore che in Fury. Del resto, a un carrista eroe è sempre preferibile un implacabile giustiziere di nazi.

Comunque, nonostante i limiti patriottardi e camerateschi, The Liberator per gli amanti del genere è assolutamente godibile e soddisfa anche i palati più antifascisti, ossia coloro che giustamente storcono il naso nel riscontrare forti vocazioni paranaziste nella gran parte dei war movie di attualità (ma dove sono finiti i Platoon di Olver Stone? E i Full Metal Jacket di Stanley Kubrick?), certamente più tecnologici, ma con la sfiga di descrivere le aggressioni macellaie d’oggi giorno compiute dall’esercito dello Zio Sam dall’Iraq alla Siria nel nome di una vantata “superiorità democratica e di civiltà”.

Insomma: l’epopea della guerra al nazifascismo, vista con il filtro della storicizzazione, anche se fu guerra tra imperialismi e grande macelleria anch’essa di popoli, è diventata un rifugio delle coscienze critiche, ossia di coloro che non digeriscono le immonde tragedie delle guerre contemporanee e in questa trovano valori positivi, a partire dai legami con le Resistenze antifasciste.

Qualche riga su chi realizzato questa produzione. Jeb Stuart anzi tutto, regista e al tempo stesso creatore di questa mini serie e autore dello script: è una collaudata certezza. Infatti, tra sceneggiature e regie, da Linea di sangue al Fuggitivo a Trappola di cristallo, ha sempre sfornato prodotti di buona qualità. E sembra riprendersi dopo una periodo di ferma durato una decina d’anni.

Il cast vede Bradley James nei panni del capitano Sparks. Di questo attore britannico si è visto ancora poco ma di qualità: da Arthur Pendragon in Merlin a Giuliano de’ Medici ne I Medici. Il Trioscope non altera l’espressività e la cifra attoriale degli interpreti e certamente vanno menzionati anche Josè Miguel Vasquez, Martin Sensmeier, Finney Cassidy, poco conosciuti come del resto tutti gli altri attori, ma che in complesso ci regalano avvincenti cammei.

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22/09/2019

C’era una volta a... Hollywood, di Quentin Tarantino

di Mauro Baldrati

È doverosa una premessa: Quentin Tarantino non è un regista “contro”. Non è “anti”. Anzi, è patinato. Non è un Altman che dice: “Finalmente Hollywood è riuscita a togliersi i registi dai piedi”. Ama usare le star di Hollywood. Ama i red carpet. È hollywoodiano fino all’ultimo centimetro di pellicola. Fino all’ultimo byte. Eppure ha una particolarità che lo rende unico. Benché amante ricambiato dello spietato sistema commerciale globale americano, infila nelle sue opere elementi di satira “pesante”, sempre in bilico tra l’eversione e un innato talento naturale per il successo; inserisce elementi splatter quasi antagonisti, ammorbidendoli, piegandoli con una sovraesposizione di cinismo autocosciente, di comicità paradossale; li traveste da citazioni di classici pop che rendono il tutto, alla fine, conforme al “guanxi” del grande fratello del cinema americano. Tutto questo lanciato nel cosmo dell’entertainment con uno stile inconfondibile, complesso, raffinato. È senza dubbio un sensei delle riprese, dell’accostamento immagini-musica, della fotografia e della direzione degli attori.

Tutto questo emerge spavaldamente dal suo ultimo film, l’attesissimo C’era una volta a… Hollywood. Senza scadere nel luogo comune si può affermare che si tratta di un’opera completa, matura. Sì, l’opera della maturità. Sembra che certi eccessi fumettistici siano tenuti a bada, che il controllo stilistico e dinamico sia perfetto. E poi le citazioni, una sua passione di sempre: i western italiani, smitizzati da una caustica, non reticente presa in giro. Quando Leonardo DiCaprio, attore in crisi, riceve la proposta di venire in Italia a cercare fortuna negli spaghetti western, tra cui Sergio Corbucci (“Corbucci? E chi cazzo sarebbe?”), spara a zero: “E io dovrei recitare in quei fucking western italiani? Sono tutte farse del cazzo” (poi ci va, fa un po’ di soldi e si porta a casa persino una moglie italiana). Ovviamente prendendo in giro il genere prende in giro anche se stesso, in quanto fan. Prende in giro tutti, gli hippies, di cui la California era piena (siamo nel 1969), tutti giovani, belli e patinati, specialmente le ragazze, a pacchi; Dennis Hopper (era appena uscito, o stava per uscire, Easy Rider); i telefilm americani, in una straordinaria antologia per immagini con spezzoni di girato. Oppure quando uno strafatto di acido Brad Pitt disfa la faccia di un’assassina seguace di Charles Manson, in un finale ultraviolento e ultratarantiniano, che tutti in sala salutano con risate liberatorie, come non riconoscere una fulminea citazione di Dario Argento.

Lo stile, la classe registica, la ricostruzione dei dettagli, tutto è di prim’ordine. Tarantino qui dimostra una mano artistica nelle riprese, nel configurare i personaggi e i luoghi che ne fanno uno dei grandi maestri viventi. Senza alludere a fusioni o corrispondenze imbarazzanti, in certe inquadrature ricorda Fellini, la sua epica, uno splendore che addirittura commuove lo spettatore sensibile. Quell’avanzare della Cadillac di DiCaprio guidata da Brad Pitt per le strade di Los Angeles del 1969: non troviamo altro aggettivo che non sia “magnifico”.

E poi il gioco degli attori, dicevamo. DiCaprio è quello oscuro, sporco, alcolista, catarroso, disperato. È un attore di medio calibro, star delle serie western, un mondo aleatorio, nel quale domani si può sprofondare nel nulla e da famoso in pochi attimi si può essere dimenticati. Vive in una villa sui colli di Hollywood, come tutti nell’ambiente del cinema, ma quanto durerà? Il suo agente, in un cameo di Al Pacino, glielo preannuncia: preparati, tu sei il cattivo, e lo sarai sempre. Come tale la gente ti ricorderà, e subito ti dimenticherà. Parole velenose che gli infuriano nella mente e lo portano a bere sempre di più, a fumare come un turco, a confondere le battute, ad aspettare la fine. Tarantino qui si diverte a inserire il truffautiano “cinema nel cinema”: assistiamo a scene in cui Di Caprio spara, salta, recita prodigiosamente la parte dell’attore che ogni tanto si impappina, sbaglia battuta. E allora ricomincia, ripete la scena con grande realismo. Gli spezzoni di film nel film sono perfetti, non sembrano recite nella recita, ma campionamenti di film di ottima fattura.

Accanto a DiCaprio c’è Brad Pitt, la sua controfigura, uno stuntman, che tuttavia non riesce a lavorare in quanto tale, ma gli fa da autista, da tuttofare, e anche da spalla, quando l’altro sprofonda nella depressione e nel pessimismo. Come DiCaprio è stravolto, scapigliato e scuro, Pitt è un wasp da manuale, algido, imperturbabile. Sembra un’intuizione geniale questo accostamento, come il ribaltamento di un luogo comune: chi comanda è il bruno, il peloso, il rauco, chi lo assiste è il biondo, il chiaro, il bello. Brad Pitt è un tipo tosto, con un passato sempre in bilico tra la libertà e la prigione. Sembra che abbia ucciso sua moglie, non si sa come né quando, e “l’abbia fatta franca”. Lo dice un tipo a Bruce Lee (un’altra esilarante presa in giro), prima che i due si scontrino in una lotta nella quale Brad Pitt lo fa fuori più o meno come Indiana Jones si sbarazza di quell’enorme arabo ne I predatori dell'Arca perduta.

DiCaprio è vicino di casa di Roman Polański e di sua moglie Sharon Tate, che lui guarda con ammirazione e con invidia, perché lì si nasconde il vero successo, il vero cinema. Il regista è in Inghilterra per girare il suo prossimo film, dopo il trionfo mondiale di Rosemary’s Baby, per cui Tarantino si concentra su Sharon Tate, che è un personaggio importante, cui dedica un ampio spazio. E proprio sulla tragica vicenda che la vide vittima della strage di Bel Air, l’8 agosto 1969, Tarantino cambia la storia, come fece con Inglourious Basterds.

Una speranza? Una favola? Oppure un sogno, come avrebbe potuto, o dovuto essere quella notte infernale. L’ennesima presa in giro della Storia, che a sua volta si diverte a puntare sempre al peggio del peggio.

(Un consiglio: il film deve essere visto in lingua originale. Perdere la recitazione dei due campioni per il doppiaggio significa rinunciare a un buon terzo della qualità del film.)

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16/02/2016

Tarantino e la violenza sfrenata /1: dal pulp alla lotta di classe?

E’ possibile leggere la filmografia di Tarantino come la progressiva ricerca di una violenza sempre sfrenata, nel senso di priva di freni, di limiti, di costrizioni. Tarantino vuole mostrare la violenza sostanzialmente perché lo diverte, “perché è cool”. Tarantino non è più provocatorio da anni a questa parte. Oddio, ad ogni uscita di un suo film si levano sempre voci scandalizzate sugli eccessi di violenza e delle conseguenze che questi possano avere su un pubblico impressionabile (“qualcuno pensi ai bambini!”), però queste reazioni  non sono l’obiettivo di Tarantino. Tarantino fa film per sé stesso, o meglio, per un potenziale sé stesso seduto in un cinema qualunque. Fa film che lui, se non fosse diventato quello che è diventato, si sarebbe divertito ad andare a vedere con gli amici.

Altri autori hanno indagato la violenza, probabilmente con una raffinatezza e una profondità molto superiori al buon Quentin (da William Friedkin a Sam Peckimpah). Ma il fatto è che Tarantino non vuole indagare la violenza, vuole liberarla. Essere libero di mostrarla, di giocarci, in pace, libero soprattutto dal giudizio dello spettatore. Infatti il più grande limite di cui Tarantino vuole sbarazzarsi è quello morale. Che la violenza sia generalmente sbagliata è un'idea accettata dalla maggior parte della popolazione. Tuttavia pochissime persone direbbero che la violenza è ingiustificata in qualsiasi circostanza, senza se e senza ma. Per esempio, il concetto di “legittima difesa” appartiene alla maggior parte delle legislazioni, ed è accettato dalla morale comune. Tarantino cerca quindi, progressivamente, situazioni e ambientazioni in cui la violenza che si diverte tanto a mettere in scena sia sempre più giustificata.

Ma procediamo con ordine. Tarantino inizialmente cerca la violenza dove è più banale trovarla: nel mondo criminale. Descrive rapinatori, boss mafiosi, killer professionisti o semplici psicopatici (la scena del taglio dell’orecchio da parte di mr. Blond continua ad essere una delle scene più disturbanti di tutta la sua filmografia) che vivono questo mondo, e che di violenza vivono. E in questo filone troviamo Reservoir Dogs, Pulp Fiction e Jackie Brown (senza contare la sceneggiatura di True Romance scritta per Tony Scott).

Vale forse la pena di ricordare una scena specifica di Pulp Fiction, che preannuncia una caratteristica che sarà dominante in film successivi. Una delle frasi più celebri del film, “Ho una cura medievale per il tuo culo!” viene pronunciata da Marcellus Wallace (Ving Rhames) dopo essere appena stato liberato dai suoi strupratori, e preannuncia una lunga e dolorosa morte per i suoi aguzzini. Ora, la tortura non piace a nessuno in linea di principio, ma difficilmente lo spettatore si potrà sentire simpatetico con il sadico serial killer “punito” proprio da una delle sue vittime.

Con i due capitoli di Kill Bill abbiamo già un’evoluzione qualitativa: siamo ancora in un ambiente di fuorilegge, ma il tema dei film è una vendetta personale. Come non simpatizzare con la povera sposa a cui, nel giorno delle nozze, hanno ammazzato marito e amici? Tutta la stravaganza di arti mozzati e schizzi di sangue viene posta all’interno di una storia in cui comunque non è impossibile giustificare la “povera” Uma Thurman. La violenza efferata di cui si rende responsabile è quella di una vittima che si ribella.

Un discorso analogo si può fare per la scena finale di Death Proof: le tre giovani e belle ragazze vittime dell’attenzione del serial killer di turno (Kurt Russel) prendono la situazione in mano, sparano al loro aguzzino e lo inseguono fino a che, messo in un angolo, non parte un gioioso pestaggio collettivo che si conclude con una trucissima frattura nasale.

Con Inglorious Bastards abbiamo un ulteriore passo in avanti: ebrei che ammazzano nazisti durante la seconda guerra mondiale; chi se la sente, in fondo in fondo, di biasimarli? Rovesciando il ruolo della vittima e del carnefice, Tarantino si appella ad un giustificatorio senso di “giustizia” da legge del taglione da cui pochi di noi possono dire di essere completamente immuni, se non altro a livello emotivo. Apogeo di tutto ciò si ha nella scena finale, in cui due dei “bastardi” scaricano centinaia di pallottole su una folla di persone disarmate, chiuse in trappola in una stanza che sta andando a fuoco e che presto esploderà. Ma le persone in platea sono Hitler e tutti i suoi gerarchi...

Ci sono due cambiamenti significativi rispetto a Kill Bill: intanto non si tratta più di una questione puramente personale. A prescindere dalle motivazioni personali dei singoli personaggi, la loro violenza non si giustifica individualmente. I bastardi non sono solo soldati ebrei, sono gli Ebrei che combattono il Nazismo, è comunque uno scontro “collettivo”.

Inoltre non stiamo più parlando di mondo criminale. Siamo in una situazione di guerra, dove uccidere è “legittimo”. I bastardi sono un corpo dell’esercito degli Stati Uniti, non dei privati cittadini in cerca di vendetta o giustizia. Non saranno giudicati per i loro omicidi, anzi probabilmente saranno accolti come eroi in patria.

Questo discorso è ancora più marcato in Django. Abbiamo anche qui il giustificatorio rovesciamento vittima-carnefice (schiavi vs schiavisti), abbiamo di nuovo delle motivazioni personali (salvare la bella Broomhilda), ma appare più chiaramente un fattore nuovo: la violenza di Stato, o meglio, la violenza legale. Il dottor Shultz (Christopher Waltz), e successivamente Django (Jamie Foxx) sono cacciatori di taglie. Hanno un mandato del tribunale per uccidere le persone che uccidono. Watz addirittura uccide un uomo nella pubblica piazza, viene circondato da decine di uomini che gli puntano un fucile contro, ma se la cava senza un graffio. Perché? Perché la persona che ha freddato è un ladro di bestiame, “ricercato vivo o morto” dal tribunale. Tarantino, non so quanto coscientemente, mostra come la violenza di Stato sia ad un gradino gerarchicamente superiore a tutti i tipi di violenza che aveva mostrato finora. D'altronde lo Stato detiene, legalmente, il “monopolio della forza”, e non deve rendere conto a nessun’altra entità che non sia sé stesso.

Notare bene, non stiamo dicendo che Tarantino stia percorrendo consapevolmente questo percorso, stiamo proponendo soltanto una chiave di lettura, a nostro parere, oggettivamente presente nell’evoluzione dell’approccio ad uno dei temi più ricorrenti nella sua filmografia. Tuttavia non è possibile non trovare una certa coerenza tra questo ragionamento e le accuse di “razzismo istituzionale” che Tarantino ha mosso alla polizia statunitense, riferendosi ai tantissimi casi, esplosi mediaticamente negli ultimi anni, in cui un nero disarmato è stato ucciso dalle forze dell’ordine.  Quando parliamo di polizia parliamo di violenza di Stato, d’altronde, e l’esplicito rifiuto di Tarantino della teoria delle “mele marce” riporta alle caratteristiche strutturali di questa violenza.

Lasciando un attimo da parte Tarantino e proseguendo invece nella riflessione sulla classificazione delle categorie di violenza presentata finora, possiamo notare che ci sarebbe un ultimo gradino da scalare. Esistono infatti due tipi di violenza che possiamo forse collocare a livello superiore a quella dello Stato, in grado di lasciare campo libero a coloro che la esercitano. Sono la violenza per la Guerra Santa e quella per la Lotta di Classe. Due cause che, nell’ottica di chi le persegue, sono pienamente legittimanti, due casi in cui la violenza assume una giustizia morale. Ora, esiste un’opera che combina magistralmente questi due temi: si tratta di “Q” del collettivo di scrittori Luther Blisset (oggi Wu Ming). In questo splendido romanzo storico, infatti, il protagonista dai mille nomi attraversa, talora per scelta e talora suo malgrado, gli avvenimenti storici più significativi all’interno dell’eterna guerra tra oppressi o oppressori, testimone della lotta di classe che in quei tempi era tinta di religione (siamo nel periodo della Riforma Luterana, di preparazione della Controriforma, delle rivolte Anabattiste). Il protagonista è effettivamente un individuo (uno dei pochi personaggi non storici del romanzo), ma le sue motivazioni sono profondamente politiche.

Ora, non stiamo dicendo che Tarantino sarebbe mai interessato a dirigere un adattamento cinematografico di “Q”, né che un tale adattamento renderebbe giustizia al libro. Tarantino proviene comunque dalla tradizione statunitense, del paese in cui la lotta di classe ha subito probabilmente le sconfitte peggiori nel mondo occidentale, tanto da essere quasi cancellata dalla memoria nazionale, e la sua impostazione è pertanto profondamente individualistica. Allo stesso tempo, pur trovandosi, a livello puramente logico, ad un gradino superiore, questi due tipi di violenza sicuramente sono estremamente meno accettati dalla morale comune, ad esempio, della violenza di stato.

Tuttavia è interessante notare come siano di profonda attualità, anche negli USA: da una parte la Guerra Santa (oggi islamica) è un tema costantemente sui mezzi di informazione; dall’altro l’impatto della crisi e le sue conseguenza sociali, nonché la nascita del movimento Occupy Wall Street (con tutti i suoi numerosi limiti, l’unico grande movimento americano da anni) hanno già fatto breccia ad Hollywood (basti pensare a film come “In Time” o “The Dark Night Rises”, che non sarebbero esistiti, o sarebbero stati radicalmente diversi, dieci anni fa).

Insomma, anche se implausibile, Tarantino che interpreta "Q" sarebbe sicuramente, almeno per chi scrive, qualcosa che varrebbe la pena di andare a vedere.

Continua...

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28/10/2015

La Polizia di New York e Los Angeles: “boicottate i film di Quentin Tarantino”


Durante il fine settimana, lo scorso sabato, il regista statunitense Quentin Tarantino si era unito ai manifestanti che a centinaia, nelle strade di New York, protestavano contro la violenza della polizia ormai diventata una vera e propria piaga nel paese. “Sono un essere umano con una coscienza” aveva detto ai giornalisti il premio Oscar autore di Pulp Fiction, volato a New York dalla California proprio per partecipare alla protesta. “Se credete che si stiano commettendo degli omicidi ingiusti dovete alzarvi in piedi e denunciarlo. Sono qui per dire che sto dalla parte delle vittime” aveva poi spiegato in riferimento a coloro che sono caduti negli ultimi mesi sotto i colpi degli agenti di vari dipartimenti di polizia degli States, in gran parte afroamericani.

I manifestanti si erano concentrati nel parco Washington del Greenwich Village, a Manhattan, e poi avevano iniziato a marciare lunga la Sixth Avenue, oltrepassando i cordoni di polizia che sbarravano loro la strada. Man mano che il corteo sfilava senza incidenti, dal megafono gli organizzatori – appartenenti al gruppo RiseUpOctober – ricordavano le innumerevoli vittime della brutalità razzista della polizia, mentre i manifestanti esponevano le loro foto corredate dal luogo e dalla data dell’omicidio.

Ovviamente la partecipazione del noto regista al pacifico corteo che ha sfilato nella ‘Grande Mela’ – non molto numeroso ma assai seguito dai media locali e internazionali – ha suscitato non poche polemiche negli ambienti reazionari sempre inclini al sostegno incondizionato alle forze dell’ordine. E soprattutto non è stata digerita dagli uomini in divisa.

Il Sindacato di Polizia di New York ha addirittura chiesto, in un iroso comunicato diffuso ieri, il boicottaggio dei film di Tarantino accusato di essere animato da un sentimento di odio nei confronti delle forze dell’ordine. “Non ci sorprende che qualcuno che si guadagna da vivere glorificando il crimine e la violenza odi la polizia” spiega il comunicato. “I poliziotti ai quali Quentin Tarantino si è riferito come ‘assassini’ (…) stanno rischiando e sacrificando le loro vite per proteggere le comunità dal vero crimine” ha detto Patrick Lynch, direttore della Patrolmen's Benevolent Association, una associazione di sostegno agli agenti formata per lo più da ex esponenti delle forze dell’ordine e dai familiari degli agenti in servizio. Un gruppo che di fatto svolge le funzioni di un sindacato. “E' tempo di boicottare i suoi film", in particolare il suo ultimo lavoro The Hateful Eight, ha detto Lynch, il cui appello è stato subito raccolto da un'altra associazione di poliziotti di Los Angeles, la Los Angeles Police Protective League. Il cui leader, Craig Lally, ha tuonato: “Noi sosteniamo pienamente il dialogo costruttivo su come la polizia interagisce con i cittadini. Ma non c’è posto per la retorica “infiammante” che rende gli ufficiali di polizia obiettivi ancora più facili di quanto già non lo siano. Il regista Quentin Tarantino ha portato l’irresponsabilità ad un livello nuovo e completamente inaccettabile lo scorso weekend, rivolgendosi alla polizia come a degli assassini durante una marcia anti-polizia a New York”.

Da parte sua Tarantino non sembra aver fatto molto caso alle isteriche dichiarazioni di Lynch e della PBA.

Intanto sempre dagli Stati Uniti è arrivata nei giorni scorsi la notizia che i poliziotti si sentono aggrediti, offesi e sminuiti dalla quantità di video che girano in rete a proposito delle aggressioni, spesso omicide, condotte da uomini in divisa contro cittadini inermi o comunque disarmati. Un vero e proprio ‘effetto YouTube’ frutto dell’indignazione crescente in diversi strati della popolazione statunitense che oltre a scendere in piazza cerca anche metodi pratici per bloccare le aggressioni brutali dei poliziotti o quantomeno impedire che rimangano impunite.

Il problema è però, per le autorità, che l’esposizione mediatica e la presenza di tanti cittadini pronti a riprendere e a sparare in rete le malefatte degli agenti violenti “impediscono loro di fare il proprio lavoro come prima, per paura di diventare protagonisti di un video che diventi virale”. Agli inizi di ottobre il Washington Post informava che nel corso di una riunione convocata ad hoc, i sindaci di Chicago, New York, San Luis e Baltimora si erano lamentati del fatto che a causa delle remissività dei rispettivi dipartimenti di polizia i crimini fossero aumentati di numero.

Ma, come scrivevamo ieri, da qualche tempo gli agenti non devono preoccuparsi solo delle telecamere incluse nei telefonini. La Aclu, una antica associazione per la difesa dei diritti civili, ha infatti prodotto una app per i cellulari che non solo permette di riprendere le azioni violente delle forze dell’ordine, ma anche di condividerle istantaneamente con una rete di contatti in tutto il paese. Alcuni di questi filmati potrebbero diventare delle prove in tribunale a carico dei rambo in divisa, e la cosa spaventa non poco i 'servitori dell'ordine' abituati all'impunità totale.

Leggi:
Stati Uniti: ragazza nera aggredita da poliziotto bianco, video incastra l’aggressore

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25/10/2015

New York. Marcia contro la violenza della polizia. C'è anche Quentin Tarantino


Anche il regista Quentin Tarantino si è unito a centinaia di manifestanti che a New York hanno dato vita ad una marcia contro la violenza della polizia. I manifestanti con cartelli cartelli e megafoni hanno marciato ieri lungo le strade della città per protestare contro la brutalità della polizia a livello nazionale. "Sono un essere umano con una coscienza", ha detto Tarantino, che ha volato dalla California per partecipare all'evento. "E se credete che anche questi sono omicidi allora avete bisogno di alzarsi e stare in piedi contro di essi. Sono qui per dire che sono dalla parte dell’assassinato."

La manifestazione si è concentrata nel quartiere newyorchese di Greenwich Village e poi ha marciato per circa circa 2 miglia lungo la Sixth Avenue. Dai  megafoni hanno raccontate storie di chi è stato ucciso dalla polizia,  altri innalzavano cartelli con le foto dei morti, per lo più giovani uomini di colore, e le date e i luoghi della loro morte.

L'evento è stato l'ultimo di tre manifestazioni del Rise Up October una coalizione organizzatasi a New York questa settimana. I partecipanti alla manifestazione hanno detto che vogliono portare la giustizia per le persone uccise dalla polizia.

Temako Williams ha marciato sotto braccio con l'attivista Cornel West, uno degli organizzatori. Suo figlio, La-Reko Williams, è stato ucciso dalla polizia nel 2011 a Charlotte, nella Carolina del Nord. Una giuria federale ha stabilito che un ufficiale di polizia aveva usato una forza eccessiva, e le ha assegnato  500.000 dollari. "Non valevano il prezzo della vita di mio figlio", ha detto la signora Williams. "E 'una ferita che non guarirà."La protesta è avvenuta in un momento di aspra discussione a livello nazionale del rapporto conflittuale tra agenti di polizia e i cittadini.

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01/02/2013

Django: Quentin è morto. W Quentin.

Vuoto nel vuoto. Commentare l’ultimo film di Tarantino è un’operazione che si avvicina ad una masturbazione in piena piazza durante l’ora di punta. Sconcerta, imbarazza e provoca un sottile e malato godimento. Autore cult. Idolo di molte generazioni di cinefili in erba. Icona della battaglia per la riabilitazione del cinema di serie b. Nel bene e nel male Tarantino, con i fulminanti capolavori degli esordi, ha scritto un bel pezzo di storia del cinema, re-inventando generi, stili, approcci e visioni. Ha dominato gli anni novanta con un talento indiscusso, mostrando una capacità di scrittura e regia che negli anni ha fatto scuola. Personaggio eccentrico Tarantino. I suoi film sono attesi come un evento mondiale. Come un messia che ogni 4-5 anni scende sulla terra per illuminare il tetro mondo del cinema.

Django ha riempito le sale e provocato, come di consueto, una netta spaccatura fra detrattori e sostenitori. Con l’intenzione di celebrare il mondo degli spaghetti western, Quentin rielabora molto liberamente l’omonimo film di Sergio Corbucci datato 1966. La parabola del reduce di guerra in cerca di vendetta per l'assassinio della moglie avvenuto in sua assenza, diventa in Tarantino un circolo vizioso in cui cercano di convivere tematiche sociali (la schiavitù), filmiche (i riferimenti al genere western) e antropologiche (i rapporti non-umani tra umani). Un’operazione che nelle mani di Tarantino diventa una miscela esplosiva. Il film in effetti esplode letteralmente. Scoppia. Deflagra. Trabocca. Sbodda. Svacca. Smarmella. In altre parole: eccede.

Dopo un inizio poco incisivo con l’incontro tra lo schiavo negro Django e il cacciatore di taglie tedesco (e siamo già molto lontani dalla perfezione della sequenza di apertura di Inglorious Bastard) la storia procede verso il fulcro narrativo della liberazione e della vendetta: lo schiavo negro viene reso uomo libero, diviene cacciatore di taglie e insieme all’uomo bianco tedesco libera la moglie tenuta schiava da un negriero appassionato di mandinghi. All’interno di questo contesto, Tarantino costruisce un’ottima impalcatura spettacolare fatta di sparatorie, sangue, squirt, ralenty, citazioni alte e basse, dialoghi (a dire il vero pochi degni di nota) e violenza reiterata. In buona sostanza il classico stile Tarantiniano.

Tuttavia a questo giro di ruota, alla forma accattivante della forma volutamente caricaturale non corrisponde un sufficiente impiego dei contenuti. Tarantino getta la bussola abbandonando le coordinate filmiche, in favore di una completa affermazione dell’estetica fine a se stessa, svuotata di senso, tanto accattivante quanto pericolosamente vicina all’ambiguo limite della strumentalizzazione. Il gioco brechtiano della violenza svuotata di senso emotivo in questo caso è assente. La violenza è amplificata, reiterata, rallentata, estetizzata, resa talmente abominevole da risultare affascinante e divertente, ma alla base non c’è traccia di nessun meccanismo critico. Schizzi di sangue rosso su fiori bianchi. Corpi che si devastano, negri che uccidono altri negri indossando occhiali cool, negri che uccidono bianchi, bianchi che uccidono bianchi, bianchi che uccidono negri e animali.

django-unchained-still02Siamo nel territorio paradossale dell’assenza all’interno di una moltitudine. La foga di stupire e riempire l’occhio dello spettatore allontana l’autore da scelte registiche e di scrittura efficaci. La storia si perde in situazioni pretestuose e al servizio dell’effetto, pochi spunti di messa in scena (fatta eccezione per una ventina di minuti sparsi qua e la di grande cinema), dialoghi stanchi e logori che si presentano solo come riempitivi della pause tra uno shock emotivo e un altro. Il cinema non può essere fatto solo di apparenza, quantomeno il cinema di un autore che è riuscito, più o meno consapevolmente, a concretizzare sullo schermo il senso post-moderno dell’arte.

Ma a distanza di quasi vent’anni, il post-moderno è morto e sepolto e l’eterno presente non può tingersi solo di forma e merda ben impacchettata (per quello basta e avanzano autori come Michael Bay). Se la scelta è questa e se proprio c’è l’esigenza di “fare il cazzo che ci pare” sarebbe giusto e opportuno non toccare certe tematiche, dedicandosi alla legittima celebrazione auto-referenziale (vedi il comunque riuscito Death Proof).

Ma la questione non tocca più neanche le intenzioni dell’autore che, a detta di tutti, “ha voluto fare un film così…non voleva raccontare nient’altro”. La questione è constatare quanto un autore di livello sia completamente immerso in un horror vacui comunicativo. Come ha detto un amico genovese, in questo momento, Tarantino non ha veramente niente da dire. Si accontenta di mostrare, divertire, indignare ma non di comunicare qualcosa di concreto e tangibile. Secondo la concezione Wikipedica-Aristotelica la natura rifugge il vuoto e perciò lo riempie costantemente ; ogni gas o liquido tenta costantemente di riempire ogni spazio, evitando di lasciarne porzioni vuote. Tarantino, non sapendo cosa dire, satura lo schermo di orpelli, fronzoli e ghirigori, abbandonandosi al puro divertimento delle forme, finendo per diventare parodia di se stesso.

È innegabile. Django è un film divertente, recitato da ottimi attori; di quel divertimento che a seconda dei casi ti fa venire il cazzo duro dall’eccitazione. È comprensibile che in molti spettatori susciti entusiasmo, come è comprensibile la scelta di difendere un gusto per l’eccesso e il trash. La realtà però è che in questo caso Tarantino ha apparecchiato una tavola piena di merda travestita da aragosta. Nessun problema. Se questa è la sua deriva possiamo prenderne atto non aspettandoci più niente dal suo futuro. Lo spettatore però non deve aver paura di dire che quello che sta apprezzando sia merda, non deve temere il giudizio degli altri affermando il suo palese gusto coprofago. Lo faceva Gianni Morandi possiamo farlo anche noi.

Con la speranza che qualcosa cambi, annunciamo per tre volte al popolo la sentenza.
 
Quentin è morto. W Quentin
Quentin è morto. W Quentin
Quentin è morto W Quentin

per senzasoste.it
Jacques Bonhomme

Fonte

Avevo una mezza idea d'andarlo a vedere, ora m'è passata la voglia.